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Cani al guinzaglio


Una legge impone che i cani vadan tenuti al guinzaglio. Giusto! E le leggi vanno osservate.

Quand’ero ragazzo vedevo per strada molti cani senza guinzaglio: ci si conosceva. Il più delle volte si passava indifferenti l’un l’altro, ognuno per i propri affari. Raramente si sentiva che avessero morso qualcuno. Non più di ora. Ma allora, perché della legge? Ce n’era davvero bisogno?

Penso che la legge sia dovuta a un cambio di mentalità: si sente oggi un maggior bisogno di prevenzione (e protezione – chiamata anche subdolamente sicurezza).

Non la penso così: per prima cosa  mi sembra prevenzione eccessiva, un fasciarsi la testa senza comprovato motivo… e dunque ci sento odor di pretesto, di alibi per nasconder dell’altro. In secondo luogo, proprio la legge ha creato, fatto reale, o ingrandito una paura che prima non c’era o non era nella misura con cui ora la si spaccia per vera: la paura generalizzata per i cani: «Stai lontano da quella ringhiera, è un cane cattivo, ti morde!»

Con le paure immotivate si cresce in malafede, nel sospetto, nel pregiudizio, nel non-rispetto, sempre sulla difensiva, pronti a reagire, non si impara a convivere a relazionarsi, a trovare un modo di convivenza; e ci si fa l’abitudine, diventa un atteggiamento ritenuto normale, diventa pian piano una norma. E d’altro canto, non si impara a difendersi, quando davvero bisogna.

Così è anche l’atteggiamento verso la nudità: definita per legge come “oscena”, offensiva della decenza, è facile si alzino da soli scudi e steccati, recinzioni, ghetti di pensiero e reali, guinzagli. Come se il corpo nudo fosse di per sé sinonimo di minaccia, di intenzioni malevole, un contagio immorale, un’offesa diretta, una mancanza di rispetto. Come se noi nudisti fossimo per definizioni pronti e propensi allo stupro, all’aggressione sessuale, alla violenza, agli ultimi oltraggi.

Al contrario, da nudi abbiamo imparato un maggiore rispetto per le persone; non ci importa di avere o vedere flaccide pliche di pelle attorno alla pancia, seni cascanti o altri vari “inestetismi” normalmente celati. Ci siamo dati una regolata: “un posto per ogni cosa, ogni cosa al suo posto”. Disvestiti degli abiti di stoffa, sono svaniti anche molti pregiudizi, forme-pensiero, schematismi concettuali, abiti mentali, tradizioni, abitudini. E le abitudini, fortunatamente, si posson cambiare. E anche le leggi.

Abito, abitare, abitudine hanno una medesima origine: derivano dal verbo avere (habere in latino): un avere talmente radicato e quasi connaturato da mutarci anche nell’essere, un tratto esteriore che dice agli altri di noi, un costume sociale, un guinzaglio che ci allacciamo da soli per poter camminare tranquilli per strada. E quasi quasi ne siamo persino contenti, e crediamo che sia forse più giusto così e giungiamo persino a sospettare di noi: non si sa mai, colti da un raptus potremmo morder qualcuno…

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