Archivi Blog

Zaino Grivel Mountain Runner 20: integrazione


IMG_20180705_082915

Vista frontale dello zaino

Come scrivevo nella recensione principale, ancora non avevo avuto modo di provarlo sulla lunga distanza, ora anche questo è stato fatto (tentativo di una centotrenta chilometri con novemila metri di dislivello, purtroppo interrottosi a metà) consentendomi e imponendomi questa integrazione.

Innanzitutto devo osservare che sbagliavo affermando l’inesistenza di un porta bastoncini: è costituito da quello che avevo indicato come variatore volumetrico inferiore, che avendo due fissaggi sganciabili è un comodissimo (utilizzabile anche a zaino indossato) sistema di fissaggio per i bastoncini (o altro) a patto che siano del tipo ripiegabile in tre o comunque molto riducibile in lunghezza (altrimenti sporgono troppo sui due lati diventando pericolosi).

IMG_20180705_091759

Il porta bastoncini sul fondo dello zaino

Altra osservazione decisamente positiva: eccezionale il portamento del carico. I quasi otto chili, che si facevano ben sentire prendendo in mano lo zaino, sono spariti nel nulla una volta indosso, man mano che le ore passavano la sensazione restava identica e anche alla ventunesima ora di cammino spalle e schiena erano perfettamente immuni dai classici fastidi dovuti al lungo portamento di un carico, fatto salvo al fastidio per sfregamento sulle spalle di cui, non essendo collegato al discorso portamento, parlo più avanti.

A seguire alcuni piccoli appunti negativi, che in parte confermano quanto già notato:

  • a zaino pieno agganciare la sacca idrica è veramente complicato e richiede lo svuotamento parziale dello zaino ad ogni rifornimento;
  • proprio non comprendo la scelta di dedicare maggior volume al comparto interno (a diretto contatto con la schiena quindi non idoneo al posizionamento di materiali duri; non isolato dalla pioggia e dal sudore quindi non idoneo alla collocazione del vestiario) piuttosto che a quello intermedio stagno (purtroppo tanto sottile che ci si riesce a collocare solo una maglietta, già la maglia pesante rende complicata la chiusura della cerniera e, per giunta, entra in conflitto con il materiale collocato nel comparto esterno); questo comparto andrebbe dimensionato giusto quel tanto per collocarvi la sacca idrica, fornendo alla stessa un sostegno inferiore (magari regolabile per adattarsi alle varie dimensioni);
  • se il comparto intermedio viene forzatamente (ma giustamente) riempito con la maglia pesante e i pantaloni lunghi (due dotazioni obbligatorie) la cerniera (giustamente molto scorrevole) tende ad aprirsi da sola se non si ha l’attenzione di tirare ambedue i cursori nella parte sommitale;
  • con un discreto carico (tra i sette e gli otto chili quello che avevo io) alla lunga le spalle nude soffrono la frizione (principalmente dovuta alle operazioni “togli e metti” dello zaino) del tessuto qui reso molto più rigido dal sistema di regolazione; va bene, mettiti una maglietta direte, fatto, ma per poi levarla poco dopo faceva un caldo infernale e proprio non la sopportavo, per altro molti sono i runner e gli escursionisti minimalisti, ossia coloro che preferiscono correre e camminare nel modo più naturale possibile e cioè con addosso il minimo necessario o, come nel mio caso, addirittura niente;
  • le fibbiette per la chiusura delle cinghie pettorali sono difficili da utilizzare a mani sudate (scivolano parecchio), andrebbero leggermente ingrandite e rese più ruvide.

Infine devo purtroppo formulare una critica un poco più seria, forse legata al tipo di sacca idrica da me utilizzata ma comunque criticità assolutamente da risolvere: quando lo zaino è riempito parecchio si crea una pressione verso il dorso che porta l’asta di chiusura della sacca idrica a premere in modo percepibile contro la parte alta delle scapole, all’inizio solo un fastidio (ma già questo diviene negativo: chi deve correre o camminare tanti chilometri non può permettersi nemmeno il più piccolo fastidio) ma poi, chilometro dopo chilometro, si trasforma in vero e proprio dolore; ho provato ad infilare tra l’asta e la schiena la giacca da pioggia ma, nonostante sotto la stessa ci fosse altro materiale, inevitabilmente scivolava verso il basso e il problema si ripresentava costringendomi a continue fermate per ricollocare la giacca nel punto opportuno (solo verso la fine ho provato a tirare quello che ora ho capito essere il porta bastoncini, ma che funziona comunque come variatore volumetrico della base, ottenendo un apparente miglioramento ma da verificare e comunque non completamente risolutivo).

Per il resto posso solo confermare quanto già scritto e ribadire che trattasi di un ottimo zaino, con un portamento eccezionale che non mi ha fatto percepire il peso che avevo a spalle, motivo per il quale proprio mi dispiacerebbe veder restare irrisolti i pochi problemi evidenziati.

Libro “Il mio 3V” di Luca Regonaschi


È sempre difficile fare la recensione di un libro, si rischia di cadere nello scontato, di reiterare nelle cose già dette per altri libri, di scadere nei luoghi comuni e nelle solite affermazioni iperboliche, per mia fortuna di libri ad oggi ne ho recensiti molto pochi, così posso almeno in parte sentirmi protetto, ritenermi parzialmente esente da alcune delle suddette problematiche e procedere con spirito libero.

Inizio estate 2017, vengo contattato da una persona che non conosco e che mi chiede informazioni sul sentiero 3V, sentiero dedicato a mio padre e che ormai conosco alla perfezione visto che ne ho recentemente tentato la percorrenza in tappa unica fermandomi a poco più di venti chilometri dal traguardo, un viaggio per il quale mi sono studiato il percorso, che salvo bevi tratti mai avevo effettuato, nei minimi dettagli, percorrendolo più volte per intero ma a singole distinte tratte. Un lavoro, questo, intenso e interessante che mi ha dato tantissimi insegnamenti evocandomi così l’idea di metterli a frutto, di mettermi a disposizione di chiunque volesse percorrere questo sentiero e così, come appena fatto con altra persona, passo a Luca tutte le informazioni che mi chiede e gli offro la mia collaborazione anche per il seguito.

DCIM100MEDIA

Agosto 2017, Luca parte per la sua avventura sul sentiero 3V, lo seguo a distanza per il tramite di alcuni contatti telefonici, gli dipano in tempo reale alcuni dubbi e incertezze, lo sostengo e lo incito. Maddalena, Conche, Sonclino, Vaghezza, Maniva, “dai Luca sei al giro di boa, ora inizia la discesa”. Hai voglia della discesa, ci sono ancora migliaia di metri da fare, anche in salita: è solo una discesa virtuale, quella discesa che ti dipingi nella mente al fine di renderti più agevole il cammino. Luca procede deciso e, pian piano, lascia dietro di sé metri e chilometri: Monte Campione, Monte Guglielmo (l’antico Cölmen poi storpiato nel passaggio dal dialetto all’austriaco degli antichi topografi e da questo all’italiano), Croce di Marone, Almana, Zoadello, Pizzo Cornacchia, Quarone, Santuario della Stella, Monte Peso, Campiani, Picastello. Ecco che ai suoi piedi appare nuovamente la città, l’ultima discesa ed è fatta, s’infila nella stradina ciottolosa che entra tra le prime case di Urago Mella e perviene al suo meritato traguardo. Seppure a distanza esulto con lui per la splendida riuscita del suo viaggio e lo esorto a scrivermi un resoconto da pubblicare sul mio blog, dove, fra le altre cose, ho creato una sezione specifica per il sentiero 3V.

Giugno 2018, Luca, stimolato dallo scritto fatto per il mio blog e trovandosi materiale già pronto, mi chiede l’autorizzazione per utilizzarlo nella realizzazione di un libro: “ci mancherebbe altro, manco devi chiedermelo, è materiale tuo, per me è stato un onore pubblicarlo ma resta tuo e ci puoi fare quello che vuoi”.

Luglio 2018, Luca non perde tempo, giusto il tempo di rivedere gli scritti e aggiungervi qualche appunto sulla storia del sentiero ed ecco che il libro è pronto, il 27 viene ufficialmente presentato presso il Comune di Isorella, suo luogo natale. La sala straborda di persone, molte persone, cento, duecento, forse anche più, ci si deve stringere per far entrare tutti nella piccola Sala Consiliare, Luca è visibilmente commosso da questo afflusso, si aspettava tanti amici e parenti, ma qui ci sono tanti altri, più o meno conosciuti, più o meno sconosciuti, sono strafelice per lui e… per il 3V: tutti e due meritano successo, ambedue meritano siffatta attenzione.

Ma il libro? Ehm, si, il libro. “Il mio 3V – Il sentiero delle Tre Valli bresciane – Secondo me –“ di Luca Regonaschi edito Marco Serra Tarantola. Resoconto emozionale, coinvolgente descrizione che ci accompagna passo passo nelle emozioni vissute, negli incontri fatti, nei dubbi e nelle incertezze, nelle paure, eh si perché ci sono anche queste, e nelle soddisfazioni che un solo percorso a tappe sa creare e donare a chi lo percorre. Luca è un ragazzo solare, aperto, tutto il mio contrario, attacca facilmente bottone e lo si capisce benissimo man mano che si procede nella lettura: rapporti non solo convenzionali coi gestori delle strutture in cui pernotta, amicizie che si formano ad ogni incontro, il coinvolgimento in una festa di compleanno, l’ospitalità notturna di un lumezzanese, i cercatori di funghi della Vaghezza, Sergio e Nicola casualmente incontrati sulle tracce e via dicendo. Lo stile narrativo dello scritto ne rende fluida la lettura, la cominci e non te ne stacchi più, parola dopo parola, riga dopo riga, pagina dopo pagina, anche tu sali e scendi le montagne, anche tu ti perdi nel vortice emozionale e nella fatica, anche tu soffi e affanni chilometro dopo chilometro, anche tu tremi e sorridi, anche tu parli con le persone e la natura, anche tu disegni la tua discesa virtuale e ti incammini felice verso il traguardo, vedi la città sotto i tuoi piedi, percorri l’ultima discesa, entri in Urago e ne calpesti il ciottolato, ammiri con soddisfazione la targa che ne identifica la fine, gioisci del risultato. Un’oretta e volti il retro di copertina desideroso di metterti in cammino, la mente rivolta alla montagna, le gambe frementi di mettersi in moto, il cuore che già pompa per darti energia, una sola parola si visualizza davanti ai tuoi occhi: 3V.

Bravo Luca, un ottimo aiuto alla conoscenza del sentiero 3V “Silvano Cinelli”, la migliore risposta a quella domanda che ti poni nello stesso libro “cosa posso fare per contribuire alla conoscenza di questo percorso?” Ecco non solo ti sei risposto, ma l’hai fatto. Grazie Luca, grazie a nome del sentiero, grazie a nome di mio padre, grazie a nome mio personale e… segnatelo sul taccuino: fra poco ci riprovo io, poi un 3V ce lo facciamo insieme, magari in tappa unica, ma anche a tappe o, perché no, in ambedue le soluzioni (non credo nel 2019, forse nel 2020, la percorrenza a tappe la proporrò nell’ambito degli eventi VivAlpe del mio blog, siete tutti invitati).

IMG-20180721-WA0000

Corsa in montagna


Per poterci correre in montagna bisogna andarci moltissimo e non sempre di corsa!

Zaino Grivel Mountain Runner 20


Questo slideshow richiede JavaScript.

Sai com’è, ci sono delle cose che, anche se viste per pochi secondi, ti colpiscono profondamente nella mente da rimanerci indelebili e ritornare continuamente a farsi sentire, di più, a farsi vedere come nitide immagini di realtà aumentata, ti stai camminando e te le vedi davanti, stai lavorando e le vedi sovrapposte a quello che stai facendo, stai dormendo e ti appaiono nei sogni. Inutile, per quanto tu faccia non riesci a liberartene, ti dici che non ti servono e loro impudenti tornano alla carica, ti dici che magari non sono così belle come sembrano e loro irrispettose ti scrivono nella mente “provami”, ti dici che hai già speso troppo e loro maleducate si mettono a farti i conti in tasca. Oggetti empatici, talmente empatici da ricalcare i tuoi sentimenti e farli loro e alla fine non hai scampo, devi dargli ascolto, devi farle tue.

Portamento dello zainoCosì è stato per questo zaino da corsa in montagna, tenutosi nascosto mentre ne cercavo uno, poi apparso improvvisamente ai miei occhi poco tempo dopo aver fatto l’acquisto, nero e giallo com’era nero e giallo un mio precedente zaino da arrampicata che mi aveva egregiamente accompagnato in montagna per tantissimi anni, elegante e compatto com’era elegante e compatto quell’altro, della stessa marca, con la stessa forza attrattiva. L’altro, dopo avermi allo stesso modo prepotentemente catturato, m’aveva dato un prestigioso servizio e se tanto mi dà tanto.

Capita, poi, che le forze si combinino insieme arrivando a trasformare un microcosmo di sensazioni in un macrocosmo di desiderio, in un irrefrenabile impulso all’acquisto: l’altro zaino da corsa si dimostra inadeguato alle mie esigenze, di più, si rileva proprio un brutto zaino e così eccolo qui, davanti a me, sul mio tavolo, ormai parte di me, di un me che lo guarda estasiato, che, nonostante l’abbia già fatto in negozio, ancora lo gira e lo rigira esaminandolo nei minimi dettagli, di un me che ha già trovato e rimediato una piccolissima mancanza (il gancio portachiavi), ma nel contempo ne sta già apprezzando la forma perfetta e la magica struttura, di un me che già sogna le prossime avventure in compagnia del nuovissimo zaino giallo e nero, in compagnia di questo bellissimo Grivel Mountain Runner 20.

In linea di principio sarebbe troppo presto per farne una recensione, tutto sommato sono passate poche settimane dall’acquisto e l’ho utilizzato per poche volte e pochi chilometri, ma è troppo bello, troppo funzionale, troppo troppo per attendere oltre, d’altronde ci ho comunque fatto un giro di trenta chilometri con duemiquattrocento metri di dislivello tirato al massimo con diversi lunghi tratti di corsa, inoltre ho una certa esperienza di zaini (invero non solo di quelli) e posso ben farne la valutazione quasi solo guardandoli.

IMG_20180705_082915La forma è perfettamente cilindrica (una delle due sole forme ammissibili per uno zaino: cilindro e gerla), bordi laterali paralleli, base piana, fronte che si sviluppa perfettamente in verticale per quasi l’intero zaino e solo nei pressi della sommità s’inclina per unirsi al dorso con una parte superiore stretta e piana. Un colpo d’occhio che fa presagire un’ottima portabilità del carico, una perfetta vestibilità e una grande stabilità dell’insieme, un colpo d’occhio, tra l’altro, decisamente gradevole e a me reso ancor più piacevole dall’indovinata combinazione di colori: il nero della struttura generale dello zaino, il giallo delle cerniere e delle varie tasche, le piccole striscette bianche degli elementi riflettenti e i quattro baffi rossi del sistema di regolazione della taglia.

Molto leggero (550g) rispetto agli zaini da escursionismo ma, sebbene i venti litri di volume un poco giustifichino la cosa, ancora un poco più pesante di molti suoi compagni da corsa, è fatto con un mix di tessuti che appaiono tutti assai robusti, solo la maglina delle varie tasche appare critica potendo strapparsi a seguito dell’impigliamento di rami e spine, comunque è sempre applicata sopra il tessuto principale per cui eventuali rotture si possono fino ad un certo punto ignorare e poi facilmente sistemare con ago e IMG_20180705_091044filo. Non vengono date le specifiche tecniche del tessuto, la prova pratica ha dimostrato un’ottima traspirabilità e l’assenza di impermeabilizzazione ma la presenza del trattamento di idrorepellenza grazie al quale l’acqua scivola via sotto forma di palline sferiche rallentando l’infradiciamento del tessuto e del contenuto; c’è da osservare che lo scomparto principale ha la spalmatura su un lato del tessuto risultando impermeabile e forse evitandoci la necessità di un coprizaino (che per altro tenderebbe a scalzarsi vista l’assenza del classico gradino formato, negli zaini da alpinismo, dalla patta superiore), sebbene la cerniera non stagna possa comunque rappresentare una criticità (sarebbe stata forse opportuna una piccola sottile patta impermeabile di copertura della parte superiore). Le uniche due fibbie presenti sono pratiche e robuste, forse leggermente piccole per una buona manipolazione con i guanti o le mani indurite dal freddo. Appaiono altrettanto robuste tutte le altre parti in plastica. Le cerniere scorrono tutte molto bene, non sono stagne, dispongono di piccoli tiretti in metallo il cui utilizzo è reso più agevole da asole di robusto cordino annegate in comode prese plastiche, non molto grandi ma sufficienti per una buona presa, forse andavano fatte un poco più ruvide. Il fondo dello zaino non è rinforzato, cosa logica in ragione della tipologia corsaiola e dell’esigenza di contenimento del peso. Quando riempito sta in piedi anche da solo ma dipende da quanto e cosa ci abbiamo messo dentro, oltre che da come abbiamo sistemato il materiale: è consigliabile metterlo sempre sdraiato a terra o appoggiato a qualcosa.

IMG_20180705_083538Lo spazio di carico è stato suddiviso in tre distinti comparti, ognuno con la sua cerniera di accesso e la sua specificità d’uso, cosa che tiene adeguatamente separati i vari materiali e rende possibile un’ottima distribuzione del peso. Il comparto a contatto con la schiena è, incomprensibilmente, il più capiente, comodamente accessibile da una cerniera laterale verticale lunga quasi quanto l’intera altezza dello zaino contiene il velcro per appenderci la sacca idrica, operazione invero leggermente difficoltosa e che richiede IMG_20180705_083711l’appoggio su un tavolo o altra superficie orizzontale (si poteva forse studiare un modo per poter estrarre il velcro e poi, una volta collocato sull’aggancio della sacca idrica, velocemente rifissarlo al suo posto) e quello per appendere le chiavi (così ho dedotto io data la limitatissima dimensione), purtroppo collocato in una posizione che le rende si molto accessibili ma anche facilmente perdibili; data la generosa capienza di questo comparto dopo l’inserimento della sacca idrica avanza ancora spazio che, pur dovendosi tener conto del diretto contatto con la schiena e del dorso che non isola dal sudore, possiamo sfruttare per collocare altro materiale; sulla spalla destra è presente l’unica feritoia, chiusa con velcro, per l’uscita del tubetto dalla sacca idrica. Il comparto più esterno è il più piccolo ma offre comunque una bella capienza; è servito da una cerniera posta orizzontalmente nella parte alta del fronte, l’accesso è molto comodo (vi passa l’intera mano e avanza ancora spazio) e in esso vi trovano naturale collocazione tutti i materiali più piccoli quali barrette, gel, portafoglio, documenti, kit di pronto soccorso, chiavi (manca un gancio per appenderle ma, prima di scoprire il velcro all’interno del comparto più grande, ho facilmente rimediato cucendo un asola di stoffa sul bordino interno della cerniera collegandoci un piccolo moschettone extraleggero), lo smartphone, anche se ci si perde dentro e può rovinarsi nel contatto con gli altri oggetti, rigorosamente da tenere in IMG_20180705_091527apposita custodia stagna. Il comparto centrale è impermeabile, vi si accede attraverso una lunga cerniera che inizia alla base dello zaino, ne risale per intero un lato e prosegue lungo tutta la parte superiore; due cursori a scorrimento opposto permettono (posizionandoli in corrispondenza della curva) di differenziare l’apertura e l’accesso (laterale e superiore); il suo volume è un poco limitato e va in conflitto con quello del comparto più esterno; qui vi metterei gli elementi asciutti dell’abbigliamento tenendoli rigorosamente ben piegati e piatti. Sul fronte dello zaino è presente una capiente tasca in maglina elastica chiusa con un velcro centrale, appare la collocazione ideale per il materiale di utilizzo più frequente ma discontinuo, quale i guanti, il berretto, la maglia del secondo strato, il gilet antivento o, per chi si mette nudo, maglia e pantaloncini. Lungo i fianchi IMG_20180705_083239dello zaino, passando in anelli di fettuccia, con tensione uniforme scorrono i due cordini del sistema di variazione volumetrica, la regolazione avviene in alto sopra la spalla, soluzione molto comoda in quanto fruibile anche a zaino indossato; detto cordino è elastico e di discreto diametro facendo così ipotizzare un limitatissimo effetto taglio sui passanti. Alla base dello zaino è presente altro identico cordino (in realtà il cordino potrebbe essere uno solo che fa tutto il giro, ma essendo fissato allo zaino nelle sue due parti laterali inferiori è come se fossero tre) elastico con un cursore di tensionamento al centro (anche questo utilizzabile a zaino indossato) per stringere anche la parte basale dello zaino e spingere ancor più verso l’alto il materiale nello stesso contenuto; appare utilizzabile anche per il bloccaggio di un piccolo materassino o di un leggero sacco da bivacco.

IMG_20180705_083758Come per tutti gli zaini da corsa non esiste uno schienalino, questo non ha nemmeno un’imbottitura: solo un trasparentissimo (quindi traspirabilissimo) tessuto a maglia con rinforzi diagonali incrociati (Padded Air Mesh, un tessuto confortevole anche a torso nudo) separa la schiena dal materiale presente nel limitrofo comparto dello zaino; data la sua conformazione trattiene pochissimo sudore (anche perché buona parte finisce sul materiale presente nel comparto principale, da tener presente quando si sceglie cosa metterci in tale comparto) cosa decisamente preziosa quando ci si rimette lo zaino dopo averlo levato (si avverte solo minimamente il classico attimo di fastidioso gelo). Dal dorso due ali si prolungano nella parte inferiore ad abbracciare il torace e altre due si allungano nella parte superiore ad avvolgere le spalle, tutte fatte con lo stesso tessuto del IMG_20180705_083111dorso, quelle superiori rinforzate all’esterno con il tessuto principale (Air Mesh) cucito solo ai lati per lasciare spazio all’ingegnoso sistema di regolazione della taglia di ci parlo più avanti. Sull’esterno delle ali inferiori sono applicate due tasche (una per ala), abbastanza capienti (ci sta benissimo uno smartphone con schermo da cinque pollici, anche se si fatica un pochetto a farlo passare dalla cerniera, comunque operazione fattibile a zaino indossato) e servite da una cerniera superiore a tutta lunghezza, sopra di loro un’ulteriore tasca (una per lato) formata mediante il tessuto a maglia elastica e chiusa da un piccolo velcro centrale; anche qui, tra le ali e le tasche, è ricavato il vano per fissaggio, mediante il già citato sistema di regolazione della taglia, degli spallacci.

Gli spallacci, in Padded Air Mesh rinforzato sui soli bordi, sono confortevolmente dimensionati e leggermente elastici, quel tanto che basta a favorire l’indossamento dello zaino senza mettere a repentaglio il suo sostentamento; se siete a torso nudo e correte molto potreste sentire l’esigenza di usare dei copricapezzoli, camminando nessun IMG_20180705_083153problema. Come detto sono collegati al corpo dello zaino mediante un ingegnoso sistema di regolazione della taglia: gli spallacci non sono come sempre cuciti al dorso nella loro parte alta e in quella bassa collegati con la solita fettuccia regolabile, bensì scorrono liberamente all’interno delle dette sedi realizzate nelle quattro ali che si prolungano da dorso e bloccati mediante quattro pezzi di lungo e largo velcro (assai difficile da staccare); staccato il velcro (operazione piuttosto complessa che, d’altra parte, presumibilmente andrà fatta solo a zaino nuovo), aiutandosi con le opposte fascette di tessuto (rosse) si fanno scorrere gli spallacci all’interno delle sedi fino ad ottenere il posizionamento desiderato (operazione che, purtroppo, data l’automatica richiusura del velcro quando si tolgono le dita dalla sede per far scorrere lo spallaccio, richiede la ripetizione della complessa regolazione almeno due o tre volte, ma poi è fatta e siete a posto per sempre), quattro robuste striscette graduate (da +2 a -2) permettono di avere evidenza del posizionamento, che può essere identico su tutti e quattro i punti oppure differenziato in modo da adattarsi al meglio alla conformazione della persona; se durante l’operazione di apertura del velcro lo spallaccio dovesse inavvertitamente uscire dalla sua sede la fettuccia rossa è bloccata allo zaino e gli impedisce di sfuggire fuori poi lo si rimette in sede facilmente.

IMG_20180804_104950Estremamente confortevole (praticamente non lo si sente addosso), lo zaino veste benissimo, è molto stabile e rimane bello alto sulla schiena determinando il miglior portamento possibile: baricentro ben più in alto del nostro e molto vicino alla schiena per un carico verticale senza momento torcente all’indietro. Sul lato frontale degli spallacci sono applicate altre tre tasche per spallaccio: una è il portaborraccia. Quest’ultimo è posizionato poco sopra la base dello spallaccio, è leggermente basso ma comunque compatibile con ogni tipo di borraccia rigida e floscia, essendo chiuso con cordino elastico e cursore può diventare anche un portamateriali (ci sta una canotta o un paio di pantaloncini da corsa); ha un foro di scarico sul fondo rifinito con anellino metallico; un asola in cordino elastico (generata con un semplice nodo) è fissata poco sopra per stabilizzrae l’eventuale pipetta lunga della borraccia, purtroppo non è fissato allo spallaccio in modo rigido ma con in piccolo anellino di fettuccia che ne permette la rotazione e la caduta all’interno della tasca finendo bloccato tra questa e la borraccia. Alla base dello spallaccio c’è una taschina orizzontale con chiusura in velcro, bella larga ma un po’ troppo corta comunque comodissima. In alto, verso la spalla, la terza tasca, senza chiusura salvo il bordino elastico, comodissima per tenerci la barretta di primo utilizzo e il dispenser della crema da sole. Ai lati di ogni portaborraccia ci sono due taschine in maglina elastica, abbastanza larghe da potervi infilare persino uno smartphone con schermo da cinque pollici, manca una fettuccina per aprirle agevolmente indossando i guanti. Grazie alle cerniere molto scorrevole e ai pezzettini di velcro correttamente dimensionati, tutte le tasche sono accessibili senza togliere lo zaino, anche per chi, come il sottoscritto, non abbia una grande articolabilità della spalla e del IMG_20180705_083334braccio. Sugli spallacci sono montati il fischietto d’emergenza, posizionato in alto a destra è facilmente accessibile ma non si può modificare la sua posizione, e i due cinturini pettorali. Questi ultimi si possono far scorrere onde trovarne la migliore collocazione in conformazione al proprio torace, hanno il lato corto (comunque non troppo corto, quel tanto che lo lascia agevole da utilizzare) elastico e il lato lungo, con sistema di regolazione, rigido; la lunghezza delle fettucce di questi cinturini è eccessiva, in particolare quello più alto che se anche tirato al massimo rimane troppo lasco (e il mio torace non è propriamente stretto), inoltre manca un pratico sistema di raccolta e fissaggio della parte eccedente. Due asoline sullo spallaccio destro permettono di stabilizzare il tubetto della sacca dell’acqua, mentre manca una clip per fissarne il terminale (non tutte le camelbag ne hanno una in dotazione), ho comunque trovato a tale scopo pratico il cordino che chiude i portaborraccia.

IMG_20180705_082951

Vista dorsale dello zaino

 

Mancano: un sistema specifico per il fissaggio dei bastoncini (anche se a me non serve visto che non utilizzo i bastoncini), si possono infilare sotto il cordino del variatore volumetrico ma l’operazione richiede di togliere lo zaino; un aggancio sullo spallaccio per l’orologio (c’è chi preferisce non tenerlo al braccio specie col caldo e camminando nudo); la classica maniglia di trasporto nella parte superiore dello zaino (per brevi spostamenti all’interno di luoghi affollati è scomodo usare uno spallaccio e può dare intralcio metterselo a spalle); una tasca stagna per il solo smathphone; un fissaggio più sicuro per le chiavi. Modificherei anche il volume dei due comparti più grandi, riducendo quello a contatto con la schiena e ampliando quello stagno centrale. Vedrei molto bene una versione femminile.

In conclusione, questo Grivel Mountain Runner 20 necessita magari di attenzione nel carico dei materiali (mentre si è in marcia è invece tipico cacciarli dentro alla belle meglio) ed è poco agevole il fissaggio della sacca idrica, ma è proprio un bello zaino, pratico, comodo, stabile: è un piacere camminare e correre con lui sulle spalle. Decisamente promosso e consigliabile.

Importante integrazione consequenziale a un utilizzo sulla lunga distanza.

Camminare in montagna – Allenamento base


Prosegue da… Alimentazione e idratazione


Premessa importante: è certamente possibile praticare escursionismo senza fare specifici allenamenti, vorrà dire che ogni escursione sarà allenamento per la successiva con l’inevitabile conseguenza che ogni uscita sarà dolorosa e faticosa. Uhm, forse è meglio, molto meglio, allenarsi in modo specifico e godersi tutte le escursioni!

DCIM100MEDIA

Con allenamento base mi riferisco a quell’attività complementare all’escursionismo che ci permette di arrivare a camminare per sei ore continuative a una velocità media di due chilometri all’ora indipendentemente dalla tipologia di percorso: strada, mulattiera, sentiero o terreno vergine; piano, salita, discesa, misto. Potrebbe sembrare una prestazione banale ma vi assicuro che non lo è e vi invito a non fare confronti con le tempistiche che potete trovare su guide e cartine dato che è facile trovare discrepanze anche notevoli: a volte si riesce a stare abbondantemente nel tempo indicato, altre si fa molta fatica o addirittura non ci si riesce. In questa sede non è comunque importante risolvere il quesito, diciamo che ognuno può trovarsi i propri parametri di valutazione e poi fare riferimento a sé stesso.

Detto questo, come capire se ci si può considerare a posto con l’allenamento di base? Se già praticate da tempo l’escursionismo la cosa è facile, dovete solo rispondere alla seguente domanda: “riuscite a rispettare l’indicazione di riferimento sopra esposta?” Se potete rispondere “si sempre” allora siete a posto; se dovete rispondere “no, mai” oppure “quasi mai” o “solo alcune volte”, allora dovete decisamente seguire un programma di allenamento più o meno completo che definirete attraverso i test che riporto più sotto, test che ovviamente dovranno fare senza chiedersi nulla tutti coloro che non sono mai stati in montagna o in totale hanno fatto meno di trenta escursioni.

IMG-20170711-WA0012Sei sono gli aspetti che incidono sulla prestazione escursionistica, dobbiamo valutarli e allenarli tutti quanti: la forza mentale che ci permette di sopportare fatica e dolori portandoci a superare vari limiti soggettivi e, quindi, alla fine condiziona tutto il resto; la velocità che, per quanto qui ci interessa, equivale alla forza specifica dei muscoli delle gambe; la resistenza che è sostanzialmente legata all’attivazione di certi adattamenti fisiologici; la resistenza in velocità che è la combinazione dei due precedenti fattori; la propriocettività che determina l’equilibrio; la forza generale visto che il cammino coinvolge quasi per intero il nostro sistema muscolo-articolare.

Per ottimizzare il processo prima di tutto conviene fare l’intera serie di valutazioni, saremo così in grado di capire cosa allenare e come allenarlo.

Valutare la forza mentale

0548_ph. carla cinelli_edCome detto la forza mentale influenza tutti gli altri fattori prestazionali ed è pertanto il primo che andiamo a valutare. Il metodo più semplice e rapido è quello di fare una corsa:

  • indossare indumenti comodi e adeguati alla temperatura (tuta da ginnastica o pantaloncini e maglietta, ad esempio, ma anche niente se si ha la fortuna di poterlo fare);
  • trovare una strada pianeggiante (per comodità, ma va bene anche in salita o in discesa o con alternanza delle due) meglio se a fondo regolare (asfalto o sterrato) onde evitare la possibilità di prendere delle storte;
  • camminare a passo veloce (diciamo il sessanta percento della massima velocità che si è in grado di produrre e mantenere) per una decina di minuti al fine di compiere un adeguato riscaldamento;
  • a questo punto aumentare sensibilmente la velocità (ottanta percento) e tenerla per cinque minuti;
  • ora passare alla corsa con una velocità che ci porti poco (per non farsi del male) oltre la nostra zona di comfort (la frequenza cardiaca deve salire a centotrenta battiti al minuto) e mantenerla senza variazioni di velocità finché il fiato si fa pesante o le gambe diventano dure e pesanti;
  • rallentare leggermente ma sensibilmente e tentare di continuare a correre, ci riusciamo?

Se si riesce a correre ancora almeno per dieci minuti ci si può (per il livello escursionistico di base) ritenere a posto, in caso contrario dovremo allenare la nostra forza mentale.

Valutare la velocità

0145_ph-alberto-quaresmini_edNon è facile separare la velocità dalla resistenza dato che, alla fine, le due cose sono pur sempre collegate tra loro, ci sarebbe anche da prendere in considerazione la differenza tra le tipologie di fondo e le diverse inclinazioni che può assumere un percorso, ma per ora possiamo ignorare tutto questo: quello che vogliamo valutare (ed eventualmente allenare) è la capacità del nostro organismo di produrre e supportare una data velocità.

  • Scegliere un percorso pianeggiante (per escludere l’incidenza di eventuali deficit nella forza muscolare specifica e/o generica) su strada asfaltata o sterrato (per non crearci problemi di equilibrio o articolabilità di caviglie e anche) con una lunghezza di un chilometro.
  • Camminare in scioltezza (la respirazione dev’essere regolare e poco più profonda del nostro solito, si deve riuscire a parlare, se abbiamo modo di controllarla possiamo basarci sulla frequenza cardiaca che deve restare attorno ai novanta battiti al minuto) dall’inizio alla fine (non cambiare velocità).
  • Quanto tempo ci abbiamo messo? Se non arriviamo a coprire l’intera distanza calcoliamo quella coperta per usarla come quota di partenza nell’allenamento della velocità (che a quel punto diventerà un allenamento di velocità e resistenza).

Se ci abbiamo messo non più di un’ora possiamo considerarci a posto, altrimenti dobbiamo allenare la nostra velocità.

Valutare la resistenza

0891_ph. alberto quaresmini_edQui vogliamo verificare se i nostri muscoli sono in grado di lavorare per le sei ore continuative che ho definito come riferimento del livello escursionistico di base.

  • Scegliere un percorso pianeggiante con una lunghezza di dodici chilometri (quella che corrisponde ai due chilometri all’ora per sei ore che rappresentano il riferimento del livello base).
  • Percorrerlo camminando per sei ore in scioltezza (la respirazione dev’essere regolare e poco più profonda del nostro solito, bisogna riuscire a parlare, eventualmente se abbiamo modo di controllarla possiamo basarci sulla frequenza cardiaca che deve restare attorno ai novanta battiti al minuto);
  • Allo scadere della sesta ora fermarsi anche se non si è coperta l’intera lunghezza dei dodici chilometri.
  • La velocità è rimasta costante?

Se la velocità è rimasta costante siamo a posto, altrimenti dobbiamo allenarci sulla resistenza.

Valutare la resistenza in velocità

0389_ph-fabio-corradini_edQuesto test è da farsi solo se abbiamo superato ambedue i precedenti e serve per verificare se siamo in grado di mantenere i due chilometri all’ora per tutte le sei ore definite come tempo di riferimento per il livello base.

  • Scegliere un percorso pianeggiante con una lunghezza di dodici chilometri.
  • Percorrerlo mantenendo dall’inizio alla fine la velocità di due chilometri all’ora.
  • Ci siamo riusciti?

Se si siamo a posto, altrimenti dobbiamo allenare la nostra resistenza in velocità.

Valutare la propriocettività

Jpeg

Al livello escursionistico di base non sarebbe un aspetto fondamentale, senonché c’è pur sempre un discorso di sicurezza: camminare su un fondo irregolare può metterci in difficoltà e cadere in certe circostanze (sentiero esposto, prati ripidi, paretine rocciose e altre similari situazioni nelle quali anche l’escursionista medio può venirsi a trovare) potrebbe voler dire rischiare infortuni anche gravi, se non addirittura la morte.

Riusciamo a stare in equilibro a occhi chiusi senza sbilanciarci per almeno trenta secondi sia sulla sola gamba destra che sulla sola gamba sinistra? Se si siamo a posto, altrimenti dobbiamo migliorare la nostra propriocettività.

Valutare la forza generale

A livello di base non abbiamo bisogno di fare una valutazione specifica: se abbiamo superato i precedenti test abbiamo una forza generale di certo adeguata, altrimenti potremmo aver bisogno di qualche esercizio specifico per aiutarci nel miglioramento degli altri fattori.

Allenare la mente

DSC_0172Come già visto con una forza mentale troppo debole non potremo allenare le restanti qualità, quindi è necessariamente la prima cosa su cui lavorare.

  • Indossare indumenti comodi e adeguati alla temperatura (tuta da ginnastica o pantaloncini e maglietta, ad esempio, ma anche niente se si ha la fortuna di poterlo fare).
  • Trovare una strada pianeggiante (per comodità, ma va bene anche in salita o in discesa o con alternanza delle due) meglio se a fondo regolare (asfalto o sterrato) onde evitare la possibilità di prendere delle storte.
  • Camminare a passo veloce (diciamo il sessanta percento della massima velocità che si è in grado di produrre e mantenere) per una decina di minuti al fine di compiere un adeguato riscaldamento.
  • A questo punto aumentare sensibilmente la velocità (ottanta percento) e tenerla per cinque minuti.
  • Ora passare alla corsa con una velocità che ci porti poco (per non farsi del male) oltre la nostra zona di comfort (la frequenza cardiaca deve salire a centotrenta battiti al minuto) e mantenerla senza variazioni di velocità finché il fiato si fa pesante o le gambe diventano dure e pesanti.
  • Rallentare leggermente ma sensibilmente e continuare a correre finché ci riesce; l’obiettivo è portare questo tempo a venti minuti.

Allenare la velocità

IMG_20180425_102246Una volta che siamo a posto con la forza mentale possiamo dedicarci alla velocità. I percorsi saranno su strada asfaltata o sterrata (il fondo liscio e regolare ci consente di fare confronti migliori fra le varie sedute, specie se cambiamo ogni volta percorso, utile per non annoiarsi) e pianeggianti (per escludere l’incidenza di eventuali problemi di forza specifica); fare sei allenamenti (sei giorni consecutivi) a settimana, il settimo eseguire recupero passivo (non fare escursioni ne camminate) o attivo (fare una breve camminata a blanda velocità), se nella settimana programmate un’escursione rimandate l’allenamento alla settimana successiva ponendoci in mezzo un giorno di recupero passivo. Partire dal livello che si ritiene di poter già eseguire senza problemi (se poi così non fosse retrocederemo a quello immediatamente precedente); camminare senza soste ne fermate; alla prima esecuzione procedere alla velocità che si pensa di poter mantenere per l’intero percorso (se poi non ci riusciremo alla successiva seduta adotteremo una velocità sensibilmente più bassa), di seduta in seduta aumenteremo progressivamente la nostra velocità. Passare al livello successivo o, per l’ultimo livello, alla fase che segue solo dopo che per tre settimane si riesce a completare il percorso nel riferimento indicato come obiettivo del livello corrente senza avvertire forte stanchezza e/o dolori né in tempo reale né nelle quarantotto ore successive. Nel caso che la stanchezza o i dolori siano ancora presenti al momento di effettuare la nuova sessione di allenamento, la rimanderemo, se comparissero nel corso della seduta la interromperemo immediatamente, riprenderemo l’allenamento alla scomparsa della fatica e dei dolori, comunque non prima di due giorni. Eventuali escursioni che potremmo fare nel frattempo le useremo per valutare i benefici dell’allenamento ma non le computeremo come seduta di allenamento.

  1. Da farsi solo se nella valutazione di velocità non si è raggiunto il chilometro. Iniziando dalla distanza raggiunta nella valutazione e incrementandola, man mano che si copre il percorso senza problemi, di cento metri, arrivare a camminare un chilometro.
  2. Camminare per un chilometro con un tempo di percorrenza che, man mano che si copre il percorso senza problemi, va diminuito di due minuti fino coprire il percorso in trenta minuti.

Allenare la resistenza

IMG_0860Acquisita la necessaria velocità di base ci possiamo dedicare al rinforzo della resistenza. I percorsi saranno ancora su strada asfaltata o sterrata e pianeggianti. Partire dal livello che si ritiene di poter già eseguire senza problemi (se poi così non fosse retrocederemo a quello immediatamente precedente); camminare senza soste ne fermate; procedere in scioltezza (la respirazione dev’essere regolare e poco più profonda del vostro solito, bisogna riuscire a parlare, eventualmente se abbiamo modo di controllarla possiamo basarci sulla frequenza cardiaca che deve restare attorno ai novanta battiti al minuto). Passare al livello successivo o, per l’ultimo livello, alla fase che segue solo dopo che per tre settimane si riesce a completare il livello corrente senza diminuire la velocità e senza avvertire forte stanchezza e/o dolori né in tempo reale né nelle quarantotto ore successive. Nel caso che la stanchezza o i dolori siano ancora presenti al momento di effettuare la nuova sessione di allenamento, la rimanderemo, se comparissero nel corso della seduta la interromperemo immediatamente, riprenderemo l’allenamento alla scomparsa della fatica e dei dolori, comunque non prima di due giorni. Eventuali escursioni che potremmo fare nel frattempo le useremo per valutare i benefici dell’allenamento ma non le computeremo come seduta di allenamento.

  1. Un’ora. Tre volte a settimana (giorni non consecutivi).
  2. Un’ora e mezza. Due volte a settimana (giorni non consecutivi).
  3. Due ore. Due volte a settimana (giorni non consecutivi).
  4. Tre ore. Almeno una volta a settimana.
  5. Quattro ore. Almeno una volta a settimana.
  6. Cinque ore. Almeno una volta a settimana.
  7. Sei ore. Almeno una volta a settimana.

Allenare la resistenza in velocità

IMG-20170711-WA0006Acquisita anche la necessaria resistenza ci possiamo dedicare al rinforzo della resistenza in velocità. I percorsi saranno ancora su strada asfaltata o sterrata e pianeggianti. Partire dal livello che si ritiene di poter già eseguire senza problemi (se poi così non fosse retrocederemo a quello immediatamente precedente); camminare senza soste ne fermate; procedere, finché ci si riesce, ad una velocità costante di due chilometri all’ora. Passare al livello successivo o, per l’ultimo livello, alla fase che segue solo dopo che per tre settimane si riesce a completare il livello corrente senza diminuire la velocità e senza avvertire forte stanchezza e/o dolori né in tempo reale né nelle quarantotto ore successive. Nel caso che la stanchezza o i dolori siano ancora presenti al momento di effettuare la nuova sessione di allenamento, la rimanderemo, se comparissero nel corso della seduta la interromperemo immediatamente, riprenderemo l’allenamento alla scomparsa della fatica e dei dolori, comunque non prima di due giorni. Eventuali escursioni che potremmo fare nel frattempo le useremo per valutare i benefici dell’allenamento ma non le computeremo come seduta di allenamento.

  1. Due chilometri. Tre volte a settimana (giorni non consecutivi).
  2. Tre chilometri. Due volte a settimana (giorni non consecutivi).
  3. Quattro chilometri. Almeno una volta a settimana.
  4. Cinque chilometri. Almeno una volta a settimana.
  5. Sei chilometri. Almeno una volta a settimana.
  6. Sette chilometri. Almeno una volta a settimana.
  7. Otto chilometri. Almeno una volta a settimana.
  8. Nove chilometri. Almeno una volta a settimana.
  9. Dieci chilometri. Almeno una volta a settimana.
  10. Undici chilometri. Almeno una volta a settimana.
  11. Dodici chilometri. Almeno una volta a settimana.

Allenare la resistenza in salita

DSC06471Fino ad ora abbiamo lavorato in piano, ma le escursioni comportano salite e discese, dobbiamo allora dedicare attenzione anche alla resistenza in salita. I percorsi, che saranno ancora su strada asfaltata o sterrata (se si hanno difficoltà a reperire percorsi di questa tipologia si possono sfruttare anche combinazioni con mulattiere o sentieri a patto che siano abbastanza regolari sia come fondo che come pendenza), ora saranno tutti da dodici chilometri e composti in parte uguale (anche con alternanza ripetuta) sia da salita che da discesa (se avete modo di farvi venire a prendere in auto o di rientrare con mezzi di servizio pubblici potete anche fare tutta salita); il dislivello indicato non è la somma di positivo e negativo ma il singolo valore di salita (positivo) e di discesa (negativo), se fate solo salita dovete raddoppiarlo onde mantenere la stessa inclinazione media (sarà difficile avere un’inclinazione costante, ma tutto sommato poco importa, meglio comunque utilizzare lo stesso percorso fino al completamento di un livello); fare almeno un allenamento a settimana. Partire dal livello che si ritiene di poter già eseguire senza problemi (se poi così non fosse retrocederemo a quello immediatamente precedente); camminare senza soste ne fermate; procedere, finché ci si riesce, ad una velocità costante di due chilometri all’ora (essendo in salita sarà difficile avere una pendenza costante e, quindi, una velocità realmente costante, potete basarvi sulla velocità media computata sul chilometro o, meglio, sul mezzo chilometro). Passare al livello successivo solo dopo che per tre settimane si riesce a completare il percorso corrente nel tempo di sei ore senza avvertire forte stanchezza e/o dolori né in tempo reale né nelle quarantotto ore successive. Nel caso che la stanchezza o i dolori siano ancora presenti al momento di effettuare la nuova sessione di allenamento, la rimanderemo, se comparissero nel corso della seduta la interromperemo immediatamente, riprenderemo l’allenamento alla scomparsa della fatica e dei dolori, comunque non prima di due giorni. Eventuali escursioni che potremmo fare nel frattempo le useremo per valutare i benefici dell’allenamento ma non le computeremo come seduta di allenamento, a meno che non abbiano caratteristiche conformi o superiori a quelle del livello di allenamento corrente e la velocità minima di cammino (velocità media computata sul chilometro o, meglio, sul mezzo chilometro) sia coincidente o superiore ai due chilometri all’ora.

  1. Trecento metri di dislivello.
  2. Quattrocento metri di dislivello.
  3. Cinquecento metri di dislivello.
  4. Seicento metri di dislivello.
  5. Settecento metri di dislivello.
  6. Ottocento metri di dislivello.
  7. Novecento metri di dislivello.
  8. Mille metri di dislivello.

Allenare la propriocettiva

Questa fase può invero essere eseguita anche in sovrapposizione alla precedente. A questo punto le nostre prestazioni escursionistiche saranno decisamente conformi all’obiettivo prefissato e indicato come riferimento per il livello di base, ma, fino ad ora, abbiamo lavorato su fondi regolari e nelle uscite in montagna potremmo rilevare problemi nel mantenere l’equilibrio, passiamo quindi ad allenare la propriocettività; consiglio vivamente di fare questi esercizi a corpo nudo, potremo più facilmente verificare il posizionamento e percepire l’equilibrio. Iniziare dal livello che si ritiene di poter già eseguire senza problemi (se poi così non fosse retrocederemo a quello immediatamente precedente) e passare al livello successivo solo dopo che per tre settimane si riesce a completare il livello corrente senza sbilanciamenti, nemmeno lievi. Durante ogni esercizio la testa dev’essere in posizione di riposo (dritta e con il mento lievemente abbassato: non dovete sentire tensioni alla nuca e sulle spalle), tenere lo sguardo dritto davanti a voi (le prime volte potreste essere tentati ad abbassarlo per migliorare la stabilità, se proprio non riuscite ad evitarlo bene, ma ripetete il livello fino a che riuscite a tenerlo costantemente alto). Se perdete la stabilità, rimettetevi in equilibrio e continuate l’esercizio fino ad esaurimento del tempo.

  1. IMG_0943In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per un minuto.
  2. In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per due minuti.
  3. In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per tre minuti.
  4. In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi chiusi. Mantenere la posizione per un minuto.
  5. In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi chiusi. Mantenere la posizione per due minuti.
  6. In piedi, piedi alla larghezza delle anche, ben dritti e allineati fra loro, braccia distese lungo i fianchi, occhi chiusi. Mantenere la posizione per tre minuti.
  7. In piedi sulla sola gamba destra, piede ben dritto in avanti, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per un minuto. Ripetere con la gamba sinistra.
  8. In piedi sulla sola gamba destra, piede ben dritto in avanti, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per due minuti. Ripetere con la gamba sinistra.
  9. In piedi sulla sola gamba destra, piede ben dritto in avanti, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per tre minuti. Ripetere con la gamba sinistra.
  10. In piedi sulla sola gamba destra, piede ben dritto in avanti, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per quattro minuti. Ripetere con la gamba sinistra.
  11. In piedi sulla sola gamba destra, piede ben dritto in avanti, braccia distese lungo i fianchi, occhi aperti. Mantenere la posizione per cinque minuti. Ripetere con la gamba sinistra.

Allenare la forza generale

Questa fase può essere eseguita anche in sovrapposizione (mescolandole o tenendole differenziate) alla precedente. A questo punto, se ne abbiamo bisogno (ad esempio test di valutazione negativo, dolori alla schiena o alle braccia o alle caviglie durante o dopo le escursioni, difficoltà nel superare i tratti gradinati o singoli gradini molto alti, crampi a gambe o polpacci nelle salite ripide), possiamo lavorare sulla nostra forza generale. A questo livello non abbiamo di fare grandi cose, solo pochi esercizi da ripetere almeno due volte alla settimana fino alla risoluzione dei detti problemi; consiglio vivamente di farli a corpo nudo. Non sono un insegnante di ginnastica né un allenatore pertanto quanto segue è solo l’elenco di alcuni degli esercizi che ho usato e ancora quotidianamente utilizzo per i miei allenamenti (sono contemplati anche alcuni esercizi di allungamento e articolabilità utili alla prevenzione di certi traumi), liberi di trovarne altri o di rivolgervi a un personal trainer.

  1. IMG_0998Flessibilità della caviglia (nel cammino è molto importante: più la caviglia è flessibile più potremo sfruttare, in salita quanto in discesa, l’appoggio dell’intera suola riducendo lo scivolamento; nelle discese ripide, poi, è importante riuscire ad appoggiare prima la punta del piede, cosa che richiede una buona estensioni in avanti dello stesso) – In piedi, una mano appoggiata su un tavolo o altro sostegno stabile ad altezza dei vostri fianchi, alzare la gamba destra di circa trenta gradi, estendere il piede in avanti fino a sentire una discreta tensione sopra la tibia, mantenere la posizione un secondo, flettere il piede all’indietro fino a sentire una discreta tensione sul polpaccio, mantenere la posizione per un secondo. Ripetere dieci volte senta intervallo. Ripetere con il piede (e gamba) sinistro.
  2. Articolabilità della caviglia (ci preserva dalle storte molto più di quanto possano fare delle morbide pedule alte) – In piedi, una mano appoggiata su un tavolo o altro sostegno stabile ad altezza dei vostri fianchi, alzare la gamba destra di circa trenta gradi, ruotare il piede verso l’esterno per dieci volte cercando la massima estensione articolare in ogni direzione. Ripetere con il piede (e gamba) sinistro. Ripetere ruotando il piede verso l’interno.
  3. Allungamento polpacci (li riscalda per il successivo esercizio) – Appoggiarsi con le punte dei piedi su un rialzo di almeno venti centimetri (gradino), mantenendo la posizione eretta abbassare il tallone fino a percepire una discreta tensione al polpaccio, mantenere la posizione per quindici secondi, alzarsi sulle punte dei piedi, mantenere la posizione cinque secondi, tornare in posizione di partenza. Ripetere tre volte con 5 secondi di intervallo.
  4. Rinforzo polpacci (nelle salite ripide, quelle che ci portano a lavorare più di punta che con l’intera pianta del piede, sono molto sollecitati) – In piedi, piedi alla larghezza delle anche tenendoli paralleli fra loro, braccia distese lungo i fianchi. Sollevarsi sulla punta delle dita e subito ridiscendere con il tallone a terra. Ripetere dieci volte senza intervallo.
  5. IMG_0983Allungamento quadricipiti (li riscalda per il successivo esercizio) – In ginocchio, gambe avvicinate ma che non si toccano, parallele tra loro, piedi in estensione, mani appoggiate sui quadricipiti o lasciate distese lungo i fianchi. Abbassare i glutei avvicinandoli ai talloni, se sentite dolore alle ginocchia o ai quadricipiti ponete le mani in appoggio a terra e scaricate sule braccia una parte del vostro peso (oppure cambiate esercizio: in piedi, alzare il piede destro da terra e impugnare la caviglia con la mano corrispondente, tirando con la mano portare il tallone verso il gluteo, mantenere la posizione per quindici secondi, portare il piede a terra e ripetere con l’altro piede), arrivate a sentire una discreta tensione sui quadricipiti, mantenete la posizione per dieci secondi e poi riportatevi nella posizione di partenza. Ripetere tre volte con un recupero passivo di quindici secondi, dopo l’ultima ripetizione non fare il recupero ma passere immediatamente all’esercizio successivo.
  6. Rilassamento legamenti del ginocchio (probabilmente sollecitati e induriti dall’esercizio precedente) – Seduti, gambe avvicinate ma non unite, distese in avanti, piedi a martello, braccia allungate indietro, mani in appoggio a terra, busto eretto o appena inclinato all’indietro. Spingere le ginocchia verso il basso fino a far rientrare la rotula (si nota la formazione di due fossette, una per lato, sui fianchi delle ginocchia), mantenere la posizione per trenta secondi.
  7. IMG_0957Rinforzo quadricipiti (di certo il distretto muscolare che più di tutti lavora nel cammino in salita) – Posizionarsi di fronte a un gradino (panca, sedia, l’importante che diano un appoggio stabile e robusto) alto all’incirca quanto le nostre ginocchia, in piedi, gambe alla larghezza delle anche, piedi paralleli fra loro. Inspirare, alzare il piede destro e posizionarlo sopra il gradino, spostare leggermente in avanti il bacino (il nostro baricentro deve portarsi sulla verticale del tallone posto sul gradino), spingendo sulla gamba piegata espirando sollevarsi estendendo completamente la gamba destra fino a poter appoggiare il piede sul gradino vicino al destro, immediatamente rialzare il piede sinistro e, senza farlo cadere violentemente a terra, inspirando riportarlo a terra tenendolo esteso (permette di ammortizzare il contatto con il terreno). Ripetere dieci volte senza intervallo. Ripetere con la gamba sinistra.
  8. IMG_0979Rinforzo del core (col termine “core” ci si riferisce all’insieme muscolare che rappresenta il centro del nostro corpo: addominali, dorsali, eccetera; anche se non sembra, avere un core tonico e sufficientemente potente è importantissimo ai fini di un cammino più efficiente e senza dolori, specie alla schiena) – Ci sono molti esercizi per il core, molti sono specifici per uno o pochi muscoli, alcuni richiedono una valutazione posturale prima d’essere utilizzati, uno è generico e praticabile da tutti: il plank. Mettersi in ginocchio, piedi a martello, appoggiare gli avambracci a terra piuttosto avanti (troverete la misura giusta con due o tre prove), raddrizzando le ginocchia sollevarsi da terra portando le spalle sulla verticale dei gomiti (che restano appoggiati a terra) e mettendo il corpo in linea, mantenere in linea anche il collo e la testa, lo sguardo deve cadere sui polsi. Respirando normalmente mantenere la posizione del plank per dieci secondi. Ripetere tre volte con un intervallo di trenta secondi, durante i quali si resta seduti senza fare niente (recupero passivo).
  9. IMG_0989Rinforzo braccia (nel cammino sono coinvolte solo se si utilizzano i bastoncini, in ogni caso è sempre bene mantenere un equilibrio tra i vari gruppi muscolari per cui un poco di allenamento anche per queste non guasta) – Inginocchiarsi, piedi a martello leggermente discosti, appoggiare le mani a terra in linea con le spalle e sensibilmente allargate, dita in avanti, a braccia ben distese sollevare le ginocchia da terra, mettere il corpo bene in linea compreso il collo e la testa, sguardo verso le mani. Inspirando piegare le braccia senza allargare i gomiti che devono restare il più vicino possibile al busto (scendendo all’indietro invece che in fuori), il corpo deve restare perfettamente allineato, Arrivati con il mento che sfiora il terreno, espirando ridistendete le braccia fino a tornare nella posizione di partenza, attenzione a non inarcare la schiena. Eseguire cinque piegamenti, se non ci si riesce invece di appoggiarsi solo sulle punte dei piedi si possono appoggiare anche le ginocchia (tenendo i piedi sollevati da terra uniti o incrociati). Ripetere tre volte con un intervallo di trenta secondi, durante i quali si resta in ginocchio a braccia distese verso il basso senza fare niente (recupero passivo).

Mantenere la prestazione di base

Abbiamo, magari con una discreta fatica e qualche dolore, raggiunta la prestazione di base, come possiamo mantenerla? Se da qui in avanti faremo un’escursione alla settimana possiamo limitarci agli esercizi di forza generale da eseguirsi almeno due volte alla settimana, se necessario incrementando un poco il carico (aumento dei tempi o/e delle ripetizioni), in caso contrario sarà opportuno effettuare almeno un allenamento alla settimana: su strada asfaltata o sterrata pianeggiante un’ora di cammino (se fate più di un allenamento a settimana potete ridurre a quaranta minuti) a velocità di quattro chilometri l’ora o mezz’ora di corsa blanda (sei/sette chilometri l’ora).

Sitografia di riferimento e approfondimento

Mondo Nudo – Computare il tempo di percorrenza di un sentiero escursionistico

Mondo Nudo – Scala delle difficoltà escursionistiche


Continua in…  Allenamento evoluto


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

 

Camminare in montagna – Alimentazione e idratazione


Prosegue da… Il nudo


Istantanea 2 (24-04-2017 09-47)Non sono un dietologo e nemmeno un qualsiasi altro genere di medico, non ho titoli specifici che mi possano dare una qualche forma di autorità in ambito dietologico o alimentaristico, d’altra parte non è di diete (in merito alle quali dico solo che vanno fatte esclusivamente dietro indicazione medica e devono essere definite da un dietologo, non da riviste, vip o altri personaggi di tendenza) che vi voglio parlare, tutto sommato nemmeno di regime alimentare di base (in relazione al quale mi permetto solo di far osservare quanto la stragrande maggioranza dei dietologi e degli alimentaristi suggerisce: il migliore è quello che non fa mancare niente), quello che andrò di seguito a scrivere sono solo dei principi (ovviamente rubati ad esperti e da me poi personalmente sperimentati) e delle astuzie (alcune lette in giro, altre trovate da solo, comunque tutte confermate dalla mia e altrui prolungata esperienza) in merito a come alimentarsi e idratarsi durante l’uscita o nelle ore che la precedono o la seguono di poco. Ovviamente il tutto è strettamente correlato all’impegno che dovremo andare ad affrontare, più questo è alto e più attenzione dobbiamo metterci, in ogni caso si può individuare una base comportamentale comune alla quale farò riferimento.

Principi generali

  • Evitare di appesantire lo stomaco.
  • Evitare la formazione di gas nello stomaco e nell’intestino.
  • Immagazzinare quanto poi servirà a produrre la necessaria energia, ovvero carboidrati e grassi, evitandone nel contempo un inutile (o deleterio) sovraccarico.
  • Durante l’uscita mantenere costantemente attive le scorte energetiche.
  • Alimentarsi in cinque o sei pasti al giorno dando più e pari importanza a colazione e cena, per poi suddividere il resto tra pranzo e due o tre spuntini, questi ultimi meglio se a base di frutta o verdura.
  • Mantenersi ben idratati.

Prima dell’uscita

Nelle ventiquattr’ore che precedono la partenza…

  • Evitare di assumere cibo a lenta digeribilità, in particolare latte, frutta, verdura, cereali ed ogni altro alimento che sappiamo esserci ostico da digerire o che ci provochi altri fastidi, quali flatulenza o irritazioni epidermiche.
  • Progressiva riduzione delle proteine.
  • Parallelo progressivo incremento dei carboidrati, anche ad alto indice glicemico.
  • Equilibrata assunzione di grassi, all’incirca nella stessa quantità dei carboidrati.
  • Bere molta acqua (da due a tre litri), possibilmente alcalina (ph superiore a 7) e a basso contenuto di anidride carbonica (non gassata, naturale come usualmente si dice).
  • Evitare le bibite gassate e i super alcolici.
  • Contenere il più possibile l’assunzione di vino e birra, meglio evitarlo del tutto nelle sei ore precedenti la partenza.

Due ore prima della partenza fare uno spuntino energetico a base di carboidrati a basso indice glicemico e grassi.

Durante l’uscita

  • Mantenersi adeguatamente idratati, non si deve mai arrivare a sentire la sete, attenzione che la sensazione di secchezza alla bocca è già un segnale di disidratazione, avete aspettato troppo o bevuto troppo poco, alla prima istanza è ancora rimediabile ma poi diventa sempre più critico; volendo dare un’indicazione più chiara, ma che risente comunque di tante variabili (temperatura, vento, umidità, quota, insolazione, composizione corporea e altro), possiamo dire che si deve bere da un decilitro a venti decilitri ogni quindici minuti.
  • Se la durata dell’uscita e breve (meno di tre ore) ci basta l’acqua.
  • Se l’intensità dello sforzo è molto alto (corsa o cammino molto veloce) e/o si prolunga parecchio nel tempo (sopra le tre ore) all’acqua pura è utile accompagnare una soluzione ipo (concentrato di soluto inferiore a quello del nostro sangue, facile da digerire ma con meno apporto di sali) o iso (concentrato di soluto identico a quello del nostro sangue, più difficile da digerire ma più efficace) tonica, io preferisco la prima; da nessuna parte ho trovato indicazioni in merito alla proporzione tra l’acqua pura e l’acqua con integratore, dopo vari test io l’ho fissata in quattro a uno; la soluzione potete farvela voi stessi, oppure utilizzare le apposite polveri da disciogliere in acqua o le soluzioni già pronte, fate dei test per trovare la formulazione o il prodotto a voi più congeniale usando come indicatori la digeribilità e il gradimento al palato; il soluto può essere composta da soli sali (come facilmente accadrà se ve lo fate in proprio) o da sali e carboidrati (come nelle polveri e nelle soluzioni già pronte, che risultano quindi utili anche al mantenimento energetico)
  • Se la durata dell’uscita supera le tre ore, dopo un’ora dalla partenza assumere una barretta energetica o altro prodotto / alimento energetico a voi congeniale che contenga carboidrati ad assorbimento graduale, dopo vari test io preferisco le barrette: meno gradevoli al palato ma più equilibrate, più digeribili, più efficienti, più semplici da trasportare e da assumere.
  • Se la durata supera le tre ore e l’intensità è alta dopo il primo assumere altri prodotti o alimenti energetici con carboidrati sia ad assorbimento rapido che graduale, nel caso si utilizzino alimenti predisporli in piccole porzioni. La frequenza di assunzione molti la indicano in ogni ora, personalmente sui percorsi molto lunghi (oltre le 18 ore) penso, specie usando per l’idratazione una soluzione con carboidrati, sia meglio allungare all’ora e mezza o anche due per evitare un eccesso di nutrienti e sforarne i valori consigliati (VNR), bisogna fare dei test per capire quali siano i prodotti o gli alimenti più tollerati e con quale cadenza assumerli (di certo non meno di un’ora e non più di due). I prodotti solidi (esempio barrette e frutta) ci impegnano nella masticazione e pertanto vanno assunti solo in discesa o sui lunghi piani; i gel non impegnandoci nella masticazione si possono assumere in ogni momento ma, dato che richiedono un certo sforzo per essere estratti dal contenitore e molti anche il rovesciamento della testa all’indietro, il momento migliore sono i piani e le discese; i prodotti liquidi (gel già disciolti in acqua e purea di frutta) vanno sempre bene ma meglio riservarli alla soluzione di eventuali crisi energetiche che possano insorgere nel mezzo delle salite; non mi baserei solo sui gel liquidi, intanto perché se ne possono assumere non più di due al giorno e poi perché non ostacolano l’insorgere dei sintomi della fame, come invece fanno in parte le barrette; la purea di frutta, che apporta poca energia e agisce sulla sensazione di fame prevenendola o attenuandola, negli sforzi di bassa intensità (cammino tranquillo o moderato) può anche essere utilizzata come unico apporto di energia.
  • Se l’intensità è bassa e il percorso non supera le sei ore di percorrenza possiamo anche non assumere prodotti energetici dopo il primo e attendere la sosta per il pranzo.
  • Alla sosta per il pranzo assumere cibi che si digeriscono facilmente e che apportino un equilibrato mix di carboidrati e grassi, le proteine sono sostanzialmente inutili ma è anche inutile (difficile o addirittura impossibile) cercare di non assumerle. Accompagnate il cibo con abbondante acqua, se non ripartite immediatamente e li gradite sono accettabili anche un bicchiere di buon vino o una caraffa di birra.
  • Se il pranzo conclude l’impegno della giornata (ad esempio percorsi a tappe), alle indicazioni di cui sopra conviene associare anche quelle che seguono, relative al dopo uscita.

Dopo l’uscita

  • Nella prima mezz’ora reidratassi abbondantemente; non bisogna preoccuparsi delle perdite saline che, come si può leggere nella sitografia sotto riportata, alla fine sono irrilevanti e verranno recuperate in poco tempo senza bisogno di fare alcunché di specifico.
  • Contemporaneamente assumere un poco di proteine (un grammo ogni quattro chili del proprio peso) per attivare e facilitare la riparazione dei microtraumi che ogni attività fisica ci procura.
  • Se l’impegno è stato notevole possiamo, sempre nella prima mezz’ora, aggiungere anche una dose (vedere istruzioni sulla relativa confezione) di aminoacidi essenziali che aiutano il processo rigenerativo (si possono assumere anche mediante il cibo ma, specie se siamo in un rifugio o, peggio ancora, bivacchiamo, potrebbe essere piuttosto complicato assumerne la dose ideale, quindi le pastiglie tornano comode).
  • Entro l’ora assumere un grammo di carboidrati per ogni chilogrammo del proprio peso.

Sitografia di riferimento e approfondimento

Nutrizione Sport – L’alimentazione e l’integrazione negli sport di resistenza

Sporteat – Grassi e endurance: la nuova frontiera dell’energia

Dad2Tri – L’alimentazione degli sport di endurance: le proteine, i mattoni per i nostri muscoli

Dad2Tri – I carboidrati, energia per il movimento e per il recupero

Dad2Tri – Disidratazione e integrazione di sali

Enervit – Nutrizione e integrazione

Running Italia – Il consumo energetico e i 4 sistemi che lo regolano

Runner’s World – Omega-3 alleati del runner

Runlovers – Ridurre infiammazioni e DOMS con gli omega 3

+ViVi – Differenze tra bevande ipotoniche, isotoniche e ipertoniche

Ministero della salute – Apporti giornalieri di vitamine e minerali

+ViVi – Calcolo carboidrati netti negli alimenti

Dossier.Net – Calcolo calorie alimenti


Continua in…  Allenamento base


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Parlare o tacere? La scuola del monte!


È una bella giornata di prima estate, l’umidità della sera inizia a rubare il posto al calore degli ultimi raggi di sole, una luce rossastra dipinge le cime degli alberi e le distese dei pascoli, gruppi di mandrie al pascolo ancora rompono il silenzio con il sordo rumore dei loro campanacci. Ai bordi del sentiero si chiudono le colorate corolle dei fiori lasciando al viandante solo il sapore del loro tenue profumo, piccole gemme di rugiada appaiono sui petali e sulle foglie, ombre sfuggenti attraversano la traccia per nascondersi sotto i sassi o tra gli alti fili d’erba. Già da un paio d’ore sto camminando in direzione della prima vetta di un lungo anello alpino, il mio nudo corpo offerto alla nuda montagna ne riceve sollievo e fragranza, le luci della valle si sono accese e posso notare il frenetico movimento dell’urbe, al contrario il mio incedere ancorché veloce è assai più tranquillo, solo il ritmo della natura compone lo spartito musicale che mi guida e mi comanda.

Metri e chilometri sono ormai sfilati sotto i miei piedi, minuti e ore sono ormai girati sul quadrante del tempo, il mio cervello impavido divaga tra le immagini che penetrano gli occhi e i pensieri che inondano la mente, sono nel contempo impegnato e distratto, impegnato a seguire le tortuose giravolte del pensiero, distratto dal porre attenzione alle umane turbe. All’improvviso, dall’ennesima curva nascosta dal bosco, appaiono due persone, un uomo e una donna lentamente mi si avvicinano, mi guardano stupiti, non si fermano, non deviano, non si girano, semplicemente avanzano. Ci incrociamo, lo stretto sentiero m’induce a cedere loro il passo, mi sfiorano, l’uomo mi guarda in viso, la donna mi esamina dall’alto al basso soffermandosi al centro prima di tornare sul viso, cordialmente ci salutiamo e, senza altro proferire, ognuno prosegue per la sua strada, loro verso valle, io verso il monte.

Avanza la notte, il conico fascio di luce emesso dalla frontale cattura il mio sguardo e la mia attenzione, tenui colori contornati di nero fra i quali spiccano piccole macchie colorate, spruzzi di vernice lasciati da un eretico pittore. In alto l’ombra della vetta si staglia contro il pallido chiarore del cielo stellato, sembra volermi impressionare, sembra volersi dichiarare irraggiungibile, dolcemente la guardo chiedendole permesso, la mia mente e la sua si mettono in risonanza, sento la sua forza scivolare nella mia debolezza, cambiarla, mutarla in calda intraprendenza, scioglierla in vigorosa sicurezza: mi sono umilmente e totalmente esposto alla montagna e la montagna mi ha accettato, la montagna mi ha aperto le porte che portano nel suo magico regno, la montagna mi ha cantato il suo invito indicandomi la strada da percorrere. Montagna nella montagna, nuda entità nella nuda natura, semplice essenza nella splendida solitudine del monte, fusione di menti e di corpi, compenetrazione di energie, sommarsi di sensazioni ed emozioni che mi accompagnano fino alla vetta e ancora oltre, nella ripida e complessa discesa e nella successiva risalita.

Altro monte, altra vetta, il crepuscolo del mattino ha rotto gli induci e il sole allunga il suo rosso e caldo abbraccio. Disteso sulla piccola solitaria cima lascio che la luce e il fuoco invadano la mia pelle, tutta, indistintamente tutta, qui non esistono timori, la montagna non conosce perversioni, la natura non impone limiti, ci sono solo libertà e reciprocità, il reciproco rispetto, la reciproca conoscenza, la libertà d’essere sé stessi, la libertà dai fastidi e dai peccati, la libertà dall’ipocrisia, dal concetto di pudore creato dall’uomo per l’uomo ma ignoto alla natura. Senza vergogna il monte mi osserva, una marmotta fa capolino dalla sua tana, un camoscio si avvicina, un ignoto rapace mi saluta col suo stridulo grido, i fiori mi mostrano il loro cuore dorato, piccoli insetti appaiono dall’erba che mi circonda, una formica mi solletica le natiche, una cavalletta salta sul mio pube, una farfalla gioca con le dita dei miei piedi, una mosca impenitente atterra sul prepuzio del mio pene.

Vola il pensiero, purtroppo torna a incontri diversi, all’incontro con la vergogna, con le preoccupazioni e i pregiudizi, con i subdoli condizionamenti e gli opportunismi mascherati da scientifico dovere, con un concetto unilaterale di rispetto e di diritto: “il nudo è male“, “il nudo è solo esibizionismo”, “non ho niente contro il nudismo ma non è pratica socialmente accettabile”, “bisogna rispettare chi prova fastidio per il nudo e praticarlo solo in casa o in posti accuratamente mascherati”, “mi sembra se ne parli troppo”, “è (solo) un modo di passare il tempo come un altro”, “parlarne lo rende innaturale”, “non cerco di convincere altri perché non tutti lo capiscono e in ogni caso lo si capisce solo dopo averlo provato, le discussioni sono inutili”, “parlerei dello stile nudista solo con chi intende accostarsi, senza sbandierarlo ai quattro venti perché non a tutti interessa”, “perché una persona dovrebbe forzatamente aprirsi e desensibilizzarsi al nudo”, “parlare di nudismo è una forzatura”, “va rispettato anche chi non vuol essere desensibilizzato”, “non possiamo che accettare il fatto di non poter stare nudi quanto vorremmo, in ogni luogo e in ogni momento”, “è proprio l’impossibilità a goderne a moltiplicare il piacere di spogliarsi quando questo è possibile”, “la felicità e il piacere sono fatti di brevi momenti non di lunghi periodi”. Perché non s’impara dal monte e dalla natura? Perché non è possibile accettare che ognuno sia semplicemente libero di fare quello che gli pare, di stare come meglio preferisce, nudo, vestito o in una qualsiasi via di mezzo? Dove sta il problema? Fastidio? Avete provato a capire da dove nasce questo fastidio? Ci si rede conto che l’origine è relativamente recente? Ci si chiede perché ci si debba necessariamente conformare a quello che, alcuni secoli or sono, qualcuno ha deciso dovesse essere? Ci si chiede se sia lecito elevare a stato sociale di norma una palese fobia (qualsiasi fastidio diviene fobia nel momento in cui non è controllabile e ci si deve necessariamente proteggere)? Ci si chiede come possa essere ritenuto precetto naturale un qualcosa che invero non è una costante di tutte le culture e di tutte le genti? Perché mai dovrei essere io a chiedermi perché gli altri non si conformano al mio stile di vita e non devono al contrario essere gli altri a chiedersi perché io preferisca stare nudo? Perché la società deve domandarsi (e domandarmi) quale senso può avere stare nudi? Non sarebbe forse meglio che si chiedesse se ha veramente senso stare sempre vestiti? Sicuri che sia solo un passatempo? Dove sta scritto che il piacere e la felicità siano fatti di soli brevi momenti? Chi l’ha detto che lo stare nudi sia solo un piacere e/o una felicità? Non potrebbe (dovrebbe, è) essere un’esigenza intrinseca, l’espressione massima della nostra naturale normalità? Perché mai chiedere la condivisone degli spazi dovrebbe essere una forzatura verso chi ne prova fastidio? Perché mai parlarne dovrebbe essere una mancanza di rispetto verso chi non sopporta il nudo? Non sono invece delle opportunità? Non è forse vero che la comunicazione è il fondamento essenziale della socializzazione? Non è forse vero che la negazione dei diritti coincide con le limitazioni e non con le aperture? Non è forse vero che poter fare qualcosa è ben diverso dal doverlo fare? Che il poter fare non obbliga a fare? Che nella possibilità di fare chiunque può trovare il proprio spazio e sentirsi rispettato? Perchè devo solo accettare? Perchè dovrei per il nudo applicare una logica completamente diversa da quella applicata in altre situazioni più o meno recenti?  Lo si nota che secondo questa logica le donne avrebbero dovuto accettare il non aver diritto di voto, l’essere schiave dell’uomo, l’essere prede sessuali? Che secondo questa logica gli omosessuali avrebbero dovuto accettare d’essere considerati anomali e anormali, malati, dementi, immorali, contro natura? È proprio così difficile comprendere che la rinormalizzazione del nudo porterebbe con sé tanti di quei cambiamenti personali e sociali da poter risolvere molti dei problemi sociali che attualmente vengono quotidianamente denunciati? Che il nudo incrementa all’ennesima potenza il rispetto verso l’altro? Che migliora la crescita psicologica dei bambini? Che nel tempo andrebbe ad eliminare la violenza sessuale e la pedofilia? Che eliminerebbe alla radice i ricatti sessuali? L’utilizzo delle foto di nudo come ripicca e offesa? Che…

Un fischio mi strappa dai miei pensieri, un nutrito gruppo di persone sta arrivando alla vetta, uno di loro mi ha già notato e mi saluta con un cenno della mano: “tranquillo, resta pure nudo, anzi, guarda, lasciami arrivare e mi ci metto anch’io”. Del gruppo, composto da uomini e donne, solo una ragazza e due bambini seguono l’esempio del loro compagno e si tolgono le vesti, allo stesso tempo nessuno avanza perplessità, anzi tranquillamente si siedono vicino a me e, dal momento che uno di loro, avendo letto alcuni dei mie post, mi ha riconosciuto, chiedono curiosi del mio percorso odierno e del mio viaggio futuro.

Il sole mi punge le spalle, rumori di vita arrivano alla vetta dal sottostante piazzale dove un albergo e due ristoranti stanno aprendo le porte, è giunta l’ora di rimettersi in cammino, saluto i nuovi amici e m’avvio verso la restante strada, ancora venticinque chilometri e duemila metri mi separano dall’automobile, non c’è altro tempo per tergiversare. “Grazie a tutti, grazie per la diponibilità, grazie per l’indifferenza, grazie per l’accoglienza”, “grazie a te Emanuele, ci hai aperto nuovi orizzonti, li terremo presenti!”

Parlare o tacere? Esporsi o nascondersi? Osare o coprirsi? Beh, la risposta è chiara: imparare dal monte!

Torrente


Desiderio di scivolare nelle tue acque,
di lasciarti ricoprire il mio corpo nudo,
di sentirti giocare con la mia pelle,
di farmi trasportare dalla tua forza e
lasciarmi scivolare leggero tra le tue spumeggianti parole.

Emanuele Cinelli – 9 luglio 2018
(ispirato da un post su Twitter che riportava una poesia di Antonia Pozzi dall’analogo tema)

Zaino Salewa Randonnée 36


 

dsc06316

Quando hai uno zaino pressoché perfetto il doverne registrare l’ormai eccessiva anzianità di servizio è certamente traumatico, ma la speranza di trovarne uno altrettanto valido, anzi, vista l’evoluzione del settore, probabilmente migliore, ti aiuta ad affrontare il delicato passo del nuovo acquisto. Con tali contrastanti sentimenti ero lì, nel negozio, davanti a decine di zaini di ogni forma e dimensione, deciso a non andarmene via senza il mio nuovo zaino. Con minuziosa attenzione esamino tutti quelli che rientrano nel range dimensionale che ho stabilito (dai trenta ai quaranta litri) e nel giro di una ventina di minuti ne ho uno che mi piace assai però… però è al limite minimo del range e secondo mia moglie potrebbe essere troppo piccolo, lo metto in disparte e riprendo l’analisi. Ce ne sono altri due che m’avevano colpito, li riesamino, li provo, li confronto, ma ancora non scatta quella molla che mi convinca all’acquisto. Ripasso tutta la collezione presente nel negozio, so che una scelta errata risulterebbe irreparabile per cui, anche se sia il commesso sia mia mogie iniziano a mostrarsi infastiditi dalla mia indecisione, ci ragiono sopra con attenzione. Dopo un’ora e mezza finalmente ho ridotto la scelta tra tre soli zaini: il primo che avevo individuato da subito e altri due che sono praticamente identici ma uno, un trenta litri come il primo, è da escursionismo e l’altro, un trentasei litri, è da sci alpinismo, che fare? Devo prendere una decisione e vado sul più grosso: anche se è studiato per un’attività diversa da quella che andrò a fare, alla fine è molto simile al corrispondente da escursionismo, purtroppo in negozio disponibile solo nella taglia più piccola, anche il peso è identico. Esco dal negozio con in mano il mio nuovo zaino, un Randonnée 36 della Salewa e ora, dopo tre anni di intenso utilizzo (precisiamo utilizzo escursionistico, visto che lo sci alpinismo non lo pratico più, e a tale utilizzo fa riferimento la presente recensione) in varie situazioni e su vari percorsi, da poche ore a quaranta ore consecutive, con il sole e con la pioggia, camminando e correndo, vestito e nudo, ne ho potuto apprezzare ogni singolo dettaglio, ogni singola caratteristica, individuandone pregi e difetti, si perché qualche difetto c’è, d’altronde la perfezione è inarrivabile.

IMG_8341La forma leggermente a gerla (più largo in alto che in basso) comporta un ottimo portamento del carico: essendo il baricentro dello zaino molto più in alto di quello del nostro corpo il peso del carico agisce su di noi in modo verticale, senza la pericolosa pressione sul piano trasverso a livello lombare che si crea quanto il baricentro dello zaino è prossimo o addirittura più basso del nostro. Abbastanza leggero (1100g) per la categoria a cui appartiene, è fatto con un tessuto robusto dotato di buona traspirabilità e discreta impermeabilizzazione, le cerniere non sono stagne ed è preferibile dotarsi di un coprizaino (purtroppo non integrato). Fibbie resistenti e, nonostante siano piccole, pratiche. Cerniere scorrevoli, i relativi tiretti, già di per sé stessi di buona dimensione, sono dotati di comodi, ma un poco delicati, tiranti in gomma con voluminosa presa. Il fondo dello zaino è adeguatamente rinforzato ma con una forma che, in abbinata allo schienalino rigido interno che arriva a sopravanzare il fondo, rende lo zaino poco stabile nell’appoggio a terra, ne consegue la difficoltà nell’operazione di riempimento e, una volta in ambiente, il pericolo di vederlo rotolare a valle se deposto a terra senza fornirgli un adeguato sostegno (tenerlo fra le gambe, appoggiarlo a un muro o una pianta, sdraiarlo).

IMG_20180706_170039Comparto principale con doppio accesso: quello classico superiore e quello alternativo laterale. Il primo è solo leggermente stretto, il secondo è molto ampio ma ha la cerniera mal dimensionata: la sua terminazione inferiore è lontana rispetto al fondo per cui è difficile se non impossibile prelevare gli oggetti posti più in basso (sebbene qui vadano collocati i materiali d’utilizzo meno frequente, questi sono spesso anche i più voluminosi e quindi complessi da estrarre se l’accesso è ridotto), mentre la terminazione superiore arriva molto in alto col risultato che, specie a zaino parzialmente vuoto e quindi molto arricciato nella parte superiore (la quale è per altro comunque facilmente accessibile dall’alto), per poter accedere al cursore della cerniera va aperta la patta. Limitatissima l’estensione del comparto principale (2 litri), comoda per una migliore chiusura del vano, specie in caso di pioggia. La tasca per la sacca idrica è collocata all’interno del vano principale, un’apposita finestrella (una sola, sul lato destro) permette il passaggio verso l’esterno del tubetto. Questa tasca è bella larga, i due fermi laterali, però, non si adattano alla forma dei principali sistemi di aggancio presenti sulle camelbag, comunque il velcro centrale è sufficiente dato che la tasca non si espande molto e tiene così ben ferma la sacca; tale limitata espandibilità purtroppo spinge la sacca idrica verso l’esterno e, nonostante lo schienalino semirigido, la fa sentire nella schiena. Nella parte superiore è presente un cinghiolo per il fissaggio della corda: può tornare comodissimo per fissare una giacca o un maglione mantenendoli velocemente fruibili.

IMG_20180706_170247La patta copre a fatica lo zaino quando questo è pieno, ma il bordo elastico facilita un poco l’operazione e la mantiene poi in posizione anche a zaino vuoto. Sopra la patta è collocata una comoda e capiente tasca che, correttamente, si espande verso l’alto onde mantenerla fruibile anche a zaino pieno. All’interno di questa tasca, sul suo lato inferiore, è cucita una rete che crea una parte isolata, invero poco utile dal momento che per accedervi è necessario aprire la tasca principale ed è così facile perdere materiale; la chiusura a velcro rende poco pratico l’accesso, inoltre ha il lato superiore più lungo di quello inferiore. Sotto la patta c’è un’altra tasca, questa con una più affidabile e comoda, chiusura a cerniera: documenti e chiavi possono qui trovare la loro collocazione migliore anche se in alcune occasioni può risultare scomoda (per accedervi è necessario aprire la patta). All’interno di tali tasche, purtroppo, manca il classico gancio per fissare le chiavi. C’è anche da rilevare che, problema comune a tanti zaini, le due tasche supplementari sono ricavate nello stesso spazio della tasca principale e pertanto risultano difficili da utilizzare quando quest’ultima è ben riempita.

IMG_8343Lo schienalino aderisce in modo preciso alla schiena dando, con il contributo della piastra modellabile interna (che invero non sono riuscito a modificare vista la sua estrema durezza ed ho preferito lasciarla così come è trovandola comunque già perfetta), allo zaino una eccellente stabilita: camminando non si sentono spostamenti laterali sia a pieno carico che a vuoto, solo correndo tende a sballottare (già non è uno zaino da corsa, ma lo è da scialpinismo, indi… l’azione dello sci provoca ancor più sollecitazioni laterali e verticali del correre). Il tessuto che ricopre il lato esterno dello schienale è morbido dando una sensazione gradevole anche sulla pelle nuda: dopo ore di utilizzo non ho rilevato irritazioni. Sarebbe stata apprezzabile una maggiore areazione che si poteva facilmente ottenere dimensionando i canali un poco più ampiamente o/e aggiungendone alcuni in più, questa è una delle poche cose che mi fanno rimpiangere in mio precedente zaino.

IMG_8342Spallacci ben formati, né troppo larghi né troppo stretti, imbottiti il giusto, facilmente regolabili, con cinghioli di avanzamento del carico. Dotati di cinturino pettorale per la stabilizzazione dello zaino, regolabile sia in lunghezza che in posizione, con elastico di tensionamento e fischietto incorporato nella fibbia di chiusura, purtroppo manca un sistema di fissaggio dell’avanzo di cinturino. Peccato manchino un passante per fissare l’orologio (camminando nudi si preferisce toglierlo), un pratico aggancio a clip per il terminale del tubetto della sacca idrica (c’è solo uno scomodo passante elastico sul lato superiore dello spallaccio: prima di togliere lo zaino bisogna ricordarsi di levare l’erogatore da tale passante perché non esce da solo o si rischia comunque di strappare il passante) e una morbida tasca portaborraccia.

IMG_20180706_170435Ottima anche la cintura in vita, con funzionale doppio (frontale e laterale) sistema di regolazione simmetrico (ogni regolazione è effettuabile su ambedue i lati), molto comode le striscioline in velcro per fissare quanto avanza della cintura frontale dopo la sua regolazione. Sul lato sinistro è collocata una comoda ma non molto capiente tasca con cerniera, sotto a questa troviamo un vano aperto su entrambi i lati dove, se la tasca sopra non è troppo piena, si possono infilare un paio di barrette energetiche o altro materiale sottile. Inutile ai fini escursionistici (ma a mio parere anche per quelli sci alpinistici, ce ne sono altri due più capienti sui lati dello zaino) il portamateriale applicato sul lato senza tasca, era molto meglio collocare qui una seconda tasca.

IMG_8344Comodissime le due tasche a rete poste sui lati dello zaino: molto capienti e alte vi si possono collocare anche le borracce ottenendone un comodo accesso, sebbene sia comunque necessario togliere lo zaino (o quantomeno uno spallaccio). La larga e piatta tasca anteriore a doppia apertura (cerniera laterale e velcro superiore), pensata per riporvi il materiale di emergenza (pala, sonda e barella), è comodissima per metterci la cartina e gli indumenti sottili di principale utilizzo, quali la maglietta, i pantaloni corti e il berretto, il suo riempimento va però a ridurre negativamente quello dello scomparto principale (o viceversa). Il sistema di fissaggio degli sci (cinghia laterale più cinghia inferiore a scomparsa) torna sostanzialmente inutile ai fini escursionistici, peccato non sia possibile rimuoverlo senza materialmente tagliarlo. Il porta piccozza va bene anche per fissare i bastoncini (se li utilizzate).  Manca un portaramponi, ma devo dire che a mio parere questo è più un vantaggio che uno svantaggio: molto meglio riporli all’interno dello zaino, subito sotto la patta. Adeguati i variatori di carico, anche se, alla fine, vista la già limitata larghezza dello zaino e la presenza sotto gli stessi delle tasche a rete, si utilizzano molto poco, possono comunque tornare utili per fissare un materassino o altro materiale leggero ma ingombrante.

Riepilogando il Salewa Randonnée 36 è un ottimo zaino da escursionismo, ricco di dettagli interessanti che lo rendono piuttosto versatile, alcuni piccoli ritocchi e la risoluzione di un paio di seri difetti potrebbero renderlo pressoché perfetto.

Indietro

#TappaUnica3V 2018, bene ma non abbastanza: nuovo insuccesso!


Sponsor

Preziosissimi e che ringrazio enormemente per quanto mi hanno dato in tutte e tre le edizioni di TappaUnica3V.

  • Maniva S.p.A. di Bagolino che mi ha fornito tutta l’acqua (Acqua Minerale Alcalina Maniva pH8) necessaria al giro finale, per me e i per i miei assistenti.
  • Albergo Dosso Alto al Giogo del Maniva che si è reso disponibile come base vita (nel gergo dei trail un punto di rifornimento più rilevante dove ci si ferma più a lungo, si mangia qualcosa e, talvolta, si dorme un poco) e mi ha offerto cibo e bevande, per me e i per i miei assistenti.
  • Gialdini Sport di Brescia che mi ha prestato il localizzatore GPS (Spot Gen 3) con il quale è stato possibile seguirmi via web.

Sceneggiatore, regista e attore protagonista

IMG23 - Sosta 3

Emanuele, ovvero lo scrivente, sessant’anni di pratica della montagna, quaranta di alpinismo, trenta di insegnamento alpinistico prima come istruttore sezionale del Club Alpino Italiano poi, sempre nell’ambito del CAI, come Istruttore Regionale infine come Istruttore Nazionale, collaboratore della Scuola Regionale Lombarda e della Scuola Nazionale, direttore di corsi e scuole del CAI, circa trecento scalate (roccia, ghiaccio e cascate), apritore di varie vie d’arrampicata su roccia nel comprensorio dell’Adamello, scalatore in solitaria. Cessata l’attività alpinistica per ragioni di forza maggiore (ginocchia malandate e vertigini parossistiche), continua con quella escursionistica e nel 2015, al fine di onorare i trentacinque anni di vita del sentiero 3V e il padre Silvano morto durante il giro inaugurale di detto percorso, progetta TappaUnica3V e, anche a seguito del fallimento dei primi due tentativi, vi si dedica profondamente per i tre anni a seguire. Nei primi anni del duemila entra in contatto con alcune realtà del nudismo, in particolare il forum de iNudisti di cui diventa presto un moderatore e un amministratore, finalmente riesce, nell’ambito di alcuni eventi sulle spiagge italiane, a liberarsi dal fardello di un abbigliamento da sempre sentito come ingombrante e sostanzialmente in certi contesti inutile. IMG_20180425_102246Dopo qualche anno porta questa naturale libertà anche nell’attività in montagna, dà vita al blog “Mondo Nudo” tramite il quale, tra le altre cose, s’impegna a dare pubblica visibilità all’escursionismo a nudo e, con discreto successo, invita i lettori a seguirlo su questa strada: TappaUnica3V, oltre a quanto già detto, vuole anche essere un modo per dimostrare come la montagna possa essere praticata anche senza la barriera delle vesti, una barriera che isola dall’ambiente negando all’escursionista il piacere sottile e invadente dell’inclusione nella montagna, gli impedisce di vivere la montagna nel più completo senso della parola, ovvero d’essere natura nella natura, monte nel monte, animale pari a tutti gli animali, leggero e indifeso ma consapevole e ricettivo. Nudi è normale, nudi è meglio è il suo più recente e attuale mantra, un mantra che si è tradotto in due hashtags di Twitter (#nudiènormale e #nudièmeglio) e che definisce al meglio il suo pensiero, la sua scelta, una delle sue più rilevanti campagne sociali.

Attori non protagonisti

Per semplificare la loro citazione nel contesto della relazione, elenco e descrivo qui le persone che mi hanno gratuitamente assistito in questo mio fantastico viaggio. Un sentitissimo ringraziamento anche a loro.

Jpeg

  • Maria, mia moglie, presente alla partenza, ha supportato con abnegazione le mie numerosissime assenze da casa per gli allenamenti e sopportato le relative preoccupazioni (in particolare la paura per i miei sempre più frequenti incontri con i cinghiali).
  • Fabio, mio nipote, doveva farmi, come già fatto nel 2017, da assistente principale e fotografo ufficiale poi, per forzate cause, si è commutato in assistente secondario presenziano alla partenza e accompagnandomi nel tratto superiore del percorso.
  • Alberto, compagno di una collega di lavoro, alla fine diventato l’assistente primario mettendo a disposizione l’auto e facendosi carico di presenziare a tutti i punti di rifornimento.
  • Matteo e Manuela, i titolari, insieme alla mamma Rosa e alle sorelle Miriam e Nada, dell’Albergo Dosso Alto (e collegata Pizzeria Cielo Alto posta a pochi metri dall’albergo), mi hanno dato cordialissima accoglienza presso la loro struttura; Manuela, ottimo chef, mi ha cucinato una stupenda pasta al pomodoro.

Scenografo

La montagna, in particolare la montagna del bresciano sulla quale mi sono allenato e sulla quale ho percorso migliaia di chilometri in un crescendo di fatica e di dolore ma anche di emozioni indelebili.

Scenografia

Idealmente il progetto TappaUnica3V si sviluppa sull’intero Sentiero 3V “Silvano Cinelli”, una lunga cavalcata che, partendo dal lato est di Brescia e rientrandovi su quello ovest, percorre quasi fedelmente lo spartiacque tra la Val Trompia e le limitrofe Val Sabbia, nel tratto di andata, e Val Camonica, nel tratto di ritorno. Un alternanza di strade, stradine, mulattiere e sentieri che, nella sua conformazione base (definita bassa), non presenta particolari difficoltà tecniche, invece presenti in quasi tutte le varianti alte, varianti che, insieme ad altre identificate da Emanuele per avvicinarsi il più possibile all’idea di un percorso interamente in cresta, definiscono il percorso ideale di TappaUnica3V. Una lunghezza complessiva superiore ai centotrenta chilometri e un dislivello prossimo ai novemila metri sia in positivo che in negativo che prevedevo di percorrere in quaranta ore, comprese tre ore di soste, per una velocità media di tre virgola cinquantacinque chilometri all’ora (tre virgola tre considerando anche le soste).

Quanto sopra rappresenta la scenografia prevista, quella realmente percorsa è sensibilmente ridimensionata e modificata: evitate buona parte delle varianti alte il percorso si è così assestato su circa ottantadue chilometri (che probabilmente sono anche più di novanta vista l’impossibilità dei tracciatori di tener conto di tutte le svolte e della differenza tra distanza piana e distanza reale sul pendio inclinato), conditi da almeno (qui i tracciatori sono ancor più imprecisi visto che in montagna un errore di posizione di pochi metri può corrispondere a una differenza anche sostanziosa in quota) cinquemila trecento metri di dislivello positivo e tremila ottocento di dislivello negativo. Il tempo effettivo di cammino è stato di ventisei ore e dodici minuti, a questo si devono aggiungere otto ore e cinquantasei minuti di soste, per un impegno totale di trentacinque ore e nove minuti e una velocità media di tre virgola tredici chilometri all’ora (due virgola trentaquattro considerando le soste).

Film

22 giugno 2018, è arrivato il fatidico giorno: oggi si parte per tentare nuovamente il lungo solitario nudo cammino di TappaUnica3V. Negli ultimi quindici giorni ne sono successe di tutte, sembra proprio che una qualche forza oscura voglia ostacolare i miei propositi: dopo che nemmeno gli allenamenti più duri li avevano provocati, ora persino pochi chilometri fatti al cammino lento su piano asfalto mi generano dolori alle ginocchia, accompagnati da (novità assoluta) una sensibile tensione dolorosa sull’esterno dell’estremità prossimale del perone; quel tempo atmosferico che mi ha graziato per tutto l’inverno e tutta la primavera, adesso si è sfogato in piogge quotidiane con un considerevole calo della temperatura che, se così si è fatta di giorno più consona al cammino, di notte è diventata fastidiosa; chi mi deve assistere si trova improvvisamente senza auto e senza patente; l’auto di riserva è in panne e non è sicuro se riusciranno a sistemarla per tempo; Maria si prende una bronchite e in corrispondenza di questo anch’io una mattina mi sveglio con il mal di gola, fortunatamente passato in un paio d’ore; tre giorni prima della partenza mi si presenta un problema intestinale, lieve ma pur sempre inidoneo all’impegno che devo affrontare. Va beh, nonostante tutto questo e nonostante le involontarie gufate di parenti, amici e conoscenti, nonostante il fastidio provocato da chi si produce in reiterate inutili raccomandazioni (“cavolo, sessant’anni d’esperienza di montagna mi avranno pur insegnato qualcosa, o no? Per altro devo poi solo camminare!”), nonostante non mi sia stato possibile avere un’ultima settimana di assoluta tranquillità e spensieratezza, nonostante tutto questo e altro eccomi qui al punto di partenza, eccomi qui con la mente ormai proiettata solo sul mio viaggio, con il corpo allo stesso tempo rilassato e teso, idratato e alimentato come si deve, pronto!

Mancano venti minuti all’orario di partenza, vorrei almeno ora starmene tranquillo a fare un poco di riscaldamento muscolare e invece… invece i pochi presenti, in particolare Maria, mi stressano: sono stanchi di aspettare e mi chiedono di partire subito. Lascio perdere il riscaldamento, tanto è previsto un lungo tratto di cammino lentissimo, accendo lo Spot, tolgo la pur leggerissima canotta da corsa, baci e abbracci e, con quasi dodici minuti di anticipo, m’avvio sulla prima salitella di via San Gaetanino, allontanandomi dalle preoccupazioni e dallo stress: “3V ora sei mio e io ora sono tuo!”

Restando costantemente concentrato sul passo onde mantenerlo basso, quasi senza rendermene conto eccomi ai Medaglioni da dove non posso esimermi dal dare uno sguardo verso il basso per ammirare il panorama che da qui si estende sul lato est della città, la Bornata, spingendosi lungamente sulla Pianura Padana. Riprendo il mio lento cammino, un bel tratto di asfalto e poi sentiero, già da tempo i pantaloncini, anche se sono un leggero modello da corsa con morbidissima mutandina integrata, hanno iniziato a darmi fastidio ma il condizionamento mentale e uno stato sociale in tal senso illiberale e ottuso me lo impediscono: “è ancora giorno e questo è un sentiero abbastanza frequentato potrei incontrare altre persone”. Passo dopo passo, eccomi al piazzale del Cavrelle, al volo m’invento una brevissima variante: invece di aggirarlo, risalgo il tondeggiante dosso dove sorge la chiesa di Maria Maddalena: “interessante, anche se sono pochi metri è sicuramente più interessante del giro standard, la devo inserire nel tracciato del 3V alto!” Sul lato opposto del dosso recupero il percorso originale, nel frattempo incalza la sera e nel bosco la visibilità inizia a farsi debole, mettendo alla prova i tanti esercizi propriocettivi fatti attendo ancora qualche decina di minuti e poi, oltrepassata la zona dei ristoranti e delle scampagnate, mi fermo un attimo per predisporre la frontale e includermi nella natura: “ahhhh, finalmente libero, finalmente a pieno respiro, finalmente senza barriere”.

Quasi, purtroppo ci sono pur sempre le scarpe e lo ziano, nudo come un verme riprendo il cammino, man mano al mio fianco scorrono via le varie postazioni di antenne, insieme ad esse si involano alle mie spalle il Monte Denno, l’omonima Costa, il Monte Salena. Le gambe girano benissimo, i summenzionati dolori sono svaniti e il fiato? “ Uauhh, sono proprio in forma, le fatiche fatte sono servite a qualcosa!” Procedo in costante sforzo aerobico, respirando, cosa per me eccezionale, solo dal naso e data la mezza luna che, già alta, illumina il paesaggio, ogni tanto mi concedo qualche sguardo attorno. Finita la prima salita eccomi all’inizio della prima discesa, una discesa insidiosa, ripida e disturbata dal profondo solco che percorre il centro del sentiero o da tratti di roccette sconnesse, una discesa che, sebbene ad un certo punto si attivi una leggera metatarsalgia (“e te pareva!”), supero agevolmente arrivando nei pressi di Nave con un discreto anticipo per cui mi fermo in un praticello ad ammirare le stelle. “Bon, è ora di ripartire”, prelevo i pantaloncini dallo zaino per posizionarli a portata di mano visto che fra poco dovrò obbligatoriamente indossarli e giù verso il paese. La luce dei lampioni sostituisce il fascio della mia frontale, dal terrazzo verandato di una casa mi giungono le voci e i rumori di un numeroso convivio, alcuni gatti mi osservano preoccupati scansandosi al mio passaggio, un’auto m’abbaglia e quasi mi costringe a saltare nel fossato che costeggia la stretta strada, l’ultima curva ed ecco il rettilineo che porta alla chiesa di San Rocco dove, per un ultimo saluto prima della lunga faticosa notte che mi attende, trovo Maria e Fabio, senza fermarmi li saluto e procedo oltre. Seconda salita, quella salita che, lo scorso anno, mi ha distrutto le gambe, controllo con la massima attenzione il mio incedere: passo corto per lavorare il meno possibile coi quadricipiti femorali, busto ben eretto per non comprimere il diaframma e poter respirare al meglio, ventilazione calma e profonda per un ottimale scambio gassoso, ritmo costante ma basso per la minima esigenza energetica. Cemento dopo cemento, sasso dopo sasso, gli strappi si spostano dal davanti all’indietro, illuminata dalla frontale appare la Santella della “Salve Regina”, ora la pendenza cala e posso accelerare un poco. Cà Ecia, un cane abbaia insistentemente in alto alla mia destra, non lo fanno, invece, quelli che di solito sono presenti nel capanno poco più avanti in basso a sinistra, “mi sa che oggi non li hanno lasciati qui”. Breve discesa, e poi di nuovo salita, ripidissima salita in buona parte cementata, boschetti e prati che ormai conosco bene si alternano scoprendo e nascondendo quella parte di luna che spunta dal dietro della Maddalena. Una mente stranamente silenziosa accompagna l’incedere, m’avvicino alla chiesetta di Sant’Antonio e improvvisamente un forte rumore irrompe nel mio cervello ormai abituato al profondo silenzio della notte montana: musica a palla! “Che è? C’è forse una festa di giovani in quella cascina?” No, la cascina è stranamente deserta, la musica proviene proprio dalla chiesetta. Ancora qualche passo ed ecco che appare un bianco grande tendone, sotto ad esso due lunghe file di tavoli e panche, due sole persone sedute, mi osservano passare: “saranno gli organizzatori di una prossima festa che si godono il riposo dopo la fatica dell’allestimento”. Il frastuono mi accompagna mentre aggiro la costruzione e mi allontano verso il monte, qualcuno da dietro grida a ripetizione un nome, forse attendeva un’altra persona e pensa sia io, alla fine capisce e smette i richiami. Passo dopo passo finalmente rientro nel silenzio e posso, grazie al buio della notte che cela i segni dell’urbanizzazione, reimmergermi nella natura sognandola selvaggia, nudo e solo nella nuda e scura natura: il massimo!

Prima serie di tornanti, altro punto critico che più volte mi ha dato filo da torcere, lo supero indenne e lestamente m’avvio sul lungo traverso del traliccio. Seconda serie di tornanti, passo più leggero dato che qui mai ho avuto problemi, stranamente non s’ode il solito lamentoso verso dell’allocco che dimora da queste parti, solo lo strisciare di qualche lucertola spezza l’immenso piacevole silenzio, mentre davanti a me, nel fascio di luce della frontale, man mano vanno a cadere neri insetti e grigi ragnetti. Eccomi al Pater, senza sosta passo oltre, un breve tratto all’aperto permette di guardare lontano: migliaia di luci costellano la pianura, altri puntini luminosi appaiono qua e là sui monti, la scura sagoma della chiesetta di Sant’Onofrio nitida si erge dal crinale dirimpetto a quello in cui mi trovo. Altri metri scorrono sotto i piedi, terra, erba e sassi si alternano a rendermi giocoso il cammino, esco dal bosco per immettermi nella conca prativa di Conche, alla mia destra il Santuario domina il luogo, davanti la più minuta costruzione della foresteria nasconde il gruppo di tavoli e panche a fianco dei quali prosegue il sentiero. Aggiro lo spigolo della piccola casa e vengo avvolto da una gelida folata di vento, velocemente infilo una maglia e mi sposto alla ricerca di un luogo riparato dove indossare anche il gilet antivento. Percorro il lungo crinale che porta verso il Monte Doppo, tratti sopravento con le luci di Lumezzane a fare da sfondo e le fredde folate a farmi compagnia, accaldati tratti sottovento da dove si scorgono lontane le luci di Caino, infine la breve ma ripida salita nella stupenda faggeta che conduce al piccolo simpatico Eremo di San Giorgio. Ho un discreto vantaggio sulla tabella di marcia per cui ne approfitto per coprirmi meglio: prima di tutto sopra la canotta infilo due maglie a maniche lunghe, poi tolgo i pantaloncini (che m’ero rimesso arrivando al cospetto del Santaurio di Conche) e infilo i caldi leggins da trail, infine al posto del gilet indosso l’ancora intonsa giacca da pioggia rispondente alle più recenti normative per la corsa in montagna: “altro che nudo cammino, qui si prospetta un viaggio molto, molto vestito, sic!”

Ancora qualche minuto per allungare lo sguardo sulla bluastra superficie del Lago di Garda che s’intravvede in lontananza e poi di nuovo in cammino. Breve discesa, sconquassata salita, l’insidiosa diagonale sulle scoscese pendici erbose Monte Doppo ed ecco la lunga ripidissima discesa che porta al Passo del Cavallo. L’erba è bagnata, segno di un recente piovasco (“ottimo, non facciamoci mancare proprio nulla!”), nel giro di pochi minuti scarpe e calze sono letteralmente fradicie, ma fa parte del gioco e, indifferente, proseguo nel mio cammino. Senza sosta oltrepasso la strada che collega Lumezzane a Odolo e inizio la lunga e costante risalita verso il Roccolo di Cipriano, altro critico tratto dove il primo anno iniziò la sofferenza. Stavolta salgo senza problemi, né di fiato (ne ho da vendere) né muscolari, passo il roccolo, traverso il versante meridionale del Dosso Giallo, pervengo alla sella di Pasadina e, seguendo una elegante seppure ripidissima variante tra alte erbe e piccole guglie calcaree, invece di aggirarla risalgo direttamente la Punta Camoghera: le nubi hanno mascherato il cielo e la luna e, sebbene spezzata dalle luci del fondovalle, l’oscurità si è fatta pressoché totale, per individuare l’esile traccia devo impostare la frontale alla sua massima luminosità. Eccomi in vetta, una breve sosta per far rilassare il muscolo Vasto Mediale che quest’ultima salita, affrontata ad un ritmo decisamente superiore al programmato (lo scoprirò solo tornato a casa: sebbene alla fine abbia deciso di mantenere al polso l’orologio, ho con me una tabella con soli pochi punti), ha messo a dura prova e riparto. Al cospetto delle luci di Lumezzane che brillano quasi a picco sotto di me, con circospezione supero l’esile cresta, un tratto di più agevole sentiero nel bosco e pervengo alla larga sella de La Brocca. Il solito cane mi saluta forse disturbando chi dorme nel baitello (“aho, ma questo qui proprio ci vive, è sempre qui!”), velocemente scorro via e m’infilo nella selva erbosa che, ancor più del solito, ingombra il sentiero della variante alta del 3V. Un bel problema questo dell’erba alta e per giunta bagnata quindi piegata verso il basso: nasconde completamente il terreno e, in combinazione con le varie radici e i tanti sassi tutti oggi assai scivolosi, mi costringe a un passo più lento. In ogni caso procedo e vado a superare l’ormai conosciutissimo camino de La Streta, dieci metri d’arrampicata facile ma verticale e non banale. Lottando con le alte erbe e i cespugli, mi slancio verso l’ormai prossima sommità del Dossone di Facqua. Brevissima sosta per guardarmi attorno e per stringere i lacci delle scarpe un poco allentatisi, poi via sulla tecnica discesa, sorpresaaaaa: quadricipiti femorali irrigiditi, devo scendere con una cautela maggiore del previsto, ovvero con velocità minore.

Passate Brutte, pochi metri e sono sulla comoda e larga strada che costeggia una buona parte della lunga cresta di Lumezzane, visto che è anche iniziato il crepuscolo posso mettere via la frontale. Agevolmente nell’ordine metto in carniere la Passata del Cucinì, le Poffe de Uciù, il Casello, il Campo del Gallo e la Corna di Sonclino, poi, senza sosta, mi avvio sulla lunga discesa verso Lodrino. Discesa!!! Ehm, una finta discesa, più che altro un continuo su e giù per dossi erbosi che mette a dura prova non solo il fisico ma anche la mente, ma gli allenamenti fatti mi hanno ben temprato e, nonostante alcuni crampi al vasto mediale sinistro, supero con disinvoltura il tratto. La temuta salita della Punta Ortosei manco la vedo, qualche problema me lo creano i cespugli che ingombrano la traversata di cresta verso la Punta di Reai, non scioltissima ma comunque meno problematica la discesa da quest’ultima cima durante la quale incontro un simpatico pastore che cerca le sue pecore, mi chiede da dove arrivo e appare poco impressionato dalla mia risposta (“Brescia”), probabilmente non ha inteso che me la sono fatta tutta a piedi. Campo Castello e arrivo al primo rifornimento con un buon anticipo sorprendendo Alberto ancora seduto in macchina intento a seguire la mia progressione su Internet dove, invero, risulto ancora piuttosto lontano. Nel vedermi arrivare l’amico prontamente esce dalla vettura, mi saluta, prende un paio di sedie dal bagagliaio predisponendole nel piccolo piazzale affinché possa comodamente riposarmi e provvedere al ripristino della dotazione di liquidi (l’acqua nella camelbag e la borraccia con soluzione iposodica) e di solidi (barrette, gel e polpa di frutta). Il tempo scorre facilitato da piacevoli chiacchiere, comunque, invece di aspettare l’orario programmato, decido di approfittare del vantaggio per gestire con comodo i successivi chilometri: mi preoccupa la durissima salita diretta al Passo della Cavada.

Supero la frazione di Resolvino, imbocco la salita attraverso le case di Lodrino, un’auto si ferma al mio fianco, un finestrino si abbassa: “è questa la strada per il sentiero?” “Si è questa” prontamente rispondo, “vuole un passaggio?”, “no grazie”. L’auto riparte e io riprendo il mio cammino, un piccolo dubbio mi esplode nella testa “ma a quale sentiero si riferiva?” va beh, ormai è andata e comunque sono quasi certo che parlava del mio stesso sentiero. Pochi minuti ancora e sono alla Trattoria Genzianella nel cui parcheggio ritrovo la persona che mi ha chiesto informazioni, gli spiego il perché non avessi accettato il suo passaggio e comprendo che avevo intuito giusto: vuole anche lui salire al Passo della Cavada. Lo anticipo di poco sulla scalinata che porta al Parco degli Alpini, ma subito mi passa avanti visto che io mi fermo per spogliarmi il più possibile: ormai il sole è alto e il caldo fa sentire i suoi malefici effetti. Poco più sopra lo riprendo per non più rivederlo: lui salirà per il percorso più comodo, io per quello più faticoso ma anche più veloce. Contrariamente ai miei timori agevolmente arrivo al passo, ho addirittura raddoppiato il vantaggio che, dopo l’allungamento della sosta di rifornimento, ancora mi restava: “ottimo, sono proprio in gran forma, nonostante i tanti chilometri e metri me la sto godendo alla grande”. Il lungo traverso per aggirare il versante occidentale del Monte Palo mi permette di alleggerire la pressione sulle gambe e prepararle per la successiva discesa, una discesa non ripida ma con tratti in diagonale che sollecitano malamente le caviglie. Con piccolissimi tentennamenti è superata anche questa, eccomi al Passo del Termine ed eccomi nuovamente in salita, l’ennesima salita, inizialmente leggera poi impegnativa. Il liscio sterrato rende agevole il cammino e, nonostante sul breve sentierino finale ci sia un tratto ingombro di rovi, in poco tempo sono ai Piani di Vaghezza. Nuovamente comodo sterrato, per giunta pressoché pianeggiante, per il quale attraverso i bucolici prati costellati di cascine e arrivo al parcheggio sommitale, ora una discesa su asfalto velocemente mi porta al parcheggio basso nei pressi del chiosco Lebalo. “Aia, dove sono Alberto e Fabio?” Non era qui previsto un punto di rifornimento ma Fabio aveva espresso il desiderio di accompagnarmi nel tratto che segue e così avevamo programmato un nostro incontro, invece non c’è nessuno. Non ho con me l’orario di passaggio e mi fido di quello indicato da mio nipote (mezzogiorno), così, visto che manca quasi un’ora, usando dei cartelli segnaletici come riparo dal freddo vento, rimetto gli abiti pesanti e mi siedo in attesa del loro arrivo. Il tempo passa e di loro non c’è segno, li contatto e con una serie di messaggi riesco a capire che Fabio non solo ha sballato l’orario del mio passaggio (le undici e ventotto minuti) ma arriverà in ritardo anche rispetto a quello da lui indicato. Potrei dirottare mio nipote e rimettermi in cammino da solo ma, fidandomi delle sue precedenti indicazioni orarie, mi dispiace, ci teneva tanto, e così… “mettiamoci comodi e approfittiamone per riscaldarci con un bel tè caldo” e mando loro il messaggio “vi aspetto al bar”. La ragazza del chiosco mi riconosce, mi ero qui fermato durante uno degli allenamenti di tre anni fa e ne avevamo già parlato, così gli spiego che allora avevo fallito, anche se di poco, e ora sto riprovandoci. Alberto e Fabio arrivano, li vedo dalla finestra del bar, “ma che fanno?”, invece di fermarsi infilano la strada che sale, ma subito si avvedono dell’errore e tornano indietro. Mi raggiungono e, mente Fabio si organizza per il cammino (“non poteva arrivare già vestito da montagna!”), m’informo sulla tabella di marcia completa che è in loro dotazione andando così a scoprire che non solo ho perso tutto il vantaggio che avevo accumulato, ma ho addirittura accumulato un ritardo di quarantatré minuti: “viaggio distrutto!” Non posso salvare la capra, vediamo di salvare almeno i cavoli: “eviteremo la salita alla Corna Blacca e al Dosso Alto”.

Assieme al nipote riprendo il cammino, passo ben cadenzato per affrontare la non dura ma comunque nemmeno leggera salita delle Scale dell’Ario e, senza sosta, siamo ai verdi pascoli del Pian del Bene dove ci concedo un minuto di respiro. Allontanando un paio di mucche che ostacolano il passaggio, raggiungiamo e risaliamo il ripidissimo versante meridionale del Monte Campello ed eccoci sulla cresta che unisce questa secondaria montagna a quella più evidente del Monte Ario, alla cui sommità perveniamo in breve tempo. Lungo la cresta possiamo ammirare tantissimi gigli rossi (che io ho invero oggi già piacevolmente osservato nel tratto tra la Corna di Sonclino e Lodrino), in buona parte ormai prossimi a sfiorire, ma in parte ancora freschi e per giunta proprio rossi non aranciati come al solito. Il tempo incalza, dalla vetta imbocchiamo subito la ripida discesa sul versante opposto e, attraversata una fantastica macchia di maggiociondoli, oltrepassiamo il Goletto di Campo. Lasciando perdere la variante che avrei voluto fare (scavalcamento del Dosso Falcone) prendiamo il lungo diagonale che porta al Passo del Falcone, qui ignoro anche l’altra mia variante (Monte Pezzeda) e senza esitazione scendo al Rifugio Blachì 2 per poi risalire al Passo di Pezzeda Mattina dove m’incammino sulla Strada dei Soldati. Sempre spettacolare questo lungo traverso, un’apparente diagonale invero in costante e sensibile salita, che taglia ripidi prati costellati da bianche rupi calcaree, sullo sfondo le case di Ono Degno e la valle che scende a Vestone. Segni di scavo e livellamenti hanno alterato completamente tutto il tratto fino al Passo di Prael, incrociamo una persona che manovra un drone, è qui arrivata con una bicicletta da montagna a pedalata assistita, fare due più due è immediato: “in zona stanno da tempo puntando sul downhill ciclistico, al passo del Maniva noleggiano le bici a pedalata assistita, vuoi vedere che questi lavori sono per consentire il passaggio delle biciclette!” Il sentiero ci riporta sul lato valtrumpino del crinale, finisce il tratto lavorato (invero poi scopriamo che a tratti riprende) e il percorso si fa in discesa per poi risalire leggermente nella lunga traversata sotto le contorte pareti calcaree della Corna Blacca. Si avvicina la base vita del Maniva, istintivamente allungo il passo e Fabio inizia a restare un poco indietro, rallento per mantenermelo vicino. Anche il Passo di Paio è superato, alti sul largo vallone che scende verso Vaiale e Lavenone, attraversiamo i ripidi pendii erbosi che sottostanno il Corno Barzò e la Cima Caldoline. Eccoci al breve ripido strappo franoso che adduce al Passo delle Portole, recuperiamo sul piano sentiero che porta al vicino Passo del Dosso Alto dove troviamo Alberto, insieme al quale prendiamo la strada asfaltata che ci porta al Giogo del Maniva. Seguito dai due compagni, entro nel bar dell’albergo Dosso Alto, subito salutato da Matteo che mi stava aspettando e mi offre collocazione in veranda dove potrei stare isolato e tranquillo, ma mi sento bene, molto bene e, in previsione della tanta solitudine che andrò poi ad affrontare, preferisco stare nella sala principale per altro oggi non particolarmente affollata. Ci sistemiamo al tavolo e nel giro di pochi minuti Manuela mi porta la pasta che avevo richiesto, che vado ad accompagnare con una bella birra media. Alberto e Fabio si limitano a bere del succo di frutta.

Grazie ai tagli fatti nell’ultimo tratto posso prolungo di parecchio la mia sosta e ne approfitto per asciugare i piedi, cambiare le calze e anche le scarpe. Non so cosa sia successo, ma quest’anno le mie scarpe preferite, appositamente acquistate per il giro dello scorso anno molto prematuramente interrotto e poi gelosamente custodite per l’occasione, non solo mi hanno quasi subito attivato una metatarsalgia (passata in secondo piano nella concentrazione del cammino ma ora nuovamente evidente), ma sui tanti diagonali erbosi hanno dolorosamente sollecitato i malleoli e, più in generale, le ho percepite più rigide e strette del solito. Si avvicina l’ora della ripartenza, visto il freddo e il vento che qui mi hanno accolto mi copro con tutto quello che ho a disposizione: canotta, maglia a mezze maniche, maglia a maniche lunghe, maglia pesante del secondo strato (proditoriamente messa nella borsa di assistenza), gilet antivento, giacca da pioggia, copripantaloni impermeabili, guanti, berretto invernale a cupola, cappellino leggero (per evitare che il cappuccio della giacca da pioggia mi scenda sugli occhi, lo fa meno di tanti altri ma comunque in modo a me fastidioso: preferisco avere la visuale bella libera in tutte le direzioni, anche verso l’alto). Così bardato saluto tutti e mi rimetto in cammino.

Come recita la legge di Murphy le cose avvengono quando non lo devono fare e così fatti pochi passi mi rendo conto che il vento va calando, “ok, qui sono in posizione protetta, ma più avanti torno allo scoperto, meglio non perdere tempo a spogliarmi” così mi limito ad aprire la cerniera della giacca e a togliere il cupolotto e il cappuccio della giacca. Mantenendomi alto sulla strada asfaltata, oltrepasso l’Hotel Bonardi (“inutile scenderci visto che non mi ci devo fermare, tanto non cambia poi molto e così è più logico”), poi seguo, come da percorso standard, il sentierino che evita il tornante del Pozzone, lo sguardo si alza ad osservare la rotonda cima del Dasdanino: “ammazza quanto appare lontana e alta, non me la ricordavo così”. Senza pensarci troppo procedo oltre e in breve arrivo alla base delle Calve degli Zocchi, un largo pendio erboso che, con pendenza progressivamente crescente, conduce alla detta sommità dove arrivo avvolto dalle nuvole che, senza ostacolare la visuale, rendono il paesaggio un poco surreale e fantasmagorico: nel tratto finale della salita avvisto, un centinaio di metri sulla mia destra, una grossa e nera ombra dalla forma di un grosso cinghiale, osservo con attenzione e mi sembra di notare del movimento, ma non ne ho la certezza, riprendo a salire tenendo d’occhio, più per curiosità che per altro, la grossa sagoma, poco più sopra diventano tre, due nere e una marrone, le osservo per alcune decine di secondi, percepisco lievi movimenti: “boh, potrebbero essere oscillazioni della nuvolaglia, non mi risulta che qui siano presenti”. Raggiungo il vicino Passo del Dasdana e, osservato con curiosità da una coppia in moto ferma in una piazzola di sosta, mi immetto immediatamente sul sentierino che porta verso la vetta dell’omonimo monte, sotto di me da un lato l’occhio azzurro del Laghetto Dasdana, dall’altro i ruderi della Caserma del Pian delle Baste nei pressi dei quali sono parcheggiati due furgoni, delle persone mi sembrano affollare la limitrofa area picnic… “qualcuno, nonostante il forte e freddo vento, si è attardato, uhm, forse sono dei pastori, vedo numerosi punti bianchi nei prati intorno, potrebbero essere pecore”. Fermandomi ogni tanto per guardarmi attorno e gustarmi il tramonto, supero la barriera di grossi massi, risalgo la successiva crestina che porta alla piattaforma di artiglieria, percorro la crestina finale e, sul fare della sera, raggiungo la vetta. Inizia la lunga cresta che riporta verso Brescia, al vento si aggiungono le nuvole basse che mi avvolgono in un gelido ed umido abbraccio, richiudo la giacca, rimetto il cupolotto invernale e rialzo il cappuccio, fra poco inizierà a far buio approfitto della fermata per prelevare e sistemare la frontale. Dando con la coda dell’occhio uno sguardo alla sempre bellissima conca dei laghi di Ravenola, scendo ai muretti a secco delle vecchie trincee e mi slancio sulla traversata delle Colombine. Salite e discese si alternano, la luce della frontale si ferma poco avanti creando nella nebbia un invalicabile muro bianco, i quadricipiti femorali danno segni di affaticamento e le ginocchia iniziano a brontolare, sulle discese più rovinate sono costretto a procedere con maggiore attenzione e minore velocità del previsto, una velocità che qui doveva invece iniziare a crescere: percepisco con chiarezza che sto accumulando ritardo. Rinuncio ai pochi metri che portano alla vetta del Monte Colombine per immettermi direttamente sul percorso di discesa verso il Goletto di Cludona. Con attenzione supero il primo tratto molto ripido e rovinato, poi cerco un recupero sul successivo lungo tratto di leggera discesa nell’erba. Cammino e cammino ma il goletto non arriva, sembra molto più lontano del solito, la nebbia si è fatta ancora più fitta, all’improvviso, un paio di metri avanti a me, appare una massa biancastra informe ma nitidissima, silenziosa passa velocissima alla mia sinistra, vicinissima, quasi a sfiorarmi, e ne noto le scie come di una cometa o di un cencio strappato, poi svanisce alle mie spalle. Il tutto dura pochi secondi, non ho avuto il tempo di fare o pensare alcunché, di certo non poteva essere una delle capre che qui di solito si trovano a pascolare, probabilmente una folata di vento ha fatto oscillare le alte e filamentose erbe giallastre che, confondendosi nella fitta nebbia, hanno generato l’immagine metafisica. Qualunque cosa sia stata, anche un semplice inganno della mia mente, la scena è stata intrigante e mi si è impressa nella memoria in modo profondo, così come altra di poco precedente in cui qualcosa di nero, sempre senza provocare rumore, si è alzato da terra per saltare nella mia direzione e poi volare via sfiorandomi ad altezza ginocchia. Misteri della notte nebbiosa e solitaria?

Finalmente sono al Goletto di Cludona, qualcosa d’impercettibile mi suggerisce che potrei dovermi fermare per un bivacco, meglio evitare le creste dove non avrei modo di riparami dal vento, decido di proseguire per la variante bassa anche se il tratto fino alle Sette Crocette proprio non lo conosco e il seguito l’ho fatto una volta sola, tre anni fa, in occasione del primo tentativo di TappaUnica3V. Manca una tabella del 3V ma c’è quella del CAI che indica con certezza la direzione da seguire. Dice venti minuti al passo, memorizzo l’orario corrente e calcolo quello di arrivo per avere un riferimento che mi tornerà utile per individuare quell’ampio valico, cosa tutt’altro che scontata in queste condizioni. A passo corsaiolo, senza mai fermarmi, seguo il nuovo percorso, la segnaletica scarseggia, specie quella del 3V (su tutto questo tratto individuo tre soli segni), ma il sentiero è netto e preciso, un solo bivio mi crea un attimo d’indecisione, subito risolta visto che mi è evidente che non devo né scendere né salire ma procedere in piano. Alla mia destra evidente la sagoma del crinale percorso dalla variante alta e che ben conosco, appare molto più in alto e non noto evidenti abbassamenti, la cosa mi preoccupa un poco “vuoi vedere che questo percorso si abbassa parecchio rispetto al valico e ti costringe ad una faticosa risalita!” Oltrepasso ripidi canali e sottopasso pareti rocciose di cui ignoravo l’esistenza, un tratto appare essere scavato nelle rocce stesse, ma la notte maschera l’esposizione. Avanti e ancora avanti, senza sosta e senza cedimenti, una fitta dolorosa ogni tanto si fa sentire sulla schiena ma gli dò poco credito, l’orario calcolato sulla base dei venti minuti della tabella è ormai decisamente passato e del passo non c’è traccia, ma ecco, finalmente vedo il crinale abbassarsi, all’improvviso scompare, attorno a me una piana distesa erbosa “devo essere al passo, riconosco questo posto”. Mi sposto diagonalmente alla mia destra, un cartello si materializza nella nebbia, più a sinistra in lontananza due tabelle segnaletiche che ben conosco, ancora qualche passo abbassandomi a destra ed ecco la traccia della variante alta, poi si materializza anche l’inconfondibile sagoma dell’altare: il muretto a secco con le sette crocette, un tempo di legno, ora metalliche. Il dolore alla schiena, forse la scapola destra, mi sta martoriando nello spirito, levo lo zaino e mi concedo una sosta sedendomi sul lato sottovento del muretto, mi appisolo per un paio di minuti, poi la mente, concentrata sul viaggio, mi ridesta dal mio torpore inducendomi a riprendere il cammino. Pochi minuti e sono al punto dove il 3V nuovamente si divide in due, chiaro il percorso che porta verso il Monte Crestoso, invisibile, invece, l’altro sentiero, ricordo più o meno la direzione ma nella nebbia non trovo né la traccia né la segnaletica. Qualche minuto girolando attorno ad un punto fisso, valuto le varie tracce che si notano a terra e scelgo quella che ritengo essere giusta, pochi passi e la traccia si fa più evidente, poi un segno bianco azzurro mi conferma d’aver scelto correttamente. Avanti a tutta, su e giù lungo il versante nordorientale del Monte Crestoso, un lungo traverso fino a che, dopo una breve salita, nuovamente tutto svanisce nel nulla, la traccia e la segnaletica: ho due segni appena dietro di me, ma nessuno in avanti, in qualsiasi direzione, il terreno di terra e pietre pare essere calpestato ovunque. Applico nuovamente la tecnica circonduttoria per individuare e verificare ogni possibilità, ancora decido bene e incappo nella segnaletica dopo qualche decina di metri (ma perché i bivi dei sentieri sono spesso mal segnalati? perché non si pensa che qualcuno potrebbe passare di notte e magari nella nebbia?).

Accelerando, per quanto le condizioni lo permettano, proseguo il cammino verso la Piana di Rosellino che ormai percepisco sotto di me, il sentiero volge bruscamente a destra e si porta sull’altro lato della conca in cui mi trovo, la frontale si riflette sulle tabelle che segnano il Passo del Crestoso. Per un attimo mi viene il frizzo di portarmi al bivacco Marino Bassi sotto la Colma di San Glisente dove potrei tranquillamente trovare riparo per attendere la mattina nella speranza che il dolore alla scapola svanisca completamente, ma cambio subito idea e proseguo lungo il 3V. Circumnavigando tra erbe, acquitrini e lisci placconi rocciosi m’addentro sul fondo della invitante piana di Rosellino, ad un certo punto la frontale inizia a lampeggiare, “mannaggia si sta esaurendo la carica e non ho dietro scorta!”. Ricordo che c’è un buon margine di tempo prima che si spenga del tutto, ma non ricordo quanto, la luna a tratti appare ma le nuvole ne attenuano notevolmente la luce, possibile ma sconsigliabile procedere a frontale spenta. “Ma cacchio, come mai si è già esaurita? Dovrebbe reggere undici ore alla massima intensità e io ne ho fatte… oops, undici! Già ma non tutte alla massima intensità, vuoi vedere che sono undici a minima intensità! Va beh, inutile discriminare, ormai è andata così, devo arrangiarmi alla meglio” (a casa ho poi riscoperto, e ben memorizzato, che dura da quattro a trenta ore). Attraverso per intero la piana iniziando a meditare su un probabile bivacco d’emergenza, verso la fine, nei pressi di un torrentello, una larga placca pianeggiante sembra adatta e mi ci sistemo “è da poco passata la mezzanotte, mancano tre ore al crepuscolo, qui non tira vento e la temperatura sembra confortevole, posso resistere; ma posso anche sperare in un colpo di vento che apra il cielo e mi permetta di mettermi in camino alla luce della luna”. Mando un messaggio sul gruppo WathsApp che avevo creato per TappaUnica3V in moda da avvisare della situazione, altri più dettagliati li mando a mia moglie che non è nel gruppo, ad Alberto chiedo di venirmi a prendere al Plan di Monte Campione dove è ormai deciso interromperò il mio cammino, ovviamente non mi aspetto risposte e invece quasi subito rispondono mia sorella e mia moglie. Passano una ventina di minuti, le nuvole non danno segno di voler lasciare spazio alla luna, il rumore del torrente particolarmente fastidioso, l’umidità si fa sentire e anche il vento si è rimesso in movimento, “a circa mezz’ora di cammino c’è la Malga di Rosellino, è meglio tentare di raggiugerla onde avere un riparo migliore”. Detto fatto, riprendo lo zaino e mi metto in marcia, la discesa verso la malga è molto impegnativa, il sentiero è costellato da una miriade di massi rotti, manco ci fosse stato un terremoto, devo procedere con molta cautela, tre volte rischio di cadere rovinosamente perchè nel passare in bilico su delle sottili lame la frontale si mette a lampeggiare. Alla fine ecco l’ombra della malga, vedo anche delle luci, forse ci sono i pastori. Con difficoltà individuo il giusto tracciato dove scende un tratto franato e percorso dall’acqua, poi lascio perdere la segnaletica e punto direttamente alla malga che lestamente raggiungo. Sorpresa, non c’è nessuno, “chissà che luci avevo visto!” Il catenaccio che chiude la porta non è munito di lucchetto, “belloooo, posso anche entrare!” Come non detto: la porta sembra inchiodata, impossibile aprirla. Giro i tre lati della malga (tralascio quello posteriore da cui sono arrivato), non vedo altre porte, allora mi sistemo sui gradini dell’ingresso che appare la zona più riparata e comoda, comunque qualche folata arriva lo stesso per cui mi rannicchio tra gli stipiti. Avviso casa e immediatamente arriva la chiamata di mia moglie: non è particolarmente preoccupata (mi conosce bene e in passato ne ho passate di ben più critiche), ma comunque desiderosa di sentire la mia voce e capire il mio effettivo stato fisico e mentale. Io sono assolutamente tranquillo e mi appisolo seduto sul gradino con la testa appoggiata alle ginocchia. Mi risveglio dopo un’oretta, brividi di freddo mi fanno tremare come un filo d’erba al vento, mi alzo e cerco di riscaldarmi effettuando alcuni esercizi ginnici, nel mentre… “aho, che scemo, nello zaino ho il telo termico”. Prendo il telo, a fatica (“ma come cavolo lo piegano”) lo apro e me lo avvolgo attorno riprendendo posizione sul gradino, fatico un poco a far si che il telo non si sollevi per effetto del vento ma alla fine sono ben protetto e nel giro di pochi minuti inizio a sentire un comodo tepore, certo non si può parlare di caldo, ma comunque sto bene e mi appisolo nuovamente, anzi proprio mi addormento.

Quattro del mattino, le nuvole sono scese nella piana e l’umidità fa sentire i suoi effetti, apro gli occhi, è ancora buio pesto, altro che crepuscolo, potrei certo sfruttare gli ultimi istanti di carica della frontale, ma non posso sapere quando mi lascerà al buio e poco sotto il sentiero entra nel bosco, ho più volte camminato al buio senza torcia, anche sotto i boschi, ma le insistenti preoccupazioni di mia moglie sull’incontro coi cinghiali, nonostante sia evenienza a cui sono ormai abituato, mi condizionano convincendomi a non mettermi in cammino: mi risistemo il telo e, godendomi in totale tranquillità il momento, mi pongo in attesa della luce. Verso le cinque c’è abbastanza chiarore, ripongo alla bene meglio, ehm, alla peggio (mi limito a cacciarlo a forza dentro una delle tasche elastiche dello zaino) il telo, mi bevo due bei bicchieroni di tè caldo che proditoriamente m’ero fatto mettere nel termos all’uopo predisposto nella borsa dell’assistenza (le previsioni meteo, almeno quelle che utilizzo io, dettagliate ora per ora, possono talvolta non essere perfette ma, se lette bene, sempre danno utili e corrette informazioni, per l’occasione davano una notte molto fredda: quando, la mattina e diversi metri più in basso, arriveranno a prendermi il termometro dell’auto segnerà sette gradi, con buona approssimazione posso dire che nella notte la temperatura è scesa ad almeno cinque gradi, forse anche tre), qualche movimento per rimettere in attività i muscoli e via, verso quella che ormai è diventata la meta finale. Subito mi accorgo che sto benissimo, affronto la discesa, non banale, quasi correndo, non ho dolori di nessun genere: “cavolo, se non avessi ormai accordo per il recupero al Plan tirerei dritto verso Brescia, ma Alberto deve farsi un bel giro per arrivare qui e non me la sento di rimandarlo indietro, lasciamo perdere”. Velocissimo continuo la discesa e altrettanto veloce affronto le risalite nel diagonale verso Malga Rosello di Sopra, poco prima di questa mi fermo per togliermi gli abiti pesanti ormai inutili e nel riporre il tutto mi avvedo che ho perso la frontale. “Mannaggia, visto quello che costa di certo non la lascio in giro, tanto più che di sicuro mi è caduta di testa quando, poco fa, ho levato il cappuccio della giacca”. Quel “poco fa” si dimostra un poco meno poco e devo camminare dieci minuti abbondanti prima di ritrovarla, comunque recuperata: “bon, anche questa è fatta, giusto non farsi mancare nulla”. Ritorno velocemente a Malga Rosello di Sopra e senza sosta imbocco la sterrata che mi porterà a Plan di Monte Campione. Alternando tratti di dolce salita ad altri decisamente più ripidi man mano mi avvicino alla Stanga del Bassinale, stretto valico che adduce alla conca del Plan. Il passo è sostenutissimo ed ecco che, sebbene molto più lieve, si rifà sentire il dolore alla scapola, dovrei esserne scontento e invece: “oh, ecco, meno male, almeno mi fermo per qualcosa!” Mi arriva un messaggio da Alberto che mi avvisa d’essere fermo al parcheggio, gli spiego da dove mi vedrà arrivare e, non volendolo far aspettare troppo, spingo al massimo la salita che mi porta al Bassinale poi mi lancio di corsa lungo la pista da sci che scende al Plan: “mazza, dopo novanta chilometri e trentacinque ora di attività sono ancora in grado di correre e di farlo su di un terreno non propriamente banale, che belloooo, giusta ricompensa e ottimo viatico per i successivi impegni”. Eccomi al Plan di Monte Campione ma… “dove cavolo è Alberto? Si sarà fermato al parcheggio basso”. Mi avvio lungo la strada asfaltata e nel contempo messaggio con Alberto per capire dove si trova: si è fermato al Laghetto, ovvero a parecchia distanza da qui. Gli spiego cosa deve fare per raggiugermi e continuo il cammino sulla strada. Una quindicina di minuti ed eccolo che arriva. “è finita, ora è proprio finita, che peccato essermi nuovamente arreso, specie perché stavolta era l’ultima.”

Ehm, sarà proprio l’ultima? Tu che dici?

Mumble, mumble!

 

#TappaUnica3V, ultimi giorni!


Mancano quattro giorni alla partenza, sono carichissimo, purtroppo le previsioni che prima davano bel tempo pian piano sono cambiate e ora danno pioggia pressoché continua e temperature basse, speriamo che la perturbazione ritardi un paio di giorni: certo qualche millimetro di pioggia non mi preoccupa, anzi, potrebbe anche farmi piacere nella calura attuale, ma ne sono previsti venti e anche se spalmati nella giornata iniziano ad essere troppi per i tratti di simil arrampicata (Dossone di Facqua, Dosso Alto, Corni del Diavolo, Almana) a cui non vorrei rinunciare.

A parte questo sono sereno, la preparazione fatta è stata notevole, la mia conoscenza del percorso e della montagna in genere è rilevante, ho sulle spalle un bagaglio tecnico di tutto rilievo, per cui mi dedico con calma e tranquillità alle ultime operazioni: ritiro dell’acqua e dello SPOT, controllo del materiale, sistemazione di piccoli dettagli quali la regolazione degli spallacci dello zaino, pulizia delle borracce e… rifinitura del piano di marcia, anzi quest’ultima cosa è stata già finita e, ricordandovi che si tratta di pure indicazioni di massima visto che quest’anno procederò, almeno per il tratto Brescia – Maniva, a sensazione, lasciando nello zaino persino l’orologio, eccola.

 

Dettaglio 2018 Distanza km Vel km/h Tempo assegn. Orario pass. Totali  tra riforn.
Brescia, inizio via San Gaetanino 0,00 0,00 00:00 20:00
Ex Rifugio Monte Maddalena 5,06 2,89 01:45 21:45
Stazione di Monte Salena 2,03 4,06 00:30 22:15
Colle di San Vito 1,81 5,43 00:20 22:35
Chiesa San Rocco a Nave 3,13 4,70 00:40 23:15
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 23:20
Santuario di Conche 5,60 2,80 02:00 01:20
Eremo di San Giorgio 1,97 2,96 00:40 02:00
Passo del Cavallo 2,51 3,77 00:40 02:40
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 02:45
Punta Camoghera 3,21 2,03 01:35 04:20
La Brocca 0,45 2,70 00:10 04:30
Dossone di Facqua 0,82 1,23 00:40 05:10
Passate Brutte 0,78 2,34 00:20 05:30
Corna di Sonclino 2,71 4,07 00:40 06:10
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 06:15
Passata di Vallazzo 2,35 3,53 00:40 06:55
Punta Ortosei 0,77 1,85 00:25 07:20
Punta di Reai 0,72 2,88 00:15 07:35
Cocca di Lodrino 2,47 3,71 00:40 08:15
Rifornimento – ripartenza     p 00:15 p 08:30 12:15
Passo della Cavada 3,32 2,66 01:15 09:45
Roccolo Morandi 0,99 2,97 00:20 10:05
Passo del Termine 2,67 4,58 00:35 10:40
Piani di Vaghezza 1,32 2,64 00:30 11:10
Vetta Vaghezza 0,48 2,88 00:10 11:20
Chiosco Vaghezza 0,76 5,70 00:08 11:28
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 11:33
Monte Ario 3,48 2,09 01:40 13:13
Goletto Campo di Nasso 0,60 7,20 00:05 13:18
Dosso Falcone 0,53 2,65 00:12 13:30
Passo Falcone 0,26 3,12 00:05 13:35
Monte Pezzeda 0,60 1,80 00:20 13:55
Passo di Pezzeda Mattina 1,02 6,12 00:10 14:05
Monte Pezzolina 0,74 1,78 00:25 14:30
Passo di Prael 0,30 2,25 00:08 14:38
Incrocio 3V basso 1,26 5,04 00:15 16:23
Passo delle Portole 1,62 4,42 00:22 16:45
Passo del Dosso Alto 0,72 5,40 00:08 16:53
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 16:58
Dosso Alto 1,26 2,16 00:35 17:33
Forcella inizio discesa pratone 0,40 1,26 00:19 17:52
Gioco del Maniva – Albergo Dosso Alto 1,58 5,27 00:18 18:10
Sosta e rifornimento – ripartenza     p 01:30 p 19:40 9:40
Monte Dasdana 4,61 3,64 01:16 20:56
Monte Colombine 1,45 4,35 00:20 21:16
Goletto di Cludona 1,15 6,90 00:10 21:26
Passo delle Sette Crocette 1,94 4,31 00:27 21:53
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 21:58
Monte Crestoso 1,17 3,19 00:22 22:20
Foppa del Mercato 2,85 2,85 01:00 23:20
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 23:25
Corni del Diavolo 0,47 1,13 00:25 23:50
Cima Torricella 0,85 3,40 00:15 00:05
Sella base Muffetto 1,15 6,90 00:10 00:15
Monte Muffetto 0,82 1,97 00:25 00:40
Goletto del Baccinale 1,00 7,50 00:08 00:48
Colma di Marucolo 3,92 3,14 01:15 02:03
Colle di San Zeno 3,83 8,51 00:27 02:30
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 02:35
Malga Gale 2,50 3,95 00:38 03:13  
Monte Guglielmo (Monumento) 1,67 2,51 00:40 03:53
Croce di Marone 4,13 9,91 00:25 04:18
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 04:23
Forcella di Sale 2,00 5,45 00:22 04:45
Punta Cabrera 0,58 1,51 00:23 05:08
Punta Almana 0,87 2,61 00:20 05:28
Croce di Pezzolo 1,65 6,60 00:15 05:43
Monte Rodondone 1,65 3,67 00:27 06:10
Santa Maria del Giogo (parcheggio trattoria) 1,34 6,18 00:13 06:23
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 06:28
Caposs 2,56 6,98 00:22 06:50
Rifornimento – ripartenza p 00:15 p 07:05 11:10
Pozza di Punte dell’Ort 0,43 3,69 00:07 07:12
Zoadello Alto – Vineria Zoadello 1,36 8,16 00:10 07:22
Pianello 0,79 5,93 00:08 07:30  
Strada del Faeto 0,39 3,90 00:06 07:36  
San Giovanni di Polaveno 1,49 8,94 00:10 07:46  
Uccellanda della Colmetta 3,51 4,21 00:50 08:36
Monte Magnoli 3,58 4,77 00:45 09:21
Quarone di Sopra (sotto cascina) 1,67 8,35 00:12 09:33
Quarone di Sotto (Pozza del Paradiso) 0,88 4,40 00:12 09:45
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 09:50
Via Forcella 3,43 8,23 00:25 10:15
Monte Selva (Santuario della Stella) 0,89 2,67 00:20 10:35
Roccolo Selva 1,22 4,88 00:15 10:50
Monte Peso 1,18 3,54 00:20 11:10
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 11:15
Via Campiani (parcheggio) 0,95 5,70 00:10 11:25
Passo delle Crosette 1,42 5,68 00:15 11:40
Monte Picastello 0,30 3,60 00:05 11:45
Brescia – Urago Mella (piazzetta) 1,56 6,24 00:15 12:00
  131,39 3,55 37:00 3:00 4:55
  Tot. km Vel. media Tot. ore cammino Tot. ore sosta

Alla prossima!

Camminare in montagna – Il nudo


Prosegue da… Abbigliamento: integrazione


IMG_DSC7564Sebbene tutti in certe situazioni riducano ai minimi termini l’abbigliamento che indossano, pochi sono coloro che rimuovono anche quest’ultimo brandello di tessuto: i secoli di condizionamento sociale ci hanno resi più o meno refrattari ad ogni pulsione di spogliamento totalizzante, nel contempo l’abitudine all’abito ha inibito le nostre sensazioni epidermiche portandoci a sentire normale lo stare vestiti e anormale il mettersi a nudo. Invero, volenti o nolenti, il nudo è per sua implicita natura stato di norma di tutti gli esseri viventi mentre, al contrario, i vestiti sono un artifizio creato dall’essere umano in parte per opportune ragioni (proteggersi dalle intemperie, dal freddo, dagli elementi abrasivi o urticanti), in parte per motivazioni non comuni a tutte le culture e, pertanto, opinabili (camuffarsi, distinguersi, creare soggezione e/o suggestione, presunta igiene, veti religiosi, divieti legislativi o giuridici). Ecco che camminare (e ancor più vivere) nudi, a fronte di qualche svantaggio, comporta numerosi vantaggi, sia personali che sociali.

Partiamo dagli svantaggi!

Dipendenza

Come lo provi non ne puoi più fare a meno! Invero sarebbe da vedersi come un vantaggio ma allo stato attuale delle cose in Italia (e in buona parte del mondo) purtroppo diviene uno svantaggio, come vedremo nel seguito.

Sofferenza fisica

IMG_8573Già da vestiti camminando in montagna è inevitabile subire escoriazioni, spinate, orticate, irritazioni, abrasioni, così è inevitabile chiedersi cosa succede da nudi. Come prima cosa consideriamo che raramente circoliamo perfettamente coperti, anzi, con il caldo imperano pantaloncini e maglietta che lasciano libera una bella porzione di pelle, poi posso assicurarvi che la differenza non è notevole: i genitali sono in posizione piuttosto protetta (in quindici anni di nudo sono rimasto appeso a rami spinosi per il naso o per la palpebra di un occhio ma mai per il pene o lo scroto e vi assicuro che resto nudo persino nell’attraversamento di fitte boscaglie e spessi roveti), i glutei sono meno protetti ma visto che in genere si cammina verso l’avanti è ben difficile che vadano a sbattere contro qualcosa (mi sono graffiato testa, viso, spalle, schiena, torace, braccia e gambe ma mai i glutei), il problema si pone quando ci si siede e allora basta un piccolo telo o un maglione o una giacca. Debbasi osservare anche che:

  • attraverso la nudità la pelle un poco si indurisce;
  • il reiterarsi dei contatti dolorosi intensifica la nostra sopportazione del dolore o, per meglio dire, si abbassa la nostra percezione dello stesso, quantomeno in ragione dell’effetto delle erbe urticanti (personalmente ormai nudo attraverso impunemente anche i campi di ortiche);
  • con un poco di attenzione il tutto si può contenere considerevolmente;
  • tutto sommato ci si può pur sempre all’occorrenza rivestire.

Alla fine sono comunque piccole ferite e piccoli dolori che scompaiono in pochissimo tempo e che, come ben sanno coloro che in montagna ci vanno con intensità, sono parte del gioco, parte di quell’inclusione nell’ambiente che ogni escursionista ricerca e che solo il nudo permette di raggiungere.

Sofferenza mentale

La situazione legislativa italiana in merito alla nudità pubblica è piuttosto ambigua, di fatto non ne parla apertamente limitandosi a far riferimento ad una indefinita e indefinibile morale attraverso la definizione degli atti contrari alla pubblica decenza (altro termine indefinito e indefinibile). Nel tempo, in specie a seguito di condizionamenti religiosi, si è venuta a creare una convenzione giuridica che ha collocato la nudità pubblica nel contesto degli atti contrari alla pubblica decenza, convenzione oggi messa in dubbio, da varie sentenze di ogni ordine e grado (riprenderò l’argomento più avanti per esaminarlo più dettagliatamente). Messa in dubbio ma non annullata, ecco quindi che per chi si abitua a camminare nudo scatta la sofferenza del:

  • non poter stare nudo sempre e ovunque;
  • dover decidere quando potersi spogliare e quando doversi rivestire;
  • doversi sicuramente rivestire pervenendo a sentieri molto frequentati anche quando appaiono deserti, nell’approssimarsi a centri abitati o strutture di vario genere (rifugi, malghe, cascine), nell’attraversamento di strade trafficate, al rientro a valle;
  • l’essere di fatto costretto a stare vestito quasi ovunque, ovvero a stare più spesso vestito che nudo.

Timori

Per quanto ci si possa stare attenti con il reiterarsi dello stato di nudità sarà inevitabile finire con l’incontrarsi con escursionisti vestiti, l’esperienza ormai mi ha insegnato che raramente questo creerà problemi ma qualcuno che li ha avuti c’è e bisogna pur sempre mettere in conto:

  • sguardi schifati, va beh, affari loro;
  • occhiate di disapprovazione, idem come sopra;
  • commenti inopportuni, possono dare fastidio ma creano anche l’opportunità per intavolare un dialogo costruttivo;
  • insinuazioni disdicevoli, sicuramente fastidiose ma è bene non reagire con analoga malignità e malizia, piuttosto se ci si riesce usare l’ironia altrimenti tirare dritto limitandosi a un saluto garbato;
  • aggressioni verbali, idem come sopra;
  • aggressioni fisiche, qui le cose si complicano, devo però dire che non ho segnalazioni di qualcuno che le abbia dovute subire;
  • denunce, anche se, in mezzo ai monti, è alquanto improbabile che qualcuno si metta a telefonare alle forze dell’ordine ed è ancora meno probabile che queste ultime si mettano sulle tracce del nudista di turno il quale, ovviamente, non se ne sta fermo ad attenderle;
  • sanzioni (che dopo la depenalizzazione degli atti contrari alla pubblica decenza sono diventate piuttosto pesanti), comunque improbabile per quanto enunciato poco sopra (a seguito della suddetta depenalizzazione i militi delle forze dell’ordine vi devono essi stessi sorprendere nudi).

Fastidio dello zaino e delle scarpe, alias compromesso alla nudità totale

IMG-20170711-WA0006Stante la già detta situazione socio-legislativo-giuridica è al momento impossibile pensare di restare nudi per l’intero tempo di un’escursione (da casa a casa) e questo comporta la necessità di portarsi appresso quantomeno i pantaloncini, ovvero la necessità di disporre di un piccolo ma comunque fastidioso marsupio. Quando l’escursione sale un poco di quota o cresce in durata dovremo avere al seguito maglia e pantaloni lunghi e allora il marsupio non basta più, bisogna passare a un più capiente e fastidioso zaino. Talvolta potremmo anche riuscire a non portarci appresso il vestiario, resta comunque il problema di dove mettere documenti e soldi. Per le scarpe non esiste un problema giuridico, farne a meno è comunque assai difficile. Si vero, c’è chi lo fa, ma servono anni perché si formi sotto i piedi il necessario callo e sono anni di sofferenza, in ogni caso ci si trova limitati in velocità (sono rari coloro che arrivano a correre su qualsiasi terreno), estensione (lunghezza dell’escursione), progressione (complicato se non impossibile saltare, scivolare, eccetera). Alla fine sono ben pochi i casi in cui potremo goderci la più completa nudità, dovremo quasi sempre accettare un pur piccolo compromesso.

Passiamo ora ai ben più numerosi e sostanziosi vantaggi.

Ecologia ed economia

Camminando nudi non si sporcano i vestiti e pertanto si riduce l’uso di acqua e detersivi necessari al lavaggio. Ok, ma ci si deve lavare di più! Si vero, ma fino a un certo punto visto che comunque anche dopo un’escursione vestita la doccia la si deve fare e, in ogni caso, il bilancio delle due cose (risparmi per i vestiti, spreco per il corpo) e pur sempre a favore del risparmio.

Camminando nudi si riduce il consumo dei vestiti che pertanto durano molto più a lungo e si spende assai meno per il loro ricambio.

Confort

Camminando nudi la nostra pelle non è a contatto con tessuti che possono creare fastidiose irritazioni da sfregamento.

Camminando nudi il nostro corpo non è avvolto in qualcosa che possa stringerlo ed ostacolarne il movimento.

Camminando nudi la nostra pelle percepisce anche il minimo soffio d’aria così sentiamo meno il caldo.

Camminando nudi permettiamo ai nostri principali recettori termici, collocati nei genitali, di percepire la corretta temperatura ottenendo un’autoregolazione termica ottimale e sudando solo il necessario, ovvero molto meno di quanto, a pari condizioni di temperatura, avvenga stando vestiti.

Salubrità

Camminando nudi la nostra pelle non è a contatto con tessuti che possono creare allergie.

Camminando nudi il nostro corpo non assorbe sostanze tossiche quali sono quelle contenute nei coloranti per tessuti e rilasciate per effetto della luce, del calore e del sudore.

Camminando nudi la nostra pelle non macera nell’umido del tessuto sudato (per quanto ne dicano i produttori di abbigliamento sportivo, ancora non ho trovato maglie che, specie se a contatto con lo zaino, restino perfettamente asciutte) o bagnato (pioggia, umidità, eccetera).

Camminando nudi sulla nostra pelle non si formano quei funghi e quei batteri provocati dal persistere, specie in ambiente caldo, di tessuti umidi a contatto con la pelle.

DSC_0155Camminando nudi sudiamo solo il giusto. Da sempre la medicina dello sport insegna che è importante sudare (permette al corpo il mantenimento della temperatura ideale) ma che, nel contempo, è altrettanto importante sudare il giusto, ovvero il meno possibile. Sudare il meno possibile vuol dire mettersi addosso il minimo vestiario necessario in ragione della temperatura del momento e quando questa supera un certo livello (non indico un valore preciso perché è condizione molto soggettiva) il minimo vestiario necessario è senz’ombra di dubbio la nudità: testicoli e ovaie devono mantenere una temperatura il più possibile costante ecco quindi che la natura li ha opportunatamente posizionati e/o protetti (le ovaie sono all’interno, i testicoli sono esterni ma avvolti in un dissipatore naturale, lo scroto) e li ha dotati di numerosi e importanti sensori del caldo il cui funzionamento viene negativamente condizionato, se non inibito, innanzitutto dalle mutande ma poi anche dai pantaloni e infine dal vestiario in generale.

Camminando nudi la nostra pelle respira al meglio: per quanto un capo di abbigliamento possa essere traspirante sarà pur sempre un qualcosa in più rispetto alla pelle, indi un qualcosa che altera, in negativo, il normale respiro della pelle.

Camminando nudi, in sostanza, riduciamo l’insorgenza delle malattie alla pelle e ai genitali.

Praticità

Camminando nudi abbiamo bisogno di meno cose al seguito (la pelle è impermeabile, idrorepellente, traspirante e, tutto sommato, anche resistente al vento, l’unico limite è la temperatura) quindi ci bastano zaini più piccoli, ci è così più facile allestirli e peseranno meno sulle nostre spalle (tra l’latro, e si torna sulla salubrità del nudo, uno zaino meno pesante vuol anche dire meno problemi alle spalle e alla schiena, ma indirettamente anche a gambe, ginocchia e caviglie).

Camminando nudi ci manteniamo costantemente asciutti senza bisogno di cambiarci i vestiti, foss’anche la sola maglia.

Camminando nudi possiamo spesso evitare l’utilizzo di mantelle, giacche, pantaloni antipioggia che limitano la mobilità e, per quanto traspiranti siano, fanno sudare.

Camminando nudi qualora dovessimo utilizzare, sopra la nuda pelle, mantella o giacca e pantaloni antipioggia il cammino sarà più agevole che avendo sotto dei vestiti, suderemo assai meno e il sudore evaporerà molto più facilmente.

Camminando nudi riduciamo le fermate per il cambio, l’aggiunta o la rimozione d’abiti.

Inclusione

IMG_20180425_102246Camminando nudi ci sentiamo molto più vicini alla natura che ci circonda e riusciamo ad apprezzarne ogni più esile sentore, vuoi perché la pelle solo da nuda può percepire aria, sole, luce, contatti, vuoi perché l’essere nudi ci rende apparentemente indifesi e di conseguenza la nostra attenzione mentale cresce e sebbene questo le prime volte questo potrebbe risultare disturbante, ma man mano che si prende confidenza diventa la porta d’accesso allo stato d’inclusione nell’ambiente e arriveremo a sentirci montagna nella montagna, eliminando, oltre alle barriere fisiche, anche quelle mentali.

A questo punto dovreste aver compreso le inestimabili qualità del camminare nudi (e del nudo in genere) ed essere pronti a spogliarvi. D’altra parte, però, condizionati e magari intimoriti dalle minacciose o ingiuriose frasi di coloro che preferiscono ignorare piuttosto che conoscere, di coloro che sono chiusi a riccio nelle proprie convinzioni, di quei (pseudo) giornalisti che necessitano di qualcosa che possa movimentare la scarna lettura dei loro scritti, di certi amministratori comunali preoccupati più di mantenere la sedia su cui sono posti che di svolgere il loro vero dovere (garantire a tutti l’opportunità di vivere secondo proprio modello), potreste essere ancora titubanti, avere ancora quelle classiche preoccupazioni che frenano coloro che per la prima volta sentono il desiderio di mettersi a nudo, coloro che, visto altri vivere beatamente nella nudità, vorrebbero provarci a loro volta.

Sono un esibizionista?

Tranquillo, non lo sei: ti sembra logico che un esibizionista si spogli dove la possibilità che qualcuno lo veda è molto bassa o addirittura inesistente? Già, ma se vado con un gruppo vuol dire che altri mi vedono e mi esibisco per costoro! Qui, fintanto che non ti decidi a provare, devi credermi sulla parola: nessuno farà attenzione alla tua nudità e pertanto, ammesso e non concesso che l’esibizionismo possa essere stata la chiave per convincerti a provare la nudità sociale, o ritorni nelle fila dei vestiti (che soli, a seguito del condizionamento sociale, possono restare turbati o sessualmente coinvolti dal tuo nudo e darti quell’eccitazione che solo la reazione da parte degli osservatori può provocare) o ti adegui e la tua nudità, in questo contesto, perde ogni significato esibizionistico.

Sono un guardone?

Anche qui devi credermi sulla parola oppure provarci, in sostanza torniamo alla seconda parte del punto precedente: magari, stante i condizionamenti mentali prodotti dai tabù del corpo e del nudo, inizialmente potrebbe (sottolineo il potrebbe, perché il più delle volte non è così) esserci un più o meno forte impulso a guardare nell’intimo gli altri, ma, se così fosse, una volta immerso nel contesto presto ti accorgerai che, avendo ormai pienamente soddisfatto tutte le tue curiosità e morbosità, della nudità degli altri non t’importa più nulla: tutto normale, assolutamente normale, molto ma molto più normale che stando vestiti quando l’abbigliamento può esaltare certe caratteristiche fisiche e stimolare l’appetito sessuale.

Ma se ci sono bambini?

IMG_4867Tranquillo, come è facilmente osservabile da chiunque:

  • i bambini non badano alla nudità propria e degli altri;
  • i bambini si sentono molto meglio da nudi che da vestiti;
  • il fastidio per il nudo che mostrano molti ragazzi in età scolare e ancor più molti adolescenti non è innato ma si è formato a seguito dei tanti condizionamenti loro indotti attraverso l’azione dei genitori, delle scuole, dei catechisti, della religione, della società in genere;
  • è scientificamente dimostrato che i bambini cresciuti in un contesto nudista diventano adolescenti e adulti immuni ai classici problemi del vestitismo (insoddisfazione del proprio corpo, anoressia, bulimia, eccetera), meno aggredibili da parte di chi sfrutta la nudità per imporre, attraverso il ricatto, le proprie volontà (bulli, ex fidanzati o fidanzate, eccetera) e, ultimo ma non ultimo, sanno difendersi meglio da minori dalla pedofilia e da adulti dalle molestie sessuali in genere.

Sono un pedofilo?

Quanto visto ai punti precedenti dovrebbe aver già azzerato un’eventuale preoccupazione di questo tipo, mentre potrebbe permanere il timore d’essere accusato di pedofilia: il “siete dei pedofili” è un’accusa che, specie sui social dove l’ignoranza e la malvagità imperano, ogni tanto salta fuori. Faccio osservare che siffatta affermazione sconfina certamente nella calunnia o, a seconda di come viene manifestata, nella diffamazione e, quantomeno a fronte di una denuncia (che, bontà nostra, purtroppo mai facciamo), le preposte istituzioni dovrebbero intervenire pesantemente.

Violo la legge?

Ne ho già parlato ma è opportuno rimettere in evidenza questa cosa. La legge italiana non prevede un reato per la nudità pubblica, prevede solo gli atti contrari alla pubblica decenza e gli atti osceni in luogo pubblico, ma poi non specifica quali siano questi atti lasciando al giudice la piena libertà di decidere di volta in volta. Ormai è stato dai giudici di ogni ordine e grado più volte sottolineato il cambiamento di pensiero della società italiana in merito al corpo umano e alla sua nudità, decretando che la nudità del corpo non è, di per sé stessa, più offensiva per la morale e assolvendo, dal 2000 a oggi, tutti coloro che sono arrivati in tribunale.

Tutto bene allora? No, purtroppo i giudici hanno aggiunto delle precisazioni che, di fatto, pongono delle condizioni limitanti:  la nudità non è di per se stessa illecita purché venga attuata in zone all’uopo demandate (bah, mi pare evidente), in zone ove la stessa da tempo viene praticata (purtroppo senza dare un valore temporale a questo tempo e ciò ha consentito a comuni come quello di Manerba del Garda di emettere ordinanza di divieto sebbene fossero alcune decine d’anni che in zona si stava nudi) o in zone isolate poco frequentate. L’ultimo punto verrebbe a sostegno della liceità dell’escursionismo in nudità senonché è stato espresso solo da alcuni giudici e non ribadito dalla Cassazione, motivo per cui resta aperto l’interrogativo.

Detto questo possiamo comunque osservare che, con riferimento all’escursionismo, non solo ci troviamo distanti dai centri abitati e quindi dagli uffici delle forze dell’ordine, ma saremo anche su percorsi poco frequentati o addirittura su terreno vergine per cui la possibilità d’incontrare qualcuno che possa rivolgersi alle forze dell’ordine è remota e anche ammesso che lo faccia è assai improbabile che i militi si sobbarchino la fatica e la spesa di mettersi in cammino o di levarsi in volo alla nostra ricerca, potrebbero attenderci in qualche punto dove arriva una strada, ma noi ci saremo già vestiti per cui nulla potranno imputarci (dopo la depenalizzazione del reato di atti contrari alla pubblica decenza bisogna che i militi ci colgano sul fatto). Resta la possibilità d’incontrare le guardie forestali o, se siamo all’interno di qualche parco, i guardia parco, beh in sessant’anni di montagna non li ho mai incontrati e poi possiamo comunque giocarci la carta del territorio isolato e poco frequentato, citando le varie sentenze favorevoli e ribadendo che in tale situazione le denunce sono state stralciate già in Pretura con la motivazione che il fatto non sussiste.

“Si sta faticando per far capire quanto, ai fini della sicurezza, sia importante il corretto abbigliamento, parlare di escursionismo in nudità non è una forte contraddizione?”

DSC_0320

Trattasi di un’obiezione che mi è stata direttamente formulata dall’editore di una rivista di montagna a cui avevo mandato un mio articolo sull’escursionismo in nudità. La sicurezza è di certo l’aspetto che porta più punti al vestiario che al nudo, ma la montagna non è sempre ambiente ostile. Se d’inverno molti possono essere i pericoli oggettivi che possono spesso (ma non sempre) indurci a non togliere il vestiario, d’estate le cose cambiano considerevolmente e nella maggior parte delle situazioni il vestiario non apporta nulla alla sicurezza: se mi cade un sasso in testa non sarà certo l’essere vestito ad evitarmi il trauma, se scivolo e cado in un dirupo il vestiario non mi eviterà contusioni e fratture, se sbatto un ginocchio contro una pietra l’avere o meno indosso i pantaloni non mi allevia la contusione, se metto male un piede l’essere vestito non può certo evitarmi la distorsione della caviglia e via dicendo. D’altra parte l’escursionista che vuole camminare nudo si porta comunque al seguito tutto il vestiario necessario e andrà ad indossare quanto la situazione del momento richieda.

L’esistenza di situazioni limitanti non rende impossibile il mettersi a nudo, determina solo la necessità di valutare tali situazioni e adattarsi alle stesse in modo opportuno. Avviene così per qualsiasi forma di abbigliamento e attrezzatura: nessuno si sogna di partire da casa calzando i ramponi perché da qualche parte nel monte ci sono i ghiacciai, nessuno si sogna di mantenere indosso abiti pesanti perché da qualche parte dell’alpe potrebbe esserci una violenta bufera, nessuno si sogna di tenere in permanenza nello zaino tutto l’abbigliamento e tutta l’attrezzatura esistente, tutti insistono piuttosto sull’opportunità e la necessità di selezionarli di volta in volta in ragione della località scelta, delle previsioni meteo, della stagione e via dicendo. Perché, quindi, escludere dal novero dell’equipaggiamento lo stadio della nudità? Tutti oggi esaltano la regola dell’abbigliamento a cipolla, orbene non è forse il nudo lo stadio finale della cipolla? Ecco, non c’è nessuna contraddizione tra il propagandare la sicurezza in montagna e l’andarci nudi: in alcune situazioni è necessario stare vestiti, in altre può essere indifferente essere vestiti o nudi, in molte la nudità è l’abbigliamento migliore anche dal punto di vista della sicurezza!

Temo di provare imbarazzo!

Sono sicuro che siano state tante le situazioni che inizialmente vi hanno messo in imbarazzo (colloqui di lavoro, visite mediche, al ristorante, dovendo parlare in pubblico, esami e via dicendo) eppure le avete comunque affrontate e continuate a farlo. In molti casi il reiterarsi della situazione ha determinato la sparizione dell’imbarazzo, ovvero la vostra crescita emotiva e psicologica. Bene, stando nudi otterrete di certo questo benefico effetto e in un tempo assai minore di quello di tutte le altre situazioni imbarazzanti. Allora perché negarsi una tale possibilità di crescita personale? Perché negarsi la soddisfazione di un cammino più agevole, libero e salutare solo per la paura di provare un poco di imbarazzo alla prima esperienza? Si alla prima, perché vi garantisco che basteranno pochi minuti per superare l’eventuale imbarazzo.

Proverò fastidio per il pene ciondolante!

Vi danno fastidio le braccia a ciondoloni? No, sicuro che no, ci siete abituati e non gli date più peso. Lo stesso avviene per il pene, si forse alla prima esperienza potreste inizialmente sentirvelo sbattere ritmicamente sulle cosce, ma durerà pochissimo: la concentrazione sul cammino e l’abitudine alla sensazione faranno svanire l’eventuale fastidio per sempre.

Non voglio da vecchio trovarmi lo scroto allungato! Non voglio da vecchia trovarmi le tette flaccide e cascanti!

Invero questa obiezione mi è stata fatta una sola volta, in riferimento al correre nudi e, udite udite, da un nudista, in ogni caso se l’ha pensata uno potrebbero pensarla alti per cui…

Mi dispiace ma sono cose che succederanno comunque:

·         lo scroto non ha muscoli che si possano mantenere tonici;

·         le mammelle hanno dei muscoli che caso mai vengono mantenuti tonici proprio dalla nudità, mentre il reggiseno li “atrofizza” e anticipa la flaccidità delle mammelle.

Come la mettiamo per l’igiene? Potrei ottenerne certe malattie?

nuebam1Partiamo da una precisazione fondamentale: i genitali sono le parti più pulite di tutto il nostro corpo, eventuali contatti con tali zone sono, di regola, assolutamente immuni da problemi sanitari. Certo se qualcuno ha delle malattie veneree il discorso cambia, è altresì evidente che costoro saranno sicuramente indotti ad una maggiore attenzione, attueranno un’igiene personale più minuziosa o addirittura rinunceranno alla nudità fino alla guarigione. Per altro chi sta nudo pone sempre un telo sopra le eventuali sedute. Contatto con gli agenti patogeni esterni, quali sabbia, erba, pietre, batteri vaganti nell’aere? Come tutti i medici ripetono in continuazione l’abitudine diffusa dalla pubblicità degli igienizzanti è invero più dannosa che utile: il nostro corpo è di sua natura ben capace di autodifendersi da tali agenti patogeni, perde tale proprietà proprio a causa dello stare vestito e quando lo abituiamo ad un ambiente quasi sterile. La nudità mantiene al massimo livello l’efficienza del nostro corpo anche in relazione alla sua capacità di autodifendersi dagli agenti patogeni. Altrettanto errata è la convinzione che l’assenza delle mutande porti inevitabilmente al varicocele, in realtà non sussiste un diretto legame tra le due cose: è consigliato l’uso delle mutande in presenza della malattia al fine di favorire la guarigione, ma questo non vuol dire che siano le mutande a impedirne la formazione o che sia la nudità a provocarla.

Potrei scottarmi!

Il sole in montagna è meno filtrato ed è pertanto assai facile procurarsi delle scottature, però esistono le creme solari con altissimi livelli di protezione, siamo a fattori di schermatura quasi totale. Problema azzerato, bisogna solo scegliere una crema resistente al sudore, usarne un poco di più, stare attenti a spalmarla per bene ovunque e ripetere l’applicazione con una certa frequenza (dipendente dal proprio fototipo e dalla propria abbronzatura, quest’ultima di certo favorita in chi cammina nudo).

Ma non avrò freddo?

Come già detto nello zaino abbiamo sempre tutto quello che ci potrebbe servire per proteggerci dalle intemperie, ivi compreso quello che serve per il freddo. Problema risolto!

Potrei essere morso dalle vipere?

IMG_20170604_150423Considerando le abitudini di questi animali (cacciatori notturni che di giorno se la dormono beatamente al sole andando praticamente in catalessi; animali schivi che si allontanano al primo debole segnale della nostra presenza, quali le vibrazioni prodotte dal nostro camminare o parlare) e basandomi sulla personale esperienza di tantissimi anni di montagna durante i quali di vipere ne ho viste diverse (in un caso ne avevo almeno una trentina attorno a me e sono stato impunemente seduto in mezzo a loro per una mezz’ora) è sicuramente un problema più teorico che reale, in ogni caso identico andando in montagna vestiti: le vipere non volano e non saltano, se le calpestate possono alzarsi arrivando al massimo all’altezza della caviglia dove anche da nudi avrete la calza a proteggervi; le vipere si arrampicano sui muri e sulle rocce rotte, talvolta sugli alberi, ma non lo fanno sui cespugli, sono solo barzellette quelle di persone morse ai genitali mentre urinavano; se infilate le mani in possibili loro tane l’essere vestiti certo non fa differenza; prima di sedervi nudi nell’erba alta avrete adagiato a terra un telo o una giacca provocando l’allontanamento dell’eventuale vipera, molto più facile sedersi su una vipera da vestiti che da nudi.

Per approfondire la questione potete leggere il mio specifico articolo “Nudismo e… vipere!

E le zecche?

Serissimo problema questo, specie per quelle zone dove tali insetti risultano infetti e, quindi, potenziali portatori di malattie anche gravi (Morbo di Lyme e Tbe in particolare). D’altra parte salvo scafandrarsi ermeticamente le zecche si attaccano ai nostri vestiti e risalendo lungo gli stessi prima o poi uno spiraglio per arrivare alla nostra pelle lo trovano, fosse anche quando i vestiti li dobbiamo (e prima o poi dovremo pur farlo) togliere per cambiarci o andare a letto. Tant’è che molti si sono trovati addosso anche un elevato numero di zecche pur essendo stati vestiti di tutto punto, io stesso mi sono trovato una zecca all’inguine ed ero vestito. Va anche detto che le zecche infette sono presenti solo in limitate zone dell’Italia, che le zecche in genere le si trovano solo in ambienti umidi e ombreggiati, che vivono solo nella fascia altimetrica che va dal livello del mare ai millecinquecento metri (anche se ultimamente sono state reperite fino a duemila metri), che la trasmigrazione dall’erba all’uomo avviene solo da aprile a giugno o nel primo autunno, che ci sono 24 ore di tempo (dal morso) per rimuovere la zecca in sicurezza, che da nudi le possiamo rimuovere praticamente subito: la zecca è nera mentre la nostra pelle è sostanzialmente molto più chiara, se dopo aver attraversato una zona di erba alta o di felci o di cespugli ci fermiamo e ci diamo una controllatina la vediamo subito (specie se non siamo da soli e possiamo farci controllare da un compagno) e… zacchete immediatamente e facilmente rimossa.

Ho timore che degli insetti possano penetrare nei miei orifizi!

Più spesso messo in gioco dalle femmine che dai maschi, posso solo garantirvi che, per quanto riguarda gli orifizi genitali, si tratta di una preoccupazione assolutamente infondata; gli altri orifizi (orecchie, narici, occhi, bocca) sono comunque accessibili anche da vestiti.

Conclusione

0891_ph. alberto quaresmini_edSpesso ragioniamo in funzione di condizionamenti e abitudini che ci sono state indotte dalla società o dai leader sociali e ci dimentichiamo di valutare le cose con obiettività e oggettività, ovvero analizzando a tutto tondo le questioni. Un senso unico sempre in agguato, un senso unico che invece di migliorare la società tende a renderla sempre più schiava e sottomessa al volere di pochi: il nudo infastidisce qualcuno, il nudo è stato da qualcuno dichiarato osceno, il nudo è per qualcuno peccato, il nudo è per qualcuno reato, per cui il nudo, sebbene possa essere la miglior cosa per molte questioni sociali, educative, ecologiche, mediche, non va preso minimamente in considerazione. Così il nudo non viene preso in considerazione dai ricercatori delle case produttrici di abbigliamento sportivo, non viene preso in considerazione dai medici e dai salutisti, non viene preso in considerazione dai tecnici dello sport, alla fine finiamo col fondare le nostre opinioni sulla base di ricerche e affermazioni di fatto falsate da un preconcetto, dal non aver preso in considerazione il tutto, dall’aver tralasciato l’analisi del nudo. Una risorsa sprecata!

Nessuno nega che anche da vestiti la montagna sia pur sempre bella, lasciatemi comunque affermare che nudi è certamente meglio. Purtroppo lo potete sperimentare e comprendere solo provandoci, purtroppo il vostro corpo e la vostra mente sono fortemente condizionati allo stato di vestito e la prima volta le sensazioni potrebbero essere pressoché simili a quelle provate da vestiti, datevi il tempo necessario a recuperare lo stato innato e permettervi di percepire la differenza, è un tempo variabile da persona a persona, possiamo comunque quantificarlo da pochissimi minuti a qualche escursione.

Nudi è normale, convincetevene, poi che ognuno faccia la sua scelta, l’importante è che chi sceglie di stare vestito rispetti la scelta di chi decide di stare nudo e gli permetta di farlo senza limitazioni di spazio e di tempo, così come questi ultimi di certo rispettano la scelta di chi preferisce stare vestito e gli permettono di farlo senza limitazioni di spazio e di tempo

IMG_4854


Continua in…  Alimentazione e idratazione


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Montagna e natura


 


Si va in montagna per cercare la natura ma si mantengono attive le barriere fisiche e mentali che isolano dalla stessa; si va in montagna per vivere la natura e invece si vive l’artifizio delle vesti.

#TappaUnica3V, un mese alla partenza


 

IMG_20180425_102246

In questi ultimi tre mesi ho scritto molto poco e quasi esclusivamente pensieri concisi per l’omonima rubrica, non è che non avessi cose da scrivere e avrei anche avuto tempo per scriverle, ma ho preferito (e dovuto) dedicare questo tempo agli allenamenti per TappaUnica3V: è il terzo tentativo e, visto che l’età non vuole interrompere la sua crescita, dev’essere assolutamente vincente.

Ora manca poco più di un mese alla partenza per cui, approfittando dell’allentamento degli allenamenti a questo punto dedicati al mantenimento e al recupero, è doveroso soffermarmi un attimo sulla produzione di una nuova relazione. Dato il tempo passato dall’ultimo report le cose da scrivere sono tante, gioie e dolori, fatiche e premi, freddo e caldo, i colori passati dall’uniforme grigiore dell’inverno alle variegate calde tinte primaverili, la progressiva riduzione dell’abbigliamento fino alla recente sua apprezzatissima totale eliminazione. Una sequenza incredibile di emozioni, rese ancor più intense dall’averle vissute nella rapida successione data dalla corsa, una dietro l’altra, anzi, una dentro l’altra: senza il tempo di metabolizzarsi e sedimentarsi sono andate a sovrapporsi, mescolarsi, integrarsi, rafforzarsi, immortalandosi nella mente e nell’animo in modo tanto forte e profondo da potersi facilmente rievocare in ogni momento, di più, tanto da autoevocarsi nella veglia e nel sonno.

Un persistente stato di godimento emotivo mi ha e mi sta rendendo ogni giorno più forte e motivato, le sconfitte, che non sono mancate, ne sono state tradotte in insegnamenti utili, la fatica ne è stata trasformata in un soffio di vento che scorre leggero tra le fibre muscolari, i dolori ne sono stati velocemente affievoliti. Con il mio passato sportivo e in particolare con quello alpinistico pensavo di aver già provato gli sforzi più duri e le soddisfazioni più grandi, invece ho riscoperto che non c’è mai limite al limite, che anche a sessant’anni suonati è ancora possibile reinventarsi sportivamente e andare oltre, tornare ai vecchi fasti per superarli anche di molto. Bello, magnifico, un sogno reale, una realtà da sogno, manca solo l’epilogo migliore: completare l’anello del 3V secondo programma, ovvero seguendone tutte le varianti alte (ivi comprese alcune che mi sono inventato io stesso al fine di mantenersi il più possibile sul filo di cresta), restando nelle quarantotto ore massime soste comprese (il tempo programmato è di quaranta ore soste comprese) e, ciliegina sulla torta, indossando il più a lungo possibile la sola nuda normalità del corpo (l’ideale sarebbe sempre, ma troppi sono i centri abitati da attraversare e le strutture turistiche da toccare per poterlo sperare).

Tornando al presente, anzi, al recente passato, ecco il riepilogo sintetico degli ultimi tre mesi di allenamento (le tracce GPX dei percorsi indicati si possono scaricare dalla mia pagina su GPSies); con queste uscite nei primi quattro mesi e mezzo del 2018 ho registrato quasi quattrocento chilometri per ottantadue ore e mezza di cammino e corsa ai quali si aggiungono i quattrocento cinquanta chilometri e le ottantuno ore fatti negli ultimi cinque mesi del 2017. Tenendo conto che ho usato le app GPS solo per un settanta percento delle attività svolte direi che come allenamento TappaUnica3V 2018 ho, fino ad ora, messo nelle gambe un totale di mille duecento chilometri per duecento ore.

IMG_0924

Fase di potenziamento intensivo

Lavori ripetuti e programmati con intensità sempre molto alta, spingendo ogni tanto fino al limite; obiettivo quello di stimolare la massima crescita muscolare, articolare e fisiologica.

Tutte le mattine mezz’ora di ginnastica con esercizi di articolabilità e allungamento, dalle dita dei piedi al collo.

Quasi tutte le sere, prima di cena, mezz’ora di ginnastica con esercizi di forza, dalle caviglie alle braccia, con particolare attenzione per quadricipiti e core. A seguire quarantacinque minuti di propriocettività sulla tavola oscillante: quindici minuti su due gambe a occhi aperti, un minuto su due gambe a occhi chiusi, un minuto per ogni singola gamba a occhi aperti, un minuto su due gambe a occhi aperti, quindici minuti su due gambe a occhi aperti.

14 febbraio – Dieci chilometri in piano su strada asfaltata percorsi camminando come defaticamento dal lungo del giorno prima (i sessanta del sentiero del Carso Bresciano, vedi relazione).

19, 21 e 22 febbraio – Ancora sulla scalinata del parco di Bacco a Rezzato, nove ripetizioni (tre per tre con dieci secondi di intervallo attivo tra una serie e l’altra) per un totale di circa duemila scalini.

23 febbraio – Periplo lungo del Monte Fieno (Rezzato – BS): 9,1km, 472m D+ e D-, ore 1:18:43, velocità media di 6,93km/h.

26 e 28 febbraio più 2 marzo – Scalinata del parco di Bacco a Rezzato, nove ripetizioni (tre per tre con dieci secondi di intervallo attivo tra una serie e l’altra) per un totale di circa duemila scalini.

3 marzo – Anello sud della Maddalena a Brescia: 12,8km, 1011m D+ e D-, ore 2:15, velocità media 5,7km/h.

6 e 9 marzo – Scalinata del parco di Bacco a Rezzato, nove ripetizioni (tre per tre con dieci secondi di intervallo attivo tra una serie e l’altra) per un totale di circa duemila scalini.

7 marzo – Dopo la sopradetta scalinata aggiunto l’anello standard del Monte Fieno: 6,2km, 258m D+ e D-.

10 marzo – Esplorazione alla Cresta di Cariadeghe salendo dal Colle di Sant’Eusebio (Vallio Terme – BS): 9,973km, 75m D+ e D-, ore 2:19:27, velocità media 4,29km/h.

18 marzo – Anello del Selvaplana (Sopraponte di Gavardo – BS): 12,1km, 939m D+ e 943 D-, ore 2:23:50, velocità media 4,86km/h.

25 marzo – Dorsale nord di Caino (BS), invero partito per effettuare le creste di Caino e Nave (40km) ma andato in crisi coi quadricipiti dopo soli undici chilometri ho rinunciato a proseguire rientrando all’auto per un percorso alternativo più corto e semplice: 22,73km, 1825m D+ e D-, ore 5:48:46, velocità media 3,91km/h.

26 marzo – Defaticamento in Valle di Ome: 4,893km, 179m D+ e D-, ore 0:50:02, velocità media 5,87km/h camminando a passo veloce.

29 marzo – Esplorazione Cresta di Vallio da Cariadeghe: 8,57km, 624,6m D+ e D-, ore 2:27:18, velocità media 3,5km/h.

31 marzo –Corsa in Gavardina a Prevalle: 4,895km, 34m D+ e D-, ore 0:36:51, velocità media 7,97km/h.

1 aprile – Festa di Pasqua in famiglia presso gli Alpini di Rezzato che, fruendo del sentiero 530 (Carso Bresciano), raggiungo a piedi partendo da casa (Prevalle): 24,052km, 1450m D+ e 1343m D-, ore 5:22:40, velocità media 4,47km/h. Nel pomeriggio, sempre per il sentiero 530 e sempre a piedi, ritorno fino a Nuvolera: 7,14km, 350m D+ e 465m D-, ore un’ora e dieci minuti circa.

2 aprile – Camminata di defaticamento su piano asfalto con la moglie: 3,241km, 24m D+ e D-, ore 1:03:59, velocità media 3,04km/h.

6 aprile – Crinale est della Val Bertone: 17,559km, 781m D+ e D-, ore 3:52:23, velocità media 4,53km7h.

8 aprile – Esplorazione sentieri in sponda destra orografica della Val Bertone con Amici di Mondo Nudo: 7,18km, 766m D+ e D-, ore 3:20:42, velocità media 2,1km/h.

9 aprile – Sentiero dei funghi a Ome: 11,48km, 802m D+ e D-, ore 2:00:11, velocità media 5,66km/h.

11 aprile – Anello della Val Fredda a Brescia: 9,9km, 558m D+ e D-, ore 1:35:14, velocità media 6,13km/h.

15 aprile – Esplorazione sentieri in sponda sinistra orografica della Val Bertone: 16,7km, 1210,7m D+ e D-, ore 2:50:50, velocità media 5,9km/h.

18 aprile – Anello della Val Fredda a Brescia esplorando due piste da DH che possono rappresentare una variante di salita (invero risultate impraticabili per il pericolo di scontrarsi con ciclisti in discesa: molto strette e con parecchie curve strette e cieche, impossibilità di spostarsi e procedere al di fuori della traccia): 10,967km, 752m D+ e D-, ore 2:23:21, velocità media 4,59km/h.

1-018

Verifica del potenziamento

Secondo lunghissimo di montagna condotto alla massima velocità possibile al fine di verificare il livello muscolare, fisiologico e articolare raggiunto e poter così definire con precisione il programma di allenamento a seguire.

21 e 22 aprile – Lunghissimo, partito per fare gli ottanta chilometri dell’Anello Basso del 3V (Brescia – Gardone V.T. – Brescia) ho incontrato problemi di equilibrio e spinta (in seguito ho scoperto che nelle scarpe c’erano finite ambedue le solette e questo provocava innanzitutto notevole perdita di energia e poi un fastidiosissimo scivolamento laterale della soletta superiore su quella inferiore) che mi hanno fatto faticare più del dovuto rallentandomi sensibilmente e costringendomi, una volta arrivato a Gardone Val Trompia, a rientrare per la ciclabile di fondo valle anziché per la cresta in destra orografica della Val Trompia. Registrata solo la parte di andata da Brescia all’eremo di Sant’Emiliano: 33,4km, 2887m D+ e 1746m D-, ore 10:33:35, velocità media 3,16km/h. Percorso totale: km 60,2, 3100m D+ e D-, ore 17:37:00, velocità media 3.32km/h.

Recupero intermedio

In vista e in preparazione della successiva verifica finale un poco di riposo e una escursione esplorativa portata a bassa velocità.

25 aprile – Esplorazione lato est Val Bertone: 8,63km, 1162m D+ e D-, ore 2:24:58, velocità media 3,6km/h.

Test finalizzante

Obiettivo: fare 130km in otto giorni consecutivi nel minor tempo possibile onde mettere nelle gambe il chilometraggio del 3V e sollecitare al massimo i muscoli e le articolazioni.

27 aprile – Sentiero dei Funghi a Ome: 11,48km, 802m D+ e D-, ore 1:56:13, velocità media 5,92km/h.

28 aprile – Anello del Budellone a Prevalle: 8,22km, 361m D+ e D-, ore 1:36:24, velocità media 5,11km/h.

29 aprile – Anello stretto versante est Val Bertone con la moglie: 6,44km, 450m D+ e D-, ca 2 ore.

30 aprile – Crinale est della Val Bertone (Caino – BS) con variante iniziale (salita diretta al Monte Pino): 12,64km, 781m D+ e D-, ore 2:27:24, velocità media 5,14km/h.

1 maggio – Anello largo del Tre Cornelli a Vallio Terme: 13,59km, 922m D+ e D-, ore 2:20:09 velocità media 5,82km/h; nel pomeriggio 5km piani su asfalto al cammino con la moglie in ore 1:30.

2 maggio – Anello sentieri 1, giro alto e 2 in Maddalena a Brescia: 9,039km, 801m D+ e D-, ore 2:00:33, velocità media 4,5km/h.

3 maggio – Dintorni Prevalle camminando velocemente: 12,625km, 103m D+ e D-, ore 1:51:34, velocità media 6,79km/h.

4 maggio – Ancora Prevalle ma Gavardina tentando i 10 di corsa, bloccato dopo tre ho proseguito alternando corsa e cammino: 10,863km, m93 D+ e D-, ore 1:21:48, velocità media 7,97km/h.

Totali:  89,894km, 4054m, ore 17:04:05, velocità media 5,294km/h (ma togliendo le uscite lente fatte con la moglie sale a 5,9km/h).

Il totale chilometrico è rimasto lontano dall’obiettivo ma la velocità media è stata nettamente superiore a quella che dovrò tenere nel giro finale e le strutture (articolari e muscolari) hanno retto bene (solo alla fine qualche lieve dolore alle ginocchia) per cui… buono anche così.

Recupero e mantenimento

Da qui fino alla partenza del giro finale basta corsa, solo cammino con velocità e chilometraggio man mano digradante; duplice obiettivo: far riposare le strutture onde risolverne i dolori insorti e mantenere il livello prestazionale raggiunto.

Quasi ogni giorno, e anche più volte al giorno, automassaggi con pallina e rulli (grazie ai quali ho subito scoperto piccole e nascoste contratture che si stanno ora lentamente rilasciando).

6 maggio – Escursione con gli Amici di Mondo Nudo all’Anello di Boatica in Caino: 9,7km, 580m D+ e D-.

Dal 7 al 12 maggio – settimana di recupero senza uscite in ambiente o corse su strada, solo esercizi ginnici.

13 maggio – Camminata con la moglie alla Rocca di Manerba: 7,82km, 194m D+ e D-, ore 2 ore e mezza.

14 maggio – Anello del Dragoncello da Caino: 10,1km, 910m D+ e D-, ore 2:18:35, velocità media 4,4km/h.

17 maggio – Anello lungo sul versante est della Val Bertone con salita al monte Sete: 6,31km, 531m D+ e D-, ore 1:33:03, velocità media 4,07km/h.

 

Movimenti del mouse

Indietro

Avanti

Scorri verso l’alto

Scorri verso il basso

Passa alla scheda precedente

Passa alla scheda successiva

Chiudi tutte le schede tranne quella corrente

Chiudi la scheda corrente

Apri nuova scheda

Chiudi tutte le schede

Aggiorna la scheda corrente

Interrompi caricamento

Scorri alla fine

Scorri all’inizio

Riapri scheda chiusa

Vai alla pagina iniziale

Nessuna azione

Morte e vita



La società odierna ha stigmatizzato e criminalizzato la morte tanto da arrivare a inibire la vita in naturale scioltezza, tanto da impedire di vivere la vita!

 

Camminare in montagna – Abbigliamento: integrazione


Prosegue da… Abbigliamento


Nel precedente articolo di questa serie, parlando di abbigliamento, la complessità e vastità dei contenuti mi ha fatto dimenticare un’utile precisazione: che differenza c’è tra l’abbigliamento da corsa, quello da trail e quello da escursionismo? Ecco, allora, questa integrazione per rimediare.

Corsa vs Trail vs Escursionismo

Abbigliamento da corsa

0043_ph. carla cinelli_edI capi da corsa sono progettati considerando che verranno principalmente utilizzati in un ambiente antropizzato dove all’occorrenza è facile trovare riparo, per distanze anche lunghe (i 42km della maratona) ma sempre con tempi di attività sostanzialmente brevi (due o tre ore) , in una situazione di continua intensa attività fisica e con assistenza esterna estesa (un punto di rifornimento ogni pochi chilometri). Dato il contesto sono realizzati per essere il più leggeri (ogni grammo in più incide negativamente sulla velocità) e sottili (per essere riposti in uno spazio limitatissimo, ad esempio il palmo di una mano) possibile. Queste specifiche caratteristiche se da una parte li rendono molto comodi anche nelle escursioni in montagna, dall’altra li fanno poco adatti a proteggere dal freddo in una situazione di attività poco intensa, quale il cammino, o, peggio, in assenza di attività, quali le fermate contemplative e le soste.

Abbigliamento da trail

0548_ph. carla cinelli_edSono capi derivati direttamente da quelli da corsa ma modificati per supportare le specifiche esigenze del trail (attività che condivide e unisce le finalità della corsa a quelle dell’escursionismo), ovvero ambiente poco o nulla antropizzato (il trail contempla la montagna ma anche altri ambienti quali i deserti e le foreste) per cui sempre solitario e talvolta anche critico dove può essere assai difficile trovare un riparo alle intemperie o al freddo, lunghe distanze (anche qualche centinaio di chilometri), da uno a più giorni consecutivi (tipicamente comprensivo di una o più notti), attività fisica discontinua ma pur sempre intensa e priva di soste / lunghe fermate all’aperto, con assistenza esterna minima (una base sopravvivenza al giorno per un breve riposo, rari punti di rifornimento) o addirittura assente (vedi allenamenti o rambo trail). In ragione di questo, pur mantenendo le prerogative di leggerezza e minimo spessore, i capi da trail sopportano meglio lo sfregamento con lo zaino arrivando anche a dare specifica protezione dallo stesso (vedi le magliette con collo alto), dispongono di molte tasche alcune delle quali appositamente studiate per tenere a portata di mano barrette e gel energetici, danno protezione termica anche a bassa intensità di lavoro (cammino). Resta pur sempre critica la protezione termica ad attività nulla e, nel caso di utilizzo escursionistico, vanno pertanto integrati con le necessarie dotazioni di emergenza, specie per le escursioni in alta montagna, invernali o in ogni situazione in cui siano possibili basse temperature (sotto i dieci gradi).

Abbigliamento da escursionismo

Portamento dello zainoCerto l’esigenza di ottimizzare le catene produttive sta portando sempre più verso una sostanziale identicità dei capi, per ora, però, le differenze sono ancora evidenti (e in parte forse lo saranno sempre). L’escursionismo prevede anche lunghe fermate contemplative e ancor più lunghe soste per pranzare, ovvero lunghi momenti di attività nulla dove solo l’abbigliamento può riparare la persona dal freddo. In montagna, inoltre, le temperature possono repentinamente mutare anche di molti gradi e anche più volte al giorno, non è pensabile obbligare l’escursionista ad avere nello zaino diversi capi, uno per ogni situazione, pertanto si realizzano capi che possano consentire l’adattamento ad un range di temperature più ampio rispetto a quello gestito dai capi da corsa e trail: tessuti più spessi (e pertanto meno traspiranti), trattamento di idrorepellenza esteso anche al secondo strato (o addirittura al primo), cerniere a tutta lunghezza, stringhini vari per stringere o allargare il capo, cappucci incorporati con alloggiamento nel colletto, eccetera. Ne consegue che il peso di questi capi è sensibilmente maggiore, che per il trasporto necessitano di contenitori più voluminosi (zaini di ampie dimensioni e, quindi, a loro volta ben più pesanti). Aggiungiamoci che spesso i capi da escursionismo sono ricchi di non sempre realmente necessari accessori quali i capienti tasconi sulle cosce (utili per tenere a portata di mano carte topografiche o relazioni) che ne incrementano ulteriormente il peso.


Continua in…  Il nudo


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

 

Camminare in montagna – Abbigliamento


Prosegue da… Tecnica della corsa


Affinate le tecniche pratiche, prima di trattare l’allenamento e poi gli aspetti tecnico-formali (cartografia eccetera), è opportuno parlare dell’abbigliamento, un elemento trattato nell’ambito di molti degli articoli sulla montagna, eppure mai eviscerato fino in fondo, mai esaminato sganciandosi da quello che la convenzione sociale imperante definisce come opportuno, mai analizzato al di là dei condizionamenti e/o di quanto ricerche interessate abbiano studiato e indotto a pensare.

Scan_Pic0010Ai tempi delle mie prime escursioni (anni ’60) si usavano due soli capi: la camicia, rigorosamente di lana a grossi quadrettoni, e i pantaloni alla zuava, anch’essi in lana oppure in un assurdo fustagno a larghe coste; qualcuno, onde evitare il prurito provocato della lana a contatto diretto con la pelle, aggiungeva la classica canottiera utilizzata tutti i giorni. Quando la temperatura scendeva al punto in cui il camicione da solo non bastava, ci s’infilava sopra il maglione di grossa lana infeltrita che arrivava a tenere anche le nevicate e solo in caso di pioggia o tormenta veniva sostituito dalla giaccavento, da quelle più leggere con imbottitura sintetica a quelle più pesanti, dette piumoni, imbottite in pregiato piumino d’oca; nei casi più estremi, quali l’inverno e le altre quote, giaccavento e maglione talvolta si abbinavano fra loro. Nelle giornate calde e afose i pantaloni restavano rigorosamente gli stessi mentre la camicia spariva nello zaino e la grande maggioranza degli uomini si metteva a torso nudo mentre le donne restavano in maglietta o canottiera, anche se alcune osavano togliersele per restare con il solo reggiseno.

IMG23 - Sosta 3Alcuni anni dopo la contestazione giovanile coinvolse anche l’abbigliamento di montagna e così sparirono le canottiere, i camicioni di lana, i pantaloni alla zuava e i grossi maglioni per lasciare posto alle magliette, ai pantaloni lunghi, a maglioni più sottili (maglioncini), mentre permaneva il torso nudo per le giornate calde estendendosi anche alle donne (alcune donne) e restava identica la quantità e la sovrapponibilità dei capi. Negli anni a seguire l’avvento di nuovi tessuti (più sottili, più traspiranti e più idrorepellenti) iniziò a modificare il modo di utilizzare l’abbigliamento e introdusse il concetto del vestirsi a cipolla, ovvero di utilizzare tanti strati di vestiario sovrapponibili fra loro al posto di pochi pesanti elementi solo parzialmente sovrapponibili. Sotto l’effetto dei nuovi tessuti, ma, a mio parere, anche per motivazioni ben più sottili e nascoste (in primis il condizionamento pubblicitario e le sue diverse conseguenza quali, ad esempio, disaffezione verso il corpo, una pudicizia di ritorno, un inconsulto fastidio verso gli umori corporali), dagli anni novanta in poi torso nudo e reggiseno divennero sempre meno presenti fino a scomparire quasi del tutto.

IMG_0860Oggi il numero di capi, anche (o soprattutto) grazie alle corse in montagna e ai trail, si è ulteriormente affinato e abbiamo un’ampia diversificazione di strati, alcuni utilizzabili a sé stanti o in abbinamento con gli altri, alcuni studiati per essere usati esclusivamente sopra i primi. In merito al torso nudo qualcosa si ripropone nell’ambito della corrente di runner minimalisti che, però, coinvolgono quasi esclusivamente le corse in montagna, per il resto la situazione rimane immutata, anzi, per certi versi è anche peggiore visto che, IMG-20170711-WA0006secondo le opinioni inculcate e rincalzate dalle presunte (in quanto più che altro fatte per dimostrare una tesi prestabilita) ricerche delle case produttrici di tessuti e abbigliamento sportivo, i moderni capi d’abbigliamento, in particolare le maglie, sarebbero ben più efficienti della pelle nuda: garantirebbero non solo la perfetta evaporazione del sudore, ma addirittura una sua riconversione in energia. Sinceramente posso dire che, pur avendo utilizzato capi tecnici da corsa e da trail di vario tipo e marca, da quelli economici a quelli più costosi, mi sono sempre trovato con la pelle quantomeno umida e il vestiario fradicio di sudore; meno che meno ho percepito un recupero energetico, caso mai tale recupero l’ho percepito, e anche alla grande, levando tutto l’abbigliamento: volenti o nolenti il corpo umano è fatto per stare nudo e solo da nudo funziona al meglio (“Difendersi dal caldo: evidenza oggettiva!”).

Caratteristiche essenziali

Nel seguito dovrò utilizzare alcuni termini tecnici per fare riferimento a specifiche e importanti caratteristiche degli indumenti, vediamo, pertanto, quali sono e cosa significano. Osserviamo che quanto segue è riferito ai test effettuati sul tessuto, sui capi finiti agiscono altri fattori (design, aperture, cerniere, cuciture, saldature) che possono alterare anche sensibilmente il risultato pratico (confort).

(Fonte principale “Prezzi $alute”)

Traspirazione

Con il termine di traspirazione ci si riferisce alla capacità di un tessuto di lasciar disperdere il vapore acqueo generato dal corpo della persona che indossa il capo: maggiore è la dispersione, maggiore è la traspirazione. Questa caratteristica è determinata dalla dimensione dei pori del tessuto: più sono grandi (rispetto alla dimensione di una goccia di vapore) maggiore è la traspirabilità del tessuto. Per dare una valutazione di tale proprietà si utilizzano due metodi: MVTR o WVTR (quantità di vapore acqueo che attraversa un metro quadro di tessuto in ventiquattro ore) e, secondo lo standard ISO 11092, RET (resistenza evaporativa; più è bassa meglio è). Usando MVTR più il valore è alto più il tessuto è traspirante, il valore minimo per una traspirazione efficiente è quello di 18000g/mq/24h. Usando RET più il valore è basso più il tessuto è traspirante e si fa riferimento alla seguente tabella:

• RET minore di 6, tessuto estremamente traspirante;
• RET da 7 a 13, tessuto molto traspirante;
• RET da 14 a 20, tessuto traspirante;
• RET da 21 a 30, tessuto poco traspirante;
• RET maggiore di 30, tessuto non traspirante.

Resistenza al vento

È la capacità di un tessuto di ostacolare il passaggio dell’aria ed è determinata dalla struttura della fibra: forma, intreccio, dimensione e numero dei pori. Si determina misurando la permeabilità all’aria del tessuto, viene valutata in litri al metro quadro per secondo (l/mq/s) ed è espressa, secondo la norma DIN EN ISO 9237, in CFM:

• CFM uguale a 0 (zero), protezione totale
• CFM da 1 a 5, protezione molto alta
• CFM da 6 a 60 protezione abbastanza buona
• CFM oltre il 60 protezione scarsa

Protezione UV

Tutti la conoscono in relazione i filtri solari per la pelle, molti ormai dovrebbero sapere che riguarda anche gli occhiali da sole, pochi forse sanno che è utilizzata anche per l’abbigliamento, specie per cappellini e magliette. Importante in alta quota, può comunque tornare utile anche a quote minori, specie per chi abbia un fototipo basso (tre o meno). Viene misurata in UPF (fattore di protezione ultravioletti):

• UPF sotto il 14, protezione assente o scadente;
• UPF da 15 a 24, protezione buona;
• UPF da 25 a 39, protezione molto buona;
• UPF maggiore di 40, protezione eccellente.

Un capo anti-UV deve avere un UPF uguale o maggiore di 40 e lo si può facilmente identificare in quanto riporta in etichetta il simbolo di un sole giallo, la scritta EN 13758-2 e il valore UPF.

Idrorepellenza

Con il termine di idrorepellenza s’intende la capacità di un tessuto di far scivolare sulla sua superficie l’acqua senza assorbirla; in pratica l’acqua forma sulla superficie del tessuto delle goccioline sferiche che rotolano via. L’idrorepellenza può essere intrinseca in un dato tessuto oppure ottenuta (migliorata) mediante un trattamento sulla parte esterna del tessuto, in questo caso viene identificato con la sigla DWR (Durable Water Repellent). L’idrorepellenza da trattamento non è permanente e, pertanto, va rinnovata, ogni tre o massimo cinque lavaggi del capo, ponendo il capo per venti minuti nell’asciugatrice o usando un ferro da stiro (media temperatura, senza vapore, asciugamano tra ferro e tessuto); quando tale operazione non sortisce più un buon effetto (le gocce d’acqua non sono più sferiche) si può applicare un nuovo trattamento mediante appositi prodotti, disponibili in bombolette spray o come liquido da disciogliere nell’acqua di lavaggio. L’idrorepellenza si valuta in base alla norma UNI EN 24920/93 e il valore viene espresso con un indice ISO da 1 (scadente) a 5 (ottima).

Impermeabilità

L’impermeabilità non è un sinonimo di idrorepellenza bensì è la capacità di un tessuto di resistere alla pressione di una colonna d’acqua, più la colonna è alta, ovvero la pressione è maggiore, più il tessuto è impermeabile. L’impermeabilità è una proprietà intrinseca del tessuto ed è determinata dalla dimensione dei suoi pori: affinché il tessuto possa ritenersi impermeabile tale dimensione dev’essere minore di quella della goccia d’acqua e più i due valori si discostano maggiore è l’impermeabilità. Il valore di impermeabilità è dato in millimetri, ovvero l’altezza della colonna d’acqua sopportata:

• Inferiore a 1000mm, impermeabilizzazione scarsa;
• da 1000 a 1999mm, impermeabilizzazione sufficiente;
• da 2000 a 3999mm, impermeabilizzazione buona;
• da 4000 a 7999mm, impermeabilizzazione ottima;
• sopra gli 8000mm, impermeabilizzazione eccellente.

Impermeabilità vs idrorepellenza vs traspirabilità

I capi idrorepellenti (Soft Shell) sono più leggeri e traspiranti di quelli impermeabili, pertanto risultano più adatti alle condizioni di tempo incerto e alle temperature miti o calde. I capi impermeabili (Hard Shell) sono più pesanti e meno traspiranti di quelli idrorepellenti, pertanto sono più adatti alle condizioni di mal tempo esteso e alle basse temperature. Al fine di migliorare il confort dell’utilizzatore le case produttrici hanno sviluppato tessuti e metodiche per ottenere indumenti che offrano sia impermeabilità che traspirabilità:

• induzione (fonte Decathlon), ovvero applicazione all’interno del tessuto di una specie di pasta che ne va a occludere i pori; meno costosa delle successive metodiche ma soggetta a deperimento e a danni da sfregamento (viene applicata una fodera a protezione della spalmatura);
• laminati idrofobi microporosi senza rivestimento di poliuretano, sono i più traspiranti;
• laminati idrofobi microporosi con rivestimento di poliuretano, meno traspiranti dei precedenti ma con una maggiore impermeabilità;
• membrane idrofiliche, prive di pori penalizzano la traspirabilità ma hanno una maggiore durata nel tempo e danno maggiore protezione dal vento.

Laminati e membrane si possono utilizzare da soli, saldati su un tessuto o inseriti tra due strati di tessuto.

Suddivisione dei capi

Fatte le debite premesse passiamo, tralasciando la tipica e autoesplicativa distinzione tra abbigliamento per l’uomo, per la donna e per il bambino / la bambina, all’analisi dettagliata dell’abbigliamento, precisando che, non essendoci una terminologia perfettamente standardizzata, utilizzerò i termini che mi sembrano più appropriati e chiari. La prima classificazione che prendo in considerazione riguarda la collocazione dell’abbigliamento sul nostro corpo e individua tre zone tra le quali può esserci una parziale e talvolta (freddo e/o vento) utile sovrapposizione.

Estremità

Indumenti che servono a coprire e proteggere testa, viso, collo, mani e piedi. La testa, anche se non ce ne rendiamo conto, disperde buona parte del nostro calore per cui con il caldo, salvo eventuali problemi di insolazione che vanno assolutamente previsti e gestiti (possono causarci danni anche gravi o addirittura la morte), è bene lasciarla libera mentre con il freddo va opportunamente coperta. Le mani e i piedi, in particolare le dita, sono irrorate con una minore quantità di sangue e pertanto sono particolarmente sensibili al freddo, un problema da gestire assolutamente con opportuno anticipo (può diventare lungo e doloroso riportarle in temperatura) e con coperture adeguate. Meno problemi ci sono dati dal viso anche se condizioni estreme (inverno, alta quota, bufere di neve, forte vento) potrebbero richiedere una sua più o meno ampia protezione.

Parte alta

Indumenti che servono a coprire e proteggere busto, zona addominale/dorsale e braccia. A parte le braccia (che sopportano bene sia il caldo che il freddo), questa zona è molto sensibile ed è quella che, in caso di necessità, il nostro sistema di autodifesa tende a proteggere di più (togliendo sangue alle estremità in caso di freddo intenso o spostandolo in periferia in caso di eccessivo calore): è necessaria la massima attenzione sia nella scelta dei capi che nel loro utilizzo.

Parte bassa

Indumenti che servono a coprire e proteggere genitali, glutei e gambe. È la parte meno sensibile agli agenti atmosferici, tant’è che quasi sempre la proteggiamo meno delle altre. Un appunto è necessario farlo in merito ai genitali: dal momento che testicoli e ovaie necessitano di una temperatura che vari di pochissimo del nostro valore medio, nello scroto e nella vulva trovano posto un buon numero di recettori termici, coprirli vuol dire alterarne inevitabilmente e negativamente la funzionalità.

Come seconda distinzione abbiamo, specie per gli indumenti da corsa o trail, un’utilissima, anche se spesso approssimativa, classificazione in base alla temperatura d’utilizzo del capo (tralascio quelle evidenti utilizzate da alcuni produttori: estate, autunno, primavera, inverno).

Per il caldo

Capi ad utilizzo prettamente estivo in condizioni di bel tempo e/o temperatura percepita (tratterò più avanti la delicata questione della temperatura percepita i cui effetti possono variare da persona a persona) superiore ai diciotto gradi centigradi. Sono comunque utilizzabili, a seconda della propria resistenza al freddo, anche a temperature minori, nelle stagioni intermedie o persino in inverno, magari in due o tre strati di tessuto con intercapedini d’aria che aumentano l’isolamento e il confort. I colori chiari sono preferibili a quelli scuri, vuoi perché scaldano molto meno, vuoi perché rilasciano meno tossine: studi recenti hanno dimostrato che le tinte, soprattutto (paradossalmente) quelle usate nell’abbigliamento tecnico sportivo, contengono, in misura direttamente proporzionale all’intensità del colore, sostanze velenose che vengono rilasciate per effetto del calore, della luce e del sudore.

Per il fresco

Capi da utilizzarsi prevalentemente nelle giornate più fresche (temperatura percepita tra i dieci e i diciotto gradi centigradi) e nelle stagioni intermedie, eventualmente utilizzabili come rinforzo ai capi invernali o come ausilio di emergenza per le uscite estive.

Per il freddo

Capi ad utilizzo prevalentemente invernale, eventualmente da porsi nello zaino anche negli altri mesi dell’anno ogni qual volta, per la quota dell’uscita o per le condizioni meteo particolarmente avverse, si prevedano temperature piuttosto basse (sotto i dieci gradi centigradi).

Alcune case danno indicazioni più dettagliate sui limiti di utilizzo in ragione della temperatura:

  • Per temperature sopra i
  • Per temperature da a
  • Per temperature sotto i

Terza e ultima classificazione è quella riferita alla collocazione nella stratificazione.

Strato interno

Composto da tutti quei capi che sono appositamente studiati e realizzati per potersi indossare a diretto contatto con la pelle, ovvero l’intimo e buona parte delle maglie e dei pantaloni. Estremamente sottili, leggerissimi (sia in protezione termica che in peso) ed elastici, aderiscono perfettamente al corpo arrivando ad assumere la conformazione di una seconda pelle. Tessuti e tessitura agevolano l’assorbimento del sudore, il suo trasferimento dal lato interno (a contatto con la pelle) a quello esterno (a contatto con l’aria) e, infine, la sua evaporazione (fondamentale non tanto per mantenere asciutta la maglia, quanto per garantire l’adeguata termoregolazione). I capi compressivi, utilizzati nel settore della corsa e del trail, sono strutturati in modo da contenere le vibrazioni della muscolatura riducendo così l’affaticamento, i dolori e i microtraumi.

Strato interno termico

Simile al precedente ma caratterizzato da tessuti che offrono una maggiore protezione dal freddo. In genere si sostituiscono ai capi dello strato interno normale. Avendo uno spessore e un peso maggiore possono risultare meno comodi e confortevoli.

Strato intermedio

Composto da tutti quei capi di abbigliamento studiati e realizzati per collocarsi sopra lo strato a pelle al fine di integrarne la protezione senza alterarne la traspirabilità e l’elasticità. Pur sempre sottili e leggeri (in peso), in genere sono meno elastici e aderenti dello strato interno; alcuni sono talmente confortevoli da poter essere utilizzati anche a pelle (in effetti è a volte difficile classificare un capo come interno o intermedio). Mantengono, anche se talvolta in modo meno accentuato, le proprietà di trasferimento ed evaporazione del sudore.

Strato intermedio termico

Simile al precedente ma caratterizzato da tessuti che offrono una maggiore protezione dal freddo. Sostituiscono lo strato intermedio normale e sono utili per evitare l’utilizzo dello strato interno termico, che, come detto, può in alcuni casi risultare poco confortevole a contatto con la nuda pelle.

Strato esterno

Composto da tutti quei capi studiati e realizzati per rispondere a determinate e specifiche esigenze supplementari.

  • Strato esterno termico: pesanti e spessi sono pensati per situazioni di temperature percepite molto basse (prossime o inferiori allo zero) con assenza di vento, pioggia o neve; mantengono una buona traspirabilità.
  • Strato ibrido: molto utili in condizioni di variabilità e incertezza atmosferica sono simili ai precedenti con in più una parziale protezione dal vento, dalla pioggia (idrorepellenti ma non impermeabili) e dalla neve; ovviamente la traspirabilità decade.
  • Strato antivento: capi generalmente elastici e avvolgenti studiati e realizzati per proteggere dai forti venti, talvolta sono anche idrorepellenti, raramente impermeabili e comunque in modo leggero; la traspirabilità è ovviamente molto minore dei precedenti strati; la protezione termica è talvolta limitata e in tal caso vanno assolutamente abbinati a capi degli strati termici.
  • Strato antipioggia: capi decisamente più rigidi e meno aderenti, i migliori hanno inserimenti elasticizzati e/o preformati nelle zone di articolazione del movimento (ginocchio, ascella, gomito); quasi o totalmente impermeabili sono poco o nulla traspiranti, a questo le case produttrici cercano di rimediare collocando sul capo opportune finestre di aerazione o inserti di materiale traspirante, ovviamente in zone dove la pioggia non arriva direttamente (ascelle, retro ginocchio) o sovrapponendovi un’ala impermeabile (attenzione ai capi che usano finestre di aerazione collocate sulla schiena: con lo zaino si occludono ed è come non averle); la protezione termica è tipicamente assente e vanno assolutamente abbinati a capi degli strati termici.

Analisi dettagliata dei capi

Ora passiamo all’analisi dei singoli capi suddividendoli per parti e, all’interno di queste, elencandoli dallo strato più interno verso quello più esterno. Ovviamente faccio riferimento solo all’abbigliamento specifico per l’escursionismo, comprendendo in questo anche quello per il trail e la corsa, alla fine sempre più simili tra loro.

Parte alta

Reggiseno

Sebbene alcuni studi dimostrino, in relazione alla vita del quotidiano, la sua inutilità (il muscolo mammario ha un suo naturale tono che permette l’autosostentamento delle mammelle) se non addirittura dannosità (cedimento del muscolo mammario con perdita del suo tono naturale; proliferazione di funghi e batteri in ambiente caldo umido), in caso di mammelle corpose (oltre la terza) può risultare indispensabile per affrontare senza problemi e dolori la corsa. Scegliere modelli a corpetto senza sistemi di allacciatura (si infilano come una maglietta), più complessi da calzare e togliere, ma sicuramente più confortevoli e contenitivi di quelli classici. Toglierlo appena possibile, specie se si ha sudato, e restare a torso nudo fino alla completa asciugatura della pelle.

Canotta

Simile nella forma alla classica canottiera ma fatta con tessuti più confortevoli e traspiranti. Anche il design è diverso al fine di renderla più adatta all’utilizzo a vista. Può risultare molto utile nelle giornate calde prive di vento: le spalline strette, l’ampia scalvatura del giromanica e la limitata aderenza del capo lasciano passare molta aria favorendo la termoregolazione.

Top

Indumento femminile, in pratica un reggiseno a corpetto senza fibbie con colori e decorazioni che lo rendono più adatto ad un utilizzo a vista. Ovviamente si utilizza al posto della canottiera e, con esclusione dei modelli meno aderenti, è a tutti gli effetti anche un sostituto del reggiseno per cui va indossato sulla nuda pelle e non, come si vede spesso, sopra al reggiseno. Può risultare molto utile nelle giornate calde prive di vento ma anche a temperature più basse ogni qualvolta l’intensità dello sforzo è alta e costante (ad esempio allenamenti di mezza stagione brevi e velocissimi).

Maglia senza maniche

Una maglietta molto fine, leggerissima (in protezione e peso), elasticizzata e perfettamente aderente al busto (seconda pelle), estremamente traspirante, taglio all’ascella (girospalla), generalmente con colletto a girocollo. Utile nelle giornate calde ma ventose, quando la canotta lascia passare troppa aria e le maniche danno fastidio, ma anche a temperature più basse ogni qualvolta l’intensità dello sforzo è alta e costante (ad esempio allenamenti di mezza stagione brevi e velocissimi).

IMG_9701

Maglia a mezze maniche

Similare alla precedente ma con mezze maniche (taglio inizio bicipite). L’utilizzo è sostanzialmente parallelo a quello della maglia senza maniche, diviene più funzionale nelle giornate fresche e/o ventose, quando le ascelle scoperte potrebbero dare spiacevoli sensazioni di raffreddamento, scelta pressoché obbligata in giornate fresche o addirittura fredde quando alla maglia a maniche lunghe si preferiscono i manicotti per le braccia (vedi oltre). Alcuni modelli hanno un colletto alto che risulta molto pratico portando lo zaino: evita eventuali irritazioni o abrasioni sul collo a seguito dello sfregamento con gli spallacci o la parte alta dello zaino (uno zaino ben fatto non dovrebbe provocarne ma dal momento che le morfologie delle persone sono infinite non è sempre possibile accontentarle tutte; in tal senso gli zaini da trail sono meno problematici, ma la capienza limitatissima li rende poco pratici per le escursioni di più giorni). Prima dell’acquisto verificare che il giro manica non lasci segno sul bicipite.

Maglia a maniche lunghe

IMG_8394Elasticità, aderenza e traspirabilità sono le stesse delle maglie precedenti, può cambiare il colletto che invece di essere a girocollo è a lupetto (con cerniera sternale per facilitare l’indossamento e la regolazione dell’aerazione). Il tessuto può essere similare ma con una trama più spessa oppure diverso: più termico e spesso, quindi leggermente più pesante (in grammi) e talvolta meno confortevole (alcuni tessuti termici possono ad alcuni irritare la pelle). Si utilizzano con temperature basse, quelle termiche a lupetto sono particolarmente indicate con temperature prossime o inferiori allo zero. Alcuni modelli, in particolare tra quelli pensati per il freddo, hanno la manica più lunga del solito per coprire parzialmente la mano fungendo da guanto, altri hanno sul polsino un foro dove infilare il pollice per evitare lo scivolamento verso l’alto della manica, altri ancora ambedue le cose.

Polo

Maglia solitamente di medio spessore, media elasticità e poco aderente, con zip sternale e colletto alato, maniche mezze ma più tipicamente (nell’abbigliamento sportivo) lunghe, estremità inferiore larga quindi adatta ad essere portata fuori dai (sopra i) pantaloni anziché infilata negli stessi. L’utilizzo può essere identico a quello delle corrispondenti (maniche mezze o lunghe) maglie e la scelta è più che altro una questione di gusti personali, ma, data la limitata aderenza, può tornare utile per sovrapporla a una delle maglie (più comodo che sovrapporre fra loro due maglie: essendo molto aderenti scivolano male e si fatica a togliere quella più esterna) oppure per un utilizzo in giornate con nuvolosità e ventilazione variabile quando la continua alternanza di caldo e freddo costringerebbe a frequenti su è giù di maglie (con la polo è più semplice compensare le variazioni di temperatura e/o ventilazione alzando o abbassando le maniche, aprendo o chiudendo la zip del colletto, infilando o levando la base dai pantaloni, arrotolandola o srotolandola sul busto). Alcuni modelli, in particolare tra quelli pensati per il freddo, hanno la manica più lunga del solito per coprire parzialmente la mano fungendo da guanto, altri hanno sul polsino un foro dove infilare il pollice per evitare lo scivolamento verso l’alto della manica, altri ancora ambedue le cose.

Manicotti

Trattasi di una copertura per le sole braccia che, unendosi alla maglia a mezze maniche (ma al limite anche quella senza maniche), genera una protezione completa delle braccia. Si utilizzano in quelle situazioni di tempo incerto quando la maglia a maniche lunghe potrebbe servire ma anche no. Utilizzati nell’ambito della corsa e del trail, potrebbero tornare utili anche all’escursionista, in particolare per gli allenamenti corsaioli o nelle escursioni molto lunghe dove risulta utile, se non proprio necessario, ridurre al minimo le fermate. Alcuni modelli, in particolare tra quelli pensati per il freddo, hanno la manica più lunga del solito per coprire parzialmente la mano fungendo da guanto, altri hanno sul polsino un foro dove infilare il pollice per evitare lo scivolamento verso l’alto della manica, altri ancora ambedue le cose.

Giacca termica

È un capo esterno appositamente studiato per dare protezione dal freddo. È un capo solitamente robusto, più o meno elastico, a gilet (migliore ventilazione e veloce da indossare) o con maniche lunghe (maggiore protezione, minore traspirazione), in genere piuttosto aderente. Utili dettagli possono essere un bel cappuccio magari staccabile, colletto alto che chiude fino sotto il mento, base e polsi con bordino elastico, tasche scaldamani: due tasche ampie quasi verticali con apertura invertita e poste al torace (a braccia conserte le mani infilate in tasca vengono a trovarsi sotto le ascelle usufruendo del relativo effetto riscaldante).

Giacca antivento

È un guscio esterno appositamente studiato per dare protezione dal vento. È un capo generalmente sottile, più o meno elastico, a gilet (piegato occupa pochissimo spazio, ha una migliore ventilazione, è veloce da indossare ma offre una limitata protezione) o con maniche lunghe (maggiore protezione, minore traspirazione), in genere piuttosto aderente. Utili dettagli possono essere colletto alto che chiude fino sotto il mento, polsi con bordino elastico, cordino di regolazione in vita o alla base della giacca (o ambedue), taschino che si trasforma in contenitore per la giacca stessa.

Giacca antipioggia

IMG_9714È un guscio esterno appositamente studiato per dare protezione dalla pioggia. È un capo più o meno sottile, solitamente non elastico e poco aderente, con maniche lunghe e ampio cappuccio. Zone in tessuto traspirante o finestrelle sotto le ascelle possono essere presenti per dare una maggiore traspirabilità ad un capo che, per le sue caratteristiche, è forzatamente poco traspirante (per quanto ne possa dire la pubblicità). I modelli più protettivi hanno cuciture e cerniere stagne; importante controllare il livello di tenuta alla pressione d’acqua che dev’essere come minimo pari a quattromila millimetri, ottomila se volete un capo che possa proteggervi a lungo anche in caso di pioggia battente continua o forti temporali. Utili dettagli possono essere una piccola visiera sul cappuccio (ma la si può sostituire egregiamente con un cappellino da pioggia), colletto alto che chiude fino sotto il naso, doppia regolazione del cappuccio (lunghezza e larghezza), cappuccio e polsi con bordino elastico, zona trasparente in corrispondenza dell’orologio (per poterlo leggere senza sollevare la manica), cordino di regolazione in vita o alla base della giacca (o ambedue). Fate attenzione ai modelli con spalmatura interna: scivolano male sulla pelle bagnata (non sempre ci si premura di calzare la giacca alle prime gocce d’acqua).

Parte bassa

Mutande / Slip

Ne esistono in varie versioni, da quelle minimaliste a quelle a gambaletto che si avvicinano alla forma dei boxer, tutte comunque molto aderenti e avvolgenti. Essenzialmente servono a isolare i genitali al fine di evitarne irritazioni dovute al loro sfregamento contro il rigido tessuto dei pantaloni; nei maschi servono anche mantenere fermi il pene e lo scroto, impedendo lo sbattimento e sfregamento ripetuto di quest’ultimo contro l’inguine cosa che, in particolare quando il caldo provoca una forte sudorazione e, quindi, un maggiore attrito (il sudore fa da leggero collante), può provocare dolori anche piuttosto forti. Secondo una comune opinione avrebbero anche una funzione igienica, ma recenti studi dimostrano che, almeno in certe condizioni (caldo umido, sudorazione abbondate, persistenza in condizione di umidità), possono favorire la proliferazione di muffe e batteri risultando, così, più dannose che utili. Per esperienza personale mi sento di poter suggerire, quantomeno a livello sportivo, di lasciare massimo respiro ai genitali facendo a meno di questo indumento: i detti problemi irritativi si possono evitare con una scelta attenta dei pantaloni (morbidi, aderenti e privi di cucitura sul cavallo, in pratica i migliori leggins da corsa) e/o con apposite creme antisfregamento; alcuni pantaloni da corsa, in particolare i pantaloncini corti, integrano delle mutandine leggerissime e molto traspiranti: soluzione intermedia certamente preferibile alla mutanda ma altrettanto indubbiamente meno efficiente del nulla assoluto.

Calzamaglia

Un collant in tessuto termico, tipicamente sono composti da mutanda, gambaletto e piede, ma ci sono modelli senza piede (a mio parere preferibili in ambito sportivo), eventualmente con un passante da infilare sul piede per impedire alla gamba di scivolare verso l’alto. Nella scelta è importante che sia aderentissima, sia per non dare fastidio che per meglio proteggere le gambe; se non si usano le mutande fare attenzione alla cucitura: se passa sotto il cavallo potrebbe provocare irritazioni allo scroto. Utile più che altro in inverno, ma comunque non indispensabile.

Pantaloncini

IMG_9700Pantaloni corti, prodotti in diverse lunghezze (da poco sotto l’inguine a metà coscia), con o senza mutandina integrata, molto comodi quelli da trail che hanno diverse tasche. I modelli a gamba larga si possono infilare/levare senza dover togliere le scarpe e garantiscono la migliore traspirazione, però tendono a impigliarsi facilmente in rami e rovi; i modelli aderenti, che danno anche una certa protezione termica, non s’impigliano nella vegetazione ma complicano un poco la vestizione specie se fatta in ambiente dove il terreno irregolare e magari scivoloso rendono più instabile l’equilibrio; gli aderentissimi modelli compressivi sono più scomodi da calzare o scalzare dato che è necessario togliersi le scarpe. Per le donne esistono anche nel modello con gonnellina sovrapposta. La scelta di questo capo non ha particolari difficoltà, basta che sia della misura giusta; per i modelli aderenti se non si usano le mutande è bene optare per un capo che non abbia la cucitura sotto il cavallo (ammesso di trovarlo). Utili dettagli sono una regolazione a vita con nastrino piatto e una o più tasche (i modelli da trail arrivano ad averne anche sei, alcune in rete ed elastiche per tenere a portata di mano gel e barrette) di cui almeno una bella grande e chiusa da cerniera (comoda negli allenamenti brevi e velocissimi, dove anche il marsupio darebbe fastidio, per riporvi il cellulare, i documenti e le chiavi dell’auto).

Corsari

Aderentissimi pantaloni da corsa che arrivano fin poco sotto il ginocchio, con o senza mutandina integrata. Sempre elasticizzati e aderenti, esistono anche in versione compressiva. La scelta di questo capo non ha particolari difficoltà, basta che sia della misura giusta; se non si usano le mutande è bene optare per un capo che non abbia la cucitura sotto il cavallo (ammesso di trovarlo). Utili dettagli sono una regolazione a vita con nastrino piatto e una o più tasche (i modelli da trail arrivano ad averne anche sei, alcune in rete ed elastiche per tenere a portata di mano gel e barrette) di cui almeno una bella grande e chiusa da cerniera (comoda negli allenamenti brevi e velocissimi, dove anche il marsupio darebbe fastidio, per riporvi il cellulare e le chiavi dell’auto).

Leggins

Aderentissimi pantaloni da corsa lunghi fino alla caviglia, con o senza mutandina integrata, specifici per la corsa ma interessanti anche per il cammino: l’aderenza alla caviglia riduce a zero la possibilità che la stessa s’impigli in pietre o rami. Molti modelli hanno una cerniera alla caviglia che permette di trasformarli in corsari (aprire la cerniere, rivoltare verso l’alto la caviglia, raccogliere la gamba del pantalone sotto il ginocchio e infilare le due ali della caviglia sotto la parte rivoltata) facilita la vestizione e la svestizione, se è sufficientemente lunga potrebbe anche evitare la necessità di togliere le scarpe. La scelta di questo capo richiede qualche attenzione, specie per i modelli compressivi piuttosto complessi da indossare e la cui variazione di taglia non è solo in funzione dell’altezza ma anche del peso o/e del girocoscia; se non si usano le mutande è bene optare per un capo che non abbia la cucitura sotto il cavallo (ammesso di trovarlo). Utili dettagli sono una regolazione a vita con nastrino piatto e una o più tasche (i modelli da trail arrivano ad averne anche sei, alcune in rete ed elastiche per tenere a portata di mano gel e barrette) di cui almeno una bella grande e chiusa da cerniera (comoda negli allenamenti brevi e velocissimi, dove anche il marsupio darebbe fastidio, per riporvi il cellulare e le chiavi dell’auto)

Pantalone running

0548_ph. carla cinelli_edPantaloni da corsa lunghi fino alla caviglia dal taglio stretto ma non aderente, in pratica sono molto simili ai classici pantaloni da ginnastica. Utili dettagli sono il tessuto elastico, una regolazione a vita con nastrino piatto, due comode tasche laterali inclinate con cerniera di chiusura, la possibilità di indossarli e levarli senza togliere le scarpe. Ottima alternativa ai classici pantaloni da escursionismo (vedi sotto), innanzitutto perché la caviglia più aderente riduce il rischio d’inciampo, poi per l’elasticità del tessuto che lascia maggiore libertà di movimento, infine perché essendo più morbidi e confortevoli si possono agevolmente utilizzare senza mutande.

Pantalone escursionistico classico

Il tipico pantalone da montagna con un taglio similare a quello dei normali pantaloni che si usano nella vita quotidiana. Generalmente in tessuto semirigido per offrire robustezza e durabilità anche a fronte di un utilizzo intenso a contatto con rocce e altri elementi abrasivi. La dotazione di accessori è alquanto vasta e diversificata: tutti hanno tasche laterali inclinate per le mani e almeno una tasca posteriore; molti hanno anche uno o due grandi tasconi posti lateralmente alla coscia; molti hanno rinforzi sui glutei, alle ginocchia e alla caviglia (i punti più soggetti allo sfregamento); alcuni hanno una minighetta integrata sul fondo del pantalone e risultano particolarmente utili per chi affronta spesso ghiaioni e terreno innevato; i modelli migliori hanno le ginocchia preformate in modo da non limitare l’articolabilità. Nella scelta evitare quelli con la caviglia molto larga in quanto tenderebbero facilmente a impigliarsi in pietre e radici.

Gambali

Trattasi di una calza senza piede, in pratica una copertura per i soli polpacci che, unendosi ai corsari (ma al limite anche ai pantaloncini corti), genera una protezione completa delle gambe. Nell’ambito della corsa si trovano soprattutto i modelli compressivi che, stando ai produttori, favorirebbero la riossigenazione dei muscoli consentendo la massima prestazione per un tempo più lungo. Se questa funzione è messa da qualcuno in dubbio, certo resta valida quella protettiva, ma alla fine è forse comunque più comoda una calza lunga: ad ognuno l’ardua sentenza e la scelta.

Sovrapantalone da pioggia

È un guscio esterno appositamente studiato per dare protezione dalla pioggia. È un capo solitamente robusto, anelastico, con lunghe cerniere sui due fianchi onde consentirne la vestizione e la svestizione senza bisogno di togliere le scarpe. Dettagli importanti sono l’adeguata lunghezza (deve adagiarsi abbondantemente sulla scarpa (anche su quella bassa), la regolazione in vita e alla caviglia, i rinforzi sull’interno caviglia, i fissaggi agli estremi delle cerniere (evitano la loro apertura accidentale). Altri utili particolari l’elastico in vita, le ginocchia preformate (consentono una maggiore libertà di movimento), gli stringhini ai cursori delle cerniere (permettono una presa migliore anche con le mani irrigidite dal freddo e dalla pioggia), il fissaggio per i tiretti delle cerniere (ne previene la rottura), i passanti per i laccioli sottoscarpa, la tasca in vita con funzione stow pocket (capovolgendola vi si infila l’intero pantalone diminuendone l’ingombro), il doppio cursore per la stow pockett (permette di chiuderla una volta riempita) e i passanti per agganciarla in cintura (ne facilitano il trasporto quando si esce senza zaino). I modelli più protettivi hanno cuciture e cerniere stagne; importante controllare il livello di tenuta alla pressione d’acqua che dev’essere come minimo pari a quattromila millimetri, ottomila se volete un capo che possa proteggervi a lungo anche in caso di pioggia battente continua o forti temporali. Fate attenzione ai modelli con spalmatura interna: scivolano male sulla pelle bagnata (non sempre ci si premura di calzare la giacca alle prime gocce d’acqua).

Estremità

Visiera

In pratica è un cappello senza cupola. Ideale nelle stagioni intermedie quando l’insolazione non è molto forte ma il sole potrebbe comunque dare fastidio alla visione. Utile anche sotto il cappuccio della giacca da pioggia al fine di evitare l’acqua negli occhi o, peggio, sugli occhiali. La visiera dev’essere rigida e ampia, sia lateralmente che in estensione frontale. Verificare che non stringa sulle tempie e assicurarsi che il sistema di regolazione della larghezza sia semplice e solido.

Cappellino da sole

Serve a proteggersi dall’insolazione, anche se vengono più spesso prodotti di colore scuro va assolutamente scelto di colore chiaro, meglio ancora bianco. La visiera dev’essere rigida e ampia, sia lateralmente che in estensione frontale. Verificare che non stringa sulle tempie e assicurarsi che il sistema di regolazione della larghezza sia semplice e solido. Nell’ambito della corsa ne vengono fatti alcuni che si possono ripiegare completamente: molto comodi per le uscite brevi, senza zaino o con il solo marsupio. Utile anche in assenza di sole per evitare abrasioni al capo nel percorrere, magari di corsa, sentieri stretti o poco frequentati dove può essere facile andare a sbattere o strisciare contro rami pendenti e magari spinosi.

Cappellino da pioggia

Simile al cappellino da sole ma perfettamente impermeabile. Particolarmente utile quando si affronta la pioggia senza indossare la specifica giacca, ma comunque utile anche sotto il cappuccio di detta giacca al fine di evitare l’acqua negli occhi o, peggio, sugli occhiali. L’ampiezza della visiera, laterale e frontale, è fondamentale, come pure una perfetta calzabilità. Verificare che non stringa sulle tempie e assicurarsi che il sistema di regolazione della larghezza sia semplice e solido.

Cappello da sole / pioggia

Copricapo meno avvolgente del cappellino e dotato di larga tesa che gli gira tutt’attorno. Alcuni dispongono di un cordoncino che li trattiene al capo evitando che volino via per effetto del vento; comodo anche per tenerlo appeso al collo quando lo si desidera togliere momentaneamente dalla testa. Stesso utilizzo del corrispondente cappellino, la scelta è puramente soggettiva, di certo correndo è meglio usare il cappellino.

Fascia frontale

Leggera fascia elastica che si calza sulla testa e copre la fronte. Utile a evitare che il sudore coli negli occhi facendoli bruciare. Assicurarsi che calzi alla perfezione: una fascia che scivola sugli occhi diviene subito fastidiosa.

Bandana

Foulard da allacciare, con un nodo, attorno alla testa. Alternativo alla fascia frontale rispetto alla quale si adatta sicuramente a qualsiasi testa.

Fascia paraorecchie

Fascia frontale elastica e più o meno spessa con caratteristiche termiche, due ali scendono a coprire le orecchie. Utile nelle stagioni intermedie, quando la temperatura potrebbe già infastidire le orecchie, ma una copertura totale della testa provocherebbe una sudorazione eccessiva. Assicurarsi che calzi alla perfezione: una fascia che scivola sugli occhi diviene subito fastidiosa.

Cupolotto

Un berretto di tessuto elastico che avvolge perfettamente la testa restandone ben aderente anche nella parte superiore. Si utilizza per le giornate fredde. Molto comodo per chi corre, ma pratico anche per chi cammina: è la mia protezione preferita per l’inverno. Esistono anche con protezione per le orecchie.

Berretto

Il classico copricapo conico, in tessuto elastico e solitamente spesso, ad utilizzo prettamente invernale o, comunque, per le giornate particolarmente fredde.

Passamontagna

Un copricapo con prolunga verso il basso che permette di ricoprire anche il viso e il collo. In corrispondenza degli occhi una piccola finestrella (o due fori) permette la visione. Utile d’inverno in presenza di forte vento o con temperature estremamente rigide (diversi gradi sotto lo zero), specie se si devono affrontare lunghe soste all’aperto (ad esempio per un bivacco).

Scaldacollo

Una specie di sciarpa formata da una fascia chiusa di tessuto che s’infila dalla testa facendola scorrere fino al collo. Alcuni modelli, grazie ad una cordina di chiusura posta sul lato superiore, sono multifunzione, ovvero si possono utilizzare anche come passamontagna o berretto. Utile a proteggere la gola, notoriamente piuttosto sensibile, in caso di forte freddo e vento.

Guanti

Copertura per le mani. Ne esistono di due tipi: a cinque dita, che consentono una migliore manipolazione degli oggetti, o a manopola, che danno una migliore protezione alle dita. Tra quelli a cinque dita se ne trovano alcuni che integrano una copertura a manopola rendendoli molto versatili e comodi. Tra quelli a manopola ce ne sono alcuni che hanno un taglio alla base delle dita per permetterne l’estrazione al fine di consentire la manipolazione di oggetti, con questi è consigliabile l’utilizzo dei sottoguanti (vedi sotto). Fare attenzione che calzino alla perfezione, in particolare, per quelli a cinque dita, verificare che scivolino bene sulle dita (possibilmente sarebbe utile provarli a mani umide, quando faticano a scivolare), che arrivino fino in fondo alle stesse e che non resti troppo spazio in punta. Utile dettaglio la possibilità di operare sullo schermo touch del cellulare.

Sottoguanti

Molto leggeri e sottili, sempre a cinque dita. Tipicamente si calzano sotto i guanti, in particolare quelli a manopola, vuoi per incrementare la protezione dal freddo vuoi per non gelarsi le mani qualora si debbano togliere i guanti, ma si possono utilizzare anche da soli quando i guanti risultano eccessivi ma senza una copertura le mani tendono comunque a raffreddarsi in modo doloroso o quantomeno fastidioso. Fare attenzione che calzino alla perfezione, in particolare verificare che scivolino bene sulle dita, che arrivino fino in fondo alle stesse e che non resti spazio in punta.

Calze

IMG_9706Sia nella versione estiva, più leggera, che in quella invernale, più pesante, ne esistono di diverse tipologie, dalle invisibili che non escono nemmeno dalla scarpa (poco indicate all’uso in montagna dato che lasciano entrare facilmente i detriti) al gambaletto che arriva fin quasi sotto il ginocchio (attenzione che non tenda a scivolare verso il basso rendendolo di fatto inutile, ma che, nel contempo, non risulti troppo stretto a livello del suo collarino, lo abbassereste voi per il fastidio), la scelta è un fatto personale. Ci sono anche modelli compressivi, in merito ai quali valgono gli appunti già fatti per i gambali. Utili dettagli sono la presenza di zone differenziate in spessore e trama (proteggono dall’abrasione i punti più sollecitati mantenendo alta la traspirabilità del capo) e l’asimmetria (adattandosi meglio alla conformazione del piede, specie in punta, riduce la possibilità di fastidiose pieghe).

Utilizzo dei capi

Come utilizzare tutti questi capi e questi strati? Come sceglierli? Come combinarli?

La regola base fa riferimento alla temperatura percepita, che può essere ben diversa da quella effettiva: maggiore in presenza di forte insolazione, minore in presenza di vento; anche molto maggiore (dieci gradi) in movimento, identica o minore da fermi. Ovviamente ognuno ha una sua specifica sensibilità al freddo e al caldo, pertanto le indicazioni che seguono vanno intese come medie, ognuno le dovrà adattarle a sé stesso.

  • IMG_0692Sopra i ventidue gradi centigradi è fuori di dubbio che, contrariamente agli opportunistici consigli dati dalle case che producono l’abbigliamento da montagna nonché a quelli riportati nella stragrande maggioranza dei tanti condizionati articoli redatti da alpinisti ed escursionisti, la soluzione ideale è la nudità. Nel prossimo articolo della serie parlerò specificatamente del cammino a nudo, per ora mi limito a segnalare l’esistenza di varie evidenze scientifiche e vi incito a provare per credere: tutti coloro che l’hanno fatto ve lo possono confermare, ma l’esperienza personale è pur sempre la miglior cosa. Per chi preferisse comunque tenersi addosso qualcosa la scelta migliore è nei capi più minuti (canotte e pantaloncini) dello strato interno, meglio se da trail (più traspiranti e leggeri rispetto a quelli da escursionismo). A queste temperature pioggia e vento non danno fastidio o risultano addirittura gradevoli per cui non è indispensabile indossare le relative protezioni (comunque da avere nello zaino).
  • IMG_2091Tra i sedici e i ventuno gradi centigradi potremmo sentirci più a nostro agio termico indossando qualcosa quantomeno sulla parte alta: maglia  senza maniche o a mezze maniche e pantaloncini sono la scelta ideale, i più freddolosi possono aggiungere la polo e i corsari. In questa situazione pioggia e vento possono risultare fastidiosi per cui potremmo dover indossare il relativo capo d’abbigliamento.
  • Tra i dieci e i quindici gradi centigradi dovremo coprirci per intero: maglia a maniche lunghe, pantalone lungo leggero (legigns, running, classico secondo propria preferenza), polo e, a seconda delle previsioni, i necessari gusci esterni: vento o pioggia.
  • Da tre a nove gradi centigradi l’abbigliamento tecnico da trail o da montagna in tutti i suoi strati diventa dotazione sempre obbligatoria; eventualmente potrebbe far comodo la maglia nella sua versione termica (o una doppia maglia normale) e il pantalone pesante.
  • Sotto i tre gradi centigradi indosseremo tutti gli strati nelle relative versioni termiche.

img_4595

Nell’allestire lo zaino tenete pur sempre conto che:

  • anche se preferite la nudità, nello zaino dev’esserci sempre la minima dotazione necessaria: maglia, pantalone, polo, giacca antivento o, secondo previsioni, da pioggia;
  • le previsioni meteorologiche sono, per l’appunto, previsioni e non certezze, sempre e comunque;
  • le previsioni meteorologiche sono indicazioni di massima spesso riferite alle località di valle, in montagna le condizioni potrebbero risultare ben diverse, talvolta in meglio (più volte m’è capitato di partire da casa sotto la pioggia e poi trovarmi a camminare con il sole) altre volte in peggio;
  • la situazione può repentinamente cambiare, anche più volte, nel corso della giornata (ad esempio è tipica, specie per le montagne costiere o prospicenti grossi bacini lacuali, la formazione di nuvole temporalesche attorno al mezzogiorno);
  • anche in estate le temperature possono comunque scendere di molto, vuoi per la formazione di nuvole che oscurano il sole, vuoi per un temporale, vuoi per l’approssimarsi della sera;
  • in inverno nelle belle giornate potreste facilmente incontrare l’effetto dell’inversione termica, ovvero trovare in montagna temperature ben maggiori di quelle presenti in pianura;
  • la copertura nevosa riflettendo i raggi del sole provoca un innalzamento della temperatura percepita.

    Continua in…  Abbigliamento: integrazione


    Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

#TappaUnica3V sensazioni ed emozioni di una sessanta chilometri tirata


IMG_1578

(Foto di archivio; durante questa uscita, per ovvi motivi, non ne ho fatte)


Uscita di allenamento sui monti di Gavardo, sovrapposti a quelli che ben conosco trovo dei nuovi segni in vernice con l’indicazione 530, li trovo qua e là, in un’apparente 530confusione che mi incuriosisce per cui, arrivato a casa, faccio una ricerca su Internet ma non trovo nulla. Passa qualche settimana, nuovi allenamenti sui monti di casa, non solo Gavardo, ma anche Serle e Vallio Terme, incappo nuovamente nei segni cinquencentotrenta, stavolta trovo anche la sigla SCB. Nuova ricerca su Internet e, grazie alla detta sigla, finalmente trovo un sito che ne parla, quello dell’Associazione Naturalmente di Rezzato: SCB sta per “Sentiero del Carso Bresciano”, un anello escursionistico sulle SCBmontagne tra Rezzato e Vallio Terme ideato da detta associazione e da poco terminato di pulire e tracciare. “Sessantasei chilometri, uhm, quasi la metà del 3V, interessante, può essere un valido test per TappaUnica3V, ne ho programmati due per la primavera, ma ce ne sta bene un altro ora”. Detto e fatto: individuo la data migliore (carnevale) e, in quattro uscite, faccio la debita esplorazione. Mettendo insieme le tracce il dislivello risulta di quasi tremila metri, un terzo del 3V “ottimo!”, mentre i chilometri scendono a cinquantotto “va beh, vanno bene lo stesso”. Di sessanta ne ho già fatti alcuni e dovrei essere mentalmente pronto all’impegno che mi aspetta, stavolta, però, la situazione è diversa, stavolta le intenzioni sono più aggressive, stavolta dev’essere un test fisico fondamentale ai fini della mia TappaUnica3V 2018, un test che mi possa dare risposte forti e inequivocabili: “voglio coprire la distanza nel minor tempo che mi è possibile”.

Ore quattro, suona la sveglia, mi alzo e, ancora nudo (si, si, dormo nudo: è scientificamente provato che è il modo più salutare di dormire), metto al fuoco la cuccuma per il mio solito infuso di zenzero e limone. Nell’attesa che l’acqua giunga a bollore, restando nudo (già ha poco senso l’uso del vestiario di per sé stesso, figuriamoci quando si deve fare un’attività fisica, qual è la ginnastica; per altro la nudità permette di meglio vedere e sentire la posizione di ogni parte del corpo, di IMG_0618meglio percepire la tensione di ogni muscolo, efficientando, così, il lavoro svolto), faccio i miei soliti esercizi di flessibilità e allungamento per ridare mobilità ad un corpo irrigidito dal lungo tempo passato disteso nel letto. L’acqua bolle, la verso nella tazza e, intanto che prende sapore, completo gli esercizi. Bevo il mio infuso accompagnandolo con un lungo biscotto ricoperto da un velo di marmellata di arance amare. Yogurt? “No, è di soia ma comunque oggi non lo prendo: mancano pochi minuti al cammino e, anche come esperimento, preferisco tenere lo stomaco il più leggero possibile”. È ora di vestirsi: per prevenire irritazioni spalmo sullo scroto e sui capezzoli la crema antisfregamento, per potenziare e prolungare l’effetto della ginnastica applico sulle gambe la crema riscaldante, infine, con attenzione, indosso l’abbigliamento tecnico da corsa. Prima la maglia a maniche lunghe sopra alla quale infilo, quale rinforzo termico, la maglia senza maniche; si, sopra, perché date le temperature previste è evidente che quella a maniche lunghe dovrò tenerla sempre addosso mentre questa senza maniche la leverò nell’arrivare al previsto sole e avendola sopra potrò farlo più facilmente e velocemente, senza esporre il torso nudo all’aria fredda. Ora le calze asimmetriche “oggi vale la pena usare quelle più belle, quelle che userò nel giro finale”, i leggins invernali da trail con le sei comode tasche, la maglia esterna “meglio quella più pesante!”, l’eccezionale e leggerissimo gilet antivento, le nuovissime scarpe da trail. Lo zaino è già pronto, come mia abitudine l’ho preparato ancora ieri sera, devo solo prelevare dal frigorifero il sacchettino con i dadini di bresaola, insieme alle mandorle già in tasca sono un altro esperimento, e riporlo in una delle tasche sulla cintura ventrale. Ore quattro e trenta, saluto mia moglie, prendo lo zaino e la borsa con il ricambio da lasciare in auto, salgo in macchina e m’avvio al punto di partenza.

IMG_9680Ore quattro e quarantacinque, parcheggio l’auto nel piccolo piazzale davanti al convento Francescano di San Pietro in Colle sopra Rezzato, la chiudo con cura, fisso le chiavi al moschettone che ho appositamente predisposto all’interno dello zaino, indosso quest’ultimo, sistemo per bene i larghi e avvolgenti spallacci, allaccio i due cinghioli di stabilizzazione posti sul torace e, alle quattro e cinquantasette, m’avvio con decisione lungo il piazzale in direzione del viottolo che dà inizio al lungo cammino. Fatti pochi metri, esco dalle luci del convento ed entro nel buio del sentiero: “argh, non ho indossato la frontale!”. Velocemente, senza nemmeno fermarmi, sgancio i cinghioli dello zaino, sfilo un solo spallaccio, prendo la frontale che avevo proditoriamente collocato in una delle tasche a rete sull’esterno dello zaino e la sistemo sulla testa. “Bon, ora sono a posto, andiamo!”

La tattica che ho programmato prevede una partenza tranquilla per poi andare in progressione ma sempre camminando, solo nella parte di ritorno, se avrò gambe, mi metterò a correre. Dopo qualche centinaio di metri, però, le mie gambe già spingono con decisione, mi sento benissimo e così le lascio andare: “tutto sommato sanno ben loro quello che devono fare e così posso ancor più mettermi alla prova, vediamo fin dove arrivo”. Nonostante il forte acquazzone di ieri pomeriggio trovo solo qualche pozzanghera e pochi tratti di fango, persino le pietre sono asciutte: “ottimo!” Sul IMG-20170711-WA0006cellulare ho attivato due app GPS, una per il tracciamento live che permetterà a mia moglie di seguirmi in tempo reale attraverso Internet, l’altra mi darà apposite indicazioni vocali sulla velocità di cammino permettendomi di memorizzarle a livello sensoriale: nel giro finale di TappaUnica3V dovrò fare affidamento solo ed esclusivamente sulle mie sensazioni, le dotazioni tecniche saranno ridotte a quel minimo necessario alla mia sopravvivenza e, soprattutto, a dare tranquillità ai familiari. Con due app al lavoro rischio di esaurire la batteria prima dell’arrivo pertanto mi sono dotato, ennesimo esperimento, di una piccola e leggera batteria esterna (power bank).

“Cinque virgola sette chilometri all’ora”, la voce elettronica, impudicamente, seppure sommessamente, rompe il silenzio della notte per darmi le poche informazioni che ho programmato. Bivio Vianello, m’infilo nello stretto sentiero che scende verso la cava di marmo, conosco molto bene questi sentieri e così procedo senza nemmeno guardare i segni di vernice. “Mmh, c’è qualcosa che non mi quadra, ho la cava alla mia sinistra quando doveva essere a destra! Va beh, ormai vado di qua, tanto porta allo stesso punto”. Eccomi alla strada sterrata che unisce la Valle di Virle a Botticino, ancora pochi passi e ritrovo la segnaletica del cinquecentotre. Ehm, la segnaletica, un segno perché poi non ne vedo altri: “che strano ne ricordo diversi, o non risplendono alla luce della frontale o sono io a non vederli? Va beh, avanti che non posso perdermi in ciance”. All’improvviso appare, illuminato dalla mia frontale, un nitido sentierino. “mmm, mi sembrava che fosse più lungo il tratto di sterrata e poi ricordo un piccolo cartello segnaletico che qui non vedo”, per alcuni secondi provo a illuminare la strada ma non vedo segni: “non posso perdere altro tempo, andiamo di qui!” Infilo questo sentiero, sembra proprio lui, pure questo risale il ripidissimo argine della strada (“ma non era meno ripido?”), pure questo è stato creato tagliando di fresco la boscaglia, pure questo poco dopo s’infila tra una barriera di rovi (“ma mancano quelli pendenti a cui ero rimasto attaccato, si vede che li hanno tagliati!”), però… però arriva una ripida discesa che non doveva esserci (“ahi, ahi, mi sa che ho sbagliato”) e poi un lungo diagonale con tortuose curve attorno a piccoli alberi: “ok, ho sbagliato, ormai è sicuro; questa parte di monte la conosco poco, però la direzione è quella giusta, sopra a destra ci sono grosse cave e sotto di queste la loro strada di collegamento taglia per intero questo versante del monte, gioco forza la traccia che sto seguendo o finisce su tale strada o sull’altro sentiero, quello giusto.  Avanti!”. Con un percorso tra l’altro più bello di quello originale (meno strada sterrata, un lungo diagonale con continui stimolanti su e giù, diverse curve arrotondate che danno dinamismo al cammino) arrivo alla strada delle cave e, poco dopo, sono ad un trivio, devo orientarmi un attimo: evidente che non devo prendere alla mia destra, tornerei indietro, osservo le luci di Molvinella e intuisco che devo tenere la più bassa delle due sterrate che vanno verso sinistra. Pochi passi ed ecco che dal bosco alla mia sinistra sbuca il percorso segnalato, un altro segno poco più avanti sulla strada che ormai, anche se l’ho fatta una volta sola, ben riconosco. Discendo con decisione e velocemente, case di Molvinella: senza esitazione imbocco l’asfaltata salita per la Trattoria Eva.

La pendenza si fa rilevante, m’impongo di controllare il passo che, sulla rincorsa della discesa, stava proseguendo ad un ritmo troppo sostenuto. Alcuni cani abbiano al mio passaggio: “state zitti che la gente dorme!” All’altezza della trattoria la pendenza cala e l’asfalto lascia spazio allo sterrato, uno sterrato liscio e duro, sono all’incirca quarantacinque minuti che cammino così ne approfitto per assumere, secondo gli insegnamenti di un atleta del trial mondiale letti recentemente in un articolo specialistico, la prima barretta energetica. Fatico a scartarla, mi distraggo un attimo e… oops: il netto bordo di una buca, le caviglie eccessivamente rilasciate, la mente altrove impegnata, improvvisamente il lato esterno del piede sinistro cede letteralmente torcendo la relativa caviglia. Le scarpe ben fascianti e reattive, l’allenamento, i riflessi prontissimi risolvono brillantemente la situazione: sposto immediatamente il peso sull’altra gamba e rimbalzo via evitando che la caviglia storta subisca un carico eccessivo e si infortuni. “Meglio restare un attimo più concentrati” mi dico e, senza nemmeno fermarmi, procedo oltre. Riprende la salita ripida, il cellulare sentenzia “cinque virgola cinque chilometri all’ora”: “uauh!”. Ecco la croce in pietra che dà il nome al Crociale, luogo posto sul crinale sud del Monte Fratta poco sotto la grande cava delle Paine, abbandono la sterrata per prendere un sentierino che, in lieve salita, porta al rifugio del Gruppo Difesa Ambiente Naturale, davanti al quale mi stringo l’allacciatura delle scarpe IMG_0860che un poco si è lasciata andare. Mi incammino sul lungo diagonale che porta al crinale opposto, quello sud ovest, alla mia sinistra le luci e i rumori di Botticino, Caionvico e Sant’Eufemia accompagnano il mio cammino. Il terreno si è fatto a tratti più complesso, tonde e lisce pietre scivolose si susseguono alternandosi a piccoli insidiosi spuntoni, anche di giorni questo tratto richiede attenzione, figuriamoci di notte. Inclino la frontale, nel fascio di luce vedo scorrere il terreno: erba, pietre, terra, pietre, terra, erba, erba, terra… brina: “eeeeh, brina?” Macchie di bianchi cristalli gelati all’improvviso appaiono sotto i mei piedi: “ma che sono questi cristalli bianchi? Troppo morbidi per essere brina, è… è… è neveeeee! Va beh, poca roba, non mi creerà problemi”. Man mano che salgo la coltre bianca si fa sempre più estesa: “aho, non è solo una spolveratina, è una nevicata vera e propria”. Un bel candido bianco mantello risplende alla luce della frontale, circa dieci centimetri di neve ricoprono il terreno che mi circonda, mi sono trovato altre volte di notte con la neve, ma è la prima volta che mi ci trovo da solo: “splendido! Magico! Incantevole!” intense piacevolissime sensazioni pervadono la mia mente, il mio animo, il mio intero essere.

Raggiungo e imbocco la strada sterrata che percorre il costone sud ovest del Monte Fratta, dopo un tratto ripidissimo la pendenza scema leggermente, ancora pochi metri e m’infilo nel bosco: un bel sentierino sale alla vetta del Fratta. Tracce di animali mi guidano con estrema precisione sul tracciato: “ma guarda te, l’avevo già notata altre volte questa cosa: anche gli animali del bosco conoscono e seguono i sentieri dell’uomo?” Immerso in queste osservazioni, cercando di capire di quali animali siano le tracce che mi anticipano, veloce continuo nella mia salita. La poca neve è comunque sufficiente a piegare i rami più sottili e, per non infradiciarmi, sono ogni tanto costretto alle forche caudine eppure… “cinque virgola quattro chilometri all’ora” sentenzia la simpatica vocina elettrica del mio cellulare, “mai, camminando, sono andato così veloce in salita, ottimo, vuoi vedere che riesco a chiudere in dieci ore!” Vetta del Fratta, piccolo dosso erboso ricoperto dal bosco, senza sosta passo sul versante opposto per indovinare nella neve la prosecuzione del sentiero che, stretto e contorto, s’insinua come un serpente fra gli alberi del bosco formando molte secche curve (divertentissimo questo tratto, specie quando lo discendi di corsa). Ancora impronte di animali segnano con incredibile precisione il percorso. “Quattro virgola zero chilometri all’ora”, “che succede? Sono in discesa e vado più piano?” L’app sul cellulare per ben due volte mi segnala la stessa cosa, pare essersi incantata “Boh, non c’è tempo per fare controlli”. Finisce il sentiero e inizia la sterrata che, con varie svolte e alcuni incroci, mi porta all’area pic-nic Le Acqua in quel di Serle Castello. La notte pian piano sta lasciando il passo al giorno, ancora non vedo bene ma il fondo chiaro della strada qualcosa lascia intuire, “approfittiamone per allenare la propriocettività”: spengo la frontale e mi godo l’avanzare del crepuscolo.

Castello di Serle, strada asfaltata, ormai la luce del giorno rende tutto più chiaro e facile, un’invisibile placca di ghiaccio e mi esibisco in un proditorio esercizio di equilibrio: “ocio Ema, ad oggi esiste una sola suola che si aggrappa al ghiaccio e non è sotto le tue scarpe”. Una ripidissima breve salita ed eccomi al campo sportivo, un sentierino profondamente scavato a formare un morbido toboga sale alla strada dell’altopiano di Cariadeghe. Qualcuno ieri s’è divertito con il fuoristrada, la neve è sconvolta dai segni dei copertoni e le crestine formate dai tasselli delle gomme nella notte si sono gelate, camminandoci IMG_8940sopra cedono rendendo faticoso l’incedere e poi scricchiolano in modo estremamente fastidioso, meglio tenersi il più possibile ai lati della strada dove la neve è ancora fresca e intonsa. Valpiana, la strada inverte la sua pendenza e concede un tratto di bel respiro. “Sei e tre chilometri all’ora”, “ehi, che bella media! Le dieci ore si fanno papabili.” Dopo un tratto di piano e qualche discesina, una ripida breve salita porta al piazzale sotto la punta di San Bartolomeo, risalgo la stradina della via crucis, la copertura nevosa è di quindici centimetri perfettamente intonsi, nemmeno tracce di animali l’hanno rovinata, niente, solo una liscia candida vellutata soffice superficie bianca. Analoga situazione nella successiva discesa lungo il sentiero che porta al parcheggio degli alpini in quel di Cariadeghe, un tratto sconvolto da numerosissime pietre oggi, però, la soffice coltre nevosa attenua piacevolmente gli atterraggi.

IMG_8498Aggiro la casa degli alpini di Serle scavalcando il dossetto di Belfiore, raggiungo la conca detta delle Marende (merende), attraverso l’asfalto di via Casinetto e, con una larga stradina, m’inoltro nel bosco. Eccomi alla rete metallica che cinge la polveriera di Serle, breve fermata per inviare il secondo messaggio a casa: “confine polveriera Serle tutto bene energia da vendere”. Un largo e divertente giro nella boscaglia alternata a radure erbose, con l’intermezzo di una simpatica pozza, ed eccomi al Laghetto Pantano dove riprendo a camminare su liscia sterrata. In breve sono sul crinale che dà sulla valle di Vallio Terme, discendo un poco poi una secca curva a destra e riprende la salita. Svolta a sinistra, passo accanto a un grande capanno da caccia, piegandomi sulle gambe sottopasso una sbarra, ancora qualche metro di stradina e poi giù, giù a capofitto verso Vallio Terme: la prima parte della discesa è veramente un tuffo verso il basso, un ripidissimo pendio da scendere, con grande attenzione, sulla linea di massima pendenza. Recentemente è stato tagliato il bosco e, come spesso purtroppo accade, la legna di risulta è stata abbandonata ovunque, ivi compreso il sentiero, rendendo non solo complesso il cammino, ma anche estremamente pericoloso, specie ora che la neve nasconde la cedevole ramaglia e rende assai scivolosi i legni. Alla base del pendio, seguendo le segnalazioni, la volta scorsa m’ero trovato a litigare molto pericolosamente con ammassi di rami accatastati in grande quantità e alcuni grossi tronchi, oggi le cose sono complicate dalla neve e così individuo un percorso che mi eviti tale ammasso. Data la copertura nevosa e la segnaletica carente (o sparita a causa del taglio) ho qualche difficoltà a ritrovare la traccia del sentiero, ma alla fine ci sono: “ok, ora posso rilassarmi”. Senza altri problemi velocemente scendo verso il fondo valle, dopo un tratto ripido e scivoloso, raggiungo il sentiero che dal Monte Tre Cornelli porta al Colle di Sant’Eusebio, lo seguo verso sinistra e, poco dopo, un lungo comodo tratto a mezza costa mi permette di assumere la seconda barretta energetica.

Oltrepassata una sorgente, ad un bivio abbandono il cinquecentoventi e scendo diretto verso Vallio Terme, ancora qualche tratto scabroso poi velocemente sono alla strada sterrata che mi conduce alla strada asfaltata che da Vallio sale al Colle di Sant’Eusebio. IMG_2074Tagliandone due tornanti la seguo in discesa per brevissimo tratto e, subito a valle della trattoria Miravalle, imbocco via Fornasetti: alle mie spalle il sole inizia a fare capolino e ne sento sulla schiena l’impronta riscaldante, tolgo il gilet antivento e la maglia senza maniche, risistemo l’allacciatura delle scarpe, invio messaggino a casa e poi via, verso il profondo solco vallivo del Fosso della Madonna. Una recentissima modifica al tracciato evita la ripidissima risalita a Piazze, anche se comunque porta a altrettanto ripida, ma ben più breve, salita lungo una sterrata. Uno stretto sentierino s’infila nel ripido pendio cespuglioso del Dosso dei Morti e, con largo giro, porta verso il fondo del valloncello. Erba brinata, le scarpe, dopo aver retto ore di neve, qui lasciano passare l’acqua, ma le nuove scarpe, grazie anche alle eccezionali calze che indosso, fanno comunque il loro lavoro: non solo non sento i piedi freddi ma, uscito dall’erba, nel giro di una decina di minuti scarpe, calze e piedi sono perfettamente asciutti… “è proprio vero, con le scarpe basse il goretex alla fine è più uno svantaggio che un vantaggio”.

IMG_9084Santuario della Madonna de Manghèr (o, secondo alcuni, del Malgher, la contesa sul nome appare tutt’oggi accesa), riprende la salita che, prima con largo giro, poi in modo più diretto e deciso, mi porta poco sotto la sommità della Rocca di Bernacco. L’ultimo ripidissimo tratto, che la volta precedente mi aveva costretto a diverse fermate, pur con lo stesso ritmo lo supero quasi d’un sol colpo: “grandioso, gli allenamenti sulla scalinata del IMG_9080Parco di Bacco seppur iniziati da poco hanno già dato buoni frutti, li continuerò”. Aggirato il crinale ovest della rocca mi appare un panorama stupendo: dietro i monti innevati per effetto del debole sole azzurrognola risplende la piatta superficie del Lago di Garda. Non posso esimermi dal dedicare alla scena alcuni secondi, sarebbe da fare una foto ma non posso consumare la batteria del cellulare, lascio invadere la mente dalla visione e, col cellulare, mi limito a inviare un ben più utile messaggio a casa. Lestamente mi rimetto in cammino: “la strada è ancora lunga, molto lunga”. Con un comodo piano traversone raggiunto il lato opposto della rocca, una discesa conduce all’arrotondato stupendo crinale est oggi totalmente innevato alla fine del quale ecco il mitico inconfondibile secolare “Castagno del Barcol”. IMG_0511Stavolta non mi faccio ingannare dai segni che vanno in salita e mi butto subito in discesa lungo l’asfalto che abbandono dopo poco per prendere una sterrata molto rovinata, ripidamente e faticosamente risalgo il fitto bosco: “cinque virgola sei chilometri all’ora” il cellulare regolarissimo scandisce il mio cammino, mi rendo conto che anche quando mi sento bloccato invero la velocità è pur sempre sostenuta, “ottimo!” Fine salita, questa salita ovviamente, imbocco la discesa che mi deve riportare a Vallio Terme, una discesa per ora comoda e cementata che sfrutto per anticipare i primi sentori di fame mangiando qualche dadino di bresaola e qualche mandorla. Termina il cemento, uno sterrato sconvolto si abbassa con due lunghi diagonali e un tornante, poi si trasforma in sentiero dove diversi sono i tratti alquanto tecnici: sassi mobili accatastati gli uni sugli altri, lisce placche di roccia, secche curve, salti rocciosi, stretti passaggi incassati, un ripidissimo scivolo sempre bagnato, un alto argine di terra e pietre nel cui mezzo la traccia compie una strettissima doppia curva che impone equilibrio e dinamicità.

Di nuovo sterrato, piano e uniforme per un bel respiro, poi per asfalto scendo alle Terme di Vallio, altro messaggio a casa e levo dalle scarpe alcuni sassolini che da chilometri mi porto fastidiosamente appresso. Come ho ormai compreso essere la tattica migliore, approfitto del tratto facile per assumere un altro prodotto energetico, stavolta un gel liquido bio a base di aloe e altri prodotti naturali. Passano pochi secondi e… “mannaggia, mi brucia lo stomaco! Ricordo, mi è già successo almeno un paio di volte dopo l’assunzione di questo gel, dovrò verificare per bene, in ogni caso meglio eviralo per il giro finale di TappaUnica3V”. Attraverso il paese e prendo la sterrata ciclabile che, in lieve discesa, raggiunge Fostaga, nuovamente salita. “Dai Ema, questo è l’ultimo preoccupante ostacolo, una volta in cima è fatta”, sulla spinta di questo incitamento mentale, con l’aiuto di un gel energetico, affronto il primo tratto, particolarmente ripido, IMG_9073con troppa foga e sul successivo diagonale falsamente piano mi trovo in sofferenza, devo fermarmi spesso, pochi secondi ma comunque sufficienti a rendere meno efficiente il passo: “due virgola tre chilometri all’ora”, “mannaggia la velocità è crollata!” Tengo duro, cerco di sfruttare al meglio i brevi piani per recuperare energia, mi concentro sulla respirazione, “dai, dai, non cedere, dai che poi si respira per un lungo tratto, dai!” “Tre virgola quattro chilometri all’ora” “siii, vaiii!” “Quattro virgola cinque chilometri all’ora”, “Grande Ema, ecco il ponticello, manca poco, ce l’hai fatta!” L’ultimo strappo estremamente ripido lo IMG_9072supero molto più agevolmente di quanto mi aspettassi e in un baleno sono ai Casini di San Filippo, piccola cascina abbarbicata su un terrazzo erboso in mezzo a un vasto castagneto, un luogo che ogni volta mi lascia sensazioni incredibili, un luogo che ogni volta m’invita al riposo e alla meditazione. Metà strada è ormai alle spalle ma i chilometri sono ancora tanti e, sebbene brevi, ci sono ancora diverse salite, l’inflessibile orologio indica che ormai le dieci ore di percorrenza sono svanite: “beh, dai, in effetti per le dieci è ancora troppo presto, i precedenti sessanta li ho fatti in ventisei, se chiudo in undici è di certo un buon risultato”. Affronto con oculata determinazione la salita che porta al Piazzale Sovino, controllo il passo sulla successiva lunga moderata discesa e approfitto della liscia strada per mangiare ancora un poco di dadini di bresaola e alcune mandorle. Il cielo si è annuvolato, le ombre si sono allungate sul bosco, inizio a sentire freddo, molto freddo, sarebbe opportuno rimettermi anche la seconda maglia o utilizzare addirittura il vecchio pile da montagna che mi sono tirato appresso quale supporto di emergenza, ma “fra poco si perde quota e la temperatura risalirà, inutile perdere tempo” e così non faccio né l’una né l’altra delle cose, mi limito a rimettere cappellino e guanti, a immaginarmi un bel fiascotto di vino da cui far scivolare il corroborante liquido verso il mio gargarozzo. IMG_2344Oltrepasso l’area pic-nic di Tesio, percorro velocemente il lungo tratto di asfalto che dolcemente scende ad una altrettanto lunga e piana mulattiera, un avanti e indietro alquanto illogico visto che si potrebbe scendere più direttamente per un ben più corto e divertente sentiero nel bosco, ma tant’è, “questo è il tracciato e questo si deve fare, stop!”. Perdendo quota le mani si sgelano e, forse anche con la complicità del vino virtuale, pian piano passa anche la sensazione di freddo, mi riapproprio del mio corpo e più dinamicamente procedo sulla rovinata vecchia strada che alternando tratti ripidi a tratti dolci scende al bucolico gruppo di case di Marzatica.

Due cani m’accolgono festosamente, ehm, festosamente, magari non proprio visto che uno dei due tenta di mordermi un polpaccio, non ci riesce e, in cambio, evita per un soffio una involontaria tallonata sul mento. Lungo, lunghissimo il successivo diagonale verso Pospesio, condito con qualche breve ma ripida salitella, ne approfitto per assumere un paio di gustosissimi caramelloni gommosi, non saranno molto energetici ma sono una vera manna per il palato reso secco e sgradevole dalle tante ore di cammino. Una liscia sterrata riporta verso l’alto, quasi un’arrampicata vista la notevole pendenza, devo cadenzare con attenzione il passo. Abbandono anche questa strada, un bel traverso su cotica erbosa, lieve discesa e poi una scabrosa antica mulattiera con ripida salita mi porta poco sotto l’abitato di Sarzena che raggiungo per un sentierino solo in parte ripulito dalla cortina di rovi che lo costeggia. Di nuovo su asfalto, di nuovo in discesa, “cinque virgola nove chilometri all’ora” puntuale l’incitazione dell’app sul cellulare alla quale poco dopo seguono due significativi segnali d’allarme: “ecco, sto esaurendo la carica”. Mi fermo, collego la batteria esterna e riprendo il cammino, ma poco dopo di nuovo i due deludenti segnali, mi fermo nuovamente e controllo: “mannaggia, la carica è scesa ancora, vuoi vedere che il power bank è scarso? Uhm, forse non regge due app, chiudiamone una”. Ovviamente chiudo quella meno importante e, per altro, più pretenziosa, ovvero quella che mi scandisce il cammino. Riparto, il percorso prosegue prima lungo la strada asfaltata poi per sentieri ne taglia alcuni tornanti. Rispondo ad un messaggio di mia madre che, classicamente, giunge nel momento meno opportuno costringendomi ad una fermata indesiderata anche perchè nel mezzo di una discesa che IMG_20180127_121636sto sfruttando per recuperare un poco di tempo. Ripreso il cammino velocemente scendo, poco sopra Paitone oltrepasso il Santuario della Beata Vergine e la chiesetta di San Rocco, ancora pochi minuti e sono alla bella sorgente Rudone di Paitone. Messaggio a casa e noto che la carica è salita, “ottimo”, per precauzione segnalo comunque che ho il telefono in esaurimento e potrei non essere in grado di comunicare, così come potrebbe interrompersi il live del tracciamento.

Su piano asfalto oltrepasso l’abitato di Paitone e m’infilo in quello di Nuvolento, al limite settentrionale di questo, dove il monte scema nel piano, una stretta stradina fra vecchie e nuove case mi porta al sentiero che, infilandosi in una specie di canale di scolo, si alza all’acquedotto lungo la strada per Serle. Da qui una bella stradina ormai inerbata si alza tra santelle e resti di panchine (forse un’antica via crucis), finché un segno inequivocabile induce ad abbandonarla per salire nell’erba fino a raggiungere altra vecchia sterrata ormai quasi ridigerita dal monte. Una breve discesa, un lungo traverso per sentierino e, superata una piccola cava, forse una delle tante prove di cava che esistono in questa zona, ripiombo verso valle arrivando a Nuvolera proprio in coincidenza della Fonte Sole. Ancora un poco di piano asfalto, poi di nuovo per sentiero salendo dolcemente al parco degli Alpini. La salita riprende con maggior decisione e il percorso si fa più faticoso per via di diverse roccette e di tratti particolarmente ripidi. “Aho, non finisce più? In esplorazione mi era sembrata assai più breve”. L’esclamazione mi attraversa la mente più volte, segno di un cedimento psicologico. Dai e dai sono al sommo e inizio, seppure con l’intermezzo di una ripida salita che proprio non ricordavo, a scendere verso la valle di Nuvolera. La raggiungo in prossimità delle prime case di questo paese, nei pressi della trattoria “Conca dei Marmi” imbocco il sentiero che risale il versante orientale del Monte Cavallo. Il primo tratto è molto ripido e fangoso, la fatica torna a farsi sentire, comunque salgo piuttosto velocemente “dai, dai il ripido è breve, al vicino tronante la salita si spiana e puoi respirare”. Vicino? Ancora una volta la memoria m’inganna: ci vuole un tempo che mi sembra eterno prima di arrivarci. “Eccolo, eccolo” con soddisfazione sono al tornante e, senza fermarmi, mi avvio sul lungo traverso che porta al versante meridionale del monte Cavallo, un’esplosione alle mie spalle mi fa trasalire: hanno fatto saltare una mina di cava. Gustando le ultime caramelle gommose con rinnovato vigore percorro il traverso e la successiva discesa verso un’altra chiesetta di San Rocco. Poco sopra a questa riprende la salita, una lunga e a tratti ripida salita IMG_1337verso il famoso Sercol di Nuvolera, caratteristica conformazione rocciosa che, vista dall’alto, sembra un cerchio perfetto (cosa che ha fatto ipotizzare ad un luogo di culto o a qualche misteriosa struttura astro energetica), ripetutamente la mente si lamenta “cacchio, non finisce più, mi sembrava molto più corta”. L’affaticamento fisico e mentali combinati rimettono in evidenza i bruciori di stomaco che avevo dimenticato: “proviamo se anche per IMG_1311questi va bene la fettina di zenzero fresco”, la prelevo da una tasca sullo spallaccio dello zaino scoprendo che ho perso le altre due (“mmh, è di sicuro successo quando ho prelevato la bustina di gel, dovrò studiare una collocazione diversa”), la mangio e in effetti il dolore si attenua sensibilmente “ottimo!” Il mio percorso non raggiunge il Sercol ma, arrivato alla cascina Cutra, devia a sinistra e, seguendo una comoda interminabile sterrata, taglia tutto il versante settentrionale del Monte Camprelle per poi scendere tra le cave di Castagna Torta e raggiungere la Valle di Virle, che velocemente discendo verso l’ultima risalita, “l’ULTIMA!”

IMG_2085Eccola, prima facile e comoda, poi più movimentata, è il sentiero della Lepre, dove le pietre che ne sconvolgono in fondo sono in buona parte segnate dai pattini degli slittoni usati, tanto tempo addietro, per trasportare a valle i blocchi di marmo necessari alla costruzione delle case di Rezzato. Anche questa mi sembra più lunga del solito ma anche questa giunge alla fine. Approfitto di un tratto pianeggiante per bere il secondo e ultimo gel liquido, sorpresa: mi sistema lo stomaco che da alcuni chilometri aveva ripreso a bruciare. Più rilassato percorro la ripida discesa che mi porta alla casa degli alpini di Rezzato, due giovani uomini, imbacuccati a più non posso stanno giocando a carte su uno dei tavolini IMG_2084posti d’innanzi alla vuota struttura “boh, contenti loro!” Io continuo per la mia strada e velocemente percorro il sentiero che scende verso la cascina “La Casella”. Non mi porto subito al parcheggio, seguendo la segnaletica del cinquencentotrenta aggiro a est la sommità del colle San Pietro per poi salire al parcheggio con l’ultimo ripidissimo tratto di via San Francesco d’Assisi: “la classica ciliegina sulla torta”. Ore diciassette e quaranta, dodici ore e quaranta minuti dopo la partenza tolgo lo zaino e lo sistemo sul muretto che cinge il parcheggio, recupero le chiavi dell’auto e l’apro, tolgo le maglie umide di sudore e condensa, ne indosso una asciutta, aggiungo una giacca pesante, accendo l’auto per mettere in carica il telefono, mando un messaggio a casa e a mia mamma “Arrivato, tutto bene”, faccio qualche esercizio di allungamento per defaticare i muscoli, seduto sul muretto con tutta calma mi mangio una barretta proteica per aiutare la ristrutturazione delle fibre danneggiate, l’accompagno con l’acqua rimasta in una delle due borracce. Cambio le scarpe e poi via verso casa dove completo la ristrutturazione articolare e muscolare ingerendo un beverone di carboidrati e amminoacidi, eseguendo qualche altro esercizio di allungamento e massaggiandomi le gambe con una bella spalmata di gel-olio (è un gel che come lo spalmi si trasforma in olio per massaggi) all’arnica. Chiudo il pomeriggio disteso sul divano analizzando i dati del tracciatore e rivivendo mentalmente tutte le fasi salienti del giro: rivedo l’allontanarsi delle luci di Botticino, la IMG_9097magica notte bianca sul Monte Fratta, il fascino del crepuscolo, la candida e intonsa neve di Cariadeghe, l’improvvisa apparizione della gemma luminosa del Lago di Garda, i paesi dell’ultimo tratto; rivivo la straordinaria sensazione di energia che mi ha accompagnato dalla partenza alla Rocca di Bernacco, l’amaro affanno insorto salendo verso i Casini di San Filippo, il gran freddo di Tesio, il piacevole avvicinarsi alla pianura della parte finale, le insidie mentali del continuo su e giù diventato più lungo di quanto sperimentato nelle esplorazioni, il fastidio per l’inarrivabile fine del traversone sotto il Monte Camprelle, il senso di sollievo nell’affacciarsi alla Valle di Virle, la spinta in avanti dell’ultima discesa, la gioia dell’arrivo. Bello, bellissimo, sono soddisfatto, molto soddisfatto, un gran bel giro, un grandioso risultato, ho retto fisicamente e mentalmente, ho mantenuto una velocità alta e costante per i primi due terzi poi un lieve calo che, purtroppo, posso quantificare solo in via indiretta a causa dell’anticipato spegnimento del cellulare. Pronto a ripetermi, pronto per il prossimo sessanta che mi vedrà impegnato sui monti della bassa val Trompia e proprio lungo il tracciato del 3V, un secondo fondamentale test su quella parte del tracciato che nel tentativo di TappaUnica3V 2017 mi ha imposto un’anticipata interruzione del cammino, un forzato e doloroso ritiro.

È giunta la sera, ceno con una bella pastasciutta per completare la dose di carboidrati necessaria ad un ottimale recupero energetico, un poco di verdura per le vitamine, un pezzo di formaggio per le proteine, una decina di noci per completare l’assunzione di amminoacidi essenziali importanti per la ricostruzione muscolare, poi, felice e incredulo per l’assenza di dolori, vado a dormire, sarà un sonno lungo e ristoratore?


Computare il tempo di percorrenza di un sentiero escursionistico


IMG-20170711-WA0012

In questi ultimi quattro anni, nel contesto degli allenamenti di TappaUnica3V, quindi sull’esperienza pratica data dalla recente percorrenza di almeno un centinaio di sentieri per migliaia di chilometri e decine di migliaia di metri di dislivello, nonostante la diffusa regola dei trecentocinquanta metri di dislivello all’ora, ho rilevato una notevole disparità nei computi dei tempi di percorrenza dei sentieri: talvolta le indicazioni risultano essere molto abbondanti mentre altre volte ci si sta dentro a mala pena. Perché?

In prima battuta ho formulato le seguenti ipotesi:

  1. volontà di mostrarsi più forti tabellando in modo molto stretto i percorsi;
  2. calcolo dei tempi mediante l’effettuazione pratica del percorso procedendo al proprio passo anziché vincolarsi alla detta andatura di riferimento;
  3. calcolo dei tempi mediante l’effettuazione pratica del percorso con una cronometrizzazione imprecisa;
  4. differenziato metodo di gestione delle fermate (chiaro che le soste vadano escluse dal computo): chi le inserisce, chi le esclude;
  5. calcolo teorico dei tempi basato su velocità differenti (è noto che alcuni, in effetti, computano il dislivello in quattrocento metri all’ora e altri in trecento).

0389_ph-fabio-corradini_edFatte alcune prove pratiche, pur non scartando nessuna delle suddette ipotesi (che probabilmente compartecipano nell’aggravare la situazione), ho optato per l’idea che l’errore sia più che altro nella convenzione stessa: l’utilizzo del solo dislivello risulta fuorviante e da luogo a calcoli imprecisi, innanzitutto perché è difficile per il camminatore, pur ricorrendo a sistemi di tracciamento GPS, stabilire in tempo reale e con precisione quale sia la sua velocità in forma di dislivello all’ora, poi perché, a parità di dislivello, c’è notevole variazione di tempo tra percorsi dove domina il dislivello (lo si guadagna più rapidamente) e quelli dove domina la lunghezza (si sale più lentamente), tra percorsi sulla linea di massima pendenza (rendono di più in ragione del dislivello) e quelli con diagonali più o meno lunghi (rendono anche molto meno in ragione del dislivello), tra percorsi con unica salita (quota massima meno quota minima e il dislivello è quello) e percorsi dove si alternano salite e discese (di fatto è impossibile computarle con precisione tutte nemmeno utilizzando le carte più dettagliate o i migliori software di tracciamento). In alcuni casi l’aumento di velocità lineare riesce a compensare la situazione e i metri guadagnati in un’ora sono pressoché similari, in altri casi tale compensazione non è raggiungibile, vuoi perchè si dovrebbe aumentare troppo la velocità lineare, vuoi perché l’essere in diagonale non comporta necessariamente l’avere una pendenza media inferiore a quella di una progressione sulla linea di massima pendenza e, quindi, non determina necessariamente un possibile aumento della velocità lineare.

IMG_9643Dal momento che ho pubblicato e continuerò a pubblicare su questo blog relazioni escursionistiche, m’interessava arrivare ad una soluzione e così ci ho studiato sopra e, dopo diverse sperimentazioni, sono arrivato alla conclusione che l’unico modo possibile per poter dare una tempistica attendibile sarebbe quello di usare la velocità lineare facendo riferimento alla lunghezza reale del percorso. Purtroppo non è una metodica praticabile visto che non è semplice misurare direttamente la lunghezza reale e, visto che nessun percorso presenta un’inclinazione costante, non lo è nemmeno il calcolarla in via indiretta attraverso il teorema di Pitagora. Fortunatamente è possibile semplificare facendo riferimento alla sola lunghezza piana visto che, per le distanze (inferiori ai venticinque chilometri) le pendenze tipiche dell’escursionismo (inferiori ai quaranta gradi), la differenza tra le due non è poi tanto rilevante: se a sessanta gradi è pari a un non trascurabile cento percento (ovvero per un chilometro di lunghezza piana corrisponde a due chilometri di lunghezza reale), a quarantacinque gradi già si riduce ad un meno rilevante quaranta percento (un chilometro di lunghezza piana corrisponde a millequattrocento metri di lunghezza reale), a trenta gradi diventa un poco rilevante quindici per cento (da mille a mille e centocinquanta metri) e a quindici gradi si riduce ad un trascurabile tre percento (da mille a mille e trenta metri).

Si potrebbe obiettare che cambiando la pendenza cambia la velocità di progressione. Vero, ma, intanto la cosa ha effetto anche utilizzando il dislivello come parametro di calcolo, poi l’escursionista accorto dovrebbe procedere ad una velocità costante pari a quella che è in grado di mantenere a lungo sulle forti pendenze (metodica che permette di recuperare senza fare fermate sfruttando i tratti pianeggianti, anche brevissimi, che sempre si trovano all’interno dei percorsi, anche quelli più ripidi), cosa complessa da fare se si usa la velocità in dislivello che, come abbiamo già visto, è pressoché impossibile da percepire anche con grande esperienza di montagna e non è fornita in tempo reale dagli strumenti GPS (almeno allo stato attuale della tecnologia), ma molto facile se si usa la velocità lineare, sicuramente percepibile da chiunque e quasi perfettamente rilevabile in tempo reale mediante gli strumenti elettronici GPS.

127AResta il problema dell’allenamento e, quindi, della differente velocità da persona a persona. Qualsiasi sia il sistema di computare e riferire una tempistica tale problema sussiste e va necessariamente risolto facendo riferimento a una velocità di riferimento. Ok, ma quale? Beh, semplice: quella che consente una progressione agevole (ovvero che non richiede un allenamento intensivo e costante, indi accessibile alla media delle persone in poche settimane di allenamento al cammino) e, nel contempo sicura, si, sicura, perché in montagna c’è uno stretto legame tra sicurezza e velocità o, per meglio dire, tra sicurezza e lentezza: se l’andare di corsa può comportare una maggiore facilità all’inciampo o  all’errore (ma l’esperienza può in gran parte compensare, d’altronde di corsa ci si può andare solo con un allenamento adeguato e, quindi, una notevole esperienza), l’andare eccessivamente lenti contempla l’esposizione prolungata ai pericoli oggettivi della montagna, quali le basse temperature del primo mattino e della tarda serata, i sempre possibili cambiamenti meteorologici, il buio della notte, l’insolazione del giorno e così via, tutte cose che l’esperienza può insegnare ad affrontare ma non può assolutamente compensare (la sicurezza, intesa come assoluta assenza di rischi o come totale prevenzione degli stessi, è un concetto teorico e non esiste nella pratica reale: la montagna è pericolosa, stop!). Ecco quindi che deve pur sempre esserci un adeguato rapporto tra lunghezza del percorso e velocità di progressione, per i computi delle tabelle di marcia conviene far riferimento alla velocità adeguata sulla più tipica lunghezza massima delle escursioni: venti chilometri (generalmente oltre tale distanza l’itinerario viene diviso in tappe o affrontato solo da chi ha molta esperienza di montagna e adeguata attrezzatura, capace di rivalutare la tempistica a suo uso e consumo), da percorrersi in un tempo massimo di dieci ore (che in qualsiasi stagione permette di partire e arrivare con la luce del sole), per una velocità media di due chilometri all’ora. Calcolando i tempi di percorrenza mediante la velocità lineare di riferimento e la lunghezza piana del percorso ecco che nella stragrande maggioranza dei casi forniremo un valore attendibile e se sbagliamo lo facciamo in eccesso per cui la sicurezza dell’escursionista non è messa a repentaglio, al massimo succederà che sarà indotto a rinunciare a itinerari che invero potrebbe invece effettuare.

Se vogliamo essere ancora più attendibili, possiamo complicarci un poco il computo inserendo alcune eccezioni e relative variazioni di velocità lineare (N.B. questi parametri li sto ancora verificando e potrebbero cambiare un poco, quando saranno perfetti rimuoverò questa postilla):

  • 1,5km/h nelle salite ripidissime (oltre il 70% di pendenza, alias 35 gradi di inclinazione) e costanti (senza sensibili variazione di pendenza) che superano la lunghezza di un chilometro e/o il 50% dell’intero percorso;
  • 2,5km /h nei piani su asfalto o liscio sterrato che superano i due chilometri di lunghezza e/o il 50% dell’intero percorso;
  • 3km/h nelle discese costanti su fondo agevole che superano il chilometro di lunghezza e/o il 50% dell’intero percorso.

Crinale est della Val Bertone (Caino – BS)


IMG_0506.JPG

Nonostante la presenza di numerosi capanni da caccia e una traccia spesso profondamente incisa dal passaggio delle moto o delle bici, trattasi di un interessante percorso che segue la lunga e panoramicissima cresta spartiacque in sinistra orografica della Val Bertone per poi portarsi sul fondo di quest’ultima dove, inizialmente, si mantiene, con fresco ed entusiasmante gioco, esattamente nel torrente che la solca.

Nel tratto di cresta dal Monte Pino al Monte Sete lo sguardo a est si estende da una piccolissima parte delle Dolomiti di Brenta alla Pianura Padana passando per Monte Baldo e Lago di Garda, a nord si possono osservare i rilievi della parte bassa della Val Sabbia e alcuni di quella alta della Val Trompia, a ovest il panorama è chiuso dal vicino e IMG_0407ampio Monte Doppo con il limitrofo Monte Gabbie e il lungo crinale che da quest’ultimo scende nella Val Bertone formando i monti Paradiso e Valcada, a sud analoga situazione provocata dal Monte Ucia e la sua lunga dorsale sommitale.

Molte le essenze floreali presenti lungo tutto il percorso a queste si combinano le belle e giovani conifere della cresta e del versante sinistro orografico della Val Bertone, sul fondo della quale si possono reperire lunghe file di spinosi cespugli di saporita Mora selvatica.

IMG_0500.JPG

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: piazzale sterrato all’inizio della Val Bertone sulla sinistra (salendo) di Via Nazionale di Caino, strada detta “le Coste di Sant’Eusebio” che da Nave, passando per Caino e il Colle di Sant’Eusebio, raggiunge Odolo e da qui la Val Sabbia.
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 417m
  • Quota di arrivo: stessa della partenza.
  • Quota minima: 417m
  • Quota massima: 784m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 580m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 580m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 14,43 km
  • Tipologia del tracciato: molto vario alterna a ripetizione sentieri e strade sterrate o cementate, un tratto è su terreno libero (letto di un torrente).
  • Difficoltà (vedi spiegazione): EE3P
  • Tempo di cammino: 4 ore e 50 minuti
  • Segnaletica: a tratti nell’ufficiale bianco-rosso con alcune tabelle segnaletiche, altri tratti presentano deboli e sparuti segni rossi altri ancora, in particolare il rientro lungo la Val Bertone, non sono segnalati.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: bar e negozi a Nave o Caino.
  • Rifornimenti idrici naturali: sorgenti nella parte finale (l’ultima mezz’ora di cammino).
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: alberghi a Brescia e Nave.
  • Fattibilità diurna del nudo (nella speranza che la normalizzazione sociale della nudità faccia presto diventare questa un’indicazione superflua): sicuramente alta nel tratto che percorre il letto del torrente sul fondo della Val Bertone, in linea di massima pure alta nella discesa dal Passo Viglio alla Val Bertone, bassa e a tratti nulla sul resto del percorso.

Profilo altimetrico e mappa

Partenza che da dolce si fa presto piuttosto impegnativa per poi calmarsi sensibilmente. Nel tratto mediano il profilo si addolcisce in un lungo tratto che a brevi salite alterna lunghe discese e tratti pianeggianti. Infine la lunga e pressoché costante discesa verso valle, con una prima parte piuttosto tecnica per via del profondo solco scavato da moto e biciclette e una parte mediana altrettanto complessa in quanto su terreno vergine o addirittura in acqua. Finale tranquillo su liscia strada sterrata.

GPSies – Cresta est della Val Bertone

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

IMG_20171022_095356

Dal parcheggio incamminarsi lungo la strada asfaltata in direzione est. Raggiunto il primo tornante abbandonare l’asfalto per prendere a destra una strada sterrata che, in leggera salita, s’infila nella Valle del Loc e attraversa le poche case della località Surago. La pendenza aumenta sensibilmente e si passano altre case poi la strada volge a destra per risalire ad altra cascina d’innanzi alla quale s’incontra un bivio. Prendere la meno evidente sterrata che si dirama a sinistra e dopo aver attraversato il ruscello imboccare sulla destra uno stretto sentiero che si risale con difficolta, sia per la forte pendenza che (e soprattutto) per la profonda traccia scavata dal passaggio delle moto. Arrivati ad un bivio prendere a sinistra e continuare la faticosa salita. Raggiunto un ulteriore bivio ancora a sinistra procedendo ora, con minore difficoltà, su tracciato più largo e comodo anche se pur sempre a tratti segnato. Dopo aver oltrepassato il Torrente della Valle del Loc si sottopassa il capanno della Passata di Sant’Eusebio e in breve si perviene all’omonimo colle.

Attraversata la strada asfaltata seguirla in direzione di Odolo (destra), ma fatti pochi passi prendere a sinistra il sentiero che, in pochi metri, porta alla chiesa di San Pietro in Vincoli da aggirare sulla sinistra. Attraversato un brevissimo tratto di rada boscaglia, proseguire risalendo un pendio molto ripido e rovinato dal passaggio di moto e/o bicilette. Quando la pendenza degrada il sentiero, ora su bel prato, svolta decisamente a sinistra lambendo prima, sulla sinistra, un capanno e poi, sulla destra, la Cascina Gnutti. Per una strada inerbata si risale il successivo pendio attraversando una rada fascia di bosco, poi, nuovamente per bei prati, la strada, fattasi più evidente, passa all’interno di un capanno e lambisce, lasciandola sotto a destra, una piccola casa. Arrivati al sommo del dosso erboso la strada prosegue pianeggiante verso un’altra più grande casa, seguendola o, in alternativa, prendendo a sinistra un esile sentiero nell’erba che passa alla sinistra della casa, portarsi alla base del pendio meridionale del Monte Mizzingolo dove ci si immette su un largo ed evidente sentiero. Con comodo percorso a mezzacosta si aggira ad ovest il Monte Mizzingolo giungendo a un baitello (Bait del Ginetto) con IMG_0409annesso capanno di caccia, qui s’inizia a salire il ripido pendio del Monte Pino per poi, sempre seguendo la larga ed evidentissima traccia del sentiero palesemente scavato ad arte nel terreno, tagliarne il versante orientale fino a pervenire, dopo aver attraversato altro capanno, al filo di cresta. Senza possibilità d’errore seguire fedelmente l’esile filo di cresta che, dopo un tratto pressoché pianeggiante, ripidamente scende ad una larga sella di poco soprastante il baitello di altro capanno da caccia. Una breve e leggera salita porta alla sommità del Monte Gnone (traliccio di un elettrodotto da sottopassare) dalla quale si cala abbastanza comodamente alla successiva larga sella. Su evidente traccia assai rovinata, attraversando una giovane conifera faticosamente si sale alla vetta del Monte Sete, per poi, con lunga e ripida discesa, raggiungere i prati di Casa Prandini che si discendono tenendosi a monte della casa e puntando all’evidente capanno di caccia. Si aggira il capanno sulla destra, si volge a sinistra e si perviene ad un breve e ripido canalino scavato tra due spuntoni rocciosi che si discende con un poco di attenzione. Ripreso il filo di cresta, prima in piano poi ancora in discesa si perviene ad IMG_4833altra larga. Lambendo un capanno si risale l’ennesimo rilievo in vetta al quale attraversiamo una bella conifera con largo e piano balcone erboso sulla Val Bertone (ottimo punto per una sosta). Costeggiando una recinzione scendiamo a destra per poi volgere a sinistra e, in pano, raggiungere una strada cementata che seguiamo in forte discesa verso destra. Arrivati alla confluenza in altra strada cementata volgiamo a sinistra e, in fortissima salita, ci riportiamo sul filo del crinale dove, volgendo a destra, in breve siamo ad una casa (località Pulsa). Per sterrato proseguiamo sulla sinistra della costruzione, risaliamo un breve pendio e in piano procediamo sul lato occidentale del costone arrivando ad altra casa dove la strada termina. A monte della casa proseguiamo per sentiero a riprendere il filo del crinale, oltrepassiamo una sbarra e scendiamo ad altra casa con capanno. Per strada sterrata puntiamo al Dosso Fontane che, seguendo la cinta in cemento di una grande proprietà, aggiriamo a est pervenendo alla strada che scende a Binzago. A sinistra per sterrata in pochi metri ad una sella con altro bivio, ancora a sinistra per strada sterrata che, in piano, taglia tutto il versante settentrionale del Dosso Fontane. Sempre per strada sterrata oltrepassiamo il capanno di Carrera e quello delle Colme di Binzago, lasciamo sulla destra una casa e al primo bivio prendiamo a destra in discesa. In breve perveniamo ad altro bivio, andiamo a sinistra in discesa raggiungendo la sella del Passo Viglio.

IMG_0497.JPG

Imbocchiamo il sentiero che si abbassa sulla sinistra del cancello d’ingresso ad una grande casa (Roccolo Bertone) posta alla sommità di un dosso. A mezzacosta nel bosco, ignorando una traccia che sale a destra appresso la cinta della casa di cui sopra, raggiungiamo il fondo di una valletta dove il sentiero volge a sinistra a tagliare il versante meridionale del Monte Gabbiole. Con ripida salita tra grandi alberi si perviene ad un crinale dal quale si scende per erbe in direzione della Val Bertone. Dopo aver perso un centinaio di metri di dislivello il sentiero volge a destra prima ancora in terreno aperto poi rientrando nel bosco dove la traccia si fa a tratti profondamente scavata dalle moto. Disceso un largo canale si riprende a traversare verso nord-ovest fino a sbucare su IMG_0498una larga strada sterrata che si segue a destra, prima in salita poi in piano, fino ad arrivare al largo guado del torrente Garza sul fondo della Val Bertone. Senza attraversare il torrente volgiamo a sinistra per procedere lungo il torrente stesso scegliendo il percorso migliore o, se disponiamo di calzature adeguate (stivali o, meglio, robusti sandali) camminando direttamente nell’acqua che, salvo qualche piccola pozza facilmente aggirabile, non è mai molto alta. Oltrepassato un tratto stretto tra alte rocce perveniamo ad un salto artificiale che superiamo a destra scendendo con attenzione un ripidissimo pendio di terra e roccia (5 metri di dislivello pressoché verticali). Attraversiamo una conca erbosa e scendiamo con minori problemi il successivo risalto terroso riportandoci nel corso del torrente che seguiamo nuovamente verso destra. Passata una larga spianata dopo alcune curve del torrente questo scende a destra in una forra facendosi impraticabile, allora individuiamo e prendiamo sulla sinistra una traccia di sentiero che pianeggiante entra nel bosco. Un ripido salto molto rovinato e pericoloso è aggirabile sulla destra nella fitta boscaglia andando a riprendere il torrente per poi alzarsi sulla sua destra, attraversare un tratto di bosco e alte felci, ridiscendere con qualche problema al torrente, guadarlo e, per esile traccia tra alte erbe, risalirne la sponda opposta a prendere una più evidente IMG_0503traccia di sentiero in coincidenza con un bivio. Andare a destra a mezza costa per superare un tratto esposto sopra altra forra del torrente dopo il quale il sentiero confluisce in una strada sterrata per la quale si discende tutta la parte mediana della Val Bertone pervenendo alla zona attrezzata con tavoli e bracieri, nei pressi anche la casetta ricovero dei Gnari della Val Bertone. Superato su ponte il torrente qui più largo, la strada si mantiene in quota tagliando i pendii orientali dei monti Civelle e Valcada per poi iniziare a scendere dolcemente. Passate le cascine in località Le Dase la discesa si fa più accentuata e porta al parcheggio da dove si è partiti.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto di quella che è da considerarsi l’andatura ottimale per un escursionismo agevole e, nel contempo, sicuro, vedi spiegazioni dettagliate. In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Parcheggio inizio val Bertone 0:00
Colle di Sant’Eusebio 0:40
Capanno a nord di Monte Pino 0:30
Monte Sete 0:30
Passo Viglio 1:00
Guado di Val Bertone 0:40
Inizio strada di Val Bertone 0:30
Parcheggio inizio Val Bertone 1:00
TEMPO TOTALE 4:50

 

Camminare in montagna – Tecnica della corsa


Prosegue da… Tecnica del cammino


Come ho già più volte indicato questi articoli fanno riferimento a un soggetto che, nell’ambito delle sue uscite in montagna, prende talvolta in considerazione la corsa, quantomeno la utilizza negli allenamenti per ottimizzarli, ecco quindi giustificato questa puntata della serie “Camminare in montagna”. Data la mia breve esperienza di corsa mi limito a riportare quelle osservazioni che ho ereditato e verificato o personalmente elaborato durante i mei allenamenti e che si si differenziano da quelli già dati per il cammino nella puntata specifica, che consiglio di leggere, se ancora non l’avete fatto, prima di proseguire. Gli aspetti più tecnici della corsa li devo invece lasciare ai documenti che riporto a piè di pagina nella sessione “Sitografia e approfondimenti”.

Postura

          Al fine di evitare i tipici infortuni del corridore (dolori e tendiniti varie agli arti inferiori, alle ginocchia e alla schiena), pur restando assolutamente valide tutte le indicazioni di base già date, nel caso della corsa dobbiamo aggiungere una sensibile e costante inclinazione in avanti del corpo, inclinazione che deve partire dalle caviglie coinvolgendo anche e spalle in modo da mantenere la linearità del corpo.

Uso dei piedi

–          Le punte dei piedi non devono mai trovarsi più avanzata delle anche. Si ottiene con la già citata inclinazione in avanti del corpo e con una riduzione della lunghezza del passo.

–          Sostanzialmente valido anche per il cammino, diviene ancor più importante per la corsa dove la frequenza (passi al minuto) sale notevolmente: il lavoro che devono produrre le nostre gambe è dato dalla forza necessaria a sollevarle per lo spostamento dalle stesse attuato, dato che non sempre possiamo operare sulla riduzione del peso delle scarpe (vorrebbe dire sostituirle e, comunque, resta pur sempre un peso da sollevare), ne consegue che dobbiamo limitare al minimo indispensabile l’alzata del piede da terra.

–          In salita andremo a lavorare solo di avampiede molto prima di quanto siamo costretti a fare camminando.

Pronazione e rullata

–          Sulla pronazione ben poco possiamo fare per modificarla, possiamo solo adottare le calzature più adeguate, non sempre esistenti (non tutte le marche fanno in tal caso differenza, anche perché secondo alcune teorie sembrerebbe che su terreno sconnesso tutti si avvicinino alla pronazione corretta) per la corsa in montagna ma di sicuro reperibili per la corsa su asfalto e sterrato (che dovremo necessariamente fare per gli allenamenti, come vedremo più avanti), anche se sono già presenti sul mercato scarpe in grado di adattarsi autonomamente ad ogni tipo di pronazione.

–          Per la rullata, al fine di evitarci dolori e infortuni, dobbiamo avvicinarci il più possibile alla rullata considerata naturale, ovvero quella che avviene partendo da un appoggio di avampiede. Inutile concentrarsi sul piede, riuscireste solo a farvi del male, l’appoggio si modifica spontaneamente e avanza quando incliniamo avanti il corpo, indi, se necessario, mettiamo in atto questa variazione posturale. Possono essere d’aiuto anche le scarpe: minore è il differenziale tra lo spessore posteriore della suola e quello anteriore (drop) e più viene indotto un appoggio di avampiede.

Il passo

–          La sequenza del passo è similare a quella del cammino e mantiene il concetto di spostamento in avanti del baricentro, ma, dal momento che correndo non esiste un momento in cui ambedue i piedi sono a terra, il tutto avviene con più dinamismo e con un maggiore e più esplosivo lavoro di spinta del piede arretrato.

–          Correndo la sequenza sarà necessariamente sempre alternata: piedi sinistro, piede destro, piede sinistro.

–          Per variare la velocità si agisce sulla frequenza, riducendola per rallentare e aumentandola per accelerare.

In salita

–          Non è sempre detto che correndo andiamo più veloci, sulle salite molto ripide (in relazione al nostro allenamento) potrebbe risultare più conveniente camminare.

In discesa

–          Anche alla massima velocità dobbiamo sempre avere il controllo dell’andatura: non lasciamoci trasportare.

–          Le braccia vanno tenute alte e aperte in misura direttamente proporzionale all’inclinazione del terreno e/o alla scabrosità del fondo: aiutano l’equilibrio e stabilizzano il corpo nei cambiamenti di direzione. Personalmente ho notato che tale atteggiamento riduce anche il carico sulle ginocchia, probabilmente perché facilita il mantenimento dell’inclinazione in avanti anche sui passaggi più scabrosi.

–          Sfruttando ogni minimo rilievo del terreno portiamo all’estremo l’utilizzo dell’appoggio laterale: le ginocchia ci ringrazieranno.

–          Incontrando una leggera elevazione del terreno se è minima e secca (poca distanza tra il suo inizio e la sua fine) possiamo saltarla esattamente come faremmo per un sasso, se è più accentuata lasciamo morbide le gambe e, attraverso un loro progressivo piegamento, facciamo in modo che il bacino (baricentro) mantenga la stessa quota, esattamente come fa lo sciatore nel superamento di una gobba, in questo modo risparmiamo lavoro ai quadricipiti che non devono spingere il nostro peso verso l’alto.

–          Nell’ingresso ai tornanti fare attenzione a non appoggiare di tallone nell’istintiva azione di frenaggio, per mantenere il controllo ridurre la lunghezza del passo e/o aumentare la frequenza, per facilitare il netto cambio di direzione proiettare in anticipo il corpo verso l’interno curva, per un passaggio comunque veloce sfruttate al massimo l’esterno curva.

–          Nei salti ripetuti utilizziamo il rimbalzo per mantenere la massima dinamicità: atterraggio su un solo piede con appoggio di avampiede e gamba distesa senza bloccaggio del ginocchio, ammortizzazione con leggera flessione della gamba, estensione della gamba per la spinta sul successivo salto.

–          Se non siamo sicuri di poter mantenere il controllo nell’atterraggio e nella ripetizione del salto (ad esempio un tratto molto esposto, una sequenza di gradoni moto alti, una conformazione del terreno molto complessa, non conoscete il passaggio), meglio effettuare un salto bloccato: atterraggio a due piedi con un’ammortizzazione più accentuata su ambedue le gambe dalla quale si riparte da fermi o quasi.

–          Ricorriamo al salto bloccato anche ogni qual volta riteniamo l’atterraggio su una sola gamba pericoloso per l’equilibrio o l’incolumità della gamba, ad esempio un singolo gradone particolarmente alto o terreno ricoperto da molti piccoli e complessi spuntoni rocciosi.

–          Attenzione alle lame: l’appoggio di avampiede è sempre seguito dall’istintivo abbassamento del tallone a cercare la stabilizzazione dell’appoggio, sulla lama, però, il tallone si abbassa parecchio e ciò potrebbe portare a uno stiramento dei legamenti della caviglia. Se proprio non potete evitare la lama, visto che non parliamo di gara, fate il passaggio camminando.

–          Attenzione anche alle punte: intanto per lo stesso discorso di cui sopra e poi perché, specie con scarpe da trail molto tecniche e minimaliste (suola sottile e morbida), l’appoggio potrebbe risultare molto doloroso.

Il ritmo e la sua gestione

–          Posso solo invitarvi a rileggere con attenzione quanto già detto per il cammino ed estremizzarlo.

Lo sguardo

–          Specie in discesa dove la velocità si fa maggiore, guardare avanti per anticipare adeguatamente gli ostacoli. Personalmente mi trovo molto bene variando frequentemente lo sguardo tra l’avanti lontano (da cinque a dieci metri a seconda dei casi) e l’avanti vicino (tra i tre e i cinque metri). In alcuni casi (passaggi particolarmente complessi, salti bloccati, punti esposti) lo abbasso, ma raramente ai piedi, generalmente lo tengo almeno un metro avanti: sostanzialmente i piedi non li dobbiamo guardare, al massimo vedere con la coda dell’occhio quello più avanti, più in genere solo intuire.

–          Una piccola invasione nell’argomento materiali qui ci vuole. Correndo lungo sentieri immersi nel bosco, specie se molto stretti e poco frequentati, berretto e occhiali vanno sempre indossati: strusciamenti su rami pendenti possono ferirci la testa; sbattere gli occhi contro un ramo o, peggio, un rovo che pende attraverso il sentiero potrebbe essere molto pericoloso oltre che doloroso.

Sitografia e approfondimenti

Albanesi – Corsa in salita

Albanesi – Corsa in montagna

Altra Running – Migliorare la postura nella corsa

Running Italia – Come mantenere la giusta postura durante la corsa

Running Italia – Curare la tecnica di corsa e la postura per migliorare l’efficienza

Running Italia – Il corretto movimento delle braccia durante la corsa

Running Italia – Il piede nella corsa tra postura, ammortizzazione e propulsione

Runner’s World – Non fare il passo più lungo della gamba

Albanesi – Efficienza della corsa

Running Italia – Tecnica di corsa: come correre meglio e con meno fatica

Running Italia – 5 consigli per affrontare la corsa in discesa

Canale YouTube di Santucci Running – Tecniche di corsa: appoggio del piede e utilizzo delle braccia

Canale YouTube di Santucci Running – Trail Running: Come si corre in salita

Canale YouTube di Santucci Running – Trail Running – Come si affronta la corsa in discesa

Canale YouTube di Santucci Running – Trail Running 3 atlete a confronto


Continua in…  Abbigliamento


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Nudo e montagna



Rispettare la montagna è integrarsi con la montagna, integrarsi con la montagna è vestirsi come lei, vestirsi come la montagna è mettersi a nudo, mettersi a nudo è diventare montagna!

#nudièmeglio

#nudiènormale


“Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte terza


Continua da “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte seconda

Tutte le foto sono dello stesso Luca, scattate durante questo cammino.


Il Sentiero delle Tre Valli Bresciane secondo me

GIORNO 4: La battaglia di Croce di Marone

Il cellulare trilla alle 7.30, ho dormito benissimo. Mezzora per sistemare lo zaino e preparasi. Colazione abbondante e da leccarsi i baffi. Si sta proprio bene al Cimosco. Ne abbiamo di cose da raccontarci io, Nicola e i rifugisti. Così vengono le 9, bisogna partire per forza. Ma oggi, l’avevo già deciso, non camminerò quanto ieri, anche perché un po’ di stanchezza la avverto. Oggi proverò a rifiatare, così domani avrò le forze per arrivare sino a Urago Mella. O almeno per provarci. Perciò accompagno Nicola per un breve tratto: il mio amico sta ripercorrendo all’indietro l’itinerario che io ho compiuto ieri. Si fermerà al rifugio Rosello e poi girerà i tacchi per tornare a casa. Fotocamera in mano, Nicola immortala alcune marmotte e qualche uccellino che lui riesce a classificare scientificamente, mentre per me sono tutti uguali: hanno le ali, sono volatili. Nicola mi spiega pure che esiste la marmotta-sentinella: è lei che, con alcuni fischi, avvisa il resto della ciurma del passaggio di un potenziale pericolo (gli animali, uomini compresi). La sentinella che incontriamo fra le pietraie di Plan di Montecampione, però, dev’essere una fotomodella. Rimane in posa e si lascia colpire dall’obbiettivo di Nicola, stupito ed ovviamente contento. Un’altra marmotta se ne sta lì, a due passi da noi, e scruta verso l’alto la propria compagna che dovrebbe dare l’allarme. Invece niente, finché siamo noi a muoverci rumorosamente ed a far scappare nelle loro tane le nostre amiche. Starei qui per ore, ma devo salutare Nicola, non prima di avergli chiesto il numero di cellulare. To be continued: un ragazzo così, appassionato e simpatico, mica me lo posso far scappare. Ne combineremo delle belle. Inverto la rotta e punto il passo del Muffetto per iniziare la mia tappa odierna. Vagabondo un po’ per i prati di Plan di Montecampione, poi finalmente imbocco il 3V.

Sono le 10. A quest’ora, ieri avevo già camminato per 240 minuti, oggi sto partendo, ma va benissimo così. Sul sentiero (un continuo su e giù fra gli impianti sciistici) incontro due podisti che si testano come trail runner, ma fanno abbastanza fatica perché sono già saliti da Montecampione correndo sulla strada asfaltata. Il 3V è ben segnalato: le tracce biancazzurre colorano anche i paletti che delimitano la stradina, meglio di così… Supero il Dosso Rotondo (qui c’è un rifugio), scendo e poi risalgo subito per scollinare Monte Campione (1827 metri). Poco dopo inizia la lunga discesa verso il Colle di San Zeno: qui c’è il rifugio Piardi, sono le 11.30 e proseguo sempre dritto verso il monte Guglielmo. Il monumento al Redentore si scorge benissimo in vetta alla montagna che sovrasta la Val Trompia e il lago d’Iseo. Quella è la mia meta, non posso proprio sbagliare strada anche perché le indicazioni non mancano mai (cartelli e segnavia sempre presenti). Il sole splende come al solito, perciò indosso solamente i pantaloncini da corsa ed il cappello. Nient’altro. Una piacevole abitudine di queste giornate così afose. Ho messo la crema solare e preferisco non portare la canottiera: finirei per bagnarla col sudore e peggiorare le cose. A petto nudo si sta proprio bene. La pensa come me un signore sulla settantina, a spasso con qualche amico. S’è tolto la maglietta pure lui e la tiene in mano. Quando lo incontro, mi sorride e mi dice: “È molto dannoso girare senza niente indosso!”. Ci mettiamo a ridere ed io ho la battuta pronta, che non riesco a trattenere: “Eh sì, soprattutto per gli anziani…”. Altre risate fragorose. Amo i nonni e le nonne, la loro semplice simpatia e la facilità con la quale stabiliscono contatti pure con chi non conoscono.

Percorro un tratto di strada sterrata, che poi si stringe e torna a salire verticalmente. Bivio. Mi fermo e leggo bene le indicazioni, come sempre. Ci sono due vie per salire sul Gölem: a destra, quella più lunga e facile che si inerpica a zig-zag; poi c’è quella diretta, sulla quale mi aveva rassicurato il rifugista del Cimosco (“È tosta ma non pericolosa”). Scelgo quest’ultima, affronto con molta calma un caminetto, appoggio talvolta le mani per sentirmi più sicuro, chiamo un paio di time-out ed arrivo sulla cresta che guarda verso il Sebino. Il Redentore è avvolto dalle nuvole, ma lo vedo là in fondo a sinistra. Cinque minuti e sono ai 1950 metri del Guglielmo. Un bellissimo traguardo intermedio. Ma non sono uno che fa tante pause. Mi asciugo, metto la felpa, faccio merenda e scatto due foto. Certo, da qui si vede tutto, nonostante il cielo non sia poi così limpido. Eppure non è uno dei miei panorami preferiti, il lago mi pare troppo lontano. Domani mi avvicinerò e sarà uno spettacolo. Ora, invece, è il momento della picchiata. Prima per i tornanti della strada sterrata che porta al Rifugio Almici e oltre. Poi devio a destra lungo il muretto che delimita il recinto di una malga e scendo sul sentiero che in verticale raggiunge i rifugi Malpensata e Croce di Marone. Mi fermo ai 1.170 metri del secondo, sono le 14.30, ma per oggi è abbastanza. Qui, in mezzo ad un prato scosceso, c’è una piccola croce di legno e, sul bordo della strada sterrata, un monumento posizionato accanto al divieto di transito (le auto possono arrivare sin qui e non oltre). “Riuniti su queste balze i volontari della libertà morirono combattendo la prima battaglia in terra bresciana contro i nazifascisti. Guglielmo – Croce di Marone, 9 novembre 1943”. E poi ancora, nella parte inferiore del monumento: “Nel 40° anniversario le comunità del Sebino e della Valtrompia e le associazioni partigiane posero a ricordo e monito. Croce di Marone, 6 novembre 1983”. Non conosco questa storia, indagherò.

In un primo momento non sono convintissimo della mia scelta, ma ci metto poco ad essere certo che ho proprio fatto bene a pernottare qui. I tavoli all’esterno del rifugio sono pieni di turisti, entro e vengo accompagnato subito in camera. “Potreste farmi qualcosa da mangiare?” chiedo. “Certo che sì, fra dieci minuti troverai un piatto di pasta” mi risponde la signora dietro il bancone. Salgo in camera (tre letti a castello), apro lo zaino per far prendere un po’ d’aria ai vestiti, mi cambio, passo dal bagno e poi torno giù. La pasta al ragù è perfetta, tre fette di formaggio completano l’opera (una è di bagoss!). Ozio per qualche minuto poi faccio due passi. Il cellulare non prende, ma i rifugisti hanno la soluzione a qualsiasi problema. Come faccio ad avvisare i miei famigliari? Mi prestano il loro telefono. Non so cosa fare? Mi prestano dei libri, proprio quelli che cercavo. Sorrido grazie alle poesie in dialetto scritte dagli artisti di Marone. Poi inizio a “studiare” il libro che mi spiega il perché di quel monumento (“La storia siamo noi. Ricordi di maronesi dalla Campagna di Russia alla Deportazione. A cura di Cati Cristini e Roberto Predali. 2014, Fdp editori).

Non sono un esperto, ma la curiosità mi spinge a ricostruire questa vicenda. Perché, ne sono convinto, conoscendo questo fatto potrò assaporare meglio il mio cammino. Ogni montagna ci racconta una storia. In vetta, spesso, ci sono croci in memoria di o monumenti per non dimenticare un amico scomparso. I sentieri portano i nomi di chi li ha creati e curati, passano per i ruderi che furono caserme. Oppure siamo noi stessi che leghiamo un monte ad una emozione, ad un ricordo. Anche per questo amo le montagne, perché mi parlano e mantengono in vita persone care ed episodi sepolti.

La storia della battaglia di Croce di Marone inizia l’8 settembre del 1943, quando viene dichiarato l’armistizio, una specie di resa italiana di fronte alle forze anglo-americane. La seconda guerra mondiale dovrebbe essere così finita per i nostri bisnonni. Civili e soldati, gioiscono tutti. Ma i tedeschi cominciano ad uccidere, schiavizzare e deportare i nostri militari, considerati dei traditori perché non vogliono aderire alla neonata Repubblica sociale di Salò (guidata dal duce). Pochi giorni dopo, alcuni ex soldati bresciani ed ex prigionieri alleati (anche stranieri: slavi, africani, americani…) scappano sulle pendici del Guglielmo per sfuggire ai nazifascisti. Alcuni si rifugiano qui, a Croce di Marone. Questi 160 (circa) partigiani fanno sabotaggi o colpi di mano. Alcuni assaltano la Beretta, per esempio, e si impossessano di armi e munizioni. Questi eventi preoccupano i fascisti di Brescia che organizzano un rastrellamento. Alla base del successo fascista in questa battaglia, sembra esserci un complotto allestito con un buon numero di partigiani che abbandonano i compagni di Croce di Marone al loro destino. Così, il 9 novembre del 1943, i nazisti salgono verso questa isolata località ed attaccano i partigiani con forze aeree e terrestri. Le pendici del Guglielmo, all’epoca, erano spelacchiate: gli alberi erano pochi, perché la legna serviva per scaldarsi e far da mangiare. I partigiani, quindi, individuavano e poi annientavano facilmente i nemici. Ma stavolta la mitragliera da 20 millimetri, impugnata da un partigiano che aveva partecipato alla Grande guerra, non può nulla contro l’avanzata tedesca. I nazifascisti abbattono la Resistenza, uccidono otto ribelli (fra i quali quattro stranieri), ne catturano molti altri e danno fuoco alle cascine di questa zona al confine fra i comuni di Zone, Marone, Sale Marasino e Gardone Valtrompia. Anche il “mio” rifugio, che all’epoca era un deposito, va in fumo. Alcuni partigiani, però, riescono a scamparla ed a scappare, chi a casa, chi sulle montagne della Valcamonica. Ho senz’altro tralasciato dettagli importanti e, forse, commesso qualche errore nella ricostruzione storica. Ma la sostanza non cambia: qui i nazifascisti sconfissero un gruppo della Resistenza italiana.

Il pomeriggio è volato, certi libri riescono proprio a sedurmi. È il momento della doccia (calda e comoda), dello stretching e di un po’ di crema dopo-sole. E della cena, of course. Il profumo della carne alle braci mi fa venire l’acquolina. I casoncelli sono fantastici, poi il rifugista, Walter, mi porta sei costine che spariscono alla svelta. Quattro turisti sono seduti al tavolo di fianco al mio: si stupiscono della mia fame, troppa – a loro dire – se rapportata al fisico snello che mamma e papà m’hanno regalato. Allora spiego loro il motivo del mio appetito; vogliono sapere i dettagli del 3V e va a finire che rimangono ancora più sorpresi. Rimontano in sella (moto, ovviamente) e strombazzano via. Peccato, c’era ancora la torta: una bella fetta di crostata.

Approfitto dell’ultimo sole per fare due passi e vedere come prosegue il sentiero. Domani la mia giornata inizierà presto, ma Walter ci tiene a svegliarsi insieme a me per prepararmi la colazione. Stanotte non c’è nessun altro al rifugio Croce di Marone, così mi fermo a parlare con lui mentre aspetto che si faccia l’ora di andare a letto. “Un rifugista deve saper fare tutto, mille lavori in uno. Taglialegna, idraulico, cuoco…”: mi piace ascoltare Walter, la sua passione per questo mestiere mi affascina. In futuro, chissà. Poi Walter aggiunge alcuni particolari sulla vicenda della battaglia tra partigiani e fascisti. Sono le memorie tramandategli dagli anziani. La vita al fronte, l’opportunismo di alcuni partigiani, il tradimento di parte di essi, i nemici che così riescono ad avere la meglio sulla Resistenza. Mi parla anche del Sentiero Italia, un lunghissimo itinerario che percorre tutta la nostra penisola e pure Sicilia e Sardegna. È il suo sogno e lo condivide con me, sono un privilegiato. Quante storie ho ascoltato in questo breve cammino, quante mani ho stretto, quanti occhi ho guardato, quanti sorrisi, esperienze, consigli, domande e risposte. Ora il mio mondo è appena meno piccolo, sono felicissimo così. Ma per essere davvero soddisfatto, ormai è quasi una priorità, voglio arrivare al traguardo. E poi chiamare Walter e ringraziarlo del calore che ho ricevuto dalla sua famiglia.

Malghesi al lavoro proprio dove il 3V abbandona la stradina sterrata, che scende dal Monte Guglielmo, per imboccare uno stretto sentiero in discesa verso Croce di Marone

GIORNO 5: Il rientro

Anche stanotte ho dormito talmente bene da anticipare la sveglia di qualche minuto, come spesso mi capita quando devo andare in montagna. Chissà perché, invece, non succede mai quando devo andare a lavorare… Mi sento in forma, non ho dolori particolari. Solamente la parte superiore delle dita dei piedi, vicino alle unghie, è un po’ provata dalle ore di cammino. Perciò inumidisco le calze prima di indossarle e trovo così un discreto sollievo. Faccio colazione, saluto Walter con un “arrivederci” perché tornerò senz’altro a trovarlo, e poi parto verso le 6.30.

Una stradina sterrata e poi un sentiero che taglia nel bosco mi conducono alla Forcella di Sale, dove ci sono una santella ed un incrocio intricatissimo, ma molto ben segnalato (ci sono pure le indicazioni per il tracciato della Proai Gölem, ma questa è un’altra storia). Anche in questo caso, tengo fede all’idea di seguire l’itinerario “normale” (o intermedio) del 3V e lascio sulla mia destra le varianti alta e bassa. La prossima meta sarà Punta Almana. Anche la variante alta arriva su questa cima, percorrendo però alcuni tratti esposti ed attrezzati con corde metalliche. La variante bassa, invece, non passa dalla Punta Almana. Io prendo quindi la strada sterrata e pianeggiante che gira a sinistra, la cammino per qualche minuto e poi incontro altre indicazioni. Il 3V si addentra nel bosco sulla destra seguendo un tratto privato del sentiero intitolato a Filippo Benedetti. Poi inizia la salita vera e propria, impegnativa ma breve, perciò in poco tempo sono in vetta. Dalla croce di Punta Almana (1350 metri) la vista è fantastica: guardo il lago d’Iseo ed il sole mi scotta già le spalle. La discesa mi mette alla prova: è ripida e scivolosa, quindi la affronto con calma ed applaudo i camminatori che si stanno arrampicando senza paura. Questo tratto è veramente affascinante. Un continuo su e giù sulla cresta della catena montuosa che separa la Valtrompia dai paesi affacciati sul Sebino. Non mi annoio mai, anzi, mi sto proprio godendo il mio ultimo giorno sul 3V. Incontro le splendide casupole Folcione e Spiedo, poi arrivo sul monte Rodondone e dai suoi 1143 metri ammiro un altro panorama sensazionale. Una dolce discesa mi porta fino al Santuario di santa Maria del Giogo, preceduto da un bar-ristorante. Qui un cane mi lecca il ginocchio, proprio dove mi ero fatto male. Finalmente un po’ di disinfettante, naturale per giunta! La chiesetta è aperta ed una preghiera la dico sempre volentieri. Lì fuori ci sono un’ampia spianata con un’area pic-nic (tavoli e sedie) e, sull’altro lato, alcuni edifici gestiti dagli alpini. Le Penne nere, in particolare, custodiscono il bivacco con una cucina e 18 posti letto (“Non è un albergo” precisano). Il bivacco rimane chiuso, bisogna contattarli per prenotarlo e farsi consegnare le chiavi. Ma oggi c’è pieno di gente, alpini e non solo, perché ricorre la festa degli artiglieri di Sulzano. Alcune Penne nere perciò stanno preparando le tavole, altre spadellano il pranzo ed altre ancora mi illustrano come funziona il loro bivacco. Tornerò, promesso. Anche perché c’è una strada asfaltata che, salendo da Sulzano, arriva proprio qui, appena sotto i mille metri di quota. Quindi il santuario è facilmente raggiungibile ed io consiglio a tutti di venire ad ammirare questo eccezionale panorama che offre l’ennesimo punto di vista diverso sul lago d’Iseo.

Il 3V prosegue in leggera discesa ed attraversa alcune case, poi spunta di nuovo in cresta per regalarmi l’ultimo sguardo sul Sebino, fantastico anche da sud. Poco dopo, l’itinerario biancazzurro sbocca su una strada asfaltata: tengo la destra e centro metri dopo ritorno sullo sterrato seguendo le indicazioni per Punta dell’orto (il sentiero inizia sul fianco sinistro di una casa). La mulattiera diventa poi una stradina asfaltata, ma il 3V la abbandona presto per scendere a sinistra. I segnavia biancazzurri, ormai dei compagni di viaggio e non più dei semplici riferimenti, continuano ad accompagnarmi fino all’ampia strada asfaltata che in duecento metri mi porta a Zoadello (650 metri).

Attraverso la piazza e riprendo il sentiero verso San Giovanni di Polaveno, mentre il count-down entra nel vivo ed iniziano i preparativi, nonché i pensieri, per il rientro a casa. Un bivio mi mette in confusione, ma ci sono i cartelli e la direzione è quella, confermata da due giovanotti che pedalano avanti e indietro davanti a casa aspettando il pranzo. In effetti anche io avverto un certo languorino, del resto l’orario è quello: quasi mezzogiorno. Perciò, entrando a San Giovanni, decido che per il momento può bastare. Fermo il Garmin e mi tolgo lo zaino di fianco ad un bar. Seduti sui tavolini all’esterno del locale, tre signori sulla cinquantina disquisiscono del più e del meno, mentre io mi asciugo il sudore ed indosso una t-shirt. Purtroppo questo bar ha finito le scorte alimentari, così la compagnia dell’aperitivo trova un bell’argomento per cui dibattere: dove trovo qualcosa da mangiare? Il confronto produce un risultato incredibile. Cento metri più avanti c’è un negozio di alimentari, perciò “ciao e grazie mille!”. C’è un solo problema: il mio portafoglio contiene solamente cinque euro e un bancomat, ma in questa bottega si può pagare in contanti e in nessun altro modo. La soluzione la trova subito la negoziante. 5 € corrispondono ad un lauto spuntino. Due pani imbottiti ed una banana. “Ma cosa ci fai in giro? Ti piace la montagna? Anche a mia figlia! E così sei di Isorella? Allora forse conosci… Davvero è il tuo dentista? Ma pensa te, è mio amico!”. Questa felicissima signora mi prende in simpatia e così, mentre affetta pancetta e mortadella, facciamo amicizia. Sono il suo ultimo cliente, perciò chiude la porta del negozio uscendo insieme a me, poi salta in macchina con il marito. Chiedo loro un’ultima cosa: “C’è per caso una fontanella d’acqua potabile?”. Poi li saluto e ringrazio, stupendomi per quest’ennesimo incontro. C’è un’afa allucinante e devo riempire la camel bag. Una fontanella me l’hanno indicata, ma è rotta. Ora mangio, poi ci penserò. Intanto accendo il cellulare e leggo con molto piacere il messaggio di un amico. Stasera si fa festa. C’è in programma una grigliata fra amici, quelli di sempre. I compagni di classe, dei primi allenamenti di atletica leggera, di feste, di bevute, di avventure. Insomma, una serata con gli amici di Isorella, che non avrà gente a spasso per le montagne, ma una montagna di bella gente sì. Voglio esserci, quindi devo muovermi! Altrimenti niente birra e costine. Ma le buone notizie non finiscono qua. Sono seduto sulla panchina di un ristorante chiuso, di fronte alla bottega che mi ha salvato la vita. Si ferma davanti a me una macchina ed il braccio dell’uomo al volante mi porge una bottiglia d’acqua. È fresca, è un regalo, ma soprattutto è un pensiero fantastico. La negoziante e suo marito si sono ricordati che quella fontanella non funzionava da tempo, così hanno deciso di rimediare in prima persona. Un grazie, in questi casi, non basta, però è l’unica cosa che ho. Ora, a dirla tutta, ho anche una camel bag piena d’acqua fredda. Il cammino verso il traguardo e la grigliata può cominciare. Evviva i dentisti! E poi dicono che sono cari e fanno male. Il mio, invece, ha fatto si che stringessi quest’amicizia dissetante.

Riprendo il cammino ed entro subito in un rinfrescante sottobosco che, tra sentiero e strada sterrata in leggera salita, mi accompagna fino a Vesalla, un piccolo paesino sperduto senza un’anima umana né animale in giro. Costeggio ancora qualche casa ed attraverso un prato, poi un cancello mi sbarra la strada. Lo spingo, è aperto, quindi avanti di buona lena. La prossima meta è il Pizzo Cornacchia, l’ultima montagna vera e propria, per la quale ho conservato una scorta di energie da consumare senza badare a spese. Voglio divertirmi e ci riesco meglio quando accelero, quando i battiti aumentano e le gambe frullano. Duecento metri di dislivello all’insù e sono arrivato. Dall’alto dei 1000 metri del Pizzo Cornacchia mi sembra di vedere in lontananza Brescia. Una lunga picchiata, con qualche saliscendi, e sarò laggiù. Un passo alla volta, però. Così saluto l’imponente cascina Pernice ed imparo la storia dei partigiani Mario Bernardelli e Giuseppe Zatti, ai quali è dedicato un sentiero (entrambi furono fucilati qui, dove ora c’è la casa della Sella dell’Oca). Poi supero Quarone (di Sopra e di Sotto) e trovo il cartello che indica l’ultima destinazione ed il tempo mancante: Urago Mella, 2 ore 40’. Sono le 15.20, quindi arriverò per 18, giusto in tempo per tornare a casa, lavarmi ed andare a cena con gli amici. Perfetto. Il 3V continua a scendere poco alla volta, mentre la temperatura aumenta fino a diventare insopportabile. Il picco lo raggiungo proprio adesso (36 gradi secondo il mio Garmin), mentre cammino sulla strada asfaltata dell’ex convento dei Camaldoli. E non è tutto, perché inizio a sentire il rumore sibilante delle automobili. È un segnale inconfondibile che decreta la fine della mia lunga escursione. Ancora un tratto di sentiero, poi è di nuovo asfalto verso il passo della Forcella e il Santuario della Madonna della Stella (poco sotto i 400 metri di altitudine). È il momento dell’ultima sosta: l’ultima mela, l’ultima barretta e l’ultimo grazie sospirato all’interno di una chiesa. Mi prendo una decina di minuti per visitare il santuario, poi riparto. Lì c’è una fontanella d’acqua: bevo, riempio la camel bag e via.

Stradina sterrata ed è subito bivio. A destra comincia addirittura una variante bassa che evita la breve ascesa al monte Peso e porta direttamente in località Campiani. Io prendo la sinistra ed inizio la salita camminando su un bel sentierino che presto si biforca confondendomi le idee. In effetti quest’ultimo tratto del 3V avrebbe bisogno di una rinfrescata con le pitture bianca e azzurra. Non per fare un piacere a me, che ritrovo presto i segnavia (presenti ma un po’ sbiaditi) e la direzione corretta. Ma per farsi conoscere ai bresciani, per rendersi più attraente ed invogliare, chissà, sempre più persone a percorrerlo, tutto o solo in parte. Sarebbe fantastico posizionare almeno da queste parti e sul Maddalena, dove il Tre Valli parte e finisce, dei cartelloni che ne spieghino l’origine, il tragitto, le tappe, i punti d’appoggio e quelli panoramici. Mi chiedo se io stesso possa fare qualcosa per il 3V, di modo che sia conosciuto da più persone possibili. Perché lo ritengo un sentiero ideale per gli escursionisti che vogliono passare una settimana a spasso per le montagne, senza correre rischi e trovando sulla propria strada diversi rifugi e bivacchi. Un bresciano che ha la mia stessa passione non può non conoscerlo, non può non sognare di percorrerlo. Anzi, tutti i bresciani dovrebbero almeno sapere dell’esistenza di un sentiero che congiunge le tre valli della nostra provincia. È un’eredità che i nostri nonni ci hanno lasciato, fa parte del nostro patrimonio culturale e turistico.

Mentre rifletto su questo argomento, sbuco in un prato: tengo il sentiero che sale sulla destra e fotografo il cippo della sezione di Brescia dell’UOEI (unione operaia escursionisti italiani). Ancora due passi e raggiungo la croce del monte Peso (480 metri), sostenuta da un enorme basamento in pietra. Il 3V scende sul sentiero e poi sulla strada che conduce ai Campiani. Mi disseto alla fontanella e continuo a camminare sulla lingua d’asfalto verso l’imbocco del sentiero per il monte Picastello (380 metri). L’ultima salita e l’ultimo panorama, prima della breve e facile picchiata verso Urago Mella. Che emozione, ce l’ho fatta! Un bel traguardo, niente di incredibile, ma un viaggio che mi ha arricchito.

In fondo a via Campiani, all’incrocio con via della Piazza, ci sono mio fratello Simone e mio cugino Matteo ad attendermi. Sono da poco suonate le 18 e tutto va bene. Mi fanno una foto accanto al cartellone che segnala l’inizio del 3V (o la sua fine, nel mio caso), mi danno da bere ed ascoltano i miei racconti euforici. Continuo a parlare, a ridere, a descrivere quegli episodi divertenti che rimarranno sempre con me. Non c’è malinconia, ma una grande soddisfazione. Sono felicissimo di essere arrivato fino in fondo, senza problemi fisici: ammetto di averlo ritenuto possibile sin dall’inizio. Quando sto bene e, soprattutto, sono di buon umore come in questi giorni, camminare per le montagne è la cosa più bella che possa capitarmi. Non mi annoia né mi affatica. Mi sento me stesso, mi diverto. Mi sento libero. Ma non ho particolari meriti. Beneficio del fisico che mi è stato donato dai miei genitori e soprattutto della passione che mi hanno tramandato loro ed i nonni. Io ci metto un po’ di impegno, però devo ringraziare tutte le persone che ho incontrato in queste cinque giornate così piene. Sono grato proprio a tutti. A chi mi ha consigliato prima di partire, a chi mi ha ospitato, ai rifugisti, ai compagni di cammino, compresi quelli che ho incrociato per un saluto durato un secondo. Tutti i loro sorrisi e la loro compagnia sono stati l’ingrediente segreto che mi ha sospinto sin qui. Mi hanno tranquillizzato e tifato. Alto e magro come sono, con quello zaino ingombrante sulle spalle e la risata sempre pronta, ho attirato le simpatie di tutti. O almeno mi piace pensarla in questo modo.

In macchina, mentre torniamo a casa, mando un messaggio a Emanuele Cinelli e a Nicola, l’amico delle marmotte. Poi chiamo Walter del rifugio Croce di Marone, come promesso: “Sono arrivato e sto bene, grazie!”. A casa tutto è come prima, ma io sono un po’ cambiato. Ho ancora addosso, come se fosse un vestito, quell’adrenalina che mi investe quando vado in montagna. Svuoto lo zaino, faccio stretching e una bella doccia. Poi salto in bici e raggiungo i miei amici. Dicono che la birra sia un ottimo integratore: confermo. Meglio ancora se bevuta in ottima compagnia. La grigliata è pronta, questa serata è proprio quello che ci voleva per prolungare la mia euforia. Sono partito per curiosità, perché non farlo era fuori discussione, per toccare con i miei piedi quei sentieri guardati sulle mappe, per riempirmi gli occhi di nuovi panorami, anche per conoscere i miei limiti e vedere per quanto avrei resistito. Ho trovato tutto questo e anche di più: amici, storie, autostima, che poi si sono rivelati la parte migliore del mio 3V. Una sorpresa, non inaspettata perché conoscevo già le potenzialità della montagna, ma comunque molto piacevole. E adesso? Posso sempre rifarlo, magari al contrario (da Urago ai piedi della Maddalena) e provando ad inserire qualche variante alta oppure cercando di camminare il più “in cresta” possibile (lo stesso Cinelli sta disegnando un 3V di questo tipo). L’alternativa più affascinante sarebbe questa: seguire i segnavia biancazzurri in compagnia di un bel gruppo di persone, non per forza amiche. Perché è proprio accattivante andare in montagna da solo, ma vuoi mettere che divertimento passeggiare insieme a qualche altro sognatore?

IL MIO EQUIPAGGIAMENTO

Ho portato con me l’essenziale e mi è andata bene, anche perché il meteo è sempre stato dalla mia parte. Lo zaino, con una capacità da 40 litri, pesava 9 chilogrammi, più o meno. Ho scelto questo, che possedevo già, perché è dotato di tre “ingredienti” a mio parere fondamentali: la tasca interna per ospitare la sacca idrica (camel bag), il copri-zaino impermeabile e la tasca anteriore (dove tenevo la fotocamera e le indicazioni sul sentiero). Ecco cosa conteneva (o cosa portavo indosso):

  • Scarpe da corsa in montagna
  • Bastoncini da trekking
  • Polsino
  • Orologio con Gps ed il suo carica-batteria
  • Cellulare (sul quale avevo caricato le mappe e le indicazioni dettagliate del percorso),
  • macchina fotografica e carica-batterie
  • Gli appunti sul sentiero 3V che mi ero preparato
  • Carte da briscola, un libricino ed un taccuino con penna e matita
  • Sacco a pelo e tappetino (in caso di imprevisti avrei potuto fermarmi a dormire nei
  • bivacchi, invece non ce n’è stato bisogno)
  • Lampada frontale
  • Tre fasce (una per la testa e due per il collo, delle quali una pesante e una leggera)
  • Guanti
  • Manicotti (scalda-braccia)
  • Crema solare
  • Poncho impermeabile
  • Un paio di pantaloni aderenti (da corsa)
  • Una maglia aderente a maniche lunghe (da corsa)
  • Due t-shirt (una leggera ed una pesante)
  • Tre paia di calze: due da running ed un paio più pesante che indossavo nei rifugi al posto
  • delle ciabatte che non ci stavano nello zaino (a questo proposito, i gestori del rifugio
  • Cimosco mi hanno illuminato, prestandomi un paio di leggerissime ciabatte pieghevoli da
  • campeggio che comprerò per le prossime escursioni)
  • Un cappello
  • La canottiera da corsa della mia società sportiva, il Gruppo Sport Avis Isorella
  • Una salvietta
  • Una felpa
  • Un paio di boxer (sì, solo uno, tanto li indossavo solo nei rifugi)
  • Tre pantaloncini corti (un paio leggero da running che ho sempre indossato mentre
  • camminavo, uno pesante ed uno da calcetto)
  • Due pacchetti di fazzoletti di carta
  • Spazzolino da denti
  • Coltellino
  • Fischietto
  • Alcuni medicinali (compreso un olio per massaggi)
  • Qualche riserva alimentare: 3 mele, 3 panini, 4 barrette, alcune fette di pane al miele
  • La camel bag da 2 litri ed una borraccia da 1,5 litri

UN PO’ DI NUMERI

Il mio 3V è stato per prima cosa un cammino abbastanza lungo alla scoperta di me stesso, delle montagne bresciane e delle persone che le abitano, per lavoro, passione, perché lì ci vivono o per tutti e tre i motivi. Però, ogni volta che stringevo i lacci delle scarpe per iniziare una nuova tappa, facevo anche partire il Gps del mio Garmin per rilevare la mia traccia, la distanza, il dislivello e il tempo di percorrenza. In tre giorni (uno sì, uno no) ho fatto due tappe, una al mattino e l’altra al pomeriggio dopo essermi fermato a pranzo. Questi sono i numeri del mio 3V secondo il software Garmin BaseCamp.

Giorno ——– Tratto Lunghezza (km) D+ (m) D- (m) Tempo di cammino (h:mm)
1 mattina Brescia – Santuario di Conche 19,1 1568 706 5:00
pomeriggio Santuario di Conche – Corna del Sonclino 16,1 1125 901 5:00
2 mattina Corna del Sonclino – Vaghezza 19,2 1210 1361 5:30
3 mattina Vaghezza – Passo del Maniva 18,6 1195 719 4:30
pomeriggio Passo del Maniva – Plan di Montecampione 22,5 920 782 5:00
4 mattina Plan di Montecampione – Croce di Marone 21,6 1004 1613 4:30
5 mattina Croce di Marone – San Giovanni di Polaveno 17,7 829 1317 5:00
pomeriggio San Giovanni di Polaveno – Urago Mella 21,9 1008 1393 5:00
Totali 156,7 8859 8792 39:30

Usando invece Garmin Connect i dati cambiano leggermente. 147,4 i chilometri totali, 8831 i metri di dislivello in salita e 8797 quelli in discesa.

 


Fine!

Grazie a Luca per il suo interessantissimo racconto e per aver così contribuito al mio lavoro di diffusione della conoscenza sul Sentiero 3V “Silvano Cinelli”, un percorso lungo, faticoso, appagante, ovvero decisamente meritevole di attenzione.

Grazie!

“Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte seconda


Continua da “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte prima

Tutte le foto sono dello stesso Luca, scattate durante questo cammino.


Il Sentiero delle Tre Valli Bresciane secondo me

GIORNO 2: In viaggio di nozze

“Luca, desèdèt! Dai che il caffè diventa freddo”. Vengo svegliato così verso le 6.30, insieme al dindon delle campane legate al collo delle asinelle. Faccio colazione e sistemo lo zaino. Il mio salvatore sta tagliando le patate per lo spiedo. Allora gli chiedo la sua ricetta, perché pure a me piace prepararlo e so che esistono molte varianti. Lui le patate ce le mette sempre e non usa il burro né l’olio. Ci fa sciogliere sopra il lardo all’inizio della cottura e poi basta. Così viene meno unto, più digeribile. Ricetta antica alla lumezzanese. Mi passa per la testa l’idea di fermarmi, aiutarlo con lo spiedo, assaggiarlo e partire nel pomeriggio. Ma sono qui per un altro motivo, perciò lo saluto a malincuore. Sono felice di avergli offerto l’unica cosa che ho: un po’ di compagnia. Non ha voluto altro. Do ancora una carezza a Luna e parto.

Sono consapevole di aver vissuto una prima giornata dispendiosa e pure fortunata, perciò ho due convinzioni: oggi non riuscirò a camminare quanto ieri; la sorte potrebbe non essere sempre dalla mia parte. Ieri il sentiero è sempre stato ben segnalato, pulito, all’ombra. Oggi sarà più soleggiato (e fa un gran caldo: temperatura massima di 29°) e, nella prima parte, immerso in un fitto bosco che mi fa perdere la traccia in un paio di occasioni. Scollinata la Corna del Sonclino e dopo le confortanti indicazioni che si trovano alla Passata Vallazzo, il 3V scorre stretto e ondulato fra Punta Ortosei e Punta Reai. La segnaletica biancazzurra sembra sparire, in realtà è solamente un poco sbiadita, quindi affronto questo tratto con pazienza. Poi inizia la discesa verso Lodrino ed io comincio a sognare una bella merenda. Così, giunto in paese, trovo aperto il bar accanto al distributore di benzina (mi discosto dal 3V di cento metri, seguendo la strada asfaltata di via Kennedy anziché salire subito verso via De Gasperi). Un toast ben farcito, una brioche, un succo ed una lemonsoda: in effetti è proprio come se avessi fatto carburante. Lì accanto c’è una fontanella d’acqua potabile, riempio la camel bag e mi riporto sul sentiero per salire un’altra volta. L’asfalto del paese dura poco, il tempo di condurmi alla pineta dove c’è il rifugio degli alpini e poi è di nuovo sentiero.

La salita verso il Passo Cavada, per me, è interminabile. Questo è il momento più duro del mio 3V. Lo zaino pesa e le spalle mi fanno male. Il sole mi brucia. Pazienza. Self control. Sono qui per divertirmi. Mi fermo all’ombra, tolgo lo zaino e riposo cinque minuti. Grazie alla camel bag posso bere spesso, sia lodato l’inventore della sacca idrica! Il Passo Cavada mi rincuora: qui ci sono ottime indicazioni ed il sentiero diventa meno impegnativo addentrandosi in un fresco bosco. Inoltre raggiungo due camminatori e la fatica scompare come per miracolo e come spesso accade quando si fanno due chiacchiere in ottima compagnia. Le nostre strade, però, si dividono presto. Loro si fermano al roccolo poco più avanti. Ad attenderli ci sono il pranzo (il piatto principale sembra essere la polenta) ed un bel gruppo di amici che mi danno indicazioni su come proseguire e mi consigliano di tirare dritto fino al Passo Maniva. Il roccolo dev’essere stato ristrutturato in tempi recenti: ora c’è un’abitazione imponente che spunta in una radura. Da qui posso vedere i prati di Vaghezza, mia prossima tappa. Inizia la discesa, prima abbastanza tecnica su sentiero, poi rilassante su un’ampia stradina sterrata. È qui che mi deconcentro e scivolo quasi da fermo. Non mi faccio male, ma mi sbuccio il ginocchio come un bambino. Che vergogna, ma fa parte del gioco e, appunto, è bello sentirsi piccoli, quando nessuno si stupiva vedendomi sanguinante e conoscendo le mie scarse qualità da ciclista o da calciatore.

Arrivo al Passo Termine, che incrocia la strada provinciale, e decido di non fermarmi per lo spuntino. Manca poco a Vaghezza: è solo mezzogiorno, ma oggi mi fermerò là. Riprendo quindi a salire su una mulattiera abbastanza comoda che poi diventa sentiero. Trovo il modo di perdere la traccia, ma torno subito sui miei passi e rivedo i benedetti segni biancazzurri. Sbuco di nuovo sulla strada e resto estasiato nel vedere la località Vaghezza. Un brulicare di persone di ogni età mi ricorda che oggi è Ferragosto. Merito anche io un po’ di riposo. Ci sono case, malghe, ranch, rifugi e la gente va e viene. Molti, però, sono rintanati al fresco dei ristoranti. È l’una, il sole è a picco. Il Rifugio degli Elfi è stracolmo, i titolari e tutto il personale sono indaffarati per accontentare ogni esigenza. Anche la mia. Mi basta sapere che un posto per me stanotte c’è, poi lascio subito il trambusto e cerco un po’ di silenzio all’ombra di un albero. Mi cambio, mangio qualcosa e mi fermo nella chiesetta. Ringrazio Dio e tutti i miei angeli custodi: mi sto proprio divertendo, sono fortunato!

Un paio di ore dopo, rientro nel rifugio e vengo accompagnato nella camera. Ci sono cinque letti a castello e due singoli. Uno è mio. La doccia e gli esercizi di allungamento muscolare mi ritemprano. Poi è il momento di riprogrammare le prossime tappe. Controllo i percorsi, le altimetrie, le previsioni meteo. Chiamo i rifugi che si trovano lungo il 3V per sapere la loro disponibilità. Giusto per andare un po’ meno a caso, per sapere dove trovare da mangiare, un letto per la notte o un bivacco aperto. Viene presto ora di cena: la pizza è squisita, la crema catalana una sorpresa piacevolissima. Esco a sfogliare qualche libro. Arrivano due ciclisti, giovani, sulla trentina come me, uomo e donna. Le loro bici hanno borse da viaggio. Vengono da lontano, penso. Mi salutano subito, sono francesi. Più che altro, sono euforici. La titolare del rifugio ci fa sapere che dormiremo insieme ed io, in un battibaleno, mi faccio due nuovi amici. Pier e Gaëlle sorseggiano un boccale di birra e mi invitano al loro tavolo. Lui parla bene l’italiano, l’ha studiato all’università di Pisa se ricordo bene. Il suo migliore amico era bresciano, mi fa nome e cognome, ma come posso conoscerlo?! Lei l’italiano non lo sa, quindi passiamo all’inglese. Il mio è scadente, però mi fa un gran piacere parlarlo, vorrei farlo più spesso. Racconto di me e chiedo di loro. Sono di Lione e sono in viaggio di nozze. Sorridono e mi mostrano gli anelli del matrimonio. Sono proprio felici. Il loro itinerario a pedali? Lione, Liguria, lago di Como, Bergamo, lago d’Iseo, ora qui a Vaghezza che è una frazione di Marmentino e domani verso il lago d’Idro. Sono provati dalla salita, ora mangiano una pizza. Sono proprio contento di averli conosciuti. Salgo in camera ed unisco i due singoli per loro, poi scendo e li aiuto a trasportare le loro borse. Preparo già lo zaino perché domani partirò presto. Oggi ho riposato, sento di aver recuperato. Peccato perdersi la colazione in compagnia dei francesi. Mi hanno “rubato” il letto singolo, ma erano proprio simpatici. E poi io, per mantenere in vita la rivalità tra italiani e transalpini, ho fatto da terzo incomodo per tutta la notte. I loro bisbigli con quell’accento così dolce mi hanno cullato. Mi sono addormentato subito ed ho dormito come un ghiro. Vive la France!

GIORNO 3: Nuove amicizie

La sveglia del cellulare mi butta giù dal letto alle 5.20. Esco subito dalla camera per non disturbare i miei amici francesi, mi vesto e mi lavo la faccia. Siccome sono troppo in anticipo sull’orario di colazione, i gestori del rifugio degli Elfi mi hanno preparato qualche panino. Ne bastavano due. Ne trovo quattro, molto imbottiti. Gentilissimi loro, affamato io. Due spariscono mentre albeggia, gli altri li conservo per la giornata. Non rivedrò mai più Pier e Gaëlle, così belli nel loro amore a pedali. Prendo un foglio dal mio taccuino. Scrivo “Bon voyage! Merci beaucoup!” ed assicuro questo biglietto al portapacchi della loro bici. Sono le 6 ed è ora di partire.

Ma la solitudine dura poco. Così come il tratto pianeggiante. Mulattiera e poi sentiero in salita, in direzione di Pian del Bene, a quota 1515 metri. Con due camminatori di Lumezzane, oggi alla ricerca di funghi. Che bel regalo! La loro compagnia azzera ogni eventuale fatica, anche perché oggi sto proprio bene. L’ora di salita vola come se fossi ad un concerto rock. Ma qui la musica la suonano Pietro e Mauro, un bel duetto. Pietro ha molti soprannomi o evidentemente Mauro non è abituato a chiamarlo con il suo nome. “Dai Tite, sei forte!” lo rincuora. E poi: “Forza Peter che siamo arrivati”. Il motivo di tutti questi incoraggiamenti è presto detto. Pietro ha avuto un piccolo infarto quattro mesi fa. Intervento chirurgico, bypass al cuore e una lenta ripresa. E pensare che Pietro era uno che andava spesso e volentieri in montagna. Adesso l’allenamento è quello che è, ma va su che è un piacere. Ha qualche timore, questo sì. Scacciare le paure è il passo più difficile per sentirsi guarito definitivamente. Ne so qualcosa pure io. Mauro è un ottimo compagno: lo incita, lo punge, lo rassicura. È premuroso anche nei miei confronti e, come mi è già capitato tante volte, ricevo pure da lui indicazioni precise ed un plauso (anche per il mio dialetto che condisce la chiacchierata). Arriviamo a Pian del Bene e ci salutiamo. Loro si fermano a cercar funghi, io proseguo verso il monte Ario.

Ci sarebbe la variante bassa che evita questa breve ascesa, ma non ci penso neanche (qui ci sono indicazioni molto precise). La cima dell’Ario è lì, ben visibile. Mentre salgo sul sentiero che taglia il prato, ripenso a Pietro e al suo coraggio. Anch’io voglio affibbiarli un soprannome: Pietro il Grande. In cima ai 1755 metri del monte Ario c’è una croce di ferro ed il sentiero, ben segnalato, continua in discesa verso l’Alpe di Pezzeda. Qui, sul muro del rifugio Blachì 2, c’è una lapide in ricordo di Silvano Cinelli. Il suo sentiero continua ora su una stradina sterrata e punta verso il Maniva. Il problema è che a me queste stradine ingannano, forse perché un po’ mi annoiano e mi lascio trasportare. Spesso mi chiedono (e, più raramente, mi chiedo) come faccia a camminare da solo per qualche ora: “Ma non ti stufi?”. No, ci sono tante cose da fare (controllare il sentiero, scattare qualche foto, bere e mangiare, pianificare a spanne la giornata, godersi la montagna). Per non parlare delle cose a cui posso pensare, perché questi momenti di equilibrio perfetto sono ideali per riflettere, fare bilanci e progetti. A volte questa meditazione prende il sopravvento e va a finire che sbaglio strada, come in questo caso. Seguo la strada che scende verso Collio, ammiro un gruppetto di cavalli, mi spavento di fronte ad un maiale selvatico che scambio per un cinghiale. E subito dopo mi imbatto in una baita. Ci sono tre uomini in piedi sul balcone. Sembra quasi che stessero aspettando me, perciò chiedo loro ragguagli sul 3V (“Torna indietro che hai sbagliato!”) e sul cinghiale (“Era un maiale, limù! Ce n’è un altro qui intorno”). Io che non ho mai avuto un cane né un gatto e che vivo nel centro di un piccolo paese, sto imparando a conoscere gli animali, ad apprezzarne la silenziosa compagnia. Perciò, felice di questo breve errore di percorso (ho allungato la tappa di una trentina di minuti), risalgo per la stradina e trovo il tornante “incriminato”: ci sono una specie di vasca ricolma d’acqua ed i cartelli che mi indirizzano di nuovo sul 3V.

Il sentiero prosegue pianeggiante, con qualche breve su e giù. Arrivo al Passo di Prael e tiro dritto, lasciando la variante alta per la Corna Blacca sulla destra. La farò due settimane dopo, con meno chilometri sulle gambe, uno zaino più leggero e senza i bastoncini. Questa variante è “riservata” agli esperti, quindi prima di farla ho chiesto delucidazioni ad Emanuele Cinelli, uno che il 3V lo fa ad occhi chiusi. Emanuele mi ha rassicurato ed aveva ragione: il sentiero è a tratti ripido, impegnativo, ma mai dissestato o pericoloso. Bisogna fare molta attenzione, io l’ho affrontato con calma prendendomi un pomeriggio tranquillo. In qualche occasione, sia in salita che in discesa, ho appoggiato le mani alle rocce o agli alberi per avere un equilibrio migliore, però non ho mai corso rischi. Questa è sempre la mia priorità. Perciò, durante il 3V, ho evitato questa “cresta” proseguendo verso il Passo delle Portole. Ai piedi di Cima Caldoline c’è un piccolo altare per le funzioni religiose (come quella cui avevo partecipato nel 2005, proprio qui con la mia famiglia), una lapide in memoria di Tita Secchi ed un bivacco intitolato allo stesso partigiano bresciano. La capanna, che contiene dei tavoli, un lavandino ed un piccolo angolo cottura, non è in ottime condizioni: per il tempo che passa ed anche per qualche incomprensibile gesto di vandalismo. Il gruppo alpinistico Amici di Cima Caldoline ha organizzato una raccolta fondi e presto inizierà dei lavori di ristrutturazione. Continuo a camminare fino ai vicini passi del Dosso Alto e del Maniva. Al primo, imbocco verso sinistra la stretta strada asfaltata del Baremone (senza fare la variante alta che porta in vetta al Dosso Alto: impegnativa ma fattibile la salita, la discesa richiede una buona esperienza alpinistica). In venti minuti sono ai 1650 metri del passo Maniva: l’orario (10.30) è quello giusto per una bella merenda al ristorante Dosso Alto. Fetta di torta, bombolone e pinta di radler (che, per chi non lo sapesse, è la bevanda ufficiale della montagna: un mix di birra e lemonsoda). Il tempo non è dei migliori, non fa freddo, ma quei nuvoloni promettono acqua. Perciò mi fermo poco più di un’ora e riparto per la prossima tappa. Prima, però, avverto il rifugio Cimosco di Plan di Montecampione (“Arriverò per le 17, tenetemi un posto”) e do un’altra occhiata a Bagolino. Questo panorama mi emoziona sempre, perché lì è nata mia nonna e la mia passione per la montagna. È strano pensare che sono arrivato qui sul Maniva a piedi, partendo da Brescia. Mi suonava più normale quando, qualche anno fa, ero passato da queste strade in bici prendendo il via da Isorella. Questi pensieri mi fanno star bene, sono felice!

Forse fin troppo contento. Fatto sta che per un attimo, dopo l’albergo Bonardi, quando la mulattiera biancazzurra sbuca sulla strada, perdo la traccia. Mi basta poco per ritrovarla. Torno indietro, camminando sulla strada verso il Bonardi, ed incontro il segnavia del 3V che sale verso il Passo Dasdana, riconoscibile per la presenza della baita degli impianti sciistici. Il merito è anche di una coppia al volante di una Panda 4X4 vecchia maniera. Le persone che guidano queste Fiat sono una garanzia di esperienza in montagna ed infatti non sbagliano a mostrarmi il sentiero che risale il pendio del Dasdana. In alternativa, dopo il Bonardi si può rimanere sulla strada, fare un tornante verso sinistra, uno verso destra ed un altro verso sinistra per poi trovare sulla destra l’imbocco del Tre valli. In ogni caso, raggiunta la baita dell’impianto sciistico del Dasdana, proseguo sulla stradina sterrata che mi porta di nuovo ad incrociare la strada asfaltata. Qui ci sono indicazioni chiare: lascio sulla mia destra l’impegnativa variante alta per il monte Colombine e scendo a sinistra lungo la strada. Al primo tornante, giro a destra ed è di nuovo strada sterrata, abbastanza ampia ed in discesa. Tutti ingredienti che, insieme ai nuvoloni, mi mettono voglia di correre. Perciò allungo il passo quel tanto che basta per sentire un po’ d’aria che mi spettina ed il cuore che pulsa forte. Bella storia! La sensazione più intensa che possa provare in montagna è questa! Meglio di un panorama, di una cima raggiunta: per me è questa la libertà. E poi ci sono gli incontri, le amicizie, tante in questa lunghissima giornata.

Raggiungo un escursionista e mi fermo con il fiatone. “Come va?”. È l’inizio di una chiacchierata lunga almeno un’ora. Il tempo si ferma, quello meteorologico lo dimentico. Non posso aver paura né fretta accanto a Sergio. 52 anni, di Collio, capelli e barba corti, grigi e ben tenuti. Innamorato della montagna, anche lui cammina spesso da solo. Senza paura e con la massima attenzione. Sergio è minuto di statura, tant’è che il suo zaino pare ancora più enorme di quanto sia in realtà. Un passo dei suoi equivale a due dei miei, che sono alto un metro e novanta: “Ma giochi a basket?!”. Uso molto il dialetto dialogando con lui e Sergio mi dice che il mio accento gli ricorda vagamente quello di Bagolino. Può essere, del resto gli zii e i cugini bagossi lo parlano spesso ed io li ascolto molto volentieri. Anche Sergio, che sento sempre più come un amico di vecchia data, ha alcuni parenti a Bagolino, che lui chiama “Bagolandia”, perché il borgo del carnevale storico, quello dei maschér e dei balarì, è sinonimo di divertimento ed allegria. Sergio ha percorso il sentiero che arriva da Collio, è diretto al bivacco Bassi dove passerà la notte, domani tornerà indietro quel tanto che basta per raggiungere il bivacco Grazzini ed il giorno successivo scenderà a Bagolandia. Incontriamo quattro bagossi in allenamento: vestiti leggeri e passo svelto. Sergio li saluta e ci scambia due parole, anche io ne riconosco uno. Sì, dev’essere proprio lui, Luca, l’atleta con il quale ho corso l’ultimo tratto della Bagolino Alpin Run. Sono passate tre settimane dalla gara di corsa in montagna di Bagolino e mi ricordo bene di lui. Il motivo è molto semplice. Ho sentito tantissimi incitamenti stando al suo fianco: un “Forza Luca!” dietro l’altro. Non erano per me, ovvio che fossero per lui che correva in casa. Perciò, quando lo incontro prima di raggiungere il passo delle Sette crocette, gli racconto quest’episodio e ci facciamo due risate. Arrivato al passo, inizia a sgocciolare. Metto il copri zaino e tiro dritto. Dopo il passo del Crestoso (appena sopra i duemila metri), saluto Sergio a malincuore. I nostri sentieri si separano: lui è quasi arrivato al Bassi, io ho ancora due ore abbondanti di cammino. Il sentiero è in discesa ed attraversa una valle tagliata da un torrentello.

Dev’essere la Val Rosellino con una malga omonima, adibita a bivacco e circondata dal nulla. Incontro vacche, cavalli, capre ed un gruppo di persone dirette al Bassi, alle quali raccomando di salutarmi Sergio. Attraverso il torrentello appena sotto una piccola e splendida cascata e continuo sul sentiero in leggera discesa. Arrivo al Rifugio Rosello, entro e vengo attratto dal tepore del camino acceso, ma preferisco uscire subito e continuare a camminare. Del resto il cielo è sempre più minaccioso. Due gocce diventano presto un temporale, perciò cerco riparo e trovo una stalla. Per fortuna la tettoia di quest’edificio mi permette di non entrare nella “casa” delle vacche, ora assenti, ma di sostare al suo fianco senza bagnarmi. Sono le 16. Quanto durerà la pioggia, ora così battente? In montagna non si può mai sapere quando smetterà, perciò mi metto comodo, mi copro e mangio un panino. Faccio il segno della croce e ringrazio Gesù per quanto mi sta regalando, poi chiedo ai miei angeli custodi di proteggermi ancora. Sto iniziando a pensare che posso farcela, il mio corpo si sta abituando alla grande ed il mal di spalle di ieri sembra un lontano ricordo. Ho superato la metà del 3V, penso al traguardo, ma devo rimanere concentrato.

La pioggia rallenta, allora mi scopro e riparto verso le 16.30, quando il temporale è ormai cessato. Ancora due passi in salita su un’ampia stradina sterrata e poi mi appare Plan di Montecampione, illuminato da un tiepido sole. È una bella sensazione, sono alla fine della tappa odierna. Mi stupisco nel vedere il villaggio di questo paese, una fila di case tutte uguali addossate una all’altra, e mi butto in discesa seguendo il 3V. Raggiungo un turista: chiamiamolo così perché è in vacanza a Montecampione ed ora sta facendo una passeggiata col suo cane, Balù, ed anche perché non ci presentiamo, tanto ci saremmo rivisti la sera al rifugio Cimosco per una birra e per continuare un discorso molto interessante. Questo turista, un uomo sui 45 anni in vacanza con la famiglia, abita a Milano, ma da piccolo trascorreva le sue vacanze a Remedello, a due passi dal mio paese, Isorella. L’ultimo quarto d’ora della mia tappa lo passo con lui ed i suoi ricordi nostalgici che mi riportano agli anni ’80, quando la Bassa bresciana era ancora un’area agricola e pacifica. Terreni da coltivare, bestiame, più trattori che macchine. Racconti simili a quelli dei miei genitori, dei nonni. Lunghi giri in bicicletta, una mano agli zii contadini, un paese piccolo in cui tutti conoscono tutti. Ora anche Isorella e Remedello sono urbanizzati ed industrializzati, posso immaginare Milano. Naturale che lui e la sua famiglia cerchino un po’ di tranquillità almeno in vacanza. “Ecco, tu devi andare a destra, io invece proseguo a sinistra” mi spiega. Sono arrivato e lo saluto, peccato che poi la sera non si presenti al rifugio. Entro al Cimosco, sono le 17 in punto come avevo lasciato detto. La puntualità prima di tutto.

I tre gestori del rifugio, due signori ed una ragazza, mi accolgono col sorriso. “Quella è la camera, lì c’è la doccia”. Mi lavo, faccio stretching e poi mi sdraio un attimo. Siamo a 1800 metri, però c’è il wi-fi: due messaggi a casa, a parenti ed amici, una foto su instagram. Poi arriva Nicola, una grande amicizia che il 3V mi ha regalato. Nicola ha 24 anni e le idee chiare. Si è appena licenziato perché il lavoro d’ufficio non fa per lui. È biotecnologo, sogna un posto migliore, da ricercatore possibilmente. Ci penserà fra qualche giorno. Adesso è sulle orme del sentiero biancazzurro. Ne ha percorso un tratto, domani ne camminerà un altro. Per vedere com’è, farsi un’idea, fotografare marmotte e volatili, anche per allenarsi. Poi, spero presto, toccherà pure a lui provarci. Ha il manuale del 3V, un’ottima conoscenza dei punti-chiave da raggiungere; gli manca qualche ora di cammino nelle gambe e poi ce la farà. Parliamo di questo, ci scambiamo consigli e punti di vista. La cena è una perla del rifugista. Squisito il risotto al bagoss. Poi giochiamo a carte. Briscola, scopa, rubamazzetto. Vince sempre Nicola. Del resto, conveniamo, io ho avuto una giornata molto fortunata, lui decisamente meno (alcune indicazioni sbagliate gli hanno allungato il cammino di qualche ora). Ora la sorte sta rimettendo in equilibrio le cose! Non ho proprio voglia di andare a letto stasera, l’adrenalina di una giornata così positiva mi tiene sveglio. Altre chiacchiere, stavolta con i rifugisti che ci spiegano il sentiero per domani. Parliamo anche del più e del meno, la compagnia è ottima. Poi buonanotte, ma domattina la sveglia suonerà tardi.

L’inconfondibile passo delle Sette Crocette

 


Prosegue in “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte terza

“Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte prima


Ricevo e ben volentieri pubblico (dividendolo in tre puntate) il lungo racconto dell’amico Luca relativo al suo recente viaggio lungo le tracce del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Una cinque giorni intensa da rivivere e condividere attraverso questo racconto ricco di particolari, coinvolgente e… istruttivo!

Tutte le foto sono dello stesso Luca, scattate durante questo cammino.


Il Sentiero delle Tre Valli Bresciane secondo me

INTRODUZIONE

Non ricordo quando ho sentito parlare per la prima volta del Sentiero delle Tre Valli bresciane, la val Sabbia, la val Camonica e la val Trompia, ma, completandolo da Brescia a Urago Mella, ho toccato alcune località che ho frequentato spesso, anche da bambino. Il pensiero corre subito a quella giornata trascorsa al Passo del Maniva con la mia famig

lia: mio fratello, i genitori e pure i nonni materni. Era il 2005, avevo 16 anni, dal Maniva avevamo camminato sino al Passo delle Portole, sotto cima Caldoline, poi ci eravamo fermati per la Messa e per un pranzo al sacco alla capanna Tita Secchi. Uno dei ricordi più belli della mia vita. Quindi il momento più emozionante del mio 3V è stato proprio questo: ritornare in quel luogo così rievocativo e poi guardare giù, dal Maniva verso Bagolino, il paese di mia nonna, di molti parenti e dove ho trascorso diverse settimane in vacanza sin da piccolo.

Due anni fa, nel 2015, ho iniziato a frequentare sempre più spesso il monte Maddalena ed a partecipare a qualche “gara” di corsa in montagna (fra virgolette, perché per me sono delle gite in compagnia), così ho scoperto i segnavia biancazzurri sul colle di Brescia, sulla Punta Almana, sul colle di San Zeno, sul Pizzo Cornacchia, sui Campiani e sul monte Picastello. Ancora non bastava per decidermi ad intraprendere questo lungo sentiero, mancava qualcosa, che è arrivato quest’estate grazie a Emanuele Cinelli, figlio di uno dei creatori del 3V, Silvano. Il sentiero, infatti, è stato intitolato proprio a alla sua memoria. Anche Emanuele ha contribuito alla nascita dell’itinerario che attraversa le montagne della nostra provincia ed ancora lo mantiene in vita aggiornando il suo sito con tante informazioni utili (Mondo Nudo – Sezione 3V) e con alcune iniziative. Proprio da una di queste è nata la mia voglia di 3V.

Quest’estate Emanuele ha provato a completare il sentiero biancazzurro con una tappa unica. Il mio amico Giovanni, compaesano e guida di molte escursioni, me l’ha fatto notare e quando lui, così esperto, mi parla di montagna fa presto a trasmettermi la sua grande passione. Qualche giorno dopo stavo già scrivendo ad Emanuele per avere più informazioni possibili. Cinelli, gentile e disponibile, si è rivelato una vera miniera di consigli e con le sue indicazioni mi ha accompagnato sino al termine del cammino. Nel frattempo ho letto le informazioni del percorso sul sito del Cai di Brescia per farmi un’idea di cosa mi attendeva. Come facevo a scuola, ho preso appunti: ho preparato dei riassunti da portare con me, per consultarli qualora avessi avuto dei dubbi. Ho anche guardato le mappe, l’altimetria ed ho steso un programma di massima. Ho deciso subito che avrei provato a seguire il sentiero originale, senza varianti basse né alte (“riservate” agli esperti, quindi non a me). Ho camminato da solo: sono abituato a non avere compagnia in montagna e la cosa non mi pesa, anzi. Sapevo di non passare da punti particolarmente difficili, esposti o isolati; ma, al contrario, da percorsi battuti da molti camminatori, specie nella settimana di Ferragosto. Questo ha tranquillizzato sia me, sia la mia famiglia. Anche perché non avevo nessuna fretta e nemmeno nessuna ossessione di arrivare al traguardo. Due notti di fila nei rifugi o nei bivacchi sarebbero già state per me una prima volta, una novità assoluta e quindi una conquista già sufficiente per rendermi felice e pronto a tornare a casa senza rimpianti. Mi bastava provarci, affrontare un giorno per volta e godermela.

Ho atteso il giorno giusto per partire, mi sono “allenato” un po’, anche se per me uscire a correre o andare in montagna è solamente un divertimento. Quando ho sentito di essere pronto, domenica 13 agosto 2017, ho fatto lo zaino e all’alba del giorno seguente sono partito. Ho portato con me il sacco a pelo, il tappetino e qualche scorta alimentare, perché sul percorso ci sono molti bivacchi e volevo essere pronto a passare una notte anche lì se la stanchezza o il maltempo mi avessero fermato prima di arrivare in uno dei tanti comodi rifugi presenti sul 3V.

 

GIORNO 1: L’inesperienza

Lunedì 14 agosto mi sono svegliato quando la mia Isorella, nella Bassa bresciana, era ancora al buio. Ho fatto una colazione abbondante ed ho chiesto alla mamma di accompagnarmi a Brescia. In auto, ho lasciato che fosse la radio a scegliere qualche canzone per me. Ho fatto bene, a metà strada è partita “Self control” di Raf. Bellissima canzone, un invito a mantenere sempre l’autocontrollo.

Ho iniziato a camminare alle 6.30 da via san Gaetanino, dove un cartellone indica la partenza del 3V. La prima salita, verso il monte Maddalena, è stata la più difficile, non perché fosse ripida o tecnica, ma poiché mi ha colto alla sprovvista sotto molti punti di vista: lo zaino pesante, che raramente ho portato e per questo mi causava mal di schiena; il passo molto più lento del solito, obbligatorio vista la lunghezza del sentiero; la fretta di mettersi alle spalle i chilometri; forse anche un po’ di pensieri, come “ora che sono finalmente partito, cosa troverò?”. Tutte queste preoccupazioni se ne sono andate poco per volta, mentre mi allontanavo dal conosciuto Maddalena per iniziare a camminare su sentieri per me nuovi. La presenza costante dei segnavia biancazzurri mi ha subito rassicurato: la prima parte fra le case costruite sulle pendici della montagna bresciana, poi sulla strada, passando accanto a San Gottardo, infine il sentiero che mi ha portato in cima al Maddalena, fino al vecchio rifugio ormai abbandonato. Poi la stradina pianeggiante in “cresta”, prima della discesa verso il Colle di san Vito. Qui le chiare indicazioni mi hanno spedito giù verso Nave, dove sono rimasto stupito di trovare così tante tracce biancazzurre anche fra le vie del paese. Prima di iniziare la salita verso il Santuario della Madonna di Conche, mi sono fermato per mangiare un panino.

Le pendenze e l’ampia mulattiera sono abbastanza agevoli sino alla chiesetta di Sant’Antonio, poi il 3V prosegue con un sentiero meno ombreggiato. La salita mi piace, mi sento bene, trovo il mio ritmo, faccio qualche fotografia e appena prima del mezzogiorno sono al santuario. Chiedo ai gestori del rifugio di aggiungere un posto a tavola e mi preparo per il pranzo. Mi riservano uno spazio libero con tanto di nome e cognome: sul primo ci siamo, sul secondo un po’ meno e divento Luca Rigamonti… questa storpiatura non l’avevo mai sentita! Sono seduto accanto ad una compagnia di signori sulla cinquantina: diventiamo ben presto amici ed uno di loro, che ha fatto il 3V, mi dà diversi consigli. Parliamo di montagna mentre mangiamo la pasta al ragù e le scaloppine, che io infilo dentro due panini. Arrivano i pomodori ed un signore chiede qualche spicchio di cipolla, poi fa assaggiare anche a me questa accoppiata che è il suo piatto di verdura preferito. Ci sono anche la torta ed il caffè, poi ci viene offerto lo spumante da un cliente che festeggia i cinquant’anni. Pensa te che fortuna, proprio oggi! Sono già le 14: due ore sono volate grazie a questa ottima compagnia. Il gestore del rifugio mi regala la cartolina del santuario, sua figlia ci aggiunge il timbro del 3V. Sono pronto per ripartire, visito la chiesetta, guardo il panorama e poi via. Vorrei arrivare a Lodrino e cercare un posto dove dormire, ma la strada è lunga. Troppo.

Poco oltre questo santuario c’è l’Eremo di san Giorgio, in ristrutturazione. Due esperte signore stanno “rinfrescando” i dipinti al suo interno e mi invitano a ritornare più avanti. Proseguo ed inizio la discesa verso il passo del Cavallo che è addirittura segnata con delle balise arancioni (cioè dei nastri), reduci probabilmente da una gara di corsa in montagna. Non posso proprio perdermi. Poi si ricomincia a salire. Fa caldo, ma il sentiero è all’ombra. Passo accanto al recinto di un asinello e mi scatto un selfie con lui. Allungo di dieci minuti il sentiero per salire sul monte Prealba, dove campeggia una croce bianca: qui faccio merenda con una mela che mi sono portato da casa. La mela è il mio frutto preferito quando faccio sport. È dolce ed energetica, nello zaino non si sciupa ed è pure rinfrescante.

Riparto e poco dopo attraverso un bosco maestoso. Gli alberi sono imponenti e mi fanno sentire piccolissimo. Nonostante il sole, qui si sta al fresco. È tutto bellissimo, anche la baita delle Passate Brutte, circondata da un roccolo immenso. Qui abitano Luigi ed i suoi due cani. Lui, binocolo in mano, scruta le catene montuose. Il cielo, limpido, è ideale per il suo hobby. I cani cercano qualche carezza. Allora mi fermo. “Vuoi dell’acqua?”. Una bottiglietta di acqua frizzante era proprio quel che ci voleva. Luigi non vuole nulla, perché, dice, “è giusto così, lo faccio sempre”. “Vedi, quelli là in fondo sono i radar che sovrastano il Maniva, dove devi arrivare tu”. La distanza mi mette paura, ma non dimentico il mio motto: un giorno per volta, passo dopo passo. I cani mi rincorrono mentre riparto e mi accorgo che sono già passate le 18. L’entusiasmo del primo giorno non mi aveva più fatto guardare l’orologio e a Lodrino di posti a dormire non ce ne sono più, del resto, mi fanno notare, domani è Ferragosto. Non me lo ricordavo più. Il tempo s’è annullato quando sono partito, penso solamente a camminare e riposare, bere e mangiare, a nient’altro che non sia collegato con le mie sensazioni attuali: il sentiero mi ha catturato. Però non so dove dormire ed anche altre tappe intermedie, quelle che avevo programmato, si rivelano errate: ai rifugi dell’Alpe di Pezzeda non si può pernottare ed il bivacco della Chiesa di Santa Maria del Giogo apre solo per chi lo richiede in tempo. Il panico dura qualche secondo. Ho il sacco a pelo e posso dormire ovunque. Sono a 1300 metri, ma non fa freddo ed ho portato degli abiti pesanti. Però, avviandomi verso la Corna del Sonclino, dove c’è una croce ed inizia il saliscendi verso Lodrino, chiedo lo stesso ad un signore se fra quelle numerose case ci sia un bivacco, una specie di rifugio. “Vieni pure a dormire da me, sono solo e ne ho di letti!”. L’ospitalità non si rifiuta mai, così trovo accoglienza nella sua casupola, fra il cane, due asinelle, le oche e le galline. Sono felice, al settimo cielo. È venuta a galla la mia inesperienza, però non mi sono perso. Il 3V è segnato davvero alla perfezione in questo tratto iniziale. Perciò concludo la mia prima giornata al caldo del camino: ascolto le storie di chi mi ospita, guardiamo un film western, accarezzo il suo cane, Luna, e mi stupisco di come la gente di montagna posso essere schiva e al contempo offrire la propria casa ad un camminatore qualsiasi.


Prosegue in “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte seconda

Sorprese e premi per l’uscita VivAlpe del 24 settembre 2017


Tutte le foto sono di Attilio Solzi, cordialissimo e gentilissimo come sempre. Grazieeee!


Partiti dalle rispettive dimore con il freddo e la pioggia battente, in tre ci troviamo, dopo un viaggio in auto costantemente dominato da Giove Pluvio, al parcheggino dei Prati Magri. Quando ci mettiamo in cammino ancora piove sebbene con minor impeto e il cielo bigio non da segni di miglioramento. Passano dieci minuti e dietro la dorsale del monte appare un piccolo sprazzo di sereno, la pioggia lascia il posto a un debole sole, togliamo le coperture da pioggia e procediamo più leggeri. Altri quindici minuti e il sereno si è allargato, ormai siamo sui verdi, ehm, gialli, no marroni, no giallo-marroni, insomma sui pascoli dalle mille tonalità dell’autunno che ci accompagneranno fino alla vetta del Dosso Rotondo (essendo solo in tre decidiamo l’allungamento del percorso previsto).

L’erba riscaldata dal sole diffonde un bel tepore, una dopo l’altra nel giro di pochi minuti le mie vesti lasciano il corpo e finiscono nello zaino, tutte. Paola e Attilio, ancora indissolubilmente legati all’abito, restano in pantaloni e maglia: come faranno, li vedo palesemente oppressi dal calore e si lamentano del sudore che sgorga dai loro pori inumidendo le vesti e rendendole inutili alla difesa dalle qui presenti folate d’aria fresca, quelle folate che io, nudo e asciutto, avverto soltanto come piacevoli soffi dell’amico Eolo.

Saliamo veloci e in poco siamo alla vetta, poco sotto di noi un comodo rifugio ma la giornata invita a pranzare qui, all’aria aperta, seduti nell’erba, baciati dal sole. Dopo mangiato, re-indossato io pantaloncini e maglietta, scendiamo al vicino rifugio per un corroborante digestivo e facciamo la conoscenza con la simpatia della famiglia che lo gestisce. Riprendiamo la via della discesa, identica alla salita, io posso rimettermi a nudo. Il sole è stato ricoperto da una estesa coltre di nuvole, una luce diffusa mette in risalto i vari crinali che si estendono da qui al Monte Baldo, Attilio trova la sua ideale scenografia fotografica e, come già fatto in salita, usandomi come modello scatta a ripetizione decine di foto, mi coinvolge anche per un paio di filmati. Così, tra chiacchiere, fotografie e ammirazione dei panorami, quasi senza accorgercene arriviamo al bosco e poco dopo siamo al punto di partenza, contenti per la splendida giornata in montagna.

Come sovente accade, la natura premia gli intraprendenti!

Sentieri chiusi alle moto: danno da 137 milioni di euro!

#TappaUnica3V se ne riparla a giugno 2018


Nel 2016 sono arrivato a venti chilometri da Brescia ma rinunciando a tutte varianti alte da Lodrino in avanti, quest’anno mi sono arenato al quarantacinquesimo chilometro dopo averne percorsi una trentina con il retto femorale di ambedue le gambe in fiamme, ma, come già scritto,  ho la ferma intenzione di portare a conclusione il mio viaggio di TappaUnica3V. Avevo scritto che forse ci avrei riprovato ancora in questo 2017 e in tal senso, avvicinandosi la prima delle occasioni che potevo sfruttare (il fine settimana 1, 2 e 3 settembre), in questi ultimi venti giorni ho fatto, a distanza di dieci giorni uno dall’altro, due test molto importanti: prima una trenta chilometri (l’entusiasmante Traversata da sud del Guglielmo: 29 chilometri con 2413 metri di dislivello al calcolo GPS) in velocità (7 ore e 9 minuti), dove sono arrivato in fondo senza problemi di nessun genere, salvo qualche fitta al ginocchio sinistro nei primi dieci chilometri, e anche nei giorni a seguire il recupero è stato completo e immediato; poi una cinquanta chilometri (l’interminabile sali e scendi dell’Anello Alto del 3V: 46,5km con 4138m) effettuata in relativa tranquillità (18 ore e 10 minuti, più tre ore e mezza di sosta al Maniva, attuate al fine di arrivare sopra Bovegno a sole già levato per una più comoda individuazione di un percorso a me totalmente ignoto e apparentemente piuttosto complesso).

Cosa si è evidenziato dalla somma dei due test?

Innanzitutto il mio ottimo stato di forma e che il problema al ginocchio sinistro, quello specifico per cui ero stato anche dall’ortopedico, appare risolto, e questo mi ha reso ancor più difficile prendere la decisione definitiva; poi che ci sono nuovi e vecchi dolori alle ginocchia, dolori che vanno e vengono, dolori che si manifestano sia in attività che a riposo, dolori che, visti gli esami strumentali recentemente fatti e l’esito della visita ortopedica, devo attribuire agli acciacchi dell’età probabilmente intensificati dalla lunga attività alpinistica, non solo ma ci sono anche delle fitte alla schiena che compaiono quando faccio certi bruschi movimenti (complesso e tutto sommato inutile descriverli qui, riporto un solo esempio: quando reagisco ad una scivolata di un piede o a un inciampo), dolori, questi, che già erano parte di me ma che si presentavano raramente mentre ora sono molto più frequenti, seppur sempre occasionali; infine si evidenzia che dopo la cinquanta le ginocchia si fanno dure ogni qual volta rimango seduto a lungo e ci vogliono un paio di minuti di movimento affinché ritornino alla normalità. Evidente che, anche in ragione delle previsioni meteorologiche decisamente sfavorevoli, devo posticipare il nuovo tentativo, ma…

Studiando per bene la tabella di marcia rieditata in ragione di un calcolo tempi migliorato, impostando un orario di partenza che mi permetta di passare la parte alta in orario diurno (ormai la notte a quelle quote fa piuttosto freddo e c’è un tratto che durante la cinquanta ho capito essere meglio fare col chiaro) ne è risultato un orario di partenza che si sovrapponeva ai miei impegni di lavoro. Ho provato con vari orari di partenza ma sempre ne risultava che uno dei due tratti particolarmente complicati e relativamente pericolosi (variante alta al Dossone di Facqua oppure la variante alta all’Almana) finiva ad orario notturno e avrei dovuto rinunciarci. No, non voglio rinunciarci per cui ecco la decisione definitiva: se ne riparla a giungo 2018!

Sarà giugno per evitare il caldo trovato a luglio, ma, visti i miei impegni di lavoro, dovrà essere dopo la metà di giugno, ne risultano due sole possibilità, ovvero gli ultimi due fine settimana, imposto il primo in modo da avere il secondo come riserva qualora ci fosse brutto tempo, quel brutto tempo che, per motivi di sicurezza, impedirebbe la percorrenza delle due dette varianti alte (Dossone di Facque e Almana) ma anche quella del Dosso Alto e potrebbe mettere a rischio la salita della Corna Blacca, nonché di tutte le varianti da me individuate (che penso d’inserire nel percorso di TappaUnica3V) per prolungare la permanenza sul filo di cresta (in alcuni punti il percorso originale si discosta da questa senza una motivazione precisa) dato che sono su terreno vergine e/o molto inerbato.

Ricapitolando…

Il giro finale è di base programmato per il 22, 23 e 24 giugno 2018, come riserva è impostato il fine settimana dal 29 giugno al 1 luglio 2018 o, al limite, quello successivo 6, 7 e 8 luglio, resta ferma l’idea di partire quando tutte le condizioni sono al meglio.

Camminare in montagna: tecnica del cammino


Prosegue da… Le calzature.


 Premesse

  • Oggi molti escursionisti utilizzano i bastoncini i quali, però, comportano pochissime variazioni alla tecnica del cammino per cui li prenderò in considerazione solo per un capitolo a loro specificatamente dedicato. D’altra parte tale attrezzo dev’essere un ausilio e non un sostituto delle capacità fisiche e tecniche: l’escursionista prima di tutto deve saper camminare in modo naturale (ovvero senza bastoncini), poi, eventualmente, ne inserisce l’utilizzo.
  • Come base faccio riferimento alle esigenze dell’escursionista, a questo, come già detto, sovrappongo l’avvicinamento al trail, quindi prendo in considerazione anche la corsa ma non in maniera esclusiva e soprattutto non ai fini agonistici, nell’ambito dei quali alcune cose potrebbero cambiare, alcune violazioni alle indicazioni, regole se vogliamo, che andrò a definire sono tollerabili o addirittura necessarie.
  • Della postura ne ho già ampiamente parlato (“La postura”), qui, pertanto, richiamo solo l’indicazione generica di base: il corpo dev’essere sempre il più possibile eretto senza spezzarsi a livello dei fianchi (busto inclinato avanti rispetto alle gambe) o delle ginocchia (arretramento accentuato del busto).
  • Se leggendo scoprite di dover correggere qualcosa, lavorate su una sola cosa alla volta: sarà più semplice e, alla fine, risulterà più veloce di un lavoro contemporaneo su più aspetti.

Uso dei piedi

  1. Anche se in particolari situazioni di terreno ci si dovrà comportare in modo diverso, di principio i piedi devono essere sempre il più possibile dritti verso l’avanti in modo da occupare il minor spazio possibile, facilitare il passaggio del piede a fianco della gamba anche quando un sentiero molto scavato o la presenza di folta vegetazione limitano alquanto lo spazio disponibile, permettere alle ginocchia e alle anche di lavorare nel migliore dei modi senza disperdere energia in rotazioni e senza indurre un precoce logorio dei relativi giunti ossei e legamenti, generare una rullata (ne parlo poco più sotto) completa, sfruttare al massimo la spinta del piede.
  2. Per una massima presa sul terreno i piedi devono attuare un appoggio completo, ovvero, indipendentemente dalla pendenza su cui stiamo procedendo (con l’eccezione di inclinazioni particolarmente rilevanti), all’interno della rullata dev’esserci un momento più o meno lungo (questo è inversamente proporzionale alla velocità della progressione) in cui tutta la pianta del piede, sia quello a valle che quello a monte, è a contatto con il terreno.
  3. Da sempre mi chiedo come mai talvolta si trovino tracce che hanno la larghezza di un solo piede: qual è la strana motivazione che induce alcune persone a camminare ponendo un piede davanti all’altro? Non ha senso, si peggiorano l’equilibrio e la reattività: i piedi devono essere categoricamente alla larghezza delle anche, con l’eccezione, per l’appunto, della situazione accennata sopra (tracce monopiede) quando, volenti o nolenti, siamo costretti a mettere un piede davanti all’altro.

Pronazione e rullata

Per pronazione s’intende il movimento di rotazione della caviglia attuato durante la rullata, che è il movimento del piede dal momento di appoggio al momento di stacco. Molti gli studi fatti nell’ambito della corsa, dove pronazione e rullata giocano un ruolo importante, più difficile trovare quelli relativi al cammino (che comunque ci sono), tutti individuano e distinguono diverse tipologia di pronazione e di rullata, meno accordo esiste sulla definizione di rullata naturale e sui vantaggi e svantaggi delle varie modalità. Dando ragione alla maggioranza (anche se la storia insegna che non sempre è la maggioranza ad aver ragione: vedi le teorie sulla forma del nostro pianeta o sulla formazione del sistema solare o ancora, in tempi più recenti, sulla scindibilità dell’atomo, sull’innocuità degli antibiotici, le continue variazioni d’idea sui sistemi alimentari e via dicendo) possiamo ritenere che, quantomeno nel cammino, la rullata più naturale sia quella che inizia dall’appoggio centrale o leggermente esterno del tallone, con rotazione latero-longitudinale (ellittica) sulla caviglia passa per la messa a terra dell’intera pianta e, continuando la rotazione sulla caviglia aggiungendovi la flessione dell’articolazione delle dita, finisce con l’appoggio spinta di queste ultime, in particolare dell’alluce (non per niente più grande e avanzato delle altre dita) che è l’artefice ultimo della spinta avanti.

Le variazioni alla pronazione e alla rullata naturali sono diverse, comunque tutte riconducibili a poche situazioni limite.

Variazioni di pronazione

Quando il piede tende a lavorare solo sulla parte interna si parla di iperpronazione, quando, al contrario, il piede lavora esclusivamente sull’esterno si parla di ipopronazione o supinazione. Ambedue le situazioni potrebbero favorire le storte, ma soprattutto generare sovraccarichi su alcune zone della nostra catena strutturale, in particolare a caviglia, ginocchia e anche.

Le variazioni di pronazione sono quelle più rilevanti ai fini del cammino, quelle che, sebbene si allarghino sempre più i pareri contrari (e favorevoli al mantenimento di una rullata spontanea anche se poco “naturale”: alla fine non è forse vero che ciò che avviene in via spontanea e ovviamente anche naturale?), andrebbero prese in maggiore considerazione quando si decide l’acquisto di una scarpa da trail o da corsa, i due ambiti dove è possibile trovare calzature appositamente studiate in ragione del tipo di pronazione, oppure di un sottopiede (molti sono appositamente progettati per “correggere un difetto di appoggio”).

Variazioni di rullata

Riguardano l’appoggio che inizia sull’avampiede o addirittura sull’attaccatura delle dita anziché sul tallone, con un successivo passaggio per un appoggio più o meno totale della pianta. Salvo i casi più estremi (tipo persona che cammina solo sui talloni o solo sulle dita) e che richiedono necessariamente l’intervento di specialisti, sono meno condizionanti ai fini del cammino e della scelta delle relative calzature: ad oggi non ancora differenziate in tal senso anche se la ricerca e il mercato delle scarpe da corsa si stanno interessando all’appoggio anteriore (inizio rullata dall’avampiede), molto utilizzato dai corridori originari di zone dove le popolazioni camminavano o camminano a piedi scalzi (pertanto da alcuni ritenuto più naturale).

Dal punto di vista della tecnica di cammino possiamo in tal discorso rilevare l’importanza di mantenere sempre attive tutte le fasce muscolari della caviglia, unico modo per prevenire le storte, risultato a cui possiamo arrivare solo attraverso la consapevolezza del cammino, magari favoriti dall’utilizzo di calzature basse che rendono più facile percepire la tensione della caviglia. Altri due piccoli appunti riguardano la salita e la discesa molto ripide: nel primo caso, specie se dobbiamo sfruttare piccole zolle o piccoli appoggi su roccia, il lavoro del piede potrebbe arrivare a limitarsi alla sola parte anteriore (la flessibilità della caviglia ha comunque un limite e ad un certo punto diviene quantomeno difficile o impossibile mantenere tutta la pianta a contatto con il terreno); nel secondo, specie quando il terreno si fa scivoloso (fango, ghiaietto, sassi mobili, con qualche limitazione anche l’erba), potrebbe essere conveniente iniziare l’appoggio con l’avampiede invece che col tallone (in tali situazioni l’appoggio di tallone comporta inevitabilmente la tendenza a scivolare verso valle, che invece viene contrastata dall’appoggio immediato dell’avampiede).

Il passo

Per avanzare dobbiamo necessariamente porre un piede avanti l’altro, ovvero compiere dei passi, ma come vanno fatti? Potrà sembrare banale eppure è facile osservare atteggiamenti errati, ecco quelli giusti.

In piano

Queste indicazioni sono ovviamente la base necessaria per un efficiente cammino anche in salita e discesa.

  1. I piedi non vanno buttati uno avanti l’altro (se, in salita, riusciamo a farlo è perché di base abbiamo una postura errata: troppo arretrata): il piede in avanzamento va staccato da terra (sfruttando la spinta delle dita), alzato un poco dal terreno e portato avanti con un costante controllo del movimento; in pratica i piedi devono compiere un arco abbastanza evidente e non una traslazione pressoché lineare.
  2. Anche se è naturale farlo lo metto comunque in debita evidenza: nella fase centrale del passo, quando ambedue i piedi risultano appoggiati a terra, uno avanti e uno indietro, il nostro peso è equamente distribuito tra le due gambe, per spostare il piede più arretrato dobbiamo innanzitutto scaricarlo e lo facciamo spostando il bacino (e il busto) sulla verticale del piede più avanzato, in tal modo l’intero nostro peso è supportato dalla gamba che resterà ferma e l’altra potrà liberamente staccare il piede da terra e, momento in cui dovremo rimanere in equilibrio su una sola gamba, portarlo avanti. In pratica la sequenza di un passo è formata da: appoggio – rullata – spostamento del peso – avanzamento della gamba scarica – appoggio – rullata e via di seguito.
  3. Tenete sempre presente che l’usuale sequenza di cammino piede destro – piede sinistro – piede destro – piede sinistro e così via nel cammino in montagna non è una condizione assoluta, talvolta è necessario o conveniente spostare per due o tre volte lo stesso piedi prima di spostare l’altro.

In salita

  1. In salita, specie se ripida, ad ogni passo dobbiamo sollevare verso l’alto il nostro corpo, più il passo è lungo e/o più aumenta la pendenza più è ampio il sollevamento da effettuare, di conseguenza maggiore lo sforzo che dobbiamo fare. Per contenere la fatica dobbiamo quindi fare passi corti, sempre più corti con l’aumentare dell’inclinazione, per arrivare ad essere cortissimi quando si devono risalire saltelli rocciosi: qui anche, quando sarebbe possibile farlo in relazione alla lunghezza delle nostre gambe, bisogna resistere alla tentazione di superarli con un unico alto passo (deleterio ai fini della resistenza dei nostri quadricipiti), al contrario osserviamo per bene il gradino guardando anche ai suoi lati, individuiamo ogni possibile appoggio anche se molto piccolo e sfruttiamolo per salir