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Computare il tempo di percorrenza di un sentiero escursionistico


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In questi ultimi quattro anni, nel contesto degli allenamenti di TappaUnica3V, quindi sull’esperienza pratica data dalla recente percorrenza di almeno un centinaio di sentieri per migliaia di chilometri e decine di migliaia di metri di dislivello, nonostante la diffusa regola dei trecentocinquanta metri di dislivello all’ora, ho rilevato una notevole disparità nei computi dei tempi di percorrenza dei sentieri: talvolta le indicazioni risultano essere molto abbondanti mentre altre volte ci si sta dentro a mala pena. Perché?

In prima battuta ho formulato le seguenti ipotesi:

  1. volontà di mostrarsi più forti tabellando in modo molto stretto i percorsi;
  2. calcolo dei tempi mediante l’effettuazione pratica del percorso procedendo al proprio passo anziché vincolarsi alla detta andatura di riferimento;
  3. calcolo dei tempi mediante l’effettuazione pratica del percorso con una cronometrizzazione imprecisa;
  4. differenziato metodo di gestione delle fermate (chiaro che le soste vadano escluse dal computo): chi le inserisce, chi le esclude;
  5. calcolo teorico dei tempi basato su velocità differenti (è noto che alcuni, in effetti, computano il dislivello in quattrocento metri all’ora e altri in trecento).

0389_ph-fabio-corradini_edFatte alcune prove pratiche, pur non scartando nessuna delle suddette ipotesi (che probabilmente compartecipano nell’aggravare la situazione), ho optato per l’idea che l’errore sia più che altro nella convenzione stessa: l’utilizzo del solo dislivello risulta fuorviante e da luogo a calcoli imprecisi, innanzitutto perché è difficile per il camminatore, pur ricorrendo a sistemi di tracciamento GPS, stabilire in tempo reale e con precisione quale sia la sua velocità in forma di dislivello all’ora, poi perché, a parità di dislivello, c’è notevole variazione di tempo tra percorsi dove domina il dislivello (lo si guadagna più rapidamente) e quelli dove domina la lunghezza (si sale più lentamente), tra percorsi sulla linea di massima pendenza (rendono di più in ragione del dislivello) e quelli con diagonali più o meno lunghi (rendono anche molto meno in ragione del dislivello), tra percorsi con unica salita (quota massima meno quota minima e il dislivello è quello) e percorsi dove si alternano salite e discese (di fatto è impossibile computarle con precisione tutte nemmeno utilizzando le carte più dettagliate o i migliori software di tracciamento). In alcuni casi l’aumento di velocità lineare riesce a compensare la situazione e i metri guadagnati in un’ora sono pressoché similari, in altri casi tale compensazione non è raggiungibile, vuoi perchè si dovrebbe aumentare troppo la velocità lineare, vuoi perché l’essere in diagonale non comporta necessariamente l’avere una pendenza media inferiore a quella di una progressione sulla linea di massima pendenza e, quindi, non determina necessariamente un possibile aumento della velocità lineare.

IMG_9643Dal momento che ho pubblicato e continuerò a pubblicare su questo blog relazioni escursionistiche, m’interessava arrivare ad una soluzione e così ci ho studiato sopra e, dopo diverse sperimentazioni, sono arrivato alla conclusione che l’unico modo possibile per poter dare una tempistica attendibile sarebbe quello di usare la velocità lineare facendo riferimento alla lunghezza reale del percorso. Purtroppo non è una metodica praticabile visto che non è semplice misurare direttamente la lunghezza reale e, visto che nessun percorso presenta un’inclinazione costante, non lo è nemmeno il calcolarla in via indiretta attraverso il teorema di Pitagora. Fortunatamente è possibile semplificare facendo riferimento alla sola lunghezza piana visto che, per le distanze (inferiori ai venticinque chilometri) le pendenze tipiche dell’escursionismo (inferiori ai quaranta gradi), la differenza tra le due non è poi tanto rilevante: se a sessanta gradi è pari a un non trascurabile cento percento (ovvero per un chilometro di lunghezza piana corrisponde a due chilometri di lunghezza reale), a quarantacinque gradi già si riduce ad un meno rilevante quaranta percento (un chilometro di lunghezza piana corrisponde a millequattrocento metri di lunghezza reale), a trenta gradi diventa un poco rilevante quindici per cento (da mille a mille e centocinquanta metri) e a quindici gradi si riduce ad un trascurabile tre percento (da mille a mille e trenta metri).

Si potrebbe obiettare che cambiando la pendenza cambia la velocità di progressione. Vero, ma, intanto la cosa ha effetto anche utilizzando il dislivello come parametro di calcolo, poi l’escursionista accorto dovrebbe procedere ad una velocità costante pari a quella che è in grado di mantenere a lungo sulle forti pendenze (metodica che permette di recuperare senza fare fermate sfruttando i tratti pianeggianti, anche brevissimi, che sempre si trovano all’interno dei percorsi, anche quelli più ripidi), cosa complessa da fare se si usa la velocità in dislivello che, come abbiamo già visto, è pressoché impossibile da percepire anche con grande esperienza di montagna e non è fornita in tempo reale dagli strumenti GPS (almeno allo stato attuale della tecnologia), ma molto facile se si usa la velocità lineare, sicuramente percepibile da chiunque e quasi perfettamente rilevabile in tempo reale mediante gli strumenti elettronici GPS.

127AResta il problema dell’allenamento e, quindi, della differente velocità da persona a persona. Qualsiasi sia il sistema di computare e riferire una tempistica tale problema sussiste e va necessariamente risolto facendo riferimento a una velocità di riferimento. Ok, ma quale? Beh, semplice: quella che consente una progressione agevole (ovvero che non richiede un allenamento intensivo e costante, indi accessibile alla media delle persone in poche settimane di allenamento al cammino) e, nel contempo sicura, si, sicura, perché in montagna c’è uno stretto legame tra sicurezza e velocità o, per meglio dire, tra sicurezza e lentezza: se l’andare di corsa può comportare una maggiore facilità all’inciampo o  all’errore (ma l’esperienza può in gran parte compensare, d’altronde di corsa ci si può andare solo con un allenamento adeguato e, quindi, una notevole esperienza), l’andare eccessivamente lenti contempla l’esposizione prolungata ai pericoli oggettivi della montagna, quali le basse temperature del primo mattino e della tarda serata, i sempre possibili cambiamenti meteorologici, il buio della notte, l’insolazione del giorno e così via, tutte cose che l’esperienza può insegnare ad affrontare ma non può assolutamente compensare (la sicurezza, intesa come assoluta assenza di rischi o come totale prevenzione degli stessi, è un concetto teorico e non esiste nella pratica reale: la montagna è pericolosa, stop!). Ecco quindi che deve pur sempre esserci un adeguato rapporto tra lunghezza del percorso e velocità di progressione, per i computi delle tabelle di marcia conviene far riferimento alla velocità adeguata sulla più tipica lunghezza massima delle escursioni: venti chilometri (generalmente oltre tale distanza l’itinerario viene diviso in tappe o affrontato solo da chi ha molta esperienza di montagna e adeguata attrezzatura, capace di rivalutare la tempistica a suo uso e consumo), da percorrersi in un tempo massimo di dieci ore (che in qualsiasi stagione permette di partire e arrivare con la luce del sole), per una velocità media di due chilometri all’ora. Calcolando i tempi di percorrenza mediante la velocità lineare di riferimento e la lunghezza piana del percorso ecco che nella stragrande maggioranza dei casi forniremo un valore attendibile e se sbagliamo lo facciamo in eccesso per cui la sicurezza dell’escursionista non è messa a repentaglio, al massimo succederà che sarà indotto a rinunciare a itinerari che invero potrebbe invece effettuare.

Se vogliamo essere ancora più attendibili, possiamo complicarci un poco il computo inserendo alcune eccezioni e relative variazioni di velocità lineare (N.B. questi parametri li sto ancora verificando e potrebbero cambiare un poco, quando saranno perfetti rimuoverò questa postilla):

  • 1,5km/h nelle salite ripidissime (oltre il 70% di pendenza, alias 35 gradi di inclinazione) e costanti (senza sensibili variazione di pendenza) che superano la lunghezza di un chilometro e/o il 50% dell’intero percorso;
  • 2,5km /h nei piani su asfalto o liscio sterrato che superano i due chilometri di lunghezza e/o il 50% dell’intero percorso;
  • 3km/h nelle discese costanti su fondo agevole che superano il chilometro di lunghezza e/o il 50% dell’intero percorso.

Crinale est della Val Bertone (Caino – BS)


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Nonostante la presenza di numerosi capanni da caccia e una traccia spesso profondamente incisa dal passaggio delle moto o delle bici, trattasi di un interessante percorso che segue la lunga e panoramicissima cresta spartiacque in sinistra orografica della Val Bertone per poi portarsi sul fondo di quest’ultima dove, inizialmente, si mantiene, con fresco ed entusiasmante gioco, esattamente nel torrente che la solca.

Nel tratto di cresta dal Monte Pino al Monte Sete lo sguardo a est si estende da una piccolissima parte delle Dolomiti di Brenta alla Pianura Padana passando per Monte Baldo e Lago di Garda, a nord si possono osservare i rilievi della parte bassa della Val Sabbia e alcuni di quella alta della Val Trompia, a ovest il panorama è chiuso dal vicino e IMG_0407ampio Monte Doppo con il limitrofo Monte Gabbie e il lungo crinale che da quest’ultimo scende nella Val Bertone formando i monti Paradiso e Valcada, a sud analoga situazione provocata dal Monte Ucia e la sua lunga dorsale sommitale.

Molte le essenze floreali presenti lungo tutto il percorso a queste si combinano le belle e giovani conifere della cresta e del versante sinistro orografico della Val Bertone, sul fondo della quale si possono reperire lunghe file di spinosi cespugli di saporita Mora selvatica.

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Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: piazzale sterrato all’inizio della Val Bertone sulla sinistra (salendo) di Via Nazionale di Caino, strada detta “le Coste di Sant’Eusebio” che da Nave, passando per Caino e il Colle di Sant’Eusebio, raggiunge Odolo e da qui la Val Sabbia.
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 417m
  • Quota di arrivo: stessa della partenza.
  • Quota minima: 417m
  • Quota massima: 784m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 580m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 580m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 14,43 km
  • Tipologia del tracciato: molto vario alterna a ripetizione sentieri e strade sterrate o cementate, un tratto è su terreno libero (letto di un torrente).
  • Difficoltà (vedi spiegazione): EE3P
  • Tempo di cammino: 4 ore e 50 minuti
  • Segnaletica: a tratti nell’ufficiale bianco-rosso con alcune tabelle segnaletiche, altri tratti presentano deboli e sparuti segni rossi altri ancora, in particolare il rientro lungo la Val Bertone, non sono segnalati.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: bar e negozi a Nave o Caino.
  • Rifornimenti idrici naturali: sorgenti nella parte finale (l’ultima mezz’ora di cammino).
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: alberghi a Brescia e Nave.
  • Fattibilità diurna del nudo (nella speranza che la normalizzazione sociale della nudità faccia presto diventare questa un’indicazione superflua): sicuramente alta nel tratto che percorre il letto del torrente sul fondo della Val Bertone, in linea di massima pure alta nella discesa dal Passo Viglio alla Val Bertone, bassa e a tratti nulla sul resto del percorso.

Profilo altimetrico e mappa

Partenza che da dolce si fa presto piuttosto impegnativa per poi calmarsi sensibilmente. Nel tratto mediano il profilo si addolcisce in un lungo tratto che a brevi salite alterna lunghe discese e tratti pianeggianti. Infine la lunga e pressoché costante discesa verso valle, con una prima parte piuttosto tecnica per via del profondo solco scavato da moto e biciclette e una parte mediana altrettanto complessa in quanto su terreno vergine o addirittura in acqua. Finale tranquillo su liscia strada sterrata.

GPSies – Cresta est della Val Bertone

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

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Dal parcheggio incamminarsi lungo la strada asfaltata in direzione est. Raggiunto il primo tornante abbandonare l’asfalto per prendere a destra una strada sterrata che, in leggera salita, s’infila nella Valle del Loc e attraversa le poche case della località Surago. La pendenza aumenta sensibilmente e si passano altre case poi la strada volge a destra per risalire ad altra cascina d’innanzi alla quale s’incontra un bivio. Prendere la meno evidente sterrata che si dirama a sinistra e dopo aver attraversato il ruscello imboccare sulla destra uno stretto sentiero che si risale con difficolta, sia per la forte pendenza che (e soprattutto) per la profonda traccia scavata dal passaggio delle moto. Arrivati ad un bivio prendere a sinistra e continuare la faticosa salita. Raggiunto un ulteriore bivio ancora a sinistra procedendo ora, con minore difficoltà, su tracciato più largo e comodo anche se pur sempre a tratti segnato. Dopo aver oltrepassato il Torrente della Valle del Loc si sottopassa il capanno della Passata di Sant’Eusebio e in breve si perviene all’omonimo colle.

Attraversata la strada asfaltata seguirla in direzione di Odolo (destra), ma fatti pochi passi prendere a sinistra il sentiero che, in pochi metri, porta alla chiesa di San Pietro in Vincoli da aggirare sulla sinistra. Attraversato un brevissimo tratto di rada boscaglia, proseguire risalendo un pendio molto ripido e rovinato dal passaggio di moto e/o bicilette. Quando la pendenza degrada il sentiero, ora su bel prato, svolta decisamente a sinistra lambendo prima, sulla sinistra, un capanno e poi, sulla destra, la Cascina Gnutti. Per una strada inerbata si risale il successivo pendio attraversando una rada fascia di bosco, poi, nuovamente per bei prati, la strada, fattasi più evidente, passa all’interno di un capanno e lambisce, lasciandola sotto a destra, una piccola casa. Arrivati al sommo del dosso erboso la strada prosegue pianeggiante verso un’altra più grande casa, seguendola o, in alternativa, prendendo a sinistra un esile sentiero nell’erba che passa alla sinistra della casa, portarsi alla base del pendio meridionale del Monte Mizzingolo dove ci si immette su un largo ed evidente sentiero. Con comodo percorso a mezzacosta si aggira ad ovest il Monte Mizzingolo giungendo a un baitello (Bait del Ginetto) con IMG_0409annesso capanno di caccia, qui s’inizia a salire il ripido pendio del Monte Pino per poi, sempre seguendo la larga ed evidentissima traccia del sentiero palesemente scavato ad arte nel terreno, tagliarne il versante orientale fino a pervenire, dopo aver attraversato altro capanno, al filo di cresta. Senza possibilità d’errore seguire fedelmente l’esile filo di cresta che, dopo un tratto pressoché pianeggiante, ripidamente scende ad una larga sella di poco soprastante il baitello di altro capanno da caccia. Una breve e leggera salita porta alla sommità del Monte Gnone (traliccio di un elettrodotto da sottopassare) dalla quale si cala abbastanza comodamente alla successiva larga sella. Su evidente traccia assai rovinata, attraversando una giovane conifera faticosamente si sale alla vetta del Monte Sete, per poi, con lunga e ripida discesa, raggiungere i prati di Casa Prandini che si discendono tenendosi a monte della casa e puntando all’evidente capanno di caccia. Si aggira il capanno sulla destra, si volge a sinistra e si perviene ad un breve e ripido canalino scavato tra due spuntoni rocciosi che si discende con un poco di attenzione. Ripreso il filo di cresta, prima in piano poi ancora in discesa si perviene ad IMG_4833altra larga. Lambendo un capanno si risale l’ennesimo rilievo in vetta al quale attraversiamo una bella conifera con largo e piano balcone erboso sulla Val Bertone (ottimo punto per una sosta). Costeggiando una recinzione scendiamo a destra per poi volgere a sinistra e, in pano, raggiungere una strada cementata che seguiamo in forte discesa verso destra. Arrivati alla confluenza in altra strada cementata volgiamo a sinistra e, in fortissima salita, ci riportiamo sul filo del crinale dove, volgendo a destra, in breve siamo ad una casa (località Pulsa). Per sterrato proseguiamo sulla sinistra della costruzione, risaliamo un breve pendio e in piano procediamo sul lato occidentale del costone arrivando ad altra casa dove la strada termina. A monte della casa proseguiamo per sentiero a riprendere il filo del crinale, oltrepassiamo una sbarra e scendiamo ad altra casa con capanno. Per strada sterrata puntiamo al Dosso Fontane che, seguendo la cinta in cemento di una grande proprietà, aggiriamo a est pervenendo alla strada che scende a Binzago. A sinistra per sterrata in pochi metri ad una sella con altro bivio, ancora a sinistra per strada sterrata che, in piano, taglia tutto il versante settentrionale del Dosso Fontane. Sempre per strada sterrata oltrepassiamo il capanno di Carrera e quello delle Colme di Binzago, lasciamo sulla destra una casa e al primo bivio prendiamo a destra in discesa. In breve perveniamo ad altro bivio, andiamo a sinistra in discesa raggiungendo la sella del Passo Viglio.

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Imbocchiamo il sentiero che si abbassa sulla sinistra del cancello d’ingresso ad una grande casa (Roccolo Bertone) posta alla sommità di un dosso. A mezzacosta nel bosco, ignorando una traccia che sale a destra appresso la cinta della casa di cui sopra, raggiungiamo il fondo di una valletta dove il sentiero volge a sinistra a tagliare il versante meridionale del Monte Gabbiole. Con ripida salita tra grandi alberi si perviene ad un crinale dal quale si scende per erbe in direzione della Val Bertone. Dopo aver perso un centinaio di metri di dislivello il sentiero volge a destra prima ancora in terreno aperto poi rientrando nel bosco dove la traccia si fa a tratti profondamente scavata dalle moto. Disceso un largo canale si riprende a traversare verso nord-ovest fino a sbucare su IMG_0498una larga strada sterrata che si segue a destra, prima in salita poi in piano, fino ad arrivare al largo guado del torrente Garza sul fondo della Val Bertone. Senza attraversare il torrente volgiamo a sinistra per procedere lungo il torrente stesso scegliendo il percorso migliore o, se disponiamo di calzature adeguate (stivali o, meglio, robusti sandali) camminando direttamente nell’acqua che, salvo qualche piccola pozza facilmente aggirabile, non è mai molto alta. Oltrepassato un tratto stretto tra alte rocce perveniamo ad un salto artificiale che superiamo a destra scendendo con attenzione un ripidissimo pendio di terra e roccia (5 metri di dislivello pressoché verticali). Attraversiamo una conca erbosa e scendiamo con minori problemi il successivo risalto terroso riportandoci nel corso del torrente che seguiamo nuovamente verso destra. Passata una larga spianata dopo alcune curve del torrente questo scende a destra in una forra facendosi impraticabile, allora individuiamo e prendiamo sulla sinistra una traccia di sentiero che pianeggiante entra nel bosco. Un ripido salto molto rovinato e pericoloso è aggirabile sulla destra nella fitta boscaglia andando a riprendere il torrente per poi alzarsi sulla sua destra, attraversare un tratto di bosco e alte felci, ridiscendere con qualche problema al torrente, guadarlo e, per esile traccia tra alte erbe, risalirne la sponda opposta a prendere una più evidente IMG_0503traccia di sentiero in coincidenza con un bivio. Andare a destra a mezza costa per superare un tratto esposto sopra altra forra del torrente dopo il quale il sentiero confluisce in una strada sterrata per la quale si discende tutta la parte mediana della Val Bertone pervenendo alla zona attrezzata con tavoli e bracieri, nei pressi anche la casetta ricovero dei Gnari della Val Bertone. Superato su ponte il torrente qui più largo, la strada si mantiene in quota tagliando i pendii orientali dei monti Civelle e Valcada per poi iniziare a scendere dolcemente. Passate le cascine in località Le Dase la discesa si fa più accentuata e porta al parcheggio da dove si è partiti.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto di quella che è da considerarsi l’andatura ottimale per un escursionismo agevole e, nel contempo, sicuro, vedi spiegazioni dettagliate. In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Parcheggio inizio val Bertone 0:00
Colle di Sant’Eusebio 0:40
Capanno a nord di Monte Pino 0:30
Monte Sete 0:30
Passo Viglio 1:00
Guado di Val Bertone 0:40
Inizio strada di Val Bertone 0:30
Parcheggio inizio Val Bertone 1:00
TEMPO TOTALE 4:50

 

Camminare in montagna – Tecnica della corsa


Prosegue da… Tecnica del cammino


Come ho già più volte indicato questi articoli fanno riferimento a un soggetto che, nell’ambito delle sue uscite in montagna, prende talvolta in considerazione la corsa, quantomeno la utilizza negli allenamenti per ottimizzarli, ecco quindi giustificato questa puntata della serie “Camminare in montagna”. Data la mia breve esperienza di corsa mi limito a riportare quelle osservazioni che ho ereditato e verificato o personalmente elaborato durante i mei allenamenti e che si si differenziano da quelli già dati per il cammino nella puntata specifica, che consiglio di leggere, se ancora non l’avete fatto, prima di proseguire. Gli aspetti più tecnici della corsa li devo invece lasciare ai documenti che riporto a piè di pagina nella sessione “Sitografia e approfondimenti”.

Postura

          Al fine di evitare i tipici infortuni del corridore (dolori e tendiniti varie agli arti inferiori, alle ginocchia e alla schiena), pur restando assolutamente valide tutte le indicazioni di base già date, nel caso della corsa dobbiamo aggiungere una sensibile e costante inclinazione in avanti del corpo, inclinazione che deve partire dalle caviglie coinvolgendo anche e spalle in modo da mantenere la linearità del corpo.

Uso dei piedi

–          Le punte dei piedi non devono mai trovarsi più avanzata delle anche. Si ottiene con la già citata inclinazione in avanti del corpo e con una riduzione della lunghezza del passo.

–          Sostanzialmente valido anche per il cammino, diviene ancor più importante per la corsa dove la frequenza (passi al minuto) sale notevolmente: il lavoro che devono produrre le nostre gambe è dato dalla forza necessaria a sollevarle per lo spostamento dalle stesse attuato, dato che non sempre possiamo operare sulla riduzione del peso delle scarpe (vorrebbe dire sostituirle e, comunque, resta pur sempre un peso da sollevare), ne consegue che dobbiamo limitare al minimo indispensabile l’alzata del piede da terra.

–          In salita andremo a lavorare solo di avampiede molto prima di quanto siamo costretti a fare camminando.

Pronazione e rullata

–          Sulla pronazione ben poco possiamo fare per modificarla, possiamo solo adottare le calzature più adeguate, non sempre esistenti (non tutte le marche fanno in tal caso differenza, anche perché secondo alcune teorie sembrerebbe che su terreno sconnesso tutti si avvicinino alla pronazione corretta) per la corsa in montagna ma di sicuro reperibili per la corsa su asfalto e sterrato (che dovremo necessariamente fare per gli allenamenti, come vedremo più avanti), anche se sono già presenti sul mercato scarpe in grado di adattarsi autonomamente ad ogni tipo di pronazione.

–          Per la rullata, al fine di evitarci dolori e infortuni, dobbiamo avvicinarci il più possibile alla rullata considerata naturale, ovvero quella che avviene partendo da un appoggio di avampiede. Inutile concentrarsi sul piede, riuscireste solo a farvi del male, l’appoggio si modifica spontaneamente e avanza quando incliniamo avanti il corpo, indi, se necessario, mettiamo in atto questa variazione posturale. Possono essere d’aiuto anche le scarpe: minore è il differenziale tra lo spessore posteriore della suola e quello anteriore (drop) e più viene indotto un appoggio di avampiede.

Il passo

–          La sequenza del passo è similare a quella del cammino e mantiene il concetto di spostamento in avanti del baricentro, ma, dal momento che correndo non esiste un momento in cui ambedue i piedi sono a terra, il tutto avviene con più dinamismo e con un maggiore e più esplosivo lavoro di spinta del piede arretrato.

–          Correndo la sequenza sarà necessariamente sempre alternata: piedi sinistro, piede destro, piede sinistro.

–          Per variare la velocità si agisce sulla frequenza, riducendola per rallentare e aumentandola per accelerare.

In salita

–          Non è sempre detto che correndo andiamo più veloci, sulle salite molto ripide (in relazione al nostro allenamento) potrebbe risultare più conveniente camminare.

In discesa

–          Anche alla massima velocità dobbiamo sempre avere il controllo dell’andatura: non lasciamoci trasportare.

–          Le braccia vanno tenute alte e aperte in misura direttamente proporzionale all’inclinazione del terreno e/o alla scabrosità del fondo: aiutano l’equilibrio e stabilizzano il corpo nei cambiamenti di direzione. Personalmente ho notato che tale atteggiamento riduce anche il carico sulle ginocchia, probabilmente perché facilita il mantenimento dell’inclinazione in avanti anche sui passaggi più scabrosi.

–          Sfruttando ogni minimo rilievo del terreno portiamo all’estremo l’utilizzo dell’appoggio laterale: le ginocchia ci ringrazieranno.

–          Incontrando una leggera elevazione del terreno se è minima e secca (poca distanza tra il suo inizio e la sua fine) possiamo saltarla esattamente come faremmo per un sasso, se è più accentuata lasciamo morbide le gambe e, attraverso un loro progressivo piegamento, facciamo in modo che il bacino (baricentro) mantenga la stessa quota, esattamente come fa lo sciatore nel superamento di una gobba, in questo modo risparmiamo lavoro ai quadricipiti che non devono spingere il nostro peso verso l’alto.

–          Nell’ingresso ai tornanti fare attenzione a non appoggiare di tallone nell’istintiva azione di frenaggio, per mantenere il controllo ridurre la lunghezza del passo e/o aumentare la frequenza, per facilitare il netto cambio di direzione proiettare in anticipo il corpo verso l’interno curva, per un passaggio comunque veloce sfruttate al massimo l’esterno curva.

–          Nei salti ripetuti utilizziamo il rimbalzo per mantenere la massima dinamicità: atterraggio su un solo piede con appoggio di avampiede e gamba distesa senza bloccaggio del ginocchio, ammortizzazione con leggera flessione della gamba, estensione della gamba per la spinta sul successivo salto.

–          Se non siamo sicuri di poter mantenere il controllo nell’atterraggio e nella ripetizione del salto (ad esempio un tratto molto esposto, una sequenza di gradoni moto alti, una conformazione del terreno molto complessa, non conoscete il passaggio), meglio effettuare un salto bloccato: atterraggio a due piedi con un’ammortizzazione più accentuata su ambedue le gambe dalla quale si riparte da fermi o quasi.

–          Ricorriamo al salto bloccato anche ogni qual volta riteniamo l’atterraggio su una sola gamba pericoloso per l’equilibrio o l’incolumità della gamba, ad esempio un singolo gradone particolarmente alto o terreno ricoperto da molti piccoli e complessi spuntoni rocciosi.

–          Attenzione alle lame: l’appoggio di avampiede è sempre seguito dall’istintivo abbassamento del tallone a cercare la stabilizzazione dell’appoggio, sulla lama, però, il tallone si abbassa parecchio e ciò potrebbe portare a uno stiramento dei legamenti della caviglia. Se proprio non potete evitare la lama, visto che non parliamo di gara, fate il passaggio camminando.

–          Attenzione anche alle punte: intanto per lo stesso discorso di cui sopra e poi perché, specie con scarpe da trail molto tecniche e minimaliste (suola sottile e morbida), l’appoggio potrebbe risultare molto doloroso.

Il ritmo e la sua gestione

–          Posso solo invitarvi a rileggere con attenzione quanto già detto per il cammino ed estremizzarlo.

Lo sguardo

–          Specie in discesa dove la velocità si fa maggiore, guardare avanti per anticipare adeguatamente gli ostacoli. Personalmente mi trovo molto bene variando frequentemente lo sguardo tra l’avanti lontano (da cinque a dieci metri a seconda dei casi) e l’avanti vicino (tra i tre e i cinque metri). In alcuni casi (passaggi particolarmente complessi, salti bloccati, punti esposti) lo abbasso, ma raramente ai piedi, generalmente lo tengo almeno un metro avanti: sostanzialmente i piedi non li dobbiamo guardare, al massimo vedere con la coda dell’occhio quello più avanti, più in genere solo intuire.

–          Una piccola invasione nell’argomento materiali qui ci vuole. Correndo lungo sentieri immersi nel bosco, specie se molto stretti e poco frequentati, berretto e occhiali vanno sempre indossati: strusciamenti su rami pendenti possono ferirci la testa; sbattere gli occhi contro un ramo o, peggio, un rovo che pende attraverso il sentiero potrebbe essere molto pericoloso oltre che doloroso.

Sitografia e approfondimenti

Albanesi – Corsa in salita

Albanesi – Corsa in montagna

Altra Running – Migliorare la postura nella corsa

Running Italia – Come mantenere la giusta postura durante la corsa

Running Italia – Curare la tecnica di corsa e la postura per migliorare l’efficienza

Running Italia – Il corretto movimento delle braccia durante la corsa

Running Italia – Il piede nella corsa tra postura, ammortizzazione e propulsione

Runner’s World – Non fare il passo più lungo della gamba

Albanesi – Efficienza della corsa

Running Italia – Tecnica di corsa: come correre meglio e con meno fatica

Running Italia – 5 consigli per affrontare la corsa in discesa

Canale YouTube di Santucci Running – Tecniche di corsa: appoggio del piede e utilizzo delle braccia

Canale YouTube di Santucci Running – Trail Running: Come si corre in salita

Canale YouTube di Santucci Running – Trail Running – Come si affronta la corsa in discesa

Canale YouTube di Santucci Running – Trail Running 3 atlete a confronto


Continua in…  Abbigliamento


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Nudo e montagna



Rispettare la montagna è integrarsi con la montagna, integrarsi con la montagna è vestirsi come lei, vestirsi come la montagna è mettersi a nudo, mettersi a nudo è diventare montagna!

#nudièmeglio

#nudiènormale


“Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte terza


Continua da “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte seconda

Tutte le foto sono dello stesso Luca, scattate durante questo cammino.


Il Sentiero delle Tre Valli Bresciane secondo me

GIORNO 4: La battaglia di Croce di Marone

Il cellulare trilla alle 7.30, ho dormito benissimo. Mezzora per sistemare lo zaino e preparasi. Colazione abbondante e da leccarsi i baffi. Si sta proprio bene al Cimosco. Ne abbiamo di cose da raccontarci io, Nicola e i rifugisti. Così vengono le 9, bisogna partire per forza. Ma oggi, l’avevo già deciso, non camminerò quanto ieri, anche perché un po’ di stanchezza la avverto. Oggi proverò a rifiatare, così domani avrò le forze per arrivare sino a Urago Mella. O almeno per provarci. Perciò accompagno Nicola per un breve tratto: il mio amico sta ripercorrendo all’indietro l’itinerario che io ho compiuto ieri. Si fermerà al rifugio Rosello e poi girerà i tacchi per tornare a casa. Fotocamera in mano, Nicola immortala alcune marmotte e qualche uccellino che lui riesce a classificare scientificamente, mentre per me sono tutti uguali: hanno le ali, sono volatili. Nicola mi spiega pure che esiste la marmotta-sentinella: è lei che, con alcuni fischi, avvisa il resto della ciurma del passaggio di un potenziale pericolo (gli animali, uomini compresi). La sentinella che incontriamo fra le pietraie di Plan di Montecampione, però, dev’essere una fotomodella. Rimane in posa e si lascia colpire dall’obbiettivo di Nicola, stupito ed ovviamente contento. Un’altra marmotta se ne sta lì, a due passi da noi, e scruta verso l’alto la propria compagna che dovrebbe dare l’allarme. Invece niente, finché siamo noi a muoverci rumorosamente ed a far scappare nelle loro tane le nostre amiche. Starei qui per ore, ma devo salutare Nicola, non prima di avergli chiesto il numero di cellulare. To be continued: un ragazzo così, appassionato e simpatico, mica me lo posso far scappare. Ne combineremo delle belle. Inverto la rotta e punto il passo del Muffetto per iniziare la mia tappa odierna. Vagabondo un po’ per i prati di Plan di Montecampione, poi finalmente imbocco il 3V.

Sono le 10. A quest’ora, ieri avevo già camminato per 240 minuti, oggi sto partendo, ma va benissimo così. Sul sentiero (un continuo su e giù fra gli impianti sciistici) incontro due podisti che si testano come trail runner, ma fanno abbastanza fatica perché sono già saliti da Montecampione correndo sulla strada asfaltata. Il 3V è ben segnalato: le tracce biancazzurre colorano anche i paletti che delimitano la stradina, meglio di così… Supero il Dosso Rotondo (qui c’è un rifugio), scendo e poi risalgo subito per scollinare Monte Campione (1827 metri). Poco dopo inizia la lunga discesa verso il Colle di San Zeno: qui c’è il rifugio Piardi, sono le 11.30 e proseguo sempre dritto verso il monte Guglielmo. Il monumento al Redentore si scorge benissimo in vetta alla montagna che sovrasta la Val Trompia e il lago d’Iseo. Quella è la mia meta, non posso proprio sbagliare strada anche perché le indicazioni non mancano mai (cartelli e segnavia sempre presenti). Il sole splende come al solito, perciò indosso solamente i pantaloncini da corsa ed il cappello. Nient’altro. Una piacevole abitudine di queste giornate così afose. Ho messo la crema solare e preferisco non portare la canottiera: finirei per bagnarla col sudore e peggiorare le cose. A petto nudo si sta proprio bene. La pensa come me un signore sulla settantina, a spasso con qualche amico. S’è tolto la maglietta pure lui e la tiene in mano. Quando lo incontro, mi sorride e mi dice: “È molto dannoso girare senza niente indosso!”. Ci mettiamo a ridere ed io ho la battuta pronta, che non riesco a trattenere: “Eh sì, soprattutto per gli anziani…”. Altre risate fragorose. Amo i nonni e le nonne, la loro semplice simpatia e la facilità con la quale stabiliscono contatti pure con chi non conoscono.

Percorro un tratto di strada sterrata, che poi si stringe e torna a salire verticalmente. Bivio. Mi fermo e leggo bene le indicazioni, come sempre. Ci sono due vie per salire sul Gölem: a destra, quella più lunga e facile che si inerpica a zig-zag; poi c’è quella diretta, sulla quale mi aveva rassicurato il rifugista del Cimosco (“È tosta ma non pericolosa”). Scelgo quest’ultima, affronto con molta calma un caminetto, appoggio talvolta le mani per sentirmi più sicuro, chiamo un paio di time-out ed arrivo sulla cresta che guarda verso il Sebino. Il Redentore è avvolto dalle nuvole, ma lo vedo là in fondo a sinistra. Cinque minuti e sono ai 1950 metri del Guglielmo. Un bellissimo traguardo intermedio. Ma non sono uno che fa tante pause. Mi asciugo, metto la felpa, faccio merenda e scatto due foto. Certo, da qui si vede tutto, nonostante il cielo non sia poi così limpido. Eppure non è uno dei miei panorami preferiti, il lago mi pare troppo lontano. Domani mi avvicinerò e sarà uno spettacolo. Ora, invece, è il momento della picchiata. Prima per i tornanti della strada sterrata che porta al Rifugio Almici e oltre. Poi devio a destra lungo il muretto che delimita il recinto di una malga e scendo sul sentiero che in verticale raggiunge i rifugi Malpensata e Croce di Marone. Mi fermo ai 1.170 metri del secondo, sono le 14.30, ma per oggi è abbastanza. Qui, in mezzo ad un prato scosceso, c’è una piccola croce di legno e, sul bordo della strada sterrata, un monumento posizionato accanto al divieto di transito (le auto possono arrivare sin qui e non oltre). “Riuniti su queste balze i volontari della libertà morirono combattendo la prima battaglia in terra bresciana contro i nazifascisti. Guglielmo – Croce di Marone, 9 novembre 1943”. E poi ancora, nella parte inferiore del monumento: “Nel 40° anniversario le comunità del Sebino e della Valtrompia e le associazioni partigiane posero a ricordo e monito. Croce di Marone, 6 novembre 1983”. Non conosco questa storia, indagherò.

In un primo momento non sono convintissimo della mia scelta, ma ci metto poco ad essere certo che ho proprio fatto bene a pernottare qui. I tavoli all’esterno del rifugio sono pieni di turisti, entro e vengo accompagnato subito in camera. “Potreste farmi qualcosa da mangiare?” chiedo. “Certo che sì, fra dieci minuti troverai un piatto di pasta” mi risponde la signora dietro il bancone. Salgo in camera (tre letti a castello), apro lo zaino per far prendere un po’ d’aria ai vestiti, mi cambio, passo dal bagno e poi torno giù. La pasta al ragù è perfetta, tre fette di formaggio completano l’opera (una è di bagoss!). Ozio per qualche minuto poi faccio due passi. Il cellulare non prende, ma i rifugisti hanno la soluzione a qualsiasi problema. Come faccio ad avvisare i miei famigliari? Mi prestano il loro telefono. Non so cosa fare? Mi prestano dei libri, proprio quelli che cercavo. Sorrido grazie alle poesie in dialetto scritte dagli artisti di Marone. Poi inizio a “studiare” il libro che mi spiega il perché di quel monumento (“La storia siamo noi. Ricordi di maronesi dalla Campagna di Russia alla Deportazione. A cura di Cati Cristini e Roberto Predali. 2014, Fdp editori).

Non sono un esperto, ma la curiosità mi spinge a ricostruire questa vicenda. Perché, ne sono convinto, conoscendo questo fatto potrò assaporare meglio il mio cammino. Ogni montagna ci racconta una storia. In vetta, spesso, ci sono croci in memoria di o monumenti per non dimenticare un amico scomparso. I sentieri portano i nomi di chi li ha creati e curati, passano per i ruderi che furono caserme. Oppure siamo noi stessi che leghiamo un monte ad una emozione, ad un ricordo. Anche per questo amo le montagne, perché mi parlano e mantengono in vita persone care ed episodi sepolti.

La storia della battaglia di Croce di Marone inizia l’8 settembre del 1943, quando viene dichiarato l’armistizio, una specie di resa italiana di fronte alle forze anglo-americane. La seconda guerra mondiale dovrebbe essere così finita per i nostri bisnonni. Civili e soldati, gioiscono tutti. Ma i tedeschi cominciano ad uccidere, schiavizzare e deportare i nostri militari, considerati dei traditori perché non vogliono aderire alla neonata Repubblica sociale di Salò (guidata dal duce). Pochi giorni dopo, alcuni ex soldati bresciani ed ex prigionieri alleati (anche stranieri: slavi, africani, americani…) scappano sulle pendici del Guglielmo per sfuggire ai nazifascisti. Alcuni si rifugiano qui, a Croce di Marone. Questi 160 (circa) partigiani fanno sabotaggi o colpi di mano. Alcuni assaltano la Beretta, per esempio, e si impossessano di armi e munizioni. Questi eventi preoccupano i fascisti di Brescia che organizzano un rastrellamento. Alla base del successo fascista in questa battaglia, sembra esserci un complotto allestito con un buon numero di partigiani che abbandonano i compagni di Croce di Marone al loro destino. Così, il 9 novembre del 1943, i nazisti salgono verso questa isolata località ed attaccano i partigiani con forze aeree e terrestri. Le pendici del Guglielmo, all’epoca, erano spelacchiate: gli alberi erano pochi, perché la legna serviva per scaldarsi e far da mangiare. I partigiani, quindi, individuavano e poi annientavano facilmente i nemici. Ma stavolta la mitragliera da 20 millimetri, impugnata da un partigiano che aveva partecipato alla Grande guerra, non può nulla contro l’avanzata tedesca. I nazifascisti abbattono la Resistenza, uccidono otto ribelli (fra i quali quattro stranieri), ne catturano molti altri e danno fuoco alle cascine di questa zona al confine fra i comuni di Zone, Marone, Sale Marasino e Gardone Valtrompia. Anche il “mio” rifugio, che all’epoca era un deposito, va in fumo. Alcuni partigiani, però, riescono a scamparla ed a scappare, chi a casa, chi sulle montagne della Valcamonica. Ho senz’altro tralasciato dettagli importanti e, forse, commesso qualche errore nella ricostruzione storica. Ma la sostanza non cambia: qui i nazifascisti sconfissero un gruppo della Resistenza italiana.

Il pomeriggio è volato, certi libri riescono proprio a sedurmi. È il momento della doccia (calda e comoda), dello stretching e di un po’ di crema dopo-sole. E della cena, of course. Il profumo della carne alle braci mi fa venire l’acquolina. I casoncelli sono fantastici, poi il rifugista, Walter, mi porta sei costine che spariscono alla svelta. Quattro turisti sono seduti al tavolo di fianco al mio: si stupiscono della mia fame, troppa – a loro dire – se rapportata al fisico snello che mamma e papà m’hanno regalato. Allora spiego loro il motivo del mio appetito; vogliono sapere i dettagli del 3V e va a finire che rimangono ancora più sorpresi. Rimontano in sella (moto, ovviamente) e strombazzano via. Peccato, c’era ancora la torta: una bella fetta di crostata.

Approfitto dell’ultimo sole per fare due passi e vedere come prosegue il sentiero. Domani la mia giornata inizierà presto, ma Walter ci tiene a svegliarsi insieme a me per prepararmi la colazione. Stanotte non c’è nessun altro al rifugio Croce di Marone, così mi fermo a parlare con lui mentre aspetto che si faccia l’ora di andare a letto. “Un rifugista deve saper fare tutto, mille lavori in uno. Taglialegna, idraulico, cuoco…”: mi piace ascoltare Walter, la sua passione per questo mestiere mi affascina. In futuro, chissà. Poi Walter aggiunge alcuni particolari sulla vicenda della battaglia tra partigiani e fascisti. Sono le memorie tramandategli dagli anziani. La vita al fronte, l’opportunismo di alcuni partigiani, il tradimento di parte di essi, i nemici che così riescono ad avere la meglio sulla Resistenza. Mi parla anche del Sentiero Italia, un lunghissimo itinerario che percorre tutta la nostra penisola e pure Sicilia e Sardegna. È il suo sogno e lo condivide con me, sono un privilegiato. Quante storie ho ascoltato in questo breve cammino, quante mani ho stretto, quanti occhi ho guardato, quanti sorrisi, esperienze, consigli, domande e risposte. Ora il mio mondo è appena meno piccolo, sono felicissimo così. Ma per essere davvero soddisfatto, ormai è quasi una priorità, voglio arrivare al traguardo. E poi chiamare Walter e ringraziarlo del calore che ho ricevuto dalla sua famiglia.

Malghesi al lavoro proprio dove il 3V abbandona la stradina sterrata, che scende dal Monte Guglielmo, per imboccare uno stretto sentiero in discesa verso Croce di Marone

GIORNO 5: Il rientro

Anche stanotte ho dormito talmente bene da anticipare la sveglia di qualche minuto, come spesso mi capita quando devo andare in montagna. Chissà perché, invece, non succede mai quando devo andare a lavorare… Mi sento in forma, non ho dolori particolari. Solamente la parte superiore delle dita dei piedi, vicino alle unghie, è un po’ provata dalle ore di cammino. Perciò inumidisco le calze prima di indossarle e trovo così un discreto sollievo. Faccio colazione, saluto Walter con un “arrivederci” perché tornerò senz’altro a trovarlo, e poi parto verso le 6.30.

Una stradina sterrata e poi un sentiero che taglia nel bosco mi conducono alla Forcella di Sale, dove ci sono una santella ed un incrocio intricatissimo, ma molto ben segnalato (ci sono pure le indicazioni per il tracciato della Proai Gölem, ma questa è un’altra storia). Anche in questo caso, tengo fede all’idea di seguire l’itinerario “normale” (o intermedio) del 3V e lascio sulla mia destra le varianti alta e bassa. La prossima meta sarà Punta Almana. Anche la variante alta arriva su questa cima, percorrendo però alcuni tratti esposti ed attrezzati con corde metalliche. La variante bassa, invece, non passa dalla Punta Almana. Io prendo quindi la strada sterrata e pianeggiante che gira a sinistra, la cammino per qualche minuto e poi incontro altre indicazioni. Il 3V si addentra nel bosco sulla destra seguendo un tratto privato del sentiero intitolato a Filippo Benedetti. Poi inizia la salita vera e propria, impegnativa ma breve, perciò in poco tempo sono in vetta. Dalla croce di Punta Almana (1350 metri) la vista è fantastica: guardo il lago d’Iseo ed il sole mi scotta già le spalle. La discesa mi mette alla prova: è ripida e scivolosa, quindi la affronto con calma ed applaudo i camminatori che si stanno arrampicando senza paura. Questo tratto è veramente affascinante. Un continuo su e giù sulla cresta della catena montuosa che separa la Valtrompia dai paesi affacciati sul Sebino. Non mi annoio mai, anzi, mi sto proprio godendo il mio ultimo giorno sul 3V. Incontro le splendide casupole Folcione e Spiedo, poi arrivo sul monte Rodondone e dai suoi 1143 metri ammiro un altro panorama sensazionale. Una dolce discesa mi porta fino al Santuario di santa Maria del Giogo, preceduto da un bar-ristorante. Qui un cane mi lecca il ginocchio, proprio dove mi ero fatto male. Finalmente un po’ di disinfettante, naturale per giunta! La chiesetta è aperta ed una preghiera la dico sempre volentieri. Lì fuori ci sono un’ampia spianata con un’area pic-nic (tavoli e sedie) e, sull’altro lato, alcuni edifici gestiti dagli alpini. Le Penne nere, in particolare, custodiscono il bivacco con una cucina e 18 posti letto (“Non è un albergo” precisano). Il bivacco rimane chiuso, bisogna contattarli per prenotarlo e farsi consegnare le chiavi. Ma oggi c’è pieno di gente, alpini e non solo, perché ricorre la festa degli artiglieri di Sulzano. Alcune Penne nere perciò stanno preparando le tavole, altre spadellano il pranzo ed altre ancora mi illustrano come funziona il loro bivacco. Tornerò, promesso. Anche perché c’è una strada asfaltata che, salendo da Sulzano, arriva proprio qui, appena sotto i mille metri di quota. Quindi il santuario è facilmente raggiungibile ed io consiglio a tutti di venire ad ammirare questo eccezionale panorama che offre l’ennesimo punto di vista diverso sul lago d’Iseo.

Il 3V prosegue in leggera discesa ed attraversa alcune case, poi spunta di nuovo in cresta per regalarmi l’ultimo sguardo sul Sebino, fantastico anche da sud. Poco dopo, l’itinerario biancazzurro sbocca su una strada asfaltata: tengo la destra e centro metri dopo ritorno sullo sterrato seguendo le indicazioni per Punta dell’orto (il sentiero inizia sul fianco sinistro di una casa). La mulattiera diventa poi una stradina asfaltata, ma il 3V la abbandona presto per scendere a sinistra. I segnavia biancazzurri, ormai dei compagni di viaggio e non più dei semplici riferimenti, continuano ad accompagnarmi fino all’ampia strada asfaltata che in duecento metri mi porta a Zoadello (650 metri).

Attraverso la piazza e riprendo il sentiero verso San Giovanni di Polaveno, mentre il count-down entra nel vivo ed iniziano i preparativi, nonché i pensieri, per il rientro a casa. Un bivio mi mette in confusione, ma ci sono i cartelli e la direzione è quella, confermata da due giovanotti che pedalano avanti e indietro davanti a casa aspettando il pranzo. In effetti anche io avverto un certo languorino, del resto l’orario è quello: quasi mezzogiorno. Perciò, entrando a San Giovanni, decido che per il momento può bastare. Fermo il Garmin e mi tolgo lo zaino di fianco ad un bar. Seduti sui tavolini all’esterno del locale, tre signori sulla cinquantina disquisiscono del più e del meno, mentre io mi asciugo il sudore ed indosso una t-shirt. Purtroppo questo bar ha finito le scorte alimentari, così la compagnia dell’aperitivo trova un bell’argomento per cui dibattere: dove trovo qualcosa da mangiare? Il confronto produce un risultato incredibile. Cento metri più avanti c’è un negozio di alimentari, perciò “ciao e grazie mille!”. C’è un solo problema: il mio portafoglio contiene solamente cinque euro e un bancomat, ma in questa bottega si può pagare in contanti e in nessun altro modo. La soluzione la trova subito la negoziante. 5 € corrispondono ad un lauto spuntino. Due pani imbottiti ed una banana. “Ma cosa ci fai in giro? Ti piace la montagna? Anche a mia figlia! E così sei di Isorella? Allora forse conosci… Davvero è il tuo dentista? Ma pensa te, è mio amico!”. Questa felicissima signora mi prende in simpatia e così, mentre affetta pancetta e mortadella, facciamo amicizia. Sono il suo ultimo cliente, perciò chiude la porta del negozio uscendo insieme a me, poi salta in macchina con il marito. Chiedo loro un’ultima cosa: “C’è per caso una fontanella d’acqua potabile?”. Poi li saluto e ringrazio, stupendomi per quest’ennesimo incontro. C’è un’afa allucinante e devo riempire la camel bag. Una fontanella me l’hanno indicata, ma è rotta. Ora mangio, poi ci penserò. Intanto accendo il cellulare e leggo con molto piacere il messaggio di un amico. Stasera si fa festa. C’è in programma una grigliata fra amici, quelli di sempre. I compagni di classe, dei primi allenamenti di atletica leggera, di feste, di bevute, di avventure. Insomma, una serata con gli amici di Isorella, che non avrà gente a spasso per le montagne, ma una montagna di bella gente sì. Voglio esserci, quindi devo muovermi! Altrimenti niente birra e costine. Ma le buone notizie non finiscono qua. Sono seduto sulla panchina di un ristorante chiuso, di fronte alla bottega che mi ha salvato la vita. Si ferma davanti a me una macchina ed il braccio dell’uomo al volante mi porge una bottiglia d’acqua. È fresca, è un regalo, ma soprattutto è un pensiero fantastico. La negoziante e suo marito si sono ricordati che quella fontanella non funzionava da tempo, così hanno deciso di rimediare in prima persona. Un grazie, in questi casi, non basta, però è l’unica cosa che ho. Ora, a dirla tutta, ho anche una camel bag piena d’acqua fredda. Il cammino verso il traguardo e la grigliata può cominciare. Evviva i dentisti! E poi dicono che sono cari e fanno male. Il mio, invece, ha fatto si che stringessi quest’amicizia dissetante.

Riprendo il cammino ed entro subito in un rinfrescante sottobosco che, tra sentiero e strada sterrata in leggera salita, mi accompagna fino a Vesalla, un piccolo paesino sperduto senza un’anima umana né animale in giro. Costeggio ancora qualche casa ed attraverso un prato, poi un cancello mi sbarra la strada. Lo spingo, è aperto, quindi avanti di buona lena. La prossima meta è il Pizzo Cornacchia, l’ultima montagna vera e propria, per la quale ho conservato una scorta di energie da consumare senza badare a spese. Voglio divertirmi e ci riesco meglio quando accelero, quando i battiti aumentano e le gambe frullano. Duecento metri di dislivello all’insù e sono arrivato. Dall’alto dei 1000 metri del Pizzo Cornacchia mi sembra di vedere in lontananza Brescia. Una lunga picchiata, con qualche saliscendi, e sarò laggiù. Un passo alla volta, però. Così saluto l’imponente cascina Pernice ed imparo la storia dei partigiani Mario Bernardelli e Giuseppe Zatti, ai quali è dedicato un sentiero (entrambi furono fucilati qui, dove ora c’è la casa della Sella dell’Oca). Poi supero Quarone (di Sopra e di Sotto) e trovo il cartello che indica l’ultima destinazione ed il tempo mancante: Urago Mella, 2 ore 40’. Sono le 15.20, quindi arriverò per 18, giusto in tempo per tornare a casa, lavarmi ed andare a cena con gli amici. Perfetto. Il 3V continua a scendere poco alla volta, mentre la temperatura aumenta fino a diventare insopportabile. Il picco lo raggiungo proprio adesso (36 gradi secondo il mio Garmin), mentre cammino sulla strada asfaltata dell’ex convento dei Camaldoli. E non è tutto, perché inizio a sentire il rumore sibilante delle automobili. È un segnale inconfondibile che decreta la fine della mia lunga escursione. Ancora un tratto di sentiero, poi è di nuovo asfalto verso il passo della Forcella e il Santuario della Madonna della Stella (poco sotto i 400 metri di altitudine). È il momento dell’ultima sosta: l’ultima mela, l’ultima barretta e l’ultimo grazie sospirato all’interno di una chiesa. Mi prendo una decina di minuti per visitare il santuario, poi riparto. Lì c’è una fontanella d’acqua: bevo, riempio la camel bag e via.

Stradina sterrata ed è subito bivio. A destra comincia addirittura una variante bassa che evita la breve ascesa al monte Peso e porta direttamente in località Campiani. Io prendo la sinistra ed inizio la salita camminando su un bel sentierino che presto si biforca confondendomi le idee. In effetti quest’ultimo tratto del 3V avrebbe bisogno di una rinfrescata con le pitture bianca e azzurra. Non per fare un piacere a me, che ritrovo presto i segnavia (presenti ma un po’ sbiaditi) e la direzione corretta. Ma per farsi conoscere ai bresciani, per rendersi più attraente ed invogliare, chissà, sempre più persone a percorrerlo, tutto o solo in parte. Sarebbe fantastico posizionare almeno da queste parti e sul Maddalena, dove il Tre Valli parte e finisce, dei cartelloni che ne spieghino l’origine, il tragitto, le tappe, i punti d’appoggio e quelli panoramici. Mi chiedo se io stesso possa fare qualcosa per il 3V, di modo che sia conosciuto da più persone possibili. Perché lo ritengo un sentiero ideale per gli escursionisti che vogliono passare una settimana a spasso per le montagne, senza correre rischi e trovando sulla propria strada diversi rifugi e bivacchi. Un bresciano che ha la mia stessa passione non può non conoscerlo, non può non sognare di percorrerlo. Anzi, tutti i bresciani dovrebbero almeno sapere dell’esistenza di un sentiero che congiunge le tre valli della nostra provincia. È un’eredità che i nostri nonni ci hanno lasciato, fa parte del nostro patrimonio culturale e turistico.

Mentre rifletto su questo argomento, sbuco in un prato: tengo il sentiero che sale sulla destra e fotografo il cippo della sezione di Brescia dell’UOEI (unione operaia escursionisti italiani). Ancora due passi e raggiungo la croce del monte Peso (480 metri), sostenuta da un enorme basamento in pietra. Il 3V scende sul sentiero e poi sulla strada che conduce ai Campiani. Mi disseto alla fontanella e continuo a camminare sulla lingua d’asfalto verso l’imbocco del sentiero per il monte Picastello (380 metri). L’ultima salita e l’ultimo panorama, prima della breve e facile picchiata verso Urago Mella. Che emozione, ce l’ho fatta! Un bel traguardo, niente di incredibile, ma un viaggio che mi ha arricchito.

In fondo a via Campiani, all’incrocio con via della Piazza, ci sono mio fratello Simone e mio cugino Matteo ad attendermi. Sono da poco suonate le 18 e tutto va bene. Mi fanno una foto accanto al cartellone che segnala l’inizio del 3V (o la sua fine, nel mio caso), mi danno da bere ed ascoltano i miei racconti euforici. Continuo a parlare, a ridere, a descrivere quegli episodi divertenti che rimarranno sempre con me. Non c’è malinconia, ma una grande soddisfazione. Sono felicissimo di essere arrivato fino in fondo, senza problemi fisici: ammetto di averlo ritenuto possibile sin dall’inizio. Quando sto bene e, soprattutto, sono di buon umore come in questi giorni, camminare per le montagne è la cosa più bella che possa capitarmi. Non mi annoia né mi affatica. Mi sento me stesso, mi diverto. Mi sento libero. Ma non ho particolari meriti. Beneficio del fisico che mi è stato donato dai miei genitori e soprattutto della passione che mi hanno tramandato loro ed i nonni. Io ci metto un po’ di impegno, però devo ringraziare tutte le persone che ho incontrato in queste cinque giornate così piene. Sono grato proprio a tutti. A chi mi ha consigliato prima di partire, a chi mi ha ospitato, ai rifugisti, ai compagni di cammino, compresi quelli che ho incrociato per un saluto durato un secondo. Tutti i loro sorrisi e la loro compagnia sono stati l’ingrediente segreto che mi ha sospinto sin qui. Mi hanno tranquillizzato e tifato. Alto e magro come sono, con quello zaino ingombrante sulle spalle e la risata sempre pronta, ho attirato le simpatie di tutti. O almeno mi piace pensarla in questo modo.

In macchina, mentre torniamo a casa, mando un messaggio a Emanuele Cinelli e a Nicola, l’amico delle marmotte. Poi chiamo Walter del rifugio Croce di Marone, come promesso: “Sono arrivato e sto bene, grazie!”. A casa tutto è come prima, ma io sono un po’ cambiato. Ho ancora addosso, come se fosse un vestito, quell’adrenalina che mi investe quando vado in montagna. Svuoto lo zaino, faccio stretching e una bella doccia. Poi salto in bici e raggiungo i miei amici. Dicono che la birra sia un ottimo integratore: confermo. Meglio ancora se bevuta in ottima compagnia. La grigliata è pronta, questa serata è proprio quello che ci voleva per prolungare la mia euforia. Sono partito per curiosità, perché non farlo era fuori discussione, per toccare con i miei piedi quei sentieri guardati sulle mappe, per riempirmi gli occhi di nuovi panorami, anche per conoscere i miei limiti e vedere per quanto avrei resistito. Ho trovato tutto questo e anche di più: amici, storie, autostima, che poi si sono rivelati la parte migliore del mio 3V. Una sorpresa, non inaspettata perché conoscevo già le potenzialità della montagna, ma comunque molto piacevole. E adesso? Posso sempre rifarlo, magari al contrario (da Urago ai piedi della Maddalena) e provando ad inserire qualche variante alta oppure cercando di camminare il più “in cresta” possibile (lo stesso Cinelli sta disegnando un 3V di questo tipo). L’alternativa più affascinante sarebbe questa: seguire i segnavia biancazzurri in compagnia di un bel gruppo di persone, non per forza amiche. Perché è proprio accattivante andare in montagna da solo, ma vuoi mettere che divertimento passeggiare insieme a qualche altro sognatore?

IL MIO EQUIPAGGIAMENTO

Ho portato con me l’essenziale e mi è andata bene, anche perché il meteo è sempre stato dalla mia parte. Lo zaino, con una capacità da 40 litri, pesava 9 chilogrammi, più o meno. Ho scelto questo, che possedevo già, perché è dotato di tre “ingredienti” a mio parere fondamentali: la tasca interna per ospitare la sacca idrica (camel bag), il copri-zaino impermeabile e la tasca anteriore (dove tenevo la fotocamera e le indicazioni sul sentiero). Ecco cosa conteneva (o cosa portavo indosso):

  • Scarpe da corsa in montagna
  • Bastoncini da trekking
  • Polsino
  • Orologio con Gps ed il suo carica-batteria
  • Cellulare (sul quale avevo caricato le mappe e le indicazioni dettagliate del percorso),
  • macchina fotografica e carica-batterie
  • Gli appunti sul sentiero 3V che mi ero preparato
  • Carte da briscola, un libricino ed un taccuino con penna e matita
  • Sacco a pelo e tappetino (in caso di imprevisti avrei potuto fermarmi a dormire nei
  • bivacchi, invece non ce n’è stato bisogno)
  • Lampada frontale
  • Tre fasce (una per la testa e due per il collo, delle quali una pesante e una leggera)
  • Guanti
  • Manicotti (scalda-braccia)
  • Crema solare
  • Poncho impermeabile
  • Un paio di pantaloni aderenti (da corsa)
  • Una maglia aderente a maniche lunghe (da corsa)
  • Due t-shirt (una leggera ed una pesante)
  • Tre paia di calze: due da running ed un paio più pesante che indossavo nei rifugi al posto
  • delle ciabatte che non ci stavano nello zaino (a questo proposito, i gestori del rifugio
  • Cimosco mi hanno illuminato, prestandomi un paio di leggerissime ciabatte pieghevoli da
  • campeggio che comprerò per le prossime escursioni)
  • Un cappello
  • La canottiera da corsa della mia società sportiva, il Gruppo Sport Avis Isorella
  • Una salvietta
  • Una felpa
  • Un paio di boxer (sì, solo uno, tanto li indossavo solo nei rifugi)
  • Tre pantaloncini corti (un paio leggero da running che ho sempre indossato mentre
  • camminavo, uno pesante ed uno da calcetto)
  • Due pacchetti di fazzoletti di carta
  • Spazzolino da denti
  • Coltellino
  • Fischietto
  • Alcuni medicinali (compreso un olio per massaggi)
  • Qualche riserva alimentare: 3 mele, 3 panini, 4 barrette, alcune fette di pane al miele
  • La camel bag da 2 litri ed una borraccia da 1,5 litri

UN PO’ DI NUMERI

Il mio 3V è stato per prima cosa un cammino abbastanza lungo alla scoperta di me stesso, delle montagne bresciane e delle persone che le abitano, per lavoro, passione, perché lì ci vivono o per tutti e tre i motivi. Però, ogni volta che stringevo i lacci delle scarpe per iniziare una nuova tappa, facevo anche partire il Gps del mio Garmin per rilevare la mia traccia, la distanza, il dislivello e il tempo di percorrenza. In tre giorni (uno sì, uno no) ho fatto due tappe, una al mattino e l’altra al pomeriggio dopo essermi fermato a pranzo. Questi sono i numeri del mio 3V secondo il software Garmin BaseCamp.

Giorno ——– Tratto Lunghezza (km) D+ (m) D- (m) Tempo di cammino (h:mm)
1 mattina Brescia – Santuario di Conche 19,1 1568 706 5:00
pomeriggio Santuario di Conche – Corna del Sonclino 16,1 1125 901 5:00
2 mattina Corna del Sonclino – Vaghezza 19,2 1210 1361 5:30
3 mattina Vaghezza – Passo del Maniva 18,6 1195 719 4:30
pomeriggio Passo del Maniva – Plan di Montecampione 22,5 920 782 5:00
4 mattina Plan di Montecampione – Croce di Marone 21,6 1004 1613 4:30
5 mattina Croce di Marone – San Giovanni di Polaveno 17,7 829 1317 5:00
pomeriggio San Giovanni di Polaveno – Urago Mella 21,9 1008 1393 5:00
Totali 156,7 8859 8792 39:30

Usando invece Garmin Connect i dati cambiano leggermente. 147,4 i chilometri totali, 8831 i metri di dislivello in salita e 8797 quelli in discesa.

 


Fine!

Grazie a Luca per il suo interessantissimo racconto e per aver così contribuito al mio lavoro di diffusione della conoscenza sul Sentiero 3V “Silvano Cinelli”, un percorso lungo, faticoso, appagante, ovvero decisamente meritevole di attenzione.

Grazie!

“Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte seconda


Continua da “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte prima

Tutte le foto sono dello stesso Luca, scattate durante questo cammino.


Il Sentiero delle Tre Valli Bresciane secondo me

GIORNO 2: In viaggio di nozze

“Luca, desèdèt! Dai che il caffè diventa freddo”. Vengo svegliato così verso le 6.30, insieme al dindon delle campane legate al collo delle asinelle. Faccio colazione e sistemo lo zaino. Il mio salvatore sta tagliando le patate per lo spiedo. Allora gli chiedo la sua ricetta, perché pure a me piace prepararlo e so che esistono molte varianti. Lui le patate ce le mette sempre e non usa il burro né l’olio. Ci fa sciogliere sopra il lardo all’inizio della cottura e poi basta. Così viene meno unto, più digeribile. Ricetta antica alla lumezzanese. Mi passa per la testa l’idea di fermarmi, aiutarlo con lo spiedo, assaggiarlo e partire nel pomeriggio. Ma sono qui per un altro motivo, perciò lo saluto a malincuore. Sono felice di avergli offerto l’unica cosa che ho: un po’ di compagnia. Non ha voluto altro. Do ancora una carezza a Luna e parto.

Sono consapevole di aver vissuto una prima giornata dispendiosa e pure fortunata, perciò ho due convinzioni: oggi non riuscirò a camminare quanto ieri; la sorte potrebbe non essere sempre dalla mia parte. Ieri il sentiero è sempre stato ben segnalato, pulito, all’ombra. Oggi sarà più soleggiato (e fa un gran caldo: temperatura massima di 29°) e, nella prima parte, immerso in un fitto bosco che mi fa perdere la traccia in un paio di occasioni. Scollinata la Corna del Sonclino e dopo le confortanti indicazioni che si trovano alla Passata Vallazzo, il 3V scorre stretto e ondulato fra Punta Ortosei e Punta Reai. La segnaletica biancazzurra sembra sparire, in realtà è solamente un poco sbiadita, quindi affronto questo tratto con pazienza. Poi inizia la discesa verso Lodrino ed io comincio a sognare una bella merenda. Così, giunto in paese, trovo aperto il bar accanto al distributore di benzina (mi discosto dal 3V di cento metri, seguendo la strada asfaltata di via Kennedy anziché salire subito verso via De Gasperi). Un toast ben farcito, una brioche, un succo ed una lemonsoda: in effetti è proprio come se avessi fatto carburante. Lì accanto c’è una fontanella d’acqua potabile, riempio la camel bag e mi riporto sul sentiero per salire un’altra volta. L’asfalto del paese dura poco, il tempo di condurmi alla pineta dove c’è il rifugio degli alpini e poi è di nuovo sentiero.

La salita verso il Passo Cavada, per me, è interminabile. Questo è il momento più duro del mio 3V. Lo zaino pesa e le spalle mi fanno male. Il sole mi brucia. Pazienza. Self control. Sono qui per divertirmi. Mi fermo all’ombra, tolgo lo zaino e riposo cinque minuti. Grazie alla camel bag posso bere spesso, sia lodato l’inventore della sacca idrica! Il Passo Cavada mi rincuora: qui ci sono ottime indicazioni ed il sentiero diventa meno impegnativo addentrandosi in un fresco bosco. Inoltre raggiungo due camminatori e la fatica scompare come per miracolo e come spesso accade quando si fanno due chiacchiere in ottima compagnia. Le nostre strade, però, si dividono presto. Loro si fermano al roccolo poco più avanti. Ad attenderli ci sono il pranzo (il piatto principale sembra essere la polenta) ed un bel gruppo di amici che mi danno indicazioni su come proseguire e mi consigliano di tirare dritto fino al Passo Maniva. Il roccolo dev’essere stato ristrutturato in tempi recenti: ora c’è un’abitazione imponente che spunta in una radura. Da qui posso vedere i prati di Vaghezza, mia prossima tappa. Inizia la discesa, prima abbastanza tecnica su sentiero, poi rilassante su un’ampia stradina sterrata. È qui che mi deconcentro e scivolo quasi da fermo. Non mi faccio male, ma mi sbuccio il ginocchio come un bambino. Che vergogna, ma fa parte del gioco e, appunto, è bello sentirsi piccoli, quando nessuno si stupiva vedendomi sanguinante e conoscendo le mie scarse qualità da ciclista o da calciatore.

Arrivo al Passo Termine, che incrocia la strada provinciale, e decido di non fermarmi per lo spuntino. Manca poco a Vaghezza: è solo mezzogiorno, ma oggi mi fermerò là. Riprendo quindi a salire su una mulattiera abbastanza comoda che poi diventa sentiero. Trovo il modo di perdere la traccia, ma torno subito sui miei passi e rivedo i benedetti segni biancazzurri. Sbuco di nuovo sulla strada e resto estasiato nel vedere la località Vaghezza. Un brulicare di persone di ogni età mi ricorda che oggi è Ferragosto. Merito anche io un po’ di riposo. Ci sono case, malghe, ranch, rifugi e la gente va e viene. Molti, però, sono rintanati al fresco dei ristoranti. È l’una, il sole è a picco. Il Rifugio degli Elfi è stracolmo, i titolari e tutto il personale sono indaffarati per accontentare ogni esigenza. Anche la mia. Mi basta sapere che un posto per me stanotte c’è, poi lascio subito il trambusto e cerco un po’ di silenzio all’ombra di un albero. Mi cambio, mangio qualcosa e mi fermo nella chiesetta. Ringrazio Dio e tutti i miei angeli custodi: mi sto proprio divertendo, sono fortunato!

Un paio di ore dopo, rientro nel rifugio e vengo accompagnato nella camera. Ci sono cinque letti a castello e due singoli. Uno è mio. La doccia e gli esercizi di allungamento muscolare mi ritemprano. Poi è il momento di riprogrammare le prossime tappe. Controllo i percorsi, le altimetrie, le previsioni meteo. Chiamo i rifugi che si trovano lungo il 3V per sapere la loro disponibilità. Giusto per andare un po’ meno a caso, per sapere dove trovare da mangiare, un letto per la notte o un bivacco aperto. Viene presto ora di cena: la pizza è squisita, la crema catalana una sorpresa piacevolissima. Esco a sfogliare qualche libro. Arrivano due ciclisti, giovani, sulla trentina come me, uomo e donna. Le loro bici hanno borse da viaggio. Vengono da lontano, penso. Mi salutano subito, sono francesi. Più che altro, sono euforici. La titolare del rifugio ci fa sapere che dormiremo insieme ed io, in un battibaleno, mi faccio due nuovi amici. Pier e Gaëlle sorseggiano un boccale di birra e mi invitano al loro tavolo. Lui parla bene l’italiano, l’ha studiato all’università di Pisa se ricordo bene. Il suo migliore amico era bresciano, mi fa nome e cognome, ma come posso conoscerlo?! Lei l’italiano non lo sa, quindi passiamo all’inglese. Il mio è scadente, però mi fa un gran piacere parlarlo, vorrei farlo più spesso. Racconto di me e chiedo di loro. Sono di Lione e sono in viaggio di nozze. Sorridono e mi mostrano gli anelli del matrimonio. Sono proprio felici. Il loro itinerario a pedali? Lione, Liguria, lago di Como, Bergamo, lago d’Iseo, ora qui a Vaghezza che è una frazione di Marmentino e domani verso il lago d’Idro. Sono provati dalla salita, ora mangiano una pizza. Sono proprio contento di averli conosciuti. Salgo in camera ed unisco i due singoli per loro, poi scendo e li aiuto a trasportare le loro borse. Preparo già lo zaino perché domani partirò presto. Oggi ho riposato, sento di aver recuperato. Peccato perdersi la colazione in compagnia dei francesi. Mi hanno “rubato” il letto singolo, ma erano proprio simpatici. E poi io, per mantenere in vita la rivalità tra italiani e transalpini, ho fatto da terzo incomodo per tutta la notte. I loro bisbigli con quell’accento così dolce mi hanno cullato. Mi sono addormentato subito ed ho dormito come un ghiro. Vive la France!

GIORNO 3: Nuove amicizie

La sveglia del cellulare mi butta giù dal letto alle 5.20. Esco subito dalla camera per non disturbare i miei amici francesi, mi vesto e mi lavo la faccia. Siccome sono troppo in anticipo sull’orario di colazione, i gestori del rifugio degli Elfi mi hanno preparato qualche panino. Ne bastavano due. Ne trovo quattro, molto imbottiti. Gentilissimi loro, affamato io. Due spariscono mentre albeggia, gli altri li conservo per la giornata. Non rivedrò mai più Pier e Gaëlle, così belli nel loro amore a pedali. Prendo un foglio dal mio taccuino. Scrivo “Bon voyage! Merci beaucoup!” ed assicuro questo biglietto al portapacchi della loro bici. Sono le 6 ed è ora di partire.

Ma la solitudine dura poco. Così come il tratto pianeggiante. Mulattiera e poi sentiero in salita, in direzione di Pian del Bene, a quota 1515 metri. Con due camminatori di Lumezzane, oggi alla ricerca di funghi. Che bel regalo! La loro compagnia azzera ogni eventuale fatica, anche perché oggi sto proprio bene. L’ora di salita vola come se fossi ad un concerto rock. Ma qui la musica la suonano Pietro e Mauro, un bel duetto. Pietro ha molti soprannomi o evidentemente Mauro non è abituato a chiamarlo con il suo nome. “Dai Tite, sei forte!” lo rincuora. E poi: “Forza Peter che siamo arrivati”. Il motivo di tutti questi incoraggiamenti è presto detto. Pietro ha avuto un piccolo infarto quattro mesi fa. Intervento chirurgico, bypass al cuore e una lenta ripresa. E pensare che Pietro era uno che andava spesso e volentieri in montagna. Adesso l’allenamento è quello che è, ma va su che è un piacere. Ha qualche timore, questo sì. Scacciare le paure è il passo più difficile per sentirsi guarito definitivamente. Ne so qualcosa pure io. Mauro è un ottimo compagno: lo incita, lo punge, lo rassicura. È premuroso anche nei miei confronti e, come mi è già capitato tante volte, ricevo pure da lui indicazioni precise ed un plauso (anche per il mio dialetto che condisce la chiacchierata). Arriviamo a Pian del Bene e ci salutiamo. Loro si fermano a cercar funghi, io proseguo verso il monte Ario.

Ci sarebbe la variante bassa che evita questa breve ascesa, ma non ci penso neanche (qui ci sono indicazioni molto precise). La cima dell’Ario è lì, ben visibile. Mentre salgo sul sentiero che taglia il prato, ripenso a Pietro e al suo coraggio. Anch’io voglio affibbiarli un soprannome: Pietro il Grande. In cima ai 1755 metri del monte Ario c’è una croce di ferro ed il sentiero, ben segnalato, continua in discesa verso l’Alpe di Pezzeda. Qui, sul muro del rifugio Blachì 2, c’è una lapide in ricordo di Silvano Cinelli. Il suo sentiero continua ora su una stradina sterrata e punta verso il Maniva. Il problema è che a me queste stradine ingannano, forse perché un po’ mi annoiano e mi lascio trasportare. Spesso mi chiedono (e, più raramente, mi chiedo) come faccia a camminare da solo per qualche ora: “Ma non ti stufi?”. No, ci sono tante cose da fare (controllare il sentiero, scattare qualche foto, bere e mangiare, pianificare a spanne la giornata, godersi la montagna). Per non parlare delle cose a cui posso pensare, perché questi momenti di equilibrio perfetto sono ideali per riflettere, fare bilanci e progetti. A volte questa meditazione prende il sopravvento e va a finire che sbaglio strada, come in questo caso. Seguo la strada che scende verso Collio, ammiro un gruppetto di cavalli, mi spavento di fronte ad un maiale selvatico che scambio per un cinghiale. E subito dopo mi imbatto in una baita. Ci sono tre uomini in piedi sul balcone. Sembra quasi che stessero aspettando me, perciò chiedo loro ragguagli sul 3V (“Torna indietro che hai sbagliato!”) e sul cinghiale (“Era un maiale, limù! Ce n’è un altro qui intorno”). Io che non ho mai avuto un cane né un gatto e che vivo nel centro di un piccolo paese, sto imparando a conoscere gli animali, ad apprezzarne la silenziosa compagnia. Perciò, felice di questo breve errore di percorso (ho allungato la tappa di una trentina di minuti), risalgo per la stradina e trovo il tornante “incriminato”: ci sono una specie di vasca ricolma d’acqua ed i cartelli che mi indirizzano di nuovo sul 3V.

Il sentiero prosegue pianeggiante, con qualche breve su e giù. Arrivo al Passo di Prael e tiro dritto, lasciando la variante alta per la Corna Blacca sulla destra. La farò due settimane dopo, con meno chilometri sulle gambe, uno zaino più leggero e senza i bastoncini. Questa variante è “riservata” agli esperti, quindi prima di farla ho chiesto delucidazioni ad Emanuele Cinelli, uno che il 3V lo fa ad occhi chiusi. Emanuele mi ha rassicurato ed aveva ragione: il sentiero è a tratti ripido, impegnativo, ma mai dissestato o pericoloso. Bisogna fare molta attenzione, io l’ho affrontato con calma prendendomi un pomeriggio tranquillo. In qualche occasione, sia in salita che in discesa, ho appoggiato le mani alle rocce o agli alberi per avere un equilibrio migliore, però non ho mai corso rischi. Questa è sempre la mia priorità. Perciò, durante il 3V, ho evitato questa “cresta” proseguendo verso il Passo delle Portole. Ai piedi di Cima Caldoline c’è un piccolo altare per le funzioni religiose (come quella cui avevo partecipato nel 2005, proprio qui con la mia famiglia), una lapide in memoria di Tita Secchi ed un bivacco intitolato allo stesso partigiano bresciano. La capanna, che contiene dei tavoli, un lavandino ed un piccolo angolo cottura, non è in ottime condizioni: per il tempo che passa ed anche per qualche incomprensibile gesto di vandalismo. Il gruppo alpinistico Amici di Cima Caldoline ha organizzato una raccolta fondi e presto inizierà dei lavori di ristrutturazione. Continuo a camminare fino ai vicini passi del Dosso Alto e del Maniva. Al primo, imbocco verso sinistra la stretta strada asfaltata del Baremone (senza fare la variante alta che porta in vetta al Dosso Alto: impegnativa ma fattibile la salita, la discesa richiede una buona esperienza alpinistica). In venti minuti sono ai 1650 metri del passo Maniva: l’orario (10.30) è quello giusto per una bella merenda al ristorante Dosso Alto. Fetta di torta, bombolone e pinta di radler (che, per chi non lo sapesse, è la bevanda ufficiale della montagna: un mix di birra e lemonsoda). Il tempo non è dei migliori, non fa freddo, ma quei nuvoloni promettono acqua. Perciò mi fermo poco più di un’ora e riparto per la prossima tappa. Prima, però, avverto il rifugio Cimosco di Plan di Montecampione (“Arriverò per le 17, tenetemi un posto”) e do un’altra occhiata a Bagolino. Questo panorama mi emoziona sempre, perché lì è nata mia nonna e la mia passione per la montagna. È strano pensare che sono arrivato qui sul Maniva a piedi, partendo da Brescia. Mi suonava più normale quando, qualche anno fa, ero passato da queste strade in bici prendendo il via da Isorella. Questi pensieri mi fanno star bene, sono felice!

Forse fin troppo contento. Fatto sta che per un attimo, dopo l’albergo Bonardi, quando la mulattiera biancazzurra sbuca sulla strada, perdo la traccia. Mi basta poco per ritrovarla. Torno indietro, camminando sulla strada verso il Bonardi, ed incontro il segnavia del 3V che sale verso il Passo Dasdana, riconoscibile per la presenza della baita degli impianti sciistici. Il merito è anche di una coppia al volante di una Panda 4X4 vecchia maniera. Le persone che guidano queste Fiat sono una garanzia di esperienza in montagna ed infatti non sbagliano a mostrarmi il sentiero che risale il pendio del Dasdana. In alternativa, dopo il Bonardi si può rimanere sulla strada, fare un tornante verso sinistra, uno verso destra ed un altro verso sinistra per poi trovare sulla destra l’imbocco del Tre valli. In ogni caso, raggiunta la baita dell’impianto sciistico del Dasdana, proseguo sulla stradina sterrata che mi porta di nuovo ad incrociare la strada asfaltata. Qui ci sono indicazioni chiare: lascio sulla mia destra l’impegnativa variante alta per il monte Colombine e scendo a sinistra lungo la strada. Al primo tornante, giro a destra ed è di nuovo strada sterrata, abbastanza ampia ed in discesa. Tutti ingredienti che, insieme ai nuvoloni, mi mettono voglia di correre. Perciò allungo il passo quel tanto che basta per sentire un po’ d’aria che mi spettina ed il cuore che pulsa forte. Bella storia! La sensazione più intensa che possa provare in montagna è questa! Meglio di un panorama, di una cima raggiunta: per me è questa la libertà. E poi ci sono gli incontri, le amicizie, tante in questa lunghissima giornata.

Raggiungo un escursionista e mi fermo con il fiatone. “Come va?”. È l’inizio di una chiacchierata lunga almeno un’ora. Il tempo si ferma, quello meteorologico lo dimentico. Non posso aver paura né fretta accanto a Sergio. 52 anni, di Collio, capelli e barba corti, grigi e ben tenuti. Innamorato della montagna, anche lui cammina spesso da solo. Senza paura e con la massima attenzione. Sergio è minuto di statura, tant’è che il suo zaino pare ancora più enorme di quanto sia in realtà. Un passo dei suoi equivale a due dei miei, che sono alto un metro e novanta: “Ma giochi a basket?!”. Uso molto il dialetto dialogando con lui e Sergio mi dice che il mio accento gli ricorda vagamente quello di Bagolino. Può essere, del resto gli zii e i cugini bagossi lo parlano spesso ed io li ascolto molto volentieri. Anche Sergio, che sento sempre più come un amico di vecchia data, ha alcuni parenti a Bagolino, che lui chiama “Bagolandia”, perché il borgo del carnevale storico, quello dei maschér e dei balarì, è sinonimo di divertimento ed allegria. Sergio ha percorso il sentiero che arriva da Collio, è diretto al bivacco Bassi dove passerà la notte, domani tornerà indietro quel tanto che basta per raggiungere il bivacco Grazzini ed il giorno successivo scenderà a Bagolandia. Incontriamo quattro bagossi in allenamento: vestiti leggeri e passo svelto. Sergio li saluta e ci scambia due parole, anche io ne riconosco uno. Sì, dev’essere proprio lui, Luca, l’atleta con il quale ho corso l’ultimo tratto della Bagolino Alpin Run. Sono passate tre settimane dalla gara di corsa in montagna di Bagolino e mi ricordo bene di lui. Il motivo è molto semplice. Ho sentito tantissimi incitamenti stando al suo fianco: un “Forza Luca!” dietro l’altro. Non erano per me, ovvio che fossero per lui che correva in casa. Perciò, quando lo incontro prima di raggiungere il passo delle Sette crocette, gli racconto quest’episodio e ci facciamo due risate. Arrivato al passo, inizia a sgocciolare. Metto il copri zaino e tiro dritto. Dopo il passo del Crestoso (appena sopra i duemila metri), saluto Sergio a malincuore. I nostri sentieri si separano: lui è quasi arrivato al Bassi, io ho ancora due ore abbondanti di cammino. Il sentiero è in discesa ed attraversa una valle tagliata da un torrentello.

Dev’essere la Val Rosellino con una malga omonima, adibita a bivacco e circondata dal nulla. Incontro vacche, cavalli, capre ed un gruppo di persone dirette al Bassi, alle quali raccomando di salutarmi Sergio. Attraverso il torrentello appena sotto una piccola e splendida cascata e continuo sul sentiero in leggera discesa. Arrivo al Rifugio Rosello, entro e vengo attratto dal tepore del camino acceso, ma preferisco uscire subito e continuare a camminare. Del resto il cielo è sempre più minaccioso. Due gocce diventano presto un temporale, perciò cerco riparo e trovo una stalla. Per fortuna la tettoia di quest’edificio mi permette di non entrare nella “casa” delle vacche, ora assenti, ma di sostare al suo fianco senza bagnarmi. Sono le 16. Quanto durerà la pioggia, ora così battente? In montagna non si può mai sapere quando smetterà, perciò mi metto comodo, mi copro e mangio un panino. Faccio il segno della croce e ringrazio Gesù per quanto mi sta regalando, poi chiedo ai miei angeli custodi di proteggermi ancora. Sto iniziando a pensare che posso farcela, il mio corpo si sta abituando alla grande ed il mal di spalle di ieri sembra un lontano ricordo. Ho superato la metà del 3V, penso al traguardo, ma devo rimanere concentrato.

La pioggia rallenta, allora mi scopro e riparto verso le 16.30, quando il temporale è ormai cessato. Ancora due passi in salita su un’ampia stradina sterrata e poi mi appare Plan di Montecampione, illuminato da un tiepido sole. È una bella sensazione, sono alla fine della tappa odierna. Mi stupisco nel vedere il villaggio di questo paese, una fila di case tutte uguali addossate una all’altra, e mi butto in discesa seguendo il 3V. Raggiungo un turista: chiamiamolo così perché è in vacanza a Montecampione ed ora sta facendo una passeggiata col suo cane, Balù, ed anche perché non ci presentiamo, tanto ci saremmo rivisti la sera al rifugio Cimosco per una birra e per continuare un discorso molto interessante. Questo turista, un uomo sui 45 anni in vacanza con la famiglia, abita a Milano, ma da piccolo trascorreva le sue vacanze a Remedello, a due passi dal mio paese, Isorella. L’ultimo quarto d’ora della mia tappa lo passo con lui ed i suoi ricordi nostalgici che mi riportano agli anni ’80, quando la Bassa bresciana era ancora un’area agricola e pacifica. Terreni da coltivare, bestiame, più trattori che macchine. Racconti simili a quelli dei miei genitori, dei nonni. Lunghi giri in bicicletta, una mano agli zii contadini, un paese piccolo in cui tutti conoscono tutti. Ora anche Isorella e Remedello sono urbanizzati ed industrializzati, posso immaginare Milano. Naturale che lui e la sua famiglia cerchino un po’ di tranquillità almeno in vacanza. “Ecco, tu devi andare a destra, io invece proseguo a sinistra” mi spiega. Sono arrivato e lo saluto, peccato che poi la sera non si presenti al rifugio. Entro al Cimosco, sono le 17 in punto come avevo lasciato detto. La puntualità prima di tutto.

I tre gestori del rifugio, due signori ed una ragazza, mi accolgono col sorriso. “Quella è la camera, lì c’è la doccia”. Mi lavo, faccio stretching e poi mi sdraio un attimo. Siamo a 1800 metri, però c’è il wi-fi: due messaggi a casa, a parenti ed amici, una foto su instagram. Poi arriva Nicola, una grande amicizia che il 3V mi ha regalato. Nicola ha 24 anni e le idee chiare. Si è appena licenziato perché il lavoro d’ufficio non fa per lui. È biotecnologo, sogna un posto migliore, da ricercatore possibilmente. Ci penserà fra qualche giorno. Adesso è sulle orme del sentiero biancazzurro. Ne ha percorso un tratto, domani ne camminerà un altro. Per vedere com’è, farsi un’idea, fotografare marmotte e volatili, anche per allenarsi. Poi, spero presto, toccherà pure a lui provarci. Ha il manuale del 3V, un’ottima conoscenza dei punti-chiave da raggiungere; gli manca qualche ora di cammino nelle gambe e poi ce la farà. Parliamo di questo, ci scambiamo consigli e punti di vista. La cena è una perla del rifugista. Squisito il risotto al bagoss. Poi giochiamo a carte. Briscola, scopa, rubamazzetto. Vince sempre Nicola. Del resto, conveniamo, io ho avuto una giornata molto fortunata, lui decisamente meno (alcune indicazioni sbagliate gli hanno allungato il cammino di qualche ora). Ora la sorte sta rimettendo in equilibrio le cose! Non ho proprio voglia di andare a letto stasera, l’adrenalina di una giornata così positiva mi tiene sveglio. Altre chiacchiere, stavolta con i rifugisti che ci spiegano il sentiero per domani. Parliamo anche del più e del meno, la compagnia è ottima. Poi buonanotte, ma domattina la sveglia suonerà tardi.

L’inconfondibile passo delle Sette Crocette

 


Prosegue in “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte terza

“Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte prima


Ricevo e ben volentieri pubblico (dividendolo in tre puntate) il lungo racconto dell’amico Luca relativo al suo recente viaggio lungo le tracce del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Una cinque giorni intensa da rivivere e condividere attraverso questo racconto ricco di particolari, coinvolgente e… istruttivo!

Tutte le foto sono dello stesso Luca, scattate durante questo cammino.


Il Sentiero delle Tre Valli Bresciane secondo me

INTRODUZIONE

Non ricordo quando ho sentito parlare per la prima volta del Sentiero delle Tre Valli bresciane, la val Sabbia, la val Camonica e la val Trompia, ma, completandolo da Brescia a Urago Mella, ho toccato alcune località che ho frequentato spesso, anche da bambino. Il pensiero corre subito a quella giornata trascorsa al Passo del Maniva con la mia famig

lia: mio fratello, i genitori e pure i nonni materni. Era il 2005, avevo 16 anni, dal Maniva avevamo camminato sino al Passo delle Portole, sotto cima Caldoline, poi ci eravamo fermati per la Messa e per un pranzo al sacco alla capanna Tita Secchi. Uno dei ricordi più belli della mia vita. Quindi il momento più emozionante del mio 3V è stato proprio questo: ritornare in quel luogo così rievocativo e poi guardare giù, dal Maniva verso Bagolino, il paese di mia nonna, di molti parenti e dove ho trascorso diverse settimane in vacanza sin da piccolo.

Due anni fa, nel 2015, ho iniziato a frequentare sempre più spesso il monte Maddalena ed a partecipare a qualche “gara” di corsa in montagna (fra virgolette, perché per me sono delle gite in compagnia), così ho scoperto i segnavia biancazzurri sul colle di Brescia, sulla Punta Almana, sul colle di San Zeno, sul Pizzo Cornacchia, sui Campiani e sul monte Picastello. Ancora non bastava per decidermi ad intraprendere questo lungo sentiero, mancava qualcosa, che è arrivato quest’estate grazie a Emanuele Cinelli, figlio di uno dei creatori del 3V, Silvano. Il sentiero, infatti, è stato intitolato proprio a alla sua memoria. Anche Emanuele ha contribuito alla nascita dell’itinerario che attraversa le montagne della nostra provincia ed ancora lo mantiene in vita aggiornando il suo sito con tante informazioni utili (Mondo Nudo – Sezione 3V) e con alcune iniziative. Proprio da una di queste è nata la mia voglia di 3V.

Quest’estate Emanuele ha provato a completare il sentiero biancazzurro con una tappa unica. Il mio amico Giovanni, compaesano e guida di molte escursioni, me l’ha fatto notare e quando lui, così esperto, mi parla di montagna fa presto a trasmettermi la sua grande passione. Qualche giorno dopo stavo già scrivendo ad Emanuele per avere più informazioni possibili. Cinelli, gentile e disponibile, si è rivelato una vera miniera di consigli e con le sue indicazioni mi ha accompagnato sino al termine del cammino. Nel frattempo ho letto le informazioni del percorso sul sito del Cai di Brescia per farmi un’idea di cosa mi attendeva. Come facevo a scuola, ho preso appunti: ho preparato dei riassunti da portare con me, per consultarli qualora avessi avuto dei dubbi. Ho anche guardato le mappe, l’altimetria ed ho steso un programma di massima. Ho deciso subito che avrei provato a seguire il sentiero originale, senza varianti basse né alte (“riservate” agli esperti, quindi non a me). Ho camminato da solo: sono abituato a non avere compagnia in montagna e la cosa non mi pesa, anzi. Sapevo di non passare da punti particolarmente difficili, esposti o isolati; ma, al contrario, da percorsi battuti da molti camminatori, specie nella settimana di Ferragosto. Questo ha tranquillizzato sia me, sia la mia famiglia. Anche perché non avevo nessuna fretta e nemmeno nessuna ossessione di arrivare al traguardo. Due notti di fila nei rifugi o nei bivacchi sarebbero già state per me una prima volta, una novità assoluta e quindi una conquista già sufficiente per rendermi felice e pronto a tornare a casa senza rimpianti. Mi bastava provarci, affrontare un giorno per volta e godermela.

Ho atteso il giorno giusto per partire, mi sono “allenato” un po’, anche se per me uscire a correre o andare in montagna è solamente un divertimento. Quando ho sentito di essere pronto, domenica 13 agosto 2017, ho fatto lo zaino e all’alba del giorno seguente sono partito. Ho portato con me il sacco a pelo, il tappetino e qualche scorta alimentare, perché sul percorso ci sono molti bivacchi e volevo essere pronto a passare una notte anche lì se la stanchezza o il maltempo mi avessero fermato prima di arrivare in uno dei tanti comodi rifugi presenti sul 3V.

 

GIORNO 1: L’inesperienza

Lunedì 14 agosto mi sono svegliato quando la mia Isorella, nella Bassa bresciana, era ancora al buio. Ho fatto una colazione abbondante ed ho chiesto alla mamma di accompagnarmi a Brescia. In auto, ho lasciato che fosse la radio a scegliere qualche canzone per me. Ho fatto bene, a metà strada è partita “Self control” di Raf. Bellissima canzone, un invito a mantenere sempre l’autocontrollo.

Ho iniziato a camminare alle 6.30 da via san Gaetanino, dove un cartellone indica la partenza del 3V. La prima salita, verso il monte Maddalena, è stata la più difficile, non perché fosse ripida o tecnica, ma poiché mi ha colto alla sprovvista sotto molti punti di vista: lo zaino pesante, che raramente ho portato e per questo mi causava mal di schiena; il passo molto più lento del solito, obbligatorio vista la lunghezza del sentiero; la fretta di mettersi alle spalle i chilometri; forse anche un po’ di pensieri, come “ora che sono finalmente partito, cosa troverò?”. Tutte queste preoccupazioni se ne sono andate poco per volta, mentre mi allontanavo dal conosciuto Maddalena per iniziare a camminare su sentieri per me nuovi. La presenza costante dei segnavia biancazzurri mi ha subito rassicurato: la prima parte fra le case costruite sulle pendici della montagna bresciana, poi sulla strada, passando accanto a San Gottardo, infine il sentiero che mi ha portato in cima al Maddalena, fino al vecchio rifugio ormai abbandonato. Poi la stradina pianeggiante in “cresta”, prima della discesa verso il Colle di san Vito. Qui le chiare indicazioni mi hanno spedito giù verso Nave, dove sono rimasto stupito di trovare così tante tracce biancazzurre anche fra le vie del paese. Prima di iniziare la salita verso il Santuario della Madonna di Conche, mi sono fermato per mangiare un panino.

Le pendenze e l’ampia mulattiera sono abbastanza agevoli sino alla chiesetta di Sant’Antonio, poi il 3V prosegue con un sentiero meno ombreggiato. La salita mi piace, mi sento bene, trovo il mio ritmo, faccio qualche fotografia e appena prima del mezzogiorno sono al santuario. Chiedo ai gestori del rifugio di aggiungere un posto a tavola e mi preparo per il pranzo. Mi riservano uno spazio libero con tanto di nome e cognome: sul primo ci siamo, sul secondo un po’ meno e divento Luca Rigamonti… questa storpiatura non l’avevo mai sentita! Sono seduto accanto ad una compagnia di signori sulla cinquantina: diventiamo ben presto amici ed uno di loro, che ha fatto il 3V, mi dà diversi consigli. Parliamo di montagna mentre mangiamo la pasta al ragù e le scaloppine, che io infilo dentro due panini. Arrivano i pomodori ed un signore chiede qualche spicchio di cipolla, poi fa assaggiare anche a me questa accoppiata che è il suo piatto di verdura preferito. Ci sono anche la torta ed il caffè, poi ci viene offerto lo spumante da un cliente che festeggia i cinquant’anni. Pensa te che fortuna, proprio oggi! Sono già le 14: due ore sono volate grazie a questa ottima compagnia. Il gestore del rifugio mi regala la cartolina del santuario, sua figlia ci aggiunge il timbro del 3V. Sono pronto per ripartire, visito la chiesetta, guardo il panorama e poi via. Vorrei arrivare a Lodrino e cercare un posto dove dormire, ma la strada è lunga. Troppo.

Poco oltre questo santuario c’è l’Eremo di san Giorgio, in ristrutturazione. Due esperte signore stanno “rinfrescando” i dipinti al suo interno e mi invitano a ritornare più avanti. Proseguo ed inizio la discesa verso il passo del Cavallo che è addirittura segnata con delle balise arancioni (cioè dei nastri), reduci probabilmente da una gara di corsa in montagna. Non posso proprio perdermi. Poi si ricomincia a salire. Fa caldo, ma il sentiero è all’ombra. Passo accanto al recinto di un asinello e mi scatto un selfie con lui. Allungo di dieci minuti il sentiero per salire sul monte Prealba, dove campeggia una croce bianca: qui faccio merenda con una mela che mi sono portato da casa. La mela è il mio frutto preferito quando faccio sport. È dolce ed energetica, nello zaino non si sciupa ed è pure rinfrescante.

Riparto e poco dopo attraverso un bosco maestoso. Gli alberi sono imponenti e mi fanno sentire piccolissimo. Nonostante il sole, qui si sta al fresco. È tutto bellissimo, anche la baita delle Passate Brutte, circondata da un roccolo immenso. Qui abitano Luigi ed i suoi due cani. Lui, binocolo in mano, scruta le catene montuose. Il cielo, limpido, è ideale per il suo hobby. I cani cercano qualche carezza. Allora mi fermo. “Vuoi dell’acqua?”. Una bottiglietta di acqua frizzante era proprio quel che ci voleva. Luigi non vuole nulla, perché, dice, “è giusto così, lo faccio sempre”. “Vedi, quelli là in fondo sono i radar che sovrastano il Maniva, dove devi arrivare tu”. La distanza mi mette paura, ma non dimentico il mio motto: un giorno per volta, passo dopo passo. I cani mi rincorrono mentre riparto e mi accorgo che sono già passate le 18. L’entusiasmo del primo giorno non mi aveva più fatto guardare l’orologio e a Lodrino di posti a dormire non ce ne sono più, del resto, mi fanno notare, domani è Ferragosto. Non me lo ricordavo più. Il tempo s’è annullato quando sono partito, penso solamente a camminare e riposare, bere e mangiare, a nient’altro che non sia collegato con le mie sensazioni attuali: il sentiero mi ha catturato. Però non so dove dormire ed anche altre tappe intermedie, quelle che avevo programmato, si rivelano errate: ai rifugi dell’Alpe di Pezzeda non si può pernottare ed il bivacco della Chiesa di Santa Maria del Giogo apre solo per chi lo richiede in tempo. Il panico dura qualche secondo. Ho il sacco a pelo e posso dormire ovunque. Sono a 1300 metri, ma non fa freddo ed ho portato degli abiti pesanti. Però, avviandomi verso la Corna del Sonclino, dove c’è una croce ed inizia il saliscendi verso Lodrino, chiedo lo stesso ad un signore se fra quelle numerose case ci sia un bivacco, una specie di rifugio. “Vieni pure a dormire da me, sono solo e ne ho di letti!”. L’ospitalità non si rifiuta mai, così trovo accoglienza nella sua casupola, fra il cane, due asinelle, le oche e le galline. Sono felice, al settimo cielo. È venuta a galla la mia inesperienza, però non mi sono perso. Il 3V è segnato davvero alla perfezione in questo tratto iniziale. Perciò concludo la mia prima giornata al caldo del camino: ascolto le storie di chi mi ospita, guardiamo un film western, accarezzo il suo cane, Luna, e mi stupisco di come la gente di montagna posso essere schiva e al contempo offrire la propria casa ad un camminatore qualsiasi.


Prosegue in “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte seconda

Sorprese e premi per l’uscita VivAlpe del 24 settembre 2017


Tutte le foto sono di Attilio Solzi, cordialissimo e gentilissimo come sempre. Grazieeee!


Partiti dalle rispettive dimore con il freddo e la pioggia battente, in tre ci troviamo, dopo un viaggio in auto costantemente dominato da Giove Pluvio, al parcheggino dei Prati Magri. Quando ci mettiamo in cammino ancora piove sebbene con minor impeto e il cielo bigio non da segni di miglioramento. Passano dieci minuti e dietro la dorsale del monte appare un piccolo sprazzo di sereno, la pioggia lascia il posto a un debole sole, togliamo le coperture da pioggia e procediamo più leggeri. Altri quindici minuti e il sereno si è allargato, ormai siamo sui verdi, ehm, gialli, no marroni, no giallo-marroni, insomma sui pascoli dalle mille tonalità dell’autunno che ci accompagneranno fino alla vetta del Dosso Rotondo (essendo solo in tre decidiamo l’allungamento del percorso previsto).

L’erba riscaldata dal sole diffonde un bel tepore, una dopo l’altra nel giro di pochi minuti le mie vesti lasciano il corpo e finiscono nello zaino, tutte. Paola e Attilio, ancora indissolubilmente legati all’abito, restano in pantaloni e maglia: come faranno, li vedo palesemente oppressi dal calore e si lamentano del sudore che sgorga dai loro pori inumidendo le vesti e rendendole inutili alla difesa dalle qui presenti folate d’aria fresca, quelle folate che io, nudo e asciutto, avverto soltanto come piacevoli soffi dell’amico Eolo.

Saliamo veloci e in poco siamo alla vetta, poco sotto di noi un comodo rifugio ma la giornata invita a pranzare qui, all’aria aperta, seduti nell’erba, baciati dal sole. Dopo mangiato, re-indossato io pantaloncini e maglietta, scendiamo al vicino rifugio per un corroborante digestivo e facciamo la conoscenza con la simpatia della famiglia che lo gestisce. Riprendiamo la via della discesa, identica alla salita, io posso rimettermi a nudo. Il sole è stato ricoperto da una estesa coltre di nuvole, una luce diffusa mette in risalto i vari crinali che si estendono da qui al Monte Baldo, Attilio trova la sua ideale scenografia fotografica e, come già fatto in salita, usandomi come modello scatta a ripetizione decine di foto, mi coinvolge anche per un paio di filmati. Così, tra chiacchiere, fotografie e ammirazione dei panorami, quasi senza accorgercene arriviamo al bosco e poco dopo siamo al punto di partenza, contenti per la splendida giornata in montagna.

Come sovente accade, la natura premia gli intraprendenti!

Sentieri chiusi alle moto: danno da 137 milioni di euro!

#TappaUnica3V se ne riparla a giugno 2018


Nel 2016 sono arrivato a venti chilometri da Brescia ma rinunciando a tutte varianti alte da Lodrino in avanti, quest’anno mi sono arenato al quarantacinquesimo chilometro dopo averne percorsi una trentina con il retto femorale di ambedue le gambe in fiamme, ma, come già scritto,  ho la ferma intenzione di portare a conclusione il mio viaggio di TappaUnica3V. Avevo scritto che forse ci avrei riprovato ancora in questo 2017 e in tal senso, avvicinandosi la prima delle occasioni che potevo sfruttare (il fine settimana 1, 2 e 3 settembre), in questi ultimi venti giorni ho fatto, a distanza di dieci giorni uno dall’altro, due test molto importanti: prima una trenta chilometri (l’entusiasmante Traversata da sud del Guglielmo: 29 chilometri con 2413 metri di dislivello al calcolo GPS) in velocità (7 ore e 9 minuti), dove sono arrivato in fondo senza problemi di nessun genere, salvo qualche fitta al ginocchio sinistro nei primi dieci chilometri, e anche nei giorni a seguire il recupero è stato completo e immediato; poi una cinquanta chilometri (l’interminabile sali e scendi dell’Anello Alto del 3V: 46,5km con 4138m) effettuata in relativa tranquillità (18 ore e 10 minuti, più tre ore e mezza di sosta al Maniva, attuate al fine di arrivare sopra Bovegno a sole già levato per una più comoda individuazione di un percorso a me totalmente ignoto e apparentemente piuttosto complesso).

Cosa si è evidenziato dalla somma dei due test?

Innanzitutto il mio ottimo stato di forma e che il problema al ginocchio sinistro, quello specifico per cui ero stato anche dall’ortopedico, appare risolto, e questo mi ha reso ancor più difficile prendere la decisione definitiva; poi che ci sono nuovi e vecchi dolori alle ginocchia, dolori che vanno e vengono, dolori che si manifestano sia in attività che a riposo, dolori che, visti gli esami strumentali recentemente fatti e l’esito della visita ortopedica, devo attribuire agli acciacchi dell’età probabilmente intensificati dalla lunga attività alpinistica, non solo ma ci sono anche delle fitte alla schiena che compaiono quando faccio certi bruschi movimenti (complesso e tutto sommato inutile descriverli qui, riporto un solo esempio: quando reagisco ad una scivolata di un piede o a un inciampo), dolori, questi, che già erano parte di me ma che si presentavano raramente mentre ora sono molto più frequenti, seppur sempre occasionali; infine si evidenzia che dopo la cinquanta le ginocchia si fanno dure ogni qual volta rimango seduto a lungo e ci vogliono un paio di minuti di movimento affinché ritornino alla normalità. Evidente che, anche in ragione delle previsioni meteorologiche decisamente sfavorevoli, devo posticipare il nuovo tentativo, ma…

Studiando per bene la tabella di marcia rieditata in ragione di un calcolo tempi migliorato, impostando un orario di partenza che mi permetta di passare la parte alta in orario diurno (ormai la notte a quelle quote fa piuttosto freddo e c’è un tratto che durante la cinquanta ho capito essere meglio fare col chiaro) ne è risultato un orario di partenza che si sovrapponeva ai miei impegni di lavoro. Ho provato con vari orari di partenza ma sempre ne risultava che uno dei due tratti particolarmente complicati e relativamente pericolosi (variante alta al Dossone di Facqua oppure la variante alta all’Almana) finiva ad orario notturno e avrei dovuto rinunciarci. No, non voglio rinunciarci per cui ecco la decisione definitiva: se ne riparla a giungo 2018!

Sarà giugno per evitare il caldo trovato a luglio, ma, visti i miei impegni di lavoro, dovrà essere dopo la metà di giugno, ne risultano due sole possibilità, ovvero gli ultimi due fine settimana, imposto il primo in modo da avere il secondo come riserva qualora ci fosse brutto tempo, quel brutto tempo che, per motivi di sicurezza, impedirebbe la percorrenza delle due dette varianti alte (Dossone di Facque e Almana) ma anche quella del Dosso Alto e potrebbe mettere a rischio la salita della Corna Blacca, nonché di tutte le varianti da me individuate (che penso d’inserire nel percorso di TappaUnica3V) per prolungare la permanenza sul filo di cresta (in alcuni punti il percorso originale si discosta da questa senza una motivazione precisa) dato che sono su terreno vergine e/o molto inerbato.

Ricapitolando…

Il giro finale è di base programmato per il 22, 23 e 24 giugno 2018, come riserva è impostato il fine settimana dal 29 giugno al 1 luglio 2018 o, al limite, quello successivo 6, 7 e 8 luglio, resta ferma l’idea di partire quando tutte le condizioni sono al meglio.

Camminare in montagna: tecnica del cammino


Prosegue da… Le calzature.


 Premesse

  • Oggi molti escursionisti utilizzano i bastoncini i quali, però, comportano pochissime variazioni alla tecnica del cammino per cui li prenderò in considerazione solo per un capitolo a loro specificatamente dedicato. D’altra parte tale attrezzo dev’essere un ausilio e non un sostituto delle capacità fisiche e tecniche: l’escursionista prima di tutto deve saper camminare in modo naturale (ovvero senza bastoncini), poi, eventualmente, ne inserisce l’utilizzo.
  • Come base faccio riferimento alle esigenze dell’escursionista, a questo, come già detto, sovrappongo l’avvicinamento al trail, quindi prendo in considerazione anche la corsa ma non in maniera esclusiva e soprattutto non ai fini agonistici, nell’ambito dei quali alcune cose potrebbero cambiare, alcune violazioni alle indicazioni, regole se vogliamo, che andrò a definire sono tollerabili o addirittura necessarie.
  • Della postura ne ho già ampiamente parlato (“La postura”), qui, pertanto, richiamo solo l’indicazione generica di base: il corpo dev’essere sempre il più possibile eretto senza spezzarsi a livello dei fianchi (busto inclinato avanti rispetto alle gambe) o delle ginocchia (arretramento accentuato del busto).
  • Se leggendo scoprite di dover correggere qualcosa, lavorate su una sola cosa alla volta: sarà più semplice e, alla fine, risulterà più veloce di un lavoro contemporaneo su più aspetti.

Uso dei piedi

  1. Anche se in particolari situazioni di terreno ci si dovrà comportare in modo diverso, di principio i piedi devono essere sempre il più possibile dritti verso l’avanti in modo da occupare il minor spazio possibile, facilitare il passaggio del piede a fianco della gamba anche quando un sentiero molto scavato o la presenza di folta vegetazione limitano alquanto lo spazio disponibile, permettere alle ginocchia e alle anche di lavorare nel migliore dei modi senza disperdere energia in rotazioni e senza indurre un precoce logorio dei relativi giunti ossei e legamenti, generare una rullata (ne parlo poco più sotto) completa, sfruttare al massimo la spinta del piede.
  2. Per una massima presa sul terreno i piedi devono attuare un appoggio completo, ovvero, indipendentemente dalla pendenza su cui stiamo procedendo (con l’eccezione di inclinazioni particolarmente rilevanti), all’interno della rullata dev’esserci un momento più o meno lungo (questo è inversamente proporzionale alla velocità della progressione) in cui tutta la pianta del piede, sia quello a valle che quello a monte, è a contatto con il terreno.
  3. Da sempre mi chiedo come mai talvolta si trovino tracce che hanno la larghezza di un solo piede: qual è la strana motivazione che induce alcune persone a camminare ponendo un piede davanti all’altro? Non ha senso, si peggiorano l’equilibrio e la reattività: i piedi devono essere categoricamente alla larghezza delle anche, con l’eccezione, per l’appunto, della situazione accennata sopra (tracce monopiede) quando, volenti o nolenti, siamo costretti a mettere un piede davanti all’altro.

Pronazione e rullata

Per pronazione s’intende il movimento di rotazione della caviglia attuato durante la rullata, che è il movimento del piede dal momento di appoggio al momento di stacco. Molti gli studi fatti nell’ambito della corsa, dove pronazione e rullata giocano un ruolo importante, più difficile trovare quelli relativi al cammino (che comunque ci sono), tutti individuano e distinguono diverse tipologia di pronazione e di rullata, meno accordo esiste sulla definizione di rullata naturale e sui vantaggi e svantaggi delle varie modalità. Dando ragione alla maggioranza (anche se la storia insegna che non sempre è la maggioranza ad aver ragione: vedi le teorie sulla forma del nostro pianeta o sulla formazione del sistema solare o ancora, in tempi più recenti, sulla scindibilità dell’atomo, sull’innocuità degli antibiotici, le continue variazioni d’idea sui sistemi alimentari e via dicendo) possiamo ritenere che, quantomeno nel cammino, la rullata più naturale sia quella che inizia dall’appoggio centrale o leggermente esterno del tallone, con rotazione latero-longitudinale (ellittica) sulla caviglia passa per la messa a terra dell’intera pianta e, continuando la rotazione sulla caviglia aggiungendovi la flessione dell’articolazione delle dita, finisce con l’appoggio spinta di queste ultime, in particolare dell’alluce (non per niente più grande e avanzato delle altre dita) che è l’artefice ultimo della spinta avanti.

Le variazioni alla pronazione e alla rullata naturali sono diverse, comunque tutte riconducibili a poche situazioni limite.

Variazioni di pronazione

Quando il piede tende a lavorare solo sulla parte interna si parla di iperpronazione, quando, al contrario, il piede lavora esclusivamente sull’esterno si parla di ipopronazione o supinazione. Ambedue le situazioni potrebbero favorire le storte, ma soprattutto generare sovraccarichi su alcune zone della nostra catena strutturale, in particolare a caviglia, ginocchia e anche.

Le variazioni di pronazione sono quelle più rilevanti ai fini del cammino, quelle che, sebbene si allarghino sempre più i pareri contrari (e favorevoli al mantenimento di una rullata spontanea anche se poco “naturale”: alla fine non è forse vero che ciò che avviene in via spontanea e ovviamente anche naturale?), andrebbero prese in maggiore considerazione quando si decide l’acquisto di una scarpa da trail o da corsa, i due ambiti dove è possibile trovare calzature appositamente studiate in ragione del tipo di pronazione, oppure di un sottopiede (molti sono appositamente progettati per “correggere un difetto di appoggio”).

Variazioni di rullata

Riguardano l’appoggio che inizia sull’avampiede o addirittura sull’attaccatura delle dita anziché sul tallone, con un successivo passaggio per un appoggio più o meno totale della pianta. Salvo i casi più estremi (tipo persona che cammina solo sui talloni o solo sulle dita) e che richiedono necessariamente l’intervento di specialisti, sono meno condizionanti ai fini del cammino e della scelta delle relative calzature: ad oggi non ancora differenziate in tal senso anche se la ricerca e il mercato delle scarpe da corsa si stanno interessando all’appoggio anteriore (inizio rullata dall’avampiede), molto utilizzato dai corridori originari di zone dove le popolazioni camminavano o camminano a piedi scalzi (pertanto da alcuni ritenuto più naturale).

Dal punto di vista della tecnica di cammino possiamo in tal discorso rilevare l’importanza di mantenere sempre attive tutte le fasce muscolari della caviglia, unico modo per prevenire le storte, risultato a cui possiamo arrivare solo attraverso la consapevolezza del cammino, magari favoriti dall’utilizzo di calzature basse che rendono più facile percepire la tensione della caviglia. Altri due piccoli appunti riguardano la salita e la discesa molto ripide: nel primo caso, specie se dobbiamo sfruttare piccole zolle o piccoli appoggi su roccia, il lavoro del piede potrebbe arrivare a limitarsi alla sola parte anteriore (la flessibilità della caviglia ha comunque un limite e ad un certo punto diviene quantomeno difficile o impossibile mantenere tutta la pianta a contatto con il terreno); nel secondo, specie quando il terreno si fa scivoloso (fango, ghiaietto, sassi mobili, con qualche limitazione anche l’erba), potrebbe essere conveniente iniziare l’appoggio con l’avampiede invece che col tallone (in tali situazioni l’appoggio di tallone comporta inevitabilmente la tendenza a scivolare verso valle, che invece viene contrastata dall’appoggio immediato dell’avampiede).

Il passo

Per avanzare dobbiamo necessariamente porre un piede avanti l’altro, ovvero compiere dei passi, ma come vanno fatti? Potrà sembrare banale eppure è facile osservare atteggiamenti errati, ecco quelli giusti.

In piano

Queste indicazioni sono ovviamente la base necessaria per un efficiente cammino anche in salita e discesa.

  1. I piedi non vanno buttati uno avanti l’altro (se, in salita, riusciamo a farlo è perché di base abbiamo una postura errata: troppo arretrata): il piede in avanzamento va staccato da terra (sfruttando la spinta delle dita), alzato un poco dal terreno e portato avanti con un costante controllo del movimento; in pratica i piedi devono compiere un arco abbastanza evidente e non una traslazione pressoché lineare.
  2. Anche se è naturale farlo lo metto comunque in debita evidenza: nella fase centrale del passo, quando ambedue i piedi risultano appoggiati a terra, uno avanti e uno indietro, il nostro peso è equamente distribuito tra le due gambe, per spostare il piede più arretrato dobbiamo innanzitutto scaricarlo e lo facciamo spostando il bacino (e il busto) sulla verticale del piede più avanzato, in tal modo l’intero nostro peso è supportato dalla gamba che resterà ferma e l’altra potrà liberamente staccare il piede da terra e, momento in cui dovremo rimanere in equilibrio su una sola gamba, portarlo avanti. In pratica la sequenza di un passo è formata da: appoggio – rullata – spostamento del peso – avanzamento della gamba scarica – appoggio – rullata e via di seguito.
  3. Tenete sempre presente che l’usuale sequenza di cammino piede destro – piede sinistro – piede destro – piede sinistro e così via nel cammino in montagna non è una condizione assoluta, talvolta è necessario o conveniente spostare per due o tre volte lo stesso piedi prima di spostare l’altro.

In salita

  1. In salita, specie se ripida, ad ogni passo dobbiamo sollevare verso l’alto il nostro corpo, più il passo è lungo e/o più aumenta la pendenza più è ampio il sollevamento da effettuare, di conseguenza maggiore lo sforzo che dobbiamo fare. Per contenere la fatica dobbiamo quindi fare passi corti, sempre più corti con l’aumentare dell’inclinazione, per arrivare ad essere cortissimi quando si devono risalire saltelli rocciosi: qui anche, quando sarebbe possibile farlo in relazione alla lunghezza delle nostre gambe, bisogna resistere alla tentazione di superarli con un unico alto passo (deleterio ai fini della resistenza dei nostri quadricipiti), al contrario osserviamo per bene il gradino guardando anche ai suoi lati, individuiamo ogni possibile appoggio anche se molto piccolo e sfruttiamolo per salire.
  2. Durante la traslazione del piede accentuiamo lo spostamento di peso dalla gamba indietro (a valle) a quella avanti (a monte), estremizzandola nel superamento di gradini e di saltelli rocciosi: non innalziamoci spingendoci con la gamba a valle, ma, dopo aver alzato il piede nella sua posizione di appoggio migliore, facciamolo caricando al massimo la gamba a monte piegata per poi distenderla verso l’alto.
  3. Sfruttando la flessibilità delle caviglie (anche se limitata da eventuali calzature alte e magari con una tomaia un po’ troppo rigida) seguiamo la naturale tendenza a cercare la verticalità del corpo, facendo attenzione a non spezzare il busto con una sua accentuata flessione in avanti: le spalle devono rimanere sulla verticale delle anche.

In discesa

  1. Dobbiamo vincere il meccanismo di autodifesa che, specie su discese molto ripide, ci induce ad arretrare con il busto, al contrario dobbiamo portare avanti il bacino cercando di avvicinarci con il corpo alla perpendicolare al terreno. Ovviamente con l’aumentare della pendenza sarà sempre più difficile farlo (salvo mettersi a correre, che per ora escludiamo dal contesto) e dovremo necessariamente gestire una posizione più o meno arretrata cercando di contenerla al minimo possibile: evitiamo un’accentuata flessione delle ginocchia il cui effetto collaterale sarebbe quello di sovraccaricare i quadricipiti e le ginocchia, oltre che aumentare la possibilità di scivolare.
  2. Non lasciamoci trasportare dalla pendenza ma manteniamo un costante controllo della nostra andatura, per farlo (senza passare alla corsa) potrebbe essere necessario accorciare i passi, ma possiamo anche opportunamente sfruttare le ripe del sentiero o eventuali massi laterali per un appoggio diagonale (in pratica né risulta una camminata a gambe larghe, con consecutivi e più o meno accentuati spostamenti a destra e a sinistra), cosa molto comoda anche quando avete il controllo dell’andatura: riduce gli impatti al suolo e diminuisce la tendenza allo scivolamento.
  3. Nella discesa dei gradini evitiamo la caduta a valle ma facciamo lavorare i quadricipiti e caliamoci a valle il più dolcemente possibile. Se il gradone è particolarmente alto possiamo posizionarci fianco a valle per far lavorare anche altri muscoli meno affaticati e solitamente più forti, oppure, se abbiamo agilità e ginocchia non troppo malandate, potrebbe essere preferibile effettuare un salto.
  4. Nei salti a valle se possibile è meglio sfruttare gli appoggi laterali: spezzando il salto se ne riduce l’altezza e, di conseguenza, l’impatto. Così operando l’appoggio sarà su un piede solo e dovrà avvenire sull’avampiede (aumenta l’assorbimento rispetto all’appoggio sul tallone). Quando il salto con appoggi laterali non è possibile, dobbiamo atterrare contemporaneamente su ambedue i piedi, sempre sull’avampiede. Nei salti potete sfruttare la flessione dell’assorbimento per rilanciarvi immediatamente nel passo o salto successivo, qualora i gradoni si ripetano e il passaggio sia piuttosto complicato (e magari anche esposto) è consigliabile effettuare un atterraggio bloccato, ovvero un salto dove l’assorbimento dell’impatto all’atterraggio è fine a sé stesso e non viene utilizzato per rilanciarsi avanti.
  5. Su discese molto ripide e scivolose prendiamo in considerazione la corsa la cui dinamicità ci permette di restare in piedi anche in caso di scivolate (ovviamente dobbiamo essere adeguatamente allenati e tecnicamente preparati alla corsa), inoltre, come già detto, facilitandoci una posizione di perpendicolarità al terreno, ci consente, se ben fatta, di risparmiare i quadricipiti e le ginocchia (le due cose sono anche tra loro collegate visto che i primi fanno da protezione alle seconde: un cedimento dei primi comporta un inevitabile sovraccarico delle seconde).

Il ritmo e la sua gestione

Tendenzialmente si pensa al ritmo solo come sinonimo di velocità, in realtà è anche uno degli aspetti dell’efficienza del cammino, quindi della minore o maggiore fatica. Per altro anche la velocità va comunque integrata tra gli aspetti di efficienza visto che aumenta la sicurezza visto che la montagna è ambiente sostanzialmente ostile dove dobbiamo cercare di permanere il meno a lungo possibile: in montagna le previsioni meteorologiche sono pur sempre inconsistenti e una giornata di sole può trasformarsi in una di pioggia battente nel giro di un paio d’ore; la pioggia battente può provocare l’innalzamento delle acque di torrenti e l’improvviso apparire di rivoli d’acqua ove prima c’erano solo secche vallette rendendo anche molto complessi (e pericolosi) i relativi attraversamenti; pioggia e temporali abbassano la temperatura anche di molti gradi mettendoci davanti al problema di un freddo imprevisto; eccetera. Tutte queste situazioni e tante altre creano la necessità di portarsi al più vicino rifugio o a valle nel minor tempo possibile e questo presuppone la capacità di muoversi anche molto velocemente. Per muoverci velocemente potremmo correre, ma se non siamo all’uopo adeguatamente allenati il farlo potrebbe farci affaticare velocemente e obbligarci a fermate inopportune o addirittura a soste pericolose, allora possiamo solo sfruttare la costanza del ritmo, ovvero la capacità di camminare ad una velocità costante riducendo a zero le fermate. Questo può apparire fattibile solo dietro opportuno e complesso allenamento, in realtà, sebbene l’allenamento sia comunque importante (e ne parleremo al momento opportuno), sono già sufficienti alcuni piccoli accorgimenti comportamentali, comportamenti comunque utili e interessanti anche al di fuori delle situazioni di emergenza dal momento che, riducendo l’affaticamento, innalzano il livello di godimento dell’escursione.

  1. Conoscere sé stessi: sapere quale velocità possiamo mantenere pressoché all’infinito nelle varie situazioni (salita, piano, discesa, alle varie inclinazioni). Ovviamente non dobbiamo sopravvalutarci (ma nemmeno sottovalutarci), siamo realistici e facciamo fede al maggior numero possibile di uscite in montagna, alternando a quelle di godimento alcune di allenamento.
  2. Essere coscienti del fatto che ogni sentiero, anche il più ripido e costante, presenta sempre variazioni di pendenza, tratti piani o quasi piani, talvolta anche tratti in discesa: ognuna di queste situazioni ci permette di recuperare fiato e di rilassare le gambe, basta evitare di accelerare ma procedere alla stessa velocità con cui si stava procedendo in salita.
  3. Conoscere il percorso: sapendo esattamente la lunghezza dei tratti di salita possiamo di volta in volta impostare la velocità che ci permette di arrivare alla sommità in unica tirata. Se non conosciamo il percorso possiamo studiarlo sulle cartine, ma è necessario avere a disposizione ottime carte e saperle leggere per bene (ne parlerò in apposito capitolo), ambedue cose che non possiamo dare per scontate e quindi…
  4. Impariamo a leggere il terreno: osservando il terreno sopra di noi possiamo intuire quanto sia lunga la salita che stiamo affrontando e capire se ci stiamo approssimando ad un tratto piano o in discesa.

Nonostante tutto a volte potremmo trovarci ugualmente nella necessità di fermarci e allora altri piccoli trucchi ci permetteranno di farlo nel modo migliore.

  1. La fermata non dev’essere una sosta, deve durare giusto il tempo per far calare la frequenza cardiaca (si dovrebbe parlare di volume ventilato ma è più facile far riferimento al battito cardiaco) a valori nominali sotto sforzo (che non sono quelli di riposo, ben più bassi): orientativamente sono sufficienti da cinque a quindici secondi.
  2. Durante la fermata manteniamo una posizione eretta e respiriamo ampiamente e lentamente utilizzando bene il diaframma e, se serve, anche il torace, al limite persino le spalle: in genere da tre a cinque atti respiratori ci ridaranno il controllo della respirazione e ci metteranno in grado di ripartire. Possibilmente evitiamo di sederci (comprimendo il diaframma ne rendiamo meno efficiente il lavoro, poi dovremo rialzarci con uno sforzo già rilevante), se proprio è necessario farlo togliamo lo zaino e manteniamo una posizione leggermente distesa.
  3. Nel limite del possibile evitiamo di fermarci nel mezzo delle salite, sfruttiamo invece i tratti meno ripidi, meglio ancora se pianeggianti o quasi: la ripartenza sarà facilitata. Se ci fermiamo in salita ripartiamo molto lentamente e aumentiamo gradualmente il ritmo.
  4. Per la stessa ragione di cui sopra, non fermiamoci alla base dei gradini e dei gradoni: prima superiamoli e fermiamoci subito sopra.
  5. Non fermatevi mai all’improvviso ma calate progressivamente il ritmo per fermarvi dopo qualche passo (da cinque a dieci): quando si è sotto sforzo la fermata secca provoca un immediato innalzamento della frequenza cardiaca (invero questo è solo la parte percepita di tutto quello che succede nel nostro corpo, ma tant’è a noi basta questo) con l’impressione d’essere esausti e un conseguente inutile allungamento dei tempi di recupero.

Quando siamo allo stremo delle forze e ci accorgiamo di fare fermate ogni pochi passi c’è ancora una soluzione per recuperare il controllo della situazione: contare i passi e imporci di fare le fermate solo dopo averne fatti almeno una trentina; ridando ritmo al nostro incedere e spostando l’attenzione mentale al conteggio dei passi, pian piano riusciremo ad allungare il tratto di cammino (cinque o anche dieci passi in più per ogni allungamento) e, magari, a riprendere la marcia regolare.

Lo sguardo

Tipicamente di dice “guarda dove metti i piedi”, sarebbe meglio dire “guarda dove dovrai mettere i piedi”: per un cammino efficiente e veloce è bene anticipare l’analisi del terreno e poter definire dove mettere i piedi già qualche metro prima di doverlo effettivamente fare, per cui… sguardo alto in modo da poter osservare il percorso almeno cinque metri avanti a noi, lo abbasseremo solo nei passaggi più complicati ed esposti dove la sicurezza ci impone di stare particolarmente attenti.

Sitografia e approfondimenti

Fisiokinesiterapia – L’analisi del cammino: biomeccanica del movimento, postura, articolazioni e muscoli interessati (file PDF)

Università degli Studi di Roma Tor Vergata – Analisi del Cammino (file PDF)

Prof. Tommaso Marinelli – Biomeccanica del cammino (file PDF)

Università di Verona – Biomeccanica della locomozione (file PDF)

Il laboratorio del Movimento – La biomeccanica del piede nel cammino

Albanesi – Pronazione e supinazione

Asics – Che cosa si intende per pronazione e perché è importante?

Sport&Medicina – Taping Kinesiologico: piede causativo e adattativo degli sportivi


Continua in… Tecnica della corsa.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: le calzature


Prosegue da… La respirazione.


Stiamo avvicinandoci agli aspetti più tecnici del cammino, in particolare a quelli che riguardano nello specifico il modo di usare i piedi e piedi vuol dire scarpe: se non possiamo dire che la calzatura giusta da sola possa farci diventare dei camminatori fantastici, di certo possiamo dire che quella sbagliata limita o addirittura impedisce il buon cammino. Due esempi:

  • una scarpa con tacchetti della suola estremamente morbidi, tanto morbidi da schiacciarsi quasi completamente e debordare lateralmente, potrebbe risultare anche comoda in piano o nelle salite su terreno duro e asciutto, ma diverrà instabile nei traversi su pendii anche solo moderatamente ripidi e addirittura pericolosa sui ripidi pendii erbosi tipici della media montagna;
  • le calzature a suola rigida sono indispensabili per procedere sui ghiacciai, ideali per affrontare nevai estesi e vie ferrate, ma non sono certo le più adatte per il cammino, rendendo quasi impossibile la rullata del piede impongono una camminata per niente naturale quindi molto più faticosa del necessario.

Allora quale scarpa utilizzare?

Prima di analizzare la questione specifica devo aprire una parentesi.

Tutto questo discorso sul camminare in montagna non è finalizzato solo all’escursionismo classico, ma, attraverso una modalità di cammino che ho definito TappaUnica (lunghe percorrenze con grandi dislivelli fatte in unica tratta con al massimo poche e brevi soste di rifornimento), si spinge anche sul terreno del trail, pertanto ingloba al suo interno diverse modalità di progressione: cammino classico, cammino veloce, cammino alternato a corsa e, sebbene solo di sfioro, la corsa prolungata. Nelle precedenti puntate della serie non è stato necessario fare distinzioni da qui in avanti, invece, ogni tanto sarà opportuno farle anche se, in realtà, ritengo che per le calzature le differenze siano quasi nulle: le scarpe da trail risultano a tutti gli effetti ottime anche per l’escursione e, viceversa, quelle specifiche da escursione possono essere utilizzate anche nel lungo cammino, a patto di non mettersi a correre se non per brevissimi tratti.

Quale scarpa?

Appurato già in partenza che non dev’essere uno di quegli scarponi alti, duri e con suola rigida o semirigida che, forse perché esteticamente sono decisamente attraenti oppure perché fanno fighi, tanto vedo utilizzare anche fuori dal loro specifico campo d’utilizzo (ghiacciaio, nevaio, ferrate), il campo resta pur sempre vasto. Riduciamolo dichiarando che, per ovvi motivi, non può nemmeno essere un polacchino da città o una scarpa da tennis, escludiamo pure le scarpe da ginnastica in genere poco robuste e con la suola specificatamente studiata per il pavimento delle palestre. Fuori dai piedi anche quelle da corsa su strada, da campestre e da cross che hanno una tomaia troppo morbida, quindi poco protettiva nei confronti degli sfregamenti con le rocce che quasi sempre ingombrano il cammino, e una suola studiata per lo specifico terreno e solo per quello, mentre a noi serve qualcosa di più universale. Cosa resta? Restano le varie pedule da escursionismo e le scarpe da trail, ambedue calzature perfettamente adeguate ai nostri obiettivi.

Qui, specie facendo riferimento alle scarpe da trail che notoriamente sono basse e di derivazione corsaiola (spesso, infatti, sono solo delle variazioni a dei modelli da corsa su strada), ma anche alle pedule basse che sempre più stanno espandendosi all’interno dei cataloghi delle aziende del settore montagna, s’innesta una classica polemica: scarpa alta o scarpa bassa? Cercando su Internet potreste trovare che la maggior parte, per non dire tutti, i siti e i blog che trattano di montagna, magari la scarpa bassa la prendono anche in considerazione ma solo per indicarla come possibile opzione nei percorsi brevi e su terreno regolare e asciutto. Beh, nulla di più sbagliato, evidentemente o scrivono per sentito dire o non conoscono il mondo del trail o non hanno mai provato a camminarci veramente (e con veramente intendo percorsi di ogni genere superiori anche ai cinquanta chilometri e magari fatti in un’unica tratta) con queste scarpe: certamente hanno dei limiti, ma questi sono assai limitati e molto specifici, di contro hanno tanti di quei vantaggi che possono letteralmente trasformare l’esperienza del cammino da un qualcosa di molto scomodo e penoso a qualcosa di decisamente confortevole, veloce e piacevole.

La scarpa alta

La scarpa alta è molto robusta, protegge il piede e la caviglia dall’urto contro le rocce, se con Goretex (o altro similare; la maggior parte di di queste scarpe contengono questa membrana) tiene l’acqua molto a lungo anche in presenza di erba alta (visto che i pantaloni ne vanno a coprire il collarino). Di contro è pesante (che ha la sua bella importanza visto che ad ogni passo dobbiamo sollevarle), limita sensibilmente il movimento frontale della caviglia (anche laterale ma quello che è più importante dal punto di vista della naturalità del cammino è il movimento frontale), può essere impossibile da allacciare in modo che il piede sia perfettamente fermo all’interno con la conseguenza di ottenere vesciche, una volta bagnata asciuga molto lentamente, è ingombrante (aspetto non secondario quando dobbiamo fare un viaggio in treno o in aereo).

Tipicamente la si consiglia perché “evita le storte”, frase che potrebbe essere anche vera se riferita ai pesantissimi scarponi da ghiacciaio di vecchia concezione la cui tomaia molto rigida in effetti impedisce la flessione laterale della caviglia, ma, come ho già detto, questo tipo di calzatura è però assolutamente sconsigliabile fuori dal suo contesto specifico. Gli scarponi da ghiacciaio di nuova concezione, gli scarponi da ferrata e le varie pedule alte da escursione hanno tutti una tomaia più o meno morbida che può al massimo contenere il movimento laterale della caviglia, ma mai impedirlo. Ve bene, ma, si potrebbe dire, quantomeno contengono gli effetti negativi di una storta. Si certo, magari anche molto bene per i primi due tipi di calzatura, quelli che, però, abbiamo visto essere inadatti al lungo cammino: dovendo fare un ghiacciaio, un esteso nevaio o una ferrata ci si adatta, ma se non si devono fare perché subire e soffrire? Restano le pedule alte la cui tomaia è molto morbida rendendo l’effetto di contenimento delle storte assai lieve: molto meglio imparare a non prendere le storte e, questo, sarà argomento di una delle prossime puntate.

Meglio poco che niente? Si anche questo è vero, ma… ma c’è un ma, anzi cinque:

  • le pedule da montagna, avendo una tomaia piuttosto robusta e spessa, raramente modellano alla perfezione il piede che può così ballare un poco portando ad una leggera instabilità del passo con la conseguente maggiore facilità alle storte;
  • per la stessa ragione di cui sopra con l’aggiunta ad una suola necessariamente larga nella zona dell’arcata del piede rimane spesso un poco di spazio vuoto che, nell’appoggio su spigoli o punte, può cedere e provocare la storta;
  • l’insieme di cui sopra determina anche un ritardo nella risposta della scarpa ai movimenti di gamba e piede, ma soprattutto una minore sensibilità del piede ai movimenti della scarpa ed è quindi più facile accorgersi in ritardo di un appoggio iniziato male e finire con la storta;
  • l’abitudine ad avere una scarpa che sorregga la caviglia porta i relativi muscoli a perdere di tono e non essere più in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che faccia contenimento alla caviglia ci abitua psicologicamente a non utilizzare i muscoli della caviglia e… idem come sopra.

Allora è meglio la scarpa bassa? Aspetta, non avere fretta.

Qui va aperta la distinzione tra pedule basse e scarpe da trail

La pedula bassa

La pedula bassa è comunque robusta, protegge anch’essa il piede dall’urto contro le rocce, è sensibilmente più leggera della scarpa alta, lascia completamente libero il movimento frontale della caviglia, una volta bagnata asciuga più rapidamente (l’aria circola più facilmente al suo interno), è meno ingombrante. Di contro non protegge le caviglie (e sui ghiaioni sono dolori quasi certi), anche se con Goretex (o altro similare) tiene l’acqua molto meno a lungo specie in presenza di erba alta (visto che i pantaloni non ne vanno a coprire il collarino), anche qui l’allacciatura potrebbe non fermare perfettamente il piede, le caviglie si muovono liberamente anche lateralmente e questo ci porta al discorso storte che sconsiglierebbe l’uso di questa scarpe visto che:

  • la tomaia è pressoché similare a quella delle pedule alte lasciando in evidenza le stesse conseguenze;
  • analogo il discorso relativo allo spazio vuoto sotto l’arcata del piede;
  • idem per il ritardo nella risposta della scarpa ai movimenti del piede e per la minore sensibilità del piede nei confronti dei movimenti della scarpa.

Però:

  • l’abitudine ad avere una scarpa che non sorregge la caviglia porta i relativi muscoli a recuperare e mantenere il giusto tono, quindi a essere in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che non contiene la caviglia ci abitua psicologicamente a utilizzare adeguatamente i muscoli della caviglia per cui… idem come sopra.

La scarpa da trail

Data la sua specificità agonistica il discorso si complica un poco dovendosi distinguere tra scarpe da gara e scarpe da allenamento, scarpe da breve, media e lunga distanza, scarpe estive e invernali, scarpe per duro, morbio o ogni terreno, dal momento che qui il discorso non è agonistico lo possiamo semplificare dicendo che prendiamo in esame quei modelli più adatti all’escursionista medio, ovvero i modelli a più largo spettro di utilizzo: allenamento, lunga distanza o almeno media, invernali (quindi con Goretex, ma quelle senza differiscono sostanzialmente solo nell’impermeabilità, decisamente pari a zero, nei tempi di asciugature, notevolmente minori, e nel peso, sensibilmente più basso) e ogni terreno .

È comunque robusta, protegge anch’essa molto bene il piede dall’urto contro le rocce, è decisamente più leggera della scarpa alta, lascia completamente libero il movimento frontale della caviglia, blocca perfettamente il piede, una volta bagnata asciuga rapidamente, è meno ingombrante, è molto reattiva, assorbe alla grande le sollecitazioni derivanti dall’appoggio, è studiata per facilitare la rullata del piede e la successiva spinta, ha una suola ad altissimo grip, dona una sensibilità eccezionale. Di contro dura comunque meno delle altre due tipologie di scarpa (indicativamente poco più della metà, specie le suole che sono più morbide), se con Goretex (o altro similare) tiene l’acqua ma non così a lungo come la scarpa alta specie in presenza di erba alta (visto che i pantaloni non ne vanno a coprire il collarino), entrano facilmente sassolini e altra fastidiosa rumenta sollevata durante il cammino, le caviglie non sono protette dall’urto contro le rocce (e sui ghiaioni sono dolori quasi certi), le caviglie si muovono liberamente anche lateralmente e questo ci porta al discorso storte che sconsiglierebbe l’uso di questa scarpe, se non che:

  • avendo una tomaia meno spessa modellano perfettamente il piede che resta assolutamente fermo portando alla migliore stabilità del passo con la conseguente minima facilità alle storte;
  • per la stessa ragione di cui sopra con l’aggiunta di una suola molto filante nella zona dell’arcata del piede non resta spazio vuoto e anche l’appoggio su spigoli o punte è preciso e saldo;
  • l’insieme di cui sopra determina una risposta immediata della scarpa ai movimenti di gamba e piede, ma soprattutto una elevata sensibilità del piede ai movimenti della scarpa ed è quindi più facile accorgersi immediatamente di un appoggio iniziato male, reagire di conseguenza ed evitare la storta;
  • l’abitudine ad avere una scarpa che non sorregge la caviglia porta i relativi muscoli a recuperare e mantenere il giusto tono, quindi a essere in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che non contiene la caviglia ci abitua psicologicamente a utilizzare adeguatamente i muscoli della caviglia per cui… idem come sopra.

E allora?

Allora, personalmente utilizzo e continuerò a utilizzare le scarpe da trail e consiglio la stessa scelta a tutti coloro che vogliono cimentarsi nel lungo cammino (oltre i trenta chilometri fino anche a qualche centinaio) in tappa unica (si parte e si arriva senza mai fermarsi se non per brevi momenti di riposo, camminando giorno e notte, con il bello e con il brutto tempo): materialmente sono le uniche scarpe che supportano e consentono tali “viaggi”, specie se li si vogliono anche fare in tempi stretti (al massimo i tre quarti di quelli standard). Anche perché per allenarsi a questa pratica è necessario inserire anche la corsa in montagna e nella corsa prolungata le pedule, anche se basse, proprio non vanno bene.

Veniamo agli altri, a coloro che vogliono restare nell’ambito delle escursioni classiche (mediamente sui dieci o quindici chilometri a giornata, con un massimo di venticinque).

Se abituati a camminare consiglio comunque la scarpa da trail, alla fine fornisce prestazioni migliori della pedula bassa rispetto alla quale dura sensibilmente di meno ma costa anche qualcosa di meno. Eventualmente gli si può abbinare una pedula alta per quelle escursioni che prevedano lunghi tratti su neve molle (le basse fanno subito acqua) o ghiaione (per risparmiarsi le caviglie), premettendo comunque che esistono apposite ghette da calzare sopra le scarpe da trail o le pedule basse.

Se siete alle prime esperienze di cammino in montagna e siete sedentari meglio di sicuro iniziare con delle pedule alte per passare alle scarpe da trail dopo una cinquantina di escursioni, quando avrete accumulato adeguata esperienza e tecnica di cammino. Se siete degli sportivi e, presumibilmente, le vostre caviglie sono toniche (abituate a lavorare anche sotto stress) allora potete partire subito con le scarpe da trail, ma procedete per gradi: iniziate con escursioni brevi e su sterrato, poi allungate sensibilmente passando alle mulattiere, a questo punto, certi che caviglie e testa sono pronti, potete portarvi sui sentieri man mano più impervi e più lunghi.

Rimane una categoria da esaminare a parte: gli anziani e tutti coloro che hanno problemi patologici alle caviglie (o alle ossa in genere, ad esempio osteoporosi). Premesso che comunque l’esercizio è spesso più risolutivo del contenimento, resta comunque la necessità di un parere medico (anche se non tutti magari sono adeguatamente informati sulle problematiche e relative soluzioni specifiche del cammino in montagna) e se questi ordina assolutamente un contenimento delle caviglie (magari già nella quotidianità) così va fatto e solo pedule alte, in caso contrario, pedule basse per una maggiore protezione al piede o scarpe da trail per una maggiore dinamicità del passo, a voi la scelta in base alla vostra percezione psicologica (con quali vi sentireste più tranquilli?) o alle esigenze sportive (volete comunque approcciarvi ad un cammino molto veloce o addirittura ad un poco di corsa?).

Come scegliere la scarpa

Definito quale scarpa utilizzare c’è un altro aspetto assai importante: come la si sceglie? Sul mercato ci sono diversi modelli di scarpa per ognuna delle tipologie considerate e allora? Allora è semplice: lasciate perdere l’estetica e il gusto personale, la predisposizione psicologica verso un marchio piuttosto che l’altro, provatele, provatele a lungo, su ambedue i piedi. Allacciatele perfettamente, camminate avanti e indietro per il negozio (quelli più specializzati vi metteranno a disposizione appositi percorsi con salite, discese, simulazione di sassi e via dicendo), eseguite qualche saltello sia fermi sul posto che spingendovi avanti e indietro, fate delle brusche variazioni di direzione e delle rotazioni su voi stessi, battete le punte a terra, piegate le caviglie in ogni direzione e ascoltate: se sentite qualche dolore non sono le vostre, se sentite spazi vuoti non sono le vostre (ammesso che come detto possiate trovare scarpe senza spazi vuoti fuori dalle scarpe da trail), se il piede scivola non sono le vostre (o le avete allacciate male); per i dolori fate attenzione soprattutto al malleolo, alle dita del piede (qui però bisogni distinguere tra urto frontale che vuol sempre dire scarpa corta, e urto superiore, che potrebbe essere accettabile nelle scarpe da trail la cui tomaia è molto morbida), al cavallo del piede; per i vuoti state soprattutto attenti alla parte interna, quella che corrisponde all’arcata del piede, dove in presenza di vuoto un appoggio potrebbe determinare il cedimento della suola e la conseguente storta; più la scarpa si modella alla perfezione al vostro piede, quasi come fosse una seconda pelle, meno problemi avrete nelle escursioni e più ne sarete soddisfatti. Per le scarpe da trail potreste dover tener conto del vostro modo di camminare: neutro, iperpronatore o ipopronatore? È argomento molto specifico e che, sostanzialmente, entra in gioco se proprio volete una scarpa che sia performante al massimo, lascio le spiegazioni ai documenti elencati a fondo pagina sotto il titolo di “Sitografia e approfondimenti”.

Ovviamente se siete così fortunati di trovare più scarpe che rispondano ai requisiti di selezionabilità allora passate a valutare il gusto personale, l’estetica, il marchio, il peso (più leggera è meglio è, a parità di robustezza) e, ultimo ma non ultimo, il costo. Se al contrario non ne trovate nemmeno una, prendete nota di quella che andava meglio e prima di acquistarla provate in un altro negozio o anche più di uno. Acquisti on-line? Boh, li uso moltissimo per cose come i computer, i materiali da ufficio, i libri, per le scarpe no, mi sembra un azzardo e anche se potete sempre chiedere la sostituzione la cosa si potrebbe ripetere, no, no, molto meglio il bel classico negozio, magari di quelli in cui il commesso resta a vostra disposizione per tutto il tempo che vi serve, pagherete qualcosa di più ma ve ne andrete con un prodotto sicuro, perfetto e garantito!

Sitografia e approfondimenti

Albanesi – Pronazione e supinazione

Asics – Che cosa si intende per pronazione e perché è importante?

Runner’s World – Trova la tua scarpa con il test del bagnato


Continua in… Tecnica del cammino.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

 

Camminare in montagna: la respirazione


Prosegue da… La postura.


Siamo partiti, facciamo i primi passi e, come abbiamo già visto, il nostro organismo inizia la sua importante funzione di adattamento allo sforzo. Una delle alterazioni fisiologiche in atto è quella che riguarda la respirazione: i nostri muscoli hanno bisogno di maggiore energia che, per essere prodotta in modo adeguato (aerobico) allo sforzo prolungato dell’escursionismo, dev’essere supportata da una maggiora quantità di ossigeno, ovvero da una respirazione diversa. Quale?

Diciamo subito che, ovviamente, il nostro organismo sa benissimo come respirare per supportare la nuova richiesta energetica, purtroppo le nostre abitudini mentali (pretesa di respirare come se stessimo passeggiando davanti alle vetrine del corso) e posturali (ne abbiamo parlato nel capitolo precedente) riescono a modificare il meccanismo naturale e rendere la nostra respirazione inefficace o addirittura deleteria. E allora?

Allora innanzitutto prendiamo coscienza del fatto che la respirazione non potrà essere calma e tranquilla come quando passeggiamo per le piane vie di una città, facciamoci ragione del fatto che è normale dover respirare in modo che per ora definisco semplicemente diverso (e non vuol dire che siamo affaticati), poi alleniamoci a respirare nel modo corretto. Quale?

Stendetevi a terra pancia all’aria (potreste anche stare in piedi ma distesi è meglio), rilassatevi per qualche secondo, cercate di non pensare a nulla, ora appoggiate una mano sul torace e una sulla parte alta dell’addome (subito sotto lo sterno), concentratevi sulle due mani: quale delle due si muove? Quella sul torace? Allora avete una respirazione alta, pertanto lavorate con la parte più stretta dei polmoni provocando una limitata ventilazione, sufficiente per la vostra quotidianità ma non adatta a supportare uno sforzo più intenso. Quella sull’addome? Beh, l’avrete già intuito, questa è la respirazione adatta a supportare uno sforzo più intenso del normale, anche molto più intenso; respirando con l’addome, ovvero con il diaframma, state utilizzando la parte più ampia dei polmoni quindi il volume ventilato è decisamente maggiore di quello mosso da una respirazione alta. Ambedue? Che dire, probabilmente siete già allenati ad una respirazione completa (per caso praticate l’apnea?) e sfruttate per intero i vostri polmoni avvicinandovi o arrivando a ventilare il massimo volume d’aria consentito dalla vostra costituzione fisica, perfetto? Non necessariamente, non è sempre detto che la respirazione completa sia quella più adatta, se camminate lentamente e con uno zaino leggero allora è ottimale, ma man mano che la velocità di cammino sale e/o il peso dello zaino aumenta diventa sempre più difficile da sostenere: è lenta e, nell’unità di tempo, non arriva a produrre la quantità di ossigeno che ci necessaria; provoca una continua variazione del nostro baricentro, quindi variazioni all’equilibrio già reso instabile da un terreno irregolare; è ostacolata dallo zaino, abbiamo visto che per un suo corretto portamento gli spallacci vanno tenuti piuttosto stretti e questo potrebbe rendere assai complicato e dispendioso dilatare il torace. Bene, abbiamo capito che la respirazione ideale è quella diaframmatica (bassa), attenzione però alla postura: se spezzate il busto in avanti, come spesso si vede fare, andate a comprimere l’addome e il diaframma risulterà impossibilitato a muoversi, per cui… busto ben eretto.

A questo punto siamo all’eterno dilemma: respirare con il naso o con la bocca? Facile trovare sul web indicazioni che, con la (giusta) scusante del riscaldamento dell’aria inspirata e del suo filtraggio, impongono la respirazione dal naso, va bene, benissimo, fintanto che il volume da ventilare rientra in quei valori consentiti dalla limitata dimensione delle narici, se andiamo oltre c’è poco da fare, bisogna necessariamente respirare anche con la bocca. Lo sa bene il nostro corpo che, infatti, sotto sforzo ci induce naturalmente a respirare con la bocca, opporsi, per altro con notevole impegno mentale, a tale fisiologico comportamento vuol soltanto dire impedire una corretta ventilazione. Quindi, inspirate liberamente con la bocca (l’ideale sarebbe naso e bocca insieme), se dovesse fare particolarmente freddo e temete per la vostra gola (premesso che sono proprio i timori e gli atteggiamenti eccessivamente protettivi a creare problemi) indossate un foulard o uno scaldacollo; l’espirazione fatela solo con la bocca (qui non ci sono scuse di scaldare o filtrare l’aria), risulterà più veloce e completa portando ad una inspirazione naturalmente diaframmatica e a una migliore ventilazione.

Nella corsa si bada molto anche al ritmo della ventilazione equilibrandolo con quello del passo, ci sarebbe anche una interessante teoria (vedi sitografia a fondo pagina: “Runner’s World – Il segreto è nel respiro”) che vorrebbe ideale un ritmo asimmetrico: più veloce nell’espirazione che nell’inspirazione in modo da alternare l’espirazione con l’appoggio piede a terra onde equilibrare le sollecitazioni d’impatto tra i due arti e ridurre l’incidenza dei traumi. Nel cammino molto veloce potremmo fare riferimento alle stesse indicazioni, mentre nel cammino a velocità più tipiche direi che possiamo lasciar fare alla natura, facendo solo attenzione a non andare in iperventilazione (aumento sproporzionato del volume ventilato con alterazione degli equilibri nelle pressioni parziali di ossigeno e anidrite carbonica, potendo così arrivare alle vertigini o addirittura allo svenimento) o nella tachipnea (respiri molto brevi ed eccessivamente veloci).

Per finire, come uscire da momenti di crisi respiratoria? Capita, ad esempio per aver sottovalutato un breve strappo di salita, di trovarsi al limite respiratorio, ovvero di faticare a ventilare in modo adeguato anche da fermi, in tal caso per recuperare il giusto ritmo potete, aprendo per bene la bocca, effettuare un paio di espirazioni molto veloci, in pratica dei soffi energici ma non troppo violenti.

Sitografia e approfondimenti

Mypersonaltrainer – Aerobico o anaerobico?

Mypersonaltrainer – Fisiologia della respirazione e respirazione addominale

Mypersonaltrainer – Diaframma e respirazione diaframmatica

Mypersonaltrainer – Sport: respirare con il naso o con la bocca?

Mypersonaltrainer – Frequenza respiratoria

Mypersonaltrainer – Iperventilazione, cause e sintomi

Runner’s World – La respirazione secondo Runner’s World

Runner’s World – Il segreto è nel respiro

Missione correre – Come respirare quando si corre

Sport&Medicina – Educazione respiratoria


Continua in… Le calzature.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

 

#TappaUnica3V sconfitto ma vittorioso


Foto di Emanuele Cinelli (9,10), Fabio Corradini (1, 6, 7, 8, 11, 12), Alberto Quaresmini (2, 3, 4, 5, 13, 14, 15), Vittorio Volpi (17) e Manuela Valetti (16).

È andata male, quest’anno mi sono fermato molto presto, al chilometro quarantacinque dopo aver camminato nel dolore per ben trentatré chilometri e a nulla è valso il tentativo di una lunga sosta per portare a casa almeno la seconda parte, quella del rientro. Forse mai potrò capire quello che sia successo, molte le ipotesi ma nessuna da sola giustifica il dolore provato, le contratture alle gambe che, lungi dal risolversi nel cammino, hanno reso le discese vere e proprie torture. Un fisico preparatissimo che rispondeva alla grande, una mente addestrata che mi ha spinto fino all’estremo, eppure è mancato qualcosa, eppure qualcosa è andato storto, in un meccanismo ben oliato qualche ingranaggio si è comunque ingrippato.

Alle diciannove e trenta insieme a Maria, mia moglie, sono in Piazzetta Tito Speri, il luogo alla fine concordato con il Comune di Brescia dato che Piazza Loggia è inagibile per i preparativi del concerto di Mannoia. Mi sento bene, non sento nemmeno il caldo e l’afa di una giornata tropicale, sono assolutamente tranquillo. Dopo un quarto d’ora arrivano i primi sostenitori: mia mamma, invero in zona già da un poco di tempo nascosta all’interno della gelateria, Ivan e sua moglie, Alberto e Claudia. Allestiamo la partenza con lo striscione di Fonte Maniva e le locandine di TappaUnica3V, scattiamo alcune foto simulando la partenza (non ho qualcuno che possa rimuovere il parterre dopo la mia partenza). Diciannove e cinquanta, l’ora della partenza è ormai prossima, mentre smontiamo il “palco” arriva anche Fabio, il nipote che mi darà assistenza per tutto il giro. Ore venti, partenza!

Accompagnato da Maria e Fabio con passo tranquillo percorro via Musei, attraverso la strada della salita al Castello, risalgo i giardini di via Turati e arrivo alla base di via San Gaetanino, nel piccolo piazzale dove, a segnarne la partenza, è collocata la targa del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Sono in forte anticipo sul passaggio previsto, ne approfitto per controllare il trasmettitore GPS che pare non funzionare a dovere: è un modello diverso da quello che avevo lo scorso anno e prima di partire da casa mi sono dimenticato di rileggermi le istruzioni (trovate a fatica su Internet), vado a memoria, mi ricordo che andava tenuto premuto il tasto Ok per alcuni secondi fino all’accensione della spia verde, lo faccio ma l’app dei cellulari non rileva l’avvio, attendiamo alcuni minuti ma niente di niente, spengo e riaccendo. Considerando che le altre funzioni d’invio messaggio richiedono la lunga pressione del relativo tasto la logica direbbe che allo stesso modo debba funzionare anche questo pulsante bivalente, indi provo ad usare l’Ok con la rapida pressione e finalmente l’app indica un segnale, ora è a posto (invero no, invero, come purtroppo scoprirò in seguito e capirò solo al rientro a casa, il segnale probabilmente era quello della precedente attivazione: con la semplice pressione dell’Ok viene si inviato, insieme al messaggio SMS di tutto bene, un punto di coordinate ma non si attiva il tracciamento continuo).

Ore venti e trenta, convinto che ora tutto funzioni al meglio, mi rimetto in marcia. Maria e Fabio mi accompagnano ancora un centinaio di metri e poi sono solo, solo coi miei pensieri, solo con me stesso, solo con il mio lungo viaggio. La salita si fa ripida, inizio a percepire il caldo e l’afa, tolgo la maglietta e subito, grazie anche a un fievolissimo filo d’aria altrimenti non percepibile, un poco di sollievo. Purtroppo i pantaloncini devono rimanere ancora al loro posto: anche se sono sulle pendici di un monte questa è ancora zona urbana, non vorrei mai che qualcuno chiamasse i vigili e questi, in ragione della situazione di totale indecisione legislativa sul nudo (materialmente non proibito ma nemmeno permesso e per i giudici oggi accettabile ma solo in condizioni ben diverse da quelle in cui sono), interrompessero già sul nascere questa mia nuova avventura. Imponendomi di mantenere un passo lento percorro la ciottolosa e ripida via San Gaetanino, vecchia strada di collegamento tra la città e i Medaglioni, piccolo agglomerato di case a cui arrivo comunque in breve tempo. Uno sguardo alla città che si stende ormai sotto di me e poi, ancora con tutta calma (mi sono allargato i tempi e voglio godermela), su lungo l’asfalto di via San Gottardo. Oltrepasso il capolinea del pulmino, ancora un poco di asfalto ed eccomi all’inizio del sentiero del Dosso Torre, di solito qui tolgo i pantaloncini, ma le altre volte era notte piena oggi no, oggi c’è ancora luce e, dimenticandomi che è venerdì, ipotizzo la possibilità d’incontrare persone in discesa: tutto sommato questo è un sentiero piuttosto battuto.

Procedo a pantaloncini indossati ed è forse un errore fatale: nonostante il passo tranquillo la sudorazione è abbondante ed eccessiva. Alternando l’acqua pura della sacca idrica a quella con integratori delle borraccine che ho sugli spallacci dello zaino, mi mantengo abbondantemente idratato e salinizzato, tant’è che mai arrivo ad avvertire la sensazione di sete. Eccomi alle antenne della vecchia stazione a monte della funivia, qui sostanzialmente termina la prima salita, breve discesa e sono al piazzale del Cavrelle, sorpresa… decine e decine di vetture vi sono parcheggiate, decine e decine di persone girano in zona, alcune indossano il giubbetto riflettente che mi fa intuire esserci qualche manifestazione. Passo oltre e vedo che sulla sommità del dosso che ospita la chiesetta sono piazzati i classici tendoni delle feste, profumo di salamine ai ferri, musica a tutto spiano, voci che inondano l’aere, velocemente sfilo via da tutto questo e mi getto nella solitudine dello scuro sentiero che oltre procede. Eccomi ai ruderi del rifugio Monte Maddalena, ho quindici minuti di anticipo, approfitto di una comoda panchina per prendere un attimo di respiro e controllare il trasmettitore GPS. Cavolo è ancora in blocco, non trasmette, sarà forse stato il passaggio sotto i ripetitori (una vera selva di antenna di ogni genere, luogo che alcuni anni addietro era stato inibito al passaggio per via dell’alto livello di radiazioni, oggi dicono bonificato sebbene le antenne siano ancora tutte lì e tutte operative), lo riattivo secondo quella che ormai mi sono convinto essere la corretta procedura (in realtà sto solo usandolo in modalità manuale e provocando l’invio di un singolo segnale ogni tanto, sic!): la rapida pressione del tasto Ok.

Ore ventidue e zero zero, è quasi ora di rimettersi in marcia, indosso la frontale senza accenderla, con estremo gradimento del mio corpo tolgo finalmente anche i pantaloncini e ai zero cinque, reindossato lo zaino, come da tabella riprendo il cammino. Dopo una brevissima salita la stradina procede pressoché in piano, alle mie spalle la luna piena risplende nel mezzo di un cielo sereno senza riuscire ad illuminare a sufficienza la mia strada sommersa nel folto di un ricco bosco, devo accendere la frontale. Passo a fianco delle prime due stazioni radio, eccomi al tratto che aggira la sommità del Monte Denno, ogni volta che passo da questo punto resto ammaliato: alla mia destra, dietro un vecchio rovinato guard-rail, lo sguardo precipita sulle mille luci di San Gallo, Botticino e Rezzato, più lontano la Pianura Padana, più a nord i monti di Serle e dietro a questi, oltre l’invisibile presenza del Lago di Garda, il lungo crinale del Monte Baldo. Mi concedo un attimo di sosta per scattare un paio di fotografie, compreso un selfie per fare il quale devo effettuare diversi tentativi (nel buio lo schermo appare completamente nero e di certo non sono un patito di questa metodica, ma l’autoscatto, che pure avevo studiato e impostato prima di partire da casa, qui risulta impraticabile non essendoci validi sostegni per il cellulare).

Guardo l’orologio (che quando sono nudo m’infastidisce assai e pertanto tengo fissato allo spallaccio dello zaino in posizione comoda per poterlo leggere solo abbassando gli occhi), mannaggia ho perso qualche minuto di troppo e con un calcolo mentale capisco che in questo tratto mi sono forse dato un tempo troppo stretto, di certo fattibile ma magari non per chi sta facendosi centotrenta chilometri in unico fiato, eppure è di soli cinque minuti inferiore a quello delle tabelle standard del sentiero 3V (invero il calcolo del tracciatore GPSies ad una velocità di 3,5km/h dava un tempo ben più alto… aveva ragione, e sì che lo sapevo: le tabelle standard a tratti sembrano calcolate con il motorino, sic!): non voglio accumulare così presto del ritardo, devo forzare il passo sperando che il ginocchio regga. Lui, il ginocchio, fa il suo benedetto lavoro: regge! In apparenza anche il fisico fa il suo buon lavoro, velocemente cavalco la Costa del Monte Denno e, aggirata la stazione di Monte Denno, imbocco e percorro la discesa che costantemente ripida porta alla Casina di Pino, traverso al Colle di San Zeno e imbocco la Val Salena. Alla luce dell’ottima e potente frontale scendo la valle superando senza problemi i suoi vari trabocchetti: alcuni ripidi tratti scivolosi, varie placche rocciose altrettanto insidiose, un diagonale franato, uno stretto passaggio fra due rocce che minacciose si protendono verso le ginocchia e le tibie. Ore ventitré e venticinque sono alla chiesa di San Rocco di Nave, cinque minuti di anticipo, ginocchia a posto, fisico a postissimo, nessun segno di stanchezza. Mio nipote non è ancora arrivato, mi siedo su un muretto e lo aspetto. Puntualissimo arriva, scambiamo due parole, gli confermo l’ottimo stato di forma e riparto.

Pochi minuti per attraversare il paese e imboccare la strada per Sant’Antonio: posso togliermi i pantaloncini, reindossati alla base della Val Salena dove il monte viene invaso dalle prime case di Nave. Questo tratto è molto insidioso, già una volta mi ha inchiodato, fa caldo e si suda ma mi sento bene, le gambe girano a dovere e il fisico sembra un orologio svizzero. Mi sono dato un tempo intermedio tra quello della tabella standard e quello minimo da me qui fatto eppure qualcosa mi suona male: ho l’impressione di andare troppo forte ma che un rallentamento mi porterebbe fuori tempo. Supero le diverse ripidissime salite ad un passo controllato per accelerare sensibilmente nei tratti piani o meno ripidi, Ca Ecià scivola via e l’impressione di avere una tabella troppo stretta si acuisce (col senno di poi mi viene da pensare che il mio fisico, nonostante l’apparente perfezione, stesse in realtà lavorando con un rendimento più basso del solito: non erano i tempi ad essere stretti, bensì io che stavo viaggiando quasi al limite, un limite nettamente inferiore al mio solito).

Eccomi al ripidissimo cemento che porta alla chiesetta di Sant’Antonio, lo supero agevolmente ma più lentamente del solito e la mente inizia a farsi qualche domanda. Vorrei rinfrescarmi bagnandomi con dell’acqua fresca ma la fontanina è secca, rimando l’azione a Cà della Rovere (dove invece troverò la presa intubata per portare acqua alla casa più a valle). È a questo punto che percepisco le prime inconfondibili avvisaglie di un precoce affaticamento: lievi contratture ai muscoli laterali delle gambe, la destra in particolare. La mente inizia a farsi debole: “cavolo ho fatto solo una decina di chilometri, non può essere!” (invero dodici, ma poco cambia). Il passo deve rimanere questo, lo posso solo variare con più differenziale tra salite ripide e salite meno ripide, allora aumento l’assunzione di liquidi, in particolare quella dell’acqua con integratori, e nel giro di una decina di minuti sembra che il tutto tenda ad affievolirsi, ma poi è tutto un contare le curve, un’attesa del tratto piano che conduce al Pater e quando qui arrivo le mie gambe dicono no, a fatica riesco a superare il primo altissimo gradino e i primi dolori fanno breccia nel lato superiore dei quadricipiti: “mannaggia, si mette veramente male; dai, dai, dal santuario puoi un poco recuperare e poi c’è la lunga discesa al Passo del Cavallo”.

Eccomi al Santuario di Conche, venti minuti di ritardo, beh, tutto sommato neanche male, posso recuperarli. Un poco rifrancato dall’ultima considerazione mi lancio subito verso il crinale che porta all’Eremo di San Giorgio, un tratto di falsopiano che, sia in salita che in discesa, presenta diversi alti gradini rocciosi e sono questi a evidenziare che le cose vanno invece assai male: in discesa ad ogni flessione delle gambe le fitte ai quadricipiti si intensificano, nella salita fatico a spingere e, forse per un indotto effetto psicologico, anche a respirare. Tengo duro, approfittando della variante bassa (che mi permette di mantenermi comunque sul 3V), rinuncio a salire all’eremo. Con grande sforzo supero la successiva salita ed eccomi all’apice della lunga e impegnativa discesa verso il Passo del Cavallo: “dai che ora si respira”. Si, vero, si respira, ma… ma non si recupera, anzi, man mano che scendo i dolori si fanno sempre più intensi, inizio a pensare che sia finita qui: “brutto pensiero, scaccialo”.

Hai voglia di scacciarlo, i dolori non sono bruscolini, sono fatti reali che manifestano con violenza la loro presenza. Adottando tutte le finezze tecniche che conosco riesco a procedere risparmiando al massimo i quadricipiti, certo la tipologia del percorso (monotraccia, “ma perché mai la gente si diverte a camminare su un solo piede?”, e molto ripido) non facilita l’azione, ma qualcosa riesco a portare a casa e, con soddisfazione, eccomi alla fine del crinale. C’è una casa abitata ma chi se ne frega, troppo dolore indossare i pantaloncini, troppa fatica fermarmi qui e prendere dallo zaino il gonnellino, tanto a quest’ora sono a dormire, al massimo mi vedranno nella registrazione delle telecamere di sicurezza, un piccolo (forzato) aiutino alla causa nella normalità del nudo. Eccomi al Passo del Cavallo, ecco l’auto di mio nipote: “cacchio li dico ora?” Il controllo dei tempi mi segnala che ho comunque mantenuto i venti minuti di ritardo accumulati alle Conche, certo ho evitato la salita all’eremo ma si tratta alla fine di (in condizioni normali) cinque minuti: “Ho le gambe distrutte, forse non ce la faccio a procedere oltre… facciamo così, aspetti qui un’ora e se non mi vedi rientrare portati a Lodrino”. Mi concedo dieci minuti di sosta e riparto.

La confortevolezza del cammino su liscio asfalto sembra ridarmi vigore e arrivo alle case di Reondol con molta fatica in meno di quello che pensavo (ho quasi sempre sofferto questo pezzo e proprio qui, lo scorso anno, avevo avuto i primi crampi), la mente riprende il sopravvento e continuo nella marcia: “fra poco c’è un bel tratto pianeggiante, la salita alla forcella di Prealba non è terribile e poi o la cresta a su e giù o la lunga discesa alla cascina di Sea”. Cammina che ti cammina, godendo, grazie alla nudità, di qualche lieve folata d’aria freschina, eccomi al termine della strada. Mi fermo un attimo e approfitto del muricciolo attorno alla casa che qui sorge per spalmarmi sulle gambe una bella dose di Gel all’Arnica 35%. Ripartenza, sentierino, errore… per qualche strano motivo manco lo vedo il bivio (che eppure conosco bene) e prendo per il sentiero che sale a sinistra lungo il crinale, me ne avvedo poco dopo, fortunatamente proprio pochi mesi addietro l’ho fatto in discesa per studiare una mia variante di cresta e so che più avanti posso facilmente riprendere la giusta strada. Rieccomi sul sentiero originale, il lungo traverso permette un poco di recupero, segue un breve ripidissimo costolone erboso che supero quasi agevolmente: “grazie Arnica”.

Di nuovo a mezza costa, di nuovo con un passo in apparenza buono, le piogge delle settimane passate e il caldo torrido di questi ultimi giorni hanno fatto crescere a dismisura la vegetazione, a tratti manco vedo il sentiero, all’improvviso sbatto contro una ragnatela e con la coda dell’occhio intravvedo una grossa massa bianca che mi corre avverso il viso, veloce passo indietro e la frontale illumina un grosso ragno. La scena si ripete poco più avanti e allora mi procuro un rametto con cui rompere le ragnatele, ma l’azione, per evitare pericolosi inciampi, prevede un continuo movimento della testa per illuminare sia in terra che davanti e qualche ragnatela la infratto comunque, spero almeno di non aver raccolto anche delle zecche: quest’anno sembra che gli sia diventato enormemente simpatico. Forcella di Prealba ad occhio e croce sono ancora con la mezz’ora di ritardo che avevo alla ripartenza dal Passo del Cavallo e mi avvio subito nella discesa verso La Brocca dove posso verificare che effettivamente sono in linea con la mia tabella di marcia: “mannaggia, avessi avuto le gambe in ordine con questa tabella sarebbe stata veramente una bella passeggiata!”

Ho davanti due possibilità: cresta del Dossone di Facqua o Cascina di Sea. La prima mi mantiene in quota, anzi mi alza, ma presenta due tratti di arrampicata, diversi sali e scendi, di cui uno pressoché verticale, e un lungo tratto di discesa insidiosa; la seconda mi permette un bel recupero sulla lunga e comoda discesa fino alla cascina ma poi mi obbliga a una lunga risalita in un bosco che potrebbe, a quest’ora, mettermi di fronte a branchi di cinghiali. Che fare? Invero la scelta l’ho già fatta mentre stavo qui arrivando: è spuntato il sole, ormai ai cinghiali ho fatto l’abitudine, dal Corno di Sonclino alla Passata del Vallazzo (da dove è ormai deciso scenderò per la più comoda anche se monotona variante bassa) è un continuo sali e scendi complesso, laborioso, faticoso e, ciliegina sulla torta, insidioso… “no, no, meglio andare per la cascina di Sea”. Detto e fatto, senza nemmeno farci pensiero, prendo velocemente a destra e inizio a scendere. Cerco di allentare il più possibile la pressione sui quadricipiti, il fondo tutto sommato regolare mi facilita l’operazione e qualcosa sembra in effetti succedere, qualcosa sembra rilassarsi. Eccomi al tornante di Sea, qui si riprende il sentiero, largo e comodo giro sulla testata del Vallone di Sea poi si riprende a salire, sebbene con pendenza moderata. Ancora ho l’impressione di andare meglio di altre volte. Ho superato tratti di alta vegetazione e approfitto di un piano spiazzo al sole per un ennesimo controllino alla pelle: “toh e tu che ci fai lì sotto?” Una bestiolina nera sta camminandomi velocemente su per la caviglia, la faccio salire su un dito e la osservo da vicino… e “vaiiii, cosa dicevo, se c’è una zecca è mia”! Ma questa l’ho vista subito, scuoto il dito per farla ricadere al suolo e non si stacca: “tenace la bestiola, non vuole mollarmi”, scuoto più violentemente e finalmente me ne libero “vai ad attaccarti altrove”.

Zete del Barber, il parcheggino sopra le Passate Brutte (alle quali scopro or ora che la variante bassa del sentiero 3V non sale più), la lunga e comoda strada che, tagliando i versanti meridionali di diversi verdi dossoni, con vista panoramica su Lumezzane e la Val Trompia porta verso il Corno Sonclino. Ne approfitto per dare respiro ai muscoli in vista della nuova discesa, senza particolari problemi sono alla selletta sotto il detto corno, rinuncio ai pochi metri che portano in vetta e mi getto immediatamente verso la sella dei Quattro Comuni. Bastano i pochi metri di questa ripidissima discesa per farmi capire che erano solo apparenze: i miei quadricipiti sono definitivamente esplosi, forse solo una lunga pausa potrà risolvere. Con la mente focalizzata sulla sosta di Lodrino, levati nuovamente i pantaloncini (operazione ora assai dolorosa, ma ancor più doloroso sarebbe il tenerli addosso… “ma perché mai mi ostino a usare questi al posto del gonnellino che apposta ho preso dietro?”) mi immergo totalmente nella discesa. S’inseriscono anche i primi problemi di equilibrio che, poco dopo, a causa di un piede poggiato per metà nel vuoto fuori dal bordo dello stretto sentiero, mi portano a un bel tuffo dentro un cespuglio: “aho, attento Emanuele, qui ci si può anche far male seriamente”. Con circospezione procedo nel cammino e senza altri pericolosi inconvenienti arrivo alla Passata del Vallazzo: “Dai è fatta!”

Beh, fatta, la discesa nel Vallazzo è tutt’altro che comoda: una interminabile stradina sterrata dal fondo spesso sconnesso ed estesamente ricoperto di sassi mobili, ovviamente proprio nei tratti più ripidi. L’ultima volta l’ho fatta tutta di corsa arrivando in fondo in una decina di minuti, oggi, tra fitte lancinanti (spilli, bruciori, tensioni, tremori, contratture, crampi, non mi sono fatto mancare nulla), mi sa che ci metto molto più tempo. Stoicamente (ma che altro posso fare?) procedo nella discesa e finalmente eccomi al campo di tiro a volo di Valle Duppo, da qui a Lodrino è asfalto con pendenze moderate, sarà un sollievo per le mie martoriate gambe. Davanti al ristorante è parcheggiata una vecchia e sgangherata fuoristrada che ricordo era qui presente anche le altre volte, quando in zona non si vedeva anima viva, pertanto mi evito fatiche inutili e procedo in nudità. Poco dopo m’avvedo di un motorino e questo no, questo indica proprio la presenza di qualcuno, facendo buon viso a cattiva sorte sopporto le fitte che il dover piegare le gambe mi provoca e ricalzo i pantaloncini. Faccio due passi e alla mia sinistra, dietro le vetrate della baracca vedo un’ombra, osservo meglio ed è una persona, anzi, sono due, mi ignorano completamente, forse non mi hanno visto oppure mi hanno visto e hanno tutto sommato considerato normale la mia nudità… mah, voglio propendere per la seconda soluzione: “gli ero proprio in faccia ad una quindicina di metri di distanza, seppure impegnati nel lavoro come possono non avermi visto? Bando alle ciance, via, via, non c’è tempo per oziare, ad altro momento le questioni, per così dire, politiche!” Pochi passi ancora e sono sull’asfalto che comodamente mi porta verso Lodrino, quasi subito arriva un’auto, poi un’altra, indi una moto (quad), seguita da un’altra auto: alla fine la rivestizione sarebbe stata, allo stato attuale delle cose, comunque opportuna.

Cocca di Lodrino, vedo l’auto di mio nipote ma di lui non c’è traccia: “vuoi vedere che m’è venuto incontro ma ha sbagliato strada?” Telefono ma risulta irraggiungibile, lascio un messaggio ma non risponde, riprovo a chiamare e stavolta c’è segnale, risponde e… si è successo quello che avevo immaginato. Ci accordiamo: io raggiungo il punto di rifornimento all’Isola Verde e lui mi segue a ruota. Mi rinfresco la testa alla fontanina di Lodrino ed eccomi al B&B, suono il campanello, “Ciao”, “Oh ciao, vieni, vieni, m’ero dimenticata” Va beh, succede, d’altronde nessuno è venuto qui a preannunciare il mio arrivo e sono con un sostanzioso ritardo sull’orario concordato. Marzia la gentilissima e simpaticissima titolare della struttura, mi accompagna al piano di sotto dove mi prepara un tavolino e due sedie. Intimorito dai pavimenti tirati a lucido mi tolgo le scarpe nel cortile di fuori, poi mi accomodo a godermi alcuni lucenti e splendendo attimi di panciolle. Non mi sento per niente stanco, quasi non mi rendo conto della temperatura già elevata, nemmeno dell’afa, solo dolori, dolori ai quadricipiti, dolori che non riescono a invadere il corpo e la mente eppure sono ben presenti e invalidanti. Marzia mi offre una freschissima e ritemprante caraffa di succo d’arancia rossa che velocemente finisce nel mio stomaco, poi mi mette a disposizione una doccia che non riesco a ignorare: con tutte le ragnatele che ho infranto il mio corpo è pieno dei loro residui, moschini morti compresi, magari anche qualche ragno. Nel frattempo arriva in zona anche mio nipote, insieme a lui preparo le borraccine di integratori, però decido che la metà le porta lui con la macchina al prossimo punto d’incontro tra sentiero e strada automobilistica, decido anche di lasciare mezza vuota la sacca dell’acqua pura e tolgo quegli elementi di abbigliamento che, vista la situazione meteo, sono di sicuro inutili: lo zaino assume un peso decisamente più confortevole. Mi concedo anche quarantacinque minuti di riposo in più del previsto.

Ore dieci si riparte, saluto Marzia ed esco in strada, qui m’avvedo che non mi sono spalmato di crema solare, provvedo velocemente: il sole picchia alla grande e la strada che ora devo fare è quasi tutta ad esso esposta, non voglio aggiungere ai dolori della fatica muscolare anche quelli di un bell’eritema solare. Ore dieci e dieci sono finalmente in cammino, mio nipote si allontana in auto dietro le mie spalle, io imbocco la prima salita, asfaltata e non ripidissima, anzi, direi anche dolce, faccio una decina di passi e zacchete, un bel crampo al muscolo laterale della coscia, verso l’attaccatura con il ginocchio… “te pareva, e proprio ora che Fabio se ne è andato. Va beh, coi crampi ci si ragiona, vengono, picchiano e se ne vanno” Infatti così succede, un’altra decina di passi e tutto rientra nella normalità, ammesso che di normalità si possa parlare, diciamo in quella che il momento fa percepire come normalità. Sfruttando tutte le zone d’ombra salgo abbastanza velocemente alla base del sentiero. Rinuncio a fare il percorso diretto nel canalone del passo della Cavada e seguo la più comoda stradina, qui l’insolazione raggiunge l’apice dell’apice, sono costretto a fermarmi ogni cinquanta metri per fruire della frescura delle zone d’ombra, sono ancora con i pantaloncini indossati, li abbasso solo in queste soste e la differenza si sente notevolmente, ma non mi fido a restare senza, dal paese mi possono vedere e due volte su tre qui ho incrociato un tizio in motocicletta.

Eccomi al passo ed esattamente nel tempo preventivato, sarà dura recuperare qui, ma posso sempre farlo più avanti visto che rinuncerò alle varianti alte. L’ombra del traverso verso il Roccolo Morandi mi rinfresca e il passo procede spedito, eccomi ai prati dove inizia la discesa. Nessuno appare animare il capanno poco sopra, sto per spogliarmi (di solito lo facevo subito dopo il passo, ma oggi, sapendo che qui al roccolo avrei potuto incontrare qualcuno, ho rimandato per il dolore che l’operazione mi comporta) quando l’occhio percepisce una presenza più in basso: un uomo disteso nel prato a prendere il sole. Non sono nelle condizioni ideali per sostenere il benché minimo confronto, rimando la svestizione. Percorso il primo tratto pianeggiante inizia quello ripidissimo, qui temevo per il ginocchio che invero qualche fitta me la procura ma alla fine niente di che (forse grazie all’applicazione, sebbene improvvisata da me stesso, dei tape kinesiologici), ciò che invece mi procura il colpo di grazia sono i quadricipiti: ormai ogni passo è una tortura, dove normalmente passerei con un balzo, ora devo procedere a circospetti passettini e anche così è un continuo lavorio di mente per escludere il dolore dall’attenzione. Incontro mio nipote che m’è venuto incontro, insieme scendiamo fino al Passo del Termine e insieme decidiamo l’estremo tentativo di salvare almeno in parte il viaggio: ci spostiamo in auto al passo del Maniva, avrò così modo di riposare per ben sette ore per poi eventualmente ripartire per il meno impegnativo tratto di rientro a Brescia.

Giogo del Maniva, spiego la situazione a Matteo e Manuela, due dei titolari dell’Albergo Dosso Alto, ci facciamo (io e Fabio) un bel pranzetto a base di salumi e birra fresca (gentilmente offertoci da Manuela), poi approfitto dell’ospitalità e mi sposto al piano interrato dove mi è stata messa a disposizione la sala SPA. Data la stagione non è completamente attiva, ma tutto sommato doccia e lettino relax mi bastano, c’è al limite disponibile anche il lettino massaggiatore. Una doccia dona un poco di sollievo ai muscoli indolenziti e alla psiche ormai al limite, segue, con la preziosa collaborazione di Fabio, un lungo massaggio alle gambe con apposito gel all’Arnica (un gel particolare che dopo la stesura si trasforma in olio, combinando la praticità del gel alla durabilità e scorrevolezza dell’olio), una profonda dormitina viene interrotta a metà dal freddo ora pungente (non me n’ero avveduto prima) di questa stanza che mi costringe ad alzarmi per cercare nelle borse la maglia e i pantaloni pesanti. Così ricoperto mi stendo sul lettino massaggi e, confortato dalla zona calda all’altezza dei lombi, mi riaddormento per un’altra oretta. Al risveglio Fabio mi segnala che sono arrivati Alberto e Claudia, mi rimetto in abbigliamento leggero, sistemo le borse e salgo di sopra, nel fare le scale noto che le gambe fanno meno male ma non tanto quanto speravo. Spiego anche a loro la situazione, chiacchieriamo un poco e alle diciannove provo a fare un test: risalgo a tutta un ripido tratto di pista da sci, poi mi sposto sui pendii laterali dove zolle e roccette simulano più adeguatamente una discesa su terreno ripido e sconnesso, alla fine sono ancora più indeciso di prima. Ci soffermiamo un poco a chiacchierare nel piazzale fuori dall’albergo, una decina di minuti che si dimostrano chiarificatori: man mano le gambe iniziano a dolere un poco ovunque, è deciso, il mio viaggio finisce qui. Ci facciamo un brindisi, Alberto e Claudia si fermano qui a cena, io e Fabio prendiamo la strada di casa, un viaggio in auto che nelle parte finale diviene una tortura: le gambe dolgono e picchiano quasi ovunque, non so quale posizione prendere per calmarle un poco, anche le caviglie mi fanno male, si attacca un dolore al fianco sinistro, è un dolore che mi attanaglia da diversi anni, mi viene quando mi distendo su un divano o mi allungo su una sedia, i medici dicono che non è nulla, secondo l’ultimo a cui l’ho riferito è solo una contrattura muscolare, ma io mica ne sono convinto: vattelapesca, un dolore avrà pur bene una causa? una contrattura che dura da anni? siamo seri! Provo ad alzare un poco lo schienale e il dolore si attenua.

Finalmente a casa e… sorpresa, Maria non c’è e io non ho le chiavi di casa. Fabio scavalca la recinzione e apre il cancellino con l’apriporta, portiamo le borse davanti alla porta d’ingresso e poi cerco la posizione che mi dia meno dolori, mi siedo sui gradini dell’ingresso, niente, no buono, mi distendo nel prato, per un poco va bene ma poi mi duole la cervicale, mi rimetto sui gradini appoggiandomi con la schiena al muro, mi rimetto sul prato standomene seduto e così via. Dopo mezz’ora abbondante arriva Maria, saliamo in casa e finalmente posso abbandonarmi del tutto, mollare ogni residua tensione, pensare al recupero delle microlesioni che una qualsiasi attività fisica provoca, figuriamoci quella che ho appena fatto, nel modo in cui l’ho fatta.

Domenica pomeriggio, ore 17, ci si trova alla piazzetta di Urago Mella, punto d’arrivo del sentiero 3V “Silvano Cinelli”, per fare comunque un brindisi, purtroppo siamo pochi, pochi ma buoni: Emanuele, Maria, Maria, Alberto, Claudia, Manuela, Vittorio! Sul tavolino portato da Alberto troneggia la torta di Claudia circondata da invitanti biscotti, sul muretto fresche bottiglie di spumante attendono nel frigo d’essere aperte, noi chiacchieriamo in attesa degli altri amici che avevano annunciato l’arrivo. Arriva il messaggio vocale di Marino: è bloccato dalla coda. Messaggio mio nipote Fabio, sta arrivando. Lo attendiamo a lungo inutilmente, diamo il via ale danze: tagli la trota, apro la bottiglia, verso da bere e si brinda alla mia del… ehm, no, perché mai deludente, no, no, ogni sconfitta è pur sempre una vittoria e allora si brindi alla mia vittoria! Una decina di minuti dopo arriva anche Fabio con Patrizia, bevono qualcosa e subito ripartono. Ancora qualche chiacchiera e stiamo per lasciarci tutti: è proprio finita, TappaUnica3V 2017 s’è conclusa? No, non è detta l’ultima parola, annuncio che ci riproverò, forse già quest’anno in modo da sfruttare l’allenamento acquisito. Applausi e commenti seguono l’annuncio, poi via, tutti a casa.

Concludo questo mia relazione, invero più racconto che relazione, per i dovuti e voluti ringraziamenti. Grazie a tutti coloro che mi hanno supportato, grazie ai componenti dello staff logistico (Fabio, Alberto, Claudia e Vittorio), grazie a Maria che ha sopportato le mie assenze, grazie a quelli di Fonte Acqua Maniva per l’appoggio morale sui social e per la fornitura di acqua (Acqua Maniva PH8), grazie a Tony Gialdini per avermi prestato il tracciatore GPS e rifornito di prodotti energetici a prezzo scontato, grazie ai titolari delle strutture presso le quali mi sono fermato per i punti di rifornimento (B&B Isola Verde di Lodrino e Albergo Dosso Alto al Giogo del Maniva). Grazie!

Camminare in montagna: la postura


Prosegue da… Lo zaino.


Come preannunciato, nel nostro cammino verso la trattazione del secondo più importante aspetto per una massima efficienza del nostro cammino in montagna, la respirazione, eccoci oggi a parlare della postura. Difficile trovare in montagna qualcuno che adotti la postura ideale, io stesso mi ci sono dedicato solo da quando ho iniziato ad allenarmi per il mio lungo viaggio di TappaUnica3V, è argomento molto trascurato in ambito escursionistico e alpinistico, vi si trovano riferimenti solo nell’ambito della corsa in montagna e del trail, eppure basta parlarne con un qualsiasi posturologo o, meglio ancora, con un qualsiasi osteopata per sentirsi affermare la sua importanza anche nel campo dell’escursionismo, d’altra parte come può essere diversamente per un qualcosa che è già importante per la nostra quotidianità?

Qual è la postura ideale? Semplice: quella che sollecita il meno possibile le nostre strutture ossee e muscolari, quella che meno ci provoca alterazioni fisiologiche e patologie, quella che meglio segue la nostra conformazione naturale, che non è quella che abbiamo, ma è quella che dovremmo avere. E allora? Allora…

  • Baricentro centralizzato rispetto alla base d’appoggio.
  • Sguardo in avanti.
  • Mento leggermente abbassato e all’incirca sulla verticale delle costole.
  • Cervice leggermente curvata (appoggiandosi a un muro scapole e testa dovrebbero risultare a contatto con lo stesso).
  • Spalle aperte e in linea tra loro.
  • Busto eretto.
  • Petto in fuori.
  • Mani con i palmi sensibilmente rivolti in avanti.
  • Costole alzate.
  • Diaframma libero di espandersi.
  • Leggera curva lombare (appoggiandosi a un muro buona parte della schiena e glutei dovrebbero risultare appoggiati allo stesso).
  • Teste delle anche alla stessa altezza.
  • Teste delle anche all’incirca in linea con spalle e ginocchia.
  • Gambe leggermente allargate, dritte e simmetriche.
  • Ginocchia che guardano verso l’avanti.
  • Piedi alla larghezza delle anche e dritti verso l’avanti.
  • Peso equamente distribuito sulla pianta dei piedi, sia in senso longitudinale che trasversale.

Correggere una postura errata purtroppo non è facile e potrebbe richiedere un lungo lavoro su se stessi, molte possono essere le cause che portano a errori posturali (deformazioni scheletriche, scompensi muscolari, alterazioni propriocettive, atteggiamenti acquisiti, compensazioni fisiologiche e/o psicologiche, addirittura questioni emotive) e potreste faticare per trovare, nel contesto delle più tipiche figure di riferimento (medici, posturologi, istruttori fitness, personal trainer, fisioterapisti), un consulente che le prenda tutte in considerazione, ad esempio per esperienza personale: un medico generico o un ortopedico potrebbero puntare l’attenzione esclusivamente su quelle scheletriche che, ovviamente, sono difficilmente recuperabili (ossa storte non si raddrizzano, ad esempio), oppure consigliarvi di agire sui distretti muscolari (ad esempio potenziare i dorsali per compensare delle spalle in avanti, presupponendo che siano in avanti solo ed esclusivamente in ragione di pettorali più forti dei dorsali); un posturologo potrebbe farvi lavorare solo sulla consapevolezza del vostro atteggiamento posturale. A chi rivolgersi? La figura sicuramente più adatta è l’osteopata: prima di agire valuterà l’insieme complessivo della vostra struttura corporea, poi, in assenza di patologie che richiedano l’intervento di un ortopedico, andrà a intervenire sull’intera catena posturale, parallelamente vi suggerirà un completo lavoro da fare, per il quale poi potrete eventualmente rivolgervi ad altre figure quali istruttori di fitness e personal trainer. Rivolgetevi, ovviamente, a un osteopata qualificato, ne trovate un elenco (purtroppo e stranamente senza i riferimenti di contatto) sul sito dell’Unione Osteopati Italiani, un altro elenco lo trovate sul Registro degli Osteopati Italiani. Sappiate che, in ogni caso, dovrete fare un lungo, impegnativo e faticoso lavoro su voi stessi: raramente si può demandare ad altri l’incarico di modificare noi stessi!

P.S.

Posso assicurarvi che il lavoro di correzione della postura sarà decisamente più produttivo se lo farete stando nudi: sarà molto più facile osservarvi allo specchio, aumenterà la percezione di voi stessi, migliorerete il rapporto con il vostro corpo (aspetto apparentemente secondario ma in realtà importante per poter lavorare su sé stessi) e suggerisco a tutti coloro che di tale questione si occupano (posturologi e osteopati in primo luogo) di far lavorare i loro clienti a nudo e di consigliare loro tale modalità di lavoro.

Variazioni posturali

Dato che la montagna presenta continue variazioni di pendenza, la nostra postura, pur senza cambiare di molto, dovrà necessariamente di volta in volta adattarsi alla situazione. Ne parlerò più ampiamente quando tratterò nello specifico la tecnica di cammino in salita e in discesa, per ora due indicazioni veloci:

  • in salita cercheremo la verticalità spostando avanti il corpo a partire dalle caviglie, senza spezzare il busto (ovvero senza inclinarsi troppo sull’articolazione delle anche) per non limitare la ventilazione;
  • in discesa cercheremo la perpendicolarità al terreno spostando avanti il corpo (non il solo busto e soprattutto senza piegare le ginocchia e arretrare, come i più fanno) per evitare sovraccarichi alle ginocchia e ai quadricipiti.

Sitografia e approfondimenti

Mypersonaltrainer – La postura: definizione ed ergonomia

Dott. Mag. Ivano Pacucci – La postura ideale

Maestro Black Flag Wing Chun Riccardo di Vito – Retro e anteroversione del bacino

Sport&Medicina – Taping Kinesiologico: piede causativo e adattativo degli sportivi


Continua in… La respirazione.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: lo zaino


Prosegue da… L’autopercezione.


Dopo aver visto come impostare la prima mezz’ora di cammino e aver fatto un veloce richiamo su alcuni aspetti alla stessa questione collegati, avrei voluto e dovuto parlare della respirazione, il secondo aspetto del camminare in ordine di importanza ai fini di un veloce miglioramento dei propri risultati, però… però la corretta respirazione può essere ostacolata da una scorretta postura, postura che, a sua volta, è fortemente influenzata dal portamento dello zaino ed ecco, quindi, un articolo che parla proprio di questo, allargandosi, per più o meno ovvie connessioni, al modo di allestire e scegliere uno zaino. Invero ne avevo già esaurientemente parlato (23 marzo 2013 – Come portare lo Zaino?) pertanto qui richiamo solo alcuni punti essenziali del discorso e aggiungo delle considerazioni che vanno a completarlo.

By Archivio Pietro Pensa via Wikimedia Commons

Coloro che hanno all’incirca la mia età potranno ricordare le gerle con cui i contadini di montagna trasportavano a valle il fieno raccolto o portavano a monte viveri e altro materiale necessario alla vita in malga, ricorderanno la loro particolare forma, molto stretta alla base e molto larga alla sommità, ricorderanno gli spallacci posizionati nella parte bassa della gerla (dalla metà in giù), ricorderanno l’importante peso del carico così trasportato e la relativa agevolezza del trasporto. Stranamente i produttori di zaini si sono inventati le più diverse e poco confortevoli conformazioni ma solo in pochi casi e solo in tempi abbastanza recenti hanno fatto riferimento alla forma di tali gerle: i capienti ma assolutamente distruttivi (per la schiena) zaini a palla, quelli altrettanto capienti a palla schiacciata (identici ai primi ma con il lato a schiena appiattito per migliorarne il confort durante il trasporto), quelli a pera di derivazione incomprensibile visto che non aumentavano la capienza ma peggioravano l’ergonomia del trasporto, finalmente arrivarono quelli cilindrici che ancora oggi dominano il mercato degli zaini. Purtroppo quest’ultima tipologia è più complessa da riempire dato che i grossi e ingombranti vestiari da montagna vi si cacciano dentro a fatica e ancor più a fatica si riesce a tirarli fuori dallo zaino pieno. Al primo problema (difficoltà di riempimento) solo zaini di ampia dimensione danno soluzione, ma tali zaini ad alta portata sono improponibili per la maggior parte degli escursionisti e delle escursioni, pertanto la soluzione può arrivare solo dai produttori di abbigliamento, argomento di cui parleremo più avanti in uno specifico articolo, diciamo solo che oggi qualcosa si vede, grazie anche alla diffusione delle gare di trail e corsa in montagna. Alla seconda questione (difficoltà di estrazione) molti produttori hanno cercato soluzione applicando allo zaino una cerniera (orizzontale o verticale) per un accesso rapido, purtroppo nessuno è riuscito a produrre un qualcosa di realmente efficiente: cerniere troppo corte che inibiscono l’accesso al fondo dello zaino, cerniere il cui cursore finisce sotto la patella imponendone comunque l’apertura, cerniere dure a scorrere o che si incastrano e che per questo tendono a rompersi facilmente. Alcuni modelli presentano la suddivisione dello zaino in due settori, uno sopra e uno sotto, ma anche qui si è ben lontani dalla soluzione ottimale, vuoi per le stesse ragioni di cui sopra (il settore inferiore è ovviamente raggiungibile solo attraverso una cerniera posta sullo zaino), vuoi per la comunque limitata dimensione del settore inferiore, quello dove, per le ragioni ben illustrate nell’articolo richiamato all’inizio, andrebbero collocati gli oggetti più leggeri, quali sono, per l’appunto, i vestiti, vuoi perché molti escursionisti non hanno ben presente il suddetto modo corretto di caricare uno zaino e, per ovviare alla scarsa capienza del settore inferiore, qui vi collocano cibi e altri oggetti pesanti, più piccoli dell’abbigliamento e più facili da distribuire all’interno dello zaino.

Con le premesse di cui sopra, possiamo comunque trovare zaini che si avvicinino alla soluzione ottimale, soprattutto se utilizziamo abbigliamento da trail, assai più sottile di quello tipico da montagna, ma tale loro prerogativa può essere completamente inficiata da un cattivo portamento dello zaino…

  • Spallacci regolati troppo lunghi con spostamento molto in basso del baricentro dello zaino e conseguente pressione dello zaino sui lombi che provoca un per nulla salubre incurvamento della schiena, dall’escursionista compensato con il forzato piegamento in avanti del busto che, però, determina cattiva ventilazione (il diaframma è compresso) e sforzo muscolare aggiuntivo (gli addominali devono lavorare per provocare e mantenere l’inclinazione in avanti del busto); potrà risultare scomodo quando si va a indossare o levare lo zaino (i produttori potrebbero ovviare alla questione pensando a un sistema di sgancio/aggancio rapido), ma gli spallacci vanno categoricamente regolati corti al fine di alzare il baricentro dello zaino sopra quello della persona determinando il salubre effetto di appoggio dello zaino sulle scapole, i muscoli addominali e dorsali ne risultano sollevati, il busto può restare eretto, il diaframma non è compresso, la respirazione ampia ed efficiente.
  • Tutti i produttori di zaini e tutti i venditori promuovono lo spostamento del carico dalle spalle alle anche senza rendersi conto che queste ultime non sono fatte per portare peso, che se caricate eccessivamente innanzitutto finiscono con l’abbassarsi e provocare una retroversione estremamente dannosa ai fini di una corretta postura, poi, col tempo, possono crearsi problemi articolari veri e propri. Certo i produttori di zaini hanno correttamente dotato gli stessi di larghe fasce per avvolgere le anche, ma queste devono più che altro servire a stabilizzare lo zaino, ai fini ergonomici il suo peso dev’essere comunque supportato dall’intera struttura scheletrica, dalle spalle ai piedi passando per colonna vertebrale, anche e ossa della gamba.

Indi, per concludere:

  • Scegliete uno zaino che abbia una forma tendente alla gerla (più largo in alto che in basso);
  • Scegliete uno zaino dotato di regolatori di carico (cinghie o cordini laterali che permettono di variarne il volume interno) al fine di mantenere il carico sempre distribuito in verticale;
  • Scegliete uno zaino con spallacci larghi e imbottiti, se poi sono leggermente elastici tanto meglio (per quanto ho potuto appurare, li trovate solo negli zaini da trail);
  • Nello zaino ponete sempre solo i materiali realmente necessari, la politica del “metto tutto così sono sicuro” può sembrare comoda ma vi renderà un tormento molte delle vostre uscite;
  • Ponete gli oggetti più pesanti nella parte alta dello zaino, sentirete l’appoggio del peso distribuirsi in verticale a partire dalle spalle e percepirete il gradevole rilassamento della schiena;
  • Stringete quanto più possibile gli spallacci, sentirete l’appoggio del peso distribuirsi in verticale a partire dalle spalle e percepirete il gradevole rilassamento della schiena;
  • Per facilitare la vestizione e la svestizione dello zaino reso problematico dagli spallacci regolati corti, abituatevi ad allargare il primo spallaccio ogni volta che togliete lo zaino, per poi tirarlo dopo averlo indossato (all’acquisto dello zaino provate più volte il sistema di regolazione degli spallacci: deve scorrere bene senza però allentarsi da solo);
  • Regolate la fascia in vita in modo che stringa leggermente sui fianchi senza comprimere l’addome.

    Continua in… La postura.


    Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: l’autopercezione


Prosegue da… La prima mezz’ora.


Stavo spiegando a un gruppetto di persone la questione della prima mezz’ora e la necessità spiegata nel precedente articolo di non fermarsi durante questo primo periodo del cammino che può assimilarsi a quello che viene comunemente definito “riscaldamento”. Nel bel mezzo del mio discorso sono stato bruscamente interrotto da una signora che, con fare piuttosto sostenuto, sosteneva la necessità di fermarsi al primo segnale di affaticamento e a nulla sono valsi i miei tentativi di impostare una spiegazione tecnica, come aprivo bocca venivo immediatamente contrastato a voce sempre più alta dalla suddetta signora: “me l’ha detto un amico alpinista”, “voi citate sempre tante ore di cammino”, “se io non sono mai andata in montagna”, “vado in tachicardia”, “non esiste, io mi fermo”. Questo fatto, in congiunzione con altri più o meno analoghi successi in precedenza, mi ha stimolato alcune ulteriori considerazioni invero sottintese nel precedente articolo ma forse non così evidenti e chiare, quindi vado qui a riprenderle con maggiore evidenza.

Ognuno di noi ha un suo specifico livello di percezione dello sforzo, della fatica e del dolore, tre aspetti che sono inevitabilmente evocati dall’azione del camminare, così ci sarà chi, a parità di escursione e di allenamento, ne risentirà maggiormente di altri e chi ne risentirà anche molto meno, sia durante il cammino che a posteriori. Certo il reiterarsi di sforzo, fatica e dolore possono portare all’assuefazione, ma ci vuole tempo mentre questi miei articoli sulla tecnica del cammino in montagna vogliono rivolgersi anche a coloro che si stanno avvicinando all’escursionismo e che, quindi, potrebbero avervi poca abitudine e poca disponibilità alla sofferenza. Ci sono, però, dei parametri oggettivi sui quali possiamo indubbiamente ragionare e lavorare fin da subito: la conoscenza dei concetti di sforzo e fatica, la consapevolezza delle alterazioni fisiologiche e delle sensazioni dalle stesse indotte, una corretta percezione di tachicardia, la consapevolezza che per arrivare a fare meno fatica è necessario faticare, la percezione dell’importante legame tra tecnica e durata dell’impegno, la consapevolezza che comunque la tecnica resta la stessa indipendentemente dalla durata dell’escursione.

Sforzo e fatica

Abitualmente utilizzati come sinonimi in realtà sono due cose ben differenti: lo sforzo è l’impegno fisico applicato in ogni singolo istante o in una limitata unità di tempo, è una percezione soggettiva che può oggettivarsi mediante la misurazione diretta momento per momento dei vari parametri fisiologici, quali il battito cardiaco, la contrazione muscolare, la quantità di sangue in circolo, il volume respiratorio; la fatica è il risultato della somma degli sforzi e si rileva in modo obiettivo andando a verificare, alla fine dell’attività fisica, la quantità di lattato (acido lattico) prodotto. Una rilevazione soggettiva della fatica è possibile attraverso le sensazioni del post escursione, quali senso di prostrazione, tensione o addirittura dolore muscolare, numero di giorni necessari al recupero totale.

La tendenza a interpretare sforzo e fatica come sinonimi induce le persone ad un’errata interpretazione dei paramenti di valutazione riportati da certe relazioni, in particolare dalle mie che utilizzano una scala personalmente elaborata al fine di rendere più precisa la valutazione delle escursioni (la scala ufficiale promossa dal CAI è troppo generica e, quindi, poco utile): percorso poco faticoso non vuol dire che sia esente da sforzi, ma indica un’escursione di breve durata con una bassa produzione di lattato (la quantità di lattato prodotto è direttamente proporzionale alla durata dello sforzo).

Alterazioni fisiologiche e loro sensazioni

Ne ho già ampiamente parlato nel precedente articolo a cui rimando chi non l’avesse letto, qui voglio solo ribadire qualcosa che a quanto pare alcuni non hanno ben chiaro: non è possibile pensare che il nostro organismo possa compiere un’escursione rimanendo nelle condizioni in cui si trova nella quotidianità, il cammino in montagna richiede necessariamente degli adattamenti e questi daranno delle sensazioni inizialmente fastidiose (che alcuni potrebbero percepire anche dolorose), ciò non vuol dire che siamo in affaticamento, anzi, ci segnala che il nostro corpo sta reagendo nel migliore dei modi al surplus di lavoro che gli stiamo richiedendo.

Tachicardia

Ho l’impressione che la signora dell’episodio riportato in apertura, così come altre persone con cui ho avuto il piacere di condividere giornate di montagna, abbia un’errata percezione della tachicardia, osservandola e subendola sempre e solo come un’impropria alterazione del proprio stato fisiologico. In realtà l’aumento delle pulsazioni cardiache è uno degli indispensabili adattamenti allo sforzo e possiamo ben sopportarlo essendo il suo limite fisiologico (soglia massima) ben più alto del valore a riposo: un calcolo approssimativo è quello di fare 220 meno la propria età. Sentire il cuore che batte, anche nelle tempie o in gola, non è necessariamente un indicatore per la necessità di fermarsi, necessità che subentra solo quando ci approssimiamo al nostro valore di soglia massima, e nemmeno un indicatore per l’utilità di fermarsi, utilità che subentra solo quando la nostra frequenza cardiaca supera la soglia di lavoro (indicativamente il 75% della soglia massima), è solo un indicatore del nostro corretto adattamento all’azione escursionistica. Fermarsi solo perché la frequenza cardiaca si è lievemente o anche sensibilmente alzata rispetto alla sua condizione di riposo può addirittura (prima mezz’ora di cammino) essere controproducente.

Fare fatica per meno faticare

Di questo ne parlerò più ampiamente quando tratterò l’allenamento, qui dico solo che, come tutti sanno, con l’allenamento diminuisce la fatica (detta più tecnicamente: con l’allenamento diminuisce la quantità di acido lattico prodotto con una data intensità di esercizio e aumenta la nostra sopportazione del lattato, che, a parità di tempo, rimane lo stesso sia per la persona non allenata che per quella allenata), ma l’allenamento è fatica e richiede tempo, tempo durante il quale dobbiamo necessariamente faticare: in assenza di lavoro e quindi di fatica non si produce allenamento.

Tecnica e durata dell’impegno

Quando si insegna la tecnica del cammino diviene inevitabile fare riferimento alle tante ore di cammino perché, come per tante altre cose, la conoscenza nasce dall’analisi delle situazioni limite, non potrei di certo comprendere il modo migliore di camminare analizzando chi cammina pochi minuti e nemmeno poche decine di minuti, devo necessariamente analizzare chi cammina tante ore.

Per poter camminare tante ore devo necessariamente mettere in campo tutti gli accorgimenti che mi permettano di efficientare al massimo la mia azione, d’altro canto questi accorgimenti risultano proficui anche per le pochissime ore di cammino (che per una persona che si approssima all’escursionismo possono essere già viste come tante ore), rendendole di fatto meno faticose e più piacevoli.

Mente e risultato

Concludo con una breve considerazione riguardante l’influsso che la mente può avere sul risultato: quando siamo sotto sforzo, quando siamo affaticati, quando pensiamo di non farcela più, quando siamo effettivamente stremati, in tutte queste circostanze la mente motivata, la mente allenata può fare la differenza: può permetterci di andare avanti ancora.

Sitografia di riferimento e approfondimento

Albanesi.it – Fatica e corsa

Mypersonaltrainer – Dott. Francesco Grazzina – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – La Scala di Borg e la Percezione dello Sforzo

Calciatori.com – Percezione dello sforzo: le scale di valutazione di Borg

Mypersonaltrainer – Adattamenti fisiologici del cuore in risposta all’attività fisica

Mypersonaltrainer – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – Acido lattico

Mypersonaltrainer – Soglia lattacida

Mypersonaltrainer – Acido lattico nel sangue

Mypersonaltrainer – Approccio ai metabolismi energetici

Mypersonaltrainer – Adattamenti cardiocircolatori all’allenamento


Continua in… Lo zaino.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: la prima mezz’ora


Prosegue da… La tecnica.


Avevo già anticipato che mi sarei impegnato nella realizzazione di una serie di articoli inerenti la tecnica del cammino in montagna (“Camminare in montagna: la tecnica”), un argomento che, pur contro l’altrui opinione, ho sempre ritenuto importante, ancor oggi sostenuto in questo dall’osservazione delle persone che mi accompagnano nelle mie escursioni o che incontro sui monti: molti sono coloro che camminano male, vuoi per l’errato modo di scegliere e utilizzare l’attrezzatura, vuoi per l’applicazione di abituino scorrette, vuoi anche e soprattutto proprio per un modo sbagliato di deambulare. Vero che si parla di escursionisti, ossia di persone che in montagna ci vanno per divertirsi, altrettanto vero che anche lo sport amatoriale può produrre traumi più o meno consistenti, nel breve o, più subdolamente, nel lungo periodo. Cosa fare? Lo scoprirete con questa serie di articoli e partiamo da, come già avevo detto nell’anteprima, un atteggiamento che già da solo può cambiare sensibilmente il vostro modo di andare in montagna, può alleviarvi tanto dolore e tanta fatica: la gestione della prima mezz’ora di cammino.

Tutti conoscono la parola “riscaldamento”, tutti sanno cosa vuol dire riferita a un’attività sportiva, molti sanno che va fatto anche nel contesto delle attività non competitive, pochi, però (faccio ovviamente riferimento all’ambito amatoriale), materialmente lo fanno e ancora meno lo fanno correttamente, nella convinzione che sia sufficiente partire piano e proseguire a bassa velocità per una decina di minuti o poco più. Non è così, non basta, anzi, così facendo si ottiene solo di stressare l’organismo. Come farlo? Continua a leggere!

Nel già citato articolo introduttivo ne avevo succintamente parlato, riprendo quelle stesse parole rieditandole al fine di meglio illustrare i concetti e approfondirli, seppure ancora attraverso spiegazioni magari poco tecniche e, pertanto, imprecise (che non vuol dire inesatte), ma semplici e, pertanto, facilmente comprensibili a tutti.

Eccoci all’escursione!

Siamo al momento zero, dopo il trasferimento in auto siamo pronti a iniziare la nostra escursione, in questo istante il nostro organismo è in uno stato che, sebbene non necessariamente di riposo, possiamo senz’altro definire di quiete: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca sono nelle loro condizione di quotidiana normalità, quella adeguata a supportare la nostra sola sopravvivenza o al più minimi sforzi.

Con un salto temporale immaginiamoci ora nel bel mezzo del cammino, in questo istante il nostro organismo è (dev’essere) in uno stato che definiamo di lavoro: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca sono sensibilmente aumentati al fine di supportare lo sforzo in atto, ovvero di fornire maggiore energia al nostro sistema. In questa sede è irrilevante capire le esatte dinamiche di tale trasformazione e determinare come avvenga la produzione di energia, ci basta osservare che a fronte di uno sforzo maggiore a quello minimo supportabile dallo stato di quiete (soggettivo: la prolungata reiterazione degli sforzi e, quindi, delle relative alterazioni organiche porta ad una più o meno ampia “cronicizzazione” delle dette trasformazioni fisiologiche, ovvero determina un adattamento atletico alzando la soglia di mantenimento base) il nostro organismo mette in atto una complessa serie di alterazioni, ognuna direttamente proporzionale all’incremento di energia richiesto. Tale adeguamento fisiologico allo sforzo non avviene istantaneamente ma richiede un certo tempo (non ho idea da dove derivi tale valore, ma viene computato in trenta minuti, valore che la mia esperienza pratica conferma come corretto) durante il quale percepiamo fastidiose sensazioni fisiche e psicologiche, possiamo pertanto indicare la fase di transizione da quiete a lavoro come zona di malessere; una volta che il nostro organismo è in grado di supportare lo sforzo richiesto, gli adattamenti si fermano e le nostre percezioni, seppure a parità di sforzo, diventano positive, il cammino è ora piacevole, possiamo quindi definire questa condizione come area di benessere. Ovviamente le suddette trasformazioni hanno un limite massimo (soggettivo e migliorabile con l’allenamento), al suo raggiungimento il nostro organismo non sarà più in grado di dare adeguato supporto ad un ulteriore incremento delle richieste energetiche e andrà in sofferenza, inducendoci a rallentare, fermarci o addirittura interrompere il cammino con una lunga sosta.

Cosa succede se ci si ferma? Il nostro organismo tende a ristabilire lo stato di quiete: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca calano e lo fanno anche piuttosto velocemente, tanto più rapidamente quanto più lontani siamo dall’area di benessere.

Traduciamo il tutto in un grafico nel quale mettiamo a confronto due escursionisti, uno che non effettua fermate fintanto che non entra in area di benessere, l’altro che si ferma più volte ancora in fase di transizione tra lo stato di quiete e quello di lavoro.

Vediamo che l’escursionista uno entra e si mantiene in area di benessere: porterà sicuramente a termine la sua escursione e ne sarà pienamente soddisfatto. L’escursionista due permane nell’area di malessere: potrebbe anche completare l’escursione ma di certo con assai poca soddisfazione e molti dolori. Ovviamente non ho preso in considerazione il caso di un escursionista che vada in sofferenza visto che l’obiettivo è quello di entrare e restare in area di benessere, solo gli atleti in allenamento (o nelle fasi finali di una competizione) possono eventualmente sfruttare anche i contorni della linea di stress.

Cosa abbiamo stabilito?

Essenzialmente che la prima mezz’ora di cammino è assai importante, che potremmo un poco soffrire ma ve necessariamente affrontata in modo adeguato ovvero… senza mai fermarsi.

Cosa ne deriva?

Prima della partenza

  • Date sfogo ad ogni eventuale necessità fisiologica o anticipatele.
  • Idratatevi adeguatamente integrando nel contempo la giusta dose di sali minerali.
  • Fatto salvo per guanti e berretto che possono essere facilmente levati e risposti anche senza doversi fermare, rimuovete l’abbigliamento in eccesso: entro una decina di minuti sarete soggetti all’aumento di temperatura corporea e se troppo coperti dovrete fermarvi per levare qualcosa; meglio sentire un poco di freddo all’inizio che inibire il processo di adeguamento allo sforzo.

Partiti

  • L’equilibrio energetico è piuttosto delicato: se forziamo troppo poco non inneschiamo le necessarie modificazioni fisiologiche, se forziamo troppo andiamo subito in crisi. Per dare un parametro oggettivo possiamo dire che se riusciamo a parlare stiamo andando troppo piano, se la respirazione risulta difficoltosa (parziale, al limite anche con dolori addominali e/o toracici) stiamo andando troppo forte.
  • Iniziate a camminare mantenendo bassa la vostra velocità, dove il termine bassa va rapportato al vostro allenamento e, come detto, non dev’essere troppo blando: mediamente può essere ideale all’incirca il venticinque percento della massima velocità che siete in grado di produrre su quella pendenza (riuscite a parlare ma con un lieve affanno).
  • Quando percepite che i muscoli si sono riscaldati (una decina di minuti dalla partenza se avete impostato il passo corretto) aumentate gradualmente la velocità per arrivare, nel giro di altri dieci minuti e con le stesse precisazioni di cui sopra, a un’andatura media: attorno al cinquanta percento della massima velocità che potete produrre su quella pendenza (non riuscite a parlare ma la respirazione è regolare e tranquilla).
  • Se proprio temete di non farcela a restare trenta minuti senza reidratarvi o se la giornata particolarmente calda necessità di una reidratazione più frequente, utilizzate le apposite tasche morbide con cannuccia (camel-bag) che oggi quasi tutti gli zaini supportano, oppure procuratevi almeno un portaborracce da collocare sullo spallaccio dello zaino e ponetevi una borraccia che si possa utilizzare senza doversi fermare, tipo quelle da ciclismo o da corsa a piedi: grazie alla diffusione dei trail oggi trovate facilmente ambedue questi accessori.
  • Risparmiate il fiato: per ora evitate di chiacchierare, potrete farlo a volontà una volta entrati in area di benessere e senza nemmeno dovervi fermare.

Ovviamente esiste un’alternativa al tutto: camminare in stato di quiete. Certamente è possibile farlo, specie se siete molto allenati, ma se non lo siete? Se non lo siete dovrete accontentarvi delle passeggiate piane e brevi perché il vostro stato di quiete non può supportare di più! Perché mai dovrei fare di più? Beh a questo dovete darvela voi la risposta, io posso solo dirvi che ne vale veramente la pena: un ritmo blando produce pochissimi benefici fisici e ancor meno psicologici, un ritmo adeguatamente sostenuto comporta miglioramenti cardiovascolari, un utilizzo più ampio e corretto del diaframma quindi una migliore respirazione, maggiore propriocettiva quindi un migliore equilibrio, scarico dallo stress quotidiano, equilibrio psicologico, eccetera; una breve escursione difficilmente vi permetterà di assaporare quanto la montagna sia in grado di offrirvi, una lunga escursione vi permetterà di godere dei fantastici panorami visibili dalle vette o dalle creste, vi consentirà di percepire le infinite gradevoli sensazioni che la montagna e capace di trametterci, specie se ci poniamo ad essa senza barriere fisiche e mentali, ovvero se i vestiti li lasciamo nello zaino… tutti quanti!

Fonti e approfondimenti

Mypersonaltrainer – Adattamenti fisiologici del cuore in risposta all’attività fisica

Mypersonaltrainer – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – Acido lattico

Mypersonaltrainer – Approccio ai metabolismi energetici

Mypersonaltrainer – Adattamenti cardiocircolatori all’allenamento


Continua in… L’autopercezione.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)


Di corsa su e giù per il monte


Foto di Carla Cinelli

Corro su

poi corro giù

tac toc

pac poc

rai pai

tai zuai

clas tuas

fras sbras

clus trus

Foto di Carla Cinelli

stus fus

string strong

strang pilang

stroc patoc

ratoc stiloc

Corro su

poi corro giù

corro su

di nuovo corro giù

frisssccc

Arrivato!

Emanuele Cinelli – 16 giugno 2017

#TappaUnica3V -22 ora solo riposo


Mancano venti giorni alla partenza, è tempo di lasciar riposare muscoli e ossa, in particolare schiena e ginocchia che sono uscite alquanto provate dai tanti mesi di duro allenamento, duro e, soprattutto, nuovo: l’inserimento della corsa non più solo come brevi momenti nelle discese ai fini di recupero sui tempi, ma corsa vera e propria, corsa anche in salita. Il risultato è stato pregevole, ora viaggio costantemente su tempi pari o inferiori alla metà delle tabelle, certo sono ancora molto lontano dai ritmi dei migliori trailer, anzi sono lontano persino da quelli dei trailer in genere, ma non è questo il mio obiettivo, quello che faccio lo faccio per il mio unico piacere, se crescerò ulteriormente è del tutto ininfluente, ne sarò contento e magari mi allenerò anche per riuscirci, visto che la corsa mi è diventata sincera amica, pur senza deprimermi se non dovesse avvenire. Il risultato, però, è stato anche dolente e, come spesso mi accade, senza che i medici siano stati in grado di determinare delle motivazioni specifiche: non ci sono lesioni di nessun genere, cosa positiva ma al contempo cosa che impedisce la definizione di una specifica e rapida terapia, si può solo procedere a tentativi, si può solo optare per i cerotti anestetici e antidolorifici.

Lasciato solo dagli esperti decido allora di aggiungerci un pur non prescritto riposo nella speranza che l’allentamento della pressione possa aiutare quel recupero totale che certo anestetici e antidolorifici possono emulare ma non possono dare. Allora… allora da ora alla partenza non si corre più, non si fanno più lunghe distanze, solo quotidiana attività fisioterapica, qualche chilometro di cammino in piano almeno cinque volte alla settimana e tanto, tanto rilassamento mentale.

Di seguito il consento report sugli allenamenti, come detto gli ultimi.


28 maggio – Crinale est della Val Bertone

Uscita con gli amici di Mondo Nudo lungo un percorso che ho individuato durante i miei allenamenti e che mi ha particolarmente affascinato: prima una lunga cresta a cavallo tra la valle di Caino e quella di Odolo e Agnosine, poi un tratto di fondovalle privo di sentiero e che si percorre seguendo fedelmente il torrente. Ovviamente il ritmo è basso e posso procedere in totale rilassamento, ma ci vuole anche questo. Qui la relazione completa dell’uscita.

2 giugno 2016 – Dosso di Cè

Alle 18 di oggi parte il 3V Remix organizzato dagli amici del Bione Trailers Team, ne approfitto per effettuare, in compagnia della moglie, una breve escursione sui monti di Bione, zona che non ho mai visitato. Seguendo il percorso della gara, subito lasciati indietro dagli atleti, saliamo alla Piana di Lò e da qui, per una ripida rampa erbosa e la successiva cresta, al Dosso di Cè che, estasiati dalla bellezza del luogo e delle sue magnifiche faggete, raggiungiamo in un’ora e mezza di cammino. Discesa all’eremo di San Vigilio per riportarsi, con giro ad anello, alla Piana di Lò e a Bione. Ancora una volta mi porto a casa una zecca, ancora una volta me la trovo addosso il giorno dopo nonostante un accurato controllo fatto la sera precedente, ancora una volta è piccola, tanto piccola da non essere agganciata dall’apposito leva zecche, devo usare la pinzetta leva spine sul lato opposto, troppo potente: oltre alla zecca mi leva anche un piccolo brandello di pelle.

4 giugno – Anello sopra Caino e Nave

Voglio andare a vedere il passaggio del 3V Remix e per farlo m’invento due anelli che mi permetta d’incrociarli, fino all’ultimo sono incerto su quale fare, ambedue m’interessano, ambedue mi portano a visitare gli ultimi tratti ancora sconosciuti della zona, decido arrivato al parcheggio comune ad ambedue: visto che piove ed è freschina si va per quello di Nave. Parto dal parcheggio della Val Bertone alle nove, stando alle indicazioni reperite il cancello massimo del 3V Remix a Nave è dopo mezzogiorno per cui ho buon margine e posso prenderla comoda. Seguo per poco la strada sterrata della Val Bertone e imbocco il sentiero di collegamento con Caino, un bel percorso che con alternanza di salite e discese attraversa i boschi che sovrastano la strada delle Coste di Sant’Eusebio. Senza rendermene conto il mio passo ha velocemente preso la sua natura e l’app di tracciatura che sto sperimentando al primo chilometro mi segnala una velocità di quattro chilometri l’ora: va beh, visto che devo tenere sotto osservazione il ginocchio ne approfitto, rallenterò dopo Caino o nella discesa verso Nave. Secondo chilometro, la velocità è salita a cinque e diventa sei nell’attraversamento di Caino. Il ginocchio va alla grande, dagli! Salita cementata a cinque, sterrata ancora più ripida sempre a cinque, lungo e sconnesso traverso attorno il monte Montecca leggermente più lento perché sono molto in anticipo, eccomi sopra Nave, in basso vedo il furgone del Bione Trailers Team ma non c’è l’arco gonfiabile: non sono ancora passati? No, non è così, è l’opposto. Arrivando al furgone vengo a sapere che sono già passati da un pezzo: sono dei mostri da Brescia a Nave, scavalcando la Maddalena, ci hanno messo poco più di un’ora!

Va beh, così è andata, avrei fatto meglio a fare l’altro anello che mi avrebbe tenuto sulle creste sommitali. Li avrei così sicuramente incrociati. Inutile recriminare, ora bisogna tornare all’auto. Prendo la strada seguita dal sentiero 3V fino a Sant’Antonio, qui la abbandono per prendere il sentiero che scende alla strada della Merolta, seguo in discesa tale strada, il tratto è più lungo di quello che mi aspettavo, alla fine eccolo, ecco il sentiero Faet che con dura salita mi porta al Monte Forche. Mentre percorro questo impegnativo tratto le nuvole si aprono e appare il sole, prima debole poi sempre più forte, la temperatura cresce bruscamente e il mio ritmo ne risente parecchio: scendo a due chilometri e mezzo all’ora. In cresta riprendo fiato e ritmo, oltrepasso il Monte Faet e arrivo al sentiero 3V con il quale raggiungo l’eremo di San Giorgio. Godendomi la strana solitudine mi rilasso una mezz’ora mangiando qualcosa e poi riparto per la lunga discesa verso la Val Bertone. Il ginocchio inizia a farsi sentire ma riesco a procedere senza rallentare e in mezz’ora sono alla fine. Accaldato e sudato esaurisco i pochi liquidi rimasti nella borraccia, cambio le scarpe e poi via, si rientra a casa, dove arrivo con ben tre ore di anticipo sul programmato.

11 giugno – Anello Altissimo del 3V

Doveva essere un’uscita col gruppo di Mondo Nudo ma vista lo scarso interesse verso questo tipo di escursioni l’ho rielaborata: farò da solo la prima metà viaggiando nei tempi di TappaUnica3V, al Maniva si assoceranno altri eventuali partecipanti per fare la seconda metà assieme. Alla fine due si mettono in lista e uno solo si farà effettivamente trovare. Parto a mezzanotte da Collio, faccio fatica a mantenere l’equilibrio: saranno le scarpe nuove o è una conseguenza delle leggere vertigini che ho avvertito per tutta la giornata? Probabilmente ambedue le cose, pensiamo al cammino. Avverto subito d’andare troppo veloce indi riduco il passo e, dando ascolto al silenzio totale che stranamente avvolge la montagna, mi concentro sul mantenerlo basso: primo punto di controllo e… mezz’ora d’anticipo. Rallento ancora, secondo punto di controllo altri quindici minuti guadagnati. Inserisco alcune fermate per scattare delle foto ma niente, non c’è verso, continuo a mangiare minuti su minuti: bene, dimostra un’ottima forma fisica, ma anche male, durante il giro finale non potrò permettermi di sballare così il ritmo, rischierei di collassare prima dell’arrivo e quest’anno il giro lo voglio, lo devo finire, assolutamente.

Al Passo di Pezzeda Mattina mi accoglie un freddo venticello: meglio indossare la maglia. Il piano prevedeva di fare l’attraversata del Monte Pezzolina ma l’erba è molto bagnata per cui decido di proseguire per la strada normale. Passo di Prael ed eccomi in vetta alla Corna Blacca, quest’ultimo tratto è dato un’ora e quaranta, la mia tabella prevedeva un’ora, l’ho fatto in cinquanta minuti. Fa freddo, giusto il tempo di un autoscatto e poi via. Nella ripida discesa inizia a farsi sentire il ginocchio sinistro, alla fine arrivo alla base in mezz’ora anziché quindici minuti: dovrò rivedere la tabella di marcia. Concentrandomi sul passo verifico l’esattezza del tempo definito da qui al Passo Portole e al successivo Passo del Dosso Alto. Il ginocchio ora stride anche in salita, indeciso sul da farsi mi accomodo su un masso, si avvicina l’alba e la temperatura si abbassa, devo infilare anche i pantaloni e la giacca a maniche lunghe. Salgo o non salgo? Come posso scendere dalla cresta con questo ginocchio? Va beh, proviamoci! Mi tolgo i pantaloni e riprendo il cammino, il passo è sostenuto quel tanto che deve servire al rito programmato, purtroppo dopo poco le fitte al ginocchio si fanno più frequenti e devo inserire delle fermate per allentare un poco il carico. Mancano cento metri alla vetta, niente, mi fermo qui. Dietro front e giù alla strada per il Maniva dove giungo con mezz’ora d’anticipo sul previsto.

Infilato tutto quello che posso (ehm, invero tralascio la giacca da pioggia), mi accomodo sui tavoli esterni dell’Albergo Dosso Alto e ne attendo l’apertura, nel frattempo mi bevo il beverone agli amminoacidi e mi spalmo gel all’arnica sul ginocchio. Il bar non apre, fortunatamente il sole riesce già a far sentire il suo calore e l’attesa non è dolorosa. Sono sette, suona il cellulare, è l’amico Vittorio che mi segnala che a causa del mancato arrivo di Cristina è in forte ritardo, nessun problema, arriveremo a fine anello più tardi del previsto. Sette e mezza, apre il bar dell’albergo, subito mi riconoscono e mi accolgono con un calore inestimabile: mi viene offerta una robusta colazione e mi danno la disponibilità delle docce per quando qui farò sosta durante il mio giro di TappaUnica3V. Arriva Vittorio, gli lascio il tempo dovuto per prepararsi con calma e bersi un caffè, volevo farmi fare un panino per il pranzo ma vista la disponibilità predetta non voglio approfittarne e lascio perdere, tanto nello zaino due mele e quattro berrette ci sono, non muoio di fame. Ore otto passate, forse otto e trenta, partiamo, ma ora è relazione di VivAlpe e lascio il resto a questa, aggiungo qui solo che siamo arrivati all’auto con mezz’ora di anticipo.

A piedi nudi


IMG_1571L’articolo di Mountainblog “Camminata a piedi nudi con Andrea Bianchi sull’Appennino e in Val Pusteria” riporta due interessanti eventi sportivo-culturali all’interno dei quali viene proposto un momento di cammino a piedi nudi.

La presentazione del secondo, l’Adventure Outdoor Fest, cita -è un evento dedicato all’Avventura, agli sport in natura e allo stile di vita outdoor- dandomi un aggancio molto generico per il mio discorso, la mia proposta: personalmente rifuggo dal discorso “avventura” che vedo oggi diseducativamente utilizzato a sproposito per fare riferimento solo all’aspetto del brivido che invero poco o nulla ha a che fare con l’avventura (assenza di certezze), mentre molto ha a che fare con il promuovere e/o sperimentare qualcosa di assolutamente nuovo e magari anche fuori dagli schemi della retorica di massa quale il camminare nudi, totalmente nudi, non solo a piedi nudi, quel camminare nudi che deriva da uno stile di vita sano e coinvolgente (chi prova non torna indietro, non lo dico io, non lo dicono i nudisti, lo dicono l’esperienza e la statistica), quel camminare nudi, quella nudità che sono insegnamento primario della natura, natura tanto reclamizzata e sfruttata ma poi sempre vilipendiata imponendogli l’accettazione di persone inutilmente abbigliate.

La presentazione del primo, Lagolandia, recita -il focus dell’evento sono i “sentieri culturali”: esplorazioni del territorio condotti da guide d’eccezione su tematiche inusuali, cioè artisti, autori, docenti ed esperti che affrontano una camminata secondo la propria sensibilità ed esperienza- e qui l’aggancio al mio discorso è assai più forte e specifico: cosa c’è di più inusuale del camminare nudi? anche noi abbiamo specifica sensibilità ed esperienza, vorremmo poterla proporre ad un pubblico sempre più vasto, certi che riscuoteremmo interesse sincero e profondo. Bananta da Facebook 8-OPiù volte ho camminato a piedi nudi, adoro farlo, ne ho apprezzato le piacevoli sensazioni, ma anche gli inevitabili dolori e le conseguenti incontestabili difficoltà, dolori e difficoltà che rendono tale atteggiamento, quantomeno inizialmente, praticabile ai più solo all’interno di ben delimitati confini temporali (brevissime escursioni) e spaziali (prati, spiagge, rocce lisce e poco ruvide, pavimentazione artificiale), dolori e difficoltà che mi fanno chiedere perché non prendere in considerazione qualcosa privo di dolore e immediatamente praticabile a tutti senza limiti ne temporali ne spaziali? Perché non promuovere il cammino a nudo con le sole scarpe (e il purtroppo spesso necessario zaino)? Nessun dolore, minima difficoltà, sensazioni ancor più estese e coinvolgenti, salubrità fisica e mentale, educazione al giusto rapporto con sé stessi sono forse qualità che non meritano attenzione? Poi, volendo, insieme al resto ci stanno anche i piedi nudi. Insomma, perché limitarsi ai piedi? Perché non promuovere la messa a nudo dell’intero corpo?

Fatevi avanti, fatevi conoscere, chiedete! Si giusto, hai, avete ragione! Sta di fatto che sia io che Mondo Nudo già ci siamo fatti avanti, già ci siamo fatti conoscere, già abbiamo scritto a destra e a manca, già da anni operiamo sulle varie reti sociali, già abbiamo ottenuto molto seguito e sempre più numerosi sono coloro che ci seguono, senza essere necessariamente nudisti anzi; tant’è vero che già io e Mondo Nudo siamo stati intervistati da diversi media, ivi compresa un’emittente radiofonica, a livello locale e nazionale, eppure ancora manca l’interesse spontaneo che viene dato al cammino a piedi nudi o ad altri stili di vita molto meno coinvolgenti, salubri, educativi, socialmente rilevanti. Che altro dobbiamo fare per farci avanti? Ovviamente continueremo a lavorarci, continueremo a fare quello che già stiamo facendo e che ho sopra riportato, ci aspettiamo risposte aziendali (operatori turistici, produttori di attrezzature per l’escursionismo e così via), sociali (associazioni escursionistiche, associazioni culturali, eccetera) e istituzionali (pro-loco, comuni, province, regioni e via dicendo): rispondete alle nostre richieste, rispondete ai nostri solleciti, invitateci e noi non mancheremo!

#VivAlpe un’altra bella giornata


Seppure ridimensionata nel percorso, quindi nel chilometraggio e nel dislivello, l’ennesima escursione del programma VivAlpe 2017 è stata portata a termine. Tre dovevano essere i partecipanti, due alla fine si ritrovano presso l’Albergo Dosso Alto al Giogo del Maniva: io, che ho passato la notte camminando sulla prima parte dell’anello (Anello Altisismo del 3V), e Vittorio, che arriva con forte ritardo per l’inutile attesa di Cristina, la quale ha “preferito” ignorare la sveglia antelucana e continuare a dormirsela alla grossa.

Splende il sole sui monti dell’alta Val Trompia, in basso le case di San Colombano e Collio appaiono velate da una leggera foschia, a sinistra i versanti settentrionali di Dosso Alto, Corno Barzò, Corna Blacca e Monti di Pezzeda ancora attendono l’arrivo del sole, a destra la lunga costiera che dal Maniva si spinge vero la Pianura Padana già ha assunto accesi colori: salvo quelle sorprese che la montagna sempre può riservare, si annuncia una giornata luminosa, calda e solare.

Dopo una, per me, meritata colazione e un veloce caffè per Vittorio, ci mettiamo in cammino imboccando la stradina sterrata che sale verso il Dasdana. Un breve tratto di asfalto porta alla lunga e in parte ripida rampa erbosa del Dasdanino che viene raggiunto velocemente. Passo del Dasdana e immediata salita al Monte Dasdana, dalla cui sommità lo sguardo naviga liberamente tutt’attorno: le gemme bluastre del Lago di Dasdana e dei Laghi di Ravenola, i bianchi candori del Bernina e dell’Adamello, le cupe rocce del Cornone di Blumone e del Brenta, le varie tonalità di verde dei pascoli e delle praterie di montagna che costellano le tante dorsali montuose che uno dopo l’altra movimentano il territorio.

Foto ricordo e poi di nuovo in marcia, breve discesa e altrettanto breve risalita alla prima Colombina, poi la più dura salita della seconda Colombina, ecco la comoda mulattiera che, tra un mare di splendide anenomi alpine, con stretti tornanti e lunghi mezzacosta porta alla vetta del Monte Colombine, punto più altro del sentiero 3V (2217m). Anche da qui la vista spazia liberamente, il riconoscimento delle varie vette è facilitato, quando diversamente da oggi la foschia di calore non ottenebra la visuale, da un’apposita rotonda tavola metallica. Abbiamo recuperato il tempo perso e possiamo concederci un attimo di pausa per due foto, che un momento di solitudine ci ha permesso di fare nel nostro abito di natura, e una fugace merenda.

Immersi nelle nuvole che si sono nel frattempo alzate dalla valle e, a sprazzi, invadono la cresta che stiamo percorrendo, osservati da un branco di capre, scendiamo al Goletto di Cludona per subito incamminarci verso il Passo delle Sette Crocette dove arriviamo in perfetto orario di marcia. Brevissima fermata per l’ormai rituale foto di Vittorio a spirito libero e riprendiamo il cammino per imboccare il sentiero che ci porta verso la lunga discesa. Finalmente possiamo senza tema donare al nostro corpo quel respiro a cui sempre anela e, nudi, percorriamo il lungo diagonale del Dosso Croce, una breve discesa, un altro lungo diagonale ed eccoci ai vasti pascoli soprastanti Malga Croce dove, appollaiati su alcuni massi accatastati, ci concediamo l’unica vera sosta di tutta la giornata: venti minuti per pranzare.

Ripartenza, seguendo la traccia che percorre il largo costone ci abbassiamo un poco finché sulla sinistra si diparte un altro costone, qui abbandoniamo la traccia e per dolcemente morbido terreno libero scendiamo obliquando a sinistra, alcune deboli tracce di passaggio ogni tanto appaiono tra le erbe del pascolo, il sentiero indicato sulla carta invero non esiste, ma non è un problema basta mirare alla verde gobba del Dosso Canali. Attraversata una stradina segnalata che raccorda le malghe sul lato Bovegno a quelle sul lato Collio, si riprende a scendere lungo il costone erboso ora con una più evidente traccia di passaggio. Massaggiati dalle erbe, accarezzati dal sole, accoccolati dalla nudità, senza sosta perdiamo costantemente metri di quota, ormai siamo prossimi a Malga Canali che vediamo nitidamente poco sotto di noi, voci risuonano nella prateria, siamo purtroppo costretti a interrompere lo stato di grazia e imporre alle nostre membra il cilicio dei pantaloncini.

Ultimi metri nell’erba e siamo alla strada sterrata nei pressi di Malga Croce, la seguiamo fino alla malga dove possiamo renderci conto che invero è deserta, le voci che poco prima avevamo avvertito arrivano da molto più in basso dove nei pressi di una cascina un grosso nucleo di persone e bambini sta per finire il loro pranzo all’aperto: mannaggia, ma tornerà il fastoso giorno in cui sarà riconosciuta la naturale decenza ai corpi e le persone potranno, volendolo, starsene tranquillamente e salutisticamente nude, nude sempre, comunque e ovunque!

Vai a sapere perché, forse una disperata rassegnazione all’ormai prossima entrata in paese, invece di rimetterci in libertà percorriamo l’ultimo chilometro di desertica natura con i pantaloncini calzati. Le gambe, con la complicità della psiche che assapora l’imminente arrivo all’auto, iniziano a farsi dure e spontaneamente rallentano il passo. Sosta ad una fontana per rinfrescare la pelle dalla lunga esposizione al sole e all’aria, la lunga asfaltata comoda discesa da Memmo a Collio ed eccoci al parcheggio: anche questa è fatta, noto negli occhi e nell’espressione del mio compagno di viaggio una grande felicità e questo rende ancor più mirabile questa giornata. Grazie Vittorio, grazie della tua presenza, grazie del tuo coraggio, grazie e a presto.

Con #VivAlpe per creste e valli della #ValBertone


Dal parcheggio della Val Bertone partiamo in quattro: io, Attilio, Paola e Vittorio. Seguendo un sentiero che, sebbene utilizzato dai motocrossisti locali (ne incontriamo alcuni impegnati in lavori di ordinaria manutenzione del tracciato), nemmeno la carta riporta, allietati da diversi Iris e rinfrescati dal bosco, in quaranta minuti siamo al colle di Sant’Eusebio dove, immersi nell’affollamento tipico della zona, troviamo gli altri sei partecipanti: Alessandro, Marco, Francesca, Luise, Angelo e Daniela. Dopo i saluti resi ancor più calorosi da un lungo periodo di lontananza, a gruppo completo ci incamminiamo per il sentiero che s’inerpica sulle ripide pendici erbose del lungo crinale separante il bacino idrografico del Garza da quello del Chiese. Poche decine di metri e siamo sul filo di cresta, a destra la vista si allunga verso la Val Sabbia e i monti che la circondano, a sinistra possiamo vedere l’abitato di Caino e più lontano alcune delle case di Nave e un piccolo pezzetto della vicina città (Brescia).

Passate due piccole case abbandoniamo la cresta per prendere un pur sempre panoramico traverso a mezza costa nei prati, segue una breva risalita e rieccoci sul filo del crinale che ora dovremo a lungo seguire fedelmente. Il sole picchia sul terreno scoperto, tra chiacchiere, panorami e coturnici (o starne?) continuiamo il nostro cammino sulla cresta ora fattasi assai sottile, da qui appare una bella porzione del lago di Garda, alla sua sinistra, di poco celata dall’aguzza piramide del Pizzoccolo, l’inconfondibile sagoma del Monte Baldo ormai definitivamente sgombro da qualsiasi residuo di neve. Vuoti capanni da caccia con le loro piccole radure erbose di tanto in tanto spezzano la linearità della vegetazione, una solitaria casetta appollaiata su di un panoramico poggio attira l’attenzione dei miei compagni. Poco dopo, in corrispondenza d’uno scabroso passaggio roccioso, incrociamo due motocrossisti che procedono in senso contrario al nostro, salutandoli lasciamo loro il passo per riprendere subito dopo il nostro cammino. Passato un bel poggio erboso e aggirata, seguendone la spartana rete di recinzione, una quasi invisibile casa, eccoci ad un breve tratto di cemento che, prima in discesa poi in ripida salita, ci porta proprio sull’uscio di un’altra casa. Un boschetto di basse piante coi rami che sporgono pressoché orizzontali a formare ampi ombrelli di foglie s’offre a noi per una rinfrescante fermata. Con breve salita raggiungiamo una comoda strada sterrata e, passando accanto ad altre isolate case, alternando le chiacchiere a momenti di estasiante osservazione del paesaggio e della natura che ci circondano, perveniamo al Passo del Viglio dove imbocchiamo lo stretto sentiero che scende sul fondo della Val Bertone.

Un bel bosco ci ridona frescura mentre con rinnovato passo veloci scendiamo. Sotto di noi il solco vallivo man mano si fa meno profondo e lontano, alcune svolte, un tratto invaso da un rivolo d’acqua e siamo sulla sterrata che sale al Passo del Cavallo. Incrociamo un signore col quale scambiamo cordialissimi saluti, Paola chiede e ottiene informazioni sul dove trovare acqua potabile e proseguiamo. Mi fermo ad aspettare Angelo e Daniela rimasti piuttosto indietro: li farò scendere al torrente per una variante che evita un ripido tratto di salita. Nel frattempo gli altri raggiungono il guado dove inizia il tratto “avventuroso”: abbandonata ogni traccia seguiranno il torrente fino a ricongiungersi con me e gli altri due amici. Dopo un primo tratto ghiaioso il solco fluviale s’incunea tra pareti rocciose a formare un piccolo canyon, saltando di placca in placca lo discendono, una paretina verticale gli permette di evitare e superare il salto di una cascata. Seguendo le sinuosità del torrente, riprendono a camminare su pianeggianti ghiaie circondate dal bosco, alcune piante cadute obbligano ad una piacevole ginnastica. Riunitici proseguiamo ancora un poco oltrepassando facilmente la seconda cascatella, ancora alcuni metri e, raggiunta una boscosa strettoia della valle che forma una zona ombrosa, ci concediamo la sosta pranzo.

Data la doverosa pace agli stomaci giustamente affamati visto il forte ritardo sui tempi di marcia dobbiamo rimandare la prevista lettura da parte dell’amico Vittorio, nostra fonte di cultura e splendido lettore. Percorriamo ancora un pezzo di piano torrente e quando questo s’incunea in un stretto solco ingombro di piante lo abbandoniamo per prendere un sentierino che, alzandosi sul fianco della valle, ci riporta al torrente poco più avanti per subito riabbandonarlo alzandosi sul ripido fianco erboso a picco su di una profonda forra qui scavata dalle acque. Attraversata una fascia boschiva, perveniamo alla strada sterrata della Val Bertone e, passo dopo passo, rapidamente ci avviciniamo alla zona attrezzata con tavoli e barbecue, prevedendone l’affollamento noi maschi indolentemente ci rimettiamo i pantaloncini, mentre Francesca, altrettanto faticosamente, sbuffando reindossa mutandine e reggiseno. Forzatamente riallineatici al dogma sociale, cercando di non pensare ai segnali di fastidio emessi dai nostri corpi dopo ore di libertà, stupiti per le tante persone completamente abbigliate nonostante il sole cocente, sfiliamo oltre e proseguiamo lungo il largo e ben tenuto sterrato della bassa Val Bertone. In breve siamo al parcheggio di partenza, portiamo al Colle di Sant’Eusebio coloro che qui avevano lasciato l’auto, baci e abbracci con quelli che partono subito, in cinque restiamo per un ultimo momento davanti ad una bella birra presso il bar del colle.

Un’altra piacevole escursione s’è positivamente conclusa, allietata dal cielo sereno e riscaldata da un cocente sole, restano, ben impressi nella nostra mente, i bei ricordi, ai quali si sommano la soddisfazione del cammino, il piacere della compagnia, l’energia della nudità e l’aspettativa delle prossime uscite insieme. Grazie amici, grazie di cuore per l’ennesima vostra partecipazione, grazie!

La notte di #VivAlpe 2017


Tra disattenzioni, malanni, impegni di lavoro e altre occupazioni non meglio definite alla fine siamo rimasti solo in due, ma l’escursione in notturna è stata comunque fatta e, penso, con soddisfazione anche da parte di chi mi ha accompagnato.

Nel pieno della notte io e Angelo ci siamo incamminati dal parcheggio appena fuori il paese. Quasi subito un grosso ratto esce da un campo incolto e si blocca in mezzo alla strada davanti a noi, resta immobile per qualche decina di secondi poi si gira su se stesso e ritorna da dov’era venuto. Riprendiamo il cammino anche noi, con calma risaliamo il ripido asfalto e arriviamo all’isolato e solitario parcheggio del Pian delle Castagne. Ancora qualche minuto su strada sterrata ed eccoci al Santuario della Madonna delle Fontane, ultimo segno del centro abitato che ci siamo lasciati alle spalle.

Inizia il sentiero e si entra nel bosco, la luce delle frontali ci precede lungo il cammino illuminando i numerosi neri insetti che sfruttano la notte per uscire dalle loro tane. Ogni tanto anche il capo di qualche fiore si mostra a noi dando una nota di colore al nero costante del bosco notturno. L’amico è un poco preoccupato dalla possibilità di incontrare dei cinghiali, io ormai ci sono abituato alla notte e… ai cinghiali, lo tranquillizzo e procediamo senz’intoppo.

La salita non è ripida ma le mie gambe allenate dal tanto allenamento che sto facendo per TappaUnica3V hanno preso un passo troppo sostenuto e sento che il respiro del mio compagno di cammino va facendosi troppo irregolare e veloce, rallento al limite del mio equilibrio e pian piano le cose migliorano. Tra le fronde degli alberi s’intravvede un poco di cielo, stiamo per arrivare in cresta. Pochi minuti ed eccoci sul crinale, la vista si apre e possiamo individuare tutte le montagne che ci circondano, in basso le luci di Nave e di Caino, più lontano, dietro la sella di San Vito, quelle di Rezzato, più a destra quelle di Brescia.

Dopo una breve doverosa sosta contemplativa ripartiamo, oltrepassando alcuni capanni di caccia ci alziamo verso la meta che già s’intravvede alla nostra sinistra. Volevo arrivarci per una variante che evita una ripida e scabrosa discesa, al bivio, non conoscendola, sbaglio e seguo la segnaletica. Me ne accorgo poco dopo dato che stiamo procedendo su terreno assai ripido anziché a mezza costa, ormai è fatta e proseguiamo per la strada presa, superiamo la ripida discesa e con l’ultima salitella eccoci, con circa trenta minuti di anticipo sulla tabella di marcia, all’Eremo di San Giorgio.

Tolti gli zaini ci godiamo la notte e il panorama, in lontananza le luce di Bardolino e Garda illuminano impercettibilmente la superficie del lago di Garda, lago invero invisibile ma che  io posso facilmente individuare conoscendo benissimo questo paesaggio. La luna si libera delle nuvole e mostra orgogliosa il suo sorridente viso. Ho qui previsto una lunga sosta pertanto mi rivesto e consiglio all’amico di fare altrettanto, se il calore del cammino ci ha consentito di stare a nudo, stando fermi la temperatura diventa meno confortevole. Dopo esserci reidratati, ci accomodiamo su di una panchina, mangiamo qualcosa, ci scambiamo due chiacchiere per poi abbandonarci ad un leggero dormiveglia. I rumori della valle giungono quassù come se fossero a due passi: il brusio delle auto che salgono verso il Colle di Sant’Eusebio o da questo discendono verso Caino, il rombo di una moto, il ritmico tum tum cardiaco di una discoteca, persino la voce nitida di una donna.

Ore due della notte, il lago s’è coperto d’una fitta foschia, il freddo s’è fatto più intenso, è ora di ripartire. Vestiti percorriamo il tratto di crinale che porta verso Conche, una fredda brezza lo percorre e i nostri corpi stentano a riprendere calore. Arriviamo al bivio con il sentiero che scende verso Caino e che dobbiamo prendere, siamo da poco rientrati nel bosco, protetti dalla brezza possiamo indossare la veste della natura,  recuperare lo stato di piena simbiosi con l’ambiente che ci circonda e reimmergerci nelle sensazioni che solo la nuda pelle può donarci.

Rieccoci alla base, alle prime case del paese, all’auto. Sono le quattro del mattino, in rispettoso silenzio riponiamo gli zaini nel baule della vettura, cambiamo le scarpe e, arricchiti da questa nuova esperienza, ritemprati da queste poche ore di piena natura, ci avviamo verso le nostre case.

Grazie Angelo, alla prossima!

Santuario di Sant’Emiliano da Gardone Val Trompia (BS)


Itinerario alternativo ai percorsi più frequentati che, fatta eccezione per un breve tratto intermedio e per un più lungo tratto finale, permette di salire al Santuario di Sant’Emiliano immersi in un ambiente ancora relativamente selvatico e solitario, caratterizzato prima da una fitta boscaglia a tratti tappezzata da estese macchie di lamponi e poi, nella parte più alta, da boschi più arieggiati che aprono la vista sul fondo valle e sui monti del suo versante opposto, Guglielmo e Almana in particolare. Il tratto superiore della salita segue una comoda strada sterrata con alcuni panoramici scorci sulla valle di Lumezzane e il Monte Palosso. Il rientro a valle avviene lungo un bel sentiero storico-naturalistico tracciato nel largo vallone che dalla Forcella di Vandeno scende all’abitato di Marcheno. Si termina con una pianeggiante pedo-ciclabile inizialmente immersa nel verde, poi integrata nell’ambiente urbano di Gardone Val Trompia.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: l’ampio parcheggio di via Goffredo Mameli, in sinistra orografica della Val Trompia all’ingresso del centro paese.
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 315m
  • Quota di arrivo: stessa della partenza.
  • Quota minima: 314m
  • Quota massima: 1121m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 836m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 836m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 14km
  • Tipologia del tracciato: per la maggior parte sentiero.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E3P
  • Tempo di cammino: 5 ore e 30 minuti
  • Segnaletica: paline e segni bianco rossi con numerazione 360 (salita e prima parte della discesa) e 361 (discesa)
  • Rifornimenti alimentari e idrici: negozi e bar di Gardone Val Trompia, rifugio presso il santuario (aperto il sabato e la domenica da marzo a novembre).
  • Rifornimenti idrici naturali: Sorgente del Pos Perlì a metà della salita; sorgente Vandeno a un terzo della discesa; fontanina nel tratto finale.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: alberghi di Brescia e bassa Val Trompia.
  • Fattibilità diurna del nudo (nella speranza che la normalizzazione sociale della nudità faccia presto diventare questa un’indicazione superflua): pressoché nulla e comunque limitata alla prima metà della salita.

Profilo altimetrico e mappa

La salita è suddivisa in due parti distinte: la prima con pendenza pressoché costantemente rilevante, la seconda che, eccetto alcuni tratti, spiana parecchio. La discesa è ininterrotta con una continua variabilità delle pendenze per terminare con un lungo tratto pianeggiante.

GPSies - Santuario di Sant’Emiliano da Gardone Val Trompia

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

Costeggiare il complesso commerciale/industriale in direzione sud e, alla fine della strada, scendere la breve rampa che porta ad un piazzale sterrato dove convergono tre strade. Prendere quella centrale che, cementata, ripidamente sale sul versante del monte sovrastante costeggiando il torrente della Val Siltro. Nel mezzo del primo tornante prendere a destra un sentiero che ripido sale nel bosco intasato di rovi e, tagliandone un lungo tratto, riporta sulla strada. Poco a destra, sull’altro lato della strada, riprendere la continuazione del sentiero e tagliare pure il successivo più breve tratto di sterrato (se tali sentieri risultassero impraticabili, seguire fedelmente la strada e al bivio che si incontra proprio dopo l’attraversamento del sentiero anzi detto andare a sinistra), ripresa la strada la si segue a sinistra e, dopo un tornante, con ultimo rettilineo si arriva al suo termine dinnanzi all’ingresso della cascina Rizzinelli. A destra del piccolo piazzale, parallelamente alla strada da cui si è arrivati, un sentiero sale la bassa ripa erbosa sopra la quale si biforca, andare a destra costeggiando a monte il prato della cascina. Poco oltre si perviene ad un bivio, prendere a sinistra per salire con forte pendenza. Ad altro incrocio proseguire dritti, al successivo andare a destra in piano, eseguita una curva a sinistra si riprende a salire in moderata pendenza fino a sbucare, proprio su un suo tornante, su un più largo sentiero che sale da destra, proseguire dritti salendo ripidamente. Il sentiero svolta a sinistra e con un diagonale arriva ad un altro bivio, andare a destra. Si percorre un tratto in lieve pendenza poi la salita torna a farsi più ripida con diverse curve e tornanti, alcuni con gradini in legno. Dopo un lungo diagonale verso sinistra si passa alla base della radura di un capanno di caccia, poco oltre si esce sui prati di una cascina (Casì delle Siùre) ben visibile poco sopra a destra. Con un primo tornante a destra si risale un poco tenendosi accosti al bosco per poi tagliare a sinistra in direzione della cascina.

Dalla cascina si gira a destra alzandosi leggermente e, passando accanto ad una seconda più piccola costruzione poco discosta dalla prima, si prende un sentiero quasi pianeggiante che procede in direzione sudest passando poco sotto un capanno dove si perviene a un bivio. Tenere il sentiero più basso (destra) e, ignorando le diramazioni che a sinistra salgono ai diversi capanni qui presenti, si procede con un lungo mezza costa a sali e scendi. Quando il sentiero riprende a salire con maggiore decisione, in corrispondenza di un tratto fuori dal bosco, lo si abbandona per salire un metro a sinistra e portarsi sul filo di un crinale (cancellino d’ingresso dell’ultimo capanno oltrepassato. Ignorando il sentiero che scende dritto in Val Larga, prendere il sentiero che sale a destra. In breve si perviene ad altro capanno che si passa sulla sinistra andando in leggera discesa ad attraversare una valletta per poi riprendere a salire. Uno strappo ripido porta, dopo un tornante a destra, alla sorgente del Pos Perlì. In mezzacosta si raggiunge un crinale erboso che si oltrepassa procedendo con minore pendenza e rientrando nel bosco.
Con una larga curva a destra si risale nel bosco per poi girare leggermente a sinistra e raggiungere una strada sterrata in località Paer. Andare a sinistra lungo la strada qui pianeggiante ma che presto prende a salire, con una svolta a sinistra si supera una larga e piana sella per procedere, scorrendo sotto altro capanno, in piano sul versante meridionale del Monte Calvario. Un ripido tratto cementato porta sopra la cascina dei Gromi Alti, qui la strada perde pendenza alzandosi dolcemente a casa Pedersini da dove, in leggera discesa e con una larga curva sotto una caratteristica rupe rocciosa (Corna Rossa), arriva a un largo piazzale sul cui lato destro una sbarra la chiude. Si oltrepassa la sbarra e, ignorando il sentiero che scende a destra, si prosegue lungo la strada salendo a un poggio a picco sulla valle. Sempre lungo la strada si sale ancora per poi, in leggera e breve discesa, arrivare al Santuario di Sant’Emiliano, una scala porta al largo piazzale erboso sul fronte della costruzione.

Dal lato destro del piazzale erboso si scende lungo un curvo muretto aggirando sulla destra un baracchino. Con due tornanti si scende verso il bosco per poi entrarci e procedere verso nordest prima in piano poi in discesa man mano più ripida. Ignorando un sentiero che scende a destra e poi un altro che sale a sinistra si perde quota per poi, con una larga curva a destra, puntare a dei prati che si vedono più in basso. Una curva a sinistra riporta verso il filo del crinale poco prima del quale si scende ad una sella (Forcella di Vandeno). Prendendo il sentiero che scavalca a sinistra la sella ci si porta sul versante della Valle di Marcheno che si attraversa in diagonale tenendosi in quota fino a pervenire sul versante opposto dove, parallelamente alla valle, inizia la discesa più diretta. Dopo un diagonale a destra si perviene ad un bivio e si prende il sentiero a sinistra per scendere ripidamente verso il torrente e poi seguirlo in direzione ovest. Giunti ad una strada cementata la si segue a sinistra e in breve si raggiungono le case di Rovedolo di Marcheno. Per strada asfaltata si scende dritti verso un ponte e poco prima di questo si prende a sinistra costeggiando alcuni capannoni, quando l’asfalto finisce si prosegue su sterrata fino a sfociare su altra strada asfaltata (via Rovedolo). La si segue a sinistra fino ad una sua diramazione che attraversa il Mela per portarsi sulla strada principale, qui ci si abbassa a destra per prendere un percorso pedo ciclabile che, sottopassando un ponte, si segue fino alla sua fine. Seguendo ora l’asfalto di via 2 Giugno, che poi diviene via Angelo Grazioli, si perviene alla rotonda d’innanzi al parcheggio.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto di quella che è da considerarsi l’andatura ottimale per un escursionismo agevole e, nel contempo, sicuro, vedi spiegazioni dettagliate. In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Gardone Val Trompia – parcheggio 0:00
Casì delle Siùre 1:30
Pos Perlì 0:30
Paer 0:15
Santuario di Sant’Emiliano 0:40
Forcella di Vandeno 0:15
Rovedolo di Marcheno 1:30
Gardone Val Trompia – parcheggio 0:50
TEMPO TOTALE 5:30

 

#VivAlpe emula #TappaUnica3V con una bella cinquanta chilometri


Sabato 1 aprile, stamattina, al risveglio, le ginocchia m’hanno fatto un bel pesce d’aprile: dolori ovunque, mannaggia, proprio oggi che c’è la partenza della cinquanta chilometri di VivAlpe: l’Anello Bassissimo del 3V. Massaggione con Arnica in gel e poi faccio scorrere il tempo facendo alcuni lavoretti al computer e alcuni mestieri di casa. Con attenzione preparo l’equipaggiamento e allestisco lo zaino, piccolo, per giunta stretto a metà dal variatore di carico, eppure capace di contenere tutto quello che mi serve: eccezionale. Arriva l’ora della partenza, visto che sarò solo Maria mi accompagna a Brescia e mi verrà a riprendere domani.

Le ultime luci del giorno mi accompagnano nella risalita verso la vetta del Monte Maddalena, rumori della città che man mano si fanno più fievoli, una bellissima upupa dalla cresta marrone mi svolazza attorno per alcuni minuti, nel cielo le poche nuvole lasciano intendere un tempo clemente, il caldo man mano lascia il posto alla frescura, poi un fortissimo vento. Freddo, freddo pungente, dinnanzi all’ex rifugio una provvidenziale panchina m’offre comoda base per una prima sosta alimentare, nel mentre la notte velocemente si sovrappone al giorno. Lunga notte, segnata da una piccolissima falce di luna, nuvole sparse a tratti più dense, uno scroscio d’acqua, fruscii nel bosco, sbattiti d’ala improvvisi e altrettanto improvvisi fruscii d’animali in fuga, versi d’uccelli, un fascio di luce che fende l’oscurità illuminando il sentiero e la continua teoria di gialle primule, odori più o meno noti, lontane luci. Salite e discese che si susseguono, un’alternanza di strade e sentieri, per stavolta lento è l’incedere, intercalato da brevi pause contemplative e da lunghe soste alimentari, il caldo e il freddo che si mescolano di continuo, tremori e sudori, sudori e tremori, maglie che si sovrappongono o tornano nello zaino.

Luce del mattino, Villa Carcina, discreto anticipo, riposo ad una panchina, l’acqua d’una fontanina, colazione al bar, l’attesa di eventuali compagni, ripartenza solitaria. Una dura salita, un passo forzato, un tempo dimezzato, eccomi in cresta, eccomi nuovamente sul sentiero 3V.  È praticamente fatta anche se inverò mancano ancora una ventina di chilometri: da qui solo la lunghissima altalenante discesa verso l’arrivo. Ancora fiori, tantissimi fiori, soprattutto primule. Ora lo sguardo spazia lontano, ora s’incontrano persone, i rumori della valle si sono svegliati, il sole prima timidamente poi con maggior decisione squarcia le nuvole e riscalda l’aria. Passo dopo passo scorrono i monti, chilometri che si sommano ai chilometri, metri ai metri, nessuna stanchezza. Magnoli, Sella dell’Oca, Quarone, Passo della Forcella, Santuario della Stella. Forte anticipo sui tempi previsti, lunga sosta per pranzo, goduria del sole sulla pelle, l’incontro gradito con una collega, l’acqua fresca di una fontanella. Di nuovo in cammino, lentissimo cammino, tempo da far scorrere, osservazioni, pensieri, visioni. Penultima vetta, ancora una sosta. Via verso l’arrivo ormai vicino, c’è ancora tempo, sull’ultima discesa una piana radura erbosa offre comodo giaciglio per un’oretta di riposo steso e leggero. Suona il telefono, sono arrivate, stanno venendomi incontro, posso scendere, posso dare fine a questa lunga entusiasmante escursione. Baci, abbracci, informazioni, il beverone di recupero e un gelido crodino (che fantastica moglie), ancora pochi minuti di cammino e poi la macchina, il cambio, ancora qualcosa di fresco da bere.

È finita, anche questa è fatta, fatta nonostante tutto, fatta pur essendo rimasto solo, solo all’inizio, solo a metà, solo nella notte, solo nel giorno, solo. Fatta nonostante il ginocchio dolorante, nonostante la sofferenza nelle discese della seconda parte, un dolore forte, ma anche un dolore circoscritto, circoscritto ai punti scalinati, circoscritto ad una zona specifica del ginocchio, circoscritto e pertanto facilmente gestibile: opportune tecniche conservative mi hanno permesso di mantenere una velocità apprezzabile senza troppo sollecitare la parte dolente.

È finita, anche questa quarta uscita di VivAlpe 2017 si è conclusa, dignitosamente conclusa, conclusa integrandovi un per me importante test in funzione di TappaUnica3V:

  • cinquantaquattro chilometri e tremila duecento metri di dislivello;
  • un totale di circa venti ore (quattordici per il tratto da Brescia a Villa Carcina e sei per il ritorno a Brescia sulla sponda opposta della Val Trompia), delle quali al massimo sedici di cammino;
  • piena soddisfazione del nuovo zaino, scalda un po’ troppo la schiena (cosa comunque apprezzabile con il freddo) facendola sudare in abbondanza, ma è comodo sia nell’uso che nel portamento;
  • adeguatissimo l’abbigliamento selezionato;
  • perfetto il nuovo calcolo della quantità di liquidi;
  • giusto il nuovo rapporto tra acqua pura e acqua integrata (1 a 1);
  • ottimi i nuovi gel e ottimale il loro ritmo di utilizzo;
  • fantastica la mia preparazione fisica di base, andrebbero solo rinforzati i quadricipiti che si fanno facilmente e velocemente dolenti quando forzo il cammino, comunque a una velocità di molto superiore a quella che dovrò tenere nel giro finale;
  • forse troppo soft ma per nulla fastidiose le ginocchiere, indossate per quasi l’intero percorso;
  • grandiose le fasce rotulee, nei precedenti utilizzi non mi avevano invece particolarmente soddisfatto, qui, invece, indossate verso la fine in pochi minuti hanno azzerato tutti i dolori del ginocchio destro e quasi tutti di quello sinistro;
  • resta preoccupante il doloroso problema al ginocchio sinistro che, sebbene si risolva spontaneamente, necessita di tempi di riposo troppo numerosi e troppo lunghi rispetto a quello che potrò permettermi nel giro finale… già prenotate radiografia e visita specialistica.

Alla prossima!

#TappaUnica3V: Invito


Estendo a tutti i lettori e amici del blog l’invito a presenziare la mia partenza o il mio arrivo per questa riedizione del mio appassionante viaggio tra i monti della Val Trompia.

Un viaggio ideato e compiuto con varie motivazioni:

  • dare risalto e visibilità alle splendide tracce del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”;
  • manifestare dissenso verso la dilagante dipendenza escursionistica (e non solo escursionistica) dai mezzi tecnici (già molti sono coloro che non si muovono da casa senza aver prima consultato per più giorni le previsioni meteorologiche, senza poter contare sull’assistenza di un navigatore GPS, senza aver comprato in sovrabbondanza e senza reale necessità costosi materiali tecnici, eccetera);
  • dimostrare che, attraverso l’esperienza e la conoscenza (e la testa), in montagna ci si può andare anche con il minimo del supporto tecnologico;
  • dimostrare che anche un diabetico può permettersi delle “imprese” sportive;
  • invitare a supportare la ricerca sul diabete;
  • evidenziare che se in montagna incontrate una persona nuda potreste compiere un grave errore nel ritenerla sprovveduta, fuori luogo, esibizionista;
  • dissentire con quei sindaci e con tutti coloro che oppongono resistenza alla diffusione del nudo;
  • supportare i Sindaci e tutti coloro che non ostacolano la diffusione del nudo;
  • incitare a manifestare pubblica voce i Sindaci e tutti coloro che supportano, praticano o vivono il nudo;
  • protestare contro la convenzione giuridica che ritiene il nudo opportuno solo in contesti specifici o in ambienti isolati e solitari;
  • ribadire che il nudo è la nostra normale condizione e va pertanto inteso normale in qualsiasi contesto e ambiente.

Grazie già da ora a tutti coloro che saranno presenti alla mia partenza o al mio arrivo, a tutti coloro che mi supporteranno durante il viaggio ed anche a tutti coloro che mi penseranno per un sostegno morale.

Grazie!

#TappaUnica3V, mazza che botta!


Lo sappiamo bene, così vanno le cose: te le vai a cercare e non ti succede niente poi, quando meno te lo aspetti, quando tutto è tranquillo ecco la botta, e che botta. Nel buio quasi totale un bel tuffo a pesce, senza possibilità di un seppur blando riparo delle braccia, senza ammortizzazione, giù diretto di muso, giù a sbattere la faccia, sono solo riuscito a indirizzare la caduta sull’erba anziché sul duro, sono solo riuscito a girarmi un poco di fianco per atterrare prima con la spalla, sono solo riuscito a tenere alta la testa fino all’ultimo, fino a quando il contraccolpo me l’ha fatta abbassare e, scivolando sull’erba, farla sbattere contro l’affilato e irregolare bordo del viottolo. Strusccc e poi crac, nitidi i rumori che ho percepito nel sbattere la testa, nitida la sensazione d’essere stato prepotentemente agganciato in fronte da uno spuntoncino, nitido il calore del sangue che si faceva strada nella ferita. Certo date le premesse poteva andare molto peggio, alla fine me la sono cavata con poco: tre piccoli tagli, due in fronte e uno, provocato dagli occhiali, sul naso, e qualche leggera contusione.

Già, così vanno le cose, duri allenamenti, corse per rovinose discese, salti su rocce scoscese senza mai nemmeno rischiare una caduta e poi… poi vado a cadere sul vialetto del giardino di casa. Mannaggia. Non ho ben capito come ma, scendendo da uno scalino, il piede si è storto (e controllando il terreno buche o zolle non ne ho trovate, boh!) e le borse pesanti che avevo sulla spalla sinistra sono partite avanti trascinandomi senza possibilità di reazione nella rovinosa caduta. Altre borse nella mano sinistra me la tenevano occupata, usare solo la destra voleva dire rompersela o rompersi il braccio e così istintivamente, non l’ho usata per attenuare la caduta, mi sono solo girato sul fianco destro per sfruttare l’erba del prato che era da quella parte. Va beh, alla fine mi sono fatto ben poco e gli allenamenti sono andati avanti senza sosta, ah gli allenamenti, è di questo che questi articoli vogliono parlare, e di TappaUnica3V, ma non posso disgiungere il tutto dalla mia vita, TappaUNica3V è ormai parte della mia vita, una parte che si è profondamente integrata con tutto il resto, una parte che mi sta dando nuove emozioni e mi sta facendo scoprire la realtà del trail, del lungo cammino fatto in velocità e continuità, una realtà che, come troppo spesso capita, alcuni contestano con i soliti “non la capisco”, “la montagna è calma, perché correre” e via dicendo, in questa sede voglio solo dire “prima di parlare provateci” un suggerimento logico e saggio che dovrebbe valere per qualsiasi cosa, per il trail come per il nudismo, le due anime di TappaUnica3V.

Torniamo al contesto, torniamo ai miei allenamenti, stavolta voglio evidenziare l’incontro con gli animali. Purtroppo (o per fortuna? Gli animali allo stato brado devono così essere, altrimenti sono animali da zoo) non è facile incontrarli, a volte, come mi è successo con i cinghiali, si percepiscono nella notte (esperienza incredibilmente fantastica… sia il camminare di notte, che il percepire la presenza di qualche grosso animale) senza poterli vedere, altre volte, come pure mi è successo con i cinghiali, si sentono ma ancora non li si vedono, qualche volta si riesce a vederli, si riesce camminando in silenzio, si riesce essendo soli (e ne approfitto per dire “provateci a camminare soli, non abbiatene paura, dev’essere bagaglio di ogni escursionista”), si riesce immergendosi nella natura, diventando natura nella natura. Dopo i cinghiali dello scorso anno, quest’anno ho incontrato scoiattoli, fagiani e qualcosa che ancora non ho definito (vedi foto), non mi sembrano fagiane (coda troppo corta) parrebbero più delle quaglie ma sono troppo grossi, boh, se qualcuno li conosce e me ne dice il nome lo ringrazio a priori. Ehm, risolto (grazie a un momento di calma e a Internet): sono coturnici!

È bello, bellissimo quando sbucando da una curva all’improvviso ti appare davanti un animale anche se piccolo, bello se ti riesce di non farlo scappare, ma ancor più bello se questo, come il fagiano dell’ultima uscita, come deve fare un animale veramente selvatico, si mantiene a debita distanza, ti corre via davanti, corre veloce seguendo il sentiero che anche tu dovrai fare fino a trovare il varco per uscirne e svanire nella vegetazione. Bello, affascinante, altro che incontri pilotati attraverso l’addomesticazione degli animali, come avviene in quelle zone dove guide turistiche e accompagnatori (in particolare subacquei) danno quotidianamente (o quasi) da mangiare agli animali per tenerli a portata di mano! Questa è natura, vera natura, questo è rispetto per gli animali, vero rispetto!


28 febbraioCreste di Vallio Terme

Ventuno chilometri millecentosessantotto metri di dislivello, quattro ore e trentasette minuti.

5 marzo – Leggera passeggiata alla Rocca di Manerba in compagnia di Maria.

7 marzoAnello di Sant’Antonio fatto in cinquantasette minuti.

11 marzoAnello orientale della Val Bertone combinato con la dorsale nord di Caino

Ventotto chilometri e mille cinquecento quarantacinque metri di dislivello, sei ore e ventiquattro minuti. Incontrato uno scoiattolo nero.

18 marzoGiro delle creste di Nave e Caino

Fantastica e lunga escursione che comporta un continuo su e giù per monti con vari sbalzi di quota anche piuttosto rilevanti. Quarantatré chilometri e mezzo con un totale di duemila novecento trentacinque metri di dislivello. Percorsi in dodici ore e diciotto minuti, comprese ventiquattro minuti di sosta, l’unica vera sosta fatta, di più nei primi ventinove chilometri non ho mai avuto bisogno di fermarmi per prendere fiato o rilassare le gambe, solo qualche brevissima sosta tecnica per togliere o mettere capi d’abbigliamento o per scattare qualche foto. Purtroppo al trentaduesimo chilometro è subentrato un dolore al ginocchio sinistro impedendomi il previsto rush finale di corsa… altra botta di cui dovrò tener conto per le prossime uscite e per il giro finale: fascette ammortizzanti? ginocchiere? ghiaccio? arnica? altro? Vedremo!

#TappaUnica3V 2016, l’album fotografico


Come ogni buon evento merita ecco l’album fotografico di TappaUnica3V 2016, un sentito ringraziamento ai fotografi: Carla Cinelli, Maria Cinelli, Fabio Corradini e Alberto Quaresmini. Clicca sulla locandina sottostante per visualizzarlo.

TappaUnica3V 2016

A luglio per la nuova entusiasmante TappaUnica3V 2017!

locandina-tappaunica3v-600

#TappaUnica3V un poco di stasi ma anche duri test


locandina-tappaunica3v-600Ci eravamo lasciati a fine gennaio con una piccola delusione per un giro non completato come nelle previsioni, anche se più per un errore di percorso che per cedimento fisico. È passato un mese e, visto il passato, ci si aspetterebbe una relazione densa, invece no, invece febbraio è stato un mese povero, una stasi che sta inibendo il potenziamento a cui anelavo. Comunque qualcosa ho fatto e in un paio di occasioni la prova è stata particolarmente dura.

Parto per un breve giro di perlustrazione, devo studiare un tratto di un ben più lungo anello, in parte perché non lo conosco e in altra parte perché vorrei trovare un modo per tagliare tre lunghi tornanti di strada asfaltata. A mattina avanzata parcheggio l’auto in quel di Nave e, di corsa, mi avvio lungo via San Giuseppe, il cielo è bigio, minaccia pioggia ma le previsioni la danno solo per il primo pomeriggio quando dovrei essere già rientrato. Purtroppo così non sarà: dopo mezz’ora dalla partenza la pioggia s’è fatta più importante e dopo un’ora e mezza diviene una cascata. Devo dire che fino a quel punto la cosa mi stava risultando anche gradita: per qualche strana circostanza nei precedenti allenamenti ho sempre imbroccato le giornate di bel tempo ma non è detto che lo stesso mi ricapiti nel giro finale per cui trovarmi qui a camminare e correre sotto la pioggia è pur sempre un importante e utilissimo allenamento. Cosi, dopo una salita a ritmo sostenuto e una velocissima discesa correndo senza sosta lungo sentieri ripidi e scabrosi che a tratti sembravano torrenti, eccomi di nuovo a Nave: non mi resta che chiudere l’anello attraversando il paese per raggiungere l’auto che si trova a due chilometri. “Non mi resta!” Mannaggia, nel tentativo di tagliare un largo giro della strada asfaltata prendo una sterrata che passa per i campi e… investito da un forte vento gelido, sotto lo scroscio continuo delle cascate d’acqua, prima m’infango per bene in una carrareccia, poi mi sembra d’essere finito in un punto cieco da cui non c’è modo d’uscirne senza infilarsi nel mezzo dei campi (scoprirò poi che invece ero a soli cinque metri da una strada asfaltata, sic!) e decido di ritornare sui miei passi per seguire l’originario asfalto attorno alla stazione elettrica. Arrivo all’auto, la giacca da pioggia ha fatto il suo bel dovere e sotto sono più che altro sudato, i pantacollant sono fradici ma non mi danno fastidio e mi stanno comunque tenendo calde le gambe, l’unico problema sono le mani, i guanti bagnati sono pressoché diventati inutili e le dita sono inabili a stringere adeguatamente gli oggetti: solo dopo vari tentativi riesco a staccare la chiave dell’auto dall’apposito gancio nella tasca dello zaino, fatico persino a togliermi la maglia sudata e infilarmene una asciutta, ma alla fine sono pronto a ripartire, orgoglioso di me e della mia attrezzatura (lo zaino nuovo ha tenuto l’acqua alla grande), solo i guanti non hanno superato l’esame.

È passata una settimana dall’allenamento sotto la pioggia, oggi danno bel tempo così, nonostante le recenti nevicate, ho programmato un bel giro: una quarantadue chilometri con duemila e ottocento metri di dislivello con l’intendo di percorrerla nel mio minor tempo possibile, programmate sette ore. Ore sei e cinquantotto, mi metto in cammino, una partenza strategicamente lenta eppure senza nemmeno accorgermene sono in vetta al Monte Sete: forse non sono andato così lento come mi sembrava! Inizia la discesa verso la Val Bertone, per un tratto ancora lungo il bel sentiero di cresta, poi per un esile sentierino con tratti ingombri di radici. Scendo senza foga e, di nuovo, rapidamente mi trovo sul fondo valle, così come in un baleno risalgo l’opposto versante e arrivo alla Cascina di Boatica: oggi ho il fuoco nelle gambe, se vado avanti così il giro lo faccio anche in meno di sette ore. Mai vedersi già all’arrivo, prima perdo un poco di tempo a risalire il tratto generalmente non difficile che porta alla vetta del monte Doppo (oggi neve e ghiaccio lo ricoprono rendendolo particolarmente insidioso, devo salire con moltissima attenzione), poi le gambe spingono male e non riesco a correre sul lungo falsopiano che porta a Conche, infine nel risalire la ripida pala del Monte Conche i quadricipiti cedono e mi trovo in preda ai crampi. Mi reidrato abbondantemente e, indeciso sul da farsi, imbocco la discesa mangiando una barretta. Sono al bivio a sinistra posso scendere a Caino e rientrare all’auto senza grossi problemi, le mie gambe vanno a destra: vogliono provarci, la mente è ovviamente con loro e allora… che sia destra. Mettendo in campo tutte le finezze tecniche, sfrutto la discesa, qui comoda, per tentare di sciogliere i quadricipiti. La velocità è comunque buona e l’assenza di dure salite gioca a mio favore: in poco sono al santuario di Sant’Onofrio. Senza sosta mi getto lungo la sconosciuta discesa verso Nave, dopo un primo facile tratto diviene ripida e rovinata, i quadricipiti si fanno un poco risentire, normalmente un tratto così l’avrei fatto di corsa, oggi devo scendere al passo e con attenzione. Il sentiero torna agevole ma qualcosa mi dice di continuare al passo. Da tempo vedo le case di Nave sotto di me ma sembrano irraggiungibili: “sarò io ad essere particolarmente lento o è proprio la distanza notevole?” Meglio non chiederselo e andare avanti. Giù, giù, sbaglio un bivio e perdo altri quindici minuti intozzando le gambe su una risalita particolarmente ripida. Ecco, ecco, le prime case, sono in fondo, in fondo! Sono passate più di cinque ore dalla partenza, prendo dallo zaino il panino e, senza fermarmi, me lo gusto con enorme soddisfazione, peccato doverlo accompagnare con la dolciastra soluzione di acqua e integratore, un bicchierotto di vino ci sarebbe stato decisamente meglio.

Eccomi sull’altro lato della larga valle di Nave, riprende la salita e le gambe brontolano, non ne vogliono più sapere, bene lievi salitelle, ma per quanto riguarda i più duri strappi no, niente da fare, riesco a procedere, riesco a non fermarmi troppo spesso ma la velocità è bassa, molto bassa, troppo bassa: nonostante abbia rinunciato a salire il Monte San Giuseppe le sei ore sono andate. Stringo i denti, tutto sommato il fisico tiene bene, il fiato c’è e la mente pure, solo le gambe si rifiutano di spingere ma solo in salita: arrivo alla strada di Muratello e decido di evitare anche la dura salita al Monte Salena, così taglio per la sterrata che, con facile mezzacosta, porta direttamente alla Sella di San Vito dove arrivo alle quattordici precise. Che fare? Davanti a me altri mille metri di dislivello e dieci chilometri di montagna, quasi tutti sentieri e a tratti anche piuttosto complicati… che fare? “Maria, sono a San Vito, sono distrutto, vienimi a prendere alla chiesa di San Gallo!” Così finisce questo test, con una chiamata a casa.

Deluso eppur contento, tutto sommato in sette ore ho comunque coperto trentadue chilometri e quasi duemila metri di dislivello arrivo a martedì, le gambe sono ancora leggermente indolenzite ma neanche più di tanto, decido di farmi una corsetta di scarico in Gavardina. Corsetta? Scarico? Vattelapesca, mi faccio ancora i dieci chilometri e li copro in due minuti meno della precedente volta!

Dopo una settimana ancora corsa in Gavardina a provare le scarpe nuove, sempre da trail ma una marca diversa dalle solite e un modello leggero, più adatto alla corsa su strada e sulle brevi distanze: quattro minuti meno del solito, lasciatemi pensare non sia tutto merito delle scarpe nuove.


Ogni settimana da uno a tre allenamenti a secco: equilibrio, propiocettività, squat e stretching.

4 febbraio – Giro esplorativo all’Anello di San Giuseppe con Monte Salena: 20km, 800m, 2h 40’, dei quali quaranta minuti persi in pianura girovagando per campi sotto la pioggia battente.

12 febbraio – Tentativo al Giro delle Creste di Nave e Caino: fatti 32km, 1851m+, 1952m-, 7h 2’.

14 febbraio – Corsa piana in Gavardina: 10,5km, 38m, 1h 7’.

19 febbraio – Gita con gli amici di Mondo Nudo, le Cime di Cariadeghe: 11,46km, 591m, 6h 30’ compresi 30’ di sosta pranzo.

22 febbraio – Corsa piana in Gavardina: 10,5km, 38m, 1h 3’.

26 febbraio – Giretto con la moglie alla Rocca di Manerba: 10,5km, 126m, 3h 20’ comprese due soste (30’).

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