Archivi Blog

Ecologia del nudismo


Grazie alla licenza poetica possiamo permetterci di viaggiare nel tempo e fare un balzo indietro a riprendere il cammino, fisico e dialettico, insieme al bimbo che, accompagnato dal padre, arrivava per la prima volta su una spiaggia.

Fra i mille perché del bimbo, i due proseguono la loro passeggiata quando ad un certo punto s’ode un pianto sconsolato, anzi si direbbe proprio disperato. Il bimbo trascina il padre nella direzione del pianto e scopre che a piangere è un suo coetaneo, la cui madre sta tentando di mettergli il costume.
“Signora” dice il bimbo “perché insiste nonostante il pianto di suo figlio? Perché vuole proprio farlo star male? Perché non rispetta il suo naturale desiderio di stare nudo? Non capisce che non piange per capriccio, ma perché lei gli sta inducendo un profondo malessere?” La donna si gira e, con uno sguardo di sorpresa, guarda il bimbo che gli ha parlato “Carissimo, mio figlio è cresciuto ed è arrivata per lui l’ora di nascondere alla vista pubblica pisellino e contorno. Non ti ha spiegato nulla tuo padre?” “Si, l’ha fatto, ma proprio non riesco a capire perché dobbiamo farci violenza e rinchiudere delle parti tanto delicate e sensibili nella morsa del costume, è solo un fastidio e le assicuro che crescendo dedicherò parte della mia vita a far si che questa barbara abitudine debba cambiare.”

 “Vede, mia cara signora, la nudità è ecologica alle funzioni psico-fisiche dell’essere umano, anzi di ogni essere vivente. Il bambino, nella sua spontaneità e nella sua logica naturale, percepisce in modo molto forte il benessere che ne deriva, così come percepisce altrettanto fortemente il malessere fisico sensoriale provocato dal pur minimo vestiario, come, per l’appunto, il costume da bagno. L’adulto, al contrario, alterato da anni di repressione dei propri stimoli sensoriali, non percepisce più tali agi e tali disagi, quantomeno non a livello conscio. L’inconscio, magari, tenta anche di passare degli stimoli, ma l’io censore, ormai forte e condizionato, non li lascia passare; qualora qualche stimolo dov’esse anche passare, entrano in gioco le barriere consce e le paure, che inducono la persona ad auto reprimerli, a scacciarli come pensieri impuri, poco dignitosi, se non addirittura segni di patologia psichica.
Sono stati abbattuti quasi tutti i tabù che riguardavano il corpo umano, compresi quelli sul sesso inteso come attività sessuale. Oggi del sesso se ne parla liberamente e pubblicamente: pubblicità, spettacoli televisivi, articoli giornalistici, trasmissioni radio, tutto parla di sesso, tutto mostra senza vergogna immagini ammiccanti e, spesso, ambigue. Ormai in televisione e sui giornali non si censurano più le immagini che riprendono gli animali nell’atto della riproduzione, anzi, spesso i documentari focalizzano molto la loro attenzione su questo aspetto. Oggi sono molti coloro che si ribellano alla barbara abitudine di far indossare abitini a cani e gatti o altri animali domestici. Oggi pochi si scandalizzano alla vista di una persona nuda. Oggi è considerata una patologia psichica il non spogliarsi nemmeno nell’intimità della propria casa. Oggi più nessuno si sogna di fare il bagno in casa standosene vestito. Eppure… Eppure in spiaggia ancora bisogna coprirsi con un piccolo pezzo di stoffa che nulla nasconde, eppure nelle saune ancora bisogna insanamente coprirsi quantomeno con un telo, eppure nelle piscine ancora bisogna insensatamente nuotare e fare la doccia in costume, eppure, eppure, eppure. Perché?

 Certo non esiste un’unica risposta, possiamo solo fare delle ipotesi, per alcuni ne varranno certe, per altri altre, ma è certo che non si tratta di abitudine logica, naturale, sana.
Forse non si può rinunciare al costume perché questo per quanto piccolo pezzo di stoffa permette di differenziarsi socialmente, distinguere tra chi può permettersi il costume di grido e griffato e chi no? Forse non si può rinunciare al costume perché questo permette di praticare lo sport oggigiorno più diffuso: guardare e criticare gli altri, il loro aspetto fisico, i loro atteggiamenti? Forse non si può rinunciare al costume in ragione di un artificioso e insulso concetto di bellezza e bruttezza, di ciò che si può esporre e di ciò che non è esponibile? Forse non si può rinunciare al costume perché, ignorando che una volta tutti nudi ci si sente tutti uguali e più nessuno bada agli altri, si ha paura di un eventuale confronto? Forse non si può rinunciare al costume perché si percepisce che una volta nudi tutti mostrano quello che sono e quello che non sono, forse è proprio questo che spaventa: mostrare quello che si è e quello che non si è? Forse non si può rinunciare al costume perché così facendo si possono scaricare le colpe della società (devianze e timori sessuali) su coloro che al costume hanno rinunciato?

Andiamo oltre, il costume è solo una piccola parte della rinuncia allo stato originario e naturale: ci sono moltissime occasioni in cui si potrebbe far a meno del vestiario, eppure no, si preferisce soffrire, si preferisce violentarsi ma il vestito deve stare al suo posto.
Perché stare vestiti quando il caldo è opprimente? Serve solo a consumare inutilmente le poche risorse energetiche accendendo centinaia, migliaia, milioni di condizionatori!
Perché stare vestiti quando si suda facendo attività sportiva? Serve solo a spendere i pochi soldi che abbiamo in abbigliamento sportivo di alta tecnologia, abbigliamento il più traspirante possibile, ma che, comunque, lo è sempre meno della nuda pelle!
Perché stare vestiti quando si è in casa? Boh, qui proprio una risposta non esiste, solo per convenzione e per abitudine, probabilmente, solo perché così si è stati educati e mai ci siamo posti il problema che, forse, si potrebbe anche fare diversamente!
L’uso del vestiario è antiecologico: l’inquinamento delle fabbriche che creano i tessuti sintetici; l’inquinamento delle sostanze coloranti; il problema dello smaltimento dei vestiti ormai inutilizzabili; il doversi lavare più spesso per contrastare l’aumento di sudorazione (e i saponi, per quanto ecologici, sono comunque fattori inquinanti).
L’uso del vestiario è antieconomico: il costo dei vestiti; il consumo più o meno rapido degli stessi; la moda che spinge al ricambio anche quando non necessario.
L’uso del vestiario è antisociale: moda e vestiti griffati; chi ha soldi e chi no; chi spreca e chi ricicla; io sono bello e tu sei brutto.
L’uso del vestiario è antisalutare: riduzione delle capacità di autoregolazione termica del corpo umano; abbattimento delle capacità di autodifesa dell’organismo; permanenza del sudore sulla pelle e correlativo maggiore sviluppo di batteri e altri agenti patogeni; l’abrasione cutanea dei vestiti e del doversi lavare più frequentemente.

 Al contrario…
Il nudismo è ecologico: zero o quantomeno pochi vestiti corrisponde a meno problemi di smaltimento degli stessi e meno impatto ambientale dovuto alle industrie tessili.
Il nudismo è economico: zero o quantomeno pochi vestiti corrisponde a meno spesa per il loro acquisto e il loro mantenimento.
Il nudismo è socialità: non avendo nulla che possa dichiarare la differenza economica e sociale, le persone possono liberarsi dai condizionamenti comunicativi e convivere in modo più semplice e naturale.
Il nudismo è salute: la pelle nuda può respirare al meglio; tutti i recettori termici possono rilevare istantaneamente e perfettamente la temperatura esterna, inviando al sistema nervoso centrale i giusti segnali necessari alla precisa autoregolazione della temperatura corporea.
Il nudismo, per concludere e riassumere, è ecologico al benessere psico-fisico della persona.”

 La donna è rimasta ad ascoltare il bimbo in profondo silenzio, colpita dalle sue affermazioni e stupita da come, nonostante la giovane età, questi potesse esporle. La sua espressione, inizialmente indispettita, sì è pian piano mutata, mostrando che il bimbo la stava inducendo a ragionare: il costume in sua mano ad un certo punto è caduto sulla fine sabbia della spiaggia e … “Sai mio bel bambino, mi hai convinta, non solo lascerò il mio figliolo libero di restare nudo, ma da oggi nuda mi ci metto pure io e indurrò a fare altrettanto sia mio marito che mia figlia; di più, ti prometto che farò propaganda al tuo modo di pensare e lotterò affinché la società intera si decida ad abbandonare ogni più recondita traccia della mentalità tessile.”
“Grazie signora, mi fa piacere e ne sono molto lusingato!”

Il bimbo riprende per mano il padre, ancora incredulo per quello che ha visto e ascoltato, e lo trascina nel cammino verso il proposito di un mondo migliore, più naturale, più semplice, più libero.

Ecologia del nudismo

Ecologia del nudismo

Come e perchè sono diventato nudista


Si nasce nudi, ma in un mondo che, per un’infiità di motivazioni più o meno comprensibili, di massima accetta il nudo solo nei bambini molto piccoli. Però, ormai da diversi anni, nella società, per così dire, tessile si sono formati dei piccoli buchi, dei gruppi di persone che, al contrario, accettano e praticano la nudità come via di condivisione naturale dell’essere e come mezzo per abolire ogni tipo di barriera fisica e psicologica nella vita in comune. Costoro, che andiamo a definire nudisti, come sono arrivati a tale pratica? Come si sono formati nel loro pensiero che diviene quasi un credo? Difficile, molto difficile rispondere, esiste una risposta per ogni persona. Di certo il più delle volte, come documentato in questo mio autoscatto, le cose non hanno un perchè e un per come, avvengono spontaneamanete, per una somma di fattori che pian piano ci riportano alla nostra infanzia e ci fanno ricordare il piacere e la libertà della nudità, quasi ad arrivare ad affermare che … “del resto, formalmente, tutti si nasce nudisti”!

Ma ripartiamo dall’inizio e vediamo con calma, passo passo, quella che è stata, per l’appunto, la mia storia, l’evoluzione delle cose e del pensiero che mi ha portato ad abbracciare questo stile di vita, che poi, sotto sotto, è anche una filosofia!

Ormai, a cinquant’anni passati, le cose, i ricordi della mia vita sono in parte sfumati se non addirittura svaniti. Certo è che, come tutti, sono nato nudo, indi tecnicamente nudista, che ho passato, come tantissimi bebè, i primissimi anni della mia vita stando spesso nudo, che venivo senza pudore esibito nudo dai miei genitori nelle fotografie di rito e talvolta anche dal vero, che in spiaggia potevo starmene pacificamente nudo a giocare con gli altri bambini e bambine, pure loro nudi, senza problemi.
Contemporaneamente, però, data la visione sociale dei tempi (beh, invero ancora oggi molto non è cambiato) venivo cresciuto nella cultura dell’abbigliarsi, venivo educato all’abbigliarsi, così quando mi toccò l’inevitabile incollamento del costumino forse quasi manco ci badai, magari qualche pianto iniziale (già, perché mai mettersi quel coso che schiaccia pisellino e contorno e li fa sudare inutilmente), ma poi mi sono evidentemente piegato al volere dei genitori ed è iniziata la mia lunga carriera di tessile più o meno convinto.

Per almeno una decina d’anni non ritornai più col pensiero al piacere a alla naturalezza del nudo infantile, ma quando iniziai a praticare la pesca subacquea e spesso mi ritrovavo solo in riva al lago, ecco che qualcosa si fece eco in me e cominciai a cambiarmi il costume bagnato così dove mi trovavo, tanto nessuno poteva vedermi; ci furono occasioni in cui provai anche a stare nudo per prendere il sole e riposarmi dopo la pescata. Erano sempre e comunque occasioni fugaci e determinate dall’assoluta solitudine, ma comunque occasioni che iniziavano a inseminare nella mia mente, senza che me ne rendessi conto, dei dubbi sulla correttezza dell’educazione tessile o, per meglio dire, del considerare il nudo come qualcosa di sporco e da evitare assolutamente se non in limitatissimi contesti, quale la doccia nel propio bagno di casa.
Il colpo quasi di grazia arrivò quando mi iscrissi al corso di sommozzatore: primo giorno di lezione, arrivo in piscina, entro nello spogliatoio, piglio il costume dalla borsa e faccio per avviarmi ai camerini quando girandomi mi trovo davanti due uomini completamente nudi, a metà tra lo sgomento (ai tempi mai mi sarei aspettato un tale libero atteggiamento) e l’indecisione mi guardo un attimo attorno e noto che anche quasi tutti gli altri presenti si cambiano tranquillamente in pubblico. Indecisione risolta e con mia piena impensata soddisfazione posso cambiarmi senza ricorrere ai camerini o a pericolosi equilibrismi nell’asciugamano. Non parliamo poi di quando all’uscita finale a mare ci fanno cambiare nella cabina di pilotaggio, in presenza dei due piloti e a gruppi di tre (alcuni, se non ricordo male, perfino misti: donne e uomini assieme).
Ormai era fatta, m’ero abituato alla nudità pubblica, sebbene limitata alla presenza di persone del mio stesso sesso. Da questo momento iniziò la sofferenza del cambiarsi cercando di nascondersi, cominciai a notare come chi lo faceva nascosto nell’asciugamano in realtà non faceva altro che attirare l’attenzione (specie se si trattava di una donna) di molte persone, le quali stavano li a guardare nella speranza che l’asciugamano si aprisse o cadesse a terra. Ma che cavolo ci sarà poi da guardare? Non siamo fatti tutti allo stesso modo? Beh, si le donne sono diverse, ma che male c’è se ci si cambia senza patemi, sono poi pochi secondi di nudità? Queste e altre domande cominciarono a passarmi per la testa quando mi toccava di cambiarmi o quando vedevo altri che si cambiavano nascondendosi alla meglio o percorrendo centinai di metri sulla sabbia bollente per raggiungere i camerini (che poi al lago raramente, specie dove andavo io, c’erano). Solo nei mesi non estivi, grazie il non frequentare più le spiagge, il mio patire spariva: pensavo a sciare e a tante altre cose che mi tenevano distolta la mente.

Vennero gli anni dell’alpinismo e mollai la pesca, con essa sparirono anche le spiagge e i relativi pensieri “filosofici” sul cambiarsi e sull’esposizione del corpo nudo. Un giorno, però, televisioni e giornali iniziarono a parlare dei nudisti, di queste persone che predicavano il culto della nudità pubblica come rispetto di se stessi e degli altri, come superamento delle barriere psicologiche dell’abbigliamento, come ritorno alla naturalità e all’inte(g)razione con la natura. Iniziarono i discorsi tra amici, la maggior parte di questi erano di diffidenza (“ma sono degli esaltati”), di vergogna (“beh, io non lo farò mai”) o di morbosità (“che bello domenica vado in quel posto e mi lustro gli occhi”), rarissimamente, comunque, (almeno tra i mie amici) di repulsione o denuncia. Io, timido e riservato, non mi esponevo verbalmente, ma tra me e me pensavo e mi chiedevo cosa mai ci fosse di strano nel nudismo e nei nudisti, cosa ci fosse da temere o da guardare.
Passarono così un poco di anni e l’eco delle prime masse nudiste scomparve, vuoi perché il costume generale s’era un poco evoluto (nessuno più si scandalizzava per il bikini e le minigonne, sulle riviste e in televisione apparivano sempre più spesso donne quasi nude se non nude del tutto, in diverse spiagge le donne ormai potevano mettersi a seno nudo), vuoi perché si comprese che i nudisti non erano un pericolo per la società, si appartavano nelle loro spiagge piccole e isolate e non obbligavano nessuno a spogliarsi (mitico un episodio riportato dai giornali dell’epoca e che ricordo ancora nitidamente: due signore anziane che passavano nei pressi di una spiaggia, vedendo alcune donne a seno nudo chiamarono i vigili e questi risposero loro “signore mie se vi da fastidio guardate da un’altra parte”), vuoi perché i nudisti, quantomeno in Italia, si chiusero a riccio e smisero di fare proselitismo.

Con la sparizione dell’interesse mediatico sulle presenze nudiste, scomparvero le discussioni sulla questione e scomparvero nuovamente anche i miei pensieri, fatta salva l’abitudine ormai consolidata di non farsi problemi a cambiarsi senza nascondersi ed era cosa che, facendo alpinismo, capitava di frequente: nei rifugi lo spazio è quello che è e quando si è fradici per la pioggia non si può certo rimandare il cambiarsi; quando rientrati alle macchine sotto la pioggia torrenziale ci si deve cambiare completamente magari sotto un albero , una piccola tettoia o nella macchina stessa, gli altri mica si possono lasciare all’’aperto a prendere ancora freddo e acqua; e via dicendo.

Arriviamo così agli anni 2000, causa problemi fisici che già m’avevano portato a ridurre notevolmente l’attività alpinistica, devo pressoché rinunciare ad andare in montagna, ma non posso rinunciare allo sport e allora? Allora ritorno alla mia vecchia passione: l’apnea.
Con il ritorno all’acqua, si ripresenta forte e costante la questione del cambiarsi, in piscina scopro che nei corsi è ormai cosa normalissima non usare più i camerini e succede anche fuori dai corsi, addirittura mi capita di trovarmi nudo mentre entrano in spogliatoio mamme con i figli e queste manco mi notano, comprendo che ci sono abituate e qui sorgono alcune domande: ma perché le mamme seguono i figli maschi mentre i papà devono stare nello spogliatoio maschile anche se entrano con le figlie? ma alla fine perché ancora ci sono spogliatoi separati? Non sarebbe, visto che spesso ci si trova ad avere un’area vitale molto limitata, un’utile ottimizzazione degli spazi fare spogliatoi comuni?
Poco dopo riprendo a pescare e così torno a frequentare il mio vecchio amato posto di pesca (la Rocca di Manerba) e scopro che è diventato una consolidata e frequentatissima zona nudista. Ci torno più volte e ogni volta il fastidio del costume diventa sempre più forte; quando sono solo (ovvero senza amici o parenti) inizio anche a togliermelo, più che altro per cambiarmi, ma facendolo sempre più lentamente e godendomi sempre più il momento di libertà, la sensazione di non essere un oggetto ma una persona, di essere quello che sono e non quello che gli stereotipi sociali vorrebbero che io appaia. Nessuno mi guarda, nessuno bada alla mia nudità, come io non bado a quella degli altri, non faccio confronti, non faccio osservazioni.

A quel punto mancava solo l’ultimo definitivo passo: l’inserimento in una comunità nudista. Detto fatto, poche ricerche su Internet e trovo decine di siti che parlano di nudismo, alcuni riguardano le Associazioni Naturiste, uno mi colpisce in particolare per la completezza dell’esposizione e la disponibilità di un forum a lettura libera. Per qualche giorno mi limito, come netiquette comanda, a leggere i vari messaggi, poi mi registro e infine inizio a scrivere. In seguito diventerò moderatore e poi coamministratore di questo sito, conoscerò tante splendide persone, parteciperò a incontri e raduni decretando il mio definitivo e totale ingresso nel mondo del nudismo e come accade per tutti coloro che diventano nudisti, non potrò più fare a meno di stare nudo il più possibile, attaccando a questo, per mia tipica natura, l’impegno in prima persona per la diffusione dell’ideale nudista. Eccomi quindi qui a scrivere questi articoli, ad emozionarmi per le sensazioni che descrivo, ad innervosirmi per l’incomprensione verso questo meraviglio mondo che è il nudismo, ad arrabbiarmi per l’ipocrisia che invade la società odierna.
Ma questa è storia contemporanea, non ho bisogno di scriverla, partecipo a farla.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: