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#TappaUnica3V 2019


Dopo le batoste la voglia di ripartire a volte sorge immediata, altre volte ci mette un poco di tempo. Così, dopo il secondo tentativo del 2018 (quarto in assoluto), ero molto dubbioso sulle mie possibilità ed ho lasciato decantare la questione per alcuni mesi, continuando, però, ad allenarmi: ormai il lungo cammino è diventato parte integrante del mio stesso essere e in esso ha sempre preso più spazio la corsa. Con passare dei mesi la mia velocità media è aumentata nettamente e, con essa, sono calati i dubbi, ora c’è lo spazio per la voglia profonda di riprovarci, di rimettermi in cammino su questo particolare tracciato.

Cambieranno alcune cose, però: così come già fatto nel 2018 per il secondo tentativo non programmerò una data di partenza, bensì partirò quando mi sembrerà il momento migliore, e pochi lo sapranno; partirò senza una tabella di marcia, camminando al ritmo del mio corpo e fermandomi ogni qual volta lo senta necessario, ovviamente sempre rispettano la natura della tappa unica.

In questa modalità non avrò assistenza, che alla fine pone dei condizionanti vincoli di tempo e di orario, dovrò pertanto portarmi appresso fin dalla partenza tutto ciò che mi servirà sul giro, sia esso abbigliamento che alimentazione che accessori vari; per il ripristino dell’acqua mi appoggerò alle poche fontanelle e bar presenti sul percorso: dovrò sopportare un discreto peso e, comunque, non potrò disporre della perfetta quantità d’acqua, un viaggio nel viaggio, il viaggio della sete nel viaggio della fatica, il viaggio della conoscenza nel viaggio dell’esperienza.

VivAlpe 2019


Quest’anno, per miei impegni e problemi, le uscite torneranno ad essere quantitativamente limitate (indicativamente una al mese per il periodo maggio-ottobre, più un paio di sabati), ma la qualità resterà sempre quella, anzi, cercherò di alzarla ulteriormente proponendo uscite in ambienti ancor più selvaggi e interessanti, ambienti dove lo sguardo possa liberamente spaziare fin verso l’orizzonte, ambienti dove la montagna sia montagna, dove sia possibile ascoltare i suoi messaggi, dove poter percepire il senso d’inclusione nella montagna che solo la nudità può portare.

Al momento non sono ancora definite le date, ma presto le potrete conoscere attraverso le schede descrittive che appariranno nella sezione eventi, nel frattempo, in ordine non cronologico, un’idea sulle destinazioni e i possibili itinerari:

  • Anello Stabio-Frerone-Val Fredda, una due giorni con pernottamento al rifugio Prandini
  • Soggiorno di cinque giorni al rifugio Prandini con tre escursioni in zona (anello della Val di Braone, Lago della Sorba, Laghetto di Mare)
  • Anello del Dragoncello da Nave (BS)
  • Anello del Dosso Alto (Maniva) su percorsi antichi e sentieri militari (15-18)
  • Anello est della Val Bertone, una brevissima escursione lungo sentieri quasi abbandonati
  • Altre in via di definizione

Alle escursioni si aggiungerà qualche evento statico, quali cene o pranzi e un pic-nic ferragostano in una valle inizialmente affollata ma che risalendola lungo il torrente diviene presto solitaria e selvaggia.

Confido in una massiccia presenza dei soliti e di nuovi amici, soprattutto confido nella partecipazione di nuovi amici che ancora legati alla necessità dell’abbigliamento desiderino provare cosa significa abbandonarlo, che chi già da tempo ci segue senza aver ancora provato a mettersi a nudo finalmente si decida a farlo: non obbligo nessuno a spogliarsi ma è chiaramente mio intento spingerlo a farlo, quantomeno una volta, che poi l’esperienza insegna che diviene immediatamente la prima volta per essere seguita da tante, tante altre volte.

A presto!

P.S.
Chi, al fine di distribuzione, volesse una copia ad alta risoluzione della locandina VivAlpe 2019 deve solo richiedermela tramite il modulo di contatto o, per chi li conosce, attraverso gli altri miei contatti (indirizzo e-mail, cellulare, whats-app, social, a voce) e provvederò a fargliela avere.

Parlare o tacere? La scuola del monte!


È una bella giornata di prima estate, l’umidità della sera inizia a rubare il posto al calore degli ultimi raggi di sole, una luce rossastra dipinge le cime degli alberi e le distese dei pascoli, gruppi di mandrie al pascolo ancora rompono il silenzio con il sordo rumore dei loro campanacci. Ai bordi del sentiero si chiudono le colorate corolle dei fiori lasciando al viandante solo il sapore del loro tenue profumo, piccole gemme di rugiada appaiono sui petali e sulle foglie, ombre sfuggenti attraversano la traccia per nascondersi sotto i sassi o tra gli alti fili d’erba. Già da un paio d’ore sto camminando in direzione della prima vetta di un lungo anello alpino, il mio nudo corpo offerto alla nuda montagna ne riceve sollievo e fragranza, le luci della valle si sono accese e posso notare il frenetico movimento dell’urbe, al contrario il mio incedere ancorché veloce è assai più tranquillo, solo il ritmo della natura compone lo spartito musicale che mi guida e mi comanda.

Metri e chilometri sono ormai sfilati sotto i miei piedi, minuti e ore sono ormai girati sul quadrante del tempo, il mio cervello impavido divaga tra le immagini che penetrano gli occhi e i pensieri che inondano la mente, sono nel contempo impegnato e distratto, impegnato a seguire le tortuose giravolte del pensiero, distratto dal porre attenzione alle umane turbe. All’improvviso, dall’ennesima curva nascosta dal bosco, appaiono due persone, un uomo e una donna lentamente mi si avvicinano, mi guardano stupiti, non si fermano, non deviano, non si girano, semplicemente avanzano. Ci incrociamo, lo stretto sentiero m’induce a cedere loro il passo, mi sfiorano, l’uomo mi guarda in viso, la donna mi esamina dall’alto al basso soffermandosi al centro prima di tornare sul viso, cordialmente ci salutiamo e, senza altro proferire, ognuno prosegue per la sua strada, loro verso valle, io verso il monte.

Avanza la notte, il conico fascio di luce emesso dalla frontale cattura il mio sguardo e la mia attenzione, tenui colori contornati di nero fra i quali spiccano piccole macchie colorate, spruzzi di vernice lasciati da un eretico pittore. In alto l’ombra della vetta si staglia contro il pallido chiarore del cielo stellato, sembra volermi impressionare, sembra volersi dichiarare irraggiungibile, dolcemente la guardo chiedendole permesso, la mia mente e la sua si mettono in risonanza, sento la sua forza scivolare nella mia debolezza, cambiarla, mutarla in calda intraprendenza, scioglierla in vigorosa sicurezza: mi sono umilmente e totalmente esposto alla montagna e la montagna mi ha accettato, la montagna mi ha aperto le porte che portano nel suo magico regno, la montagna mi ha cantato il suo invito indicandomi la strada da percorrere. Montagna nella montagna, nuda entità nella nuda natura, semplice essenza nella splendida solitudine del monte, fusione di menti e di corpi, compenetrazione di energie, sommarsi di sensazioni ed emozioni che mi accompagnano fino alla vetta e ancora oltre, nella ripida e complessa discesa e nella successiva risalita.

Altro monte, altra vetta, il crepuscolo del mattino ha rotto gli induci e il sole allunga il suo rosso e caldo abbraccio. Disteso sulla piccola solitaria cima lascio che la luce e il fuoco invadano la mia pelle, tutta, indistintamente tutta, qui non esistono timori, la montagna non conosce perversioni, la natura non impone limiti, ci sono solo libertà e reciprocità, il reciproco rispetto, la reciproca conoscenza, la libertà d’essere sé stessi, la libertà dai fastidi e dai peccati, la libertà dall’ipocrisia, dal concetto di pudore creato dall’uomo per l’uomo ma ignoto alla natura. Senza vergogna il monte mi osserva, una marmotta fa capolino dalla sua tana, un camoscio si avvicina, un ignoto rapace mi saluta col suo stridulo grido, i fiori mi mostrano il loro cuore dorato, piccoli insetti appaiono dall’erba che mi circonda, una formica mi solletica le natiche, una cavalletta salta sul mio pube, una farfalla gioca con le dita dei miei piedi, una mosca impenitente atterra sul prepuzio del mio pene.

Vola il pensiero, purtroppo torna a incontri diversi, all’incontro con la vergogna, con le preoccupazioni e i pregiudizi, con i subdoli condizionamenti e gli opportunismi mascherati da scientifico dovere, con un concetto unilaterale di rispetto e di diritto: “il nudo è male“, “il nudo è solo esibizionismo”, “non ho niente contro il nudismo ma non è pratica socialmente accettabile”, “bisogna rispettare chi prova fastidio per il nudo e praticarlo solo in casa o in posti accuratamente mascherati”, “mi sembra se ne parli troppo”, “è (solo) un modo di passare il tempo come un altro”, “parlarne lo rende innaturale”, “non cerco di convincere altri perché non tutti lo capiscono e in ogni caso lo si capisce solo dopo averlo provato, le discussioni sono inutili”, “parlerei dello stile nudista solo con chi intende accostarsi, senza sbandierarlo ai quattro venti perché non a tutti interessa”, “perché una persona dovrebbe forzatamente aprirsi e desensibilizzarsi al nudo”, “parlare di nudismo è una forzatura”, “va rispettato anche chi non vuol essere desensibilizzato”, “non possiamo che accettare il fatto di non poter stare nudi quanto vorremmo, in ogni luogo e in ogni momento”, “è proprio l’impossibilità a goderne a moltiplicare il piacere di spogliarsi quando questo è possibile”, “la felicità e il piacere sono fatti di brevi momenti non di lunghi periodi”. Perché non s’impara dal monte e dalla natura? Perché non è possibile accettare che ognuno sia semplicemente libero di fare quello che gli pare, di stare come meglio preferisce, nudo, vestito o in una qualsiasi via di mezzo? Dove sta il problema? Fastidio? Avete provato a capire da dove nasce questo fastidio? Ci si rede conto che l’origine è relativamente recente? Ci si chiede perché ci si debba necessariamente conformare a quello che, alcuni secoli or sono, qualcuno ha deciso dovesse essere? Ci si chiede se sia lecito elevare a stato sociale di norma una palese fobia (qualsiasi fastidio diviene fobia nel momento in cui non è controllabile e ci si deve necessariamente proteggere)? Ci si chiede come possa essere ritenuto precetto naturale un qualcosa che invero non è una costante di tutte le culture e di tutte le genti? Perché mai dovrei essere io a chiedermi perché gli altri non si conformano al mio stile di vita e non devono al contrario essere gli altri a chiedersi perché io preferisca stare nudo? Perché la società deve domandarsi (e domandarmi) quale senso può avere stare nudi? Non sarebbe forse meglio che si chiedesse se ha veramente senso stare sempre vestiti? Sicuri che sia solo un passatempo? Dove sta scritto che il piacere e la felicità siano fatti di soli brevi momenti? Chi l’ha detto che lo stare nudi sia solo un piacere e/o una felicità? Non potrebbe (dovrebbe, è) essere un’esigenza intrinseca, l’espressione massima della nostra naturale normalità? Perché mai chiedere la condivisone degli spazi dovrebbe essere una forzatura verso chi ne prova fastidio? Perché mai parlarne dovrebbe essere una mancanza di rispetto verso chi non sopporta il nudo? Non sono invece delle opportunità? Non è forse vero che la comunicazione è il fondamento essenziale della socializzazione? Non è forse vero che la negazione dei diritti coincide con le limitazioni e non con le aperture? Non è forse vero che poter fare qualcosa è ben diverso dal doverlo fare? Che il poter fare non obbliga a fare? Che nella possibilità di fare chiunque può trovare il proprio spazio e sentirsi rispettato? Perchè devo solo accettare? Perchè dovrei per il nudo applicare una logica completamente diversa da quella applicata in altre situazioni più o meno recenti?  Lo si nota che secondo questa logica le donne avrebbero dovuto accettare il non aver diritto di voto, l’essere schiave dell’uomo, l’essere prede sessuali? Che secondo questa logica gli omosessuali avrebbero dovuto accettare d’essere considerati anomali e anormali, malati, dementi, immorali, contro natura? È proprio così difficile comprendere che la rinormalizzazione del nudo porterebbe con sé tanti di quei cambiamenti personali e sociali da poter risolvere molti dei problemi sociali che attualmente vengono quotidianamente denunciati? Che il nudo incrementa all’ennesima potenza il rispetto verso l’altro? Che migliora la crescita psicologica dei bambini? Che nel tempo andrebbe ad eliminare la violenza sessuale e la pedofilia? Che eliminerebbe alla radice i ricatti sessuali? L’utilizzo delle foto di nudo come ripicca e offesa? Che…

Un fischio mi strappa dai miei pensieri, un nutrito gruppo di persone sta arrivando alla vetta, uno di loro mi ha già notato e mi saluta con un cenno della mano: “tranquillo, resta pure nudo, anzi, guarda, lasciami arrivare e mi ci metto anch’io”. Del gruppo, composto da uomini e donne, solo una ragazza e due bambini seguono l’esempio del loro compagno e si tolgono le vesti, allo stesso tempo nessuno avanza perplessità, anzi tranquillamente si siedono vicino a me e, dal momento che uno di loro, avendo letto alcuni dei mie post, mi ha riconosciuto, chiedono curiosi del mio percorso odierno e del mio viaggio futuro.

Il sole mi punge le spalle, rumori di vita arrivano alla vetta dal sottostante piazzale dove un albergo e due ristoranti stanno aprendo le porte, è giunta l’ora di rimettersi in cammino, saluto i nuovi amici e m’avvio verso la restante strada, ancora venticinque chilometri e duemila metri mi separano dall’automobile, non c’è altro tempo per tergiversare. “Grazie a tutti, grazie per la diponibilità, grazie per l’indifferenza, grazie per l’accoglienza”, “grazie a te Emanuele, ci hai aperto nuovi orizzonti, li terremo presenti!”

Parlare o tacere? Esporsi o nascondersi? Osare o coprirsi? Beh, la risposta è chiara: imparare dal monte!

Natura


 

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Molti parlano di natura o propongono attività naturali, ben pochi vivono la natura.

#nudiènormale #nudièmeglio

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#VivAlpe 2017 – Riepilogo fotografico


Siamo alla fine di questo 2017, un anno che ci ha visti impegnati in numerose escursioni, uscite che hanno occupato tutti i mesi dell’anno e che si sono concluse con una magnifica giornata si sole sulla vetta del Castello di Gaino, dalla quale la vista sul Lago di Garda è sempre affascinante ed emozionante.

Per ringraziare tutti i nostri fedeli lettori, nonché tutti coloro che partecipano alle nostre escursioni, e per incitare altri a partecipare ecco un resoconto fotografico di VivAlpe 2017.

Grazie!

Nudo e montagna



Rispettare la montagna è integrarsi con la montagna, integrarsi con la montagna è vestirsi come lei, vestirsi come la montagna è mettersi a nudo, mettersi a nudo è diventare montagna!

#nudièmeglio

#nudiènormale


#VivAlpe 2018 siamo pronti


Anche questo anno volge al termine e con esso stanno per terminare le attività del programma VivAlpe 2017, è ora di pensare al seguito ed infatti sono già due mesi che ci si sta lavorando sopra, le prime schede descrittive sono già state completate e pubblicate , molte altre sono in fase di completamento comunque già reperibili nella pagina eventi.

Il nuovo programma, così come quello del corrente anno, si estende su tutti i dodici mesi dell’anno: l’escursionismo non è solo estivo e la montagna per essere ben apprezzata va vissuta in tutte le sue stagioni. La cadenza delle uscite sarà all’incirca di una ogni tre settimane in modo da guadagnare e mantenere l’adeguato allenamento, allenamento molto basilare visto che è stato ridimensionato l’impegno di ogni singola uscita: la possibilità di partecipazione è di fatto allargata a tutti coloro che hanno una minima base fisica e un poco di esperienza di cammino.

Una precisazione è doverosa il merito alla questione del nudo, quel nudo che è stato talvolta frainteso, quel nudo che, pur avendoci piacevolmente portato un certo interesse mediatico, ha anche spinto alcuni a formulare più o meno ipocrite e preconfezionate opinioni. Non andiamo in montagna per metterci nudi, ci andiamo per la montagna, per il piacere di camminare, per gustare il profumo delle sue mille essenze, per assaporare le sensazioni del sole e del vento sulla pelle, una volta in montagna, però, ci mettiamo nudi perché siamo persone che il nudo non lo praticano ma lo vivono, persone che il nudo non lo intendono come un momento della vita ma come parte integrante della propria vita, persone che hanno saputo oltrepassare quel fastidio che viene inculcato da una società che insensatamente vive e vede il corpo solo attraverso la malizia, che ipocritamente vive e vede i genitali come qualcosa di sporco, qualcosa da nascondere.

Non obblighiamo nessuno a mettersi a nudo, già molti sono coloro che ci hanno affiancato pur restando vestiti, alcuni sono diventati fedeli presenze, vogliamo solo che si rispetti il nostro diritto di stare nudi pressoché ovunque, quantomeno, per ora, nei giardini (privati e pubblici) e in tutte le aree extraurbane, come spiagge, parchi, campagne, colline e monti: tanto si parla di turismo ecosostenibile e di rispetto per l’ambiente, orbene, sono due processi che, per essere tali, devono necessariamente prendere in considerazione il mettersi a nudo, l’unico vero modo per integrarsi con l’ambiente, per vivere la montagna (e non solo quella) da pari a pari, per rispettarla, per generare piena sostenibilità ecologica.

Vestiti può essere bello, non lo neghiamo, vestiti talvolta può essere necessario, ma… nudi lo è altrettanto, anzi per noi è anche molto meglio e lo diventerebbe anche per voi se solo dedicaste due secondi della vostra vita a spogliarvi in mezzo alla natura, per poi immergervi in un lago o in un mare, esporvi al sole e all’aria, camminare lungo i sentieri del monte, VivAlpe è il programma che vi aiuta a farlo!

#nudièmeglio

#nudiènormale

Clicca sulla locandina per accedere alla pagina eventi

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Intervistato da #RadioPopolare @radiopopmilano


Finalmente, dopo due settimane di attesa a causa di miei impedimenti e un rinvio per problemi loro, stamattina alle sei e quaranta sono stato intervistato da quelli di Radio Popolare nell’ambito del programma giornaliero Snooze. In origine l’intervista doveva andare in onda nell’ambito del programma sportivo “Olio di Canfora” che ha luogo una volta alla settimana al lunedì a cavallo delle dieci, poi è stata spostata e forse è anche meglio: pare che la mattina presto ci sia più gente in ascolto e probabilmente anche intenta a mansioni che rubano meno spazio alla concentrazione e alla successiva rielaborazione di quanto ascoltato.

Non sapevo che domande mi avrebbero fatto, d’altra parte era abbastanza semplice prevederle. Solo una, la prima, quella sulla differenza tra naturismo e nudismo, non l’avevo messa in conto e mi hanno preso un poco alla sprovvista, anche perchè l’emozione un poco si è fatta sentire. Mi ci sono perso via un attimo e solo pochi secondi dopo la chiusura del collegamento mi sono ricordato che avevo coniato una frase semplice e chiara che ho utilizzato più volte e che, ora, ho pensato bene (seguendo un vecchio consiglio di mia sorella) di scrivere in un punto del blog che la tenga sempre in visione. La riporto anche qua sotto:

Naturismo: corrente letteraria del romanticismo che scriveva di natura; in ambito nudista stile di vita che usa il nudo come mezzo per avvicinarsi alla natura.
Nudismo: stile di vita che ha il nudo come fine.

Va beh, è andata, per il resto, tenendo sotto controllo un leggero tremore e sfruttando al meglio il poco tempo disponibile, mi sembra d’essere riuscito a dire quello che c’era da dire. Alcune domande che speravo mi venissero fatte sono mancate, qualcosa sono comunque riuscito a inserire , altro no, ma… da cosa nasce cosa, potrebbero seguire altre opportunità, magari con più tempo. Nel frattempo chi vuole può trovare tantissime cose qui sul blog oppure, meglio ancora, partecipare alle nostre escursioni e ottenere le risposte dal vivo: non c’è obbligo alla nudità, ognuno segue la propria confortevolezza e nel gruppo ci sono anche amici che preferiscono stare vestiti o che si spogliano solo parzialmente.

Ringrazio Dario Falcini che è stato il primo a contattarmi per conto di Radio Popolare, poi tutti i conduttori della trasmissione, in particolare Alessandro Braga che ha gestito l’intervista: è stato gentilissimo e mi ha fatto belle domande. Grazie!

(Ri)Ascolta l’intervista, tramite il sito di Radio Popolare, cliccando sull’immagine sottostante.

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QuindiciDiciotto quattro per sei


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E anche questa quarta uscita del programma QuindiciDiciotto è andata anche se, in quel del Tonale, ci siamo ritrovati in pochi.

IMG_9633Dopo l’uscita al Maniva dove acqua e freddo ci avevano indotti ad un immediato rientro a valle, seppure magistralmente condito da una non breve sosta in un bel locale della zona per una lauta colazione. Dopo la lunga escursione alla conca del Gelo fatta sotto scrosci d’acqua e, nella parte più alta, sferzati da un gelido vento. Oggi giornata stupenda, un sole che spacca le pietre e, sebbene le previsioni dessero una temperatura che al massimo doveva arrivare ai 15 gradi, l’ambiente che a queste quote è completamente scoperto (cioè, nel caso specifico, costituito da cespuglieti di ontani, distese erbose, morene e rocce) è confortevolissimo e l’abbigliamento risulta effettivamente inutile, purtroppo le convenzioni che ancora inibiscono parte della società ci costringono a mantenerlo addosso per un primo tratto accosto alla strada del Tonale.

IMG_9635Interessantissime le molte tracce della Grande Guerra, danno effettivamente il senso delle difficoltà che hanno vissuto i nostri alpini (ma anche gli avversari austriaci) in quelle desolate e alte lande: la stretta vetta finemente lavorata a farne un osservatorio sulla strada del Tonale; i tanti muri di sostegno; piazzole di cresta; il tratto di sentiero letteralmente strappato alla montagna a colpi di mina, piccone e martello pneumatico; le trincee. Deludente la ricostruzione di un camminamento coperto, dalle descrizioni sembrava qualcosa di monumentale invece sono pochi metri e poi appare come una ricostruzione forzata vista la posizione assolutamente coperta alla vista del nemico.

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IMG_9646Raggiunta, in poco meno di due ore, la vetta, su di essa ci fermiamo a lungo ad osservare l’ampio e maestoso panorama che ci circonda: la cresta dei Monticelli (prima linea austriaca) che dal Tonale si alza per poi divallare leggermente al Passo di Presena da dove una nuova più rilevante cresta si alza a formate la Punta del Castellaccio che imponente si erge sopra le nostre teste con il noto Canalino del Dito alla sua sinistra; la Vedretta del Pisgana contornata, sul lato orientale, dalle varie cime della Cresta di Casamadre seguite da Cima Payer, Punta Pisgana, Corno di Bedole, Monte Mandrone, Monte Venezia, Monte Narcanello e Punta del Venerocolo, qui il largo valico del Passo del Venerocolo dal quale il crinale di vette ritorna verso nord a completare la cornice della vedretta: Monte dei Frati, Cima Calotta, Cima di Salimmo, le varie Punte (val Seria, Pozzuolo, Valbione e Intelvi) che portano al più conosciuto Corno d’Aola da dove il crinale divalla verso Ponte di Legno. Sull’altro lato fanno da contraltare i verdi e dolci declivi erbosi del monti che sovrastano il Passo del Tonale sul suo lato settentrionale: Cima le Sorti, Monte Serodine, Cima Bleis, Monte Tonale Occidentale, Cima di Cadì, Cima Casaiole, Punta D’Albiolo, Monte Tonale Orientale (importante caposaldo austriaco); dietro a questi svetta la triangolare pala del San Matteo e alla sua sinistra facilmente si riconosce il Corno dei Tre Signori. Ben visibili anche i solchi vallivi della Val Grande, della Valle di Canè, della Valle di Sant’Antonio; più lontano s’intuisce, ben più profondo, il solco della Valtellina.

IMG_9660Quattro chiacchiere e due panini dopo siamo pronti a riprendere la via di ritorno, per la quale seguiamo una breve variante di cresta che ci permette di percorrere il già citato tratto di sentiero artificiale scavato nella viva roccia a formare una larga cengia. Per il resto la discesa avviene sullo stesso identico percorso di salita.

Al Tonale breve tradizionale sosta al bar per le ultime chiacchiere e i saluti.

Alessandro, Attilio, Marco, Paola, Stefan, grazie per avermi accompagnato in questa nuova splendida escursione ed aver contribuito alla manifestazione sociale di un atteggiamento, il nudo, che la logica della natura vuole più normale dello stare vestiti.

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#TappaUnica3V: alla grande!


Con la fine di maggio l’impegno scolastico, sebbene non terminato del tutto, si  affievolito, per ora solo in modo lieve a causa degli esami comunque con entità sufficiente per permettermi di dedicare più tempo agli allenamenti, tra i quali, come avevo già scritto nell’ultima mia relazione su TappaUnica3V, ho così inserito anche delle sedute infrasettimanali di corsa in piano che, a differenza della ginnastica, hanno subito fatto vedere il loro positivo effetto: nell’ultima lunga escursione, e prima di giugno, non solo sono stato nei miei tempi, ovvero i tempi di tabella ridotti del venti per cento, ma li ho addirittura abbassati di un altro venti per cento e, cosa ancor più rilevante, l’ho fatto nella seconda parte del percorso quando nelle gambe avevo già un bel po’ di strada. La fiducia nella riuscita del giro finale, che s’era ultimamente un poco incrinata, prende il volo.

Giovedì 2 giugno

Altra seduta di corsa e stavolta, rifatti i calcoli, ho come obiettivo il punto corretto a cinque chilometri. Appena partito sento subito che le gambe girano benissimo e man mano che i chilometri passano la sensazione permane, tant’è che nell’ultimo chilometro accelero sensibilmente e incremento ancora negli ultimi cinquecento metri arrivando così ad una velocità di circa venti chilometri all’ora: cinquecento metri in un minuto e trentatré secondi. Al ritorno faccio il primo chilometro a passo normale e gli altri quattro alternando trenta secondi di corsa veloce ad un minuto di cammino veloce.

Domenica 5 giugno

Avevo messo in programma un tappone da oltre sessanta chilometri (Bovegno – Maniva – Bovegno, passando per Pezzeda, Corna Blacca, Dosso Alto, Caldoline, Crestoso e Muffetto) con partenza nella tarda sera di sabato, le previsioni del tempo unite ad un pomeriggio di lavoro (e amicizia, talvolta le due cose piacevolmente si sovrappongono) con luculliana cena mi hanno condotto a più miti obiettivi, così cambio il percorso con uno più corto (trentacinque chilometri) fattibile in giornata (tempo standard di undici ore) e rinvio la partenza alle cinque della domenica mattina.

Mi attardo un attimo con la colazione e arrivo al parcheggio della Cocca di Lodrino con un quarto d’ora di ritardo, lo stomaco ancora appesantito dalla luculliana cena e le precedenti esperienze mi sconsigliano un immediato recupero per cui parto con un passo tranquillo: la prima parte del percorso mi è totalmente sconosciuta, impossibile impostare quella tattica aggressiva che si può adottare quando ben si conoscono i dislivelli e la conformazione del terreno, potrò farlo nella seconda parte e, soprattutto, al ritorno che stavolta ricalca quasi esattamente il percorso di andata.

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Approssimandosi al Passo della Cavada

La strada asfaltata si alza tra le case di Lodrino mirando all’evidente cresta che unisce la Corna di Caspai al Monte Palo, nel mezzo lo stretto intaglio del Passo della Cavada, prima “vetta” di questo itinerario. Come da previsioni il cielo è coperto ma sono totalmente assenti segni di possibile pioggia e la temperatura è già gradevole: ben presto la canotta finisce nello zaino. Ah, lo zaino, oggi, memore dell’errore fatto in precedenza, ha un peso addirittura superiore a quello che avrà alla partenza del giro finale (e all’inizio di ogni tratta dopo i tre rifornimenti): ottimo test e prezioso allenamento. Passato il parco degli Alpini entro in un cupo bosco che da inizio al sentiero e, alternando ripidi strappi a tratti di respiro, mi avvicino sempre più alla prima meta dove arrivo con un piano panoramico traversone a picco sul paese.

Dalla sella imbocco il sentiero che si porta sul versante opposto dove lo sguardo già può intravvedere, lontani dall’altra parte della valle, i prati della Vaghezza. Fatti un centinaio di metri in lieve discesa si riprende a salire e i pantaloncini finiscono nello zaino per concedere al mio corpo quella massima libertà di respiro e movimento a cui ormai si è abituato e che ogni volta prepotentemente pretende: forti e sgradevoli le sensazioni che produce quando è coperto da una pur minima pezza di tessuto. Il diagonale prosegue molto più lungamente di quanto avevo ipotizzato e, soprattutto, a dispetto dei sessanta metri di dislivello computati, presenta nella seconda parte una salita tutt’altro che trascurabile: freno lo slancio preso nel precedente falsopiano e salgo con passo più accorto. Un ultimo ripido strappo ed esco dal bosco pervenendo a un bel prato con capanno, il roccolo Morandi, sulla sinistra diparte il lungo costone erboso che, seguito quasi fedelmente dal sentiero, scende verso il Passo del Termine. Lo percorro memorizzando attentamente la sua conformazione, per la maggior parte su piacevole e morbido fondo erboso, ma con tratti resi insidiosi da brevi diagonali franati o da appuntiti spuntoni rocciosi. L’erba, costantemente alta e bagnata dalle recenti piogge, m’infradicia scarpe, calze e piedi inducendomi a ragionare sulla questione in prospettiva di un giro finale più o meno bagnato. A distogliermi dai miei pensieri tattici presto arrivano i vari scorci panoramici sul Lago di Bongi, le Pertiche, la Vaghezza, le diverse frazioni di Marmentino e più lontano tutta la lunga cresta spartiacque che dal Crestoso arriva al Guglielmo: è fantastico questo 3V, in molti punti permette di vedere buona parte del percorso facendoti rimembrare i tratti già percorsi o anticipandoti le emozioni di quelli ancora da percorrere, d’altra parte per chi lo percorre in tappa unica è, questa, anche un’insidia psicologica (“mazza, quanta strada che devo ancora fare!”) dalla quale non farsi sopraffare.

Assorto nell’alternanza di pensieri tattici e di contemplazione del paesaggio, quasi senza rendermene conto arrivo alla Passata Termine e al successivo Passo del Termine dove passa la strada asfaltata che collega Marmentino a Pertica Alta. Anche grazie alla buona segnaletica individuo velocemente la prosecuzione del tracciato: una strada sterrata che, come tutte le sterrate di montagna, presenta strappi ripidissimi che mettono a dura prova gambe e fiato. Cadenzando il passo supero indenne anche questo tratto e, con un esile umido insidioso sentierino immerso in una fitta boscaglia, arrivo alla base dei prati di Vaghezza dove inizia una sequenza di stradine sterrate più o meno pianeggianti che portano verso la zona più turistica poco prima della quale perdo trenta minuti alla ricerca del sentiero a causa di un’apparente assenza di segnaletica. Dico apparente perché al ritorno scoprirò che invece è ben presente, addirittura ci sono ben tre visibilissimi segni di vernice di cui uno impresso su una pietra al centro della strada… boh, che cosa strana, sono passato da qui per ben quattro volte senza mai vederli, boh!

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Monte Campello e Monte Ario

Discesa e poi ancora salita, su per le mitiche scale dell’Ario dove mi sembra d’essere a corto d’energia per cui rallento sensibilmente l’andatura (il calcolo dei tempi poi mi dimostrerà che invero stavo marciando a passo particolarmente sostenuto). Eccomi ai pascoli del Pian del Bene, sopra la mia testa il verde e ripidissimo pendio del Monte Campello che risalgo con andatura cautelativa. Nel frattempo la montagna si è ricoperta di basse nuvole che però non mi danno preoccupazione. In vetta al Monte Ario mi concedo una sosta più remunerativa e chiacchiero con altro escursionista che mi ha preceduto di poco lungo il tratto dalla Vaghezza a qui. Ripartenza, la ripidissima discesa verso il Goletto Campo di Nasso è molto infangata e devo scendere con particolare attenzione per evitare di farmi del male sui vari sassi che costellano il sentiero. Passato indenne risalgo al Passo Falcone per poi scendere al Rifugio Blachì 2. Risalgo al Passo di Pezzeda Mattina e mi lancio sul sentiero per il Passo di Prael che decreto punto finale di questa uscita: avrei voluto arrivare fino in Corna Blacca ma iniziano a cadere gocce di pioggia e le nuvole si sono addensate facendosi minacciose.

Rieccomi al Blachì 2, inizio la breve risalita verso il Passo Falcone pensando di compensare il mancato dislivello della Corna Blacca ripassando per il Dosso Alto ma ecco alle mie spalle risuonare un tuono e subito dopo il crepitio della grandine in avvicinamento: in pochi secondi sono avvolto dalla pioggia, invero leggera, e colpito dai piccoli e soffici chicchi. Raggiungo il passo e velocemente discendo sul lato opposto per raggiungere un grande albero sotto il quale posso cambiarmi tranquillamente: restando comunque in pantaloncini, indosso la maglia tecnica invernale, sopra a questa la giacca anti pioggia, copro lo zaino con l’apposita mantella e riprendo il cammino. Sebbene con un certo periodo di ripensamento rinuncio alla risalita al Dosso Alto e procedo, come da programma originale, seguendo la variante bassa del sentiero 3V. La pioggia si fa più intensa ma, anche se devo ancora fare molta strada, la cosa mi lascia del tutto indifferente, unico problema il fondo a tratti particolarmente scivoloso. Sotto l’acqua battente, infradiciandomi nuovamente scarpe e piedi, oltrepasso le alte erbe dei pascoli del Pian del Bene e rieccomi alle scale dell’Ario che discendo con attenzione seppur velocemente. In prossimità della Vaghezza il sole fa capolino tra le nuvole: i capi da pioggia ritornano nello zaino e riprendo il cammino nuovamente in tenuta estiva, ovvero i soli pantaloncini, che, però, presto torneranno anche loro nello zaino per restarci a lungo, fatta salva la piccola riapparizione per l’attraversamento della strada provinciale al Passo del Termine. Mentre percorro questo tratto nere nuvole si addensano sul Monte Palo e il tuono si fa risentire proprio sulla parte di sentiero che fra poco dovrò percorrere, ancora una volta resto del tutto indifferente alla cosa: allenamento nell’allenamento, visto l’andamento meteo devo iniziare a mettere in conto l’evenienza di un giro finale bagnato.

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I prati della Vaghezza, versante settentrionale

Con passo cautelativo (che poi, al calcolo dei tempi, risulterà invero comunque sostenuto) risalgo i ripidissimi strappi della sterrata che dal Passo del Termine porta a prendere il sentiero per il Monte Palo. La risalita del lungo costolone erboso, pur fatta sul bagnato e sotto una leggera pioggerella (che con immenso piacere lascio scorrere sul mio nudo corpo) risulta molto meno faticosa di quanto avevo immaginato in mattinata ed eccomi alla sua sommità nei pressi dal roccolo Morandi. Non vedendo segni di presenza umana mi avvicino al capanno restando completamente nudo, quando sono a una cinquantina di metri dalla spartana casetta di supporto al capanno sento aprirsi la porta e compare un anziano signore (sui settant’anni): “ehi ti ammali andando in giro nudo”! Mi sono infilato i pantaloncini nel percepire la sua presenza, ma a quanto pare mi aveva già visto, beh, poco male, anzi meglio, tanto più che si mostra tutt’altro che scandalizzato: avrei forse fatto meglio a restare nudo? Boh, forse sì, forse no, così è andata inutile ragionare col senno del poi, speriamo che in un futuro assai prossimo sia possibile liberarsi da questo antipatico dubbio potendosi democraticamente e civilmente vestire (la nudità è comunque un modo di vestirsi) senza doversi conformare all’altrui volere, senza doversi assoggettare alle altrui fobie. Scambiamo due chiacchiere, mi chiede da dove arrivo e si meraviglia della lunga strada che ho fatto, alla fine mi saluta con “beh, sei giovane e in salute, buon cammino”!

Imbocco il lungo diagonale verso il Passo della Cavada, qui giunto imbocco la variante incomprensibilmente definita per esperti: trattasi poi del vecchio sentiero privo di qualsiasi difficoltà tecnica, solo molto ripido. Sopportando qualche piccolo dolore ai legamenti delle ginocchia pervengo alla base del ripido pendio riallacciandomi con il percorso base del 3V, supero il tratto di fitto bosco misto, oltrepasso il parco degli Alpini e il relativo monumento dove inizia l’asfalto che in breve mi conduce a Lodrino e poi, dopo sette ore e mezza dalla partenza, alla Cocca. Ripensando alla stupenda giornata, recupero dal bagagliaio dell’auto la borsa con il ricambio e mi preparo il beverone a base di aminoacidi ramificati per ottimizzare il recupero, nel frattempo riprende a piovere, con soddisfazione lascio scorrere sulla mia pelle le gocce di pioggia finché il calore dello sforzo svanisce e sento l’esigenza di mettermi una maglia.

Nel viaggio verso casa rivivo i momenti salienti dell’uscita e ne riprovo le profonde sensazioni, ovviamente quelli che più ritornano alla mente sono i lunghi tratti fatti in nudità: mi sono sempre sentito a mio agio in montagna ma oggi c’era qualcosa in più, c’era una tranquillità d’animo di un livello mai percepito, c’era un’integrazione con l’ambiente d’una profondità mai sentita, di sicuro le tante ore recentemente fatte vi hanno contribuito, ma la mia mente intuisce che il maggior merito è da attribuirsi alla lunga nuda permanenza tra i monti, una nudità che pur rendendoti indifeso a fronte delle possenti forze ella natura, contemporaneamente ti permette di assorbire parte di tale forza e sentirti sempre più protetto da quello stesso ambiente che parrebbe volerti sopraffare! Stupendo, meraviglioso, assolutamente da provare, vorrei tanto che ci provassero quelle persone che, ottusamente, si oppongono al nudo pubblico, quelle autorità che, immerse in un pensiero debole e povero, impediscono la nudità pubblica e/o si rifiutano di darle il suo onesto e giusto ruolo di normalità, quelle autorità (anche naturiste) che, ipocritamente, prima dicono di comprendere la sanità del nudismo per poi deliberare affinché lo stesso venga relegato all’interno di piccoli e recintati spazi: provate la nudità nell’immensità dello spazio montano, capirete perché io, come altri, non posso accettare tali limitazioni, venite con me e capirete, ca pi re te!

Lunedì 6 giugno

Per aiutare il recupero esco nuovamente in Gavardina per farmi cinque chilometri di cammino, la prima metà li faccio camminando velocemente poi, viste le buone sensazioni delle gambe, decido di passare alla corsa, così ritorno indietro alternando 1 minuto di corsa a media velocità a due minuti di cammino veloce. Sperimento le scarpe nuove, identiche, in modello e numero, alle vecchie ovvero La Sportiva Ultra Raptor GTX per me ormai una certezza, e, con mia grande sorpresa, durante la corsa inizio a sentire una leggera localizzata pressione sulla parte superiore del piede, pressione che man mano si trasforma in dolore: “mannaggia, eppure sono identica alle altre”. Rientro a casa e nel togliere le scarpe scatta una fitta dolorosissima come se avessi dato una pedata contro lo spigolo di un armadio, fitta che, innestando una mia profonda preoccupazione, si ripete ad ogni passo e viene stimolata anche dalle sole ciabatte: è un piccolo solo punto dolente dove alla digito pressione rilevo una piccola pallina dura che non percepisco sull’altro piede.  Vado a letto confidando nella cura del tempo. Al risveglio il dolore s’è attenuato sensibilmente ma si rinforza nel calzare le scarpe, le allaccio con pochissima tensione e, appena possibile, mi procuro un tubetto di Voltaren che applico metodicamente sulla zona mediante un lungo massaggio. Mercoledì mattina il dolore è quasi completamente svanito per cui provo ad andare al lavoro indossando le nuove Raptor, per sicurezza mi porto al seguito anche delle scarpe più morbide che, però, fortunatamente non devo usare: a sera il dolore è scomparso del tutto, con mia somma soddisfazione pare essere andato tutto a posto.

Giovedì 9 giugno

Ripetute (trenta secondi camminando a tutta e sessanta camminando lentamente ma non troppo) sul breve (meno di un chilometro) ma ripidissimo sentiero diretto del Monte Budellone. Stavolta riesco a eseguirle fino in cima, anche se vi arrivo piuttosto provato. Discesa per metà tranquilla poi di corsa per evitare le continue scivolate date dal terreno pesantemente bagnato. Provo ancora le scarpe nuove e va tutto per il meglio: pfui, avevo per un attimo temuto di dover rinunciare al giro!

Escursionismo: quale abbigliamento (1)?


Prima di tutto mi qualifico, visto che in questa società basata sull’apparire e sull’inganno molti sono coloro che non credono alle parole del primo venuto ma vogliono riferimenti e qualifiche.

Ho iniziato ad andare in montagna all’età di 14 mesi, a tre anni mi è arrivato in regalo il mio primo paio di sci, da allora l’estate a camminare e l’inverno a sciare. All’età di otto anni, in campeggio con l’oratorio, ero l’unico tra i minori ad essere ammesso alle gite escursionistiche vere e proprie. Poi tanta montagna con gli scout, le gare di sci, le gite con un gruppo escursionistico di cui divenni uno dei più apprezzati capigita, infine l’arrampicata e, nel 1978, il corso di roccia.

Nel 1980 divento Istruttore Sezionale di Alpinismo del Club Alpino Italiano (CAI), partecipando come istruttore ad un minimo di un corso (arrampicata su roccia) all’anno, che diventeranno presto due dato che iniziai a collaborare anche con i corsi di ghiaccio alta montagna.

Nel 1984 prendo il titolo di Istruttore Regionale di Alpinismo del CAI e subito dopo inizio a dirigere i corsi di alpinismo. Nel 1990 divento Istruttore Nazionale di Alpinismo e negli anni a venire, oltre che dirigere vari corsi in tutte le discipline alpinistiche, assumo la direzione di due scuole di alpinismo, collaboro con la Scuola Regionale di Alpinismo e per qualche anno, poi problemi alle ginocchia e comparsa di occasionali vertigini mi costringono ad interrompere l’attività, anche con quella Nazionale.

Per finire potete, se lo ritenete opportuno, leggervi anche la mia attività alpinistica http://www.emanuele-cinelli.it/pagine/chiacchiere/attivita_alpinistica.html.

Terminate le presentazioni veniamo al contesto vero e proprio dell’articolo.

Proprio in questi giorni una rivista che parla di montagna e alpinismo si è rifiutata di pubblicare un mio piccolo intervento perché: “da tempo sto faticando per far capire quanto sia importante il corretto abbigliamento, parlare di escursionismo in nudità sarebbe una forte contraddizione”.

Invero non c’è nessuna contraddizione: è solo l’effetto di un secolare condizionamento mentale che porta a pensare questo, in alcune situazioni l’abbigliamento migliore è proprio la nudità. Senza la pretesa di esaurire la questione, ci vorrebbe un trattato voluminoso che nessuno poi leggerebbe, ma apportando alcune considerazioni d’esempio che sole bastano a chiarire la questione e, spero, inseminare qualche dubbio, vediamone le ragioni.

Ci sono tre aspetti da prendere in considerazione parlando dell’abbigliamento escursionistico: la salubrità, il confort e la sicurezza; in ogni momento la scelta dev’essere attuata a seguito di una corretta valutazione dei tre aspetti, tenendo conto che per certi versi sono tra loro interdipendenti (ad esempio, sicurezza non vuol dire solo protezione dagli agenti esterni, ma anche considerazione degli aspetti interni di salubrità), arrivando a definire una loro media ponderata.

Sicurezza

La sicurezza è di certo l’aspetto che porta più punti al vestiario che al nudo, ma la montagna non è sempre ambiente ostile.

Se d’inverno molti possono essere i pericoli oggettivi (valanghe in primis) che possono indurci in molte occasioni (ma non in tutte, ad esempio un ambiente di bassa montagna, con pendii moderati e non valangosi, con neve trasformata e dura oppure fresca e polverosa, in una giornata di sole e senza vento, si presta moltissimo a belle escursioni invernali in nudità) a non togliere il vestiario, d’estate le cose cambiano considerevolmente e il più delle volte, nella maggior parte delle situazioni, il vestiario non apporta nulla alla sicurezza: se mi cade un sasso in testa non sarà certo l’essere vestito ad evitarmi il trauma; se scivolo e cado in un dirupo, il vestiario potrà, forse (perché il vestiario si può anche rompere e non è incollato alla pelle), evitarmi le abrasioni, ma di certo non mi eviterà contusioni e fratture; se sbatto un ginocchio contro una pietra, l’avere o meno indosso i pantaloni non mi allevia la contusione; se metto male un piede l’essere vestito non può certo evitarmi la distorsione della caviglia (qui al massimo può entrare in gioco il tipo di calzatura e le scarpe le usano anche i nudisti); e via dicendo.

D’altra parte l’escursionista nudista si porta comunque al seguito tutto il vestiario necessario e andrà man mano a indossare quanto la situazione del momento richieda, esattamente come fa un qualsiasi altro escursionista.

montagna_nuda2Confort

Qui c’è ben poco da dire, è quantomeno evidente che non esiste niente di più confortevole del corpo nudo: nessun tessuto che possa creare allergie o fastidiose irritazioni da sfregamento, niente che possa stringere, niente che possa ostacolare il movimento.

La ricerca del confort da ormai diversi anni è diventata una costante in chi fa alpinismo ed escursionismo ed è solo conseguenza di un forte condizionamento mentale il fatto che pochissimi abbiano preso in considerazione il nudo.

Salubrità

Qui è un po’ meno evidente, ma anche per questo aspetto il condizionamento mentale alla negatività del nudo gioca un ruolo fondamentale.

Da sempre la medicina dello sport insegna che è importante sudare il meno possibile, ma sudare il meno possibile vuol dire mettersi addosso il minimo vestiario necessario in ragione della temperatura del momento e quando questa supera un certo livello (non indico un valore preciso perché è condizione molto soggettiva) il minimo vestiario necessario è la nudità. La cosa è molto più evidente nell’uomo che nella donna, farò quindi il discorso riferendomi all’anatomia maschile, questo non toglie che il tutto abbia valore anche in riferimento alla donna. I testicoli devono mantenere una temperatura il più possibile costante ecco quindi che la natura non solo li ha messi esterni e li ha avvolti in un dissipatore naturale, lo scroto, ma li ha anche dotati di numerosi e importanti sensori del caldo, sensori il cui funzionamento viene però alterato, se non inibito, innanzitutto dalle mutande il cui utilizzo è, per inciso, la prima fonte di malattie dei genitali, ma poi anche dal vestiario in generale: lasciare i genitali liberi vuol dire consentire al corpo la migliore termoregolazione possibile e, alla fine, sudare molto meno se non per niente.

Lasciando perdere le pur sempre valide ipotesi dell’interesse economico delle case produttrici di abbigliamento sportivo, la nudità crea imbarazzo (affermazione oggi non del tutto vera, ma tant’è, pare che siano più importanti quei pochi che ancora provano imbarazzo davanti a un corpo nudo piuttosto che i tanti che non lo provano) e allora giù tutti ad inventarsi tessuti che permettano la migliore traspirazione possibile. Va bene, benissimo, quando proprio dobbiamo indossare qualcosa è bene che questo qualcosa permetta la massima traspirazione possibile, ma nelle molte situazioni in cui il vestiario non risulta indispensabile ecco che dobbiamo pur prendere in considerazione l’assunto che, per quanto un capo di abbigliamento possa essere traspirante, sarà pur sempre un qualcosa in più rispetto alla pelle, è pertanto evidente che la nuda pelle possa trasudare molto meglio che la pelle coperta da qualcosa.

Parliamo ora della colorazione dei tessuti. In questi ultimi mesi sono stati diffusi i risultati di alcuni studi che hanno rilevato l’elevata tossicità di molti dei coloranti utilizzati dall’industria tessile, in particolare per l’abbigliamento d’alta moda, ma il dubbio che siano gli stessi coloranti usati per l’abbigliamento sportivo è lecito e, comunque, per quanto poco tossico possa essere un colorante è certamente sempre meno naturale della nuda pelle.

Infine prendiamo in considerazione le irritazioni da sfregamento causate dal vestiario e le allergie provocate dai tessuti. Se nel secondo caso la cosa è soggettiva, nel primo è invece oggettiva: tutti ne sono assoggettati e sebbene i tessuti siano sempre più elastici è anche qui evidente che l’assenza degli stessi sia di certo meglio della presenza.

Conclusione

Quale la morale di tutto il discorso? Beh, credo sia evidente: spesso ragioniamo in funzione di condizionamenti e abitudini che ci sono state indotte dalla società o dai leader sociali e ci dimentichiamo di valutare le cose con vera obiettività e oggettività, adottando le tecniche del problem solving e analizzando a tutto tondo le questioni. Un senso unico sempre in agguato, un senso unico che invece di migliorare la società tende a renderla sempre più schiava e sottomessa al volere di pochi: il nudo infastidisce qualcuno, il nudo è stato da qualcuno dichiarato osceno, il nudo è per qualcuno peccato, il nudo è per qualcuno reato, indi… sebbene possa essere la miglior cosa per molte questioni sociali (educative, ecologiche, mediche, eccetera) il nudo non va preso minimamente in considerazione, non viene preso in considerazione dai ricercatori scientifici, non viene preso in considerazione dai medici e dai salutisti, non viene preso in considerazione dallo sport. Che risorsa sprecata!

2^ Giornata dell’Orgoglio Nudista: relazione


Escursione nudista (Foto di Mauro)

Le sentenze di assoluzione dei nudisti sono ormai diventate prassi consolidata, così come si rinnova ogni volta la motivazione di assoluzione: “Il fatto non sussiste”. Eppure da una parte le Forze dell’Ordine continuano a spendere soldi pubblici in inutili fermi e assurde contestazioni di violazione all’articolo 726 del Codice Penale (“Atti contrari alla pubblica decenza”), dall’altra troppi nudisti ancora credono e diffondono l’idea che il nudismo in Italia sia proibito o non supportato dalla legge, se non limitatamente alle poche e ristrette aree dove lo stesso è consentito in funzione di specifici accordi con le Istituzioni locali: campeggi, agriturismi, spiagge riconosciute. Una contraddizione, quella di cui sopra, non più accettabile, alla quale è opportuno ribellarsi: basta accettare impunemente fermi e contestazioni oggi inopportune e fuori luogo, ma soprattutto basta auto esiliarsi nei ghetti nudisti. La società italiana ha ormai definitivamente e palesemente accettato il nudismo come una delle sue espressioni, lo facciano anche i nudisti, smettendo di fare le vittime e mostrandosi fieri della scelta fatta.

La locandina dell’evento (Foto di Fonte Alpina Maniva e Emanuele C.)

Nata nel 2011 per invitare i tessili ad avvicinarsi alla pratica del nudismo, la Giornata dell’Orgoglio Nudista in questo sua seconda edizione si è allargata nell’obiettivo, abbinando a quello propagandistico anche quello dimostrativo e formalizzandosi in una escursione montana. Quale, infatti, miglior modo di dimostrare d’essere orgogliosi se non quello di togliere al nudismo i confini del ghetto e praticarlo sul territorio aperto, di togliere al nudismo l’esclusiva forma statica e trasformarlo in un’attività dinamica, camminando per un tempo più o meno ampio , su un percorso più o meno lungo, fuori da ogni contesto di controllo iniquo e forzato, di concessione dell’ovvio, di autorizzazione a fare quanto di fatto già autorizzato?

Così è che un drappello di persone, purtroppo dimezzato dalle previsioni meteorologiche, domenica 3 giugno si ritrova in quel di Prevalle (Brescia) per partecipare a questa 2° Giornata dell’Orgoglio Nudista, organizzata dal blog “Mondo Nudo” in cooperazione con il sito “iNudisti”. Diciotto erano le preiscrizioni, nove alla fine i partecipanti effettivi, tra i quali una donna e un tessile, per l’occasione spogliatosi anche lui.

Alle 07.15, passati i quindici minuti canonici di attesa dei ritardatari (avvisare no, eh!), il gruppo si mette in avvio e sotto la guida dell’organizzatore, Emanuele Cinelli, nel rigoroso rispetto di (assurdi) limiti di velocità, risale la Val Sabbia, il Lago d’Idro e la Val del Caffaro, per raggiungere il punto di partenza dell’escursione. La mattina è piuttosto fresca, per cui i nostri si mettono in cammino vestiti, ma bastano una decina di minuti per scaldare a dovere le membra e far svanire le vesti all’interno degli zaini.

Primi passi sulla mulattiera (Foto di Guglielmo)

Come da programma si percorre la prima mezz’ora del sentiero 413 per poi deviare verso Malga Torrione, che si raggiunge in altri quindici minuti. Qui, dopo l’urticante attraversamento di una ampia e alta macchia di ortiche, si scende per un ripido canalino erboso alla base del salto superiore delle Cascate di Bruffione: per lo spostamento d’aria e il pulviscolo d’acqua provocati dalla cascata, il luogo poco si presta ad una sosta prolungata, ma la visita è d’obbligo e merita veramente la deviazione dal percorso principale. Risaliti alla malga, si riprende a salire per raggiungere lo spiazzo alla fine del sentiero, dove era programmata una la lunga sosta. Ma è presto e la splendida sensazione che si ricava dal camminare nudi inducono il gruppo a optare per la prosecuzione del cammino, sebbene questo voglia dire superare un tratto di terreno senza sentieri e particolarmente ripido.

Tutti nudi (Foto di Vittorio)

Sulle tracce dopo Malga Torrione (Foto di Mauro)

Cercando il percorso migliore e più semplice si individua una traccia che permette di procedere con maggiore decisione e riportarsi in pochi minuti sul sentiero 413 precedentemente abbandonato. Un largo e pianeggiante spazio erboso, costellato di fiori, invita ad una sosta; mentre si chiacchiera dalla curva del sentiero improvvisamente sbuca un ragazzone sui venticinque, trent’anni vestito di tutto punto: pantaloni pesanti, maglia e pile. Sulle prime, vedendoci, il ragazzo si blocca smarrito, la sua, però, non è un’espressione di disgusto, ma piuttosto una titubanza a passare, il timore di disturbare la nostra nuda quiete. E’ un attimo e poi riprende il cammino passandoci vicino senza altri problemi, ci salutiamo cordialmente e, sudando malamente nel suo pesante vestiario, sparisce dietro la successiva curva del sentiero. Di li a poco lo seguiamo anche noi, freschi e lindi grazie alla nostra nudità.

Ancora su tracce di sentiero (Foto di Vittorio)

Uno dei tanti mazzi di fiori (Foto di Emanuele Cinelli)

Giunti alla piana di Bruffione la attraversiamo per puntare agli omonimi laghi, da cui ci separa un’erta balza coperta da rade conifere; in lontananza cinque escursionisti stanno percorrendo la piana per risalirla verso il Monte Bruffione. Senza fretta, risaliamo il pendio, salutando cordialmente altri due escursionisti che già stanno discendendo, valicando un simpatico ponticello di fortuna, ammirando fiori e paesaggi, godendo dei raggi di sole che ogni tanto filtrano dalla coltre di nuvole che ricopre il cielo: sono pochi e flebili ma la pelle nuda li percepisce immediatamente donandoci una piacevole sensazione di calore.

Arrivo ai Laghi di Bruffione (Foto di Mauro)

Valicato un dosso ecco che in fronte a noi si presentano due gemme blu incastonate nel verde dei prati e nel marrone delle rocce: i laghi di Bruffione. In riva al primo, trovato un posto riparato dal vento che qui spira prepotente e freddo, termina la nostra salita.

Dopo una lunga pausa per mangiare e godere dell’incanto di questo posto, purtroppo ad un certo punto costretti a rivestirci per il sopraggiungere di nere e basse nuvole temporalesche che fanno abbassare sensibilmente la temperatura, riprendiamo il cammino per ridiscendere a valle. Seguiamo, stavolta, il sentiero segnato con il 413, rispogliandoci non appena la temperatura ritorna a salire un poco: più o meno a metà discesa.

Salendo ai laghi dopo la piana di Bruffone (Foto di Vittorio)

Riprese le macchine si sosta in uno dei bar di Val Dorizzo, piccolo gruppo di case e alberghi al centro della Val del Caffaro, per sorseggiare, tra i ricordi della giornata e le promesse di future escursioni, una fresca birra smezzata con la gazzosa. Tra queste ultime chiacchiere si evidenzia fortemente la piena soddisfazione di tutti i partecipanti, nonostante i timori causati dalla previsioni meteorologiche avverse, tutto è andato per il meglio e anche il temuto incontro con altri escursionisti non ha creato problemi di sorta.

Salgono nubi minacciose (Foto di Guglielmo)

E’ mancata solo la presenza del Sindaco di Bagolino, che era stato non solo preavvisato dell’evento ma anche invitato a parteciparvi, siamo però certi sia stata dovuta da altri improrogabili impegni, visto che in contemporanea, in zona, c’erano almeno altri due eventi rilevanti. Alcuni avevano criticato la scelta d’avvisare il Sindaco affermando che questi avrebbe mandato in zona un drappello di agenti per impedire che noi si potesse stare nudi, s’era anche affermato che la pubblicità fatta all’evento ci avrebbe fatto trovare ad accoglierci orde di valligiani inferociti, come pure era stata contestata la decisione (che poi decisione non era visto che si tratta di una regola ormai canonica degli eventi del blog “Mondo Nudo” e del sito de iNudisti) di ammettere anche la presenza di tessili: “avrete al seguito drappelli di sbavoni intenti a scattare fotografie”. Beh, nulla di tutto questo è successo, nessun agente ci aspettava al varco, nessun valligiano inferocito si è fatto vedere, nessuno ci ha seguiti per fotografarci e godere maliziosamente della nostra nudità. Tutt’altro, come già menzionato, chi ci ha incontrato non ha dato segni di disappunto, non ha tentato di cambiare percorso, non ha telefonato ai vigili, ma è passato a noi vicino e ha risposto cordialmente al nostro saluto.

Pausa pranzo (Foto di Vittorio)

Che dire per concludere? Una splendida, perfetta, orgogliosa Seconda Giornata dell’Orgoglio Nudista, una bella giornata nudista che ha reso palese come con un atteggiamento nudista aperto e sicuro si possa ottenere una risposta altrettanto aperta e positiva da parte di chi nudista non è.

Grazie a tutti i partecipanti e arrivederci al 2013 per una Terza Giornata dell’Orgoglio Nudista ancora più partecipata e orgogliosa.

Mauro, Guglielmo, Alain, Maria, Simone, Emanuele, Alberto, Sandro, Vittorio (Foto di Vittorio)

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