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Innocenza edenica


L’espressione innocenza edenica con cui concludevo il mio articolo precedente ha continuato a presentarsi alla mente e a indurmi a considerarla più attentamente, ma più spesso mi sono esposto passivamente alle suggestioni che mi inviava, curioso di dove voleva portarmi, degli orizzonti che mi stava aprendo, dei collegamenti che poteva agganciare come fosse un amo da pesca lanciato nella corrente dei pensieri.

Il peccato ci fa uomini (meglio, cristiani)

Il primo pensiero affacciatosi evidenziava una contraddizione nella nostra mentalità comune. Nonostante tutto l’apprezzamento e l’allettamento quasi utopico di quella situazione paradisiaca, si è frapposto un impedimento, una situazione di definitivo non-ritorno quasi un perentorio richiamo alla concretezza (assolutamente imperativo per una persona “matura e civile”), come se la colpa, la caduta (e la conseguenza del dolore e della fatica del vivere) si fosse trasformato in un provvidenziale trampolino di lancio per una concezione nuova e responsabilmente più matura dell’Uomo, per capire compiti e dignità di un uomo che voglia considerarsi tale, quasi si dovesse continuamente riscattare con le proprie forze, per riportarsi in pari, o almeno vicino a quell’ideale.

Una seconda contraddizione consiste nel fatto che, pur raggiunto questo livello di autonomia e dignità, che lo getta nudo nel mondo e nei flutti della storia, e se la cava dignitosamente con le sole sue forze, debba comunque sentirsi in grato debito della vita al suo “Creatore”, riconoscere e accettare una condotta di vita dettata dall’alto, una morale che gli distingue il “bene” dal “male”, in attesa del rendiconto finale, come un massaro al suo signore:

«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Matteo 25, 34-36, già in Isaia 58, 6-7).

 Le sette opere di misericordia corporali ci acquisteranno misericordia nel giudizio finale, cioè il perdono dei peccati, e il premio del Paradiso celeste. Misericordia significa avere un cuore che si intenerisce per le sfortune, infelicità, miserie altrui e proprie. Come anche nella parola tolleranza, ci vedo sempre quel pizzico di presunzione che pone chi usa misericordia o tolleranza su un gradino di distinzione da cui elargire la propria elemosina, il proprio insignificante surplus… noblesse oblige… Ma meglio: quel piccolo obolo, quella minima beneficenza frutterà il paradiso, si tratta dunque di un investimento. Il tornaconto è moltiplicato di un fattore uguale a quanto consideriamo generoso e magnanimo il giudice-ragioniere.

E quel modello, quel racconto, quel mito, ci vien raccontato come se riguardasse tutta l’umanità, e non soltanto i seguaci di una determinata religione. Questo “cattolicesimo” (cioè estensione totalitaria a tutto il mondo e al genere umano) e il missionarismo che ne discende, oltre che essere una pretesa bella e buona, costruita ad arte come definizione di un progetto divino, urta contro il diritto personale, democratico, civile e condiviso (nel senso di “relativo alla pacifica convivenza nella medesima società di opinioni e credenze diverse”), di non avere fedi, o di poter scegliere liberamente quella che più ci aggrada, senza per questo sentirci il dito puntato dell’anatema, del tradimento, del disonore, della superba pretesa di ritenersi migliori di altri e starsene isolati dalla maggioranza con l’aristocratica puzza sotto il naso, di un agnosticismo pusillanime e di comodo. Come se anche solo la minimissima percentuale dell’1-∞ di “pecorelle smarrite” fosse il cavallo di Troia che minaccia l’intera umanità o un rischio di sopravvivenza per la religione stessa (“non c’è più religione!”). O si tratta di un risentimento, non tanto velato, di fronte al fatto di non aver ancora portato a termine il comandamento “andate e predicate il Vangelo a tutte le genti”.

La camicia di contenzione: prevenire, terrorizzare, umiliare

La seconda considerazione riguarda la colpa, la trasgressione del comandamento divino. Mi nascono dubbi sull’effettiva onnipotenza e onniscienza di Dio, se permette al Maligno di entrare nel suo giardino, se non ha previsto questo “attacco” … se è impotente di fronte al virus di Satana (probabilmente l’aveva effettivamente e subdolamente pianificato, criptandolo con la virtù dell’obbedienza, quando ha imposto il divieto stesso, quando ha lasciato aperta la backdoor della tentazione, della possibile intrusione). Sinceramente queste questioni non mi toccano minimamente: toccano solo il credente, chi giura sulla Bibbia, chi sente di aver bisogno di una fede – e di questo tipo di fede. Tuttavia le conseguenze, quelle sì, riguardano tutti i cittadini, perché la morale di questa religione è storicamente confluita pari pari nell’attuale ordinamento legislativo, da Costantino e Giustiniano in poi. Il tenere al guinzaglio le persone inventando per loro una “coscienza” (una telecamera di sorveglianza a distanza) con cui controllarle (rinfacciando, quasi beffardamente, proprio l’aver gustato del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male) è stata una genialata. Ma altrettanto genialata è stato postulare un Dio inconfutabile, vero, eterno e giusto per definizione, ottimo sotto ogni rispetto, e perciò autorevole e indiscutibile, con un suo piano di “salvezza” per ciascuno di noi e per tutti. Tradire questo piano significa remare contro, essere asociali, non partecipare al “progetto della salvezza” (da che cosa non si sa, lo si lascia nell’indeterminatezza, alla varia e personale attribuzione di significato), non contribuire al “progresso” umano, non lavorare “nella vigna del Signore”. E per chi lo accetta, una trasgressione, anche involontaria, significa tirarsi addosso il tremendo castigo di Dio nell’al di là e un senso di colpa nell’al di qua, che reclama una riparazione, un riscatto, pagato a suon di buone opere, pentimento, penitenza e buoni propositi. Come se l’uomo, per natura sua fosse matto da legare, agitato all’inverosimile dalle sue passioni che si azzuffano come gatti in un sacco. Passioni che tradirebbero la nostra bassa origine biologica che ci accomuna alle bestie, incivili perché non moderate dall’etichetta che si richiede in società.

Iznogud

I protagonisti del fumetto di  René Goscinny

I protagonisti del fumetto di René Goscinny

Proprio perché abbiamo peccato, siamo stati scacciati da quel giardino di delizie, dove non esistevano il lavoro, il dolore, i doveri, gl’impegni, le responsabilità, il sesso, i figli, la società, la morte. Non lo meritiamo più. A dir la verità, nemmeno mi piacerebbe passare la vita da Alì Babà, come per converso non mi piace che mi sia stata instillata questa aspirazione, fallimentare sin dall’inizio, di “diventare califfo al posto del califfo” come nel celebre fumetto (e analogamente fallimentari sono le disavventure della Banda Bassotti o di Wile E. Coyote).

Vado a pescare…

Detto su ciò tutto il male possibile, anche la bella espressione “innocenza edenica” si svuota dei suoi valori “positivi”, appunto perché funzionale a legittimare e confermare la presupposizione di un polo opposto, la connaturata esistenza e immanenza del suo contrario: il male, la colpa, la caduta, la punizione, quella spiegazione dei fatti. E di conseguenza, ritengo che la libera pratica del nudismo non può essere legata a nessuna ideologia, a nessun quadro culturale o morale, a nessuna credenza, a nessun movimento, militanza, partito, filosofia o utopia. Esattamente come nessuno ci può negare il diritto a campare, ad essere quel che vogliamo essere, a scegliere mogli ed amici, lavoro, cibo, sport, interessi. E non vorrei nemmeno usarla come argomento forte contro i nostri “detrattori”, nel senso che richiamandoci all’innocenza perduta, ci facciamo facile bersaglio dell’accusa che non abbiamo i piedi per terra, che viviamo nell’utopia, che il paradiso terrestre, volere o volare, è perduto per sempre, che ci manca il senso di socialità e condivisione di valori e persino il senso della dignità umana, e non abbiamo vergogna del nostro contegno quanto meno indecente, ma anche amorale, asociale, offensivo, impositivo, presuntuoso. Entriamo in un quadro dipinto da altri, ad arte. Non possiamo criticarlo senza prenderne a prestito gli stessi percorsi argomentativi. Possiamo solo andarcene da un’altra parte, per i fatti nostri. E cercar di far valere quei diritti della persona che nessuna fede, legge o filosofia, nessun ordinamento sociale, nessuno Stato può presumere di inquadrare, gestire… appropriandosene da padrone. Non m’importa se al momento nessuna legge ci garantisce questa assoluta libertà: me la prendo – punto e basta! Come al tempo di Antigone, esistono delle leggi più grandi di quelle scritte, esistono dei diritti personali che non ci possono esser scippati, nemmeno in nome del superiore bene comune.

E sto pensando, portando il pensiero all’estremo, all’assurdità di una Patria, o di uno Stato, che come un burattinaio vorrebbe reggere i fili delle nostre esistenze, che ha mandato a morire ragazzi non ancora ventenni, ripagandoli con la retorica di circostanza e falsamente commovente del Bollettino della Vittoria. O richiamando la sentenza lapidaria, romanamente imperiale e immortale: dulce et decorum est pro patria mori (dalle Odi di Orazio; frase che Wilfred Owen definì “la vecchia bugia”). E appunto nella poesia Dulce et decorum, Owen scrive che di fronte alle efferatezze umane, persino il demonio si sente sorpassato, si dimette, “è stanco di peccare”. Mi chiedo se a questo punto non vogliamo togliere al Padre Eterno una delle sue novissime prerogative, e anticipiamo da noi il tremendo giudizio universale, con la nostra morale, che salva i codardi e gli irresponsabili e manda a morire gli innocenti, i poveri docili agnelli indifesi, con la promessa di una risurrezione in gloria nei monumenti, nelle epigrafi solenni, nelle ricorrenze, nelle coccarde, nei papaveri rossi.

A cent’anni di distanza le cose sono cambiate: costa troppo il decoro. E non mi pare fuori luogo aggiungere che decoro appartiene alla stessa famiglia di decenza, che a sua volta deriva da decet “si addice, è conveniente, è giusto così”. Ma chi l’ha detto?

Grazie, vado a pescare…

Il nudismo nuoce più del fumo passivo (lo dicon le multe)


La società c’ingaggia come militanti del suo status quo, nel confermare se stessa e perpetuare le sue fondamenta, i suoi valori, la sua struttura; le basi del viver comune: civile, rispettoso, dignitoso. Sono tre aggettivi che sottintendono gravi impegni per il singolo, il giogo cui è sottomesso, la carretta che deve tirare. Non sempre la contropartita è commisurata allo sforzo, alla frazione di libertà che ci viene sottratta, alla decima fiscale (una taglia si diceva sotto Venezia), che qualcuno ha deciso che dobbiamo pagare, come se vivere in società fosse un contratto di mezzadria in cui noi stessi siamo però proprietari dei beni, calcolati per soprammercato come cespiti in addizione.

La società non ci ha mai chiesto un parere, né contrattato le quote, facendoci a volte ingoiare dei rospi (come ad esempio l’ipocrisia, la doppia faccia del male minore), le contraddizioni stridenti fra la “virtù pubblica”, da costruirsi sulla propria persona, per poi esibirla nel comportamento esemplare, come fosse una divisa elegante (e simbolica) da portare in servizio, e i “vizi privati”, tollerati o sanzionati a seconda del grado col quale la singola individualità vuol emergere; incoraggiare o reprimere secondo che sia vantaggiosa od eccessiva e scorretta.

Ognuno hai propri tappeti sotto cui scopare mende personali più o meno consapevoli. Di queste abbiamo vergogna noi stessi, senza che la società ce ne rimandi il riflesso per cui arrossire. Penso a certe indolenze, a pigrizie mentali, a certi egoismi spacciati a noi stessi come giusto orgoglio o fondata autostima, a certi arrivismi, a certi “diritti dei dritti” propugnati a gomitate. Di questi non sentiamo pudore, anzi, pensiamo sia eroico e sacrosanto difenderli (i pulpiti holliwoodiani ce lo van strombazzando da sempre), e per i quali venir rispettati, proprio perché per essi abbiamo combattuto e lottato.

Una delle ipocrisie che la società ci impone di difendere con un impegno assunto come scelta personale, come si trattasse di un arruolamento volontario per una crociata di santi ideali o per gli alti concetti di patria, di progresso (o allettati dalla moderna sirena del successo), è il “rispetto pubblico” verso noi stessi: ci fa paladini di una battaglia non nostra, che sborda dai limiti della persona, ci fa carico quasi di un debito ereditato, che è nostro dovere estinguere per non doverlo a nostra volta insoluto trasmettere, di un comportamento che non vorremmo esemplare, che non vorremmo esser noi a difendere e confermare.

 

Costumi adeguati, rispettosi, modesti

Se dietro un rispetto dovuto dobbiamo cercare un diritto che va salvaguardato, il profilo che demarca questo rispetto è stabilito però dalla società (che in questo non riconosce come prevalenti e per prima non rispetta i diritti e le irrinunciabili prerogative individuali: non è il singolo a stabilire quali siano le linee di una buona condotta, dei costumi adeguati, rispettosi, modesti). La scelta nudista ha messo a nudo questa interferenza, questa imposizione o ricatto sociale. Alla società non importa quali siano i confini della modestia/pudore individuali: non imporrebbe con tanta severità i propri, cioè quelli pubblici, non collegherebbe specularmente il rispetto che si deve a se stessi col rispetto che si deve agli altri membri della società, non ci investirebbe del dovere di ritrasmettere e perpetuare la propria “organizzazione dei valori”, i propri criteri di valutazione, la propria scala di priorità. Nella stanza da bagno puoi far quel che vuoi, ma almeno tira le tende! Ma per strada, ma già nel tuo stesso giardino o balcone, non sei più così libero, e l’occhiuto controllo sociale t’impone dei limiti, ti puoi metter nei guai se per caso ti si vede prendere il sole come mamma t’ha fatto.

 

L’eccezione per alcuni che conferma la regola (quasi) per tutti

Una contraddizione (e ipocrisia) che non posso accettare è anche questa: che talune persone, “pubbliche” per definizione, possono fare eccezione (artisti, registi e modelle): anzi, più sono pubbliche e più fanno eccezione… o viceversa. Il solito richiamo al “primo emendamento” (sbandierato come il contenuto vero della libertà e della democrazia) non vale per le anonime persone private. Ma contraddittoriamente: le stesse persone “pubbliche” che in nome della libertà di opinione ed espressione possono permettersi di forzare, se non infrangere, i costumi vigenti, questi che fanno della trasgressione prudente e controllata il veicolo della propria notorietà (che i media ritrasmettono come un modello comportamentale, out quel tanto che basta e un formidabile strumento di asservimento e controllo delle masse) sono ancor più condizionati dalle norme e dai riti sociali che devono seguire, appunto sul filo dell’infrazione, pena il flop di popolarità, il mancato plauso/ approvazione/consenso.

Se un settimanale illustrato alletta i propri lettori con foto osé di divi in mutande, o che provano in calette escondidas a far del nudismo, nessuno ha da ridire. (Loro, gli adulti, sono nudi, ma il pargolo ha il suo bel costumino e il volto sfocato, come s’addice a persone politicamente corrette). Nemmeno se poi si viene a sapere che l’han fatto per soldi. Un divo può farlo, è un poco più libero di una persona normale ed anonima. Un divo è funzionale all’ordinamento sociale; gli strali della reprimenda moralistica non lo colpiscono, anzi si ritorcono contro chi li ha scagliati, bollandoli d’esser bigotti e oscurantisti. Se un privato cittadino prova a fare lo stesso, rischia una multa esosa e non si capisce per quale danno reale.

Il fumo fa male, ma il nudismo fino a 200 volte di più

Il fumo fa male: a chi fuma e a chi gli è vicino, c’è scritto su ogni pacchetto di sigarette che compri (vedi le nuove scritte dissuasive: “Il fumo causa ictus e disabilità”; “Il fumo causa il 90% dei casi di cancro ai polmoni”; “Il fumo può uccidere il bimbo nel grembo materno”; “Il fumo riduce la fertilità”; e ancora “Il fumo aumenta il rischio di impotenza”): la multa (dai 25 ai 300 euro). Il danno a se stessi e agli altri è assicurato e da tempo clinicamente provato (quasi 50.000 articoli su PubMed).

La semplice e mera possibilità che la mia nudità sia visibile pubblicamente è punita a discrezione di un agente dell’ordine. «Chiunque, in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 10.000» – al solito ridotta di 1/3 se pagata entro 5 giorni (è da ricordare che la massima sanzione, oltre la quale c’è la reclusione, è di 50.000 euro: diffamazione, reati sportivi, frode fiscale…). Senza che mi si contesti o sia altrimenti palesemente dichiarata e accertata la nocività verso terzi del mio comportamento! Sono danni morali, mi si obietterà. Ok! Ho ben capito qual è la morale dello stato che incassa, o dietro quali alibi ancor si nasconde. Difende la maggioranza che lo sostiene. Chiunque farebbe altrettanto una volta al potere.

A proposito di  multe: l’eccesso di velocità rappresenta un possibile pericolo, anzi, direi un reale e comprovato pericolo, “clinicamente provato” dicono dagli ospedali e dall’Istat, ed è giusto che venga sanzionato. La multa massima per il caso più grave: viaggiare a 60 km oltre il limite (3287 euro) con un mezzo pesante (+ 50%: 3287 + 1643,5 = 4939,5), tra le 22 e le 7 del mattino (+ 1/3: 4939,5 +  1646,5 =   6586) supera di poco la multa minima per “atti contrari alla pubblica decenza” (5000 euro).  È solo un paragone, non ho la preparazione giuridica per capire di più, il perché e il percome.

Se lo stato usa le multe per farmi entrare in testa un concetto, che cosa ne devo dedurre?

Ebbene qualcuno mi spiega finalmente in che cosa consiste il danno, l’offesa, il pericolo, reale comprovato, della pubblica nudità? È poi così grave da ricorrere a ripari tanto drastici e pesanti? Obiettivamente, dico. Certo che tiro l’acqua al mio mulino, sto minimizzando: ma che cosa sto minimizzando, che cosa non è una bagatella? Che cosa non avrei ancora capito di come funziona la società e del possibile pericolo rappresentato dalla mia nudità? Ma soprattutto: dove sta l’indecenza?

La società erge le proprie barriere a difesa di ciò che le sta più a cuore… pardon, di ciò che le dà maggior tornaconto. Divi e modelle non avrebbero contratti, auto sportive e profumi (il massimo del superfluo, dello spreco, della vera indecenza! dell’esibizione sfacciata del proprio ego… asociale), non potrebbero far leva sull’erotico appeal di seni e cosce scoperte, di corpi nudi e scultorei, di figure ideali o idealizzate, eroiche, mitiche, d’eccezione, funzionali alla promozione; da proporre come dannunziana “favola bella” ai comuni mortali; proiezione emotiva, consolatoria e bastantemente gratificante a noi poveri tapini normali, a noi “perdenti” che non ce l’abbiamo fatta ad emergere, e che abbiamo bisogno dei paradisi irreali di Photoshop per fiondarci in un mondo da serra, costruito ad arte per farci ancora più poveri.

La fattoria

La legge, grande ipocrisia, si autodichiara eguale per tutti, si autoidentifica con la giustizia con tanto di bilancia e benda sugli occhi. C’è sempre qualcuno “più uguale” degli altri: nella fattoria degli animali umani, guai a chi trasgredisce le norme che tengono in piedi la baracca, la gerarchia. Come a far capire: guai se la società fosse davvero egualitaria con gli stessi diritti e rispetti per tutti. Non siamo tutti uguali, è una constatazione, ed è giusto che chi più vale, emerga, trovi il suo spazio… Non è piuttosto la legge della giungla?

Una società che non si vergogna delle proprie contraddizioni, delle bugie che è costretta a far bere, delle ingiustizie che per prima introduce, dei due pesi e due misure che applica a proprio arbitrio, che non ripara le proprie imperfezioni man mano che sorgono, non è una società in cui mi piace vivere, in cui è bello stare insieme. Si vede che – e ingenuamente non l’avevo capito prima, povero allocco – il potere vero, il potere di dare vigenza, certezza e potere alle leggi non sta nel sigillo di stato, ma da qualche altra parte. Che venga da qui anche l’opposizione al nudismo, sancita e sacrata (l’etimologia è la stessa) dalla legge, piegata strumentalmente a vantaggio di pochi? – opposizione tuttora immotivata, o motivata con argomentazioni scontate, con inviluppi retorici e contorcimenti tautologici, col richiamo a inviolabili tradizioni, a vuoti truismi –. E per conseguenza, verrebbe pure da lì la schiuma frenata di certi esibizionismi impuniti, questi sì spudorati, offensivi e socialmente dannosi?

Da vero nudista…


Da vero nudista non ho nulla da nascondere, nemmeno il fatto di esserlo.

E sempre mi meraviglio di come la mente sappia collegare e condensare in un aforisma mille pensieri vaganti, piluccati da varie esperienze, conoscenze, escursioni ed incontri.

L’aforisma mette a nudo che mi nascondevo dietro ad un dito e non avevo ancor del tutto capito, né ero pronto a mettere in pratica nei fatti quel poco di certo che avevo capito. Svela a me stesso le mie ipocrisie, mi toglie l’ultima foglia di fico, le fette di salame dagli occhi.

Spesso sono reticente a dire pacificamente che sono nudista: minimizzo, ometto, ripulisco attentamente quel che dico da ogni possibile rischiosa allusione. Come se la soglia del pudore si fosse spostata più in là: dal livello fisico e visibile a quello verbale, comunicativo, ideale, concettuale, relazionale. In effetti, da una parte il pudore nasconde dietro le quinte della rappresentazione di noi stessi in pubblico una parte di noi (la regia, le prove, le apprensioni, il trac), dall’altra siamo specialisti nel dribblare l’argomento, come avessimo timore di comprometterci, di rimetterci la faccia. E quasi abbiam più pudore a dire che a fare, più a dichiararci che a mostrarci.

L’aforisma mi ha rivoltato come un calzino (magia delle cose segrete che si mestano nell’inconscio e si danno poi a vedere urgenti e perentorie, ma altrettanto univoce e ferme). Mi ha messo di fronte a uno specchio: sono coerente? di che cosa ho paura? che altri si facciano un’idea negativa di me? Ah! Ecco scoperto dove si arresta la mia convinzione! Ancora la benedetta bilancia: sempre a pesarmi ogni mezz’etto, e il tocco di fard, come prima che vada in onda il talk show. Ancora non mi son liberato dalla “schiavitù sociale” simboleggiata dal portare una toga e per il quieto vivere mi chino ossequioso al costume; mi mordo le labbra in supina osservanza ed accetto l’immagine che la società mi ha confezionato ritagliandomela addosso (king size). Il corpo di carne s’è trasformato in corpo sociale (scippato quello reale e personale), mappato con le sue “zone di rispetto”, “privacy”, osceno e tabù.

Che ci perdo?

Che ci perdo se sanno che sono nudista? Soltanto il falso fantasma, la maschera sconcia adatta alla scena; lo scudo a modo di stemma che mi son disegnato dice all’universo chi sono, il fantoccio che agito durante la recita e che ogni giorno io stesso da me mi confermo. E confermando lo approvo. Confermo pure come legittima la separazione fra “vizi privati e pubbliche virtù”. Accetto come “vizio”, come eccentrica stravaganza al limite della legalità (quasi da carnevale), godermi attimi miei, di vita reale ma solo nell’intimo del privato di casa, del club privé, del campeggio recintato da siepi, per non urtarmi troppo con la società (per ben che vada: indulgente, tollerante, permissiva, laica…). Lo ammetto, sono pigro: non salgo sui tetti a proclamare convinzioni e virtù, non scendo in piazza a predicare un nuovo vangelo, non vado in tivù.

 

Il nudo: l’estetica subdola dell’osceno

Il nudo attira gli sguardi, perché così si vuole funzioni. Il nudo fa ancora notizia, fa vendere: non si rinuncerà tanto facilmente a questa gallina dalle uova d’oro. Magari con pretesti di tipo morale, con frasi fatte che nulla spiegano, avvolte nella nebbia dell’ovvietà autoreferenziale, del truismo da corto circuito semantico, del reticente eufemismo – e della pigrizia (di nuovo) che a volte può prenderci quando vogliamo approfondire le cose. Come avessimo veduto il volto della Gorgone, il pensiero si pietrifica, non scalfisce il muro di quel che si spaccia per “buon senso comune”. Una “civiltà” millenaria ci ha completamente ridisegnati nel corpo e nella mente, bisturi alla mano. Risultato: caricature di noi stessi, oscenamente brutti, al limite dell’inguardabile, talmente siamo rifatti.

Ovvietà

Ho imparato la lezione: no, non dirò pubblicamente che sono nudista, ma nel caso farò capire:

  • che è un’ovvietà naturale che più non si può,
  • che non è qualcosa che si deve capire, un costume che si deve imitare come un’effimera moda, o un percorso iniziatico per degni eletti,
  • che come tutti, ho il mio “buon senso”, e non devo spiegarmi, difendermi, giustificarmi, render ragione di fronte a un tribunale fittizio, che da me mi sono inventato come fosse reale,
  • che non ce l’ho con nessuno,
  • ma che semplicemente faccio a modo mio, come natura da sempre m’insegna, semplice e lindo, nudo nato così come sono e mi voglio.

Non critico, ma nemmeno accetto di essere come gli altri mi vogliono o vorrebbero impormi di essere.

Così come sono

Sono naturalmente orgoglioso di come mamma m’ha fatto. Di più non dimando.

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