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Il nudismo rompe


Il nudismo toglie l’attrattiva del nudo, la curiosità, la malizia, la trasgressione, il sex appeal. Vanifica tutti gli sforzi della società e dell’educazione a una vita morigerata, con delle regole, dei limiti. Toglie il gusto di superarli. Fa cadere tanti appigli di interesse, morbosità, tentazione. Le donne nude non son più una lubrica attrattiva; gli uomini nudi son più freddi e marmorei del David di Michelangelo, dei bronzi di Riace.
Il nudismo rompe troppe uova nel paniere. Il nudismo rompe. Il nudo è appetibile se spiato da un buco praticato dai monelli nelle assi delle cabine, da un diradamento lungo una siepe. Se il nudo in quanto tale non attira più, Play boy è costretto a chiudere, e così i locali di strip tease, molti studi pubblicitari dovrebbero riciclarsi, avendo perduto un passepartout adatto per mille prodotti; molte modelle (con la disoccupazione giovanile che c’è) dovrebbero cercarsi un altro lavoro.
Dove lo troviamo una panacea adatta a tutto, un altro peperoncino che piace a tutti?
Con la scusa della morigeratezza, la società ci chiude come pecore in uno stazzo e c’inculca il desiderio di evadere. E lo puoi anche fare, impunemente, se nessuno ti vede, se la fai da furbo, se non crei uno scandalo. La società ha delle regole per il comportamento in pubblico. Il nudo “artistico” è ammesso, è ammessa la (semi)nudità ammiccante che fa da zimbello per un altro messaggio che altrimenti non avrebbe la medesima verve attrattiva. Ma la vista del nudo vero e dal vivo è una violazione delle norme tacitamente condivise del buon costume (e del buon gusto, del bon ton, aggiunge il solito saputo, difensore dell’opinione pubblica, della classe, di un certo stile).
Il controsenso è che un divieto esplicito non esiste, un articolo di legge chiaro e inequivocabile non c’è.
Se il nudo fosse socialmente dannoso, sarebbe proibito e non ci sarebbe bisogno di spiegare alcunché. Sarebbe proibito anche in Francia, in Croazia, nei ghetti, in camera da letto, negli spogliatoi, nelle saune, alla visita militare, dal medico…
Sembra che la società si voglia difendere dalla vista del nudo vivo, vero e reale, pur riconoscendone l’implicita forza, l’arcano potere di catalizzare interesse, attenzione, propensione. Vien da pensare che nell’opinione comune il nudo non sia ritenuto gestibile in generale dalla società, sia una libertà con troppi rischi, perché può scatenare una forza della natura incontenibile e incontrollabile, che si ritene il singolo non sappia completamente gestire,  perché può esser l’occasione in cui può accadere l’irreparabile. Grazie! Bella fiducia!
Se il nudo è liberalizzato, addio privacy. Ma il livello di privacy non dipende da una scelta del singolo? Chiunque può raccontare del proprio stato di salute, dichiarare il proprio orientamento sessuale, mostrare il proprio estratto conto, confessare propri errori e “conquiste”. La nudità in pubblico non potrà mai essere imposta a tutti, ma sarà sempre una libera opzione, proprio perché il gradiente è stabilito dal singolo, esattamente come il vestire alla moda, avere gusti diversi. Il concetto stesso di “comune senso del pudore” è un’astrazione, una generalizzazione di comodo – la stessa espressione con la sua interpretazione massimalistica denuncia lo strapotere della maggioranza, non ammette eccezioni. O si vieta il nudo totalmente – e mi dovrete spiegar bene con quali motivazioni – oppure lo si lascia alla libera preferenza, all’opzione del singolo, al senso di affinità personale con le cose del mondo, come con qualsiasi altra questione che riguardi il gusto (estetico, morale…), e ciascuno confronterà la nudità con l’idea astratta e perfetta di come debbano andare le cose, con un’idea di ordine o di dover essere delle cose secondo il proprio personale concetto.
Pur non essendo in quanto tale vietato, una generica ostilità verso il nudo è però rientrata dalla finestra delle mezze parole, delle smorfie di disgusto, delle invettive, o dei sorrisi imbarazzati, delle posture impacciate, degli sguardi distolti. Come se fosse già tutto ovvio e scontato, come se gli spettatori andassero fieri della propria inossidabile posizione, di una certa qual distinzione e privilegio, di una certa posizione di vantaggio, che la nudità nuda e semplice invece (non so bene dov’è il nesso) farebbe vacillare.
Se il nudismo fosse generalizzato e tranquillamente accettato, sparirebbe la stessa parola, perché non sarebbe più un comportamento definito e riconoscibile, ma sarebbe inglobato nel continuum dell’agire quotidiano indifferenziato. Sarebbe solo una banale opzione vestimentale ristretta nell’ambito di un gusto personale, di una prerogativa di libera espressione individuale, di gestione della propria immagine pubblica.
Alla maggior parte della società piace che esistano dei limiti precisi in tutte le cose, chi più chi meno. Ma perché imporre questi limiti anche alle minoranze? Non m’importa di far parte di una minoranza, quando sono libero di esserlo e godo di eguali diritti e a mia volta non ledo gli altri nelle loro libertà e diritti, tra cui quello di associarsi a una maggioranza. E non m’importano le motivazioni di adesione a una maggioranza: fuga, rifugio, pigrizia, aiuto, puntello… Non voglio esser costretto a considerarmi menomato se non sono approvato, se non ho il consenso di tutti. Come individuo, con la mia testa unica e originale, sono senz’altro il polo estremo della minoranza. Ma d’altro lato sono anche orgoglioso di essere quello che sono, anzi, di essere molto originale: e non dovrei esserlo? che cosa devo alla società da adeguarmi ad essa pedissequamente, acriticamente? Solo per amor del quieto vivere?! Quando poi questa stessa società non esita a giudicarmi per quel che indosso, e basta che indossi qualcosa di sbagliato perché si traferisca il giudizio dal “peccato” al “peccatore”: non sono cioè gli abiti che indosso (o non indosso) ad esser sbagliati, ma sono piuttosto io, tutto-io come persona ad esser sbagliato, non ho tutte le rotelle a posto. E allora qualsiasi comportamento minimamente fuor d’asse mi può essere rinfacciato e usato per additare l’untore.
Ci viene insegnato a ragionar con la nostra testa, ma poi quando ragioniamo davvero, non tutto va bene, scatta l’anatema, lo stigma sociale, l’accusa d’eresia.
Che siano i nudisti le nuove streghe sul banco di una nuova inquisizione? valvola di sfogo delle tensioni e contraddizioni, dello stress e violenza che ciascuno ogni giorno s’ingoia?
Non ne ricavo un vantaggio tacciar di bigotto chi è libero di vederci non di buon occhio. Ma non mi spiego perché per primo costui abbia la pretesa che io la pensi come lui, che rinunci ai miei gusti in nome di un modello sociale maggioritario che non condivido (almeno su questo punto). Con tutto quello che il pensiero democratico, laico e liberale ci ha insegnato: rispetto e salvaguardia delle minoranze, libertà e diritti personali, legittima esplorazione di nuove strade (neue Wege, alla tedesca, nuove ondate (nouvelles vagues, alla francese) al viver sociale, all’espressione e realizzazione di sé: sospetto per quanto sa di massificazione, di percentuali totalitarie, di consultazioni plebiscitarie. Una società statica, uniforme, “massificante e monolitica” (per usare una terminologia politica di qualche anno fa) è destinata a collassare in se stessa, ad annegare nello specchio in cui si rimira.
Il nudismo è dirompente, sballa gli schemi, asseconda l’individuo nelle sue aspirazioni. Non siamo forse una società imperniata sull’individuo, centrata sulla persona nel suo contesto sociale e il suo corredo di libertà individuali e obblighi verso la collettività? Il nudismo rompe gli schemi imposti acriticamente, è critico soprattutto sulle imposizioni. Non è ben visto da chi teme di perdere il controllo sociale, la propria supremazia “morale”, il primato di esemplarità. Scardina la vox populi in nome delle libere scelte dell’individuo. Ha fiducia nell’intrinseca positività dell’essere umano, come individuo e come membro di una società. Non vuole imporsi, non vuol prevaricare. Reclama solo una possibilità per se stesso. Oggi la deve ancora rubare questa possibilità, estorcerla a chi arrogantemente la detiene, gliel’ha sequestrata in nome del “buon costume”.
Certo, la stessa esistenza del nudismo è un colpo al cuore al sistema. Pur senza intenzione. Il sistema non tollera di essere criticato, nemmeno per scelte che riguardano la sfera privata. Sa che certe libertà personali possono esser contagiose, espandersi, insinuare dei dubbi, fare tendenza e sovvertire le regole.
I nudisti non reclaman nient’altro che lo stato di natura, non sempre, non dovunque – almeno per ora – ma almeno nel tempo libero, nel proprio giardino, al mare, in montagna, in campagna. Ciò può contrastare con la cultura del resto della società. E come la natura non è soggetta al giudizio di una cultura, e sempre comunque vi sfugge e prevale, così nessuna cultura può arrogarsi il diritto di prevalere sulla natura, col rischio di generare “organismi naturali culturalmente modificati”.
E mille volte abbiam visto quanto costa ad una società contravvenire alle leggi, grandi e piccole, della natura.
Essere nudista cambia radicalmente l’atteggiamento di una persona nei propri confronti e nei confronti della società. Povera società, se si sente sotto accusa per la scelta nudista di alcuni dei suoi componenti. Tradisce un punto debole, una insospettabile vulnerabilità… per un’inezia, in fondo. Pur senza esplicita intenzione, è qui, in questa piaga mai sanata, che i nudisti affondano il coltello. Non è colpa dei nudisti se la società ha questa piaga, i nudisti ne sono guariti. Cercando di essere solo e semplicemente quello che sono, non sono crudeli, non è loro scopo infierire. Il nudismo non è una forma di critica sociale, di ribellione, ma positiva affermazione dell’uomo, dell’essere naturale ed armonico che è per natura, senza imposizioni, schemi, pastoie, concettualizzazioni sociali. Nudo e puro!
Chiediamoci perché si teme il nudismo, perché è ostracizzato dal consorzio sociale, ghettizzato. Senza volere diventa una scelta di campo, un discrimine netto, una critica non tanto velata, una ribellione della persona, che per sé, se costretto a una drastica scelta, preferisce seguir la natura piuttosto che correr dietro in mucchio alla società.

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