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Il pudore è un padrone


Da nudo vien fuori un’altra mia personalità: più forte, determinata, temeraria, anche più sincera. Una personalità senza compromessi con la società. Una personalità allo stato nascente: una meraviglia di bebè, che muove i primi passi senza pannolini. Una personalità da provare su strada, da percepire quanto mi cambia nell’aver a che fare con gli altri, verso i quali mi sento peraltro così indifferente. Sarà perché ho deciso che i condizionamenti non mi possono arrivare. E ho voglia di mostrare quanto son nuovo. Non per dire «Guardatemi quanto so’ ganzo!» Sì, può anche essere orgoglio, può anche essere esibizione. Può anche essere sesso. Nel senso che è con questo nuovo volto che eventualmente mi piacerebbe creare interesse. Non butto del tutto quel che ero prima: è ben collaudato da anni di pratica e formazione. Ma questo mio nuovo volto, abbronzato dall’esposizione continua alla luce del sole, comunica la carica che mi gonfia il petto quando “oso”, quando giorno per giorno corrodo le mie stesse remore, sostituendole con nuove abitudini. Micrometricamente mi vado mutando. Il corpo, i fatti che compio mi cambian la psiche. Il corpo mi dà sempre ragione: è rimasto bambino, recupera memorie lontane, di quando “non sapeva”, ricorda ancor oggi il salviettone in cui la mamma mi avvolgeva le spalle seduto sul tavolino del bagno, del liscio-fresco della pelle man mano asciugava, del tenero timbro delle parole che ancora mi par di riudire. La mente continua a bombardarmi di nuovi pensieri, mi cambia le scaglie giorno per giorno, via via più lucenti, dorate, iridescenti come pesci d’acquario. Sento la festa, quando son nudo, sento il sacro divenuto tempo/tempio comune, mi sento “santo”, in stato di grazia: il raggio che mi arriva dal sole non è solo luce e calore, è un’ebbrezza leggera, l’inizio d’un’estasi misurata e tranquilla. Da nudo mi sembra d’aver altri sensori, onde di varia lunghezza mi attraversano, frequenze musicali si trasmettono nell’acqua delle cellule, bassi bordoni mi armonizzano, mi fanno vibrare, mi assestano.

Gian Lorenzo Bernini, Transverberazione di santa Teresa d’Ávila (Roma, Chiesa di Santa Maria della Vittoria)

L’inconscio deve aver sempre saputo di questa risorsa. Un po’ alla volta me l’ha fatta riemergere, pungolando il corpo con il desiderio di mettersi libero, di aprirsi, di far arrivare tutto questo irraggiamento divino. Mi verrebbe da ringraziare il cielo, la natura, “Dio” per questo benessere. Lo assaporo tranquillo mentre mi serpeggia nei muscoli, mi risveglia le cellule, mi tempra di una forte e delicata tensione, mi compatta il tutto e quell’uno che sono.

Mi arrivan ricordo di quand’ero decenne, parole nuove per nuovi saperi. Curiosità ominose e terribili trafugate dai discorsi dei grandi. Il segreto dei segreti: come nascono i bambini. Enciclopedie divorate con gli occhi, fotografie ricordate alla tal pagina, da rivedere quando più pungeva il mistero. E la sensazione di essere ormai grande abbastanza, che bisognava sapere. Bastava un seno, nemmeno del tutto scoperto, i primi bikini, e l’incredula domanda: «ma non hanno vergogna»? sapendo bene quali vergogne ci avrebbero arrossato il viso e annientato di fronte agli altri. E quella volta della visita medica a scuola, quando tutti eravamo in mutande? Che brividi ancor oggi…

E adesso mi chiedo, come mai ci è venuta questa vergogna, questa “siepe” leopardiana che m’inchioda sul colle a consumarmi gli occhi, invece che alzarmi e andare, e giungere al mare?

Ma ora vado, esco, mi faccio bello per i raggi del sole che si sta levando a dar inizio a un buon giorno. E lui mi bacia, mi scandaglia, mi trova vitale e perfetto, intenso di forza come l’erba, i fiori, gli insetti, i mille colori del verde, il color della pelle mi dice che mi son fatto di bronzo, tintinno, taglio, trafiggo. Tengo questa spada a due mani, il bagliore mi difende, intimorisce: paradossalmente, proprio l’essere nudo mi difende più dei vestiti. Sarà che adesso si vede che non ho più paura, né vergogna d’esser veduto. Nulla più di nascosto. Non sono eremita della stanza da bagno, entro le mura di casa con le tende tirate. È fuori, all’aria aperta, aperto alla vista degli altri, senza sfide, senza onori, senza vittorie. Ma semplicemente perché così mi va, perché ora, poco per volta, mi sono allenato, mi sono costruito la forza di essere un altro. E in questa nuova pelle ci sto bene, bene come mai sono stato.

La nudità interiore diffonde all’esterno un bagliore che lascia basito chi guarda: «perché non anch’io?» Non è un privilegio. Le leve sono tutte a portata di mano. La nudità contagia, smuove desideri, crea sinapsi, produce ormoni, cambia gli umori. Apre gli occhi. Non che il vedere il pisello di un pirla che passa sia “il massimo della libidine”: è che ti fai domande su te. Domande serie, severe: a te stesso non puoi tanto mentirti, sai come stai. L’angolo del tappeto sotto cui scopi le cose che non sai come prendere nasconde già troppe cose, è ora di fare un bel repulisti. «Lui ce l’ha fatta…» e ti mordi il labbro scoprendo d’improvviso che sei in ritardo, che sei stato menato pel naso, correndo dietro a cose costruite da altri, ai boxer firmati! Non si può! D’ora in poi non si può! È questo il tuo goal, dopo l’ultimo calcio ben assestato: abbandoni la partita, non è più la tua partita, non è più la tua squadra. Vai negli spogliatoi, appendi al chiodo le scarpette chiodate.

***

In queste mattinate estive è un piacere uscire di casa e vedere il sole spuntare da dietro Cima Crapello, e son già in campagna per il mio solito giro.

So per esperienza che “accade l’inatteso”. Inutile che faccia calcoli probabilistici, che attenda o m’affretti. Va bene tutto, perché alla fine è solo uno il fatto che accade, intrecciato nella rete dei mille fatti anche degli altri. I sincronismi poi càpitano, conquaglian perfetti, sempre in anticipo su quel che pensavo… da stupire per quanto insieme commessi, fine intarsio d’ebanista.

Mi ero anche psicologicamente preparato con dei piccoli fioretti, rinunciando a piccole tentazioni della gola, a piccoli innocui piaceri. Non c’è una relazione fra le cose: ma una sensazione dice che c’è il suo perché; e di solito mi va di seguirla. Come se quelle piccole rinunce fossero il “prezzo” delle cose che vanno a buon fine, corrompessi a mio vantaggio il destino. Il desiderio era proteso a questa mattina; ritornava ad ogni momento di pausa. Mi vedevo in anticipo quel che mi sarebbe piaciuto che capitasse: creare una “zona di contatto”, incontri ravvicinati, domande e risposte. Al solo pensiero provavo un tremore adrenalinico e un’ebbrezza leggera che m’induceva a gustarla, indulgevo nell’ascolto di quest’altri piccoli innocui piaceri.

Dico subito che poi nulla è accaduto di quel che m’ero immaginato e al quale mi sentivo così ben preparato. Probabilmente sono uscito quei cinque minuti in anticipo che mi ha sfasato la tabella di marcia. Do la colpa alla mia impazienza.

Però già fin dai primi passi, nell’atto stesso di togliermi i pantaloncini due parole si sono formate e fuse nello stagno della linotype che ho nella mente: «il pudore è un padrone». Una cascata di pensieri, un dietro l’altro, si rincorrevano, senza lasciarmi il tempo di osservarli, di farvi attenzione, di segnarmeli. Mille situazioni si riproponevano: in tutte mi vedevo costretto a fare qualcosa, con una presenza invisibile sopra di me che mi controllava, severissima ed esigente, muta e impassibile, che se sgarravo avrei visto da me il castigo che m’ero attirato. Dall’altra opponevo la mia presenza nuda; con tutti i pensieri possibili e immaginabili, ma il corpo era libero, e il pensiero, millimetro dopo millimetro, vagliava, scartava, accertava. Sentivo l’aria entrarmi dai pori, l’aria stessa mi confermava il mio stato di nudità senza ceppi; quest’aria stessa mi aveva gonfiato polsi e caviglie e i bracciali di ferro eran saltati. «E ora chi mi prende più?» Ad ogni respiro mi sentivo di ingoiare questa certezza, questo punto fermo, questa forza d’animo… Sì, ho pensato proprio allo spirito: fra tutti i significati che può avere questa parola, preferisco quello che lo definisce come forza d’animo personale, fermezza di carattere, lucidità di pensiero, sicurezza nelle proprie convinzioni, apertura e coraggio di fronte al presente e al nuovo, pacatezza e misura nel giudicare e nelle aspettative, tranquillità di fronte al futuro, indipendenza di fronte alla gente… Nulla di trascendentale!

Probabilmente dovevo attraversare questa esperienza per meglio prepararmi all’incontro e allo scambio di vedute con i due signori incontrati…

Qualche giorno fa, di ritorno dal mio solito giro al vigneto (mi aspettavo un incontro, ma doveva accadere da sé), sto giusto per svoltare a sinistra sul viottolo tra i due campi, che sento dei passi dietro di me e subito dopo il rumore di un ciottolo calciato col piede, come un inciampo (la so questa storia dell’inciampo! quando l’imbarazzo di sentirsi guardato fra strisciare la scarpa, fa impuntare il piede in una commessura dei bolognini del marciapiede). Mi volgo e son due signori di mezza età, che già avevo visto altre volte, anch’essi in giro per la campagna di mattino presto. Imbocco il viottolo e mi giro a salutarli con un buongiorno, come fosse una cosa normale incontrare qualcuno nudo alle 6,15. Dovevano avermi visto già da una curva più indietro ed avermi seguito con lo sguardo per un minuto o due, fino alla distanza cruciale dell’inciampo.

Eran questi due signori che avrei voluto incontrare di nuovo.

Una piccola mia libertà


Intimi segreti

Con tremore leggero arriviamo a spogliarci, a confrontarci con gli altri su una linea azzardata. Col segreto desiderio che altri ci vedano e che poi faccian l’eguale. Ci vien dall’infanzia questa strana pulsione – forse fin da quando ci è stata vietata – fin da quando, tremandoci i polsi, abbiam voluto giocare ai dottori e mostrarci fra compagni il pisello. Una specie di senso di sfida a un divieto che non si capiva, non vedendone chiaro il motivo né il danno palese. Abbiamo imparato gradi di intimità, ad esser gelosissimi di qualche cosa che, ci dicono, è solo nostra, nel nostro recesso più intimo, un’anima intatta e preziosa. Un’intimità da cedere con parsimonia e solo a determinate persone, in determinate occasioni, a determinate condizioni.

Identità e trasgressione

È così che è nata e ci siam coltivati la nostra individualità? L’inviolabilità del nostro onore, della nostra dignità di persona, del nostro essere unici, diversi e distinti dagli altri? E perché questa distinzione dagli altri? Questo farci credere che dobbiamo avere un segreto, un’identità segreta, da Superman, come un asso nella manica da mettere in tavola alla buona occasione e pigliare la posta.

E così siam cresciuti con la voglia di scoprire a nostra volta le carte degli altri, per vincere, anche barando. Vincer che cosa? Nessuno, pare, sa bene come stanno le cose, e proseguiamo a tentoni, prendendoci schiaffi che lascian sulle guance le dita, arrossendo come gamberi per aver troppo osato, avendo tradito un tratto inconfessato di noi: la voglia di dominio sugli altri e nel contempo la mancanza di dominio di sé. È forse così che nasce e prende corpo quel modo innaturale di aver a che fare col sesso (e con l’altra persona): conquista, tracotanza, preda, intento, scopo, tornaconto… romanticismo?

 

Una stella cadente

Cos’è che ogni mattino mi fa bere nudo il mio caffè sulla soglia di casa? Non certo la voglia di sesso, ma piuttosto veder nei volti occhieggianti dalle finestre rimpetto, che la linea degli sguardi è schietta e diretta, s’è distesa, disciolta di un nodo; e dallo sguardo qualcosa di nuovo può risalire alla mente. Nulla m’han mai detto i vicini. Mi piace credere (non ho smentite, e non mi vengono in soccorso altri pensieri) che il vedermi così disarmato sia una piccola stella cadente che frantuma nella mente ostili pensieri, fossilizzati da sempre, ed ora quegli stessi vicini, che di giorno conosco sì e no, son certo si sentono un tantino più liberi, vedendo che anche questo è possibile, che qualcuno senza vergogna lo fa – e perché dunque non loro?; più leggeri di un fardello che si sentivan quasi costretti a portare.
Ai vicini il vedermi, dopo l’iniziale sorpresa, lo sbigottimento, il caos di pensieri in rinfusa, e il continuare a vedermi ogni giorno come cosa normale e senza che la cosa abbia anche altro senso, poco a poco gli calma i pensieri, ammorbidisce reazioni immediate, istintive e ferve la novità di un mutato pensiero, e l’opinione comincia a cambiare: la cosa è normale e possibile – il mondo può girar bene anche così, anzi…

Nelle nostre escursioni

Quell’impulso leggero che si attiva in azione, che mi fa star sulla soglia quei pochi minuti è anche una piccola quotidiana vittoria. Non giudico il mondo, non lo voglio combattere: lo faccio per me, seguendo un intuito che al momento mi detta il meglio da fare, il meglio per me innanzitutto, per rinfrescarmi la pelle, per destarmi la mente, per vedermi pari pari con la rugiada, la brezza e il primo sole che sorge e mi porge su un raggio il buongiorno e tutto il corpo m’indora; anche meglio si vede che tutto son nudo e che tanto mi piace questo momento al mattino.
Ed avviene altrettanto quando nelle nostre escursioni c’imbattiamo con altri: come strani, come addosso pesanti mi paiono quei vestiti di tela a coprire un’indecenza inventata, a nascondere – perdita secca – la gloria di un corpo vivente e perfetto, all’aria sbocciato. Perché, in aggiunta alla legge, sono leggi non scritte la decenza, il decoro, la reputazione?
Quel tremito lieve che allora mi sento è la voglia che cambi, che non esista più la vergogna, ma il saper che siamo egualmente noi stessi anche inermi, senza gli artigli di occhi rapaci a rubare impuniti intimità fatte sconce ed oscene, frutto raro e per pochi, e sesso feroce, come di furto, o da furbi.

Un piccolo gesto

Ecco s’è fatta ora d’alzarmi, prepararmi il caffè e bermelo tranquillo e sereno, appagato di questa mia piccola libertà che mi sono inventata e che ogni giorno mi prendo: un piccolo gesto innocuo e pacifico… personale. Piccola libertà personale che pur so contagiosa che ogni giorno mi rinnova quel tremito lieve, quel lieve timore. Dican pure i vicini di me, perché poi, aperta la porta, col chiaro del giorno, ancor più mi rinfranco in quel che sono e che faccio: questo è normale per me, la mia piccola libertà quotidiana.

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