Archivi Blog

Reclami


Reclamo la libertà di stracciarmi le vesti di fronte alle infamie, alle assurdità, alle bestemmie che per millenni ci hanno negato l’accesso ad una dimensione di sincerità con noi stessi, ad una verità ovvia e reale che non si regge su logiche, dogmi o sillogismi, ad un rapporto col nostro corpo “sociale”( = che si mostra e agisce in società) paludato delle plumbee, cupe vesti del conformismo, del perbenismo, dell’oscurantismo.

Reclamo la spigliatezza, la “spogliatezza” da ogni cappa ideologica che mi rafferma il corpo nella prigione vestimentale, convinto come sono che tutto quanto mi succede nel corpo, dall’epidermide ai fluidi più segreti, si trasforma in coscienza di sé, in conferma ed assesto della nostra identità, in àncora della nostra naturale (!) esistenza. E non vorrei mai confinare e pudicamente nascondere la dimensione “spirituale” entro schemi razionalistici, retorici, classificatorii, categorizzanti, consolatorii, assiomatizzanti. Come se l’unica esistenza possibile fosse quella convenzionale, quella che si è venuta storicamente affermando, quella ufficialmente, razionalmente, scientificamente, pubblicamente riconosciuta (e spontaneamente, irriflessivamente condivisa, o imposta col ricatto, l’onere e l’inevitabilità di far parte di una società). In quest’ambito siam tutti filosofi, abbiam tutti la nostra santa opinione, inviolabile, come attributo intrinseco della persona, dell’essere uomini.

Ma io non voglio più esser vestito da pagliaccio o Pierrot, ma solo della luce che il sole mi dona, della pelle abbronzata che testimonia di una vita sana all’aperto, di un modo di vita attivo, dinamico, arioso, perché così arieggio anche la mente. Non ho in mente eterei sofismi, mistiche ebbrezze, estatiche contemplazioni, ma il viver quotidiano e oggettivo, palpabile, com’è concreto, vivo e vitale il corpo in cui vivo e che mi delimita nella giusta, naturale misura.

Le vesti mi misurano violentemente, mi limitano la percezione della mia integrità naturale, imponendomene una fittizia e uguale per tutti. Cui prodest? O me lo si spiega bene e mi convincete, o faccio di testa mia, da pecora nera, secondo Natura (che pare ne sappia più di tutta la scienza e esperienza, più di ogni pratica e grammatica).

Perché infatti – come si diceva poc’anzi – “una volta provato non ne puoi più farne a meno”? Perché ci si vorrebbe tutti liberi da questa mascherata, da questa “castità-modestia-castigatezza-costumatezza” di facciata che ci portiam sin dall’asilo? Quando l’ho scelta? quando l’ho chiesta? come mai ci son dentro? come mai è ormai questo il costume di tutti?

Non siam tutti uguali. Reclamo la completa libertà di accesso al nostro corpo, la tranquilla accettazione della sua apparenza in pubblico, legittimato dalle leggi non scritte della Natura, ma che ciascuno ha inscritte in ciò che lo fa creatura.

Reclamo di essere fiore baciato dal sole, bottinato da api operose, franco e leggero come mai non son stato.

Melma infernale


Se per un attimo ci soffermiamo a considerare quel cencio che sempre teniamo tra mano a coprirci l’“obbrobrio” che abbiamo tra gl’inguini (da cui un corpo nudo pare che prenda l’estremo suo scandalo), al marasma di pensieri che ci elettrizzavano d’imbarazzo e vergogna – e per molti è ancora è così –, al senso di soffocamento che ci coglieva azzardando un’audacia mai prima tentata, rischiandovi il collo, allora possiam prender a prestito da Dante l’immagine di noi diguazzanti nel verde lordume d’una melma infernale.

Né più sappiam chiederci come ci siamo finiti, né chi comanda quaggiù, né – dio santo! – per dove si esce. Caligine fosca dintorno, bagliori di lampi lontani, tenebra tetra punteggiata di fuochi che si stanno estinguendo, occhi di bragia che ci minaccian punizioni di gran lunga peggiori.

Esagerando di molto le tinte, così è l’inferno che abbiam quotidiano, ammansito da riti, regolato da divieti che paiono sacri tanto sono intransigenti e assoluti, perché –  così ci hanno spiegato –  arcanamente lì v’abita un dio, e il nostro corpo n’è il tempio.

Sto parlando del pudore, di quella palude in cui ci sentiamo immersi senza saperne l’esatto motivo, come ad espiare al di qua la colpa di come mamma ci ha fatti. Che poi non è solo quello: c’è anche quel laccio che blocca la circolazione di naturali e benefiche linfe, che crea danni all’intero organismo e intacca molto spesso anche la mente.

Che mi fa maggior rabbia è vedere che questa belletta putrescente ce la siam inventata da noi, ce la siamo proprio voluta: mica ho vergogna se mi vede nudo il mio cane!

E allora: da lì voglio uscire, mollar quell’inferno, come mai fosse stato, e ripulirmi una volta per tutte, ridiventar naturale, col pelo lustro d’un daino, le scaglie d’argento d’un pesce, vellutato di pelle come una pesca matura. Mi vedo sotto una fresca cascata a nuotar nel laghetto, vispo come una lontra, guizzante come una trota. E poi asciugarmi nel trionfo del sole disteso sull’erba.
Il medioevo come Dante ce l’ha raccontato è passato oramai, o ancora dobbiamo vestirci penitenti d’un saio e batterci il petto in eterno per colpe che ci hanno addosso inventato… adesso, quando ancora siam vivi?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: