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Ricordar d’esser nudo


I pensieri ci vengono dai fatti che ci parlano senza l’intermediazione simbolica, logica e culturale del linguaggio, il filtro delle nostre valutazioni e interpretazioni, la quadratura cartesiana della ragione. Ci parlano naturalmente, direttamente, ci fanno intuire cose, riemergono spunti, si aprono prospettive; ci abbaglia, nella sua semplicità, la chiarezza di una nuova visione.

È quel che mi è capitato questa mattina alle sette bevendo il mio caffè sulla soglia di casa. Dal cancelletto sono quattro/cinque metri, dalla strada un po’ mi nasconde un’alta siepe di alloro. Ma dal cancellino, chi passa mi potrebbe vedere. Non che m’importi. Ma rimango egualmente guardingo anche solo per evitare piccole noie coi vicini. Se invece mi vedono joggers con casacche smaglianti o casalinghe dal passo veloce e dalla chiacchiera fitta, rimango lì dove sono anche se colgo i commenti e noto gli sguardi puntati.

Arriva un pensiero

D’un tratto m’arriva un pensiero: “altrimenti mi dimentico d’esser nudo”. Spesso queste frasi non si capiscono subito, sembra che manchi un passaggio (“bevo nudo il mio caffè, altrimenti…”) sono pensieri già di un passo più avanti, assomigliano a certi sogni che poi ci ritornano come déjà vu, quando per caso, più tardi quel che abbiam visto ci capita.

Da anni mi bevo il caffè sulla soglia di casa, con qualsiasi tempo. Mi serve per riprender contatto col mondo reale, le cose d’intorno, le case d’infilata lungo la strada e i vicini che apron le imposte, che vengono al piccolo parcheggio e partono per andare al lavoro. Io guardo il mondo e sento che anche il mondo mi guarda e a suo modo mi dà il suo buongiorno. Il ricordarsi che tutto nonostante, che sotto sotto son nudo mi dà un’altra misura del mondo: non lo guardo per come lo conosco, ma lascio che lui entri così com’è fatto, senza i miei filtri. E sono albe rosate, un freschino frizzante, una pioggerellina insistente, talvolta una nebbia lattiginosa che ovatta lo spazio, che bagna le macchine, i tetti, le foglie. E quando porto lo sporco fuori dal cancellino mi sento sulla pelle il tempo reale che fa: a volte è ancor buio, a volte già chiaro (se mi sono assonnato… perché sveglia non ho).

Coi piedi ben saldi per terra

Ricordarci di essere nudi, che siamo altri da come poi di giorno ci presentiamo, che abbiamo anche un’altra natura, più vera, naturale e sincera, che non ha bisogno d’esser retta da pensieri che quadrano, da un’antenna a terra ancorata da “venti” tesati, che non segue un percorso monitorato da navigatori che sembra conoscano tutte le strade del mondo… ma non giungono a veder il dettaglio dov’è casa mia.

Ricordar che son nudo, per non seguire le favole che ogni giorno ascolto d’attorno, quasi che il mio fare e il mio piccolo vivere non sian così degni di nota. E invece è proprio il mio  piccolo vivere che mi fa che son tutto e null’altro che questo corpo che vive, sta sano, in coppia con me al punto da non distinguermi più: mente, corpo, anima, spirito… e via misticheggiando. Sono nudo con sol le ciabatte. Sorpreso quasi d’avermi dentro scoperto (!) un’identità più vera e profonda, un Mr. Hide variegato e sempre un po’ nuovo che ancor poco conosco. Qualche minuto a guardare il mondo di faccia, col tempo che non più si scandisce in ore, anni e secondi, ma fluisce continuo e mi porta, e quasi non sento che c’è.

Come le foglie…

Ricordar che son nudo, come un giacinto che sboccia odoroso dal bulbo, che si mostra per quello che è. Non registrato da megacomputer che vorrebbero aver tutto sotto controllo. Tre soldi al mercato… e sembra mi dica, e mi par di capire che siam belli e perfetti così, come gigli di campo, più splendenti delle vesti di Salomone. L’ha detto Gesù! Alla fine vedo che anch’io, nel mio piccolo, ci posso arrivar su.

Reclami


Reclamo la libertà di stracciarmi le vesti di fronte alle infamie, alle assurdità, alle bestemmie che per millenni ci hanno negato l’accesso ad una dimensione di sincerità con noi stessi, ad una verità ovvia e reale che non si regge su logiche, dogmi o sillogismi, ad un rapporto col nostro corpo “sociale”( = che si mostra e agisce in società) paludato delle plumbee, cupe vesti del conformismo, del perbenismo, dell’oscurantismo.

Reclamo la spigliatezza, la “spogliatezza” da ogni cappa ideologica che mi rafferma il corpo nella prigione vestimentale, convinto come sono che tutto quanto mi succede nel corpo, dall’epidermide ai fluidi più segreti, si trasforma in coscienza di sé, in conferma ed assesto della nostra identità, in àncora della nostra naturale (!) esistenza. E non vorrei mai confinare e pudicamente nascondere la dimensione “spirituale” entro schemi razionalistici, retorici, classificatorii, categorizzanti, consolatorii, assiomatizzanti. Come se l’unica esistenza possibile fosse quella convenzionale, quella che si è venuta storicamente affermando, quella ufficialmente, razionalmente, scientificamente, pubblicamente riconosciuta (e spontaneamente, irriflessivamente condivisa, o imposta col ricatto, l’onere e l’inevitabilità di far parte di una società). In quest’ambito siam tutti filosofi, abbiam tutti la nostra santa opinione, inviolabile, come attributo intrinseco della persona, dell’essere uomini.

Ma io non voglio più esser vestito da pagliaccio o Pierrot, ma solo della luce che il sole mi dona, della pelle abbronzata che testimonia di una vita sana all’aperto, di un modo di vita attivo, dinamico, arioso, perché così arieggio anche la mente. Non ho in mente eterei sofismi, mistiche ebbrezze, estatiche contemplazioni, ma il viver quotidiano e oggettivo, palpabile, com’è concreto, vivo e vitale il corpo in cui vivo e che mi delimita nella giusta, naturale misura.

Le vesti mi misurano violentemente, mi limitano la percezione della mia integrità naturale, imponendomene una fittizia e uguale per tutti. Cui prodest? O me lo si spiega bene e mi convincete, o faccio di testa mia, da pecora nera, secondo Natura (che pare ne sappia più di tutta la scienza e esperienza, più di ogni pratica e grammatica).

Perché infatti – come si diceva poc’anzi – “una volta provato non ne puoi più farne a meno”? Perché ci si vorrebbe tutti liberi da questa mascherata, da questa “castità-modestia-castigatezza-costumatezza” di facciata che ci portiam sin dall’asilo? Quando l’ho scelta? quando l’ho chiesta? come mai ci son dentro? come mai è ormai questo il costume di tutti?

Non siam tutti uguali. Reclamo la completa libertà di accesso al nostro corpo, la tranquilla accettazione della sua apparenza in pubblico, legittimato dalle leggi non scritte della Natura, ma che ciascuno ha inscritte in ciò che lo fa creatura.

Reclamo di essere fiore baciato dal sole, bottinato da api operose, franco e leggero come mai non son stato.

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