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Gentilissimo


6:45. Passa l’automezzo della raccolta rifiuti. Al solito a quest’ora sono sulla soglia di casa, sorseggio il caffè. Il sole è sorto da una mezz’ora, una brezza mi rinfresca la pelle, mi sveglia.

Ho portato fuori i sacchi delle ramaglie sul marciapiede, ho bagnato il fazzolettino di prato che chiamo giardino.

L’automezzo si ferma all’altezza del mio cancellino. L’addetto scende, non è il solito. Mi avvicino, gli porto due birre:

– Sono per lei. Anche per lunedì scorso.

– Grazie. Gentilissimo.

E ritorno a finire il caffè.

Probabilmente fra colleghi si sono passati la voce: che in quella tal via c’è un tipo un po’ strambo che sta nudo in giardino. “Non morde, anzi: è uno dei pochi che ringrazia e offre qualcosa. Ci considera esseri umani: l’arancio fosforescente delle nostre casacche ci ricorda fin troppo che siamo solo quel che facciamo…”

“… e quello gira nudo in giardino! E senza imbarazzo viene a parlarmi. È proprio vero che il mondo è bello perché è vario! Il fatto è che l’ha fatto con tanta naturalezza che quasi non ci ho badato, non mi son sentito imbarazzato neanch’io. Un attimo fuori dalla realtà. Eppure non me lo sono sognato: le due birre sono lì sul sedile. Che m’importa se era nudo. Era gentilissimo… Per un attimo mi sono scordato della casacca”.

Metafore


1)

Ho rivisto in questi giorni il film La città nuda di Jules Dassin. Lì il significato di nudo rimandava a una situazione in cui vengono alzati i veli sulle magagne e miserie che spesso vengono pietosamente coperte da ipocrisie, connivenze, maquillage di facciata. Si tratta di un’amplificazione del motivo principale per cui ci si veste: “coprire le vergogne”. Facendo questo si dà evidentemente una sorta di legittimazione, per causa di forza maggiore, all’esistenza stessa delle vergogne. Un comportamento morale e coerente farebbe ogni sforzo per estirpare il male. Di fronte allo smacco, all’insuccesso, si accetta la situazione come male inevitabile, dando la colpa all’imperfezione e alla fallibilità umana. In caso di vittoria la specie umana andrebbe incontro all’estinzione. Come si dice, ci si mette una pezza sopra, si fa finta di niente e si tira avanti.

2)

La nuda verità associa l’esistenza di una verità coperta e perciò un po’ meno vera, di cui ci si accontenta. Rimane nascosta una verità che potrebbe ferire, creare “turbamento” (parola tanto cara ai nostri giudici e moralizzatori). Su un altro versante un’espressione quasi sinonimica, pura verità, esclude altre verità in quanto valutate come accessorie, non pertinenti, o vere solo parzialmente.

La nostra società può esser anche definita come un sistema dove agiscono diverse agenzie ideologiche (partiti, correnti di pensiero, conventicole, associazioni, movimenti, gruppi d’opinione…), ciascuna con la propria verità e autorità. A volte ci si può svincolare da queste autorità, a volte no – specie quando la “maggioranza”, a nostro nome, con la nostre delega, detta legge. Un tempo (nel secondo dopoguerra) si diceva che il rispetto delle minoranze era il banco di prova del buon funzionamento di una democrazia, che in forza del proprio 51% potrebbe diventare una tirannia per la percentuale rimanente.

Altre agenzie, di tipo morale, ma non meno condizionanti, che si autodefiniscono portatrici di verità (tanto più dogmatiche e indiscutibili, quanto più laudativamente additate come rivelate, salvifiche e divine), sono quelle che ci hanno imposto la foglia di fico, che hanno messo sulla bocca di Dio un comandamento tutto umano: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela». È innegabile che questo modello porti assoluti vantaggi materiali attraverso la sottomissione della Natura, tanto da giungere a dire che la ricchezza sia una manifestazione della benedizione di Dio (Max Weber). Per altro verso, e conseguentemente, sembra dunque “vergognoso” non sottomettere la Natura in noi, e la pezzuola è dunque un vessillo di vittoria e ci inquadra quali compartecipi dei misteri della creazione e dell’imperscrutabile disegno divino.

3)

Siamo “esseri sociali/politici”. Come per comunicare fra noi usiamo il linguaggio, con le sue regole, le sue convenzioni, così nell’agire con gli altri – consapevoli o meno – osserviamo delle regole, delle convenzioni. Queste sono talmente radicate nel costume quotidiano al punto che non riusciamo più a distinguerle da noi stessi, con molte sovrapposizioni e trasparenze identitarie. Persino nelle relazioni affettive o amorose. Chi riesce a stabilire dov’è il confine fra l’essere mamma/papà e figli in quanto persone e mamma/papà e figli in quanto ruoli? San Valentino ci ha appena ricordato che certi ruoli esistono anche nelle relazioni fra due persone che si amano. Nei momenti di crisi cerchiamo sempre di sapere chi siamo davvero come persone prima che come nodi della rete sociale. Proprio nella relazione amorosa siamo alla ricerca di noi stessi, della nostra autenticità, prima come individui, come persone, spogliati dalle parole che vorrebbero definirci, inquadrarci, darci “valore”.

Il metterci nudi col corpo mette in moto una girandola di pensieri e interrogativi su noi stessi: via via riconosciamo le maschere, le piume, le bandiere, i coturni con cui ci presentiamo in società, o che la società ci richiede. Siamo consapevoli della recita e questa consapevolezza aiuta a conoscerci meglio, a scoprire la verità su di noi, la nostra autenticità.

La nostra mente ci veste anche da nudi; imponiamo sugli altri i mantelli delle nostre aspettative, supposizioni, preconcetti… i veli dei timori e pudori, la livrea del nostro status sociale, la giornea dei nostri opportunismi e opportunità, la corazza delle nostre convinzioni, l’ordine di servizio di una qualche morale, i paletti di quel che è giusto o men giusto per noi, mettiamo alla prova le nostre tolleranze.

La metafora forza le maglie dei significati delle parole (catàcresi), li adatta, confronta, espande, proietta, sovrappone, stiracchia: le parole sono gommose, una pellicola elastica che usiamo per confezionare i nostri messaggi, per dar corpo ai pensieri. Sul bue della realtà, tratteggiamo distinti tagli di carne a seconda del pranzo che ci vogliamo imbandire, di come della realtà che viviamo vogliamo nutrirci.

Nudo vuol dir tante cose: quasi ogni giorno ne scopriamo un’accezione diversa.

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