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Un nuovo libro: “e poi c’è CAP D’AGDE”


Fresco, freschissimo, è infatti di ieri l’avviso della disponibilità di questa nuova fatica editoriale di un infaticabile amico che da tempo bazzica quell’inimitabile comunità de iNudisti alla quale il libro è dedicato.

Centodieci pagine condite di episodi vissuti in prima persona dall’autore, intrise di umorismo e anche di seria considerazione. Una lunga galoppata all’interno di un mondo misconosciuto eppure tanto presente nella società italiana e anche mondiale, il piacere (o il fastidio 🙂 ) di leggersi o di leggere di altri a noi più o meno conosciuti.

Non nasce come guida per chi voglia avvicinarsi alla nudità estesa oltre i soliti pochissimi intimi momenti, eppure può anche esserlo. Non è un manifesto propagandistico a sostegno di uno stile di vita, eppure può anche diventarlo. Non è un romanzo nudista, eppure romanza comunque un mondo. E’ di certo una lettura per tutti!

Ad un costo veramente irrisorio, è acquistabile on-line sia in versione cartacea che come e-book

libsiman

Ragazzi incontrano nudisti


Il bambino più grande volge ostentatamente le spalle al passaggio di un nudista durante la Newt (Radstadt, 4 luglio 2012); quello più piccolo mostra indifferenza, anzi una certa curiosità e simpatia.

Durante l’ultima Newt (Nacked European Walking Tour) con base al rifugio Aualm (1700 m) sull’altopiano a sud di Radstadt (Austria) in tre occasioni abbiamo incontrato anche bambini e gruppi di ragazzi. Ne ho riportato una sensazione mai provata prima: una sorta di pudore all’inverso. Mi sono chiesto come si devono sentire le parti bannate, bollate per “vergognose” (ah! è solo una nostra etichetta!); perché ne deve portare vergogna tutta la persona? Perché generalizzare? Ma ecco il Santo Vangelo ci ammonisce e conforta (?): «E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco.» (Matteo 18, 8)

1) Il 3 luglio verso le undici, eravamo seduti sulla terrazza del rifugio Sudwienerhütte – nudi, col permesso del gestore e la salviettina sulla panca. Mentre beviamo birra e succo di mele arrivano due donne e due bambini (di circa 8 e 11 anni). Ci osservano un poco e poi si siedono all’esterno della recinzione, vicino al cancellino d’ingresso. Dopo un poco, esco per una fotografia ai vitelli che pascolano lì attorno e vedo che i bambini mi volgon le spalle. Terminata la pausa, riprendiamo la nostra gita. Uscendo, vediamo che con gesto ostentato ci girano di nuovo le spalle. Quando finalmente siamo a distanza di sicurezza, entrano nella terrazza del rifugio. Tiro le somme e capisco il loro comportamento.

2) Lo stesso giorno nel pomeriggio, a più riprese incontriamo dei piccoli gruppi di ragazzi (14-18 anni) a volte coi loro assistenti. Molti, appena ci vedono, ci girano le spalle, chinano il capo a terra, le mani riunite davanti – ho l’impressione sia una reazione prevista, eseguita secondo istruzioni. Un gesto che mi fa male: come fossimo degli appestati da evitare persin con lo sguardo. Mi chiedo che cosa gli abbiano messo in testa da determinare questa ripulsa. E dall’altro lato ci siamo noi, liberi e nudi.

3) La foto che vedete è stata scattata esattamente un mese fa lungo crinale che ci avrebbe portato al rifugio Rossbrand. Appena ci ha visti, il più grandicello ci ha girato le spalle, poi è arrivata la madre che gli ha addirittura messo una mano sugli occhi. Per sommo di controsenso, la scritta sulla maglietta del bambino più piccolo dice: it looks good to me!

Noi: gli abominevoli! Una posizione che fa a pugni con quel che sinceramente sentiamo, col percorso che ciascuno ha fatto per giungere a superare il senso indotto del pudore. Se mi chiedo «che cosa c’è di male nella vista di persone nude?» rischio di prendere una deriva morale, dove prevalgono fedi, opinioni, convinzioni personali e rispettabilissime.

Non staremmo tutti più sereni senza questo discrimine? Sì, certo; grazie di avercelo ricordato ☺.

La nostra parte la stiamo facendo, in tutta prudenza, ma con determinazione, rubando ogni piccolo spazio di maggior libertà, a cominciare dal balcone o dal giardino di casa.

Mondo nudo o mondo vestito? No, Mondo!


Nei miei articoli ho dovuto, e dovrò, spesso utilizzare i termini di nudista e di tessile per differenziare tra loro i due stili di vita esistenti in merito al vestirsi: con “nudista” mi sono riferito a coloro che usano al minimo indispensabile i vestiti, sostanzialmente solo quando vi sono obbligati dalle leggi o dalle condizioni climatiche avverse; con “tessile”, talvolta sostituito da “non nudista”, mi sono riferito a coloro che raramente si mettono nudi, sostanzialmente solo per fare sesso o per esigenze d’igiene personale. I due termini non hanno nessuna connotazione di pregio/spregio, sono solo una necessità lessicale per poter fare riferimento a delle specifiche consuetudini, ambedue lecite, ambedue con lati positivi e lati negativi, ambedue comprensibili.

Necessità lessicali, quindi, non etichette miranti a segnare le cose e condizionarne la percezione, il mio obiettivo e la mia filosofia puntano a ben altro, puntano a un mondo dove la nudità sia talmente normale che non ci siano differenze tra chi la pratica e chi no, dove la nudità sia talmente comune che non ci sia bisogno di dare etichette, dove la nudità sia talmente naturale che non ci sia bisogno di creare barriere spaziali, temporali, fisiche, mentali, ideologiche tra lo stare nudi e lo stare vestiti.

Non un mondo, quindi, dove ci sia l’esigenza di differenziare chi sta nudo e chi no, ma un mondo dove le spiagge siano spiagge e basta, i sentieri sentieri e basta, i prati prati, l’uomo uomo, la donna donna. Niente spiagge tessili, ninete spiagge nudiste, ma solo spiagge. Niente sentieri dove ci si possa camminare solo vestiti e sentieri dove ci si possa camminare nudi, ma solo sentieri. Niente prati dove sia vietato stare nudi e altri dove sia vietato stare vestiti, ma solo prati. Niente uomini e donne che impongano lo stare vestiti o uomini e donne che soffrano per dover stare vestiti, ma solo uomini e donne. Ognuno con il proprio stile di vita, libero di seguirlo ovunque e quantunque, senza limitazioni di sorta, senza sentirsi un pesce fuor d’acqua, senza doversi attenere a inutili convenzioni e stupidi formalismi… in un senso e nell’altro!

Chi siamo, cosa siamo, è l’etichetta a farci diversi?


Una mattina d’inverno una mucca, svegliandosi dal sonno notturno, improvvisamente balza in piedi e, rivolta alle sue compagne di stalla: “carissime amiche, io mi sono stufata di vivere ferma in questa stalla mal ridotta, d’essere munta solo quando sto scoppiando dal dolore, di stare al freddo e all’umido, voglio cambiare, voglio essere una mucca da corsa!”

Così tutta baldanzosa per la sua idea, si lucida per bene il manto, si pulisce gli zoccoli e s’avvia verso il vicino paese dove, proprio oggi, si tiene la fiera degli animali. Giunta al paese cerca di attirare l’attenzione su di sé e, per farlo, si piazza un bel cartellone al collo con scritto “Venite signori, venite a vedere la più bella mucca da corsa del mondo!. Passa il tempo e nessuna delle persone che si sono fermate a leggere il cartello si è poi soffermata a osservare e parlare con la mucca, solo qualche veloce sguardo di compassione. Alla fine, sconfortata, la mucca decide di chiedere al capo del villaggio: “Carissimo, ma perché mai nessuno mi ha voluto comprare come mucca da corsa?” Il Capo Villaggio senza esitazione risponde: “Ma mia cara bestiola, esistono le mucche da latte e quelle da macello, ma non si è mai sentito parlare di mucche da corsa! Per le corse si usano i cavalli e una mucca non potrà mai stare al passo con un cavallo.” Così la nostra mucca, mogia, mogia, con la coda fra le gambe si avvia sulla strada del ritorno.

Rientrata alla stalla, le sue compagne presero a deriderla: “Eccola li quella che si credeva di poter cambiare il suo essere! Sei una mucca da latte e tale devi restare eheheh!”.
La derisione delle compagne rese ancor più furibonda la nostra mucca, che per dimenticare la brutta esperienza se ne andò nel suo cantuccio e si addormentò.
Durante la notte, la mucca si sognò di se stessa mentre correva felice insieme ai cavalli, mantenendone il passo e vincendoli pure. Al risveglio si disse: “Bene mia cara, se le mucche da corsa non esistono, allora devi diventare cavallo!” Detto, fatto, durante i giorni successivi si allenò a lungo per camminare come un cavallo, si liscio per bene il pelo e provò a fare delle lunghe corse per prendere fiato e velocità.

Ritornato il giorno della fiera degli animali, la nostra amica vi si reca con un bellissimo cappellino bianco con su scritto “Cavallo da corsa”. Trova una posizione bene in evidenza e vi si piazza gridando per richiamare l’attenzione: “Signori, signoriiiiii, venite a vedere questo bellissimo cavallo, un cavallo velocissimo, un cavallo robusto, un cavallo che vi farà vincere tanti trofei. Compratelo, signori, cooomprraaaateloooooo!”.
Passano le ore e la nostra mucca non raccoglie altro che sguardi attoniti, nessuno si ferma a guardarla, nessuno mostra il benché minimo interesse per lei. La mucca, arrabbiata, continua a ripetersi quanto siano cattive quelle persone, ma che avranno gli altri cavalli di diverso da me? Perché non mi danno ascolto? Perché non mi guardano? Alla fine, stanca e furibonda, chiede nuovamente spiegazioni al capo del villaggio e questi: “ma mia cara bestiola, non basta cambiarsi l’etichetta per cambiare il proprio essere, sei una mucca e mucca devi restare!”.

La mucca se ne ritorna alla stalla assai furibonda: “ma che è questa storia delle etichette? Io non voglio essere etichettata, non è giusto, devo essere libera di essere quello che voglio e io voglio essere… Uhm, già, anche cavallo è un’etichetta, esattamente come mucca, io non voglio etichette e allora? Come posso vendermi, allora?”.

Per tutta la settimana la mucca rimugina sulla questione, finché si arriva nuovamente al giorno della fiera. “Oggi” di dice la nostra mucca, “oggi sono sicura che riesco a farmi comprare, mi tolgo di mezzo ogni etichetta e vedrai che mi compreranno”. E’ così che la nostra raggiunge nuovamente il villaggio e si piazza al centro della piazza dove si svolge la fiera. Piazza dei bellissimi cartelloni colorati tutt’attorno a se stessa sui quali campeggiano incitazioni all’acquisto. Passa le ore e ancora niente, la mucca inizia a diventare nuovamente furiosa quando un fattore si avvicina alla mucca e, mormoreggiando, la osserva per bene. La mucca lo guarda a sua volta e pensa: “ecco, visto, ora mi compra!”
Passano una decina di minuti durante i quali il fattore, sempre mormorando frasi incomprensibili, continua ad osservare la mucca; questa sta per spazientirsi quando il fattore: “Si, si, non male. Un bellissimo animale, una stupenda mucca da latte”. A sentir questo la mucca alza violentemente il capo, osserva il fattore e… “mio caro signore io non sono una mucca da latte!” “Ah no” risponde il fattore, “se non sei una mucca da latte, allora cosa sei?” E la mucca “vede signor fattore io sono…, ehm io sono… beh ecco io sono un animale con la pelle liscia, un manto bianco chiazzato di nero, delle gambe robuste, una coda snella e filante; sono un animale senza etichetta, perché non è giusto etichettare le cose, ogni animale deve sentirsi libero di essere quello che vuol essere e io voglio essere… ehm… essere…. uhm, a si sono un animale con la pelle liscia, un manto bianco chiazzato di nero, che corre veloce nei prati, che …” “Mia cara mucca” la interrompe il fattore “tu sei libera di voler essere quello che vuoi, di voler fare quello che vuoi, però a me serve una mucca da latte, tu per me sei una mucca da latte e anche una bellissima mucca da latte, ti avrei dato tanti soldi, ti avrei messo in una stalla bellissima, ti avrei dato da mangiare cose sane e prelibate, ma… ma visto che tu non vuoi essere una mucca da latte, visto che non vuoi etichettarti, beh, allora ti saluto e vado a cercarmi una mucca che abbia il coraggio di essere quello che è, di fare quello che deve fare, di chiamarsi come deve chiamarsi. Addio!”

Sconsolatissima e rassegnata la mucca si riavvia sula strada del ritorno, ma prima d’arrivare a destinazione incontra casualmente in capo villaggio. Questi vedendola così abbattuta si fa raccontare la giornata e, alla fine, con un sorriso sulle labbra le dice: “Vedi carissima, tu hai provato a venderti in modi diversi da quello che sei, hai provato addirittura a proporti per un qualcosa di non meglio definito e alla fine hai ottenuto solo delusioni, perché? Non possiamo fuggire da quello che siamo, non possiamo cambiare il nostro essere solo cambiandoci l’etichetta o rifiutandola totalmente, non possiamo proporci in un modo che gli altri non possono comprendere o, peggio ancora, in un modo che non corrisponde a quello che di  noi si vede, di quello che gli altri possono vedere di noi. Se vogliamo che gli altri a noi si interessino, allora dobbiamo necessariamente dare loro l’idea esatta di quello che siamo, dare loro il modo di vederci per quello che siamo, dare loro la possibilità d’apprezzare quello che facciamo, dare loro un modo per identificarci con semplicità e precisione. Insomma, se vuoi cambiare la tua vita, non puoi farlo cambiando l’etichetta che ti identifica, ma devi farlo cambiando il tuo modo di vederti e di porti, facendoti vedere orgogliosa di quello che sei e di quello che fai”.

A questo punto la mucca improvvisamente comprende i suoi errori e felicissima s’incammina verso la sua stalla, l’espressione sorniona maschera bene quello che le sta passando per la testa, ma dentro, nel suo animo, è ormai certa che alla prossima fiera riuscirà nel suo intento.

La settimana passa tranquilla, arriva nuovamente il giorno della fiera e la nostra mucca si avvia, senza particolari preparativi, al paese. Ivi giunta si mette in una posizione evidente, ma non troppo centrale, prepara uno sgabellino e un secchio di latta e fissa alla palizzata uno striscione su cui ha scritto “Sono una mucca da latte, il mio latte è ottimo, ma non voglio che mi crediate sulla parola, qui trovate uno sgabellino e un secchio, prendeteli, mungetemi e assaggiate il mio latte, poi decidete”. Fatto ciò si mette al centro della sua piazzola e si mette a canticchiare dolcemente una canzoncina che le ricorda i prati e i fiori della sua infanzia, mostrandosi felice e orgogliosa d’essere una mucca da latte. Nel giro di mezz’ora, davanti alla piazzola della nostra mucca s’è creato un grosso assembramento di persone, tutti, attratti da tanta felicità e sicurezza, vogliono assaggiare il suo latte e, a turno, la mungono. I mugolii di soddisfazione si ripetono uno dietro l’altro: “buono questo latte”, “eh, si, è proprio buono”, “anzi è ottimo, questa mucca la voglio io”, “no, no, dev’essere mia”, “ehi voi, non pensateci nemmeno, me la porto via io”.

E’ una lotta di persone che vogliono portarsi a casa la mucca e nessuno riesce a prendere il sopravvento sugli altri. Allora interviene la mucca: “cari signori, apprezzo il vostro interessamento e ne solo decisamente lusingata, ma, vi chiedo, dove mi portereste?” “In una bellissima stalla” grida un distinto signore. “In una stalla moderna” urla un altro. “In un grande prato” afferma un terzo. “Guarda carissima, io ho una piccola stalla di montagna, ne bella ne moderna, ma la tengo curata e mungo le mie vacche due volte al giorno, in più esse sono libere di circolare a piacimento tra i prati e i boschi, mangiando l’erba fresca e respirando la brezza dell’alpe”. “Signori, ho deciso” interviene la mucca” vado con quest’ultimo signore. Fu così che la nostra mucca riuscì a cambiare la propria vita ed ora scorrazza libera e felice, non più timorosa di quello che è, non più infastidita dal sentirsi chiamare per quello che è, anzi orgogliosa di tutto ciò e orgogliosa d’aver compreso che “gli altri ci vedono in ragione di quello che noi facciamo, non per la maschera che noi vogliamo indossare!”

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