Archivi Blog

Desideri


Mi è capitato di vedere persone che distolgono lo sguardo da me nudo, quasi come atto pietoso, quasi a volermi evitare l’imbarazzo che dovrei provare, come fosse un caso accidentale cui non badare. Può darsi che sia una questione di abitudine: persone nude in giro sono una rarità. La maggior parte ridacchia sentendo la parola nudista, non riesce ad andare oltre la nuda parola, non sa nulla di questo territorio, può solo appellarsi ai sentito dire. Ma quel sorrisino è significativo, vuol dire che la sola parola è stata sufficiente per richiamare qualcosa, per smuovere qualcosa, ha destato una certa vitalità; la parola ha fatto breccia, ha risvegliato un’emozione, ha avuto un effetto di rievocazione, di provocazione che non lascia indifferenti.

Ognuno poi fa da sé i calcoli di quanto alla fine voglia esser felice, e su questo percorso arriva un momento in cui parte individuale e parte sociale si differenziano talmente da essere quasi l’uno in conflitto con l’altro. Ci vuole una buona dose di autostima per dar credito sin in fine più alle proprie pulsioni, ai desideri senza parole che ci nascono dentro, che ci spingono al fare, all’andare, a seguire il sentiero della nostra evoluzione che si mostra percorribile e reale passo per passo, piuttosto che agli applausi, alle conferme gratificanti che ci vengono dalla società (anche solo da un gruppo di amici), ai progetti di altri, per quanto ci vengan pagati.

Finché riusciamo a portare la livrea della nostra immagine pubblica tutto sembra andar bene e quel che riversiamo nella società, nei rapporti con gli altri ci ritorna e corrobora tonda la nostra autostima. Da un certo punto di vista è la società che ci plasma e il vestito che siamo abituati e obbligati a portare ci si incarna addosso e fa parte non solo della nostra immagine, della nostra foto sulla carta d’identità, ma diviene anche la percezione stessa che abbiamo di noi, per quanto esterna, per quanto la sappiamo ancora distinguere da quell’altra più genuina, più vera, più solida e reale che abbiamo di noi in privato, perché è questa che ci rende contenti di noi, più di tutte le approvazioni che ci posson venire da fuori.

Quando infatti preferiamo un percorso personale sia di maturazione che di appagamento – e la società e il nostro Io precedente sembra ci faccian da freno – l’autostima ti approva e te la senti aumentare, dai passi che compiamo ci ritorna una conferma che ci fa contenti e soddisfatti, nonostante tutta l’incertezza. Come se camminare in bilico, alla cieca su una palude ci restituisca il ricordo di una memoria ancestrale, di quando l’uomo non sapeva nulla del mondo e cominciava a conoscerlo. E a conoscersi. Ad avere fiducia in se stesso e anche nel mondo circostante. E le nuove esperienze, azzardate, ma ricche di conoscenza, davano maggior sicurezza che non quella offerta dalle abitudini condivise con altri, dalla tradizione del gruppo sociale.

Non è un fatto di ego, ma piuttosto di un Io che vede, e poi sa, e poi vuole, che sa dove andare, libero di andarci, di provare – e sa che su quel sentiero sarà da solo, ma non importa. Questa tensione, chiamiamolo pure desiderio, ci rafforza la convinzione che siamo sulla strada giusta, seppur sul fragile guscio della nostra piccola barca in mezzo all’oceano. E questo anticipo della meta che ci prefiguriamo comincia da subito a cambiarci, a modellarci. Abbiamo tanto desiderato una cosa, – non che ci mancasse alcunché, non che fosse un bisogno; ben non sapevamo che cosa, ma disposti a rubarla alle stelle – che quando riusciamo a ottenerla, ci sembra d’improvviso quasi già vecchia, conosciuta, scontata. Che strano! allora anche il cielo sembra deludere, la soddisfazione pare non commisurata agli sforzi. Perché il mutamento nella consapevolezza è cominciato fin dal primo passo, fin da quando ci siam dati una mossa, liberandoci da remore e intralci: fin d’allora ci siam sentiti felici. Non è il grido di vittoria degli atleti sul podio, la commozione corale di aver raggiunto un obiettivo oltre ogni speranza, la certezza di aver come alleato il destino. È qualcosa di diverso: è la sensazione compatta, pacifica, piena, di esser quel che vogliamo, passettino per passettino, seguendo il sentiero che intuiamo giusto per noi, o anche la sorpresa di scoprirci in una nuova versione di noi stessi, comunque vera, incredibilmente oltre quel che noi stessi avevamo intenzione di modificare o raggiungere, seguendo i dettami che una vocina ci suggeriva.

È quel che mi succede quando esco in campagna vestito solo di pantaloncini e maglietta, nel caso che… Nel caso che al vigneto mi possa spogliare e camminare lungo le capezzagne che girano intorno o tralungo i filari.

Domenica pomeriggio passeggiando nel vigneto

L’ho fatto mille volte, so cosa mi succede, e mi piace talmente sentire la rete dei nervi che vibrano per la tensione sotto la pelle del petto, il calore che s’accende nelle giunture, il coppino che freme contratto come avesse paura, il paguro-bradipo che fa finta di niente ma sa d’esser la chiave del gioco: come rubata, quell’aria aperta, mi dice la pelle che sente quel soffio, quei raggi di sole che arrivan sin lì – quasi un rimprovero: «perché così rari, che fan così bene? Che ho fatto di male per tenermi in prigione, per negarmi il diritto di godere dell’aria e del sole, della vista del mondo, della vita del mondo, a me, che apposta son fatto per dare la vita? Da che cosa mi devi proteggere. Chi devi protegger da me, dalla sola mia vista?»

Quando sento che il corpo mi parla così, m’incanto a starlo ascoltare. E sto meglio, perché lui sta meglio, perché è finito il castigo, perché m’accorgo che un desiderio m’è nato, e andiamo che un desiderio ci aspetta, non lo possiamo bellamente ignorare: non grande, ma alla nostra portata; non pesabile, ma sempre riempie a giusta misura. Quasi nemmen parla a parole, eppure è chiarissimo. Vedo che mi pulisce la mente da mille pensieri, da slogan, da segnali di divieto, da allerte guardinghe. Mi fa scapestrato, ebbro di un salto, incosciente, esilarante, esaltato… tranquillamente felice, una sottotraccia soffice come una nuvola, una piccola beatitudine, come una droga gentile per ogni nervo diffusa. Invece che tutto-pensieri, sono tutto-sensazioni e io stesso sono l’azione che faccio, che creo, che vivo, che mi sento per entro vibrare; invece del brusio di mille voci che si rincorrono in testa, c’è il silenzio meridiano della vampa luminosa del sole sui pampini in succhio… e su me, che cammino in mezzo ai filari. Sento sulla pelle il calore, sento qual è la differenza, la forza che cresce.

So d’esser nudo, maglietta e pantaloncini in capo a una mano; e sono contento. Non perché sono insolito, non perché la faccio in barba alla gente e agli agenti. Sono contento di me, di esser quello che sono, bastantissimo di quello che sono, di questo momento intanto che dura – son senza orologio, i numeri li ho lasciati sulla strada sterrata. Mi sono già perso, ho perso anche il tempo, a spanne so dove sono; un quintale di leggerezza la mia presenza, la carne dei muscoli, la pelle che dà forma al mio corpo, sembra solo che senta, percepisca, mille antenne, mille pori a succhiar-dentro pollini e odori. Io – e prova a dirne di più! – che occupo una nicchia nell’aria. A capofitto mi tuffo dentro un frattale che cresce e s’allarga, mi fa passare, ci navigo dentro mano a mano s’avvicina e  via via s’ingrandisce. Sono tutt’occhi: i colori, le forme mi avvolgono. Non sto pensando, non sto parlando. Son desto come non mai.

Un battito di ciglia e sembra finita una piccola trance, di nuovo mi rivedo qui dove sono, coi piccoli grappoli nati pur mo’, e i miei passi nell’erba, e gli alberi grandi di verde di contro all’azzurro. Il sole m’accieca ed è troppo: mi basta come m’arriva su me a dorarmi la pelle, quel tanto che vedo le cose, che mi scalda quel tanto la pelle, quel tanto che m’ama. Quel tanto che m’amo.

Ci penso alla gente che sarebbe potuta sbucare da dietro una curva, punto gli occhi vigili, tesi a veder nel caso qualcuno arrivasse davvero. E ancor non so cosa fare, lì sul momento, se capitasse, e un po’ mi distraggo a chiedermi se per caso ancor tema che capiti  simile eventualità. Non so, mi rispondo. Infatti non è come star nudo per casa, la possibilità di incrociare qualcuno, alle cinque del pomeriggio di una domenica di maggio, esiste e in quell’attimo mille cose posson tutte insieme cambiare, precipitare in un attimo. Non vado solo per far quattro passi, per prendere il sole mentre cammino, nemmen per l’adrenalina del rischio, ma proprio per triangolare un incontro: perché non mi piace che quel che vivo sia tutto e solo destino. Qualcosa anch’io voglio far accadere, e fra le tante anche questo: far quell’incontro. E fin d’adesso son pronto, e prima o poi accadrà.

Ancor qualche passo e ritorno alla strada. Quasi automatico mi rimetto i pantaloncini, la maglietta ancor no. È una boiata, lo so. Non son coerente. Ma poco m’importa, non è questo che importa. È dove son stato, il viaggio che ho fatto…

Saranno stati i veleni che han dato alle viti?

Sono Natura


Dalla natura vengo a sapere che sono nato nudo, che anche sotto gli orpelli quotidiani, sempre nudo rimango; che nudo mi disfarò nella tomba, che eventualmente nudo mi presenterò al tribunale di Dio nel giorno del giudizio. Orpelli che mi si sono incarnati addosso, che sono diventati persino pensieri, convinzioni, stati e condizioni, definizioni, dati di fatto, credenze, certezze, assiomi, talvolta ossessioni, su cui ragionare e agire di conseguenza. La controprova è che, mollati i paludamenti tessili e le fisime mentali, ci vediamo semplici e nudi, come pane senza companatico… ma buono lo stesso.

 

Semplici e nudi

Semplici e nudi innanzitutto verso di noi: so benissimo della pancetta che ho, di certe pliche flaccidose della pelle, del grasso che mi ottunde i bei pettorali. Però se è così che son fatto, così mi tengo. Perché, se per primi noi stessi non ci accettiamo, troveremo negli sguardi degli altri un giudizio (presunto) e una conferma del nostro scontento.

Guardandoci dal punto di vista della natura, vediamo la nudità come fatto naturale, come non ci fosse differenza fra la stanza da bagno e fuori, fra casa e fuori. E gli altri son forse Marziani? No! Anche loro sono figli della stessa natura. E perché dunque pensarci indecenti, come se qualcosa di noi fosse inaccettabile, fatta male, quasi innaturale? (persino della natura abbiamo un’idea di come debba essere – secondo noi!) Perché del distinguo che fa la “ragione”, il pensiero dei più che ci dice che cosa è decente e che cosa indecente? Se non è indecente la natura, non sono indecente neanch’io, nemmeno se son sovrappeso. Penso che sono più indecenti i nostri “razionali” pensieri: la lingua batte dove il dente duole.

Ma, una volta spogliati, ci si apre un mondo, ci sorprendiamo del mondo, ci fa meraviglia – anche di noi ci meravigliamo: così non ci siam visti mai! La differenza maggiore la scopriamo dentro di noi, nel mutamento dei pensieri, delle convinzioni, delle valutazioni, che si traducono in comportamenti, atteggiamenti, scelte di vita. Senza acrimonia, senza stracciarci le vesti, senza indignarci, ma semplicemente e risolutamente andiamo da un’altra parte… nel castagneto del Dosso dei Camosci ad esempio, a sentirci finalmente sinceri con noi stessi, a constatare la differenza fra legge “divina” e legge naturale. Ma non dovrebbero essere la stessa legge, visto che proprio Dio ha creato la natura così com’è? Chi ha mischiato le carte? Chi sta bleffando? E crediamo a Pascal: “se  l’asso ce l’ha, abbiam perso; se l’asso non ce l’ha, ci punisce comunque per aver anche solo pensato che stesse bleffando. È meglio scommettere che ce l’abbia e, pazienza, game-over. Ma chi mi ha costretto a quel tavolo di poker? A scommetter la mia vita per un atto di fede, con un patto di fede? Grazie, io non gioco. “Cosa? Non stai al gioco, non vuoi giocarti la vita con Dio? Non può volere la tua rovina: se poi ti ritrovi in mutande, la carità ti verrà in aiuto, la Sua misericordia è infinita. «Non essere incredulo, ma credente, Tommaso!» (Giovanni 20, 27)”.

La natura mi parla per archetipi, non ha parole, non ha tutorials, non mi manda i concetti già bell’e fatti, pronti per l’uso: ha mille altri modi, mille altri fatti, mille nuove esperienze che posso scegliere di fare per provare a conoscermi meglio. Con me, ma anche in confronto con altri. E dopotutto, da qualche parte ci sono anche i sentimenti… e non son poca cosa.

Tutti capiscono il freddo ed il caldo, il giorno e la notte, il disagio e il benessere, la fatica e la gioia… Non posso per tutta una vita cercare di evitar la natura: scegliere il piano e non la salita, l’auto invece dei piedi, il cotto invece del crudo, le primizie di serra perché non so aspettar la stagione, la corsa invece del passo, i sapori “genuini” e “salati” , ricordarmi della crema solare, mettermi gli occhiali da sole… Sembra quasi che stiamo creando un’anti-natura, una creazione parallela che stiamo rifacendo da noi, come se il Creatore non fosse stato bravo abbastanza. Chiaro, noi vogliamo capire, smontiamo e rimontiamo, se qualche pezzo non combacia, annunciamo una nuova invenzione… Ci stiamo costruendo un pianeta tipo Gattaca, asettico e innaturale.

La doccia d’aria fresca

Il nudo stride. Il cane-da-guardia del pudore ci abbaia alle spalle, per farlo tacere non abbiamo che da spogliarci, riconquistarci quel corpo che dovrebbe essere solo nostro, involucro e specchio della nostra anima, la nostra costante k in quanto persone.

Il nudo ride. Il nudo ci fa contenti. Di un’intima gioia di persone comuni, che appunto perché spogliate di tutto, si vedono forti egualmente, non appese a pensieri, a progetti, a valori che danno una parvenza di vita: ci accontentiamo di esser dei burattini?

In casa sto nudo; al mattino mi alzo, mi affaccio al balcone e mi stiracchio levando in alto le mani con le dita incrociate: le prime boccate d’aria mi scandagliano, mi entrano, come mi entran negli occhi i primi bagliori dell’alba; il frescolino mi avvolge la pelle, sembra che l’aria stessa si sia avvicinata e voglia conoscere me – non c’è nessun altro -, darmi il buongiorno; non è ostile, non rabbrividisco, è una doccia d’aria fresca. I balconi a destra e sinistra sono deserti, e se anche una mattiniera vicina uscisse sul poggiolo a sprimacciare i cuscini, vedendomi al naturale così come sono, sorpreso con le dita della marmellata ancor nella bocca, le vedrei un sorrisetto spuntar sulle labbra, contagiata dal lieto, leggero, fresco sorriso che le manda mio corpo libero, tutto, intero dalla testa ai piedi, selvaggio come un Boscimano, naturale come son per me stesso. È naturale esser nudi, più che l’esser vestiti. Lo sanno anche i sassi.

Ma noi siamo sociali: da soli siam brava gente, ma insieme… sembra sparisca buona parte di umanità; insieme siamo più forti, lavoriamo di squadra (gli eserciti son formidabili! non importa del prezzo, se davvero vuoi conquistare qualcosa: prezzo d’amatore). Viribus unitis, unendo le forze è più facile raggiunger lo scopo. Spesse volte questo scopo non l’ho scelto da me, ma qualcuno più forte di me, divenuto forte perché gli ho ceduto la mia forza (volente o nolente). In questo la società mi fa paura, mille volte più della natura. Anche in natura tragedie e disastri sono all’ordine del giorno. Solo la Walt Disney poteva inventarsi un Lion King: solo noi lo vediamo “re della foresta”; in realtà, un leone non va oltre la propria famiglia; una tigre non mangia più del necessario; le api non vendono il proprio miele.

La consapevolezza sociale è molto diversa dalla consapevolezza personale.

Per “rispetto delle differenze” omologhiamo tutti, tutti uguali di fronte alla legge; il multanova scatta per tutti automaticamente… poi con la cassiera mostriamo chi siamo (galloni, occhiolino, “facciamo-a-metà?”…)

La nostra costante

Il nostro k o il nostro (氣), il prana, che è lo stesso che spiritus o anche il “soffio che ci ha dato la vita” (πνεῦμα), la nostra “essenza individuale” (o carattere, psiche, anima, personalità, identità, individualità, forza d’animo, carattere, indole… ma anche volontà, decisione, intenzione, scelta) lo teniamo rigorosamente per noi, è poco socializzabile, se non nella ristretta cerchia di amici. Eppure non c’è nulla di più universale e di fuori dal tempo: questo tratto umano universale che dà il senso allo studio della storia come storia di uomini, di tutti gliuomini, quel quid di umanità che trapassa di generazione in generazione senza disperdersi, senza inquinarsi; quell’idea di uomo che possiamo ammirare negli uomini di oggi come in quelli di ieri. È quell’energia personale e interna di ciascuna persona, che lascia il proprio sigillo nelle cose che fa.

«Il al mattino è fresco» diceva Sun Zu. Eppure è con la nostra maturazione, con l’evoluzione che ci siamo scelti da noi, che ci relazioniamo con gli amici e gli sconosciuti. L’attenzione ai suggerimenti della natura ci fa evolvere nella direzione che noi vogliamo, una direzione vantaggiosa, perché più equilibrata, meno stressante, più sana, più piacevole, più istintiva, ma a suo modo regolata nel variarsi e adeguarsi giorno per giorno.

Dal balcone di casa guardo le torbiere, la campagna, il sole che nasce, i nuvoloni carichi d’acqua. Mi sento a-posto, giusto così. Non sto segnando le crocette fitness su una tabella. Mi distrarrei: sono molte le cose che il corpo percepisce in quell’istante: la mia presenza-esistenza è un vortice di mille pensieri, una dinamo che si sta caricando: mi riconfermo in quello che sono, con questa sensazione di oggi in più, e domani sarà di nuovo lo stesso e diverso. Linfe sconosciute mi circolano in corpo, forse son raggi (l’intero alfabeto greco non basta a elencarli), forse fotoni, forse dell’altro che ancora non sappiamo che esiste, ma che pur ci fa bene.

E allora penso che mi sono ripreso un pezzo di corpo, come se finora mi fosse stato rubato, se è questo corpo, ora tutto intero, che mi ridà tutto questo che sento, e che ben non so dire.

Questo sento mi fa la natura.

La Natura mi sbraga: dov’è l’indecenza?

Di fronte allo spettacolo della natura, dopo ore di marcia e sudore, durante le quali abbiam dialogato, interagito passo dopo passo con la natura, dopo che ad ogni curva qualcosa cambiava, fotogramma dopo fotogramma, arrivati alla cima ci viene spontaneo dire al mondo qualcosa di noi, qualcosa di sincero, di nuovo, di stupendo, qualcosa che scopriamo lì e allora per la prima volta, ci vien automatico dimostrare il nostro apprezzamento, la nostra meraviglia e sorpresa; l’esigenza di non tener nascosta, separata, specialissima, con la scusa che sia privatissima, nessuna parte del nostro corpo, così sensibile a tutto, che tutto questo coi sensi ci ha fatto capire, come fosse l’altra metà di noi stessi; al diavolo le convenzioni e convenienze, dov’è l’indecenza? mi calo le brache (non è atto di resa, e nemmen di protesta o sberleffo), mi par di volare, di esser grande come tutto l’orizzonte che vedo, mi sento in gola la sazietà di un momento di  gloria, la tranquilla normalità di una magnificenza che mi diventa respiro, inalato a pieni polmoni. Non valgono un pensiero gli stupidi pantaloni abbassati alle caviglie: andrei in prigione per un momento come questo. Mi sento gonfio come un tacchino che fa la ruota, fiero come un lupo che va per i fatti suoi, piena la testa di grilli minuscoli e vispi, orgoglioso come un piccolo dio, compreso di un’esperienza che mi sta trasformando, invanito di cose da nulla, ma che pure son rare, grandi e preziose – mie! pieno di vanterie belle, buone e reali; mi sento ricco di niente, perché non saprei dire di che… forse semplicemente di vita. La natura mi dice che ogni momento, normalmente io sarei così, abitando una «casa in cima al mondo» come cantava Pino Donaggio quand’ero ragazzo. Ah, sì che ci vien voglia di crescere, perché all’improvviso si sa come fare, cosa fare, com’è.

Sbragati dalla Natura (Foto di José Gomez, California – da http://www.maktiv.net)

nude races

Copyright Enterprise Media LLC 2010-2017

Fools Journal

Magazine di cultura: letteratura, fotografia, arte, moda, queer life, eventi, musica, cinema, attualità

Aurora Gray Writer

Writer, dreamer, voracious reader and electric soul.

Gabriele Prandini

Informatico e Amministratore

Clothing Optional Trips

We share where we bare. Enjoy your trip.

silvia.del.vesco

graphic designer, photographer and fashion stylist

mammachestorie

Ciao, mi chiamo Filippo, ho 6 mesi e faccio il blogger

Matteo Giardini

… un palcoscenico alla letteratura! ...

Cristina Merlo

Specialista in Relazioni di Aiuto: Counselor e Ipnotista

PRO LOCO VALLIO TERME

Promuoviamo il turismo a Vallio Terme eventi - sport - cultura - enogastronomia

I camosci bianchi

Blog di discussione sulla montagna, escursionismo, cultura e tradizioni alpine

Al di là del Buco

Verso la fine della guerra fredda (e pure calda) tra i sessi

The Naturist Page

Promoting social non-sexual Naturism & nudism

poesie e altro

l'archivio delle parole in fila - zattera trasparente

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: