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Il turbamento


     Vedendo la nudità altrui, ciascuno si interroga sulla propria.

    Il confronto con se stessi da nudi è uno scoglio per molti. Ci si sente miserelli e indifesi, pieni di imbarazzo, vulnerabili in quel che abbiamo di più intimo e segreto: ci hanno educato così. In molti la vista di altre persone nude produce lo stesso effetto di turbamento come se essi stessi fossero esposti nudi allo sguardo di altri.

    Questo meccanismo di identificazione e proiezione può spiegare da una parte certa opposizione al nudismo e dall’altra il sereno e positivo atteggiamento dei nudisti.

    In noi nudisti, la nudità di altri verso di noi e la nostra verso altri non crea alcun turbamento, fa scattare anzi un moto di reciproca simpatia, solidarietà, affabilità, disponibilità, sociabilità perché si condividono le medesime idee, i medesimi comportamenti. Abbiamo mangiato l’erba moly, che abbiamo strappato a fatica, ma ora possiamo salire sul letto di Circe senza che ci trasformi in maiali (Odissea, libro X, 274 sgg.).

    La legge, vietando l’esposizione del corpo nudo alla pubblica vista, vuole prevenire il “turbamento” in chi nudista non è (o è indifferente) – come se il mostrarsi nudi fosse di per se stesso un atto volto intenzionalmente a creare questo turbamento negli altri – che noi manco ci sogniamo. «Ma che colpa abbiamo noi?» cantavano i Rokes nel 1966.

    Di solito la legge non oltrepassa i limiti dell’individualità e intimità della persona: gli interessa ad esempio che il matrimonio sia ben regolato: che i coniugi si amino non è rilevante per la legge. L’art. 3 della Costituzione, sancendo il principio dell’uguaglianza, della libertà e pari dignità di tutti i cittadini, non limita, non indirizza le scelte di “sviluppo della persona umana”.

    Trovo perciò una forzatura che recenti sentenze affermino che la vista di persone nude crei  “turbamento” o risvegli la libido, e invochino tali reazioni a giustificare il divieto e la limitazione della nudità in pubblico.

    Ho motivo di ritenere che tali reazioni siano indotte, siano un’imbeccata per chi non ha voglia di confrontarsi seriamente con questa tematica. Se la nudità richiama, provoca, incoraggia, stimola l’attività sessuale il motivo è da ricercare proprio nella limitazione della nudità. Se già le balere erano viste come “occasioni prossime di peccato”, ancor più dunque la vista del corpo nudo. Vietare o limitare la nudità per prevenire “disordini” sarebbe come voler vietare coltelli, corde e stricnina per evitare possibili omicidi. Dipende dall’uso che se ne fa, è evidente. Come per ogni altra cosa, per l’attività sessuale esistono tempi e luoghi appropriati.

    Se però ho un costume che quotidianamente mi associa il nudo col sesso, allora mi chiedo come mai la legge non mette un freno alla ipersessualizzazione mediatica, perché tollera l’uso della libido come agente catalizzatore per condizionare le scelte del consumatore (vedi pubblicità, copertine di giornali, scene di film…), con il carico di illusioni, delusioni, aspettative, fantasticherie, frustrazioni, schizofrenie che un tale investimento emotivo comporta. Moralisticamente si può aggiungere, con buoni motivi, che questo laissez-faire, non è libertà, ma favoreggiamento della prostituzione, prossenetismo. Caricato di tali valenze sessuali il prodotto è come prostituito agli appetiti del compratore, che lo acquista attirato più da quel viatico che non dalle qualità specifiche del prodotto. E pare che il procedimento funzioni!

    Parallelamente passa anche un altro messaggio, che riguarda il ruolo del sesso nelle relazioni umane; e un messaggio razzista, che stabilisce a tavolino i canoni della bellezza (volubili quanto le mode), di come deve essere un corpo “appetibile”, con buona pace dei gusti personali, del rispetto, della dignità, dell’eguaglianza fra le persone. Ah, la seduzione!

    La differenza fondamentale fra noi e i media mi pare sia questa:

  • Noi siamo nudi dal vero, nei comportamenti reali, nella sostanza, nei fatti di vita; nei media la nudità è una rappresentazione, una forma, un involucro accattivante, una estetizzazione, un’allusione, un’astrazione.
  • Noi non abbiamo altro fine che il semplice star nudi; i media usano la nudità per veicolare altri messaggi.
  • Noi agiamo nel reale, nei fatti; i media nel simbolico, nel desiderio, nell’immaginazione, nella comunicazione.
  • Noi possiamo essere potenzialmente pericolosi, creiamo “turbamento”, corrompiamo i giovani, ecc.; i media creano sicuramente dei danni “culturali” all’individuo, danni che poi si ripercuotono nella società falsando i rapporti fra le persone, fra le persone e l’oggettiva realtà.

    Allora mi chiedo: che giudici e legislatori abbiano paura della vita vera, live, e preferiscano il teatrino mediatico, sconcio fin che si vuole, ma al sicuro da rischi di atti effettivi disdicevoli e indecenti? Che cioè facciano legge, se non proprio il libito loro (come la Semiramìs di Dante), di sicuro la loro opinione, un loro giudizio?

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