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Quello che passa quando si è nudi


Differenza di potenziale

È probabile che sia proprio il collo di bottiglia delle riserve sul nudo in pubblico il colpo di frizione, quell’ostacolo che richiama in noi le forze necessarie a forzarlo e superarlo – e perciò il desiderio che sentiamo di stare nudi il più possibile, sia in casa che fuori, si trasforma, del tutto involontariamente, anche in un programma personale di riforma di usi e costumi. Dei miei prima di tutto.

Ma è su un altro fronte che pongo il mio essere nudo… nel battere alla tastiera avevo omesso la “r” di fronte: ottimo errore, lapsus inconscio che sa trovare vie inesplorate di espressione del pensiero. Lo stare nudi è fonte di mille pensieri, riflessioni, collegamenti. Li abbiamo già tutti in noi, dobbiamo solo aprire la scatola (di nuovo: aprile la scatola! e poi oslo invece di solo. Recentemente ho guardato infatti una serie di fotografie dal Vigeland Park http://www.vigeland.museum.no e il richiamo è stato immediato, mancava solo l’occasione per piovermi in discorso).

Statue di granito al Vigeland park di Oslo

Se fosse tranquillo e pacifico un giretto al vigneto, non avrei ogni volta quella fioritura di pensieri che spontaneamente mi si produce nella mente. È sempre presente la possibilità di un incontro improvviso, che ci sia qualche Rumeno che cura le viti, il cacciatore che viene al suo capanno di caccia con l’Ape.

La “differenza di potenziale” fra me e la società produce una “tensione”, una specie di corrente che sento fisicamente come blanda contrazione dei nervi, accelerazione dei battiti, vibrazione sottopelle, leggera sudorazione alle palme, ecc. La percezione di tutto questo e di molto altro che viene a galla volta per volta è una sorta di esplorazione, di “film” che mi scorre nella mente e nel suo scorrere aggancia collegamenti con le cose più impensate, fa emergere idee, stati d’animo nuovi, ricordi… Cose “elettrizzanti”, scintille piezoelettriche scaturite dalla pressione emotiva, dalla martellata “trasgressiva”, che mi sono data in testa osando spogliarmi, tutto nonostante, infrangendo un costume che è norma. È stata questa disobbedienza che mi ha messo fuor d’asse, il colpo di frizione che mi ha fatto ingranare un’altra marcia, che mi ha cambiato il film della strada che percorro. Il “film” è limitato a ciò che mi rimane impresso nel ricordo, al concetto che rivesto di parola, ma il rettifilo è ben concreto, è il mio vissuto concreto: ogni volta che entro nel fiume l’acqua non è mai la stessa. Ma neanch’io. Eppure siamo entrambi concreti.

Per questi motivi il giretto al vigneto mi attira e ci ritorno quasi ogni giorno: ogni volta una novità, dieci, venti nuovi pensieri mai prima pensati, cose nuove mai sapute, cose preziose.

Premonizioni

Ieri ad esempio avvertivo una lieve premonizione che mi suggeriva di non spogliarmi, non ne sentivo la sufficiente esigenza, quello sprone che ben conosco e che mi dà sicurezza – qualunque cosa accada. Ed ecco che a metà del giretto, all’improvviso m’imbatto in un signore sulla settantina, che abita nella mia stessa frazione, in giro col cane. Anche lui in pantaloni corti e a torso nudo. Non sarebbe stato poi una troppo grande sorpresa se m’avesse visto nudo. Ma forse va preparata: ieri la condivisione dell’esser seminudi, un passettino. La prossima volta, se sentirò l’ispirazione, mi vedrà nudo e tranquillo, e non mi sentirò così fragile, così vulnerabile, così “a rischio”. Ieri, infatti, ripensando all’incontro, così mi sentivo.

Arco voltaico

Per ora l’essere nudi ci pone in questa “differenza di potenziale” fra il nostro polo e quello degli altri. Se non ci fosse questa differenza “trasgressiva” anche l’esser nudi potrebbe essere piatto, perché non ci comunica più nulla, se non il benessere fisico. Eppure ho idea che anche il benessere fisico ci comunichi qualcosa. E far prendere aria al corpo fa nascere ugualmente buoni pensieri. Da bambino, il primo giorno che uscivo in canottiera, in campagna col primo fieno, significava che l’estate e le vacanze erano vicine. “Notavo” il fresco sotto l’ascella, lo strofinarsi della pelle del braccio contro il fianco – e ancora me lo ricordo. E anche adesso quando capita, rivado col ricordo a quelle stesse sensazioni: il corpo mi ricorda chi ero, ricorda le tappe, mi riporta indietro ad allora, e mi par di pensare in due modi.

 Stare nudi è cosa ancora molto insolita, per questo produce quegli effetti. Il vedersi nudi all’aria aperta rimesta i pensieri, il corpo lo percepisci nella sua interezza, nella sua totalità, l’attenzione mi esplora, la cosa si fa interessante – mi interessa, cioè ci son dentro. Non ci son le braghette di un costume sociale, le palme che fanno da foglia di fico a coprire alla meglio quel che non si dovrebbe vedere. Perché corpo e mente sono collegati, lavorano in coppia – o sbaglio? –, perché la breve distanza forzata fa scattare una scintilla, crea un piccolo corto circuito fra le diverse energie della mente e del corpo: si produce un arco voltaico, brillantissimo.

 

Mani usate come foglia di fico

Ma questo può essere solo uno schema di pensiero, una similitudine che mi aiuta a capire. Vediamo tramonti praticamente ogni giorno, e se avessimo tempo ci soffermeremmo di più a guardarli. Vuoi vedere, che non siamo fatti diversi? E che non c’è pericolo che il benessere fisico diventi abitudine, perché aria e sole “comunicano” col corpo (più di quanto la scienza non sappia), lo “caricano” di mille cose. E via via che ci mettiamo in ascolto, ci accorgiamo di qualcosina di nuovo e impariamo a meglio ascoltare.

Se a livello sociale e di pensiero, il simbolo “nudità” cessasse di essere attivo, produttivo, rimarrebbe sempre il lato fisico del corpo individuale a parlarci a tenerci in comunicazione con l’ambiente naturale.

Qualcosa di analogo avviene anche quando siamo con altri che la pensan come noi e di fronte ai quali cessano remore e pudori, non valgono più le abitudini che vigono negli ambiti quotidiani. Socializzare la nudità, proprio perché fa ancora eccezione, crea una differenza di potenziale fra il nostro piccolo gruppo e la grande società; crea una scintilla fra noi: sappiamo da una parte come siamo nella nostra vita normale e dall’altra che stiamo vivendo una piccola eccezionale esperienza. Inconsapevolmente ci carichiamo di pensieri e stati d’animo, valutiamo il benessere fisico da un lato e dall’altro, e scegliamo il campo che sentiamo più armonico, quello più ovvio e quotidiano come la bellezza di un tramonto.

Perché dovremmo privarcene? Perché rinunciare a una ricchezza naturale che ci si offre gratuita, semplice, vivida… bella ogni volta? E direi anche esperienza umana, perché arricchisce il nostro concetto di Uomo di aspetti altrimenti invisibili, di percezioni di sé altrimenti inaccessibili, di emozioni che ci tengono insieme in un tutto pieno di sicurezza e vigore: qui possiamo anche essere senza difese, senz’armi (“nudi” come dicevano i Greci); avvertiamo come di essere un blocco di granito squadrato, sicuri che la natura ne sa più di scienza, religione e cultura; sicuri di preferirci sinceri, senza bisogno di maschere che ci dan la patente di essere decenti e accettabili, ossequienti alle regole; sicuri di avere ragione perché siamo secondo natura.

Non siamo liberi di appartenere o meno a una società: eslege ed apolidi nessuno li vuole, rimangono ai margini, barboni reietti.

Eppure lungo i sentieri, baciati nudi nel sole, noi brilliamo, sfolgoranti della luce che sentiamo di avere negli occhi, che ci si riflette sui corpi nella loro interezza, nella loro dignità, di quella fierezza che ammiriamo nelle statue antiche, in quelle dello stadio olimpico di Roma, al Vigeland Park di Oslo. Noi siamo sani, noi siamo ricchi, noi siamo uomini. Siamo quello che siamo.

È questo che passa. È questo che c’è nel nudo e in noi quando siam nudi. Che vogliam dare a vedere di noi. Che gli altri posson vedere in noi, che posson vedere di noi.

Che passa sopra a ogni cosa, allo scandalo, al costume, alla decenza…

E stupisce, fa meraviglia come la scoperta dell’ovvio, il vedere con occhi diversi qualcosa che per abitudine era sempre stata considerata diversa, che per quieto vivere doveva suscitare certe reazioni e non altre. Perché si scopre che con la nostra acquiescenza confermiamo qualcosa che qualcuno ha scelto per noi, persino come dobbiamo pensare e sentire. Persino contro natura. Solo perché un’autorità ci ha imboccato, ci ha messo una maschera, ci ha imposto una divisa, estorto una promessa di fedeltà, di appartenenza.

Astronauta sperduto

Allora quando per caso si incontra sui sentieri qualcuno che è nudo, e c’è tutto il tempo e la tranquillità per fare due chiacchiere perché lo vedi tranquillo e contento, con l’emozione che mozza il respiro perché l’imbarazzo ci fa incespicar le parole “come tremule foglie dei pioppi”, allora sì che si riconosce un pezzo perduto di noi, che vaga naufrago lontano. Quasi avessimo incontrato un bianco astronauta a perdere nello spazio infinito e una volta vicino guardando dentro il vetro del casco riconoscessimo un volto familiare, molto familiare, e avvicinandoci, già intuiamo che non vedremo altro che il nostro stesso volto.

Allora, quell’uno di fronte che nudo e tranquillo ci parla capiamo che già si è “riunito”,  capiamo che qualcosa ci è stato strappato e che va ricongiunto, perché è un frammento autentico di noi (mente, corpo, anima, spirito, Io, Sé e quant’altro) una tessera per completare il nostro mosaico. Non c’è tempo né interesse per chiedersi perché quel frammento ci sia stato strappato, quasi punito, esiliato lontano da noi, come non dovesse più appartenerci perché in qualche modo imperfetto, maligno, malato. Come non corrispondesse più a un concetto ideale. Lo riconosciamo ben più di un figliol prodigo, contenti di averlo ritrovato, che il messaggero sia finalmente arrivato. Poi ci faremo domande del come e perché, se proprio vorremo. Ritrovata la parte nuda di noi, ostracizzata e infamata, sentiamo lo scatto d’una molla di baionetta che perfetta s’inasta. E il tremito del respiro s’è trasformato in commozione, lì-lì per scoppiare. E riguardando il corpo dell’altro così stranamente aperto, manifesto, rivelato, “apocalittico”, ci può venir da pensare che è un corpo “salvato” perché nuovamente nella sua integrità. E quella pelle è così bella perché intera, non interrotta da tele, da messaggi di altri. Che quel corpo è così spontaneo e naturale persino in quel che riguarda la vista del sesso (cengia da brivido sopra l’abisso), perché s’è capito che questa è la giusta misura dell’essere uomini. E la parola nudo allora persino scompare perché più non ha senso, perché non c’è più nulla da nominare e distinguere con preciso concetto, come non c’è differenza se porto un cappello o un berretto, o preferissi la birra invece del vino.

Prospero e nudo


La natura mi vuole nudo e prosperoso. Prosperare vuol dire esser perfetti secondo le attese, secondo che vuole stagione. Non c’è nulla da aggiungere ad un fiore, all’uva matura, alla pioggia, al chiaro del giorno, al respiro che mi entra nel corpo, al sapore che m’inganna e mi nutre. Ho messo su qualche chiletto, sono paffuto e rotondetto, eppure mi piaccio anche così. Così come sono, così come vivo. Senza uno schema, senza un progetto, senza una meta: mi basta quel che mi fa la natura, come comanda natura. Davvero non ho nulla da aggiungere al mondo che vedo: aspetta che mi sveglio, perché ne sono tuttora ammirato. Non m’aspetto che la vita anche mi paghi, non m’invento il diritto alla mia fetta di torta, di “sedere al banchetto della vita”.

Non ho speranze, non ho timori. Non mi manca la sicurezza, “del doman non c’è certezza”, ma quante previsioni catastrofiche non si sono poi realizzate! Il dubbio sistematico è qualcosa che ci siamo inventati, perché sempre scontenti di tutto. Noi avremmo fatto di meglio!

Siamo vestiti dei nostri pensieri. Esco nudo sul balcone a vedere il sole che sorge; incrocio le mani e mi stiracchio tendendole in alto. Un respiro profondo. Mi risponde la brezza, mi risponde il rosa dell’aurora, delle nubi che limpide si stagliano in cielo. Cos’è che mi manca? Tengo a briglia i pensieri che già sono corsi al caffè, al lavoro, al giorno che viene. Nudo mi sento ancorato a questo momento d’adesso. Non c’è uno schema migliore: non mi va neanche di far paragoni.

Non è per il piccolo fremito che di solito abbiamo quando sappiam d’esser nudi, quasi ancora ci frustasse la ferula d’un’arcana infrazione. Non è per l’insolito stare. Ma perché nudo mi vengono altri pensieri. Anzi, non mi vengon affatto pensieri. Non c’è nulla che debba quadrare, non esiste un modello che abbia capito. Zittiti i pensieri c’è sol d’ascoltare quel che di noi il nostro corpo ci dice. Sono messaggi brevi, ma intensi, piccole intuizioni, sorprese, scoperte, come ricordi di un sogno; piccole voci che poi s’ingrandiscono, occupano il pieno volume senza assordare. Persino la saliva ha un sapore diverso. Ci sventola la mano davanti agli occhi e ci chiede se siam svegli, se riusciamo a percepire. Non c’è solo il tè, la marmellata. Prima c’è già qualcosa. Prima di vestirci siamo già qualcosa. Qualcosa di solido. Qualcosa di noi, qualcosa che siam noi, tal che ogni mattino un po’ ci sorprendiamo di cosa sentiamo di noi. Poi in tuta e scafandro cominciamo il giorno e il lavoro. E il corpo funziona anche così, fa il suo dovere – nonostante.

Ammirati che tutto funziona – da sempre, da che noi siam vivi: cuore e corata, e fegato e milza, e il sangue, i nervi, la pelle, occhi-orecchi-naso-bocca. E tutto il resto che ancor non sappiamo.

Al mattino mi piace per un momento esser narciso. E piacermi, ed esser contento di me, perché son contento del mondo. Perché mi vedo con strani vestiti impalpabili: una brezza, il raggio del sole che sorge, la temperatura ideale. Ed ogni cellula viva, che sembra voglia farmi occorger che davvero son vivo, esposto senza altri pensieri all’aria, alla luce, a chi dalla strada passando potrebbe vedermi.

Non mi vedo diverso da un’albicocca, una pesca, un grappolo d’uva, un camoscio, un leprotto che attraversa una callaia in campagna, un airone che ancora mi teme, una simpatica lontra che m’invita a tuffarmi in torbiera.

Il di-più mi stravolge, è fuori misura, violento, eccessivo, opprimente, mi toglie la libertà che madre-natura mi ha dato. Sarei come una foto truccata, un film con effetti speciali, uno spettacolo da saltimbanchi. Invece, sin dal mattino, son prospero e nudo, e mi piace sentirmi così anche sotto i vestiti che devo portare, contento nonostante di sentirmi a mio agio.

Sentirsi nudi


Forzando mille resistenze possiamo anche riuscire a metterci nudi. Il corpo ci ringrazia e poco a poco cessano i tremori e l’affanno, il rossore e la rigidità che sentivamo sul collo. Il corpo si rilassa e ci benefica di un sano, naturale, appagante benessere. La presenza di altri come noi all’intorno ci rassicura, riusciamo a sorridere, a parlare senza troppi colpi di tosse. Via via ci sentiamo più sicuri e più forti. Sparite le paure, svanite come fumo nell’aria, ci sentiamo più puliti, sinceri e più veri.

La pelle più chiara dov’era il costume è tutta un geloso fervore, ossigenata dalla brezza e dal sole. Il sesso poi fa le sue capriole, tutto da solo, fa suoi monologhi, stranito e ubriaco al respirare un po’ d’aria buona, di vedere un po’ il mondo e l’altra gente. Fa suoi pensieri e li tiene per sé: è un placido miura che rumina sotto una quercia sulla sierra assolata. Non sta chiuso in stalla, un anello alle nari, slegato e portato al “servizio” quando vuole il padrone.

Il corpo si sente discioglier per l’orgoglio di sé. Luce, aria, tepore entran dai pori: si risveglia e rinfranca una forza sopita che non sapevamo d’avere; i muscoli riprendono tono e vigore; lo sguardo è stupito, inghiotte appagato, e più non nota le immagini che prima lo adescavano tanto, lo invischiavano, sempre insaziato come fossero droga.

Ah! Un soffio e anche queste catene si riducono in polvere: ora il nudo non fa più quell’effetto, non richiama null’altro. Lo vedi usato con malizia scoperta. Una fresca folata spazza dalla mente un odore di chiuso e stantio. Aperte queste finestre, respirata questa brezza fragrante di resine e piogge, di funghi e di fiori, che noia guardare bisticci in tivù, chattare su internet per passare un po’ il tempo.

Vado al balcone, le mani incrociate dietro la nuca, e finalmente respiro: son bagni di aria, bagni di sole (bagni anche di sguardi – che ora non mi mettono a nudo: di nulla ho vergogna. Non del sentirmi quel nuovo che sono). Mi sento leggero, giocherellone, più libero e anche pulito. Da oggi io sono diverso e non torno più indietro.

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