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Sono Natura


Dalla natura vengo a sapere che sono nato nudo, che anche sotto gli orpelli quotidiani, sempre nudo rimango; che nudo mi disfarò nella tomba, che eventualmente nudo mi presenterò al tribunale di Dio nel giorno del giudizio. Orpelli che mi si sono incarnati addosso, che sono diventati persino pensieri, convinzioni, stati e condizioni, definizioni, dati di fatto, credenze, certezze, assiomi, talvolta ossessioni, su cui ragionare e agire di conseguenza. La controprova è che, mollati i paludamenti tessili e le fisime mentali, ci vediamo semplici e nudi, come pane senza companatico… ma buono lo stesso.

 

Semplici e nudi

Semplici e nudi innanzitutto verso di noi: so benissimo della pancetta che ho, di certe pliche flaccidose della pelle, del grasso che mi ottunde i bei pettorali. Però se è così che son fatto, così mi tengo. Perché, se per primi noi stessi non ci accettiamo, troveremo negli sguardi degli altri un giudizio (presunto) e una conferma del nostro scontento.

Guardandoci dal punto di vista della natura, vediamo la nudità come fatto naturale, come non ci fosse differenza fra la stanza da bagno e fuori, fra casa e fuori. E gli altri son forse Marziani? No! Anche loro sono figli della stessa natura. E perché dunque pensarci indecenti, come se qualcosa di noi fosse inaccettabile, fatta male, quasi innaturale? (persino della natura abbiamo un’idea di come debba essere – secondo noi!) Perché del distinguo che fa la “ragione”, il pensiero dei più che ci dice che cosa è decente e che cosa indecente? Se non è indecente la natura, non sono indecente neanch’io, nemmeno se son sovrappeso. Penso che sono più indecenti i nostri “razionali” pensieri: la lingua batte dove il dente duole.

Ma, una volta spogliati, ci si apre un mondo, ci sorprendiamo del mondo, ci fa meraviglia – anche di noi ci meravigliamo: così non ci siam visti mai! La differenza maggiore la scopriamo dentro di noi, nel mutamento dei pensieri, delle convinzioni, delle valutazioni, che si traducono in comportamenti, atteggiamenti, scelte di vita. Senza acrimonia, senza stracciarci le vesti, senza indignarci, ma semplicemente e risolutamente andiamo da un’altra parte… nel castagneto del Dosso dei Camosci ad esempio, a sentirci finalmente sinceri con noi stessi, a constatare la differenza fra legge “divina” e legge naturale. Ma non dovrebbero essere la stessa legge, visto che proprio Dio ha creato la natura così com’è? Chi ha mischiato le carte? Chi sta bleffando? E crediamo a Pascal: “se  l’asso ce l’ha, abbiam perso; se l’asso non ce l’ha, ci punisce comunque per aver anche solo pensato che stesse bleffando. È meglio scommettere che ce l’abbia e, pazienza, game-over. Ma chi mi ha costretto a quel tavolo di poker? A scommetter la mia vita per un atto di fede, con un patto di fede? Grazie, io non gioco. “Cosa? Non stai al gioco, non vuoi giocarti la vita con Dio? Non può volere la tua rovina: se poi ti ritrovi in mutande, la carità ti verrà in aiuto, la Sua misericordia è infinita. «Non essere incredulo, ma credente, Tommaso!» (Giovanni 20, 27)”.

La natura mi parla per archetipi, non ha parole, non ha tutorials, non mi manda i concetti già bell’e fatti, pronti per l’uso: ha mille altri modi, mille altri fatti, mille nuove esperienze che posso scegliere di fare per provare a conoscermi meglio. Con me, ma anche in confronto con altri. E dopotutto, da qualche parte ci sono anche i sentimenti… e non son poca cosa.

Tutti capiscono il freddo ed il caldo, il giorno e la notte, il disagio e il benessere, la fatica e la gioia… Non posso per tutta una vita cercare di evitar la natura: scegliere il piano e non la salita, l’auto invece dei piedi, il cotto invece del crudo, le primizie di serra perché non so aspettar la stagione, la corsa invece del passo, i sapori “genuini” e “salati” , ricordarmi della crema solare, mettermi gli occhiali da sole… Sembra quasi che stiamo creando un’anti-natura, una creazione parallela che stiamo rifacendo da noi, come se il Creatore non fosse stato bravo abbastanza. Chiaro, noi vogliamo capire, smontiamo e rimontiamo, se qualche pezzo non combacia, annunciamo una nuova invenzione… Ci stiamo costruendo un pianeta tipo Gattaca, asettico e innaturale.

La doccia d’aria fresca

Il nudo stride. Il cane-da-guardia del pudore ci abbaia alle spalle, per farlo tacere non abbiamo che da spogliarci, riconquistarci quel corpo che dovrebbe essere solo nostro, involucro e specchio della nostra anima, la nostra costante k in quanto persone.

Il nudo ride. Il nudo ci fa contenti. Di un’intima gioia di persone comuni, che appunto perché spogliate di tutto, si vedono forti egualmente, non appese a pensieri, a progetti, a valori che danno una parvenza di vita: ci accontentiamo di esser dei burattini?

In casa sto nudo; al mattino mi alzo, mi affaccio al balcone e mi stiracchio levando in alto le mani con le dita incrociate: le prime boccate d’aria mi scandagliano, mi entrano, come mi entran negli occhi i primi bagliori dell’alba; il frescolino mi avvolge la pelle, sembra che l’aria stessa si sia avvicinata e voglia conoscere me – non c’è nessun altro -, darmi il buongiorno; non è ostile, non rabbrividisco, è una doccia d’aria fresca. I balconi a destra e sinistra sono deserti, e se anche una mattiniera vicina uscisse sul poggiolo a sprimacciare i cuscini, vedendomi al naturale così come sono, sorpreso con le dita della marmellata ancor nella bocca, le vedrei un sorrisetto spuntar sulle labbra, contagiata dal lieto, leggero, fresco sorriso che le manda mio corpo libero, tutto, intero dalla testa ai piedi, selvaggio come un Boscimano, naturale come son per me stesso. È naturale esser nudi, più che l’esser vestiti. Lo sanno anche i sassi.

Ma noi siamo sociali: da soli siam brava gente, ma insieme… sembra sparisca buona parte di umanità; insieme siamo più forti, lavoriamo di squadra (gli eserciti son formidabili! non importa del prezzo, se davvero vuoi conquistare qualcosa: prezzo d’amatore). Viribus unitis, unendo le forze è più facile raggiunger lo scopo. Spesse volte questo scopo non l’ho scelto da me, ma qualcuno più forte di me, divenuto forte perché gli ho ceduto la mia forza (volente o nolente). In questo la società mi fa paura, mille volte più della natura. Anche in natura tragedie e disastri sono all’ordine del giorno. Solo la Walt Disney poteva inventarsi un Lion King: solo noi lo vediamo “re della foresta”; in realtà, un leone non va oltre la propria famiglia; una tigre non mangia più del necessario; le api non vendono il proprio miele.

La consapevolezza sociale è molto diversa dalla consapevolezza personale.

Per “rispetto delle differenze” omologhiamo tutti, tutti uguali di fronte alla legge; il multanova scatta per tutti automaticamente… poi con la cassiera mostriamo chi siamo (galloni, occhiolino, “facciamo-a-metà?”…)

La nostra costante

Il nostro k o il nostro (氣), il prana, che è lo stesso che spiritus o anche il “soffio che ci ha dato la vita” (πνεῦμα), la nostra “essenza individuale” (o carattere, psiche, anima, personalità, identità, individualità, forza d’animo, carattere, indole… ma anche volontà, decisione, intenzione, scelta) lo teniamo rigorosamente per noi, è poco socializzabile, se non nella ristretta cerchia di amici. Eppure non c’è nulla di più universale e di fuori dal tempo: questo tratto umano universale che dà il senso allo studio della storia come storia di uomini, di tutti gliuomini, quel quid di umanità che trapassa di generazione in generazione senza disperdersi, senza inquinarsi; quell’idea di uomo che possiamo ammirare negli uomini di oggi come in quelli di ieri. È quell’energia personale e interna di ciascuna persona, che lascia il proprio sigillo nelle cose che fa.

«Il al mattino è fresco» diceva Sun Zu. Eppure è con la nostra maturazione, con l’evoluzione che ci siamo scelti da noi, che ci relazioniamo con gli amici e gli sconosciuti. L’attenzione ai suggerimenti della natura ci fa evolvere nella direzione che noi vogliamo, una direzione vantaggiosa, perché più equilibrata, meno stressante, più sana, più piacevole, più istintiva, ma a suo modo regolata nel variarsi e adeguarsi giorno per giorno.

Dal balcone di casa guardo le torbiere, la campagna, il sole che nasce, i nuvoloni carichi d’acqua. Mi sento a-posto, giusto così. Non sto segnando le crocette fitness su una tabella. Mi distrarrei: sono molte le cose che il corpo percepisce in quell’istante: la mia presenza-esistenza è un vortice di mille pensieri, una dinamo che si sta caricando: mi riconfermo in quello che sono, con questa sensazione di oggi in più, e domani sarà di nuovo lo stesso e diverso. Linfe sconosciute mi circolano in corpo, forse son raggi (l’intero alfabeto greco non basta a elencarli), forse fotoni, forse dell’altro che ancora non sappiamo che esiste, ma che pur ci fa bene.

E allora penso che mi sono ripreso un pezzo di corpo, come se finora mi fosse stato rubato, se è questo corpo, ora tutto intero, che mi ridà tutto questo che sento, e che ben non so dire.

Questo sento mi fa la natura.

La Natura mi sbraga: dov’è l’indecenza?

Di fronte allo spettacolo della natura, dopo ore di marcia e sudore, durante le quali abbiam dialogato, interagito passo dopo passo con la natura, dopo che ad ogni curva qualcosa cambiava, fotogramma dopo fotogramma, arrivati alla cima ci viene spontaneo dire al mondo qualcosa di noi, qualcosa di sincero, di nuovo, di stupendo, qualcosa che scopriamo lì e allora per la prima volta, ci vien automatico dimostrare il nostro apprezzamento, la nostra meraviglia e sorpresa; l’esigenza di non tener nascosta, separata, specialissima, con la scusa che sia privatissima, nessuna parte del nostro corpo, così sensibile a tutto, che tutto questo coi sensi ci ha fatto capire, come fosse l’altra metà di noi stessi; al diavolo le convenzioni e convenienze, dov’è l’indecenza? mi calo le brache (non è atto di resa, e nemmen di protesta o sberleffo), mi par di volare, di esser grande come tutto l’orizzonte che vedo, mi sento in gola la sazietà di un momento di  gloria, la tranquilla normalità di una magnificenza che mi diventa respiro, inalato a pieni polmoni. Non valgono un pensiero gli stupidi pantaloni abbassati alle caviglie: andrei in prigione per un momento come questo. Mi sento gonfio come un tacchino che fa la ruota, fiero come un lupo che va per i fatti suoi, piena la testa di grilli minuscoli e vispi, orgoglioso come un piccolo dio, compreso di un’esperienza che mi sta trasformando, invanito di cose da nulla, ma che pure son rare, grandi e preziose – mie! pieno di vanterie belle, buone e reali; mi sento ricco di niente, perché non saprei dire di che… forse semplicemente di vita. La natura mi dice che ogni momento, normalmente io sarei così, abitando una «casa in cima al mondo» come cantava Pino Donaggio quand’ero ragazzo. Ah, sì che ci vien voglia di crescere, perché all’improvviso si sa come fare, cosa fare, com’è.

Sbragati dalla Natura (Foto di José Gomez, California – da http://www.maktiv.net)

Tranquilla nudità


Una categoria

Ho in mente una certa idea di nudità: una nudità naturale, fisica, biologica, a livello animale, al livello più basso della civiltà. Una nudità che non ha nemmeno bisogno di essere pensata, un concetto che di per sé non dovrebbe esistere, che non ha bisogno di essere espresso a parole. E non può, perché non ancora distinto lungo il continuum: così come quando vediamo un animale non diciamo che è nudo; la categoria non è applicabile.

Nudità senza nulla

Avere in mente una certa idea di nudità è dunque una contraddizione. Se la nudità naturale è indifferenziata, priva di valori in sé, senza significato, senza rinvii ad altro, al di fuori anche dell’ambito estetico, al di qua dell’immaginario collettivo, senza alcuna finalità comunicativa, rappresentativa, dimostrativa, allora sparisce anche come profilo concettuale, valore, significato, proiezione, evidenza, ecc…

Da ragazzo

Mi ritornano alla mente ricordi e parole degli anni della mia prima pubertà: «Me l’ha visto – Gliel’ho visto». Nel primo caso con un senso di vergogna, come non fossi stato capace di difendere un qualche mio onore, come se il vedermi il pisello fosse quasi uno stupro visivo. Nel secondo caso, al contrario, l’orgoglio si gonfiava come per una fortuna capitata a sorpresa, come di una vittoria, una conquista, un dominio; come si trattasse di un furto di dignità, lo stabilirsi una volta per tutte di una differenza fra furbi e idioti; quasi fiero di veder qualcun altro su un gradino inferiore.

Lo facciamo apposta

Meccanismi nei rapporti sociali che cominciano a funzionare in una certa maniera. Per poi giungere, qualche anno più tardi, a «me l’ha fatta vedere», recuperando punti di considerazione nel branco dei pari.

E mi chiedo: «allora lo facciamo apposta?» Pare proprio di sì. Il pudore viene usato per regolare i rapporti sociali, il grado simbolico di avvicinamento sociale, di confidenzialità… o per istituire e rivendicare le tappe di una avvicinamento e confidenzialità. Per strutturare, indirizzare, categorizzare la relazione. Come se quell’area proibita fosse il sancta sanctorum di una liturgia necessaria ed esclusiva e vi si possa accedere solo per iniziazione. Non ha importanza, poi, se tutto il resto della relazione col tempo va a rotoli, o persino è inesistente. Agli occhi della società, è l’atto di forma che conta: al codice civile (matrimonio) non importa se e quanto due persone si vogliano bene.

Ritualità e significati

A dir il vero queste considerazioni nascono dall’aver osservato due funzioni all’interno della cultura, che si traducono immediatamente in rapporti sociali

  • La ritualità
  • L’attribuzione di significato

L’accesso al corpo è estremamente ritualizzato: c’è differenza sostanziale fra una carezza e una palpatina; e pure lo sguardo ha norme rigide e precise. Per non parlare della funzione allusiva del vestiario.

Una volta attribuito un significato alla nudità (deboscia o purezza, povertà o sopruso, umiliazione o adescamento…) ne discendono comportamenti, giudizi, sanzioni che cercano di incanalare la convivenza sociale.

Ritualità e attribuzione di significato sono procedimenti retorici: l’uno e l’altro sospendono in qualche modo la critica. Il rito proprio nella sua immutabilità diviene efficace (“si è sempre fatto così”); il significato si autogiustifica proprio in quanto accettato e ritrasmesso.

Esser persone, adulti, cittadini, comporta l’osservanza di una serie di norme (scritte o date per ovvie) che più vengono osservate, più si confermano nella loro convenzionalità e da se stesse traggono maggiore vigore e valore.

Sul balcone

Mi vedo tranquillo, nudo, innocente e pacifico che prendo il mio sole sul balcone di casa; un libro, una birra. Un attimo di tranquilla serenità, lontano dal caos e dalla ferrosa, arrugginita materialità che è spesso la vita di oggi.

È una così grande indecenza? Davvero è così grave?

Nudità di natura


Nudi ci percepiamo altrimenti,
vergini e puri come Natura ci ha fatti.
E siam sempre così, sotto le vesti, nell’intimo nostro.
Luminoso diamante, eroica libertà;
compatti, perfetti, del superfluo nudati.

L’essenziale di mira, il resto è orpello di peso.
Persin di parole siam parchi, sinceri che siamo.
Trafiggiamo immuni i giorni che abbiamo,
nuotiam come lontre nel tempo corrente.
Siam nella vita, e pur tutto ci scivola via.

Ci basta tenerci amici per mano e nuotare.
Ogni tanto ci tocca tornar sulla terra,
stretti in camicie, cinture, bottoni, zip e  corpetti.
Ma appena siam liberi, tutt’all’aria gettiamo.

Ci piace vederci tranquilli senza nulla qual siamo.
Nudi e di marmo: già fummo modelli per Fidia e Lisippo.
E lo siamo nell’oggi che stringiamo nei pugni,
determinati e gloriosi, allegri e giocosi.

Non l’abbiam con nessuno: ci diamo buon tempo.
Ci prendiamo per mano e nuotiamo nel presente che abbiamo.
Non ci cal di costumi e d’usanze, splendiamo di noi.
Che si veda la forza che abbiamo: nulla temiamo.
Non si fomentan batteri negl’inguini e pube
e men ancora celiamo malizie nell’anima e cerebro.

Pretti qual vino sincero, siam nudi, siam veri.
Schietti ci ha fatto Natura e lo sappiamo orgogliosi,
ci spogliamo volenti e non vinti a strip-poker.
Esaurita l’apnea, emergiamo a riempirci i polmoni,
siam quel che siamo, cooptati da un libero anelo.

Un’òra di vetta ci espande sul mondo,
ci sale dai corpi un orezzo silvestre,
odoriamo di pino, di musco e lentisco.
Siam vegeti linfe, siam foglie e radici;
non vedo sozzure per come siam fatti.
Anatema a chi ci induce a pensarle,
a chi n’indulge e – negando – ci guazza.

Mi piace – il mio sogno alle mani – calarmi i calzoni,
varcare l’ingresso d’un limpido mondo
dove non stiamo a guardarci siam belli, siam brutti.
Ci piace poter star come siamo alla luce del sole,
come santi e innocenti Natura ci ha fatti.
Pecca il peccato che pensa la carne vergogna e carcame.
Paraocchi che non voglion vedere il semplice e il vero.
Io… mi tuffo nel laghetto che fa una cascata che so.

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