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La tentazione di Eva


Il protovangelo di Giacomo

Mi sono imbattuto nei giorni scorsi nel Protovangelo di Giacomo, uno dei testi apocrifi non riconosciuti dal canone cattolico e non inclusi nella Bibbia. Circa sette secoli dopo la redazione della Genesi, conserva una memoria un poco diversa di quei fatti e aggiunge qualche particolare interessante  degno di attenzione.

Trascrivo il brano per comodità:

[13, 1] Quando giunse per lei il sesto mese, ecco che Giuseppe tornò dalle sue costruzioni e, entrato in casa, la trovò incinta. Allora si picchiò il viso, si gettò a terra sul sacco e pianse amaramente, dicendo:

«Con quale faccia guarderò il Signore, Dio mio? Che preghiera innalzerò io per questa ragazza? L’ho infatti ricevuta vergine dal tempio del Signore, e non l’ho custodita. Chi è che mi ha insidiato? Chi ha commesso questa disonestà in casa mia, contaminando la vergine? Si è forse ripetuta per me la storia di Adamo? Quando, infatti, Adamo era nell’ora della dossologia, venne il serpente, trovò Eva da sola e la sedusse: così è accaduto anche a me».

[2] Giuseppe si alzò dal sacco, chiamò Maria e le disse:

«Prediletta da Dio, perché hai fatto questo e ti sei dimenticata del Signore, tuo Dio? Perché hai avvilito l’anima tua, tu che sei stata allevata nel santo dei santi e ricevevi il cibo dalla mano d’un angelo?».

[3] Essa pianse amaramente, dicendo:

«Io sono pura e non conosco uomo».

Giuseppe le domandò:

«Donde viene dunque ciò che è nel tuo ventre?».

Essa rispose:

«(Come è vero che) vive il Signore, mio Dio, questo che è in me non so d’onde sia».

Ritengo che il Maligno abbia offerto a Eva qualcosa più di una mela, e durante l’incontro sia rimasta incinta (come appunto è capitato a Maria durante l’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele. Nel capitolo successivo infatti Giuseppe, durante una notte insonne, giunge a questa conclusione: «temo che quello che è in lei provenga da un angelo»).

Pobabilmente Eva rimase incinta di Caino. Provenendo da un angelo “cattivo” il destino di Caino era già segnato sin dall’inizio. Paradossale che proprio il primo omicida venga poi “graziato” dalla legge del taglione (perché probabilmente non esisteva ancora) con l’impressione di un segno: “Nessuno tocchi Caino”  (Genesi 4,15).

Il brano riportato mi pare importante e curioso perché aggiunge due novità rispetto al racconto della Genesi:

1) Adamo non era presente al momento della tentazione perché era «nell’ora della dossologia».

2) Nell’“ora della dossologia” Dio, occupato nella propria autocelebrazione, non poteva sorvegliare il giardino. Solo con l’assenza di Dio si rende possibile il piano del Serpente e la tentazione. A meno che non si tratti di un apologo con tanto di insegnamento morale: diffidare degli incensi, delle manifestazioni celebrative perché distolgono dalla sorveglianza accurata.

Il Ghirlandaio, Adorazione dei Magi, 1488 (Firenze, Galleria degli Uffizi)

Il Ghirlandaio, Adorazione dei Magi, 1488 (Firenze, Galleria degli Uffizi)

La dossologia

Qualcuno traduce pure «nell’ora della preghiera» (Marcello Craveri). La parola doxa (da cui dosso-logia) in greco vuol dire fondamentalmente “gloria, buona fama”, e da qui è passata a significare, in concreto l’atto stesso, il rito di venerazione verso Dio, di riconoscimento del suo potere, della sua sovranità (Signore!), della “verità”, nonché della sua “divinità” (qualunque cosa voglia o volesse dire questa parola), fondamento della fede, ecc., in cui si recitano formule che decantano la gloria di Dio, come fosse un vincitore in trionfo.

Sono delle dossologie:

– gli inni, come il Te Deum laudamus, il Magnificat, il Benedictus,

– i Salmi… perché finiscono in gloria  – «I cieli narrano la tua gloria…»

– alcune acclamazioni liturgiche, come il Gloria in excelsis Deo, Sanctus, sanctus, sanctus

– i sacrifici come quelli di Caino e Abele

– l’adorazione dei Re Magi

– le parole degli apostoli dopo la tempesta: «Davvero tu sei figlio di Dio!» Matteo 14,33;

di Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» Giovanni, 6, 68-69;

del centurione sotto la croce, Matteo 27,45, Marco 15,39;

di Marta dopo la resurrezione di Lazzaro, Giovanni 11, 27; trasformato poi nell’annuncio di verità «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze» Matteo 10, 27).

– è la principale attività degli angeli in cielo, quando non sono impegnati nel compito di messaggeri.

Una corrente interpretativa  pensa che “gloria” possa significare “potenza”, perché il concetto di gloria, allo stato di evoluzione e organizzazione sociale di allora, poteva suonare troppo astratto per un popolo di pastori.

Adamo era dunque presso Dio ad ammirare la sua potenza. Una potenza a doppio taglio: benigna per i fedeli, intransigente e “giusta” con i trasgressori.

La gloria di Dio come “potenza concreta” è descritta nell’Esodo (24, 16; 33, 18-23): Mosè chiede a Dio che gli si mostri nella sua gloria per avere qualche elemento in più per convincere gli Ebrei a preferirlo come Dio, rispetto agli idoli pagani. E Dio gli dà delle istruzioni precise, perché la vista della sua gloria potrebbe annientarlo, tanto è potente. Il testo ebraico usa il termine kevòd di solito tradotto con “carro, veicolo imponente, pesante”. Mosè si nasconde nella fenditura di una roccia, e può osservare il passaggio della gloria solo mentre si sta allontanando, e tuttavia il passaggio del kevòd gli ustiona la faccia, anche se in modo leggero.

Anche Beatrice, nella Divina Commedia scende dal cielo su un carro (Purgatorio XXX, 37-39), che WIlliam Blake illustra simbolicamente e misticamente prendendo a prestito le indicazioni di Ezechiele:

sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.

William Blake, Beatrice si rivolge a Dante da un carro (1824- Londra, Tate Britain)

William Blake, Beatrice si rivolge a Dante da un carro (1824- Londra, Tate Britain)

È così facile salire sul carro dei vincitori! Tipico degli Italiani.

Il termine dossologia compare solo con i Padri della Chiesa (Clemente Alessandrino, Origene, Asterio Sofista nel suo commento al salmo 18, Giovanni Damasceno) e negli scritti apocrifi (Testamento di Abramo, Protovangelo di Giacomo).  Interessante che la “conversione” di Costantino sia chiamata dossologia dallo storico cristiano Eusebio (Vita Constantini 2, 55). Al passaggio di un trionfatore con la corona d’alloro sospesa sul capo, possiamo esultare insieme, partecipare nella gioia, considerarlo una divinità in terra (un divo), oppure chinare il capo in segno di sottomissione: come a dire “esaltati e contenti di essere sudditi di un simile capo”. Puntini, puntini…

Innocenza edenica


L’espressione innocenza edenica con cui concludevo il mio articolo precedente ha continuato a presentarsi alla mente e a indurmi a considerarla più attentamente, ma più spesso mi sono esposto passivamente alle suggestioni che mi inviava, curioso di dove voleva portarmi, degli orizzonti che mi stava aprendo, dei collegamenti che poteva agganciare come fosse un amo da pesca lanciato nella corrente dei pensieri.

Il peccato ci fa uomini (meglio, cristiani)

Il primo pensiero affacciatosi evidenziava una contraddizione nella nostra mentalità comune. Nonostante tutto l’apprezzamento e l’allettamento quasi utopico di quella situazione paradisiaca, si è frapposto un impedimento, una situazione di definitivo non-ritorno quasi un perentorio richiamo alla concretezza (assolutamente imperativo per una persona “matura e civile”), come se la colpa, la caduta (e la conseguenza del dolore e della fatica del vivere) si fosse trasformato in un provvidenziale trampolino di lancio per una concezione nuova e responsabilmente più matura dell’Uomo, per capire compiti e dignità di un uomo che voglia considerarsi tale, quasi si dovesse continuamente riscattare con le proprie forze, per riportarsi in pari, o almeno vicino a quell’ideale.

Una seconda contraddizione consiste nel fatto che, pur raggiunto questo livello di autonomia e dignità, che lo getta nudo nel mondo e nei flutti della storia, e se la cava dignitosamente con le sole sue forze, debba comunque sentirsi in grato debito della vita al suo “Creatore”, riconoscere e accettare una condotta di vita dettata dall’alto, una morale che gli distingue il “bene” dal “male”, in attesa del rendiconto finale, come un massaro al suo signore:

«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Matteo 25, 34-36, già in Isaia 58, 6-7).

 Le sette opere di misericordia corporali ci acquisteranno misericordia nel giudizio finale, cioè il perdono dei peccati, e il premio del Paradiso celeste. Misericordia significa avere un cuore che si intenerisce per le sfortune, infelicità, miserie altrui e proprie. Come anche nella parola tolleranza, ci vedo sempre quel pizzico di presunzione che pone chi usa misericordia o tolleranza su un gradino di distinzione da cui elargire la propria elemosina, il proprio insignificante surplus… noblesse oblige… Ma meglio: quel piccolo obolo, quella minima beneficenza frutterà il paradiso, si tratta dunque di un investimento. Il tornaconto è moltiplicato di un fattore uguale a quanto consideriamo generoso e magnanimo il giudice-ragioniere.

E quel modello, quel racconto, quel mito, ci vien raccontato come se riguardasse tutta l’umanità, e non soltanto i seguaci di una determinata religione. Questo “cattolicesimo” (cioè estensione totalitaria a tutto il mondo e al genere umano) e il missionarismo che ne discende, oltre che essere una pretesa bella e buona, costruita ad arte come definizione di un progetto divino, urta contro il diritto personale, democratico, civile e condiviso (nel senso di “relativo alla pacifica convivenza nella medesima società di opinioni e credenze diverse”), di non avere fedi, o di poter scegliere liberamente quella che più ci aggrada, senza per questo sentirci il dito puntato dell’anatema, del tradimento, del disonore, della superba pretesa di ritenersi migliori di altri e starsene isolati dalla maggioranza con l’aristocratica puzza sotto il naso, di un agnosticismo pusillanime e di comodo. Come se anche solo la minimissima percentuale dell’1-∞ di “pecorelle smarrite” fosse il cavallo di Troia che minaccia l’intera umanità o un rischio di sopravvivenza per la religione stessa (“non c’è più religione!”). O si tratta di un risentimento, non tanto velato, di fronte al fatto di non aver ancora portato a termine il comandamento “andate e predicate il Vangelo a tutte le genti”.

La camicia di contenzione: prevenire, terrorizzare, umiliare

La seconda considerazione riguarda la colpa, la trasgressione del comandamento divino. Mi nascono dubbi sull’effettiva onnipotenza e onniscienza di Dio, se permette al Maligno di entrare nel suo giardino, se non ha previsto questo “attacco” … se è impotente di fronte al virus di Satana (probabilmente l’aveva effettivamente e subdolamente pianificato, criptandolo con la virtù dell’obbedienza, quando ha imposto il divieto stesso, quando ha lasciato aperta la backdoor della tentazione, della possibile intrusione). Sinceramente queste questioni non mi toccano minimamente: toccano solo il credente, chi giura sulla Bibbia, chi sente di aver bisogno di una fede – e di questo tipo di fede. Tuttavia le conseguenze, quelle sì, riguardano tutti i cittadini, perché la morale di questa religione è storicamente confluita pari pari nell’attuale ordinamento legislativo, da Costantino e Giustiniano in poi. Il tenere al guinzaglio le persone inventando per loro una “coscienza” (una telecamera di sorveglianza a distanza) con cui controllarle (rinfacciando, quasi beffardamente, proprio l’aver gustato del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male) è stata una genialata. Ma altrettanto genialata è stato postulare un Dio inconfutabile, vero, eterno e giusto per definizione, ottimo sotto ogni rispetto, e perciò autorevole e indiscutibile, con un suo piano di “salvezza” per ciascuno di noi e per tutti. Tradire questo piano significa remare contro, essere asociali, non partecipare al “progetto della salvezza” (da che cosa non si sa, lo si lascia nell’indeterminatezza, alla varia e personale attribuzione di significato), non contribuire al “progresso” umano, non lavorare “nella vigna del Signore”. E per chi lo accetta, una trasgressione, anche involontaria, significa tirarsi addosso il tremendo castigo di Dio nell’al di là e un senso di colpa nell’al di qua, che reclama una riparazione, un riscatto, pagato a suon di buone opere, pentimento, penitenza e buoni propositi. Come se l’uomo, per natura sua fosse matto da legare, agitato all’inverosimile dalle sue passioni che si azzuffano come gatti in un sacco. Passioni che tradirebbero la nostra bassa origine biologica che ci accomuna alle bestie, incivili perché non moderate dall’etichetta che si richiede in società.

Iznogud

I protagonisti del fumetto di  René Goscinny

I protagonisti del fumetto di René Goscinny

Proprio perché abbiamo peccato, siamo stati scacciati da quel giardino di delizie, dove non esistevano il lavoro, il dolore, i doveri, gl’impegni, le responsabilità, il sesso, i figli, la società, la morte. Non lo meritiamo più. A dir la verità, nemmeno mi piacerebbe passare la vita da Alì Babà, come per converso non mi piace che mi sia stata instillata questa aspirazione, fallimentare sin dall’inizio, di “diventare califfo al posto del califfo” come nel celebre fumetto (e analogamente fallimentari sono le disavventure della Banda Bassotti o di Wile E. Coyote).

Vado a pescare…

Detto su ciò tutto il male possibile, anche la bella espressione “innocenza edenica” si svuota dei suoi valori “positivi”, appunto perché funzionale a legittimare e confermare la presupposizione di un polo opposto, la connaturata esistenza e immanenza del suo contrario: il male, la colpa, la caduta, la punizione, quella spiegazione dei fatti. E di conseguenza, ritengo che la libera pratica del nudismo non può essere legata a nessuna ideologia, a nessun quadro culturale o morale, a nessuna credenza, a nessun movimento, militanza, partito, filosofia o utopia. Esattamente come nessuno ci può negare il diritto a campare, ad essere quel che vogliamo essere, a scegliere mogli ed amici, lavoro, cibo, sport, interessi. E non vorrei nemmeno usarla come argomento forte contro i nostri “detrattori”, nel senso che richiamandoci all’innocenza perduta, ci facciamo facile bersaglio dell’accusa che non abbiamo i piedi per terra, che viviamo nell’utopia, che il paradiso terrestre, volere o volare, è perduto per sempre, che ci manca il senso di socialità e condivisione di valori e persino il senso della dignità umana, e non abbiamo vergogna del nostro contegno quanto meno indecente, ma anche amorale, asociale, offensivo, impositivo, presuntuoso. Entriamo in un quadro dipinto da altri, ad arte. Non possiamo criticarlo senza prenderne a prestito gli stessi percorsi argomentativi. Possiamo solo andarcene da un’altra parte, per i fatti nostri. E cercar di far valere quei diritti della persona che nessuna fede, legge o filosofia, nessun ordinamento sociale, nessuno Stato può presumere di inquadrare, gestire… appropriandosene da padrone. Non m’importa se al momento nessuna legge ci garantisce questa assoluta libertà: me la prendo – punto e basta! Come al tempo di Antigone, esistono delle leggi più grandi di quelle scritte, esistono dei diritti personali che non ci possono esser scippati, nemmeno in nome del superiore bene comune.

E sto pensando, portando il pensiero all’estremo, all’assurdità di una Patria, o di uno Stato, che come un burattinaio vorrebbe reggere i fili delle nostre esistenze, che ha mandato a morire ragazzi non ancora ventenni, ripagandoli con la retorica di circostanza e falsamente commovente del Bollettino della Vittoria. O richiamando la sentenza lapidaria, romanamente imperiale e immortale: dulce et decorum est pro patria mori (dalle Odi di Orazio; frase che Wilfred Owen definì “la vecchia bugia”). E appunto nella poesia Dulce et decorum, Owen scrive che di fronte alle efferatezze umane, persino il demonio si sente sorpassato, si dimette, “è stanco di peccare”. Mi chiedo se a questo punto non vogliamo togliere al Padre Eterno una delle sue novissime prerogative, e anticipiamo da noi il tremendo giudizio universale, con la nostra morale, che salva i codardi e gli irresponsabili e manda a morire gli innocenti, i poveri docili agnelli indifesi, con la promessa di una risurrezione in gloria nei monumenti, nelle epigrafi solenni, nelle ricorrenze, nelle coccarde, nei papaveri rossi.

A cent’anni di distanza le cose sono cambiate: costa troppo il decoro. E non mi pare fuori luogo aggiungere che decoro appartiene alla stessa famiglia di decenza, che a sua volta deriva da decet “si addice, è conveniente, è giusto così”. Ma chi l’ha detto?

Grazie, vado a pescare…

Ne han fatto una fiera


el paradiso terrestre

La similitudine tra la figura dell’arcangelo Michele che con una spada infuocata ci nega il ritorno al paradiso terrestre e il pudore che ci vieta (o ci regola) il soddisfacimento di un desiderio/bisogno/istinto naturale, non può che collegare in parallelo la nascita del pudore con la nascita del peccato e la conseguente cacciata dal paradiso terrestre.

Non so perché la frase del “tentatore” «sarete come dèi» sia interpretata come la forza stessa della tentazione nefasta e al contrario le analoghe parole di Gesù «voi siete dèi» (Giovanni 10, 34, citando il Salmo 82, 6) siano invece il nucleo del kerygma Christi (“proclamazione del Cristo”) e punto di svolta del nuovo patto tra il credente e Dio stesso.

 

Una scoperta rivoluzionaria

Essere come dèi poteva essere inteso come “creatori (di vita) al pari di Dio”: lo scoprirsi consapevoli della capacità generativa implicava una ristrutturazione della concezione morale, una nuova “conoscenza del bene e del male”. Ciò poteva portare a una negazione di Dio, minaccia intollerabile e inaccettabile da chi deteneva il potere magico-religioso (la casta sacerdotale) e un atto fortemente destabilizzante dell’ordine sociale. La nuova conoscenza fu allora incapsulata ideologicamente entro le tenaglie del “peccato”: un peccato di superbia, fomite di ribellione e disordini. La nuova conoscenza riguardava l’uso del corpo e degli organi della riproduzione, la cui funzione veniva disvelata “scientificamente”. Non potendo negare come eresia tale evidenza, si corse ai ripari inventando la nudità: come una persona “senz’armi” veniva detta nuda, così, accostandosi alla generazione bisognava andare armati, difesi ideologicamente da aberrazioni ed eccessi (come ad esempio unirsi per fini edonistici e non procreativi. Facendo appello alla “natura” animale fu reintrodotto lo schema concettuale secondo cui l’accoppiamento dovesse essere sempre fecondo. In qualche modo bisognava gestire il fatto che, a differenza degli animali, l’uomo aveva perduto il periodo di estro).

Mitologie

Il racconto “mitico” della Genesi si incaricò di dare una spiegazione coerente e un filo logico alla rivoluzione che ha rappresentato la scoperta del ruolo del maschio nella generazione. Nel giardino dell’Eden non si conoscono né morte, né generazione. I progenitori sono due a simboleggiare tutta l’umanità. Ma perché già uomo e donna, se il dimorfismo sessuale non aveva ragion d’essere? Solo per la “compagnia”? O già in questa parola si può celare in nucleo di un programma che facendo leva (pretestuosamente) sull’affettività, preludeva al concetto di unione ideale durevole ed esclusiva? Il racconto elaborato a posteriori, e fortemente astratto, tipizzato, generalizzato, cerca di dare un senso, di spiegare quel che è avvenuto e soprattutto di impostare pragmaticamente la struttura sociale, dando ragione delle durezze prescrittive. I racconti eziologici sono tutti così.

Ipersessualizzazione

Costringere l’attività sessuale (considerandola esclusivamente a fini procreativi – con esclusione di pratiche “innaturali”) entro i confini di un’unione esclusiva e duratura non poteva che significare costrizione, coazione a ripetere. E costrizione significa che necessariamente si creeranno mille scappatoie, si inventeranno mille evasioni, si produrranno mille fissazioni, nasceranno mille deviazioni, regressioni… così come mille forme di compensazione, di sublimazione e mille “meriti”, mille esemplarità.

Ipersessualizzazione come effetto procurato dell’invenzione di un frutto proibito. Ma la mela è solo la punta dell’iceberg della “trovata”: se la “tentazione” può essere soddisfatta col momentaneo godimento orgasmico, la “programmazione” comportamentale va molto più in là: suo obiettivo è la procreazione e la monetizzazione della vita e del reale.

Se si aggiunge che la scoperta del ruolo del maschio nella generazione ha comportato il passaggio dal matriarcato al patriarcato, con una generale laicizzazione della mentalità magico-animistica, con l’introduzione del concetto di “valore” (cioè di “attribuzione di senso” a cose che prima non ne avevano) e di ricchezza (e suo mantenimento e trasmissione “legittima”) si arriva al quadro della struttura sociale che perdura sinora.

In una società nomade neolitica basata sulla pastorizia il numero dei capi equivale ipso facto a ricchezza (pastore di popoli  è un epiteto omerico riferito ai re). In una società patriarcale ordinata in tribù, variamente suddivise e articolate, ma con leggi e usanze che tutti condividono, la forza/potere nel primeggiare, dominare, contrastare anche ideologicamente le popolazioni vicine fa leva sul numero e sull’endogamia (una specie di selezione razziale a rinforzo di caratteri identitari – il numero sarebbe a garanzia di difetti solitamente riscontrati nelle piccole comunità chiuse). Cosa c’è di più appetibile che qualcosa di proibito: se ne fa una questione di orgoglio personale: nei casi di adulterio è punita la donna. In tal modo il maschio è confermato nel suo ruolo dominante, nel suo comportamento pur “irregolare” e quasi lodato. Punire la donna equivale a confermare la sua posizione inferiore e priva di ogni diritto – persino quello di procreare figli illegittimi -, perché altrimenti le leggi non avrebbero senso.

Che cos’è la nudità.

La nudità è diventata perciò il portale della sessualità, caricandola di significati pesanti e estranei. Si tratta non più di uno stato di natura neutro, ma di una trasposizione simbolica, e come tale usabile e manipolabile a piacimento (soprattutto a fini di lucro, di controllo, di privilegio, di egemonia).

Ecco dunque che la scoperta di Adamo ed Eva di essere nudi è indissolubilmente legata all’attività sessuale e generativa. Ma a questo punto intervengono i veli e i mantelli del pudore a sospendere ogni stimolo istintuale (chiamato d’ora in poi tentazione), riconducendolo entro l’alveo prescrittivo di un ordine, di un progetto e di un senso (definito naturale). Le unioni extraconiugali non producono ricchezza, inutile perciò allettare, tentare con le “arti di Eva”. La seduzione del nudo nella pubblicità, pur con passaggi funambolici, allude non troppo simbolicamente all’equazione sesso = ricchezza, e si spiega con la mira al potere, al prestigio, all’ostentazione della ricchezza.

Sesso e nudità


     Riprendo le fila del discorso sul pudore e la pagina dello Zibaldone di Leopardi dopo l’intervento di Emanuele Nudismo e società con il commento di Gianni e la replica di Emanuele.

 

La scoperta del sesso e dell’amore

    Adamo ed Eva provarono vergogna d’essere nudi non fra di loro, ma di fronte a Dio. Il senso di colpa di solito annichilisce la dignità, le proprie sicurezze. Non c’è il minimo accenno di pentimento nei Progenitori: accettano a testa bassa la cacciata dal Paradiso Terrestre e danno inizio all’umanità.

    Col sesso!

    Appunto questa è la novità. Anzi le novità:

  • 1) che l’uomo è mortale, ma può riprodursi (prima non v’era bisogno, così almeno sembra);
  • 2) la vita si trasmette nei corpi, tramite i corpi: ora si sa come fare;
  • 3) il saper generare è collegato alla legge morale, implica il saper distinguere il bene dal male: in questo l’uomo è più libero di prima (è buono perché sceglie di esserlo, non per natura: sceglie che cosa è buono), avere dei figli diventa una scelta (e una responsabilità di cui rendere conto, a sé e alla società) e non un caso (regolato dall’istinto, dalla natura).

    La tradizione teologica sostiene che i Progenitori possedessero la conoscenza perfetta del mondo creato (la cosiddetta “scienza infusa”): il dare un nome agli animali e alle piante sta ad indicare esattamente questa conoscenza (san Tommaso, Summa theologiae parte I, questione 94, articolo 3). E non sospettavano esistessero delle conoscenze segrete – prerogativa esclusiva di Dio, e talmente potenti da costituire l’essenza stessa di Dio, cioè la capacità/volontà/potenza creativa –, come il serpente aveva fatto chiaramente intendere. Nel Paradiso Terrestre non serviva la conoscenza “artigianale”, il saper fare: mi stupisco perciò quando leggo che i Progenitori intrecciarono una cintura con foglie di fico.

    Pensando alla scelta della mela quale frutto che simboleggia la tentazione e il peccato, sono stato portato per similitudine ad associarlo alla forma del cuore e a ritenerlo metafora del sentimento, in particolare del sentimento amoroso e della sua consapevolezza; di quanto cioè, insieme con la ragione, ci fa umani. La nudità durante l’atto amoroso può assumere allora una valenza rituale, “in ricordo” della nudità paradisiaca. La nudità diventa sinonimo di innocenza, bontà e ben volere, di non-aggressione, di unanimità, di legame affettivo. Ma anche affermazione e rivendicazione di legittimità tutta umana nell’atto stesso della generazione. Quante volte noi stessi abbiamo percepito lo stare liberi e nudi come uno stato paradisiaco!

    Da qui discende un’ennesima ipotesi sull’origine del pudore, che collega strettamente la nudità con l’attività sessuale: solo gli amanti si mostrano in scambievole nudità. Il legame amoroso è talmente privato da secretarlo agli occhi degli altri. Il richiamo allo stato paradisiaco lo farebbe rientrare addirittura nell’ambito del sacro. Indirettamente si spiegano anche la nudità eroica e sportiva: le donne non partecipavano alla guerra, alle olimpiadi, non frequentavano i ginnasi. A Sparta, città dove per altri versi la nudità maschile e femminile, specie nei giovani, era libera consuetudine, i mariti visitavano le proprie mogli in segreto, in sortite notturne dalle caserme.

    E può valere per la nudità quel che sant’Agostino diceva a proposito dei passi oscuri della Bibbia (Lettere 137, 5, 18, a Volusiano):

    «Ma acciocché le verità manifestate non vengano a noia, la Sacra Scrittura in altri passi le copre d’un velo per farcele desiderare; il desiderio ce le presenta in certo qual modo nuove e, così rinnovellate, s’imprimono con dolcezza nel cuore.»

 

Buono da mangiare

    Mangiando del frutto dell’Albero della Conoscenza, Adamo ed Eva addentano la vita a pieni morsi, vengono a sapere del suo segreto, sanno come funziona il concepimento, come la vita viene trasmessa. Con la capacità di procreare, l’uomo diventa “creatore” al pari di Dio: «Sarete simili a Dio» aveva promesso il serpente. Il testo della Genesi (3, 22) dice espressamente: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male». Effettivamente non si capisce bene in che cosa consista il peccato, se poi la Conoscenza ha reso i Progenitori “come uno di noi”; dunque, nonostante la disubbidienza, il saper distinguere il bene dal male  li ha resi partecipi nientemeno che della divinità. Se il sesso è così legato al discernimento del bene e del male, da farci simili a Dio e partecipi della sua volontà creatrice, allora è una cosa buona in sé. Col peccato il ruolo dell’uomo diventa imprescindibile e “necessario” (questo aspetto può essere inteso come una conferma dell’ipotesi che la narrazione sia stata costruita a posteriori e collocata in un tempo mitico e felice, al di fuori e prima della storia).

    Adamo ed Eva se ne vanno orgogliosi di avere in sé una prerogativa che pensavano fosse solo di Dio, o sulla quale non si ponevano domande. Per questo il peccato originale viene interpretato come peccato di superbia.

    Il senso del pudore sarebbe spiegabile come atteggiamento apotropaico (nell’articolo di Wikipaedia si riporta una affermazione di Nietzsche, che abbiamo già visto, secondo la quale esisterebbe pudore dove esiste mistero): copriamo gli organi sessuali perché lì si cela la sacralità della generazione, mistero carpito a Dio e simbolo della nostra “caduta”, ricordo e monito della punizione. Ma anche di un mondo utopico. E trionfo della scaltrezza umana, della “volontà di sapere” (Foucault) che non dà nulla per scontato, che fa della specie umana una stirpe di Ulissidi. Senza la maschera del pudore, arrossiamo perché vediamo scoperta la nostra superbia, il nostro orgoglio, i nostri intimi desideri, le nostre più inconfessabili mire: sempre oltre le Colonne d’Ercole stabilite dal viver comune.

    Il pudore, mi par dunque di capire, è un’istituzione umana e non una legge divina. Anzi una rivendicazione di uno spazio prettamente umano di fronte all’onnipotenza di Dio. La foglia di fico (o di vite, in Francia), con quel che nasconde e rappresenta, è divenuta la bandiera del nostro orgoglio e dignità di uomini, della nostra ribellione, libertà e autonomia: da coltivare davvero in segreto se non vogliamo tirarci addosso nuovamente una punizione divina. Ostentare le nostre capacità procreative sarebbe una aperta provocazione verso Dio e verso la società. Per questo il pudore si muove lungo il filo sottile che separa l’orgoglio dall’imbarazzo. E perciò teniamo i sessi nascosti e protetti con il nostro più intimo compiacimento, anche se pubblicamente li chiamiamo vergogne. I linguisti definiscono antìfrasi il dire una cosa per far intendere ironicamente il contrario.

    Col tempo il rapporto verso Dio si è inclinato orizzontalmente verso la società. Con l’Illuminismo siamo diventati “cittadini” liberi e laici, con uno sguardo da pari a pari verso i nostri consimili, pesiamo tutto col bilancino della ragione. L’atteggiamento è rimasto però fondamentalmente lo stesso: forti e pieni di orgoglio per le nostre “imprese” quando le raccontiamo (don Giovanni, Casanova, De Sade), quando cantiamo: Madamina, il catalogo è questo, quando contiamo le tacche sulla cintura (in materia, le spariamo tutti un po’ grosse, cacciatori e vanagloriosi); ma guai se le imprese vengono fatte sotto gli occhi di tutti: è uno scandalo, un’indecenza, una porcheria, si chiama la Buoncustume. Forse non le facciamo anche per il timore di “figuracce”. Fra gli scrittori, Pavese e Hemingway si sono suicidati quando l’età o la malattia li ha resi impotenti.

Matrimonio / patrimonio

    Mater semper certa est dice una nota sentenza latina: da qui al matrimonio il passo è breve. Anche etimologicamente: alla parola mater è stato aggiunto un suffisso denotante uno status intrinsecamente connesso. Matrimonium designava la legittimità dei figli. Patrimonium designava lo status di pater familias, cioè l’insieme dei mezzi che garantivano il sostentamento della famiglia e la continuità della discendenza.

    Il sesso è il punto debole-o-forte di ogni persona (virilità/maternità); la nostra cultura e il nostro diritto ne fanno una roccaforte talmente privata e personale che giudica osceno il nudo dal vivo, il nudo in pubblico. E queste cose poi ci vengono insegnate e a nostra volta, anche inconsapevolmente, le insegniamo. Proprio perché la nudità è considerata un fatto privato, riservato a momenti e luoghi particolari (in primis all’attività sessuale), l’esibizione dei genitali viene associata immediatamente a una disponibilità al di fuori dell’ordine e misura “accettabili”; viene interpretata come intemperanza libidica o peggio ancora come innesco di processi o reazioni di natura erotica potenzialmente devianti o non canalizzati nella consuetudine.

    Con l’eccezione dei media (pubblicità e pornografia). Per i quali tutto sembra esser lecito; anzi si tollera facendo finta di nulla (in nome dell’arte, della libera espressione della personalità) che dettino legge in fatto di costume, di mode, di tendenze, “àrbitri” di effimere eleganze, di futili emozioni, di vita pilotata, esibita sotto-vetro.

Il nudismo

    Il nudismo potrebbe dunque essere visto come un atteggiamento di ribellione verso un costume imperante nella società: ribellione legittima, essendo anche noi nudisti parte della stessa società ed essendo il nudismo pratica naturale, salutare, innocente ed innocua, paradisiaca.

    Il resto della società può costruirci attorno un mostro ideologico, vederci un demonio tentatore, e allora fuggirà la nudità (propria e altrui) come la peste. Nessuno accetta tanto volentieri la revisione del proprio modo di pensare, anzi lo difenderà più lo sentirà minacciato.

    Probabilmente tutti noi siamo passati attraverso una severa revisione dei nostri atteggiamenti, punti di vista, pregiudizi, convinzioni, partendo da un morso di mela, dalla stanchezza di dover portare e tramandare un fardello non più nostro, forti del senso di leggerezza e sicurezza che abbiamo provato dopo che per la prima volta ce ne siamo liberati. E ha vinto l’evidenza, ha vinto di nuovo la conoscenza, libera, naturale, ovvia, “infusa” nelle cose medesime. Una conoscenza acquistata a nostre spese che ci ha «aperto gli occhi» (Genesi 3, 7), che ci ha resi più consapevoli di noi stessi. Poiché abbiamo peccato sappiamo giudicare: il peccato stesso è diventato un bene (felix culpa). Per paradossale che possa sembrare sembra proprio così. E tanto ci basta.

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