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Poesie di gioventù: Bufera


Soffia il vento,
sibilando tra le cime.

Cade la neve,
imbiancando la valle.

Cala la nebbia,
impedendo la vista.

Sembra la fine del mondo,
non si può più avanzare,
bloccati siamo a metà parete.

Non è la prima volta,
ma ogni volta è come se fosse la prima.

Un senso ci attanaglia il cuore,
un senso di paura ci corre nella mente.

Si pensa alla morte,
la morte in parete,
la più brutta di tutte:
attaccati a un chiodo,
sballottati dal vento,
acciecati dalla neve,
induriti dal freddo.

Si pensa alla morosa,
si pensa alla famiglia,
si spera di resistere ancora.

Emanuele Cinelli – 26 marzo 1974

Ridicolo Facebook!


Il mio account personale è stato bloccato per 24 ore su Facebook a causa delle seguente fotografia da tempo (se non sbaglio due anni) pubblicata sulla pagina Facebook di questo blog, la quale, tra l’altro, al contrario di questo blog e proprio in ragione delle assurde regole di Facebook in merito al corpo umano, ha l’accesso vincolato alla maggior età…

Bannata da Facebook 8-O

Dire che siamo arrivati al ridicolo è veramente poco, molto poco, se questa è una foto che possa violare i termini di Facebook allora vanno bannate tutte ma proprio tutte le foto: anche zoommando al limite della pixellatura non è possibile vedere i genitali, e non mi risulta che i piedi, le gambe, il torace siano in violazione ai termini di Facebook.

Non voglio abbassare il livello fotografico e sociale di questo blog pubblicando qui le foto di Facebook che sarebbero veramente da bannare: chiunque può facilmente rendersene condo girando sul detto social network.

Purtroppo non c’è nemmeno modo di aprire un dialogo con l’amministrazione di Facebook, trincerata dietro ai suoi automatismi e stupide convenzioni, spero che gli amministratori del social network in questione si rendano al più presto conto che i processi di banning automatico sono sballati in origine: grazie e in conseguenza ad essi di fatto sono presenti su Facebook migliaia di foto pornografiche che nessuno segnala e, quindi, mai vengono bannate. Di contro, per i più disparati e generalmente stupidi e illogici motivi, vengono segnalate e bannate foto che illustrano situazioni della vita reale, della vita naturale, foto che illustrano quanto di più semplice e sano esista al mondo: il nostro corpo.

Farebbe altrettanto bene colui che ha segnalato la foto di cui sopra a farsi un bell’esame di coscienza per chiedersi se la sua sia giusta riservatezza o piuttosto una grave malattia mentale, ovvio che io opto, senza il timore di poter essere smentito, per la seconda opzione.

Nudismo senza paure


Il nudismo non è per vacanzieri, pusillanimi, rinunciatari.
Nemmeno un gesto di provocazione, prevaricazione, ostentazione, esibizione, ribellione, rivendicazione.
È la sana, misurata, assennata affermazione di sé. Ci basta esser rispettati…

Esistono parecchi meccanismi per gestirci come massa, per condurci al guinzaglio, tenerci legati al remo della barca comune. Possiamo anche passarci indenni attraverso, rivestiti di una corazza invisibile che è il nostro carattere, la nostra determinazione. Non sto parlando di carisma, ascendente: faremmo lo stesso gioco di chi ci vuole plagiare. Non vogliamo seguaci, non siamo dei divi, non siamo speciali. La paura non ci fa paura. Corriamo dei rischi, che sono come antidoti alla morte, all’invecchiamento precoce.

La paura è l’altra faccia del desiderio. Il desiderio è manipolabile, surrettizio, un artificio retorico. Una volta accettato, ci cambia la vita, il profilo, vi incanaliamo risorse ed energie, ne facciamo questione di vita (la paura è sempre anche un po’ paura della morte), guai se non lo conseguiamo. È molto probabile che perdiamo la scommessa e tutta la nostra puntata. Una sconfitta fa male, incrina la fiducia in noi stessi. Ci cambia.

«La nostra saggezza è saper quel che siamo, il nostro coraggio ci difende da quel che non vogliamo» (discorso del re spartano Archidamo al consiglio di guerra ateniese, ca. 432 a.C. – Tucidide I, 84).

Abbiamo pudore del nostro orgoglio? Bene, bravi: «Fatti agnello, che il lupo ti mangia.» Non che sia famelico il lupo, da lupo fa il suo dovere, è legge severa. E allora non piangiamoci addosso. Piuttosto, facciamo piazza pulita. Per farci rispettare. Non siamo giullari, strambi personaggi, stravaganti farfelus, matti come cavalli. È questa la visibilità che voglio mostrare: son quel che sono anche senza mutande. Per caso, son le mutande a farci uomini? Perché morir di paura? Se proprio devo, preferisco morire rosso come un tacchino, bello e buono come mamma m’ha fatto, esser seppellito come santo Francesco.

Le mutande hanno un potere immenso… se le accettiamo. Ci fanno sentire sociali, nel coro, forti e ben allineati. Ci rassicura avere un buon capo, si merita la nostra stima, gli deleghiamo parecchio di noi, facciamo grandi cose insieme: un bel concerto. Eppure ci legano, sono i fili delle marionette, delle adunate in piazza d’armi, delle code pei saldi.

Nudismo vuol dire che siam grandi, che siamo cresciuti, che stiamo in piedi anche da soli. Che ce la caviamo: certo, insieme si può fare di meglio. Le cose non cambian per magia, e non lo vorrei: voglio cambiarle io, finché sono capace, adattarle alla mia misura.

Nudismo vuol dire che abbiamo un grande rispetto di noi, che ci ammiriamo per la meraviglia che siamo, per il corpo che abbiamo, bello o brutto che sia, non è questione di estetica, è questione di vita. E non voglio che sia una vita clandestina, extra-non-so-cosa; non voglio tollerarmi, quasi avessi un difetto di fabbrica. Come pensiamo di noi è probabile che lo stesso pensiamo degli altri, senza setacci: non siam body scanners.

Nudismo vuol dire che non abbiamo paura di quello che siamo, che non ci desideriamo diversi; senza spauracchi, senza effimere mode che ci trasformano in cloni, sfiniti e frastornati dalle troppe novità. Facciamo muro, siamo solo homo sapiens, persone che sanno chi sono, contente di quello che sono; che si sono scrollate di dosso mani che non hanno richiesto. Abbiam cancellato marchi e tatuaggi, ci siam lavati i pensieri che ci imbozzolavano, ci siam levati divise e livree, giornee fuori luogo.

Nudismo vuol dire che ci teniamo alla pelle, tutti i centimetri: è cosa nostra. Non ha prezzo, al massimo un prezzo d’amatore. Non voglio disprezzare il dono del sole, costretto a lasciare in bianco parti coperte: nessun’altra creatura lo fa. Ma noi abbiamo le lampade! Sembrano angoli morti, pallide esuvie che sono.

Nudismo vuol dire che nessuno mi espropria al presente, nessuno mi risucchia futuro. Vuol dire che ho passato l’esame. Con me. Che mi sono promosso. Che ho studiato, che mi sono studiato, che qualcosa d’importante ho imparato, che a me ci tenevo (di questo n’andava!)

Al campeggio fanno entrare tutti che pagano. È sui sentieri del monte, nei greti dei fiumi, lungo i viottoli alberati in campagna che ti voglio vedere, ed accompagnarmi buon tratto con te.

Una fetta d’anguria


La scorsa notte mi sono svegliato verso le 2: avevo voglia di anguria.
Drago, il mio cane, era fuori disteso sull’erba che si godeva il bel fresco. Detto, fatto: ho preso un piatto e una fetta d’anguria e in tenuta libera mi sono seduto al tavolino che ho  nel giardino e ho cominciato a mangiarla di gusto.
Neanche l’avessi chiamata, sento un’auto che arriva: è il vicino che, chiusa la gelateria, torna a casa. Continuo imperturbato a mangiar la mia anguria: non penso mi abbia visto; e se anche fosse, non penso di averlo “turbato”; e se anche fosse, non penso di averlo turbato a tal punto da presentare denuncia contro di me. Non gli sono così antipatico 🙂

1) I Giudici della Cassazione, sulla base di una loro opinione, o forse solo di una loro sommaria impressione (non credo sulla base di un sondaggio commissionato appositamente – non hanno i fondi, certamente), ergendosi a interpreti del “senso comune”, ad arbitri della “decenza”, hanno emanato una direttiva che ha la sua autorevolezza: è solo un parere, che non ha valore di legge, ma fa giurisprudenza, e può venir sempre utile a chi non ha voglia di scomodarsi, di approfondire, di veder bene come stanno le cose, il costume.

2) Ripercorrendo le riflessioni che facevo fra me negli ultimi giorni e comparando la sicurezza di questa notte alla “strizza” subito dopo l’annuncio, mi son chiesto se per caso i giudici non avessero abusato del loro potere, nel metodo innanzitutto, facendo valere – quasi imponendo – il loro punto di vista servendosi della minaccia dell’ammenda.

Che all’alba del 2012 ci sia ancora qualcuno che ha bisogno del ringhio dei mastini per imporre le proprie ragioni (per primo dunque le sospetta per deboli);
che la Legge si serva della delazione per esser rispettata («Caro cittadino, se ti senti turbato, dillo alla mamma!» – ma quando cresciamo?) e in tal modo ci trasforma tutti in sceriffi: a qualcuno può anche piacere, a me no;
che il rispetto delle leggi sia ancora imposto col timore della pena, con l’esemplarità della condanna e faccia ancor leva sulla nostra infantile facilità ad ingrandirci le paure,

allora penso che siamo ancora infantili e un poco anche ignavi.

Una vocina mi suggerisce una citazione biblica: «Principio della saggezza è il timore del Signore» (Salmo 110, 10 – molto simile (!) al comandamento in vigore nelle caserme: «Pensa alla stecca, rispetta il nonnino»). Fra le molte interpretazioni, preferisco la mia, sebbene non autorizzata: «Cammina pensando al bastone di Dio, che vai bene». È dal Codice di Giustiniano che funziona così.

L’imposizione


L'imposizione

L'imposizione

Uno dei più frequenti motivi di contrasto tra persone o fra comunità è quello che viene definito imposizione, quello che scaturisce nella tipica frase difensiva “tu mi vuoi imporre le tue idee”, quello che porta taluni a professare la non imposizione. Ma cosa è veramente l’imposizione? Sono corrette le frasi e le posizioni sopra indicate? Come si fa a imporsi? Quando e cosa si può imporre? Chi può imporre qualcosa e a chi?

Partiamo dal vocabolario (il rinomato G. Devoto – G. C. Oli) e leggiamo che:

  • Imposizione: Ingiunzione ritenuta immotivata o arbitraria – Assegnazione o attribuzione obbligatoria;
  • Ingiunzione: Ordine perentorio fondato su una posizione di autorità o superiorità direttamente valutabile;
  • Imporre: prescrivere o comandare profittando dell’autorità giuridica o morale – Far sentire inequivocabilmente la propria autorità o superiorità.

Possiamo subito evincere, come del resto già la logica poteva farci comprendere, che l’imposizione può essere tentata solo da chi si trova già in partenza in una posizione di vantaggio e di forza, vuoi per via del ruolo dominante, ad esempio per effetto di scala gerarchica (il capo nei confronti dei suoi sottoposti) o di forza economica (la grande azienda nei confronti dei clienti), vuoi per via del contesto sociale, politico o sociopolitico di maggioranza. Tutti gli altri, tutti coloro che si trovano nella posizione di svantaggio, di minoranza, di sudditanza, di debolezza, non potranno mai tentare d’imporsi, possono solo difendersi dalle imposizioni che ricevono, possono solo manifestare con più o meno fermezza il loro dissenso, possono solo tentare di farsi comprendere e rispettare. Azioni assolutamente legittime e che, anche se per la controparte possono sembrare imposizioni, in realtà non lo possono essere e sono solo reazioni logiche e corrette all’imposizione che la parte in stato di svantaggio sta ricevendo dalla parte in stato di vantaggio. Infatti, pretendere il rispetto delle proprie idee, pretendere un proprio spazio vitale nel quale poter agire secondo la propria visione della vita, chiedere con fermezza e reiteratamente d’essere ascoltati, diffondere ad ampio spettro i propri ideali, fare proselitismo, quando attuate dalla parte in posizione di non dominanza, non sono delle imposizioni, sono solo azioni di difesa che non sarebbero necessarie se la parte dominante non tentasse di imporre i propri credo e le proprie regole, ovvero se la parte dominante rispettasse nel vero senso della parola l’altra parte.

Il famosissimo detto “la libertà dell’uno finisce dove inizia la libertà dell’altro” non può essere interpretato solo a favore della parte dominante, cioè a senso unico al fine di rinforzare la sottomissione della parte non dominante, piuttosto deve intendersi a doppio senso, se non addirittura al contrario: ” la libertà dell’uno finisce dove inizia la libertà dell’altro , ma la libertà dell’altro finisce dove inizia la mia libertà”. Nasce qui la questione di come stabilire il punto d’incontro tra le due libertà. Di certo non lo si può determinare in modo aritmetico, che i pesi delle limitazioni indotte a una parte per effetto dell’opinione dell’altra non è quasi mai identico, pertanto il punto di mediazione va definito secondo un ben più complesso calcolo algebrico, andando a valutare di volta in volta l’impatto che le due posizioni hanno sulla controparte. Insomma il giusto compromesso raramente è nel mezzo, ma il più delle volte è sbilanciato da una parte, il più delle volte una delle due parti mette sul piatto un qualcosa che andrebbe a limitare fortemente o totalmente la libertà dell’altra, che invece sul piatto mette un qualcosa che risulterebbe molto poco limitante o fastidioso per la prima parte.

Per rispettare l’altro, non posso essere costretto e non devo ridurmi a rinunciare alla mia visione, al mio stile di vita, in caso contrario è più che giusto che io metta in atto tutte quelle azioni atte a proteggermi, il che non vuol dire che io voglia impormi, ma piuttosto dovrebbe far capire che mi si sta ingiustamente imponendo qualcosa.

Sbaglia e alla grande, dunque, chi pur trovandosi nella posizione di svantaggio, propone la linea del “non dobbiamo imporci”, innanzitutto perché di fatto non è nella condizione di imporre alcunché a chicchessia, in secondo luogo perché così facendo il messaggio che trasmette alla controparte incrementa ancora di più il suo stato di sudditanza:
1) Comprendo che voi siete più forti di me, indi mi arrendo già di partenza e mi sottometto ai vostri voleri
2) Sono un remissivo, quindi potete ignorarmi e ignorare i miei diritti
3) Sono un vigliacco, fate di me quello che volete.

Quando non si tratta di un qualcosa d’illegale, non bisogna aver paura di difendere le proprie opinioni, le proprie posizioni, il proprio stile di vita, anzi, è necessario e giusto farlo, è un diritto basilare che nessuno può togliere e nemmeno limitare. Poco o nulla deve interessare, a livello di concetto che poi è diverso parlare di come portare avanti tali azioni a livello di comunicazione, se la controparte ne possa risultare più o meno infastidita, è un problema suo che viene a crearsi solo e perché lei, la controparte, sta adottando atteggiamenti di prevaricazione, sta a lei modificare il suo atteggiamento di modo che scompaia la necessità, e quindi il fastidio, dei meccanismi di difesa.

Alcuni esempi.

Il titolare di un’azienda che pretende dal suo personale l’uso di giacca e cravatta sta facendo un’imposizione; il dipendente che chiede di potersene stare in camicia e senza cravatta sta esercitando un suo diritto.

Il Sindaco che emette un’Ordinanza sta facendo un’imposizione; il cittadino che manifesta il suo dissenso nei confronti dell’Ordinanza sta esercitando un suo diritto.

La società che propaganda degli stereotipi sta facendo un’imposizione; la persona che si adopera per abbattere gli stereotipi sociali sta esercitando un suo diritto.

La struttura natatoria che obbliga a fare la doccia con il costume o la struttura saunistica che pretende l’uso del costume anche nella cabina sauna stanno facendo un’imposizione, per altro andando contro il buon senso igienico; il cliente che chiede di poter fare a meno del costume sta esercitando un suo diritto.

La struttura nudista che vieta l’uso dell’abbigliamento sta facendo un’imposizione; il nudista che in una struttura tessile chiede di poter stare nudo sta esercitando un suo diritto.

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