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Una lezione di stile


Foto Carla Cinelli

Come volevasi dimostrare, gli articoli recentemente apparsi su alcuni media e che parlavano, tutto sommato in modo neutro e per alcuni aspetti anche positivo, di Mondo Nudo e delle sue escursioni in montagna hanno provocato reazioni che sono eccellenti lezioni di stile.

Ecco quello che mi scrive attraverso il modulo di contatto un coraggioso xx dd con indirizzo e-mail fff@gg.hh e indirizzo IP… ehm, no, questo non lo posso pubblicare:

A FROCIONI SUCCHIACAZZI

Grazie, grazie carissimo, difficile capire come tu possa collegare così indissolubilmente il nudismo all’omosessualità, però comprendiamo benissimo la dura lotta interiore che si sta attanagliando: da un lato la condizionata parte cosciente che vuole imporre una sessualità conformistica (etero), dall’altro l’incondizionato io profondo che, stando a diversi esperti della psiche, è naturalmente improntato alla bisessualità. Ecco, così, l’inconscia (o magari anche conscia) paura di poter cambiare che scatena la negazione di tutto ciò che, come la nudità altrui e nostra, ti pone di fronte allo specchio, del fisico e, soprattutto, dell’anima. Ovviamente non è possibile incolpare te stesso di tale perversa situazione, vorrebbe dire ammetterla, pertanto aggredisci gli altri, in particolare quelli che hanno superato le perversioni e vivono in pace con sé stessi e con le predette e altre parti di sé stessi, veicolando su di loro quello che il tuo io profondo pensa su di te e che solo l’iracondia riesce a far emergere. Grazie, ben lungi dall’offenderci, ci ha solo dato modo di spiegare a te e ad altri come te quali siano le reali ragioni della vostra paura.

Altri, quegli altri che mi hanno riferito essersi volenterosamente applicati nel scrivere commenti sulla comunità Facebook del Val Brembana. Anche qui noi, a differenza vostra, siamo capaci di comprendere: comprendiamo la grande fatica che facciano alcuni a vivere in una società che ha rinnegato molto di quello in cui credevano, dal militarismo al (falso) pudore, purtroppo è così, i tempi cambiano, per fortuna cambiano, quale noia sarebbe vivere nel piattume di un eterno piattismo e conformismo; comprendiamo la rabbia di coloro che, chiusi nelle loro piccole certezze e dalle stesse costantemente oppressi, vorrebbero alleviare la loro sofferenza imponendosi sugli altri e trovano chi non ci sta e riesce a non farsi opprimere; comprendiamo l’incosciente invidia di coloro che, avendo da sempre vissuto in funzione della convenzione, improvvisamente scoprono l’esistenza di chi, diversamente da loro, riesce a dare seguito a quelle esigenze naturali e sane che il nostro corpo nel suo profondo esprime; comprendiamo questi e anche tutti gli altri piccoli importanti problemi umani e sociali, problemi ai quali, attraverso la nudità personale e sociale, noi, purtroppo per taluni per fortuna per alti, abbiamo dato e diamo una sincera e sicura soluzione.

Grazie, grazie a tutti, impariamo molto da voi, soprattutto dalle vostre interessanti lezioni di stile.

Grazie, siete tutti invitati alle nostre escursioni: non è forse meglio parlare con coscienza piuttosto che parlare a sproposito? Vi assicuro che non vi trovereste a disagio: con noi ci sono già diversi amici che preferiscono non spogliarsi. Ah, sappiate però che sono già molti coloro che partendo dalle vostre stesse posizioni e dai vostri stessi atteggiamenti, dopo averci conosciuti, hanno cambiato idea e comportamento, molti sono.

Grazie!

Cogito ergo… dubito!


Cogito ergo dubitoIl dubbio è la fonte,
che dal ragionamento
crea il ponte.

Chi cogita è
e anche dubita,
chi non cogita sta
e anche decubita.

Impara a dubitare

di chi
solo certezze
formula;

di chi
nella sua fede religiosa,
nel suo credo politico,
nei suoi leader,
vede solo il bene
e mai il male;

di chi
nell’altrui fede religiosa,
nell’altrui credo politico,
nei leader degli altri,
vede solo il male
e mai il bene;

di chi
il proprio leader
solo difende
e l’altrui
solo condanna;

di chi
nulla propone,
ma solo critica
l’altrui opinione;

di chi
cresciuto in un mondo
vede solo quello
e sono in quello crede;

di chi
dai predicatori
a staccarsi non riesce;

di chi
vivere non può nemmeno un giorno
senza lo spirito guida
citare e consultare;

di chi
mai frasi proprie scrive,
ma solo citazioni produce.

Cogito ergo sum,
un tempo qualcuno scrisse,

oggi io quello riprendo
ma liberamente l’intendo…
cogito ergo… dubito,
penso quindi… dubito!

Viaggi intersiderali


Ci sono atteggiamenti tanto comuni da potersi considerare degli sport popolari, tra questi quello di zappare. Bella cosa il giardinaggio, ma bisogna anche saperlo fare e, soprattutto, la zappa va usata sul terreno non sui propri piedi.

Viaggi intersiderali

Pxintode è un esploratore siderale giovane ma comunque molto noto per i suoi ormai tanti e fruttuosi viaggi interstellari. Quando non è in viaggio è facile incontrarlo al bar dell’interporto, dove ama passare il suo tempo libero raccontando agli amici dei suoi viaggi e dei tanti incontri fatti. Molti sono i mondi che ha visitato e tanti i popoli conosciuti: gli invincibili, popolo fiero e battagliero che si propone come assoluta fonte di saggezza e verità; gli assolutisti, che non conoscono mediazione e transizione, per loro esistono solo i due estremi opposti, il bianco e il nero, il buono e il cattivo, il giusto e lo sbagliato; i furbastri, popolo dedito all’esaltazione del se, ignorando assolutamente ogni forma di rispetto dell’altro, le regole vanno rigorosamente violate e fessi sono coloro che le rispettano; i miti, i musoni, i creduloni, i pecoroni, i sapienti, gli spiritosi, gli animosi e così via. Ma fra tutti c’è un popolo che più ha colpito l’attenzione di Pxintode: gli Zappapiedi.

Questo popolo ha una particolarità più unica che rara: anche se indirettamente, si auto violenta! Alcuni popoli fanno violenza sugli altri, altri popoli si lasciano dagli altri violentare, gli Zappapiedi, invece, trovano piacere e soddisfazione nel sviluppare pensieri e atteggiamenti il cui unico effetto è quello di arrecare danno a chi li sviluppa. Vivono in modo semplice e naturale, non conoscono la vergogna del corpo e potrebbero benissimo insegnare tante cose agli altri popoli, però…

Sul loro pianeta la confusione regna sovrana in quanto sono incapaci di comunicare in modo semplice e opportuno: per dire rosso dicono mela, incuranti del fatto che non tutte le mele sono rosse; per dire pianta dicono bosco, tralasciando il fatto che nel bosco non ci sono solo le piante; per dire casa dicono città e via dicendo. Inoltre sono estremamente remissivi e questo loro atteggiamento li porta ad annullarsi nel confronto con gli altri: piuttosto che rischiare d’arrecare un minimo fastidio preferiscono rinunciare al loro bel sistema di vita per adeguarsi a quello altrui, per quanto questo possa essere complesso, artificiale, illogico.
Quando altri popoli, più intraprendenti, arrivarono sul pianeta degli Zappapiedi per loro fu inevitabilmente la fine: nel giro di pochi mesi vennero sottomessi al governo degli altri, si trovarono assoggettati a regole e divieti in netto contrasto con quelli che erano i loro precetti, impararono la vergogna del corpo e iniziarono a fare propria una distorta visione dello stesso, arrivando essi stessi a giustificare e propagandare tali limitazioni, tali inibizioni.

Ogni tanto dalla massa degli Zappapiedi emerge qualche elemento che vorrebbe cambiare le cose, qualche spirito ribelle, qualcuno che tenta di risvegliare l’orgoglio degli Zappapiedi e indurli a sganciarsi dalla loro sudditanza mediante l’affermazione del sé, qualcuno che tenta di modificare rumorosamente l’ideale originario e sviluppare pensieri e atteggiamenti costruttivi, qualcuno che cerca di propagandare i migliori ideali. Questi qualcuno, però, si trovano a essere ostacolati dal loro stesso popolo molto più di quanto non vengano ostacolati dagli altri popoli, dai popoli che hanno preso il governo del pianeta degli Zappapiedi. Tra gli altri, infatti, qualche breccia si apre, qualcuno abbraccia gli ideali propagandati, ma tra gli Zappapiedi no, gli Zappapiedi chiamano costoro eversivi, li accusano di libertinaggio, ne prendono le distanze o, addirittura, li esiliano.

Pxintode ha conosciuto diversi di questi Zappapiedi eversivi e ne parla con rispetto, da loro ha imparato molte cose, con loro ha lottato, di loro ha portato e porta in giro per l’universo l’esempio e la conoscenza; un velo di commozione si alza sul suo sguardo ogni volta che ne parla, si rende conto di quanto buona ma difficile sia la loro missione: propagandano degli ideali bellissimi e che riescono con una certa facilità a fare breccia negli altri popoli, ma il loro popolo non vuole prendere in considerazione una qualsivoglia azione che, pur portando loro incontestabili benefici, possa arrecare anche un solo minimo fastidio agli altri. D’altronde, per seguire gli eversivi, dovrebbero cambiare la loro natura: sono gli Zappapiedi e la zappa la sanno usare solo per darsela sui piedi!

Il… Senso unico


Mannaggia, ma come faccio ad arrivarci? Sono due ore che giro per le strade della città, due ore che seguo i cartelli direzionali, che litigo con i sensi unici; due ore, però, che giro in tondo ritrovandomi immancabilmente alle stesso punto di partenza. Le ho provate tutte, ma non c’è verso d’andarcene fuori, i sensi unici mi riportano sempre al punto di partenza.
Sono stufo di girare a vuoto e perdere tempo inutilmente, ho deciso, parcheggio e ci vado a piedi. Si ma dove parcheggio? Quelli che ho visto nel mio girotondo intorno al … no, non al mondo, ma al centro, erano tutti pieni. Boh, forse spostandomi sull’esterno troverò qualcosa. Ecco la l’indicazione per un centro commerciale, di sicuro vicino ci saranno dei parcheggi.
Prendo la direzione indicata dal cartello segnaletico e, stanco ma fiducioso, già mi vedo parcheggiare. Ah, quale sogno fu mai meno previdente! Rotonda, quattro direzioni possibili, nessun cartello segnaletico, manco i nomi delle vie ci sono. Va beh, quelle due strade sembrano portare verso la periferia, quale prendo? Bim, bum, bam, ecco prendo questa! Procedo per la strada, dritta e circondata di case, ma senza parcheggi, in fondo si vede un poco di cielo, si, si sono proprio sulla strada giusta.

Cento metri, duecento, trecento, quattrocento e … bang, divieto d’accesso! Oh cavolo, non si può procedere. A destra e a sinistra non ci sono deviazioni, devo invertire la marcia e tornare indietro. Detto fatto, troverò ora una strada laterale? Si, si, eccone una e va proprio nella direzione dell’altra strada che partiva dalla rotonda. Deciso imbocco la stradina, dopo una cinquantina di metri questa svolta a destra e poco dopo c’è un incrocio. Sorpresa, posso andare solo a destra, ma così ritorno dov’ero prima. Va beh, non posso fare altro.
Via, si riparte all’assalto, svolto a destra e seguo la nuova strada fino al suo termine dicendomi, la svolterò a sinistra e raggiungerò la periferia. Arrivo al termine della strada e, nooooooooo, ancora obbligo di svolta a destra. Cavoli, ma in questa città hanno proprio la mania dei sensi unici!
La nuova direzione obbligata mi riporta alla rotonda, dove prendo la direzione che avevo tralasciato e, dopo un paio di chilometri, finalmente arrivo ad un parcheggio in gran parte vuoto. Mi fermo, parcheggio l’auto e guardando l’orologio m’accorgo che ormai l’ora dell’appuntamento è passata da un pezzo. Si, ci voleva anche questa. Avviso il cliente che sono in forte ritardo, gli spiego dove sono e lui, gentilissimo, mi dice di aspettarlo li che mi raggiunge nel giro di una mezz’ora.
Bene, tutto e bene ciò che finisce bene, mi sistemo con l’auto in un posto ombreggiato, apro la portiera, mi distendo sul sedile per rilassare un attimo le gambe e la schiena e, come spesso mi capita, inizio a pensare ai nuovi articoli.

Ho un’idea in mente da qualche giorno, ma non mi riesce di fissarla, è un’idea intrigante, ma anche un argomento difficile, dovrò documentarmi bene e non sarà facile trovare documentazione affidabile. Pensa che ti ripensa, improvvisamente una luce, un bagliore, una nuova idea che spunta forte e presuntuosa nella mia mente. E’ bella, molto bella, mi piace, non devo farmi scappare il momento creativo, dove è il blocco, ah eccolo, e la penna, ecco anche quella, fortuna che li tengo sempre in macchina.
Inizio a scrivere, le parole compaiono sulla carta velocemente, senza esitazioni, sono al massimo della creatività, scrivo senza pensare, il mio cervello e la mia mano sembrano collegati tra loro in modo diretto.
Il senso unico! Come nelle città il senso unico sembra essere diventata una moda, un pensiero fisso, l’imperativo massimo del moderno stile di vita, della nuova comunicazione sociale di base.
Capita che parlando con qualcuno, dopo diverse parole, dopo diverso tempo in cui nessuno dei due cede un millimetro dalle proprie posizioni, ecco che ti senti dire “Ma lo sai che sei proprio testardo!” Già, perché lui ha ceduto qualcosa a me, perché lui è stato più flessibile, lui ha cambiato un poco idea. No, lui ha fatto lo stesso che ho fatto io: è rimasto fermo sulle sue posizioni. Il senso unico!

Altre volte parlando di certi argomenti un poco particolari, ad esempio (toh guarda che combinazione) il nudismo, ecco, capita che ti venga detto “Si ok, però … però le tua libertà finisce dove inizia la mia.” Embhè? Allora? Che vuol dire? E’ mai possibile che sia sempre la mia libertà ad avere una fine, una barriera, e mai quella dell’altro? Eppure mi sembra quantomeno logico che la frase abbia la stessa identica valenza anche invertendo i soggetti, eppure no, sei sempre tu che devi fermarti. Il senso unico!
Ancora, capita che scrivi qualcosa e ti vengono fatte delle osservazioni che tu consideri, magari solo in parte, errate, quindi ribatti esponendo i tuoi perché. Mai l’avessi fatto: “Stai limitando la mia libertà di espressione”. Ma guarda te, limito la libertà di qualcuno perché mi permetto di ribattere alle sue obiezioni? Non è che per caso a questo punto sia l’altro che sta limitando la mia libertà di espressione? E’ diritto basilare della comunicazione (talvolta è addirittura un obbligo) che l’estensore di un idea, di un progetto, di uno scritto, possa rispondere alle osservazioni ricevute, anche rifiutandole; invece no, gli dicono di star zitto, ma se sta zitto poi si sente rinfacciare quasi le stesse cose e, magari, dalle stesse persone. Il senso unico!
Di nuovo, rispondi a delle contestazioni e… “Non accetti le critiche”, “Bisogna saper accettare tutto” e via dicendo. Ma guarda te non accetto le critiche? Non è che per caso è l’altro che non sta accettando le mie controcritiche? Ma guarda te io devo, e sottolineo devo, accettare tutto, l’altro, invece, può non accettare quello che ho detto io. Il senso unico!

Il senso unico, ma va, che bella invenzione, permette di evitare il confronto quando questo diventa difficile, permette di mettere sempre se stessi un poco avanti gli altri, permette di non porsi domande, permette di non crearsi dubbi, permette di restare sempre e comunque della propria opinione, permette di dormire la notte invece che pensare alle discussioni, ai confronti, alle cose dette e sentite, permette di non ragionarci, risolve la paura di poter prima o poi cambiare idea. Il senso unico.

“Salve” , l’esclamazione mi toglie dal mio stato di creatività, il cliente è arrivato, devo tornare al lavoro, ma l’articolo mi sembra completo, finito, dovrò solo dare un’occhiata all’ortografia e alla sintassi, poi potrò pubblicarlo, a … doppio senso!

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