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Vivere


Corri corri
cavallo corri
nulla ti può fermare
nulla ti può deviare

Emanuele Cinelli – 4 dicembre 2019
Scritta, insieme ad altre due (Poesia e Sorriso), in ospedale durante l’attesa dell’intervento all’ernia inguinale
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Sorriso


Un filo di bianco
una morbida curva
pupille sgranate
un viso felice
un gesto suadente
un corpo splendente

Emanuele Cinelli – 4 dicembre 2019
Scritta, insieme ad altre due (Poesia e Vivere), in ospedale durante l’attesa dell’intervento all’ernia inguinale

Poesia


Con rima o senza rima
parole che scorrono
come note sul rigo
il ritmo scandiscono.

Emanuele Cinelli – 4 dicembre 2019
Scritta, insieme ad altre due (Sorriso e Vivere), in ospedale durante l’attesa dell’intervento all’ernia inguinale.
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Torrente


Desiderio di scivolare nelle tue acque,
di lasciarti ricoprire il mio corpo nudo,
di sentirti giocare con la mia pelle,
di farmi trasportare dalla tua forza e
lasciarmi scivolare leggero tra le tue spumeggianti parole.

Emanuele Cinelli – 9 luglio 2018
(ispirato da un post su Twitter che riportava una poesia di Antonia Pozzi dall’analogo tema)

Divagando – Il Mondo nel nostro mondo


(La nostra palla di vetro sì, così greve, così grave, onerosa, perfino faticosa che due coglioni appesantiti arrossiscono al suo cospetto)

E non sarà mica vero che le cose stanno come stanno! Non è il caso, e non è neppure il coso. Son tutti svirgolamenti, cose su cose, accatastamenti, lezioni per imparare, lezioni per migliorare la parte peggiore di noi. Le cose non staranno mai come dovrebbero stare, sono animazioni penitenti e quindi, girovaganti sfiorano i perimetri della giustezza, dell’ovvio, della semplicità umanica (proprio umanica), ma s’imballano, s’impennano e travalicano. Si spostano repentine, senza riluttanza, con la decisione in fronte, abile manipolatrice dei condizionamenti ambiziosi, astratti e lodevoli. Movenze libere le cose che stanno, allungano artigliose frange e legano il posto a piacimento. Basta che sia solo sosta. Non ci deve essere fermata che sia.

Libertà come parola chiave, l’unica al posto giusto, nell’ubicazione consona che prevale nell’armonia del circondario. Le cose insomma, queste anime al travaglio, queste strade nel dissesto di un’organizzazione umana. Il rifiuto di non vivere che solo il momento, di cogliere l’attimo e di rivoltarlo come un calzino. Provate a metterle alla prova, provate ad essere ancor più circensi! Fate che le medesime possano essere sempre alla vostra portata, lì nel posto giusto al momento giusto, caramellate, edulcorate o come vi pare e vi pare e vi pare. La pietanza è pronta insomma. Vi riuscirà assai improbo, o pena uno sconvolgimento totale di ciò che ci hanno imparato a chiamare vita. La nostra palla di vetro sì, così greve, così grave, onerosa, perfino faticosa che due coglioni appesantiti arrossiscono al suo cospetto.

Parliamo di libertà quando noi siamo i primi a schiavizzare ad essere schiavi. Parliamo a vanvera e questo non ci è permesso fino quando la cosa non viene scritta. Allora scritto a vanvera va bene perché la scrittura implica una rilettura. Dicevamo schiavi, martiri, di che? Vogliamo risapere di che? Dei suoni per dire, e per non dire, di tutto quello che ci passa per sta bussola chiamata testa (ho perso la bussola, anzi l’orientamento, o il tempo?) compiendo un tragitto voluto.

Noi non siamo uomini siamo il suono degli uomini chessò, ominidi, umani? (Repetita iuvant: l’uomo quando imita la bestia allora assomiglia all’uomo). Noi siamo il loro succedaneo travaglio, ossia il nostro mondo nel mondo, come uno specchio che traspare l’appannata figura di come le cose dovrebbero crescere ed essere e in realtà non sono, vivendo un limite dove pure la guerra non ci fa più paura perché accade sempre più in là del nostro punto di vista assai più distante e devastante.

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Non fissiamoci!


(…mani continuative che slabbrano fuori con le spine delle dita aperte…)

Se monologando io…

La solita vita, indecisa, mi trattiene tra le sue mani mentre il sole fuori applaude contenuti pieni. Raggi perpendicolari rosicano piaceri alla pelle, un velo di madore apre la breccia tra il dubbio di un giorno estivo, e la certezza di un tempo a spiovere. Cos’è che c’incatena veramente a tutte queste facce uguali?

Il volto, il desio, l’uomo, l’ondivago, il lieto fine in cui la permanenza sta due misure oltre il consentito. Siamo maglioni cuciti a maglia larga, braccia a tre quarti, mani continuative che slabbrano fuori con le spine delle dita aperte, protese, mai retrattili, mai indugianti. Acuminate e passionali, come tutti gli aghi che ci hanno cucito addosso queste forme imperfette usciamo dal maglione con le nostre spigolature delle teste quadrate dei famosi porcospini già citati di tutti gli angoli dei gomiti.

Stiamo sulle punte, viviamo sulle punte e siamo convinti che il nostro mondo non sia rotondo. Gli altri hanno tutto il mondo che gli pare ma noi viviamo imperterriti nel nostro, fragile e leggero, fatto di gocce di cristallo verso l’alto, ossia sottosopra, rivoltato e rivoltante come non mai. Le nostre maglie invece sono sincere come mai e lasciano a me il tempo di trovare le sole “cose” di cui siamo fieri: accade così che percorriamo l’amore come una missione da destinare, da portare a termine tra le pieghe delle mani.

I maglioni sono rivoltati e aspetto l’avvenire come dolce trovare che non aspetta, ma va, avanti inesorabilmente… Sembra tutto logico e compunto ma tra un punto e una virgola quante tenerezze! A proposito mi dimentico di qualcosa che mi appartiene, sono gocce serene senza sale; con portamento le commento, quel che esplode tra le costole di una mamma.

Pervengo a una scelta difficile il tutto o il niente perché, sempre ottimista incontro la divisa della realtà: fosse quello che mi opprime non starei a fantasticare mondi possibili mentre l’impossibile mi ha sempre entusiasmato, chissà perché. Veloce, veloce mi appartengo, mi dissuado, mi dissolvo e, quando mi volto, continuo a trovare escrementi impossibili. La luce è solo una parodia della vita mia, la maglia quella che manca per chiudere il braccialetto. Spesso con le stelle abbiamo di fronte piccole luci, ma non fissiamoci.

Riflettiamo gli splendori e tutti i pani saranno al vino, tutte le cose saranno comuni come ogni proverbio rivolto, risvolto e raccolto tra le maglie di un tempo maglione. La luce della luna è lenzuolo. Dalla finestra aperta il mondo è parodico e qualcuno ulula alle stelle le sue stalle. Imitando l’animale l’uomo è veramente uomo.

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Non mi dire


(il tempo sta sempre là (lo vedi?), sulla montagna)

Non mi dire che mi hai chiamato? Non me lo dire, per piacere! Non voglio sentire sempre di queste storie, sbattute, rivoltate, levigate dal solito maglio che squilla schizzando sulle scintille dell’incandescente discorso. Non voglio la prosopopea infinita, che si chiama astrusa in tal senso perché muove il corpo, senza capo né coda, nel tentativo di parere perfino sinuosa.

Non mi dire che mi hai pensato? Mi allaccio ai sentimenti di colpo, fingendo di essere scorsoio del mio cappio, ma in più languida realtà, sono il vuoto dello stesso che dichiara palesemente guerra all’aria residua, chiudendosi ora adagio, ora di colpo.

La stramazza l’aria?, Magari! Invece il cappio gioca spesso, misurandosi con la costrizione per cui è nato, e altrettanto spesso, si centellina, si presta a dovere, si risparmia regalandoti secondi infinitamente tanto preziosi quanto tenacemente, sentitamente, torbidamente unici. Eppure lo sai che sono gli ultimi, da lì a poco sono un’unità preziosa, ma mai come in quel momento vorresti volassero altrove, in un luogo dove con te possono fermare il tempo che rotola inclemente.

Come sono le condizioni? Citando, direi, atmosferiche, comunque e sempre meteorologiche. Il tempo dicevo, sta sempre là (lo vedi?) sulla montagna, vicino al baratro, lungo il precipizio, oppure sta sul divano, lungo le passamanerie, nel ciglio imbottito, sul filo dell’angolo, sempre inerme e beatamente dondolante pronto a cadere, sprofondando la sotto e creando tutte le sensazioni del sottosopra. Vive in bilico e, come Damocle accetta il verdetto, o come Godot si fa aspettare. Ma tu non reagisci e non t’incazzi perché lo sai benissimo che non te la puoi prendere con il tempo, perché nessuno mai come te ora ha bisogno di lui.

Quando si ha bisogno di tempo si cade sempre nell’esistenziale pensar breve. Tutto è refrattario e cincischia intorno. La memoria decidua non sovviene, scalza, s’impenna diventa sogno e pare sempre mancare di chissà che. Lei disconosce il senso (la memoria) della vita, la vive di rimembranze, di accaduto, di dejà-vu e, smarritasi di sé (ma per te) ti costringe alla sensazione di afflitto, stordito di “Ohimè!”, di stupori  vaporosi, indimenticati.

Ti dicevo, non mi dire appunto (mi hai cinto il cor) e, come hai potuto leggere non l’ho fatto a caso (anche se pare che ormai il fato sia l’unica via di fuga) ma aprendo, con mosse liberatorie, entrambe le mani e poggiandole alle orecchie del mio corpo. Noi siamo sempre una via di fuga penitente, che sbuccia le ginocchia per nascondere il maldestro tentativo di aprirsi un varco altrove, in un punto di riferimento troppo alto che impone le sue forme lontane ancora più evidentemente alla tua genuflessione. Siamo anelli nelle mani, abbiamo da anni un significato scritto sotto che tutti immaginano e nessuno conosce meglio di noi, sempre più spampanati là contro la retorica di un abbraccio scorsoio e col sapone.

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Amore nell’amore con amore sopra


Avviamo una serie di interventi a cavallo fra prosa e poesia, possiamo definirli prosa poetica o, se preferite, poesie in prosa. Sono di un mia carissimo e misterioso amico, una persona speciale, storico attento e raffinato delle competizioni di pesca in apnea, che ora scopro anche anima sensibile e scrittore sopraffino.


DIVAGANDO

“Per me la poesia non esiste. Esiste semmai un interlocutore che la giudica in tal senso.”
Simone Belloni Pasquinelli


Amore nell’amore con amore sopra

(… una riverenza spasmodica che sapeva d’infinita arsura)

Il troppo non stroppia, anzi scricchiola pesante! Fu così che l’amore ci fece paura per sempre.

L’amore col suo modo di fare pervicace ed intraprendente, sinonimo di lotta perenne sui cuori sommati e caduti, fragili come non mai, sulle rovine di un pensiero che brulica e fomenta. Fu così che capimmo d’essere lontani da tutto, con a fronte un paesaggio fatto di miraggi insormontabili che ci proponevano i monti dei dubbi, o le oasi del piacere effimero. Tutti vi potevano bere, tutti potevano pensare con la bocca protesa atta ad una riverenza spasmodica che sapeva d’infinita arsura. L’acqua, come la finzione dell’essere bagnata, si crede potabile in tutte le situazioni ma soprattutto in quelle che ne risaltano la sua scarsità.

Ecco l’amore che piomba. Arriva nello stomaco e sale, a manciate, perfino buttato troppo in una pasta che, che, che scondisce nel rallegrarsi di avere un gusto eccessivo.

Ecco l’amore sdolcinato. Quello della carie, quello che solo un dentista (neanche troppo affermato) conosce e tenta di curare col tentennamento di una Curette o di un Trapano, il quale arriva  a martellarti sul cuore del dente ma nel cuore stesso. Si sente laggiù che rimbomba, che scalpita e trasmette… ma non è lì.

Ecco l’amore e la sua ubiquità. Amore come parola di Dio, amore come solo quello. L’amore sta per caso, nella stessa maniera in cui spesso capita presentandosi. Sta lì ma è là. Lo si vede ma lo si cerca altrove come con coscienza. Dunque è vederlo ma cercarlo altrove, quindi è sentirlo ma ascoltarlo più in là, è stringerlo ma tenerlo distante. E’ sostanza ma non appartenenza.

C’è finzione e c’è teatro, ossia attori che recitano una parte che è la realizzazione della stessa opera magari, spesso, mai esistita. Allora si creano le somme (non si tirano assolutamente). Ci si rimpingua d’amore e ci se ne mette un po’ dappertutto creando un sortilegio lepido che non ci sveli la realtà delle cose, ossia: amore nell’amore con amore sopra. Se non stesse bene sopra lo si può mettere pure a lato o in qualsiasi posizione si voglia per la nostra certezza.

L’amore non corrisponde mai. Tiene banco e si presta, ma non cede perché non è figlio di niente (forse un po’ di prostituta perché si fa sfruttare… ma credo di no!) e non deve rendere conto per ciò che non è. Sta al gioco come ogni conchiglia che accetta d’essere casa del paguro che la sceglie, prima d’essere di nuovo conchiglia e di nuovo casa per il successivo.

Qualcuno (io stesso, per dire) potrebbe obbiettare sulla reciprocità e il corrisposto e creerebbe un’ulteriore senso di libertà, ossia farebbe il gioco della somma che due più due fa quattro fingendo di non saper che in amore invece si divide tutto!

Simone Belloni Pasquinelli

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