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La legge e il pudore


La recente discussione sulla legge regionale lombarda (nr. 27 del 1° ottobre 2015) mi ha collegato nella mente due pensieri come 1 + 1: dal loro corto circuito mi si è radicata una ferma convinzione, e cioè che il pudore nasce dall’accettazione della legge (o di un costume, di una tradizione). Non ha importanza il motivo per cui questo costume viene accettato; quanto sia ferma e profonda la sua ragion d’essere, utilità e necessità; quanto consciamente o inconsciamente accettato. Quando insorge il pudore, la sua osservanza è piena e assoluta, o con pochissime eccezioni, e anche queste con varie gradazioni a seconda degli ambiti in cui si pongono in essere.

Da bambini

Da una certa età in poi (6-8-10 anni) i bambini diventano improvvisamente pudichi (e maliziosi); emulano gli adulti e per mostrarsi “ometti” in tutto degni di essere accolti fra i grandi, da buoni neofiti divengono più adulti degli adulti stessi, secondo l’immagine che dell’“adulto” si sono fatti nella mente; non accettano più la mamma che li aiuti durante il bagno, in spiaggia usano la salvietta per mettersi il costume, negli spogliatoi cominciano gli scherzi che li fanno arrossire, oppure uno sport che pure piaceva viene interrotto perché alla fine si fa la doccia insieme: alcuni accettano l’eccezione (che ha il gusto del privilegio, della ribellione, della trasgressione), altri no, perché nel mostrarsi nudi agli altri (anche solo fra compagni) vedono compromessa la propria “faccia”, la propria immagine sociale, la propria lealtà verso le norme della società degli adulti: il livello di trasgressione e compromissione è troppo alto. Sono ligi a quel che pensano sia una “legge” severa degli adulti e infrangerla li farebbe regredire nel loro percorso di crescita, li farebbe vergognare come ladri.

Da adulti

Crescendo un po’ si cambia, ma non tanto. Anzi, spesso l’atteggiamento che si aveva da bambini viene acuito e reso più intransigente. Alcuni lo superano con gesti spavaldi che confermano l’eccezionalità dell’atto. Lo stesso vale per gli scherzi o certi riti (come il bagno di gruppo a mezzanotte).

Voglio dire che anche da adulti, diventati nudisti o naturisti, pur frequentando raduni, spiagge, piscine dove è possibile stare nudi, si tratta di eventi circoscritti e isolati, sempre protetti dalla vista del “pubblico” non-nudista o non-naturista (cioè il pubblico indicato nell’art. 726 del codice penale). Il senso di sicurezza (e di libertà di movimento) che danno i centri nasconde in realtà un retaggio di pudore che mette in luce una sostanziale e permanente giustificazione del costume stesso. E più ancora, l’insuperabile stanga di confine fra lecito e non-lecito, l’intima convinzione che la nudità sia comunque una forma di trasgressione, e se non opportunamente regolata reca danni al resto della società e al singolo. Quali che siano questi danni, nemmeno vagamente si riesce a farne l’elenco, non si dubita affatto che esistano (se non fosse così, non esisterebbe il divieto), e di essi in ogni caso non si vuole essere responsabili. Il tanto sbandierato “rispetto” verso i non-nudisti o non-naturisti vale come una moneta di scambio per farsi accettare, quasi un volersi scusare della trasgressione.

E se una legge ammette il naturismo nell’aura sacra dell’ufficialità e della legalità, – quale onore! – la difendono a spada tratta, si schierano compatti a difenderla, più per piaggeria verso i legislatori che per aver veduto riconosciuti anche solo parzialmente i propri diritti. Obtorto collo la accettano, ne accettano vincoli e condizioni, perché finalmente vedono riconosciuta la propria esistenza, si vedono ammessi al banchetto dei “grandi”, pur sotto l’etichetta di “turisti naturisti”. E nel frattempo covano la segreta speranza che in un prossimo futuro potrà essere migliorata.

Il patto dei lupetti

Il patto di lealtà che da piccoli ha sancito la nostra maturità e nuova identità nei confronti dei familiari e degli altri adulti, il nostro ingresso nella società, la presa di coscienza di un controllo e contratto sociale con vantaggi e svantaggi, con perdite e costi ha pur rafforzato la nostra personalità, delineato il nostro carattere, impostato le nostre relazioni, aggiungendo attorno alla nostra individualità la cornice del nostro status sociale, che passa anche attraverso leggi non scritte, ma non per questo meno operanti e rigorose, come quella percepita del divieto della nudità e del conseguente pudore.

Quando vediamo che un certo pudore di fronte al “pubblico” ancora ci frena, quando sentiamo un residuo di vergogna nel mostrarci liberamente nudi-nati, chiediamoci quanto e fino a che grado il costume sociale è diventato un abito nostro che del tutto non riusciamo a dismettere.

Leggi naturali

Al pari di leggi sociali non scritte, ritengo che esistano leggi naturali che pure non hanno bisogno di essere scritte per valere ed essere utili, benefiche, necessarie e la cui osservanza ci ripristina com’eravamo in origine, ci riequilibra anima e corpo, mente e sentire. È a queste leggi che più volentieri ubbidisco, naturalmente, quasi senza fatica, e certamente senza paure infondate o il deterrente delle possibili punizioni. Ubbidire, in fondo, è accettare liberamente un’autorità.

Sul pudore – 3


Segue dalla parte 2

Il nudo e la paura

Il greco gymnós vuol dire “nudo”, in particolare “senz’armi”. Il pudore sarebbe dunque un’invisibile arma di difesa. Ora si capisce: dal desiderio degli altri. Sarebbe infatti la nostra nudità a risvegliare l’altrui concupiscenza, dicono i fautori del pudore, i “gestori della foglia di fico”. Esattamente come nei processi per stupro: noi maschi siamo esseri deboli, caliamo le brache di fronte a una minigonna, a una vita bassa… E vinciamo i processi perché i giri di parole degli avvocati riescono a ribaltare le posizioni e convincono i giudici che la vittima è un’adescatrice. Asilo! Non m’importa che sia scritto nel quinto comandamento o nel codice penale, che sia peccato o delitto: rubare, non si ruba. Anche se ho lasciato la macchina aperta. Ma appunto perché siamo ancora all’asilo, abbiamo bisogno di un deterrente, di un bau-bau: un diavolino per i maschietti, una Baubo (vagina dentata) per le femminucce.
Anzi, appunto perché nudo è come fossi senz’armi, devo aver paura! (che sia nudo anche l’aggressore passa in second’ordine: due pesi e due misure; ironicamente, il potere è “sempre dalla parte delle vittime”).

Ancora dalla Genesi 1, 10:
«Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».

Ho due ipotesi:
1) che Dio cerchi i Progenitori per punirli, perché mangiando la mela sanno distinguere il bene dal male, e sapendo di essere in torto si aspettano la punizione
2) che i Progenitori, cui sono cadute le fette di salame dagli occhi, si sentono vulnerabili (sarebbe blasfemo ed errato dire che temevano un’aggressione sessuale da parte di Dio – pensando però alla retrodatazione della Genesi, è plausibile che la reazione dei Progenitori sia quella stessa che lo scrittore sacro presupponeva in una situazione analoga ai suoi tempi – alcuni versetti prima, trasferendo la propria reazione, aveva scritto: «tutti e due erano nudi… ma non ne provavano vergogna». Da rileggere l’episodio di Dina, Genesi 34 – davvero molto istruttivo, sebbene poco noto, e non compare fra le letture liturgiche).

Molti Padri della Chiesa (fra cui sant’Agostino, De Genesi ad litteram 11. 32) definiscono la nudità precedente il peccato originale come uno stato di grazia e di innocenza: «Fu allora che l’uomo capì di qual grazia era rivestito prima, quando, pur essendo nudo, non provava alcun movimento indecente» («Grazia su grazia è una donna pudica (mulier sancta, et pudorata)» Siracide 26, 15). A questo stato di grazia tenderebbe idealmente l’invito della Chiesa alla castità, allo stato verginale. Il pudore aiuterebbe a camminare in questa direzione. Fino all’ossessione. Ma allora c’è anche più merito. E poi diciamo che è contorto il serpente. Il pudore è “rispetto del corpo, tempio di Dio”: è tutto un candore, lucide lastre di marmo come pietre tombali. Grazie dell’offerta, non ci sto: preferisco stare come Natura mi vuole, che mi sento più vivo.

Da nessuna parte si legge che il peccato di Adamo ed Eva consistesse nell’aver fatto l’amore: i commentatori dicono che fu un atto di disubbidienza, di superbia. La “mela” dà loro la possibilità di distinguere il bene dal male; si vedono nudi e capiscono che ciò è male: il pudore avrebbe agito da deterrente, frapponendo un ultimo velo; ma ora che hanno peccato sentono vergogna, perché avendo accettato il quadro di giustizia divino ora l’hanno infranto; fuori da quel quadro non si sa che c’è.
Nessuno ha pensato al tasto rewind? È dunque dal paradiso terrestre, da illo tempore, che siamo liberi di scegliere le nostre azioni. Possiamo esser perdonati, si può cancellare la colpa e la pena, il fatto no.

Il nudo e il male

È male il fatto stesso che siamo così come siamo! Così come mamma ci ha fatti siamo di fatto già oltre i “paletti” della modestia, nelle sabbie mobili della tentazione, sulla china che porta al peccato. Come ci è successo in Austria, dove i ragazzi incontrati sui sentieri ci volgevan le spalle per non guardarci, come fossimo degli appestati («Hai nascosto il tuo volto. (avertisti autem faciem tuam)», Salmo 29, 8). Ma la Natura ha leggi “a moralità implicita”, non ha bisogno di Gazzette Ufficiali, di poliziotti e di tribunali; è severissima e incorruttibile: davvero un mistero come tutto funzioni a meraviglia… e noi, con tutta la nostra scienza, ancora non abbiamo scoperto tutti i suoi segreti, che rabbia! Poiché l’uomo è cultura e civiltà, un ritorno allo stato di natura è offesa al “progresso dell’umanità”: «c’è negli animali il desiderio d’accoppiarsi in modo che a coloro che muoiono succedano altri che nascono. Eppure anche nello stesso castigo l’anima razionale rivelò l’innata sua nobiltà quando si vergognò dell’impulso animale che provava nelle membra del suo corpo, e infuse in quell’impulso un senso di pudore, non solo perché in esso provava qualcosa [d’indecente] che non aveva provato mai prima d’allora, ma anche perché quell’impulso vergognoso proveniva dalla trasgressione del precetto» (ancora sant’Agostino, stesso luogo).

È male, perché da nudi è un attimo far le “cosacce” (“la carne è debole”). Ma perché sono cosacce? Ah, perché non sono ancora inserite in un quadro legislativo che le legittimi (= matrimonio); e nel matrimonio sono ammesse in via del tutto eccezionale perché lì cooperiamo con Dio al mantenimento della Creazione. Senza matrimonio siamo fuorilegge: pensiamo di esser come Dio perché abbiamo capito i segreti della generazione; stiamo mettendo in disordine il disegno perfetto della Creazione. Chissà come, i bambini nascono lo stesso. Però non sono riconosciuti, sono gettati dalla Rupe Tarpea, diseredati, buttati nei cassonetti… o fatti morire prima di nascere. Per salvare l’onore (sempre e solo quello della donna) e la “giusta” istituzione del matrimonio.

Pudore e patriarcato

Ho accennato di fretta al fatto che il pudore fosse “un prodotto del patriarcato” e nel paragrafo precedente ho accennato ai segreti della generazione. Nella storia dell’umanità c’è un punto di svolta che ha cambiato fondamentalmente l’ordine precedente: il passaggio dal matriarcato al patriarcato, avvenuto quando si è compreso il ruolo del maschio nella generazione. E devono essere stati i popoli che vivevano di allevamento a comprenderlo, i “pastori erranti per l’Asia”. Avendo a disposizione un “laboratorio” vivente (pecore, capre, cavalli e cani) avranno cominciato a notare che da pecore nere nascevano pecore nere, che da pecore bianche e nere ne nascevan di pezzate, e così via. È questa la mia lettura dell’episodio di Giacobbe che la vince sul suocero Làbano e finalmente riesce a sposare Rebecca e tornare nella terra di Canaan (Genesi 30, 33-41 – un’astuzia che somiglia molto alle favole del contadino furbo e del diavolo).

Poiché questo era un sapere che dava potere e ricchezza (segni evidenti della benedizione di Dio) fu ammantato da una cert’aura di mistero, accessibile solo a certe condizioni. Col patriarcato nasce la regalità (la “nobiltà del sangue” – che è razzismo allo stato puro), le leggi, l’ordinamento sociale, la città, il denaro, l’eredità, la guerra, la supremazia della ragione sulla natura, l’indagine conoscitiva del mondo, la nostra “gran civiltà” ecc. Fino ad oggi 2012! L’insaziabilità (chiamiamola anche ambizione, adrenalina, kick, il degradato spirito competitivo-sportivo che tende solo al “risultato”) si è insinuata in ogni aspetto del vivere umano, compresa la sessualità: «il pudore è un’invenzione dell’amore e della voluttà raffinata; è al velo con cui il pudore copre le beltà femminili, che il mondo deve la maggior parte dei suoi piaceri… In certi angoli dell’America, dove le donne si offrono senza velo agli sguardi degli uomini, i desideri perdono tutto quanto la curiosità vi ha aggiunto di vivezza; in quel paese, la bellezza svilita nel suo richiamo non condivide nulla col bisogno; al contrario, infatti, presso i popoli dove il pudore tende un velo fra i desideri e la nudità, questo velo è il talismano che tiene l’amante inginocchiato davanti alla sua amata; ed è proprio il pudore che affida alle deboli mani della bellezza lo scettro che comanda al potere» (Claude-Adrien Helvetius, De l’esprit (1758), p. 146 dell’edizione Paris, Crapelet, 1818 – opera messa prontamente all’indice).

Continua alla parte 4

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