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Eva: un’altra storia (continuazione)


3) Se Eva è già la “moglie” di Adamo [«Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna» Genesi 2, 25], vuol dire che sono già all’interno di un matrimonio di fatto: perché dovrebbero vergognarsi se è il matrimonio che fa cadere la cortina del pudore? La biologia ha il sopravvento sulle prescrizioni morali: obtorto collo, la Legge di Dio (che pur si crede abbia creato il mondo e l’uomo così com’è fatto) deve cedere alla legge naturale: quando è stato introdotto il divario? o piuttosto, chi lo ha introdotto? Mi chiedo se non sia atto blasfemo e superbo voler separare l’unità e l’integrità della natura. Il che mi fa pensare che la nudità – contrariamente alla legge che la vieta, spacciata per norma morale, più o meno dettata da Dio, e per beffa considerata dai più anche per norma naturale –, non sia davvero un atto che va contro l’ordine della Natura. Dobbiamo giudicare indecenti l’orchidea italica o mille altre bizzarrie della Natura?

L’offensiva, oscena, indecente Orchis italica – scandalo della natura

Erotismo e seduzione della Psychotria elata

La legge umana non discute della necessità biologica – basta che non avvenga alla vista del pubblico (ma non ci spiega il perché del divieto: il termine atti indecenti è troppo generico, vago, dipendente dal contesto, dipendente da un giudizio soggettivo, o da chiunque ritenga di essere “offeso” e sporge denuncia). Il motivo della decenza, dell’uso comune, della buona educazione, del rispetto potrebbero valere di per sé, senza dover essere prescritto per legge, come accade per mille altre piccole azioni: abbiamo bisogno dello spauracchio di una multa per non soffiare il fumo in faccia alla gente, per metterci la mano alla bocca quando tossiamo o sbadigliamo, per spegnere il cellulare durante una conferenza…? – quante volte abbiamo dovuto suonare perché un’auto è uscita da uno stop proprio mentre stavamo arrivando?

Il punto nodale è che il “mito” raccontato dalla Genesi sembra dare per scontata l’esistenza di una Legge divina, esistita da sempre, eterna e immutabile, vigente ben prima della legge umana, che ne è conseguenza e derivazione: introduce il pudore a salvaguardia dell’onore e della reputazione personali, dello scandalo… perché siamo uomini e non porci! Appunto: in conseguenza di questo divieto artificioso, fa scandalo persino vedere animali che copulano; quando in una società pastorale o contadina, questo doveva essere normale e consueto, anzi procedura ovvia e necessaria. Per differenziarci dagli animali, ci siamo dati la regola di non copulare in pubblico. Fa scandalo vedere due ragazzi innamorati cotti che si baciano? «Non stanno facendo sesso» mi risponderete. La differenza è appunto questa: quel bacio non è sanzionato perché… non siamo all’oratorio! All’oratorio si era capito che anche il semplice bacio rientrava a suo modo nella sfera sessuale, che preludeva all’attività sessuale, era pericoloso quanto la nudità. Questo e molti alti esempi dimostrano che al giorno d’oggi la sessualità è ridotta – negli atti e nelle parole – alla sua esteriorità, visibilità, genitalità, e sarà questo che d’ora in poi creerà scandalo. Ipocritamente, poi, esteriorità, visibilità, genitalità son sufficienti a far della nudità un peccato, giustificando la riclassificazione col dire che l’occasione fa l’uomo peccatore, creando attorno alla sessualità un cordone sanitario che inizia appunto dalla visibilità degli organi coinvolti, e collegando in vincolo esclusivo e obbligato l’organo alla sua funzione.

Imbattendoci in immagini pornografiche è immediata la constatazione che in quegli atti, di sessualità c’è ben poco, se non appunto la superficiale genitalità e il soddisfacimento orgasmico – con applausi degli astanti.

Offese

Poiché la sessualità si esplica e realizza necessariamente nella società, coinvolgendo almeno un’altra persona, la società si ritiene in diritto di avocarla a sé, di normarla in esclusiva, di inserirla in un quadro contrattuale (matrimonio), lasciando ai singoli la gestione degli aspetti pulsionali, emotivi e relazionali.

La religione va però anche oltre, togliendo ai singoli anche le prerogative personali per le quali il codice civile si era astenuto e offre un modello per i rapporti interpersonali: l’amore di Cristo per la sua sposa, la Chiesa, che essendo la comunità dei fedeli, può essere vista come una società in parallelo con la società civile, con continue simbiosi, condizionamenti reciproci, sconfinamenti, distinguo, desiderio di primeggiare e di imporsi: la posta in gioco è il potere sulle singole persone e sulle loro menti.

Chi è venuto a impormi delle regole nella mia vita privata sa benissimo che la sessualità non si esaurisce nella genitalità e che funziona anche se gli organi sono coperti, anzi di più: l’ha però ridotta al puro atto genitale con l’importante preludio del denudamento come fattore di eccitamento. Il riflesso è talmente condizionato che basta una scollatura, una minigonna per creare eccitazione e reazione genitale meccanica. Al contrario, chi è abituato a vedere altre persone nude non reagisce automaticamente alla vista della nudità. Non perché tale vista sia divenuta abitudinaria e obsoleta, ma perché ha rimosso il nesso immediato e obbligato fra sesso enudità. È adulto e vaccinato, le cose le sa. E ne sa anche altre. Sa di come veniamo condizionati fin dall’infanzia a reagire come ci hanno insegnato, come-si-deve. Con lo spauracchio del peccato, dell’inferno, dell’offesa a Dio…

Moment! Non riesco a seguire esattamente il discorso, talmente è contorto, ma ci provo. Allora, se io sono sul balcone di casa a prendere il sole e lascio che i vicini mi vedano nudo faccio peccato, offendo Dio… non si sa perché; infatti, se nessuno mi vede il peccato non sussiste – perché altrimenti non potrei nemmeno farmi una doccia. Però è vero e incontrovertibile che dopotutto Dio stesso ci ha fatti così. Il vicino, pure, si sente offeso, perché lasciare che gli altri ti vedano il pisello è mancare di rispetto alle loro convinzioni (e al “comune senso del pudore”: è comune buon senso, non serve un trattato di morale per capirlo). Il rispetto però è a senso unico, non è reciproco: non si pensa lontanamente che stanno mancando di rispetto alle mie convinzioni e a me, che in materia morale posso avere opinioni un tantino diverse. Qualcun altro pensa che lo faccia per scopi reconditi molto palesi o che li stia adescando, scandalizzandoli di proposito per scuoterli e far loro cambiare opinione o che abbia una sessualità malata. O molto semplicemente che sia un porco. A questo punto mi offendo pure io! Una bella scazzottata… e poi? Non cambia nulla. Il vicino, forte di avere la legge e il buon senso dalla sua parte chiama i vigili. Io, forte delle mie convinzioni, pago la multa. Pur non avendo fatto nulla.

Dove sta l’offesa? Adesso pago la multa allo stato anche per i peccati contro il buon Dio? Naturalmente i vicini hanno dei bambini! Liberissimi di tirarli su come vogliono! E perché non anche educarli al fatto che tutti siamo diversi, che abbiamo le nostre opinioni e che ci comportiamo di conseguenza? Una volta capito è capito. Se il bambino del vicino mi vede nudo, può solo pensare «Lui la pensa così. Liberissimo. Io al posto suo non lascerei mai che mi vedessero il pisello. E son padronissimo anch’io!» E il caso è chiuso. E perché il mio pisellone lo dovrebbe traumatizzare? Perché si pensa che un bambino pensi al sesso (che non sa neppure cos’è) quando vede una persona nuda? «È immaturo e accelerare la maturazione crea traumi e scompensi che possono portare a delle turbe perenni…» mi sento rispondere. Sicuro! se gli diamo l’imbeccata su come ci aspettiamo che debba reagire (per il suo bene, s’intende!), se gli inventiamo pericoli e danni.

Ci sono migliaia di bambini francesi, tedeschi, olandesi, croati, spagnoli che normalmente passano l’estate nei campeggi nudisti, bombardati fino al vomito da seni, peni e vagine: che adulti vuoi che saranno un domani? E che dire di quei poveri bambini dell’Amazzonia, che crescono in tribù primitive, con adulti senza uno straccio addosso. Un minimo di pudore, diamine!

Un “dono” di consolazione

Dal paradiso terrestre veniamo scacciati con due condanne e un souvenir: guadagnarci il pane col sudore della fronte (sgobba e tasi), partorire nel dolore (se lo vuoi evitare, bella gioia, sai cosa (non) devi fare). Il souvenir sono le pelli che il buon Dio ci regala per non vergognarci. Di chi, se non c’era ancora anima viva?

Il pudore è una punizione del corpo nelle parti con le quali ha peccato, le mette in gattabuia. Un po’ come fa il masochista che si punisce in anticipo per il peccato che sta per commettere e si anticipa la punizione in proporzione al piacere proibito che pensa di ottenere alla fine.

Il pudore è un avvertimento interiorizzato a livello emotivo, una minaccia di castrazione se non ci si comporta a dovere, come tutti gli altri. Questo impecorimento suona come una restrizione imposta all’io individuale: il sesso può essere visto come metafora di un’infinità di cose: gioia di vivere, creazione di una discendenza, impronta (spirituale) che lasciamo, continuazione di un’eredità che riconosciamo in noi, forza d’animo, la spina dorsale del nostro fare e pensare, il riconoscimento della nostra unicità e identità, espressione genuina delle pulsioni del nostro inconscio…  Una delle condizioni per entrare a far parte di un gruppo, della società è l’autolimitazione dell’io (o moralisticamente, dell’ego): tagliarsi la cresta non è metafora di castrazione? Nel gruppo esistono indubbi vantaggi solidaristici che aiutano la sopravvivenza dell’individuo, che ne limitano anche la possibile pericolosità. Sto pensando però anche al significato che può assumere l’espressione amore del prossimo: come sommo comandamento che fortifica i legami del gruppo, che ripaga il singolo col riconoscimento collettivo (medaglie, monumenti, menzioni d’onore, premi) – è per tutti un test di merito.

Il messaggio è preciso e concreto. Le pelli regalate da Dio saranno d’ora in poi la prigione in cui teniamo segregato il demonio che abbiamo in noi. Da piccoli abbiamo sentito infinite volte chiamar diavoletto “il rubinetto della pìppi”.

Peccato, vergogna, beffa

Segregazione, nascondimento, esclusione equivalgono in parallelo a segregazione, nascondimento, esclusione dalla società, alla quale il “povero diavolo” può essere riammesso solo a precise condizioni.

La condivisione sociale totalitaria e senza eccezioni ammesse dimostra che questa credenza religiosa è stata accolta ed estesa a tutta la società, e non è in vigore solo all’interno della comunità dei credenti. La religione diventa nella pratica religione di stato, non ammette eccezioni, è cattolica, tendente cioè a estendersi universalmente a tutta l’umanità, con la presunzione di essere l’unica vera.

Il peccato si mostra nel corpo; una malattia è un castigo di Dio che punisce le parti con cui si è peccato; una infermità diventa ignominiosa.

Dio è il riflesso di come noi lo concepiamo, di come noi ce ne serviamo: non ci sono prove della sua esistenza al di fuori del nostro pensiero, della nostra mente. Ammesso che sia il Creatore e l’inizio di tutte le cose, come entità risulterebbe oggettiva, esterna alla nostra mente, mentre comunemente – senza escludere le concezioni teologiche, metafisiche, trascendenti – si pensa che Dio sia un percorso di ricerca personale per colmare dei vuoti di conoscenza, che risponda a delle domande, a dei bisogni, a delle relazioni dialogiche. Il credente si crea Dio a propria misura, secondo i propri bisogni, per colmare il vuoto che egli stesso si è creato con le proprie domande. Se il nulla dopo la morte mi fa paura, lo riempio di Dio e del suo paradiso. Se ho problemi a relazionarmi con gli altri, vedendovi Cristo ho per lo meno un modello di interazione.

“Non uccidere”

Nell’atto sessuale compiuto all’interno del matrimonio e “nei modi… nel modo prescritto”, cessano improvvisamente i veli che difendono dalla vista del nudo e viene sospeso quel “voto di castità” obbligato e generalizzato (secondo il catechismo cattolico, fuori del matrimonio praticamente tutto è vietato in materia di sesso), quasi che di fronte alla necessità di procreare per la perpetuazione della specie, e visto che il Creatore non vi ha provveduto altrimenti, anche il rigore delle norme divine debba un poco allentarsi: est modus in rebus.

San Tommaso d’Aquino, di nuovo, mi lascia esterrefatto, mi toglie ogni commento. Come si diceva all’inizio la sessualità è ridotta alla mera genitalità, il baluardo di resistenza più evidente. Una sessualità ridotta al puro atto animalesco, egoico-edonistico, banalizzata nella sua essenza, limitata alla sua esteriorità, stravolta, riconcettualizzata dalla morale e trasformata in peccato la dice lunga su tutto:

«Perciò l’emissione dello sperma deve essere così ordinata da poterne seguire la generazione e l’educazione della prole. Da ciò risulta evidente che è contro il bene dell’uomo ogni emissione dello sperma, prodotta in modo da non poterne seguire la generazione. […] Perciò, dopo il peccato di omicidio, col quale si distrugge la natura umana già esistente in atto, occupa il secondo posto questo genere di peccato, col quale viene impedita la generazione della natura umana» (Contra Gentiles, III, c. 122).

Tranquilla nudità


Una categoria

Ho in mente una certa idea di nudità: una nudità naturale, fisica, biologica, a livello animale, al livello più basso della civiltà. Una nudità che non ha nemmeno bisogno di essere pensata, un concetto che di per sé non dovrebbe esistere, che non ha bisogno di essere espresso a parole. E non può, perché non ancora distinto lungo il continuum: così come quando vediamo un animale non diciamo che è nudo; la categoria non è applicabile.

Nudità senza nulla

Avere in mente una certa idea di nudità è dunque una contraddizione. Se la nudità naturale è indifferenziata, priva di valori in sé, senza significato, senza rinvii ad altro, al di fuori anche dell’ambito estetico, al di qua dell’immaginario collettivo, senza alcuna finalità comunicativa, rappresentativa, dimostrativa, allora sparisce anche come profilo concettuale, valore, significato, proiezione, evidenza, ecc…

Da ragazzo

Mi ritornano alla mente ricordi e parole degli anni della mia prima pubertà: «Me l’ha visto – Gliel’ho visto». Nel primo caso con un senso di vergogna, come non fossi stato capace di difendere un qualche mio onore, come se il vedermi il pisello fosse quasi uno stupro visivo. Nel secondo caso, al contrario, l’orgoglio si gonfiava come per una fortuna capitata a sorpresa, come di una vittoria, una conquista, un dominio; come si trattasse di un furto di dignità, lo stabilirsi una volta per tutte di una differenza fra furbi e idioti; quasi fiero di veder qualcun altro su un gradino inferiore.

Lo facciamo apposta

Meccanismi nei rapporti sociali che cominciano a funzionare in una certa maniera. Per poi giungere, qualche anno più tardi, a «me l’ha fatta vedere», recuperando punti di considerazione nel branco dei pari.

E mi chiedo: «allora lo facciamo apposta?» Pare proprio di sì. Il pudore viene usato per regolare i rapporti sociali, il grado simbolico di avvicinamento sociale, di confidenzialità… o per istituire e rivendicare le tappe di una avvicinamento e confidenzialità. Per strutturare, indirizzare, categorizzare la relazione. Come se quell’area proibita fosse il sancta sanctorum di una liturgia necessaria ed esclusiva e vi si possa accedere solo per iniziazione. Non ha importanza, poi, se tutto il resto della relazione col tempo va a rotoli, o persino è inesistente. Agli occhi della società, è l’atto di forma che conta: al codice civile (matrimonio) non importa se e quanto due persone si vogliano bene.

Ritualità e significati

A dir il vero queste considerazioni nascono dall’aver osservato due funzioni all’interno della cultura, che si traducono immediatamente in rapporti sociali

  • La ritualità
  • L’attribuzione di significato

L’accesso al corpo è estremamente ritualizzato: c’è differenza sostanziale fra una carezza e una palpatina; e pure lo sguardo ha norme rigide e precise. Per non parlare della funzione allusiva del vestiario.

Una volta attribuito un significato alla nudità (deboscia o purezza, povertà o sopruso, umiliazione o adescamento…) ne discendono comportamenti, giudizi, sanzioni che cercano di incanalare la convivenza sociale.

Ritualità e attribuzione di significato sono procedimenti retorici: l’uno e l’altro sospendono in qualche modo la critica. Il rito proprio nella sua immutabilità diviene efficace (“si è sempre fatto così”); il significato si autogiustifica proprio in quanto accettato e ritrasmesso.

Esser persone, adulti, cittadini, comporta l’osservanza di una serie di norme (scritte o date per ovvie) che più vengono osservate, più si confermano nella loro convenzionalità e da se stesse traggono maggiore vigore e valore.

Sul balcone

Mi vedo tranquillo, nudo, innocente e pacifico che prendo il mio sole sul balcone di casa; un libro, una birra. Un attimo di tranquilla serenità, lontano dal caos e dalla ferrosa, arrugginita materialità che è spesso la vita di oggi.

È una così grande indecenza? Davvero è così grave?

Pochi centimetri di stoffa!


Luca cammina sulla spiaggia, con falsa noncuranza adotta posizioni e movimenti che possano mettere in bella evidenza i suoi muscoli coltivati con dovizia, la pelle accuratamente abbronzata lo mette in risalto rispetto alla folla che lo circonda. Gli piace mettersi in mostra, adora sentire gli occhi puntati su di lui, la competizione lo stimola, in ogni occasione veste abiti che nulla nascondano. Cammina sulla spiaggia e intorno a lui occhi invidiosi si alternano a sguardi golosi, alcune ragazze gli si accostano ridendo, gli fanno alcune domande approfittando della vicinanza per osservare meglio il bozzo che, all’interno di un piccolo attillato costume, domina il basso ventre. Alcune mani intrepide sfiorano le sue spalle, una osa ancor di più e scende lungo il torace con una veloce carezza mascherata da tocco casuale. Voci e parole si levano tra gli ombrelloni: che fisico, che stupenda persona, vorrei essere come lui.

Mario è steso sulla spiaggia di una caletta nascosta tra alte pareti di roccia, arrivato di buon mattino è solo e decide di mettersi nudo per farsi accarezzare dal sole e godere profondamente del massaggio del mare. Il suo corpo è un corpo come tanti, muscoli normali, abbronzatura appena accennata, lo disturba sentirsi osservato, evita di mettersi in mostra. Passano alcune ore tranquille finché sente delle voci, si guarda in giro e non vede nessuno, allora si rimette sdraiato. Le voci si rifanno sentire, stanno scendendo l’erto sentiero che dalla scogliera da accesso alla caletta, si fanno man mano più vicine e distinte, ancora non vede le persone ma riesce ora a sentire esattamente quello che dicono e… “maledetto esibizionista, pervertito del cazzo, vattene fuori dai coglioni”.

IMG_0182Per pochi centimetri di stoffa un esibizionista diventa modello da adorare e possibilmente emulare mentre, non avendoli, una persona timida e riservata diventa un pericolo pubblico. Potenza di un piccolo costume, di… pochi centimetri di stoffa!

Chi regge la canna?


La cultura della società attuale fa del pudore un punto non facilmente rinunciabile del viver civile. E di riflesso dell’identità sociale dell’individuo. È un gradiente di crescita nello sviluppo psico-affettivo del bambino e segna la consapevolezza della presenza corporea nella dinamica dei rapporti sociali. Il pudore ci si incarna addosso fino a considerarlo tratto naturale della persona e soprattutto della persona-sociale.

 Penso che come a livello fisico il pudore vieta la vista di alcune parti del corpo, così esista un pudore mentale che tiene nascosti alcuni concetti indiscutibili, dati per scontati al punto da diventare tratti generalizzati e quasi connaturati della nostra mentalità e cultura. Nasconde qualcosa di fisico e soprattutto difende una mentalità. Penso che il pudore funzioni da sentinella al posto di blocco che apre l’accesso all’uso legittimato dei piaceri, primo fra tutti il piacere sessuale (con le sue implicazioni nella determinazione dei rapporti sociali, affettivi ed economici fra gli individui). È come se dall’alto (o dalla “coscienza”) ci giungesse una voce autorevole che ci fa da guida, che ci indica modi e condizioni per l’ottenimento del lasciapassare. Come se il piacere in genere e quello sessuale in particolare ci ricordasse costantemente la “caduta” di Adamo ed Eva, come se coprissimo una ferita “originale” che non possiamo guarire e che soltanto eccezionalmente e con riti appropriati possiamo scoprire le bende, riconfermare il ricordo del “male” commesso in illo tempore, e con ogni cautela rimedicare la piaga con un nuovo cerotto.

Essendo un piacere connesso con la riproduzione, penso che la concessione del salvacondotto presupponga implicitamente l’accettazione del “progetto demografico” adottato dalla società, un male necessario e imprescindibile. Matrimonio, famiglia, educazione, eredità… sono gli strumenti con cui la società riproduce se stessa. Di fronte a una contrazione delle nascite scattano allarmi da una parte e “incentivi” dall’altra. Soloni mediatici mettono in guardia sui pericoli di perdita di “identità nazionale”, della debolezza numerica sullo scacchiere internazionale (conferma implicita della correlazione fra “potenza generativa” – fecondità, prolificità – e potenza politica).

Teoricamente questo modello culturale permetterebbe l’accesso al corpo nudo solo a fini procreativi all’interno del matrimonio: qualcuno ne ha fatto una legge morale, altri una legge di Stato (con diritti e doveri elencati nel Codice Civile); altri ritengono che i due punti di vista siano complementari e non in conflitto in una società “ben ordinata”. Eslege chiunque non la pensa così – e soprattutto che fa (meretricio, adulterio, libertinaggio, omosessualità…)

Se avessimo una benda sulla bocca e la togliessimo per mangiare e parlare, lo riterremmo assurdo e innaturale. Ma è esattamente quel che facciamo con le “parti incriminate”. L’abitudine, la sanzione sociale ci ha assuefatto a questa normalità e perfino c’è chi sostiene che il pudore sia connaturato filogeneticamente con il processo che ci ha distinti dagli altri animali. La mente poi viaggia, fa i suoi arzigogoli, i suoi collegamenti, talché vedere qualcuno senza indumenti è immediatamente associato all’imminente, intenzionale attività sessuale, cosa socialmente indecente perché viola i rituali condivisi, il costume, la norma. Da qui la necessità di porre un’ulteriore barriera preliminare che impedisca anche la sola visione del nudo e del richiamo al piacere sregolato (perché poi a questo sostanzialmente si pensa). L’assurdità di questa barriera è ulteriormente accentuata dal fatto che è fatto obbligo al singolo di difendere agli occhi di altri la propria nudità. Con un processo di assimilazione, interiorizzazione di un “sentire sociale” che si è imposto con forza di Legge. Logica vorrebbe che ciascuno fosse libero di scegliersi quel che vuole vedere, che tocchi a lui distoglier lo sguardo da quel che non vuole vedere, di mettersi tutti i paraocchi che vuole e non colpevolizzare le altrui preferenze in materia di abiti. Ciascuno ha le proprie fobie, non per questo si sono uccisi tutti i ragni e i topolini, si sono chiuse le piazze e gli ascensori, si sono colmati i burroni, si vietano immagini violente e la vista del sangue.

Come se la sola visione della nudità preludesse necessariamente all’attività sessuale e pregiudizialmente si pensasse che siano state violate le condizioni in cui questa può e deve svolgersi (intimità del talamo). Basterebbe quindi la visione del corpo nudo per suggerire, incoraggiare, indurre all’attività sessuale – opportunamente o meno.

Di fatto – e paradossalmente – questo è proprio l’effetto provocato dal pudore! Coloro che “non hanno il senso del pudore” (popoli primitivi, nudisti, medici, sportivi…) non vedono la correlazione.

Il pudore ci ha corrotti al punto da chiederci quale e come sia una libido naturale, talmente siamo punzecchiati da modelli sociali. Ci ha fatto dei voyeurs.

Poiché viviamo in una società altamente competitiva (dallo sport, al denaro, al culto dell’apparenza, ecc.) siamo molto competitivi anche nel campo dei piaceri (vacanze, sesso, wellness, cibo…) Ed esiste competitività persino nell’infrazione delle leggi (“trasgressivi”, provocatori, snob). L’impunità e la recidività sono blasone del primato personale, della propria personalità (quel tanto di “out” che fa sentire più “in”): don Giovanni, che pur può vantare un invidiabile Catalogo, arrossirebbe.

La pratica del nudismo, al di là del piacere fisico e personale, dei vantaggi nel campo della salute e dell’igiene, mette in discussione gli stereotipi, tempera gli eccessi, riconduce le eccentricità entro l’alveo di una recuperata naturalità e senso della misura (stavo per dire modestia, cioè di quel modo che si deve osservare nel vivere).
È come se ci togliessimo il bavero di bocca, il cerotto da una ferita che ci siamo inventata, e potessimo esprimerci normalmente, naturalmente, in tutta libertà. E la libertà di espressione non è annoverato fra gli ultimi nell’elenco dei diritti fondamentali della persona.
Torniamo al titolo. Il pudore funziona quindi da esca: ipocritamente è un allettamento della mano sinistra verso quel che la destra ufficialmente ci vieta. Vien da chiedersi: ma chi regge la canna? Siam tutti trote?

Melma infernale


Se per un attimo ci soffermiamo a considerare quel cencio che sempre teniamo tra mano a coprirci l’“obbrobrio” che abbiamo tra gl’inguini (da cui un corpo nudo pare che prenda l’estremo suo scandalo), al marasma di pensieri che ci elettrizzavano d’imbarazzo e vergogna – e per molti è ancora è così –, al senso di soffocamento che ci coglieva azzardando un’audacia mai prima tentata, rischiandovi il collo, allora possiam prender a prestito da Dante l’immagine di noi diguazzanti nel verde lordume d’una melma infernale.

Né più sappiam chiederci come ci siamo finiti, né chi comanda quaggiù, né – dio santo! – per dove si esce. Caligine fosca dintorno, bagliori di lampi lontani, tenebra tetra punteggiata di fuochi che si stanno estinguendo, occhi di bragia che ci minaccian punizioni di gran lunga peggiori.

Esagerando di molto le tinte, così è l’inferno che abbiam quotidiano, ammansito da riti, regolato da divieti che paiono sacri tanto sono intransigenti e assoluti, perché –  così ci hanno spiegato –  arcanamente lì v’abita un dio, e il nostro corpo n’è il tempio.

Sto parlando del pudore, di quella palude in cui ci sentiamo immersi senza saperne l’esatto motivo, come ad espiare al di qua la colpa di come mamma ci ha fatti. Che poi non è solo quello: c’è anche quel laccio che blocca la circolazione di naturali e benefiche linfe, che crea danni all’intero organismo e intacca molto spesso anche la mente.

Che mi fa maggior rabbia è vedere che questa belletta putrescente ce la siam inventata da noi, ce la siamo proprio voluta: mica ho vergogna se mi vede nudo il mio cane!

E allora: da lì voglio uscire, mollar quell’inferno, come mai fosse stato, e ripulirmi una volta per tutte, ridiventar naturale, col pelo lustro d’un daino, le scaglie d’argento d’un pesce, vellutato di pelle come una pesca matura. Mi vedo sotto una fresca cascata a nuotar nel laghetto, vispo come una lontra, guizzante come una trota. E poi asciugarmi nel trionfo del sole disteso sull’erba.
Il medioevo come Dante ce l’ha raccontato è passato oramai, o ancora dobbiamo vestirci penitenti d’un saio e batterci il petto in eterno per colpe che ci hanno addosso inventato… adesso, quando ancora siam vivi?

Nudismo contagioso


Pensiamo per un istante al prima e al dopo la nostra scelta: difficilmente torneremmo indietro. Oltre al senso di benessere fisico, al miglioramento generalizzato del nostro stato di salute, penso di poter aggiungere che abbiamo maturato una consapevolezza più chiara, una autostima più solida e quasi spontanea, una centratura da statua e non da ultimo ci sentiamo compatti nell’orgoglio per aver fatto una scelta che ci pare giusta al 100%, il volto sereno e disteso di chi ha capito e fa capire senza bisogno di tante parole, senza la consegna di voler convincere alcuno.

Liberati dalla costrizione del pudore, ci par persin di danzare, leggeri come ci sentiamo, euforici, spigliati, pieni di energia. Negli occhi di chi ci guarda possiamo vedere lo sconcerto, la sorpresa, il senso dello scandalo, il disgusto del vergognoso, l’obbrobrio della sfida superba all’ordine costituito, al costume comunemente condiviso.

Altri, più aperti, più critici verso se stessi, più tolleranti e rispettosi dell’umana diversità ci applaudono come eccezioni, come “riserva”. Altri ancora vedono un insegnamento, una direzione di cambiamento, un esempio pratico da seguire, un’indicazione da percorrere, da provare, osando quel che era impensabile e inosabile solo fino a ieri. Basta la nostra presenza, il saper che per alcune persone, per niente privilegiate, comunissime, alcune restrizioni, alcune situazioni non sono più imbarazzanti, vergognose, umilianti, fuori luogo, asociali, peccaminose, oltraggiose, offensive, intollerabili, eccessive, provocanti, meschine, morbose… per far riflettere, per ripensare alle convenzioni, al costume, alle consuetudini, ai gioghi sociali.

Noi non siamo il medico, il/la consorte o compagno/a con i quali il pudore è ritualmente sospeso. Siamo comunissime altre persone di fronte alle quali, senza riti, il pudore, la vergogna, il disagio, l’imbarazzo, il ludibrio per la propria nudità non ha più ragione di esistere. Non hanno la portata minima nemmeno per essere derisi. È una sensazione immediata di sollievo, di liberazione, di leggerezza, di apertura spontanea verso una relazione di umana simpatia, di accoglienza e rispetto totali, di accettazione e comunanza immediate.

Nella società attuale, continuando ad essere semplicemente noi stessi, senza atteggiarci di proposito, siamo persone speciali agli occhi di molti. La prima volta ci tremavano i polsi, ci è voluto del tempo, esperienze comuni, confronti, approfondimenti; sentivamo la collottola tesa come fossimo sul ciglio di un baratro, ci sembrava d’aver perso il nostro equilibrio, mentre ne acquistavamo un altro molto più stabile, sentendo d’aver dalla nostra l’esempio semplice e certo suggeritoci dalla Natura.

Non vogliamo fare proseliti, siamo nudisti non per partito preso, per oltranza, ribellione, contestazione, per una missione, per un progetto da realizzare, per un risultato da conseguire, ma per noi stessi, con chi ci vive accanto (e con cui vogliamo avere relazioni di simpatia e buon vicinato, semplici e spontanei), per il momento presente, giorno dopo giorno. Perché così ci pare di vivere meglio, in pieno benessere e salute, in buoni rapporti con tutti, sereni e pacati. È vero, siamo un po’ matti, cani sciolti che non aman collari, agiamo di testa nostra, pacifici, responsabili, rispettosi e rispettabili. È nostro fondamentale diritto viver come più ci piace, realizzando a cominciare da noi, dal nostro raggio d’azione, quotidianamente, il dettato costituzionale di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

E ci pare che la persona umana sia pienamente realizzata, individualmente e socialmente, quando è libera e si sente libera; quando riesce ad essere libera e se stessa vivendo in società. Stavo per dire pur vivendo in società, ma non vedo più la contrapposizione.

Desiderio, pudore e paure


Il sesso non è la prima ossessione della mia vita: ci metterei qualcos’altro al suo posto, la bellezza ad esempio – che poi non è un’ossessione.  Eppure siam cresciuti e viviamo in una società che ha fatto del desiderio e del sesso una leva che sposta le montagne, un grimaldello che apre tutte le porte. Non certo per condividere la varia umanità che ciascuno noi siamo… e insieme stupirne.

Ma per rubare. Fesso o spia chi non ruba in compagnia…

Siamo cresciuti bramosi: di sesso e possesso, di potere e piacere, di ricchezze e fortezze.

Se prendo a confronto il mio cane – sulle cose essenziali è mille volte più preparato ed equilibrato di me – dico che siam fatti tutto al rovescio. È spietata la “morale” canina, ma almen non ha maschere. Noi siamo anche peggio e ce ne facciamo mille ragioni: ce le facciamo, per costruirci una faccia accettabile: bulli, presuntuosi e crudeli che siamo.

Il desiderio dei cani è ben limitato: un osso ogni giorno, una femmina ogni sei mesi, a suo gentil gradimento. Il nostro è smodato, spudorato, immodesto; legittimato con marche da bollo dal Banco della Ragione.

Ipocriti fin nel midollo: di giorno in giacca e cravatta, rispettabil signori. Di notte, in vacanza, in privato, scatenati predatori, carnieri da esibire su Facebook. Non tanto perché davvero la lepre ci piaccia, ma più per quell’item da segnare sul libro dei conti.

Per aumentare lo sfizio del gioco ci siamo inventati ostacoli a iosa: altri timbri e consensi. E norma sublime: non tutto dev’esser per tutti, qualcuno è più uguale degli altri, i privilegi s’han da difendere, da condivider solo coi pari.

Da sempre il terrore è egregio strumento per tenere il popolo a bada (quanti ba-bau inventiamo ai bambini per “educarli” ubbidienti). La paura ci difende, ci dicono. Un popolo bue: del toro serve poi solo la forza-lavoro, n’est ce pas? Ma possono aggiungersi a personal discrezione fame o fatica, costrizione o dolore (così è forse nelle società più antiche, primitive o incivili e non nella nostra sana odierna democrazia occidentale).

L’inferno come spauracchio funziona: la fila dei dannati ogni giorno s’ingrossa!

Il paradiso, sublimato desiderio di tutta una vita, sarà nostra eterna ricompensa: anch’esso funziona – come carota.

Ghiribizzi che vengono in mente per provare a cambiare, vengon bruciati sul nascere come fanfaluche di carte d’arancio.

«Tu nudo?! Mai più!»

«Il diavoletto ti porta dritto all’inferno: via quelle mani da lì; tirati su le braghette!»

«Non toccarti o ti si staccan le mani?»

«Fai scappare l’angioletto!»

«Sei proprio un bel demonietto.»

«Gesummaria! Dove corri senza mutande?»

Giorno per giorno ci intossichiamo di nuove paure somministrate come elisir. Non prendono la via della ragione, che altrimenti le filtrerebbe, ma quello della presa emotiva, del ricatto affettivo, più ancestrali e indomabili.  Paure che sembrano frutto di oculata prudenza, di navigata esperienza, a spontanea insorgenza, di legittima istanza. E invece sono artificiali iniezioni, indotte pulsioni, psicofarmaci che agiscon men sulla mente ma dritte sul cuore, che fremente chiude tutti i battenti; tremante aspetta cessi il pericolo; ansante, fervente ed oblante fa voti e promesse che sarà bravo per sempre.

Se mi vedo nudo non mi faccio paura. Se faccio l’amore non mi vergogno. Se altri mi vedono culo e pisello non è la fine del mondo. Basta, per favore, con queste pantomime da esibir sulla pubblica piazza, da scherzi di birba che fa bau-sète. Basta con queste garrote che ci tengon col fiato sospeso in perenne agonia.

Sì sono un cane! Preferisco essere un cane, beato e pacifico. Son libero e nudo, come Diogene il cinico. Non sfido nessuno, non ce l’ho con nessuno. Solo, non voglio immaginarie paure che mi rendono angusta la vita, camicie di forza che mi fanno insanire. Per poi tenermi al guinzaglio con le stesse mie mani. Paralizzanti contratti di un sistema di vita che non ho mai sottoscritto. Mi ribello da me. Butto all’aria vestiti non miei, divise di esercito di una salvezza arretrata, compunte mutande che difendono un falso rispetto di sé.

Ceppi e catene svaniscon d’incanto solo che provi o m’azzardi a non pensarli esistenti, a pensarmi diverso. Non m’importa alla fine sapere o dar colpe a chi me l’ha imposti. Da oggi non sono e non saranno mai più. Non c’è fulmine che dal cielo m’inceneri al suolo: di Natura son figlio, naturali son “nostre vaghezze”; Natura non mi ha fatto lebbroso, piuttosto orgoglioso.

Son Giovannin senza paura, non temo gli scheletri che gli spettri mi gettan giù dal camino, e dico spavaldo: «Butta! Butta!» Passate tre notti nel castello stregato, mi sveglio il mattino padrone di tutto. «In fondo non è stato gran che! È bastato non abboccare all’amo di chi mi voleva metter nel sacco!»

Il nudismo mostra al mondo «di che lacrime grondi e di che sangue» il povero corpo dell’uomo, umiliato, martoriato proprio là dove altrimenti è fonte di vita e piacere. Chi è più alterato: la Natura che ci ha fatti così, o la società che ci vuole cosà? Mi vedo nudo dentro la mente: non ci sarei mai arrivato se non prima osando tramite il corpo, se non infrangendo cortine di vetro, ipocrisie; sfidando apparenze dissimulanti e mutanti.

Finché una paura ci oscura la vista, non riusciamo a vedere che qualcosa c’impedisce il libero azzurro del cielo.

Finché il pudore ci veste di timore e tremore, non sapremo davvero chi siamo. Se non proviamo a spogliarci, non sapremo mai come stiamo da nudi: ci potremmo stupire.

Finché avremo divieti, ci verrà desiderio d’infrangerli.

Sotto montagne di usi e costumi, fra desideri indotti e pressanti, che ci fanno indistinti nel “mucchio selvaggio”, dovendo poi sempre alla fine passare alla cassa, non sappiam più cosa sono personale unicità, biologica spontaneità, bestiale sincerità, naturale innocenza, umano candore… o ciò che meglio pensiamo di noi.

Nudismo senza paure


Il nudismo non è per vacanzieri, pusillanimi, rinunciatari.
Nemmeno un gesto di provocazione, prevaricazione, ostentazione, esibizione, ribellione, rivendicazione.
È la sana, misurata, assennata affermazione di sé. Ci basta esser rispettati…

Esistono parecchi meccanismi per gestirci come massa, per condurci al guinzaglio, tenerci legati al remo della barca comune. Possiamo anche passarci indenni attraverso, rivestiti di una corazza invisibile che è il nostro carattere, la nostra determinazione. Non sto parlando di carisma, ascendente: faremmo lo stesso gioco di chi ci vuole plagiare. Non vogliamo seguaci, non siamo dei divi, non siamo speciali. La paura non ci fa paura. Corriamo dei rischi, che sono come antidoti alla morte, all’invecchiamento precoce.

La paura è l’altra faccia del desiderio. Il desiderio è manipolabile, surrettizio, un artificio retorico. Una volta accettato, ci cambia la vita, il profilo, vi incanaliamo risorse ed energie, ne facciamo questione di vita (la paura è sempre anche un po’ paura della morte), guai se non lo conseguiamo. È molto probabile che perdiamo la scommessa e tutta la nostra puntata. Una sconfitta fa male, incrina la fiducia in noi stessi. Ci cambia.

«La nostra saggezza è saper quel che siamo, il nostro coraggio ci difende da quel che non vogliamo» (discorso del re spartano Archidamo al consiglio di guerra ateniese, ca. 432 a.C. – Tucidide I, 84).

Abbiamo pudore del nostro orgoglio? Bene, bravi: «Fatti agnello, che il lupo ti mangia.» Non che sia famelico il lupo, da lupo fa il suo dovere, è legge severa. E allora non piangiamoci addosso. Piuttosto, facciamo piazza pulita. Per farci rispettare. Non siamo giullari, strambi personaggi, stravaganti farfelus, matti come cavalli. È questa la visibilità che voglio mostrare: son quel che sono anche senza mutande. Per caso, son le mutande a farci uomini? Perché morir di paura? Se proprio devo, preferisco morire rosso come un tacchino, bello e buono come mamma m’ha fatto, esser seppellito come santo Francesco.

Le mutande hanno un potere immenso… se le accettiamo. Ci fanno sentire sociali, nel coro, forti e ben allineati. Ci rassicura avere un buon capo, si merita la nostra stima, gli deleghiamo parecchio di noi, facciamo grandi cose insieme: un bel concerto. Eppure ci legano, sono i fili delle marionette, delle adunate in piazza d’armi, delle code pei saldi.

Nudismo vuol dire che siam grandi, che siamo cresciuti, che stiamo in piedi anche da soli. Che ce la caviamo: certo, insieme si può fare di meglio. Le cose non cambian per magia, e non lo vorrei: voglio cambiarle io, finché sono capace, adattarle alla mia misura.

Nudismo vuol dire che abbiamo un grande rispetto di noi, che ci ammiriamo per la meraviglia che siamo, per il corpo che abbiamo, bello o brutto che sia, non è questione di estetica, è questione di vita. E non voglio che sia una vita clandestina, extra-non-so-cosa; non voglio tollerarmi, quasi avessi un difetto di fabbrica. Come pensiamo di noi è probabile che lo stesso pensiamo degli altri, senza setacci: non siam body scanners.

Nudismo vuol dire che non abbiamo paura di quello che siamo, che non ci desideriamo diversi; senza spauracchi, senza effimere mode che ci trasformano in cloni, sfiniti e frastornati dalle troppe novità. Facciamo muro, siamo solo homo sapiens, persone che sanno chi sono, contente di quello che sono; che si sono scrollate di dosso mani che non hanno richiesto. Abbiam cancellato marchi e tatuaggi, ci siam lavati i pensieri che ci imbozzolavano, ci siam levati divise e livree, giornee fuori luogo.

Nudismo vuol dire che ci teniamo alla pelle, tutti i centimetri: è cosa nostra. Non ha prezzo, al massimo un prezzo d’amatore. Non voglio disprezzare il dono del sole, costretto a lasciare in bianco parti coperte: nessun’altra creatura lo fa. Ma noi abbiamo le lampade! Sembrano angoli morti, pallide esuvie che sono.

Nudismo vuol dire che nessuno mi espropria al presente, nessuno mi risucchia futuro. Vuol dire che ho passato l’esame. Con me. Che mi sono promosso. Che ho studiato, che mi sono studiato, che qualcosa d’importante ho imparato, che a me ci tenevo (di questo n’andava!)

Al campeggio fanno entrare tutti che pagano. È sui sentieri del monte, nei greti dei fiumi, lungo i viottoli alberati in campagna che ti voglio vedere, ed accompagnarmi buon tratto con te.

Sul pudore – 5


Segue dalla parte 4

Un peso strano

Un anno fa, di questi giorni ho gettato il mio pudore alle ortiche, camminando per la prima volta nudo in un vigneto. Uso la stessa espressione che si usa quando un prete rinuncia alla vita sacerdotale, perché molti pensano che il pudore sia sacro, un’istituzione divina a difesa dei misteri più alti della vita e addirittura della nostra relazione con Dio: finché non saremo santi non potremo né conoscerlo, né godere della sua vista: Dio nudo, buona questa! (mi correggo: i soliti bene informati assicurano che per ragioni di pudore vedremo solo il Suo volto).

Ho banalizzato il pudore a cosa di uomini, lasciando il sacro alle persone di fede (ma da allora, fatto pagano, saluto il sole per nuovo mio dio, e l’erba e la vite, il profilo dei monti ed il Cielo – scusate, m’è scappato il maiuscolo).
Ho sentito il pudore come abito d’altri, che non mi andava a misura, che mi avevan gettato addosso sin quando andavo all’asilo, quando mi mettevano in guardia dal diavoletto nelle braghette, che lì, brrrrr!, c’eran “brutte cose”, il barabìo; sin dalla confessione del primo venerdì d’ogni mese (“avete commesso atti impuri? Da soli, con i compagni?”).

E mi son sentito più leggero, come fosse d’improvviso cessato l’impegno gravoso di mantenere un segreto, una fedeltà, una promessa di lealtà che mi avevano estorto perché era un’usanza, senza nemmeno capir bene che fosse. Ho disertato, non ero più “soldato di Cristo”: tutto quell’apparato – capivo, – era come Venezia che poggia su milioni di pali sott’acqua: si sosteneva sulla nostra pelle, volenti o nolenti.
Il pudore non aiuta a conoscerci meglio, né noi stessi, né in relazione con gli altri. Ma i propugnatori di esso – che si pongono in cattedra come esperti e moralizzatori – col potere che noi stessi deleghiamo loro, ci fanno tirar la carretta sulla loro strada, portiamo acqua al loro mulino, cresciamo coi paraocchi. Questo giogo non può essere uno di quegli «ostacoli … che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (art. 3 della Costituzione)?

Non vedevo segreti, se non quello immenso, esorbitante per noi, della natura e dell’esistenza. Non ho avuto rivelazioni, illuminazioni. Mi sono d’improvviso sollevato d’un peso che altri mi facevan portare. Un peso strano. Mettendo in non cale pudore e peccato, strappando quel velo ipocritamente candidissimo (Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, 175-179), come avessi ritrovato una nuova innocenza, mi sentivo puntare addosso uno sguardo accusatore di colpe inesistenti, di malizie che non mi sentivo, di mire e appetiti che già mi ero lasciato alle spalle crescendo. Capivo che qualcuno mi aveva trapiantato occhi sguerci, desideri non miei, bizzarre fantasticherie che mi estraniavan dai fatti reali, paure irreali che mi terrorizzavano, vuote minacce che mi mettevano al muro. E mi sentivo umiliato, annichilito, schiacciato, appestato. Anzi, infamato, diffamato! Non ero quel diavolo che mi dipingevano, non mi sentivo così porco e perverso, così vergognosamente indegno, allupato dalle macerazioni – così meritorie! – (che diamine!), nel tira e molla fra legge naturale e legge morale.
E poi si parlava del sacrificio dei corpi, carne da macello sull’altare del martirio, della croce (ad imitazione di Gesù). Si blaterava di seguir nudi il Cristo nudo (nudus nudum Christum sequi, adagio ascetico molto diffuso nel medioevo; per la prima volta nella lettera 125 di san Girolamo, anno 411: «se non possiedi sei già sollevato da un gran peso, segui nudo il Cristo nudo. È un impegno gravoso, enorme, difficile, ma grandi sono anche le ricompense»). Basta così! Grazie ancora, Lebrac (“senza le braghe, non potranno tagliaci i bottoni”)!

Con gesto sicuro mi son tolto la cappa e ho cominciato a respirare; ho riaperto i miei occhi: non eran poi male i modi di relazione con gli altri che mi ero maturato negli anni, il rispetto, il riguardo, le buone maniere che mi ero imparato. Rischiavo l’inferno, biasimo e multe. Ma avevo compreso quant’era grande l’inganno. E ora non torno più indietro.

Fine

Sul pudore – 4


Segue dalla parte 3

Il pudore è un segno di confine

Sembra un’istituzione positiva questa cittadella dell’Io, se non fosse un cavallo di Troia. Perché l’atto stesso di difender qualcosa presuppone un valore appetibile e si pongon le basi per la sua conquista. Il pudore assicura il singolo che esistono delle difese contro l’intrusione di altri, e nello stesso tempo imprigiona il singolo dentro queste stesse difese.

In entrambi i casi appare evidente come il pudore sia indotto: nel primo caso il singolo collabora con la legge nell’evitare incitamenti anche involontari (“attentati al pudore”); nel secondo si fa convinto di possedere un valore da mettere all’asta. È molto pericolosa questa attribuzione di senso perché di fatto reifica un’essenza che dal punto di vista etico (del “costume”, del modo di vita) e politico (liberi in società) proprio non dovrebbe esistere: il “commercio” di sé (rendersi schiavi), ma sembra che questo sia uno scotto da pagare se vogliamo sedere al tavolo della società. Il bisogno è per definizione spudorato: «non c’è cosa più impudente del ventre odioso, che impone per forza di ricordarsi di lui» (Odissea 7, 216-217), «Non si può nascondere il ventre bramoso, funesto, che agli uomini dà tante sciagure» (ivi, 17, 285-286), «pudor con povertà, mal s’accompagna» (ivi 17, 578).

Immagino che il singolo guardi all’esterno da uno specchio direzionale: da fuori si vedrà riflessa sulla superficie riflettente l’aspettativa sociale. Dall’interno il singolo metterà a confronto sé stesso con quel che gli altri gli rimandano.
Facciamo il caso che una persona riceva dei complimenti.

  • a) ne trae piacere gratificante perché la bilancia fra quel che sa di sé e quel che gli altri gli rimandano è in equilibrio;
  • b) riceve un complimento che sa di non meritare e si mette in sospetto;
  • c) riceve un complimento da persone che non han titolo di giudicare e non lo registra;
  • d) riceve un elogio che sa di meritare, ma che rifiuta o ridimensiona per falsa modestia;
  • e) riceve un elogio che giudica immeritato, eccessivo: la bilancia mostra lo squilibrio fra la percezione esterna e quella interna. Gli altri vedon di più: il soggetto si sente allo scoperto, a nudo, arrossisce.

Il pudore dunque avverte il singolo di un duplice sbilanciamento: di un Io troppo grande che invade, che si impone, anche involontariamente, sugli altri (e si arrossisce perché ciò è un’infrazione) e di un Io che il soggetto medesimo non conosce (e arrossisce perché gli altri rivelano cose che egli vorrebbe non fossero viste, non vuol far conoscere di sé alcuni tratti, scopre tratti di sé che lo mettono in imbarazzo perché nuovi).
Con segno contrario, analogamente funziona anche il biasimo. La posizione di grado zero lungo il cursore fra lode e biasimo vede un atteggiamento neutro, non-giudicante.

Il pudore come rispetto (e controllo di sé)

Di fronte a Nausicaa che lo vede nudo, Ulisse nasconde come può la propria nudità, non tanto perché voglia nascondere alla vista della ragazza le proprie “vergogne”, quanto per rispetto a se stesso: senza vestiti non ha dignità sociale, non potrebbe rivolgerle la parola. Nelle sue peregrinazioni aveva superato anche il pericolo Scilla, il mostro dalle teste canine (il cane è animale spudorato per antonomasia), per questo sapeva di potersi presentare “controllato” a una giovane: «In Scilla Omero ha invece rappresentato allegoricamente la multiforme svergognatezza, e per questo, a buon diritto, è circondata da musi di cani, cinta com’è d’avidità, temerarietà e brama» (Eraclito, Questioni omeriche 70, 11). Come è indotto il pudore, così ritengo che siano indotte anche le immediate associazioni collegate alla nudità.

Denudare le persone vuol dire privarle della loro identità e possibilità di relazione sociale, svuotarle del loro essere. Nella Via Crucis, la stazione decima contempla: Gesù spogliato delle vesti. Dall’Iraq ci sono arrivate alcuni anni fa immagini analoghe: siamo arrossiti, vedendo chi siamo o chi potremmo diventare, nonostante il progresso e la civiltà.

Mi chiedo se sia sufficiente un pezzo di stoffa ad attribuire o a difendere il valore di una persona, la sua dignità. Se la persona in sé sia poi così fragile. Gli eroi omerici (vediamoli nei  Bronzi di Riace) sono pieni di gloria e onore, di dignità. Senza ostentazione se non della propria virtù, del proprio impegno sociale (l’essere eroi, appunto). Le donne spartane (bollate dagli Ateniesi come “quelle che mostrano le cosce” – mentre il massimo dei complimenti per quelle ateniesi era “belle caviglie”, cioè bianche) sono state le più libere e emancipate dell’antichità, e le più onorate dai loro uomini: Plutarco riferisce come evento inimmaginabile l’adulterio per uno Spartano.

Il pudore politico

La parola rispetto contiene la parola guardare (spectare), non è uno sguardo di rapina, una curiosità invadente, indecente e sempre inappagata, ma un riguardo, uno scrupolo, un’attenzione, una sollecitudine, una delicatezza… una dignità intrinseca e intangibile nell’altro e in noi.

Sospendere il pudore esteriore e superficiale che si esprime nel portare un vestito, significa:

  • – verificare quel che ci rimane, quel che noi rimaniamo una volta spogliati delle convenzioni;
  • – ritornare allo stato primigenio e paradisiaco dove recuperiamo grazia e amabilità (cui l’arte talvolta addita e attinge);
  • – banalizzare la libera nudità dei corpi innocenti spogliandoli di costruzioni e gabbie ideologiche, estetiche, proiettive di un Io prigioniero innanzitutto di sé; di fantasticherie concupiscenti e futilmente o pericolosamente anelanti.

Divenuti più sinceri con noi stessi (e forse siamo anche arrossiti, scoprendoci ai nostri occhi migliori o più grami) non riusciremo più ad essere spudorati con gli altri.

Platone in un famoso passo del Protagora (322 b-c) pone il pudore e la giustizia alla base del viver civile (politico): fa del pudore (del rapporto fra vergogna e onore, del confine fra l’individuo e la società, dell’istanza di rispetto e del riconoscimento dei diritti) l’inizio di ogni modalità (forse anche eticità) del vivere insieme. La giustizia viene in seguito e di conseguenza, quasi un optional se siamo fra noi pudorati.

Allora anche l’essere nudi si concretizza paradossalmente come la miglior garanzia del rispetto reciproco; nella condivisione della semplice nudità si valorizza l’originalità e diversità di ciascuno, la ricchezza che siamo e portiamo in quanto persone, l’equilibrio naturale fra individuo e società (animale politico).

Continua alla parte 5

Sul pudore – 2


Segue dalla parte 1

Il “frutto proibito” è una invenzione culturale-ideologica allo scopo di giustificare dei limiti.

Da una parte si amplifica la componente di desiderio, dall’altra si è poi costretti a porvi un freno: fa parte di una certa ipocrisia del potere: il bastone e la carota. Gonfiando il desiderio, lo si porta fuori della misura stabilita dalla natura, si diventa suoi schiavi, si ipersessualizza la vita quotidiana: copertine di riviste, pornografia, pubblicità. Ma ecco che arriva il Catechismo  e vieta il sesso al di fuori del matrimonio (anche tra fidanzati: «L’amore umano non ammette la “prova”» § 2391), la masturbazione, ecc. («Tra i peccati gravemente contrari alla castità, vanno citate la masturbazione, la fornicazione, la pornografia e le pratiche omosessuali» § 2396) invitando alla purezza e castità (cioè, all’astensione – così facendo si è come costretti ad accettare il matrimonio: «meglio sposarsi che ardere» san Paolo, 1 Cor. 7, 9).

Se nel paradiso terreste non esisteva il pudore perché non v’era nulla di segreto o misterioso, con il divieto si è innescato un’attenzione smodata, un appetito indotto, concettualizzato, slegato dalla componente biologica (come la porta chiusa della favola di Barbablù). E per di più mai sazio, avido di possesso e consumo. Dico concettualizzato perché lascia libero sfogo alle fantasticherie, ai significati più disparati. Dietro quei vestiti, quelle mutande ci immaginiamo di tutto: e questo non è naturale, non è sano, non fa bene alle relazioni; quel che si nasconde riceve un surplus di attenzione a scapito del rispetto, dei dovuti modi, della reciprocità.

Ma allora è proprio il pudore che crea la malizia! È qui il corto circuito. E l’ipocrisia.

 Il pudore è dunque un quadro di riferimento comportamentale, un modo nel fare le cose. Spudorato è colui che “non ha modi”. Modestia è un buon sinonimo di pudore, a volte anche più intransigente. Deriva dal latino modus “modo, comportamento adeguato” ma anche “limite, misura, (e moggio)”. Di fronte a una esagerazione ancora oggi esclamiamo: est modus in rebus!). Da modus deriva anche moderazione, che abbiamo già incontrato ieri. I fatti devono avere una forma socialmente accettabile, una decenza (vedi art. 726 del codice penale). L’espressione “come si deve” è diventata anche aggettivo: un ragazzo come si deve.

La definizione di amore come “desiderio” è relativamente recente. I Greci davano per il dio Eros due genealogie diverse: la prima e più antica lo diceva figlio di Poros e di Penìa (dell’espediente/ingegno e della povertà/mancanza – cioè come raffigurazione allegorica della capacità dell’uomo di far fronte ai propri bisogni con l’impegno e l’inventiva). Il secondo Eros (raffigurato come monello che si diverte far a innamorare le persone scoccando le sue frecce a suo capriccio) semplicemente significa “desiderio, passione” ed è figlio di Afrodite, la dea dell’amore (in tutte le salse). Nel giudizio di Paride, fu Afrodite a ricevere il pomo della discordia, perché era stata giudicata più bella di Era e di Atena. Racconto biblico e mito greco hanno dei parallelismi.

Per quanto i difensori del pudore lo definiscano “naturale”, si tratta di un’etichettatura di comodo. Il pudore è invece un’invenzione umana, una convenzione sociale, un costume (ironia della parola!) Se fosse naturale, come il sonno, la fame, il respirare, lo proverebbero anche i cani («Miraut si vergognava, perché i cani avvertono la vergogna, sebbene ignorino il pudore» Louis Pergaud, Le roman de Miraut, chien de chasse, p. 129); ci sarebbe un “senso comune del pudore”, non ci sarebbe bisogno di ordinanze di sindaci che vietano di camminare nel centro storico a torso nudo o in costume da bagno. Si invoca l’autorità della natura per confermare opinioni che si sanno per deboli e non difendibili. La nudità è per antonomasia uno stato di natura.

L’istituto del pudore tramite la sua interiorizzazione si è trasformato in senso / sentimento.

Concludo con la frase centrale di un altro libro di Pergaud, La guerra dei bottoni (pubblicato nel 1912) che suona quasi come un manifesto:

«Per non farsi scassare i vestiti, non c’è che un mezzo: non averne. Perciò propongo che ci si batta biotti!»
«Biotti? proprio biotti biotti?!» esclamarono buona parte dei compagni, stupiti  e un po’ spaventati da una prospettiva tanto violenta che offendeva un pochettino il loro senso del pudore.
(Louis Pergaud, La guerra dei bottoni, trad. di Gianni Pilone Colombo. Milano, Rizzoli, 1978, p. 88)

Continua alla parte 3

Sul pudore – 1


Che vi si creda o meno, dalla Bibbia traggono origine convinzioni e comportamenti tuttora ben radicati nella mentalità, negli atteggiamenti e nelle leggi.

Nella Bibbia (Genesi 2, 25) troviamo il primo collegamento fra nudità e vergogna:

«E l’uno e l’altra, Adamo cioè, la sua moglie, erano ignudi; e non ne aveano vergogna.»

È vero, la Genesi è stata scritta a ritroso, quando le cose eran già assodate oppure cercavano una retrodatazione mitica (o divina) per potersi imporre autorevolmente e irrefutabilmente.

Sono del parere che il senso del pudore sia collegato al matrimonio e sia un prodotto del patriarcato. Il matrimonio può essere interpretato come una normativa eugenetica volta sia al mantenimento della coesione sociale che all’identità culturale e somatica di un popolo (“mogli e buoi dei paesi tuoi” – in questo senso può essere inteso come strumento “razziale” finalizzato alla riproduzione e propagazione delle proprie caratteristiche fisiche e culturali, fino ad ottenere la predominanza numerica e la supremazia sui popoli più aperti all’esogamia). A questo servono le norme che regolano la “scelta” della sposa, e in parallelo le sanzioni contro l’adulterio (per lo più della donna), la vedovanza, le consuetudini circa l’allevamento dei figli, la trasmissione della ricchezza (eredità) alla nuova generazione. Non si capirebbe altrimenti come mai il pudore sia focalizzato prevalentemente sugli organi della generazione.

La nostra esperienza di nudisti ci ha mille volte dimostrato che non è l’esposizione del sesso a “provocare” il desiderio. Anzi lo tempera in una misura che riconosciamo per adeguata e giustamente moderata, senza ulteriori implicanze di natura moralistica (è bene fin qui, oltre è peccato), deontologica (obblighi derivanti dall’essere fecondi – da cui certa ostilità al celibato e alle unioni “non procreative”), senza amplificazioni o deviazioni (sex appeal). Le camicie da notte femminili di non troppi decenni fa con l’apertura strategica che permettevano l’atto sessuale senza la visione del corpo nudo della donna, la consuetudine di far l’amore sotto le coperte o a luci spente, possono essere una dimostrazione.

Il concetto di “frutto proibito” (ritorniamo alla Genesi) può essere una “tecnica” per aumentare il desiderio sessuale (dentro e fuori il matrimonio), e per conseguenza attuare il comandamento divino “crescete e moltiplicatevi, riempite la terra”. Così come le varie norme per garantire la “discendenza” di sangue e patrimoniale, usate come modi di aggiramento del rigido vincolo matrimoniale.

Ho cercato invano nel Catechismo della Chiesa Cattolica la parola “pudore” nel capitolo sui peccati contro il 6° comandamento. Non è lì, ma nel commento al 9° comandamento: “Non desiderare la donna d’altri”. Mi pare utile vedere alla fonte la posizione ufficiale della Chiesa:

     2521 La purezza esige il pudore. Esso è una parte integrante della temperanza. Il pudore preserva l’intimità della persona. Consiste nel rifiuto di svelare ciò che deve rimanere nascosto. È ordinato alla castità, di cui esprime la delicatezza. Regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone e della loro unione.

     2522 Il pudore custodisce il mistero delle persone e del loro amore. Suggerisce la pazienza e la moderazione nella relazione amorosa; richiede che siano rispettate le condizioni del dono e dell’impegno definitivo dell’uomo e della donna tra loro. Il pudore è modestia. Ispira la scelta dell’abbigliamento. Conserva il silenzio o il riserbo là dove traspare il rischio di una curiosità morbosa. Diventa discrezione.

     2523 Esiste non soltanto un pudore dei sentimenti, ma anche del corpo. Insorge, per esempio, contro l’esposizione del corpo umano in funzione di una curiosità morbosa in certe pubblicità, o contro la sollecitazione di certi mass-media a spingersi troppo in là nella rivelazione di confidenze intime. Il pudore detta un modo di vivere che consente di resistere alle suggestioni della moda e alle pressioni delle ideologie dominanti.

     2524 Le forme che il pudore assume variano da una cultura all’altra. Dovunque, tuttavia, esso appare come il presentimento di una dignità spirituale propria dell’uomo. Nasce con il risveglio della coscienza del soggetto. Insegnare il pudore ai fanciulli e agli adolescenti è risvegliare in essi il rispetto della persona umana.

   2525 La purezza cristiana richiede una purificazione dell’ambiente sociale. Esige dai mezzi di comunicazione sociale un’informazione attenta al rispetto e alla moderazione. La purezza del cuore libera dal diffuso erotismo e tiene lontani dagli spettacoli che favoriscono la curiosità morbosa e l’illusione.

     2526 La cosiddetta permissività dei costumi si basa su una erronea concezione della libertà umana. La libertà, per costruirsi, ha bisogno di lasciarsi educare preliminarmente dalla legge morale. È necessario chiedere ai responsabili dell’educazione di impartire alla gioventù un insegnamento rispettoso della verità, delle qualità del cuore e della dignità morale e spirituale dell’uomo.

     2527 « La Buona Novella di Cristo rinnova continuamente la vita e la cultura dell’uomo decaduto, combatte e rimuove gli errori e i mali derivanti dalla sempre minacciosa seduzione del peccato. Continuamente purifica ed eleva la moralità dei popoli. Con la ricchezza soprannaturale, feconda come dall’interno, fortifica, completa e restaura in Cristo le qualità dello spirito e le doti di ciascun popolo e di ogni età ».

 

In sintesi

     2528 «Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5,28).

     2529 Il nono comandamento mette in guardia dal desiderio smodato o concupiscenza carnale.

     2530 La lotta contro la concupiscenza carnale passa attraverso la purificazione del cuore e la pratica della temperanza.

     2531 La purezza del cuore ci farà vedere Dio: fin d’ora ci consente di vedere ogni cosa secondo Dio.

     2532 La purificazione del cuore esige la preghiera, la pratica della castità, la purezza dell’intenzione e dello sguardo.

     2533 La purezza del cuore richiede il pudore, che è pazienza, modestia e discrezione. Il pudore custodisce l’intimità della persona.

Se leggiamo questi paragrafi con una certa malizia (o spirito critico, come preferiamo) scopriamo che il pudore serve a mantenere un’aura di mistero attorno alle cose che riguardano il sesso e la generazione (il frutto proibito).

Nietzsche [Nietze Source – cercare Scham Furcht  e cliccare sul risultato nr 8: Menschliches Allzumenschliches II: § WS — 69] osservava già nel 1879 in Umano, troppo umano che il senso del pudore esiste ovunque vi sia un mistero, e che in questo caso la “funzione apotropaica” del pudore consiste nell’allontanare la paura dell’oggetto misterioso [ritorneremo sulla relazione fra pudore e paura]. Se vogliamo interpretare “mistero” come rito gestito in esclusiva da una categoria sociale (sacerdoti), cominciamo a comprendere la finalità del pudore.

Antonio Martini, cui si deve la prima traduzione autorizzata della Bibbia in italiano (circa 1780) così commentava il versetto della Genesi: «Vers. 25. Erano ignudi, e non ne avevano vergogna. Non era ancora nell’uomo avvenuto quello strano cangiamento, per ragione del quale la carne desidera contro lo spirito, e lo spirito contro la carne. Nessun contrasto essendovi tra l’uomo interiore e l’esteriore, non eravi onde arrossire della nudità.» I nudisti sono dunque i più vicini alla condizione equilibrata, armoniosa e paradisiaca fra spirito e carne: sono puri di cuore e non vedono in corpo nudo necessariamente il peccato (o un’occasione prossima di peccato). Che sia stato proprio lo steccato, il discrimine di cui parlavo ieri, a creare il disordine?

Come si vede, il pudore ha radici molto profonde e motivazioni che rafforzano l’ordine sociale costituito e dato per scontato. Rifletterci potrà aiutare a sfrondare l’aura di misticismo e di timore (sacro, reverenziale…) che esiste attorno alle cose che riguardano il sesso e la generazione, riducendole a una misura più “umana” e secondo natura (anche “bestiale” o “biologica”), senza ad esempio l’amplificazione drogata di un “desiderio smodato” (v. sopra nr. 2529 – Ma qui le cose cominciano ad andare in corto circuito).

Continua alla parte 2

Ragazzi incontrano nudisti


Il bambino più grande volge ostentatamente le spalle al passaggio di un nudista durante la Newt (Radstadt, 4 luglio 2012); quello più piccolo mostra indifferenza, anzi una certa curiosità e simpatia.

Durante l’ultima Newt (Nacked European Walking Tour) con base al rifugio Aualm (1700 m) sull’altopiano a sud di Radstadt (Austria) in tre occasioni abbiamo incontrato anche bambini e gruppi di ragazzi. Ne ho riportato una sensazione mai provata prima: una sorta di pudore all’inverso. Mi sono chiesto come si devono sentire le parti bannate, bollate per “vergognose” (ah! è solo una nostra etichetta!); perché ne deve portare vergogna tutta la persona? Perché generalizzare? Ma ecco il Santo Vangelo ci ammonisce e conforta (?): «E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco.» (Matteo 18, 8)

1) Il 3 luglio verso le undici, eravamo seduti sulla terrazza del rifugio Sudwienerhütte – nudi, col permesso del gestore e la salviettina sulla panca. Mentre beviamo birra e succo di mele arrivano due donne e due bambini (di circa 8 e 11 anni). Ci osservano un poco e poi si siedono all’esterno della recinzione, vicino al cancellino d’ingresso. Dopo un poco, esco per una fotografia ai vitelli che pascolano lì attorno e vedo che i bambini mi volgon le spalle. Terminata la pausa, riprendiamo la nostra gita. Uscendo, vediamo che con gesto ostentato ci girano di nuovo le spalle. Quando finalmente siamo a distanza di sicurezza, entrano nella terrazza del rifugio. Tiro le somme e capisco il loro comportamento.

2) Lo stesso giorno nel pomeriggio, a più riprese incontriamo dei piccoli gruppi di ragazzi (14-18 anni) a volte coi loro assistenti. Molti, appena ci vedono, ci girano le spalle, chinano il capo a terra, le mani riunite davanti – ho l’impressione sia una reazione prevista, eseguita secondo istruzioni. Un gesto che mi fa male: come fossimo degli appestati da evitare persin con lo sguardo. Mi chiedo che cosa gli abbiano messo in testa da determinare questa ripulsa. E dall’altro lato ci siamo noi, liberi e nudi.

3) La foto che vedete è stata scattata esattamente un mese fa lungo crinale che ci avrebbe portato al rifugio Rossbrand. Appena ci ha visti, il più grandicello ci ha girato le spalle, poi è arrivata la madre che gli ha addirittura messo una mano sugli occhi. Per sommo di controsenso, la scritta sulla maglietta del bambino più piccolo dice: it looks good to me!

Noi: gli abominevoli! Una posizione che fa a pugni con quel che sinceramente sentiamo, col percorso che ciascuno ha fatto per giungere a superare il senso indotto del pudore. Se mi chiedo «che cosa c’è di male nella vista di persone nude?» rischio di prendere una deriva morale, dove prevalgono fedi, opinioni, convinzioni personali e rispettabilissime.

Non staremmo tutti più sereni senza questo discrimine? Sì, certo; grazie di avercelo ricordato ☺.

La nostra parte la stiamo facendo, in tutta prudenza, ma con determinazione, rubando ogni piccolo spazio di maggior libertà, a cominciare dal balcone o dal giardino di casa.

In giardino


Al ritorno dal giro col cane,
sempre mi faccio una doccia in giardino;
come ho fatto anche stamane:
è tempo franco, le sette al mattino:
piccoli fatti, il quotidiano mio pane,
dica che vuole l’occhiuto vicino.

Riprendo appieno il mio spazio privato,
non m’importa del pubblico che mi tiene guardato.
Mi scoppian di dosso i vestiti,
pudori e vergogne come mai esistiti.
Sono nudo e sincero all’acqua ed al sole,
alla brezza m’asciugo, del pudore eversore.
Nulla da fare col sesso, come bimbi siam casti;
puri e innocenti da quando siam nati… e rimasti.
Si gonfia nel petto un inno alla vita ed al mondo,
incrocio le mani dietro la nuca, felice e ritondo.
Mi veda pur anco la gente che passa,
ho la mente disgombra, sbrogliata matassa.
Mi sento docile e buono, come bianco agnellino:
Natura mi ha fatto e vestito, mi sento tornato bambino.
Non velerei le penne d’un’ara, i colori d’un fiore
mi ferisce quell’ingrato cupo grigiore,
ma questo abbiam fatto inventando il pudore.
Un verme superbo ci rode dentro la testa…
Liberi al sole, all’aria, alla pioggia facciamo gran festa.

Sia pur solo una doccia, un’anguria in giardino, un caffè:
mille piccoli gesti a riprender quel che Natura ci diè.

nude races

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