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Trasposizione


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Uno degli atteggiamenti sociali inconsci più diffuso è la trasposizione di pensiero: accreditare ad altri il proprio modo di vivere, pensare e praticare le cose.

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Soluzioni



Chi più chi meno tutti siamo spaventati dalle cose che ci sono sconosciute ed è assolutamente naturale tentare di proteggersi. Ignorarle, allontanarle, evitarle, negarle, pretenderne divieti, impedirle sono atteggiamenti che, diversamente da quanto ci si aspetta, servono solo ad aumentare i timori e le paure. La soluzione è semplice ed è una sola: conoscerle!


 

Specchio


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Molte persone non guardano se negli occhi avete qualcosa di vostro, vi cercano piuttosto qualcosa di loro.


 

E’ inutile!


E’ inutile ci sono cose che solo gli spiriti veramente liberi possono vedere, tutti gli altri, variamente e più o meno consciamente imprigionati nei condizionamenti o nelle manipolazioni, sono impossibilitati perfino ad immaginarle, figuriamoci a percepirle.

Stato naturale delle cose questo e come tale perfettamente lecito e comprensibile, illecito e incomprensibile è che i secondi tentino di screditare i primi, cerchino di obbligarli a redimersi nei ranghi del condizionamento e della manipolazione, vogliano obbligarli ad accettare ingiuste, inique, innaturali, assurde, inaccettabili limitazioni.

Volete la ragione? Beh, che devo dirvi, tenetevela, sappiate però che potete tarparci le ali ma non potete tapparci la voce: parafrasando un grande statista del passato, oltre al diritto di esprimere le nostre ragionate e documentate opinioni, abbiamo pure il dovere di combattere l’ingiustizia e l’iniquità alias abbiamo il dovere di difendere le nostre opinioni e l’esistenza dello spirito libero!

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Stavo solo scherzando!


La città confusaCortile di un palazzo, alcuni ragazzi stanno giocando. Ad un certo punto due di loro iniziano a spintonarsi, uno sbatte contro un muro e allora tira un pugno alla spalla dell’altro, questo risponde a sua volta con un pugno al quale ne seguono altri. Un signore che stava sistemando il giardino che contorna il cortile abbandona il proprio mestiere e si avvicina ai due ragazzi per sedare la rissa. Questi, sostenuti dai loro compagni, rimbrottano, mostrandosi stupiti dell’intervento: “ma noi stavamo solo scherzando!” Peccato che, scherzando, uno dei due alcuni mesi dopo finisca per restare gravemente menomato.

Ingresso di una scuola, un ragazzo con fare minaccioso si fa consegnare la merendina da un compagno. Un professore che ha visto l’accaduto interviene per imporre la restituzione del mal tolto, e la risposta, indignata e presupponente: “eh che palle, stavo solo scherzando!” Peccato che l’anno successivo, così tanto per scherzo, il bulletto venga condannato a diversi anni di galera.

Officina di un’azienda, alcuni giovani apprendisti si avvicinano a un collega, altrettanto giovane, gli calano i pantaloni, appoggiano la pistola dell’aria compressa alle mutande nella zona anale e sparano aria provocando delle gravi ferite alla vittima della loro azione. Ai carabinieri che li interrogano, in questo sostenuti dai loro genitori, rispondono: “non l’abbiamo fatto apposta, era solo uno scherzo!” Peccato che pochi mesi dopo, gli stessi apprendisti, con analogo scherzo, mandino un altro giovane collega all’obitorio.

Una ragazza obesa cammina lungo una spiaggia, un gruppo di ragazzi la osserva e…: “ehilà, cicciona, copriti che è meglio”. Alcune persone nei pressi, sentendo l’accaduto richiamano i ragazzi a un comportamento più rispettoso e la risposta: “che cazzo volete, fatevi gli affari vostri, abbiamo il diritto di scherzare!” Peccato che la ragazza in questione abbia una grave malattia che le altera il ciclo metabolico e le impedisce di mantenersi nel peso forma. Peccato che alcuni di questi ragazzi alcuni anni dopo, sempre scherzando, finiscano col violentare una ragazza perché “è una troia, indossa sempre i leggins, non porta il reggiseno… noi siamo uomini, non possiamo resistere a certe provocazioni e se lo meritava.”

Cogito ergo dubitoFacebook, articolo sull’escursionismo in nudità, qualcuno succintamente commenta “sulla neve lo vedi come ti diventa l’uccello ahahahah”. Colui che ha postato il link all’articolo cortesemente risponde con spiegazioni circostanziate e il primo controbatte: “suvvia non prendiamo tutto seriamente, stavo solo scherzando!” Peccato che pare sia lecito scherzare solo sul nudismo e nessuno si sogni di scherzare su tutte quelle situazioni assurde provocate dallo stare vestiti, ad esempio nessuno scherzi sul come finiscano i genitali dopo ore di essicazione solare costretti in un costume magari anche sintetico, oppure sulle palle raggrinzite dopo ore di piscina con il costume indosso, o ancora sulla proliferazione di batteri provocata dal costume indossato in una sauna, o… o… o. Peccato che il nudismo sia una cosa molto seria sulla quale però molti, troppi, si sentono in diritto di scherzare. Peccato che affermazioni del genere vengano spesso fatte non scherzando ma con convinzione e serietà.

Azione e reazione, ovvero ad ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria, conosciutissima legge della fisica e della meccanica che vale anche per le relazioni sociali. Peccato che molti oggi non ne tengano conto, che molti siano coloro che mettono se stessi al di sopra gli altri, che danno importanza esclusiva alle proprie intenzioni rendendo nel contempo ininfluente la percezione delle stesse da parte degli altri, che non pensano alle conseguenze di un’azione prima di compierla. Inaccettabile questo, come intollerabile è che ci siano persone, tante, troppe, che, con la scusante dello scherzo o del “non l’ha fatto apposta”, giustificano coloro che compiono azioni prevedibilmente (potenzialmente o materialmente) dannose.

Si può, si deve scherzare, ma nei modi opportuni, nei tempi opportuni, nei contesti che lo consentono, con moderazione, con attenzione all’altrui percezione dello scherzo, nel rispetto degli altri e delle idee altrui, senza mai provocare danni di nessun genere. Non esiste danno, fisico o psichico, materiale o morale, diretto o indiretto, immediato o posticipato che si possa giustificare con la volontà di fare uno scherzo, con il fare scherzoso.

Ben venga lo scherzo, ma… attenzione!

La deresponsabilizzazione: “cum grano salis!”


canalinoTempo fa scrissi un articolo sulla deresponsabilizzazione che restò però circoscritto all’ambito specifico della scuola e del rapporto scuola – studenti. Ora voglio riprendere l’argomento allargandolo agli altri contesti o, per la precisione, decontestualizzandolo.

“Cum grano salis”, un tempo questa locuzione era molto usata e indicava l’agire con cognizione di causa o, quantomeno, con un briciolo di cervello. Si usava per indicare quella persona che sapeva gestire gli eventi differenziando fra loro i diversi livelli di pericolo, ad esempio l’alpinista che sapeva quando usare la corda di sicurezza e quando poterne fare a meno, oppure il ciclista che capiva quando il caschetto era indispensabile e quando no, l’automobilista che sapeva gestire correttamente la velocità dell’autovettura adeguandola alle condizioni proprie, della strada e del traffico e via dicendo.

Oggi non esiste più il “cum grano salis”, oggi si è estremizzato il tutto riducendo le cose ad un solo livello: quello del massimo pericolo. Non esiste più il libero arbitrio ma solo l’obbligo perentorio alle protezioni: l’alpinista deve sempre usare la corda, chi fa le vie ferrate deve sempre usare il dissipatore, il ciclista o il fantino o lo sciatore devono sempre usare il caschetto, se vai con i pattini ti devi assolutamente corazzare come un antico cavaliere della tavola rotonda, l’automobilista deve andare sempre e solo piano, eccetera. Una vera è propria caccia alle streghe dove poco importa se non sai cosa voglia dire andare in montagna, se non conosci la differenza tra un sentiero attrezzato e una via ferrata, se non sai cosa sia la tecnica di progressione in arrampicata, se non conosci il codice della strada, se non hai idea di cosa sia la traiettoria di curva, se nessuno ti ha insegnato a cavalcare, a che servono queste cose, a che serve perdere tempo per imparare: tanto ci sono le protezioni!

Il sistema dal canto suo, sotto l’influenza delle assicurazioni e del pensiero debole, incrementa tale modo di vedere, così istituzioni e aziende praticano lo scaricabarile, molte persone (s)ragionano pensando solo in funzione dell’aspetto emotivo, gli adulti si sono dati alla furbizia (chiedere il risarcimento di qualsiasi danno anche se causato dalla propria ignoranza e incuria al grido di “tanto c’hanno l’assicurazione”) e i giovani non solo apprendono tali insulsi atteggiamenti, ma, costantemente vigilati per cui privati di ogni autodeterminazione, diventano adulti irresponsabili, adulti incapaci di fare scelte “cum grano salis!”.

A questo punto la domanda sorge spontanea: come finirà la società se si continua con questo giro vizioso?

 

 

“Non ha senso”


Giusto ieri è stato pubblicato su una pagina Facebook (PassioneMontagna, di cui ringrazio anche qui la cortese amministratrice) il collegamento al mio articolo di presentazione del programma “Orgogliosamente Nudi”. Devo dire che dopo anni che parlo di nudismo e del mio essere nudista con chi nudista non è, dopo molti contatti con la società tessile, dopo molti riscontri positivi, stavolta il risultato non è stato quello sperato e molte sono state le osservazioni negative (anche se nessuna si basava sul disgusto, ma piuttosto sull’incomprensione motivazionale dell’escursionismo nudista). C’è da rilevare che, come troppo spesso accade, non solo in relazione al nudismo, tutte peccavano in presunzione, ovvero in tutti i casi si ragionava solo sulla base di preconcetti e senza avere una conoscenza diretta delle cose. Ma tra tutte una mi interessa esaminare nello specifico: “non ha senso”.

Questa frase l’ho sentita altre volte, non solo per il nudismo anzi più spesso per altre argomentazioni: sembra che a certe persone piaccia mettersi al di sopra degli altri e arrogarsi il diritto di sentenziare cosa la società debba o non debba considerare lecito. Ma chi ha dato loro tale diritto?

Chi può stabilire cosa sia il senso e cosa il non senso? Il singolo? La massa? La religione? Quale religione? È sufficiente che un qualcosa sia praticato da tutti per dichiararlo sensato? Non è che anche tutti possono sbagliare? Non è forse vero che nel momento che qualche milione di persone pratica una certa cosa, un senso quella cosa deve avercela? Ma alla fine, non è forse vero che se anche uno solo fa qualcosa, per lui quel qualcosa ha un senso?

È il solito discorso del senso unico, del vedere le cose solo ed esclusivamente secondo propria ragione escludendo completamente la benché minima possibilità che la propria ragione possa difettare. Sulla base di tale atteggiamento, sulla base del “non ha senso” si sono fatte e ancora oggi si fanno discriminazioni anche importanti, si creano disagi sociali anche rilevanti, si pongono le basi per creare conflitti e guerre:

  •  per i nazisti gli ebrei non avevano senso e andavano sterminati;
  •  per i bianchi non avevano senso i neri;
  •  per i maschilisti non ha senso che le donne abbiano pari ruolo;
  •  per i capitalisti non ha senso che si possa pensare alla distribuzione sociale delle ricchezze;
  •  per i socialisti non ha senso che qualcuno possa pensare di fare ricchezza personale;
  •  per molti giovani di oggi non ha senso rispettare le regole loro imposte dalla società;
  •  per molte persone non ha senso badare a dove gettano i rifiuti;
  •  per molte altre non ha senso preoccuparsi di differenziare i rifiuti;

e via dicendo.

E lecito condizionare la vita e l’esistenza degli altri, di molti altri, ma anche di un solo altro, sulla base del proprio più o meno personalissimo modo di vedere le cose? È lecito che un gruppo sociale, più o meno numeroso, debba pretendere di condizionare il comportamento di altro gruppo sociale, a sua volta più o meno numeroso?

Si!?!

Beh allora a mio parere, a parere di milioni di nudisti a non avere senso sono i vestiti, in particolar modo i costumi da bagno!!!

Lettera ad un amico


Ciao carissimo amico mio,

ho casualmente notato che avete rimosso il mio nominativo dall’elenco dei vostri amici, temo di averne intuiti i motivi e…

Anche se mi chiedo perché debbano sempre essere i deboli a cedere il passo ai più forti.

Anche se mi interrogo sul motivo per cui siano sempre coloro che vivono nel giusto (la natura è sicuramente giusta) a dover soccombere a chi vive e persiste nell’errore (ripudiare la natura è sicuramente un errore).

Anche se proprio non me l’aspettavo da chi mi conosce, da chi ben conosce la mia integrità morale, da chi per diversi anni ha usufruito del mio apporto economico diretto (miei acquisti) e indiretto (promozione da me fatta), da chi consideravo un amico, da chi vive e opera nello sport, in particolare in quelli sport che, per loro natura, da tempo hanno indotto a superare certi tabù e certi condizionamenti.

Anche se dopo essere venuto di persona a parlarti della mia nuova vita, a spiegarti il mio nuovo modo di vedere e frequentare lo sport che ci accomuna, a consegnarti il materiale in questione, dopo che lo stesso è stato visionato in mia presenza da chi si occupa della sua pubblicazione, quantomeno mi aspettavo una mail che mi segnalasse la cosa e mi invitasse a trovare un punto d’incontro.

Ecco, dopo tutti questi “anche se” ho deciso di scriverti io per dirti che…

Posso in parte comprendere il vostro atteggiamento e ho provveduto a riscrivere la mia scheda aggiungendovi più elementi per così dire “neutri” e rimuovendo quelle parti che a qualcuno particolarmente permaloso potevano sembrare aggressive e quelle che a qualcuno molto, ma molto, malizioso potevano apparire ambigue.

Ti invito quindi a rileggere il tutto e a riprendere in considerazione la visualizzazione del mio nominativo tra l’elenco dei vostri amici.

Spero non abbiate il timore che lo sviluppo di quanto propongo possa apportarvi danni materiali (riduzione delle vendite), ma nel caso vi invito a considerare che la natura stessa dell’attività impone di avere sempre al seguito tutta l’attrezzatura necessaria e solo limitatamente ci si può liberare dell’abbigliamento. Certo viene così usato di meno, lavato di meno, consumato di meno, quindi sostituito con tempi più lunghi, ma questo, in una società che si definisce moderna ed ecologista, non è un male bensì un’importante risorsa e, sul medio termine, apporta a tutti, voi compresi, degli innegabili vantaggi.

Quanto agli aspetti più propriamente tecnici ti invito a leggere questo mio articolo “Escursionismo: quale abbigliamento?”, credo proprio che potrai trovarci degli interessanti spunti di meditazione.

Bene, ti saluto e ti ringrazio, spero di rivedere il mio nominativo nell’elenco dei vostri amici, ma se ciò non avvenisse… pazienza, non sarà certo questo a fermare la diffusione di un’attività bella e naturale, un’attività per la quale in Francia esiste un’associazione dedicata e riconosciuta dalla Federazione Nazionale dell’Escursionismo, per la quale in Austria da alcuni anni si tengono senza problemi di nessun genere settimane escursionistiche, per la quale in Germania, pur essendo comunque praticabile pressoché ovunque, sono stati tracciati specifici itinerari, per la quale in Italia ancora poco è stato fatto, ma i praticanti stanno crescendo a vista d’occhio e non è detto che presto non possa nascere un’associazione sullo stampo di quella francese.

Ciao e, spero, a presto.

Con profonda stima e amicizia

Emanuele Cinelli

Sul pudore – 4


Segue dalla parte 3

Il pudore è un segno di confine

Sembra un’istituzione positiva questa cittadella dell’Io, se non fosse un cavallo di Troia. Perché l’atto stesso di difender qualcosa presuppone un valore appetibile e si pongon le basi per la sua conquista. Il pudore assicura il singolo che esistono delle difese contro l’intrusione di altri, e nello stesso tempo imprigiona il singolo dentro queste stesse difese.

In entrambi i casi appare evidente come il pudore sia indotto: nel primo caso il singolo collabora con la legge nell’evitare incitamenti anche involontari (“attentati al pudore”); nel secondo si fa convinto di possedere un valore da mettere all’asta. È molto pericolosa questa attribuzione di senso perché di fatto reifica un’essenza che dal punto di vista etico (del “costume”, del modo di vita) e politico (liberi in società) proprio non dovrebbe esistere: il “commercio” di sé (rendersi schiavi), ma sembra che questo sia uno scotto da pagare se vogliamo sedere al tavolo della società. Il bisogno è per definizione spudorato: «non c’è cosa più impudente del ventre odioso, che impone per forza di ricordarsi di lui» (Odissea 7, 216-217), «Non si può nascondere il ventre bramoso, funesto, che agli uomini dà tante sciagure» (ivi, 17, 285-286), «pudor con povertà, mal s’accompagna» (ivi 17, 578).

Immagino che il singolo guardi all’esterno da uno specchio direzionale: da fuori si vedrà riflessa sulla superficie riflettente l’aspettativa sociale. Dall’interno il singolo metterà a confronto sé stesso con quel che gli altri gli rimandano.
Facciamo il caso che una persona riceva dei complimenti.

  • a) ne trae piacere gratificante perché la bilancia fra quel che sa di sé e quel che gli altri gli rimandano è in equilibrio;
  • b) riceve un complimento che sa di non meritare e si mette in sospetto;
  • c) riceve un complimento da persone che non han titolo di giudicare e non lo registra;
  • d) riceve un elogio che sa di meritare, ma che rifiuta o ridimensiona per falsa modestia;
  • e) riceve un elogio che giudica immeritato, eccessivo: la bilancia mostra lo squilibrio fra la percezione esterna e quella interna. Gli altri vedon di più: il soggetto si sente allo scoperto, a nudo, arrossisce.

Il pudore dunque avverte il singolo di un duplice sbilanciamento: di un Io troppo grande che invade, che si impone, anche involontariamente, sugli altri (e si arrossisce perché ciò è un’infrazione) e di un Io che il soggetto medesimo non conosce (e arrossisce perché gli altri rivelano cose che egli vorrebbe non fossero viste, non vuol far conoscere di sé alcuni tratti, scopre tratti di sé che lo mettono in imbarazzo perché nuovi).
Con segno contrario, analogamente funziona anche il biasimo. La posizione di grado zero lungo il cursore fra lode e biasimo vede un atteggiamento neutro, non-giudicante.

Il pudore come rispetto (e controllo di sé)

Di fronte a Nausicaa che lo vede nudo, Ulisse nasconde come può la propria nudità, non tanto perché voglia nascondere alla vista della ragazza le proprie “vergogne”, quanto per rispetto a se stesso: senza vestiti non ha dignità sociale, non potrebbe rivolgerle la parola. Nelle sue peregrinazioni aveva superato anche il pericolo Scilla, il mostro dalle teste canine (il cane è animale spudorato per antonomasia), per questo sapeva di potersi presentare “controllato” a una giovane: «In Scilla Omero ha invece rappresentato allegoricamente la multiforme svergognatezza, e per questo, a buon diritto, è circondata da musi di cani, cinta com’è d’avidità, temerarietà e brama» (Eraclito, Questioni omeriche 70, 11). Come è indotto il pudore, così ritengo che siano indotte anche le immediate associazioni collegate alla nudità.

Denudare le persone vuol dire privarle della loro identità e possibilità di relazione sociale, svuotarle del loro essere. Nella Via Crucis, la stazione decima contempla: Gesù spogliato delle vesti. Dall’Iraq ci sono arrivate alcuni anni fa immagini analoghe: siamo arrossiti, vedendo chi siamo o chi potremmo diventare, nonostante il progresso e la civiltà.

Mi chiedo se sia sufficiente un pezzo di stoffa ad attribuire o a difendere il valore di una persona, la sua dignità. Se la persona in sé sia poi così fragile. Gli eroi omerici (vediamoli nei  Bronzi di Riace) sono pieni di gloria e onore, di dignità. Senza ostentazione se non della propria virtù, del proprio impegno sociale (l’essere eroi, appunto). Le donne spartane (bollate dagli Ateniesi come “quelle che mostrano le cosce” – mentre il massimo dei complimenti per quelle ateniesi era “belle caviglie”, cioè bianche) sono state le più libere e emancipate dell’antichità, e le più onorate dai loro uomini: Plutarco riferisce come evento inimmaginabile l’adulterio per uno Spartano.

Il pudore politico

La parola rispetto contiene la parola guardare (spectare), non è uno sguardo di rapina, una curiosità invadente, indecente e sempre inappagata, ma un riguardo, uno scrupolo, un’attenzione, una sollecitudine, una delicatezza… una dignità intrinseca e intangibile nell’altro e in noi.

Sospendere il pudore esteriore e superficiale che si esprime nel portare un vestito, significa:

  • – verificare quel che ci rimane, quel che noi rimaniamo una volta spogliati delle convenzioni;
  • – ritornare allo stato primigenio e paradisiaco dove recuperiamo grazia e amabilità (cui l’arte talvolta addita e attinge);
  • – banalizzare la libera nudità dei corpi innocenti spogliandoli di costruzioni e gabbie ideologiche, estetiche, proiettive di un Io prigioniero innanzitutto di sé; di fantasticherie concupiscenti e futilmente o pericolosamente anelanti.

Divenuti più sinceri con noi stessi (e forse siamo anche arrossiti, scoprendoci ai nostri occhi migliori o più grami) non riusciremo più ad essere spudorati con gli altri.

Platone in un famoso passo del Protagora (322 b-c) pone il pudore e la giustizia alla base del viver civile (politico): fa del pudore (del rapporto fra vergogna e onore, del confine fra l’individuo e la società, dell’istanza di rispetto e del riconoscimento dei diritti) l’inizio di ogni modalità (forse anche eticità) del vivere insieme. La giustizia viene in seguito e di conseguenza, quasi un optional se siamo fra noi pudorati.

Allora anche l’essere nudi si concretizza paradossalmente come la miglior garanzia del rispetto reciproco; nella condivisione della semplice nudità si valorizza l’originalità e diversità di ciascuno, la ricchezza che siamo e portiamo in quanto persone, l’equilibrio naturale fra individuo e società (animale politico).

Continua alla parte 5

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