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Giochi di potere


Avete presente la piramide di Maslow? Si, bene potete saltare al paragrafo successivo; no, leggete anche il presente. Detta piramide identifica la gerarchia dei bisogni (o necessità) suddividendoli in cinque fasce (o livelli), alla base i bisogni più elementari (fisiologici: respiro, alimentazione, sesso, sonno) e che vanno necessariamente esauditi per primi, al vertice le necessità più complesse (autorealizzazione: moralità, creatività, spontaneità, problem solving, accettazione, assenza di pregiudizi) a cui ci si arriva e che si possono soddisfare solo dopo aver esaudito tutte quelle presenti ai livelli inferiori che, partendo dal basso ed escludendo il già descritto primo livello, sono: sicurezza (fisica, di occupazione, morale, familiare, di salute, di proprietà); appartenenza (amicizia, affetto familiare, intimità sessuale); stima (autostima, autocontrollo, realizzazione, rispetto reciproco).

Piramide di Maslow

Sebbene si siano nel tempo mosse diverse critiche, sebbene Maslow stesso rivide la sua piramide aggiungendovi ulteriori livelli, sebbene siano in seguito sopravvenute teorie più elaborate (E.R.C., Fattori Duali, Cerchio di McClelland, eccetera), detta piramide resta pur sempre valida per spiegare in modo semplice eppur scientifico certi fatti della vita personale e sociale, in particolare si adatta benissimo a parlare dei giochi di potere. Che si tratti dei grandi poteri economici e politici mondiali, oppure dei più infimi poterucoli aziendali, associativi, addirittura familiari, la logica cambia ben di poco, sebbene in alcuni casi il gioco sia condotto con precisa cognizione di causa e in altri per istintività o inconscio apprendimento.

Qual è il gioco?

Immaginiamoci di voler soggiogare al nostro volere una comunità più o meno grande, al limite anche un singolo individuo, cosa faremmo?

Beh, evidente, dobbiamo mantenere, o riportare, il nostro target all’interno delle prime due fasce della piramide di Maslow: troppo occupato ad accudire ai suoi bisogni basilari sarà disattento a quelli più complessi e risulterà per noi più facile rimuovere o quantomeno controllare a nostro vantaggio le condizioni sociali e, di riflesso, il nostro target.

Come lo facciamo?

Semplice, come prima cosa andremo a instillare nel nostro target delle paure che riguardino essenzialmente la sopravvivenza e la sicurezza, lo faremo sfruttando situazioni realmente esistenti rendendole più evidenti e gravi di quanto non siano, oppure inventandoci di sana pianta figure mitologiche o situazioni di difficoltà sociale. Alcuni esempi: il diavolo, i peccati, il sesso, il nudo, le streghe, le malattie, l’inquinamento, il buco nell’ozono, il gas serra, il riscaldamento globale, le scie chimiche, il complottismo, l’estinzione delle specie animali, la crisi del lavoro, la crisi economica, i reati vari, le violazioni amministrative, gli evasori, i pervertiti, gli esibizionisti, i guardoni, i nudisti.

Una volta che le paure sono state instillate e il nostro target ha abbassato le proprie preoccupazioni all’interno dei bisogni fondamentali, ecco che andremo a fornire delle soluzioni, ovviamente soluzioni che siano strutturate a nostro esclusivo o predominante vantaggio: la religione, l’inquisizione, l’estremismo ecologico, l’animalismo esasperato, l’alimentazione vegetariana o vegana, la dittatura, le guardie, il videocontrollo, il mutuo spionaggio dei cittadini, le strutture nudiste, le ordinanze, i divieti. Tutte queste soluzioni conterranno apparenti vantaggi per il target, apparenti perché in realtà rispondono alle paure precedentemente instillate (senza le quali tali vantaggi non sarebbero esistiti) e soprattutto perché opportunatamente disseminati qua e là al fine di mascherare le ben più rilevanti e importanti limitazioni e le perdite di diritto.

A questo punto ho ottenuto e poi incrementato il mio potere sul target, un target ora convinto che io l’abbia salvato, che io gli abbia dato quello che altrimenti non avrebbe avuto, mentre semplicemente è ormai incapace di rendersi conto che gli ho solo ridato una minima parte di quello che già aveva e che io, proditoriamente, gli avevo tolto instillandogli delle paure. La cosa più bella è che se sono stato bravo sarò riuscito a fare in modo che, più o meno consciamente, sia ora parte del mio target a difendermi o addirittura a proporre soluzioni sempre più vantaggiose per me e sempre meno per loro, vedasi la tifoseria politica (di ogni segno e colore), la caccia all’evasore, l’alterazione del concetto di rispetto (necessariamente multicolore e multidirezionale, invece dai più inteso in bianco e nero oltre che unilateralmente), l’autocensura dei nudisti, il formulare e/o sostenere proposte di legge restrittive anziché garantiste.

A che pro questo articolo? Tanto, molti penseranno, trattasi di un costrutto sociale immodificabile, una struttura sociale, politica ed economica che si perde nei tempi, che esce dalla memoria umana, possiamo solo uniformarci, combatterlo è un’utopia.

Eh, no, non ci sto, l’utopia è un altro di quei concetti inventati a bella posta per i giochi di potere, un concetto ideato per far credere alle persone che esistano situazioni inalterabili contro le quali sia perfettamente inutile ribellarsi. Certo può essere difficile e faticoso tentare la via del cambiamento, certo ciò che è stato costruito in millenni richiederà altrettanto o comunque molto tempo per essere modificato, questo, però, dimostra solo che tutto è modificabile, basta volerlo. Se poi pensiamo ai piccoli poteri, ai poteri aziendali, associativi, familiari, delle piccole comunità, dei piccoli movimenti sociali, ecco che qui possiamo sicuramente intervenire, per farlo è però necessario rendersi conto di come avvengano i giochi di potere, di come veniamo condizionati e controllati, di come veniamo resi schiavi di concetti assurdi che “miracolosamente” diventano indissolubili e che noi stessi andiamo a difendere, sostenere, proporre, divulgare, ampliare, rinforzare. Ecco, questo il senso di questo articolo!

Perchè il nudismo non decolla


Attenzione: prima di mettersi a battere nervosamente sulla tastiera per commentare, leggere tutto per bene, leggere fino alla fine, lasciar passare la Pasqua e, nel frattempo, seguire il consiglio integrato nell’articolo.

Dopo diversi anni di immersione profonda e intenso coinvolgimento nel movimento nudista, dopo aver visto e vissuto diverse vicissitudini relative al nudismo, dopo averne parlato tanto e con tante persone, dopo aver maturato a ripetizione speranze per un nudismo libero e diffuso, dopo aver incassato ancor più delusioni, ecco, dopo tutto ciò mi sono chiarito per bene le idee in merito al problema della difficoltà che il nudismo incontra per essere socialmente accettato ed elevato a pratica se non proprio comune, quantomeno normale.

Il problema non è nel disinteresse delle istituzioni politiche e sociali, non è nell’opposizione che alcuni avanzano verso il nudismo, non è nell’errata visione che altri ne hanno e non è nemmeno nel diffuso disinteresse di chi nudista non è. Il nudismo non decolla per colpa innanzitutto del menefreghismo e della paura che, mascherandoli ipocritamente da rispetto per gli altri, la maggioranza dei nudisti dimostra verso la causa del nudismo. Ognuno pensa al proprio personale, al proprio piccolo mondo nudista e, salvo lamentarsene in continuazione, non si mette in gioco quando si tratta di mostrare, dimostrare, sollecitare, chiedere, pretendere l’adeguata considerazione, il giusto spazio e il dovuto rispetto verso la pratica nudista.

“A me bastano i pochi giorni di ferie per sentirmi soddisfatto.” “Noi abbiamo una spiaggia a 100 chilometri da casa e questo ci basta e avanza.” “Considero il nudismo libero inapplicabile e pratico solo quando e dove è possibile farlo nei luoghi chiusi ad esso deputati”. “Noi andiamo in Francia e siamo a posto”. Ecco un piccolo campionario di frasi che documentano per bene quanto detto, in tutte si evidenzia la forma in prima persona, l’accentramento della questione solo ed esclusivamente su se stessi e il totale disinteresse dell’esigenza di chi, da vero nudista, desidera, vuole, chiede maggiori spazi e, soprattutto, spazi liberi. Per non parlare dell’unica vera soluzione al problema del nudismo, la sua libera pratica ovunque o quasi ovunque, che viene addirittura condannata e rigettata come deleteria alle ragioni del nudismo, invero risulta deleteria solo per chi sul nudismo ci vuole speculare e guadagnare!

Quando le donne decisero di abbandonare i costumoni, che altro non erano se non normali vestiti di tutti i giorni e indossare costumi da spiaggia che, senza mostrare alcun lembo di pelle, erano abbastanza attillati da mettere in evidenza le loro forme, furono diversi coloro che gridarono allo scandalo, molti i giornalisti che scrissero parole di fuoco contro la nuova moda, molti i predicatori religiosi che scagliarono i loro anatemi verso i nuovi strumenti del diavolo. Le donne cosa fecero? Ebbene, le donne allora non si fecero intimidire, non si autoimposero la limitazione all’uso del costume, non si accollarono il dovere di rispettare il volere e la moralità ipocriti di coloro che vedevano nei nuovi costumi una degenerazione della moralità sociale femminile. Le donne, al contrario, sfidarono le male parole, sfidarono gli arresti, imposero al mondo la loro scelta, l’idea del loro diritto ad essere più libere e più uguali agli uomini, continuarono ad indossare i loro attillati costumi inducendo così un repentino cambiamento nella visione sociale: fu il primo passo verso la parità dei diritti e il rispetto per il modo femminile, ottenuto non per essersi piegate al volere della società, ma per aver fortemente imposto il proprio, fregandosene bellamente di chi si offendeva alla vista di tali costumi.

Analogamente si comportarono i giovani quando sentirono che il baciarsi non poteva considerarsi atto osceno in luogo pubblico e nemmeno atto contrario alla pubblica decenza (ricordo benissimo che quand’ero giovane si rischiava il fermo o quantomeno una bella multa se ci si baciava sulla bocca per strada) e oggi più nessuno bada alle coppie che si baciano per strada: i giovani di oggi si baciano tranquillamente in ogni luogo, e non parlo di semplici fugaci bacetti sulle labbra, ma del cosiddetto bacio alla francese, della “limonata” come la si chiamava ai miei tempi e forse la si chiama ancora oggi.

Ancora analogamente si comportarono le donne in tempi più recenti quando imposero alla società le minigonne, gli spacchi alle gonne, le scollature profonde. Scelte che costarono alle donne l’indicazione di puttane, la reputazione di troie, gli anatemi religiosi. Le donne, però, se ne fregarono bellamente, “se ti dà fastidio guarda altrove”, “se ti senti offeso, curati”, “è nostro diritto vestirci come più ci piace e come più ci fa sentire libere”, così dissero e così la società nel giro di pochi anni accettò la nuova moda e la fece propria.

Tre esempi storici di come il cambiamento sociale non venga indotto dalla remissione, dalla sottomissione, dall’attesa che gli altri capiscano; per indurre un cambiamento sociale c’è sempre bisogno di forzature più o meno rilevanti. Non è questione di grandi o piccoli numeri, è questione di farsi sentire: coloro che si oppongono aspramente al nudismo non sono tanti, di sicuro sono molti meno di coloro che praticano il nudismo, eppure a loro viene dato più ascolto che ai nudisti, perché? Semplice, perché non si pongono il problema di dover rispettare i diritti dei nudisti, ma pensano solo ed esclusivamente a loro stessi, alzano la voce e fanno pesare la loro posizione.

La società e le istituzioni politico-sociali non danno credito a chi si nasconde, a chi si sottomette, a chi tace. La società e le istituzioni politico-sociali ascoltano chi si espone, chi insiste, chi alza la voce e si fa sentire, chi impone il proprio esistere e il proprio modo di pensare, vedere e agire.

Un farsi sentire, però, che non è quello di chi lo fa ponendosi di suo in posizione di debolezza, non è quello di chi chiede poco, non è quello di chi formula proposte vuote e inutili, non è quello di chi sostiene formulazioni limitative e controproducenti, formulazioni che non fanno altro che imporre doveri ai nudisti quando invece i doveri dovrebbero essere imposti alla società e alle istituzioni a favore del nudismo. Tali atteggiamenti, tali proposte, tali formulazioni servono solo a dimostrare, con gravissimo danno per il movimento nudista, quanta sia l’ignoranza dei proponenti e dei loro sostenitori, un’ignoranza che va oltre quella comprensibile relativa alle procedure legislative e alle conseguenze dirette e indirette dell’emanazione delle leggi; che va oltre quella giuridica, ignoranza già meno comprensibile ma ancora accettabile; che va oltre perfino all’ignoranza logica; qui si arriva all’ignoranza lessicale e sintattica, si arriva a confondere il potere con il dovere, il chiuso con l’aperto, la promiscuità con il rispetto, si arriva addirittura a proporre da se stessi la propria recintazione (perdonatemi il neologismo ma recinzione non rende altrettanto bene l’idea) all’interno di aree chiuse e mascherate da barriere visive. Tutto questo non solo è dannoso, non solo è pericoloso, ma è semplicemente folle, specie quando a farlo sono coloro che rappresentano a livello istituzionale l’intero movimento nudista.

Qualcuno, come già successo, vorrà dirmi che non ho il diritto di scrivere quello che ho scritto. Mi dispiace per lui ma, non solo ne ho il pieno diritto, così come ogni persona ha il diritto sacrosanto di analizzare i fatti e darne la propria valutazione, ma, da operatore dell’informazione, ne ho persino il dovere. Per altro, non ho scritto che sia sbagliato accontentarsi, nascondersi, avere paura, chiedere poco o nulla, limitarsi e farsi rinchiudere nei ghetti (com’altro chiamare luoghi più o meno mascherati dai quali chi è nudo non può uscire senza rivestirsi, mentre nel contempo chi è vestito può entrare a suo piacere e senza l’obbligo di spogliarsi?), ho solo scritto che tali atteggiamenti, per quanto leciti, di certo non aiutano la crescita e la diffusione del nudismo, ma caso mai ne sono di ostacolo; chi li adotta, chi li propone deve ben rendersi conto di questo e deve poi rinunciare a lamentarsi del disinteresse delle istituzioni politiche, delle poche opportunità esistenti, del dover andare all’estero per poter praticare il nudismo.

Stiamo anche attenti a non confondere la necessaria generalizzazione giornalistica con la volontà di non riconoscere l’impegno di chi, invece, lavora correttamente e, magari, anche intensamente per la causa nudista. Appunto per non fare torto a nessuno non si scende nell’elencazione delle singole specificità, d’altra parte poco interessa e poco apporta l’elogiare le poche evidenze che si danno da fare: nell’indiscutibile e documentabile apatia generale sono delle eccezioni e, come tutti ben sanno, le eccezioni non fanno la norma. Li ringraziamo di cuore, li apprezziamo enormemente, ma detto questo per crescere e migliorarsi è bene rendersi conto che la situazione è realmente, incontestabilmente, oggettivamente quella descritta.

Pane al pane, vino al vino, e se qualcuno si è offeso, beh, vuol dire che onestamente in cuor suo, magari senza rendersene conto, sente di essere nell’errore: ci si faccia un bell’esame di coscienza, ci si assumano le proprie precise responsabilità e si agisca secondo scienza e coscienza.

Non voglio obbligare nessuno a cambiare comportamento, voglio solo invitare ad un comportamento cosciente e conforme al proprio modo di agire: ti accontenti e ti nascondi, allora non lamentarti; ti lamenti, allora fatti avanti, esci allo scoperto e datti da fare!

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