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Scarpe Kalenji Kiprun Trail MT


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Un noto proverbio recita “chi più spende, meglio spende”, beh, posso con certezza affermare che non è sempre vero: talvolta prodotti meno costosi risultano essere altrettanto validi quanto quelli più cari. Uno di questi casi riguarda queste scarpe da trail, le Kalenji Kiprun Trail MT: costano meno della metà delle ottime scarpe che ho usato negli ultimi quattro anni (vedi le relative recensioni: La Sportiva Raptor e Ultra Raptor GTX), costano i due terzi delle Brooks Adrenaline ASR 12 (non le ho ancora recensite) che da un anno, essendo meno pesanti delle precedenti, utilizzo per le brevi distanze e per i medi veloci, eppure reggono benissimo il confronto con tutte e tre, anzi, nel complesso le trovo migliori delle Adrenaline (più leggere ma dolorosamente strette e basse in punta, con un grip buono solo su terra asciutta e una suola assai delicata) e altrettanto consigliabili quanto le Ultra Raptor (degne sostitute delle Raptor, risultate alquanto delicate a livello dei fascioni sulla tomaia), rispetto alle quali sono meno protettive e hanno una suola meno aggrappante sulla roccia bagnata ma molto più performante sul fango e, soprattutto, assai più durevole.

L’acquisto di queste scarpe è stata una decisione improvvisa, già da un paio di mesi, in conseguenza di un cedimento a livello di suola delle Brooks, le stavo osservando, almeno una volta a settimana andavo sul sito di Decathlon e ne leggevo le caratteristiche, ogni volta che andavo in negozio mi ci soffermavo davanti, poi il pensiero dei tanti soldi già spesi mi faceva desistere dall’acquisto. Due settimane addietro, però, durante una trenta chilometri mi sono trovato a camminare per metà della distanza con un pezzo di suola che strisciava a terra, ormai erano già tre volte che lo reincollavo e lui si staccava regolarmente e sempre più velocemente trascinandosi man mano dietro altri pezzi, inevitabile il pensiero che ne è nato: “devo fare la piega, queste scarpe non sono più affidabili, le posso al massimo utilizzare per i medi su fondo asciutto, liscio e uniforme”.

Reincollo la suola e ragiono sulla questione: tutto sommato le Kiprun Trail MT sono per i lunghi, distanze che ho in programma per tre sole volte, e ho ancora due paia di Ultra Raptor (invero tre, ma una, con in carico meno di un centinaio di chilometri, è gelosamente riservata al giro finale di TappaUnica3V) che, sebbene cariche ormai di qualche migliaio di chilometri cadauna, posso ancora sfruttare, specie considerando che ho ordinato delle solette speciali per compensare la perdita di ammortizzazione. Il tarlo, però, stimolato dall’approssimarsi del primo lungo, rode nella mente portandomi ripetutamente sul sito Decathlon e, così, scopro che Kalenji ha prodotto una nuova versione del modello Trail, la XT7: più leggera della MT è una scarpa che si colloca nella stessa categoria delle Adrenaline. È fatta, qualche giorno dopo sono in negozio con tra le mani questi due modelli di scarpe, già due, perché alla fine le recensioni della XT6 (delle XT7 essendo nuovissime ovviamente si trova pochissimo) non sono del tutto convincenti, mentre lo sono quelle delle MT. Provo e riprovo queste scarpe, le confronto, le differenze nella calzata appaiono veramente minime, me le sento bene ambedue, boh, quale prendo? Pensa che ti ripensa, prova che ti riprova, la decisione viene determinata dalla taglia: la XT7 è disponibile, per le mie misure, solo nella quarantaquattro e mezzo, la MT anche nella quarantacinque e questa taglia mi offre sensazioni migliori alle dita. Compro le MT!

Dopo due giorni le rodo in una venti chilometri corsaiola: partenza e arrivo su asfalto, ripide discese di cui una molto tecnica, lunghe salite, terra e fango, rocce acuminate e ammucchiate di sassi mobili, alla fine, seppure con qualche rilievo, belle sensazioni. Dopo altri due giorni eccole ai miei piedi nella sessanta chilometri di solo cammino ma comunque tirata: dodici ore e quaranta senza sosta su di un percorso assai vario con terra, roccia, asfalto, cemento, sassi, foglie, neve e ghiaccio con la riconferma delle belle sensazioni. Insomma subito messe all’opera in modo pesante e sufficientemente completo, tanto da potermi già permettere questa recensione.

A guardarle non si direbbe, eppure la parte anteriore lascia molto spazio alle dita ed è la prima piacevole sensazione che si prova camminandoci, purtroppo meno piacevole la sensazione sull’altro versante, quello inferiore, dove la disposizione dei tasselli determina una linea di flessione leggermente arretrata rispetto a quella naturale del piede, cosa che, oltre a limitare un poco la spinta a fine rullata, alla lunga può determinare, camminando su fondo molto duro, quale l’asfalto o le strade bianche, un poco di bruciore sulla testa dei metatarsi. Già che si parla dei tasselli, soffermiamoci su questi per rilevarne la multidirezionalità e la generosa quantità e dimensione, in tutte e tre le direzioni spaziali, che, insieme ad una certa rigidità e ai bordi netti, donano alla scarpa un’eccezionale tenuta sul fango, anche quello più profondo e pastoso, dove, tra l’altro, non si avverte il classico effetto di risucchio. La quantità dei tasselli aiuta la tenuta ma non favorisce lo scarico, comunque sufficientemente buono da garantirci una presa costante, c’è solo da porre un minimo di attenzione passando dal fango all’asfalto e alla roccia bagnati, sui quali già di suo la suola, come molte altre, tende a scivolare. Nessun problema, invece, sugli altri tipi di terreno, compresi la neve (fresca, dura o gelata) e il ghiaccio (a parte l’ostico vetrato), dove la tenuta è sempre ottima donando un pregevole senso di sicurezza anche nelle discese più ripide.

Al senso di sicurezza partecipano certamente anche il K-Only, sistema che rende la scarpa adatta ad ogni tipo di appoggio e rullata (dall’iperpronatore al supinatore), l’ampia superficie d’appoggio e la conseguente stabilità della scarpa che in occasioni più uniche che rare tende a cadere verso l’interno o l’esterno: su ottanta chilometri mi è successo una sola volta, all’esterno e più che altro per mia distrazione (nel buio della notte, immerso nei miei pensieri e in stato di rilassamento, non mi sono avveduto di mettere un piede sul bordo netto di una buca del terreno). Solo in una discesa molto tecnica (roccette a lama e punta, con passaggi stretti e ravvicinati) mi sono sentito nella necessità di mantenere un atteggiamento prudenziale, ma era anche il primo utilizzo in assoluto e pertanto ancora non avevo conoscenza della risposta della scarpa (in seguito non ho avuto modo di affrontare di corsa un terreno analogo, fatto al passo veloce mi sono sentito tranquillo e sicuro). La rigidità dei tacchetti un poco si sente camminando (o correndo) sull’asfalto, ma viene adeguatamente compensata da un ottimo assorbimento derivante dalla tecnologia utilizzata nell’intersuola, la stessa delle scarpe Kalenji Kiprun da strada: il K-Ring, un anello (ciambella come la chiamano loro) ammortizzante nel tallone e il Kalensole, strato di schiuma EVA. Il plantare è quella classico fornito di serie con tutte le scarpe Kalenji e, al di là della marca, similare a quello di molte scarpe da corsa e trail: come tutti è abbastanza confortevole, a differenza di altri scivola bene all’interno dalla scarpa rendendone facile la ricollocazione dopo la rimozione (sempre opportuna dopo ogni utilizzo), ma, a parte la conformazione anatomica (avvolgimento del tallone e dell’arco plantare), come gli altri non presenta particolari accorgimenti tecnici in ragione dell’assorbimento e della distribuzione del carico e, pertanto, potrebbe essere vantaggioso prenderne in considerazione la sostituzione con un plantare più performante, specialmente sotto l’aspetto della riduzione delle vibrazioni negative (personalmente, anche se costa quasi quanto le scarpe, ho scelto il Noene Ergopro AC+, già sperimentato con molta soddisfazione da mia moglie).

La tomaia è un giusto compromesso tra morbidezza e protezione, traspira benissimo (va beh che li ho fatti in pieno inverno, comunque dopo sessanta chilometri di cammino ininterrotto calze e piedi erano perfettamente asciutti) e si asciuga velocemente, dettaglio di particolare rilevanza per una scarpa da trail visto che si deve tenere indossata per tante ore e che si opera in montagna dove pioggia e neve si possono sempre incontrare. A proposito di neve: ci ho camminato per quattro ore senza sentire né freddo ne bagnato (anche grazie alle eccezionali calze Kalenji Kiprun Sottili), solo nel passaggio da un prato con erba brinata l’acqua è passata, ma dopo nemmeno venti minuti già non la sentivo più (cosa che invece, proprio per via del Goretex, non avviene con le Ultra Raptor GTX: magari tengono l’acqua per più tempo, ma una volta bagnate hai i piedi a mollo per tutto il resto della corsa/escursione).

L’allacciatura è precisa: i larghi passanti in anellino di tessuto lasciano scorrere bene le stringhe sia in un senso che nell’altro; la stringa piatta determina una buona tenuta del nodo anche se, essendo semirigida, un poco cede, ma proprio poco; la presenza del doppio foro (ambedue rinforzati) sulla caviglia permette di scegliere tra l’allacciatura leggera (termina nell’ultimo foro senza usare quello supplementare), consigliata per il cammino, e quella più aggressiva (asola tra ultimo foro e foro supplementare), consigliata per la corsa. Con l’allacciatura leggera si sente un minore controllo della scarpa (ma ci si abitua presto), con quella aggressiva la stringa può risultare (taglia 45) leggermente corta e il collarino, un po’ troppo alto e rigido, specie nei diagonali e nelle curve in discesa, insiste dolorosamente sul malleolo. Con ambedue le allacciature, ma soprattutto con la prima, durante l’appoggio del tallone il collarino spancia un poco sul lato interno determinando l’ingresso di qualche detrito di troppo: in parole povere, dopo due passi già ci si trova almeno un sassolino sotto i piedi, lo togli e… subito ne hai un altro.

Il linguettone mantiene la sua posizione centrale ma risulta poco protettivo nei confronti della stringa che, specie in discesa con allacciatura da corsa, si sente premere dolorosamente sulla parte superiore del piede (ma forse perché, per compensare la scarsa lunghezza della stringa, avevo tirato eccessivamente la stringa nella venti e poi nella sessanta, dove, avendo usato l’allacciatura leggera, la stringa era meno tirata e non premeva, ancora il dolore non era passato). Comodissima la taschina per infilare i lacci, adeguatamente ampia e di accesso agevole. Confortevole e utile il calzino interno ai due lati della scarpa, cucito al linguettone e sotto la soletta intermedia: dimostra la cura dei dettagli che è stata messa nella progettazione di questa scarpa.

Drop da dieci millimetri, forse eccessivo per le tendenze attuali che spingono sempre più verso una corsa naturale (drop zero), d’altra parte rende la scarpa molto confortevole per chiunque (il drop zero carica molto il tendine d’Achille e richiede un periodo di adattamento durante il quale, però, non tutti riescono a conformarsi) e pratica anche per il cammino, dove anche nelle salite più ripide si riesce così a far lavorare per intero la suola e mantenere un’ottima tenuta.

Dopo soli ottanta chilometri di utilizzo è ovviamente prematuro parlare di durata dei materiali, però, non rilevandosi segni né sulla tomaia né sulla suola, penso di poter dire che questi appaiono piuttosto resistenti: persino il logo Kalenji stampigliato sotto la pianta del piede, punto dove sassi e rocce acuminate vanno a insistere in modo particolare, non presenta segnature (la colorazione in giallo è rimasta perfetta).

Insomma, una scarpa con qualche piccolo difetto (e quale prodotto ne è esente? Ad oggi non ne ho trovati, nemmeno tra i marchi blasonati) ma comunque ottima, assolutamente consigliabile anche all’escursionista che vuole una scarpa leggera, confortevole e dinamica. Una regina del fango con eccellenti prestazioni anche su gran parte degli altri terreni!

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Camminare in montagna: le calzature


Prosegue da… La respirazione.


Stiamo avvicinandoci agli aspetti più tecnici del cammino, in particolare a quelli che riguardano nello specifico il modo di usare i piedi e piedi vuol dire scarpe: se non possiamo dire che la calzatura giusta da sola possa farci diventare dei camminatori fantastici, di certo possiamo dire che quella sbagliata limita o addirittura impedisce il buon cammino. Due esempi:

  • una scarpa con tacchetti della suola estremamente morbidi, tanto morbidi da schiacciarsi quasi completamente e debordare lateralmente, potrebbe risultare anche comoda in piano o nelle salite su terreno duro e asciutto, ma diverrà instabile nei traversi su pendii anche solo moderatamente ripidi e addirittura pericolosa sui ripidi pendii erbosi tipici della media montagna;
  • le calzature a suola rigida sono indispensabili per procedere sui ghiacciai, ideali per affrontare nevai estesi e vie ferrate, ma non sono certo le più adatte per il cammino, rendendo quasi impossibile la rullata del piede impongono una camminata per niente naturale quindi molto più faticosa del necessario.

Allora quale scarpa utilizzare?

Prima di analizzare la questione specifica devo aprire una parentesi.

Tutto questo discorso sul camminare in montagna non è finalizzato solo all’escursionismo classico, ma, attraverso una modalità di cammino che ho definito TappaUnica (lunghe percorrenze con grandi dislivelli fatte in unica tratta con al massimo poche e brevi soste di rifornimento), si spinge anche sul terreno del trail, pertanto ingloba al suo interno diverse modalità di progressione: cammino classico, cammino veloce, cammino alternato a corsa e, sebbene solo di sfioro, la corsa prolungata. Nelle precedenti puntate della serie non è stato necessario fare distinzioni da qui in avanti, invece, ogni tanto sarà opportuno farle anche se, in realtà, ritengo che per le calzature le differenze siano quasi nulle: le scarpe da trail risultano a tutti gli effetti ottime anche per l’escursione e, viceversa, quelle specifiche da escursione possono essere utilizzate anche nel lungo cammino, a patto di non mettersi a correre se non per brevissimi tratti.

Quale scarpa?

Appurato già in partenza che non dev’essere uno di quegli scarponi alti, duri e con suola rigida o semirigida che, forse perché esteticamente sono decisamente attraenti oppure perché fanno fighi, tanto vedo utilizzare anche fuori dal loro specifico campo d’utilizzo (ghiacciaio, nevaio, ferrate), il campo resta pur sempre vasto. Riduciamolo dichiarando che, per ovvi motivi, non può nemmeno essere un polacchino da città o una scarpa da tennis, escludiamo pure le scarpe da ginnastica in genere poco robuste e con la suola specificatamente studiata per il pavimento delle palestre. Fuori dai piedi anche quelle da corsa su strada, da campestre e da cross che hanno una tomaia troppo morbida, quindi poco protettiva nei confronti degli sfregamenti con le rocce che quasi sempre ingombrano il cammino, e una suola studiata per lo specifico terreno e solo per quello, mentre a noi serve qualcosa di più universale. Cosa resta? Restano le varie pedule da escursionismo e le scarpe da trail, ambedue calzature perfettamente adeguate ai nostri obiettivi.

Qui, specie facendo riferimento alle scarpe da trail che notoriamente sono basse e di derivazione corsaiola (spesso, infatti, sono solo delle variazioni a dei modelli da corsa su strada), ma anche alle pedule basse che sempre più stanno espandendosi all’interno dei cataloghi delle aziende del settore montagna, s’innesta una classica polemica: scarpa alta o scarpa bassa? Cercando su Internet potreste trovare che la maggior parte, per non dire tutti, i siti e i blog che trattano di montagna, magari la scarpa bassa la prendono anche in considerazione ma solo per indicarla come possibile opzione nei percorsi brevi e su terreno regolare e asciutto. Beh, nulla di più sbagliato, evidentemente o scrivono per sentito dire o non conoscono il mondo del trail o non hanno mai provato a camminarci veramente (e con veramente intendo percorsi di ogni genere superiori anche ai cinquanta chilometri e magari fatti in un’unica tratta) con queste scarpe: certamente hanno dei limiti, ma questi sono assai limitati e molto specifici, di contro hanno tanti di quei vantaggi che possono letteralmente trasformare l’esperienza del cammino da un qualcosa di molto scomodo e penoso a qualcosa di decisamente confortevole, veloce e piacevole.

La scarpa alta

La scarpa alta è molto robusta, protegge il piede e la caviglia dall’urto contro le rocce, se con Goretex (o altro similare; la maggior parte di di queste scarpe contengono questa membrana) tiene l’acqua molto a lungo anche in presenza di erba alta (visto che i pantaloni ne vanno a coprire il collarino). Di contro è pesante (che ha la sua bella importanza visto che ad ogni passo dobbiamo sollevarle), limita sensibilmente il movimento frontale della caviglia (anche laterale ma quello che è più importante dal punto di vista della naturalità del cammino è il movimento frontale), può essere impossibile da allacciare in modo che il piede sia perfettamente fermo all’interno con la conseguenza di ottenere vesciche, una volta bagnata asciuga molto lentamente, è ingombrante (aspetto non secondario quando dobbiamo fare un viaggio in treno o in aereo).

Tipicamente la si consiglia perché “evita le storte”, frase che potrebbe essere anche vera se riferita ai pesantissimi scarponi da ghiacciaio di vecchia concezione la cui tomaia molto rigida in effetti impedisce la flessione laterale della caviglia, ma, come ho già detto, questo tipo di calzatura è però assolutamente sconsigliabile fuori dal suo contesto specifico. Gli scarponi da ghiacciaio di nuova concezione, gli scarponi da ferrata e le varie pedule alte da escursione hanno tutti una tomaia più o meno morbida che può al massimo contenere il movimento laterale della caviglia, ma mai impedirlo. Ve bene, ma, si potrebbe dire, quantomeno contengono gli effetti negativi di una storta. Si certo, magari anche molto bene per i primi due tipi di calzatura, quelli che, però, abbiamo visto essere inadatti al lungo cammino: dovendo fare un ghiacciaio, un esteso nevaio o una ferrata ci si adatta, ma se non si devono fare perché subire e soffrire? Restano le pedule alte la cui tomaia è molto morbida rendendo l’effetto di contenimento delle storte assai lieve: molto meglio imparare a non prendere le storte e, questo, sarà argomento di una delle prossime puntate.

Meglio poco che niente? Si anche questo è vero, ma… ma c’è un ma, anzi cinque:

  • le pedule da montagna, avendo una tomaia piuttosto robusta e spessa, raramente modellano alla perfezione il piede che può così ballare un poco portando ad una leggera instabilità del passo con la conseguente maggiore facilità alle storte;
  • per la stessa ragione di cui sopra con l’aggiunta ad una suola necessariamente larga nella zona dell’arcata del piede rimane spesso un poco di spazio vuoto che, nell’appoggio su spigoli o punte, può cedere e provocare la storta;
  • l’insieme di cui sopra determina anche un ritardo nella risposta della scarpa ai movimenti di gamba e piede, ma soprattutto una minore sensibilità del piede ai movimenti della scarpa ed è quindi più facile accorgersi in ritardo di un appoggio iniziato male e finire con la storta;
  • l’abitudine ad avere una scarpa che sorregga la caviglia porta i relativi muscoli a perdere di tono e non essere più in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che faccia contenimento alla caviglia ci abitua psicologicamente a non utilizzare i muscoli della caviglia e… idem come sopra.

Allora è meglio la scarpa bassa? Aspetta, non avere fretta.

Qui va aperta la distinzione tra pedule basse e scarpe da trail

La pedula bassa

La pedula bassa è comunque robusta, protegge anch’essa il piede dall’urto contro le rocce, è sensibilmente più leggera della scarpa alta, lascia completamente libero il movimento frontale della caviglia, una volta bagnata asciuga più rapidamente (l’aria circola più facilmente al suo interno), è meno ingombrante. Di contro non protegge le caviglie (e sui ghiaioni sono dolori quasi certi), anche se con Goretex (o altro similare) tiene l’acqua molto meno a lungo specie in presenza di erba alta (visto che i pantaloni non ne vanno a coprire il collarino), anche qui l’allacciatura potrebbe non fermare perfettamente il piede, le caviglie si muovono liberamente anche lateralmente e questo ci porta al discorso storte che sconsiglierebbe l’uso di questa scarpe visto che:

  • la tomaia è pressoché similare a quella delle pedule alte lasciando in evidenza le stesse conseguenze;
  • analogo il discorso relativo allo spazio vuoto sotto l’arcata del piede;
  • idem per il ritardo nella risposta della scarpa ai movimenti del piede e per la minore sensibilità del piede nei confronti dei movimenti della scarpa.

Però:

  • l’abitudine ad avere una scarpa che non sorregge la caviglia porta i relativi muscoli a recuperare e mantenere il giusto tono, quindi a essere in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che non contiene la caviglia ci abitua psicologicamente a utilizzare adeguatamente i muscoli della caviglia per cui… idem come sopra.

La scarpa da trail

Data la sua specificità agonistica il discorso si complica un poco dovendosi distinguere tra scarpe da gara e scarpe da allenamento, scarpe da breve, media e lunga distanza, scarpe estive e invernali, scarpe per duro, morbio o ogni terreno, dal momento che qui il discorso non è agonistico lo possiamo semplificare dicendo che prendiamo in esame quei modelli più adatti all’escursionista medio, ovvero i modelli a più largo spettro di utilizzo: allenamento, lunga distanza o almeno media, invernali (quindi con Goretex, ma quelle senza differiscono sostanzialmente solo nell’impermeabilità, decisamente pari a zero, nei tempi di asciugature, notevolmente minori, e nel peso, sensibilmente più basso) e ogni terreno .

È comunque robusta, protegge anch’essa molto bene il piede dall’urto contro le rocce, è decisamente più leggera della scarpa alta, lascia completamente libero il movimento frontale della caviglia, blocca perfettamente il piede, una volta bagnata asciuga rapidamente, è meno ingombrante, è molto reattiva, assorbe alla grande le sollecitazioni derivanti dall’appoggio, è studiata per facilitare la rullata del piede e la successiva spinta, ha una suola ad altissimo grip, dona una sensibilità eccezionale. Di contro dura comunque meno delle altre due tipologie di scarpa (indicativamente poco più della metà, specie le suole che sono più morbide), se con Goretex (o altro similare) tiene l’acqua ma non così a lungo come la scarpa alta specie in presenza di erba alta (visto che i pantaloni non ne vanno a coprire il collarino), entrano facilmente sassolini e altra fastidiosa rumenta sollevata durante il cammino, le caviglie non sono protette dall’urto contro le rocce (e sui ghiaioni sono dolori quasi certi), le caviglie si muovono liberamente anche lateralmente e questo ci porta al discorso storte che sconsiglierebbe l’uso di questa scarpe, se non che:

  • avendo una tomaia meno spessa modellano perfettamente il piede che resta assolutamente fermo portando alla migliore stabilità del passo con la conseguente minima facilità alle storte;
  • per la stessa ragione di cui sopra con l’aggiunta di una suola molto filante nella zona dell’arcata del piede non resta spazio vuoto e anche l’appoggio su spigoli o punte è preciso e saldo;
  • l’insieme di cui sopra determina una risposta immediata della scarpa ai movimenti di gamba e piede, ma soprattutto una elevata sensibilità del piede ai movimenti della scarpa ed è quindi più facile accorgersi immediatamente di un appoggio iniziato male, reagire di conseguenza ed evitare la storta;
  • l’abitudine ad avere una scarpa che non sorregge la caviglia porta i relativi muscoli a recuperare e mantenere il giusto tono, quindi a essere in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che non contiene la caviglia ci abitua psicologicamente a utilizzare adeguatamente i muscoli della caviglia per cui… idem come sopra.

E allora?

Allora, personalmente utilizzo e continuerò a utilizzare le scarpe da trail e consiglio la stessa scelta a tutti coloro che vogliono cimentarsi nel lungo cammino (oltre i trenta chilometri fino anche a qualche centinaio) in tappa unica (si parte e si arriva senza mai fermarsi se non per brevi momenti di riposo, camminando giorno e notte, con il bello e con il brutto tempo): materialmente sono le uniche scarpe che supportano e consentono tali “viaggi”, specie se li si vogliono anche fare in tempi stretti (al massimo i tre quarti di quelli standard). Anche perché per allenarsi a questa pratica è necessario inserire anche la corsa in montagna e nella corsa prolungata le pedule, anche se basse, proprio non vanno bene.

Veniamo agli altri, a coloro che vogliono restare nell’ambito delle escursioni classiche (mediamente sui dieci o quindici chilometri a giornata, con un massimo di venticinque).

Se abituati a camminare consiglio comunque la scarpa da trail, alla fine fornisce prestazioni migliori della pedula bassa rispetto alla quale dura sensibilmente di meno ma costa anche qualcosa di meno. Eventualmente gli si può abbinare una pedula alta per quelle escursioni che prevedano lunghi tratti su neve molle (le basse fanno subito acqua) o ghiaione (per risparmiarsi le caviglie), premettendo comunque che esistono apposite ghette da calzare sopra le scarpe da trail o le pedule basse.

Se siete alle prime esperienze di cammino in montagna e siete sedentari meglio di sicuro iniziare con delle pedule alte per passare alle scarpe da trail dopo una cinquantina di escursioni, quando avrete accumulato adeguata esperienza e tecnica di cammino. Se siete degli sportivi e, presumibilmente, le vostre caviglie sono toniche (abituate a lavorare anche sotto stress) allora potete partire subito con le scarpe da trail, ma procedete per gradi: iniziate con escursioni brevi e su sterrato, poi allungate sensibilmente passando alle mulattiere, a questo punto, certi che caviglie e testa sono pronti, potete portarvi sui sentieri man mano più impervi e più lunghi.

Rimane una categoria da esaminare a parte: gli anziani e tutti coloro che hanno problemi patologici alle caviglie (o alle ossa in genere, ad esempio osteoporosi). Premesso che comunque l’esercizio è spesso più risolutivo del contenimento, resta comunque la necessità di un parere medico (anche se non tutti magari sono adeguatamente informati sulle problematiche e relative soluzioni specifiche del cammino in montagna) e se questi ordina assolutamente un contenimento delle caviglie (magari già nella quotidianità) così va fatto e solo pedule alte, in caso contrario, pedule basse per una maggiore protezione al piede o scarpe da trail per una maggiore dinamicità del passo, a voi la scelta in base alla vostra percezione psicologica (con quali vi sentireste più tranquilli?) o alle esigenze sportive (volete comunque approcciarvi ad un cammino molto veloce o addirittura ad un poco di corsa?).

Come scegliere la scarpa

Definito quale scarpa utilizzare c’è un altro aspetto assai importante: come la si sceglie? Sul mercato ci sono diversi modelli di scarpa per ognuna delle tipologie considerate e allora? Allora è semplice: lasciate perdere l’estetica e il gusto personale, la predisposizione psicologica verso un marchio piuttosto che l’altro, provatele, provatele a lungo, su ambedue i piedi. Allacciatele perfettamente, camminate avanti e indietro per il negozio (quelli più specializzati vi metteranno a disposizione appositi percorsi con salite, discese, simulazione di sassi e via dicendo), eseguite qualche saltello sia fermi sul posto che spingendovi avanti e indietro, fate delle brusche variazioni di direzione e delle rotazioni su voi stessi, battete le punte a terra, piegate le caviglie in ogni direzione e ascoltate: se sentite qualche dolore non sono le vostre, se sentite spazi vuoti non sono le vostre (ammesso che come detto possiate trovare scarpe senza spazi vuoti fuori dalle scarpe da trail), se il piede scivola non sono le vostre (o le avete allacciate male); per i dolori fate attenzione soprattutto al malleolo, alle dita del piede (qui però bisogni distinguere tra urto frontale che vuol sempre dire scarpa corta, e urto superiore, che potrebbe essere accettabile nelle scarpe da trail la cui tomaia è molto morbida), al cavallo del piede; per i vuoti state soprattutto attenti alla parte interna, quella che corrisponde all’arcata del piede, dove in presenza di vuoto un appoggio potrebbe determinare il cedimento della suola e la conseguente storta; più la scarpa si modella alla perfezione al vostro piede, quasi come fosse una seconda pelle, meno problemi avrete nelle escursioni e più ne sarete soddisfatti. Per le scarpe da trail potreste dover tener conto del vostro modo di camminare: neutro, iperpronatore o ipopronatore? È argomento molto specifico e che, sostanzialmente, entra in gioco se proprio volete una scarpa che sia performante al massimo, lascio le spiegazioni ai documenti elencati a fondo pagina sotto il titolo di “Sitografia e approfondimenti”.

Ovviamente se siete così fortunati di trovare più scarpe che rispondano ai requisiti di selezionabilità allora passate a valutare il gusto personale, l’estetica, il marchio, il peso (più leggera è meglio è, a parità di robustezza) e, ultimo ma non ultimo, il costo. Se al contrario non ne trovate nemmeno una, prendete nota di quella che andava meglio e prima di acquistarla provate in un altro negozio o anche più di uno. Acquisti on-line? Boh, li uso moltissimo per cose come i computer, i materiali da ufficio, i libri, per le scarpe no, mi sembra un azzardo e anche se potete sempre chiedere la sostituzione la cosa si potrebbe ripetere, no, no, molto meglio il bel classico negozio, magari di quelli in cui il commesso resta a vostra disposizione per tutto il tempo che vi serve, pagherete qualcosa di più ma ve ne andrete con un prodotto sicuro, perfetto e garantito!

Sitografia e approfondimenti

Albanesi – Pronazione e supinazione

Asics – Che cosa si intende per pronazione e perché è importante?

Runner’s World – Trova la tua scarpa con il test del bagnato


Continua in… Tecnica del cammino.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

 

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