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Motivazione scolastica



Mi urta l’alunno (in apprendistato) che si astiene dalle esercitazioni didattiche affermando “per il mio lavoro non mi servono a niente”, ma ancor di più mi fa arrabbiare il collega che mi dice “lascia perdere, non ti ci mettere nemmeno, ha già un lavoro”.


Il nudo e la scuola


Sebbene l’educazione della famiglia resti cardinale rispetto ad ogni altro ambiente educativo, la scuola, intesa come ambiente di vita, apporta un influsso che, per certi ambiti, può totalmente distruggere quanto fatto in casa. I ragazzi e ancor più gli adolescenti hanno l’estremo bisogno di integrarsi nei vari strati sociali in cui vivono e la famiglia è un ambito privato anziché sociale. Ecco che ragazzi a casa molto tranquilli una volta a scuola si scatenano, ragazzi che a casa sono educati a scuola diventano maleducati, ragazzi che cresciuti secondo date regole ad un certo punto le rifiutano e si comportano esattamente all’opposto. I ragazzi devono integrarsi tra loro e, purtroppo, uno dei mezzi più semplici e rapidi per ottenere ciò è quello di mettersi in mostra, fare i bulli, manifestare rivolta contro le regole, ripudiare l’educazione ricevuta.

educazione nudistaCosa c’entra questo con la nudità e il nudismo? C’entra, c’entra! C’entra perché il nudismo attiva una serie di positivi meccanismi che potrebbero riequilibrare quelli visti innanzi, lo stare nudi in società porta a superare alcuni condizionamenti che sono alla base di tali malsani atteggiamenti.

Tanto per cominciare, visto che la scuola non può e non deve opporsi all’educazione famigliare, visto che è preoccupazione ormai comune quella di rispettare le varie ideologie, verrebbe così rispettato il diritto dei ragazzi nati e cresciuti in una famiglia nudista, sempre più numerosi e oggi quasi gli unici a essere discriminati, di non vedersi alterati nel loro stile di vita (la figlia di amici un giorno non voleva andare a scuola e si è scoperto che il motivo era perché la maestra, essendoci una festina con piscinetta, aveva richiesto alle bambine il costumino intero o i due pezzi e lei, abituata a fare le vacanze in nudità, aveva un solo pezzo).

Poi…

  • C’era un tempo in cui la nudità era un segno di rispetto verso coloro che, vivendo in stato di povertà, non potevano permettersi un costume e/o il cambio di vestiti, così in certe situazioni tutti nudi o, quantomeno, nudi coloro che non potevano fare diversamente, e questo avveniva anche in alcune scuole, ad esempio quando le lezioni si spostavano in piscina.
  • In diverse università anglosassoni, ma non solo, la nudità è prassi accettata in occasione momenti goliardici o attività sportive e nessuno se ne esce scandalizzato o viene molestato.
  • Nella nudità generale vengono ad essere annullate quasi tutte le differenze sociali, facilitando notevolmente l’integrazione… altro che i grembiulini.
  • La nudità comporta necessariamente una maggiore attenzione all’igiene personale e, da docente, posso assicurare che ce ne sarebbe un grande bisogno.
  • L’essere nudi insieme, ovviamente senza separazioni di genere, determina il superamento della visione oggettivata dell’altr* e il relativo comportamento sessista.
  • Vedersi nudi e vedere il nudo migliora inevitabilmente il rapporto con sé stessi e il proprio corpo, eliminando o quantomeno attenuando le problematiche della visione di sé.
  • Si annullerebbero, ovviamente, anche tutti quegli atteggiamenti di scherno verso lo stato fisco dei compagni: si vedono magari meglio ma si vedono anche i propri e li vedono anche gli altri.
  • Il contatto fisico tra nuda pelle trasmette messaggi fortissimi e lega tantissimo le persone.
  • La conseguente riduzione dello spazio vitale migliora sensibilmente le possibilità comunicative, di conseguenza l’integrazione.
  • Bambin* e ragazz* abituati alla nudità sono meno sensibili alle moine dei pedofili e, pertanto, più difficilmente preda degli stessi.

Nudi a scuola si starebbe meglio, si crescerebbe meglio, la società crescerebbe meglio e il futuro sarebbe per certi versi più ottimistico.

Nudi a scuola, si potrebbe iniziare con il proporre dei brevi momenti di allontanamento dalle vesti (ad esempio dopo l’attività in palestra suggerire, spiegandone le importanti ragioni medico salutistiche, di fare la doccia nudi) e poi pian piano incrementare il tempo nella nudità consentendola (la non obbligatorietà dev’essere base fondante del processo, altrimenti il tutto diverrebbe un’altra regola da osteggiare e violare) nell’ambito di quelle attività che più di altre possono trarre vantaggi rilevanti dalla nudità: ginnastica, piscina (dove c’è), giochi con l’acqua, giochi ove i vestiti potrebbero sporcarsi o danneggiarsi e via dicendo.

Nudi a scuola, cosa costa provarci? Paura di riuscirci? Paura di dover rivedere le proprie preconcette innaturali adulte posizioni sulla nudità?

Così va il mondo, però…


La modestia serve, spesso, però, solo per vedersi calpestare!

PEARL Galaxy

IMG_1400Compro un librone scritto da un noto e seguito pedagogista italiano, ne inizio la lettura e quasi subito noto che le sue affermazioni sostanzialmente coincidono con quanto vado inascoltatamente dicendo da diversi anni. Vado avanti a leggere e le similitudini si moltiplicano coinvolgendo anche le indicazioni sul come agire e sul come la scuola dovrebbe lavorare.

Mi iscrivo a un corso di animatore digitale, una nuova figura didattica resa obbligatoria da una recente legge, leggo il primo documento e visiono i primi video e… stessa storia, senza conoscere i vari pedagogisti citati e le loro teorie sono anni che vado inutilmente predicando le stesse cose. E qui la stranezza si fa ancora più grande visto che le indicazioni dei suddetti pedagogisti (come detto identiche alle mie) sono invece ben ascoltate e diffuse.

Certo, così va il mondo, se sei un comune mortale, se sei privo di una pezza cartacea (laurea)…

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“argomento delicato”


Una sola semplice domanda: delicato per chi? La risposta è nell’articolo, posso solo aggiungerci che… proprio per questo è da affrontare e al più presto.

non lo faccio più

rimini-scuolaQuesta foto mi arriva dalla sala insegnanti di un liceo in Emilia Romagna dove andrò in autunno, per parlare con i ragazzi e le ragazze di omofobia.

Non tanto di omosessualità, ma di omofobia, appunto. Perchè il problema non ce l’ha chi è omosessuale, ma chi pensa che l’omosessualità sia un problema.

Di questo parla la storia di Giulia e Francesca, le giovani protagoniste de “L’altra parte di me“. Sfido chiunque a chiudere il libro senza fare il tifo per questo loro amore splendido, appassionato e ribelle. E nemmeno senza porsi la domanda “ma io come mi comporterei, quali paure avrei? sono davvero libero, libera?”

Questa foto in una sala insegnanti è stata appesa al muro per dire ai colleghi e alle colleghe che di fronte a questo libro sono “In imbarazzo, lo capisce?” che sul loro imbarazzo dovranno lavorare e su questo incontro dovranno farsene una ragione. Che…

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Incongruenze scolastiche


PEARL Galaxy

Uno dei problemi della scuola italiana è insito nella gestione degli aggiornamenti.

C’è qualcosa che non quadra se tu, informatico professionista con un Master inerente l’insegnamento con le tecnologie, formatore scolastico e aziendale con anni di insegnamento in ambito informatico e di utilizzo delle tecnologie nell’insegnamento, devi assistere a una lezione sulle (su una specifica tecnologia, in verità) tecnologie informatiche applicate all’insegnamento tenuta da… un maestro elementare appassionato di tecnologia.

Incongruenze scolastiche?

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Chi si accontenta gode, ma la scuola?


Non sempre i proverbi hanno ragione….

PEARL Galaxy

 Chi vive a contatto con la scuola da almeno un paio di decenni si è ben reso conto di quanto la stessa abbia man mano abbassato inesorabilmente i propri obiettivi. Diversi e complessi i motivi, che, per giunta, si sono venuti a sovrapporre fra loro intersecandosi in vari modi e in varie misure. Mi limito a citare il giusto, ma erroneamente inteso, concetto del diritto e dovere allo studio, oppure la paura di farsi la fama di scuola difficile, o ancora il concetto “se non ci arrivano vuol dire che gli obiettivi sono troppo alti e allora dobbiamo abbassarli”.

Se è in parte ben vero che, talvolta, chi troppo vuole nulla stringe, se è in parte ben vero che, talvolta, chi si accontenta gode, non è altrettanto vero che questo valga sempre e, soprattutto, che questo porti a risultati ottimali.

Può la scuola accontentarsi di vedere gli allievi che entrano…

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La deresponsabilizzazione


Si continua a dire che le persone vanno responsabilizzate e poi… e poi tutto funziona al contrario, dall’educazione dei bambini alla gestione degli alunni nelle scuola, dal mondo del lavoro alla vita sociale.
Assolutamente corretto che ci sia un sistema atto a garantire che chi crea un danno lo possa (e lo debba) poi rifondere economicamente, assolutamente corretto che chi ha in cura bambini e ragazzi ne debba garantire un certo controllo, assolutamente corretto che … ma, ma si è andati troppo oltre, si è raggiunto e alla lunga oltrepassato il punto in cui le garanzie sociali sono un giusto equilibrio tra ponderabile e imponderabile, tra diritto e dovere, tra irresponsabilità dell’uno e responsabilità dell’altro.

Un tempo non molto lontano i bambini crescevano giocando nell’aia, sbucciandosi le ginocchia un giorno si e l’altro pure, correndo liberi tra prati e galline, sporcandosi nelle pozzanghere e tuffandosi nei fossi. Oggi il genitore che non tiene il figlioletto sotto stretta sorveglianza non solo viene male additato dagli altri, ma rischia di trovarsi denunciato.

Un tempo non molto lontano il ragazzino che, uscendo di corsa dalla scuola o dall’oratorio, scivolava sulle scale bagnate veniva aspramente sgridato dai genitori per la sua disattenzione e imprudenza. Oggi la scuola o l’oratorio potrebbero trovarsi citati in giudizio per rispondere dei danni subiti dal ragazzino.

Un tempo non molto lontano i ragazzi andavano a scuola a piedi e da soli già a partire dalle scuole elementari. Oggi non solo non si muovono se non ci sono i genitori, ma questi ultimi si sobbarcano l’onere di preparare loro la cartella e portargliela fino davanti ai cancelli della scuola.

Un tempo non molto lontano l’adolescente doveva aiutare in casa facendo quantomeno da mangiare e aiutando in altri lavori domestici. Oggi viene servito e riverito.

Un tempo non molto lontano nelle scuole, quantomeno in quelle di ordine superiore, non esisteva la vigilanza o era molto blanda. Oggi i docenti, anche nelle scuole d’ordine superiore, non solo non possono allontanarsi dall’aula nemmeno per pochi secondi, ma devono perfino rinunciare al meritato e dovuto quarto d’ora di pausa per vigilare sui ragazzi durante la ricreazione.

Un tempo non molto lontano i ragazzi venivano presto abituati ad essere autonomi. Oggi l’autonomia viene definita “vuoto formativo” o “assenza di controllo”.

Un tempo non molto lontano, i giovani diventavano adulti a vent’anni. Oggi gli adulti trentenni vengono chiamati e si definiscono giovani.

Un tempo non molto lontano esisteva una gerarchia sociale. Oggi è stata completamente annullata.

Un tempo non molto lontano genitori e docenti erano alleati nel lavoro di educazione e formazione di ogni livello. Oggi i docenti sono l’ultima ruota del carro, devono rispondere del loro operato a tutti, si trovano tra l’incudine e il martello e comunque facciano per qualcuno sbagliano.

Non ci siamo, assolutamente non ci siamo, tutto ciò porta inesorabilmente alla deresponsabilizzazione e così i bambini non hanno idea del mondo che li circonda e crescono senza regole, i ragazzini imparano che tutto è loro dovuto e niente loro devono, gli adolescenti non hanno la benché minima forma di autocontrollo, non pensano prima di agire, non sanno quando è il momento di smettere con il gioco finendo con il farsi del male seriamente o farlo agli altri.

E’ giunta l’ora di cambiare direzione, è giunta l’ora di accorgersi che i giovani, quelli veri, cioè quelli che hanno tra i dodici e i vent’anni, gridano al mondo la loro voglia, la loro esigenza di autodeterminazione, di libertà, di autonomia, è giunta l’ora di smetterla con le regole autolesioniste. A che serve, ad esempio, definire che la scuola è responsabile delle cavolate dei ragazzi, se poi questo porta la scuola a imbrigliare i ragazzi e impedire loro di crescere e responsabilizzarsi? Un bimbo se non si scotta avvicinando la mano ad una fiamma, crescendo finirà per bruciarsi. Un bimbo se non si sbuccia un ginocchio cadendo da un gradino, crescendo finirà col cadere da un tetto. Un ragazzo se non è libero di esplorare il mondo, crescendo finirà col distruggere il mondo. Un ragazzo se non può usufruire di momenti in cui possa e debba autogestirsi, crescendo finirà col distruggere se stesso.

Non è il ferreo controllo, l’imbrigliamento della naturale vivacità del giovane, l’annullamento della sua voglia di vivere che gli evitano di farsi del male, così gli si fa doppiamente del male: prima perché gli si impedisce di crescere e maturare, poi perché lo si istiga a trasgredire spingendolo su strade sbagliate e veramente pericolose. Il giovane va responsabilizzato e questo si ottiene solo ed esclusivamente attraverso l’educazione all’autonomia, lo si deve di certo accompagnare nel suo percorso di crescita, ma accompagnare non vuol dire decidere per lui, non vuol dire imprigionarlo, non vuol dire toglierli il respiro.

La Scuola che vorrei!


Ognuno di noi ha i suoi sogni, chi sul futuro lavorativo, chi sull’amore, chi sul denaro, chi sulla prima auto e via dicendo. Molti, poi, non si fermano a un solo sogno. Tra i miei sogni ne ricorre uno che riguarda la scuola e in questo io vedo una scuola totalmente diversa da quella attuale, ma anche da qualsiasi altra forma scolastica che si sia ad oggi vista, certo raccolgo una parte di quanto già seminato, ma vi aggiungo molte novità e assemblo il tutto in una forma decisamente innovativa, oserei dire rivoluzionaria.
Come per ogni sogno, anche in questo mio ci sono parti ben delineate, altre che si stanno delineando, alcune appena accennate e anche qualche parte ancora piuttosto fumosa, qualcosa, inoltre, si modifica nel momento stesso in cui scrivo; difficilissimo arrivare ad essere completi e precisi, ma non è di certo l’obiettivo di un blog. C’è anche da precisare che alcune, se non molte, delle mie idee danno per scontata una certa ridefinizione della struttura sociale, ma non ne parlerò espressamente per non appesantire il discorso.
Ho dato un titolo al mio sogno che identifica la linea strutturale della scuola che vorrei: la scuola senza muri! Un senza muri che vuole essere innanzitutto simbolico, a identificare la rimozione di una lunga serie di barriere, ma anche pratico, a identificare una scuola non fossilizzata all’interno delle pareti, ma portata anche e soprattutto sul territorio che la circonda.

Tre i cicli didattici: il primo, dai 3 ai 7 anni, è basato sul gioco e la finalità del processo didattico è quella di attivare nei bambini l’interesse allo studio; il secondo, dagli 8 ai 14 anni, è inizialmente finalizzato a fornire ai ragazzi un metodo di studio, che non è necessariamente uguale per tutti, per ogni ragazzo si deve trovare il suo metodo, poi a dare loro la necessaria e indispensabile preparazione trasversale; l’ultimo ciclo, dai 14 anni in su, si preoccupa di dare (e mantenere) la formazione professionale, riducendo al minimo indispensabile lo studio specifico delle materie non direttamente coinvolte dall’indirizzo professionale.
L’obbligo scolastico riabbassato ai 14 anni, ma con un successivo periodo d’obbligo formativo fino a 18 anni. Cosa è questa distinzione? Fino a 14 anni il ragazzo deve obbligatoriamente frequentare la scuola, dopo i 14 anni e fino a 18 può scegliere se formarsi al lavoro presso una scuola, presso un’azienda (adeguatamente strutturata: azienda didattica), o in forma mista (mattina a scuola, pomeriggio in azienda).
Durante l’intero percorso didattico l’attività scolastica è a tempo pieno: quattro ore la mattina con attività didattiche vere e proprie, quattro ore il pomeriggio con attività di complemento (biblioteca, ricerche, laboratori esperienziali e via dicendo). La famiglia deve rendersi partecipe nelle attività scolastiche dei figli, non solo mediante i colloqui con i docenti, ma con la partecipazione fisica (periodica, casuale e rotativa) alle attività didattiche ed extra didattiche. Nel secondo e nel terzo ciclo l’attività didattica non è indissolubilmente legata all’aula, ma, con decisione autonoma (anche non programmata) del docente, può spostarsi fuori dall’edificio scolastico, vuoi per ragioni didattiche (visita di un azienda; studio della natura; conoscenza della città; eccetera), vuoi per motivazioni logistiche (ragazzi agitati che non permettono il regolare svolgimento della lezione, ad esempio).

Nel primo ciclo si lavora su obiettivi sociali e non si formulano sistemi di valutazione didattica formale (verifiche, esami, eccetera). Il bambino procede senza fermate fino alla fine del ciclo.
Il passaggio al secondo ciclo avviene senza nessun esame, ma solo in funzione della raggiunta età di passaggio.

Nel secondo ciclo si lavora per micro obiettivi didattici: obiettivi identificati con minimi apprendimenti teorici o specifiche azioni pratiche, di modo che la valutazione si possa semplicemente definire con un si (obiettivo raggiunto) o un no (obiettivo non raggiunto). Idealmente, materia per materia, la didattica dovrebbe procedere oltre solo se un obiettivo è stato raggiunto, questo prevenderebbe però una elevata personalizzazione del percorso forse inattuabile; diciamo che, in assenza di necessità sequenziali specifiche, ogni tre o quattro mesi si attua, sempre materia per materia, una sommatoria dei si ottenendo le valutazioni nella forma numerica (percentuale). La “promozione” incondizionata si ottiene con il 90% di si, mentre con una valutazione tra il 70 e il 90% si procede ma con l’obbligo di frequentare recuperi pomeridiani per ogni obiettivo mancato e fino al suo raggiungimento. Una valutazione inferiore al 70% va valutata di volta in volta per definire se sia possibile comunque procedere oltre, sempre con i recuperi, o sia necessario fermarsi e riprendere dall’inizio gli obiettivi del periodo valutato.
Il passaggio al terzo ciclo avviene automaticamente al raggiungimento del 90% degli obiettivi in tutte le materie.

Nel terzo ciclo si lavora ancora per micro obiettivi didattici, con la stessa prassi in merito alle valutazioni, ma differenziando il sistema di avanzamento nello studio: ogni due mesi somma dei si; avanzamento incondizionato con il 90% di si, tra 70 e 90% avanzamento con recuperi pomeridiani, tra il 40 e il 70% passaggio obbligatorio (anche provvisorio) al percorso misto (scuola la mattina, azienda il pomeriggio); sotto il 40% passaggio obbligatorio (anche provvisorio) al percorso in azienda didattica. A partire dai 16 anni s’inseriscono, per chi abbia scelto il percorso presso le scuole, gli stage aziendali, per i quali le aziende devono obbligatoriamente rendersi disponibili (a fronte dell’obbligo per le scuole di mandare i ragazzi in stage, deve corrispondere un analogo obbligo dalla parte opposta).
L’attestazione di professionalità, ovviamente specifica secondo il percorso di studio, si ottiene con un esame professionale definito, condotto e realizzato con la collaborazione delle aziende. L’ammissione a tale esame avviene al raggiungimento del 90% degli obiettivi in tutte le materie.

Primo e secondo ciclo avvengono in strutture scolastiche tradizionali (come quelle attuali), il terzo ciclo, invece, avviene in cittadelle scolastiche (sullo stile delle attuali cittadelle universitarie o dei college americani), presso le quali l’allievo trova anche tutti i supporti logistici: alloggi, mense, biblioteche, palestre, eccetera. In ogni cittadella il ragazzo trova tutti i possibili percorsi professionali, o quantomeno tutti i principali, di modo che sia possibile fornire inizialmente un periodo di esperienza relativo a tutti i campi professionali e permettere al ragazzo una scelta che si basi anche e soprattutto sulle sue attitudini reali. La formazione professionale più evoluta (oltre i 18/20 anni) e quella di mantenimento (aggiornamento) devono strutturarsi quasi esclusivamente sull’e-Learning, anche per gli eventuali esami.

Nel terzo ciclo gli alunni non sono più dei bambini ma degli adolescenti che si avvicinano velocemente all’età adulta e devono a questo essere adeguatamente preparati, devono, cioè, essere responsabilizzati al massimo, sia in merito al loro apprendimento (già da alcuni anni la didattica parla di autoapprendimento più che di passaggio delle competenze) che alla disciplina: pochi vincoli (divieti), nessuna vigilanza o vigilanza attuata dagli stessi ragazzi invece che dai docenti, autodeterminazione della frequenza alle lezioni, eccetera.

Per finire un cenno ai rapporti scuola-docenti…
1) Il lavoro va sempre e comunque pagato. Questo dev’essere un concetto inalienabile; quello che sta succedendo negli ultimi anni, ovvero la richiesta, anzi l’obbligo, di ore non retribuite, non può accettarsi.
2) Va bene il ricorso al lavoro a contratto, alla prestazione di lavoro, ma se ne devono accettare tutte le implicazioni, ivi comprese quelle che il prestatore deve necessariamente prendere altri lavori e non può ritenersi a totale disposizione: riunioni e attività varie vanno definite e comunicate con ampio margine e, in ogni caso, eventuali assenze non devono dare luogo a manifestazioni sanzionatorie verso il docente.
3) È necessaria una profonda rivalutazione della figura del docente, occorre ridargli autorevolezza. Allo stato odierno delle cose, questi è l’ultima ruota del carro: viene valutato e giudicato sia dal basso (allievi) che dall’alto (Direzione, Coordinamento, Responsabile alla Qualità); non viene in nessun modo coinvolto nelle scelte scolastiche; deve rispondere di tutto a tutti, allievi e genitori compresi. Per una corretta impostazione scolastica il docente dev’essere invece la figura cardine, quella intono a cui ruota tutto il resto; non dimentichiamoci che una scuola si regge principalmente sul lavoro del docente e senza docenti non può esistere la scuola.

La Scuola che non c’è


Ci lamentiamo dei cinesi che ci copiano le nostre cose, ma ci si dimentica che i primi clonatori siamo noi italiani. Avete mai letto le riviste di architettura italiane? Riportano quasi esclusivamente modelli ed esempi americani, che poi vengono riproposti tali e quali dai nostri architetti. Avete mai badato alle proposte pedagogiche italiane? Ricalcano minuziosamente i modelli stranieri, principalmente quelli del mondo anglosassone. Avete mai partecipato ad un corso di marketing? Ancora modelli inglesi e si finisce con il parlare quasi solo in inglese. Esiste, però, una importante differenza tra noi e i cinesi e non va a nostro vantaggio: i cinesi copiano in tempo quasi reale e saggiamente, arrivando a proporre prodotti che in qualche modo, foss’anche solo per il minor prezzo, si differenziano dagli originali e trovano una loro ragione d’essere, un loro mercato di vendita; noi copiamo con anni di ritardo e pedissequamente, senza renderci conto dell’essenza delle cose che copiamo, vengono dall’estero e pertanto sono buone e valide stop.

Siamo in grado di fare anche di peggio: non sappiamo eludere gli aspetti negativi delle cose, anche quando questi sono già stati ben evidenziati nei paesi i cui questi modelli sono nati; talvolta arriviamo perfino a sostenere diligentemente e con orgoglio modelli che nei loro paesi d’origine sono stati ormai abbandonati o, quantomeno, profondamente modificati perché si sono mostrati inadeguati. Così succede che mentre gli altri crescono, noi restiamo fermi o addirittura retrocediamo, trovandoci sempre più indietro.

Lo stesso è successo nella nostra Scuola che, legata a modelli stereotipati e superati, nonostante il progressivo innalzamento dell’obbligo scolastico perde continuamente efficacia. Non è un segreto che la preparazione degli studenti italiani sia in continua e preoccupante decrescita, siamo perfino in presenza d’un analfabetismo di massa, un analfabetismo che coinvolge tutte le fasce sociali e tutti i titoli di studio, anche quelli che, di regola, meno dovrebbero esserne colpiti. Questo è successo perché la scuola ha abdicato dal suo ruolo educativo-formativo, abbracciando a piene mani ruoli e figure che non le competono: a partire dal parcheggio di bimbi e giovani per arrivare all’assistentariato sociale se non addirittura alla psicoterapia individuale o di gruppo.

Sorvoliamo, però, sul discorso psico-sociale che male si addice ad una trattazione veloce, limitandoci a dire che è giusto prendere in considerazione tali problematiche, ma questo andrebbe fatto nell’ambito delle figure e delle strutture allo scopo formate e organizzate, figure che possono si essere integrate nella scuola ma non possono essere dalla scuola sostituite.

Parliamo, invece, dell’organizzazione e della gestione. Qui si è ormai al livello del paradosso: si parte dal un’organizzazione rigida dei ruoli e delle azioni per arrivare ad una gestione economico-manageriale molto aggressiva e formale, oserei dire di stampo quasi Fordiano, una scuola catena di montaggio!

Si copiano i modelli aziendali, senza tener conto che la scuola, sebbene abbia molti punti in comune, non possa paragonarsi strettamente ad un’azienda: a scuola si lavora sul futuro dei giovani, non sul fatturato dell’azienda; a scuola si crea il futuro della Nazione, non quello della singola azienda; la scuola non può trovarsi vincolata a esigenze strettamente economiche e formali.

Si introducono vincoli assurdi all’operatività scolastica, quali ad esempio un (troppo alto) numero minimo di allievi per classe. Questo crea un’assurda competizione tra istituti nell’ambito della quale i docenti vengono indotti ad operare non in ragione del migliore insegnamento, ma in funzione della migliore soddisfazione dei desideri dei ragazzi, i quali non coincidono con lo studio e il lavoro. Se una scuola è troppo rigida, difficile come dicono i ragazzi (e i loro genitori, sic!), vede scemare l’afflusso di allievi, ne consegue un continuo abbassamento degli obiettivi didattici, pur nella contraddizione di programmi apparentemente più pretenziosi.

Nel nome dell’apparenza si pretendono rigidità formali che non solo poco o nulla hanno a che fare con l’insegnamento, ma addirittura ne ostacolano il migliore svolgimento, vedi ad esempio l’inconcepibile necessità della piena rispondenza in tutti i sensi (come titolo delle attività, come numero di ore dello svolgimento, come risorse utilizzate) di quanto predisposto a livello di programmazione con quanto trascritto sui registri di classe: qualsiasi programmatore sa che non si potrà mai arrivare ad una programmazione perfetta, la programmazione delle attività è una previsione e come ogni previsione non è infallibile, occorre flessibilità, un concetto, quello della flessibilità, ormai da anni introdotto in qualsiasi gestione aziendale e che è diventato cardine operativo dei migliori manager, ad esclusione di quelli scolastici.

Si introduce la Certificazione di Qualità, ma si adotta un modello assolutamente improprio e ormai in fase decadente, basato esclusivamente sulla produzione di documentazione, per giunta cartacea, sul già citato annullamento della flessibilità operativa, sulla cura spasmodica degli aspetti formali (l’apparire) a discapito di quelli operativi (l’essere), sull’imposizione dall’alto dei processi (oggi i migliori modelli di Qualità lavorano invece esattamente all’opposto, coinvolgendo tutti i livelli e facendo partire dal basso le indicazioni sui processi e sui loro miglioramenti), sul controllo unidirezionale dall’alto verso il basso (chi sta sotto viene giudicato e valutato, senza a sua volta poter valutare e giudicare chi sta sopra) e sulla contraddizione (ad esempio l’introduzione di divieti, quali il mangiare in classe, le cui violazioni anche se formalmente segnalate non vengono prese in considerazione a livello disciplinare).

Si introduce l’adeguamento al Decreto Legislativo 231/01, senza però preoccuparsi di come poi di fatto vengano rispettate le origini deontologiche di tale legge. Alla scuola basta emanare un Codice Etico e alcuni avvisi accessori per pararsi da eventuali problemi legali, girando la frittata sul docente, il quale, però, se vuole fare docenza si trova necessariamente a violare certe regole, ad esempio quella sul Copyright, poiché non gli vengono messe a disposizione le necessarie dotazioni didattiche.

Si fa presto a dire che gli insegnanti hanno perso professionalità e interesse nel loro lavoro. Si, a volte è anche vero, ma dietro ci sta sempre e comunque una struttura demotivante, una struttura che continua a chiedere ai suoi docenti sempre più forma e sempre meno essenza (salvo poi che non ci siano problemi, poiché allora è l’insegnante a non aver dato l’essenza necessaria), una struttura che non è capace di darsi delle basi solide e permanenti, una struttura che deve continuamente rivoluzionarsi ma al solo fine di giustificare la presenza di certe figure dirigenziali e/o istituzionali, una struttura che chiede in continuazione e sempre all’ultimo minuto di riformulare progetti e programmi didattici. Se almeno dietro a tutto questo lavorio, dietro a tutto questo continuo fare e disfare ci fosse un miglioramento strutturale e operativo!

State sintonizzati, nel prossimo articolo vi illustrerò la scuola come la vedo io: “la Scuola che vorrei“.

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