Archivi Blog

Una sentenza incostituzionale


Confesso che il tono e il linguaggio della recente sentenza della Corte di Cassazione 28990 mi hanno colto in contropiede. Il pensiero vi è ritornato spesso in questi mesi.

Continuava a stupirmi infatti il tono paternalistico della sentenza, soprattutto nell’apostrofe finale (già notato anche da altri): «… i udisti erano in numero estremamente ridotto e sparso, sicché tali caratteristiche, unitamente al carattere pubblico dello spazio e alla sua non delimitazione, dovevano rendere evidente all’imputato la consapevolezza del proprio anomalo comportamento».

La Corte sta imponendo un proprio ragionamento, giudica secondo il proprio “buon senso”. Il cosiddetto “buon senso” è un’astrazione di comodo e viene invocato come argomento decisivo (quasi fosse un “consenso universale” che non ha bisogno di ulteriori dimostrazioni): come dire che qualcosa è giusto e ben fatto solo perché in tanti lo fanno (esistono coloriti proverbi in proposito). Essendo basato su esperienze e convinzioni personali, ognuno ha il proprio buon senso. Se il comportamento “anomalo” viola una legge precisa è un conto, se è “anomalo” perché non è conforme alle aspettative personali del giudice (che invoca il supporto del «comune sentimento» e della consuetudine) è una questione totalmente diversa.

L’art. 3 della Costituzione

  1. «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
  2. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»

progetta una società di cittadini liberi ed eguali, di cittadini-persone. Una società che fa perno sulle caratteristiche peculiari e uniche di ciascuna persona, in cui le diversità individuali e l’originalità di ciascuno sono assunte come valori socialmente positivi. È dunque contraria all’uniformità e assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che «impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

Perché senza questa fondamentale libertà personale, riconosciuta a tutti i cittadini indistintamente, la società civile viene deprivata dal positivo e diverso apporto di ciascuno alla creazione di rapporti umani e sociali.  La Costituzione riconosce a ciascuno la propria dose di “anomalia”, anzi la favorisce e ne auspica lo sviluppo. Considera la “varia umanità” una ricchezza e un elemento propulsore della qualità della vita; il rispetto della diversità delle tot sententiae è parallelo al rispetto dei tot capita.

Le vie che ciascuna persona sceglie per godersi la vita, per intessere buoni rapporti con altri, per sentirsi libero, degno ed uguale sono insindacabili, proprio perché intimamente connaturate con l’unicità della propria persona. Paradossalmente, queste vie devono essere “anomale”. Non devono mendicare tolleranza, perché garantite come diritto fondamentale.

Fatto salvo il principio di non far male a nessuno… cari giudici!

Nudità clandestina


  • La sentenza della Corte di Cassazione 28990 del 18 luglio 2012 ricorda esser la nudità «idonea a creare turbamento» in bambini e adulti «non consenzienti» «in luoghi pubblici, o aperti o esposti al pubblico». Poiché l’argomento discriminante è la visibilità dell’“ultimo miglio”, si deduce che la nudità è tacitamente ammessa di notte. Non si ha notizia peraltro di multe per i “bagni di mezzanotte”.

Su barconi di fitti pensieri ho attraversato gran mare.
Miraggio: la mecca d’esser libero e nudo su spiagge e sentieri.

Ho lasciato il mio villaggio d’origine, un luogo dell’anima
che oramai m’era angusto: ognuno in sua cella, e non più.
Mill’altri mi facevan da grata, parenti ed amici, l’intero villaggio.

E sono scappato, ho attraversato il deserto di Libia: basilischi e scorpioni.
Ad ogni passo perdevo un legame, perdevo zavorra, mi facevo più forte.
Ebbro di me, formichina che va con in bocca il suo tozzo,
immenso di me, che cercavo altri lidi, altrove libertà… ed erano in me.
Mi bastava la luce del sole e la sabbia per dar spazio ai miei passi.
Son giunto al gran mare: l’acqua m’ha accolto e mi poteva annegare,
d’emozione ero gonfio di fiato, gli ansiti fitti mi tenevano a galla:
ero vivo, ero io, come non mai: ogni piccolo pezzo di carne era vivo.
E nuotavo sicuro verso i lidi d’Italia, libera e bella, verde ed azzurra.
Ma già mi sentivo di più: ero libero io, non perché era libera Italia.

Approdo finalmente su una spiaggia remota che chiaman Riace,
vedo due uomini, statuari di bronzo, perfetti, mi chiaman fratello.
Amiconi mi scherzano, che sono bronzé più di loro.
Hanno per casa un museo. Ogni tanto si senton chiamare,
si riprendon la carne ed escon di notte perché non hanno costume
(se ti vede una guardia, provi quanto sa di sale un’ammenda sul lito del mare).

Non hanno nulla di nulla, né denari né armi, son solo se stessi.
Vanno alla spiaggia a confortare quel naufrago appena approdato,
ancor sbalordito dal non vedersi vestito delle grate di casa.
Ora è qui la sua casa, lo sa, con gli amici di qui, antichi e cordiali, liberi e nudi.
Peccato si possa solo di notte, che nessuno ti veda, decenza non vuole.

Povera Italia, ancor carbonara, ancor clandestina,
che ancor oggi con sentenza matusa e bestina
pennin d’ermellini a una gogna pudica destina.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: