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Eva: un’altra storia (continuazione)


3) Se Eva è già la “moglie” di Adamo [«Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna» Genesi 2, 25], vuol dire che sono già all’interno di un matrimonio di fatto: perché dovrebbero vergognarsi se è il matrimonio che fa cadere la cortina del pudore? La biologia ha il sopravvento sulle prescrizioni morali: obtorto collo, la Legge di Dio (che pur si crede abbia creato il mondo e l’uomo così com’è fatto) deve cedere alla legge naturale: quando è stato introdotto il divario? o piuttosto, chi lo ha introdotto? Mi chiedo se non sia atto blasfemo e superbo voler separare l’unità e l’integrità della natura. Il che mi fa pensare che la nudità – contrariamente alla legge che la vieta, spacciata per norma morale, più o meno dettata da Dio, e per beffa considerata dai più anche per norma naturale –, non sia davvero un atto che va contro l’ordine della Natura. Dobbiamo giudicare indecenti l’orchidea italica o mille altre bizzarrie della Natura?

L’offensiva, oscena, indecente Orchis italica – scandalo della natura

Erotismo e seduzione della Psychotria elata

La legge umana non discute della necessità biologica – basta che non avvenga alla vista del pubblico (ma non ci spiega il perché del divieto: il termine atti indecenti è troppo generico, vago, dipendente dal contesto, dipendente da un giudizio soggettivo, o da chiunque ritenga di essere “offeso” e sporge denuncia). Il motivo della decenza, dell’uso comune, della buona educazione, del rispetto potrebbero valere di per sé, senza dover essere prescritto per legge, come accade per mille altre piccole azioni: abbiamo bisogno dello spauracchio di una multa per non soffiare il fumo in faccia alla gente, per metterci la mano alla bocca quando tossiamo o sbadigliamo, per spegnere il cellulare durante una conferenza…? – quante volte abbiamo dovuto suonare perché un’auto è uscita da uno stop proprio mentre stavamo arrivando?

Il punto nodale è che il “mito” raccontato dalla Genesi sembra dare per scontata l’esistenza di una Legge divina, esistita da sempre, eterna e immutabile, vigente ben prima della legge umana, che ne è conseguenza e derivazione: introduce il pudore a salvaguardia dell’onore e della reputazione personali, dello scandalo… perché siamo uomini e non porci! Appunto: in conseguenza di questo divieto artificioso, fa scandalo persino vedere animali che copulano; quando in una società pastorale o contadina, questo doveva essere normale e consueto, anzi procedura ovvia e necessaria. Per differenziarci dagli animali, ci siamo dati la regola di non copulare in pubblico. Fa scandalo vedere due ragazzi innamorati cotti che si baciano? «Non stanno facendo sesso» mi risponderete. La differenza è appunto questa: quel bacio non è sanzionato perché… non siamo all’oratorio! All’oratorio si era capito che anche il semplice bacio rientrava a suo modo nella sfera sessuale, che preludeva all’attività sessuale, era pericoloso quanto la nudità. Questo e molti alti esempi dimostrano che al giorno d’oggi la sessualità è ridotta – negli atti e nelle parole – alla sua esteriorità, visibilità, genitalità, e sarà questo che d’ora in poi creerà scandalo. Ipocritamente, poi, esteriorità, visibilità, genitalità son sufficienti a far della nudità un peccato, giustificando la riclassificazione col dire che l’occasione fa l’uomo peccatore, creando attorno alla sessualità un cordone sanitario che inizia appunto dalla visibilità degli organi coinvolti, e collegando in vincolo esclusivo e obbligato l’organo alla sua funzione.

Imbattendoci in immagini pornografiche è immediata la constatazione che in quegli atti, di sessualità c’è ben poco, se non appunto la superficiale genitalità e il soddisfacimento orgasmico – con applausi degli astanti.

Offese

Poiché la sessualità si esplica e realizza necessariamente nella società, coinvolgendo almeno un’altra persona, la società si ritiene in diritto di avocarla a sé, di normarla in esclusiva, di inserirla in un quadro contrattuale (matrimonio), lasciando ai singoli la gestione degli aspetti pulsionali, emotivi e relazionali.

La religione va però anche oltre, togliendo ai singoli anche le prerogative personali per le quali il codice civile si era astenuto e offre un modello per i rapporti interpersonali: l’amore di Cristo per la sua sposa, la Chiesa, che essendo la comunità dei fedeli, può essere vista come una società in parallelo con la società civile, con continue simbiosi, condizionamenti reciproci, sconfinamenti, distinguo, desiderio di primeggiare e di imporsi: la posta in gioco è il potere sulle singole persone e sulle loro menti.

Chi è venuto a impormi delle regole nella mia vita privata sa benissimo che la sessualità non si esaurisce nella genitalità e che funziona anche se gli organi sono coperti, anzi di più: l’ha però ridotta al puro atto genitale con l’importante preludio del denudamento come fattore di eccitamento. Il riflesso è talmente condizionato che basta una scollatura, una minigonna per creare eccitazione e reazione genitale meccanica. Al contrario, chi è abituato a vedere altre persone nude non reagisce automaticamente alla vista della nudità. Non perché tale vista sia divenuta abitudinaria e obsoleta, ma perché ha rimosso il nesso immediato e obbligato fra sesso enudità. È adulto e vaccinato, le cose le sa. E ne sa anche altre. Sa di come veniamo condizionati fin dall’infanzia a reagire come ci hanno insegnato, come-si-deve. Con lo spauracchio del peccato, dell’inferno, dell’offesa a Dio…

Moment! Non riesco a seguire esattamente il discorso, talmente è contorto, ma ci provo. Allora, se io sono sul balcone di casa a prendere il sole e lascio che i vicini mi vedano nudo faccio peccato, offendo Dio… non si sa perché; infatti, se nessuno mi vede il peccato non sussiste – perché altrimenti non potrei nemmeno farmi una doccia. Però è vero e incontrovertibile che dopotutto Dio stesso ci ha fatti così. Il vicino, pure, si sente offeso, perché lasciare che gli altri ti vedano il pisello è mancare di rispetto alle loro convinzioni (e al “comune senso del pudore”: è comune buon senso, non serve un trattato di morale per capirlo). Il rispetto però è a senso unico, non è reciproco: non si pensa lontanamente che stanno mancando di rispetto alle mie convinzioni e a me, che in materia morale posso avere opinioni un tantino diverse. Qualcun altro pensa che lo faccia per scopi reconditi molto palesi o che li stia adescando, scandalizzandoli di proposito per scuoterli e far loro cambiare opinione o che abbia una sessualità malata. O molto semplicemente che sia un porco. A questo punto mi offendo pure io! Una bella scazzottata… e poi? Non cambia nulla. Il vicino, forte di avere la legge e il buon senso dalla sua parte chiama i vigili. Io, forte delle mie convinzioni, pago la multa. Pur non avendo fatto nulla.

Dove sta l’offesa? Adesso pago la multa allo stato anche per i peccati contro il buon Dio? Naturalmente i vicini hanno dei bambini! Liberissimi di tirarli su come vogliono! E perché non anche educarli al fatto che tutti siamo diversi, che abbiamo le nostre opinioni e che ci comportiamo di conseguenza? Una volta capito è capito. Se il bambino del vicino mi vede nudo, può solo pensare «Lui la pensa così. Liberissimo. Io al posto suo non lascerei mai che mi vedessero il pisello. E son padronissimo anch’io!» E il caso è chiuso. E perché il mio pisellone lo dovrebbe traumatizzare? Perché si pensa che un bambino pensi al sesso (che non sa neppure cos’è) quando vede una persona nuda? «È immaturo e accelerare la maturazione crea traumi e scompensi che possono portare a delle turbe perenni…» mi sento rispondere. Sicuro! se gli diamo l’imbeccata su come ci aspettiamo che debba reagire (per il suo bene, s’intende!), se gli inventiamo pericoli e danni.

Ci sono migliaia di bambini francesi, tedeschi, olandesi, croati, spagnoli che normalmente passano l’estate nei campeggi nudisti, bombardati fino al vomito da seni, peni e vagine: che adulti vuoi che saranno un domani? E che dire di quei poveri bambini dell’Amazzonia, che crescono in tribù primitive, con adulti senza uno straccio addosso. Un minimo di pudore, diamine!

Un “dono” di consolazione

Dal paradiso terrestre veniamo scacciati con due condanne e un souvenir: guadagnarci il pane col sudore della fronte (sgobba e tasi), partorire nel dolore (se lo vuoi evitare, bella gioia, sai cosa (non) devi fare). Il souvenir sono le pelli che il buon Dio ci regala per non vergognarci. Di chi, se non c’era ancora anima viva?

Il pudore è una punizione del corpo nelle parti con le quali ha peccato, le mette in gattabuia. Un po’ come fa il masochista che si punisce in anticipo per il peccato che sta per commettere e si anticipa la punizione in proporzione al piacere proibito che pensa di ottenere alla fine.

Il pudore è un avvertimento interiorizzato a livello emotivo, una minaccia di castrazione se non ci si comporta a dovere, come tutti gli altri. Questo impecorimento suona come una restrizione imposta all’io individuale: il sesso può essere visto come metafora di un’infinità di cose: gioia di vivere, creazione di una discendenza, impronta (spirituale) che lasciamo, continuazione di un’eredità che riconosciamo in noi, forza d’animo, la spina dorsale del nostro fare e pensare, il riconoscimento della nostra unicità e identità, espressione genuina delle pulsioni del nostro inconscio…  Una delle condizioni per entrare a far parte di un gruppo, della società è l’autolimitazione dell’io (o moralisticamente, dell’ego): tagliarsi la cresta non è metafora di castrazione? Nel gruppo esistono indubbi vantaggi solidaristici che aiutano la sopravvivenza dell’individuo, che ne limitano anche la possibile pericolosità. Sto pensando però anche al significato che può assumere l’espressione amore del prossimo: come sommo comandamento che fortifica i legami del gruppo, che ripaga il singolo col riconoscimento collettivo (medaglie, monumenti, menzioni d’onore, premi) – è per tutti un test di merito.

Il messaggio è preciso e concreto. Le pelli regalate da Dio saranno d’ora in poi la prigione in cui teniamo segregato il demonio che abbiamo in noi. Da piccoli abbiamo sentito infinite volte chiamar diavoletto “il rubinetto della pìppi”.

Peccato, vergogna, beffa

Segregazione, nascondimento, esclusione equivalgono in parallelo a segregazione, nascondimento, esclusione dalla società, alla quale il “povero diavolo” può essere riammesso solo a precise condizioni.

La condivisione sociale totalitaria e senza eccezioni ammesse dimostra che questa credenza religiosa è stata accolta ed estesa a tutta la società, e non è in vigore solo all’interno della comunità dei credenti. La religione diventa nella pratica religione di stato, non ammette eccezioni, è cattolica, tendente cioè a estendersi universalmente a tutta l’umanità, con la presunzione di essere l’unica vera.

Il peccato si mostra nel corpo; una malattia è un castigo di Dio che punisce le parti con cui si è peccato; una infermità diventa ignominiosa.

Dio è il riflesso di come noi lo concepiamo, di come noi ce ne serviamo: non ci sono prove della sua esistenza al di fuori del nostro pensiero, della nostra mente. Ammesso che sia il Creatore e l’inizio di tutte le cose, come entità risulterebbe oggettiva, esterna alla nostra mente, mentre comunemente – senza escludere le concezioni teologiche, metafisiche, trascendenti – si pensa che Dio sia un percorso di ricerca personale per colmare dei vuoti di conoscenza, che risponda a delle domande, a dei bisogni, a delle relazioni dialogiche. Il credente si crea Dio a propria misura, secondo i propri bisogni, per colmare il vuoto che egli stesso si è creato con le proprie domande. Se il nulla dopo la morte mi fa paura, lo riempio di Dio e del suo paradiso. Se ho problemi a relazionarmi con gli altri, vedendovi Cristo ho per lo meno un modello di interazione.

“Non uccidere”

Nell’atto sessuale compiuto all’interno del matrimonio e “nei modi… nel modo prescritto”, cessano improvvisamente i veli che difendono dalla vista del nudo e viene sospeso quel “voto di castità” obbligato e generalizzato (secondo il catechismo cattolico, fuori del matrimonio praticamente tutto è vietato in materia di sesso), quasi che di fronte alla necessità di procreare per la perpetuazione della specie, e visto che il Creatore non vi ha provveduto altrimenti, anche il rigore delle norme divine debba un poco allentarsi: est modus in rebus.

San Tommaso d’Aquino, di nuovo, mi lascia esterrefatto, mi toglie ogni commento. Come si diceva all’inizio la sessualità è ridotta alla mera genitalità, il baluardo di resistenza più evidente. Una sessualità ridotta al puro atto animalesco, egoico-edonistico, banalizzata nella sua essenza, limitata alla sua esteriorità, stravolta, riconcettualizzata dalla morale e trasformata in peccato la dice lunga su tutto:

«Perciò l’emissione dello sperma deve essere così ordinata da poterne seguire la generazione e l’educazione della prole. Da ciò risulta evidente che è contro il bene dell’uomo ogni emissione dello sperma, prodotta in modo da non poterne seguire la generazione. […] Perciò, dopo il peccato di omicidio, col quale si distrugge la natura umana già esistente in atto, occupa il secondo posto questo genere di peccato, col quale viene impedita la generazione della natura umana» (Contra Gentiles, III, c. 122).

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