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Camminare in montagna: le calzature


Prosegue da… La respirazione.


Stiamo avvicinandoci agli aspetti più tecnici del cammino, in particolare a quelli che riguardano nello specifico il modo di usare i piedi e piedi vuol dire scarpe: se non possiamo dire che la calzatura giusta da sola possa farci diventare dei camminatori fantastici, di certo possiamo dire che quella sbagliata limita o addirittura impedisce il buon cammino. Due esempi:

  • una scarpa con tacchetti della suola estremamente morbidi, tanto morbidi da schiacciarsi quasi completamente e debordare lateralmente, potrebbe risultare anche comoda in piano o nelle salite su terreno duro e asciutto, ma diverrà instabile nei traversi su pendii anche solo moderatamente ripidi e addirittura pericolosa sui ripidi pendii erbosi tipici della media montagna;
  • le calzature a suola rigida sono indispensabili per procedere sui ghiacciai, ideali per affrontare nevai estesi e vie ferrate, ma non sono certo le più adatte per il cammino, rendendo quasi impossibile la rullata del piede impongono una camminata per niente naturale quindi molto più faticosa del necessario.

Allora quale scarpa utilizzare?

Prima di analizzare la questione specifica devo aprire una parentesi.

Tutto questo discorso sul camminare in montagna non è finalizzato solo all’escursionismo classico, ma, attraverso una modalità di cammino che ho definito TappaUnica (lunghe percorrenze con grandi dislivelli fatte in unica tratta con al massimo poche e brevi soste di rifornimento), si spinge anche sul terreno del trail, pertanto ingloba al suo interno diverse modalità di progressione: cammino classico, cammino veloce, cammino alternato a corsa e, sebbene solo di sfioro, la corsa prolungata. Nelle precedenti puntate della serie non è stato necessario fare distinzioni da qui in avanti, invece, ogni tanto sarà opportuno farle anche se, in realtà, ritengo che per le calzature le differenze siano quasi nulle: le scarpe da trail risultano a tutti gli effetti ottime anche per l’escursione e, viceversa, quelle specifiche da escursione possono essere utilizzate anche nel lungo cammino, a patto di non mettersi a correre se non per brevissimi tratti.

Quale scarpa?

Appurato già in partenza che non dev’essere uno di quegli scarponi alti, duri e con suola rigida o semirigida che, forse perché esteticamente sono decisamente attraenti oppure perché fanno fighi, tanto vedo utilizzare anche fuori dal loro specifico campo d’utilizzo (ghiacciaio, nevaio, ferrate), il campo resta pur sempre vasto. Riduciamolo dichiarando che, per ovvi motivi, non può nemmeno essere un polacchino da città o una scarpa da tennis, escludiamo pure le scarpe da ginnastica in genere poco robuste e con la suola specificatamente studiata per il pavimento delle palestre. Fuori dai piedi anche quelle da corsa su strada, da campestre e da cross che hanno una tomaia troppo morbida, quindi poco protettiva nei confronti degli sfregamenti con le rocce che quasi sempre ingombrano il cammino, e una suola studiata per lo specifico terreno e solo per quello, mentre a noi serve qualcosa di più universale. Cosa resta? Restano le varie pedule da escursionismo e le scarpe da trail, ambedue calzature perfettamente adeguate ai nostri obiettivi.

Qui, specie facendo riferimento alle scarpe da trail che notoriamente sono basse e di derivazione corsaiola (spesso, infatti, sono solo delle variazioni a dei modelli da corsa su strada), ma anche alle pedule basse che sempre più stanno espandendosi all’interno dei cataloghi delle aziende del settore montagna, s’innesta una classica polemica: scarpa alta o scarpa bassa? Cercando su Internet potreste trovare che la maggior parte, per non dire tutti, i siti e i blog che trattano di montagna, magari la scarpa bassa la prendono anche in considerazione ma solo per indicarla come possibile opzione nei percorsi brevi e su terreno regolare e asciutto. Beh, nulla di più sbagliato, evidentemente o scrivono per sentito dire o non conoscono il mondo del trail o non hanno mai provato a camminarci veramente (e con veramente intendo percorsi di ogni genere superiori anche ai cinquanta chilometri e magari fatti in un’unica tratta) con queste scarpe: certamente hanno dei limiti, ma questi sono assai limitati e molto specifici, di contro hanno tanti di quei vantaggi che possono letteralmente trasformare l’esperienza del cammino da un qualcosa di molto scomodo e penoso a qualcosa di decisamente confortevole, veloce e piacevole.

La scarpa alta

La scarpa alta è molto robusta, protegge il piede e la caviglia dall’urto contro le rocce, se con Goretex (o altro similare; la maggior parte di di queste scarpe contengono questa membrana) tiene l’acqua molto a lungo anche in presenza di erba alta (visto che i pantaloni ne vanno a coprire il collarino). Di contro è pesante (che ha la sua bella importanza visto che ad ogni passo dobbiamo sollevarle), limita sensibilmente il movimento frontale della caviglia (anche laterale ma quello che è più importante dal punto di vista della naturalità del cammino è il movimento frontale), può essere impossibile da allacciare in modo che il piede sia perfettamente fermo all’interno con la conseguenza di ottenere vesciche, una volta bagnata asciuga molto lentamente, è ingombrante (aspetto non secondario quando dobbiamo fare un viaggio in treno o in aereo).

Tipicamente la si consiglia perché “evita le storte”, frase che potrebbe essere anche vera se riferita ai pesantissimi scarponi da ghiacciaio di vecchia concezione la cui tomaia molto rigida in effetti impedisce la flessione laterale della caviglia, ma, come ho già detto, questo tipo di calzatura è però assolutamente sconsigliabile fuori dal suo contesto specifico. Gli scarponi da ghiacciaio di nuova concezione, gli scarponi da ferrata e le varie pedule alte da escursione hanno tutti una tomaia più o meno morbida che può al massimo contenere il movimento laterale della caviglia, ma mai impedirlo. Ve bene, ma, si potrebbe dire, quantomeno contengono gli effetti negativi di una storta. Si certo, magari anche molto bene per i primi due tipi di calzatura, quelli che, però, abbiamo visto essere inadatti al lungo cammino: dovendo fare un ghiacciaio, un esteso nevaio o una ferrata ci si adatta, ma se non si devono fare perché subire e soffrire? Restano le pedule alte la cui tomaia è molto morbida rendendo l’effetto di contenimento delle storte assai lieve: molto meglio imparare a non prendere le storte e, questo, sarà argomento di una delle prossime puntate.

Meglio poco che niente? Si anche questo è vero, ma… ma c’è un ma, anzi cinque:

  • le pedule da montagna, avendo una tomaia piuttosto robusta e spessa, raramente modellano alla perfezione il piede che può così ballare un poco portando ad una leggera instabilità del passo con la conseguente maggiore facilità alle storte;
  • per la stessa ragione di cui sopra con l’aggiunta ad una suola necessariamente larga nella zona dell’arcata del piede rimane spesso un poco di spazio vuoto che, nell’appoggio su spigoli o punte, può cedere e provocare la storta;
  • l’insieme di cui sopra determina anche un ritardo nella risposta della scarpa ai movimenti di gamba e piede, ma soprattutto una minore sensibilità del piede ai movimenti della scarpa ed è quindi più facile accorgersi in ritardo di un appoggio iniziato male e finire con la storta;
  • l’abitudine ad avere una scarpa che sorregga la caviglia porta i relativi muscoli a perdere di tono e non essere più in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che faccia contenimento alla caviglia ci abitua psicologicamente a non utilizzare i muscoli della caviglia e… idem come sopra.

Allora è meglio la scarpa bassa? Aspetta, non avere fretta.

Qui va aperta la distinzione tra pedule basse e scarpe da trail

La pedula bassa

La pedula bassa è comunque robusta, protegge anch’essa il piede dall’urto contro le rocce, è sensibilmente più leggera della scarpa alta, lascia completamente libero il movimento frontale della caviglia, una volta bagnata asciuga più rapidamente (l’aria circola più facilmente al suo interno), è meno ingombrante. Di contro non protegge le caviglie (e sui ghiaioni sono dolori quasi certi), anche se con Goretex (o altro similare) tiene l’acqua molto meno a lungo specie in presenza di erba alta (visto che i pantaloni non ne vanno a coprire il collarino), anche qui l’allacciatura potrebbe non fermare perfettamente il piede, le caviglie si muovono liberamente anche lateralmente e questo ci porta al discorso storte che sconsiglierebbe l’uso di questa scarpe visto che:

  • la tomaia è pressoché similare a quella delle pedule alte lasciando in evidenza le stesse conseguenze;
  • analogo il discorso relativo allo spazio vuoto sotto l’arcata del piede;
  • idem per il ritardo nella risposta della scarpa ai movimenti del piede e per la minore sensibilità del piede nei confronti dei movimenti della scarpa.

Però:

  • l’abitudine ad avere una scarpa che non sorregge la caviglia porta i relativi muscoli a recuperare e mantenere il giusto tono, quindi a essere in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che non contiene la caviglia ci abitua psicologicamente a utilizzare adeguatamente i muscoli della caviglia per cui… idem come sopra.

La scarpa da trail

Data la sua specificità agonistica il discorso si complica un poco dovendosi distinguere tra scarpe da gara e scarpe da allenamento, scarpe da breve, media e lunga distanza, scarpe estive e invernali, scarpe per duro, morbio o ogni terreno, dal momento che qui il discorso non è agonistico lo possiamo semplificare dicendo che prendiamo in esame quei modelli più adatti all’escursionista medio, ovvero i modelli a più largo spettro di utilizzo: allenamento, lunga distanza o almeno media, invernali (quindi con Goretex, ma quelle senza differiscono sostanzialmente solo nell’impermeabilità, decisamente pari a zero, nei tempi di asciugature, notevolmente minori, e nel peso, sensibilmente più basso) e ogni terreno .

È comunque robusta, protegge anch’essa molto bene il piede dall’urto contro le rocce, è decisamente più leggera della scarpa alta, lascia completamente libero il movimento frontale della caviglia, blocca perfettamente il piede, una volta bagnata asciuga rapidamente, è meno ingombrante, è molto reattiva, assorbe alla grande le sollecitazioni derivanti dall’appoggio, è studiata per facilitare la rullata del piede e la successiva spinta, ha una suola ad altissimo grip, dona una sensibilità eccezionale. Di contro dura comunque meno delle altre due tipologie di scarpa (indicativamente poco più della metà, specie le suole che sono più morbide), se con Goretex (o altro similare) tiene l’acqua ma non così a lungo come la scarpa alta specie in presenza di erba alta (visto che i pantaloni non ne vanno a coprire il collarino), entrano facilmente sassolini e altra fastidiosa rumenta sollevata durante il cammino, le caviglie non sono protette dall’urto contro le rocce (e sui ghiaioni sono dolori quasi certi), le caviglie si muovono liberamente anche lateralmente e questo ci porta al discorso storte che sconsiglierebbe l’uso di questa scarpe, se non che:

  • avendo una tomaia meno spessa modellano perfettamente il piede che resta assolutamente fermo portando alla migliore stabilità del passo con la conseguente minima facilità alle storte;
  • per la stessa ragione di cui sopra con l’aggiunta di una suola molto filante nella zona dell’arcata del piede non resta spazio vuoto e anche l’appoggio su spigoli o punte è preciso e saldo;
  • l’insieme di cui sopra determina una risposta immediata della scarpa ai movimenti di gamba e piede, ma soprattutto una elevata sensibilità del piede ai movimenti della scarpa ed è quindi più facile accorgersi immediatamente di un appoggio iniziato male, reagire di conseguenza ed evitare la storta;
  • l’abitudine ad avere una scarpa che non sorregge la caviglia porta i relativi muscoli a recuperare e mantenere il giusto tono, quindi a essere in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che non contiene la caviglia ci abitua psicologicamente a utilizzare adeguatamente i muscoli della caviglia per cui… idem come sopra.

E allora?

Allora, personalmente utilizzo e continuerò a utilizzare le scarpe da trail e consiglio la stessa scelta a tutti coloro che vogliono cimentarsi nel lungo cammino (oltre i trenta chilometri fino anche a qualche centinaio) in tappa unica (si parte e si arriva senza mai fermarsi se non per brevi momenti di riposo, camminando giorno e notte, con il bello e con il brutto tempo): materialmente sono le uniche scarpe che supportano e consentono tali “viaggi”, specie se li si vogliono anche fare in tempi stretti (al massimo i tre quarti di quelli standard). Anche perché per allenarsi a questa pratica è necessario inserire anche la corsa in montagna e nella corsa prolungata le pedule, anche se basse, proprio non vanno bene.

Veniamo agli altri, a coloro che vogliono restare nell’ambito delle escursioni classiche (mediamente sui dieci o quindici chilometri a giornata, con un massimo di venticinque).

Se abituati a camminare consiglio comunque la scarpa da trail, alla fine fornisce prestazioni migliori della pedula bassa rispetto alla quale dura sensibilmente di meno ma costa anche qualcosa di meno. Eventualmente gli si può abbinare una pedula alta per quelle escursioni che prevedano lunghi tratti su neve molle (le basse fanno subito acqua) o ghiaione (per risparmiarsi le caviglie), premettendo comunque che esistono apposite ghette da calzare sopra le scarpe da trail o le pedule basse.

Se siete alle prime esperienze di cammino in montagna e siete sedentari meglio di sicuro iniziare con delle pedule alte per passare alle scarpe da trail dopo una cinquantina di escursioni, quando avrete accumulato adeguata esperienza e tecnica di cammino. Se siete degli sportivi e, presumibilmente, le vostre caviglie sono toniche (abituate a lavorare anche sotto stress) allora potete partire subito con le scarpe da trail, ma procedete per gradi: iniziate con escursioni brevi e su sterrato, poi allungate sensibilmente passando alle mulattiere, a questo punto, certi che caviglie e testa sono pronti, potete portarvi sui sentieri man mano più impervi e più lunghi.

Rimane una categoria da esaminare a parte: gli anziani e tutti coloro che hanno problemi patologici alle caviglie (o alle ossa in genere, ad esempio osteoporosi). Premesso che comunque l’esercizio è spesso più risolutivo del contenimento, resta comunque la necessità di un parere medico (anche se non tutti magari sono adeguatamente informati sulle problematiche e relative soluzioni specifiche del cammino in montagna) e se questi ordina assolutamente un contenimento delle caviglie (magari già nella quotidianità) così va fatto e solo pedule alte, in caso contrario, pedule basse per una maggiore protezione al piede o scarpe da trail per una maggiore dinamicità del passo, a voi la scelta in base alla vostra percezione psicologica (con quali vi sentireste più tranquilli?) o alle esigenze sportive (volete comunque approcciarvi ad un cammino molto veloce o addirittura ad un poco di corsa?).

Come scegliere la scarpa

Definito quale scarpa utilizzare c’è un altro aspetto assai importante: come la si sceglie? Sul mercato ci sono diversi modelli di scarpa per ognuna delle tipologie considerate e allora? Allora è semplice: lasciate perdere l’estetica e il gusto personale, la predisposizione psicologica verso un marchio piuttosto che l’altro, provatele, provatele a lungo, su ambedue i piedi. Allacciatele perfettamente, camminate avanti e indietro per il negozio (quelli più specializzati vi metteranno a disposizione appositi percorsi con salite, discese, simulazione di sassi e via dicendo), eseguite qualche saltello sia fermi sul posto che spingendovi avanti e indietro, fate delle brusche variazioni di direzione e delle rotazioni su voi stessi, battete le punte a terra, piegate le caviglie in ogni direzione e ascoltate: se sentite qualche dolore non sono le vostre, se sentite spazi vuoti non sono le vostre (ammesso che come detto possiate trovare scarpe senza spazi vuoti fuori dalle scarpe da trail), se il piede scivola non sono le vostre (o le avete allacciate male); per i dolori fate attenzione soprattutto al malleolo, alle dita del piede (qui però bisogni distinguere tra urto frontale che vuol sempre dire scarpa corta, e urto superiore, che potrebbe essere accettabile nelle scarpe da trail la cui tomaia è molto morbida), al cavallo del piede; per i vuoti state soprattutto attenti alla parte interna, quella che corrisponde all’arcata del piede, dove in presenza di vuoto un appoggio potrebbe determinare il cedimento della suola e la conseguente storta; più la scarpa si modella alla perfezione al vostro piede, quasi come fosse una seconda pelle, meno problemi avrete nelle escursioni e più ne sarete soddisfatti. Per le scarpe da trail potreste dover tener conto del vostro modo di camminare: neutro, iperpronatore o ipopronatore? È argomento molto specifico e che, sostanzialmente, entra in gioco se proprio volete una scarpa che sia performante al massimo, lascio le spiegazioni ai documenti elencati a fondo pagina sotto il titolo di “Sitografia e approfondimenti”.

Ovviamente se siete così fortunati di trovare più scarpe che rispondano ai requisiti di selezionabilità allora passate a valutare il gusto personale, l’estetica, il marchio, il peso (più leggera è meglio è, a parità di robustezza) e, ultimo ma non ultimo, il costo. Se al contrario non ne trovate nemmeno una, prendete nota di quella che andava meglio e prima di acquistarla provate in un altro negozio o anche più di uno. Acquisti on-line? Boh, li uso moltissimo per cose come i computer, i materiali da ufficio, i libri, per le scarpe no, mi sembra un azzardo e anche se potete sempre chiedere la sostituzione la cosa si potrebbe ripetere, no, no, molto meglio il bel classico negozio, magari di quelli in cui il commesso resta a vostra disposizione per tutto il tempo che vi serve, pagherete qualcosa di più ma ve ne andrete con un prodotto sicuro, perfetto e garantito!

Sitografia e approfondimenti

Albanesi – Pronazione e supinazione

Asics – Che cosa si intende per pronazione e perché è importante?

Runner’s World – Trova la tua scarpa con il test del bagnato


Continua in… Tecnica del cammino.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

 

Camminare in montagna: la respirazione


Prosegue da… La postura.


Siamo partiti, facciamo i primi passi e, come abbiamo già visto, il nostro organismo inizia la sua importante funzione di adattamento allo sforzo. Una delle alterazioni fisiologiche in atto è quella che riguarda la respirazione: i nostri muscoli hanno bisogno di maggiore energia che, per essere prodotta in modo adeguato (aerobico) allo sforzo prolungato dell’escursionismo, dev’essere supportata da una maggiora quantità di ossigeno, ovvero da una respirazione diversa. Quale?

Diciamo subito che, ovviamente, il nostro organismo sa benissimo come respirare per supportare la nuova richiesta energetica, purtroppo le nostre abitudini mentali (pretesa di respirare come se stessimo passeggiando davanti alle vetrine del corso) e posturali (ne abbiamo parlato nel capitolo precedente) riescono a modificare il meccanismo naturale e rendere la nostra respirazione inefficace o addirittura deleteria. E allora?

Allora innanzitutto prendiamo coscienza del fatto che la respirazione non potrà essere calma e tranquilla come quando passeggiamo per le piane vie di una città, facciamoci ragione del fatto che è normale dover respirare in modo che per ora definisco semplicemente diverso (e non vuol dire che siamo affaticati), poi alleniamoci a respirare nel modo corretto. Quale?

Stendetevi a terra pancia all’aria (potreste anche stare in piedi ma distesi è meglio), rilassatevi per qualche secondo, cercate di non pensare a nulla, ora appoggiate una mano sul torace e una sulla parte alta dell’addome (subito sotto lo sterno), concentratevi sulle due mani: quale delle due si muove? Quella sul torace? Allora avete una respirazione alta, pertanto lavorate con la parte più stretta dei polmoni provocando una limitata ventilazione, sufficiente per la vostra quotidianità ma non adatta a supportare uno sforzo più intenso. Quella sull’addome? Beh, l’avrete già intuito, questa è la respirazione adatta a supportare uno sforzo più intenso del normale, anche molto più intenso; respirando con l’addome, ovvero con il diaframma, state utilizzando la parte più ampia dei polmoni quindi il volume ventilato è decisamente maggiore di quello mosso da una respirazione alta. Ambedue? Che dire, probabilmente siete già allenati ad una respirazione completa (per caso praticate l’apnea?) e sfruttate per intero i vostri polmoni avvicinandovi o arrivando a ventilare il massimo volume d’aria consentito dalla vostra costituzione fisica, perfetto? Non necessariamente, non è sempre detto che la respirazione completa sia quella più adatta, se camminate lentamente e con uno zaino leggero allora è ottimale, ma man mano che la velocità di cammino sale e/o il peso dello zaino aumenta diventa sempre più difficile da sostenere: è lenta e, nell’unità di tempo, non arriva a produrre la quantità di ossigeno che ci necessaria; provoca una continua variazione del nostro baricentro, quindi variazioni all’equilibrio già reso instabile da un terreno irregolare; è ostacolata dallo zaino, abbiamo visto che per un suo corretto portamento gli spallacci vanno tenuti piuttosto stretti e questo potrebbe rendere assai complicato e dispendioso dilatare il torace. Bene, abbiamo capito che la respirazione ideale è quella diaframmatica (bassa), attenzione però alla postura: se spezzate il busto in avanti, come spesso si vede fare, andate a comprimere l’addome e il diaframma risulterà impossibilitato a muoversi, per cui… busto ben eretto.

A questo punto siamo all’eterno dilemma: respirare con il naso o con la bocca? Facile trovare sul web indicazioni che, con la (giusta) scusante del riscaldamento dell’aria inspirata e del suo filtraggio, impongono la respirazione dal naso, va bene, benissimo, fintanto che il volume da ventilare rientra in quei valori consentiti dalla limitata dimensione delle narici, se andiamo oltre c’è poco da fare, bisogna necessariamente respirare anche con la bocca. Lo sa bene il nostro corpo che, infatti, sotto sforzo ci induce naturalmente a respirare con la bocca, opporsi, per altro con notevole impegno mentale, a tale fisiologico comportamento vuol soltanto dire impedire una corretta ventilazione. Quindi, inspirate liberamente con la bocca (l’ideale sarebbe naso e bocca insieme), se dovesse fare particolarmente freddo e temete per la vostra gola (premesso che sono proprio i timori e gli atteggiamenti eccessivamente protettivi a creare problemi) indossate un foulard o uno scaldacollo; l’espirazione fatela solo con la bocca (qui non ci sono scuse di scaldare o filtrare l’aria), risulterà più veloce e completa portando ad una inspirazione naturalmente diaframmatica e a una migliore ventilazione.

Nella corsa si bada molto anche al ritmo della ventilazione equilibrandolo con quello del passo, ci sarebbe anche una interessante teoria (vedi sitografia a fondo pagina: “Runner’s World – Il segreto è nel respiro”) che vorrebbe ideale un ritmo asimmetrico: più veloce nell’espirazione che nell’inspirazione in modo da alternare l’espirazione con l’appoggio piede a terra onde equilibrare le sollecitazioni d’impatto tra i due arti e ridurre l’incidenza dei traumi. Nel cammino molto veloce potremmo fare riferimento alle stesse indicazioni, mentre nel cammino a velocità più tipiche direi che possiamo lasciar fare alla natura, facendo solo attenzione a non andare in iperventilazione (aumento sproporzionato del volume ventilato con alterazione degli equilibri nelle pressioni parziali di ossigeno e anidrite carbonica, potendo così arrivare alle vertigini o addirittura allo svenimento) o nella tachipnea (respiri molto brevi ed eccessivamente veloci).

Per finire, come uscire da momenti di crisi respiratoria? Capita, ad esempio per aver sottovalutato un breve strappo di salita, di trovarsi al limite respiratorio, ovvero di faticare a ventilare in modo adeguato anche da fermi, in tal caso per recuperare il giusto ritmo potete, aprendo per bene la bocca, effettuare un paio di espirazioni molto veloci, in pratica dei soffi energici ma non troppo violenti.

Sitografia e approfondimenti

Mypersonaltrainer – Aerobico o anaerobico?

Mypersonaltrainer – Fisiologia della respirazione e respirazione addominale

Mypersonaltrainer – Diaframma e respirazione diaframmatica

Mypersonaltrainer – Sport: respirare con il naso o con la bocca?

Mypersonaltrainer – Frequenza respiratoria

Mypersonaltrainer – Iperventilazione, cause e sintomi

Runner’s World – La respirazione secondo Runner’s World

Runner’s World – Il segreto è nel respiro

Missione correre – Come respirare quando si corre

Sport&Medicina – Educazione respiratoria


Continua in… Le calzature.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

 

Camminare in montagna: lo zaino


Prosegue da… L’autopercezione.


Dopo aver visto come impostare la prima mezz’ora di cammino e aver fatto un veloce richiamo su alcuni aspetti alla stessa questione collegati, avrei voluto e dovuto parlare della respirazione, il secondo aspetto del camminare in ordine di importanza ai fini di un veloce miglioramento dei propri risultati, però… però la corretta respirazione può essere ostacolata da una scorretta postura, postura che, a sua volta, è fortemente influenzata dal portamento dello zaino ed ecco, quindi, un articolo che parla proprio di questo, allargandosi, per più o meno ovvie connessioni, al modo di allestire e scegliere uno zaino. Invero ne avevo già esaurientemente parlato (23 marzo 2013 – Come portare lo Zaino?) pertanto qui richiamo solo alcuni punti essenziali del discorso e aggiungo delle considerazioni che vanno a completarlo.

By Archivio Pietro Pensa via Wikimedia Commons

Coloro che hanno all’incirca la mia età potranno ricordare le gerle con cui i contadini di montagna trasportavano a valle il fieno raccolto o portavano a monte viveri e altro materiale necessario alla vita in malga, ricorderanno la loro particolare forma, molto stretta alla base e molto larga alla sommità, ricorderanno gli spallacci posizionati nella parte bassa della gerla (dalla metà in giù), ricorderanno l’importante peso del carico così trasportato e la relativa agevolezza del trasporto. Stranamente i produttori di zaini si sono inventati le più diverse e poco confortevoli conformazioni ma solo in pochi casi e solo in tempi abbastanza recenti hanno fatto riferimento alla forma di tali gerle: i capienti ma assolutamente distruttivi (per la schiena) zaini a palla, quelli altrettanto capienti a palla schiacciata (identici ai primi ma con il lato a schiena appiattito per migliorarne il confort durante il trasporto), quelli a pera di derivazione incomprensibile visto che non aumentavano la capienza ma peggioravano l’ergonomia del trasporto, finalmente arrivarono quelli cilindrici che ancora oggi dominano il mercato degli zaini. Purtroppo quest’ultima tipologia è più complessa da riempire dato che i grossi e ingombranti vestiari da montagna vi si cacciano dentro a fatica e ancor più a fatica si riesce a tirarli fuori dallo zaino pieno. Al primo problema (difficoltà di riempimento) solo zaini di ampia dimensione danno soluzione, ma tali zaini ad alta portata sono improponibili per la maggior parte degli escursionisti e delle escursioni, pertanto la soluzione può arrivare solo dai produttori di abbigliamento, argomento di cui parleremo più avanti in uno specifico articolo, diciamo solo che oggi qualcosa si vede, grazie anche alla diffusione delle gare di trail e corsa in montagna. Alla seconda questione (difficoltà di estrazione) molti produttori hanno cercato soluzione applicando allo zaino una cerniera (orizzontale o verticale) per un accesso rapido, purtroppo nessuno è riuscito a produrre un qualcosa di realmente efficiente: cerniere troppo corte che inibiscono l’accesso al fondo dello zaino, cerniere il cui cursore finisce sotto la patella imponendone comunque l’apertura, cerniere dure a scorrere o che si incastrano e che per questo tendono a rompersi facilmente. Alcuni modelli presentano la suddivisione dello zaino in due settori, uno sopra e uno sotto, ma anche qui si è ben lontani dalla soluzione ottimale, vuoi per le stesse ragioni di cui sopra (il settore inferiore è ovviamente raggiungibile solo attraverso una cerniera posta sullo zaino), vuoi per la comunque limitata dimensione del settore inferiore, quello dove, per le ragioni ben illustrate nell’articolo richiamato all’inizio, andrebbero collocati gli oggetti più leggeri, quali sono, per l’appunto, i vestiti, vuoi perché molti escursionisti non hanno ben presente il suddetto modo corretto di caricare uno zaino e, per ovviare alla scarsa capienza del settore inferiore, qui vi collocano cibi e altri oggetti pesanti, più piccoli dell’abbigliamento e più facili da distribuire all’interno dello zaino.

Con le premesse di cui sopra, possiamo comunque trovare zaini che si avvicinino alla soluzione ottimale, soprattutto se utilizziamo abbigliamento da trail, assai più sottile di quello tipico da montagna, ma tale loro prerogativa può essere completamente inficiata da un cattivo portamento dello zaino…

  • Spallacci regolati troppo lunghi con spostamento molto in basso del baricentro dello zaino e conseguente pressione dello zaino sui lombi che provoca un per nulla salubre incurvamento della schiena, dall’escursionista compensato con il forzato piegamento in avanti del busto che, però, determina cattiva ventilazione (il diaframma è compresso) e sforzo muscolare aggiuntivo (gli addominali devono lavorare per provocare e mantenere l’inclinazione in avanti del busto); potrà risultare scomodo quando si va a indossare o levare lo zaino (i produttori potrebbero ovviare alla questione pensando a un sistema di sgancio/aggancio rapido), ma gli spallacci vanno categoricamente regolati corti al fine di alzare il baricentro dello zaino sopra quello della persona determinando il salubre effetto di appoggio dello zaino sulle scapole, i muscoli addominali e dorsali ne risultano sollevati, il busto può restare eretto, il diaframma non è compresso, la respirazione ampia ed efficiente.
  • Tutti i produttori di zaini e tutti i venditori promuovono lo spostamento del carico dalle spalle alle anche senza rendersi conto che queste ultime non sono fatte per portare peso, che se caricate eccessivamente innanzitutto finiscono con l’abbassarsi e provocare una retroversione estremamente dannosa ai fini di una corretta postura, poi, col tempo, possono crearsi problemi articolari veri e propri. Certo i produttori di zaini hanno correttamente dotato gli stessi di larghe fasce per avvolgere le anche, ma queste devono più che altro servire a stabilizzare lo zaino, ai fini ergonomici il suo peso dev’essere comunque supportato dall’intera struttura scheletrica, dalle spalle ai piedi passando per colonna vertebrale, anche e ossa della gamba.

Indi, per concludere:

  • Scegliete uno zaino che abbia una forma tendente alla gerla (più largo in alto che in basso);
  • Scegliete uno zaino dotato di regolatori di carico (cinghie o cordini laterali che permettono di variarne il volume interno) al fine di mantenere il carico sempre distribuito in verticale;
  • Scegliete uno zaino con spallacci larghi e imbottiti, se poi sono leggermente elastici tanto meglio (per quanto ho potuto appurare, li trovate solo negli zaini da trail);
  • Nello zaino ponete sempre solo i materiali realmente necessari, la politica del “metto tutto così sono sicuro” può sembrare comoda ma vi renderà un tormento molte delle vostre uscite;
  • Ponete gli oggetti più pesanti nella parte alta dello zaino, sentirete l’appoggio del peso distribuirsi in verticale a partire dalle spalle e percepirete il gradevole rilassamento della schiena;
  • Stringete quanto più possibile gli spallacci, sentirete l’appoggio del peso distribuirsi in verticale a partire dalle spalle e percepirete il gradevole rilassamento della schiena;
  • Per facilitare la vestizione e la svestizione dello zaino reso problematico dagli spallacci regolati corti, abituatevi ad allargare il primo spallaccio ogni volta che togliete lo zaino, per poi tirarlo dopo averlo indossato (all’acquisto dello zaino provate più volte il sistema di regolazione degli spallacci: deve scorrere bene senza però allentarsi da solo);
  • Regolate la fascia in vita in modo che stringa leggermente sui fianchi senza comprimere l’addome.

    Continua in… La postura.


    Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: l’autopercezione


Prosegue da… La prima mezz’ora.


Stavo spiegando a un gruppetto di persone la questione della prima mezz’ora e la necessità spiegata nel precedente articolo di non fermarsi durante questo primo periodo del cammino che può assimilarsi a quello che viene comunemente definito “riscaldamento”. Nel bel mezzo del mio discorso sono stato bruscamente interrotto da una signora che, con fare piuttosto sostenuto, sosteneva la necessità di fermarsi al primo segnale di affaticamento e a nulla sono valsi i miei tentativi di impostare una spiegazione tecnica, come aprivo bocca venivo immediatamente contrastato a voce sempre più alta dalla suddetta signora: “me l’ha detto un amico alpinista”, “voi citate sempre tante ore di cammino”, “se io non sono mai andata in montagna”, “vado in tachicardia”, “non esiste, io mi fermo”. Questo fatto, in congiunzione con altri più o meno analoghi successi in precedenza, mi ha stimolato alcune ulteriori considerazioni invero sottintese nel precedente articolo ma forse non così evidenti e chiare, quindi vado qui a riprenderle con maggiore evidenza.

Ognuno di noi ha un suo specifico livello di percezione dello sforzo, della fatica e del dolore, tre aspetti che sono inevitabilmente evocati dall’azione del camminare, così ci sarà chi, a parità di escursione e di allenamento, ne risentirà maggiormente di altri e chi ne risentirà anche molto meno, sia durante il cammino che a posteriori. Certo il reiterarsi di sforzo, fatica e dolore possono portare all’assuefazione, ma ci vuole tempo mentre questi miei articoli sulla tecnica del cammino in montagna vogliono rivolgersi anche a coloro che si stanno avvicinando all’escursionismo e che, quindi, potrebbero avervi poca abitudine e poca disponibilità alla sofferenza. Ci sono, però, dei parametri oggettivi sui quali possiamo indubbiamente ragionare e lavorare fin da subito: la conoscenza dei concetti di sforzo e fatica, la consapevolezza delle alterazioni fisiologiche e delle sensazioni dalle stesse indotte, una corretta percezione di tachicardia, la consapevolezza che per arrivare a fare meno fatica è necessario faticare, la percezione dell’importante legame tra tecnica e durata dell’impegno, la consapevolezza che comunque la tecnica resta la stessa indipendentemente dalla durata dell’escursione.

Sforzo e fatica

Abitualmente utilizzati come sinonimi in realtà sono due cose ben differenti: lo sforzo è l’impegno fisico applicato in ogni singolo istante o in una limitata unità di tempo, è una percezione soggettiva che può oggettivarsi mediante la misurazione diretta momento per momento dei vari parametri fisiologici, quali il battito cardiaco, la contrazione muscolare, la quantità di sangue in circolo, il volume respiratorio; la fatica è il risultato della somma degli sforzi e si rileva in modo obiettivo andando a verificare, alla fine dell’attività fisica, la quantità di lattato (acido lattico) prodotto. Una rilevazione soggettiva della fatica è possibile attraverso le sensazioni del post escursione, quali senso di prostrazione, tensione o addirittura dolore muscolare, numero di giorni necessari al recupero totale.

La tendenza a interpretare sforzo e fatica come sinonimi induce le persone ad un’errata interpretazione dei paramenti di valutazione riportati da certe relazioni, in particolare dalle mie che utilizzano una scala personalmente elaborata al fine di rendere più precisa la valutazione delle escursioni (la scala ufficiale promossa dal CAI è troppo generica e, quindi, poco utile): percorso poco faticoso non vuol dire che sia esente da sforzi, ma indica un’escursione di breve durata con una bassa produzione di lattato (la quantità di lattato prodotto è direttamente proporzionale alla durata dello sforzo).

Alterazioni fisiologiche e loro sensazioni

Ne ho già ampiamente parlato nel precedente articolo a cui rimando chi non l’avesse letto, qui voglio solo ribadire qualcosa che a quanto pare alcuni non hanno ben chiaro: non è possibile pensare che il nostro organismo possa compiere un’escursione rimanendo nelle condizioni in cui si trova nella quotidianità, il cammino in montagna richiede necessariamente degli adattamenti e questi daranno delle sensazioni inizialmente fastidiose (che alcuni potrebbero percepire anche dolorose), ciò non vuol dire che siamo in affaticamento, anzi, ci segnala che il nostro corpo sta reagendo nel migliore dei modi al surplus di lavoro che gli stiamo richiedendo.

Tachicardia

Ho l’impressione che la signora dell’episodio riportato in apertura, così come altre persone con cui ho avuto il piacere di condividere giornate di montagna, abbia un’errata percezione della tachicardia, osservandola e subendola sempre e solo come un’impropria alterazione del proprio stato fisiologico. In realtà l’aumento delle pulsazioni cardiache è uno degli indispensabili adattamenti allo sforzo e possiamo ben sopportarlo essendo il suo limite fisiologico (soglia massima) ben più alto del valore a riposo: un calcolo approssimativo è quello di fare 220 meno la propria età. Sentire il cuore che batte, anche nelle tempie o in gola, non è necessariamente un indicatore per la necessità di fermarsi, necessità che subentra solo quando ci approssimiamo al nostro valore di soglia massima, e nemmeno un indicatore per l’utilità di fermarsi, utilità che subentra solo quando la nostra frequenza cardiaca supera la soglia di lavoro (indicativamente il 75% della soglia massima), è solo un indicatore del nostro corretto adattamento all’azione escursionistica. Fermarsi solo perché la frequenza cardiaca si è lievemente o anche sensibilmente alzata rispetto alla sua condizione di riposo può addirittura (prima mezz’ora di cammino) essere controproducente.

Fare fatica per meno faticare

Di questo ne parlerò più ampiamente quando tratterò l’allenamento, qui dico solo che, come tutti sanno, con l’allenamento diminuisce la fatica (detta più tecnicamente: con l’allenamento diminuisce la quantità di acido lattico prodotto con una data intensità di esercizio e aumenta la nostra sopportazione del lattato, che, a parità di tempo, rimane lo stesso sia per la persona non allenata che per quella allenata), ma l’allenamento è fatica e richiede tempo, tempo durante il quale dobbiamo necessariamente faticare: in assenza di lavoro e quindi di fatica non si produce allenamento.

Tecnica e durata dell’impegno

Quando si insegna la tecnica del cammino diviene inevitabile fare riferimento alle tante ore di cammino perché, come per tante altre cose, la conoscenza nasce dall’analisi delle situazioni limite, non potrei di certo comprendere il modo migliore di camminare analizzando chi cammina pochi minuti e nemmeno poche decine di minuti, devo necessariamente analizzare chi cammina tante ore.

Per poter camminare tante ore devo necessariamente mettere in campo tutti gli accorgimenti che mi permettano di efficientare al massimo la mia azione, d’altro canto questi accorgimenti risultano proficui anche per le pochissime ore di cammino (che per una persona che si approssima all’escursionismo possono essere già viste come tante ore), rendendole di fatto meno faticose e più piacevoli.

Mente e risultato

Concludo con una breve considerazione riguardante l’influsso che la mente può avere sul risultato: quando siamo sotto sforzo, quando siamo affaticati, quando pensiamo di non farcela più, quando siamo effettivamente stremati, in tutte queste circostanze la mente motivata, la mente allenata può fare la differenza: può permetterci di andare avanti ancora.

Sitografia di riferimento e approfondimento

Albanesi.it – Fatica e corsa

Mypersonaltrainer – Dott. Francesco Grazzina – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – La Scala di Borg e la Percezione dello Sforzo

Calciatori.com – Percezione dello sforzo: le scale di valutazione di Borg

Mypersonaltrainer – Adattamenti fisiologici del cuore in risposta all’attività fisica

Mypersonaltrainer – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – Acido lattico

Mypersonaltrainer – Soglia lattacida

Mypersonaltrainer – Acido lattico nel sangue

Mypersonaltrainer – Approccio ai metabolismi energetici

Mypersonaltrainer – Adattamenti cardiocircolatori all’allenamento


Continua in… Lo zaino.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: la prima mezz’ora


Prosegue da… La tecnica.


Avevo già anticipato che mi sarei impegnato nella realizzazione di una serie di articoli inerenti la tecnica del cammino in montagna (“Camminare in montagna: la tecnica”), un argomento che, pur contro l’altrui opinione, ho sempre ritenuto importante, ancor oggi sostenuto in questo dall’osservazione delle persone che mi accompagnano nelle mie escursioni o che incontro sui monti: molti sono coloro che camminano male, vuoi per l’errato modo di scegliere e utilizzare l’attrezzatura, vuoi per l’applicazione di abituino scorrette, vuoi anche e soprattutto proprio per un modo sbagliato di deambulare. Vero che si parla di escursionisti, ossia di persone che in montagna ci vanno per divertirsi, altrettanto vero che anche lo sport amatoriale può produrre traumi più o meno consistenti, nel breve o, più subdolamente, nel lungo periodo. Cosa fare? Lo scoprirete con questa serie di articoli e partiamo da, come già avevo detto nell’anteprima, un atteggiamento che già da solo può cambiare sensibilmente il vostro modo di andare in montagna, può alleviarvi tanto dolore e tanta fatica: la gestione della prima mezz’ora di cammino.

Tutti conoscono la parola “riscaldamento”, tutti sanno cosa vuol dire riferita a un’attività sportiva, molti sanno che va fatto anche nel contesto delle attività non competitive, pochi, però (faccio ovviamente riferimento all’ambito amatoriale), materialmente lo fanno e ancora meno lo fanno correttamente, nella convinzione che sia sufficiente partire piano e proseguire a bassa velocità per una decina di minuti o poco più. Non è così, non basta, anzi, così facendo si ottiene solo di stressare l’organismo. Come farlo? Continua a leggere!

Nel già citato articolo introduttivo ne avevo succintamente parlato, riprendo quelle stesse parole rieditandole al fine di meglio illustrare i concetti e approfondirli, seppure ancora attraverso spiegazioni magari poco tecniche e, pertanto, imprecise (che non vuol dire inesatte), ma semplici e, pertanto, facilmente comprensibili a tutti.

Eccoci all’escursione!

Siamo al momento zero, dopo il trasferimento in auto siamo pronti a iniziare la nostra escursione, in questo istante il nostro organismo è in uno stato che, sebbene non necessariamente di riposo, possiamo senz’altro definire di quiete: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca sono nelle loro condizione di quotidiana normalità, quella adeguata a supportare la nostra sola sopravvivenza o al più minimi sforzi.

Con un salto temporale immaginiamoci ora nel bel mezzo del cammino, in questo istante il nostro organismo è (dev’essere) in uno stato che definiamo di lavoro: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca sono sensibilmente aumentati al fine di supportare lo sforzo in atto, ovvero di fornire maggiore energia al nostro sistema. In questa sede è irrilevante capire le esatte dinamiche di tale trasformazione e determinare come avvenga la produzione di energia, ci basta osservare che a fronte di uno sforzo maggiore a quello minimo supportabile dallo stato di quiete (soggettivo: la prolungata reiterazione degli sforzi e, quindi, delle relative alterazioni organiche porta ad una più o meno ampia “cronicizzazione” delle dette trasformazioni fisiologiche, ovvero determina un adattamento atletico alzando la soglia di mantenimento base) il nostro organismo mette in atto una complessa serie di alterazioni, ognuna direttamente proporzionale all’incremento di energia richiesto. Tale adeguamento fisiologico allo sforzo non avviene istantaneamente ma richiede un certo tempo (non ho idea da dove derivi tale valore, ma viene computato in trenta minuti, valore che la mia esperienza pratica conferma come corretto) durante il quale percepiamo fastidiose sensazioni fisiche e psicologiche, possiamo pertanto indicare la fase di transizione da quiete a lavoro come zona di malessere; una volta che il nostro organismo è in grado di supportare lo sforzo richiesto, gli adattamenti si fermano e le nostre percezioni, seppure a parità di sforzo, diventano positive, il cammino è ora piacevole, possiamo quindi definire questa condizione come area di benessere. Ovviamente le suddette trasformazioni hanno un limite massimo (soggettivo e migliorabile con l’allenamento), al suo raggiungimento il nostro organismo non sarà più in grado di dare adeguato supporto ad un ulteriore incremento delle richieste energetiche e andrà in sofferenza, inducendoci a rallentare, fermarci o addirittura interrompere il cammino con una lunga sosta.

Cosa succede se ci si ferma? Il nostro organismo tende a ristabilire lo stato di quiete: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca calano e lo fanno anche piuttosto velocemente, tanto più rapidamente quanto più lontani siamo dall’area di benessere.

Traduciamo il tutto in un grafico nel quale mettiamo a confronto due escursionisti, uno che non effettua fermate fintanto che non entra in area di benessere, l’altro che si ferma più volte ancora in fase di transizione tra lo stato di quiete e quello di lavoro.

Vediamo che l’escursionista uno entra e si mantiene in area di benessere: porterà sicuramente a termine la sua escursione e ne sarà pienamente soddisfatto. L’escursionista due permane nell’area di malessere: potrebbe anche completare l’escursione ma di certo con assai poca soddisfazione e molti dolori. Ovviamente non ho preso in considerazione il caso di un escursionista che vada in sofferenza visto che l’obiettivo è quello di entrare e restare in area di benessere, solo gli atleti in allenamento (o nelle fasi finali di una competizione) possono eventualmente sfruttare anche i contorni della linea di stress.

Cosa abbiamo stabilito?

Essenzialmente che la prima mezz’ora di cammino è assai importante, che potremmo un poco soffrire ma ve necessariamente affrontata in modo adeguato ovvero… senza mai fermarsi.

Cosa ne deriva?

Prima della partenza

  • Date sfogo ad ogni eventuale necessità fisiologica o anticipatele.
  • Idratatevi adeguatamente integrando nel contempo la giusta dose di sali minerali.
  • Fatto salvo per guanti e berretto che possono essere facilmente levati e risposti anche senza doversi fermare, rimuovete l’abbigliamento in eccesso: entro una decina di minuti sarete soggetti all’aumento di temperatura corporea e se troppo coperti dovrete fermarvi per levare qualcosa; meglio sentire un poco di freddo all’inizio che inibire il processo di adeguamento allo sforzo.

Partiti

  • L’equilibrio energetico è piuttosto delicato: se forziamo troppo poco non inneschiamo le necessarie modificazioni fisiologiche, se forziamo troppo andiamo subito in crisi. Per dare un parametro oggettivo possiamo dire che se riusciamo a parlare stiamo andando troppo piano, se la respirazione risulta difficoltosa (parziale, al limite anche con dolori addominali e/o toracici) stiamo andando troppo forte.
  • Iniziate a camminare mantenendo bassa la vostra velocità, dove il termine bassa va rapportato al vostro allenamento e, come detto, non dev’essere troppo blando: mediamente può essere ideale all’incirca il venticinque percento della massima velocità che siete in grado di produrre su quella pendenza (riuscite a parlare ma con un lieve affanno).
  • Quando percepite che i muscoli si sono riscaldati (una decina di minuti dalla partenza se avete impostato il passo corretto) aumentate gradualmente la velocità per arrivare, nel giro di altri dieci minuti e con le stesse precisazioni di cui sopra, a un’andatura media: attorno al cinquanta percento della massima velocità che potete produrre su quella pendenza (non riuscite a parlare ma la respirazione è regolare e tranquilla).
  • Se proprio temete di non farcela a restare trenta minuti senza reidratarvi o se la giornata particolarmente calda necessità di una reidratazione più frequente, utilizzate le apposite tasche morbide con cannuccia (camel-bag) che oggi quasi tutti gli zaini supportano, oppure procuratevi almeno un portaborracce da collocare sullo spallaccio dello zaino e ponetevi una borraccia che si possa utilizzare senza doversi fermare, tipo quelle da ciclismo o da corsa a piedi: grazie alla diffusione dei trail oggi trovate facilmente ambedue questi accessori.
  • Risparmiate il fiato: per ora evitate di chiacchierare, potrete farlo a volontà una volta entrati in area di benessere e senza nemmeno dovervi fermare.

Ovviamente esiste un’alternativa al tutto: camminare in stato di quiete. Certamente è possibile farlo, specie se siete molto allenati, ma se non lo siete? Se non lo siete dovrete accontentarvi delle passeggiate piane e brevi perché il vostro stato di quiete non può supportare di più! Perché mai dovrei fare di più? Beh a questo dovete darvela voi la risposta, io posso solo dirvi che ne vale veramente la pena: un ritmo blando produce pochissimi benefici fisici e ancor meno psicologici, un ritmo adeguatamente sostenuto comporta miglioramenti cardiovascolari, un utilizzo più ampio e corretto del diaframma quindi una migliore respirazione, maggiore propriocettiva quindi un migliore equilibrio, scarico dallo stress quotidiano, equilibrio psicologico, eccetera; una breve escursione difficilmente vi permetterà di assaporare quanto la montagna sia in grado di offrirvi, una lunga escursione vi permetterà di godere dei fantastici panorami visibili dalle vette o dalle creste, vi consentirà di percepire le infinite gradevoli sensazioni che la montagna e capace di trametterci, specie se ci poniamo ad essa senza barriere fisiche e mentali, ovvero se i vestiti li lasciamo nello zaino… tutti quanti!

Fonti e approfondimenti

Mypersonaltrainer – Adattamenti fisiologici del cuore in risposta all’attività fisica

Mypersonaltrainer – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – Acido lattico

Mypersonaltrainer – Approccio ai metabolismi energetici

Mypersonaltrainer – Adattamenti cardiocircolatori all’allenamento


Continua in… L’autopercezione.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)


Maglia tecnica invernale TECSO PRN1006


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Affiancandosi strettamente all’altra recensione fatta (T1006) e offrendo l’opportunità di ampliare il campo di scelta a chi avesse bisogno di una maglia tecnica da usare durante le proprie escursioni invernali, pubblico subito anche questa scheda.

Altra maglia Tecso di ottima qualità e dalle caratteristiche tecniche eccezionali, purtroppo con un probabile errore di stampigliatura della taglia che, pur senza inficiare del tutto la prova, ne condiziona notevolmente l’utilizzo e una parte delle valutazioni. Ma andiamo con ordine.

Dopo l’acquisto dell’altro modello, quello già recensito, visto che, nonostante la soddisfazione delle prove fatte, presentava qualche leggera controindicazione all’uso che ne devo fare (escursionismo a ritmo sostenuto e/o su percorsi estremamente lunghi), attraverso Internet mi sono informato sugli altri prodotti della Tecso e ho appreso che la loro produzione prevede anche capi d’abbigliamento più specifici per la corsa, presumibilmente più adatti alle mie esigenze. Casualmente scopro che una delle mie sorelle conosce l’azienda e il suo titolare, combiniamo allora una visita pressoché immediata. L’intenzione è innanzitutto quella di acquistare una maglia tecnica invernale per i mei allenamenti di TappaUnica3V, poi visionare dal vero anche gli altri prodotti, infine, perché no, sondare la possibilità di ottenere un piccolo supporto al mio viaggio, magari la giacca antivento che da tempo cerco senza trovarne una che abbia tutte le caratteristiche che voglio.

Mia sorella, convinta che a me interessi più che altro la sponsorizzazione, parte col discorso di TappaUnica3V e mi vengono fatte vedere tre bellissime maglie estive. Mi soffermo a lungo ad osservarle, sono tutte bellissime, in particolare quella più leggera, però… però intanto l’estate è lontana, poi nelle escursioni estive preferisco stare nudo e per quei momenti in cui devo necessariamente vestirmi sono già sufficientemente e modernamente equipaggiato, quello che mi manca è l’inverno. Sposto quindi l’attenzione sulle maglie invernali.

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Aerazione della schiena

Ne escono due, una più leggera, l’altra più vicina al peso delle maglie già comprate al mercatino ma con una composizione dei tessuti decisamente diversa e più adatta al cammino sostenuto. Alla fine mi compro quest’ultima, purtroppo senza la possibilità di provarla sul posto e, arrivato a casa, risulta troppo piccola: nell’uscita del giorno successivo non posso provarla, peccato.

Cambiata la maglia pochi giorni dopo ne faccio il primo test su un percorso lungo. La temperatura è costantemente prossima allo zero, in certi momenti anche sotto, e in alcuni tratti del percorso c’è anche un forte e freddissimo vento: niente di meglio per testare un capo invernale.

Subito si dimostra decisamente un buon acquisto: da fermo la maglia non apporta calore ma appena ci si mette in movimento diviene bella calda tanto che per tutto il giorno non ho bisogno di aggiungervi altro né sotto né sopra; la protezione dall’aria ancora non è ottimale ma è decisamente migliore rispetto alla T1006. Estremamente elastica aderisce molto al corpo pur lasciando ampia libertà di movimento; il collo è un po’ troppo alto e sulle prime mi dà un poco di fastidio, comunque svanisce nel giro di poco tempo; anche dopo molte d’utilizzo ore non ho sensazioni di prurito ed è totale l’assenza di irritazioni.

La cosa più interessante e che più la differenzia dalla T1006 è che questa maglia si bagna pochissimo e solo dopo molte ore di cammino: inevitabilmente, specie per un corpo che è abituato  a stare nudo, incrementa anche lei la naturale sudorazione, ma proprio di poco e il sudore passa subito all’esterno da dove evapora velocemente e completamente anche nella parte di schiena a contatto con lo zaino.

Negli allenamenti successivi uso sempre questa maglia e le prime osservazioni si confermano, anche se, proprio nell’allenamento in stile corsaiolo di oggi 6 febbraio, sulla schiena sia la maglia che la pelle si sono decisamente bagnate: certo è da considerarsi che l’uso di uno zaino limita considerevolmente le caratteristiche di traspirazione della maglia, inoltre il fatto che il mio zaino abbia un appoggio a cuscinetto quasi pieno incide ulteriormente (ma l’appoggio con rete rende lo zaino poco stabile nella corsa, inoltre risulta fastidioso sulla pelle nuda: tutta l’attrezzatura che prendo deve necessariamente risultare adeguata all’utilizzo in nudità, aspetto che le case produttrici dovrebbero iniziare a prendere in considerazione vista la costante crescita di coloro che scelgono di vivere in nudità e, pertanto, nudi praticano anche gli sport), d’altra parte questo è l’utilizzo che devo farne e queste sono le mie esigenze, esigenze magari al limite ma che ritengo siano pur sempre abbastanza vicine a quelle di ogni escursionista allenato.

Arriviamo ai difetti, che, come già anticipato, a parte il primo, a mia opinione sono da attribuirsi ad un errore di stampigliatura della taglia (non oso pensare che si possa volutamente produrre una maglia siffatta):

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  • i polsini sono troppo larghi e lasciano scivolare la manica verso l’alto;
  • a cerniera completamente abbassata il colletto risulta fastidiosamente tirato all’indietro;
  • le maniche sono troppo corte e non arrivano ai polsi (anche i ricami dei gomiti sono spostati verso l’alto);
  • ma la cosa peggiore è che ad essere corto è anche il corpetto, troppo corto, arriva poco sotto l’ombelico; data la sua notevole elasticità, tirandolo si riesce a farlo entrare nei pantaloni ma camminando se ne esce nel giro di pochi minuti lasciando scoperte proprio le due parti del corpo più sensibili al freddo, reni e pancia; inaccettabile per una maglia invernale ed anche incomprensibile visto che l’altra maglia era perfetta; confrontandola, come dalle foto a fianco e sotto, con l’altra Tecso ben si nota la differenza; anche la larghezza è sensibilmente inferiore, avevo attribuito questo alla diversa destinazione d’uso delle due maglie, poi l’ho confrontata con altra maglia da corsa (di marca diversa e, per giunta, estiva) e il risultato non cambia, molto più corta e sensibilmente più stretta.
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L’evidente differenza di lunghezza con la T1006

Ultimo appunto, seppure indossandola non mi sono impigliato in niente, rivoltandola si notano anche in questa diversi fili sporgenti che formano asole libere, molti di più che nella T1006 e distribuiti su un maggior numero di zone, il timore è che alla lunga si possano strappare e provocare un cedimento strutturale della maglia.

Tecso Articolo PRN1006: maglia a manica lunga con collo a lupetto dotato di cerniera; 92% polipropilene Dryarn, 8% elastan.

Voto (ignorando il probabile errore di stampigliatura della taglia e rapportandolo ad una maglia dimensionata correttamente):

  • estetica 9
  • cura dei dettagli 9
  • finiture 10 quelle esterne, 5 quelle interne
  • vestibilità 10
  • comfort 10
  • calore 8 a freddo, 10 dopo essersi messi in movimento
  • protezione dall’aria 9
  • complessivo… 9 e mezzo (così come è, corta e stretta, la valuterei comunque con un 6)

Maglia tecnica invernale TECSO T1006


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Trovata da mia moglie sulla bancarella di un mercatino di paese, appena mi viene consegnata resto colpito dalla gradevolissima estetica anche se rimbrotto per non essere il capo d’abbigliamento tecnico che stavo cercando (maglia tecnica da corsa mentre questa è una maglia sotto tuta da sci). Ormai c’è e tanto vale provarla, nell’infilarla, però, due dita di una mano restano incastrate in alcuni fili sporgenti, rivoltata la manica individuo qualche altro sfilacciamento, cosa che mi indispone ulteriormente (questo per dire che quanto segue è sincero e non dovuto a smancerie).

IMG_8407La maglia calza bene, ben elastica aderisce ovunque senza stringere, il corpetto è lungo a sufficienza da coprire i reni, le maniche arrivano fino ai polsi senza andare fastidiosamente oltre, il colletto ben alto garantisce un’adeguata protezione del collo dall’aria, la cerniera scorre bene e il relativo tiretto è della giusta misura dando una presa ottimale senza, nel contempo, creare fastidio. Ottima, infine, la libertà di movimento, gradevole il contatto con la pelle e immediata la sensazione di calore, aspetti importanti visto l’uso che intendo farne.

Qualche giorno dopo posso provarla direttamente sul terreno pratico e, pur evidenziandosi non essere il suo specifico campo d’azione, ne resto veramente soddisfatto. Dopo il lavaggio l’asciugatura è velocissima, ciliegina sulla torta che mi fa decidere per l’acquisto di una seconda maglia dello stesso articolo (stavolta mi arriva una taglia in più che risulta altrettanto adeguata e confortevole, all’interno si notano ancora gli stessi sfilacciamenti).

IMG_8406Dopo varie uscite, effettuate tra novembre e gennaio, a quote comprese tra i 400 e i 2000 metri, camminando a passo sostenuto e per diverse ore, con un impegno fisico non indifferente, premettendo che faccio riferimento sempre e solo all’utilizzo come capo esterno calzato direttamente sulla nuda pelle, posso affermare che:

  • il capo dona di suo calore al corpo;
  • sotto sforzo fa magari sudare un po’ troppo;
  • il sudore viene immediatamente trasferito sul lato esterno della maglia;
  • la pelle resta perfettamente asciutta;
  • l’evaporazione del sudore è abbastanza veloce, solo la parte di schiena a contatto con lo zaino non riesce ad asciugarsi (da notare che il dorso dello zaino si presenta asciutto);
  • anche a maglia esternamente bagnata la protezione termica è pressoché inalterata;
  • si sente un po’ troppo l’effetto del vento e dell’ombra,
  • totale assenza di irritazioni o più o meno fastidiosi pruriti.

Insomma, un capo ottimo e, seppur con le piccole limitazioni riportate, adatto anche all’utilizzo come maglia per escursionismo, perfetta con temperature tra i 5 e i 10 gradi centigradi, comunque buona, in assenza di vento, anche sotto i 5. Aggiungendovi o una maglia tecnica leggera, da calzare sotto, o una giacca tecnica antivento, da calzare sopra, anche a temperature più rigide (credo d’essere arrivato sino a -10) ci si sente benissimo, anche da fermi.

Tecso Articolo T1006: maglia a manica lunga con collo a lupetto dotato di cerniera; 70% polyamide Skinlife, 25% polipropilene Dryarn, 5% elastan. Prodotto fuori produzione sostituito dal modello TN1006 che ha le stessa composizione dei tessuti ma, dalle immagini sul sito, appare un poco più ricercata nei dettagli tecnici della parte alta del torace e della schiena.

Voto:

  • estetica 9
  • cura dei dettagli 9
  • finiture 10 quelle esterne, 7 quelle interne
  • vestibilità 10
  • comfort 10
  • calore 10 in assenza di vento, 8 in presenza di vento
  • protezione dall’aria 7
  • complessivo 9

Scala delle difficoltà escursionistiche


Nell’arrampicata è da lungo tempo consuetudine dare ad ogni itinerario una valutazione delle difficoltà e nel tempo diverse sono le scale che si sono utilizzate, talvolta anche contemporaneamente e spesso con accese discussioni tra i sostenitori dell’una piuttosto che dell’altra. L’escursionismo per molti anni è rimasto immune a tale esigenza finché il numero di praticanti è aumentato considerevolmente e sempre più numerose sono diventati i prodotti editoriali che trattano di escursionismo, determinando la necessità di offrire ai lettori un’indicazione sulla difficoltà del percorso . Dopo le iniziative individuali dei vari relatori, al fine di uniformare i criteri è lo stesso Club Alpino Italiano (CAI) a definire e pubblicare una scala di valutazione delle difficoltà escursionistiche, scala alla quale dovrebbero far ricorso tutti i relatori.

Nelle mie prime relazioni escursionistiche avevo tralasciato la questione, poi, però, anche a seguito di alcune osservazioni e incomprensioni evidenziate dagli amici partecipanti alle escursioni di Mondo Nudo, ho deciso di dare sempre anche tale informazione. La prima occasione si è formulata con i lavori per la “Guida alla Val Braone e Rifugio Prandini”, ma nell’applicare la detta scala mi sono trovato di fronte a diverse perplessità: innanzitutto tra libri, riviste e siti web, perfino quelli delle sezioni CAI, non esiste identità nelle definizioni dei valori; poi si applicano troppi parametri ad un singolo valore cadendo in un’eccessiva generalizzazione; infine, e soprattutto, si mescolano tra loro parametri che, al contrario, sarebbe meglio tenere separati, in particolare dislivello e tipologia di sentiero (può il dislivello rendere più tecnicamente impegnativa un’escursione che si svolge solo su strada sterrata e può un sentiero stretto ed esposto diventare meno difficile perchè di limitato dislivello?). Da qui la decisione di studiare e utilizzare una scala mia personale che possa rendere più facile definire la valutazione di difficoltà di un itinerario escursionistico svincolandosi dalla soggettività sia di chi dà la valutazione sia di chi la interpreta e che risulti il più comprensibile possibile a chi la legge. Ecco, senza nessuna pretesa di ufficialità, il risultato.


In ogni escursione ci sono diversi fattori in gioco che possono incidere sulla percezione di difficoltà, mantenerli indistinti porta ad incomprensioni inficiando, di conseguenza, la valutazione. D’altra parte è anche piuttosto complicato, per non dire impossibile, dare ad ognuno di loro specifica evidenza, possiamo però notare che tali fattori sono sostanzialmente riconducibili a tre sole categorie: tecnica, ovvero la necessità di possedere abilità aggiuntive al solo naturale cammino, come, ad esempio, il saper arrampicare o il saper utilizzare un dissipatore; fisica, inerente la preparazione atletica necessaria ad affrontare un determinato percorso; psicologica, che non è afferente alla maggiore o minore motivazione del soggetto alla pratica del cammino, ma piuttosto a quelle condizioni materiali dell’itinerario che possono sollecitare reazioni di timore o addirittura paura, in sintesi l’esposizione al vuoto. Pertanto la valutazione che ho sviluppato consta di tre parti distinte: difficoltà puramente tecnica, difficoltà puramente fisica e difficoltà puramente psicologica.

Identificazione letteraria della difficoltà puramente tecnica dell’itinerario

Sebbene ci possano comunque essere degli aspetti soggettivi (“tutto è opinabile!”), questa è sicuramente la parte più semplice da oggettivare. Al fine di mantenere un parallelismo e facilitare la comprensione generale della mia valutazione, utilizza le stesse sigle della scala CAI, ma differenziandosi nelle definizioni di ogni livello (dalle quali sono stati tolti i riferimenti al dislivello e rivisti quelli alla tipologia del tracciato rendendoli meno confusi e più specifici).

Tutti i riferimenti vanno riferiti alle migliori condizioni ambientali estive, meteorologiche e di visibilità. Dato che la segnaletica può variare di molto nel corso del tempo la sua presenza e condizione non può essere considerata discriminante, dovendosi piuttosto fare riferimento all’evidenza fisica del percorso: l’escursionista deve preventivamente studiare lo stesso su cartina e relazione, magari portandosele anche appresso durante l’effettuazione dell’escursione.

  • T = turistico: si sviluppa interamente su strade, siano esse asfaltate, cementate o sterrate; può comprendere brevissimi (inizio e fine sono contemporaneamente visibili all’escursionista o quantomeno perfettamente intuibili) tratti di mulattiera o sentiero che collegano fra loro strade diverse o tagliano curve e tornanti; non presenta difficoltà d’individuazione del percorso.
  • E = escursionistico: si sviluppa principalmente su mulattiere o/e sentieri; non presenta difficoltà d’individuazione del percorso.
  • EE = per escursionisti esperti: ogni tipologia di percorso con difficoltà d’individuazione; in particolare si sviluppa su sentieri poco evidenti, tracce di passaggio o/e terreno vergine (ovvero privo di ogni traccia); può presentare anche limitati (non superiori al 10% del percorso), brevi (massimo 20 metri) e discontinui passaggi d’arrampicata (con difficoltà massima di secondo grado) o/e tratti su neve che non necessitano dell’utilizzo di una o più attrezzature specifiche per la sicurezza personale e/o di cordata (imbragatura, cordino, dissipatore, moschettoni, corda, ramponi, piccozza).
  • EA = per escursionisti esperti con attrezzatura: ogni tipologia di percorso che richieda l’utilizzo di una o più attrezzature specifiche per la sicurezza personale e di cordata (imbragatura, cordino, dissipatore, moschettoni, corda, ramponi, piccozza); in particolare si sviluppa su sentieri attrezzati, vie ferrate, nevai o ghiacciai.

Identificazione numerica della difficoltà puramente fisica

Fonti

Training Consultant / Fulvio Massini – La fatica

Albanesi.it / Fatica e corsa

Mypersonaltrainer / Dott. Francesco Grazzina – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – La potenza aerobica

Albanesi.it – Muro del trentesimo chilometro

Mypersonaltrainer – La Scala di Borg e la Percezione dello Sforzo

Calciatori.com – Percezione dello sforzo: le scale di valutazione di Borg

Training Consultant / Fulvio Massini – La Scala di Borg: Percezione dello Sforzo

Sport&Medicina / Stelvio Beraldo – La resistenza organica

Difficoltà fisica, ovvero quanta fatica faccio? Qui le cose si complicano notevolmente: seppure si possa in merito trovare molta documentazione, quella di origine medica è finalizzata a determinare le motivazioni della fatica e le sue eventuali evoluzioni patologiche, quella di origine sportiva è finalizzata a valutare, in un dato istante, la fatica e la sua percezione nel singolo individuo con l’obiettivo di aumentarne la prestazione. Io, al contrario, devo determinare quale possa essere il livello d’impegno fisico che un dato percorso vada a generare in un qualsiasi soggetto. Combinando lo studio della predetta documentazione con le mie personali osservazioni e intuizioni, penso d’essere arrivato ad una soluzione accettabile, sebbene pur sempre imperfetta (“tutto è perfettibile!”).

Dobbiamo necessariamente partire dalla considerazione che la fatica non è una sola, ce ne sono diverse che, di volta in volta, di soggetto in soggetto, si sommano fra loro in modo anche molto differente: generale, legata allo stato di salute del soggetto; mentale, legata allo stato motivazionale del soggetto (più si è motivati meno fatica si sente); psicologica, determinata da eventuali fattori stressanti per il soggetto; traumatica, determinata dall’avvenimento di infortuni; meccanica, dovuta alla mancata abitudine allo sforzo effettuato; neuromuscolare, genericamente dovuta dall’inadeguata idratazione e conseguente carenza di potassio; da deplezione di glicoceno (il classico muro dei maratoneti), legata all’esaurimento delle scorte di glicogeno, presente, però, solo sulle lunghe distanze; fisica pura, che dividiamo in generale (organica) e locale (muscolare).

Come prima cosa togliamo di mezzo alcune di queste fatiche (generale, mentale, psicologica, traumatica e meccanica ) azzerandole mediante l’individuazione di un ben preciso soggetto di riferimento, ovvero l’escursionista ideale: soggetto che sia motivato al cammino che deve affrontare, che non sia dallo stesso intimorito o in altro modo psicologicamente stressato, che sia intorno al suo peso forma, che sia e durante l’escursione permanga in una condizione fisica ottimale, che abbia confidenza con la distanza e il dislivello da percorrere. Ogni situazione anche di poco sotto i parametri indicati come ideali alzerà la percezione di fatica: ogni escursionista deve ben sapere questo e deve sapersi giudicare con obiettività.

Eliminiamo anche la fatica neuromuscolare e quella da deplezione di glicogeno dando per scontato che in nostro soggetto di riferimento sabbia gestirsi correttamente, ovvero si idrati con dovizia e mantenga una velocità di cammino costantemente adeguata al suo allenamento. (determinabile in una frequenza cardiaca pari al 65% di quella massima: empiricamente calcolabile con la formula “220 meno l’età del soggetto”).

Per l’idratazione è difficile dare un univoco parametro di riferimento (litri all’ora) dato che dipende dalla temperatura, dall’insolazione, dall’abbigliamento e dal vento; in linea di massima diciamo che dev’essere sempre presente una quantomeno leggera sudorazione e non dev’esserci sensazione di bocca secca.

La velocità di progressione è, al contrario, facilmente rilevabile attraverso tre modalità: chilometri all’ora, metri di dislivello al minuto e frequenza cardiaca. Noi, però, non dobbiamo definire la velocità di progressione in se stessa quanto la sua conformità all’allenamento e dobbiamo definirlo in modo indipendente da uno specifico soggetto. Le prime due modalità risultano scomode in quanto richiederebbero che ogni escursionista facesse periodicamente degli specifici test sulla sua massima velocità di progressione in date condizioni, troppo complesso. Possiamo, invece, sicuramente utilizzare la terza (oggi facilmente rilevabile attraverso gli apposti cardiofrequenzimetri o le app per i cellulari) che, essendo nel suo valore massimo una costante genetica influenzata solo dall’età, è facilmente definibile: dovrà costantemente risultare attorno al 65% di quella massima (ci sono varie formule per calcolarla empiricamente, una delle più usate è 220 meno l’età; su Internet si trovano anche specifici calcolatori; per un calcolo più attendibile è meglio rivolgersi a un personal trainer o a un istruttore di Fitness), chiaro che se camino molto piano e la frequenza cardiaca scende fino ad approssimarsi al valore a riposo la fatica diminuisce, mentre se cammino più velocemente e la frequenza sale oltre il 70% di quella massima la fatica cresce.

Rimane la fatica fisica. Questa è indotta dalla concentrazione di lattato nel sangue, la quale è proporzionale alla velocità di cammino, mentre il tempo di cammino agisce sulla produzione totale di lattato. L’area definita dai due parametri può essere vista come misura della fatica fatta. Avendo già normalizzato la velocità di cammino (frequenza cardiaca pari al 65% di quella massima) l’unica variabile che appare rimanere in gioco è il tempo. Se questo è vero per il cammino su terreno uniforme (come, per l’appunto, le strade asfaltate su cui si corrono le maratone da cui derivano il maggior numero di studi letti), in assenza di studi specifici al riguardo (o almeno non sono stato in grado di reperibili) per esperienza personale mi sento di poter affermare che non lo è, invece, per il cammino su terreni accidentati, specie quando il terreno si approssima all’aspetto di una scalinata, e/o inclinati: alla fatica del cammino in sé stesso si assomma la fatica di dovere ad ogni passo sollevare il nostro corpo facendogli man mano guadagnare quota. Ecco che quando si procede su terreno ad alti gradini, sia in salita che in discesa, entra in gioco la forza massima dei quadricipiti, mentre nelle salite particolarmente ripide e con terreno liscio (prati, terra, neve), dove la lunghezza del passo si accorcia notevolmente e si lavora molto con la sola parte anteriore del piede, viene particolarmente sollecitata la forza massima dei polpacci. Purtroppo, come già detto, non sono stato in grado di trovare studi specifici per cui ho individuato io stesso dei parametri che ritengo attendibili e oggettivabili: la pendenza, la discontinuità dell’inclinazione e l’uniformità del terreno.

Certamente il calcolo della pendenza reale (che nessuna delle mappe on-line che ho ad oggi provato riporta in automatico, se non attraverso una visualizzazione del profilo sempre falsata dall’utilizzo di scale differenti per dislivello e lunghezza piana) non è semplicissimo visto che quasi sempre l’inclinazione del nostro percorso avrà delle continue variazioni; in ambito alpinistico ed escursionistico, si aggira la questione facendo riferimento al solo dislivello, ma questo apporta una eccessiva generalizzazione (a livello muscolare è ben diverso farsi 400 metri di dislivello a pendenza del 10% che al 70%) e per questo io preferisco far riferimento alla pendenza media (semplice calcolo trigonometrico avente come fattori la lunghezza in proiezione piana e il dislivello), tenendo conto che il suo valore risulterà sensibilmente differente (solitamente inferiore) a quello reale. Il dislivello è un parametro facilmente misurabile sia a tavolino, grazie alle carte topografiche stampate (potenzialmente precise ma complicate e tediose da utilizzare) e alle mappe on-line (semplici da utilizzare e veloci ma, per quanto abbia sperimentato, assai imprecise, specie su percorsi lunghi e con alternanza di salite e discese), che in pratica, mediante i GPS. Più complicato è rilevare l’esatta lunghezza in proiezione piana (raramente un itinerario segue una linea retta e non tutte le curve possono essere riportate sulle carte topografiche e sulle mappe on-line alla loro tipica scala di rappresentazione), ma alla fine possiamo pur sempre considerare valida la distanza approssimativa che riusciamo a calcolare, specie quella che ci viene automaticamente computata dalle mappe on-line appositamente realizzate (o adattate) per le esigenze di chi organizza o certifica le gare di corsa in montagna e i trail.

Oops, abbiamo detto che il tempo è la variabile principale per la determinazione della fatica: più si cammina più si fa fatica. A questo punto, visto che dobbiamo oggettivare la valutazione di fatica e, quindi, dobbiamo definire, per ogni percorso, un preciso tempo di percorrenza, a quale velocità lo calcoliamo? Certo, quella che corrisponde a una frequenza cardiaca pari al 65 percento della massima, ma una persona molto allenata a parità di frequenza va più veloce di una poco allenata e allora a chi dobbiamo fare riferimento? L’escursionista medio, come si usa dire, ma a che velocità viaggia l’escursionista medio? Per altro, la velocità è ovviamente variabile visto che parliamo di montagna (in relazione alla pendenza ma anche alla tipologia del terreno e alla difficoltà tecnica dei passaggi) e allora? Allora…

uhm, bel problema, ci devo ragionare sopra…

Dopo le dovute spiegazioni veniamo alla classificazione.

ATTENZIONE: nella classificazione che segue la determinazione dei parametri è incompleta, in particolare sto cercando di capire come gestire la variabilità dell’inclinazione, l’inserimento di discese e i percorsi principalmente o totalmente in discesa.

  • 1 = non faticoso: massimo 1 ora di cammino, pendenza anche costante con media fino al 10% (alias 6 gradi di inclinazione), terreno uniforme.
  • 2 = poco faticoso: massimo 3 ore di cammino, pendenza incostante con media fino al 25% (alias 14 gradi di inclinazione) e terreno al massimo non uniforme.
  • 3 = faticoso: massimo 6 ore di cammino, pendenza media fino al 25% (alias 14 gradi di inclinazione) e terreno al massimo con limitate/brevi scalinature.
  • 4 = molto faticoso: massimo 12 ore di cammino, pendenza media fino al 50% (alias 23 gradi di inclinazione).
  • 5 = particolarmente faticoso: massimo 20 ore di cammino, pendenza media fino al 100% (alias 45 gradi di inclinazione).
  • 6 = eccezionalmente faticoso: oltre le 20 ore di cammino o pendenza media superiore al 100% (alias 45 gradi di inclinazione).

Identificazione letterale della difficoltà puramente psicologica

Anche qui le cose, seppur più semplici che altrove, sono tutt’altro che immediate: l’abitudine all’esposizione le rende meno attiva mentre eventuali patologie, siano esse fisiche (ad esempio la vertigine parossistica posizionale) che psicologiche (ad esempio il terrore del vuoto), possono far diventare critico un passaggio che per altri è assolutamente banale. Si risolve oggettivando la valutazione, ovvero riferendola non alle proprie sensazioni personali ma alla condizione materiale del passaggio/percorso, pertanto parliamo di esposizione solo quando sussistono lungo il percorso uno o più tratti sovrastanti pareti rocciose verticali/strapiombanti o prati con fortissima inclinazione (valutazione soggettiva che andiamo ad oggettivare ponendola a 60 gradi *valore provvisorio in via di verifica*). Ovviamente si abbina solo ai percorsi di tipo escursionistico (E o EE): un itinerario turistico evidentemente mai potrà avere tratti esposti, mentre un itinerario attrezzato sempre presenterà esposizione ed è pertanto superfluo darne un’indicazione specifica.

  • P = protetto: totale assenza di esposizione o esposizione annullata da un sentiero molto largo o da parapetti robusti, stabili e alti (parapetti in cemento o ringhiere metalliche in ottimo stato di conservazione e saldamente fissati al terreno).
  • EP = esposto con protezione: esposizione attenuata da un sentiero largo e ben tracciato o da una fitta vegetazione di poco sottostante il sentiero o da leggeri ma comunque affidabili parapetti (corde o pali in buono stato di conservazione e saldamente fissati al terreno), sul lato a monte e disponibile un’affidabile cordina (metallica o in fibra) alla quale potersi attaccare con le mani (lungi dal ridurre l’esposizione limita sensibilmente il senso di esposizione).
  • E = esposto: come sopra ma senza parapetti e senza la cordina passamano.
  • CP = critico ma con protezione: esposizione senza attenuazione o attenuata da parapetti per nulla affidabili (corde o pali vecchi e marci, parzialmente danneggiati o malamente fissati al terreno), sul lato a monte e disponibile un’affidabile cordina (metallica o in fibra) alla quale potersi attaccare con le mani (lungi dal ridurre l’esposizione limita sensibilmente il senso di esposizione).
  • C = critico: come sopra ma senza la cordina passamano.

Dato che è certamente differente affrontare un singolo breve tratto esposto piuttosto che tanti tratti esposti o un singolo ma lungo tratto esposto, alle indicazioni E, EP, C e CP andiamo ad abbinare un’ulteriore indicazione che tenga conto di tale aspetto.

ATTENZIONE: nella classificazione che segue la determinazione dei parametri è provvisoria.

  • l = leggera esposizione: esiste un singolo e breve (massimo 2 metri) tratto esposto oppure i tratti esposti, pur sempre brevi e nella loro somma pari o inferiori al 10% della lunghezza del percorso, sono talmente distanziati tra loro da poterli definire singoli (almeno 30 minuti tra l’uno e l’altro);
  • m = media esposizione: i tratti esposti, pur sempre brevi (massimo 2 metri cadauno), sono superiori al 10% della lunghezza del percorso, ma comunque inferiori al 30%, e distanziati tra loro (almeno 30 minuti tra l’uno e l’altro);
  • f = forte esposizione: i tratti esposti nella loro somma superano il 30% della lunghezza del percorso oppure sono vicini tra loro (meno di 30 minuti tra l’uno e l’altro) oppure c’è un singolo tratto esposto ma lungo (oltre i 2 metri).

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