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Ritorno a… “noi”


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Foto di Carla Cinelli

Avevo scritto che in TappaUnica3V la mia nudità sarebbe stata motivata solo dal fatto che io nudo ci vivo, che non avrebbe avuto un significato di protesta, tantomeno di esibizione. Fermo restando che questi saranno senz’altro valori assolutamente presenti, durante le mie solitarie escursioni di allenamento mi sono trovato a pensare sul mio stile escursionistico, ovvero sul mio modo di frappormi alla montagna (eliminazione d’ogni barriera fisica e psicologica, minima tecnologia, poche o nulle informazioni, preferibilmente ricerca personale dell’itinerario) ed ho compreso che la nudità di TappaUnica3V potrebbe essere e, a questo punto, sarà anche altro, ben di più di quanto avevo previsto: un forte messaggio per un ritorno a noi, all’essere umano come elemento della natura.

Criptico? Mi spiego meglio.

Sarebbe assolutamente insensato rinunciare ai vantaggi delle calzature da trail o alla sicurezza offerta da un dispositivo GPS o alla leggerezza di un capo d’abbigliamento tecnico, all’ergonomia di uno zaino costruito secondo le più recenti metodiche, al calore dei tessuti moderni. D’altro canto, se in alcuni casi non esistono controindicazioni, in altri è bene dare un occhio attento anche al rovescio della medaglia. Ad esempio poniamo il caso di una escursionista che, fidandosi ciecamente del suo dispositivo GPS, mai abbia imparato a leggere una cartina topografica, a interpretare correttamente una relazione scritta, a orientarsi autonomamente, cosa potrebbe succedergli se il GPS dovesse guastarsi o andare perso?

Insomma, se è lecito fruire della tecnologia, non è molto meno lecito, per non dire controproducente, affidarsi totalmente ad essa, ragionare solo in funzione della sua presenza, dimenticarsi delle nostre potenzialità e abilità?

Noi, esseri umani e, in quanto tali, animali, ossia elementi della natura, possediamo tante importanti abilità che ci permetterebbero di vivere in natura esattamente come fanno tutti gli altri animali. Purtroppo condizionamenti sociali e tecnologici stili di vita ci fanno perdere la loro cognizione, portandoci a credere fermamente di non poter più fare a meno della tecnologia, di non poterci rapportare alla natura, e nel caso specifico alla montagna, armati solo di noi stessi. Con la complicità dei tabù del nudo, poi, arriviamo persino a formulare regole solo in apparenza veritiere.

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Foto di Carla Cinelli

Ero andato in un’azienda di abbigliamento tecnico sportivo per acquistare una maglia da usare durante gli allenamenti invernali, parlando di TappaUnica3V si è parlato del nudo e la reazione è stata “ma così il sudore ti resta sulla pelle, con un capo tecnico invece la pelle ti resta asciutta”. Vero che gli studi fatti hanno dimostrato la superiorità del capo tecnico rispetto alla nuda pelle, altrettanto vero che tali studi sono sempre stati fatti a genitali coperti. Io ho, al contrario, effettuato test a genitali scoperti e posso affermare con assoluta certezza che, con ovvia esclusione delle basse temperature (dove il basse va inteso in modo molto soggettivo), in tal caso nulla è meglio della sola pelle.

Il sudore è una reazione del nostro corpo e serve per mantenere la sua temperatura entro certi limiti fisiologici, ecco che ogni qual volta i nostri recettori termici rilevano un aumento di temperatura viene indotta la sudorazione. Alcune parti del nostro corpo necessitano ancor più d’una temperatura precisa e livellata un aumento di temperatura in queste zone attiva immediatamente il sistema di difesa, ovvero una sudorazione inizialmente locale ma ben presto generalizzata. La più importante di queste zone e quella dei genitali, a difesa della fertilità la natura ha predisposto propri qui le nostre massime difese dall’aumento di temperatura, imbrigliare i genitali in abbigliamenti più o meno strette è quanto di peggio si possa fare, liberandoli otteniamo il nostro massimo equilibrio naturale.

Ci sarebbero molti altri esempi da poter portare e situazioni da dover analizzare, ma mi fermo qui: l’obiettivo di questo articolo non è quello di illustrare i vantaggi del nudo e i difetti dell’abbigliamento, bensì è quello di illustrare i perché TappaUnica3V si legherà alla nudità, condizione ad alcuni, forse tanti, poco comprensibile o per nulla tollerabile, che voglio pertanto motivare e spiegare nella speranza di convincerli non tanto a mettersi nudi ma a comprendere e rispettare l’altrui nudità.

Sarò nudo? Si sarò nudo, sarò nudo il più a lungo possibile, idealmente sempre, lo sarò per testimoniare l’esistenza d’uno stile di vita, la possibilità di portarlo anche nell’escursionismo, la semplicità e la salubrità del camminare nudi, ma lo sarò anche per richiamare l’attenzione sui pericoli del nostro sempre più estremo affidamento alla tecnologia, del nostro dimenticarci di quello che siamo, delle nostre abilità naturali.

Vestiti è bello, nudi è certamente meglio!

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Foto di Mara Fracella

User friendly


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C’è un termine cha da anni circola negli ambienti informatici e che parla di un qualcosa che sia molto comodo e facile da usare, che renda la vita dell’uomo più semplice e rilassata, che non richieda ore e ore di studio per arrivare ad essere usato: user friendly, amico dell’utente. Anni che viene usato, eppure…

Un tempo bastavano una matita con gommino incorporato e un piccolo quaderno per fare di tutto: ci potevi scrivere delle note, prendere appunti, fare dei conti, tracciare un disegno, segnare appuntamenti e tante altre cose.

Poi arrivò la tecnologia e… per le note e gli appunti il registratore vocale, per gli appuntamenti l’organizer, per i calcoli la calcolatrice, per disegnare il quaderno e la matita. Insomma con l’avvento della tecnologia si è passati da due solo oggetti da portarsi in tasca ad almeno cinque. Bel guadagno! Ma la cosa, purtroppo, non finisce qui.

La tecnologia evolve e nascono i personal computer, poi i portatili, i palmari, ora siamo ai tablet e agli smart phone, una cosa accomuna tutti questi strumenti, l’uso del software, ma non un solo software capace di fare tutto, no, troppo comodo: un programma per prendere appunti, un altro per scrivere note veloci, un altro ancora per disegnare, poi quello per fare i conti, quello per registrare note audio, quello per scaricare la posta elettronica, quello per navigare in Internet e così via. Non parliamo delle recenti app che, essendo ancor più specifiche del software di prima generazione, incrementano a dismisura il numero dei programmi disponibili e da dover cercare, avviare, usare per fare le cose del quotidiano: se voglio, ad esempio acquistare dei mobili, quindi consultare il catalogo di un produttore di mobili non mi basta più andare sul suo sito, no, devo usare la sua specifica app; se voglio confrontare quanto trovato con la produzione di altro mobiliere ecco una seconda specifica app da scaricare e aprire in parallelo alla prima; il tutto magari su di un micro schermo come quello di uno smart phone; figurati se ti ci riesce di confrontare tra loro quattro o cinque produttori, come è logico e comune fare apprestandosi a un qualsiasi acquisto di un certo rilievo.

A quanto pare l’intento di chi produce hardware e software non è quello tanto sbandierato di semplificarci la vita,  ma piuttosto quello di complicarcela, di renderla sempre più frenetica e disordinata, di impedirci il confronto tra le cose e rendere più facile al venditore l’antico ruolo di imbonitore delle masse.

Un tempo bastavano pochi secondi per essere pronti a fare una qualsiasi azione, oggi non solo servono a volte anche dei minuti (i computer sono velocissimi ad accendersi appena acquistati, ma nel giro di un paio di mesi tendono a diventare di una lentezza insopportabile visto che, altra cattiva abitudine dei produttori di software, per ogni cosa che installi c’è almeno un modulo residente che deve avviarsi con il computer stesso), ma devi anche sapere che programma o app usare, sapere dove trovarla, scorrere attraverso centinaia di icone, cliccare o toccare sopra quella opportuna, attenerne il caricamento, sapere come usarla e, dulcis in fondo, sperare che la connessione ad Internet non venga a mancare, già, perché il 90% delle app oramai funziona attraverso Internet: se la connessione manca… ciccia, la buona vecchia abitudine delle applicazioni off-line che si sincronizzano in automatico al ripristino della connessione è ormai scomparsa! Ovviamente il tutto venduto come fatto per il benessere dell’utilizzatore, ma vai, quale benessere dell’utilizzatore, qua dietro c’è solo il vantaggio del produttore: risparmio sul tempo di progettazione e produzione del software, possibilità di far pagare ogni singolo servizio, visualizzando quindi cifre basse che catturano l’attenzione e ingannano l’utente, indotto dalle cifre basse a non fare la somma del tutto e rendersi conto che alla fine paga di più, molto di più di quello che, per le stesse identiche cose, pagava in passato.

Altro che user friendly, qui si marcia verso l’user stressly!

P.S.

A quando un sistema in cui tu hai un solo programma e dentro a quello ci fai di tutto? Un sistema in cui se inizi a disegnare lui automaticamente di mette a disposizione gli strumenti per disegnare; se inizi a scrivere ecco che ti trovi gli strumenti di scrittura; se inizi a parlare ti apre quanto serve per registrare quello che dici; se scrivi un numero ti chiede se vuoi solo scrivere o fare dei calcoli. Non è poi così impossibile avere questo, ormai le utility di interpretazione della scrittura esistono e sono usatissime, ad esempio sulle LIM (lavagne interattive multimediali) presenti oggi in quasi tutte le scuole, basta interfacciarle con un sistema di definizione del software adatto a quello che si sta facendo.

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