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#TappaUnica3V se ne riparla a giugno 2018


Nel 2016 sono arrivato a venti chilometri da Brescia ma rinunciando a tutte varianti alte da Lodrino in avanti, quest’anno mi sono arenato al quarantacinquesimo chilometro dopo averne percorsi una trentina con il retto femorale di ambedue le gambe in fiamme, ma, come già scritto,  ho la ferma intenzione di portare a conclusione il mio viaggio di TappaUnica3V. Avevo scritto che forse ci avrei riprovato ancora in questo 2017 e in tal senso, avvicinandosi la prima delle occasioni che potevo sfruttare (il fine settimana 1, 2 e 3 settembre), in questi ultimi venti giorni ho fatto, a distanza di dieci giorni uno dall’altro, due test molto importanti: prima una trenta chilometri (l’entusiasmante Traversata da sud del Guglielmo: 29 chilometri con 2413 metri di dislivello al calcolo GPS) in velocità (7 ore e 9 minuti), dove sono arrivato in fondo senza problemi di nessun genere, salvo qualche fitta al ginocchio sinistro nei primi dieci chilometri, e anche nei giorni a seguire il recupero è stato completo e immediato; poi una cinquanta chilometri (l’interminabile sali e scendi dell’Anello Alto del 3V: 46,5km con 4138m) effettuata in relativa tranquillità (18 ore e 10 minuti, più tre ore e mezza di sosta al Maniva, attuate al fine di arrivare sopra Bovegno a sole già levato per una più comoda individuazione di un percorso a me totalmente ignoto e apparentemente piuttosto complesso).

Cosa si è evidenziato dalla somma dei due test?

Innanzitutto il mio ottimo stato di forma e che il problema al ginocchio sinistro, quello specifico per cui ero stato anche dall’ortopedico, appare risolto, e questo mi ha reso ancor più difficile prendere la decisione definitiva; poi che ci sono nuovi e vecchi dolori alle ginocchia, dolori che vanno e vengono, dolori che si manifestano sia in attività che a riposo, dolori che, visti gli esami strumentali recentemente fatti e l’esito della visita ortopedica, devo attribuire agli acciacchi dell’età probabilmente intensificati dalla lunga attività alpinistica, non solo ma ci sono anche delle fitte alla schiena che compaiono quando faccio certi bruschi movimenti (complesso e tutto sommato inutile descriverli qui, riporto un solo esempio: quando reagisco ad una scivolata di un piede o a un inciampo), dolori, questi, che già erano parte di me ma che si presentavano raramente mentre ora sono molto più frequenti, seppur sempre occasionali; infine si evidenzia che dopo la cinquanta le ginocchia si fanno dure ogni qual volta rimango seduto a lungo e ci vogliono un paio di minuti di movimento affinché ritornino alla normalità. Evidente che, anche in ragione delle previsioni meteorologiche decisamente sfavorevoli, devo posticipare il nuovo tentativo, ma…

Studiando per bene la tabella di marcia rieditata in ragione di un calcolo tempi migliorato, impostando un orario di partenza che mi permetta di passare la parte alta in orario diurno (ormai la notte a quelle quote fa piuttosto freddo e c’è un tratto che durante la cinquanta ho capito essere meglio fare col chiaro) ne è risultato un orario di partenza che si sovrapponeva ai miei impegni di lavoro. Ho provato con vari orari di partenza ma sempre ne risultava che uno dei due tratti particolarmente complicati e relativamente pericolosi (variante alta al Dossone di Facqua oppure la variante alta all’Almana) finiva ad orario notturno e avrei dovuto rinunciarci. No, non voglio rinunciarci per cui ecco la decisione definitiva: se ne riparla a giungo 2018!

Sarà giugno per evitare il caldo trovato a luglio, ma, visti i miei impegni di lavoro, dovrà essere dopo la metà di giugno, ne risultano due sole possibilità, ovvero gli ultimi due fine settimana, imposto il primo in modo da avere il secondo come riserva qualora ci fosse brutto tempo, quel brutto tempo che, per motivi di sicurezza, impedirebbe la percorrenza delle due dette varianti alte (Dossone di Facque e Almana) ma anche quella del Dosso Alto e potrebbe mettere a rischio la salita della Corna Blacca, nonché di tutte le varianti da me individuate (che penso d’inserire nel percorso di TappaUnica3V) per prolungare la permanenza sul filo di cresta (in alcuni punti il percorso originale si discosta da questa senza una motivazione precisa) dato che sono su terreno vergine e/o molto inerbato.

Ricapitolando…

Il giro finale è di base programmato per il 22, 23 e 24 giugno 2018, come riserva è impostato il fine settimana dal 29 giugno al 1 luglio 2018 o, al limite, quello successivo 6, 7 e 8 luglio, resta ferma l’idea di partire quando tutte le condizioni sono al meglio.

Camminare in montagna: tecnica del cammino


Prosegue da… Le calzature.


 Premesse

  • Oggi molti escursionisti utilizzano i bastoncini i quali, però, comportano pochissime variazioni alla tecnica del cammino per cui li prenderò in considerazione solo per un capitolo a loro specificatamente dedicato. D’altra parte tale attrezzo dev’essere un ausilio e non un sostituto delle capacità fisiche e tecniche: l’escursionista prima di tutto deve saper camminare in modo naturale (ovvero senza bastoncini), poi, eventualmente, ne inserisce l’utilizzo.
  • Come base faccio riferimento alle esigenze dell’escursionista, a questo, come già detto, sovrappongo l’avvicinamento al trail, quindi prendo in considerazione anche la corsa ma non in maniera esclusiva e soprattutto non ai fini agonistici, nell’ambito dei quali alcune cose potrebbero cambiare, alcune violazioni alle indicazioni, regole se vogliamo, che andrò a definire sono tollerabili o addirittura necessarie.
  • Della postura ne ho già ampiamente parlato (“La postura”), qui, pertanto, richiamo solo l’indicazione generica di base: il corpo dev’essere sempre il più possibile eretto senza spezzarsi a livello dei fianchi (busto inclinato avanti rispetto alle gambe) o delle ginocchia (arretramento accentuato del busto).
  • Se leggendo scoprite di dover correggere qualcosa, lavorate su una sola cosa alla volta: sarà più semplice e, alla fine, risulterà più veloce di un lavoro contemporaneo su più aspetti.

Uso dei piedi

  1. Anche se in particolari situazioni di terreno ci si dovrà comportare in modo diverso, di principio i piedi devono essere sempre il più possibile dritti verso l’avanti in modo da occupare il minor spazio possibile, facilitare il passaggio del piede a fianco della gamba anche quando un sentiero molto scavato o la presenza di folta vegetazione limitano alquanto lo spazio disponibile, permettere alle ginocchia e alle anche di lavorare nel migliore dei modi senza disperdere energia in rotazioni e senza indurre un precoce logorio dei relativi giunti ossei e legamenti, generare una rullata (ne parlo poco più sotto) completa, sfruttare al massimo la spinta del piede.
  2. Per una massima presa sul terreno i piedi devono attuare un appoggio completo, ovvero, indipendentemente dalla pendenza su cui stiamo procedendo (con l’eccezione di inclinazioni particolarmente rilevanti), all’interno della rullata dev’esserci un momento più o meno lungo (questo è inversamente proporzionale alla velocità della progressione) in cui tutta la pianta del piede, sia quello a valle che quello a monte, è a contatto con il terreno.
  3. Da sempre mi chiedo come mai talvolta si trovino tracce che hanno la larghezza di un solo piede: qual è la strana motivazione che induce alcune persone a camminare ponendo un piede davanti all’altro? Non ha senso, si peggiorano l’equilibrio e la reattività: i piedi devono essere categoricamente alla larghezza delle anche, con l’eccezione, per l’appunto, della situazione accennata sopra (tracce monopiede) quando, volenti o nolenti, siamo costretti a mettere un piede davanti all’altro.

Pronazione e rullata

Per pronazione s’intende il movimento di rotazione della caviglia attuato durante la rullata, che è il movimento del piede dal momento di appoggio al momento di stacco. Molti gli studi fatti nell’ambito della corsa, dove pronazione e rullata giocano un ruolo importante, più difficile trovare quelli relativi al cammino (che comunque ci sono), tutti individuano e distinguono diverse tipologia di pronazione e di rullata, meno accordo esiste sulla definizione di rullata naturale e sui vantaggi e svantaggi delle varie modalità. Dando ragione alla maggioranza (anche se la storia insegna che non sempre è la maggioranza ad aver ragione: vedi le teorie sulla forma del nostro pianeta o sulla formazione del sistema solare o ancora, in tempi più recenti, sulla scindibilità dell’atomo, sull’innocuità degli antibiotici, le continue variazioni d’idea sui sistemi alimentari e via dicendo) possiamo ritenere che, quantomeno nel cammino, la rullata più naturale sia quella che inizia dall’appoggio centrale o leggermente esterno del tallone, con rotazione latero-longitudinale (ellittica) sulla caviglia passa per la messa a terra dell’intera pianta e, continuando la rotazione sulla caviglia aggiungendovi la flessione dell’articolazione delle dita, finisce con l’appoggio spinta di queste ultime, in particolare dell’alluce (non per niente più grande e avanzato delle altre dita) che è l’artefice ultimo della spinta avanti.

Le variazioni alla pronazione e alla rullata naturali sono diverse, comunque tutte riconducibili a poche situazioni limite.

Variazioni di pronazione

Quando il piede tende a lavorare solo sulla parte interna si parla di iperpronazione, quando, al contrario, il piede lavora esclusivamente sull’esterno si parla di ipopronazione o supinazione. Ambedue le situazioni potrebbero favorire le storte, ma soprattutto generare sovraccarichi su alcune zone della nostra catena strutturale, in particolare a caviglia, ginocchia e anche.

Le variazioni di pronazione sono quelle più rilevanti ai fini del cammino, quelle che, sebbene si allarghino sempre più i pareri contrari (e favorevoli al mantenimento di una rullata spontanea anche se poco “naturale”: alla fine non è forse vero che ciò che avviene in via spontanea e ovviamente anche naturale?), andrebbero prese in maggiore considerazione quando si decide l’acquisto di una scarpa da trail o da corsa, i due ambiti dove è possibile trovare calzature appositamente studiate in ragione del tipo di pronazione, oppure di un sottopiede (molti sono appositamente progettati per “correggere un difetto di appoggio”).

Variazioni di rullata

Riguardano l’appoggio che inizia sull’avampiede o addirittura sull’attaccatura delle dita anziché sul tallone, con un successivo passaggio per un appoggio più o meno totale della pianta. Salvo i casi più estremi (tipo persona che cammina solo sui talloni o solo sulle dita) e che richiedono necessariamente l’intervento di specialisti, sono meno condizionanti ai fini del cammino e della scelta delle relative calzature: ad oggi non ancora differenziate in tal senso anche se la ricerca e il mercato delle scarpe da corsa si stanno interessando all’appoggio anteriore (inizio rullata dall’avampiede), molto utilizzato dai corridori originari di zone dove le popolazioni camminavano o camminano a piedi scalzi (pertanto da alcuni ritenuto più naturale).

Dal punto di vista della tecnica di cammino possiamo in tal discorso rilevare l’importanza di mantenere sempre attive tutte le fasce muscolari della caviglia, unico modo per prevenire le storte, risultato a cui possiamo arrivare solo attraverso la consapevolezza del cammino, magari favoriti dall’utilizzo di calzature basse che rendono più facile percepire la tensione della caviglia. Altri due piccoli appunti riguardano la salita e la discesa molto ripide: nel primo caso, specie se dobbiamo sfruttare piccole zolle o piccoli appoggi su roccia, il lavoro del piede potrebbe arrivare a limitarsi alla sola parte anteriore (la flessibilità della caviglia ha comunque un limite e ad un certo punto diviene quantomeno difficile o impossibile mantenere tutta la pianta a contatto con il terreno); nel secondo, specie quando il terreno si fa scivoloso (fango, ghiaietto, sassi mobili, con qualche limitazione anche l’erba), potrebbe essere conveniente iniziare l’appoggio con l’avampiede invece che col tallone (in tali situazioni l’appoggio di tallone comporta inevitabilmente la tendenza a scivolare verso valle, che invece viene contrastata dall’appoggio immediato dell’avampiede).

Il passo

Per avanzare dobbiamo necessariamente porre un piede avanti l’altro, ovvero compiere dei passi, ma come vanno fatti? Potrà sembrare banale eppure è facile osservare atteggiamenti errati, ecco quelli giusti.

In piano

Queste indicazioni sono ovviamente la base necessaria per un efficiente cammino anche in salita e discesa.

  1. I piedi non vanno buttati uno avanti l’altro (se, in salita, riusciamo a farlo è perché di base abbiamo una postura errata: troppo arretrata): il piede in avanzamento va staccato da terra (sfruttando la spinta delle dita), alzato un poco dal terreno e portato avanti con un costante controllo del movimento; in pratica i piedi devono compiere un arco abbastanza evidente e non una traslazione pressoché lineare.
  2. Anche se è naturale farlo lo metto comunque in debita evidenza: nella fase centrale del passo, quando ambedue i piedi risultano appoggiati a terra, uno avanti e uno indietro, il nostro peso è equamente distribuito tra le due gambe, per spostare il piede più arretrato dobbiamo innanzitutto scaricarlo e lo facciamo spostando il bacino (e il busto) sulla verticale del piede più avanzato, in tal modo l’intero nostro peso è supportato dalla gamba che resterà ferma e l’altra potrà liberamente staccare il piede da terra e, momento in cui dovremo rimanere in equilibrio su una sola gamba, portarlo avanti. In pratica la sequenza di un passo è formata da: appoggio – rullata – spostamento del peso – avanzamento della gamba scarica – appoggio – rullata e via di seguito.
  3. Tenete sempre presente che l’usuale sequenza di cammino piede destro – piede sinistro – piede destro – piede sinistro e così via nel cammino in montagna non è una condizione assoluta, talvolta è necessario o conveniente spostare per due o tre volte lo stesso piedi prima di spostare l’altro.

In salita

  1. In salita, specie se ripida, ad ogni passo dobbiamo sollevare verso l’alto il nostro corpo, più il passo è lungo e/o più aumenta la pendenza più è ampio il sollevamento da effettuare, di conseguenza maggiore lo sforzo che dobbiamo fare. Per contenere la fatica dobbiamo quindi fare passi corti, sempre più corti con l’aumentare dell’inclinazione, per arrivare ad essere cortissimi quando si devono risalire saltelli rocciosi: qui anche, quando sarebbe possibile farlo in relazione alla lunghezza delle nostre gambe, bisogna resistere alla tentazione di superarli con un unico alto passo (deleterio ai fini della resistenza dei nostri quadricipiti), al contrario osserviamo per bene il gradino guardando anche ai suoi lati, individuiamo ogni possibile appoggio anche se molto piccolo e sfruttiamolo per salire.
  2. Durante la traslazione del piede accentuiamo lo spostamento di peso dalla gamba indietro (a valle) a quella avanti (a monte), estremizzandola nel superamento di gradini e di saltelli rocciosi: non innalziamoci spingendoci con la gamba a valle, ma, dopo aver alzato il piede nella sua posizione di appoggio migliore, facciamolo caricando al massimo la gamba a monte piegata per poi distenderla verso l’alto.
  3. Sfruttando la flessibilità delle caviglie (anche se limitata da eventuali calzature alte e magari con una tomaia un po’ troppo rigida) seguiamo la naturale tendenza a cercare la verticalità del corpo, facendo attenzione a non spezzare il busto con una sua accentuata flessione in avanti: le spalle devono rimanere sulla verticale delle anche.

In discesa

  1. Dobbiamo vincere il meccanismo di autodifesa che, specie su discese molto ripide, ci induce ad arretrare con il busto, al contrario dobbiamo portare avanti il bacino cercando di avvicinarci con il corpo alla perpendicolare al terreno. Ovviamente con l’aumentare della pendenza sarà sempre più difficile farlo (salvo mettersi a correre, che per ora escludiamo dal contesto) e dovremo necessariamente gestire una posizione più o meno arretrata cercando di contenerla al minimo possibile: evitiamo un’accentuata flessione delle ginocchia il cui effetto collaterale sarebbe quello di sovraccaricare i quadricipiti e le ginocchia, oltre che aumentare la possibilità di scivolare.
  2. Non lasciamoci trasportare dalla pendenza ma manteniamo un costante controllo della nostra andatura, per farlo (senza passare alla corsa) potrebbe essere necessario accorciare i passi, ma possiamo anche opportunamente sfruttare le ripe del sentiero o eventuali massi laterali per un appoggio diagonale (in pratica né risulta una camminata a gambe larghe, con consecutivi e più o meno accentuati spostamenti a destra e a sinistra), cosa molto comoda anche quando avete il controllo dell’andatura: riduce gli impatti al suolo e diminuisce la tendenza allo scivolamento.
  3. Nella discesa dei gradini evitiamo la caduta a valle ma facciamo lavorare i quadricipiti e caliamoci a valle il più dolcemente possibile. Se il gradone è particolarmente alto possiamo posizionarci fianco a valle per far lavorare anche altri muscoli meno affaticati e solitamente più forti, oppure, se abbiamo agilità e ginocchia non troppo malandate, potrebbe essere preferibile effettuare un salto.
  4. Nei salti a valle se possibile è meglio sfruttare gli appoggi laterali: spezzando il salto se ne riduce l’altezza e, di conseguenza, l’impatto. Così operando l’appoggio sarà su un piede solo e dovrà avvenire sull’avampiede (aumenta l’assorbimento rispetto all’appoggio sul tallone). Quando il salto con appoggi laterali non è possibile, dobbiamo atterrare contemporaneamente su ambedue i piedi, sempre sull’avampiede. Nei salti potete sfruttare la flessione dell’assorbimento per rilanciarvi immediatamente nel passo o salto successivo, qualora i gradoni si ripetano e il passaggio sia piuttosto complicato (e magari anche esposto) è consigliabile effettuare un atterraggio bloccato, ovvero un salto dove l’assorbimento dell’impatto all’atterraggio è fine a sé stesso e non viene utilizzato per rilanciarsi avanti.
  5. Su discese molto ripide e scivolose prendiamo in considerazione la corsa la cui dinamicità ci permette di restare in piedi anche in caso di scivolate (ovviamente dobbiamo essere adeguatamente allenati e tecnicamente preparati alla corsa), inoltre, come già detto, facilitandoci una posizione di perpendicolarità al terreno, ci consente, se ben fatta, di risparmiare i quadricipiti e le ginocchia (le due cose sono anche tra loro collegate visto che i primi fanno da protezione alle seconde: un cedimento dei primi comporta un inevitabile sovraccarico delle seconde).

Il ritmo e la sua gestione

Tendenzialmente si pensa al ritmo solo come sinonimo di velocità, in realtà è anche uno degli aspetti dell’efficienza del cammino, quindi della minore o maggiore fatica. Per altro anche la velocità va comunque integrata tra gli aspetti di efficienza visto che aumenta la sicurezza visto che la montagna è ambiente sostanzialmente ostile dove dobbiamo cercare di permanere il meno a lungo possibile: in montagna le previsioni meteorologiche sono pur sempre inconsistenti e una giornata di sole può trasformarsi in una di pioggia battente nel giro di un paio d’ore; la pioggia battente può provocare l’innalzamento delle acque di torrenti e l’improvviso apparire di rivoli d’acqua ove prima c’erano solo secche vallette rendendo anche molto complessi (e pericolosi) i relativi attraversamenti; pioggia e temporali abbassano la temperatura anche di molti gradi mettendoci davanti al problema di un freddo imprevisto; eccetera. Tutte queste situazioni e tante altre creano la necessità di portarsi al più vicino rifugio o a valle nel minor tempo possibile e questo presuppone la capacità di muoversi anche molto velocemente. Per muoverci velocemente potremmo correre, ma se non siamo all’uopo adeguatamente allenati il farlo potrebbe farci affaticare velocemente e obbligarci a fermate inopportune o addirittura a soste pericolose, allora possiamo solo sfruttare la costanza del ritmo, ovvero la capacità di camminare ad una velocità costante riducendo a zero le fermate. Questo può apparire fattibile solo dietro opportuno e complesso allenamento, in realtà, sebbene l’allenamento sia comunque importante (e ne parleremo al momento opportuno), sono già sufficienti alcuni piccoli accorgimenti comportamentali, comportamenti comunque utili e interessanti anche al di fuori delle situazioni di emergenza dal momento che, riducendo l’affaticamento, innalzano il livello di godimento dell’escursione.

  1. Conoscere sé stessi: sapere quale velocità possiamo mantenere pressoché all’infinito nelle varie situazioni (salita, piano, discesa, alle varie inclinazioni). Ovviamente non dobbiamo sopravvalutarci (ma nemmeno sottovalutarci), siamo realistici e facciamo fede al maggior numero possibile di uscite in montagna, alternando a quelle di godimento alcune di allenamento.
  2. Essere coscienti del fatto che ogni sentiero, anche il più ripido e costante, presenta sempre variazioni di pendenza, tratti piani o quasi piani, talvolta anche tratti in discesa: ognuna di queste situazioni ci permette di recuperare fiato e di rilassare le gambe, basta evitare di accelerare ma procedere alla stessa velocità con cui si stava procedendo in salita.
  3. Conoscere il percorso: sapendo esattamente la lunghezza dei tratti di salita possiamo di volta in volta impostare la velocità che ci permette di arrivare alla sommità in unica tirata. Se non conosciamo il percorso possiamo studiarlo sulle cartine, ma è necessario avere a disposizione ottime carte e saperle leggere per bene (ne parlerò in apposito capitolo), ambedue cose che non possiamo dare per scontate e quindi…
  4. Impariamo a leggere il terreno: osservando il terreno sopra di noi possiamo intuire quanto sia lunga la salita che stiamo affrontando e capire se ci stiamo approssimando ad un tratto piano o in discesa.

Nonostante tutto a volte potremmo trovarci ugualmente nella necessità di fermarci e allora altri piccoli trucchi ci permetteranno di farlo nel modo migliore.

  1. La fermata non dev’essere una sosta, deve durare giusto il tempo per far calare la frequenza cardiaca (si dovrebbe parlare di volume ventilato ma è più facile far riferimento al battito cardiaco) a valori nominali sotto sforzo (che non sono quelli di riposo, ben più bassi): orientativamente sono sufficienti da cinque a quindici secondi.
  2. Durante la fermata manteniamo una posizione eretta e respiriamo ampiamente e lentamente utilizzando bene il diaframma e, se serve, anche il torace, al limite persino le spalle: in genere da tre a cinque atti respiratori ci ridaranno il controllo della respirazione e ci metteranno in grado di ripartire. Possibilmente evitiamo di sederci (comprimendo il diaframma ne rendiamo meno efficiente il lavoro, poi dovremo rialzarci con uno sforzo già rilevante), se proprio è necessario farlo togliamo lo zaino e manteniamo una posizione leggermente distesa.
  3. Nel limite del possibile evitiamo di fermarci nel mezzo delle salite, sfruttiamo invece i tratti meno ripidi, meglio ancora se pianeggianti o quasi: la ripartenza sarà facilitata. Se ci fermiamo in salita ripartiamo molto lentamente e aumentiamo gradualmente il ritmo.
  4. Per la stessa ragione di cui sopra, non fermiamoci alla base dei gradini e dei gradoni: prima superiamoli e fermiamoci subito sopra.
  5. Non fermatevi mai all’improvviso ma calate progressivamente il ritmo per fermarvi dopo qualche passo (da cinque a dieci): quando si è sotto sforzo la fermata secca provoca un immediato innalzamento della frequenza cardiaca (invero questo è solo la parte percepita di tutto quello che succede nel nostro corpo, ma tant’è a noi basta questo) con l’impressione d’essere esausti e un conseguente inutile allungamento dei tempi di recupero.

Quando siamo allo stremo delle forze e ci accorgiamo di fare fermate ogni pochi passi c’è ancora una soluzione per recuperare il controllo della situazione: contare i passi e imporci di fare le fermate solo dopo averne fatti almeno una trentina; ridando ritmo al nostro incedere e spostando l’attenzione mentale al conteggio dei passi, pian piano riusciremo ad allungare il tratto di cammino (cinque o anche dieci passi in più per ogni allungamento) e, magari, a riprendere la marcia regolare.

Lo sguardo

Tipicamente di dice “guarda dove metti i piedi”, sarebbe meglio dire “guarda dove dovrai mettere i piedi”: per un cammino efficiente e veloce è bene anticipare l’analisi del terreno e poter definire dove mettere i piedi già qualche metro prima di doverlo effettivamente fare, per cui… sguardo alto in modo da poter osservare il percorso almeno cinque metri avanti a noi, lo abbasseremo solo nei passaggi più complicati ed esposti dove la sicurezza ci impone di stare particolarmente attenti.

Sitografia e approfondimenti

Fisiokinesiterapia – L’analisi del cammino: biomeccanica del movimento, postura, articolazioni e muscoli interessati (file PDF)

Università degli Studi di Roma Tor Vergata – Analisi del Cammino (file PDF)

Prof. Tommaso Marinelli – Biomeccanica del cammino (file PDF)

Università di Verona – Biomeccanica della locomozione (file PDF)

Il laboratorio del Movimento – La biomeccanica del piede nel cammino

Albanesi – Pronazione e supinazione

Asics – Che cosa si intende per pronazione e perché è importante?

Sport&Medicina – Taping Kinesiologico: piede causativo e adattativo degli sportivi


Continua in… Tecnica della corsa.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: le calzature


Prosegue da… La respirazione.


Stiamo avvicinandoci agli aspetti più tecnici del cammino, in particolare a quelli che riguardano nello specifico il modo di usare i piedi e piedi vuol dire scarpe: se non possiamo dire che la calzatura giusta da sola possa farci diventare dei camminatori fantastici, di certo possiamo dire che quella sbagliata limita o addirittura impedisce il buon cammino. Due esempi:

  • una scarpa con tacchetti della suola estremamente morbidi, tanto morbidi da schiacciarsi quasi completamente e debordare lateralmente, potrebbe risultare anche comoda in piano o nelle salite su terreno duro e asciutto, ma diverrà instabile nei traversi su pendii anche solo moderatamente ripidi e addirittura pericolosa sui ripidi pendii erbosi tipici della media montagna;
  • le calzature a suola rigida sono indispensabili per procedere sui ghiacciai, ideali per affrontare nevai estesi e vie ferrate, ma non sono certo le più adatte per il cammino, rendendo quasi impossibile la rullata del piede impongono una camminata per niente naturale quindi molto più faticosa del necessario.

Allora quale scarpa utilizzare?

Prima di analizzare la questione specifica devo aprire una parentesi.

Tutto questo discorso sul camminare in montagna non è finalizzato solo all’escursionismo classico, ma, attraverso una modalità di cammino che ho definito TappaUnica (lunghe percorrenze con grandi dislivelli fatte in unica tratta con al massimo poche e brevi soste di rifornimento), si spinge anche sul terreno del trail, pertanto ingloba al suo interno diverse modalità di progressione: cammino classico, cammino veloce, cammino alternato a corsa e, sebbene solo di sfioro, la corsa prolungata. Nelle precedenti puntate della serie non è stato necessario fare distinzioni da qui in avanti, invece, ogni tanto sarà opportuno farle anche se, in realtà, ritengo che per le calzature le differenze siano quasi nulle: le scarpe da trail risultano a tutti gli effetti ottime anche per l’escursione e, viceversa, quelle specifiche da escursione possono essere utilizzate anche nel lungo cammino, a patto di non mettersi a correre se non per brevissimi tratti.

Quale scarpa?

Appurato già in partenza che non dev’essere uno di quegli scarponi alti, duri e con suola rigida o semirigida che, forse perché esteticamente sono decisamente attraenti oppure perché fanno fighi, tanto vedo utilizzare anche fuori dal loro specifico campo d’utilizzo (ghiacciaio, nevaio, ferrate), il campo resta pur sempre vasto. Riduciamolo dichiarando che, per ovvi motivi, non può nemmeno essere un polacchino da città o una scarpa da tennis, escludiamo pure le scarpe da ginnastica in genere poco robuste e con la suola specificatamente studiata per il pavimento delle palestre. Fuori dai piedi anche quelle da corsa su strada, da campestre e da cross che hanno una tomaia troppo morbida, quindi poco protettiva nei confronti degli sfregamenti con le rocce che quasi sempre ingombrano il cammino, e una suola studiata per lo specifico terreno e solo per quello, mentre a noi serve qualcosa di più universale. Cosa resta? Restano le varie pedule da escursionismo e le scarpe da trail, ambedue calzature perfettamente adeguate ai nostri obiettivi.

Qui, specie facendo riferimento alle scarpe da trail che notoriamente sono basse e di derivazione corsaiola (spesso, infatti, sono solo delle variazioni a dei modelli da corsa su strada), ma anche alle pedule basse che sempre più stanno espandendosi all’interno dei cataloghi delle aziende del settore montagna, s’innesta una classica polemica: scarpa alta o scarpa bassa? Cercando su Internet potreste trovare che la maggior parte, per non dire tutti, i siti e i blog che trattano di montagna, magari la scarpa bassa la prendono anche in considerazione ma solo per indicarla come possibile opzione nei percorsi brevi e su terreno regolare e asciutto. Beh, nulla di più sbagliato, evidentemente o scrivono per sentito dire o non conoscono il mondo del trail o non hanno mai provato a camminarci veramente (e con veramente intendo percorsi di ogni genere superiori anche ai cinquanta chilometri e magari fatti in un’unica tratta) con queste scarpe: certamente hanno dei limiti, ma questi sono assai limitati e molto specifici, di contro hanno tanti di quei vantaggi che possono letteralmente trasformare l’esperienza del cammino da un qualcosa di molto scomodo e penoso a qualcosa di decisamente confortevole, veloce e piacevole.

La scarpa alta

La scarpa alta è molto robusta, protegge il piede e la caviglia dall’urto contro le rocce, se con Goretex (o altro similare; la maggior parte di di queste scarpe contengono questa membrana) tiene l’acqua molto a lungo anche in presenza di erba alta (visto che i pantaloni ne vanno a coprire il collarino). Di contro è pesante (che ha la sua bella importanza visto che ad ogni passo dobbiamo sollevarle), limita sensibilmente il movimento frontale della caviglia (anche laterale ma quello che è più importante dal punto di vista della naturalità del cammino è il movimento frontale), può essere impossibile da allacciare in modo che il piede sia perfettamente fermo all’interno con la conseguenza di ottenere vesciche, una volta bagnata asciuga molto lentamente, è ingombrante (aspetto non secondario quando dobbiamo fare un viaggio in treno o in aereo).

Tipicamente la si consiglia perché “evita le storte”, frase che potrebbe essere anche vera se riferita ai pesantissimi scarponi da ghiacciaio di vecchia concezione la cui tomaia molto rigida in effetti impedisce la flessione laterale della caviglia, ma, come ho già detto, questo tipo di calzatura è però assolutamente sconsigliabile fuori dal suo contesto specifico. Gli scarponi da ghiacciaio di nuova concezione, gli scarponi da ferrata e le varie pedule alte da escursione hanno tutti una tomaia più o meno morbida che può al massimo contenere il movimento laterale della caviglia, ma mai impedirlo. Ve bene, ma, si potrebbe dire, quantomeno contengono gli effetti negativi di una storta. Si certo, magari anche molto bene per i primi due tipi di calzatura, quelli che, però, abbiamo visto essere inadatti al lungo cammino: dovendo fare un ghiacciaio, un esteso nevaio o una ferrata ci si adatta, ma se non si devono fare perché subire e soffrire? Restano le pedule alte la cui tomaia è molto morbida rendendo l’effetto di contenimento delle storte assai lieve: molto meglio imparare a non prendere le storte e, questo, sarà argomento di una delle prossime puntate.

Meglio poco che niente? Si anche questo è vero, ma… ma c’è un ma, anzi cinque:

  • le pedule da montagna, avendo una tomaia piuttosto robusta e spessa, raramente modellano alla perfezione il piede che può così ballare un poco portando ad una leggera instabilità del passo con la conseguente maggiore facilità alle storte;
  • per la stessa ragione di cui sopra con l’aggiunta ad una suola necessariamente larga nella zona dell’arcata del piede rimane spesso un poco di spazio vuoto che, nell’appoggio su spigoli o punte, può cedere e provocare la storta;
  • l’insieme di cui sopra determina anche un ritardo nella risposta della scarpa ai movimenti di gamba e piede, ma soprattutto una minore sensibilità del piede ai movimenti della scarpa ed è quindi più facile accorgersi in ritardo di un appoggio iniziato male e finire con la storta;
  • l’abitudine ad avere una scarpa che sorregga la caviglia porta i relativi muscoli a perdere di tono e non essere più in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che faccia contenimento alla caviglia ci abitua psicologicamente a non utilizzare i muscoli della caviglia e… idem come sopra.

Allora è meglio la scarpa bassa? Aspetta, non avere fretta.

Qui va aperta la distinzione tra pedule basse e scarpe da trail

La pedula bassa

La pedula bassa è comunque robusta, protegge anch’essa il piede dall’urto contro le rocce, è sensibilmente più leggera della scarpa alta, lascia completamente libero il movimento frontale della caviglia, una volta bagnata asciuga più rapidamente (l’aria circola più facilmente al suo interno), è meno ingombrante. Di contro non protegge le caviglie (e sui ghiaioni sono dolori quasi certi), anche se con Goretex (o altro similare) tiene l’acqua molto meno a lungo specie in presenza di erba alta (visto che i pantaloni non ne vanno a coprire il collarino), anche qui l’allacciatura potrebbe non fermare perfettamente il piede, le caviglie si muovono liberamente anche lateralmente e questo ci porta al discorso storte che sconsiglierebbe l’uso di questa scarpe visto che:

  • la tomaia è pressoché similare a quella delle pedule alte lasciando in evidenza le stesse conseguenze;
  • analogo il discorso relativo allo spazio vuoto sotto l’arcata del piede;
  • idem per il ritardo nella risposta della scarpa ai movimenti del piede e per la minore sensibilità del piede nei confronti dei movimenti della scarpa.

Però:

  • l’abitudine ad avere una scarpa che non sorregge la caviglia porta i relativi muscoli a recuperare e mantenere il giusto tono, quindi a essere in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che non contiene la caviglia ci abitua psicologicamente a utilizzare adeguatamente i muscoli della caviglia per cui… idem come sopra.

La scarpa da trail

Data la sua specificità agonistica il discorso si complica un poco dovendosi distinguere tra scarpe da gara e scarpe da allenamento, scarpe da breve, media e lunga distanza, scarpe estive e invernali, scarpe per duro, morbio o ogni terreno, dal momento che qui il discorso non è agonistico lo possiamo semplificare dicendo che prendiamo in esame quei modelli più adatti all’escursionista medio, ovvero i modelli a più largo spettro di utilizzo: allenamento, lunga distanza o almeno media, invernali (quindi con Goretex, ma quelle senza differiscono sostanzialmente solo nell’impermeabilità, decisamente pari a zero, nei tempi di asciugature, notevolmente minori, e nel peso, sensibilmente più basso) e ogni terreno .

È comunque robusta, protegge anch’essa molto bene il piede dall’urto contro le rocce, è decisamente più leggera della scarpa alta, lascia completamente libero il movimento frontale della caviglia, blocca perfettamente il piede, una volta bagnata asciuga rapidamente, è meno ingombrante, è molto reattiva, assorbe alla grande le sollecitazioni derivanti dall’appoggio, è studiata per facilitare la rullata del piede e la successiva spinta, ha una suola ad altissimo grip, dona una sensibilità eccezionale. Di contro dura comunque meno delle altre due tipologie di scarpa (indicativamente poco più della metà, specie le suole che sono più morbide), se con Goretex (o altro similare) tiene l’acqua ma non così a lungo come la scarpa alta specie in presenza di erba alta (visto che i pantaloni non ne vanno a coprire il collarino), entrano facilmente sassolini e altra fastidiosa rumenta sollevata durante il cammino, le caviglie non sono protette dall’urto contro le rocce (e sui ghiaioni sono dolori quasi certi), le caviglie si muovono liberamente anche lateralmente e questo ci porta al discorso storte che sconsiglierebbe l’uso di questa scarpe, se non che:

  • avendo una tomaia meno spessa modellano perfettamente il piede che resta assolutamente fermo portando alla migliore stabilità del passo con la conseguente minima facilità alle storte;
  • per la stessa ragione di cui sopra con l’aggiunta di una suola molto filante nella zona dell’arcata del piede non resta spazio vuoto e anche l’appoggio su spigoli o punte è preciso e saldo;
  • l’insieme di cui sopra determina una risposta immediata della scarpa ai movimenti di gamba e piede, ma soprattutto una elevata sensibilità del piede ai movimenti della scarpa ed è quindi più facile accorgersi immediatamente di un appoggio iniziato male, reagire di conseguenza ed evitare la storta;
  • l’abitudine ad avere una scarpa che non sorregge la caviglia porta i relativi muscoli a recuperare e mantenere il giusto tono, quindi a essere in grado di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni anche più deboli (e ricordiamoci che le storte si prendono anche nella vita quotidiana);
  • l’avere una scarpa che non contiene la caviglia ci abitua psicologicamente a utilizzare adeguatamente i muscoli della caviglia per cui… idem come sopra.

E allora?

Allora, personalmente utilizzo e continuerò a utilizzare le scarpe da trail e consiglio la stessa scelta a tutti coloro che vogliono cimentarsi nel lungo cammino (oltre i trenta chilometri fino anche a qualche centinaio) in tappa unica (si parte e si arriva senza mai fermarsi se non per brevi momenti di riposo, camminando giorno e notte, con il bello e con il brutto tempo): materialmente sono le uniche scarpe che supportano e consentono tali “viaggi”, specie se li si vogliono anche fare in tempi stretti (al massimo i tre quarti di quelli standard). Anche perché per allenarsi a questa pratica è necessario inserire anche la corsa in montagna e nella corsa prolungata le pedule, anche se basse, proprio non vanno bene.

Veniamo agli altri, a coloro che vogliono restare nell’ambito delle escursioni classiche (mediamente sui dieci o quindici chilometri a giornata, con un massimo di venticinque).

Se abituati a camminare consiglio comunque la scarpa da trail, alla fine fornisce prestazioni migliori della pedula bassa rispetto alla quale dura sensibilmente di meno ma costa anche qualcosa di meno. Eventualmente gli si può abbinare una pedula alta per quelle escursioni che prevedano lunghi tratti su neve molle (le basse fanno subito acqua) o ghiaione (per risparmiarsi le caviglie), premettendo comunque che esistono apposite ghette da calzare sopra le scarpe da trail o le pedule basse.

Se siete alle prime esperienze di cammino in montagna e siete sedentari meglio di sicuro iniziare con delle pedule alte per passare alle scarpe da trail dopo una cinquantina di escursioni, quando avrete accumulato adeguata esperienza e tecnica di cammino. Se siete degli sportivi e, presumibilmente, le vostre caviglie sono toniche (abituate a lavorare anche sotto stress) allora potete partire subito con le scarpe da trail, ma procedete per gradi: iniziate con escursioni brevi e su sterrato, poi allungate sensibilmente passando alle mulattiere, a questo punto, certi che caviglie e testa sono pronti, potete portarvi sui sentieri man mano più impervi e più lunghi.

Rimane una categoria da esaminare a parte: gli anziani e tutti coloro che hanno problemi patologici alle caviglie (o alle ossa in genere, ad esempio osteoporosi). Premesso che comunque l’esercizio è spesso più risolutivo del contenimento, resta comunque la necessità di un parere medico (anche se non tutti magari sono adeguatamente informati sulle problematiche e relative soluzioni specifiche del cammino in montagna) e se questi ordina assolutamente un contenimento delle caviglie (magari già nella quotidianità) così va fatto e solo pedule alte, in caso contrario, pedule basse per una maggiore protezione al piede o scarpe da trail per una maggiore dinamicità del passo, a voi la scelta in base alla vostra percezione psicologica (con quali vi sentireste più tranquilli?) o alle esigenze sportive (volete comunque approcciarvi ad un cammino molto veloce o addirittura ad un poco di corsa?).

Come scegliere la scarpa

Definito quale scarpa utilizzare c’è un altro aspetto assai importante: come la si sceglie? Sul mercato ci sono diversi modelli di scarpa per ognuna delle tipologie considerate e allora? Allora è semplice: lasciate perdere l’estetica e il gusto personale, la predisposizione psicologica verso un marchio piuttosto che l’altro, provatele, provatele a lungo, su ambedue i piedi. Allacciatele perfettamente, camminate avanti e indietro per il negozio (quelli più specializzati vi metteranno a disposizione appositi percorsi con salite, discese, simulazione di sassi e via dicendo), eseguite qualche saltello sia fermi sul posto che spingendovi avanti e indietro, fate delle brusche variazioni di direzione e delle rotazioni su voi stessi, battete le punte a terra, piegate le caviglie in ogni direzione e ascoltate: se sentite qualche dolore non sono le vostre, se sentite spazi vuoti non sono le vostre (ammesso che come detto possiate trovare scarpe senza spazi vuoti fuori dalle scarpe da trail), se il piede scivola non sono le vostre (o le avete allacciate male); per i dolori fate attenzione soprattutto al malleolo, alle dita del piede (qui però bisogni distinguere tra urto frontale che vuol sempre dire scarpa corta, e urto superiore, che potrebbe essere accettabile nelle scarpe da trail la cui tomaia è molto morbida), al cavallo del piede; per i vuoti state soprattutto attenti alla parte interna, quella che corrisponde all’arcata del piede, dove in presenza di vuoto un appoggio potrebbe determinare il cedimento della suola e la conseguente storta; più la scarpa si modella alla perfezione al vostro piede, quasi come fosse una seconda pelle, meno problemi avrete nelle escursioni e più ne sarete soddisfatti. Per le scarpe da trail potreste dover tener conto del vostro modo di camminare: neutro, iperpronatore o ipopronatore? È argomento molto specifico e che, sostanzialmente, entra in gioco se proprio volete una scarpa che sia performante al massimo, lascio le spiegazioni ai documenti elencati a fondo pagina sotto il titolo di “Sitografia e approfondimenti”.

Ovviamente se siete così fortunati di trovare più scarpe che rispondano ai requisiti di selezionabilità allora passate a valutare il gusto personale, l’estetica, il marchio, il peso (più leggera è meglio è, a parità di robustezza) e, ultimo ma non ultimo, il costo. Se al contrario non ne trovate nemmeno una, prendete nota di quella che andava meglio e prima di acquistarla provate in un altro negozio o anche più di uno. Acquisti on-line? Boh, li uso moltissimo per cose come i computer, i materiali da ufficio, i libri, per le scarpe no, mi sembra un azzardo e anche se potete sempre chiedere la sostituzione la cosa si potrebbe ripetere, no, no, molto meglio il bel classico negozio, magari di quelli in cui il commesso resta a vostra disposizione per tutto il tempo che vi serve, pagherete qualcosa di più ma ve ne andrete con un prodotto sicuro, perfetto e garantito!

Sitografia e approfondimenti

Albanesi – Pronazione e supinazione

Asics – Che cosa si intende per pronazione e perché è importante?

Runner’s World – Trova la tua scarpa con il test del bagnato


Continua in… Tecnica del cammino.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

 

Camminare in montagna: la respirazione


Prosegue da… La postura.


Siamo partiti, facciamo i primi passi e, come abbiamo già visto, il nostro organismo inizia la sua importante funzione di adattamento allo sforzo. Una delle alterazioni fisiologiche in atto è quella che riguarda la respirazione: i nostri muscoli hanno bisogno di maggiore energia che, per essere prodotta in modo adeguato (aerobico) allo sforzo prolungato dell’escursionismo, dev’essere supportata da una maggiora quantità di ossigeno, ovvero da una respirazione diversa. Quale?

Diciamo subito che, ovviamente, il nostro organismo sa benissimo come respirare per supportare la nuova richiesta energetica, purtroppo le nostre abitudini mentali (pretesa di respirare come se stessimo passeggiando davanti alle vetrine del corso) e posturali (ne abbiamo parlato nel capitolo precedente) riescono a modificare il meccanismo naturale e rendere la nostra respirazione inefficace o addirittura deleteria. E allora?

Allora innanzitutto prendiamo coscienza del fatto che la respirazione non potrà essere calma e tranquilla come quando passeggiamo per le piane vie di una città, facciamoci ragione del fatto che è normale dover respirare in modo che per ora definisco semplicemente diverso (e non vuol dire che siamo affaticati), poi alleniamoci a respirare nel modo corretto. Quale?

Stendetevi a terra pancia all’aria (potreste anche stare in piedi ma distesi è meglio), rilassatevi per qualche secondo, cercate di non pensare a nulla, ora appoggiate una mano sul torace e una sulla parte alta dell’addome (subito sotto lo sterno), concentratevi sulle due mani: quale delle due si muove? Quella sul torace? Allora avete una respirazione alta, pertanto lavorate con la parte più stretta dei polmoni provocando una limitata ventilazione, sufficiente per la vostra quotidianità ma non adatta a supportare uno sforzo più intenso. Quella sull’addome? Beh, l’avrete già intuito, questa è la respirazione adatta a supportare uno sforzo più intenso del normale, anche molto più intenso; respirando con l’addome, ovvero con il diaframma, state utilizzando la parte più ampia dei polmoni quindi il volume ventilato è decisamente maggiore di quello mosso da una respirazione alta. Ambedue? Che dire, probabilmente siete già allenati ad una respirazione completa (per caso praticate l’apnea?) e sfruttate per intero i vostri polmoni avvicinandovi o arrivando a ventilare il massimo volume d’aria consentito dalla vostra costituzione fisica, perfetto? Non necessariamente, non è sempre detto che la respirazione completa sia quella più adatta, se camminate lentamente e con uno zaino leggero allora è ottimale, ma man mano che la velocità di cammino sale e/o il peso dello zaino aumenta diventa sempre più difficile da sostenere: è lenta e, nell’unità di tempo, non arriva a produrre la quantità di ossigeno che ci necessaria; provoca una continua variazione del nostro baricentro, quindi variazioni all’equilibrio già reso instabile da un terreno irregolare; è ostacolata dallo zaino, abbiamo visto che per un suo corretto portamento gli spallacci vanno tenuti piuttosto stretti e questo potrebbe rendere assai complicato e dispendioso dilatare il torace. Bene, abbiamo capito che la respirazione ideale è quella diaframmatica (bassa), attenzione però alla postura: se spezzate il busto in avanti, come spesso si vede fare, andate a comprimere l’addome e il diaframma risulterà impossibilitato a muoversi, per cui… busto ben eretto.

A questo punto siamo all’eterno dilemma: respirare con il naso o con la bocca? Facile trovare sul web indicazioni che, con la (giusta) scusante del riscaldamento dell’aria inspirata e del suo filtraggio, impongono la respirazione dal naso, va bene, benissimo, fintanto che il volume da ventilare rientra in quei valori consentiti dalla limitata dimensione delle narici, se andiamo oltre c’è poco da fare, bisogna necessariamente respirare anche con la bocca. Lo sa bene il nostro corpo che, infatti, sotto sforzo ci induce naturalmente a respirare con la bocca, opporsi, per altro con notevole impegno mentale, a tale fisiologico comportamento vuol soltanto dire impedire una corretta ventilazione. Quindi, inspirate liberamente con la bocca (l’ideale sarebbe naso e bocca insieme), se dovesse fare particolarmente freddo e temete per la vostra gola (premesso che sono proprio i timori e gli atteggiamenti eccessivamente protettivi a creare problemi) indossate un foulard o uno scaldacollo; l’espirazione fatela solo con la bocca (qui non ci sono scuse di scaldare o filtrare l’aria), risulterà più veloce e completa portando ad una inspirazione naturalmente diaframmatica e a una migliore ventilazione.

Nella corsa si bada molto anche al ritmo della ventilazione equilibrandolo con quello del passo, ci sarebbe anche una interessante teoria (vedi sitografia a fondo pagina: “Runner’s World – Il segreto è nel respiro”) che vorrebbe ideale un ritmo asimmetrico: più veloce nell’espirazione che nell’inspirazione in modo da alternare l’espirazione con l’appoggio piede a terra onde equilibrare le sollecitazioni d’impatto tra i due arti e ridurre l’incidenza dei traumi. Nel cammino molto veloce potremmo fare riferimento alle stesse indicazioni, mentre nel cammino a velocità più tipiche direi che possiamo lasciar fare alla natura, facendo solo attenzione a non andare in iperventilazione (aumento sproporzionato del volume ventilato con alterazione degli equilibri nelle pressioni parziali di ossigeno e anidrite carbonica, potendo così arrivare alle vertigini o addirittura allo svenimento) o nella tachipnea (respiri molto brevi ed eccessivamente veloci).

Per finire, come uscire da momenti di crisi respiratoria? Capita, ad esempio per aver sottovalutato un breve strappo di salita, di trovarsi al limite respiratorio, ovvero di faticare a ventilare in modo adeguato anche da fermi, in tal caso per recuperare il giusto ritmo potete, aprendo per bene la bocca, effettuare un paio di espirazioni molto veloci, in pratica dei soffi energici ma non troppo violenti.

Sitografia e approfondimenti

Mypersonaltrainer – Aerobico o anaerobico?

Mypersonaltrainer – Fisiologia della respirazione e respirazione addominale

Mypersonaltrainer – Diaframma e respirazione diaframmatica

Mypersonaltrainer – Sport: respirare con il naso o con la bocca?

Mypersonaltrainer – Frequenza respiratoria

Mypersonaltrainer – Iperventilazione, cause e sintomi

Runner’s World – La respirazione secondo Runner’s World

Runner’s World – Il segreto è nel respiro

Missione correre – Come respirare quando si corre

Sport&Medicina – Educazione respiratoria


Continua in… Le calzature.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

 

#TappaUnica3V ci si riprova!


Sono sempre stato contrario al concetto del “la cima ad ogni costo”, l’ho sempre ritenuto oltre che pericoloso anche altamente diseducativo: le persone devono sapere quando è bene fermarsi, devono saper modificare i loro programmi e, alla fine, devono saper trovare la soddisfazione anche nell’assenza della vetta, vetta fisica, nel senso di sommità di un monte, ma anche virtuale, ovvero nel senso del traguardo prefissato, dell’obiettivo  che ci si era preposti.

Così nel caso di TappaUnica3V la cima era il completamento del giro secondo i parametri che mi ero imposto: solitaria, varianti alte, quaranta ore di cammino effettivo, quarantotto ore continue al massimo. Lo scorso anno ero quasi a Brescia ma avevo dovuto rinunciare a tutte le varianti alte, quest’anno ho dovuto rinunciare anche a quelle poche che avevo fatto lo scorso anno e nonostante questo mi sono bloccato a meno di un terzo del giro.

Sconfitto, quindi, e questo ci sta, è parte stessa di ogni avventura, quell’avventura ben diversa da quanto viene oggi comunemente venduto (simulazione del rischio: esposizione a situazioni potenzialmente pericolose e paurose ma dove tutto è minuziosamente sotto controllo e il buon risultato è assicurato a priori), quell’avventura che può anche essere totalmente esente da rischi e spaventi, ma è necessariamente composta da imprevisti e da un esito incerto. Così era per TappaUnica3V dove salvo pochi brevi tratti tutto appariva tranquillo, una semplice camminata, ma nel contempo nulla poteva garantire che potessi arrivare a chiudere il giro, molte le incognite, oggettive (condizioni meteorologiche) e soggettive (cedimento fisico o psicologico, infortunio, malore), per cui, nonostante l’attenta preparazione atletica e la preliminare esplorazione del tracciato, l’utilizzo del termine di avventura, utilizzato in particolare da Tony Gialdini al fine di consolarmi per il mancato successo, appare più che appropriato.

Io preferisco continuare a parlare di viaggio, un lungo e bellissimo viaggio che mi ha portato a riesplorare (perché dopo sessant’anni di montagna e quaranta di alpinismo anche ad alto livello già le conoscevo più che bene) le mie capacità fisiche ed emotive espandendole oltre i limiti mai raggiunti, ma soprattutto mi ha condotto alla conoscenza di un vasto territorio (l’intera Val Trompia e tratti delle valli laterali che scendono verso la Val Sabbia e la Val Camonica) e di tanti sentieri che mai avevo percorso. Ecco perché ho parlato di sconfitta e contemporaneamente di vittoria, ecco perché non posso accontentarmi di quanto ho fatto: può un tale viaggio restare incompleto? No di certo e infatti nel momento stesso in cui, su al Maniva, decidevo di fermarmi, in quello stesso momento, nonostante per parte della notte e per tutta la mattina avessi continuato a ripetermi “ma chi me lo fa fare?”, maturavo l’idea di riprovarci e quando gli amici mi hanno sollecitato a farlo ho subito risposto affermativamente.

L’esperienza comunque insegna e devo ammettere che se voglio riprovarci devo cambiare qualcosa e così sarà, non voglio modificare gli obiettivi che ritengo da me perfettamente raggiungibili, ma certo posso modificare le modalità attraverso le quali perseguirli:

  • per il prossimo (o prossimi) tentativo (perché di tentativo devo pur sempre parlare) non fisserò una data precisa ma solo un periodo (e sarà tra la seconda metà di agosto 2017 e la prima metà di luglio 2018), anche se uno sicuramente lo effettuerò ancora a settembre/ottobre di quest’anno;
  • la partenza avverrà nel momento in cui tutte le condizioni (temperatura, meteorologiche, ambientali e mie personali) si combineranno nella situazione migliore;
  • non definirò una tabella di marcia ma camminerò secondo il ritmo consigliatomi dal mio corpo e dalla mia mente, solo nella parte di ritorno (dal Maniva a Brescia) imposterò il ritmo di marcia secondo le necessità per l’arrivo entro i termini stabiliti (40 ore di cammino effettivo e 48 ore continuative di intervallo massimo tra la partenza e l’arrivo).

Oltre a questo potrei mettere in campo altre modifiche logistiche:

  • data l’indecisione della partenza potrebbero non esserci punti di rifornimento strutturali (ovvero allestiti preliminarmente all’interno di strutture della ricezione turistica), ma solo punti dove qualcuno si farà trovare con i ricambi di acqua ed energia (oltre all’indispensabile ricambio d’emergenza: scarpe e abbigliamento, ovvero quei materiali potenzialmente danneggiabili in una marcia così intensa);
  • potrei aumentare i punti di rifornimento (fino a un massimo di otto: dieci sono i punti dove il sentiero 3V incrocia la strada asfaltata, alcuni, però, molto vicini tra loro);
  • potendo, a seguito delle variazioni suddette, diminuire il quantitativo di liquidi e prodotti energetici da portare appresso, Il peso dello zaino potrebbe tornare al livello del 2016 (quattro o cinque chili al massimo).

In ragione delle facilitazioni di cui sopra potrei, per ribilanciare la difficoltà e l’imprevedibilità del giro, allora mettere in atto anche un’altra modifica:

  • da marcia di regolarità cambiare in velocità, ovvero completare il giro nel minor tempo che sia in grado di produrre.

Insieme allo staff 2017 si era ventilata anche l’ipotesi di un’altra variazione:

  • potrei, rinunciando al discorso della solitaria (tra allenamenti e tentativi ho ben dimostrato che per me non è di certo un problema marciare in montagna di giorno e di notte da solo e), attuare un accompagnamento a staffetta, ovvero almeno due persone che mi assistono (l’assistenza è pur sempre indispensabile, anche se invero ho fatto in totale autonomia percorsi fino a settanta chilometri) e, rifornimento per rifornimento, si alternano tra auto e cammino al mio fianco;

pensandoci bene ho deciso che questo non la attuerò. Mi gusterebbe molto farla in compagnia di qualcuno, condividere con altri le emozioni del lungo cammino, dei panorami, dei tramonti e delle albe, della natura, però:

  • intanto ci sarebbe il problema di trovare persone adeguatamente allenate, persone che possano mantenere il mio passo qualunque esso sia e su qualsiasi terreno e pendio (ce ne sono tante visto che non sono quello che comunemente viene definito “un mostro”, ma non è detto volgiano o possano essere della partita);
  • e poi oltre che pensare a me stesso dovrei (in ragione anche e soprattutto delle disposizioni giuridiche e legislative che, oggi, in caso d’incidente con prognosi superiore ai sessanta giorni sempre pongono il più esperto in una critica condizione di responsabilità, con conseguenti rogne legali) pensare anche a chi mi accompagna (sarebbe valido anche il discorso al contrario, ma essendo io un Istruttore Nazionale di Alpinismo, sebbene non più operativo, sono pochi i casi in cui potrei essere ritenuto il meno esperto) e questo renderebbe il tutto troppo complesso.

È per altro certo che, una volta chiuso il giro in tappa unica, andrò ad effettuarlo a tappe (sette) in compagnia di mia moglie e degli amici più vicini.

Sicuramente rimarranno invariati:

  • il percorso (anche se forse inserirò alcune mie brevi varianti che lo rendono ancora più fedele alla linea spartiacque);
  • la partenza del venerdì sera (dal punto effettivo d’inizio del 3V: sommità di via Turati);
  • l’arrivo della domenica pomeriggio (a Urago Mella);
  • il sistema di tracciatura in tempo reale (probabilmente, se i test del tracciamento live saranno positivi, cambiando strumentazione: l’app di GPSies che si appoggia alle mappe dettagliate di OpenStreetMap consentendo di avere un’idea ben precisa della mia posizione).
  • i materiali (zaino, scarpe e abbigliamento);
  • i liquidi (Acqua Maniva PH8);
  • gli integratori (HydraFit della NamedSport);
  • buona parte dei prodotti alimentari (gel e barrette della Enervit, barrette della NamedSport, fettine di zenzero fresco, albicocche secche, cubetti di Grana Padano, cubettini di speck, ai quali probabilmente aggiungerò della frutta secca).

Ecco, ora è ufficiale, seguitemi costantemente attraverso la specifica pagina dell’evento, quando deciderò di rimettermi in cammino lo comunicherò con almeno due giorni di preavviso, se possibile anche qualcosa di più (cinque o addirittura sette/dieci).

E se qualcuno volesse mettersi in nota per entrare nel gruppo di assistenza non deve far altro che comunicarmelo (se non avete i miei contatti diretti potete usare il modulo di contatto del blog): più saranno numerosi i componenti dello staff meno ognuno di essi dovrà lavorare e più tranquillo sarà per me decidere il giusto momento per partire: nella quantità sarà più facile avere il numero di assistenti necessario anche con un minimo preavviso.

Ciao e grazie a tutti per l’appoggio diretto o indiretto, fisico o morale, in presenza o in remoto.

#TappaUnica3V cosa non è andato nel verso giusto?


Sconfitto ma vittorioso, dicevo, sconfitto perché alla fine il giro non l’ho portato a termine, di più, ne ho fatto solo un quarto, vittorioso perché il dolore è stato grande e ci ho comunque convissuto per tanti chilometri, trentatré per la precisione, vittorioso perché ho nuovamente goduto della magica solitudine notturna, perché ad un certo punto mi chiedevo “ma chi me lo fa fare” eppure andavo avanti, eppure sapevo ancora guardarmi attorno e apprezzare i panorami, il verde dei prati, i colori dei boschi, il cielo azzurro, l’alba che è arrivata a illuminare il mio cammino. Vittorioso anche perché nel dolore il rapporto con la montagna è stato ancora più profondo, da lei ho estratto le forze per procedere, da lei ho catturato il coraggio per tentare l’estremo, da lei ho ricevuto tante sensazioni belle e positive, sensazioni che mi hanno presto indotto a dire “ci riproviamo”. Vittorioso perché ogni esperienza insegna a chi vuole imparare e io voglio imparare.

Cosa non è andato? Boh, impossibile individuarlo con precisione, almeno per me, molte sono le ipotesi, diversi i dubbi, alla fine la ragione più probabile è la sussistenza di diverse concause.

In ordine di rilevanza e, a mio parere, probabilità (ovviamente molte considerazioni sono riferite in specifico ai primi dodici chilometri, quelli che hanno preceduto l’insorgenza dei primi dolori).

Sovraccarico muscolare?

Nelle ultime uscite avevo rilevato che spingendo in salita ripida, specie in presenza di gradoni, i quadricipiti facevano subito male, poi però passava, mi bastava rallentare per qualche minuto. Ho pensato che, visto il ritmo lento programmato per il giro, bastasse un poco di riposo a risolvere il tutto: a quanto pare non è bastato! Non mi spiego, comunque, perché siano stati ingestibili e questo porta ai punti successivi.

Eccessivo carico psicologico?

Me l’ha suggerita un’amica laureata ISEF: “Magari hai caricato di aspettative l’evento (troppo), semplicemente perchè ci tieni un sacco, e il corpo ti ha fatto lo scherzo!”

Ci sta, ci sta tutto e alla grande, il problema al ginocchio mi aveva decisamente messo in apprensione, fino all’ultimo sembrava potermi inchiodare e questo mi ha portato ad una carica emotiva enorme espressa con l’idea di voler forzare al limite: “a costo di arrivare disteso quest’anno il giro lo devo completare”.

Ecco, vista la mia malsana idea il fisico potrebbe di certo aver deciso un’autodifesa mettendo in campo l’unica arma che, senza danneggiarlo più di tanto, poteva con certezza fermarmi: dei fortissimi dolori al muscolo che più di tutti mi serviva, il Femorale Retto!

Stanchezza generale?

Qui il suggerimento arriva da mia moglie: “nelle settimane precedenti alla partenza, a qualsiasi ora del giorno ti addormentavi molto facilmente, non potevi farcela”.

In effetti anch’io avevo notato questa cosa e volevo metterci riparo dormendo bene e a lungo la notte (perché i sonnellini fatti di giorno, sulla poltrona a poco servono, anzi) però:

  • nella settimana antecedente la partenza a causa del caldo torrido la notte dormivo molto poco;
  • il giorno prima, per un reiterativo impegno di lavoro che mi tiene alzato fino a tardi, ho dormito ancora meno;
  • pensavo di dormire la giornata della partenza e invece anche lì niente.

Alla fine, sebbene, forse per un’induzione psicologica dovuta alla mia determinazione, non mi sentissi per niente assonnato, potrebbe ben essere che, come detto per la causa precedente, il mio corpo abbia messo in atto un meccanismo di autodifesa.

Colpo di calore?

Mi è stata indicata come una possibile causa da un amico medico e pertanto la pongo in alto nell’elenco.

Tutto sommato è più probabile che il colpo di calore l’abbia subito l’anno scorso, mi ritrovo nei sintomi (che ora mi spiego), e l’avevo superato brillantemente, sebbene accumulando un poco di ritardo. Quest’anno sono partito di sera e di conseguenza i primi dodici chilometri li ho fatti con una temperatura più elevata del precedente tentativo, potrebbe starci un leggero colpo di calore, ma, ripeto, non mi ci trovo nella sintomatologia, in particolare mancavano lo stato di debolezza, la nausea, la sete intensa e il disorientamento: io stavo benissimo, il mio fisico supportava alla grande quello che stavo facendo, solo i quadricipiti ad un certo punto hanno iniziato a dare seri problemi, molto specifici però: il Vasto Mediale ha dato solo qualche crampo subito risoltosi spontaneamente; il Vasto Laterale forse (ma forse no, non ricordo più bene, il che vuol dire che sono eventualmente stati molto leggeri e secondari) qualche lieve dolore presto scomparso; il Femorale Retto (l’artefice della rinuncia) forti e costanti dolori ma non crampi.

Non so, certo lui è medico e io no, però ha fatto una valutazione a distanza sulla base di quello che ho scritto, ci sta anche che abbia male inteso. Per altro le temperature sopportate quest’anno erano comunque nettamente inferiori a quelle che ho affrontato l’anno scorso (nel tratto da Lodrino al Monte Ario), se sono passato allora, perché non quest’anno?

Zaino troppo pesante?

Volevo che ci fosse nello zaino quello che dovrebbe esserci per una percorrenza a tappe senza assistenza, rispetto allo scorso anno come attrezzatura c’era solo qualcosa in più (pantaloni anti pioggia, ginocchiera e tubetto di arnica gel) per all’incirca un chilo di peso, di per se molto poco. Un incremento sensibile era dato dai liquidi disponibili: raddoppiati per evitare la sete patita lo scorso anno nel primo tratto.

Alla fine lo zaino pesava all’incirca otto chilogrammi, forse nove: quattro di liquidi, mezzo di zaino, mezzo di barrette, il resto di abbigliamento e accessori vari. Quando l’ho sollevato dal tavolo subito mi sono detto “mannaggia quanto pesa”. Ma:

  • otto chili sono il peso dell’attrezzatura per un’arrampicata di media difficoltà, sempre portata senza particolari problemi (anche se sono più di dieci anni che non arrampico più);
  • otto chili sono ben meno del peso che due anni fa, al fine di rifornire il rifugio Prandini in vista di un lungo soggiorno con gli amici di Mondo Nudo, ho portato, senza problemi, per ben due giorni consecutivi.

Boh, questo fine settimana devo andare in un rifugio (non custodito) per due giorni e tre notti, avrò modo di verificare.

Spostamento respiratorio?

Si ci può stare, molto!

L’avevo già notato in passato ma poi non ci avevo più badato: quando sono al limite prestazionale smetto di respirare basso (diaframma e sterno, ovvero parte più larga dei polmoni) e inizio a respirare solo alto (petto e spalle, ovvero parte più stretta dei polmoni). Una siffatta respirazione riduce alquanto il volume ventilato e può certamente causare un affaticamento dei muscoli, magari anche solo di quelli maggiormente impegnati.

Durante i primi trenta chilometri del giro finale non ci sono mai stato attento, posso dire che quasi sicuramente nei primi dieci non ci sono caduto, ma, visto che sulla salita al Passo della Cavada mi sono accorto di averlo fatto, potrei esserci caduto nei successivi due che hanno portato al problema e poi rimastoci fino alle Conche inibendo il recupero.

Resta il fatto che in tutti gli allenamenti, dove ero spesso al limite se non oltre, solo una volta ho dovuto interrompere l’uscita (modificandone il percorso per un rientro all’auto più semplice).

Troppo abbigliamento?

Per la maggior parte del tempo sono stato nudo, però la prima salita, quella più rilevante, l’ho fatta con i pantaloncini indossati, sono leggeri, sono piccoli però ho più volte sperimentato quanto questo possa, specie in situazione di gran caldo e afa, ridurre la mia prestazione fisica, certo è sempre stato un calo generale, mai un calo relativo a un solo specifico distretto muscolare!

Stato fisico inadeguato?

La domenica prima della partenza è apparso uno strano dolore all’inguine, ho dato la colpa alla punta d’ernia che ho da anni. Qualche giorno dopo toccando il fascio muscolare che parte dall’inguine ho percepito lo stesso dolore e allora ho pensato ad uno stiramento. Il giorno della partenza tale dolore era svanito e non l’ho percepito per tutto il percorso fatto.

Tre o quattro giorni prima la partenza ho iniziato ad avvertire delle vertigini ogni qual volta muovevo bruscamente la testa, è un problema di cui soffro da anni, mi capita ogni qual volta il mio fisico si indebolisce, il giorno della partenza, però, mi sentivo in gran forma.

Errori nella preparazione?

Visto che mi preparo in totale autonomia è ben possibile che qualche errore l’abbia commesso, d’altra parte nei tanti mesi di allenamento ho sottoposto il mio corpo a stress anche ben maggiori e solo una volta, nelle prime uscite sulla lunga distanza, sono incappato in analogo problema.

Quest’anno negli allenamenti e test sono sempre andato molto bene, anche nella trenta chilometri fatta a metà giugno avevo mantenuto ritmi molto alti dimezzando, finché non è subentrato il dolore al ginocchio (problematica diversa che nel giro finale non si è presentata), tutti i tempi delle tabelle standard.

Errori alimentari nel periodo antecedente la partenza?

Anche qui mi regolo da solo senza fruire di un dietologo per cui potrei benissimo aver commesso qualche errore.

Di sicuro ho fatto un pasto esagerato tre giorni prima della partenza: per un errore di valutazione, mi ero mangiato quasi due etti di pasta asciutta (condita con verdure e olio) e due grosse carote tritate, nelle ore successive un poco di peso sullo stomaco l’avevo avvertito, ma avevo anche velocemente risolto con qualche pezzetto di zenzero fresco.

Errori idrici nel periodo antecedente la partenza?

Su consiglio dell’osteopata avevo iniziato a bere tre litri di acqua al giorno, dopo tre giorni, visto che urinavo indiscutibilmente troppo, li avevo calati a due mantenendo tale valore fino alla partenza.

Forse, visto che in quel periodo sono stato anche piuttosto sedentario, erano ancora troppi e sono finito col diluire la concentrazione di sali nelle cellule e nel sangue determinando un cattivo funzionamento del mio organismo. Ma allora perché solo dolori al muscolo Femorale retto? Perché non dolori a tutti i muscoli? Perché non la debilitazione generale?

Disturbato dal lavoro?

Sebbene avessi fatto di tutto per avere almeno dieci giorni di tranquillità prima della partenza e un’altra settimana dopo l’arrivo, alla fine mi sono trovato a lavorare fino all’ultimo, fino alla tarda sera precedente il via e avevo lavoro già il giorno dopo lo stop. Questo potrebbe avermi posto in uno stato di inavvertito stress psicologico e, di riflesso, fisico.

Tabelle di marcia troppo stretta?

L’ho controllata e ricontrollata più volte ed era sensibilmente più larga di quella dello scorso anno, certo può essere che uno stato fisico solo in apparenza ottimale possa averle fatte diventare strette e, in effetti, dopo la salita alla Maddalena la sensazione che avevo avuto era stata proprio quella di dover correre per rispettarla.

Scarpe troppo nuove?

Nuove ma assolutamente identiche alle precedenti (tra le quali quelle che mi hanno accompagnato lo scorso anno), nuove ma già usate per una cinquantina di chilometri, forse troppo pochi: nell’ultimo vero allenamento, l’Anello Altissimo del 3V, avevo notato la rigidità delle suole delle nuove scarpe, una rigidità che rendeva precario l’equilibrio e mi imponeva un passo più controllato. Man mano che marciavo, però, l’impressione s’era affievolita fino a scomparire del tutto e, comunque, la cosa non mi aveva provocato problemi ai muscoli delle gambe. Durante il giro finale tale impressione non l’ho mai percepita, ma l’ho di nuovo rilevata nei due test recentemente fatti: forse dovevo davvero far fare più chilometri a queste scarpe.

Inadeguato riscaldamento?

Ho il brutto vizio d’iniziare ogni attività fisica senza praticare un adeguato riscaldamento (ed è questo che mi ha forse causato il problema del ginocchio), ma in questa occasione prima della salita ho camminato quindici minuti in piano assieme a mia moglie e mio nipote. Per altro nelle mie escursioni di allenamento sono sempre partito subito a tutta e mai ho avuto problemi del genere.

Idratazione sbagliata?

Ho bevuto ogni quindici minuti e mai ho sentito il bisogno di farlo.

Un calcolo a posteriori ha però rilevato che nei primi dodici chilometri ho in effetti ho bevuto troppo poco, ma pur sempre lo stesso dello scorso anno e il doppio del mio solito.

Pochi sali minerali?

Pensavo proprio di no: ho bevuto, come consigliato da diversi articoli sulla preparazione ad una competizione, mezzo litro di soluzione prima della partenza e poi un sorso ogni tanto. Ma forse si:

  • contrariamente a quanto consigliato da diversi articoli sulla corsa ho utilizzato acqua oligominerale (povera di sali minerali);
  • forse quel sorso era troppo breve: nei primi dodici chilometri ho bevuto solo 200ml di soluzione integrata e meno di mezzo litro di acqua pura.

C’è da dire che ho comunque bevuto più di quanto faccia di solito (e questo magari porta al punto successivo: troppi sali minerali?) ed ho utilizzato i prodotti positivamente testati da due anni, anche in condizioni similari.

Troppi sali minerali?

Questo di sicuro no nei primi dodici chilometri del giro finale, però forse si in altri momenti creando una situazione di eccesso a priori (prima voce che segue) o inibendo la possibilità di recupero (le altre tre voci):

  • nei tre giorni precedenti la partenza ho assunto da mezzo litro a un litro di soluzione al giorno;
  • durante il giro finale alla comparsa dei primi dolori ho aumentato la dose arrivando ad aver assunto tre borracce (un litro e mezzo) nell’arrivo a Lodrino (circa trentacinque chilometri dalla partenza);
  • nella sosta a Lodrino ho assunto una borraccia di soluzione integrata (mezzo litro);
  • non avevo notato che sulla confezione dell’integratore da me utilizzato è indicata una dose massima giornaliera (tre dosi, ovvero tre borracce).
  • Eccesso di prodotti energetici?

Carenza di energie?

Direi proprio di no: mi sono sempre sentito in forze e ho assunto regolarmente ogni ora un integratore energetico, questo porta ad un altro dubbio…

Eccesso di prodotti energetici?

Ecco, questo è un dubbio molto forte, già lo scorso anno avevo imputato a questo i problemi (prima muscolare, poi energetico, infine di stomaco) avuti nella prima parte del giro.

Al fine di ridurre il carico energetico, quest’anno ho testato e adottato una caramella gommosa a bassa carica energetica e che, stando alle indicazioni, si può assumere in numero rilevante (diciotto al giorno). Ne ho assunta una all’ora alternandola con delle barrette realmente energetiche, al momento dei primi problemi avevo quindi assunto tre caramelle e una barretta, direi troppo poco per essere eccessivo, ma forse mi sbaglio.

C’è anche da dire che l’imbeccata di un amico medico, indicata tra le prime voci, mi fa pensare che il problema dello scorso anno sia stato un leggero colpo di calore e la cosa può togliere credibilità a questa ipotesi.

Velocità troppo bassa?

Quando sei abituato a marciare molto velocemente farlo a un ritmo assai più blando spesso induce un affaticamento maggiore, ma mai l’avevo notato tanto anticipato e tanto rilevante.

Partenza troppo veloce?

Come detto sono partito molto lento.

Deconcentrazione?

Pensando di avere una tabella di cammino molto larga nella prima ora e mezza me la sono presa molto comoda, forse questo può aver indotto una deconcentrazione ma come può questo portare a un problema come quello che ho avuto?

Conseguenza della manipolazione osteopatica?

Quindici giorni prima della partenza ho casualmente conosciuto un osteopata che mi ha studiato e manipolato. L’effetto delle manipolazioni osteopatiche è quello di modificare l’equilibrio delle nostre catene strutturali e questo porta a tutta una serie di variazioni: posturali, nella camminata, eccetera. Quindici giorni sono pochi affinché i muscoli possano adattarsi alla nuova situazione e riprendere a lavorare nel modo più opportuno, però può una sola manipolazione arrivare a provocare i problemi che ho incontrato? Non credo, anche perché tra la manipolazione e la partenza avevo fatto un test (non lunghissimo ma comunque serio visto che ho risalito a tutta e poi disceso di corsa un prato estremamente ripido) senza rilevare segni premonitori in tal senso.

Morbo di Lyme?

Trovata su Internet facendo una ricerca con la chiave “dolori ai quadricipiti”.

La inserisco perché quest’anno le zecche, notoriamente possibile veicolo di infezione per questa malattia, sembravano avercela con me: negli ultimi due mesi di allenamenti me ne sono trovate addosso ben tre (una alla volta). Due certe, una poteva essere qualcos’altro (era infilata completamente sotto pelle, tant’è che l’ho estratta come fosse una spina, solo una volta che era sulla mano mi sono accorto che camminava e guardandola da vicino assomigliava ad una zecca, ma le zecche non s’infilano completamente sotto pelle).

Ritengo di poterla escludere visto che mancano le altre sintomatologie e che le ho staccate entro poche ore dal loro impianto (posso dirlo con certezza perché mi controllo sempre con attenzione, più volte durante l’uscita e più volte dopo la stessa, prima della doccia, dopo la doccia, nelle ventiquattr’ore successive): l’infezione necessita di almeno otto ore, secondo alcuni dodici o addirittura ventiquatttro, per essere trasmessa.

#TappaUnica3V sconfitto ma vittorioso


Foto di Emanuele Cinelli (9,10), Fabio Corradini (1, 6, 7, 8, 11, 12), Alberto Quaresmini (2, 3, 4, 5, 13, 14, 15), Vittorio Volpi (17) e Manuela Valetti (16).

È andata male, quest’anno mi sono fermato molto presto, al chilometro quarantacinque dopo aver camminato nel dolore per ben trentatré chilometri e a nulla è valso il tentativo di una lunga sosta per portare a casa almeno la seconda parte, quella del rientro. Forse mai potrò capire quello che sia successo, molte le ipotesi ma nessuna da sola giustifica il dolore provato, le contratture alle gambe che, lungi dal risolversi nel cammino, hanno reso le discese vere e proprie torture. Un fisico preparatissimo che rispondeva alla grande, una mente addestrata che mi ha spinto fino all’estremo, eppure è mancato qualcosa, eppure qualcosa è andato storto, in un meccanismo ben oliato qualche ingranaggio si è comunque ingrippato.

Alle diciannove e trenta insieme a Maria, mia moglie, sono in Piazzetta Tito Speri, il luogo alla fine concordato con il Comune di Brescia dato che Piazza Loggia è inagibile per i preparativi del concerto di Mannoia. Mi sento bene, non sento nemmeno il caldo e l’afa di una giornata tropicale, sono assolutamente tranquillo. Dopo un quarto d’ora arrivano i primi sostenitori: mia mamma, invero in zona già da un poco di tempo nascosta all’interno della gelateria, Ivan e sua moglie, Alberto e Claudia. Allestiamo la partenza con lo striscione di Fonte Maniva e le locandine di TappaUnica3V, scattiamo alcune foto simulando la partenza (non ho qualcuno che possa rimuovere il parterre dopo la mia partenza). Diciannove e cinquanta, l’ora della partenza è ormai prossima, mentre smontiamo il “palco” arriva anche Fabio, il nipote che mi darà assistenza per tutto il giro. Ore venti, partenza!

Accompagnato da Maria e Fabio con passo tranquillo percorro via Musei, attraverso la strada della salita al Castello, risalgo i giardini di via Turati e arrivo alla base di via San Gaetanino, nel piccolo piazzale dove, a segnarne la partenza, è collocata la targa del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Sono in forte anticipo sul passaggio previsto, ne approfitto per controllare il trasmettitore GPS che pare non funzionare a dovere: è un modello diverso da quello che avevo lo scorso anno e prima di partire da casa mi sono dimenticato di rileggermi le istruzioni (trovate a fatica su Internet), vado a memoria, mi ricordo che andava tenuto premuto il tasto Ok per alcuni secondi fino all’accensione della spia verde, lo faccio ma l’app dei cellulari non rileva l’avvio, attendiamo alcuni minuti ma niente di niente, spengo e riaccendo. Considerando che le altre funzioni d’invio messaggio richiedono la lunga pressione del relativo tasto la logica direbbe che allo stesso modo debba funzionare anche questo pulsante bivalente, indi provo ad usare l’Ok con la rapida pressione e finalmente l’app indica un segnale, ora è a posto (invero no, invero, come purtroppo scoprirò in seguito e capirò solo al rientro a casa, il segnale probabilmente era quello della precedente attivazione: con la semplice pressione dell’Ok viene si inviato, insieme al messaggio SMS di tutto bene, un punto di coordinate ma non si attiva il tracciamento continuo).

Ore venti e trenta, convinto che ora tutto funzioni al meglio, mi rimetto in marcia. Maria e Fabio mi accompagnano ancora un centinaio di metri e poi sono solo, solo coi miei pensieri, solo con me stesso, solo con il mio lungo viaggio. La salita si fa ripida, inizio a percepire il caldo e l’afa, tolgo la maglietta e subito, grazie anche a un fievolissimo filo d’aria altrimenti non percepibile, un poco di sollievo. Purtroppo i pantaloncini devono rimanere ancora al loro posto: anche se sono sulle pendici di un monte questa è ancora zona urbana, non vorrei mai che qualcuno chiamasse i vigili e questi, in ragione della situazione di totale indecisione legislativa sul nudo (materialmente non proibito ma nemmeno permesso e per i giudici oggi accettabile ma solo in condizioni ben diverse da quelle in cui sono), interrompessero già sul nascere questa mia nuova avventura. Imponendomi di mantenere un passo lento percorro la ciottolosa e ripida via San Gaetanino, vecchia strada di collegamento tra la città e i Medaglioni, piccolo agglomerato di case a cui arrivo comunque in breve tempo. Uno sguardo alla città che si stende ormai sotto di me e poi, ancora con tutta calma (mi sono allargato i tempi e voglio godermela), su lungo l’asfalto di via San Gottardo. Oltrepasso il capolinea del pulmino, ancora un poco di asfalto ed eccomi all’inizio del sentiero del Dosso Torre, di solito qui tolgo i pantaloncini, ma le altre volte era notte piena oggi no, oggi c’è ancora luce e, dimenticandomi che è venerdì, ipotizzo la possibilità d’incontrare persone in discesa: tutto sommato questo è un sentiero piuttosto battuto.

Procedo a pantaloncini indossati ed è forse un errore fatale: nonostante il passo tranquillo la sudorazione è abbondante ed eccessiva. Alternando l’acqua pura della sacca idrica a quella con integratori delle borraccine che ho sugli spallacci dello zaino, mi mantengo abbondantemente idratato e salinizzato, tant’è che mai arrivo ad avvertire la sensazione di sete. Eccomi alle antenne della vecchia stazione a monte della funivia, qui sostanzialmente termina la prima salita, breve discesa e sono al piazzale del Cavrelle, sorpresa… decine e decine di vetture vi sono parcheggiate, decine e decine di persone girano in zona, alcune indossano il giubbetto riflettente che mi fa intuire esserci qualche manifestazione. Passo oltre e vedo che sulla sommità del dosso che ospita la chiesetta sono piazzati i classici tendoni delle feste, profumo di salamine ai ferri, musica a tutto spiano, voci che inondano l’aere, velocemente sfilo via da tutto questo e mi getto nella solitudine dello scuro sentiero che oltre procede. Eccomi ai ruderi del rifugio Monte Maddalena, ho quindici minuti di anticipo, approfitto di una comoda panchina per prendere un attimo di respiro e controllare il trasmettitore GPS. Cavolo è ancora in blocco, non trasmette, sarà forse stato il passaggio sotto i ripetitori (una vera selva di antenna di ogni genere, luogo che alcuni anni addietro era stato inibito al passaggio per via dell’alto livello di radiazioni, oggi dicono bonificato sebbene le antenne siano ancora tutte lì e tutte operative), lo riattivo secondo quella che ormai mi sono convinto essere la corretta procedura (in realtà sto solo usandolo in modalità manuale e provocando l’invio di un singolo segnale ogni tanto, sic!): la rapida pressione del tasto Ok.

Ore ventidue e zero zero, è quasi ora di rimettersi in marcia, indosso la frontale senza accenderla, con estremo gradimento del mio corpo tolgo finalmente anche i pantaloncini e ai zero cinque, reindossato lo zaino, come da tabella riprendo il cammino. Dopo una brevissima salita la stradina procede pressoché in piano, alle mie spalle la luna piena risplende nel mezzo di un cielo sereno senza riuscire ad illuminare a sufficienza la mia strada sommersa nel folto di un ricco bosco, devo accendere la frontale. Passo a fianco delle prime due stazioni radio, eccomi al tratto che aggira la sommità del Monte Denno, ogni volta che passo da questo punto resto ammaliato: alla mia destra, dietro un vecchio rovinato guard-rail, lo sguardo precipita sulle mille luci di San Gallo, Botticino e Rezzato, più lontano la Pianura Padana, più a nord i monti di Serle e dietro a questi, oltre l’invisibile presenza del Lago di Garda, il lungo crinale del Monte Baldo. Mi concedo un attimo di sosta per scattare un paio di fotografie, compreso un selfie per fare il quale devo effettuare diversi tentativi (nel buio lo schermo appare completamente nero e di certo non sono un patito di questa metodica, ma l’autoscatto, che pure avevo studiato e impostato prima di partire da casa, qui risulta impraticabile non essendoci validi sostegni per il cellulare).

Guardo l’orologio (che quando sono nudo m’infastidisce assai e pertanto tengo fissato allo spallaccio dello zaino in posizione comoda per poterlo leggere solo abbassando gli occhi), mannaggia ho perso qualche minuto di troppo e con un calcolo mentale capisco che in questo tratto mi sono forse dato un tempo troppo stretto, di certo fattibile ma magari non per chi sta facendosi centotrenta chilometri in unico fiato, eppure è di soli cinque minuti inferiore a quello delle tabelle standard del sentiero 3V (invero il calcolo del tracciatore GPSies ad una velocità di 3,5km/h dava un tempo ben più alto… aveva ragione, e sì che lo sapevo: le tabelle standard a tratti sembrano calcolate con il motorino, sic!): non voglio accumulare così presto del ritardo, devo forzare il passo sperando che il ginocchio regga. Lui, il ginocchio, fa il suo benedetto lavoro: regge! In apparenza anche il fisico fa il suo buon lavoro, velocemente cavalco la Costa del Monte Denno e, aggirata la stazione di Monte Denno, imbocco e percorro la discesa che costantemente ripida porta alla Casina di Pino, traverso al Colle di San Zeno e imbocco la Val Salena. Alla luce dell’ottima e potente frontale scendo la valle superando senza problemi i suoi vari trabocchetti: alcuni ripidi tratti scivolosi, varie placche rocciose altrettanto insidiose, un diagonale franato, uno stretto passaggio fra due rocce che minacciose si protendono verso le ginocchia e le tibie. Ore ventitré e venticinque sono alla chiesa di San Rocco di Nave, cinque minuti di anticipo, ginocchia a posto, fisico a postissimo, nessun segno di stanchezza. Mio nipote non è ancora arrivato, mi siedo su un muretto e lo aspetto. Puntualissimo arriva, scambiamo due parole, gli confermo l’ottimo stato di forma e riparto.

Pochi minuti per attraversare il paese e imboccare la strada per Sant’Antonio: posso togliermi i pantaloncini, reindossati alla base della Val Salena dove il monte viene invaso dalle prime case di Nave. Questo tratto è molto insidioso, già una volta mi ha inchiodato, fa caldo e si suda ma mi sento bene, le gambe girano a dovere e il fisico sembra un orologio svizzero. Mi sono dato un tempo intermedio tra quello della tabella standard e quello minimo da me qui fatto eppure qualcosa mi suona male: ho l’impressione di andare troppo forte ma che un rallentamento mi porterebbe fuori tempo. Supero le diverse ripidissime salite ad un passo controllato per accelerare sensibilmente nei tratti piani o meno ripidi, Ca Ecià scivola via e l’impressione di avere una tabella troppo stretta si acuisce (col senno di poi mi viene da pensare che il mio fisico, nonostante l’apparente perfezione, stesse in realtà lavorando con un rendimento più basso del solito: non erano i tempi ad essere stretti, bensì io che stavo viaggiando quasi al limite, un limite nettamente inferiore al mio solito).

Eccomi al ripidissimo cemento che porta alla chiesetta di Sant’Antonio, lo supero agevolmente ma più lentamente del solito e la mente inizia a farsi qualche domanda. Vorrei rinfrescarmi bagnandomi con dell’acqua fresca ma la fontanina è secca, rimando l’azione a Cà della Rovere (dove invece troverò la presa intubata per portare acqua alla casa più a valle). È a questo punto che percepisco le prime inconfondibili avvisaglie di un precoce affaticamento: lievi contratture ai muscoli laterali delle gambe, la destra in particolare. La mente inizia a farsi debole: “cavolo ho fatto solo una decina di chilometri, non può essere!” (invero dodici, ma poco cambia). Il passo deve rimanere questo, lo posso solo variare con più differenziale tra salite ripide e salite meno ripide, allora aumento l’assunzione di liquidi, in particolare quella dell’acqua con integratori, e nel giro di una decina di minuti sembra che il tutto tenda ad affievolirsi, ma poi è tutto un contare le curve, un’attesa del tratto piano che conduce al Pater e quando qui arrivo le mie gambe dicono no, a fatica riesco a superare il primo altissimo gradino e i primi dolori fanno breccia nel lato superiore dei quadricipiti: “mannaggia, si mette veramente male; dai, dai, dal santuario puoi un poco recuperare e poi c’è la lunga discesa al Passo del Cavallo”.

Eccomi al Santuario di Conche, venti minuti di ritardo, beh, tutto sommato neanche male, posso recuperarli. Un poco rifrancato dall’ultima considerazione mi lancio subito verso il crinale che porta all’Eremo di San Giorgio, un tratto di falsopiano che, sia in salita che in discesa, presenta diversi alti gradini rocciosi e sono questi a evidenziare che le cose vanno invece assai male: in discesa ad ogni flessione delle gambe le fitte ai quadricipiti si intensificano, nella salita fatico a spingere e, forse per un indotto effetto psicologico, anche a respirare. Tengo duro, approfittando della variante bassa (che mi permette di mantenermi comunque sul 3V), rinuncio a salire all’eremo. Con grande sforzo supero la successiva salita ed eccomi all’apice della lunga e impegnativa discesa verso il Passo del Cavallo: “dai che ora si respira”. Si, vero, si respira, ma… ma non si recupera, anzi, man mano che scendo i dolori si fanno sempre più intensi, inizio a pensare che sia finita qui: “brutto pensiero, scaccialo”.

Hai voglia di scacciarlo, i dolori non sono bruscolini, sono fatti reali che manifestano con violenza la loro presenza. Adottando tutte le finezze tecniche che conosco riesco a procedere risparmiando al massimo i quadricipiti, certo la tipologia del percorso (monotraccia, “ma perché mai la gente si diverte a camminare su un solo piede?”, e molto ripido) non facilita l’azione, ma qualcosa riesco a portare a casa e, con soddisfazione, eccomi alla fine del crinale. C’è una casa abitata ma chi se ne frega, troppo dolore indossare i pantaloncini, troppa fatica fermarmi qui e prendere dallo zaino il gonnellino, tanto a quest’ora sono a dormire, al massimo mi vedranno nella registrazione delle telecamere di sicurezza, un piccolo (forzato) aiutino alla causa nella normalità del nudo. Eccomi al Passo del Cavallo, ecco l’auto di mio nipote: “cacchio li dico ora?” Il controllo dei tempi mi segnala che ho comunque mantenuto i venti minuti di ritardo accumulati alle Conche, certo ho evitato la salita all’eremo ma si tratta alla fine di (in condizioni normali) cinque minuti: “Ho le gambe distrutte, forse non ce la faccio a procedere oltre… facciamo così, aspetti qui un’ora e se non mi vedi rientrare portati a Lodrino”. Mi concedo dieci minuti di sosta e riparto.

La confortevolezza del cammino su liscio asfalto sembra ridarmi vigore e arrivo alle case di Reondol con molta fatica in meno di quello che pensavo (ho quasi sempre sofferto questo pezzo e proprio qui, lo scorso anno, avevo avuto i primi crampi), la mente riprende il sopravvento e continuo nella marcia: “fra poco c’è un bel tratto pianeggiante, la salita alla forcella di Prealba non è terribile e poi o la cresta a su e giù o la lunga discesa alla cascina di Sea”. Cammina che ti cammina, godendo, grazie alla nudità, di qualche lieve folata d’aria freschina, eccomi al termine della strada. Mi fermo un attimo e approfitto del muricciolo attorno alla casa che qui sorge per spalmarmi sulle gambe una bella dose di Gel all’Arnica 35%. Ripartenza, sentierino, errore… per qualche strano motivo manco lo vedo il bivio (che eppure conosco bene) e prendo per il sentiero che sale a sinistra lungo il crinale, me ne avvedo poco dopo, fortunatamente proprio pochi mesi addietro l’ho fatto in discesa per studiare una mia variante di cresta e so che più avanti posso facilmente riprendere la giusta strada. Rieccomi sul sentiero originale, il lungo traverso permette un poco di recupero, segue un breve ripidissimo costolone erboso che supero quasi agevolmente: “grazie Arnica”.

Di nuovo a mezza costa, di nuovo con un passo in apparenza buono, le piogge delle settimane passate e il caldo torrido di questi ultimi giorni hanno fatto crescere a dismisura la vegetazione, a tratti manco vedo il sentiero, all’improvviso sbatto contro una ragnatela e con la coda dell’occhio intravvedo una grossa massa bianca che mi corre avverso il viso, veloce passo indietro e la frontale illumina un grosso ragno. La scena si ripete poco più avanti e allora mi procuro un rametto con cui rompere le ragnatele, ma l’azione, per evitare pericolosi inciampi, prevede un continuo movimento della testa per illuminare sia in terra che davanti e qualche ragnatela la infratto comunque, spero almeno di non aver raccolto anche delle zecche: quest’anno sembra che gli sia diventato enormemente simpatico. Forcella di Prealba ad occhio e croce sono ancora con la mezz’ora di ritardo che avevo alla ripartenza dal Passo del Cavallo e mi avvio subito nella discesa verso La Brocca dove posso verificare che effettivamente sono in linea con la mia tabella di marcia: “mannaggia, avessi avuto le gambe in ordine con questa tabella sarebbe stata veramente una bella passeggiata!”

Ho davanti due possibilità: cresta del Dossone di Facqua o Cascina di Sea. La prima mi mantiene in quota, anzi mi alza, ma presenta due tratti di arrampicata, diversi sali e scendi, di cui uno pressoché verticale, e un lungo tratto di discesa insidiosa; la seconda mi permette un bel recupero sulla lunga e comoda discesa fino alla cascina ma poi mi obbliga a una lunga risalita in un bosco che potrebbe, a quest’ora, mettermi di fronte a branchi di cinghiali. Che fare? Invero la scelta l’ho già fatta mentre stavo qui arrivando: è spuntato il sole, ormai ai cinghiali ho fatto l’abitudine, dal Corno di Sonclino alla Passata del Vallazzo (da dove è ormai deciso scenderò per la più comoda anche se monotona variante bassa) è un continuo sali e scendi complesso, laborioso, faticoso e, ciliegina sulla torta, insidioso… “no, no, meglio andare per la cascina di Sea”. Detto e fatto, senza nemmeno farci pensiero, prendo velocemente a destra e inizio a scendere. Cerco di allentare il più possibile la pressione sui quadricipiti, il fondo tutto sommato regolare mi facilita l’operazione e qualcosa sembra in effetti succedere, qualcosa sembra rilassarsi. Eccomi al tornante di Sea, qui si riprende il sentiero, largo e comodo giro sulla testata del Vallone di Sea poi si riprende a salire, sebbene con pendenza moderata. Ancora ho l’impressione di andare meglio di altre volte. Ho superato tratti di alta vegetazione e approfitto di un piano spiazzo al sole per un ennesimo controllino alla pelle: “toh e tu che ci fai lì sotto?” Una bestiolina nera sta camminandomi velocemente su per la caviglia, la faccio salire su un dito e la osservo da vicino… e “vaiiii, cosa dicevo, se c’è una zecca è mia”! Ma questa l’ho vista subito, scuoto il dito per farla ricadere al suolo e non si stacca: “tenace la bestiola, non vuole mollarmi”, scuoto più violentemente e finalmente me ne libero “vai ad attaccarti altrove”.

Zete del Barber, il parcheggino sopra le Passate Brutte (alle quali scopro or ora che la variante bassa del sentiero 3V non sale più), la lunga e comoda strada che, tagliando i versanti meridionali di diversi verdi dossoni, con vista panoramica su Lumezzane e la Val Trompia porta verso il Corno Sonclino. Ne approfitto per dare respiro ai muscoli in vista della nuova discesa, senza particolari problemi sono alla selletta sotto il detto corno, rinuncio ai pochi metri che portano in vetta e mi getto immediatamente verso la sella dei Quattro Comuni. Bastano i pochi metri di questa ripidissima discesa per farmi capire che erano solo apparenze: i miei quadricipiti sono definitivamente esplosi, forse solo una lunga pausa potrà risolvere. Con la mente focalizzata sulla sosta di Lodrino, levati nuovamente i pantaloncini (operazione ora assai dolorosa, ma ancor più doloroso sarebbe il tenerli addosso… “ma perché mai mi ostino a usare questi al posto del gonnellino che apposta ho preso dietro?”) mi immergo totalmente nella discesa. S’inseriscono anche i primi problemi di equilibrio che, poco dopo, a causa di un piede poggiato per metà nel vuoto fuori dal bordo dello stretto sentiero, mi portano a un bel tuffo dentro un cespuglio: “aho, attento Emanuele, qui ci si può anche far male seriamente”. Con circospezione procedo nel cammino e senza altri pericolosi inconvenienti arrivo alla Passata del Vallazzo: “Dai è fatta!”

Beh, fatta, la discesa nel Vallazzo è tutt’altro che comoda: una interminabile stradina sterrata dal fondo spesso sconnesso ed estesamente ricoperto di sassi mobili, ovviamente proprio nei tratti più ripidi. L’ultima volta l’ho fatta tutta di corsa arrivando in fondo in una decina di minuti, oggi, tra fitte lancinanti (spilli, bruciori, tensioni, tremori, contratture, crampi, non mi sono fatto mancare nulla), mi sa che ci metto molto più tempo. Stoicamente (ma che altro posso fare?) procedo nella discesa e finalmente eccomi al campo di tiro a volo di Valle Duppo, da qui a Lodrino è asfalto con pendenze moderate, sarà un sollievo per le mie martoriate gambe. Davanti al ristorante è parcheggiata una vecchia e sgangherata fuoristrada che ricordo era qui presente anche le altre volte, quando in zona non si vedeva anima viva, pertanto mi evito fatiche inutili e procedo in nudità. Poco dopo m’avvedo di un motorino e questo no, questo indica proprio la presenza di qualcuno, facendo buon viso a cattiva sorte sopporto le fitte che il dover piegare le gambe mi provoca e ricalzo i pantaloncini. Faccio due passi e alla mia sinistra, dietro le vetrate della baracca vedo un’ombra, osservo meglio ed è una persona, anzi, sono due, mi ignorano completamente, forse non mi hanno visto oppure mi hanno visto e hanno tutto sommato considerato normale la mia nudità… mah, voglio propendere per la seconda soluzione: “gli ero proprio in faccia ad una quindicina di metri di distanza, seppure impegnati nel lavoro come possono non avermi visto? Bando alle ciance, via, via, non c’è tempo per oziare, ad altro momento le questioni, per così dire, politiche!” Pochi passi ancora e sono sull’asfalto che comodamente mi porta verso Lodrino, quasi subito arriva un’auto, poi un’altra, indi una moto (quad), seguita da un’altra auto: alla fine la rivestizione sarebbe stata, allo stato attuale delle cose, comunque opportuna.

Cocca di Lodrino, vedo l’auto di mio nipote ma di lui non c’è traccia: “vuoi vedere che m’è venuto incontro ma ha sbagliato strada?” Telefono ma risulta irraggiungibile, lascio un messaggio ma non risponde, riprovo a chiamare e stavolta c’è segnale, risponde e… si è successo quello che avevo immaginato. Ci accordiamo: io raggiungo il punto di rifornimento all’Isola Verde e lui mi segue a ruota. Mi rinfresco la testa alla fontanina di Lodrino ed eccomi al B&B, suono il campanello, “Ciao”, “Oh ciao, vieni, vieni, m’ero dimenticata” Va beh, succede, d’altronde nessuno è venuto qui a preannunciare il mio arrivo e sono con un sostanzioso ritardo sull’orario concordato. Marzia la gentilissima e simpaticissima titolare della struttura, mi accompagna al piano di sotto dove mi prepara un tavolino e due sedie. Intimorito dai pavimenti tirati a lucido mi tolgo le scarpe nel cortile di fuori, poi mi accomodo a godermi alcuni lucenti e splendendo attimi di panciolle. Non mi sento per niente stanco, quasi non mi rendo conto della temperatura già elevata, nemmeno dell’afa, solo dolori, dolori ai quadricipiti, dolori che non riescono a invadere il corpo e la mente eppure sono ben presenti e invalidanti. Marzia mi offre una freschissima e ritemprante caraffa di succo d’arancia rossa che velocemente finisce nel mio stomaco, poi mi mette a disposizione una doccia che non riesco a ignorare: con tutte le ragnatele che ho infranto il mio corpo è pieno dei loro residui, moschini morti compresi, magari anche qualche ragno. Nel frattempo arriva in zona anche mio nipote, insieme a lui preparo le borraccine di integratori, però decido che la metà le porta lui con la macchina al prossimo punto d’incontro tra sentiero e strada automobilistica, decido anche di lasciare mezza vuota la sacca dell’acqua pura e tolgo quegli elementi di abbigliamento che, vista la situazione meteo, sono di sicuro inutili: lo zaino assume un peso decisamente più confortevole. Mi concedo anche quarantacinque minuti di riposo in più del previsto.

Ore dieci si riparte, saluto Marzia ed esco in strada, qui m’avvedo che non mi sono spalmato di crema solare, provvedo velocemente: il sole picchia alla grande e la strada che ora devo fare è quasi tutta ad esso esposta, non voglio aggiungere ai dolori della fatica muscolare anche quelli di un bell’eritema solare. Ore dieci e dieci sono finalmente in cammino, mio nipote si allontana in auto dietro le mie spalle, io imbocco la prima salita, asfaltata e non ripidissima, anzi, direi anche dolce, faccio una decina di passi e zacchete, un bel crampo al muscolo laterale della coscia, verso l’attaccatura con il ginocchio… “te pareva, e proprio ora che Fabio se ne è andato. Va beh, coi crampi ci si ragiona, vengono, picchiano e se ne vanno” Infatti così succede, un’altra decina di passi e tutto rientra nella normalità, ammesso che di normalità si possa parlare, diciamo in quella che il momento fa percepire come normalità. Sfruttando tutte le zone d’ombra salgo abbastanza velocemente alla base del sentiero. Rinuncio a fare il percorso diretto nel canalone del passo della Cavada e seguo la più comoda stradina, qui l’insolazione raggiunge l’apice dell’apice, sono costretto a fermarmi ogni cinquanta metri per fruire della frescura delle zone d’ombra, sono ancora con i pantaloncini indossati, li abbasso solo in queste soste e la differenza si sente notevolmente, ma non mi fido a restare senza, dal paese mi possono vedere e due volte su tre qui ho incrociato un tizio in motocicletta.

Eccomi al passo ed esattamente nel tempo preventivato, sarà dura recuperare qui, ma posso sempre farlo più avanti visto che rinuncerò alle varianti alte. L’ombra del traverso verso il Roccolo Morandi mi rinfresca e il passo procede spedito, eccomi ai prati dove inizia la discesa. Nessuno appare animare il capanno poco sopra, sto per spogliarmi (di solito lo facevo subito dopo il passo, ma oggi, sapendo che qui al roccolo avrei potuto incontrare qualcuno, ho rimandato per il dolore che l’operazione mi comporta) quando l’occhio percepisce una presenza più in basso: un uomo disteso nel prato a prendere il sole. Non sono nelle condizioni ideali per sostenere il benché minimo confronto, rimando la svestizione. Percorso il primo tratto pianeggiante inizia quello ripidissimo, qui temevo per il ginocchio che invero qualche fitta me la procura ma alla fine niente di che (forse grazie all’applicazione, sebbene improvvisata da me stesso, dei tape kinesiologici), ciò che invece mi procura il colpo di grazia sono i quadricipiti: ormai ogni passo è una tortura, dove normalmente passerei con un balzo, ora devo procedere a circospetti passettini e anche così è un continuo lavorio di mente per escludere il dolore dall’attenzione. Incontro mio nipote che m’è venuto incontro, insieme scendiamo fino al Passo del Termine e insieme decidiamo l’estremo tentativo di salvare almeno in parte il viaggio: ci spostiamo in auto al passo del Maniva, avrò così modo di riposare per ben sette ore per poi eventualmente ripartire per il meno impegnativo tratto di rientro a Brescia.

Giogo del Maniva, spiego la situazione a Matteo e Manuela, due dei titolari dell’Albergo Dosso Alto, ci facciamo (io e Fabio) un bel pranzetto a base di salumi e birra fresca (gentilmente offertoci da Manuela), poi approfitto dell’ospitalità e mi sposto al piano interrato dove mi è stata messa a disposizione la sala SPA. Data la stagione non è completamente attiva, ma tutto sommato doccia e lettino relax mi bastano, c’è al limite disponibile anche il lettino massaggiatore. Una doccia dona un poco di sollievo ai muscoli indolenziti e alla psiche ormai al limite, segue, con la preziosa collaborazione di Fabio, un lungo massaggio alle gambe con apposito gel all’Arnica (un gel particolare che dopo la stesura si trasforma in olio, combinando la praticità del gel alla durabilità e scorrevolezza dell’olio), una profonda dormitina viene interrotta a metà dal freddo ora pungente (non me n’ero avveduto prima) di questa stanza che mi costringe ad alzarmi per cercare nelle borse la maglia e i pantaloni pesanti. Così ricoperto mi stendo sul lettino massaggi e, confortato dalla zona calda all’altezza dei lombi, mi riaddormento per un’altra oretta. Al risveglio Fabio mi segnala che sono arrivati Alberto e Claudia, mi rimetto in abbigliamento leggero, sistemo le borse e salgo di sopra, nel fare le scale noto che le gambe fanno meno male ma non tanto quanto speravo. Spiego anche a loro la situazione, chiacchieriamo un poco e alle diciannove provo a fare un test: risalgo a tutta un ripido tratto di pista da sci, poi mi sposto sui pendii laterali dove zolle e roccette simulano più adeguatamente una discesa su terreno ripido e sconnesso, alla fine sono ancora più indeciso di prima. Ci soffermiamo un poco a chiacchierare nel piazzale fuori dall’albergo, una decina di minuti che si dimostrano chiarificatori: man mano le gambe iniziano a dolere un poco ovunque, è deciso, il mio viaggio finisce qui. Ci facciamo un brindisi, Alberto e Claudia si fermano qui a cena, io e Fabio prendiamo la strada di casa, un viaggio in auto che nelle parte finale diviene una tortura: le gambe dolgono e picchiano quasi ovunque, non so quale posizione prendere per calmarle un poco, anche le caviglie mi fanno male, si attacca un dolore al fianco sinistro, è un dolore che mi attanaglia da diversi anni, mi viene quando mi distendo su un divano o mi allungo su una sedia, i medici dicono che non è nulla, secondo l’ultimo a cui l’ho riferito è solo una contrattura muscolare, ma io mica ne sono convinto: vattelapesca, un dolore avrà pur bene una causa? una contrattura che dura da anni? siamo seri! Provo ad alzare un poco lo schienale e il dolore si attenua.

Finalmente a casa e… sorpresa, Maria non c’è e io non ho le chiavi di casa. Fabio scavalca la recinzione e apre il cancellino con l’apriporta, portiamo le borse davanti alla porta d’ingresso e poi cerco la posizione che mi dia meno dolori, mi siedo sui gradini dell’ingresso, niente, no buono, mi distendo nel prato, per un poco va bene ma poi mi duole la cervicale, mi rimetto sui gradini appoggiandomi con la schiena al muro, mi rimetto sul prato standomene seduto e così via. Dopo mezz’ora abbondante arriva Maria, saliamo in casa e finalmente posso abbandonarmi del tutto, mollare ogni residua tensione, pensare al recupero delle microlesioni che una qualsiasi attività fisica provoca, figuriamoci quella che ho appena fatto, nel modo in cui l’ho fatta.

Domenica pomeriggio, ore 17, ci si trova alla piazzetta di Urago Mella, punto d’arrivo del sentiero 3V “Silvano Cinelli”, per fare comunque un brindisi, purtroppo siamo pochi, pochi ma buoni: Emanuele, Maria, Maria, Alberto, Claudia, Manuela, Vittorio! Sul tavolino portato da Alberto troneggia la torta di Claudia circondata da invitanti biscotti, sul muretto fresche bottiglie di spumante attendono nel frigo d’essere aperte, noi chiacchieriamo in attesa degli altri amici che avevano annunciato l’arrivo. Arriva il messaggio vocale di Marino: è bloccato dalla coda. Messaggio mio nipote Fabio, sta arrivando. Lo attendiamo a lungo inutilmente, diamo il via ale danze: tagli la trota, apro la bottiglia, verso da bere e si brinda alla mia del… ehm, no, perché mai deludente, no, no, ogni sconfitta è pur sempre una vittoria e allora si brindi alla mia vittoria! Una decina di minuti dopo arriva anche Fabio con Patrizia, bevono qualcosa e subito ripartono. Ancora qualche chiacchiera e stiamo per lasciarci tutti: è proprio finita, TappaUnica3V 2017 s’è conclusa? No, non è detta l’ultima parola, annuncio che ci riproverò, forse già quest’anno in modo da sfruttare l’allenamento acquisito. Applausi e commenti seguono l’annuncio, poi via, tutti a casa.

Concludo questo mia relazione, invero più racconto che relazione, per i dovuti e voluti ringraziamenti. Grazie a tutti coloro che mi hanno supportato, grazie ai componenti dello staff logistico (Fabio, Alberto, Claudia e Vittorio), grazie a Maria che ha sopportato le mie assenze, grazie a quelli di Fonte Acqua Maniva per l’appoggio morale sui social e per la fornitura di acqua (Acqua Maniva PH8), grazie a Tony Gialdini per avermi prestato il tracciatore GPS e rifornito di prodotti energetici a prezzo scontato, grazie ai titolari delle strutture presso le quali mi sono fermato per i punti di rifornimento (B&B Isola Verde di Lodrino e Albergo Dosso Alto al Giogo del Maniva). Grazie!

Camminare in montagna: la postura


Prosegue da… Lo zaino.


Come preannunciato, nel nostro cammino verso la trattazione del secondo più importante aspetto per una massima efficienza del nostro cammino in montagna, la respirazione, eccoci oggi a parlare della postura. Difficile trovare in montagna qualcuno che adotti la postura ideale, io stesso mi ci sono dedicato solo da quando ho iniziato ad allenarmi per il mio lungo viaggio di TappaUnica3V, è argomento molto trascurato in ambito escursionistico e alpinistico, vi si trovano riferimenti solo nell’ambito della corsa in montagna e del trail, eppure basta parlarne con un qualsiasi posturologo o, meglio ancora, con un qualsiasi osteopata per sentirsi affermare la sua importanza anche nel campo dell’escursionismo, d’altra parte come può essere diversamente per un qualcosa che è già importante per la nostra quotidianità?

Qual è la postura ideale? Semplice: quella che sollecita il meno possibile le nostre strutture ossee e muscolari, quella che meno ci provoca alterazioni fisiologiche e patologie, quella che meglio segue la nostra conformazione naturale, che non è quella che abbiamo, ma è quella che dovremmo avere. E allora? Allora…

  • Baricentro centralizzato rispetto alla base d’appoggio.
  • Sguardo in avanti.
  • Mento leggermente abbassato e all’incirca sulla verticale delle costole.
  • Cervice leggermente curvata (appoggiandosi a un muro scapole e testa dovrebbero risultare a contatto con lo stesso).
  • Spalle aperte e in linea tra loro.
  • Busto eretto.
  • Petto in fuori.
  • Mani con i palmi sensibilmente rivolti in avanti.
  • Costole alzate.
  • Diaframma libero di espandersi.
  • Leggera curva lombare (appoggiandosi a un muro buona parte della schiena e glutei dovrebbero risultare appoggiati allo stesso).
  • Teste delle anche alla stessa altezza.
  • Teste delle anche all’incirca in linea con spalle e ginocchia.
  • Gambe leggermente allargate, dritte e simmetriche.
  • Ginocchia che guardano verso l’avanti.
  • Piedi alla larghezza delle anche e dritti verso l’avanti.
  • Peso equamente distribuito sulla pianta dei piedi, sia in senso longitudinale che trasversale.

Correggere una postura errata purtroppo non è facile e potrebbe richiedere un lungo lavoro su se stessi, molte possono essere le cause che portano a errori posturali (deformazioni scheletriche, scompensi muscolari, alterazioni propriocettive, atteggiamenti acquisiti, compensazioni fisiologiche e/o psicologiche, addirittura questioni emotive) e potreste faticare per trovare, nel contesto delle più tipiche figure di riferimento (medici, posturologi, istruttori fitness, personal trainer, fisioterapisti), un consulente che le prenda tutte in considerazione, ad esempio per esperienza personale: un medico generico o un ortopedico potrebbero puntare l’attenzione esclusivamente su quelle scheletriche che, ovviamente, sono difficilmente recuperabili (ossa storte non si raddrizzano, ad esempio), oppure consigliarvi di agire sui distretti muscolari (ad esempio potenziare i dorsali per compensare delle spalle in avanti, presupponendo che siano in avanti solo ed esclusivamente in ragione di pettorali più forti dei dorsali); un posturologo potrebbe farvi lavorare solo sulla consapevolezza del vostro atteggiamento posturale. A chi rivolgersi? La figura sicuramente più adatta è l’osteopata: prima di agire valuterà l’insieme complessivo della vostra struttura corporea, poi, in assenza di patologie che richiedano l’intervento di un ortopedico, andrà a intervenire sull’intera catena posturale, parallelamente vi suggerirà un completo lavoro da fare, per il quale poi potrete eventualmente rivolgervi ad altre figure quali istruttori di fitness e personal trainer. Rivolgetevi, ovviamente, a un osteopata qualificato, ne trovate un elenco (purtroppo e stranamente senza i riferimenti di contatto) sul sito dell’Unione Osteopati Italiani, un altro elenco lo trovate sul Registro degli Osteopati Italiani. Sappiate che, in ogni caso, dovrete fare un lungo, impegnativo e faticoso lavoro su voi stessi: raramente si può demandare ad altri l’incarico di modificare noi stessi!

P.S.

Posso assicurarvi che il lavoro di correzione della postura sarà decisamente più produttivo se lo farete stando nudi: sarà molto più facile osservarvi allo specchio, aumenterà la percezione di voi stessi, migliorerete il rapporto con il vostro corpo (aspetto apparentemente secondario ma in realtà importante per poter lavorare su sé stessi) e suggerisco a tutti coloro che di tale questione si occupano (posturologi e osteopati in primo luogo) di far lavorare i loro clienti a nudo e di consigliare loro tale modalità di lavoro.

Variazioni posturali

Dato che la montagna presenta continue variazioni di pendenza, la nostra postura, pur senza cambiare di molto, dovrà necessariamente di volta in volta adattarsi alla situazione. Ne parlerò più ampiamente quando tratterò nello specifico la tecnica di cammino in salita e in discesa, per ora due indicazioni veloci:

  • in salita cercheremo la verticalità spostando avanti il corpo a partire dalle caviglie, senza spezzare il busto (ovvero senza inclinarsi troppo sull’articolazione delle anche) per non limitare la ventilazione;
  • in discesa cercheremo la perpendicolarità al terreno spostando avanti il corpo (non il solo busto e soprattutto senza piegare le ginocchia e arretrare, come i più fanno) per evitare sovraccarichi alle ginocchia e ai quadricipiti.

Sitografia e approfondimenti

Mypersonaltrainer – La postura: definizione ed ergonomia

Dott. Mag. Ivano Pacucci – La postura ideale

Maestro Black Flag Wing Chun Riccardo di Vito – Retro e anteroversione del bacino

Sport&Medicina – Taping Kinesiologico: piede causativo e adattativo degli sportivi


Continua in… La respirazione.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: lo zaino


Prosegue da… L’autopercezione.


Dopo aver visto come impostare la prima mezz’ora di cammino e aver fatto un veloce richiamo su alcuni aspetti alla stessa questione collegati, avrei voluto e dovuto parlare della respirazione, il secondo aspetto del camminare in ordine di importanza ai fini di un veloce miglioramento dei propri risultati, però… però la corretta respirazione può essere ostacolata da una scorretta postura, postura che, a sua volta, è fortemente influenzata dal portamento dello zaino ed ecco, quindi, un articolo che parla proprio di questo, allargandosi, per più o meno ovvie connessioni, al modo di allestire e scegliere uno zaino. Invero ne avevo già esaurientemente parlato (23 marzo 2013 – Come portare lo Zaino?) pertanto qui richiamo solo alcuni punti essenziali del discorso e aggiungo delle considerazioni che vanno a completarlo.

By Archivio Pietro Pensa via Wikimedia Commons

Coloro che hanno all’incirca la mia età potranno ricordare le gerle con cui i contadini di montagna trasportavano a valle il fieno raccolto o portavano a monte viveri e altro materiale necessario alla vita in malga, ricorderanno la loro particolare forma, molto stretta alla base e molto larga alla sommità, ricorderanno gli spallacci posizionati nella parte bassa della gerla (dalla metà in giù), ricorderanno l’importante peso del carico così trasportato e la relativa agevolezza del trasporto. Stranamente i produttori di zaini si sono inventati le più diverse e poco confortevoli conformazioni ma solo in pochi casi e solo in tempi abbastanza recenti hanno fatto riferimento alla forma di tali gerle: i capienti ma assolutamente distruttivi (per la schiena) zaini a palla, quelli altrettanto capienti a palla schiacciata (identici ai primi ma con il lato a schiena appiattito per migliorarne il confort durante il trasporto), quelli a pera di derivazione incomprensibile visto che non aumentavano la capienza ma peggioravano l’ergonomia del trasporto, finalmente arrivarono quelli cilindrici che ancora oggi dominano il mercato degli zaini. Purtroppo quest’ultima tipologia è più complessa da riempire dato che i grossi e ingombranti vestiari da montagna vi si cacciano dentro a fatica e ancor più a fatica si riesce a tirarli fuori dallo zaino pieno. Al primo problema (difficoltà di riempimento) solo zaini di ampia dimensione danno soluzione, ma tali zaini ad alta portata sono improponibili per la maggior parte degli escursionisti e delle escursioni, pertanto la soluzione può arrivare solo dai produttori di abbigliamento, argomento di cui parleremo più avanti in uno specifico articolo, diciamo solo che oggi qualcosa si vede, grazie anche alla diffusione delle gare di trail e corsa in montagna. Alla seconda questione (difficoltà di estrazione) molti produttori hanno cercato soluzione applicando allo zaino una cerniera (orizzontale o verticale) per un accesso rapido, purtroppo nessuno è riuscito a produrre un qualcosa di realmente efficiente: cerniere troppo corte che inibiscono l’accesso al fondo dello zaino, cerniere il cui cursore finisce sotto la patella imponendone comunque l’apertura, cerniere dure a scorrere o che si incastrano e che per questo tendono a rompersi facilmente. Alcuni modelli presentano la suddivisione dello zaino in due settori, uno sopra e uno sotto, ma anche qui si è ben lontani dalla soluzione ottimale, vuoi per le stesse ragioni di cui sopra (il settore inferiore è ovviamente raggiungibile solo attraverso una cerniera posta sullo zaino), vuoi per la comunque limitata dimensione del settore inferiore, quello dove, per le ragioni ben illustrate nell’articolo richiamato all’inizio, andrebbero collocati gli oggetti più leggeri, quali sono, per l’appunto, i vestiti, vuoi perché molti escursionisti non hanno ben presente il suddetto modo corretto di caricare uno zaino e, per ovviare alla scarsa capienza del settore inferiore, qui vi collocano cibi e altri oggetti pesanti, più piccoli dell’abbigliamento e più facili da distribuire all’interno dello zaino.

Con le premesse di cui sopra, possiamo comunque trovare zaini che si avvicinino alla soluzione ottimale, soprattutto se utilizziamo abbigliamento da trail, assai più sottile di quello tipico da montagna, ma tale loro prerogativa può essere completamente inficiata da un cattivo portamento dello zaino…

  • Spallacci regolati troppo lunghi con spostamento molto in basso del baricentro dello zaino e conseguente pressione dello zaino sui lombi che provoca un per nulla salubre incurvamento della schiena, dall’escursionista compensato con il forzato piegamento in avanti del busto che, però, determina cattiva ventilazione (il diaframma è compresso) e sforzo muscolare aggiuntivo (gli addominali devono lavorare per provocare e mantenere l’inclinazione in avanti del busto); potrà risultare scomodo quando si va a indossare o levare lo zaino (i produttori potrebbero ovviare alla questione pensando a un sistema di sgancio/aggancio rapido), ma gli spallacci vanno categoricamente regolati corti al fine di alzare il baricentro dello zaino sopra quello della persona determinando il salubre effetto di appoggio dello zaino sulle scapole, i muscoli addominali e dorsali ne risultano sollevati, il busto può restare eretto, il diaframma non è compresso, la respirazione ampia ed efficiente.
  • Tutti i produttori di zaini e tutti i venditori promuovono lo spostamento del carico dalle spalle alle anche senza rendersi conto che queste ultime non sono fatte per portare peso, che se caricate eccessivamente innanzitutto finiscono con l’abbassarsi e provocare una retroversione estremamente dannosa ai fini di una corretta postura, poi, col tempo, possono crearsi problemi articolari veri e propri. Certo i produttori di zaini hanno correttamente dotato gli stessi di larghe fasce per avvolgere le anche, ma queste devono più che altro servire a stabilizzare lo zaino, ai fini ergonomici il suo peso dev’essere comunque supportato dall’intera struttura scheletrica, dalle spalle ai piedi passando per colonna vertebrale, anche e ossa della gamba.

Indi, per concludere:

  • Scegliete uno zaino che abbia una forma tendente alla gerla (più largo in alto che in basso);
  • Scegliete uno zaino dotato di regolatori di carico (cinghie o cordini laterali che permettono di variarne il volume interno) al fine di mantenere il carico sempre distribuito in verticale;
  • Scegliete uno zaino con spallacci larghi e imbottiti, se poi sono leggermente elastici tanto meglio (per quanto ho potuto appurare, li trovate solo negli zaini da trail);
  • Nello zaino ponete sempre solo i materiali realmente necessari, la politica del “metto tutto così sono sicuro” può sembrare comoda ma vi renderà un tormento molte delle vostre uscite;
  • Ponete gli oggetti più pesanti nella parte alta dello zaino, sentirete l’appoggio del peso distribuirsi in verticale a partire dalle spalle e percepirete il gradevole rilassamento della schiena;
  • Stringete quanto più possibile gli spallacci, sentirete l’appoggio del peso distribuirsi in verticale a partire dalle spalle e percepirete il gradevole rilassamento della schiena;
  • Per facilitare la vestizione e la svestizione dello zaino reso problematico dagli spallacci regolati corti, abituatevi ad allargare il primo spallaccio ogni volta che togliete lo zaino, per poi tirarlo dopo averlo indossato (all’acquisto dello zaino provate più volte il sistema di regolazione degli spallacci: deve scorrere bene senza però allentarsi da solo);
  • Regolate la fascia in vita in modo che stringa leggermente sui fianchi senza comprimere l’addome.

    Continua in… La postura.


    Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

Camminare in montagna: l’autopercezione


Prosegue da… La prima mezz’ora.


Stavo spiegando a un gruppetto di persone la questione della prima mezz’ora e la necessità spiegata nel precedente articolo di non fermarsi durante questo primo periodo del cammino che può assimilarsi a quello che viene comunemente definito “riscaldamento”. Nel bel mezzo del mio discorso sono stato bruscamente interrotto da una signora che, con fare piuttosto sostenuto, sosteneva la necessità di fermarsi al primo segnale di affaticamento e a nulla sono valsi i miei tentativi di impostare una spiegazione tecnica, come aprivo bocca venivo immediatamente contrastato a voce sempre più alta dalla suddetta signora: “me l’ha detto un amico alpinista”, “voi citate sempre tante ore di cammino”, “se io non sono mai andata in montagna”, “vado in tachicardia”, “non esiste, io mi fermo”. Questo fatto, in congiunzione con altri più o meno analoghi successi in precedenza, mi ha stimolato alcune ulteriori considerazioni invero sottintese nel precedente articolo ma forse non così evidenti e chiare, quindi vado qui a riprenderle con maggiore evidenza.

Ognuno di noi ha un suo specifico livello di percezione dello sforzo, della fatica e del dolore, tre aspetti che sono inevitabilmente evocati dall’azione del camminare, così ci sarà chi, a parità di escursione e di allenamento, ne risentirà maggiormente di altri e chi ne risentirà anche molto meno, sia durante il cammino che a posteriori. Certo il reiterarsi di sforzo, fatica e dolore possono portare all’assuefazione, ma ci vuole tempo mentre questi miei articoli sulla tecnica del cammino in montagna vogliono rivolgersi anche a coloro che si stanno avvicinando all’escursionismo e che, quindi, potrebbero avervi poca abitudine e poca disponibilità alla sofferenza. Ci sono, però, dei parametri oggettivi sui quali possiamo indubbiamente ragionare e lavorare fin da subito: la conoscenza dei concetti di sforzo e fatica, la consapevolezza delle alterazioni fisiologiche e delle sensazioni dalle stesse indotte, una corretta percezione di tachicardia, la consapevolezza che per arrivare a fare meno fatica è necessario faticare, la percezione dell’importante legame tra tecnica e durata dell’impegno, la consapevolezza che comunque la tecnica resta la stessa indipendentemente dalla durata dell’escursione.

Sforzo e fatica

Abitualmente utilizzati come sinonimi in realtà sono due cose ben differenti: lo sforzo è l’impegno fisico applicato in ogni singolo istante o in una limitata unità di tempo, è una percezione soggettiva che può oggettivarsi mediante la misurazione diretta momento per momento dei vari parametri fisiologici, quali il battito cardiaco, la contrazione muscolare, la quantità di sangue in circolo, il volume respiratorio; la fatica è il risultato della somma degli sforzi e si rileva in modo obiettivo andando a verificare, alla fine dell’attività fisica, la quantità di lattato (acido lattico) prodotto. Una rilevazione soggettiva della fatica è possibile attraverso le sensazioni del post escursione, quali senso di prostrazione, tensione o addirittura dolore muscolare, numero di giorni necessari al recupero totale.

La tendenza a interpretare sforzo e fatica come sinonimi induce le persone ad un’errata interpretazione dei paramenti di valutazione riportati da certe relazioni, in particolare dalle mie che utilizzano una scala personalmente elaborata al fine di rendere più precisa la valutazione delle escursioni (la scala ufficiale promossa dal CAI è troppo generica e, quindi, poco utile): percorso poco faticoso non vuol dire che sia esente da sforzi, ma indica un’escursione di breve durata con una bassa produzione di lattato (la quantità di lattato prodotto è direttamente proporzionale alla durata dello sforzo).

Alterazioni fisiologiche e loro sensazioni

Ne ho già ampiamente parlato nel precedente articolo a cui rimando chi non l’avesse letto, qui voglio solo ribadire qualcosa che a quanto pare alcuni non hanno ben chiaro: non è possibile pensare che il nostro organismo possa compiere un’escursione rimanendo nelle condizioni in cui si trova nella quotidianità, il cammino in montagna richiede necessariamente degli adattamenti e questi daranno delle sensazioni inizialmente fastidiose (che alcuni potrebbero percepire anche dolorose), ciò non vuol dire che siamo in affaticamento, anzi, ci segnala che il nostro corpo sta reagendo nel migliore dei modi al surplus di lavoro che gli stiamo richiedendo.

Tachicardia

Ho l’impressione che la signora dell’episodio riportato in apertura, così come altre persone con cui ho avuto il piacere di condividere giornate di montagna, abbia un’errata percezione della tachicardia, osservandola e subendola sempre e solo come un’impropria alterazione del proprio stato fisiologico. In realtà l’aumento delle pulsazioni cardiache è uno degli indispensabili adattamenti allo sforzo e possiamo ben sopportarlo essendo il suo limite fisiologico (soglia massima) ben più alto del valore a riposo: un calcolo approssimativo è quello di fare 220 meno la propria età. Sentire il cuore che batte, anche nelle tempie o in gola, non è necessariamente un indicatore per la necessità di fermarsi, necessità che subentra solo quando ci approssimiamo al nostro valore di soglia massima, e nemmeno un indicatore per l’utilità di fermarsi, utilità che subentra solo quando la nostra frequenza cardiaca supera la soglia di lavoro (indicativamente il 75% della soglia massima), è solo un indicatore del nostro corretto adattamento all’azione escursionistica. Fermarsi solo perché la frequenza cardiaca si è lievemente o anche sensibilmente alzata rispetto alla sua condizione di riposo può addirittura (prima mezz’ora di cammino) essere controproducente.

Fare fatica per meno faticare

Di questo ne parlerò più ampiamente quando tratterò l’allenamento, qui dico solo che, come tutti sanno, con l’allenamento diminuisce la fatica (detta più tecnicamente: con l’allenamento diminuisce la quantità di acido lattico prodotto con una data intensità di esercizio e aumenta la nostra sopportazione del lattato, che, a parità di tempo, rimane lo stesso sia per la persona non allenata che per quella allenata), ma l’allenamento è fatica e richiede tempo, tempo durante il quale dobbiamo necessariamente faticare: in assenza di lavoro e quindi di fatica non si produce allenamento.

Tecnica e durata dell’impegno

Quando si insegna la tecnica del cammino diviene inevitabile fare riferimento alle tante ore di cammino perché, come per tante altre cose, la conoscenza nasce dall’analisi delle situazioni limite, non potrei di certo comprendere il modo migliore di camminare analizzando chi cammina pochi minuti e nemmeno poche decine di minuti, devo necessariamente analizzare chi cammina tante ore.

Per poter camminare tante ore devo necessariamente mettere in campo tutti gli accorgimenti che mi permettano di efficientare al massimo la mia azione, d’altro canto questi accorgimenti risultano proficui anche per le pochissime ore di cammino (che per una persona che si approssima all’escursionismo possono essere già viste come tante ore), rendendole di fatto meno faticose e più piacevoli.

Mente e risultato

Concludo con una breve considerazione riguardante l’influsso che la mente può avere sul risultato: quando siamo sotto sforzo, quando siamo affaticati, quando pensiamo di non farcela più, quando siamo effettivamente stremati, in tutte queste circostanze la mente motivata, la mente allenata può fare la differenza: può permetterci di andare avanti ancora.

Sitografia di riferimento e approfondimento

Albanesi.it – Fatica e corsa

Mypersonaltrainer – Dott. Francesco Grazzina – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – La Scala di Borg e la Percezione dello Sforzo

Calciatori.com – Percezione dello sforzo: le scale di valutazione di Borg

Mypersonaltrainer – Adattamenti fisiologici del cuore in risposta all’attività fisica

Mypersonaltrainer – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – Acido lattico

Mypersonaltrainer – Soglia lattacida

Mypersonaltrainer – Acido lattico nel sangue

Mypersonaltrainer – Approccio ai metabolismi energetici

Mypersonaltrainer – Adattamenti cardiocircolatori all’allenamento


Continua in… Lo zaino.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)

#TappaUnica3V perchè gli ho dato risonanza mediatica


C’è sempre chi approfitta di ogni più piccola occasione per diffondere maldicenze o tentare di screditare qualcuno, non ho notizia che sia successo con il mio lungo viaggio 2017, ma so che è successo con quello del 2016 e se tanto mi da tanto…. L’appiglio utilizzato è stato quello della risonanza mediatica che ho cercato di dare a TappaUnica3V, risonanza che quest’anno è stata ancora più pesante e mi ha visto invitare, oltre al Coordinamento 3V già invitato lo scorso anno, tutti i Sindaci e i Presidenti CAI (Club Alpino Italiano) dei Comuni attraversati o lambiti dal Sentiero 3V “Silano Cinelli”, nonché, da diabetico, il Presidente dell’Associazione Diabetici Bresciani e, per assonanza del gesto atletico, i responsabili di alcuni gruppo trail bresciani, due dei quali, per altro, hanno organizzato e organizzano eventi sportivi sul sentiero 3V.

Pur non mi ritenendomi in dovere di farlo (non devo certo giustificarmi per aver fatto quello che tanti fanno), ho pensato comunque utile e interessante dare corretta informazione in merito anche a questo aspetto del mio viaggio: perché gli ho dato risonanza mediatica e istituzionale?

In ordine decrescente di rilevanza, anche se la differenza è davvero minima…

  1. Perché il sentiero 3V è un percorso che merita più attenzione di quella che si è ad oggi guadagnata: molti lo conoscono ma pochi lo percorrono, specie in forma completa.
  2. Perché da diabetico ho voluto motivare quei diabetici che, impauriti dalla malattia, rinunciano allo sport.
  3. Perché da alpinista di lunga data mi dispiace veder aumentare sempre più la dipendenza dai mezzi tecnici (GPS e cellulari in primo luogo, ma anche previsioni meteorologiche, dissipatori, caschi, abbigliamento, eccetera), oggi spesso descritti come indispensabili mentre chi li utilizza “cum grano salis” viene definito con termini dispregiativi.
  4. Perché da escursionista profondamente integrato con l’ambiente montano e per questo talvolta vessato (invero più sui social che sul terreno alpino) voglio e devo far conoscere che se vestiti è bello #nudièmeglio.
  5. Perché voglio far capire che se, in montagna (ma anche altrove), capita d’incontrare qualcuno nudo non è necessariamente detto che sia un incosciente, un matto o un esibizionista, anzi.

Ecco, niente a che fare con il protagonismo, il desiderio di mettermi in mostra: fosse stato per me solo il giro l’avrei fatto in tutto silenzio coinvolgendo soli i parenti, gli amici più stretti e, attraverso i miei report, il lettori del blog!

#TappaUnica3V da dove parte?


Venerdì sera in Piazza Loggia a Brescia c’è un concerto (Mannoia), di cui sono venuto a conoscenza solo un mese fa quando sono stato contattato dalla segreteria del Sindaco di Brescia, da me invitato (insieme a tutti gli altri Sindaci dei comuni attraversati o lambiti dal sentiero 3V), per avvisarmi della questione e per garantirmi che avrebbero trovato loro la collocazione più idonea per una mia partenza da zona Piazza Loggia. Purtroppo ad oggi non ho ricevuto notizie e il contatto che mi era stato dato risulta irreperibile fino al 17 luglio, presumo abbia dato incarico a qualcun altro, se non ricevo informazoni in tempo utile valuterò sul posto.

In ogni caso i punti già ipotizzati e che quindi restano confermati sono:

  1. la piazzetta alla fine dei portici X Giornate (all’inizio di via Musei) dove per chi non ha notizia (ovviamente ho avvisato tutti coloro che conosco ho che hanno formalizzato intenzione d’essere presenti, ma ne restano molti che non posso avvisare) sarà più facile individuarmi;
  2. presumo nel punto sopra ci siano transenne e alti ostacoli per cui il punto più probabile e che preferire è piazzetta Tito Speri, molto piccola sarà facile individuarmi;
  3. come eventuale alternativa se anche la suddetta piazzetta fose inagibile, Piazza Paolo VI parte alta nei pressi del Broletto.

Come indicato nella scheda evento in zona c’è u autosilo (Piazza Vittoria) ma considerato il concerto sarà difficile trovarvi posto, si consiglia di parcheggiare attorno al punto di vero inizio del sentiero 3V a cui rientrerete accompagnandomi nel primi tratto di percorso.

Possibilità in ordine decrescente di possibilità spazi liberi

  • Distributore Esso in cima a via Turati (vicinissimo al punto suddetto)
  • Via Colle Fiorito, pure molto vicina
  • Via Giacomo Pederzoli, poco più avanti
  • Via Pier Fortunato Calvi, ancora più avanti ma comunque abbastanza vicina
  • Via Ugo Foscolo (Campo Marte)
  • Parcheggio a pagamento di Fossa Bagni
  • Parcheggio a pagamento di Piazzale Arnaldo
  • Zona clinica San Camillo (stradine attorno e a monte della clinica)

Emanuele

#TappaUnica3V il giro finale in tempo reale


Così come già fatto lo scorso anno, l’amico Tony Gialdini, titolare di Gialdini Sport Brescia, mi ha sponsorizzato prestandomi il tracciatore GPS SPOT attraverso il quale potrete seguirmi in tempo reale mentre percorrerò il giro dal 7 al 9 luglio. La trasmissione inizierà il 7 luglio alle ore 20.00, comunque il sito di tracciamento è già attivo al collegamento sotto riportato, per ora contiene solo dei punti di test, usatelo per memorizzarvelo tra i preferiti.

Segui in tempo reale Emanuele nel giro finale di TappaUnica3V 2017

Potrete così anche definire il momento giusto per venirmi ad accogliere all’arrivo di Urago Mella, previsto per le ore 17.00 di domenica 9 luglio.

Grazie Tony!

#TappaUnica3V incontra l’osteopata


Come sapete ultimamente ho avuto a che fare con i medici per via di un problema al ginocchio sinistro e in tale occasione, seppure nella prima visita specialistica sia rimasto soddisfatto per l’attenzione e la dedizione dell’ortopedico, ho alla fine riscontrato ancora una volta quanto già avevo scritto altre volte:  molti, troppi, medici operano a comparto stagno, ossia magari ti lasciano anche parlare ma poi tra tutto quello che hai indicato scelgono un solo problema (non saprei dire con quale criterio) e focalizzano l’attenzione solo su di quello gestendolo solo dallo specifico punto di vista della loro specializzazione, tralasciano ogni possibile interazione con il resto del corpo, rifuggendo dalla cooperazione con altri specialisti e, per finire, “tentando” più o meno improbe soluzioni solo con quello che è nelle loro specifiche competenze. Così è che, dopo aver speso un paio di centoni tra visite e “cure” (tra virgolette perché alla fine sono stati principalmente antidolorifici), con preoccupazione crescente mi ritrovo con il mio problema pressochè invariato: sono sì spariti alcuni dei dolori e si è attenuato quello alla testa del perone (ma ritengo più che altro perché ho pensato bene di alleggerire gli allenamenti, riducendo notevolmente i chilometri), ma ne sono comparsi altri e si è creata una strana sensazione tensiva tutt’attorno al ginocchio sinistro.

A volte, per fortuna, il passaggio dalla preoccupazione alla speranza avviene improvvisamente e casualmente: sono andato a una festa e ci ho conosciuto una persona speciale, un grande professionista profondamente innamorato del suo lavoro, un ex maratoneta, istruttore di yoga e, quello che più conta in questo contesto, rinomato osteopata che si occupa anche di mantenere in massimo splendore gli atleti della nazionale canadese di sci alpino. Alessandro, così si chiama questo nuovo amico, dopo aver casualmente sentito il racconto delle mie recenti vicissitudini mediche e del lungo cammino che sto andando ad affrontare, si è immediatamente offerto come sponsor proponendomi una valutazione osteopatica e successiva manipolazione. Sebbene non vi abbia mai fatto ricorso ho sempre avuto fiducia nella figura dell’osteopata, pertanto, ho accettato e… risultati che mi permetto di definire grandiosi: svaniti i dolori alle ginocchia, insieme a quelli allo snodo mandibolare e al collo che da alcuni giorni mi stavano pure torturando; scomparsa pure la sensazione di tensione attorno al ginocchio sinistro, sostituita da una piacevole sensazione di rilassamento e morbidezza; subito dopo il trattamento mi sentivo morbido, dopo un’ora mi sembrava di camminare sfiorando il terreno anziché di sbatterci sopra ad ogni passo; nei giorni a seguire noto cambiamenti anche a livello propriocettivo (movimenti di ripristino dell’equilibrio decisamente più veloci e molto meno ampi), inoltre sento il mio corpo modificarsi come se in esso si fosse attivato un piacevolissimo vivo processo di trasformazione. È stato meraviglioso ascoltarlo mentre mi spiegava quello che stava facendomi e quello che notava, è stato fantastico notare che in pochi secondi aveva compreso la natura esatta del mio problema al ginocchio, è stato eccezionale sentire che percepiva le zone dolenti senza che io proferissi parola, che col solo tocco delle mani s’è reso conto della mia abitudine al bere molto poco, dell’intestino che funziona a singhiozzo, della potenza nascosta nel mio corpo (“una Ferrari senza meccanici che l’accudiscano”).

Bello, bello, bello!

Chissà mai perché c’è in generale una bassa considerazione verso la figura dell’osteopata, chissà mai perché i medici tendono a ignorarla, chissà mai perché né il mio medico generico né l’ortopedico che mi ha visitato mi hanno consigliato di ricorrere ad un osteopata? Dopo aver sperimentato su me stesso l’effetto di un solo trattamento osteopatico, sono ancora più profondamente convinto dell’importanza di tale figura, l’unica (o quantomeno una delle pochissime) che a fronte di un problema anche localizzato esegue una valutazione sulla globalità del corpo, tanto convinto che a lei voglio presto dedicare un articolo specifico: un’intervista a questo mio nuovo fantastico amico.

Grazie Alessandro, ora le certezze di chiudere il giro si sono rifatte assai salde. Sto seguendo alla lettera le tue indicazioni. Grazieeeee!

Camminare in montagna: la prima mezz’ora


Prosegue da… La tecnica.


Avevo già anticipato che mi sarei impegnato nella realizzazione di una serie di articoli inerenti la tecnica del cammino in montagna (“Camminare in montagna: la tecnica”), un argomento che, pur contro l’altrui opinione, ho sempre ritenuto importante, ancor oggi sostenuto in questo dall’osservazione delle persone che mi accompagnano nelle mie escursioni o che incontro sui monti: molti sono coloro che camminano male, vuoi per l’errato modo di scegliere e utilizzare l’attrezzatura, vuoi per l’applicazione di abituino scorrette, vuoi anche e soprattutto proprio per un modo sbagliato di deambulare. Vero che si parla di escursionisti, ossia di persone che in montagna ci vanno per divertirsi, altrettanto vero che anche lo sport amatoriale può produrre traumi più o meno consistenti, nel breve o, più subdolamente, nel lungo periodo. Cosa fare? Lo scoprirete con questa serie di articoli e partiamo da, come già avevo detto nell’anteprima, un atteggiamento che già da solo può cambiare sensibilmente il vostro modo di andare in montagna, può alleviarvi tanto dolore e tanta fatica: la gestione della prima mezz’ora di cammino.

Tutti conoscono la parola “riscaldamento”, tutti sanno cosa vuol dire riferita a un’attività sportiva, molti sanno che va fatto anche nel contesto delle attività non competitive, pochi, però (faccio ovviamente riferimento all’ambito amatoriale), materialmente lo fanno e ancora meno lo fanno correttamente, nella convinzione che sia sufficiente partire piano e proseguire a bassa velocità per una decina di minuti o poco più. Non è così, non basta, anzi, così facendo si ottiene solo di stressare l’organismo. Come farlo? Continua a leggere!

Nel già citato articolo introduttivo ne avevo succintamente parlato, riprendo quelle stesse parole rieditandole al fine di meglio illustrare i concetti e approfondirli, seppure ancora attraverso spiegazioni magari poco tecniche e, pertanto, imprecise (che non vuol dire inesatte), ma semplici e, pertanto, facilmente comprensibili a tutti.

Eccoci all’escursione!

Siamo al momento zero, dopo il trasferimento in auto siamo pronti a iniziare la nostra escursione, in questo istante il nostro organismo è in uno stato che, sebbene non necessariamente di riposo, possiamo senz’altro definire di quiete: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca sono nelle loro condizione di quotidiana normalità, quella adeguata a supportare la nostra sola sopravvivenza o al più minimi sforzi.

Con un salto temporale immaginiamoci ora nel bel mezzo del cammino, in questo istante il nostro organismo è (dev’essere) in uno stato che definiamo di lavoro: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca sono sensibilmente aumentati al fine di supportare lo sforzo in atto, ovvero di fornire maggiore energia al nostro sistema. In questa sede è irrilevante capire le esatte dinamiche di tale trasformazione e determinare come avvenga la produzione di energia, ci basta osservare che a fronte di uno sforzo maggiore a quello minimo supportabile dallo stato di quiete (soggettivo: la prolungata reiterazione degli sforzi e, quindi, delle relative alterazioni organiche porta ad una più o meno ampia “cronicizzazione” delle dette trasformazioni fisiologiche, ovvero determina un adattamento atletico alzando la soglia di mantenimento base) il nostro organismo mette in atto una complessa serie di alterazioni, ognuna direttamente proporzionale all’incremento di energia richiesto. Tale adeguamento fisiologico allo sforzo non avviene istantaneamente ma richiede un certo tempo (non ho idea da dove derivi tale valore, ma viene computato in trenta minuti, valore che la mia esperienza pratica conferma come corretto) durante il quale percepiamo fastidiose sensazioni fisiche e psicologiche, possiamo pertanto indicare la fase di transizione da quiete a lavoro come zona di malessere; una volta che il nostro organismo è in grado di supportare lo sforzo richiesto, gli adattamenti si fermano e le nostre percezioni, seppure a parità di sforzo, diventano positive, il cammino è ora piacevole, possiamo quindi definire questa condizione come area di benessere. Ovviamente le suddette trasformazioni hanno un limite massimo (soggettivo e migliorabile con l’allenamento), al suo raggiungimento il nostro organismo non sarà più in grado di dare adeguato supporto ad un ulteriore incremento delle richieste energetiche e andrà in sofferenza, inducendoci a rallentare, fermarci o addirittura interrompere il cammino con una lunga sosta.

Cosa succede se ci si ferma? Il nostro organismo tende a ristabilire lo stato di quiete: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca calano e lo fanno anche piuttosto velocemente, tanto più rapidamente quanto più lontani siamo dall’area di benessere.

Traduciamo il tutto in un grafico nel quale mettiamo a confronto due escursionisti, uno che non effettua fermate fintanto che non entra in area di benessere, l’altro che si ferma più volte ancora in fase di transizione tra lo stato di quiete e quello di lavoro.

Vediamo che l’escursionista uno entra e si mantiene in area di benessere: porterà sicuramente a termine la sua escursione e ne sarà pienamente soddisfatto. L’escursionista due permane nell’area di malessere: potrebbe anche completare l’escursione ma di certo con assai poca soddisfazione e molti dolori. Ovviamente non ho preso in considerazione il caso di un escursionista che vada in sofferenza visto che l’obiettivo è quello di entrare e restare in area di benessere, solo gli atleti in allenamento (o nelle fasi finali di una competizione) possono eventualmente sfruttare anche i contorni della linea di stress.

Cosa abbiamo stabilito?

Essenzialmente che la prima mezz’ora di cammino è assai importante, che potremmo un poco soffrire ma ve necessariamente affrontata in modo adeguato ovvero… senza mai fermarsi.

Cosa ne deriva?

Prima della partenza

  • Date sfogo ad ogni eventuale necessità fisiologica o anticipatele.
  • Idratatevi adeguatamente integrando nel contempo la giusta dose di sali minerali.
  • Fatto salvo per guanti e berretto che possono essere facilmente levati e risposti anche senza doversi fermare, rimuovete l’abbigliamento in eccesso: entro una decina di minuti sarete soggetti all’aumento di temperatura corporea e se troppo coperti dovrete fermarvi per levare qualcosa; meglio sentire un poco di freddo all’inizio che inibire il processo di adeguamento allo sforzo.

Partiti

  • L’equilibrio energetico è piuttosto delicato: se forziamo troppo poco non inneschiamo le necessarie modificazioni fisiologiche, se forziamo troppo andiamo subito in crisi. Per dare un parametro oggettivo possiamo dire che se riusciamo a parlare stiamo andando troppo piano, se la respirazione risulta difficoltosa (parziale, al limite anche con dolori addominali e/o toracici) stiamo andando troppo forte.
  • Iniziate a camminare mantenendo bassa la vostra velocità, dove il termine bassa va rapportato al vostro allenamento e, come detto, non dev’essere troppo blando: mediamente può essere ideale all’incirca il venticinque percento della massima velocità che siete in grado di produrre su quella pendenza (riuscite a parlare ma con un lieve affanno).
  • Quando percepite che i muscoli si sono riscaldati (una decina di minuti dalla partenza se avete impostato il passo corretto) aumentate gradualmente la velocità per arrivare, nel giro di altri dieci minuti e con le stesse precisazioni di cui sopra, a un’andatura media: attorno al cinquanta percento della massima velocità che potete produrre su quella pendenza (non riuscite a parlare ma la respirazione è regolare e tranquilla).
  • Se proprio temete di non farcela a restare trenta minuti senza reidratarvi o se la giornata particolarmente calda necessità di una reidratazione più frequente, utilizzate le apposite tasche morbide con cannuccia (camel-bag) che oggi quasi tutti gli zaini supportano, oppure procuratevi almeno un portaborracce da collocare sullo spallaccio dello zaino e ponetevi una borraccia che si possa utilizzare senza doversi fermare, tipo quelle da ciclismo o da corsa a piedi: grazie alla diffusione dei trail oggi trovate facilmente ambedue questi accessori.
  • Risparmiate il fiato: per ora evitate di chiacchierare, potrete farlo a volontà una volta entrati in area di benessere e senza nemmeno dovervi fermare.

Ovviamente esiste un’alternativa al tutto: camminare in stato di quiete. Certamente è possibile farlo, specie se siete molto allenati, ma se non lo siete? Se non lo siete dovrete accontentarvi delle passeggiate piane e brevi perché il vostro stato di quiete non può supportare di più! Perché mai dovrei fare di più? Beh a questo dovete darvela voi la risposta, io posso solo dirvi che ne vale veramente la pena: un ritmo blando produce pochissimi benefici fisici e ancor meno psicologici, un ritmo adeguatamente sostenuto comporta miglioramenti cardiovascolari, un utilizzo più ampio e corretto del diaframma quindi una migliore respirazione, maggiore propriocettiva quindi un migliore equilibrio, scarico dallo stress quotidiano, equilibrio psicologico, eccetera; una breve escursione difficilmente vi permetterà di assaporare quanto la montagna sia in grado di offrirvi, una lunga escursione vi permetterà di godere dei fantastici panorami visibili dalle vette o dalle creste, vi consentirà di percepire le infinite gradevoli sensazioni che la montagna e capace di trametterci, specie se ci poniamo ad essa senza barriere fisiche e mentali, ovvero se i vestiti li lasciamo nello zaino… tutti quanti!

Fonti e approfondimenti

Mypersonaltrainer – Adattamenti fisiologici del cuore in risposta all’attività fisica

Mypersonaltrainer – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – Acido lattico

Mypersonaltrainer – Approccio ai metabolismi energetici

Mypersonaltrainer – Adattamenti cardiocircolatori all’allenamento


Continua in… L’autopercezione.


Riepilogo globale della serie Camminare in montagna (con qualche infiltrazione dovuta alla natura stessa dei motori di ricerca)


Di corsa su e giù per il monte


Foto di Carla Cinelli

Corro su

poi corro giù

tac toc

pac poc

rai pai

tai zuai

clas tuas

fras sbras

clus trus

Foto di Carla Cinelli

stus fus

string strong

strang pilang

stroc patoc

ratoc stiloc

Corro su

poi corro giù

corro su

di nuovo corro giù

frisssccc

Arrivato!

Emanuele Cinelli – 16 giugno 2017

#TappaUnica3V -22 ora solo riposo


Mancano venti giorni alla partenza, è tempo di lasciar riposare muscoli e ossa, in particolare schiena e ginocchia che sono uscite alquanto provate dai tanti mesi di duro allenamento, duro e, soprattutto, nuovo: l’inserimento della corsa non più solo come brevi momenti nelle discese ai fini di recupero sui tempi, ma corsa vera e propria, corsa anche in salita. Il risultato è stato pregevole, ora viaggio costantemente su tempi pari o inferiori alla metà delle tabelle, certo sono ancora molto lontano dai ritmi dei migliori trailer, anzi sono lontano persino da quelli dei trailer in genere, ma non è questo il mio obiettivo, quello che faccio lo faccio per il mio unico piacere, se crescerò ulteriormente è del tutto ininfluente, ne sarò contento e magari mi allenerò anche per riuscirci, visto che la corsa mi è diventata sincera amica, pur senza deprimermi se non dovesse avvenire. Il risultato, però, è stato anche dolente e, come spesso mi accade, senza che i medici siano stati in grado di determinare delle motivazioni specifiche: non ci sono lesioni di nessun genere, cosa positiva ma al contempo cosa che impedisce la definizione di una specifica e rapida terapia, si può solo procedere a tentativi, si può solo optare per i cerotti anestetici e antidolorifici.

Lasciato solo dagli esperti decido allora di aggiungerci un pur non prescritto riposo nella speranza che l’allentamento della pressione possa aiutare quel recupero totale che certo anestetici e antidolorifici possono emulare ma non possono dare. Allora… allora da ora alla partenza non si corre più, non si fanno più lunghe distanze, solo quotidiana attività fisioterapica, qualche chilometro di cammino in piano almeno cinque volte alla settimana e tanto, tanto rilassamento mentale.

Di seguito il consento report sugli allenamenti, come detto gli ultimi.


28 maggio – Crinale est della Val Bertone

Uscita con gli amici di Mondo Nudo lungo un percorso che ho individuato durante i miei allenamenti e che mi ha particolarmente affascinato: prima una lunga cresta a cavallo tra la valle di Caino e quella di Odolo e Agnosine, poi un tratto di fondovalle privo di sentiero e che si percorre seguendo fedelmente il torrente. Ovviamente il ritmo è basso e posso procedere in totale rilassamento, ma ci vuole anche questo. Qui la relazione completa dell’uscita.

2 giugno 2016 – Dosso di Cè

Alle 18 di oggi parte il 3V Remix organizzato dagli amici del Bione Trailers Team, ne approfitto per effettuare, in compagnia della moglie, una breve escursione sui monti di Bione, zona che non ho mai visitato. Seguendo il percorso della gara, subito lasciati indietro dagli atleti, saliamo alla Piana di Lò e da qui, per una ripida rampa erbosa e la successiva cresta, al Dosso di Cè che, estasiati dalla bellezza del luogo e delle sue magnifiche faggete, raggiungiamo in un’ora e mezza di cammino. Discesa all’eremo di San Vigilio per riportarsi, con giro ad anello, alla Piana di Lò e a Bione. Ancora una volta mi porto a casa una zecca, ancora una volta me la trovo addosso il giorno dopo nonostante un accurato controllo fatto la sera precedente, ancora una volta è piccola, tanto piccola da non essere agganciata dall’apposito leva zecche, devo usare la pinzetta leva spine sul lato opposto, troppo potente: oltre alla zecca mi leva anche un piccolo brandello di pelle.

4 giugno – Anello sopra Caino e Nave

Voglio andare a vedere il passaggio del 3V Remix e per farlo m’invento due anelli che mi permetta d’incrociarli, fino all’ultimo sono incerto su quale fare, ambedue m’interessano, ambedue mi portano a visitare gli ultimi tratti ancora sconosciuti della zona, decido arrivato al parcheggio comune ad ambedue: visto che piove ed è freschina si va per quello di Nave. Parto dal parcheggio della Val Bertone alle nove, stando alle indicazioni reperite il cancello massimo del 3V Remix a Nave è dopo mezzogiorno per cui ho buon margine e posso prenderla comoda. Seguo per poco la strada sterrata della Val Bertone e imbocco il sentiero di collegamento con Caino, un bel percorso che con alternanza di salite e discese attraversa i boschi che sovrastano la strada delle Coste di Sant’Eusebio. Senza rendermene conto il mio passo ha velocemente preso la sua natura e l’app di tracciatura che sto sperimentando al primo chilometro mi segnala una velocità di quattro chilometri l’ora: va beh, visto che devo tenere sotto osservazione il ginocchio ne approfitto, rallenterò dopo Caino o nella discesa verso Nave. Secondo chilometro, la velocità è salita a cinque e diventa sei nell’attraversamento di Caino. Il ginocchio va alla grande, dagli! Salita cementata a cinque, sterrata ancora più ripida sempre a cinque, lungo e sconnesso traverso attorno il monte Montecca leggermente più lento perché sono molto in anticipo, eccomi sopra Nave, in basso vedo il furgone del Bione Trailers Team ma non c’è l’arco gonfiabile: non sono ancora passati? No, non è così, è l’opposto. Arrivando al furgone vengo a sapere che sono già passati da un pezzo: sono dei mostri da Brescia a Nave, scavalcando la Maddalena, ci hanno messo poco più di un’ora!

Va beh, così è andata, avrei fatto meglio a fare l’altro anello che mi avrebbe tenuto sulle creste sommitali. Li avrei così sicuramente incrociati. Inutile recriminare, ora bisogna tornare all’auto. Prendo la strada seguita dal sentiero 3V fino a Sant’Antonio, qui la abbandono per prendere il sentiero che scende alla strada della Merolta, seguo in discesa tale strada, il tratto è più lungo di quello che mi aspettavo, alla fine eccolo, ecco il sentiero Faet che con dura salita mi porta al Monte Forche. Mentre percorro questo impegnativo tratto le nuvole si aprono e appare il sole, prima debole poi sempre più forte, la temperatura cresce bruscamente e il mio ritmo ne risente parecchio: scendo a due chilometri e mezzo all’ora. In cresta riprendo fiato e ritmo, oltrepasso il Monte Faet e arrivo al sentiero 3V con il quale raggiungo l’eremo di San Giorgio. Godendomi la strana solitudine mi rilasso una mezz’ora mangiando qualcosa e poi riparto per la lunga discesa verso la Val Bertone. Il ginocchio inizia a farsi sentire ma riesco a procedere senza rallentare e in mezz’ora sono alla fine. Accaldato e sudato esaurisco i pochi liquidi rimasti nella borraccia, cambio le scarpe e poi via, si rientra a casa, dove arrivo con ben tre ore di anticipo sul programmato.

11 giugno – Anello Altissimo del 3V

Doveva essere un’uscita col gruppo di Mondo Nudo ma vista lo scarso interesse verso questo tipo di escursioni l’ho rielaborata: farò da solo la prima metà viaggiando nei tempi di TappaUnica3V, al Maniva si assoceranno altri eventuali partecipanti per fare la seconda metà assieme. Alla fine due si mettono in lista e uno solo si farà effettivamente trovare. Parto a mezzanotte da Collio, faccio fatica a mantenere l’equilibrio: saranno le scarpe nuove o è una conseguenza delle leggere vertigini che ho avvertito per tutta la giornata? Probabilmente ambedue le cose, pensiamo al cammino. Avverto subito d’andare troppo veloce indi riduco il passo e, dando ascolto al silenzio totale che stranamente avvolge la montagna, mi concentro sul mantenerlo basso: primo punto di controllo e… mezz’ora d’anticipo. Rallento ancora, secondo punto di controllo altri quindici minuti guadagnati. Inserisco alcune fermate per scattare delle foto ma niente, non c’è verso, continuo a mangiare minuti su minuti: bene, dimostra un’ottima forma fisica, ma anche male, durante il giro finale non potrò permettermi di sballare così il ritmo, rischierei di collassare prima dell’arrivo e quest’anno il giro lo voglio, lo devo finire, assolutamente.

Al Passo di Pezzeda Mattina mi accoglie un freddo venticello: meglio indossare la maglia. Il piano prevedeva di fare l’attraversata del Monte Pezzolina ma l’erba è molto bagnata per cui decido di proseguire per la strada normale. Passo di Prael ed eccomi in vetta alla Corna Blacca, quest’ultimo tratto è dato un’ora e quaranta, la mia tabella prevedeva un’ora, l’ho fatto in cinquanta minuti. Fa freddo, giusto il tempo di un autoscatto e poi via. Nella ripida discesa inizia a farsi sentire il ginocchio sinistro, alla fine arrivo alla base in mezz’ora anziché quindici minuti: dovrò rivedere la tabella di marcia. Concentrandomi sul passo verifico l’esattezza del tempo definito da qui al Passo Portole e al successivo Passo del Dosso Alto. Il ginocchio ora stride anche in salita, indeciso sul da farsi mi accomodo su un masso, si avvicina l’alba e la temperatura si abbassa, devo infilare anche i pantaloni e la giacca a maniche lunghe. Salgo o non salgo? Come posso scendere dalla cresta con questo ginocchio? Va beh, proviamoci! Mi tolgo i pantaloni e riprendo il cammino, il passo è sostenuto quel tanto che deve servire al rito programmato, purtroppo dopo poco le fitte al ginocchio si fanno più frequenti e devo inserire delle fermate per allentare un poco il carico. Mancano cento metri alla vetta, niente, mi fermo qui. Dietro front e giù alla strada per il Maniva dove giungo con mezz’ora d’anticipo sul previsto.

Infilato tutto quello che posso (ehm, invero tralascio la giacca da pioggia), mi accomodo sui tavoli esterni dell’Albergo Dosso Alto e ne attendo l’apertura, nel frattempo mi bevo il beverone agli amminoacidi e mi spalmo gel all’arnica sul ginocchio. Il bar non apre, fortunatamente il sole riesce già a far sentire il suo calore e l’attesa non è dolorosa. Sono sette, suona il cellulare, è l’amico Vittorio che mi segnala che a causa del mancato arrivo di Cristina è in forte ritardo, nessun problema, arriveremo a fine anello più tardi del previsto. Sette e mezza, apre il bar dell’albergo, subito mi riconoscono e mi accolgono con un calore inestimabile: mi viene offerta una robusta colazione e mi danno la disponibilità delle docce per quando qui farò sosta durante il mio giro di TappaUnica3V. Arriva Vittorio, gli lascio il tempo dovuto per prepararsi con calma e bersi un caffè, volevo farmi fare un panino per il pranzo ma vista la disponibilità predetta non voglio approfittarne e lascio perdere, tanto nello zaino due mele e quattro berrette ci sono, non muoio di fame. Ore otto passate, forse otto e trenta, partiamo, ma ora è relazione di VivAlpe e lascio il resto a questa, aggiungo qui solo che siamo arrivati all’auto con mezz’ora di anticipo.

#TappaUnica3V #nudièmeglio


La primavera è arrivata e stiamo marciando a larghi passi verso l’estate, ormai le temperature sono costantemente sopra i dieci gradi, durante il giorno il sole fa sentire la sua presenza inondando l’aere di un intenso calore. Le corolle si sono aperte, mille colori spezzano la monotonia dei prati e dei boschi, movimenti appena percettibili, lievi fruscii, svelano il rianimarsi della vita animale. Risveglio della natura e risveglio dei corpi, nudi corpi che godono del nuovo giorno, nudi corpi che mostrano la loro piena forma, nudi corpi che riprendono possesso dell’aerale montano muovendosi senza pudore alcuno. Lepri, cinghiali, lucertole, volpi, fagiani, coturnici, scoiattoli, ramarri, salamandre, insetti d’ogni genere e forma, nudi corpi incrociano sempre più spesso il mio cammino suggerendomi di rispettare a mia volta l’insegnamento della natura e così il mio corpo, non più frenato dalle basse temperature, si ribella al cilicio delle vesti e ardentemente anela al respiro totale. Diamogli soddisfazione, finalmente nello sforzo del duro cammino le vesti posso levare, finalmente senza barriere con il monte posso dialogare, finalmente il più piccolo raggio di sole posso sentire, il più fievole alito di vento mi può refrigerare, il minimo calore percepire. Sensazioni indescrivibili, sensazioni inimmaginabili, sensazioni che qualcuno ha voluto negarci e che ancora incomprensibilmente restano imprigionate nell’innaturale pudore, nella malata vergogna verso pochi centimetri del nostro copro, pochi centimetri che si vogliono immondi, pochi centimetri che tutti conoscono, tutti possono ben facilmente immaginare, pochi centimetri che sono il centro del corpo, che sono la vita del corpo, che più di tutti gli altri necessitano di aria e respiro. Vestiti è bello, nudi è meglio… #nudièmeglio!


1 e 2 aprile – VivAlpe emula TappaUnica3V con una bella cinquanta chilometri

Doveva essere un’escursione con gli Amici di Mondo Nudo ma alla fine mi trovo da solo, ovviamente non rinuncio e ne approfitto per fare un buon allenamento. Il ginocchio sinistro ha dato ancora problemi: prenotate radiografia e visita specialistica.

54 chilometri, 3200 metri di dislivello, 20 ore di cui 16 di cammino.

7 aprile – Ritirata radiografia ginocchio sisnitro

A leggere il referto c’è da spaventarsi, vedremo cosa dice l’ortopedico.

9 aprile – Monte Dragoncello da Nave

Insieme a Maria esploro il sentiero che dalla Mitria di Nave porta alla sella delle Casine Eciè  in zona Cariadeghe. Bel sentiero con salita pressoché costante e ripida nella prima parte, poi, attraversato il Senter Bandit, alla salita si alternano tratti di mezzacosta che concedono un poco di respiro. Arrivati alla sella dopo una breve sosta risaliamo alla vetta del Dragoncello per poi scendere sul versante opposto passando dalla Campana. Sella di San Vito, sentiero 3V per la Valle Salena e siamo all’auto. Lungo la discesa il ginocchio sinistro ha dato qualche accenno di dolore e di blocco, comunque niente a che vedere con i problemi avuti in precedenza: la speranza di una totale ripresa si fa viva.

11 chilometri, 856 metri di dislivello, 5 di cammino effettivo (6 totali).

13 aprile – Anello del Budellone

Breve ma intenso allenamento sul monte di casa per esaminare meglio il dolore del ginocchio sinistro e presentarsi alla visita specialistica con dettagli precisi e un ginocchio non in stato di totale riposo.

8,5 chilometri, 329 metri di dislivello, un’ora e trentatré minuti.

14 aprile – Visita ortopedica

Pare essere tutto a posto, il dolore non è evocabile, il ginocchio è asciutto e non presenta segni di sofferenze o lesioni, si prosegue con breve cura antinfiammatoria e risonanza magnetica.

17 aprile – Monti di Gavardo

Con Maria ci facciamo un giro sui monti di Gavardo, lei ha un problema al piede sinistro e non abbiamo un programma preciso: andremo avanti fin tanto che il suo piede non duole. Partiamo da località San Rocco seguendo un sentiero segnato che, quando segue una tortuosa strada cementata, abbandoniamo per seguire delle tracce nel bosco che tagliano i tornanti. Salendo a casaccio seguiamo di volta in volta stradine e sentieri. Poco sotto la zona attrezzata di Tesio Maria impone l’alt, ci fermiamo a far calmare i dolori al suo piede e poi ritorniamo alla base.

10 chilometri, 400 metri di dislivello, 3 ore

23 aprile – Uscita a Sant’Emiliano: tanti colori in una natura florida e avvolgente

Escursione con gli Amici di Mondo Nudo, partendo da Gardone Val Trompia effettuiamo un bell’anello che ho individuato durante i miei allenamenti. Alla partenza rilevo molte fitte al ginocchio… destro, mannaggia, ora ci si mette anche questo; il sinistro invece viaggia bene solo verso la fine manifesta la solita sensazione di stiramento, ma leggerissima e senza l’impressione di blocco.

13 chilometri e mezzo, 822 metri di dislivello totale, 7 ore e mezza (6 e mezza di cammino effettivo).

30 aprile – Sant’Onofrio da Piezze di Nave

Gitarella in compagnia della moglie, risaliamo per intero la Val Listrea, giunti alla Cocca una fievole ma fredda brezza ci accompagna lungo la strada che porta all’inizio del sentiero. Lungo mezzacosta nel bosco, breve salita ed eccoci sul crinale che porta alla piccola chiesetta di Sant’Onofrio, qui ritroviamo la brezza e dobbiamo procedere per trovare un posto riparato dove fermarsi a mangiare. Ripida e lunga discesa fra tantissimi Gigli Martagone (e altri fiori) e siamo di rientro all’auto.

10 chilometri, 695 metri di dislivello, 5 ore con una mezz’ora abbondante di sosta pranzo.

1 maggio – Anello di Facqua

Dopo una lunga sosta a causa dei problemi alle ginocchia rieccomi sulla via del monte, oggi voglio perlustrare due varianti che ho individuato nel tratto che dal Passo Del Cavallo porta alla Brocca. Parto con un programma incerto, valuterò il da farsi in base alle sensazioni che mi daranno le ginocchia. Velocemente salgo senza problemi la prima parte su asfalto e sterrato e in poco arrivo al bivio con la prima variante, subito individuo un bel sentiero che però poco dopo devia parecchio rispetto alla mia linea ideale quindi lo abbandono per proseguire su terreno libero. Ripida la salita e le ginocchia rispondono bene, breve discesa e sono nuovamente sul tracciato originale, ma per poco, subito si diparte la seconda variante. Ancora ripida salita, altro costone panoramico, lo sguardo si allarga ad abbracciare il Brenta, il Lago di Garda, la Pianura Padana e, dietro a questa, l’irregolare linea delle Alpi Liguri. Vetta della Punta Camoghera, discesa per un crinale a picco sull’abitato di Lumezzane ed eccomi alla sella de La Brocca, le ginocchia vanno alla grande, decido di proseguire, ovviamente per la variante alta del sentiero 3V. Gelandomi le mani supero il caratteristico camino de La Streta, poi resto basito dalla velocità con cui risalgo un tratto erboso pressoché verticale, un tratto che mi ha sempre fatto ansimare, oggi, invece, tre, proprio tre di numero, balzi e ci sono sopra, eccomi alla cima del Dossone di Facqua, velocemente mi butto sulla discesa e vado a riprendere la variante bassa del 3V con la quale chiudo l’anello e, dopo l’incontro magico con una grossa lepre, rientro all’auto.

13 chilometri, 746 metri di dislivello, un’ora e ventitré la salita al Dossone di Facqua, due ore e cinquantasei il giro totale.

6 maggio – Anello medio del Monte Tre Cornelli

Con partenza da Vallio Terme c’è un interessante sentiero che sale al Tre Cornelli ma se si segue la segnaletica si è costretti a fare un su è giù lungo lo stesso percorso mentre io mi sono ormai abituato a compiere anelli e voglio quindi trovarne uno anche per questa salita. Individuato sulla carta lo sperimento in pratica: bello! Ci do dentro e le ginocchia rispondono molto bene.

Salita 4,5 chilometri fatta in un’ora e tredici minuti, ovvero 3,7km/h.

Discesa 6,5 chilometri fatta in un’ora e cinque minuiti, ovvero 6km/h.

Totale 11,11 chilometri, due ore e diciotto minuti, ovvero 4,83km/h

7 maggio – Monte di Paitone

Breve escursione sopra Paitone seguendo prima la strada asfaltata che sale al Santuario della Beata Vergine, da qui per sentiero e poi asfalto a Marguzzo e chiesa di San Martino, indi stradine e sentieri che portano verso Tesio di Serle. Ritorno identico fino al santuario da qui mulattiera a San Rocco e strada all’auto. Ginocchia tutto ok.

8 chilometri, 430 metri di dislivello, 2 ore

9 maggio – Anello del Budellone

Nuovamente sul monte di casa per un test delle ginocchia: parto da casa di corsa e senza sosta copro i due chilometri di asfalto che portano all’inizio del sentiero, sempre di corsa mi lancio per questo che parte subito ripido, riesco a tenere il passo per un breve tratto ma pur sempre più lungo del solito. Al cammino forzo a più non posso fino alla vetta, immediatamente, nonostante i quadricipiti bruciati, mi butto nella discesa riprendendo la corsa che interrompo a tatti solo nel lungo diagonale che dal Bus porta alla Casa degli Alpini di Prevalle. Poco prima di arrivare a quest’ultima, sbucando in no spiazzo piano una grossa ombra in fuga mi passa davanti, un grugnito la identifica senza dubbio, più piccole schiene pelose brune striate di bianco sono ferme davanti a me e si allontanano con calma, avendo compreso la situazione mi blocco, alla mia destra distanziata di circa dieci metri, la grossa cinghiala mi fissa dritto negli occhi, guarda verso i suoi piccoli e poi, tranquillizzata dalla mia immobilità e dall’allontanarsi dei suoi cinghialotti, di scatto si gira e si tuffa nel fitto del bosco. Inebriato dal bellissimo incontro (li avevo sempre sentiti e mai visti), riprendo il cammino (per sicurezza evito la corsa) e rientro senza problemi a casa: ginocchia alla grande.

8,5 chilometri, 329 metri di dislivello, 20 minuti alla base del sentiero (2,8km di piano asfalto), 32 (20+12) minuti alla vetta, un’ora e ventotto l’intero giro.

12 maggio – Ritirata risonanza magnetica

Dal referto per quanto ne possa capire si direbbe che non ci sono grossi problemi, un modesto versamento sinoviale potrebbe ricondursi, a mio parere, ad un vecchio incidente con distorsione e conseguente siringata per levare il liquido formatosi, e/o ai vari traumi che l’intensa attività alpinistica mi ha provocato. Purtroppo per un solo giorno (avevo all’11 la prenotazione con l’ortopedico) ho dovuto spostare la visita specialistica e dovrò attendere fino all’8 giugno per avere un riscontro preciso. Speriamo bene!

13 maggio – La notte di #VivAlpe 2017

Altra escursione con gli Amici di Mondo Nudo, un suggerimento per sperimentare la marcia notturna a quei tanti che non l’hanno mai fatto. Si risveglia qualche dolore alle ginocchia, in particolare destra e in salita.

7,5 chilometri, 678 metri di dislivello, 4 ore e mezza con un’ora e venti di sosta

20 maggio – Anello stretto del Monte Tre Cornelli

Altro serio test per le ginocchia, salita per il più diretto sentiero segnalato che da Vallio Terme raggiunge la vetta del Tre Cornelli, discesa per il sentiero precedentemente percorso in salita per l’esplorazione dell’anello medio. Sperimento un’app di tracciatura e rilevazione (Sportractive) che ho installato sull’ormai non più nuovissimo cellulare: interessante, utile, comoda, in particolare la segnalazione vocale della velocità, comunque ancora non risolve tutti i problemi (evidenzia una forte differenza, in più e a mio parere in meglio, nel calcolo dislivello con GPSies). Ginocchia ok, destro senza dolori, sinistro lieve dolore in sede laterale più bassa degli episodi inziali senza sensazioni di blocco al movimento, apparso nell’ultimo chilometro di discesa.

7,6 chilometri, 707 metri di dislivello, un’ora e trentadue minuti per un ritmo medio corrispondente a 12:08 minuti al chilometro (4,94km/h), ritmo massimo 05:30 minuti al chilometro (10,66km/h).

21 maggio – Anello largo dell’Eremo di San Giorgio a Caino

Ancora un’escursione con la moglie inanellando tre sentieri già fatti separatamente: ne esce un anello molto interessante. Nessun particolare dolore alle ginocchia.

11 chilometri, 790 metri di dislivello, tre ore e cinquantatré minuti.

27 maggio – Allenamento annullato

Volevo uscire per un altro allenamento / esplorazione più in quota, mi sono alzato molto presto con dolore al collo, mentre mi preparo la colazione sono titubante: le ginocchia stanno bene ma è tutta settimana che permane una lieve sensazione dolorosa al lato esterno del ginocchio sinistro (poco sotto la sede dei primi dolori), vi si aggiungono la giornata non bellissima e varie questioni che mi frullano nella testa rendendomi incerto sul da farsi, alla fine accendo il computer e mi metto a scrivere questa relazione. Passano le ore e, stando seduto a lungo, compare nuovamente la distribuita sensazione dolorosa laterale: forse ho fatto bene a starmene a riposo, anche perché domani c’è un’altra uscita con gli Amici di Mondo Nudo.

#TappaUnica3V tutti i numeri


Come già avevo riferito, negli ultimi allenamenti si è evidenziato un dolore al ginocchio sinistro, dolore che si manifestava solo in discesa e solo sui tratti più scabrosi per poi mantenersi per un giorno o due nella discesa di scale. Presupponendo un sovraccarico, in attesa della visita medica specialistica, pur senza interromperli del tutto, ho comunque ridimensionato gli allenamenti riducendo le uscite e la velocità.

Fatti i primi accertamenti medici (radiografia e visita ortopedica) non si è potuto stabilire le precise cause del problema: apparentemente è tutto a posto, pertanto, in attesa della risonanza magnetica, onde anticipare il recupero totale, sulla base di possibili ipotesi (sovraccarico, giusto come avevo già ipotizzato io stesso) sto facendo una cura antinfiammatoria alla quale se necessario potrebbe seguire una terapia TECAR o/e magnetica.

In attesa di poter riprendere gli allenamenti più intensi, ho fatto, con la miglior precisione possibile (comunque non assoluta: confrontando guide e carte topografiche ho rilevato differenze anche importanti tra le quote, e anche le piattaforme web per la tracciatura dei percorsi sono imprecise), un poco di conti per individuare tutti i numeri di TappaUnica3V… eccoli!

  • Quattro i punti di rifornimento.
  • Cinque, di conseguenza, le tratte di cammino ininterrotto.
  • Tratta 1 – Brescia (Piazza Loggia) / Lodrino (B&B Isdola Verde)
    • 38,682km di lunghezza
    • 2676m D+ (dislivello positivo)
    • 2083m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 170m
    • quota massima 1352m
    • 9 vette principali
    • 11 valichi principali
    • 11,45 ore di cammino effettivo
    • 3,29km/h la velocità media di cammino
    • 6 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport Competition
    • 3 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 2 confezioni Enervit Powerbar PowerGel
    • 2 barrette Enervit PowerTime
    • 250 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 10,24kg di zaino alla partenza
  • Tratta 2 – Lçodrino / Giogo del Maniva (Albergo Dosso Alto)
    • 26,243km di lunghezza
    • 2156m D+ (dislivello positivo)
    • 1265m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 750m
    • quota massima 2064m
    • 7 vette principali
    • 12 valichi principali
    • 8,35 ore di cammino effettivo
    • 3,06km/h la velocità media di cammino
    • 5 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport Competition
    • 2 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 2 confezioni Enervit Powerbar PowerGel
    • 2 barrette Enervit PowerTime
    • 250 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali  problemi di stomaco
    • 9,09kg di zaino alla partenza
  • Tratta 3 – Maniva / Colle di San Zeno
    • 25,646km di lunghezza
    • 1241m D+ (dislivello positivo)
    • 1485m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 1409m
    • quota massima 2217m
    • 16 vette principali
    • 9 valichi principali
    • 7,10 ore di cammino effettivo
    • 3,58km/h la velocità media di cammino
    • 4 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 2 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 1 confezione Enervit Powerbar PowerGel
    • 1 barretta Enervit PowerTime
    • 150 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 7,79kg di zaino alla partenza
  • Tratta 4 – Colle di San Zeno / Zoadello Alto
    • 21,381km di lunghezza
    • 1171m D+ (dislivello positivo)
    • 1926m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 655m
    • quota massima 1948m
    • 3 vette principali
    • 6 valichi principali
    • 6,40 ore di cammino effettivo
    • 3,22km/h la velocità media di cammino
    • 4 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport Competition
    • 2 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 1 confezione Enervit Powerbar PowerGel
    • 2 barrette Enervit PowerTime
    • 150 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 7,86kg di zaino alla partenza
  • Tratta 5 – Zoadello Alto / Brescia (Urago Mella)
    • 23,520km di lunghezza
    • 1005m D+ (dislivello positivo)
    • 1498m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 161m
    • quota massima 1035m
    • 8 vette principali
    • 5 valichi principali
    • 5,50 ore di cammino effettivo
    • 4,03km/h la velocità media di cammino
    • 5 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport Competition
    • 2 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 1 confezione Enervit Powerbar PowerGel
    • 2 barrette Enervit PowerTime
    • 150 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 8,93kg di zaino alla partenza
  • Totali
    • 135,472km di lunghezza
    • 8249m D+ (dislivello positivo)
    • 8257m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 161m
    • quota massima 2217m
    • 43 vette principali
    • 43 valichi principali
    • 40,00 ore di cammino effettivo
    • 5,00 ore di sosta programmata (ai punti di rifornimento): 1+2+1+1
    • 3,37km/h la velocità media di cammino
    • 45 litri di Acqua Maniva Naturale pH8 (24 per il mio utilizzo in cammino, gli altri disponibili ai punti di rifornimento)
    • 6 litri di Acqua Maniva frizzante pH8  (per gli assistenti logistici)
    • 6 litri di Tè al limone Maniva (per gli assistenti logistici)
    • da 1 a 4 (a seconda di come si potrà organizzare l’assitenza logistica) barattoli di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • Altri 20 litri di Acqua Maniva Naturale PH8 disponibili presso i punti di rifornimento
    • 5 barrette energetiche Enervit Power Sport
    • 4 barrette energetiche Enervit Power Sport Competition
    • 11 bricchettini Enervitene
    • 10 tavolette Enervitene Hone Hand
    • 7 confezioni Powerbar PowerGel
    • 9 barrette PowerTime
    • 950 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 10 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 4 panini imbottiti (che saranno disponibili e utilizzerò ai punti di rifornimento)
    • 10,24kg il peso massimo dello zaino (alla partenza tratta)
    • 3,3kg il peso minimo dello zaino (ad arrivo tratta)

Santuario di Sant’Emiliano da Gardone Val Trompia (BS)


Itinerario alternativo ai percorsi più frequentati che, fatta eccezione per un breve tratto intermedio e per un più lungo tratto finale, permette di salire al Santuario di Sant’Emiliano immersi in un ambiente ancora relativamente selvatico e solitario, caratterizzato prima da una fitta boscaglia a tratti tappezzata da estese macchie di lamponi e poi, nella parte più alta, da boschi più arieggiati che aprono la vista sul fondo valle e sui monti del suo versante opposto, Guglielmo e Almana in particolare. Il tratto superiore della salita segue una comoda strada sterrata con alcuni panoramici scorci sulla valle di Lumezzane e il Monte Palosso. Il rientro a valle avviene lungo un bel sentiero storico-naturalistico tracciato nel largo vallone che dalla Forcella di Vandeno scende all’abitato di Marcheno. Si termina con una pianeggiante pedo-ciclabile inizialmente immersa nel verde, poi integrata nell’ambiente urbano di Gardone Val Trompia.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: l’ampio parcheggio di via Goffredo Mameli, in sinistra orografica della Val Trompia all’ingresso del centro paese.
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 315m
  • Quota di arrivo: 315m
  • Quota minima: 314m
  • Quota massima: 1121m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 836m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 836m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 14km
  • Tipologia del tracciato: per la maggior parte sentiero.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E3P
  • Tempo di cammino: 5 ore e 30 minuti
  • Segnaletica: paline e segni bianco rossi con numerazione 360 (salita e prima parte della discesa) e 361 (discesa)
  • Rifornimenti alimentari e idrici: negozi e bar di Gardone Val Trompia, rifugio presso il santuario (aperto il sabato e la domenica da marzo a novembre).
  • Rifornimenti idrici naturali: Sorgente del Pos Perlì a metà della salita; sorgente Vandeno a un terzo della discesa; fontanina nel tratto finale.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: alberghi di Brescia e bassa Val Trompia.
  • Fattibilità del nudo (nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): pressoché nulla di giorno e comunque limitata alla prima metà della salita; ampia nella notte.

Profilo altimetrico e mappa

La salita è suddivisa in due parti distinte: la prima con pendenza pressoché costantemente rilevante, la seconda che, eccetto alcuni tratti, spiana parecchio. La discesa è ininterrotta con una continua variabilità delle pendenze per terminare con un lungo tratto pianeggiante.

GPSies - Santuario di Sant’Emiliano da Gardone Val Trompia

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Relazione tecnica

Costeggiare il complesso commerciale/industriale in direzione sud e, alla fine della strada, scendere la breve rampa che porta ad un piazzale sterrato dove convergono tre strade. Prendere quella centrale che, cementata, ripidamente sale sul versante del monte sovrastante costeggiando il torrente della Val Siltro. Nel mezzo del primo tornante prendere a destra un sentiero che ripido sale nel bosco intasato di rovi e, tagliandone un lungo tratto, riporta sulla strada. Poco a destra, sull’altro lato della strada, riprendere la continuazione del sentiero e tagliare pure il successivo più breve tratto di sterrato (se tali sentieri risultassero impraticabili, seguire fedelmente la strada e al bivio che si incontra proprio dopo l’attraversamento del sentiero anzi detto andare a sinistra), ripresa la strada la si segue a sinistra e, dopo un tornante, con ultimo rettilineo si arriva al suo termine dinnanzi all’ingresso della cascina Rizzinelli. A destra del piccolo piazzale, parallelamente alla strada da cui si è arrivati, un sentiero sale la bassa ripa erbosa sopra la quale si biforca, andare a destra costeggiando a monte il prato della cascina. Poco oltre si perviene ad un bivio, prendere a sinistra per salire con forte pendenza. Ad altro incrocio proseguire dritti, al successivo andare a destra in piano, eseguita una curva a sinistra si riprende a salire in moderata pendenza fino a sbucare, proprio su un suo tornante, su un più largo sentiero che sale da destra, proseguire dritti salendo ripidamente. Il sentiero svolta a sinistra e con un diagonale arriva ad un altro bivio, andare a destra. Si percorre un tratto in lieve pendenza poi la salita torna a farsi più ripida con diverse curve e tornanti, alcuni con gradini in legno. Dopo un lungo diagonale verso sinistra si passa alla base della radura di un capanno di caccia, poco oltre si esce sui prati di una cascina (Casì delle Siùre) ben visibile poco sopra a destra. Con un primo tornante a destra si risale un poco tenendosi accosti al bosco per poi tagliare a sinistra in direzione della cascina.

Dalla cascina si gira a destra alzandosi leggermente e, passando accanto ad una seconda più piccola costruzione poco discosta dalla prima, si prende un sentiero quasi pianeggiante che procede in direzione sudest passando poco sotto un capanno dove si perviene a un bivio. Tenere il sentiero più basso (destra) e, ignorando le diramazioni che a sinistra salgono ai diversi capanni qui presenti, si procede con un lungo mezza costa a sali e scendi. Quando il sentiero riprende a salire con maggiore decisione, in corrispondenza di un tratto fuori dal bosco, lo si abbandona per salire un metro a sinistra e portarsi sul filo di un crinale (cancellino d’ingresso dell’ultimo capanno oltrepassato. Ignorando il sentiero che scende dritto in Val Larga, prendere il sentiero che sale a destra. In breve si perviene ad altro capanno che si passa sulla sinistra andando in leggera discesa ad attraversare una valletta per poi riprendere a salire. Uno strappo ripido porta, dopo un tornante a destra, alla sorgente del Pos Perlì. In mezzacosta si raggiunge un crinale erboso che si oltrepassa procedendo con minore pendenza e rientrando nel bosco.
Con una larga curva a destra si risale nel bosco per poi girare leggermente a sinistra e raggiungere una strada sterrata in località Paer. Andare a sinistra lungo la strada qui pianeggiante ma che presto prende a salire, con una svolta a sinistra si supera una larga e piana sella per procedere, scorrendo sotto altro capanno, in piano sul versante meridionale del Monte Calvario. Un ripido tratto cementato porta sopra la cascina dei Gromi Alti, qui la strada perde pendenza alzandosi dolcemente a casa Pedersini da dove, in leggera discesa e con una larga curva sotto una caratteristica rupe rocciosa (Corna Rossa), arriva a un largo piazzale sul cui lato destro una sbarra la chiude. Si oltrepassa la sbarra e, ignorando il sentiero che scende a destra, si prosegue lungo la strada salendo a un poggio a picco sulla valle. Sempre lungo la strada si sale ancora per poi, in leggera e breve discesa, arrivare al Santuario di Sant’Emiliano, una scala porta al largo piazzale erboso sul fronte della costruzione.

Dal lato destro del piazzale erboso si scende lungo un curvo muretto aggirando sulla destra un baracchino. Con due tornanti si scende verso il bosco per poi entrarci e procedere verso nordest prima in piano poi in discesa man mano più ripida. Ignorando un sentiero che scende a destra e poi un altro che sale a sinistra si perde quota per poi, con una larga curva a destra, puntare a dei prati che si vedono più in basso. Una curva a sinistra riporta verso il filo del crinale poco prima del quale si scende ad una sella (Forcella di Vandeno). Prendendo il sentiero che scavalca a sinistra la sella ci si porta sul versante della Valle di Marcheno che si attraversa in diagonale tenendosi in quota fino a pervenire sul versante opposto dove, parallelamente alla valle, inizia la discesa più diretta. Dopo un diagonale a destra si perviene ad un bivio e si prende il sentiero a sinistra per scendere ripidamente verso il torrente e poi seguirlo in direzione ovest. Giunti ad una strada cementata la si segue a sinistra e in breve si raggiungono le case di Rovedolo di Marcheno. Per strada asfaltata si scende dritti verso un ponte e poco prima di questo si prende a sinistra costeggiando alcuni capannoni, quando l’asfalto finisce si prosegue su sterrata fino a sfociare su altra strada asfaltata (via Rovedolo). La si segue a sinistra fino ad una sua diramazione che attraversa il Mela per portarsi sulla strada principale, qui ci si abbassa a destra per prendere un percorso pedo ciclabile che, sottopassando un ponte, si segue fino alla sua fine. Seguendo ora l’asfalto di via 2 Giugno, che poi diviene via Angelo Grazioli, si perviene alla rotonda d’innanzi al parcheggio.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Gardone Val Trompia – parcheggio 0:00
Casì delle Siùre 1:30
Pos Perlì 0:30
Paer 0:15
Santuario di Sant’Emiliano 0:40
Forcella di Vandeno 0:15
Rovedolo di Marcheno 1:30
Gardone Val Trompia – parcheggio 0:50
TEMPO TOTALE 5:30

#VivAlpe emula #TappaUnica3V con una bella cinquanta chilometri


Sabato 1 aprile, stamattina, al risveglio, le ginocchia m’hanno fatto un bel pesce d’aprile: dolori ovunque, mannaggia, proprio oggi che c’è la partenza della cinquanta chilometri di VivAlpe: l’Anello Bassissimo del 3V. Massaggione con Arnica in gel e poi faccio scorrere il tempo facendo alcuni lavoretti al computer e alcuni mestieri di casa. Con attenzione preparo l’equipaggiamento e allestisco lo zaino, piccolo, per giunta stretto a metà dal variatore di carico, eppure capace di contenere tutto quello che mi serve: eccezionale. Arriva l’ora della partenza, visto che sarò solo Maria mi accompagna a Brescia e mi verrà a riprendere domani.

Le ultime luci del giorno mi accompagnano nella risalita verso la vetta del Monte Maddalena, rumori della città che man mano si fanno più fievoli, una bellissima upupa dalla cresta marrone mi svolazza attorno per alcuni minuti, nel cielo le poche nuvole lasciano intendere un tempo clemente, il caldo man mano lascia il posto alla frescura, poi un fortissimo vento. Freddo, freddo pungente, dinnanzi all’ex rifugio una provvidenziale panchina m’offre comoda base per una prima sosta alimentare, nel mentre la notte velocemente si sovrappone al giorno. Lunga notte, segnata da una piccolissima falce di luna, nuvole sparse a tratti più dense, uno scroscio d’acqua, fruscii nel bosco, sbattiti d’ala improvvisi e altrettanto improvvisi fruscii d’animali in fuga, versi d’uccelli, un fascio di luce che fende l’oscurità illuminando il sentiero e la continua teoria di gialle primule, odori più o meno noti, lontane luci. Salite e discese che si susseguono, un’alternanza di strade e sentieri, per stavolta lento è l’incedere, intercalato da brevi pause contemplative e da lunghe soste alimentari, il caldo e il freddo che si mescolano di continuo, tremori e sudori, sudori e tremori, maglie che si sovrappongono o tornano nello zaino.

Luce del mattino, Villa Carcina, discreto anticipo, riposo ad una panchina, l’acqua d’una fontanina, colazione al bar, l’attesa di eventuali compagni, ripartenza solitaria. Una dura salita, un passo forzato, un tempo dimezzato, eccomi in cresta, eccomi nuovamente sul sentiero 3V.  È praticamente fatta anche se inverò mancano ancora una ventina di chilometri: da qui solo la lunghissima altalenante discesa verso l’arrivo. Ancora fiori, tantissimi fiori, soprattutto primule. Ora lo sguardo spazia lontano, ora s’incontrano persone, i rumori della valle si sono svegliati, il sole prima timidamente poi con maggior decisione squarcia le nuvole e riscalda l’aria. Passo dopo passo scorrono i monti, chilometri che si sommano ai chilometri, metri ai metri, nessuna stanchezza. Magnoli, Sella dell’Oca, Quarone, Passo della Forcella, Santuario della Stella. Forte anticipo sui tempi previsti, lunga sosta per pranzo, goduria del sole sulla pelle, l’incontro gradito con una collega, l’acqua fresca di una fontanella. Di nuovo in cammino, lentissimo cammino, tempo da far scorrere, osservazioni, pensieri, visioni. Penultima vetta, ancora una sosta. Via verso l’arrivo ormai vicino, c’è ancora tempo, sull’ultima discesa una piana radura erbosa offre comodo giaciglio per un’oretta di riposo steso e leggero. Suona il telefono, sono arrivate, stanno venendomi incontro, posso scendere, posso dare fine a questa lunga entusiasmante escursione. Baci, abbracci, informazioni, il beverone di recupero e un gelido crodino (che fantastica moglie), ancora pochi minuti di cammino e poi la macchina, il cambio, ancora qualcosa di fresco da bere.

È finita, anche questa è fatta, fatta nonostante tutto, fatta pur essendo rimasto solo, solo all’inizio, solo a metà, solo nella notte, solo nel giorno, solo. Fatta nonostante il ginocchio dolorante, nonostante la sofferenza nelle discese della seconda parte, un dolore forte, ma anche un dolore circoscritto, circoscritto ai punti scalinati, circoscritto ad una zona specifica del ginocchio, circoscritto e pertanto facilmente gestibile: opportune tecniche conservative mi hanno permesso di mantenere una velocità apprezzabile senza troppo sollecitare la parte dolente.

È finita, anche questa quarta uscita di VivAlpe 2017 si è conclusa, dignitosamente conclusa, conclusa integrandovi un per me importante test in funzione di TappaUnica3V:

  • cinquantaquattro chilometri e tremila duecento metri di dislivello;
  • un totale di circa venti ore (quattordici per il tratto da Brescia a Villa Carcina e sei per il ritorno a Brescia sulla sponda opposta della Val Trompia), delle quali al massimo sedici di cammino;
  • piena soddisfazione del nuovo zaino, scalda un po’ troppo la schiena (cosa comunque apprezzabile con il freddo) facendola sudare in abbondanza, ma è comodo sia nell’uso che nel portamento;
  • adeguatissimo l’abbigliamento selezionato;
  • perfetto il nuovo calcolo della quantità di liquidi;
  • giusto il nuovo rapporto tra acqua pura e acqua integrata (1 a 1);
  • ottimi i nuovi gel e ottimale il loro ritmo di utilizzo;
  • fantastica la mia preparazione fisica di base, andrebbero solo rinforzati i quadricipiti che si fanno facilmente e velocemente dolenti quando forzo il cammino, comunque a una velocità di molto superiore a quella che dovrò tenere nel giro finale;
  • forse troppo soft ma per nulla fastidiose le ginocchiere, indossate per quasi l’intero percorso;
  • grandiose le fasce rotulee, nei precedenti utilizzi non mi avevano invece particolarmente soddisfatto, qui, invece, indossate verso la fine in pochi minuti hanno azzerato tutti i dolori del ginocchio destro e quasi tutti di quello sinistro;
  • resta preoccupante il doloroso problema al ginocchio sinistro che, sebbene si risolva spontaneamente, necessita di tempi di riposo troppo numerosi e troppo lunghi rispetto a quello che potrò permettermi nel giro finale… già prenotate radiografia e visita specialistica.

Alla prossima!

#TappaUnica3V: Invito


Estendo a tutti i lettori e amici del blog l’invito a presenziare la mia partenza o il mio arrivo per questa riedizione del mio appassionante viaggio tra i monti della Val Trompia.

Un viaggio ideato e compiuto con varie motivazioni:

  • dare risalto e visibilità alle splendide tracce del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”;
  • manifestare dissenso verso la dilagante dipendenza escursionistica (e non solo escursionistica) dai mezzi tecnici (già molti sono coloro che non si muovono da casa senza aver prima consultato per più giorni le previsioni meteorologiche, senza poter contare sull’assistenza di un navigatore GPS, senza aver comprato in sovrabbondanza e senza reale necessità costosi materiali tecnici, eccetera);
  • dimostrare che, attraverso l’esperienza e la conoscenza (e la testa), in montagna ci si può andare anche con il minimo del supporto tecnologico;
  • dimostrare che anche un diabetico può permettersi delle “imprese” sportive;
  • invitare a supportare la ricerca sul diabete;
  • evidenziare che se in montagna incontrate una persona nuda potreste compiere un grave errore nel ritenerla sprovveduta, fuori luogo, esibizionista;
  • dissentire con quei sindaci e con tutti coloro che oppongono resistenza alla diffusione del nudo;
  • supportare i Sindaci e tutti coloro che non ostacolano la diffusione del nudo;
  • incitare a manifestare pubblica voce i Sindaci e tutti coloro che supportano, praticano o vivono il nudo;
  • protestare contro la convenzione giuridica che ritiene il nudo opportuno solo in contesti specifici o in ambienti isolati e solitari;
  • ribadire che il nudo è la nostra normale condizione e va pertanto inteso normale in qualsiasi contesto e ambiente.

Grazie già da ora a tutti coloro che saranno presenti alla mia partenza o al mio arrivo, a tutti coloro che mi supporteranno durante il viaggio ed anche a tutti coloro che mi penseranno per un sostegno morale.

Grazie!

#TappaUnica3V tabella di marcia 2017


Ci eravamo lasciati con un doloroso allenamento: dieci chilometri con il ginocchio sinistro sempre più dolorante. Il giorno dopo il dolore era ancora presente e il successivo le cose erano ulteriormente peggiorate: in discesa dovevo fare le scale un gradino alla volta. Il martedì pomeriggio, all’improvviso, i dolori si attenuano notevolmente fin quasi a scomparire. Felice ma comunque previdente: acquisto lo stesso ginocchiere e fasce rotulee (già che ci sono, visto che anche il destro ogni tanto duole, ne prendo una coppia cadauna) che utilizzo tutta la settimana. Arriva il sabato e, per testare il ginocchio, programmo un breve giro esplorativo: quindici chilometri per mille metri di dislivello. Parto senza ausili ortopedici e, pur forzando parecchio, le cose vanno alla grande tanto che a metà della prima leggera discesa provo ad abbozzare la corsa: per un poco tutto bene poi si ripresentano i primi dolori, mi rimetto al passo e questo basta per farli svanire, bene ma per oggi niente corsa. Per un bel tratto non ho problemi poi con la seconda ripida discesa riecco i dolori, sono leggeri ma per evitarne l’aggravarsi indosso la ginocchiera che mantengo fino alla fine del giro alla quale arrivo senza particolari problemi, se non per il caldo soffocante del primo pomeriggio. Contento del risultato mi avvio sulla strada del ritorno, prima di tornare a casa mi fermo al supermercato per fare la spesa e ne esco con il ginocchio nuovamente dolorante a causa degli sforzi fatti per girare il carrello appesantito da quattro confezioni di acqua. Sebbene questo mi abbia permesso di localizzare esattamente la sede del dolore (punta anteriore sinistra della testa del Perone), inizio ad essere seriamente preoccupato: forse conviene prenotare un controllo specialistico, suggerimenti per un buon ortopedico, meglio se pratico di problematiche sportive, a Brescia o dintorni?

Nel frattempo ho concluso la revisione della tabella di marcia dello scorso anno integrandovi i nuovi tempi di sosta ai cinque rifornimenti che, stavolta, invece d’esservi integrati si aggiungono alle quaranta ore di cammino. I calcoli sono stati rivisti fruendo di uno strumento cartografico on-line (GPSies) che permette un più semplice e accurato (anche se l’impressione è che sia ben lontano dalla precisione) calcolo delle distanze e dei dislivelli, ho anche determinato le velocità più adatte per ogni tratta e sulla base di queste, con una lunga serie di aggiustamenti, definito i tempi di cammino.

Quest’anno effettuerò il giro due settimane prima nella speranza di trovare meno caldo inoltre, al fine di rendere più facile la partecipazione a chi desiderasse seguirmi dal vivo (partenza e arrivo sono stati abbinati a due eventi Mondo Nudo per un accompagnamento e numerosi sono i passaggi da punti raggiungibili in auto o con un breve cammino) e per permettermi un più semplice reperimento dello staff logistico (chi volesse darmi la sua disponibilità è pregato di farmelo sapere il più presto possibile e comunque entro la metà di maggio al fine di darmi tempo per una diversa organizzazione logistica nel caso nessuno o pochi si facessero avanti), ho scelto un fine settimana. Dal punto di vista del percorso rimane la decisione di seguire tutte le varianti alte (qui puoi vedere il percorso completo), mentre, ricalcando quanto fatto nell’inaugurazione del sentiero 3V, la partenza avverrà dalla piazza principale di Brescia (Piazza della Loggia) dove penso di allestire un punto di incontro che possa richiamare l’attenzione.

Detto questo ecco qui di seguito la mia definitiva tabella di marcia; ovviamente l’unico orario certo è quello di partenza, farò di tutto perché lo sia anche quello di arrivo ma non posso prometterlo, mentre gli altri vanno intesi come approssimativi: per diverse ragioni potrei, come successo lo scorso anno, subire dei ritardi oppure in alcuni tratti tentare delle accelerazioni. Anche i tempi di sosta ai rifornimenti sono indicativi: in caso di ritardo potrei ridurli per recuperare, in caso di anticipo potrei aumentarli.

7 luglio
· Partenza – Brescia, Piazza della Loggia ore 20.00
· Brescia, inizio via San Gaetanino ore 20.30
· Ex Rifugio Monte Maddalena ore 22.05
· Chiesa di San Roco a Nave ore 23.30
8 luglio
· Santuario di Conche ore 01.10
· Passo del Cavallo ore 02.40
· Passate Brutte ore 04.55
· Corna di Sonclino ore 05.30
· Punta di Reai ore 06.55
· Lodrino – Agriturismo Isola Verde (sponsor) ore 07.45
.     sosta e rifornimento 1: ripartenza ore 08.45
· Passo della Cavada ore 09.40
· Passo del Termine ore 10.40
· Piani di Vaghezza (parcheggio basso vicino al chiosco bibite) ore 11.25
· Monte Ario ore 12.55
· Passo di Prael ore 13.50
· Corna Blacca ore 14.50
· Passo delle Portole ore 15.25
· Cima del Dosso Alto ore 16.05
· Giogo del Maniva – Albergo Dosso Alto (sponsor) ore 17.20
·     sosta e rifornimento 2: ripartenza ore 19.20
· Monte Dasdana ore 20.35
· Goletto di Cludona ore 21.05
· Monte Crestoso ore 22.00
· Foppa del Mercato ore 22.55
9 luglio
· Monte Muffetto ore 00.20
· Colle di San Zeno – piazzale del Rif. Piardi ore 02.30
·     sosta e rifornimento 3: ripartenza ore 03.30
· Monte Guglielmo ore 05.05
· Croce di Marone ore 06.00
· Punta Almana ore 07.30
· Santa Maria del Giogo (trattoria) ore 09.05
· Zoadello Alto – Vineria Zoadello ore 10.10
·     sosta e rifornimento 4: ripartenza ore 11.10
· Uccellanda della Colmetta ore 13.00
· Monte Magnoli ore 14.00
· Sella del Quarone di Sotto ore 14.30
· Monte Selva (Santuario della Stella) ore 15.15
· Monte Peso ore 15.55
· Monte Picastello ore 16.40
· Arrivo – Urago Mella, inizio via della Piazza da via Interna ore 17.00

#TappaUnica3V, mazza che botta!


Lo sappiamo bene, così vanno le cose: te le vai a cercare e non ti succede niente poi, quando meno te lo aspetti, quando tutto è tranquillo ecco la botta, e che botta. Nel buio quasi totale un bel tuffo a pesce, senza possibilità di un seppur blando riparo delle braccia, senza ammortizzazione, giù diretto di muso, giù a sbattere la faccia, sono solo riuscito a indirizzare la caduta sull’erba anziché sul duro, sono solo riuscito a girarmi un poco di fianco per atterrare prima con la spalla, sono solo riuscito a tenere alta la testa fino all’ultimo, fino a quando il contraccolpo me l’ha fatta abbassare e, scivolando sull’erba, farla sbattere contro l’affilato e irregolare bordo del viottolo. Strusccc e poi crac, nitidi i rumori che ho percepito nel sbattere la testa, nitida la sensazione d’essere stato prepotentemente agganciato in fronte da uno spuntoncino, nitido il calore del sangue che si faceva strada nella ferita. Certo date le premesse poteva andare molto peggio, alla fine me la sono cavata con poco: tre piccoli tagli, due in fronte e uno, provocato dagli occhiali, sul naso, e qualche leggera contusione.

Già, così vanno le cose, duri allenamenti, corse per rovinose discese, salti su rocce scoscese senza mai nemmeno rischiare una caduta e poi… poi vado a cadere sul vialetto del giardino di casa. Mannaggia. Non ho ben capito come ma, scendendo da uno scalino, il piede si è storto (e controllando il terreno buche o zolle non ne ho trovate, boh!) e le borse pesanti che avevo sulla spalla sinistra sono partite avanti trascinandomi senza possibilità di reazione nella rovinosa caduta. Altre borse nella mano sinistra me la tenevano occupata, usare solo la destra voleva dire rompersela o rompersi il braccio e così istintivamente, non l’ho usata per attenuare la caduta, mi sono solo girato sul fianco destro per sfruttare l’erba del prato che era da quella parte. Va beh, alla fine mi sono fatto ben poco e gli allenamenti sono andati avanti senza sosta, ah gli allenamenti, è di questo che questi articoli vogliono parlare, e di TappaUnica3V, ma non posso disgiungere il tutto dalla mia vita, TappaUNica3V è ormai parte della mia vita, una parte che si è profondamente integrata con tutto il resto, una parte che mi sta dando nuove emozioni e mi sta facendo scoprire la realtà del trail, del lungo cammino fatto in velocità e continuità, una realtà che, come troppo spesso capita, alcuni contestano con i soliti “non la capisco”, “la montagna è calma, perché correre” e via dicendo, in questa sede voglio solo dire “prima di parlare provateci” un suggerimento logico e saggio che dovrebbe valere per qualsiasi cosa, per il trail come per il nudismo, le due anime di TappaUnica3V.

Torniamo al contesto, torniamo ai miei allenamenti, stavolta voglio evidenziare l’incontro con gli animali. Purtroppo (o per fortuna? Gli animali allo stato brado devono così essere, altrimenti sono animali da zoo) non è facile incontrarli, a volte, come mi è successo con i cinghiali, si percepiscono nella notte (esperienza incredibilmente fantastica… sia il camminare di notte, che il percepire la presenza di qualche grosso animale) senza poterli vedere, altre volte, come pure mi è successo con i cinghiali, si sentono ma ancora non li si vedono, qualche volta si riesce a vederli, si riesce camminando in silenzio, si riesce essendo soli (e ne approfitto per dire “provateci a camminare soli, non abbiatene paura, dev’essere bagaglio di ogni escursionista”), si riesce immergendosi nella natura, diventando natura nella natura. Dopo i cinghiali dello scorso anno, quest’anno ho incontrato scoiattoli, fagiani e qualcosa che ancora non ho definito (vedi foto), non mi sembrano fagiane (coda troppo corta) parrebbero più delle quaglie ma sono troppo grossi, boh, se qualcuno li conosce e me ne dice il nome lo ringrazio a priori. Ehm, risolto (grazie a un momento di calma e a Internet): sono coturnici!

È bello, bellissimo quando sbucando da una curva all’improvviso ti appare davanti un animale anche se piccolo, bello se ti riesce di non farlo scappare, ma ancor più bello se questo, come il fagiano dell’ultima uscita, come deve fare un animale veramente selvatico, si mantiene a debita distanza, ti corre via davanti, corre veloce seguendo il sentiero che anche tu dovrai fare fino a trovare il varco per uscirne e svanire nella vegetazione. Bello, affascinante, altro che incontri pilotati attraverso l’addomesticazione degli animali, come avviene in quelle zone dove guide turistiche e accompagnatori (in particolare subacquei) danno quotidianamente (o quasi) da mangiare agli animali per tenerli a portata di mano! Questa è natura, vera natura, questo è rispetto per gli animali, vero rispetto!


28 febbraioCreste di Vallio Terme

Ventuno chilometri millecentosessantotto metri di dislivello, quattro ore e trentasette minuti.

5 marzo – Leggera passeggiata alla Rocca di Manerba in compagnia di Maria.

7 marzoAnello di Sant’Antonio fatto in cinquantasette minuti.

11 marzoAnello orientale della Val Bertone combinato con la dorsale nord di Caino

Ventotto chilometri e mille cinquecento quarantacinque metri di dislivello, sei ore e ventiquattro minuti. Incontrato uno scoiattolo nero.

18 marzoGiro delle creste di Nave e Caino

Fantastica e lunga escursione che comporta un continuo su e giù per monti con vari sbalzi di quota anche piuttosto rilevanti. Quarantatré chilometri e mezzo con un totale di duemila novecento trentacinque metri di dislivello. Percorsi in dodici ore e diciotto minuti, comprese ventiquattro minuti di sosta, l’unica vera sosta fatta, di più nei primi ventinove chilometri non ho mai avuto bisogno di fermarmi per prendere fiato o rilassare le gambe, solo qualche brevissima sosta tecnica per togliere o mettere capi d’abbigliamento o per scattare qualche foto. Purtroppo al trentaduesimo chilometro è subentrato un dolore al ginocchio sinistro impedendomi il previsto rush finale di corsa… altra botta di cui dovrò tener conto per le prossime uscite e per il giro finale: fascette ammortizzanti? ginocchiere? ghiaccio? arnica? altro? Vedremo!

#TappaUnica3V 2016, l’album fotografico


Come ogni buon evento merita ecco l’album fotografico di TappaUnica3V 2016, un sentito ringraziamento ai fotografi: Carla Cinelli, Maria Cinelli, Fabio Corradini e Alberto Quaresmini. Clicca sulla locandina sottostante per visualizzarlo.

TappaUnica3V 2016

A luglio per la nuova entusiasmante TappaUnica3V 2017!

locandina-tappaunica3v-600

#TappaUnica3V un poco di stasi ma anche duri test


locandina-tappaunica3v-600Ci eravamo lasciati a fine gennaio con una piccola delusione per un giro non completato come nelle previsioni, anche se più per un errore di percorso che per cedimento fisico. È passato un mese e, visto il passato, ci si aspetterebbe una relazione densa, invece no, invece febbraio è stato un mese povero, una stasi che sta inibendo il potenziamento a cui anelavo. Comunque qualcosa ho fatto e in un paio di occasioni la prova è stata particolarmente dura.

Parto per un breve giro di perlustrazione, devo studiare un tratto di un ben più lungo anello, in parte perché non lo conosco e in altra parte perché vorrei trovare un modo per tagliare tre lunghi tornanti di strada asfaltata. A mattina avanzata parcheggio l’auto in quel di Nave e, di corsa, mi avvio lungo via San Giuseppe, il cielo è bigio, minaccia pioggia ma le previsioni la danno solo per il primo pomeriggio quando dovrei essere già rientrato. Purtroppo così non sarà: dopo mezz’ora dalla partenza la pioggia s’è fatta più importante e dopo un’ora e mezza diviene una cascata. Devo dire che fino a quel punto la cosa mi stava risultando anche gradita: per qualche strana circostanza nei precedenti allenamenti ho sempre imbroccato le giornate di bel tempo ma non è detto che lo stesso mi ricapiti nel giro finale per cui trovarmi qui a camminare e correre sotto la pioggia è pur sempre un importante e utilissimo allenamento. Cosi, dopo una salita a ritmo sostenuto e una velocissima discesa correndo senza sosta lungo sentieri ripidi e scabrosi che a tratti sembravano torrenti, eccomi di nuovo a Nave: non mi resta che chiudere l’anello attraversando il paese per raggiungere l’auto che si trova a due chilometri. “Non mi resta!” Mannaggia, nel tentativo di tagliare un largo giro della strada asfaltata prendo una sterrata che passa per i campi e… investito da un forte vento gelido, sotto lo scroscio continuo delle cascate d’acqua, prima m’infango per bene in una carrareccia, poi mi sembra d’essere finito in un punto cieco da cui non c’è modo d’uscirne senza infilarsi nel mezzo dei campi (scoprirò poi che invece ero a soli cinque metri da una strada asfaltata, sic!) e decido di ritornare sui miei passi per seguire l’originario asfalto attorno alla stazione elettrica. Arrivo all’auto, la giacca da pioggia ha fatto il suo bel dovere e sotto sono più che altro sudato, i pantacollant sono fradici ma non mi danno fastidio e mi stanno comunque tenendo calde le gambe, l’unico problema sono le mani, i guanti bagnati sono pressoché diventati inutili e le dita sono inabili a stringere adeguatamente gli oggetti: solo dopo vari tentativi riesco a staccare la chiave dell’auto dall’apposito gancio nella tasca dello zaino, fatico persino a togliermi la maglia sudata e infilarmene una asciutta, ma alla fine sono pronto a ripartire, orgoglioso di me e della mia attrezzatura (lo zaino nuovo ha tenuto l’acqua alla grande), solo i guanti non hanno superato l’esame.

È passata una settimana dall’allenamento sotto la pioggia, oggi danno bel tempo così, nonostante le recenti nevicate, ho programmato un bel giro: una quarantadue chilometri con duemila e ottocento metri di dislivello con l’intendo di percorrerla nel mio minor tempo possibile, programmate sette ore. Ore sei e cinquantotto, mi metto in cammino, una partenza strategicamente lenta eppure senza nemmeno accorgermene sono in vetta al Monte Sete: forse non sono andato così lento come mi sembrava! Inizia la discesa verso la Val Bertone, per un tratto ancora lungo il bel sentiero di cresta, poi per un esile sentierino con tratti ingombri di radici. Scendo senza foga e, di nuovo, rapidamente mi trovo sul fondo valle, così come in un baleno risalgo l’opposto versante e arrivo alla Cascina di Boatica: oggi ho il fuoco nelle gambe, se vado avanti così il giro lo faccio anche in meno di sette ore. Mai vedersi già all’arrivo, prima perdo un poco di tempo a risalire il tratto generalmente non difficile che porta alla vetta del monte Doppo (oggi neve e ghiaccio lo ricoprono rendendolo particolarmente insidioso, devo salire con moltissima attenzione), poi le gambe spingono male e non riesco a correre sul lungo falsopiano che porta a Conche, infine nel risalire la ripida pala del Monte Conche i quadricipiti cedono e mi trovo in preda ai crampi. Mi reidrato abbondantemente e, indeciso sul da farsi, imbocco la discesa mangiando una barretta. Sono al bivio a sinistra posso scendere a Caino e rientrare all’auto senza grossi problemi, le mie gambe vanno a destra: vogliono provarci, la mente è ovviamente con loro e allora… che sia destra. Mettendo in campo tutte le finezze tecniche, sfrutto la discesa, qui comoda, per tentare di sciogliere i quadricipiti. La velocità è comunque buona e l’assenza di dure salite gioca a mio favore: in poco sono al santuario di Sant’Onofrio. Senza sosta mi getto lungo la sconosciuta discesa verso Nave, dopo un primo facile tratto diviene ripida e rovinata, i quadricipiti si fanno un poco risentire, normalmente un tratto così l’avrei fatto di corsa, oggi devo scendere al passo e con attenzione. Il sentiero torna agevole ma qualcosa mi dice di continuare al passo. Da tempo vedo le case di Nave sotto di me ma sembrano irraggiungibili: “sarò io ad essere particolarmente lento o è proprio la distanza notevole?” Meglio non chiederselo e andare avanti. Giù, giù, sbaglio un bivio e perdo altri quindici minuti intozzando le gambe su una risalita particolarmente ripida. Ecco, ecco, le prime case, sono in fondo, in fondo! Sono passate più di cinque ore dalla partenza, prendo dallo zaino il panino e, senza fermarmi, me lo gusto con enorme soddisfazione, peccato doverlo accompagnare con la dolciastra soluzione di acqua e integratore, un bicchierotto di vino ci sarebbe stato decisamente meglio.

Eccomi sull’altro lato della larga valle di Nave, riprende la salita e le gambe brontolano, non ne vogliono più sapere, bene lievi salitelle, ma per quanto riguarda i più duri strappi no, niente da fare, riesco a procedere, riesco a non fermarmi troppo spesso ma la velocità è bassa, molto bassa, troppo bassa: nonostante abbia rinunciato a salire il Monte San Giuseppe le sei ore sono andate. Stringo i denti, tutto sommato il fisico tiene bene, il fiato c’è e la mente pure, solo le gambe si rifiutano di spingere ma solo in salita: arrivo alla strada di Muratello e decido di evitare anche la dura salita al Monte Salena, così taglio per la sterrata che, con facile mezzacosta, porta direttamente alla Sella di San Vito dove arrivo alle quattordici precise. Che fare? Davanti a me altri mille metri di dislivello e dieci chilometri di montagna, quasi tutti sentieri e a tratti anche piuttosto complicati… che fare? “Maria, sono a San Vito, sono distrutto, vienimi a prendere alla chiesa di San Gallo!” Così finisce questo test, con una chiamata a casa.

Deluso eppur contento, tutto sommato in sette ore ho comunque coperto trentadue chilometri e quasi duemila metri di dislivello arrivo a martedì, le gambe sono ancora leggermente indolenzite ma neanche più di tanto, decido di farmi una corsetta di scarico in Gavardina. Corsetta? Scarico? Vattelapesca, mi faccio ancora i dieci chilometri e li copro in due minuti meno della precedente volta!

Dopo una settimana ancora corsa in Gavardina a provare le scarpe nuove, sempre da trail ma una marca diversa dalle solite e un modello leggero, più adatto alla corsa su strada e sulle brevi distanze: quattro minuti meno del solito, lasciatemi pensare non sia tutto merito delle scarpe nuove.


Ogni settimana da uno a tre allenamenti a secco: equilibrio, propiocettività, squat e stretching.

4 febbraio – Giro esplorativo all’Anello di San Giuseppe con Monte Salena: 20km, 800m, 2h 40’, dei quali quaranta minuti persi in pianura girovagando per campi sotto la pioggia battente.

12 febbraio – Tentativo al Giro delle Creste di Nave e Caino: fatti 32km, 1851m+, 1952m-, 7h 2’.

14 febbraio – Corsa piana in Gavardina: 10,5km, 38m, 1h 7’.

19 febbraio – Gita con gli amici di Mondo Nudo, le Cime di Cariadeghe: 11,46km, 591m, 6h 30’ compresi 30’ di sosta pranzo.

22 febbraio – Corsa piana in Gavardina: 10,5km, 38m, 1h 3’.

26 febbraio – Giretto con la moglie alla Rocca di Manerba: 10,5km, 126m, 3h 20’ comprese due soste (30’).

Anello Bassissimo del 3V (Val Trompia – BS)


Foto di Carla Cinelli

La stretta traccia d’un esile sentiero risale il crinale del monte, l’uomo la segue fruendo della luce lunare, passo calmo e regolare, a tratti si ferma per osservare: file di montagne chiudono l’orizzonte, profilo seghettato e irregolare delle chiome degli alberi che le ricoprono, le mille sfumature del blu sono disegnate dalla luna che piena risplende nel cielo, lontano un allocco ritmicamente lancia il suo lamentoso grido mentre più da presso i fruscii di piccoli animali che si muovono tutt’attorno, all’improvviso rumori secchi di rami spezzati, l’acre odore di selvatico e un grugnito, un cinghiale fugge nel bosco per fermarsi poco più in basso e riprendere il suo quieto pascolo.

IMG_9514Blu della notte che copre i mille colori ricostruiti dalla mente, pensieri evanescenti, fulgidi ricordi, una nuova linea di monti delinea l’ennesimo orizzonte, salite e discese lasciate alle spalle, chilometri e metri passati sotto i piedi. Debole luce rischiara d’azzurro il nuovo giorno, pungente lama di freddo anticipa il mattino, il primo canto d’invisibili uccelli s’unisce al silente ritmo del passo umano ormai reso facile dal lungo cammino, gambe e mente, mente e gambe, fusione simbolica, fusione reale. Un alito di vento scuote le foglie, il respiro del monte si fonde con quello dell’uomo, respiro profondo, lento e melodico, come opera lirica le ritmiche note si diffondono nell’aere scandendo il mio passo e quello del mondo che mi circonda.

Ricordi, sensazioni, emozioni che solo un lungo cammino ha il tempo e la forza di generare tutti insieme, un cammino che vada ben oltre le dieci o dodici ore ininterrotte che già sono limite estremo dell’usuale escursionismo, che vada ben oltre quei venti chilometri che già sembrano tanti, un cammino che incorpori notte e giorno, che salga e scenda tre, quattro, cinque, dieci volte. Un cammino come quello di questa relazione: un anello che unisce fra loro i due tratti più bassi del sentiero 3V “Silvano Cinelli”, quello iniziale da Brescia a Conche e quello finale da Casa Pernice a Urago Mella.

Il vantaggio dell’anello, rispetto alla percorrenza delle singole tappe, è quello di riportarci esattamente al punto di partenza, risparmiandoci, così, il ritorno con automezzi pubblici o l’ancor più complessa organizzazione di un recupero con autovetture. La bellezza dell’anello è quella di risolvere brillantemente la tediosità del ripetere lo stesso identico percorso in andata e in ritorno. Il mistero dell’anello, in particolare quando piuttosto lungo, è l’incognita del punto di non ritorno, quel punto oltre il quale si può solo andare avanti dato che tornare indietro richiede lo stesso tempo o anche di più. Il dolce peso dell’anello è la necessità di uno studio approfondito non solo del percorso ma di tutte le possibili alternative. Ne ho inventati diversi di anelli ed ora ne sono stato completamente assorbito, ogni mia uscita e ogni mio allenamento prevedono un anello.

Torniamo alla relazione in questione.

I chilometri sono tanti, ma ancor più rilevante e impegnativo è il notevole dislivello, specie se si considera che per la maggior parte viene affrontato nei primi tre quinti del percorso. Preparandosi adeguatamente è comunque un itinerario abbordabile (l’ultimo quarto è praticamente una comoda discesa) e grande sarà la soddisfazione del farlo in unica tratta. Le diverse ore di marcia notturna potrebbero darvi l’opportunità di sentire il verso dell’Allocco o il rumore provocato dai rami spezzati da un cinghiale in fuga. Consigliabile partire la sera per arrivare nel primo pomeriggio del giorno dopo, in tal modo il tratto più faticoso e meno panoramico verrà fatto nella frescura della notte, quando il camminare alla luce della luna piena (esperienza incredibilmente affascinante per la particolarità dei colori che la montagna assume) o della frontale (comunque necessaria visto che buona parte del tracciato è immersa in folti boschi) vi darà automaticamente il giusto ritmo al cammino. I pasti vanno programmati al sacco e devono essere frugali e facilmente digeribili. Al contrario, partendo come consigliato, la colazione si potrà agevolmente fare nei bar di Villa Carcina, dove si potrà eventualmente fare anche il rifornimento di bevande e cibo per il rientro a Brescia.

Nella notte la segnaletica in vernice, riflettendo alla luce delle frontali, risulterà talvolta perfino più visibile che di giorno e vi sarà facile seguire il giusto percorso, resta comunque importante un suo attento studio preliminare sulla cartina e un’adeguata esperienza alla marcia notturna, meglio ancora farsi accompagnare da qualcuno che ben conosca questi sentieri.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale e Occidentale
  • Partenza: parcheggio auto del Parco Polivalente di Urago Mella, via Collebeato in Brescia (BS)
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 163m
  • Quota di arrivo: 163m
  • Quota minima: 157m
  • Quota massima: 1150m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 3180m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 3180m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 54km
  • Tipologia del tracciato: continua alternanza di strade sterrate, mulattiere e sentieri, qualche tratto su cemento, lunghi tratti di asfalto.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E6P
  • Tempo di cammino: 18 ore
  • Segnaletica: paline e segni bianco-rossi lungo tutto il percorso; paline e segni bianco-azzurri del 3V nel primo (Brescia – Conche) e nell’ultimo (Case Pernice – Urago Mella) terzo del percorso.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: alla partenza bar e negozi di Brescia e Urago Mella; durante il percorso bar, ristoranti e trattorie di Nave, Villa Carcina, Stella e Campiani.
  • Rifornimenti idrici naturali (vedi indicazioni anche sulla mappa del tracciato): fontanina ai Medaglioni (leggermente discosta dal percorso), fontanina nei pressi del ristorante Cavrelle in Maddalena; fontanina (da sorgente) alla chiesa di Sant’Antonio lungo la salita da Nave a Conche; fontanina (da sorgente) a Cà della Rovere sempre lungo la salita da Nave a Conche; fontanina a pompa alla santella di Sant’Apollonio tra Conche e Cocca; fontanina ai giardinetti di fronte alla chiesa di Pregno in Villa Carcina; fontanina poco oltre il Santuario della Stella; fontanina tra la Stella e Monte Peso; fontanina alla Poffa dei Campiani; fontanina in via Campiani e in via della Piazza a Urago Mella (quasi alla fine del percorso).
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: strutture ricettive di Brescia e Villa Carcina; con brevissima digressione anche il rifugio al Santuario di Conche.
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): a parte le zone di fondo valle (Brescia e Villa Carcina) dove è ovviamente impossibile piantare tende, è possibile trovare comode collocazioni lungo gran parte del percorso.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): di giorno è sostanzialmente nulla, mentre nella notte è estesa (quattro quinti del percorso).

Profilo altimetrico e mappa

Partenza in piano per attraversare la città, poi lunga salita con ripidi strappi alla quale segue un bel tratto di respiro che porta a una lunga e a tratti sconnessa discesa. Si riprenda la salita che alterna tratti di respiro a ripidi strappi. Di nuovo in discesa, non lunga e comoda. Lunga salita che parte ripida per poi addolcirsi in un lungo tratto con alternanza di salite e discese fino alla lunga discesa che porta a Villa Carcina. Ripida salita a cui segue il lunghissimo tratto finale che, alternando salite e discese, lentamente perde quota riportando comodamente a Brescia.

GPSies - Sentiero 3V Silvano Cinelli - Anello bassissimo

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Relazione tecnica

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Inizio del 3V

Uscire dal parcheggio e seguire verso sinistra la larga via Collebeato. Alla prima rotatoria (esclusa quella d’innanzi al parcheggio) andare a destra per via del Risorgimento, oltrepassare il ponte sul fiume Mella, attraversare la strada e portarsi alla grande rotatoria di via Guglielmo Oberdan. Andare a destra fino a un semaforo pedonale, portarsi sull’altro lato dello stradone, ritornare brevemente a sinistra per prendere a destra via Luigi Reverberi. In pochi metri si perviene a un grande piazzale, costeggiarlo sulla sinistra e, per una corta strada, raggiungere via Filippo Corridoni. Seguirla a sinistra, una curva a destra immette in un lungo rettilineo alla fine del quale si perviene all’incrocio con via San Bartolomeo. Attraversare quest’ultima strada e imboccare, proprio di fronte, via San Donino che si segue integralmente oltrepassando via Fausto Gamba. Ci si innesta in via Fabio Filzi e, poco dopo, si tiene a sinistra per via Guido Zadei fino al suo termine. Dopo aver attraversato Via Trento in breve si perviene ad altra rotatoria, andare a destra per la seconda strada (via Bartolomeo Gualla) che si segue fino ad oltrepassare la Clinica Città di Brescia e pervenire ad un piccolo piazzale (a sinistra) con parcheggi e giardinetti (Piazzale Camillo Golgi). Attraversare la strada e il piazzale per portarsi su via San Rocchino che si segue verso destra. Appena possibile portarsi sull’altro lato della strada e proseguire fino al suo termine dove s’innesta in Via Filippo Turati. Poco dopo, a sinistra, si entra in una piccola piazzetta che si attraversa per intero andando a imboccare la strada che sale sulla sinistra di via Turati (via San Gaetanino). Alla prima curva svoltare decisamente a sinistra per passare tra le case e, dopo una curva a destra, risalire una breve e larga scalinata pervenendo al primo tornante dell’asfaltata via Panoramica, la principale strada d’accesso motorizzato alla montagna di Brescia, il Monte Maddalena.

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Via San Gaetanino

Invece di seguire l’asfalto di via Panoramica, imboccare la ciottolosa continuazione di via San Gaetanino che ripidamente s’alza a sinistra, prima passando a fianco di alcune palazzine, poi costeggiando un antico muro. Oltrepassato un breve sottopasso si sfiora nuovamente la via Panoramica, ancora la si ignora per proseguire in ripidissima salita sui ciottoli di via San Gaetanino. Dopo una lunga curva a sinistra si giunge a un secondo breve sottopasso, poco dopo la strada curva a destra e perviene alle prime case dei Medaglioni. Si risale tra le case e, al sommo della salita, si svolta a sinistra. In pochi metri si perviene nuovamente su via Panoramica, che da qui assume il nome di Via San Gottardo. La si segue in salita e fatti pochi passi, appena oltrepassata l’ultima casa, una breve sosta è d’obbligo: sulla destra si apre una magnifica visuale sulla Bornata (parte sud orientale della città di Brescia dove un tempo sorgeva la fabbrica della Wührer) e sulla Pianura Padana.

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Panorama dai Medaglioni

Dopo essersi goduti il panorama, si riprende il cammino e, con salita ora decisamente meno impegnativa, si segue fedelmente il nastro asfaltato fruendo, anche se disturbati da piante e cespugli, del marciapiede presente sul lato destro. Si oltrepassa la deviazione che, a sinistra, porta al ristorante Vedetta e, passando sotto il campo di calcio (e parcheggio matrimoni) annesso all’Oratorio della chiesa di San Gottardo, si perviene al capolinea dei pulmini. Tenendosi, come ai pedoni prescrive il Codice della Strada in assenza di marciapiede, sul lato sinistro, si prosegue per la strada asfaltata lasciando sulla sinistra le ultime case. Si oltrepassa una deviazione che scende a destra (continuazione di via San Gottardo) e, sempre lungo la strada asfaltata che ha ora assunto il nome di Via Maddalena, dopo qualche leggera curva si arriva al primo tornante. Si attraversa la strada per portarsi in un piccolo piano piazzale sterrato sul lato destro del tornante, altro punto panoramico che si affaccia sul versante meridionale della Maddalena e sulla Pianura Padana. Sul lato settentrionale del piazzale, al termine destro del muretto che lo delimita, imboccare un ripido e rovinato sentiero. Procedendo pressoché costantemente sulla linea di massima pendenza, con faticoso cammino, tra radi cespugli e ancor più radi alberi, si risale il pendio erboso ignorando, sia a destra che a sinistra, diverse pianeggianti diramazioni. Sottopassato un elettrodotto il sentiero volge deciso a sinistra per proseguire lungamente in pianeggiante mezza costa permettendo, così, un bel recupero di forze. Dopo un ripido ma breve strappo si arriva a un tornante che indirizza all’incirca verso ovest, portando, in pochi passi, ad un altro piccolo piazzale in terra battuta accosto alla strada asfaltata della Maddalena: al di là della strada, il Dosso della Brochella, in direzione opposta, quella da cui si è arrivati, il Dosso Torre Bornata.

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Piazzale del Cavrelle

Tenendo la destra si prosegue lungo il sentiero che, meno ripidamente, sale tenendosi al limite del bosco nel quale poco più avanti entra con decisione con una secca curva a destra. Con linea diretta e limitata pendenza si risale nel bosco fino ad uscire nuovamente sulla strada asfaltata. La si attraversa per imboccare la prosecuzione del sentiero ben visibile sul lato opposto dell’asfalto. Risalendo sempre all’interno del bosco si taglia il lungo tornantone del Buren e, dopo aver costeggiato a sinistra la recinzione dei prati d’un nascosto cascinale, si esce nuovamente sull’asfalto che ancora si attraversa per riprendere immediatamente il sentiero che nel primissimo tratto procede quasi parallelamente alla strada. Giunti a una radura in terra, ignorando il largo sentiero che si diparte sulla destra, si prosegue dritti in leggera salita. Tenendo la traccia principale in direzione est ci si alza gradatamente nel fitto bosco finché un breve tratto molto ripido porta sull’asfalto che, ancora, si attraversa per imboccare sul lato opposto un sentiero con vecchi scalini in legno, ben visibile poco sopra una palazzina con diverse antenne: l’ex stazione a monte della funivia della Maddalena. Superate due rampe di scale si perviene ad un piazzale asfaltato, prendere a destra e, con lieve discesa asfaltata, in breve si arriva nuovamente sulla strada principale nei pressi del ristorante Cavrelle. Passando sulla sinistra del ristorante, si attraversa l’ampio piazzale sterrato mirando al suo lato orientale sinistro dove si prende la strada sterrata che sale alla chiesetta di Santa Maria Maddalena. Oltrepassata sulla sinistra una casa, effettuata una larga curva a destra, quando in alto a destra, seminascosta dalle piante, si intravvede la struttura della chiesetta, sulla sinistra s’individua un sentiero che ripidamente scende nel bosco, lo si segue e in breve si perviene al piazzale del ristorante Grillo.

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Panorama dal Monte Denno

A sinistra e a destra ci sono due strade sterrate, di fronte sulla destra del ristorante c’è la strada, tanto nota agli appassionati di ciclismo per le epiche imprese del Giro d’Italia, di Muratello di Nave, a destra di questa è posto un altare (eretto dal Gruppo Monte Maddalena), lo si oltrepassa sulla destra per prendere un’evidente sentiero che, sul retro dell’altare, risale direttamente nel bosco a fianco di un vasto prato. Saliti un centinaio di metri si attraversa la strada asfaltata per proseguire nel bosco e, slalomando tra le diverse radici che sbucano dal terreno, si arriva a una scala rovinata dal tempo che adduce al piazzale dell’ex rifugio Monte Maddalena, oggi purtroppo abbandonato e in rovina. Andando a sinistra si attraversa per intero il piazzale sterrato del rifugio pervenendo alla strada asfaltata di accesso allo stesso, la si segue in salita a destra oltrepassando una sbarra solitamente aperta, poco dopo sulla sinistra la vista spazia sull’ultimo terzo del 3V, dal Monte Guglielmo a Urago Mella, allungandosi più oltre alla Presolana e, se l’aria è molto limpida, al Monte Rosa. Ignorando la deviazione che a sinistra sale alla base militare, si entra in un denso bosco e si prosegue a lungo su pianeggiante sterrato. Lasciata alla nostra destra una stazione radio militare la strada compie una larga curva a destra per aggirare, con tratto cementato a balcone sulle cave di Botticino, la sommità del Monte Denno, in lontananza è possibile ammirare il Lago di Garda e il Monte Baldo, a destra Rezzato e la Pianura Padana. Quando la strada volge a sinistra ridiventando sterrata, prendere a destra un sentiero che si mantiene accosto al filo del crinale della Costa di Monte Denno, prima in debole salita poi, superato un poggio panoramico (a cui si perviene con breve digressione attraversando il filare di alberi che delimita sulla destra il sentiero), in più ripida discesa. Si passa a destra di una solitaria casa e poco dopo si riprende la strada sterrata seguendola verso destra.

Cascina di San Vito

Cascina di San Vito

Quando la strada sale a destra per terminare contro il cancello della ponte radio della Stazione di Monte Salena, prendere a sinistra un evidente sentiero che si abbassa nel bosco per costeggiare la recinzione di detta stazione radio per poi risalire brevemente. Si prosegue con tratto pianeggiante e quando un sentiero si alza a destra per portarsi a un capanno, imboccare il sentiero che scende dritto. Stando attendi a non farsi ingannare da alcune tracce che si dipartono sulla sinistra, scendere parallelamente al filo del crinale (a un bivio una traccia risale brevemente a destra ma è invero indifferente andare dritti in discesa). Dopo aver perso un poco di quota arriviamo ad un tratto dove il bosco improvvisamente svanisce, fatti alcuni metri una secca curva a sinistra riporta nel fitto della vegetazione. Oltrepassato il breve un muro di arbusti, il sentiero si trasforma in stradina, immediatamente questa curva a destra, segue un tornante a sinistra (in alto a destra è visibile un capanno di caccia) e poi un’ampia curva a destra porta alla Pozza del Sarisì, dove da sinistra arriva una strada sterrata. Andare a destra e, passando sulla destra della recinzione che protegge il buco del Capriolo, dirigersi verso una piccola casa che si costeggia sulla sinistra per poi riprendere a scendere sul filo del crinale. La discesa si fa ripida, segue un tratto dove diverse piccole rocce affiorano dal terreno rendendo il cammino incerto e difficoltoso, al suo termine si perviene ad un incrocio. Andare a destra per passare molto accosti alla Casina di Pino (Roccolo del Monte Salena), scendere alcuni gradini e il successivo scabroso saltello roccioso, poi il sentiero torna bello, volge a est e, in lieve discesa, dopo essere diventato larga stradina in terra battuta, porta alla cascina di San Vito.

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Colle e chiesa di San Vito

Da destra arriva la strada di accesso che sale da San Gallo, la si ignora per andare a sinistra seguendo la sua sterrata continuazione, in breve si scende in direzione del Colle di San Vito e dell’omonima chiesetta. Qualche metro prima di raggiungerla si volta a sinistra per scendere un piccolo praticello con qualche albero di conifera e imboccare l’evidente sentiero della Val Salena. Scendendo direttamente nella valle si perde un poco di quota, poi il sentiero volge a destra spianandosi. Con pendenza assai minore si giunge ad un bivio, dritti si sale alla Casina del Lat (sorgente), andare a sinistra puntando sul fondo della Val Salena, poco dopo si attraversa il torrente portandosi in destra orografica del valloncello, dopo una cinquantina di metri si riattraversa il torrente riportandosi in sinistra orografica. Si sale leggermente di quota per poi riprendere la discesa, si ignora una deviazione a destra che con vari ripidi tornanti scende verso il torrente e si prosegue per un lungo tratto di discesa dove occorre prestare attenzione, specie se bagnato, alle diverse placche rocciose. Persa parecchia quota il sentiero volge a sinistra e, lambendo il lato meridionale della radura prativa sommitale del Monte Frattina, sale lievemente per poi riprendere a scendere. A un trivio andare dritti in discesa e in breve si esce dal bosco pervenendo a una bella e ampia radura erbosa con santellina nel mezzo. Un muro ne cinge il lato occidentale, lo si raggiunge per seguirlo verso destra pervenendo alle prime case di Nave. Andare a destra per via Faldenno, si attraversa via Civelle continuando su via Minera che si segue fino a dove termina contro il muro di cinta dell’ex ferriera Fenotti e Comini di cui al di là del muro si possono vedere i ruderi. Prendere a destra per via Carbonini fino al primo incrocio, volgere a sinistra per via Bologna e in breve si perviene alla chiesa di San Rocco (sulla destra): incrocio con la strada principale di Nave (via Trento).

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Chiesa di Sant’Antonio

Attraversata con molta attenzione la trafficata strada imboccare sul lato opposto via Monte Grappa che si segue fino al suo termine. Volgere a destra per via Dernago e, fatti pochi metri, andare a sinistra per via Montecchio. Quando la strada si restringe, svoltare seccamente a sinistra infilando un vicolo che porta a delle case a schiera, andare a destra per Traversa Seconda via Moia e procedere fino al suo termine dove a sinistra si imbocca una stradina cementata. Salire ripidamente tra due muri, presto la strada diviene sterrata, ignorare a destra un bivio e procedere in direzione nord-nord-ovest. Avanti a noi sulla sinistra si vede lo stretto solco della Val Listrea, alla cui origine, in basso, si scorgono le case della frazione Piezze alle quali ci si avvicina sensibilmente per poi lentamente tendere a destra e, tagliando il versante nord-ovest del Monte Montecca, inoltrarsi nella Valle del Rio Sant’Antonio in direzione del Monte Rozzolo, mentre sulla sinistra, dietro il Monte Rinato, sempre più evidente appare la vetta del Monte Porno. Oltrepassata Cà Ecia (cascina e prati sopra a destra; capanno sotto a sinistra) prima in discesa e poi in piano, con larga curva a sinistra ci si porta verso il centro del valloncello giungendo alla strada che sale da Piezze. Andare a destra e all’imminente bivio prendere la strada di sinistra che sale con un ripido tratto cementato. Alternando sterrato e cemento si sale nel bosco oltrepassando alcuni prati con cascine riprendendo man mano direzione nord-nord-ovest. Un ripidissimo cementato tratto esce dal bosco e conduce alla chiesa di Sant’Antonio di Padova in Seradello dove i bei prati e alcuni tavoli invitano ad una pausa rigenerante; sul retro della chiesetta una fontanella permette anche il rifornimento idrico.

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Il Pater

Dopo essersi adeguatamente riposati prendere la strada che prosegue oltre la chiesa seguendola finché sulla destra appare un ampio dosso erboso con al centro una casa e sulla sinistra in alto s’intravvede Cà della Rovere. Poco più avanti la strada spiana e la si abbandona per imboccare a sinistra il sentiero che si accosta a Cà della Rovere. Oltrepassata la cascina e la relativa caratteristica fontana, il sentiero volge a sinistra e, con un tratto scavato e molto rovinato, inizia a risalire ripidamente il versante orientale del Monte Porno. Guadagnati cento metri di quota inizia un bel piano diagonale a destra, a metà del quale, badando alla testa, si sottopassa il traliccio di un elettrodotto. Ignorata una deviazione che sale a sinistra continuare ancora un poco in piano per poi svoltare a sinistra e riprendere a salire, prima nel bosco poi su terreno aperto dove, ignorando una franosa e faticosa traccia che sale a sinistra lungo la linea di massima pendenza, si segue il più comodo sentiero scavato che, con vari tornanti, risale altri centocinquanta metri per poi riprendere, pianeggiante, il diagonale a mezza costa verso nord-nord-ovest. In breve si arriva al grande roccolo del Pater che si aggira sulla sinistra. Superati alcuni quasi svaniti alti scalini, volgendo a sinistra, ci si allontana un poco dalla baracca del roccolo per prendere sulla destra un sentiero che si alza nel bosco. Fatti alcuni stretti tornanti si supera un breve canalino di terra e pietre per poi, con minore pendenza, svoltare gradatamente verso sinistra e innestarsi nel sentiero che sale alle Conche. Lo si segue a sinistra in discesa, alcuni gradini agevolano il superamento dei tratti più ripidi e rapidamente si perde quota fino a sbucare su un prato. Lo si discende puntando a una strada sterrata che si segue verso destra pervenendo in breve alla piccola santella di Sant’Apollonio che contiene e nasconde una sorgente. Subito dopo a sinistra prendere un sentiero che s’inoltra nel bosco, compie un’ampia curva a destra passando sopra una cascina e poi inizia a scendere. Oltrepassata la santella di San Carlo Borromeo e lo Chalet Laura si perviene ai prati della Cocca. Per ripido cemento si passa a destra di una pozza e si raggiunge una strada asfaltata.

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Passaggio notturno al Dosso Vallero

Andando un paio di metri a destra, proprio in corrispondenza di una strada sterrata che sale a sinistra, si imbocca un poco visibile sentiero che, ritornando per alcuni metri nella direzione di arrivo, sale nell’erba accosto al bosco per raggiungere un ampio prato che risale a destra rientrando nel bosco nei pressi di un casolare. Risalendo lungo la linea di massima pendenza e passando accanto a un grosso faggio si raggiunge la sommità del boschetto pulito dove la traccia volge decisamente a sinistra per tagliare a mezza costa il ripido pendio. Giunti ad una sterrata la si segue verso sinistra per pochi metri, quando inizia a scendere si prende sulla destra un sentiero che sale un poco per poi procedere pianeggiante parallelamente alla strada appena abbandonata. Poco prima del recinto di un campo, un tornante inverte la direzione di marcia e il sentiero inizia a salire con maggiore decisione fino a sfociare, dopo due tornanti, su altro più largo sentiero che si segue a destra per una decina di metri andando a prendere una diramazione a sinistra che sale ripidissima. Poco dopo ci si inserisce in altra traccia che sale da sinistra, la si segue verso destra salendo sempre lungo la massima pendenza per arrivare al filo del crinale poco sopra e a sinistra di un prato con cascina. In piano si attraversa il boschetto per poi volgere leggermente a sinistra e scendere un poco. Dopo un lungo diagonale, a un bivio prendere a sinistra in salita e, senza ulteriori diramazioni, seguire la traccia che, prima nel bosco poi lungo un largo crinale erboso, porta fino alla vetta del Dosso Vallero.

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Vetta del Monte Palosso

Scendendo sul lato opposto si entra in un rado bosco di grossi faggi, lo si discende al centro mirando a una pozza, la si lambisce sulla sinistra per pervenire ad una strada asfaltata che si segue a destra pochi metri costeggiando un piccolo piazzale in sterrato. Al limite destro dello spiazzo si risale la bassa ripa di contorno pervenendo ad un praticello che si attraversa verso sinistra. Prendere nel bosco una traccia che risale e porta alla poco riconoscibile vetta del Monte Predosa. Procedendo in piano e poi in discesa si raggiunge un prato, lo si attraversa al centro per poi tendere a destra verso una piccola costruzione in muratura. Prima di raggiungerla prendere a sinistra una traccia che mira al bosco. Dopo un breve tratto pianeggiante, in discesa si costeggia sulla sinistra un capanno per continuare a scendere direttamente nel bel bosco, ad un evidente bivio andare a destra per largo sterrato, in breve si raggiunge una strada. Invece di seguirla la si attraversa per prendere un sentierino che, accosto alla recinzione di un capanno, ripidissimo scende ad altra strada ben visibile poco sotto. A sinistra lungo la strada, prima in discesa poi in salita, giunti a un bivio, ignorando la strada che con un tornante sale a sinistra, proseguire dritti alcuni metri e al bivio successivo andare a sinistra pervenendo in breve ad altro bivio. Ancora a sinistra in forte salita e al suo termine prendere il sentiero che a destra procede rasentando il garage della casa posta sopra il dosso erboso a destra (Colma Scanfoia). Una breve salita porta a prendere il filo di un crinale erboso, lo si segue a sinistra mirando a un capanno che si oltrepassa andando a imboccare un largo sentiero che, prima dolcemente poi più ripidamente, sale tra alberi e cespugli. Passando sulla sinistra di una bella casetta in legno e ignorando prima una deviazione a sinistra poi un’altra a destra, si sale lungo l’evidentisisma traccia che si fa ancor più ripida e scavata pervenendo ai prati di un capanno (Sarisì). Il sentiero ora procede con minore pendenza, passa accanto a una baracca in lamiera e continua pressoché pianeggiante, sfilando in basso a sinistra di un capanno e, poco oltre, del rifugio Giulio Bodei (in parte diroccato e per la restante parte chiuso, comunque offre un discreto riparo e un tavolo con panchina). Si riprende a salire e, dopo aver passato una deviazione che ripidissima scende a sinistra, si perviene al Pozzone, piccola pozza stagnante tra grossi alberi. Si risale verso sinistra per arrivare in breve al piano terrazzo erboso della Maison des Sons, spartana baracca in legno e lamiera. Andare a destra per un paio di metri a prendere le tracce che, in pochissimi metri, salgono allo spiazzo con tavoli e panche nei pressi della vetta del Monte Palosso, sulla cui vetta.

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L’ingresso del Carpen

Portandosi sul lato opposto dell’ampio piazzale di vetta dove ancora sono collocati i basamenti in cemento di quattro cannoni risalenti alla Prima Guerra Mondiale, oltrepassato un cancellino in legno, si prende una traccia che scende alla destra della Maison des Soins all’altezza della quale si va a destra a prendere il sentiero che nell’erba si dirige verso ovest (Via dei Soldati). Al primo bivio tenere a destra, in ripida discesa si perviene all’ingresso del capanno di Carpen (bellissima siepe lavorata). Andare a destra seguendo il sentiero che ora si è fatto più largo e poi diviene stradina. Ignorare un primo vicino sentierino che scende a sinistra, poco dopo si perviene ad un vero e proprio bivio, prendere a sinistra effettuando un tornante. A un successivo bivio tenere a destra e proseguire lungo la traccia principale fino ad un quadrivio, andare a destra compiendo un secco tornante. Dopo un lungo diagonale la discesa prosegue effettuando una serie di tornanti, si passa a sinistra del Roccolo Sanzogni e si perviene ad altro bivio, andare a sinistra e, tenendo sempre la destra, si scende al capanno della Posta Vecchia, dal quale, procedendo verso sud, si raggiunge l’inizio di una larga strada sterrata (località Söc).

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Prati di Zignone

Andare a destra lungo la sterrata pervenendo sopra i vasti prati di Zignone. Li si discende aggirandoli inizialmente sulla destra, giunti all’altezza del nucleo di case poste al centro di detti prati, ad un bivio andare dritti per una piana strada sterrata. Quando la strada svolta bruscamente a destra portandosi verso una cascina, prendere il sentiero che scende dritto, passando accanto alla chiesetta di Santa Teresa, oltre la quale il sentiero ridiventa stradina. Giunti al cancello che sbarra la strada, uscire per un varco sulla destra e proseguire a sinistra per ripidissimo asfalto. Con costante visione sul percorso che si deve ancora effettuare, si scende verso il fondo della Val Trompia e, costeggiando il Torrente Pregno, seguendo via Pendezza si perviene alla frazione Castello di Villa Carcina. Giunti in fondo alla discesa andare a sinistra raggiungendo Piazza XX Settembre, a destra in breve si raggiunge via Francesco Glisenti nei pressi della statale della Val Trompia (SP345). Attraversando dei giardinetti si prende il sottopassaggio e ci si porta sul lato occidentale della provinciale che si segue verso destra per portarsi alla vicina grande rotatoria. Tenendo la sinistra si raggiunge via Veneto, ci si porta sul suo lato settentrionale e la si segue per tutto il suo tratto rettilineo. Quando curva a sinistra andare a destra costeggiando un largo piazzale poi a sinistra per via Zanardelli che si segue fino al suo termine. Ancora a sinistra lungo via XX Settembre prendendo poco dopo a destra via Roma che porta alla chiesa dei Santi Emilano e Tirso che si aggira sulla destra. A sinistra pochi metri prendendo la prima a destra (via Trentino) che si segue fino al suo termine. A destra per via dei Mille, poi a sinistra per via Trieste. Prendere la prima a destra (via San Rocco) e al suo termine procedere per una scalinata aggirando sulla destra la chiesa di San Rocco al Monte.

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Casa Dosso San Rocco

Sul retro della chiesa si procede a destra per antica mulattiera oggi molto rovinata (sentiero Domenico Cancarini), si passa tra Casa Cornero, a sinistra, e Casa Ronchetti, a destra, poco dopo si tiene ancora a destra per l’antica mulattiera, a destra si lascia Casa Capponi e poi Casa Dosso San Rocco per uscire sulla strada asfaltata che si segue a destra fino al primo tornante poco dopo il quale si prende a sinistra per sentiero oltrepassando Casa Livelli. Giunti ad una stradina in terra nei pressi di una casa in legno, prendere, poco sopra, un altro sentiero che con tratto a mezza costa riporta sulla strada asfaltata. A destra per la strada che ora si segue fedelmente fino al suo termine nei pressi di Casa Büs del Torcol. Appena prima di quest’ultima cascina, o subito dopo, si sale il pendio sulla destra alzandosi sopra la casa, oltrepassato il Büs del Torcol (chiuso con muretto e pesante piastra in ferro) un tornante ci reimmette in direzione ovest. Dopo un lungo diagonale con alcuni ripidi strappi si raggiunge il crinale in destra orografica della Val Trompia. Scendendo a sinistra per erba ci si accosta al muro di cinta di Casa Pernice, ci si abbassa al sottostante piano terrazzato che si taglia verso destra per poi scendere a sinistra alla strada sottostante. Riaccostandosi alla cinta di Casa Pernice andiamo a sinistra tagliando per boschetto una leggera curva della strada che poi seguiamo a sinistra. Davanti alla cancellata d’ingresso della casa si prende a destra nell’erba il sentiero che risale lungo il crinale erboso e, dopo aver oltrepassato un capanno e la successiva casa, perviene alla vetta del Monte Pernice. Si scende in un rado boschetto a cui segue un bel prato che porta sopra un capanno, in ripida discesa passando a sinistra del capanno si perviene ad una strada cementata. A destra in discesa per detta strada, al primo bivio si prende a sinistra per altra strada, giunti all’innesto con via Magnoli, che sale da destra, si prosegue dritti. Poco dopo, quando la pendenza diminuisce sensibilmente e la strada accenna una lunga curva a destra, sulla sinistra imboccare un sentiero che, con pochi metri di salita, porta alla caratteristica sella Magnoli dove, a destra, si riprende il filo del crinale.

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Santuario Madonna della Stella

Con pendenza progressivamente maggiore, nel bosco, oltrepassando ad un certo punto una strada sterrata, si sale alla larga e piana sommità del Monte Magnoli. Costeggiando a destra la cinta di alcune case, si scende sul versante opposto a quello di arrivo. Dopo pochi metri il sentiero s’innesta in una strada cementata che si segue fino alla prima curva secca a destra, qui, sulla sinistra, prendere un sentiero nel bosco che, con forte discesa, riporta sulla strada cementata facendo risparmiare un tornante della stessa. Seguendo a sinistra la strada, sempre su cemento, si perviene alla poco evidente sella dell’Oca, dove la strada cementata abbandona il filo del crinale per scendere a destra della grande tenuta di Villa Tilde. Seguire ancora detta strada fino a incrociare una stradina che, chiusa da una sbarra, scende a destra verso una casa. Per quest’ultima oltrepassiamo la casa e in discesa più leggera perveniamo al bivio della Croce del Barbù. Tenere a destra pervenendo in breve alla grande cascina del Quarone di Sopra. Seguendo lo sterrato, con due tornanti si aggira a destra il grande cascinale e, subito dopo, si prende a sinistra per altro sterrato che sale con buona pendenza. Dopo una secca curva a destra la pendenza cala sensibilmente, si procede a lungo in diagonale e, usciti dal bosco, si arriva alla sella del Quarone: sulla destra la Pozza del Paradiso invita alla sosta. Tenendosi discosti dalla cascina del Quarone di Sotto (visibile sulla destra), si scendono al centro due terrazzi prativi per rientrare nel bosco prendendo un ripido sentiero che scende verso l’ormai intuibile abitato di Gussago. Si attraversa per tre volte una strada sterrata, alla quarta uscita, invece, la si segue a destra. Fatte alcune curve si costeggia il muro di cinta del vasto convento dei Camandoli e si perviene alla sua asfaltata strada di accesso che si segue a destra in discesa. Dopo un lunghissimo tratto di asfalto, proprio nel mezzo del terzo tornante, imboccare a sinistra un sentiero che nel bosco si sposta verso est per poi, con ripidissima ma breve discesa, scavalcare la galleria della tangenziale di Gussago e raggiungere una strada asfaltata. La si segue a sinistra fino al sommo della ripida salita (passo della Forcella) dove sulla destra si prende altra strada che, sempre in ripida salita, porta al Santuario Madonna della Stella di Gussago, al quale si perviene risalendone lo scalone di accesso.

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Urago Mella

Dal patio del santuario procedere verso est a riprendere la strada asfaltata. Superare il piazzale del parcheggio e, nuovamente sul filo di un crinale, scendere tra le case. L’asfalto termina e inizia lo sterrato, lo si segue lungamente. Oltrepassata una lunga esse sinistra-destra con due case sulla destra si perviene ad un bivio, prendere la strada di sinistra e, in ripida salita, seguirla fino a quando sulla sinistra si stacca una pianeggiante sterrata.  Per questa fino a pervenire, dopo un tratto di discesa, ad un prato, lo si risale, compiendo un arco sinistrorso, mantenendosi accostati al bosco che lo limita sulla destra. Oltrepassato il cippo della UOEI si arriva in prossimità del crinale che ridona la visuale sulla città, svoltando a destra lo si segue fedelmente. Con tratti particolarmente ripidi si sale nel bosco, poi la traccia svolta a sinistra e, con due diagonali in moderata pendenza intervallati da un secco tornante, porta alla radura erbosa della vetta del Monte Peso. Attraversata la radura prendere nel bosco la traccia più a sinistra delle tre che procedono pressoché parallele in direzione dei Campiani. Si procede in leggera discesa, poi si fa più accentuata e il sentiero diviene profondamente inciso dal passaggio delle biciclette rendendo il cammino piuttosto complicato. Ignorando i vari toboga che si diramano sulla sinistra si perviene alla cinta di un vigneto, la si segue a sinistra fino al termine della rovinata mulattiera: piccolo parcheggio. Andare a destra lungo la strada asfaltata, al vertice della ripida salita prendere a sinistra oltrepassando la Trattoria Marelli e il Ristorante Carlo Magno. Sempre lungo la strada asfaltata ci si abbassa un poco lungo il crinale per poi risalire fino all’ingresso della Trattoria Merlo. A destra per strada sterrata al Passo delle Crosette. Un paio di metri a sinistra prendere il sentiero che ripidamente risale nel prato e poi nel bosco cespuglioso portando al crinale ovest del Monte Picastello che si segue verso sinistra con pendenza man mano digradante fino a diventare leggera discesa reimmettendosi nella continuazione inerbata della strada attraversata al Passo delle Crosette, qui prendere a destra un sentiero che scende verso la città. Dopo un breve tratto di discesa diretta la traccia volge a sinistra e inizia un lungo diagonale, ad un bivio tenere la sinistra alzandosi leggermente per poi riprendere a scendere prima ancora in diagonale poi più decisamente fino a reimmettersi sulla traccia precedentemente abbandonata. A sinistra in ripida discesa si raggiunge il dosso “Le Quattro Querce”, poco sotto si perviene alla Cascina Poggio Maria e alla sua strada di servizio che si segue fedelmente fino al suo termine. Procedendo lungo la ciottolosa via Campiani si entra in Urago Mella (quartiere di Brescia) e si arriva sulla piana e asfaltata via della Piazza che si segue verso destra arrivando ad una piazzetta. Prendere a destra per via Interna e seguirla fino al suo termine su via Collebeato, dalla parte opposta di quest’ultima strada si raggiunge il parcheggio da dove si è partiti.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Parcheggio parco Polivalente di Urago Mella, Brescia 0:00
Inizio Sentiero 3V 1:10
Capolinea pulmini al San Gottardo 0:45
Piazzale del Cavrelle in Maddalena 0:55
Ex Rifugio Monte Maddalena 0:15
Chiesetta di San Vito 1:00
Chiesa di San Rocco a Nave 0:50
Chiesetta di Sant’Antonio 0:50
Pater 1:00
Bivio Conche-Cocca 0:15
Cocca 0:30
Dosso Vallero 0:40
Monte Predosa 0:15
Colma Scanfoia 0:25
Monte Palosso 0:30
Soc 1:00
Villa Carcina, località Castello 0:30
Villa Carcina, inizio sentiero San Rocco 0:30
Cascina Pernice 1:45
Monte Magnoli 0:30
Quarone di Sopra 0:30
Quarone di Sotto 0:15
Passo della Forcella 1:00
Santuario Madonna della Stella 0:15
Monte Peso 1:00
Monte Picastello 0:45
Parcheggio parco Polivalente di Urago Mella, Brescia 0:40
TEMPO TOTALE 18:00

Monte Magnoli, anello di Villa Carcina (BS)


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Brevissima escursione ideale per famiglie con bambini piccoli e adatta alla ripresa dell’attività dopo una lunga pausa o come allenamento di velocità per i trailer, anche perché gran parte del percorso è costituito da strade, sterrate o cementate, risultando così di facile percorrenza e individuazione. L’esposizione a sudest e la bassa quota ne suggeriscono un utilizzo principalmente invernale, sebbene l’estesa copertura boschiva possa concedere un poco di refrigerio anche nei mesi intermedi e, talvolta, anche in piena estate. Essendo quasi sempre immersi nel bosco lo sguardo può spaziare ben poco in compenso c’è l’interessante possibilità di osservare varie specie floreali e d’incontrare qualche esemplare della fauna locale.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Occidentale
  • Partenza: via dei Mille, 22/26 in Villa Carcina (BS)
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 254m
  • Quota di arrivo: 254m
  • Quota minima: 252m
  • Quota massima: 877m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 619m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 619m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 9km
  • Tipologia del tracciato: in massima parte strada sterrata con tratti cementati o asfaltati; nella prima parte della discesa si procede su sentiero a tratti sconnesso e scivoloso.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E2P
  • Tempo di cammino: 3 ore e 50 minuti
  • Segnaletica: paline e segni bianco rossi sull’intero percorso
  • Rifornimenti alimentari e idrici: bar e negozi di Villa Carcina.
  • Rifornimenti idrici naturali: fontanina a poca distanza dalla partenza.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: alberghi di Brescia e parte bassa della Val Trompia.
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): no.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): no di giorno; sì nella notte, salvo un breve tratto iniziale e un più lungo tratto finale.

Profilo altimetrico e mappa

Salita sostanzialmente moderata e, con il dovuto allenamento, interamente corribile. Discesa inizialmente ripida che presto si smorza in un lungo insidioso (traccia stretta e inclinata verso valle, presenza di fango) diagonale a sali e scendi per finire con una lunga e, a tratti, tecnica picchiata, parte su cemento e parte su sentiero.

GPSies - Monte Magnoli - Anello di Villa Carcina

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

Dal parcheggio seguire a ritroso Via dei Mille fino a dove, terminando contro un campo, si biforca: a destra (via dei Mille) e a sinistra (via Lazio). Andare brevemente a destra per imboccare, appena prima di un piccolo parcheggio, una sterrata (via dei Mille) che si dirama sulla sinistra e, poco dopo, effettua un primo tornante a destra iniziando a salire per passare alla destra di una casa. Seguire fedelmente la sterrata ignorando le varie diramazioni della stessa, molte delle quali sono subito sbarrate da un cancello, e, con vari tornanti e moderata pendenza, risaliamo il versante est del Dosso Zoadello. Si passa a sinistra di un piccolo capanno da caccia pervenendo quasi subito al filo di un crinale. Qui la strada si biforca, ignorando la deviazione a destra che scende nella valle e quella a sinistra che sale nel bosco, prendere una stradina inerbata al centro. Al secondo tornante la stradina si trasforma in sentiero (sentiero Rinaldo Dallera) che, con pendenza a tratti più rilevante, con un lungo diagonale aggira la testata della Valle del Caricatore. Altri due tornanti, una larga curva a sinistra e si sbuca su una strada cementata (Sella dell’Oca).

Seguire la strada cementata salendo a destra, poco dopo, quando la strada svolta a sinistra, imboccare un sentiero che, con breve ma ripido strappo, sale a destra della strada tagliando un suo tornante. Ripresa la strada cementata la si segue senza altre deviazioni fino al suo termine (case sulla destra). Proseguendo nella stessa direzione su sterrata che passa a sinistra delle recinzioni delle case, in breve si perviene alla vetta del Monte Magnoli.

IMG_8641Proseguendo sul versante esattamente opposto a quello di arrivo, si scende nel bosco seguendo un ripido sentiero, attraversata una sterrata si riprende la discesa per sentiero fino a pervenire ad uno strettissimo e profondo intaglio: la sella Magnoli. Ignorando la traccia che va a sinistra, si prosegue a destra scendendo ad un cancelletto in legno. Due stretti e vicinissimi tornanti, il primo a destra, portano ad altro bivio, ignorando il sentiero che scende a destra, procedere verso nordest lungo un sentiero (Sentiero Alberto Antonelli) in lieve discesa che presto diviene pianeggiante. Ignorando un paio di diramazioni sulla destra (che scendono ripidamente nel bosco) continuare a lungo sempre verso nord con alternanza di piani, brevi salitelle e altrettanto brevi discese. Oltrepassata una bella radura a castagni (Dosso dei Camosci), si passa sotto la tenuta del Bus del Torcol, per raggiungere in breve una strada sterrata. La si segue verso destra in discesa oltrepassando il Dosso del Lupo (capanno in alto a sinistra della strada) e continuando su ripido cemento fino al primo tornante a destra, dove s’imbocca sulla sinistra uno stretto e piano sentiero (sentiero Domenico Cancarini). Dopo poco il sentiero volge a destra e inizia a scendere ripidamente. Nei pressi d’una casetta in legno si taglia la sua sterrata di accesso e, dopo un breve tratto in diagonale a sinistra, si scende ancora direttamente nel bosco verso il fondo della Val Trompia ora ben visibile.

Ripresa la strada cementata la si segue un poco fino a individuare sulla sinistra il sentiero che, sempre con ripida discesa, taglia il successivo tornante. Pochi passi sul cemento e, nei pressi di una casa (Dosso San Rocco), dove la strada volge a destra, prendere il sentiero che dritto prosegue nella ripida discesa. Passando vicino ad alcune case (Capponi, Cornello, Ronchetti) si rientra nel bosco pervenendo infine alla chiesa di San Rocco al Monte che si aggira a sinistra. Una breve scalinata conduce alla strada asfaltata (via San Rocco) in località San Rocco di Villa Carcina. Andare a sinistra, alla prima biforcazione ancora a sinistra per via Trieste e poco dopo prendere a destra (via dei Mille). Subito a sinistra (via dei Mille) e proseguire dritti fino a incontrare il parcheggio da cui si è partiti.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Villa Carcina, parcheggio 0:00
Dosso Zoadello 1:10
Sella dell’Oca 0:40
Monte Magnoli 0:20
Sella Magnoli 0:10
Buso del Torcol 0:30
Campo Lupo 0:10
San Rocco di Villa Carcina 0:40
Villa Carcina, parcheggio 0:10
TEMPO TOTALE 3:50

Sentiero 3V “Silvano Cinelli” seconda tappa da Conche a Lodrino (BS)


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Il Santuario di Conche visto dalla vetta dell’omonimo monte

Altra tappa impegnativa e da non prendere sottogamba: vietato farsi prendere dal trasporto della discesa con cui si parte e del successivo lungo tratto di falsopiano, ne pagheremmo le conseguenze forse già sulla breve salita all’Eremo di San Giorgio, di sicuro in quella successiva e ben più lunga che dal Passo del Cavallo porta alla Forcella di Prealba e a quel punto potrebbe diventare veramente problematico raggiungere la fine della tappa. Calma dunque, assorbire per bene i primi due terzi del percorso, all’interno dei quali abbiamo la maggiore ed unica risalita, e, caso mai, aumentare il ritmo nella lunga discesa finale.

Con questa tappa iniziano le varianti, una sola (Dossone di Facqua) realmente difficile (due passaggi di vera e propria arrampicata, anche se facile e limitatamente esposta), le altre più che altro comportano solo un aumento di dislivello.

Come per ogni percorso di cresta offre large e lunghe visioni che qui vanno dalle Alpi che cingono a sud la Pianura Padana alle vette dell’Adamello, del Bernina e del Monte Rosa, per citare solo le più rilevanti, passando per il Lago di Garda e il sovrastante Monte Baldo.

Flora e fauna

L’ambiente è sostanzialmente simile a quello della prima tappa, vi si aggiungono solo scoperti declivi prativi dove, nella stagione opportuna, l’incontro con le colorate peonie si fa frequente. Altre essenze floreali facilmente osservabili sono, sempre nella relativa stagione: giglio martagone, elleboro nigra, ciclamini. Raro l’incontro con esemplari della fauna, fatto salvo per i soliti volatili più comuni.

Fonti: osservazioni personali.

Cenni storico culturali

Punto di partenza della tappa il santuario di Conche è una vasta e complessa struttura la cui fondazione viene attribuita a San Costanzo e poi consacrata dal vescovo Arimanno attorno al 1115. Tre distinti edifici: il monastero, la chiesa e un edificio rurale (forse una stalla con l’abitazione dei mandriani) la foresteria. Alla sinistra del portone d’ingresso alla chiesa è visibile l’ossario delle monache.

Abbarbicato sulla piccola sommità di un’erta rupe rocciosa, l’eremo di San Giorgio è oggi costituito da una chiesetta con annesso locale abitativo. La sua origine è incerta, pare poterla accreditare ai benedettini nei primi decenni del tredicesimo secolo e forse anche un po’ prima. In seguito passò alla gestione da parte degli Umiliati. Sul lato meridionale si trova un bel porticato con vista sul Lago di Garda, appena sotto lo stesso uno stretto ma lungo e accogliente piano terrazzo erboso a picco sulla valle con un tavolo di legno. Altro tavolo è posto sul fronte della chiesetta, incassato tra due grosse rocce.

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Lumezzane

Lumezzane come già detto è un grosso centro urbano che, suddiviso in diverse frazioni (San Sebastiano, Sant’Apollonia, Pieve, Fontana, Gazzolo, Valle e Villaggio Gnutti), occupa il fondo e la testata della stretta Valgobbia. La presenza di molta acqua ne ha determinato fin da tempi lontani, già gli antichi romani vi edificarono un acquedotto, l’evoluzione in centro artigianale (rubinetteria, casalinghi, posateria) prima e industriale (metalmeccanica e siderurgica) poi. Ammassate le une sulle altre, spesso occupando più spazio in verticale che in orizzontale, oggi case, palazzi, officine, capannoni danno all’abitato un aspetto tutt’altro che invitante anche se, vedendola dall’alto, la prospettiva assume talvolta contorni più piacevoli.

Se Lumezzane lo si vede solo dall’alto, Lodrino (fine tappa) lo si attraversa proprio. Nucleo urbano ben più contenuto del precedente occupa il versante di solivo della valle dei torrenti Re e Lembrio, dominato dalle rocciose e verticali pareti della Corna di Caspai e del Monte Palo. Verso ovest lo sguardo, seguendo l’impluvio vallivo, si allunga sul più lontano e corposo Monte Guglielmo.

Fonti:

Sito del Comune di Caino (BS)

Sito del Comune di Lumezzane (BS)

Lumezzane.Lombardia

Sito del Comune di Lodrino

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: Santuario di Conche – Nave (BS)
  • Arrivo: Bed&Breakfast Isola Verde (Lodrino – BS)
  • Quota di partenza: 1092m
  • Quota di arrivo: 760m
  • Quota minima: 728m versione difficile / 691m versione facile
  • Quota massima: 1334m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 1113m versione difficile / 1053m versione facile
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 1442m versione difficile / 1382m versione facile
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 20.74km versione difficile / 21,95km versione facile
  • Tipologia del tracciato: in gran parte sentieri a cui si aggiungono dei tratti di strada asfaltata o sterrata; per la versione difficile c’è da superare, in facile arrampicata anche se infastidita dalla esigua larghezza del passaggio, un caminetto di 10 metri al quale segue una paretina di 5 metri da fare in discesa e altri brevissimi passaggi di roccia; sempre per la versione difficile, sul finale di tappa una discesa su sentiero molto inerbato e a tratti poco visibile.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): versione esperti EE3EPl / versione facile E3P
  • Tempo di cammino: versione esperti 8 ore / versione facile 7 ore e 50 minuti
  • Segnaletica: segni e tabelle in bianco-azzurro; a tratti mancanti o poco visibili sulla versione per esperti.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: bar del rifugio di Conche.
  • Rifornimenti idrici naturali: fontanina al Passo del Cavallo, rubinetto alle Passate Brutte, fontana poco prima delle Foppe de Uciù (non sempre aperta), poco prima della Cocca di Lodrino la sorgente dell’Acqua Fredda sulla variante difficile e la sorgente dell’Acqua Tignusa sulla variante facile, quasi a fine tappa fontanella a Lodrino.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: rifugio di Conche (partenza tappa), B&B Isola Verde a Lodrino (fine tappa).
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): alla partenza vedi relazione della prima tappa; all’arrivo si possono collocare nella parte finale del sentiero che scende verso Lodrino (spiazzo per tre tende piccole alla base di Punta di Reai, spazi più ampi a Campo Castello oppure passato l’abitato di Lodrino salendo almeno una ventina di minuti verso il Passo della Cavada.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): di giorno ampia sulle varianti difficili (eccetto nei periodi di apertura della caccia o di addestramento cani), da valutarsi sul resto del percorso e sulle varianti facili, con alcune limitazioni date dai tratti asfaltati e dal passaggio vicino a case e roccoli; pressoché costante nella notte, fatta eccezione per l’attraversamento del Passo del Cavallo, il mezzo chilometro successivo e il tratto di Lodrino.

Profilo altimetrico e mappa

Versione difficile

Facile partenza in discesa che presto si tramuta in un lungo falso piano con alternanza di brevi salite e qualche discesa. Dopo due secchi sbalzi separati da una incisa insellatura, ecco una lunga discesa con tratti molto accentuati per poi riprendere immediatamente e seccamente a salire. Uno spostamento in leggera discesa a cui segue una salita nell’insieme non accentuata ma che presenta brevi salite molto ripide e due tratti di arrampicata quasi verticale.  Ripida e tecnica discesa che porta ad una lunga ma tranquilla salita. Breve ripida discesa e poi su è giù per alcuni dossi. Ultima secca salita e in piano ci si porta al vertice del lungo ripido tuffo che porta fin quasi alla fine della tappa, alla quale si perviene con una leggera salita su strada asfaltata.

GPSies - Sentiero 3V Silvano Cinelli - Tappa 2

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Versione facile

Facile partenza in discesa che presto si tramuta in un lungo falso piano con alternanza di brevi salite e qualche discesa. Dopo due secchi sbalzi separati da una incisa insellatura, ecco una lunga discesa con tratti molto accentuati per poi riprendere immediatamente e seccamente a salire. Uno spostamento in leggera discesa a cui segue prima una lunga comoda discesa, poi una lunga ma tranquilla salita. Breve ripida discesa e poi su è giù per alcuni dossi. Lunga e, inizialmente, molto ripida discesa a cui segue una lunga salita tutto sommato tranquilla su strada asfaltata.

GPSies - Sentiero 3V Silvano Cinelli - Tappa 2

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Relazione tecnica

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Lasciando il Santuario di Conche

Dal Santuario di Conche attraversare interamente il grande prato e prendere il sentiero che, superata una stretta fascia boschiva, subito scende ripido portando ad alcune case dove diviene pianeggiante. Si prosegue sul filo del crinale fino ad un primo bivio, si prende a sinistra in discesa nel bosco per tagliare a nord il versante del Monte Fraine. Giunti ad una forcella si prende a destra per aggirare sul lato Caino il dosso erboso del Monte Calone. Ripreso, alla forcella di Calone, il filo di cresta lo si segue in direzione dell’ormai evidente rupe dell’eremo di San Giorgio, ai piedi della quale invece di seguire la traccia che sale diretta lungo il crinale, tagliamo a sinistra in più lieve salita. Quando la salita spiana ad un bivio si prende la traccia di destra (dritti è indicata una variante 3V che, a mio parere, non ha senso seguire) e, con alcuni tornanti, si sale ripidamente nel bosco pervenendo all’eremo.

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Arrivo all’eremo di San Giorgio

Sull’altro lato della costruzione si prende un sentiero che scende sulla sinistra per poi, girando attorno a un grosso faggio, piegare subito a destra e scendere ripidamente alla radura di un capanno da caccia. Passando a mezza costa poco sopra la baracca e sfiorando il capanno si perviene ad una larga forcella dove dipartono vari sentieri. Ignorare quelli sulla destra, uno scende verso Caino l’altro taglia il versante sudorientale del Monte Doppo, e prendere a sinistra entrando in un boschetto sul filo del crinale. In breve si perviene a un altro bivio, prendere a destra e poi, ad una successiva vicina diramazione, ancora a destra per risalire e poi tagliare il versante occidentale del Monte Doppo puntando al suo crinale nordovest. Lo si oltrepassa per scendere sul versante lumezzanese tendendo a destra, raggiunto il crinale settentrionale lo si discende tenendosi fedelmente sul filo. Superato un capanno (Roccolo delle Colombere) sempre lungo il filo si perviene a una casa, se ne contorna a destra la cinta pervenendo alla sua strada cementata di servizio. La si segue fedelmente in discesa, all’innesto in altra strada andare a sinistra raggiungendo il Passo del Cavallo. Oltrepassato un ponte, in leve salita si perviene al muretto di cinta della Chiesa di Cristo dei Monti, lo si segue a sinistra e in breve si giunge alla strada provinciale che unisce Lumezzane a Sabbio Chiese e la Val Trompia alla Val Sabbia (SP79, Via Valsabbia).

Attraversata la strada se ne prende un’altra posta proprio di fronte. La si segue ignorandone le varie diramazioni, ad un bivio più accentuato andare a sinistra. Quando la strada perde un poco di pendenza e compie una netta curva, si lascia sulla destra un nucleo di case con prati (Reondol) e si prosegue senza dubbi fino al successivo bivio. Prendere la strada sterrata che, quasi pianeggiante, va a sinistra passando sopra a destra di un vecchio campo da calcio. Dopo un tratto di leggera salita ci si affaccia nuovamente sulla Valgobbia, ad un bivio si tiene a destra e, con pendenza man mano più rilevante, si procede a lungo finché, dopo un ripidissimo tratto asfaltato, si perviene a una casa sul filo di cresta (Roccolo Cipriano) davanti al cui cancello la strada termina. Prendere il sentiero che idealmente prosegue la direzione della strada, con andamento pressoché pianeggiante si raggiunge un primo crinale dove il sentiero si divide in due.

Variante facile (ufficiale) Variante difficile (non ufficiale)
Ignorando il sentiero che sale a destra si prosegue in lieve discesa puntando alla pala erbosa del Dosso Giallo che, con largo giro e panoramica visione su Lumezzane, si taglia completamente arrivando all’evidente crinale sud sud ovest dove si prende a destra la traccia che sale il ripidissimo crinale erboso. Guadagnata un poco di quota il sentiero, scavalcando alcune roccette, taglia bruscamente a sinistra e porta alla sella del roccolo Casa di Vallardo. Si sfiora sulla destra la casetta del roccolo e si prende un sentiero che, in direzione nord, taglia il versante orientale della Corna del Giobeleo portando ad altro crinale. Lo si segue brevemente a sinistra per poi riprendere a mezzacosta passando sopra un capanno con annessa casetta in legno e, ignorando un sentiero che scende a destra, raggiungere la larga Forcella di Prealba. Andare a sinistra lungo il crinale che unisce il Monte Prealba ad un dosso senza nome, lo si aggira a destra pervenendo a una forcella tra questo e la Punta Camoghera. Ci si abbassa a destra nel bosco e con un lungo diagonale verso ovest, prima pressoché pianeggiante poi in discesa, si raggiunge la sella de La Brocca.

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Verso la Forcella di Prealba

Prendendo per il sentiero che sale a destra si riprende il filo spartiacque per seguirlo verso sinistra. Quando la traccia volge decisamente a destra diventando pianeggiante, abbandonarla per salire direttamente il pendio erboso sovrastante mirando a un evidente traliccio della linea elettrica. Oltrepassatolo si prosegue ancora su terreno libero fino a raggiungere il crinale sommatile che si segue verso sinistra. Una breve discesa porta ad una baracca in cemento che si supera sulla sinistra. Proseguendo lungo il crinale si perviene alla sommità di un dosso, scendere tenendosi leggermente a destra al limite del bosco per arrivare alla sella del roccolo Casa di Vallardo.
Si sfiora sulla sinistra la casetta del roccolo prendendo il filo del crinale e seguendolo fedelmente prima in lieve salita poi in debole discesa. Quando si tocca la traccia del percorso ufficiale, prendere un sentiero sulla destra che sale direttamente il ripido pendio erboso. Tenendosi sempre nei pressi del filo di cresta, ci si alza senza particolari problemi fino alla sommità di un dosso erboso con vista panoramica che spazia fino al Lago di Garda. Sempre lungo il filo si prosegue aggirando sulla destra alcuni spuntoni rocciosi, poi si riprende a salire per ripide erbe superando alcuni boschetti. Giunti sotto due dossi paralleli raggiungere la forcella che li divide e in pochi passi a destra pervenire alla vetta della Punta Camoghera. Seguendo il panoramico filo di cresta si prosegue alternando discesa a brevi tratti di salita, poi la discesa si fa continua. Quando sulla destra poco sotto si intravede il sentiero del percorso ufficiale continuare ancora sul filo di cresta per abbassarsi sul suddetto sentiero solo poco prima della sella de La Brocca.

Dalla sella de La Brocca ancora due varianti, stavolta ambedue ufficiali; quella difficile in tal caso è veramente tale: due brevi (5m) tratti di vera arrampicata seppure facile (primo grado) e poco esposta, più un altro tratto più facile ma più esposto.

Variante facile Variante difficile
Seguire a destra in discesa la strada sterrata, quasi subito si esegue un tornante a sinistra, poco dopo si perviene a un bivio, andare a sinistra per proseguire lungamente in discesa senza altre particolari variazioni di direzione. Quando sulla destra si percepisce l’esistenza di un capano da caccia sotto il quale si nota una cascina (Cascina Sea) ancora qualche decina di metri e si perviene a un tornante verso destra dove, proprio nel pieno della svolta, sulla sinistra un sentierino s’inoltra nel bosco. Seguirlo superando un primo tratto ingombro di vegetazione per poi entrare in un bel bosco pulito. La traccia, sempre piuttosto evidente, prima compie un ampio giro a mezza costa per aggirare la testata della Valle di Meruzzo, poi sale a destra e con alcune svolte perviene ad una strada sterrata. Seguirla verso destra, con due tornanti (Zete del Barber) si sale alla casa e alla sella delle Passate Brutte.

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Dossone di Facqua

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Dossone di Facqua e  Passate Brutte

Dirigendosi verso la vicina baracca di un invisibile capanno (Roccolo della Brocca) la si aggira a sinistra. Risalendo tra roccette che spuntano dall’erba si perviene ad altra radura di capanno (Passata della Brocca), si raggiunge la baracca che la sovrasta, le si passa a fianco sul lato destro e subito dopo ci si alza a sinistra per portarsi sul filo del crinale che si segue verso nordovest. Una breve discesa porta alla base di un salto roccioso, uno stretto camino (La Streta) si fa breccia nella roccia e ne permette la risalita con facile arrampicata, solo infastidita dall’esigua larghezza del passaggio (il passaggio è molto agevole se ci si tiene ben dentro il camino e si sfruttano due gradini intermedi, cosa che, però, è possibile fare solo se si è senza zaino o con uno zaino poco voluminoso, eventualmente toglierlo e spingerlo avanti). Dopo il camino si riprende il filo del crinale procedendo verso nordovest, superato un basso e facile risalto roccioso ci si abbassa sul lato destro del filo per discendere una placca fessurata. Terminate le principali difficoltà si prosegue di nuovo lungo il crinale, dopo una piccola sella si risale un poco nell’erba per poi traversare orizzontalmente a destra e riportarsi sul filo con un tratto di erba e terra quasi verticale. Lungo il filo si perviene alla sommità del Dossone di Facqua. Scendere sul lato opposto, sempre lungo il filo del crinale, portandosi a un vicino capanno. Lo si oltrepassa per rialzarsi tra spuntoni rocciosi e, facendo attenzione a un liscio e scivoloso pietrone, subito riprendere a scendere seguendo una traccia ben evidente tra la folta vegetazione a cespugli. Ancora un tratto di su e giù lungo la cresta e poi si scende ad una casa in cemento. La si aggira da vicino sul suo lato destro per prendere una stradina che porta ad una selletta, con alcuni tornanti si risale tenendosi a destra del filo di cresta che si riprende per poi discendere alla più grande casa delle Passate Brutte, dove ci si ricollega alla variante facile.
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La Streta, passaggio d’arrampicata sulla variante per esperti

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Pozza del Vesso

Seguendo la stradina che si tiene sulla destra del crinale in breve si raggiunge un largo piazzale sterrato. Prendere la strada che da questo si dirama in direzione ovest e, con un lungo traverso sopra Lumezzane, si perviene alla sella della Passata del Cucini. Seguire la strada asfaltata che scende a sinistra, passando a fianco di una fontana incassata nel muro a monte della strada. Al primo bivio (Poffe de Uciù) andare a destra per riprendere a salire. Procedendo tra più o meno piccoli baitelli di legno e casette in muratura, si arriva ad una larga curva a destra dove si scavalca il crinale di un ampio dosso erboso per poi scendere alla vicina Pozza del Vesso dove fa bella mostra di se un grandissimo faggio, in alto a destra una grande e classica cascina completa il fotografico quadretto bucolico.

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Campo del Gallo

Continuare lungo la strada, al primo bivio tenere a sinistra, al successivo (poco visibile) prendere la strada che, sulla destra, ritorna indietro alzandosi in direzione di una grande casa (il Casello). Oltrepassare la sbarra che la chiude e, poco dopo, entrare nel prato sulla sinistra che si risale prima direttamente poi tagliando diagonalmente verso sinistra riportandosi sul crinale. Andare a sinistra lungo il crinale oltrepassandone una larga insellatura, aggirare un dosso sul suo lato destro per poi portarsi alla sinistra del filo e tagliare nei prati sopra una casa puntando all’ormai vicina ed evidente chiesetta degli Alpini che si aggira sulla sinistra. Scendere verso una casa posta proprio sul filo (Campo del Gallo). Attraversando la strada bianca che sale da destra, ci si tiene nell’erba per passare poco sotto e a sinistra di detta casa per poi riprendere il filo dell’erboso e dolce crinale che si segue fedelmente pervenendo, dopo averne superato l’anticima e lo stretto intaglio che segue, alla Corna di Sonclino.

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Corna di Sonclino, panorama verso nord

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Tesa Sguizzi

Ritornare sui propri passi ridiscendendo allo stretto intaglio, andare a sinistra per un ripido e stretto canale che porta su dei prati in vista di altra casa. Tagliando a mezza costa detti prati avvicinarsi alla casa e, poco prima di raggiungerla, scendere a sinistra e portarsi sulla strada sterrata sottostante. Seguirla verso destra abbandonandola quasi subito per riprendere il filo del costone e raggiungere la larga sella dei Quattro Cantoni. Scendere a destra qualche metro poi andare a sinistra seguendo un’esile traccia che attraversa a mezza costa i ripidi pendii erbosi del versante orientale del Dosso dei Quattro Cantoni. Raggiunto il crinale ovest lo si segue brevemente a destra per poi, in prossimità di un sentiero che a destra si porta ad una piccola casa, abbandonarlo e scendere a sinistra con un altro traverso. Attraversata una fascia boschiva si esce su altri prati che si discendono direttamente verso sinistra per raggiungere la casa della Tesa Sguizzi posta al centro degli stessi. Andare a destra passando sotto un piccolo porticato e subito dopo prendere il sentiero che, il leggera salita, si alza a destra. Senza particolari problemi di orientamento si segue il filo del crinale e, superando una serie di dossi, due dei quali hanno un capanno, dopo un ultimo lungo traverso sui ripidi pendii occidentali del crinale, si arriva alla sella della Passata del Vallazzo dove il 3V nuovamente si divide in due varianti.

Variante facile Variante difficile
Prendere la rudimentale strada sterrata che, in lieve discesa, scende a destra della sella spostandosi verso est con un lungo diagonale. Passati sotto un capanno, con un primo tornante si riprende direzione ovest per scendere più decisamente e, con altri tornanti, portarsi sul fondo del Vallazzo dove la strada si fa più liscia e, in in leggera discesa, porta al grande poligono di tiro a volo di Valle Duppo. Si scorre sul lato destro del poligono per abbassarsi ancora un poco con un ripido tratto alla fine del quale si perviene a un largo piazzale, lo si attraverso per intero verso sinistra andando a prendere la strada asfaltata di servizio al poligono. Seguendo l’asfalto prima si scende ripidamente, poi, superata una sbarra, con minore pendenza si raggiunge un bivio. Prendere la strada di sinistra in leggera salita e seguirla fedelmente pervenendo, dopo varie curve e alcuni ripidi strappi, prima alla sorgente dell’Acqua Tignusa poi alla Cocca di Lodrino, dove le due varianti si riuniscono.

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Orosei

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Orosei

Risalendo il crinale dopo la Costa Nibbia

Scendendo il crinale della Costa Nibbia

Ignorando la rudimentale strada sterrata che scende a destra proseguire sul filo del crinale raggiungendo dopo poco un roccolo. Si passa a sinistra dell’alta costruzione in pietra per proseguire oltre e prendere una stradina sterrata tagliata nel pendio poco sotto il filo di cresta, alla sua destra. Quando la strada finisce si prosegue sempre seguendo il crinale per esile sentiero arrivando, con breve discesa, ad una sella. Sul lato opposto si seguono le tracce che risalgono il ripido pendio che porta alla sommità della Punta Ortosei. Dalla vetta, seguendo più o meno fedelmente il filo di cresta, prima in discesa, poi in piano infine in salita, si raggiunge la sommità di Punta di Reai. Scendendo leggermente a destra della vetta, sempre nella direzione fino ad ora tenuta (nord), oltrepassata una fascia di piante si perviene a un ripido pendio erboso, lo si attraversa verso sinistra per riportarsi sul largo crinale che si segue in forte discesa fino alla sua base. Quando la pendenza decade sensibilmente, anziché tenersi a sinistra sul filo, ci si abbassa a destra per infilarsi nel bosco e arrivare a un ampio terrazzo artificiale (sulla sinistra ci sono i ruderi di un capanno). Attraversato il terrazzo, sul suo limite destro si prende la traccia che, sempre in piano e sempre in diagonale, si inoltra nelle erbe. Alternando tratti di ripida discesa, dove la traccia si fa spesso scavata e rovinata, ad altri pianeggianti, con qualche tratto infastidito dai cespugli, si raggiunge un sottile costone erboso dal quale la vista si apre su Lodrino e i monti che lo sovrastano. Si segue tale crinale in discesa verso destra e quando inizia a imboschirsi, volgere a sinistra per e tagliare a mezzacosta il pendio (Costa Nibbia) portandosi verso nord. Dopo un lungo diagonale il sentiero esegue un tornante a destra a cui ne segue uno a sinistra per poi riprendere il diagonale ora con sensibile tendenza a valle e con maggiore pendenza. Sbucati su una larga radura erbosa (Campo Castello) la si attraversa mantenendo la direzione di arrivo per prendere una larga stradina che entra nel bosco per poi terminare. Proseguire brevemente in un poco accennato toboga e quando s’incrocia una traccia di sentiero che lo taglia la si segue a sinistra. Ci si alza un poco raggiungendo un dosso erboso immerso nel bosco, lo si segue effettuando una curva a sinistra per riprendere a scendere nel bosco. Ripidamente si perde quota innestandosi su una traccia che costeggia il filo spinato di recinzione di un campo. La si segue a sinistra dove la traccia si allarga trasformandosi in stradina in terra battuta coperta di erba e foglie. Due mezzi tornanti in ripida discesa e si arriva alla sorgente dell’Acqua Fredda dove ci si innesta su una piana strada sterrata. Seguire la strada verso destra passando a sinistra di una casa e immettendosi in una strada asfaltata che porta alla Cocca di Lodrino dove le due varianti si uniscono.
La cresta da Punta Orosei a Punta di Reai

La cresta da Punta Ortosei a Punta di Reai

Dalla sella, tenendosi sul suo lato sinistro dove un largo marciapiede, protetto da un alto guard rail, consente un cammino tranquillo seguire a sinistra la larga strada asfaltata principale (SP111, via John Fitzgerald Kennedy). Dopo una lieve salita riprendere a scendere fin quando, finito il guard rail, sulla destra si vede una strada che, sull’altro lato, sale tra le case. Attraversare lo stradone per imboccare questa strada (via Alcide De Gasperi) e seguirla fino al primo bivio (fontanina sulla sinistra). Andare a destra (via Alcide De Gasperi) e salire fino ad altro bivio con piccola rotonda. Ancora a destra (via Resolvino) e in circa trecento metri si arriva all’Isola Verde, il secondo punto tappa.

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Il mio arrivo al B&B Isola Verde durante la TappaUnica3V del 2016

Relazione fotografica

flickr

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Tabella di marcia

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Lodrino

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Versione difficile

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Santuario di Conche 0:00
Eremo di San Giorgio 0:45
Passo del Cavallo 1:00
Forcella di Prealbe 1:15
La Brocca 0:15
Dossone di Facqua 0:30
Passate Brutte 0:30
Poffe de Uciù 0:20
Campo del Gallo 0:30
Corna di Sonclino 0:10
Passata Vallazzo 1:00
Punta Ortosei 0:20
Punta di Reai 0:15
La Cocca di Lodrino 0:50
Agriturismo Isola Verde in Lodrino 0:20
TEMPO TOTALE 8:00

Versione facile

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Santuario di Conche 0:00
Eremo di San Giorgio 0:45
Passo del Cavallo 1:00
Forcella di Prealbe 1:15
La Brocca 0:15
Cascina Sea 0:20
Passate Brutte 0:30
Poffe de Uciù 0:20
Campo del Gallo 0:30
Corna di Sonclino 0:10
Passata Vallazzo 1:00
Poligono Tiro a Volo di Valle Duppo 0:45
La Cocca di Lodrino 0:40
Agriturismo Isola Verde in Lodrino 0:20
TEMPO TOTALE 7:50

Vedi (e segui) la pagina del sentiero per altre informazioni.

#TappaUnica3V, non sempre si può vincere


Come ricordava il ritornello di una vecchia canzone, non sempre si può vincere e stavolta ho sofferto, tanto e male, ho sofferto e sbagliato, ho dovuto interrompere un allenamento accorciandolo sensibilmente. Già avevo un poco sofferto due giorni prima facendo una dieci chilometri di corsa in piano, stavolta è stato anche peggio. Certo, se non sbagliavo percorso probabilmente avrei portato a termine il giro previsto ma… soffrendo ancora di più.

Avevo programmato una trenta chilometri, in parte ricalcava un anello fatto lo scorso anno e, visti i tempi fatti nelle ultime uscite, sono partito baldanzoso, convinto di poterlo fare in un massimo di sei ore, ma con la speranza di restare nelle cinque. Arrivo al parcheggio del Colle di Sant’Eusebio poco dopo le sette, Il termometro dell’auto segna meno quattro, tiro un bel respiro e me ne esco dall’auto… beh, tutto sommato non sento poi così freddo, l’abbigliamento che sto utilizzando si dimostra sempre più una scelta azzeccata.

Indossato il nuovissimo zaino da trail con calma m’incammino lungo il sentiero che, dopo pochi metri dolci, subito s’impenna con decisione, per giunta su un terreno rovinato dal passaggio delle moto. Supero questo tratto in un unico balzo e con un’andatura in crescendo, le gambe girano bene e il fiato pure, ottimo.

Una decina di minuti e sono all’inizio di un lungo diagonale in falsopiano, la traccia larga e regolare lo rende ottimale per correre e così faccio e… gambe dure, non ne vogliono sapere di correre, fatti pochi metri devo tronare al passo. Sarà il freddo? Boh, in verità non sento freddo e non sento nemmeno particolari problemi fisici. Forse sto pagando la fatica della dieci chilometri. Tentando, inutilmente, ogni tanto di prendere la corsa arrivo al sommo della prima salita, ora è discesa, a tratti ripida e ghiacciata ma su fondo largo e bello, posso correrla, anche se mantenendola molto controllata.

Fine della prima discesa, riprende la salita, prima dolce poi ripidissima e su traccia rovinata, bello, salgo piuttosto bene e velocemente, a quanto pare mi sono ripreso. Giunto in vetta al Monte Sete mi lancio di corsa giù per la discesa che segue, ripida, in un solco scavato dalle moto, con neve e tratti ghiacciati e le gambe… le gambe non rispondono a dovere, riesco a correre ma tenendomi molto controllato. Un passaggio delicato, una stretta esse scavata tra due spuntoni rocciosi, che avrei dovuto superare con due o tre balzi, me ne richiede sei.

Abbandono la cresta per scendere sul fondo della Val Bertome, un sentierino stretto e delicato, già poco corribile di suo, figuriamoci con le gambe di oggi, indi scendo al passo. Sono sul fondo, qui devo seguire una bella strada bianca, è in leggera discesa ma niente da fare, oggi di correre proprio non se ne parla, anche se quando la discesa aumenta un poco riesco a farlo per un bel tratto.

Via, di nuovo su, di nuovo salita, su, su e ancora su, scavalco il primo crinale, poi il secondo e infine il terzo. Un breve piano per ancora tentativi di corsa, ed ecco il Roccolo di Boatica. Riprende la salita, a tratti leggera a tratti durissima, le gambe iniziano a dare fitte di dolore, le fermate, pur sempre brevissime, aumentano di numero, lo stomaco ha iniziato a eruttare, anche un piccolo goccio di acqua pura e semplice mi provoca diversi rutti, vuoi vedere che sono indigesto? Eppure non avevo peso allo stomaco, non avevo mal di testa, però ieri sera, alla serata del Bione Trailers Team (presentavano la loro prossima gara, la mitica 24 ore UPandDown del Prealba), continuavo a digerire, si, si, è quasi certo, stomaco appesantito.

A fronte di tutto e contro tutto manco ci penso di scendere vado avanti, continuo a salire, su, su, non rinuncio nemmeno alle vette, salgo ed eccomi, dopo una ventina di metri di arrampicata tra alberi, terra e rocce, eccomi sulla vetta del Monte Doppo. Nessuna pausa, subito giù alla base del successivo breve risalto, quello dell’Eremo di San Giorgio, potrei facilmente aggirarlo, ma no, su. Mi fermo un attimo per mandare un messaggio a casa e togliermi la giacca da pioggia: la uso, con soddisfazione, anche come terzo strato per le giornate più fredde. Cinque minuti, forse qualcosa di più e poi, senza fare calcoli sul tempo di marcia, via, si riparte. Giu, su, giù, su, brevi discese e brevi salite, un nuovo problema: il legamento interno del ginocchio sinistro mi provoca fitte ad ogni spinta, in particolare sui passi lunghi; modifico il passo cercando di evitargli sollecitazioni.

Eccomi in vista delle casetta sottostanti le Conche, da qui devo ritornare indietro tenendomi sull’altro versante del monte appena passato, c’è una bella strada sterrata che porta ad un primo capanno. Imbocco un sentierino che scende tenendosi proprio sul filo del lungo crinale del Monte Faet, mi deve portare alla base del Monte Rozzolo, invece… invece finisco sopra il centro di Caino. Sbagliata una curva, preso il sentiero nella direzione opposta, seguendo segni gialli che portavano altrove, fidando nella memoria di una strada che doveva essere sotto di me e che invece era spostata più a destra. Forse un errore non del tutto involontario, era già un poco che pensavo di scendere a Caino e interrompere il giro, vuoi vedere che il mio subconscio, alleatosi con le mie gambe distrutte, mi ha mandato apposta nella direzione errata? Ormai sono qui, di risalire non se ne parla, scendiamo!

Volontariamente ignoro l’evidente sentiero che taglia vero il Pian delle Castagne e prendo una debole traccia che scende lungo il costone erboso in direzione delle case più a destra, ma… sentiero svanito: quando sono ad un centinaio di metri dalle case mi torvo davanti salti boschivi senza tracce e dietro a questi in apparenza solo muri senza passaggi verso la strada a valle. Taglio a destra seguendo dei terrazzamenti incolti, punto ad una valletta che vedo scendere sulla strada. Spine, balze quasi verticali, zigzagando tra gli alberelli del fitto boschetto perdo velocemente quota. Un ultima ripa erbosa mi separa da un comodo praticello, tenendomi di lato la scendo con attenzione, già attenzione, era meglio se scendevo di corsa: il terreno cede sotto i mie piedi, sbatto l’anca, rimbalzo, mi giro, sbatto il sedere e scivolo per un metro, un solo piccolo metro che, scoprirò a casa, con la complicità di un bel sasso a punta che proprio li doveva andare a mettersi, l’unico sasso che vedo nei dintorni, basta per crearmi due belle abrasioni, una sul fianco, l’altra sulla natica sinistra alla base della schiena, proprio all’interno del solco che divide i due glutei con relativa difficoltà di medicazione. Trovo anche due bei tagli nei pantacollant da trail comprati da poco, ma perché non gli hanno messo un bel rinforzo sul culo? sono pantaloni da trail non da corsa su strada. Altro svantaggio del camminare vestiti!

Senza ascoltare il dolore delle botte riprendo la marcia e in poco sono sulla strada asfaltata. Scendo al paese, avrei voglia di recuperare il percorso progettato, sono solo due chilometri di discesa su asfalto, ma strada molto trafficata, i tempi sono comunque ormai di scarso riferimento, ho promesso d’essere a casa per le due e poi ho voglia di sedermi a tavola. Via i cattivi pensieri e prendiamo la strada più diretta per il Colle di Sant’Eusebio.

“Non sempre si può vincere”, comunque sempre s’impara e sempre si cresce, sempre!


13 gennaio Anello di Cà della Rovere fatto, per questioni d’orario, fino alla chiesa di Sant’Antonio; riesco a correre anche un tratto di ripidissima salita su cemento, poi tutta la discesa. Sei chilometri, duecento ottantuno metri di dislivello, cinquanta minuti.

22 gennaio tranquilla gita con gli amici di Mondo Nudo: Periplo Basso del Monte Maddalena. Ventuno chilometri, novecento cinquanta cinque metri di dislivello, otto ore.

26 gennaio corsa piana in Gavardina. Dieci chilometri e mezzo, trentotto metri di dislivello, un’ora e sei minuti.

28 gennaio tentativo alle Creste di Caino, effettuato solo in destra orografica per poi risalire al punto di partenza lungo la strada asfaltata delle coste si Sant’Eusebio e il sentiero della valle di Surago. Diciannove chilometri, milletrecento ventiquattro metri di dislivello, cinque ore e dieci minuti.

29 gennaio gitarella con la moglie sui monti di casa (Magno), pochi chilometri (10), poco dislivello (513m), qualche ora (3), tanto relax e conosciuta una trattoria carina dove andare a mangiare lo spiedo senza spendere troppo.

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