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#TappaUnica3V e gli stupidi errori


Che volete che vi dica, a volte si prendono decisioni all’apparenza intelligenti ma che poi si rivelano (forse) solo stupide: per tre volte ho utilizzato un certo modello di scarpa, sempre quello nella logica del “non si cambia all’ultimo ciò che hai ben provato prima”, una scarpa con cui ho fatto senza problemi tantissimi chilometri, tantissimi metri di dislivello, tante ore di cammino e di corsa, poi, nella considerazione che l’ultima volta (a giugno di quest’anno) fin dai primi chilometri ho dovuto sopportare una metatarsalgia e, arrivato a metà percorso, avevo positivamente cambiato scarpe, ecco che decido di utilizzare queste ultime in questo quarto tentativo: “tutto sommato le ho senza problemi utilizzate per fare giri fino a sessanta chilometri”.

Certo del successo, alle ore ventidue e cinquantotto di venerdì 10 agosto mi sono incamminato per la quarta volta lungo il tracciato del sentiero 3V, questa volta non ho assistenti e tempi da rispettare, fatto salvo l’essere in vetta al Dosso Alto prima di buio per evitarne la solitaria discesa in notturna della cresta rocciosa esposta e con due tratti insidiosi, motivo per il quale mi sono comunque fatto una tabella di marcia indicativa, ricalcolata distribuendoci dentro le tre ore in precedenza dedicate alle soste di rifornimento quindi con dei tempi in apparenza più laschi. C’è comunque il presupposto di prendermela comoda, di fermarmi anche a riposare un poco, una decina di minuti, anche una mezz’ora, un’ora persino, quando ne avessi sentito il bisogno: obiettivo portare assolutamente a compimento il giro. Dati i problemi che mi hanno fermato in precedenza ho con me tutto quanto possa aiutarmi a contrastarli: cuscinetto rotuleo per quei dolori in zona meniscale che mi hanno fermato la prima volta, cerotti analgesici per i dolori muscolari che mi hanno torturato nel secondo tentativo o per eventuali dolori diffusi alle ginocchia che ho patito negli allenamenti dell’ultimo anno, pastiglie analgesiche per il dolore alla scapola che mi ha fermato a giugno di quest’anno. Ho anche un nuovo zaino, uno zaino dalla portabilità eccezionale, che non mi preme sui lombi, che è bello stabile, che è più leggero, insomma: stavolta non c’è niente che mi possa fermare!

Invece… invece domenica sera al Maniva ecco le vesciche nella più brutta posizione per chi deve camminare: sotto ai piedi. Mannaggia, è una vita che non mi vengono, manco più mi ricordo quand’è stata l’ultima occasione e così proprio non le avevo prese in considerazione, e così non ci sono preparato, sono privo di ogni arma efficiente per compensarle e poter procedere comunque, dovrei solo sopportarle, soffrire per i settanta chilometri del ritorno verso Brescia, e si, è cosa che potrei anche fare, è cosa fatta in passato (non per così tanti chilometri e ore) ma… ma ultimamente la voglia di soffrire si è spenta, già dagli allenamenti dei primi di giugno mi ero accorto di questa cosa, e così eccomi nuovamente a decidere lo stop, uno stop doloroso, uno stop sul quale contino a rimuginare per ore, uno stop che diviene ancor più pesante quando, la mattina di domenica, m’invento d’utilizzare i cerotti antidolorifici come cerotti antivescica e scopro che quasi non sento dolore. Sono ancora al Maniva, ieri sera nessuno poteva salire a prendermi e tra i presenti in zona non ho trovato modo di rientrare a Brescia, per cui ho preso una camera qui all’albergo Dosso Alto i cui proprietari si sono dimostrati ancora una volta molto sensibili e disponibili, mia moglie arriverà nel pieno pomeriggio e sto meditando sul come passare questo tempo, quasi quasi mi viene l’idea di rimettermi in cammino lungo il 3V, ci ragiono sopra a lungo, cammino nervosamente lungo il patio dell’albergo, ascolto i miei piedi e scorro mentalmente il tracciato, si potrei anche farcela, già ma se poi non ce la faccio? Il primo punto comodo da raggiungere in auto, un punto che mia moglie sia in grado di raggiungere è ad almeno quindici ore di cammino, no, no, troppe, potrei non farcela, la discesa a valle nei punti precedenti è quasi sempre lunga e complessa, dovrei in ogni caso camminare almeno dieci ore. Mentre sono immerso in questi pensieri ecco che mi vedo comparire davanti una collega di scuola casualmente qui salita con il marito a prendere un poco di fresco, il problema immediatamente si chiude e risolve: mi portano loro a Brescia.

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Il Giogo del Maniva

Ora sono a casa a leccarmi le ferite create dall’ennesima sconfitta, ottenebrato dalla ricerca dei suoi perché, del come mai mi siano venute queste vesciche, decisamente convinto d’aver fatto degli stupidi errori, alcuni veniali, ma almeno uno capitale e imperdonabile: il cambio di scarpe. Ottime le variazioni necessariamente fatte all’idratazione e al supporto energetico. Decisamente troppo stretta la tabella di marcia relativa alla parte percorsa. Va bene perdersi nei pensieri, quando sei solo è inevitabile farlo, ma male non badare al percorso finendo col compiere un madornale errore (dopo le Conche o infilato il sentiero che scende a Lumezzane) e, ancora peggio, coll’accorgersene molto dopo pur notando segni palesi dell’errore fatto (“ma che ci fa questa panchina?”, “ma come mai questa forma a toboga?”, “ma perché la discesa è così lunga?”, “che ci fanno le luci di Lumezzane così alte e vicine?” ed solo a questo punto “uhm, è da un po’ che non noto i segni del 3V, ho sbagliato”), errore che mi costa tredici minuti ma soprattutto una bella tirata di gambe. Buono lasciar fare alle gambe ma, specie se girano alla grande, senza dimenticarsi della strategia. Male farsi prendere dal desiderio di recuperare l’errore fatto per riprendere il vantaggio acquisito nelle prime due salite, prima o poi la paghi: alla durissima e complessa salita di Punta Camoghera infatti iniziano le contratture ai quadricipiti. Vero che non ci sono i rifornimenti assistiti, ma comunque li devo fare e farli in autonomia fruendo delle fontanelle e dei bar si dimostra più dispendioso: tempi comunque da computare a parte invece di integrare nel cammino. Va bene dare credito a quanto scritto dai produttori, e relativi testimonial, delle solette ortopediche ma non accontentarsi di qualche verifica su percorsi ben più corti di quello da affrontare: sostituire la soletta originale di una scarpa, presumibilmente creata su misura per la stessa, può essere un errore madornale (la forma non si adatta perfettamente a quella della scarpa, ti trovi punti vuoti che creano sensazioni fastidiose e ti modificano il modo di camminare, minore efficienza del passo, sovraccarichi difformi o, quantomeno, diversi da quelli che il tuo corpo è abituato a supportare, sfregamento del piede in zona priva di callo, probabili vesciche). Certamente utile la crema antifrizione, forse, però, meglio applicarla solo al momento della partenza, non a ripetizione nei giorni precedenti pensando di aumentarne l’efficacia (mi sa che così facendo ho invece ammorbidito troppo la pelle dei piedi facilitando l’insorgere delle vesciche). Forse le cose sarebbero andate allo stesso modo, ma almeno non avrei avuto questi dilemmi in mente, dopo tante esperienze e tanto studio dovevo solo lasciare tutto inalterato e limitarmi a camminare, niente tabelle nuove, niente scarpe diverse, niente di niente, invece mi sono lasciato prendere dalla mia smania di perfezionismo e sono stato adeguatamente punito.

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A questo punto non so se riproverò ancora la TappaUnica3V, di sicuro mi rimetterò in cammino sul sentiero 3V “Silvano Cinelli” (ho già concordato con un amico di farlo in tre tappe la prossima estate, ma ho anche intenzione di proporlo agli amici di Mondo Nudo nella classica percorrenza in sette giorni), di certo continuerò con il lungo cammino che fino a settanta chilometri riesco a concludere con soddisfazione e divertimento, probabilmente proverò ad allungare il mio limite sui novanta forse cento chilometri, poi si vedrà. Certo il tarlo, che già rode in mente, continuerà a fare il suo lavoro e il desiderio di rendere compiuta l’incompiuta mi perseguiterà, ma nel contempo la motivazione iniziale andrà ulteriormente scemando, l’età salirà, diverrà sempre più difficile mantenere la necessaria prestanza fisica e calerà la sopportazione mentale della fatica e della sofferenza, vedremo!

P.S.

Sono a disposizione di chiunque voglia percorrere, parzialmente o per intero, in tappa unica o in più tappe, questo sentiero: informazioni, calcolo dei tempi di percorrenza, definizione del materiale, prenotazione dei punti tappa, reperimento di un accompagnatore qualificato, cartine e mappe, tracce GPS, relazioni, perlustrazioni.

 

#TappaUnica3V: riproviamoci!


Stanotte Emanuele, come solo pochissimi sapevano, è ripartito per il suo intrigante viaggio sulle tracce del sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Stavolta, così come già più volte fatto in tanti allenamenti anche piuttosto lunghi (fino a novanta chilometri), ha scelto di essere in totale autonomia: nessun assistente, nessun mezzo di appoggio, niente rifornimenti programmati, si affiderà solo ed esclusivamente a sé stesso.

Nello zaino, oltre all’abbigliamento e al materiale accessorio (frontale, documenti, batterie supplementari, kit di primo soccorso), un primo carico d’acqua e di soluzione ipotonica che verrà man mano reintegrato fruendo delle fontane e dei bar che troverà sul cammino, tutti i gel e tutte le barrette necessarie per l’alimentazione e il supporto energetico dell’intero giro, lo smartphone per l’invio a casa di periodici messaggi.

Altro punto di sinergia con i già citati allenamenti: l’assenza di una precisa tabella di marcia. L’obiettivo è quello di fare l’intero percorso nel minor tempo possibile, non importa quanto sarà questo tempo (minore, uguale o maggiore delle quaranta ore programmate ad ogni tentativo), ovviamente sempre nella modalità tappa unica (si parte e si cammina pressoché costantemente fino ad essere arrivati, niente soste per mangiare, niente soste per riposare, niente soste per dormire, solo brevi fermate).

Buon viaggio Emanuele, ci rivediamo al punto di arrivo del sentiero domenica pomeriggio

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“Il mio 3V” di Luca Regonaschi -presentazione


Dopo la serie di racconti pubblicata su questo stesso blog, Luca arriva alle stampe raccontando tutti i dettagli del suo viaggio sulle tracce del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”:

“Il mio 3V – Il sentiero delle tre valli secondo me”
di Luca Regonaschi
Serra Tarantola Editore

Venerdì 27 luglio presso la Sala Consiliare di Isorella (BS), Piazza Roma 4, con la partecipazione del Comune di Isorella e della Sezione di Bozzolo del Calub Alpino Italiano ci sarà la presentazione ufficiale. A seguire un piccolo rinfresco.

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#TappaUnica3V 2018, bene ma non abbastanza: nuovo insuccesso!


Sponsor

Preziosissimi e che ringrazio enormemente per quanto mi hanno dato in tutte e tre le edizioni di TappaUnica3V.

  • Maniva S.p.A. di Bagolino che mi ha fornito tutta l’acqua (Acqua Minerale Alcalina Maniva pH8) necessaria al giro finale, per me e i per i miei assistenti.
  • Albergo Dosso Alto al Giogo del Maniva che si è reso disponibile come base vita (nel gergo dei trail un punto di rifornimento più rilevante dove ci si ferma più a lungo, si mangia qualcosa e, talvolta, si dorme un poco) e mi ha offerto cibo e bevande, per me e i per i miei assistenti.
  • Gialdini Sport di Brescia che mi ha prestato il localizzatore GPS (Spot Gen 3) con il quale è stato possibile seguirmi via web.

Sceneggiatore, regista e attore protagonista

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Emanuele, ovvero lo scrivente, sessant’anni di pratica della montagna, quaranta di alpinismo, trenta di insegnamento alpinistico prima come istruttore sezionale del Club Alpino Italiano poi, sempre nell’ambito del CAI, come Istruttore Regionale infine come Istruttore Nazionale, collaboratore della Scuola Regionale Lombarda e della Scuola Nazionale, direttore di corsi e scuole del CAI, circa trecento scalate (roccia, ghiaccio e cascate), apritore di varie vie d’arrampicata su roccia nel comprensorio dell’Adamello, scalatore in solitaria. Cessata l’attività alpinistica per ragioni di forza maggiore (ginocchia malandate e vertigini parossistiche), continua con quella escursionistica e nel 2015, al fine di onorare i trentacinque anni di vita del sentiero 3V e il padre Silvano morto durante il giro inaugurale di detto percorso, progetta TappaUnica3V e, anche a seguito del fallimento dei primi due tentativi, vi si dedica profondamente per i tre anni a seguire. Nei primi anni del duemila entra in contatto con alcune realtà del nudismo, in particolare il forum de iNudisti di cui diventa presto un moderatore e un amministratore, finalmente riesce, nell’ambito di alcuni eventi sulle spiagge italiane, a liberarsi dal fardello di un abbigliamento da sempre sentito come ingombrante e sostanzialmente in certi contesti inutile. IMG_20180425_102246Dopo qualche anno porta questa naturale libertà anche nell’attività in montagna, dà vita al blog “Mondo Nudo” tramite il quale, tra le altre cose, s’impegna a dare pubblica visibilità all’escursionismo a nudo e, con discreto successo, invita i lettori a seguirlo su questa strada: TappaUnica3V, oltre a quanto già detto, vuole anche essere un modo per dimostrare come la montagna possa essere praticata anche senza la barriera delle vesti, una barriera che isola dall’ambiente negando all’escursionista il piacere sottile e invadente dell’inclusione nella montagna, gli impedisce di vivere la montagna nel più completo senso della parola, ovvero d’essere natura nella natura, monte nel monte, animale pari a tutti gli animali, leggero e indifeso ma consapevole e ricettivo. Nudi è normale, nudi è meglio è il suo più recente e attuale mantra, un mantra che si è tradotto in due hashtags di Twitter (#nudiènormale e #nudièmeglio) e che definisce al meglio il suo pensiero, la sua scelta, una delle sue più rilevanti campagne sociali.

Attori non protagonisti

Per semplificare la loro citazione nel contesto della relazione, elenco e descrivo qui le persone che mi hanno gratuitamente assistito in questo mio fantastico viaggio. Un sentitissimo ringraziamento anche a loro.

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  • Maria, mia moglie, presente alla partenza, ha supportato con abnegazione le mie numerosissime assenze da casa per gli allenamenti e sopportato le relative preoccupazioni (in particolare la paura per i miei sempre più frequenti incontri con i cinghiali).
  • Fabio, mio nipote, doveva farmi, come già fatto nel 2017, da assistente principale e fotografo ufficiale poi, per forzate cause, si è commutato in assistente secondario presenziano alla partenza e accompagnandomi nel tratto superiore del percorso.
  • Alberto, compagno di una collega di lavoro, alla fine diventato l’assistente primario mettendo a disposizione l’auto e facendosi carico di presenziare a tutti i punti di rifornimento.
  • Matteo e Manuela, i titolari, insieme alla mamma Rosa e alle sorelle Miriam e Nada, dell’Albergo Dosso Alto (e collegata Pizzeria Cielo Alto posta a pochi metri dall’albergo), mi hanno dato cordialissima accoglienza presso la loro struttura; Manuela, ottimo chef, mi ha cucinato una stupenda pasta al pomodoro.

Scenografo

La montagna, in particolare la montagna del bresciano sulla quale mi sono allenato e sulla quale ho percorso migliaia di chilometri in un crescendo di fatica e di dolore ma anche di emozioni indelebili.

Scenografia

Idealmente il progetto TappaUnica3V si sviluppa sull’intero Sentiero 3V “Silvano Cinelli”, una lunga cavalcata che, partendo dal lato est di Brescia e rientrandovi su quello ovest, percorre quasi fedelmente lo spartiacque tra la Val Trompia e le limitrofe Val Sabbia, nel tratto di andata, e Val Camonica, nel tratto di ritorno. Un alternanza di strade, stradine, mulattiere e sentieri che, nella sua conformazione base (definita bassa), non presenta particolari difficoltà tecniche, invece presenti in quasi tutte le varianti alte, varianti che, insieme ad altre identificate da Emanuele per avvicinarsi il più possibile all’idea di un percorso interamente in cresta, definiscono il percorso ideale di TappaUnica3V. Una lunghezza complessiva superiore ai centotrenta chilometri e un dislivello prossimo ai novemila metri sia in positivo che in negativo che prevedevo di percorrere in quaranta ore, comprese tre ore di soste, per una velocità media di tre virgola cinquantacinque chilometri all’ora (tre virgola tre considerando anche le soste).

Quanto sopra rappresenta la scenografia prevista, quella realmente percorsa è sensibilmente ridimensionata e modificata: evitate buona parte delle varianti alte il percorso si è così assestato su circa ottantadue chilometri (che probabilmente sono anche più di novanta vista l’impossibilità dei tracciatori di tener conto di tutte le svolte e della differenza tra distanza piana e distanza reale sul pendio inclinato), conditi da almeno (qui i tracciatori sono ancor più imprecisi visto che in montagna un errore di posizione di pochi metri può corrispondere a una differenza anche sostanziosa in quota) cinquemila trecento metri di dislivello positivo e tremila ottocento di dislivello negativo. Il tempo effettivo di cammino è stato di ventisei ore e dodici minuti, a questo si devono aggiungere otto ore e cinquantasei minuti di soste, per un impegno totale di trentacinque ore e nove minuti e una velocità media di tre virgola tredici chilometri all’ora (due virgola trentaquattro considerando le soste).

Film

22 giugno 2018, è arrivato il fatidico giorno: oggi si parte per tentare nuovamente il lungo solitario nudo cammino di TappaUnica3V. Negli ultimi quindici giorni ne sono successe di tutte, sembra proprio che una qualche forza oscura voglia ostacolare i miei propositi: dopo che nemmeno gli allenamenti più duri li avevano provocati, ora persino pochi chilometri fatti al cammino lento su piano asfalto mi generano dolori alle ginocchia, accompagnati da (novità assoluta) una sensibile tensione dolorosa sull’esterno dell’estremità prossimale del perone; quel tempo atmosferico che mi ha graziato per tutto l’inverno e tutta la primavera, adesso si è sfogato in piogge quotidiane con un considerevole calo della temperatura che, se così si è fatta di giorno più consona al cammino, di notte è diventata fastidiosa; chi mi deve assistere si trova improvvisamente senza auto e senza patente; l’auto di riserva è in panne e non è sicuro se riusciranno a sistemarla per tempo; Maria si prende una bronchite e in corrispondenza di questo anch’io una mattina mi sveglio con il mal di gola, fortunatamente passato in un paio d’ore; tre giorni prima della partenza mi si presenta un problema intestinale, lieve ma pur sempre inidoneo all’impegno che devo affrontare. Va beh, nonostante tutto questo e nonostante le involontarie gufate di parenti, amici e conoscenti, nonostante il fastidio provocato da chi si produce in reiterate inutili raccomandazioni (“cavolo, sessant’anni d’esperienza di montagna mi avranno pur insegnato qualcosa, o no? Per altro devo poi solo camminare!”), nonostante non mi sia stato possibile avere un’ultima settimana di assoluta tranquillità e spensieratezza, nonostante tutto questo e altro eccomi qui al punto di partenza, eccomi qui con la mente ormai proiettata solo sul mio viaggio, con il corpo allo stesso tempo rilassato e teso, idratato e alimentato come si deve, pronto!

Mancano venti minuti all’orario di partenza, vorrei almeno ora starmene tranquillo a fare un poco di riscaldamento muscolare e invece… invece i pochi presenti, in particolare Maria, mi stressano: sono stanchi di aspettare e mi chiedono di partire subito. Lascio perdere il riscaldamento, tanto è previsto un lungo tratto di cammino lentissimo, accendo lo Spot, tolgo la pur leggerissima canotta da corsa, baci e abbracci e, con quasi dodici minuti di anticipo, m’avvio sulla prima salitella di via San Gaetanino, allontanandomi dalle preoccupazioni e dallo stress: “3V ora sei mio e io ora sono tuo!”

Restando costantemente concentrato sul passo onde mantenerlo basso, quasi senza rendermene conto eccomi ai Medaglioni da dove non posso esimermi dal dare uno sguardo verso il basso per ammirare il panorama che da qui si estende sul lato est della città, la Bornata, spingendosi lungamente sulla Pianura Padana. Riprendo il mio lento cammino, un bel tratto di asfalto e poi sentiero, già da tempo i pantaloncini, anche se sono un leggero modello da corsa con morbidissima mutandina integrata, hanno iniziato a darmi fastidio ma il condizionamento mentale e uno stato sociale in tal senso illiberale e ottuso me lo impediscono: “è ancora giorno e questo è un sentiero abbastanza frequentato potrei incontrare altre persone”. Passo dopo passo, eccomi al piazzale del Cavrelle, al volo m’invento una brevissima variante: invece di aggirarlo, risalgo il tondeggiante dosso dove sorge la chiesa di Maria Maddalena: “interessante, anche se sono pochi metri è sicuramente più interessante del giro standard, la devo inserire nel tracciato del 3V alto!” Sul lato opposto del dosso recupero il percorso originale, nel frattempo incalza la sera e nel bosco la visibilità inizia a farsi debole, mettendo alla prova i tanti esercizi propriocettivi fatti attendo ancora qualche decina di minuti e poi, oltrepassata la zona dei ristoranti e delle scampagnate, mi fermo un attimo per predisporre la frontale e includermi nella natura: “ahhhh, finalmente libero, finalmente a pieno respiro, finalmente senza barriere”.

Quasi, purtroppo ci sono pur sempre le scarpe e lo ziano, nudo come un verme riprendo il cammino, man mano al mio fianco scorrono via le varie postazioni di antenne, insieme ad esse si involano alle mie spalle il Monte Denno, l’omonima Costa, il Monte Salena. Le gambe girano benissimo, i summenzionati dolori sono svaniti e il fiato? “ Uauhh, sono proprio in forma, le fatiche fatte sono servite a qualcosa!” Procedo in costante sforzo aerobico, respirando, cosa per me eccezionale, solo dal naso e data la mezza luna che, già alta, illumina il paesaggio, ogni tanto mi concedo qualche sguardo attorno. Finita la prima salita eccomi all’inizio della prima discesa, una discesa insidiosa, ripida e disturbata dal profondo solco che percorre il centro del sentiero o da tratti di roccette sconnesse, una discesa che, sebbene ad un certo punto si attivi una leggera metatarsalgia (“e te pareva!”), supero agevolmente arrivando nei pressi di Nave con un discreto anticipo per cui mi fermo in un praticello ad ammirare le stelle. “Bon, è ora di ripartire”, prelevo i pantaloncini dallo zaino per posizionarli a portata di mano visto che fra poco dovrò obbligatoriamente indossarli e giù verso il paese. La luce dei lampioni sostituisce il fascio della mia frontale, dal terrazzo verandato di una casa mi giungono le voci e i rumori di un numeroso convivio, alcuni gatti mi osservano preoccupati scansandosi al mio passaggio, un’auto m’abbaglia e quasi mi costringe a saltare nel fossato che costeggia la stretta strada, l’ultima curva ed ecco il rettilineo che porta alla chiesa di San Rocco dove, per un ultimo saluto prima della lunga faticosa notte che mi attende, trovo Maria e Fabio, senza fermarmi li saluto e procedo oltre. Seconda salita, quella salita che, lo scorso anno, mi ha distrutto le gambe, controllo con la massima attenzione il mio incedere: passo corto per lavorare il meno possibile coi quadricipiti femorali, busto ben eretto per non comprimere il diaframma e poter respirare al meglio, ventilazione calma e profonda per un ottimale scambio gassoso, ritmo costante ma basso per la minima esigenza energetica. Cemento dopo cemento, sasso dopo sasso, gli strappi si spostano dal davanti all’indietro, illuminata dalla frontale appare la Santella della “Salve Regina”, ora la pendenza cala e posso accelerare un poco. Cà Ecia, un cane abbaia insistentemente in alto alla mia destra, non lo fanno, invece, quelli che di solito sono presenti nel capanno poco più avanti in basso a sinistra, “mi sa che oggi non li hanno lasciati qui”. Breve discesa, e poi di nuovo salita, ripidissima salita in buona parte cementata, boschetti e prati che ormai conosco bene si alternano scoprendo e nascondendo quella parte di luna che spunta dal dietro della Maddalena. Una mente stranamente silenziosa accompagna l’incedere, m’avvicino alla chiesetta di Sant’Antonio e improvvisamente un forte rumore irrompe nel mio cervello ormai abituato al profondo silenzio della notte montana: musica a palla! “Che è? C’è forse una festa di giovani in quella cascina?” No, la cascina è stranamente deserta, la musica proviene proprio dalla chiesetta. Ancora qualche passo ed ecco che appare un bianco grande tendone, sotto ad esso due lunghe file di tavoli e panche, due sole persone sedute, mi osservano passare: “saranno gli organizzatori di una prossima festa che si godono il riposo dopo la fatica dell’allestimento”. Il frastuono mi accompagna mentre aggiro la costruzione e mi allontano verso il monte, qualcuno da dietro grida a ripetizione un nome, forse attendeva un’altra persona e pensa sia io, alla fine capisce e smette i richiami. Passo dopo passo finalmente rientro nel silenzio e posso, grazie al buio della notte che cela i segni dell’urbanizzazione, reimmergermi nella natura sognandola selvaggia, nudo e solo nella nuda e scura natura: il massimo!

Prima serie di tornanti, altro punto critico che più volte mi ha dato filo da torcere, lo supero indenne e lestamente m’avvio sul lungo traverso del traliccio. Seconda serie di tornanti, passo più leggero dato che qui mai ho avuto problemi, stranamente non s’ode il solito lamentoso verso dell’allocco che dimora da queste parti, solo lo strisciare di qualche lucertola spezza l’immenso piacevole silenzio, mentre davanti a me, nel fascio di luce della frontale, man mano vanno a cadere neri insetti e grigi ragnetti. Eccomi al Pater, senza sosta passo oltre, un breve tratto all’aperto permette di guardare lontano: migliaia di luci costellano la pianura, altri puntini luminosi appaiono qua e là sui monti, la scura sagoma della chiesetta di Sant’Onofrio nitida si erge dal crinale dirimpetto a quello in cui mi trovo. Altri metri scorrono sotto i piedi, terra, erba e sassi si alternano a rendermi giocoso il cammino, esco dal bosco per immettermi nella conca prativa di Conche, alla mia destra il Santuario domina il luogo, davanti la più minuta costruzione della foresteria nasconde il gruppo di tavoli e panche a fianco dei quali prosegue il sentiero. Aggiro lo spigolo della piccola casa e vengo avvolto da una gelida folata di vento, velocemente infilo una maglia e mi sposto alla ricerca di un luogo riparato dove indossare anche il gilet antivento. Percorro il lungo crinale che porta verso il Monte Doppo, tratti sopravento con le luci di Lumezzane a fare da sfondo e le fredde folate a farmi compagnia, accaldati tratti sottovento da dove si scorgono lontane le luci di Caino, infine la breve ma ripida salita nella stupenda faggeta che conduce al piccolo simpatico Eremo di San Giorgio. Ho un discreto vantaggio sulla tabella di marcia per cui ne approfitto per coprirmi meglio: prima di tutto sopra la canotta infilo due maglie a maniche lunghe, poi tolgo i pantaloncini (che m’ero rimesso arrivando al cospetto del Santaurio di Conche) e infilo i caldi leggins da trail, infine al posto del gilet indosso l’ancora intonsa giacca da pioggia rispondente alle più recenti normative per la corsa in montagna: “altro che nudo cammino, qui si prospetta un viaggio molto, molto vestito, sic!”

Ancora qualche minuto per allungare lo sguardo sulla bluastra superficie del Lago di Garda che s’intravvede in lontananza e poi di nuovo in cammino. Breve discesa, sconquassata salita, l’insidiosa diagonale sulle scoscese pendici erbose Monte Doppo ed ecco la lunga ripidissima discesa che porta al Passo del Cavallo. L’erba è bagnata, segno di un recente piovasco (“ottimo, non facciamoci mancare proprio nulla!”), nel giro di pochi minuti scarpe e calze sono letteralmente fradicie, ma fa parte del gioco e, indifferente, proseguo nel mio cammino. Senza sosta oltrepasso la strada che collega Lumezzane a Odolo e inizio la lunga e costante risalita verso il Roccolo di Cipriano, altro critico tratto dove il primo anno iniziò la sofferenza. Stavolta salgo senza problemi, né di fiato (ne ho da vendere) né muscolari, passo il roccolo, traverso il versante meridionale del Dosso Giallo, pervengo alla sella di Pasadina e, seguendo una elegante seppure ripidissima variante tra alte erbe e piccole guglie calcaree, invece di aggirarla risalgo direttamente la Punta Camoghera: le nubi hanno mascherato il cielo e la luna e, sebbene spezzata dalle luci del fondovalle, l’oscurità si è fatta pressoché totale, per individuare l’esile traccia devo impostare la frontale alla sua massima luminosità. Eccomi in vetta, una breve sosta per far rilassare il muscolo Vasto Mediale che quest’ultima salita, affrontata ad un ritmo decisamente superiore al programmato (lo scoprirò solo tornato a casa: sebbene alla fine abbia deciso di mantenere al polso l’orologio, ho con me una tabella con soli pochi punti), ha messo a dura prova e riparto. Al cospetto delle luci di Lumezzane che brillano quasi a picco sotto di me, con circospezione supero l’esile cresta, un tratto di più agevole sentiero nel bosco e pervengo alla larga sella de La Brocca. Il solito cane mi saluta forse disturbando chi dorme nel baitello (“aho, ma questo qui proprio ci vive, è sempre qui!”), velocemente scorro via e m’infilo nella selva erbosa che, ancor più del solito, ingombra il sentiero della variante alta del 3V. Un bel problema questo dell’erba alta e per giunta bagnata quindi piegata verso il basso: nasconde completamente il terreno e, in combinazione con le varie radici e i tanti sassi tutti oggi assai scivolosi, mi costringe a un passo più lento. In ogni caso procedo e vado a superare l’ormai conosciutissimo camino de La Streta, dieci metri d’arrampicata facile ma verticale e non banale. Lottando con le alte erbe e i cespugli, mi slancio verso l’ormai prossima sommità del Dossone di Facqua. Brevissima sosta per guardarmi attorno e per stringere i lacci delle scarpe un poco allentatisi, poi via sulla tecnica discesa, sorpresaaaaa: quadricipiti femorali irrigiditi, devo scendere con una cautela maggiore del previsto, ovvero con velocità minore.

Passate Brutte, pochi metri e sono sulla comoda e larga strada che costeggia una buona parte della lunga cresta di Lumezzane, visto che è anche iniziato il crepuscolo posso mettere via la frontale. Agevolmente nell’ordine metto in carniere la Passata del Cucinì, le Poffe de Uciù, il Casello, il Campo del Gallo e la Corna di Sonclino, poi, senza sosta, mi avvio sulla lunga discesa verso Lodrino. Discesa!!! Ehm, una finta discesa, più che altro un continuo su e giù per dossi erbosi che mette a dura prova non solo il fisico ma anche la mente, ma gli allenamenti fatti mi hanno ben temprato e, nonostante alcuni crampi al vasto mediale sinistro, supero con disinvoltura il tratto. La temuta salita della Punta Ortosei manco la vedo, qualche problema me lo creano i cespugli che ingombrano la traversata di cresta verso la Punta di Reai, non scioltissima ma comunque meno problematica la discesa da quest’ultima cima durante la quale incontro un simpatico pastore che cerca le sue pecore, mi chiede da dove arrivo e appare poco impressionato dalla mia risposta (“Brescia”), probabilmente non ha inteso che me la sono fatta tutta a piedi. Campo Castello e arrivo al primo rifornimento con un buon anticipo sorprendendo Alberto ancora seduto in macchina intento a seguire la mia progressione su Internet dove, invero, risulto ancora piuttosto lontano. Nel vedermi arrivare l’amico prontamente esce dalla vettura, mi saluta, prende un paio di sedie dal bagagliaio predisponendole nel piccolo piazzale affinché possa comodamente riposarmi e provvedere al ripristino della dotazione di liquidi (l’acqua nella camelbag e la borraccia con soluzione iposodica) e di solidi (barrette, gel e polpa di frutta). Il tempo scorre facilitato da piacevoli chiacchiere, comunque, invece di aspettare l’orario programmato, decido di approfittare del vantaggio per gestire con comodo i successivi chilometri: mi preoccupa la durissima salita diretta al Passo della Cavada.

Supero la frazione di Resolvino, imbocco la salita attraverso le case di Lodrino, un’auto si ferma al mio fianco, un finestrino si abbassa: “è questa la strada per il sentiero?” “Si è questa” prontamente rispondo, “vuole un passaggio?”, “no grazie”. L’auto riparte e io riprendo il mio cammino, un piccolo dubbio mi esplode nella testa “ma a quale sentiero si riferiva?” va beh, ormai è andata e comunque sono quasi certo che parlava del mio stesso sentiero. Pochi minuti ancora e sono alla Trattoria Genzianella nel cui parcheggio ritrovo la persona che mi ha chiesto informazioni, gli spiego il perché non avessi accettato il suo passaggio e comprendo che avevo intuito giusto: vuole anche lui salire al Passo della Cavada. Lo anticipo di poco sulla scalinata che porta al Parco degli Alpini, ma subito mi passa avanti visto che io mi fermo per spogliarmi il più possibile: ormai il sole è alto e il caldo fa sentire i suoi malefici effetti. Poco più sopra lo riprendo per non più rivederlo: lui salirà per il percorso più comodo, io per quello più faticoso ma anche più veloce. Contrariamente ai miei timori agevolmente arrivo al passo, ho addirittura raddoppiato il vantaggio che, dopo l’allungamento della sosta di rifornimento, ancora mi restava: “ottimo, sono proprio in gran forma, nonostante i tanti chilometri e metri me la sto godendo alla grande”. Il lungo traverso per aggirare il versante occidentale del Monte Palo mi permette di alleggerire la pressione sulle gambe e prepararle per la successiva discesa, una discesa non ripida ma con tratti in diagonale che sollecitano malamente le caviglie. Con piccolissimi tentennamenti è superata anche questa, eccomi al Passo del Termine ed eccomi nuovamente in salita, l’ennesima salita, inizialmente leggera poi impegnativa. Il liscio sterrato rende agevole il cammino e, nonostante sul breve sentierino finale ci sia un tratto ingombro di rovi, in poco tempo sono ai Piani di Vaghezza. Nuovamente comodo sterrato, per giunta pressoché pianeggiante, per il quale attraverso i bucolici prati costellati di cascine e arrivo al parcheggio sommitale, ora una discesa su asfalto velocemente mi porta al parcheggio basso nei pressi del chiosco Lebalo. “Aia, dove sono Alberto e Fabio?” Non era qui previsto un punto di rifornimento ma Fabio aveva espresso il desiderio di accompagnarmi nel tratto che segue e così avevamo programmato un nostro incontro, invece non c’è nessuno. Non ho con me l’orario di passaggio e mi fido di quello indicato da mio nipote (mezzogiorno), così, visto che manca quasi un’ora, usando dei cartelli segnaletici come riparo dal freddo vento, rimetto gli abiti pesanti e mi siedo in attesa del loro arrivo. Il tempo passa e di loro non c’è segno, li contatto e con una serie di messaggi riesco a capire che Fabio non solo ha sballato l’orario del mio passaggio (le undici e ventotto minuti) ma arriverà in ritardo anche rispetto a quello da lui indicato. Potrei dirottare mio nipote e rimettermi in cammino da solo ma, fidandomi delle sue precedenti indicazioni orarie, mi dispiace, ci teneva tanto, e così… “mettiamoci comodi e approfittiamone per riscaldarci con un bel tè caldo” e mando loro il messaggio “vi aspetto al bar”. La ragazza del chiosco mi riconosce, mi ero qui fermato durante uno degli allenamenti di tre anni fa e ne avevamo già parlato, così gli spiego che allora avevo fallito, anche se di poco, e ora sto riprovandoci. Alberto e Fabio arrivano, li vedo dalla finestra del bar, “ma che fanno?”, invece di fermarsi infilano la strada che sale, ma subito si avvedono dell’errore e tornano indietro. Mi raggiungono e, mente Fabio si organizza per il cammino (“non poteva arrivare già vestito da montagna!”), m’informo sulla tabella di marcia completa che è in loro dotazione andando così a scoprire che non solo ho perso tutto il vantaggio che avevo accumulato, ma ho addirittura accumulato un ritardo di quarantatré minuti: “viaggio distrutto!” Non posso salvare la capra, vediamo di salvare almeno i cavoli: “eviteremo la salita alla Corna Blacca e al Dosso Alto”.

Assieme al nipote riprendo il cammino, passo ben cadenzato per affrontare la non dura ma comunque nemmeno leggera salita delle Scale dell’Ario e, senza sosta, siamo ai verdi pascoli del Pian del Bene dove ci concedo un minuto di respiro. Allontanando un paio di mucche che ostacolano il passaggio, raggiungiamo e risaliamo il ripidissimo versante meridionale del Monte Campello ed eccoci sulla cresta che unisce questa secondaria montagna a quella più evidente del Monte Ario, alla cui sommità perveniamo in breve tempo. Lungo la cresta possiamo ammirare tantissimi gigli rossi (che io ho invero oggi già piacevolmente osservato nel tratto tra la Corna di Sonclino e Lodrino), in buona parte ormai prossimi a sfiorire, ma in parte ancora freschi e per giunta proprio rossi non aranciati come al solito. Il tempo incalza, dalla vetta imbocchiamo subito la ripida discesa sul versante opposto e, attraversata una fantastica macchia di maggiociondoli, oltrepassiamo il Goletto di Campo. Lasciando perdere la variante che avrei voluto fare (scavalcamento del Dosso Falcone) prendiamo il lungo diagonale che porta al Passo del Falcone, qui ignoro anche l’altra mia variante (Monte Pezzeda) e senza esitazione scendo al Rifugio Blachì 2 per poi risalire al Passo di Pezzeda Mattina dove m’incammino sulla Strada dei Soldati. Sempre spettacolare questo lungo traverso, un’apparente diagonale invero in costante e sensibile salita, che taglia ripidi prati costellati da bianche rupi calcaree, sullo sfondo le case di Ono Degno e la valle che scende a Vestone. Segni di scavo e livellamenti hanno alterato completamente tutto il tratto fino al Passo di Prael, incrociamo una persona che manovra un drone, è qui arrivata con una bicicletta da montagna a pedalata assistita, fare due più due è immediato: “in zona stanno da tempo puntando sul downhill ciclistico, al passo del Maniva noleggiano le bici a pedalata assistita, vuoi vedere che questi lavori sono per consentire il passaggio delle biciclette!” Il sentiero ci riporta sul lato valtrumpino del crinale, finisce il tratto lavorato (invero poi scopriamo che a tratti riprende) e il percorso si fa in discesa per poi risalire leggermente nella lunga traversata sotto le contorte pareti calcaree della Corna Blacca. Si avvicina la base vita del Maniva, istintivamente allungo il passo e Fabio inizia a restare un poco indietro, rallento per mantenermelo vicino. Anche il Passo di Paio è superato, alti sul largo vallone che scende verso Vaiale e Lavenone, attraversiamo i ripidi pendii erbosi che sottostanno il Corno Barzò e la Cima Caldoline. Eccoci al breve ripido strappo franoso che adduce al Passo delle Portole, recuperiamo sul piano sentiero che porta al vicino Passo del Dosso Alto dove troviamo Alberto, insieme al quale prendiamo la strada asfaltata che ci porta al Giogo del Maniva. Seguito dai due compagni, entro nel bar dell’albergo Dosso Alto, subito salutato da Matteo che mi stava aspettando e mi offre collocazione in veranda dove potrei stare isolato e tranquillo, ma mi sento bene, molto bene e, in previsione della tanta solitudine che andrò poi ad affrontare, preferisco stare nella sala principale per altro oggi non particolarmente affollata. Ci sistemiamo al tavolo e nel giro di pochi minuti Manuela mi porta la pasta che avevo richiesto, che vado ad accompagnare con una bella birra media. Alberto e Fabio si limitano a bere del succo di frutta.

Grazie ai tagli fatti nell’ultimo tratto posso prolungo di parecchio la mia sosta e ne approfitto per asciugare i piedi, cambiare le calze e anche le scarpe. Non so cosa sia successo, ma quest’anno le mie scarpe preferite, appositamente acquistate per il giro dello scorso anno molto prematuramente interrotto e poi gelosamente custodite per l’occasione, non solo mi hanno quasi subito attivato una metatarsalgia (passata in secondo piano nella concentrazione del cammino ma ora nuovamente evidente), ma sui tanti diagonali erbosi hanno dolorosamente sollecitato i malleoli e, più in generale, le ho percepite più rigide e strette del solito. Si avvicina l’ora della ripartenza, visto il freddo e il vento che qui mi hanno accolto mi copro con tutto quello che ho a disposizione: canotta, maglia a mezze maniche, maglia a maniche lunghe, maglia pesante del secondo strato (proditoriamente messa nella borsa di assistenza), gilet antivento, giacca da pioggia, copripantaloni impermeabili, guanti, berretto invernale a cupola, cappellino leggero (per evitare che il cappuccio della giacca da pioggia mi scenda sugli occhi, lo fa meno di tanti altri ma comunque in modo a me fastidioso: preferisco avere la visuale bella libera in tutte le direzioni, anche verso l’alto). Così bardato saluto tutti e mi rimetto in cammino.

Come recita la legge di Murphy le cose avvengono quando non lo devono fare e così fatti pochi passi mi rendo conto che il vento va calando, “ok, qui sono in posizione protetta, ma più avanti torno allo scoperto, meglio non perdere tempo a spogliarmi” così mi limito ad aprire la cerniera della giacca e a togliere il cupolotto e il cappuccio della giacca. Mantenendomi alto sulla strada asfaltata, oltrepasso l’Hotel Bonardi (“inutile scenderci visto che non mi ci devo fermare, tanto non cambia poi molto e così è più logico”), poi seguo, come da percorso standard, il sentierino che evita il tornante del Pozzone, lo sguardo si alza ad osservare la rotonda cima del Dasdanino: “ammazza quanto appare lontana e alta, non me la ricordavo così”. Senza pensarci troppo procedo oltre e in breve arrivo alla base delle Calve degli Zocchi, un largo pendio erboso che, con pendenza progressivamente crescente, conduce alla detta sommità dove arrivo avvolto dalle nuvole che, senza ostacolare la visuale, rendono il paesaggio un poco surreale e fantasmagorico: nel tratto finale della salita avvisto, un centinaio di metri sulla mia destra, una grossa e nera ombra dalla forma di un grosso cinghiale, osservo con attenzione e mi sembra di notare del movimento, ma non ne ho la certezza, riprendo a salire tenendo d’occhio, più per curiosità che per altro, la grossa sagoma, poco più sopra diventano tre, due nere e una marrone, le osservo per alcune decine di secondi, percepisco lievi movimenti: “boh, potrebbero essere oscillazioni della nuvolaglia, non mi risulta che qui siano presenti”. Raggiungo il vicino Passo del Dasdana e, osservato con curiosità da una coppia in moto ferma in una piazzola di sosta, mi immetto immediatamente sul sentierino che porta verso la vetta dell’omonimo monte, sotto di me da un lato l’occhio azzurro del Laghetto Dasdana, dall’altro i ruderi della Caserma del Pian delle Baste nei pressi dei quali sono parcheggiati due furgoni, delle persone mi sembrano affollare la limitrofa area picnic… “qualcuno, nonostante il forte e freddo vento, si è attardato, uhm, forse sono dei pastori, vedo numerosi punti bianchi nei prati intorno, potrebbero essere pecore”. Fermandomi ogni tanto per guardarmi attorno e gustarmi il tramonto, supero la barriera di grossi massi, risalgo la successiva crestina che porta alla piattaforma di artiglieria, percorro la crestina finale e, sul fare della sera, raggiungo la vetta. Inizia la lunga cresta che riporta verso Brescia, al vento si aggiungono le nuvole basse che mi avvolgono in un gelido ed umido abbraccio, richiudo la giacca, rimetto il cupolotto invernale e rialzo il cappuccio, fra poco inizierà a far buio approfitto della fermata per prelevare e sistemare la frontale. Dando con la coda dell’occhio uno sguardo alla sempre bellissima conca dei laghi di Ravenola, scendo ai muretti a secco delle vecchie trincee e mi slancio sulla traversata delle Colombine. Salite e discese si alternano, la luce della frontale si ferma poco avanti creando nella nebbia un invalicabile muro bianco, i quadricipiti femorali danno segni di affaticamento e le ginocchia iniziano a brontolare, sulle discese più rovinate sono costretto a procedere con maggiore attenzione e minore velocità del previsto, una velocità che qui doveva invece iniziare a crescere: percepisco con chiarezza che sto accumulando ritardo. Rinuncio ai pochi metri che portano alla vetta del Monte Colombine per immettermi direttamente sul percorso di discesa verso il Goletto di Cludona. Con attenzione supero il primo tratto molto ripido e rovinato, poi cerco un recupero sul successivo lungo tratto di leggera discesa nell’erba. Cammino e cammino ma il goletto non arriva, sembra molto più lontano del solito, la nebbia si è fatta ancora più fitta, all’improvviso, un paio di metri avanti a me, appare una massa biancastra informe ma nitidissima, silenziosa passa velocissima alla mia sinistra, vicinissima, quasi a sfiorarmi, e ne noto le scie come di una cometa o di un cencio strappato, poi svanisce alle mie spalle. Il tutto dura pochi secondi, non ho avuto il tempo di fare o pensare alcunché, di certo non poteva essere una delle capre che qui di solito si trovano a pascolare, probabilmente una folata di vento ha fatto oscillare le alte e filamentose erbe giallastre che, confondendosi nella fitta nebbia, hanno generato l’immagine metafisica. Qualunque cosa sia stata, anche un semplice inganno della mia mente, la scena è stata intrigante e mi si è impressa nella memoria in modo profondo, così come altra di poco precedente in cui qualcosa di nero, sempre senza provocare rumore, si è alzato da terra per saltare nella mia direzione e poi volare via sfiorandomi ad altezza ginocchia. Misteri della notte nebbiosa e solitaria?

Finalmente sono al Goletto di Cludona, qualcosa d’impercettibile mi suggerisce che potrei dovermi fermare per un bivacco, meglio evitare le creste dove non avrei modo di riparami dal vento, decido di proseguire per la variante bassa anche se il tratto fino alle Sette Crocette proprio non lo conosco e il seguito l’ho fatto una volta sola, tre anni fa, in occasione del primo tentativo di TappaUnica3V. Manca una tabella del 3V ma c’è quella del CAI che indica con certezza la direzione da seguire. Dice venti minuti al passo, memorizzo l’orario corrente e calcolo quello di arrivo per avere un riferimento che mi tornerà utile per individuare quell’ampio valico, cosa tutt’altro che scontata in queste condizioni. A passo corsaiolo, senza mai fermarmi, seguo il nuovo percorso, la segnaletica scarseggia, specie quella del 3V (su tutto questo tratto individuo tre soli segni), ma il sentiero è netto e preciso, un solo bivio mi crea un attimo d’indecisione, subito risolta visto che mi è evidente che non devo né scendere né salire ma procedere in piano. Alla mia destra evidente la sagoma del crinale percorso dalla variante alta e che ben conosco, appare molto più in alto e non noto evidenti abbassamenti, la cosa mi preoccupa un poco “vuoi vedere che questo percorso si abbassa parecchio rispetto al valico e ti costringe ad una faticosa risalita!” Oltrepasso ripidi canali e sottopasso pareti rocciose di cui ignoravo l’esistenza, un tratto appare essere scavato nelle rocce stesse, ma la notte maschera l’esposizione. Avanti e ancora avanti, senza sosta e senza cedimenti, una fitta dolorosa ogni tanto si fa sentire sulla schiena ma gli dò poco credito, l’orario calcolato sulla base dei venti minuti della tabella è ormai decisamente passato e del passo non c’è traccia, ma ecco, finalmente vedo il crinale abbassarsi, all’improvviso scompare, attorno a me una piana distesa erbosa “devo essere al passo, riconosco questo posto”. Mi sposto diagonalmente alla mia destra, un cartello si materializza nella nebbia, più a sinistra in lontananza due tabelle segnaletiche che ben conosco, ancora qualche passo abbassandomi a destra ed ecco la traccia della variante alta, poi si materializza anche l’inconfondibile sagoma dell’altare: il muretto a secco con le sette crocette, un tempo di legno, ora metalliche. Il dolore alla schiena, forse la scapola destra, mi sta martoriando nello spirito, levo lo zaino e mi concedo una sosta sedendomi sul lato sottovento del muretto, mi appisolo per un paio di minuti, poi la mente, concentrata sul viaggio, mi ridesta dal mio torpore inducendomi a riprendere il cammino. Pochi minuti e sono al punto dove il 3V nuovamente si divide in due, chiaro il percorso che porta verso il Monte Crestoso, invisibile, invece, l’altro sentiero, ricordo più o meno la direzione ma nella nebbia non trovo né la traccia né la segnaletica. Qualche minuto girolando attorno ad un punto fisso, valuto le varie tracce che si notano a terra e scelgo quella che ritengo essere giusta, pochi passi e la traccia si fa più evidente, poi un segno bianco azzurro mi conferma d’aver scelto correttamente. Avanti a tutta, su e giù lungo il versante nordorientale del Monte Crestoso, un lungo traverso fino a che, dopo una breve salita, nuovamente tutto svanisce nel nulla, la traccia e la segnaletica: ho due segni appena dietro di me, ma nessuno in avanti, in qualsiasi direzione, il terreno di terra e pietre pare essere calpestato ovunque. Applico nuovamente la tecnica circonduttoria per individuare e verificare ogni possibilità, ancora decido bene e incappo nella segnaletica dopo qualche decina di metri (ma perché i bivi dei sentieri sono spesso mal segnalati? perché non si pensa che qualcuno potrebbe passare di notte e magari nella nebbia?).

Accelerando, per quanto le condizioni lo permettano, proseguo il cammino verso la Piana di Rosellino che ormai percepisco sotto di me, il sentiero volge bruscamente a destra e si porta sull’altro lato della conca in cui mi trovo, la frontale si riflette sulle tabelle che segnano il Passo del Crestoso. Per un attimo mi viene il frizzo di portarmi al bivacco Marino Bassi sotto la Colma di San Glisente dove potrei tranquillamente trovare riparo per attendere la mattina nella speranza che il dolore alla scapola svanisca completamente, ma cambio subito idea e proseguo lungo il 3V. Circumnavigando tra erbe, acquitrini e lisci placconi rocciosi m’addentro sul fondo della invitante piana di Rosellino, ad un certo punto la frontale inizia a lampeggiare, “mannaggia si sta esaurendo la carica e non ho dietro scorta!”. Ricordo che c’è un buon margine di tempo prima che si spenga del tutto, ma non ricordo quanto, la luna a tratti appare ma le nuvole ne attenuano notevolmente la luce, possibile ma sconsigliabile procedere a frontale spenta. “Ma cacchio, come mai si è già esaurita? Dovrebbe reggere undici ore alla massima intensità e io ne ho fatte… oops, undici! Già ma non tutte alla massima intensità, vuoi vedere che sono undici a minima intensità! Va beh, inutile discriminare, ormai è andata così, devo arrangiarmi alla meglio” (a casa ho poi riscoperto, e ben memorizzato, che dura da quattro a trenta ore). Attraverso per intero la piana iniziando a meditare su un probabile bivacco d’emergenza, verso la fine, nei pressi di un torrentello, una larga placca pianeggiante sembra adatta e mi ci sistemo “è da poco passata la mezzanotte, mancano tre ore al crepuscolo, qui non tira vento e la temperatura sembra confortevole, posso resistere; ma posso anche sperare in un colpo di vento che apra il cielo e mi permetta di mettermi in camino alla luce della luna”. Mando un messaggio sul gruppo WathsApp che avevo creato per TappaUnica3V in moda da avvisare della situazione, altri più dettagliati li mando a mia moglie che non è nel gruppo, ad Alberto chiedo di venirmi a prendere al Plan di Monte Campione dove è ormai deciso interromperò il mio cammino, ovviamente non mi aspetto risposte e invece quasi subito rispondono mia sorella e mia moglie. Passano una ventina di minuti, le nuvole non danno segno di voler lasciare spazio alla luna, il rumore del torrente particolarmente fastidioso, l’umidità si fa sentire e anche il vento si è rimesso in movimento, “a circa mezz’ora di cammino c’è la Malga di Rosellino, è meglio tentare di raggiugerla onde avere un riparo migliore”. Detto fatto, riprendo lo zaino e mi metto in marcia, la discesa verso la malga è molto impegnativa, il sentiero è costellato da una miriade di massi rotti, manco ci fosse stato un terremoto, devo procedere con molta cautela, tre volte rischio di cadere rovinosamente perchè nel passare in bilico su delle sottili lame la frontale si mette a lampeggiare. Alla fine ecco l’ombra della malga, vedo anche delle luci, forse ci sono i pastori. Con difficoltà individuo il giusto tracciato dove scende un tratto franato e percorso dall’acqua, poi lascio perdere la segnaletica e punto direttamente alla malga che lestamente raggiungo. Sorpresa, non c’è nessuno, “chissà che luci avevo visto!” Il catenaccio che chiude la porta non è munito di lucchetto, “belloooo, posso anche entrare!” Come non detto: la porta sembra inchiodata, impossibile aprirla. Giro i tre lati della malga (tralascio quello posteriore da cui sono arrivato), non vedo altre porte, allora mi sistemo sui gradini dell’ingresso che appare la zona più riparata e comoda, comunque qualche folata arriva lo stesso per cui mi rannicchio tra gli stipiti. Avviso casa e immediatamente arriva la chiamata di mia moglie: non è particolarmente preoccupata (mi conosce bene e in passato ne ho passate di ben più critiche), ma comunque desiderosa di sentire la mia voce e capire il mio effettivo stato fisico e mentale. Io sono assolutamente tranquillo e mi appisolo seduto sul gradino con la testa appoggiata alle ginocchia. Mi risveglio dopo un’oretta, brividi di freddo mi fanno tremare come un filo d’erba al vento, mi alzo e cerco di riscaldarmi effettuando alcuni esercizi ginnici, nel mentre… “aho, che scemo, nello zaino ho il telo termico”. Prendo il telo, a fatica (“ma come cavolo lo piegano”) lo apro e me lo avvolgo attorno riprendendo posizione sul gradino, fatico un poco a far si che il telo non si sollevi per effetto del vento ma alla fine sono ben protetto e nel giro di pochi minuti inizio a sentire un comodo tepore, certo non si può parlare di caldo, ma comunque sto bene e mi appisolo nuovamente, anzi proprio mi addormento.

Quattro del mattino, le nuvole sono scese nella piana e l’umidità fa sentire i suoi effetti, apro gli occhi, è ancora buio pesto, altro che crepuscolo, potrei certo sfruttare gli ultimi istanti di carica della frontale, ma non posso sapere quando mi lascerà al buio e poco sotto il sentiero entra nel bosco, ho più volte camminato al buio senza torcia, anche sotto i boschi, ma le insistenti preoccupazioni di mia moglie sull’incontro coi cinghiali, nonostante sia evenienza a cui sono ormai abituato, mi condizionano convincendomi a non mettermi in cammino: mi risistemo il telo e, godendomi in totale tranquillità il momento, mi pongo in attesa della luce. Verso le cinque c’è abbastanza chiarore, ripongo alla bene meglio, ehm, alla peggio (mi limito a cacciarlo a forza dentro una delle tasche elastiche dello zaino) il telo, mi bevo due bei bicchieroni di tè caldo che proditoriamente m’ero fatto mettere nel termos all’uopo predisposto nella borsa dell’assistenza (le previsioni meteo, almeno quelle che utilizzo io, dettagliate ora per ora, possono talvolta non essere perfette ma, se lette bene, sempre danno utili e corrette informazioni, per l’occasione davano una notte molto fredda: quando, la mattina e diversi metri più in basso, arriveranno a prendermi il termometro dell’auto segnerà sette gradi, con buona approssimazione posso dire che nella notte la temperatura è scesa ad almeno cinque gradi, forse anche tre), qualche movimento per rimettere in attività i muscoli e via, verso quella che ormai è diventata la meta finale. Subito mi accorgo che sto benissimo, affronto la discesa, non banale, quasi correndo, non ho dolori di nessun genere: “cavolo, se non avessi ormai accordo per il recupero al Plan tirerei dritto verso Brescia, ma Alberto deve farsi un bel giro per arrivare qui e non me la sento di rimandarlo indietro, lasciamo perdere”. Velocissimo continuo la discesa e altrettanto veloce affronto le risalite nel diagonale verso Malga Rosello di Sopra, poco prima di questa mi fermo per togliermi gli abiti pesanti ormai inutili e nel riporre il tutto mi avvedo che ho perso la frontale. “Mannaggia, visto quello che costa di certo non la lascio in giro, tanto più che di sicuro mi è caduta di testa quando, poco fa, ho levato il cappuccio della giacca”. Quel “poco fa” si dimostra un poco meno poco e devo camminare dieci minuti abbondanti prima di ritrovarla, comunque recuperata: “bon, anche questa è fatta, giusto non farsi mancare nulla”. Ritorno velocemente a Malga Rosello di Sopra e senza sosta imbocco la sterrata che mi porterà a Plan di Monte Campione. Alternando tratti di dolce salita ad altri decisamente più ripidi man mano mi avvicino alla Stanga del Bassinale, stretto valico che adduce alla conca del Plan. Il passo è sostenutissimo ed ecco che, sebbene molto più lieve, si rifà sentire il dolore alla scapola, dovrei esserne scontento e invece: “oh, ecco, meno male, almeno mi fermo per qualcosa!” Mi arriva un messaggio da Alberto che mi avvisa d’essere fermo al parcheggio, gli spiego da dove mi vedrà arrivare e, non volendolo far aspettare troppo, spingo al massimo la salita che mi porta al Bassinale poi mi lancio di corsa lungo la pista da sci che scende al Plan: “mazza, dopo novanta chilometri e trentacinque ora di attività sono ancora in grado di correre e di farlo su di un terreno non propriamente banale, che belloooo, giusta ricompensa e ottimo viatico per i successivi impegni”. Eccomi al Plan di Monte Campione ma… “dove cavolo è Alberto? Si sarà fermato al parcheggio basso”. Mi avvio lungo la strada asfaltata e nel contempo messaggio con Alberto per capire dove si trova: si è fermato al Laghetto, ovvero a parecchia distanza da qui. Gli spiego cosa deve fare per raggiugermi e continuo il cammino sulla strada. Una quindicina di minuti ed eccolo che arriva. “è finita, ora è proprio finita, che peccato essermi nuovamente arreso, specie perché stavolta era l’ultima.”

Ehm, sarà proprio l’ultima? Tu che dici?

Mumble, mumble!

 

Sentiero 3V “Silvano Cinelli” seconda tappa da Conche a Lodrino (BS)


1-138

Il Santuario di Conche visto dalla vetta dell’omonimo monte

Altra tappa impegnativa e da non prendere sottogamba: vietato farsi prendere dal trasporto della discesa con cui si parte e del successivo lungo tratto di falsopiano, ne pagheremmo le conseguenze forse già sulla breve salita all’Eremo di San Giorgio, di sicuro in quella successiva e ben più lunga che dal Passo del Cavallo porta alla Corna di Sonclino e a quel punto potrebbe diventare veramente problematico raggiungere la fine della tappa. Calma dunque, assorbire per bene i primi due terzi del percorso e, caso mai, aumentare il ritmo nella lunga discesa finale.

Con questa tappa iniziano le varianti, la cui ideale combinazione inizia a delineare le tre versioni più definite e da me proposte attraverso le relative mappe: percorso alto, percorso intermedio e percorso basso.

  • Eremo di San Giorgio, brevissima, risale un bel bosco per passare da quest’eremo posto sulla sommità d’una rupe rocciosa con semipanoramica veduta in direzione Lago di Garda, vale veramente la piccola fatica aggiuntiva; la relativa variante bassa è un brevissimo diagonale che aggira la rupe alla sua base.
  • Dosso Giallo, breve, faticosa e poco interessante, da me individuata solo per rimanere sul crinale spartiacque, parzialmente su sentiero e parzialmente su terreno libero; la relativa variante bassa è più comoda e sensibilmente meno faticosa.
  • Punta Camoghera, esteticamente e paesaggisticamente rilevante, anche questa è un mio suggerimento per mantenersi fedeli allo spartiacque, la ripidissima traccia è a tratti poco evidente ma comunque facile da individuare; la relativa variante bassa (Forcella di Prealba) è sensibilmente più lunga e molto meno faticosa, ma anche molto meno interessante.
  • Dossone di Facqua, anche questa di notevole interesse estetico e paesaggistico, è una variante originale 3V che presenta tre tratti di vera e propria arrampicata, facile e limitatamente esposta; la relativa variante bassa (Malga Sea) inizia con una lunga e riposante discesa su strada sterrata e prosegue all’interno di un bellissimo bosco risalendo il pendio con diagonali di ampio respiro.
  • Punte Ortosei e Reai, altra variante originale 3V molto interessante esteticamente e paesaggisticamente, la traccia è sempre evidente anche se a volte infastidita dalla vegetazione; la relativa variante bassa (il Vallazzo) è certo più facile ma assai meno interessante e piuttosto monotona, con un lungo tratto asfaltato finale.

Come per ogni percorso di cresta offre large e lunghe visioni che qui vanno dalle Alpi che cingono a sud la Pianura Padana alle vette dell’Adamello, del Bernina e del Monte Rosa, per citare solo le più rilevanti, passando per il Lago di Garda e il sovrastante Monte Baldo.

Flora e fauna

L’ambiente è sostanzialmente simile a quello della prima tappa, vi si aggiungono solo scoperti declivi prativi dove, nella stagione opportuna, l’incontro con le colorate peonie si fa frequente. Altre essenze floreali facilmente osservabili sono, sempre nella relativa stagione: giglio rosso, giglio martagone, elleboro nigra, ciclamini. Raro l’incontro con esemplari della fauna, fatto salvo per i soliti volatili più comuni.

Fonti: osservazioni personali.

Cenni storico culturali

Punto di partenza della tappa il santuario di Conche è una vasta e complessa struttura la cui fondazione viene attribuita a San Costanzo e poi consacrata dal vescovo Arimanno attorno al 1115. Tre distinti edifici: il monastero, la chiesa e un edificio rurale (forse una stalla con l’abitazione dei mandriani) la foresteria. Alla sinistra del portone d’ingresso alla chiesa è visibile l’ossario delle monache.

Abbarbicato sulla piccola sommità di un’erta rupe rocciosa, l’eremo di San Giorgio è oggi costituito da una chiesetta con annesso locale abitativo. La sua origine è incerta, pare poterla accreditare ai benedettini nei primi decenni del tredicesimo secolo e forse anche un po’ prima. In seguito passò alla gestione da parte degli Umiliati. Sul lato meridionale si trova un bel porticato con vista sul Lago di Garda, appena sotto lo stesso uno stretto ma lungo e accogliente piano terrazzo erboso a picco sulla valle con un tavolo di legno. Altro tavolo è posto sul fronte della chiesetta, incassato tra due grosse rocce.

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Lumezzane

Lumezzane come già detto è un grosso centro urbano che, suddiviso in diverse frazioni (San Sebastiano, Sant’Apollonia, Pieve, Fontana, Gazzolo, Valle e Villaggio Gnutti), occupa il fondo e la testata della stretta Valgobbia. La presenza di molta acqua ne ha determinato fin da tempi lontani, già gli antichi romani vi edificarono un acquedotto, l’evoluzione in centro artigianale (rubinetteria, casalinghi, posateria) prima e industriale (metalmeccanica e siderurgica) poi. Ammassate le une sulle altre, spesso occupando più spazio in verticale che in orizzontale, oggi case, palazzi, officine, capannoni danno all’abitato un aspetto tutt’altro che invitante anche se, vedendola dall’alto, la prospettiva assume talvolta contorni più piacevoli.

Se Lumezzane lo si vede solo dall’alto, Lodrino (fine tappa) lo si attraversa proprio. Nucleo urbano ben più contenuto del precedente occupa il versante di solivo della valle dei torrenti Re e Lembrio, dominato dalle rocciose e verticali pareti della Corna di Caspai e del Monte Palo. Verso ovest lo sguardo, seguendo l’impluvio vallivo, si allunga sul più lontano e corposo Monte Guglielmo.

Fonti:

Sito del Comune di Caino (BS)

Sito del Comune di Lumezzane (BS)

Lumezzane.Lombardia

Sito del Comune di Lodrino

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: Santuario di Conche – Nave (BS)
  • Arrivo: Bed&Breakfast Isola Verde (Lodrino – BS)
  • Quota di partenza: 1092m
  • Quota di arrivo: 760m
  • Quota minima: 728m versione alta e intermedia / 691m versione bassa
  • Quota massima: 1352m versione alta e intermedia / 1349m versione bassa
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 1100m versione alta / 1153m versione intermedia / 1055m versione bassa
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 1429m versione alta / 1479m versione intermedia / 1384m versione bassa
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 19,74km versione alta / 20,79km versione intermedia / 21,31km versione bassa
  • Tipologia del tracciato: in gran parte sentieri a cui si aggiungono dei tratti di strada asfaltata o sterrata; per le varianti alte c’è da superare, in facile arrampicata anche se infastidita dalla esigua larghezza del passaggio, un caminetto di 10 metri al quale segue una paretina di 5 metri da fare in discesa e altri brevissimi passaggi di roccia; sempre per le varianti alte, sentiero in gran parte infastidito dalla vegetazione (erba e cespugli).
  • Difficoltà (vedi spiegazione): versione alta EE4El / versione intermedia EE4EPl / versione bassa E4P
  • Tempo di cammino: versione alta 10 ore / versione intermedia 10 ore e 10 minuti / versione bassa 10 ore e 15 minuti
  • Segnaletica: segni e tabelle in bianco-azzurro o in bianco-rosso; a tratti mancanti o poco visibili sulle varianti alte.
  • Rifornimenti alimentari: bar del rifugio di Conche.
  • Rifornimenti idrici naturali: fontanina al Passo del Cavallo; rubinetto sul retro della prima baracca dopo La Brocca salendo verso il Dossone di Facqua (potabilità incerta); rubinetto alle Passate Brutte (potabilità incerta); fontana poco prima delle Foppe de Uciù (non sempre aperta); sorgente dell’Acqua Fredda poco a monte della Cocca di Lodrino sulla variante alta; sorgente dell’Acqua Tignusa sulla variante bassa un chilometro prima della Cocca di Lodrino; fontana di via Alcide De Gasperi a Lodrino (praticamente a fine tappa).
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: rifugio di Conche (partenza tappa), B&B Isola Verde a Lodrino (fine tappa).
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): alla partenza vedi relazione della prima tappa; all’arrivo si possono collocare nella parte finale del sentiero che scende verso Lodrino (spiazzo per tre tende piccole alla base di Punta di Reai, spazi più ampi a Campo Castello oppure passato l’abitato di Lodrino salendo almeno una ventina di minuti verso il Passo della Cavada (vedi relazione della terza tappa).
  • Fattibilità diurna del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): ampia sulle varianti alte, da valutarsi sul resto del percorso e sulle varianti basse, con alcune limitazioni date dai tratti asfaltati e dal passaggio vicino a case e roccoli.

Profilo altimetrico e mappa

Versione alta

Facile partenza in discesa che presto si tramuta in un lungo falso piano con alternanza di brevi salite e qualche discesa. Dopo due secchi sbalzi separati da una incisa insellatura, ecco una lunga discesa con tratti molto accentuati per poi riprendere immediatamente e seccamente a salire. Uno spostamento in leggera discesa a cui segue una salita nell’insieme non accentuata ma che presenta brevi salite molto ripide e due tratti di arrampicata quasi verticale.  Ripida e tecnica discesa che porta ad una lunga ma tranquilla salita. Breve ripida discesa e poi su è giù per alcuni dossi. Ultima secca salita e in piano ci si porta al vertice del lungo ripido tuffo che porta fin quasi alla fine della tappa, alla quale si perviene con una leggera salita su strada asfaltata.

GPSies - Sentiero 3V Silvano Cinelli - Tappa 2

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Versione intermedia

Facile partenza in discesa che presto si tramuta in un lungo falso piano con alternanza di brevi salite e qualche discesa. Dopo due secchi sbalzi separati da una incisa insellatura, ecco una lunga discesa con tratti molto accentuati per poi riprendere immediatamente e seccamente a salire. Uno spostamento in leggera discesa a cui segue prima una lunga comoda discesa, poi una lunga ma tranquilla salita. Breve ripida discesa e poi su è giù per alcuni dossi. Ultima secca salita e in piano ci si porta al vertice del lungo ripido tuffo che porta fin quasi alla fine della tappa, alla quale si perviene con una leggera salita su strada asfaltata.

GPSies - Sentiero 3V Silvano Cinelli - Tappa 2

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Versione bassa

Facile partenza in discesa che presto si tramuta in un lungo falso piano con alternanza di brevi salite e qualche discesa. Dopo due secchi sbalzi separati da una incisa insellatura, ecco una lunga discesa con tratti molto accentuati per poi riprendere immediatamente e seccamente a salire. Uno spostamento in leggera discesa a cui segue prima una lunga comoda discesa, poi una lunga ma tranquilla salita. Breve ripida discesa e poi su è giù per alcuni dossi. Lunga e, inizialmente, molto ripida discesa a cui segue una lunga salita tutto sommato tranquilla su strada asfaltata.

GPSies - Sentiero 3V Silvano Cinelli - Tappa 2

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Relazione tecnica

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Lasciando il Santuario di Conche

Dal Santuario di Conche attraversare interamente il grande prato e prendere il sentiero che, superata una stretta fascia boschiva, subito scende ripido portando ad alcune case dove diviene pianeggiante. Si prosegue sul filo del crinale fino ad un primo bivio, si prende a sinistra in discesa nel bosco per tagliare a nord il versante del Monte Fraine. Giunti ad una forcella si prende a destra per aggirare sul lato Caino il dosso erboso del Monte Calone. Ripreso, alla forcella di Calone, il filo di cresta lo si segue in direzione dell’ormai evidente rupe dell’eremo di San Giorgio, ai piedi della quale invece di seguire la traccia che sale diretta lungo il crinale, tagliamo a sinistra in più lieve salita. Quando la salita spiana ad un bivio si prende la traccia di destra (dritti è indicata una variante 3V che, a mio parere, non ha senso seguire) e, con alcuni tornanti, si sale ripidamente nel bosco pervenendo all’eremo.

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Arrivo all’eremo di San Giorgio

Sull’altro lato della costruzione si prende un sentiero che scende sulla sinistra per poi, girando attorno a un grosso faggio, piegare subito a destra e scendere ripidamente alla radura di un capanno da caccia. Passando a mezza costa poco sopra la baracca e sfiorando il capanno si perviene ad una larga forcella dove dipartono vari sentieri. Ignorare quelli sulla destra, uno scende verso Caino mentre l’altro taglia il versante sudorientale del Monte Doppo, e prendere a sinistra entrando in un boschetto sul filo del crinale. In breve si perviene a un altro bivio, prendere a destra e poi, ad una successiva vicina diramazione, tenere ancora a destra per risalire e poi tagliare il versante occidentale del Monte Doppo puntando al suo crinale nordovest. Lo si oltrepassa per scendere sul versante lumezzanese tendendo a destra, raggiunto il crinale settentrionale lo si discende tenendosi fedelmente sul filo. Superato un capanno (Roccolo delle Colombere) sempre lungo il filo si perviene a una casa, se ne contorna a destra la cinta pervenendo alla sua strada cementata di servizio. La si segue fedelmente in discesa, all’innesto in altra strada andare a sinistra raggiungendo il Passo del Cavallo. Oltrepassato un ponte, in lieve salita si perviene al muretto di cinta della Chiesa di Cristo dei Monti, lo si segue a sinistra e in breve si giunge alla strada provinciale che unisce Lumezzane a Sabbio Chiese e la Val Trompia alla Val Sabbia (SP79, Via Valsabbia).

Attraversata la strada se ne prende un’altra posta proprio di fronte. La si segue ignorandone le varie diramazioni, ad un bivio più accentuato andare a sinistra. Quando la strada perde un poco di pendenza e compie una netta curva a sinistra, si lascia sulla destra un nucleo di case con prati (Reondol) e si prosegue a sinistra lungo l’asfalto fino al successivo bivio. Prendere la strada sterrata che, quasi pianeggiante, va a sinistra passando sopra a destra di un vecchio campo da calcio. Dopo un tratto di leggera salita ci si affaccia nuovamente sulla Valgobbia, ad un bivio si tiene a destra e, con pendenza man mano più rilevante, si procede a lungo finché, dopo un ripidissimo tratto asfaltato con due tornanti, si perviene a una casa sul filo di cresta (Roccolo Cipriano) davanti al cui cancello la strada termina. Prendere il sentiero che idealmente prosegue la direzione della strada, con andamento pressoché pianeggiante si raggiunge un crinale dove il sentiero si divide in due.

Variante bassa (ufficiale) Variante alta (non ufficiale)
Ignorando il sentiero che sale a destra si prosegue in lieve discesa puntando alla pala erbosa del Dosso Giallo che, con largo giro e panoramica visione su Lumezzane, si taglia completamente arrivando all’evidente crinale sud sud ovest dove si prende a destra la traccia che sale il ripidissimo crinale erboso. Guadagnata un poco di quota il sentiero, scavalcando alcune roccette, taglia bruscamente a sinistra e porta alla sella del roccolo Casa di Vallardo. Si sfiora sulla destra la casetta del roccolo e si prende un sentiero che, in direzione nord, taglia il versante orientale della Corna del Giobeleo portando ad altro crinale. Lo si segue brevemente a sinistra per poi riprendere a mezzacosta passando sopra un capanno con annessa casetta in legno e, ignorando un sentiero che scende a destra, raggiungere la larga Forcella di Prealba. Andare a sinistra lungo il crinale che unisce il Monte Prealba ad un dosso senza nome che si aggira a destra pervenendo a una forcella tra questo e la Punta Camoghera. Ci si abbassa a destra nel bosco e con un lungo diagonale verso ovest, prima pressoché pianeggiante poi in discesa, si raggiunge la sella de La Brocca.

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Verso la Forcella di Prealba

Prendendo per il sentiero che sale a destra si riprende il filo spartiacque per seguirlo verso sinistra. Quando la traccia volge decisamente a destra diventando pianeggiante, abbandonarla per salire direttamente il pendio erboso sovrastante mirando a un evidente traliccio della linea elettrica. Oltrepassatolo si prosegue ancora su terreno libero fino a raggiungere il crinale sommatile che si segue verso sinistra. Una breve discesa porta ad una baracca in cemento che si supera sulla sinistra. Proseguendo lungo il crinale si perviene alla sommità di un dosso, scendere tenendosi leggermente a destra al limite del bosco per arrivare alla sella del roccolo Casa di Vallardo.
Si sfiora sulla sinistra la casetta del roccolo prendendo il filo del crinale e seguendolo fedelmente prima in lieve salita poi in debole discesa. Quando si tocca la traccia del percorso ufficiale, prendere un sentiero sulla destra che sale direttamente il ripido pendio erboso. Tenendosi sempre nei pressi del filo di cresta, ci si alza senza particolari problemi fino alla sommità di un dosso erboso con vista panoramica che spazia fino al Lago di Garda. Sempre lungo il filo si prosegue aggirando sulla destra alcuni spuntoni rocciosi, poi si riprende a salire per ripide erbe superando alcuni boschetti. Giunti sotto due dossi paralleli raggiungere la forcella che li divide e in pochi passi a destra pervenire alla vetta della Punta Camoghera. Seguendo il panoramico filo di cresta si prosegue alternando discesa a brevi tratti di salita, poi la discesa si fa continua. Quando sulla destra poco sotto si intravede il sentiero del percorso ufficiale continuare ancora sul filo di cresta per abbassarsi sul suddetto sentiero solo poco prima della sella de La Brocca.

Dalla sella de La Brocca ancora due varianti, stavolta ambedue ufficiali.

Variante bassa Variante alta
Seguire a destra in discesa la strada sterrata, quasi subito si esegue un tornante a sinistra, poco dopo si perviene a un bivio, andare a sinistra per proseguire lungamente in discesa senza altre particolari variazioni di direzione. Quando sulla destra si percepisce l’esistenza di un capano da caccia sotto il quale si nota una cascina (Cascina Sea) ancora qualche decina di metri e si perviene a un tornante verso destra dove, proprio nel pieno della svolta, sulla sinistra un sentierino s’inoltra nel bosco. Seguirlo superando un primo tratto ingombro di vegetazione per poi entrare in un bel bosco pulito. La traccia, sempre piuttosto evidente, prima compie un ampio giro a mezza costa per aggirare la testata della Valle di Meruzzo, poi sale a destra e con alcune svolte perviene ad una strada sterrata. Seguirla verso destra, al primo tornante prendere la stradina a destra e, ignorando la diramazione a destra sul primo tornante, seguirla fino ad arrivare sul crinale in corrispondenza di un largo piazzale sterrato con ampia visuale su Lumezzane.

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Dossone di Facqua

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Dossone di Facqua e  Passate Brutte

Dirigersi verso la vicina casetta sul filo del crinale, poco prima di raggiungerla prendere un sentierino sulla sinistra che prima si abbassa un poco e poi risale riportandosi sul crinale poco a monte del Roccolo della Brocca. Si segue a sinistra il filo del crinale passando a destra di una prima casetta in legno, si attraversa per intero la radura erbosa della Passata della Brocca passando a destra della relativa casetta, ancora qualche metro e, subito dopo un’altra piccola baracca, ci si alza a sinistra per portarsi sul filo del crinale che si segue verso nordovest. Una breve discesa porta alla base di un salto roccioso, uno stretto camino (La Streta) si fa breccia nella roccia e ne permette la risalita con facile arrampicata, solo infastidita dall’esigua larghezza del passaggio (il passaggio è più facile se ci si tiene ben dentro il camino e si sfruttano due gradini intermedi, cosa che, però, è possibile fare solo se si è senza zaino o con uno zaino poco voluminoso, eventualmente toglierlo e spingerlo avanti). Dopo il camino si riprende il filo del crinale, superato un basso e facile risalto roccioso ci si abbassa sul lato destro del filo per discendere una placca fessurata. Terminate le principali difficoltà si prosegue di nuovo lungo il crinale, dopo una piccola sella si risale un poco nell’erba per poi traversare orizzontalmente a destra e riportarsi sul filo con un tratto di erba e terra quasi verticale. Lungo il filo si perviene alla sommità del Dossone di Facqua. Scendere sul lato opposto, sempre lungo il filo del crinale, portandosi a un vicino capanno. Lo si oltrepassa per rialzarsi tra spuntoni rocciosi e, facendo attenzione a un liscio e scivoloso pietrone, subito riprendere a scendere seguendo una traccia ben evidente tra la folta vegetazione a cespugli. Ancora un tratto di su e giù lungo la cresta e poi si scende ad una casa in cemento. La si aggira da vicino sul suo lato destro per prendere una stradina che porta a una selletta, con alcuni tornanti si risale tenendosi a destra del filo di cresta che si riprende per poi discendere alla più grande casa delle Passate Brutte, dove ci si ricollega alla variante facile.
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La Streta, passaggio d’arrampicata sulla variante per esperti

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Pozza del Vesso

Seguendo la strada sommitale con un lungo traverso sopra Lumezzane si raggiunge la sella della Passata del Cucini. Seguire la strada asfaltata che scende a sinistra, passando a fianco di una fontana incassata nel muro a monte della strada. Al primo bivio (Poffe de Uciù) andare a destra per riprendere a salire. Procedendo tra diversi baitelli in legno e casette in muratura si arriva ad una larga curva a destra dove si scavalca il crinale di un ampio dosso erboso per poi scendere alla vicina Pozza del Vesso dove fa bella mostra di se un grandissimo faggio, in alto a destra una grande e classica cascina completa il fotografico quadretto bucolico.

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Campo del Gallo

Continuare lungo la strada, al primo bivio tenere a sinistra, al successivo (poco visibile) prendere la strada che, sulla destra, ritorna indietro alzandosi in direzione di una grande casa (il Casello). Oltrepassare la sbarra che la chiude e, poco dopo, entrare nel prato sulla sinistra che si risale tagliandolo diagonalmente verso sinistra fino a riprendere il crinale. Andare a sinistra lungo il crinale oltrepassandone una larga insellatura, aggirare un dosso sul suo lato destro per poi portarsi alla sinistra del filo e tagliare nei prati sopra una casa puntando all’ormai vicina ed evidente chiesetta degli Alpini che si sfiora sulla sinistra. Scendere verso una casa posta proprio sul filo (Campo del Gallo). Attraversando la strada bianca che sale da destra, ci si tiene nell’erba per passare poco sotto e a sinistra di detta casa per poi riprendere il filo dell’erboso e dolce crinale che si segue fedelmente pervenendo, dopo averne superato l’anticima, a uno stretto intaglio, in pochi metri si può salire alla vetta principale della Corna di Sonclino.

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Corna di Sonclino, panorama verso nord

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Tesa Sguizzi

Dallo stretto intaglio scendere verso nord per un ripido e stretto canale che porta su dei prati in vista di altra casa. Tagliando a mezza costa questi prati avvicinarsi alla casa e, poco prima di raggiungerla, scendere a sinistra per portarsi sulla strada sterrata sottostante. Seguirla verso destra abbandonandola quasi subito per riprendere il filo del costone e raggiungere la larga sella dei Quattro Cantoni. Scendere a destra qualche metro poi andare a sinistra seguendo un’esile traccia che attraversa a mezza costa i ripidi pendii erbosi del versante orientale del Dosso dei Quattro Cantoni. Raggiunto il crinale ovest lo si segue brevemente a destra per poi, in prossimità di un sentiero che a destra si porta ad una piccola casa, abbandonarlo e scendere a sinistra con un altro traverso. Attraversata una fascia boschiva si esce su altri prati che si discendono direttamente verso sinistra per raggiungere la casa della Tesa Sguizzi posta al centro degli stessi. Andare a destra passando sotto un piccolo porticato e subito dopo prendere il sentiero che, il leggera salita, si alza a destra. Senza particolari problemi di orientamento si segue il filo del crinale e, superando un’altra casa in muratura con annesso capanno da caccia e una serie di dossi, due dei quali hanno un capanno, dopo un ultimo lungo traverso sui ripidi pendii occidentali del crinale, si arriva alla sella della Passata del Vallazzo dove il 3V nuovamente si divide in due varianti.

Variante bassa Variante alta
Prendere la rudimentale strada sterrata che, in lieve discesa, scende a destra della sella spostandosi verso est con un lungo diagonale. Passati sotto un capanno, con un primo tornante si riprende direzione ovest per scendere più decisamente e, con altri tornanti, portarsi sul fondo del Vallazzo dove la strada si fa più liscia e, in in leggera discesa, porta al grande poligono di tiro a volo di Valle Duppo. Si scorre sul lato destro del poligono per abbassarsi ancora un poco con un ripido tratto alla fine del quale si perviene a un largo piazzale, lo si attraverso per intero verso sinistra andando a prendere la strada asfaltata di servizio al poligono. Seguendo l’asfalto prima si scende ripidamente, poi, superata una sbarra, con minore pendenza si raggiunge un bivio. Prendere la strada di sinistra in leggera salita e seguirla fedelmente pervenendo, dopo varie curve e alcuni ripidi strappi, prima alla sorgente dell’Acqua Tignusa poi alla Cocca di Lodrino, dove le due varianti si riuniscono.

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Orosei

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Orosei

Risalendo il crinale dopo la Costa Nibbia

Scendendo il crinale della Costa Nibbia

Ignorando la rudimentale strada sterrata che scende a destra proseguire sul filo del crinale raggiungendo dopo poco un roccolo. Si passa a sinistra dell’alta costruzione in pietra per proseguire oltre e prendere una stradina sterrata tagliata nel pendio poco sotto il filo di cresta, alla sua destra. Quando la strada finisce si prosegue sempre seguendo il crinale per esile sentiero arrivando, con breve discesa, ad una sella. Sul lato opposto si seguono le tracce che risalgono il ripido pendio che porta alla sommità della Punta Ortosei. Dalla vetta, seguendo più o meno fedelmente il filo di cresta, prima in discesa, poi in piano infine in salita, si raggiunge la sommità di Punta di Reai. Scendendo leggermente a destra della vetta, sempre nella direzione fino ad ora tenuta (nord), oltrepassata una fascia di piante si perviene a un ripido pendio erboso, lo si attraversa verso sinistra per riportarsi sul largo crinale che si segue in forte discesa fino alla sua base. Quando la pendenza decade sensibilmente, anziché tenersi a sinistra sul filo, ci si abbassa a destra per infilarsi nel bosco e arrivare a un ampio terrazzo artificiale. Attraversato il terrazzo, sul suo limite destro si prende la traccia che, sempre in piano e sempre in diagonale, si inoltra nelle erbe. Alternando tratti di ripida discesa, dove la traccia si fa spesso scavata e rovinata, ad altri pianeggianti, con qualche tratto infastidito dai cespugli, si raggiunge un sottile costone erboso dal quale la vista si apre su Lodrino e i monti che lo sovrastano. Si segue tale crinale in discesa verso destra e quando inizia a imboschirsi volgere a sinistra per tagliare a mezzacosta il pendio (Costa Nibbia) portandosi verso nord. Dopo un lungo diagonale il sentiero esegue un tornante a destra a cui ne segue uno a sinistra per poi riprendere il diagonale ora con sensibile tendenza a valle e con maggiore pendenza. Sbucati su una larga radura erbosa (Campo Castello) la si attraversa mantenendo la direzione di arrivo per prendere una larga stradina che entra nel bosco e subito terminare. Proseguire brevemente in un poco accennato toboga e quando s’incrocia una traccia di sentiero che lo taglia la si segue a sinistra. Ci si alza un poco raggiungendo un dosso erboso immerso nel bosco, lo si segue effettuando una curva a sinistra per riprendere a scendere nel bosco. Ripidamente si perde quota innestandosi su una traccia che costeggia il filo spinato di recinzione di un campo. La si segue a sinistra dove la traccia si allarga trasformandosi in stradina in terra battuta coperta di erba e foglie. Due mezzi tornanti in ripida discesa e si arriva alla sorgente dell’Acqua Fredda dove ci si innesta su una piana strada sterrata. Seguire la strada verso destra passando a sinistra di una casa e raggiungere la vicina Cocca di Lodrino dove le due varianti si uniscono.
La cresta da Punta Orosei a Punta di Reai

La cresta da Punta Ortosei a Punta di Reai

Dalla sella seguire a sinistra la larga strada asfaltata principale (SP111, via John Fitzgerald Kennedy). Dopo una lieve salita riprendere a scendere fin quando, finito il guard rail, sulla destra si vede una strada che, sull’altro lato, sale tra le case. Attraversare lo stradone per imboccare questa strada (via Alcide De Gasperi) e seguirla fino al primo bivio (fontanina sulla sinistra). Andare a destra (via Alcide De Gasperi) e salire fino ad altro bivio con piccola rotonda. Ancora a destra (via Resolvino) e in circa trecento metri si arriva all’Isola Verde, il secondo punto tappa.

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Il mio arrivo al B&B Isola Verde durante la TappaUnica3V del 2016

Relazione fotografica

flickr

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Tabella di marcia

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Lodrino

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto di quella che è da considerarsi l’andatura ottimale per un escursionismo agevole e, nel contempo, sicuro, vedi spiegazioni dettagliate. In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

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Versione alta

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Santuario di Conche 0:00
Eremo di San Giorgio 1:00
Passo del Cavallo 1:10
Dosso Giallo 1:30
Punta Camoghera 0:30
La Brocca 0:15
Dossone di Facqua 0:30
Parcheggio delle Passate Brutte 0:30
Poffe de Uciù 0:20
Campo del Gallo 0:40
Corna di Sonclino 0:10
Passata Vallazzo 1:10
Punta Ortosei 0:25
Punta di Reai 0:20
Cocca di Lodrino 1:10
B&B Isola Verde in Lodrino 0:20
TEMPO TOTALE 10:00

Versione intermedia

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Santuario di Conche 0:00
Eremo di San Giorgio 1:00
Passo del Cavallo 1:10
Casa di Vallardo 1:30
Punta Camoghera 0:25
La Brocca 0:15
Cascina Sea 0:35
Parcheggio delle Passate Brutte 0:40
Poffe de Uciù 0:20
Campo del Gallo 0:40
Corna di Sonclino 0:10
Passata Vallazzo 1:10
Punta Ortosei 0:25
Punta di Reai 0:20
Cocca di Lodrino 1:10
B&B Isola Verde in Lodrino 0:20
TEMPO TOTALE 10:10

Versione bassa

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Santuario di Conche 0:00
Inizio traverso sotto Eremo di San Giorgio 0:55
Passo del Cavallo 1:10
Casa di Vallardo 1:30
Forcella di Prealba 0:25
La Brocca 0:20
Cascina Sea 0:35
Parcheggio delle Passate Brutte 0:40
Poffe de Uciù 0:20
Campo del Gallo 0:40
Forcella di Sonclino 0:10
Passata Vallazzo 1:10
Poligono Tiro a Volo di Valle Duppo 1:00
Cocca di Lodrino 1:00
B&B Isola Verde in Lodrino 0:20
TEMPO TOTALE 10:15

Vedi (e segui) la pagina del sentiero per altre informazioni.

Traversata da Cima Laione al Passo della Monoccola (Breno – BS)


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Il Monte Listino dal sentiero numero 1

Bellissima escursione adamellina lungo un tratto del fronte della Grande Guerra. Purtroppo il traverso in quota da Cima Laione a Cima Listino, seppure possibile, risulta fortemente sconsigliabile (eccessive difficoltà tecniche per la cresta vera e propria, complicato e poco interessante tenersi sui pendii sotto la stessa) per cui non è possibile proporre un anello vero e proprio ma solo due piccoli anelli uniti tra loro da un tratto comune per l’andata e il ritorno.

I vari e differenziati resti dei manufatti di guerra (mulattiere, sentieri, scalinate, villaggi, casermette, ricoveri, trincee, postazioni di tiro) consentono un’immersione della storia, utile, prima di effettuare questa escursione, leggersi almeno un libro sulla guerra in Adamello.

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L’Adamello da Cima Laione

Dal punto di vista paesaggistico i panorami dalle due vette e dalla linea di cresta sono ampi e a tutto tondo: man mano s’individuano, in alcuni casi mantenendone a lungo la visione, la Pianura Padana, il Monte Frerone, la Cima delle Terre Fredde, la Cima Galliner, il Monte Rosa, la Concarena, buona parte della Val Camonica, alcune cime del Bernina, l’Adamello, il Re di Castello, il Carè Alto, l’intera Val di Leno, alcune delle più alte vette delle Dolomiti, il Corno del Gelo, il Monte Blumone, lo Scoglio di Laione, il Cornone di Blumone, la Cresta di Laione, la Valle di Cadino (che si risale per intero nella prima parte del percorso).

Molto interessante anche l’aspetto ambientale che, a parte il classico miscuglio di varie essenze floreali, vede l’attraversamento di diversi habitat di medio alta montagna e la possibilità d’incontrare esemplari di fauna quali le immancabili marmotte e il più timoroso camoscio.

La lunghezza del percorso può essere in parte attenuata pernottando al rifugio Tita Secchi oppure, se si è al massimo in tre persone, alla Capanna Mattia, posta praticamente a metà del giro. Alla malga di Cadino della Banca, nei pressi della quale si parcheggia l’auto, è possibile acquistare ottimi formaggi di malga.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Alpi Retiche Meridionali – Gruppo dell’Adamello
  • Partenza: Malga Cadino della Banca (Breno – BS), parcheggi in prossimità della malga.
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 1811m
  • Quota di arrivo: stessa della partenza
  • Quota minima: 1811m
  • Quota massima: 2757m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 1516m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 1516m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 25,22km
  • Tipologia del tracciato: principalmente mulattiere e sentieri, classici e militari, due brevi tratti di terreno libero e uno di strada sterrata.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): EE5El – l’unico tratto esposto, non evitabile, è di tre metri ed è collocato lungo la discesa dal Monte Listino, il sentiero è comunque abbastanza largo (all’incirca un metro), piano e regolare, agevolando il passaggio anche a chi soffre di vertigini.
  • Tempo di cammino: 13 ore e mezza (escludendo i tempi per la visita ai vari manufatti che in alcuni casi si discostano un poco dal sentiero).
  • Segnaletica: tabelle e segni in vernice bianco-rossi per buona parte del percorso (segnavia 419 tratto iniziale / finale; segnavia 1 “Alta via dell’Adamello” tratto centrale), ai quali si sovrappongono quelli bianco-gialli del sentiero “Monsignor G. Antonioli” (per un breve tratto, prima della salita a Cima Laione, rappresenta l’unica segnalazione disponibile); evidente sentiero militare nella salita a Cima Listino e nella successiva discesa al Passo della Monoccola; meno evidente sentiero militare che a tratti svanisce e ometti nella salita a Cima Laione; ometti e tracce di passaggio nella discesa da Cima Laione; evanescenti tracce di passaggio nella discesa dal Passo della Monoccola.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: a secondo da dove si sale negozi a Bagolino e Val Dorizzo o a Breno; in ogni caso il rifugio Tita Secchi al Lago della Vacca.
  • Rifornimenti idrici naturali: nessuno affidabile.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: rifugio Tita Secchi al Lago della Vacca; capanna Mattia al Passo della Monoccola (bivacco con 3 posti letto).
  • Fattibilità diurna del nudo (nella speranza che la normalizzazione sociale della nudità faccia presto diventare questa un’indicazione superflua): in linea di massima alta da quando si abbandona il sentiero per il Passo di Blumone per salire a Cima Laione a quando si rientra sul sentiero numero 1; nuovamente alta da quando si abbandona il numero 1 per salire al Monte Listino a quando lo si riprende dopo il Passo della Monoccola, con la sola criticità del passaggio da Capanna Mattia; media sul tratto di raccordo tra le due cime (sentiero numero 1 dalla cresta sud di Cima Laione alla cresta est del Monte Listino); nulla nella parte restante del percorso.

Profilo altimetrico e mappa

Salita continua anche se con vari tratti di respiro fino alla vetta di Cima Laione a cui segue una discesa con tratti di sconnessa ganda. Comode la risalita a Cima Listino e la successiva lunga discesa fino al Passo della Monoccola, da qui una breve e molto tecnica discesa prima su ripido pendio erboso e poi tra erbe e placche rocciose. Lunga risalita al Passo del Blumone che alterna tratti pianeggianti a brevi e ripidi strappi in salita, con momenti di respiro ed altri di meno rilassante equilibrio sui massi delle frequenti piccole gande. Ora, dopo un primo complesso (estesa ganda con massi piccoli e mobili) traverso, è tutta discesa (in parte tecnica e in parte di respiro) fino al Lago della Vacca; breve anche se ripida risalita al Passo della Vacca e poi comoda discesa.

GPSies - Monte Listino – Traversata Laione-Passo Monoccola

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

Dal parcheggio si segue in salita la strada asfaltata per poche decine di metri fino a incontrare sulla sinistra la strada sterrata che si inoltra nella conca della valle di Cadino. Seguendo detta strada, in lieve ma costante salita, si costeggia alla base il Monte Colombine per portarsi verso l’evidente ammasso calcareo della Corna Bianca alla cui base termina la strada e inizia il sentiero. Superato un tratto di finissima sabbia il sentiero si fa larga mulattiera recentemente sistemata e lastricata per renderne più agevole la percorrenza. Aggirando alti sulla destra il laghetto Moie si perviene ad una sella erbosa da dove si scende brevemente entrando in una verdissima conca erbosa cosparsa di mughi e fiori di varie specie. Attraversata, in diagonale da sinistra verso destra, la piccola conca si riprende a salire per portarsi alla conca dell’ormai svanito lago Nero che si aggira sulla destra alzandosi leggermente sotto le pendici occidentali delle Creste di Laione. Ignorando la deviazione a destra del vecchio sentiero (soprannominato dell’Emme per via della sua caratteristica forma che appare alla visione dalla sponda opposta) si prosegue, sempre in lieve salita, portandosi con ampio giro sull’opposto versante della conca dove, dopo un tornante a destra, s’incrocia la mulattiera che arriva dalla Bazena e che si segue verso destra pervenendo in breve al Passo della Vacca (2361m). Continuando a sinistra per la lastricata mulattiera aggiriamo dei dossi di erba e rocce e ci portiamo in vista del Lago della Vacca verso il quale scendiamo per poi tagliare a mezza costa verso destra e scendere al ponticello (ca. 2340m) che permette di attraversare il torrente Laione che si origina dalla diga del lago. Risalendo alcuni gradini sottostanti l’edificio dei guardiani della diga ci portiamo alla sua sommità e da qui possiamo salire a destra per raggiungere il vicinissimo rifugio Tita Secchi (2367m) oppure aggirare a sinistra il dosso roccioso e, per lastricato sentiero, procedere direttamente verso i pendii che adducono al Passo del Blumone.

Ruderi dell'ex rifugio del Blumone

Ruderi dell’ex rifugio del Blumone

Alzandoci gradualmente sopra il Lago della Vacca ci accostiamo alle pareti occidentali del Cornone di Blumone per seguirle parallelamente procedendo in direzione nord all’interno di un’immensa ganda. Dopo una decina di minuti iniziano i tornanti che ci fanno guadagnare quota accostandoci maggiormente alle pareti del detto monte. Alla nostra sinistra, nel mezzo del campo di ganda, si alza uno sperone roccioso, quando siamo all’altezza della sua sommità troviamo a sinistra l’inizio di un piccolo sentiero militare (tabella del sentiero Antionioli) che imbocchiamo e seguiamo portandoci sull’opposto versante della conca dove risaliamo con alcune svolte tra erbe, piccoli laghetti e placche rocciose mirando all’evidente crinale che scende a ovest dell’altrettanto evidente Cima Laione, sopra di noi a destra. Dopo l’ennesima svolta, mentre procediamo in direzione est perveniamo ai ruderi dell’ex rifugio già sede del comando di zona durante la Grande Guerra. Dopo l’opportuna visita a detti ruderi risaliamo la scalinata che lo affianca a est e riprendiamo il cammino in direzione ovest fino ad arrivare in vista dei ruderi di altra casermetta. Qui il sentiero segnato scende leggermente, noi, invece, prendiamo la traccia che porta ai ruderi che, ovviamente, andiamo a visitare. Ritorniamo sui nostri passi e, poco prima di ritornare sul sentiero Antonioli da poco abbandonato, prendiamo a sinistra un’evidente traccia di sentiero militare che sale in direzione della Cima Laione. A tratti tale sentiero scompare ma con l’aiuto di alcuni ometti velocemente ci avviciniamo al triangolo della cuspide sommitale, prima tenendoci alquanto discosti dal filo del crinale, poi risalendo ad esso (dove troviamo una breve trincea profondamente scavata nella roccia) e da qui tagliando a destra per raggiungere il crinale sud di Cima Laione per il quale, con alcuni tornanti su ripido terreno erboso, velocemente perveniamo alla vetta (2763m).

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Segni della Grande Guerra sotto Cima Laione

Manufatti della Grande Guerra salendo al Monte Listino

Manufatti della Grande Guerra salendo al Monte Listino

Ridiscendiamo per il sentiero di salita fino a quando questo si dirige seccamente verso ovest, qui lo abbandoniamo e per tracce (ometti) scendiamo seguendo senza via obbligata il largo crestone sud che ci porta verso il Cornone di Blumone. Continuiamo a scendere per il costone fino a incrociare una traccia che scende nella conca alla nostra sinistra (sentiero n° 1 “Alta Via dell’Adamello” con, alla data di redazione della presente relazione, tabella segnaletica e numerosissime segnalazioni in vernice, a prova di nebbia; ), per questa traccia, che nei tratti di ganda svanisce e ci si deve affidare solo ai segni in vernice (senza necessariamente seguirli fedelmente: ogni tanto portano a seguire un percorso non ottimale) perdiamo diversi metri di quota per poi iniziare un lungo traverso che, tenendosi nel pianoro a sinistra dello Scoglio di Laione, più o meno a metà distanza dalle pareti della Cima di Mare che ci sovrastano alla nostra sinistra, ci porta in direzione della cresta est dell’ora ben visibile Monte Listino alla quale perveniamo con breve risalita. Proprio appena prima del filo di cresta incrociamo la mulattiera militare che sale dal Passo del Termine (ben visibile sotto di noi a destra) e prosegue verso Cima Listino (alla nostra sinistra), la seguiamo verso sinistra abbassandoci, sul lato meridionale, sensibilmente rispetto al filo di cresta verso il quale dopo poco risaliamo con alcuni secchi tornanti tra resti della guerra (baracche con, al loro interno, tabelloni descrittivi a cura dal Parco dell’Adamello). Un ultimo diagonale verso ovest ci porta alla vetta dove troviamo i ruderi di una grossa baracca (2749m).

In vetta al Monte Listino

In vetta al Monte Listino

Inizio discesa dal Monte Listino

Inizio discesa dal Monte Listino

Sul lato occidentale della baracca prendiamo il sentiero che, attraversato un piano praticello, scende lungo il crinale settentrionale tenendosi sul suo lato est. Persa sensibilmente quota un piano e comodo sentiero ci riporta verso la cresta con attraversamento di un breve ed esposto tratto sul filo per poi pervenire ad altra meno problematica insellatura dove a destra è collocato un ricovero di sentinella e a sinistra una scalinata scende a una piazzola erbosa esposta su un ripido canalone che scende in Valle del Listino. Proseguiamo per il sentiero principale e perveniamo ad un ponte in legno che permette di superare agevolmente uno stretto ed espostissimo intaglio di cresta. Si procede ancora sul lato occidentale della cresta finché l’evidente traccia del sentiero militare ci porta a scavalcarla (Passo del Listino, 2635m) per scendere un poco sul lato occidentale e pervenire alla località Tresenda dove sotto di noi osserviamo i resti di un villaggio militare mentre a destra, a filo cresta, parte un camminamento incavato nel terreno che scende ad una larga radura erbosa dalla quale si domina l’intera Val di Leno, una lunga trincea chiude il lato a valle della radura. Ritornati sulla cresta andiamo a destra scendendo una ripida scalinata. Ad un bivio ancora a destra fino a una grotta ricovero dove la mulattiera termina e prosegue uno stretto ed esposto sentierino che ignoriamo ritornando invece sui nostri passi. Giunti al bivio sotto la scalinata prendiamo a destra scendendo ai ruderi di un villaggio militare (targhetta su un masso). Continuando a scendere verso sinistra arriviamo ai resti di una baracca, li aggiriamo a sinistra, scendiamo ancora un poco e poi riprendiamo a camminare in direzione nord. Costeggiando i salti rocciosi di cresta la bella traccia ci porta con alcuni sali e scendi ad altro villaggio militare dove, in alto a destra, vediamo la Capanna Mattia alla quale perveniamo per un comodo sentiero.

Villaggio militare in località Tresenda

Villaggio militare in località Tresenda

Capanna Mattia

Capanna Mattia

Dalla Capanna possiamo ritornare sul sentiero principale sia in modo diretto (sconsigliabile per tratto esposto con cordina metallica lenta e alla vista poco affidabile) sia ripercorrendo a ritroso il sentiero seguito in salita. Proseguendo verso nord in breve siamo al Passo della Monoccola (2594m) dove un profondo intaglio (probabilmente artificiale) nel filo di cresta permette di portarsi agevolmente sul lato orientale della cresta dove troviamo una nuova trincea che scende verso sinistra chiusa poco dopo da uno sbarramento. La seguiamo verso sinistra tenendoci sopra il suo muro a valle per poi scendere nella trincea appena passata la sua interruzione interna. Seguendo la parte terminale della trincea puntiamo ad una grotta ricovero e poco prima della stessa voltiamo a destra per scendere direttamente nel mezzo del ripido e scivoloso pendio erboso. Quando il pendio perde un poco di inclinazione conviene tagliare diagonalmente a destra per raggiungere e attraversare una stretta ganda per raggiungere un altro pendio erboso dove troviamo delle tracce di passaggio un poco più evidenti. Seguendo tali tracce con alcune svolte scendiamo ancora un poco per erba portandoci al limite superiore di una più estesa ganda (che è poi la continuazione di quella attraversata poco prima) nella quale individuiamo un esile sentiero che con un paio di tornanti si abbassa in direzione di più comode placche rocciose alternate a erbe. Senza via obbligata, scegliendoci il percorso che riteniamo più opportuno, ci abbassiamo nella conca fino ad incrociare la traccia del sentiero n° 1 (2330m ca; eventualmente si può tenere una direzione in diagonale verso destra in modo da spostarsi già nella direzione di ritorno, risparmiandosi un poco di strada). Seguendo a destra tale sentiero lungamente procediamo alternando tratti piani ad altri di ripida salita, erba e ganda, pervenendo alla cresta orientale del Monte Listino dove ci reimmettiamo nel percorso già fatto che seguiamo fino al costone meridionale di Cima Laione, dove procediamo ancora lungo il numero 1 per scendere al Passo di Blumone (quando le segnalazioni in vernice scendono un poco a sinistra sul lato della Val del Caffaro portando a seguire un tortuoso e talvolta poco camminabile percorso tra erbe e massi, stando a destra è possibile procedere per placche rocciose con un percorso meno tortuoso e più camminabile, godendosi, tra l’altro, anche un bel panorama).

Il ponte sospeso e il Passo del Listino dal sentiero numero 1

Il ponte sospeso e il Passo del Listino dal sentiero numero 1

Dal passo (2633m) prendiamo la ganda sotto la cresta nord del Cornone del Blumone e, tagliando a mezza costa in lieve salita, ci dirigiamo verso sud fino a ritrovare la più evidente e comoda traccia della vecchia mulattiera di guerra. Seguendola fedelmente ci riportiamo sul percorso di salita che seguiamo fino ad oltrepassare il ponte sotto la diga del Lago della Vacca. Qui invece di spostarci a destra sopra il lago, risaliamo dritti lungo le placche rocciose (sentierini e tracce di passaggio) finché, giunti al sommo del dosso da dove possiamo ben vedere il Passo delle Vacca e il relativo famoso masso che lo identifica, con discesa obliqua verso destra andiamo a recuperare la mulattiera principale e il percorso di salita per il quale rientriamo all’auto.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto di quella che è da considerarsi l’andatura ottimale per un escursionismo agevole e, nel contempo, sicuro, vedi spiegazioni dettagliate. In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Malga Cadino della Banca 0:00
Rifugio Tita Secchi al lago della Vacca 2:00
Ruderi vecchio rifugio 1:00
Cima Laione 0:40
Sentiero numero 1 0:30
Cresta est del Listino 1:30
Monte Listino 1:00
Passo Listino 0:20
Passo della Monoccola 1:10
Sentiero numero 1 0:20
Passo del Blumone 2:30
Rifugio Tita Secchi al lago della Vacca 1:00
Malga Cadino della Banca 1:30
TEMPO TOTALE 13:30
Nel blu elettrico della notte la luna tramonta dietro il Monte Frerone, in primo piano il Lago della Vacca

Nel blu elettrico della notte la luna tramonta dietro il Monte Frerone, in primo piano il Lago della Vacca

#TappaUnica3V un conto rimasto in sospeso


Ruga, ruga molto e profondamente, ruga l’aver rinunciato a parte delle varianti per esperti, ma soprattutto rugano quei venti chilometri non percorsi. Tanta preparazione, tanto studio, tanto cammino, tanta fatica e tanto sudore non sono stati sufficienti, qualcosa è comunque mancato, qualcosa è andato storto, qualche imprevisto (il caldo torrido ancor prima dell’orario indicato dalle previsioni meteo e un’inattesa fredda ventosa notte di dense nuvole basse) di troppo. Ruga!

Ma ho imparato tante cose, anche durante il giro finale ho potuto verificare e reinquadrare scelte fatte e decisioni prese, apprendimenti che mi rendono ancor più voglioso di rimettermi in cammino per una nuova TappaUnica3V, per un viaggio che mi ha invaso la mente e che prepotentemente si ripropone attraverso i miei sogni e i miei pensieri. Immagini che si ripercuotono notte e giorno, suoni e sensazioni che rivivo ogni secondo, emozioni che sento ancora vivissime in me.

Ruga, ruga, e allora…

Allora eccolo qui il nuovo bellissimo viaggio, la nuova TappaUnica3V 2017, simile a quella di quest’anno, solo con qualche piccola modifica.

  1. Dando più spazio ai rifornimenti e mettendo in conto qualche imprevisto, le ore passano da quaranta a quarantotto.
  2. Quarantotto è solo un limite massimo: quaranta ore rimane comunque l’obiettivo che intendo perseguire.
  3. Invece di due giorni infrasettimanali saranno due del fine settimana onde facilitare la formazione di uno staff logistico più numeroso.
  4. L’arrivo a Brescia è posticipato alle 20 come orario limite, pertanto la partenza viene anticipata alle 20 della sera (del venerdì). Alle 20.30 sarà in ogni caso realizzata una semplice festa di arrivo con aperitivo e brindisi.
  5. Il periodo di svolgimento è stato leggermente anticipato ai primi di luglio, nella speranza di trovare giornate meno torride e notti meno umide.
  6. Partenza da Piazza Loggia.
  7. Per il primo (da Piazza Loggia alla vetta della Maddalena) e l’ultimo (dal Santuario della Stella a Urago Mella) tratto si organizzerà un gruppo di accompagnamento a libera partecipazione.
  8. Ci saranno anche delle modifiche nell’equipaggiamento, soprattutto zaino, e nell’alimentazione, ma di questo parlerò in altre occasioni.

TappaUnica3V 2017 la logica continuazione di un grandioso viaggio.

P.S.

Nella locandina di quest’anno noterete una sensibile riduzione di chilometraggio e dislivello, l’ho fatto per allinearmi a quanto riportato da altri eventi similari (trail) e ho preso per buone le indicazioni date da GPSies.

#TappaUnica3V diventa un servizio


Atto Primo

IMG_8573Durante i miei ripetuti passaggi sul sentiero 3V ho potuto constatare lo stato di abbandono di una, seppur piccola, parte del percorso e degli accessi laterali allo stesso. Altri tratti sono in uno stato di migliore conservazione ma pur sempre sotto il livello minimo considerabile come accettabile per un itinerario dove chi transita, visto l’impegno fisico e psichico che sta affrontando, deve potersi permettere di non pensare all’individuazione del percorso e deve evitarsi litigate con rovi, cespugli di vario genere, erbe alte, buchi nascosti. Da primo ideatore del percorso, da figlio di chi presa la mia idea si diede molto da fare per farla diventare primo progetto e poi realtà, in memoria di mio padre che morì sul sentiero in occasione del suo giro inaugurale sono ovviamente infastidito dall’aver rilevato quanto sopra detto e, pertanto, pur riconoscendo ai vari gruppi l’importante lavoro ad oggi svolto e che continueranno a svolgere, d’altra parte conoscendo anche le tante difficoltà a cui essi vanno incontro per assolvere a tale incombenza, senza nulla togliere a loro ma piuttosto aggiungendo un’altra opportunità per il sentiero, ho deciso di occuparmene in prima persona.

Atto Secondo

IMG_8258Mentre percorrevo gli ultimi chilometri del mio TappaUnica3V sono stato improvvisamente mentalmente sommerso da un’idea: questa mia esperienza e tutte le conoscenze che dalla stessa ho ricavato devono avere un seguito “perpetuo” e, pertanto, vanno messe a disposizione di chiunque voglia percorrere il sentiero 3V, con qualsiasi formula (svago, esperienza personale, competizione) e in qualsiasi tempo (molte tappe, poche tappe, tappa unica; comoda o avventurosa; per svago o agonistica).

Atto Terzo

IMG_9469Prendere la decisione di cui all’atto secondo, fonderla con quella del primo atto e volgere il tutto in forma professionale onde poter superare le difficoltà anzidette (con riferimento al primo atto): costi (non guadagnandoci nulla alla fine gli interventi vengono fatti solo in quelle poche occasioni che si riesce ad ottenere dei finanziamenti o dalle poche associazioni realmente numerose e/o finanziariamente robuste), reperimento del personale (facendolo in forma volontaria e gratuita le persone sono poco motivate a togliere giornate alle loro escursioni), efficacia del lavoro, specie di quello inerente la segnalazione troppo spesso effettuata con metodi empirici e da persone prive di adeguata formazione (la segnaletica può a volte costare la vita o comunque mettere in seria difficoltà le persone, pertanto deve essere sempre fatta con tutti i sacri crismi, cosa che, come detto, ho personalmente appurato ad oggi mancare).

Conclusione

Locandina TappaUnica3V_600Ancora non so come esattamente si formulerà la cosa dal punto di vista giuridico-fiscale, ma posso dire con assoluta certezza che TappaUnica3V informalmente è già diventato un servizio, che per comodità per ora possiamo chiamare agenzia (che è poi la formulazione giuridico-fiscale più probabile), e al più presto possibile lo diventerà anche formalmente.

Di cosa si occuperà l’agenzia TappaUnica3V?

Sommariamente dovreste averlo già compreso ma voglio essere più dettagliato.

Primo Obiettivo

Manutenere il sentiero 3V e gli accessi laterali degli anelli parziali (per ora bassissimo, basso, medio, alto, altissimo) al fine di consentirne una percorrenza tranquilla e pulita, pur mantenendo il sentiero in una condizione di naturalezza: gli eventuali lavori di segnalazione e pulizia saranno attuati al minimo indispensabile senza snaturare l’ambiente e il sentiero, anzi, mantenendo inalterate le caratteristiche ambientali e le difficoltà tecniche.

Secondo Obiettivo

Occuparsi dell’organizzazione logistica per conto di chi, a piedi, voglia fare completamente o parzialmente il sentiero 3V: vuoi fare il giro o una parte del giro, TappaUnica3V ti mette informa a dovere sul percorso, ti formula la tabella di viaggio, ti predispone i punti d’appoggio o i campi intermedi, ti, se lo desideri, trova l’accompagnatore professionista, ti assiste in tutti quegli altri elementi insieme concordati (rifornimenti alimentari, rifornimenti idrici, esplorazioni preliminari, eccetera); vuoi organizzare una manifestazione o una competizione sul tracciato del sentiero 3V ma non lo conosci, TappaUnica3V lo farà per te o insieme a te.

Terzo Obiettivo

Valorizzare il sentiero 3V: TappaUnica3V si attiverà per fare ampia pubblicità al percorso e farlo conoscere al maggior numero possibile di persone, sia in forma indiretta (post sui social network, articoli, eccetera) che diretta (organizzazione di escursioni sul percorso).

TappaUnica3V, viaggia serenamente sul sentiero 3V “Silvano Cinelli”!

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Leggi la storia completa di TappaUnica3V e seguine la prosecuzione!

#TappaUnica3V, l’ottimo staff logistico


Un ruolo fondamentale è stato svolto dalle persone che mi hanno assistito durante gli allenamenti e il giro completo di TappaUnica3V: il mio staff logistico. Vado a presentarvi queste persone in ordine rigorosamente alfabetico (in relazione al cognome), ognuno di loro mi ha dato tantissimo, innanzitutto sul piano tecnico specifico del loro settore professionale, poi anche sul piano umano; vedere nei loro occhi la gioia per il sostanzialmente buon esito del cammino è stato il più grande dono che potessi mai ricevere, un dono che ha saputo cancellare i venti chilometri non fatti, un dono che mi ha ricompensato della fatica e del dolore (tanti dolori, anche indipendenti dal cammino stesso) sopportati. Grazie staff, veramente grazie di cuore.

Staff

Dietro da sinistra: Fabio, Ivano e Francesca. Davanti a quest’ultima c’è Carla. In prima fila seduti: Alberto e Maria, la mia mamma. L’ultimo della fila sono io con un’espressione sconvolta dovuta non alla fatica ma al caldo.

Donata Bini – Consulente sanitario farmacologico

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(Foto Carla Cinelli)

Direttrice della Farmacia Comunale di Iseo (BS) ci siamo conosciuti ancora lo scorso anno attraverso mia sorella. Quando è venuta a sapere del mio progetto si è subito attivata per darmi alcuni suggerimenti in merito agli integratori energetici (NamedSport), alla bevanda per il recupero dei minerali persi (NamedSport HydraFit) e alle creme solari (ISDIN). Quasi tutti i prodotti da lei suggeritemi sono alla fine entrati a far parte del mio equipaggiamento, sono rimasti esclusi solo gli integratori energetici in quanto quelli da me individuati e testati (Enervit) mi davano i risultati attesi. Di più è anche riuscita a farmi avere due confezioni di un innovativo e funzionale gel solare ideato apposta per gli sportivi (ISDIN Fusion Gel SPF 50+ di cui prossimamente farò, come per ogni altro prodotto testato, una specifica recensione). Nei giorni precedenti la partenza, quando mi sono improvvisamente saltati fuori i dolori alle costole e alla schiena, il suo consiglio farmacologico è stato psicologicamente importante, anche se fisiologicamente poco risolutivo.

Ivano Catini – Fisioterapista

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(Foto Carla Cinelli)

Marito di mia sorella Carla per cui ci conosciamo e frequentiamo da lunga data. Persona affabile, sempre disponibile e simpatica, mi è stato foriero di molti consigli che ho tutti presi in debita considerazione, alla fine molti li ho ignorati ma non perché li ritenessi poco o nulla validi, piuttosto perché cozzavano con l’impronta che volevo dare al mio viaggio: un’esplorazione nel mondo del cammino e della fatica, un’avventura vera, ovvero non quelle preconfezionate avventure che tanto vanno di moda oggi (parchi avventura in primis) dove il tutto si fonda sul brivido incatenandolo all’interno di mille certezze, ma un viaggio dove le certezze fossero solo quelle minime indispensabili e possibilmente create da me stesso. Ho comunque apprezzato tantissimo il suo interessamento, per altro è stato il primo a rendersi pienamente disponibile per il supporto logistico, ancor prima di verificare le date scelte e rendersi conto che si trattava di giorni feriali, alla fine non essendo riuscito ad avere le necessarie ferie si è sobbarcato una notte di vagabondaggio fra i monti andando poi al lavoro senza aver quasi dormito. Altro suo importante intervento è stato nei giorni immediatamente precedenti la partenza del giro finale, quando all’improvviso mi sono comparsi dei forti dolori ai muscoli della schiena: i suoi massaggi non li hanno fatti svanire del tutto (cosa evidentemente impossibile senza un’accurata visita medica), ma ne hanno comunque ridotto notevolmente l’intensità e l’estensione. Anche al Maniva, sebbene a quel punto i muscoli si fossero ormai tanto adattati al lavoro da non risentirne apparentemente più, ho apprezzato i suoi massaggi, ammesso che effettivamente poco effetto abbiano sortito sui muscoli, molto l’hanno avuto a livello generale aiutandomi tantissimo nel recuperare quel rilassamento mentale assolutamente necessario per affrontare la restate parte del giro. Infine la sua opera è stata preziosissima a Zoadello dove le ginocchia ormai erano all’estremo della loro resistenza, purtroppo i suoi massaggi sono rimasti senza seguito visto che avevo deciso di fermarmi, ma probabilmente sono risultati comunque importanti per far sì che già il giorno dopo non sentissi più alcun dolore alle ginocchia.

Carla Cinelli – Fotografa, coordinatrice del supporto logistico e sua primaria operatrice

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(Foto Fabio Corradini)

Mia sorella, quella più giovane. Fotografa professionista si dedica con passione e successo all’insegnamento di questa meravigliosa arte. Ovviamente come prima cosa lei si è occupata di gestire il servizio fotografico, coordinando il lavoro dei vari fotografi e occupandosi della postproduzione, di cui ancora non ho visto gli esiti ma sono certo saranno eccezionali. Oltre a questo vista l’assenza di persone disponibili al supporto logistico ne è stata anche la principale operatrice compiendo un lavoro superbo, sia a livello di marketing verso le varie strutture che avevo selezionato come punto di rifornimento (specie con quelle che non ero riuscito a contattare prima), sia a livello organizzativo (si è sempre fatta trovare pronta e puntuale, con tutto il materiale ben predisposto), che, infine, a quello tecnico imparando velocemente i giusti dosaggi della bevanda di reintegro salino e comprendendo al volo tutte le mie esigenze che si manifestavano di volta in volta, come, ad esempio, quando con scarpe e piedi pieni di terra mi sono dovuto adeguatamente ripulire e lei si è presa cura delle mie scarpe rimettendole velocemente in piena funzionalità.

Maria Cinelli – iPhonographer

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(Foto Carla Cinelli)

Mia, nostra, madre. Con un’età biologica, a detta di un medico che la recentemente visitata, nettamente inferiore a quella anagrafica, nonostante i vari acciacchi che comunque l’età gli comporta, ha voluto essere presente nella mia prima giornata di cammino. Già al primo rifornimento si è adoperata per distrarmi dai cattivi pensieri (la fatica indotta dal caldo e un primo accumularsi di ritardo mi avevano indotto a pensare per un attimo ad una possibile interruzione) e massaggiarmi i muscoli delle gambe resi duri anzitempo. La sua presenza è stata importante anche in Vaghezza, punto che doveva essere solo un incontro ai fini fotografici e invece è risultato fondamentale anche per gli aspetti tecnici e umani: ci sono arrivato in preda a forti dolori alle costole e alla schiena, quindi demotivavano alla prosecuzione, i suoi massaggi e i suoi incoraggiamenti, come già successo al primo rifornimento, mi hanno permesso di proseguire. Si è anche occupata di scattare fotografie che, grazie al mezzo tecnico con cui venivano prodotte (un iPhone), potessero essere subito inviate in rete per dare informazione e soddisfazione alle tante persone che stavano seguendomi attraverso i potenti mezzi del web.

Fabio Corradini – Fotografo e operatore del supporto logistico

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(Foto Carla Cinelli)

Già ai primi vagiti di TappaUnica3V si era ripromesso di parteciparvi come fotografo, poi non l’avevo più sentito. Pochi giorni prima della partenza mi ha chiamato per dirmi che, avendo letto su questo blog dell’assenza di persone disponibili a farmi da logistica, aveva chiesto un giorno di ferie. La sua presenza è stata soprattutto fotografica, ma sull’Ario mi è stato anche di sostegno in un momento di crisi profonda: con lo stomaco inchiodato (non è ancora chiaro se da un problema digestivo collegato ai tanti, probabilmente troppi, integratori energetici assorbiti, o se per mancanza di apporti proteici, insomma, per fame) respiravo molto male ed ero costretto a fermarmi ogni pochi passi. La sua palpabile preoccupazione (tutto sommato il peso allo stomaco è anche uno dei sintomi di un imminente infarto) e il suo rendersi disponibile ad accompagnarmi fino al Maniva sono stati la chiave di volta per il superamento della crisi.

Marco Febbrari – Regia, ripresa e montaggio video

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(Foto Carla Cinelli)

L’ho visto per poco ma ci siamo fatti insieme una bella camminata notturna dal Passo delle Portole al Giogo del Maniva durante la quale abbiamo chiacchierato di tante cose inerenti o meno il mio cammino, una chiacchierata che mi ha dato un poco di distrazione, spezzando la monotonia del viaggio solitario, una monotonia a cui sono abituato, ma che in quel momento specifico, quando, a fronte della crisi appena superata, volendo tentare un improbo recupero sui tempi di marcia, mi ero fatto ad altissima velocità un lunghissimo tratto di sentiero uniforme e sostanzialmente tedioso, ottenendone più che altro lo stress di non arrivare comunque mai alla fine. Si occuperà di produrre un filmato video del mio viaggio, un duro e complesso lavoro visto che dovrà operare quasi esclusivamente attraverso il montaggio di fotografie.

Francesca Odracci – Preparatrice atletica

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(Foto Carla Cinelli)

La mia prima nipotina, splendida ragazza ormai cresciuta e sposata. La sua formazione e il suo lavoro sono proprio nell’ambito della preparazione atletica e così non poteva che essere lei a seguirmi sotto tale aspetto. Purtroppo, visto che io non osavo disturbarla in tal senso, la sua presenza, evocata da mio cognato e mia sorella, è arrivata un poco tardi e questo ha condizionato notevolmente il proseguito delle cose: organizzato un nostro incontro presso la palestra in cui lavora, mi ha preparato un perfetto e preciso programma di allenamento atletico teso a prevenire i vari problemi che un cammino del genere (e i relativi allenamenti) poteva creare. Nel primo mese sono stato anch’io preciso e attento impegnandomi con costanza nelle sedute di allenamento, purtroppo vuoi gli impegni di lavoro che, negli ultimi mesi, mi  hanno costretto a rallentare anche gli allenamenti sul terreno, vuoi la mia antipatia verso la ginnastica, specie se fatta in solitaria, vuoi dolori che dopo le prime sedute sono apparsi ai muscoli dorsali del lato destro, vuoi la mancata apparenza di risultati immediati e palpabili, alla fine prima ho drasticamente ridotto il numero di sedute, poi, nonostante lei abbia prontamente risposto alla mia richiesta di spezzare in due il programma, le ho sospese senza più riprenderle.

Alberto Quaresmini – Fotografo e operatore del supporto logistico

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(Foto Carla Cinelli)

Fino a pochi giorni dalla mia partenza manco lo conoscevo, è stato coinvolto nella cosa dalla compagna, mia collega di lavoro (Claudia Zanetti, che ringrazio enormemente), a sua volta interpellata da altra collega (Manuela Valetti che devo per questo pure ringraziare: pur desiderandolo, per motivi di lavoro non ha potuto fare parte dello staff) che aveva letto l’articolo in cui lamentavo l’assenza di persone disponibili a darmi supporto logistico. Subito si è reso disponibile per il secondo giorno del mio cammino ed è stato la chiave risolutiva per il rifornimento al Colle di San Zeno dove mia sorella mai sarebbe arrivata dovendo guidare lei: la strada molto stretta, tortuosa e lunga, con tratti esposti ed un tornante ripidissimo oltre che particolarmente chiuso, sarebbe stato un ostacolo insormontabile. Me lo sono a mia saputa ritrovato davanti anche al primo rifornimento, dove era giunto per fare conoscenza con mia sorella e poter meglio concordare l’organizzazione del secondo giorno. Atteggiamento assai apprezzato e molto utile.

Dopo avervi parlato delle persone che hanno composto il mio staff logistico mi restano solo i dovuti ringraziamenti.

Grazie Marco per il lavoro video che sta facendo, ma grazie anche per la piacevole compagnia durante il trasferimento dal Passo delle Portole al Giogo del Maniva.

Grazie Donata per i preziosi consigli farmacologici.

Grazie Francesca, non sono stato un buon discepolo ma i tuoi suggerimenti ginnici sono stati comunque importanti e mi torneranno ancora molto utili, con la promessa d’essere in futuro più ligio nel seguirli.

Grazie Alberto che senza conoscermi ti sei messo a disposizione per assistermi, senza di te il rifornimento del Colle di San Zeno sarebbe stato molto problematico.

Grazie Fabio, ti ho fatto preoccupare nella salita all’Ario e la tua preoccupazione è stata un gesto bellissimo che mai dimenticherò.

Grazie Ivano, la tua presenza è stata preziosissima.

Grazie Carla, sei stata grandiosa.

Grazie mamma, anche tu sei stata una fonte di forza e coraggio.

Grazie, grazie a tutti voi, grazie!

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#TappaUnica3V perchè mi sono fermato


Parto dal fondo in questa mia disanima della parte terminale, che terminale non è, di questo mio lungo e bellissimo viaggio, parto dal fondo perché ho deciso di seguire la logica dell’ispirazione piuttosto che quella della cronologia storica, perché in questi giorni mi è stato più volte chiesto il motivo per il quale ho deciso di fermarmi prima, perché così mi viene da fare.

Arrivo a Zoadello

Arrivo a Zoadello, interruzione del cammino

Mi è costato molto interrompere il cammino prima del suo termine naturale, ci ho pensato a lungo, tanto a lungo quanto lungo è stato il periodo durante il quale ho camminato con le ginocchia costantemente doloranti. I primi sintomi si sono fatti sentire già nella discesa verso malga Rosello di Sopra, poi si sono ripresentati scendendo dalla Colma di Marucolo al Colle di San Zeno, ma erano lievi e brevi fitte occasionali e, arrivato al rifugio Piardi, una bella impomatata di arnica gel li aveva fatti svanire completamente per tutta la traversata del Guglielmo e la successiva traslazione alla Forcella di Sale. Qui devo imboccare la stradina cementata della variante bassa, trattasi di una lunga discesa quasi costantemente su cemento e in fortissima pendenza, già dai primi metri si ripresentano i dolori alle ginocchia, secchi e violenti, ben più forti di prima mi costringono a camminare con attenzione inducendo un sensibile rallentamento del passo. Arrivato al punto di minima quota riprendo a salire verso la trattoria Pastina e i dolori scompaiono nuovamente, per ricomparire sui tratti più ripidi (alcuni veramente ripidi, al limite del ribaltamento) della salita che da Pastina porta alla Croce di Pezzolo, si ora si fanno sentire anche in salita e, per quanto siano occasionali, la cosa si fa pertanto preoccupante. Ancora, però, non ci penso nemmeno a un’interruzione anzitempo della marcia.

Supero la vetta del Rodondone e inizio a calare verso Santa Maria del Giogo, qui il terreno per quanto semplice rende il cammino molto complesso, la costante presenza di sassi e spuntoni richiede un costante controllo sull’appoggio dei piedi, non puoi mai rilassarti, non puoi lasciar mulinare le gambe in autonomia, devi tenerle a freno, valutare bene ogni singolo appoggio. Questo lavorio mentale rende stressante il tratto e lo stress mentale si somma a quello fisico determinando, specie nel camminatore solitario, una maggiore attenzione ai più piccoli dolori: i tanti appoggi precari mi costano uguali fitte di dolore, ogni pur breve discesa mi diventa un calvario. Iniziano anche gli inciampi, quei tanto temuti inciampi che fino ad ora ero riuscito ad evitare, e ad ogni inciampo i dolori si fanno più intensi e prolungati, per evitarli rallento il passo e recupero la concentrazione, ma non basta, quando, superata la salita che porta verso la Punta dell’Orto, riprendo la discesa ecco ancora i dolori, sempre più presenti, sempre più forti, sempre più demotivanti.

Non voglio, non voglio fermarmi, poi guardo l’ora e faccio un piccolo calcolo mentale: per poter continuare dovrei sostare a Zoadello almeno un’ora nella speranza di poter dare sufficiente rinfranco alle ginocchia, a quel punto vorrebbe dire arrivare a Brescia non prima di mezzanotte, più probabilmente, verso l’una, cinque o sei ore di ritardo sul previsto, che farebbero le persone che a Brescia alle diciannove saranno ad aspettarmi? Qualcuno forse, avvisato del mio ritardo, potrebbe rimandare la sua presenza, altri deciderebbero di non venire facendo mancare quel momento di festa che solo potrebbe dare il giusto risalto, il meritato momento di gloria al mio staff, le persone che con tanto sacrificio si sono ottimamente adoperate per assistermi ai punti di rifornimento e anche in altro paio di passaggi. No, non mi va, io tutto sommato sono più che soddisfatto della mia prestazione, è giusto dare anche a loro possibilità di godere di un momento di festa, momento di festa che la notte profonda renderebbe impossibile. Deciso: mi fermo a Zoadello, però… però mi faccio portare in auto ai Campiani e l’ultima discesa la faccio comunque sulle mie gambe, l’arrivo a Brescia deve assolutamente essere fatto camminando.

Deciso, organizzato e fatto, con me mio cognato Ivano, lui mi cura perfettamente le ginocchia doloranti, lui mi porta in auto fino ai Campiani, lui mi affianca in questo ultimo tratto di cammino. Arriviamo alla base del Monte Picastello lungo il sentiero incontriamo mia moglie che stava venendomi incontro, poco dopo ecco anche l’amico Pier, seguono altri amici, infine alcuni parenti. Siamo alla targa dell’originale punto di arrivo, le foto di rito e poi ci portiamo nella piazzetta dove logica vuole la fine vera. Baci e abbracci, congratulazioni, chiacchiere, ringraziamenti allo staff, commenti dello staff, bottiglia di spumante, brindisi, bellissimo momento che dona al mio staff il suo meritatissimo momento di “gloria”, momento che la mia decisione ha permesso loro di vivere e la loro gioia è stata per me dono migliore del chiudere anche gli ultimi venti chilometri che, tutto sommato, venti su centosessanta è pur sempre una piccolissima mancanza (ma… rimedieremo, mi è troppo piaciuto, voglio rifarlo e.. chiuderlo eheheh).

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#TappaUnica3V grandiosa esperienza


Arrivo

Arrivo

Mesi e mesi di preparazione e lunga trepidante attesa poi un lampo e ti ritrovi tutto alle spalle, restano solo i ricordi, vivide immagini stampate nella mente e fortissime sensazioni impresse nel cuore, le tante possibili considerazioni tecniche, il tracciato del GPS, le gioie e le delusioni, i ringraziamenti. Tante, tante cose, forte senti il desiderio di riviverle nel racconto, di farle vivere nelle descrizioni, di condividerle nelle parole e nelle immagini, ma sono troppe, sono un mare in burrasca, una infinita sequenza di onde emotive che ti travolgono, devi anche fare ordine, dare loro una sequenza. Da dove partire? Come fare? Un unico lungo racconto o piuttosto tanti più piccoli? Seguire la logica o il desiderio, l’istinto? Mescolare gli aspetti emotivi con quelli tecnici o mantenere nettamente separate le due cose? Chi ringraziare? Come ringraziare? Dieci, cento, mille domande, questioni da valutare, analizzare, risolvere, un viaggio che ancora non è finito, anzi, quello che si palesava come il traguardo invero si dimostra solo un intermedio passaggio. Bello, bellissimo questo protrarsi del lungo cammino, cammino del fisico, cammino della mente e del cuore, cammino dell’amicizia e del sostegno.

Sono state quaranta ore intense e speciali, ore di solitudine ma anche di compagnia e fratellanza, ore d’immersione nella montagna, ore di contatto con la natura, ore di semplicità ma anche complessità, ore di decisioni a volte facile altre difficili, ore di caldo e di freddo, ore di luce e di buio, ore di crisi e di recupero, ore di vestito e di nudo, ore che mi hanno, incredibilmente, rinforzato quel piacere del lungo cammino già assaporato durante gli allenamenti. Mai avevo camminato in continuo per più di dodici ore, mai ero rimasto in attività per più di venti ore, eppure il mio spirito brillantemente si è adattato a questa nuova condizione, il mio corpo ottimamente ha superato la sconosciuta fatica, la mia mente ha dato pieno supporto per ogni singolo secondo di questo bellissimo viaggio ed ora, a due soli giorni dal suo termine, ho già recuperato e già sento in me il forte desiderio di ripeterlo.

TappaUnica3V, grande, grandiosa esperienza, certo non alla portata di tutti, eppure non impossibile per chiunque, magari non da soli, magari con qualche ora di più, magari con soste leggermente più numerose e o lunghe, lo suggerisco, lo consiglio, di più, sono a disposizione di chiunque intenda provarci, sia per dare informazioni che per dare assistenza logistica o per fare da compagno di viaggio: ormai diviene arduo fermarsi, voglio fortissimamente voglio continuare sulla strada del lungo cammino, troppo bello, troppo affascinante, troppo intenso, troppo.. troppo tutto per essere qui interrotto!

Staff

La squadra quasi al completo: Fabio, Ivano, Francesca, Carla, Alberto, Maria, Emanuele (stremato dal caldo più che dalla fatica). Assenti: Donata e Marco. In un prossimo articolo parlerò più specificatamente di loro e del loro importantissimo contributo

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#TappaUnica3V breve resoconto


Locandina TappaUnica3V_600Eccomi qua quasi come nuovo, anzi, a dire il vero sto meglio di come stavo alla partenza visto che sono scomparsi i vari dolori che mi hanno accompagnato per tutto il giro.

Purtroppo mi sono dovuto fermare a 25km dall’arrivo (senza rinunciare a farmi l’ultima discesa e arrivare a Brescia camminando sulle mie gambe): il dolore alle ginocchia, iniziato a 40km dall’arrivo, si stava facendo costante anche sulle discese più semplici e l’orario prevedibile di arrivo (in parte per mio ritardo di cammino in parte per la nebbia fittissima che, fruendo dell’auto dell’assistenza presente in zona per farmi delle foto, mi ha tenuto bloccato al Dasdana per ben due ore e passa) s’era allungato alle prime ore di oggi. In ogni caso un’esperienza davvero incredibile e che racconterò presto attraverso questo blog e in seguito con un libricino.

Eccezionale lo staff che mi ha assistito, in particolare mia sorella che ha fatto mille cose in maniera veramente perfetta, senza di loro sarebbe stato tutto molto ma molto più complicato. Carla, Ivano, Maria, Fabio e Alberto siete stati veramente grandiosi. Grazie!

Incredibili anche i gestori delle strutture presso le quali ho fatto i rifornimenti, tutti ci hanno gratuitamente concesso lo anche più spazio di quello che chiedevo e all’Hotel Dosso Alto di Rosa ed Ettore, rimasti in piedi fino alla mia ripartenza, mi hanno pure offerto il vino e due enormi fette di torta. Grazieeeee!

Grazie a tutti per il sostegno, lo sentivo anche mentre camminavo, è stato particolarmente bello (e prezioso) trovare al Rodondone due cartelloni di un fan che mi incitavano. Grazie!

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Sentiero 3V “Silvano Cinelli” prima tappa da Brescia a Conche (BS)


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È la prima tappa per cui  abbiamo a disposizione il pieno delle nostre energie e forze, stiamo comunque attenti a non prenderla troppo alla leggera, data la sua conformazione altimetrica e la presenza, sia in salita che in discesa, di numerosi tratti assai ripidi è sicuramente una delle tappe più faticose, se non la più faticosa in assoluto. In alcuni punti, inoltre, si devono affrontare tratti resi infidi da scivolose rocce o da pericolosi, per caviglie e ginocchia, spuntoni. Un’ottimale gestione di questa prima tappa sarà di fondamentale importanza per il prosieguo del giro, specie considerando che anche la seconda tappa sarà analogamente impegnativa sia sul piano fisiologico (resistenza generale e fiato) che su quello atletico (equilibrio, agilità generale, flessibilità delle gambe e forza di quadricipiti e polpacci). Le basse quote se da un lato consentiranno la migliore ossigenazione muscolare, dall’altro, specie nei periodi più caldi e secchi, stresseranno il nostro organismo con una intensa sudorazione e insolazione, solo in minima parte compensate dall’estesa copertura boschiva e dalla presenza di diversi punti per il rifornimento idrico.

Molti i punti di interesse storico e/o culturale (vedi apposito paragrafo più avanti) e conviene approfittarne per inserire un discreto numero di soste intermedie che permetteranno al nostro organismo di adattarsi con migliore progressione allo sforzo del giro e di risparmiarsi in vista dei restanti giorni di cammino. Analogamente sfrutteremo i punti panoramici, sono pochi e presenti solo nella prima metà del percorso ma sempre piuttosto ampi in particolare verso sud (Pianura Padana e, dietro a questa, gli Appennini), est (colline di Rezzato e Botticino, Monti di Serle, Pizzoccolo, Lago di Garda e Monte Baldo) e ovest (Guglielmo, Presolana, altri monti della bergamasca, l’isolata collina morenica del Mont’Orfano e, più in lontananza, il Monte Rosa).

Flora e fauna

IMG_8880A seconda della stagione si possono osservare diverse essenze floreali, alcune molto comuni e diffuse (dente di leone, dente di cane, stella di Natale, pervinca, primula, malva) altre a distribuzione meno ampia (peonia, giglio rosso, giglio martagone, alcune orchidacee). Per quanto riguarda i boschi della Maddalena sul lato che sovrasta la città, questi sono oggi (2016) ancora assai alterati (e provati) da diversi (presunti) interventi di riforestazione tesi ad eliminare o quantomeno contenere l’infestante presenza della robinia a favore di un riequilibrio delle essenze autoctone (invero comunque presenti e casomai distrutte proprio da tali interventi di riforestazione). Detto questo, nei miei recenti diversi passaggi in zona ho osservato la presenza più o meno naturale e distribuita di castagni, querce, sambuco, rovi e robinia, più vari altri alberi che non sono in grado di riconoscere.

Se un tempo (che risale ai miei ricordi d’infanzia e adolescenza quando con mio padre o da solo andavo a funghi proprio in Maddalena, o degli anni immediatamente successivi quando mi ero appassionato di micologia e la Maddalena, per la sua vicinanza al mio luogo di residenza, costituiva il mio principale terreno di ricerca e studio) proprio in alcuni dei punti attraversati o lambiti dal sentiero 3V erano alcune delle poste a ottima e pregiata produzione fungina (Boletus Edulis, Armillariella Mellea e Amanita Cesarea) ed era piuttosto diffusa la presenza dei vari tipi di russule (Virescens, Cyanoxantha, Amoidea, Emetica), di alcuni lattari, qualche cortinario e vari altri funghi tra i quali l’estetica Amanita Muscaria e la mortale Amanita Phalloides. Oggi la situazione è molto cambiata e, per l’escursionista che percorre il 3V, resta probabile l’incontro solo con alcune specie fungine non commestibili o a scarso valore alimentare.

Riguardo alla fauna oltre a diverse specie d’uccelli, in gran parte più facili da sentire che da vedere, potreste avere l’occasione d’incontrare l’inconfondibile salamandra pezzata, lo scoiattolo (il nero americano, purtroppo, che essendo in competizione ambientale e alimentare con il più riservato e tranquillo rosso europeo si è estesamente diffuso a discapito di quest’ultimo) e la lepre. Per esperienza personale posso anche affermare con assoluta certezza la presenza di cinghiali, incontrarli di giorno è però tutt’altro che facile, vederli ancora meno, mentre al crepuscolo le possibilità salgono sensibilmente.

Fonti: osservazioni personali.

Cenni storico culturali

IMG_8743Luogo di partenza è Brescia, la citta delle Dieci Giornate (1849), epica rivolta grazie alla quale la città si guadagnò il soprannome di Leonessa d’Italia. In quei giorni teatro di rilevanza fu il Castello, possente fortezza posto su un’altura allora al margine orientale del nucleo abitativo, il Colle Cidneo, e che domina la partenza e la prima ora di cammino del sentiero 3V.

I Medaglioni è un piccolo nucleo abitativo che si attraversa dopo circa quarantacinque minuti, ancora popolato vi si possono ammirare l’edifico che era la vecchia scuola e quello della chiesetta.

La Maddalena è la storica montagna di Brescia, oggi è servita da una comoda strada asfaltata che sale direttamente dal centro città, un tempo, prima che venisse realizzata la suddetta strada, vi si arrivava, oltre che a piedi, per mezzo di una funivia la cui stazione a valle era posta alla Bornata, proprio di fronte ai capannoni della Wührer, noto marchio di birra. Quando la diffusione di massa dell’auto e la costruzione di una rete viaria più ampia ed efficiente portarono i bresciani a dimenticarsi di questo loro risorsa, diversi furono i progetti per fare della Maddalena un polo attrattivo del tempo libero, ricordo, ad esempio, quello che proponeva di costruirci un grande laghetto/piscina, inesorabilmente (e, oserei dire, fortunatamente) nessuno ebbe un seguito e oggi la montagna offre al visitatore ancora il suo carattere quasi naturale, anche se disturbato dalle diverse le strutture che ospitano le molte, troppe antenne per telefonia, radio, televisione e radar.

IMG_9171Nave è un ampio insediamento abitativo e produttivo che occupa la parte terminale della Valle del Garza racchiusa tra due lunghe e alte coste montuose: a sud quella che collega fra loro Monte Dragone, Dragoncello, Monte Bonaga, Monte Salena, Costa di Monte Denno, Monte San Giuseppe e Monte Tre Piole; a nord quella formata da Monte Pesso, Monte Rinato, Monte Porno, Monte Rozzolo e Monte Montecca. Diverse le ferriere che vennero erette in questa zona, alcune oggi sono abbandonate e quasi completamente ridotte in rovina (una di queste viene lambita dal sentiero 3V), altre sono ancora più o meno parzialmente operative.

Punto d’arrivo della tappa il santuario di Conche è una vasta e complessa struttura la cui fondazione viene attribuita a San Costanzo e poi consacrata dal vescovo Arimanno attorno al 1115. Tre distinti edifici: il monastero, la chiesa e la foresteria (forse una stalla con l’abitazione dei mandriani). Alla sinistra del portone d’ingresso alla chiesa è visibile l’ossario delle monache.

Fonti:

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: Brescia (BS), fine via Filippo Turati / inizio via San Gaetanino
  • Arrivo: Santuario di Conche – Nave (BS)
  • Quota di partenza: 167m
  • Quota di arrivo: 1092m
  • Quota minima: 167m
  • Quota massima: 1092m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 1600m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 676m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 17,68km
  • Tipologia del tracciato: quasi equa distribuzione tra sentieri e strade (asfaltate, ciottolate e sterrate).
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E4P
  • Tempo di cammino (vedi spiegazione): 9 ore
  • Segnaletica: paline e segni bianco azzurri del sentiero 3V “Silvano Cinelli”.
  • Rifornimenti alimentari: bar, drogherie e fornerie di Brescia; bar/ristoranti in Maddalena; drogherie, fornerie, bar e ristoranti a Nave (metà percorso); bar/ristorante/rifugio al Santuario di Conche.
  • Rifornimenti idrici naturali: fontanina ai Medaglioni (leggermente discosta dal percorso); fontanina nei pressi del ristorante Cavrelle in Maddalena (necessaria una deviazione di circa dieci minuti a/r); sorgente Casì del Lat in Val Salena (potabilità incerta); fontanina (da sorgente) alla chiesa di Sant’Antonio lungo la salita da Nave a Conche; fontanina (da sorgente) a Cà della Rovere sempre lungo la salita da Nave a Conche.
  • Punti di appoggio per il pernotto: rifugio del Santuario di Conche con 100 posti letto.
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): nell’ampio e piano prato nei pressi del Santuario di Conche vige il divieto di piantare tende, spostandosi poco più avanti si possono reperire piccoli e scomodi spiazzi nel bosco, collocazioni più tranquille si possono reperire verso l’Eremo di San Giorgio e sulla dorsale nordovest del Monte Doppo (vedi la relazione della seconda tappa).
  • Fattibilità diurna del nudo (nella speranza che la normalizzazione sociale della nudità faccia presto diventare questa un’indicazione superflua): pressoché nulla.

Profilo altimetrico e mappa

S’inizia con un primo bel salto di 700 metri su circa 5 chilometri piani, seguono 3 chilometri con leggerissimi sali e scendi, poi la lunga e impegnativa discesa che porta a Nave (650 metri per circa 5 chilometri), finendo con una risalita di 870 metri su circa 6 chilometri.

GPSies - Sentiero 3V Silvano Cinelli – Tappa 1

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo e tracia GPS

Relazione tecnica

IMG_8745Brescia, all’apice di via Filippo Turati, dove questa si divide tra via Pusterla e via San Rocchino, a est della strada il lato meridionale di un piccolo piazzale definisce il punto di partenza del nostro sentiero. Sul muro che lo delimita fanno bella mostra di sé la targa del sentiero 3V e la sua prima freccia segnaletica, che indica d’imboccare la salita di via San Gaetanino. Alla prima curva svoltare decisamente a sinistra per passare tra le case e, dopo una curva a destra, risalire una breve e larga scalinata pervenendo al primo tornante dell’asfaltata via Panoramica, la principale strada d’accesso motorizzato alla montagna di Brescia, il Monte Maddalena.

IMG_8183Invece di seguire l’asfalto di via Panoramica, imboccare la ciottolosa continuazione di via San Gaetanino che ripidamente s’alza a sinistra, prima passando a fianco di alcune palazzine, poi costeggiando un antico muro. Oltrepassato un breve sottopasso si sfiora nuovamente la via Panoramica, ancora la si ignora per proseguire in ripidissima salita sui ciottoli di via San Gaetanino. Dopo una lunga curva a sinistra si giunge a un secondo breve sottopasso, poco dopo la strada curva a destra e perviene alle prime case dei Medaglioni. Si risale tra le case e, al sommo della salita, si svolta a sinistra. In pochi metri si perviene nuovamente su via Panoramica, che da qui assume il nome di Via San Gottardo. La si segue in salita e fatti pochi passi, appena oltrepassata l’ultima casa, una breve sosta è d’obbligo: sulla destra si apre una magnifica visuale sulla Bornata (parte sud orientale della città di Brescia dove un tempo sorgeva la fabbrica della Wührer) e sulla Pianura Padana.

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IMG_8736Dopo essersi goduti il panorama, si riprende il cammino e, con salita ora decisamente meno impegnativa, si segue fedelmente il nastro asfaltato fruendo, anche se disturbati da piante e cespugli, del marciapiede presente sul lato destro. Si oltrepassa la deviazione che, a sinistra, porta al ristorante Vedetta e, passando sotto il campo di calcio (e parcheggio matrimoni) annesso all’Oratorio della chiesa di San Gottardo, si perviene al capolinea dei pulmini. Tenendosi, come ai pedoni prescrive il Codice della Strada in assenza di marciapiede, sul lato sinistro, si prosegue per la strada asfaltata lasciando sulla sinistra le ultime case. Si oltrepassa una deviazione che scende a destra (continuazione di via San Gottardo) e, sempre lungo la strada asfaltata che ha ora assunto il nome di Via Maddalena, dopo qualche leggera curva si arriva al primo tornante. Si attraversa la strada per portarsi in un piccolo piano piazzale sterrato sul lato destro del tornante, altro punto panoramico che si affaccia sul versante meridionale della Maddalena e sulla Pianura Padana.

IMG_9140Sul lato settentrionale del piazzale, al termine destro del muretto che lo delimita, imboccare un ripido e rovinato sentiero. Procedendo pressoché costantemente sulla linea di massima pendenza, con faticoso cammino, tra radi cespugli e ancor più radi alberi, si risale il pendio erboso ignorando, sia a destra che a sinistra, diverse pianeggianti diramazioni. Sottopassato un elettrodotto il sentiero volge deciso a sinistra per proseguire lungamente in quasi pianeggiante mezza costa permettendo, così, un bel recupero di forze. Dopo un ripido ma breve strappo si arriva a un tornante che indirizza all’incirca verso ovest, portando, in pochi passi, ad un altro piccolo piazzale in terra battuta accosto alla strada asfaltata della Maddalena: al di là della strada, il Dosso della Brochella, in direzione opposta, quella da cui si è arrivati, il Dosso Torre Bornata.

Tenendo la destra si prosegue lungo il sentiero che, meno ripidamente, sale tenendosi al limite del bosco nel quale poco più avanti entra con decisione con una secca curva a destra. Con linea diretta e limitata pendenza si risale nel bosco fino ad uscire nuovamente sulla strada asfaltata. La si attraversa per imboccare la prosecuzione del sentiero ben visibile sul lato opposto dell’asfalto. Risalendo sempre all’interno del bosco si taglia il lungo tornantone del Buren e, dopo aver costeggiato a sinistra la recinzione dei prati d’un nascosto cascinale, si esce nuovamente sull’asfalto che ancora si attraversa per riprendere immediatamente il sentiero che nel primissimo tratto procede quasi parallelamente alla strada. Giunti a una radura in terra, ignorando il largo sentiero che si diparte sulla destra, si prosegue dritti in leggera salita. Tenendo la traccia principale in direzione est ci si alza gradatamente nel fitto bosco finché si perviene a un bivio, a sinistra la traccia sale ripida con un paio di curve appena accennate, a destra la traccia procede più stretta in leggera discesa. Si prende per quest’ultima che, alternando lievi salite e discese, zigzagando dolcemente nel bel bosco aggira la falsa sommità del monte per raggiungere la pozza Fontanù. Qualche metro dopo la pozza si abbandona la traccia pianeggiante per prendere un sentierino che, immediatamente piuttosto ripido, sale a sinistra e porta alla strada sterrata che dal Cavrelle porta al Grillo. Seguirla verso destra e in breve si perviene al piazzale del ristorante Grillo.

IMG_8903A sinistra e a destra ci sono due strade sterrate, di fronte sulla destra del ristorante c’è la strada, tanto nota agli appassionati di ciclismo per le epiche imprese del Giro d’Italia, di Muratello di Nave, a destra di questa è posto un altare (eretto dal Gruppo Monte Maddalena), lo si oltrepassa sulla destra per prendere un’evidente sentiero che risale direttamente nel bosco a fianco di un vasto prato. Saliti un centinaio di metri si attraversa la strada asfaltata per proseguire nel bosco e, slalomando tra le diverse radici che sbucano dal terreno, si arriva a una scala rovinata dal tempo che adduce al piazzale dell’ex rifugio Monte Maddalena, oggi purtroppo abbandonato e in rovina. Andando a sinistra si attraversa per intero il piazzale sterrato del rifugio pervenendo alla strada asfaltata di accesso allo stesso, la si segue in salita a destra oltrepassando una sbarra solitamente aperta, poco dopo sulla sinistra la vista spazia sull’ultimo terzo del 3V, dal Monte Guglielmo a Urago Mella, allungandosi più oltre alla Presolana e, se l’aria è molto limpida, al Monte Rosa. Ignorando la deviazione che a destra sale alla base militare, si entra in un denso bosco e si prosegue a lungo su pianeggiante sterrato. Lasciata alla nostra destra una stazione radio militare la strada compie una larga curva a destra per aggirare, con tratto cementato a balcone sulle cave di Botticino, la sommità del Monte Denno, in lontananza è possibile ammirare il Lago di Garda e il Monte Baldo, a destra Rezzato e la Pianura Padana. Quando la strada volge a sinistra ridiventando sterrata, prendere a destra un sentiero che si mantiene accosto al filo del crinale della Costa di Monte Denno, prima in debole salita poi, superato un poggio panoramico (a cui si perviene con breve digressione attraversando il filare di alberi che delimita sulla destra il sentiero), in più ripida discesa. Si passa a destra di una solitaria casa e poco dopo si riprende la strada sterrata seguendola verso destra.

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Quando la strada sale a destra per terminare contro il cancello della stazione antenne di Monte Salena, prendere a sinistra un evidente sentiero che si abbassa nel bosco per costeggiare la recinzione di detta stazione per poi risalire brevemente. Si prosegue con tratto pianeggiante e quando un sentiero si alza a destra per portarsi a un capanno, imboccare il sentiero che scende dritto. Stando attendi a non farsi ingannare da alcune tracce che si dipartono sulla sinistra, scendere parallelamente a filo del crinale (un bivio risale brevemente a destra ma è invero indifferente andare dritti in discesa). Dopo aver perso un poco di quota arriviamo ad un tratto dove il bosco improvvisamente svanisce, fatti alcuni metri una secca curva a sinistra riporta nel fitto della vegetazione. Oltrepassato il breve un muro di arbusti, il sentiero si trasforma in stradina, immediatamente questa curva a destra, segue un tornante a sinistra (in alto a destra è visibile un capanno di caccia) e poi un’ampia curva a destra porta alla Pozza dei Sarisì, dove da sinistra arriva una strada sterrata. Andare a destra e, passando sulla sinistra della recinzione che protegge il buco del Capriolo, dirigersi verso una piccola casa, senza raggiungerla prendere uno stretto sentiero che si abbassa dolcemente a sinistra a riprendere il filo del crinale. La discesa si fa ripida, segue un tratto dove diverse piccole rocce affiorano dal terreno rendendo il cammino incerto e difficoltoso, al suo termine si perviene ad un incrocio. Andare a destra per passare molto accosti alla Casina di Pino (Roccolo del Monte Salena), scendere alcuni gradini e il successivo scabroso saltello roccioso, poi il sentiero torna bello e, in lieve discesa, dopo essere diventato larga stradina in terra battuta, porta alla cascina di San Vito.

IMG_8878Da destra arriva la strada di accesso che sale da San Gallo, la si ignora per andare a sinistra seguendo la sua sterrata continuazione, in breve si scende in direzione del Colle di San Vito e dell’omonima chiesetta. Qualche metro prima di raggiungerla si volta a sinistra per scendere un piccolo praticello con qualche albero di conifera e imboccare l’evidente sentiero della Val Salena. Scendendo direttamente nella valle si perde un poco di quota, poi il sentiero volge a destra spianandosi. Con pendenza assai minore si giunge ad un bivio (andando dritti in pochissimi passi pianeggianti si raggiunge la sorgente Casì del Lat), andare a sinistra in discesa puntando sul fondo della Val Salena, poco dopo si attraversa il torrente portandosi in destra orografica del valloncello, dopo una cinquantina di metri si riattraversa il torrente riportandosi in sinistra orografica. Si sale leggermente di quota per poi riprendere la discesa, si ignora una deviazione a destra che con vari ripidi tornanti scende verso il torrente e si prosegue per un lungo tratto di discesa dove occorre prestare attenzione, specie se bagnato, alle diverse placche rocciose. Persa parecchia quota il sentiero volge a sinistra e, lambendo il lato meridionale della radura prativa sommitale del Monte Frattina, sale lievemente per poi riprendere a scendere. A un trivio andare a destra in discesa e in breve si esce dal bosco pervenendo a una bella e ampia radura erbosa con santellina nel mezzo. Un muro ne cinge il lato occidentale, lo si raggiunge per seguirlo verso destra pervenendo alle prime case di Nave. Andare a destra per via Faldenno, si attraversa via Civelle continuando su via Minera che si segue fino a dove termina contro il muro di cinta dell’ex ferriera Fenotti e Comini di cui al di là del muro si possono vedere i ruderi. Prendere a destra per via Carbonini fino al primo incrocio, volgere a sinistra per via Bologna e in breve si perviene alla chiesa di San Rocco (sulla destra): incrocio con la strada principale di Nave (via Trento).

IMG_9168Attraversata con molta attenzione la trafficata strada imboccare sul lato opposto via Monte Grappa che si segue fino al suo termine. Volgere a destra per via Dernago e, fatti pochi metri, andare a sinistra per via Montecchio. Quando la strada si restringe, svoltare seccamente a sinistra infilando un vicolo che porta a delle case a schiera, andare a destra per Traversa Seconda via Moia e procedere fino al suo termine dove a sinistra si imbocca una stradina cementata. Salire ripidamente tra due muri, presto la strada diviene sterrata, ignorare a destra un bivio e procedere in direzione nord-nord-ovest. Avanti a noi sulla sinistra si vede lo stretto solco della Val Listrea, alla cui origine, in basso, si scorgono le case della frazione Piezze alle quali ci si avvicina sensibilmente per poi lentamente tendere a destra e, tagliando il versante nord-ovest del Monte Montecca, inoltrarsi nella Valle del Rio Sant’Antonio in direzione del Monte Rozolo, mentre sulla sinistra, dietro il Monte Rinato, sempre più evidente appare la vetta del Monte Porno. Oltrepassata Cà Ecia (cascina e prati sopra a destra; capanno sotto a sinistra) prima in discesa e poi in piano, con larga curva a sinistra ci si porta verso il centro del valloncello giungendo alla strada che sale da Piezze. Andare a destra e all’imminente bivio prendere la strada di sinistra che sale con un ripido tratto cementato. Alternando sterrato e cemento si sale nel bosco oltrepassando alcuni prati con cascine riprendendo man mano direzione nord-nord-ovest. Un ripidissimo cementato tratto esce dal bosco e conduce alla chiesa di Sant’Antonio di Padova in Seradello dove i bei prati e alcuni tavoli invitano ad una pausa rigenerante; sul retro della chiesetta una fontanella permette anche il rifornimento idrico.

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IMG_8375Dopo essersi adeguatamente riposati prendere la strada che prosegue oltre la chiesa seguendola finché sulla destra appare un ampio dosso erboso con al centro una casa e sulla sinistra in alto s’intravvede Cà della Rovere. Poco più avanti la strada spiana e la si abbandona per imboccare a sinistra il sentiero che si accosta a Cà della Rovere. Oltrepassata la cascina e la relativa caratteristica fontana, il sentiero volge a sinistra e, con un tratto scavato e molto rovinato, inizia a risalire ripidamente il versante orientale del Monte Porno. Guadagnati cento metri di quota inizia un bel piano diagonale a destra, a metà del quale, badando alla testa, si sottopassa il traliccio di un elettrodotto. Ignorata una deviazione che sale a sinistra continuare ancora un poco in piano per poi svoltare a sinistra e riprendere a salire, prima nel bosco poi su terreno aperto dove, ignorando una franosa e faticosa traccia che sale a sinistra lungo la linea di massima pendenza, si segue il più comodo sentiero scavato che, con vari tornanti, risale altri centocinquanta metri per poi riprendere, pianeggiante, il diagonale a mezza costa verso nord-nord-ovest. In breve si arriva al grande roccolo del Pater che si aggira sulla sinistra. Superati alcuni quasi svaniti alti scalini, volgendo a sinistra, ci si allontana un poco dalla baracca del roccolo per prendere sulla destra un sentiero che si alza nel bosco. Fatti alcuni stretti tornanti si supera un breve canalino di terra e pietre per poi, con minore pendenza, svoltare gradatamente verso sinistra e innestarsi nel sentiero che sale dalla Cascina Cocca. Lo si segue in salita a destra e in breve si perviene ai prati di Conche, alla destra in alto il Santuario, davanti l’edificio della Foresteria al quale si arriva superando un breve ma ripido pendio erboso; a destra gli ultimi pochi passi portano al Santuario di Conche.

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Relazione fotografica

flickr

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Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto di quella che è da considerarsi l’andatura ottimale per un escursionismo agevole e, nel contempo, sicuro, vedi spiegazioni dettagliate. In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Brescia – inizio via San Gaetanino 0:00
1° tornante dopo San Gottardo 1:20
Ex rifugio Maddalena 1:20
Cascina Colle San Vito 1:50
Chiesa San Rocco a Nave 1:30
Chiesetta di S. Antonio 1:20
Ca della Rovere 0:20
Pater 0:55
Santuario della Madonna in Conche 0:25
TEMPO TOTALE 9:00

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#TappaUnica3V seguimi in tempo reale


Grazie alla preziosissima collaborazione degli amici di Gialdini Sport, noto negozio di articoli sportivi in Brescia, mi è stato possibile attivare un sistema di tracciatura automatica del mio cammino (SPOT GEN3) e allestire una pagina sulla quale potrete seguirmi in tempo quasi reale (aggiornamento ogni cinque minuti), eccola…

TappaUnica3V by SPOT

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Sentiero 3V il documentario del giro inaugurale


Ieri vi ho raccontato, col mio stesso vissuto, come è nato questo straordinario percorso (se non l’hai ancora letto, leggilo: Il sentiero 3V “Silvano Cinelli”), oggi condivido questo straordinario emozionante documento storico: il filmato prodotto subito dopo il giro inaugurale, realizzato con le riprese fatte durante lo stesso.


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Il Sentiero 3V “Silvano Cinelli” (Val Trompia – BS)


IMG_8745Un giovane uomo, attratto dai percorsi di cresta, aveva iniziato a studiare un itinerario escursionistico che da Brescia portasse al Giogo del Maniva seguendo fedelmente tutto il filo dello spartiacque. Al momento aveva solo segnato sulla carta IGM una prima parte del tracciato, quella che da Sant’Eufemia, ai tempi piccolo borgo ben distaccato dalla città, giungeva alla Cascina Dragoncello passando per la Maddalena e il Colle di San Vito.

Un giorno il padre, ai tempi presidente di una società escursionistica bresciana e attivamente impegnato per dare uno spirito comune alle diverse associazioni locali che operavano distintamente e, talvolta, guardandosi in cagnesco l’una con l’altra, casualmente vide la carta e chiese al figlio cosa stesse facendo. Immediatamente vide nel progetto ciò che serviva per pervenire al suo obiettivo di comunione tra le associazioni, lo estese aggiungendogli mentalmente anche la via del ritorno a Brescia e si mise immediatamente al lavoro per riunire i vari responsabili invitandoli a collaborare per la creazione del percorso.

IMG_9412Il giovane uomo era presente alla prima riunione indetta dal padre, sua era l’idea e a lui spettava il compito di descriverla. Ricorda l’interesse di alcuni e l’indecisione di altri, ricorda un acceso dibattito: ai tempi quello che oggi viene (con poco amor di lingua italica) chiamato trekking non esisteva, anzi, forse manco esistevano percorsi a tappe di tale lunghezza e connotazione, l’idea precorreva i tempi, dava i natali a un nuovo concetto di cammino e se alcuni ne risultavano fortemente stimolati, altri n’erano al contrario intimoriti. Il giovane ormai vecchio uomo non ricorda come si chiuse quella riunione e non ricorda d’essere stato presente a successive riunioni, ricorda però che nessuno accennò ad una propria elaborazione di analoga idea escursionistica (cosa accampata da qualcuno anni dopo, quando si decise di dedicare il sentiero al padre del giovane uomo), ricorda i discorsi a volte sconsolati che in merito il padre faceva, ricorda le arrabbiature del padre, i contrasti e le difficoltà che dovette superare, ricorda della sua caparbietà che lo portò al fine a raggiungere il primo importante traguardo: la formazione del gruppo operativo e l’avvio dei lavori di pulizia e tracciatura del percorso.

Passarono i mesi, il progetto evolveva. Nell’estate del 1981 finalmente i segni bianco-azzurri avevano dipinto l’intero anello e venne programmato il giro inaugurale. Motivi di lavoro impedivano al giovane uomo di parteciparvi, sconsolato dovette limitarsi a pensare all’enorme gruppo di persone che, dopo i saluti del Sindaco, si avviavano attraverso la città per raggiungere il punto ch’era stato fissato come inizio del sentiero, sentiero cui era stato dato il nome di 3V da tre valli, le tre valli che andava idealmente a percorrere: la Val Trompia di cui effettuava l’intero periplo, la Val Sabbia che costeggiava nel tratto di andata da Brescia al Maniva e la Val Camonica della quale scorreva il crinale sinistro orografico tornando dal Maniva a Brescia.

IMG_8893Qualche giorno dopo, non ricorda come, non ricorda da chi, non ricorda a che ora, il giovane uomo ricevette una notizia: “(tuo) papà è morto!” Non ricorda la sua reazione, ricorda solo un rientro a casa, un parcheggio nervoso e approssimativo, la moglie sul terrazzo e un grido “mio papà è morto, mio papà è morto!” Qui i ricordi si spengono totalmente per riaccendersi solo alla camera ardente, alle tante persone raccolte attorno alla bara del padre, agli amici d’escursione scesi dalla Pezzeda (luogo dove erano giunti e dove il padre s’era addormentato la sera per non risvegliarsi la mattina e mai più) per assistere al funerale.

Per volere della moglie, mamma del giovane uomo, l’escursione deve continuare, il gruppo risale alla Pezzeda e, seppur con meno goliardia, riprende il cammino per portare a termine questo giro inaugurale tanto sognato, tanto desiderato, tanto voluto dal padre del giovane uomo, marito, padre, nonno meraviglioso, apprezzato fotografo, tenace e, per alcuni, scomoda figura dell’escursionismo bresciano. Il giovane orami vecchio uomo deve a lui, a suo padre, la sua grande passione per la montagna, non ereditata (fu il padre a prenderla dal figlio), ma lentamente assorbita tramite le uscite a funghi insieme al padre (che fin da giovane aveva maturato tale passione ed era uno dei pochi svaghi che da adulto si permetteva coinvolgendone l’intera famiglia), i campeggi dell’oratorio, l’adesione agli scout.

IMG_8138Poco dopo, seppure nel disaccordo e nell’aperto disappunto di alcuni, il sentiero viene opportunatamente e giustamente dedicato al padre del giovane uomo: lui aveva carpito l’idea del figlio, lui l’aveva estesa, lui l’aveva vista come strada per la solidarietà sociale bresciana, lui l’aveva proposta, lui aveva tenacemente lottato contro le infinite difficoltà tecniche e sociali, lui era stato il cuore pulsante del progetto, lui aveva reso materialmente possibile la sua gravidanza, lui ne ha glorificato i natali donando materialmente anima e corpo a questo neonato. Sentiero 3V “Silvano Cinelli” con questo nome l’itinerario viene divulgato e con questo nome vengono creati cartina e libro, con questo nome ne parlano i quotidiani locali, con questo nome viene passato alla storia.

Inverno 2015, si avvicina il trentacinquesimo del sentiero 3V e con esso il trentacinquesimo della morte di Silvano, padre del giovane uomo ormai vecchio, questi ancora non ha fatto il giro completo, anzi, molti sono i tratti dell’anello a lui totalmente sconosciuti, così per onorare il lavoro del padre ha deciso di percorrerlo in tappa unica, aggiungendovi la solitaria per rendere la cosa ancor più profonda e personale, il tutto condito dalla nudità vuoi perché il più possibile nudo ormai vive e i vestiti male li sopporta, vuoi per mostrarsi al monte esattamente come il monte a lui si mostra (spoglio), vuoi per esaltare un sentimento di prostrazione alla natura, anch’essa nuda, e al ricordo, che nudo dev’essere per farsi sincero e profondo.

Un impegno non di poco conto, specie considerando che mai nella sua vita ha camminato così a lungo e per così tanto tempo, deve prepararsi adeguatamente. Gli allenamenti si combinano con le esplorazioni, tratti noti e tratti non noti vengono percorsi, alcuni a più riprese, Emanuele, il giovane ormai vecchio uomo, s’inventa anelli che gli permettano di provarsi sul lungo percorso e, nel contempo, di visionare velocemente l’intero sentiero. Nel farlo si rende conto che il sentiero a tratti sembra letteralmente abbandonato e la cosa lo fa arrabbiare: da molti anni esiste un coordinamento 3V il cui compito dovrebbe proprio essere in primis quello di mantenerlo in ottimo stato di percorribilità e invece… invece ci sono segni talmente sbiaditi da risultare invisibili, vegetazione che invade le tracce e nasconde la segnaletica, tratti franati o altrimenti impercorribili, bivi dove solo l’intuito può farti scegliere la strada giusta, tabelle segnaletiche male orientate, tempistiche non uniformi e incoerenti. Nel farlo si accorge che la guida risulta obsoleta e la nuova cartina, che per altro non è immune da errori e disuniformità, di certo da sola non può bastare. Nel farlo rileva che la sua idea originale, seguire il più fedelmente possibile il crinale spartiacque, è stata in molte parti senza motivo disattesa. Da qui la decisione di creare sul suo blog una sezione dedicata al sentiero 3V che sente anche suo, di individuare le varianti necessarie a rettificarne il percorso in ragione della sua idea originaria, di riscriverne la relazione, di operare in prima persona per mantenerlo operativo e per pubblicizzarlo: se viene frequentato in buona parte la manutenzione diviene automatica.

Emanuele, il giovane ormai vecchio uomo, che poi sarei io, lo scrivente, si mette a disposizione di tutti coloro che vorranno percorrere, in parte o per intero, in tappa unica o in più tappe, questo sentiero, si mette a disposizione per aiutarvi nello studio del percorso, nella definizione dei materiali, nell’organizzazione del cammino, nella prenotazione dei posti tappa, nel reperimento di un’eventuale accompagnatore professionista, per tutto quanto possa garantirvi un viaggio divertente e sicuro.

Contattatemi!

Dati statistici del sentiero 3V “Silvano Cinelli”

Tappe classiche Sette o otto
Consiglio personale Farlo in autonomia bivaccando con il solo sacco a pelo, portandosi comunque appresso una leggerissima tendina di emergenza qualora qualche notte dovesse piovere.

Percorso basso

Il più facile e il meno faticoso ma anche il meno interessante: evita quasi tutte le cime. Al fine di dargli una logica difforma dal percorso che segue (intermedio) alcuni tratti (in via di accertamento) si discostano leggermente dal percorso originale.

Lunghezza (approssimativa) 134km
Dislivello totale (approssimativo) 7280m
Tempo di percorrenza (puro cammino) 42 ore e 30 minuti (in via di ricalcolo)

3V facileClicca sull’immagine per accedere alla mappa interattiva e tracciato GPS

Percorso intermedio

È quello che più consiglio; simile a quello alto ma ne evita i tratti di arrampicata. Alcuni tratti sono ancora in via di definizione.

Lunghezza (approssimativa) 137km
Dislivello totale (approssimativo) 8240m
Tempo di percorrenza (puro cammino) 50 ore e 30 minuti (in via di ricalcolo)

3V intermedioClicca sull’immagine per accedere alla mappa interattiva e tracciato GPS

Percorso alto

Presenta alcuni tratti di facile arrampicata, alcuni esposti e alcuni su terreno privo di tracce, richiede ottima esperienza di montagna. Sto rivedendolo con l’individuazione di alcune varianti non ufficiali che permettono di estendere al massimo la logica dello spartiacque, logica che era la base del mio progetto iniziale, quel progetto che mio padre trovò e trasformò in un dato di fatto.

Lunghezza (approssimativa) 134km
Dislivello totale (approssimativo) 8300m
Tempo di percorrenza (puro cammino) 49 ore e 30 minuti (in via di ricalcolo)

3V difficileClicca sull’immagine per accedere alla mappa interattiva e tracciato GPS


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