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Poesie: Corri uomo


 

Corri uomo, corri!

Ma dove corri, dove vai,
non hai più tempo ormai.

Fare, disfare, rifare,
non c’è più tempo per pensare.

Spogliati uomo,
abbandona l’animo corrotto,
lascia i panni del condizionamento,
togli le vesti che l’apparenza ingannano.

Torna, uomo, alle virtù del tempo,
alla saggezza della natura.

Torna, frena, torna!

Emanuele Cinelli – 30 giugno 2014

Divagando – Un abito foresto


(… se ci fu nascita, comunque non ci fu ragione di vita …)

Datemi (anzi mi prendo) un panno altrui, un abito che non mi calzi a pennello se non per fato, un abito che non m’appartenga, insomma un abito foresto. Oggi vorrei essere l’altrui me stesso e vivere di remore estive, esautorando sia l’una che l’altra persona da ogni impiccio post-moralista. Voglio vivere una giornata estiva come oggi in maniera reciproca con la mia scrittura, essendo quello là ma appartenendo a sto qua. Mi calzo deciso e sfrontato, sfrenando un’inibizione molto consona e, pur non trovando l’agio rosso, quasi purpureo, provo a dare una smossa decisa a questi due personaggi in uno.

Viva chi lascia vivere e così fu… in tutto si ebbe la sensazione dell’indecisione costante, ma poco a poco il sogno prese il sopravvento e lo stanziale si lasciò andare repentino. Ci parve di vivere rilassati al punto che le mani cominciarono a menare una faccia attonita per creare uno stato di appartenenza assai più reale, quasi non esistesse che lì. Il tribolìo scomparve, anzi sicuramente mai nacque, se ci fu nascita, comunque non ci fu ragione di vita e così via. I piaceri dell’acqua genuina cominciarono a sentirsi su tutto il corpo che non biasimava il piacere che viveva, anzi la simbiosi decisa fu la goccia che fece traboccare il vaso. E quest’ultimo non solo traboccò ma addirittura si ruppe in mille cocci dandosi la forma più sparpagliata di una fragile passione decisa.

Corpi in collisione erotica-eroica, con bramosie tipiche di chi decide il possesso come l’ultima cosa, come l’attimo fuggente, ossia tutto e subito sennò può non ricapitare. Un mangiarsi muscolare, uno scivolìo nei gorghi dell’abisso voluttuoso, in modo che il sogno abbia un’idea d’appartenenza terrena, consolidativa, una cosa da prendere il giorno dopo e da raccontare attraverso visioni contemporanee di immagini fatue ma propositive. I due, tre corpi (più due che tre, forse) largheggiavano occhiate riassuntive di parole spicce, quasi volgari se per volgari si intendono cose assai piacevoli (tutti sappiamo che il volgare ed il piacere è una questione di metodo, di tempo) e se per cose assai piacevoli si intendono le nostre lì, al punto giusto (il famoso punto G…ossia Giusto) nel dolce angolo sognatore non dei miei panni ma dei tuoi-miei o viceversa, il non capire questo mescolìo, questa mescita, l’amalgamo e…

Viva chi lascia vivere dicevo, e così fu nell’attimo stesso in cui tornai alla realtà che mi propinò le solite, quotidiane ed affini poesie da strapazzo, come un incubo reale, forse.

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Il Mondo nel nostro mondo


(La nostra palla di vetro sì, così greve, così grave, onerosa, perfino faticosa che due coglioni appesantiti arrossiscono al suo cospetto)

E non sarà mica vero che le cose stanno come stanno! Non è il caso, e non è neppure il coso. Son tutti svirgolamenti, cose su cose, accatastamenti, lezioni per imparare, lezioni per migliorare la parte peggiore di noi. Le cose non staranno mai come dovrebbero stare, sono animazioni penitenti e quindi, girovaganti sfiorano i perimetri della giustezza, dell’ovvio, della semplicità umanica (proprio umanica), ma s’imballano, s’impennano e travalicano. Si spostano repentine, senza riluttanza, con la decisione in fronte, abile manipolatrice dei condizionamenti ambiziosi, astratti e lodevoli. Movenze libere le cose che stanno, allungano artigliose frange e legano il posto a piacimento. Basta che sia solo sosta. Non ci deve essere fermata che sia.

Libertà come parola chiave, l’unica al posto giusto, nell’ubicazione consona che prevale nell’armonia del circondario. Le cose insomma, queste anime al travaglio, queste strade nel dissesto di un’organizzazione umana. Il rifiuto di non vivere che solo il momento, di cogliere l’attimo e di rivoltarlo come un calzino. Provate a metterle alla prova, provate ad essere ancor più circensi! Fate che le medesime possano essere sempre alla vostra portata, lì nel posto giusto al momento giusto, caramellate, edulcorate o come vi pare e vi pare e vi pare. La pietanza è pronta insomma. Vi riuscirà assai improbo, o pena uno sconvolgimento totale di ciò che ci hanno imparato a chiamare vita. La nostra palla di vetro sì, così greve, così grave, onerosa, perfino faticosa che due coglioni appesantiti arrossiscono al suo cospetto.

Parliamo di libertà quando noi siamo i primi a schiavizzare ad essere schiavi. Parliamo a vanvera e questo non ci è permesso fino quando la cosa non viene scritta. Allora scritto a vanvera va bene perché la scrittura implica una rilettura. Dicevamo schiavi, martiri, di che? Vogliamo risapere di che? Dei suoni per dire, e per non dire, di tutto quello che ci passa per sta bussola chiamata testa (ho perso la bussola, anzi l’orientamento, o il tempo?) compiendo un tragitto voluto.

Noi non siamo uomini siamo il suono degli uomini chessò, ominidi, umani? (Repetita iuvant: l’uomo quando imita la bestia allora assomiglia all’uomo). Noi siamo il loro succedaneo travaglio, ossia il nostro mondo nel mondo, come uno specchio che traspare l’appannata figura di come le cose dovrebbero crescere ed essere e in realtà non sono, vivendo un limite dove pure la guerra non ci fa più paura perché accade sempre più in là del nostro punto di vista assai più distante e devastante.

Simone Belloni Pasquinelli

Conta…dino, conta!


Come sempre, anche in campo alimentare c’è chi pretende d’imporre agli altri la propria scelta e la vende, con argomentazioni spesso pretestuose se non faziose, come la migliore. Come sempre io, al contrario, affermo che ognuno è e dev’essere assolutamente libero di comportarsi come desidera, che nessuno può porsi sopra gli altri e imporre al mondo la propria visione delle cose. Il brano che segue vuole essere una provocazione ma anche uno spunto a voler vedere le cose da una diversa direzione e non ragionare sempre e solo a “Senso unico”: che forse i vegetali non sono elementi della natura? non sono esseri viventi pure loro?
Perché condannare chi mangia carne e elevare chi mangia verdura? A voler essere coerenti con certi discorsi dovremmo invero mangiare solo ed esclusivamente cibi artificiali!

Che fatica curare e coltivare questi esseri compagni di vita,
prima devi preparare con cura l’ambiente adatto,
poi ne aspetti con impazienza la nascita,
indi ne segui con trepidazione le varie fasi della crescita
e, a questo punto ….

zacchete

un terrorista strappa impunemente la rossa carota dal suo terreno,
un impavido accoltellatore fa a pezzi un bellissimo broccolo,
quell’altro senz’anima mangia le fragoline senza nemmeno dare loro il colpo di grazie,
e non parliamo di quello che, incensandosi come difensore della vita, non mangia carne
ma 5 volte tanto delle innocenti verdure.

Voglio, fortissimamente voglio che venga fermato questo scempio assassino,
io amo le mie verdure e mi dispiace vederle trattare come esseri senza diritto e senza sentimento
solo perché non hanno voce udibile,
solo perché non si muovono,
solo perché apparentemente non reagiscono allo strappo o al taglio crudele,
solo perché non versano il rosso liquido.

Amo le mie verdure,
quando le colgo ringrazio Madre Terra per il dono che mi sta facendo,
e così, da pescatore in apnea,
ringrazio Madre Acqua quando mi permette di catturare un pesce.

Amo la vita e la rispetto,
la rispetto rinunciando a strappargli quello che non mi serve,
la rispetto usufruendo di quello che Madre Natura ha messo a nostra disposizione,
la rispetto predicando il ritorno all’autosostentamento.

Basta con lo sfruttamento industriale delle risorse,
basta con lo spreco delle cose solo per tenerne alto il prezzo di vendita,
basta con le ipocrisie di chi vuol far credere che le bistecche crescano sugli alberi,
basta con l’animalismo da cartoni animati;
basta con il considerare l’uomo un intruso.

Torniamo all’orto personale,
torniamo alla piccola caccia,
torniamo alla piccola pesca,
torniamo alle piccole comunità produttive autonome!

L’uomo nudo, il mondo nudo è anche questo:
restare integrati nella natura,
farne parte senza false regole e ideologie,
saper fruire della natura in modo corretto seppur completo.

Retroevoluzione, qui è il futuro dell’uomo e della terra.

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