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Ridere del nudo


La tabuizzazione del corpo nudo comporta una serie di conseguenze e di “usi” molto vari. Ne va di solito della collocazione della persona nuda all’interno del gruppo sociale, con una serie di sanzioni e stigmatizzazioni a suo carico anche pesanti. Si aggiungono poi sempre anche lezioni di “buona educazione” che la società si sente in dovere di impartire.

Viviamo in un sistema di “valori” continuamente sotto contratto, e via via sempre più restrittivi: sembra che la società stia percorrendo una ferrata tra una fune ben ancorata alla roccia (l’onore) e un abisso in cui è facile sprofondare (la vergogna). L’immagine è vera solo a metà, perché la definizione di tali valori non è mai esplicitata con parole franche e univoche, è data per ovvia e scontata, interiorizzata giorno per giorno, acquisita nel succedersi delle varie relazioni sociali, attraverso le esperienze vissute, coi fatti che accadono man mano e mostrati ad esempio. Inoltre, se pur troviamo la definizione, essa è espressa in modi sibillini o ipocriti, talché l’onest’uomo è costretto ad esser spettatore passivo e arrabbiato delle “furbate” di chi può, come pure della miseria e dell’umiliazione di chi è costretto a subire.

Oggi, col primo sole dopo giorni di pioggia, ho mangiato sul balcone, come di solito faccio; non sempre, ma sempre più spesso. Mi sono immaginato la scena seguente.
«Ma è nudo!» arriva la voce della vicina da dietro la finestra.
«Non vedi niente, c’è la tovaglia» minimizza il marito.
«Ma io so che è lì nudo. Hmm! I bambini! Non può stare così!»
C’è una sottile vena d’invidia per la libertà che mi sono rubato?

Siamo nati uomini e non pecore, con innato l’anelito alla libertà, ovunque ne possiamo trovare. Intendo libertà personale, che non sottraggo ad altri, che non agisco contro di altri. Tutto il suo ambito di azione e godimento è circoscritto alla mia persona e non intacca minimamente prerogative o diritti di altri, il sacrosanto rispetto che a tutti è dovuto (e per primi a noi stessi).

Mi son tolto la vergogna di dosso. Era un dazio emozionale che non ero più disposto a pagare. Non mi toccan le beffe salaci di cui sono bersaglio. Sono semplicemente come son fatto e non come gli altri mi vogliono: né essi in questo campo hanno diritti su di me, né io doveri verso di loro. Altrettanto di me, sono liberi gli altri: non giudico come si vivon la vita: lo stesso faccian con me. Se qualcuno si sente colpito si chieda perché, si interroghi sui propri fantasmi, che nessuno gli ha fatto del male, gli ha tirato alcunché.

Nel cortometraggio Gotcha (slang inglese-americano per I got you, più o meno “beccato! cattato! ben ti sta!” – ca. 24 minuti: Prima parteSeconda parte) si usa il nudo in modo strumentale e pretestuoso come punizione per contrappasso per la serie di scherzi malevoli che il monello ha tirato a persone indifese… per vedere di nascosto l’effetto che fa. Nella seconda parte il monello, nudo, è fatto bersaglio delle risa di scherno dell’intera comunità. Una lezione coi fiocchi, sembra essere il messaggio.

Gli scherzi han fatto morir di vergogna persone innocenti, la comunità si gode la rivincita di vedere il monello a sua volta morir di vergogna, finché pietosamente qualcuno corre con una coperta.

Abbiamo schemi forse un po’ troppo rigidi. E prima o poi fanno male.

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