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Orgogliosamente Nudi 2014: relazione del soggiorno al Rifugio Prandini


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Foto di Emanuele Cinelli

Pendulo, cotonoso, bianco, il piccolo batuffolo si confonde con gli altri mille suoi simili formando una sfilacciosa, informe, discontinua massa bianca che si staglia nel verde intenso dell’acquitrinoso prato da torbiera. Grigie e dure placche rocciose dolcemente o imperiosamente dal prato s’innalzano perdendosi nell’azzurro intenso del cielo terso. Lontano, sopra balconate rocciose solcate da bianche lingue di candita neve, svetta solitaria una nera rocciosa cuspide triangolare.

Sulla sinistra brillano con il loro verde intenso ripidi pendii erbosi, contornati alla loro base da contorti cespugli d’ontano tra i quali qua è la s’intravvedono isolati e timidi larici. Anche qui rupi rocciose s’incuneano tra la vegetazione, alcune grigie e compatte, altre rosse e franose cadono nel profondo e cupo valloncello scavato dal millenario scorrere del torrente.

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Foto di Emanuele Cinelli

Al di qua, ancora verdi prati cosparsi dalle mille gocce di gialli fiori. Rossi rododendri aumentano il contrasto di colori e ad essi s’aggiunge il marrone intenso di tronchi mirabilmente tagliati e, altrettanto mirabilmente, assemblati fra loro a formare quattro pareti che s’ergono da muri di grigia pietra. Marrone pure il tetto di lamiera sul quale sventolano una bandiera italiana, i cui colori ripercorrono quelli naturali visti tutt’attorno, e una rossa manica a vento. Piccoli quadri intagli interrompono la continuità del muro sul lato torrente: finestre deliziosamente contornate da tendine a quadrettini rossi e bianchi, un insieme armonico che crea un senso di dolce accoglienza e familiarità.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Sul lato montagna una porta, varcata la quale ci si trova in una prima ampia stanza arredata con tre armadi, tre panche e un bel tavolo di legno massiccio. Da questa un’altra porta adduce alla seconda stanza: la cucina. Per riscaldare l’ambiente una stufa a legna, di quelle stufe in ghisa che evocano antichi ricordi, un fornello a gas per cucinare, il lavello, tre capienti armadi, un lungo tavolo di legno massiccio contornato da due panche e due sgabelli sempre in legno. Ancora una porta e dietro a questa la terza stanza dove trovano collocazione cinque letti a castello per un totale di dieci posti a dormire: rigide e intatte le reti, buoni i materassi, ottime le tante coperte ripiegate e raccolte in un armadio. Altri venti posti letto sono collocati in un edificio separato, ma limitrofo al primo, ristrutturato in data più recente rispetto a quello principale. Il piano terreno dell’edifico principale è utilizzato ancora dal pastore, ma potrebbe, in futuro, diventare un comodo e importante ricovero d’emergenza, con cucina e quattro posti letto.

Un piccolo servizio igienico è situato vicino all’ingresso dell’edificio principale. Di fronte, all’aperto, contornato dal verde dei prati, dal giallo dei fiori e dal marrone delle panche, un tavolo in granito con scolpito un grande cappello d’alpino a ricordare, insieme all’altro cappello, stavolta scultoreo, posto sulla rupe che sovrasta questa zona, chi ha voluto questo rifugio e lo gestisce con cura e amore: gli Alpini di Braone!

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Siamo alla Malga Foppe di Sopra, ora Rifugio Prandini (non custodito, bisogna chiedere le chiavi), collocata nella media Valle di Braone, in posizione strategica e panoramica: a ovest il lariceto che, frammisto alle rupi, cade sulla verdissima e bellissima piana della Malga Foppe di Sotto; a est le già decantate dolci placche rocciose, frammiste a dossi erbosi e a un mare di incantevoli cuscini verdi e rossi di Rododendro, che conducono alla piana delle Foppe di Braone e, con essa, alla parte alta della Valle di Braone, sopra la quale svettano la Cima Galliner e la Cima Terre Fredde; alla sinistra orografica una fascia di ontani e poi ancora placconate rocciose cosparse di rododendri che nascono da un fondo di torbiera alpina e salgono alla base di una cima senza nome per poi condurre alla base della Cima di Stabio, all’omonima Porta e al limitrofo Corno Frerone; alla destra orografica le verdi Somale di Braone sulle quali si notano le tracce di diverse mulattiere della Grande Guerra.

In questo incantevole luogo arriviamo, noi di “Orgogliosamente Nudi” 2014, nel tardo pomeriggio di sabato 5 luglio con l’intenzione di restarci, almeno alcuni di noi, fino al successivo sabato 12 luglio. L’idea originaria era quella di salire dal rifugio Tassara in Bazena attraverso il Passo del Frerone, ma la tanta neve ancora presente in quota ci ha suggerito prudenzialmente di cambiare percorso e salire, come lo scorso anno, dall’abitato di Braone. La variazione ci comporta due ore in più di cammino e, soprattutto, mille metri di dislivello aggiuntivi, cosa che, visti i corposi e pesanti zaini, non si presenta certamente facile. Fortunatamente il custode del rifugio, il gentilissimo e sincero Piero, si mette a disposizione per portarci gli zaini fino all’inizio della mulattiera vera e propria.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Leggeri percorriamo il tratto di strada e in un’ora e mezza siamo alle Case di Scalassone, il punto d’incontro con Piero e Francesca, una di noi che è salita in macchina insieme agli zaini. Ci carichiamo dei pesanti fardelli e, salutato Piero, ci incamminiamo verso la nostra lontana meta.

La mulattiera inizia dolcemente e sale, nel fitto bosco, con frequenti tornanti. Dopo un’ora, aggravato da uno zaino che ammonta a venti chili, inizio ad accusare la fatica e necessito di frequenti brevi soste per alleviare i muscoli delle gambe contratti dai primi sintomi di acidosi. Dopo due ore, comunque, in perfetta tabella di marcia perveniamo alla piana di Malga Foppe di Sotto e qui ci fermiamo per mangiare qualcosa e riposare spalle e gambe.

Ripartiti, velocemente si percorre la piana per poi affrontare l’ultima balza, meno erta della prima e più corta, eppure più faticosa, vuoi per il sentiero che l’affronta a tratti più direttamente, vuoi per l’irregolarità del fondo su cui si cammina: entro in crisi profonda e medito di lasciare qui metà del carico per ritornare a prenderlo più tardi, dopo essermi ben riposato. Scatta così quel meccanismo di solidarietà che ben conoscono tutti coloro che praticano seriamente l’alpinismo: Francesca avendo lo zaino più leggero di tutti mi offre a più riprese lo scambio di zaini, finché mi decido ad accettarlo. Il cammino può procedere più spedito e in breve perveniamo al rifugio, dove, ancor prima di sistemarci, recuperiamo le forze con pane e salame e una bella birra fresca.

Apriamo il rifugio, depositiamo i viveri sistemando quelli non deperibili in cucina e quelli deperibili nella prima stanza dove l’assenza di riscaldamento ovvierà all’assenza di un frigorifero, prendiamo possesso delle brande e ci prepariamo per la cena: chi apparecchia il tavolo, chi si occupa di cucinare, chi si riserva di sparecchiare e lavare i piatti dopo mangiato, una equa e spontanea suddivisone dei ruoli dove tutti fanno qualcosa e nessuno resta inerme ad osservare gli altri che lavorano anche per lui.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Dopo cena, mentre il fuoco scoppietta nella stufa e riscalda il locale, le solite chiacchiere da rifugio, nel nostro caso condite da qualche argomento in più: il nudismo e il piacere di vivere nudi, di assaporare la montagna senza barriere, avvicinandosi ad essa in tutta naturalità, per percepirne il suo minimo alito vitale, il suo più sottile respiro, la sua anima ribelle, per assorbirne con ogni millimetro della nostra pelle le sue tante essenze profumate e corroboranti. Presto, però, la stanchezza prende il sopravvento ed entro le ventidue siamo tutti stesi in branda e scendiamo più o meno velocemente nel mondo di Morfeo.

Domenica mattina, ore 6, sono già in piedi, gli altri ancora dormono alla grande, dopo una lunga attesa, visto che ancora nessuno si alza, decido di farmi un giro attorno, visitando la torbiera antistante il rifugio e il dosso che lo sovrasta. Rientrato al rifugio scopro che qualcuno, alzatosi per andare in bagno (poi si scoprirà essere Stefano), m’ha chiuso fuori, che fare? La temperatura non è rigida ma fa comunque abbastanza fresco e anche se vestito dopo un poco sento il bisogno di riscaldarmi: il versante di fronte già sta prendendo il sole, bisogna solo salire all’incirca duecento metri di dislivello, così riparto e mi porto velocemente verso il sole e il caldo.

Ridiscendo dopo circa un’ora, finalmente qualcuno si è alzato e posso rientrare nel rifugio a prepararmi la colazione insieme a Marco, marito di Francesca. Nel frattempo uno ad uno si alzano anche tutti gli altri: prima l’altro Marco (che scenderà immediatamente a valle: il suo soggiorno poteva durare solo questi due giorni), poi Stefano e infine Francesca. Per le nove e mezza siamo pronti a partire per effettuare la prima delle escursioni previste: si punta al Forcellino di Mare e poi vedremo cosa fare.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

A causa della temperatura non confortevole per via di densi nuvoloni che si sono alzati a coprire il sole, il primo tratto di salita lo facciamo da vestiti. Breve sosta al Rifugio Gheza dove scambiamo due parole con i volontari del CAI di Darfo, saliti a preparare il rifugio per la festa che si terrà nel prossimo fine settimana, poi ripartiamo alla ricerca del sole che si vede illuminare i prati delle Somale di Braone. Poco dopo possiamo finalmente spogliarci e fruire della libertà data dalla nudità: nel giro di pochi minuti le nostre membra si rilassano assorbendo intimamente il dolce calore del sole, il sudore non più trattenuto dalle vesti si volatizza velocemente nell’aeree concedendo respiro e freschezza alla pelle, il sistema di termoregolazione non più condizionato e ingannato dall’ingabbiamento dei genitali riprende a funzionare al meglio, camminiamo velocemente e senza soste lungo il ripido pendio.

In venti minuti scarsi siamo al forcellino dal quale il nostro sguardo può spaziare a trecentosessanta gradi: prima di tutto notiamo il sottostante occhio azzurro del Laghetto di Mare, piccolo bacino d’acqua a picco sulla Valle Listino, poi la vista si allunga verso i costoni e le cime più lontane che, da profondo conoscitore dell’Adamello, provvedo a identificare e illustrare ai miei compagni.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Finito di osservare la meraviglia del luogo e del paesaggio ci rimettiamo in camino per salire il primo dosso delle Somale di Braone. Da qui, per cresta, si continua con mirabile visione a picco sulla Val Paghera e le Case di Paghera: molte le essenze floreali che incontriamo, poi una postazione di guerra collocata proprio sul filo di cresta e la relativa trincea di avvicinamento scavata sul versante meridionale della montagna. Procedendo sempre per cresta miriamo alla Cima del Vallone, ma il percorso si fa impervio e la traccia di sentiero svanisce completamente in mezzo a cespugli e rocce, per cui decido di abbassarmi ad una traccia più evidente e per questa ritornare al Forcellino di Mare.

Pervenuti al detto forcellino, visto che la metà giornata ancora non è giunta, su sollecitazione di Francesca decidiamo di salire un poco verso la cima Galliner. Seguendo la vecchia e qui molto visibile mulattiera di guerra saliamo per circa mezz’ora e poi ci fermiamo a mangiare. Marco ne approfitta per controllare le previsioni del tempo: domani sarà ancora bello, ma martedì pioggia tutto il giorno, qualcuno comincia a premeditare un’interruzione anticipata del suo soggiorno.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

In discesa ancora una, stavolta più lunga, sosta al Rifugio Gheza dove quelli del CAI di Darfo ci raccontano la storia di questo rifugio, poi giù al nostro campo base, dove pensiamo sia ad attenderci Antoine, l’amico che deve arrivare oggi, venuto fin quassù dall’Olanda. Invece non è ancora arrivato, rifacciamo i conti e in effetti è presto: arriverà non prima delle cinque. Alle cinque di Antoine non c’è segno, mi abbarbico su di una rupe teso a scrutare la valle nella speranza di vederne la figura che risale il sentiero. Quando ormai le preoccupazioni iniziano a farsi serie ecco che, dal bosco sottostante, sbuca una nuda figura: “Antoine! Antoine!” sollevato mi lancio giù per il sentiero correndogli incontro per aiutarlo a portare lo zaino negli ultimi terribili metri di cammino. Ora ci siamo tutti, facciamo le debite presentazioni visto che Antoine lo conoscevo solo io, poi prepariamo la cena che sarà accompagnata e seguita da tante chiacchiere per informarci sul nudismo in Olanda e confrontarne la situazione con quello italiano. Alle ventitré tutti a nanna.

La mattina di lunedì si presenta solare, sebbene le solite nubi girino attorno alle creste che ci sovrastano coprendo fastidiosamente il sole. Francesca, intimidita dalle previsione del martedì e non volendo scendere a valle sotto la pioggia, convince il marito a scendere in giornata, Stefano, che è in auto con loro, non può fare altro che adeguarsi: preparano i loro zaini mentre io sviluppo i piani per la giornata. Come fare per allungare la condivisione della stessa anche con i tre amici che hanno deciso di scendere? Come far fare loro ancora una piacevole escursione in zona? Presto fatto: percorreremo tutti assieme la vecchia mulattiera di guerra lungo le pendici delle Somale di Braone e della Cime del Vallone!

Partenza! Velocemente risaliamo al rifugio Gheza, stavolta spogliandoci quasi subito visto la giornata maggiormente assolata. Il rifugio oggi è vuoto e possiamo tranquillamente passare senza coprirci. Saliamo ancora un poco fino alla freccia che indica l’inizio della mulattiera: sarà l’unica indicazione di questo percorso. La prima parte è ben visibile e tranquilla, ma ben presto le cose mutano: la traccia si fa più stretta, l’esposizione aumenta vertiginosamente e l’erba invade gran parte del sentiero. Entriamo in un canalone scavato dall’acqua, qui il passaggio, anche se breve, si fa particolarmente delicato per la presenza di una frana. Poco oltre, con mio sollievo (io non ho problemi e apparentemente non ne hanno nemmeno i miei compagni, ma, da ideatore e conduttore dell’evento, nonché da ex Istruttore Nazionale di Alpinismo, sento pur sempre il peso della responsabilità), l’esposizione si ridimensiona. Dopo un lungo traverso nei prati, ci avviciniamo a delle rupi rocciose ed è evidente che la mulattiera non può passare attraverso queste, guardando verso il basso individuo i debolissimi segni della mulattiera che qui scende con alcuni stretti tornanti. Segue un nuovo diagonale, poi ancora tornanti a scendere portano in una radura con le classiche alte erbe di malga, apparentemente sembra non esserci modo di passare oltre ma senza esitazione mi lancio attraverso le alte erbe: ho percepito, al di là delle stesse, uno spianamento del terreno, non può essere altro che il residuo dei lavori militari. Infatti la mulattiera si evidenzia poco sotto.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Il tracciato continua in lievissima discesa, a tratti è pressoché totalmente nascosto dalla vegetazione, anche se inequivocabili lastre di granito ne segnano il lato a valle, a tratti è più evidente. Dopo un lungo traverso siamo vicinissimi alla Cima del Vallone e sulle sue pendici, netto, il segno di una larga mulattiera. Ci separa una tutto sommato tranquilla cengia terrosa che taglia un ripidissimo canalone erboso. Tranquilla? Eh no, all’improvviso un pastore che ci osserva dall’altro lato della cengia si mette a urlare: “Sassooooo, sbrigatevi, non fermatevi!” Io, già arrivato da lui, mi giro e vedo immediatamente che in alto nel canalone ci sono numerose pecore al pascolo le quali, incuranti di chi sta sotto, non si fanno la premura di non far cadere sassi: già poco prima, ci riferisce il pastore, una pecora è stata uccisa, colpita in testa da uno di questi massi. “Va beh, è andata, il sasso è scivolato a valle lentamente passando per un canalino secondario senza colpire nessuno di noi, però” penso “poteva anche avvisarci prima che passassimo sotto il canalone, quando eravamo ancora in punto sicuro, invece di aspettare che ci fossimo in mezzo e in pericolo!”

Ancora due chiacchiere con il pastore e poi riprendiamo la discesa ora più tranquilla e semplice. In breve siamo sulla mulattiera principale, risaliamo alla piana della Malga Foppe di Sotto dove pranziamo tutti insieme, poi la sofferta separazione: Marco, Francesca e Stefano scendono a valle, io e Antoine risaliamo al Prandini con l’intenzione di rimanerci fino a sabato.

La sera inizia a piovere e continua ininterrottamente per ventiquattr’ore costringendoci a restarcene nel rifugio per tutta la giornata di martedì. Antoine la passa prevalentemente a letto o studiando per un libro che sta scrivendo, io in parte mi occupo della stufa, in parte del taglio della legna, in parte delle pulizie, in parte di scrivere le bozze per le relazioni del soggiorno e dei percorsi fatti.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Nella notte il cielo si rasserena e mercoledì mattina la giornata si presenta calda e soleggiata. In attesa del risveglio di Antoine, che se la dorme alla grande fino alle nove, riparto a perlustrare il territorio antistante il rifugio e che adduce alla Porta di Stabio: ci si può sicuramente tracciare un percorso alternativo (poi la cosa mi viene confermata da Piero che già più volte ha seguito questa via di salita) e creare un interessante anello, ma, non conoscendo bene Antoine, per maggiore sicurezza decido di salire per il sentiero segnato.

Alle nove e mezza ci mettiamo in cammino e velocemente risaliamo la parte mediana della Val di Braone pervenendo al bivio per la Porta di Stabio. Qui il sentiero sale direttamente per l’erto pendio, la segnaletica a volte è ben visibile, altre volte stinta e difficile da individuare, ma il percorso è evidente e senza esitazioni porto il compagno alla meta, seguendo, verso la fine, un percorso che ci permette di evitare quasi tutta la neve. Magica la sensazione di solitudine che si prova: intorno a noi chilometri di montagna senza altre presenze, nemmeno quelle dei camosci che, viste le tante loro cacche qui presenti, speravo di vedere. Assordante l’immenso silenzio che pervade questi luoghi. Stupendo il panorama: a nord la vista spazia sui monti dell’Aprica e su quelli del settore meridionale dell’Adamello; a sud si vedono nettamente i radar del Dasdana e la lunga cresta che da questi porta a Monte Campione, dietro il quale evidente l’inconfondibile sagoma del Guglielmo, più a destra i monti della bergamasca, poi il più vicino Monte Altissimo di Borno e dietro altri monti non ben definibili, in lontananza la sagoma bluastra delle Alpi Liguri e degli appennini bolognesi; sotto di noi l’iride blu di uno splendido laghetto alpino e, a seguire, tutta la Val di Stabio, dolce e verde, molto invitante.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Vorrei scendere al laghetto sottostante ma il percorso complicato (ripido terreno franoso con un bel tratto di catene di sicurezza) e le nuvole nere che sempre più minacciose arrivano dal Cornone del Blumone, noto catalizzatore di maltempo, mi convincono a rinunciare e a sollecitare il ritorno a valle. Giusto il tempo di oltrepassare la conca innevata sottostante il valico che inizia a grandinare! Prima sono piccoli chicchi simili a palline di polistirolo, poi pian piano la dimensione degli stessi cresce diventando dolorosa per mani e testa, infine cresce anche l’intensità della grandine e nel giro di pochi minuti il paesaggio da verde diventa bianco. Fortunatamente, nonostante alcuni tuoni, non c’è né vento né pioggia e la temperatura rimane confortevole: il nostro cammino procede tranquillo e regolare, senza problemi rientriamo al rifugio dove abbiamo la base.

La sera, sfruttando un momento di calma tra le piogge che hanno ripreso con intensità, riesco a collegarmi telefonicamente con mia moglie e vengo a sapere che le previsioni per i giorni successivi non sono buone (mattina bella ma pomeriggio temporali) e che lei non sta tanto bene: suggerisco ad Antoine di ridiscendere a valle venerdì, lui rilancia proponendo di scendere ancora giovedì stesso e questo decidiamo di fare. In attesa della cena preparo lo zaino ed effettuo le pulizie del rifugio, la mattina successiva, visto il bel tempo, di buon ora sveglio il mio compagno, rapida colazione, ultime pulizia e poi giù senza sosta fino a Braone: Antoine fatica alquanto a camminare sul terreno sconnesso e la sua discesa è piuttosto lenta, ci mettiamo ben quattro ore e mezza per arrivare alla macchina.

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Ultimi sguardi verso l’alto, un saluto malinconico a questa valle meravigliosa, una valle che mi ha stregato già nel lontano 1988 quando l’ho risalita in pieno inverno, una valle che mi rivedrà sicuramente: anche se questo potrebbe per me comportare il perdere un luogo selvaggio e solitario dove poter vivere esperienze di montagna piene e appassionanti, ho deciso di scrivere non solo le relazioni dettagliate sui percorsi effettuati e sugli altri possibili, non solo di redigere articoli da inviare alle principali riviste di montagna, ma anche di realizzare un opuscolo su di essa dato che merita d’essere meglio conosciuta e frequentata, lo merita davvero.

La riconsegna delle chiavi, il pagamento di quanto dovuto per il soggiorno e i saluti a Piero concludono questo magico, per quanto sofferto, soggiorno. A Piero formulo la mia disponibilità a collaborare per la rimessa in funzione della mulattiera di guerra percorsa tre giorni prima, ma anche per altri lavori che possano essere necessari, quali il ripristino della segnalazione sul percorso della Porta di Stabio o la manutenzione del rifugio Prandini: se vuoi partecipare agli eventuali lavori segnalami nominativo, indirizzo e-mail e numero di telefono (modulo di contatto), grazie.

Per concludere devo e voglio ringraziare innanzitutto Piero, il custode del rifugio, per la sua estrema gentilezza e l’enorme diponibilità, poi gli Alpini di Braone per la costruzione e l’ottima gestione del rifugio Prandini, indi il Sindaco, gli Assessori e gli abitanti di Braone per la cura che hanno nei confronti del loro prezioso tesoro, infine i miei compagni di soggiorno: Antoine l’olandese, Francesca dall’Alto Adige, Marco pure dall’Alto Adige, l’altro Marco da Milano, Stefano da Chioggia. Grazie, grazie mille a tutti!

Valle di Braone (Orgogliosamente Nudi 2013): il fotoracconto


Per un evento speciale dai risultati altrettanto speciali oltre alla dettagliata relazione scritta non poteva mancare un bellissimo fotoracconto: guardalo! (aprile 2019 – purtroppo a seguito del cambiamento nello spazio gratuito di Flickr l’album non è più raggiungibile, vedremo in seguito se si trova modo di ripristinarlo)

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Orgogliosamente Nudi 2013: relazione del secondo evento, l’escursione in Valle di Braone


Valle di Braone

Valle di Braone (Foto Emanuele Cinelli)

Braone è un piccolo paesino in sinistra orografica della Valle Camonica. Su di esso sfocia, solcata dal torrente Palobbia, una lunga e stretta valle, la Val Paghera. A metà di questa, sulla sua sinistra orografica, si stacca la larga e verde Valle di Braone. Una prima ripida balza, con alcune splendide cascate, ne difende l’accesso, al di sopra la verde piana della Malga Foppe di Sotto la cui evidente forma a U ne evidenzia l’origine glaciale. Una successiva e ben più breve balza parzialmente rocciosa dà accesso alla parte alta della valle, le Foppe di Braone, all’inizio della quale troviamo la Malga Foppe di Sopra e l’annesso Rifugio Prandini, presso il quale, nelle giornate del 6 e 7 luglio 2013, s’è tenuto il secondo evento del programma 2013 di “Orgogliosamente Nudi” (leggi la presentazione e vedi gli altri eventi).

La Valle di Braone è stata scelta perché valle che, per le sue specifiche caratteristiche morfologiche e di frequentazione, ben si presta all’escursionista che certa solitudine e natura: solcata da un sentiero ben tracciato e sempre facilmente individuabile, risulta di comoda percorrenza anche per l’escursionista medio e rende meno problematico lo spogliarsi per chi, alla prime esperienze, possa temere per la presenza di zecche, vipere o altri animali più o meno ostili; la presenza di pochissime strutture abitative (una sola malga) o ricettive (due rifugi, per altro molto vicini tra loro) permette una nudità pressoché costante; trattandosi di un settore defilato e secondario dell’Adamello, con un avvicinamento lungo, risulta poco frequentata riducendo di molto la possibilità d’incrociare altri escursionisti e trovarsi così nella necessità di più o meno frequenti, e fastidiosi, rivestimenti (da evidenziare, comunque, che nel pieno periodo estivo è spesso frequentata da gruppi di scout e di oratorio che salgono ad essa dai loro campi collocati in valle e talvolta soggiornano per una notte o due proprio presso il Rifugio Prandini).

Rifugio Prandini

Rifugio Prandini (Foto Emanuele Cinelli)

Il Rifugio Prandini è stato scelto perché ne ho un lontano interessato seppur frugale ricordo, inoltre, arrivando da valle, è il primo che si incontra e, dopo 5 ore di cammino e 1500 metri di dislivello, anche poche altre decine di minuti e di metri possono risultare molto critici. Da tener presente che il rifugio è, a differenza del Gheza, sempre dato in autogestione, anche nei fine settimana di luglio e agosto.

Dopo un piccolo fremito iniziale, dovuto al reperimento della locandina da parte di un assessore di Braone, fatte le debite presentazioni e fornite a chi di dovere le nostre necessarie garanzie di rispetto delle altrui presenze, l’evento si avvia sulla strada della piena riuscita.

Così sarà.

Come da programma il gruppo, purtroppo piccolo (solo cinque persone) ma ben affiatato, si trova allo stadio comunale di Iseo nella mezza mattina del sabato, per poi raggiungere, in un’ora di autovettura, l’abitato di Braone dove parcheggiare, ritirare le chiavi del rifugio e consegnare una copia nella Guida Naturista Italiana recentemente pubblicata da Sylvia Edizioni (vedi recensione).

Strada Braone-Piazze

Strada Braone-Piazze (Foto Vittorio Volpi)

Effettuato un fugace pranzo, ci si immette sulla strada che da Braone porta alle Piazze: una stretta carrozzabile con diversi tratti a pendenza rilevante. Il traffico, seppur limitato e alternato da una recente ordinanza comunale, è continuo, rendendo il vestiario, anche se ridotto ai minimi termini, purtroppo necessario.

Tra chiacchiere, fotografie e osservazioni paesaggistiche, in un’ora e mezza si perviene alle Piazze. Qui la carrozzabile prosegue scendendo ad unirsi con quella della Val Paghera (interrotta per il crollo di un ponte) e un cartello mal posizionato ci porta a sbagliare percorso, allungando il nostro cammino di una mezz’ora e di un duecento metri di dislivello.

Finalmente liberi (Foto di Marco)

Finalmente liberi (Foto di Marco)

Recuperato l’errore e rientrati alle Piazze, si prende la mulattiera che, passate la Case di Scalassone, si addentra in Valle di Braone e inizia a salire ripidamente per superarne il primo salto (più di 600 metri di dislivello). Le forze sono ancora abbondanti e senza grosse difficoltà il gruppo risale di buon passo questo pendio, fruendo della frescura di una giornata non propriamente assolata, della copertura boschiva pressoché continua e del passaggio alla base di una bella cascata.

Insieme ai passi si assommano i metri e i minuti, così dopo altre due ore di cammino si perviene alla piana che adduce alla Malga Foppe di Sotto. I verdi prati, il fresco torrente che li solca e il successivo cammino in piano pressoché perfetto invitano ad una breve sosta per dissetarsi e reintegrare le sostanze necessarie ad affrontare il restante percorso.

Passata la Malga Foppe di Sotto, dove la presenza dei pastori ci induce a rimetterci i pantaloncini, sebbene proprio per pochi minuti, si riprende la salita. Ora si procede allo scoperto e sotto una debole pioggia. Il sentiero compie ampie svolte cercando i passaggi migliori tra placche rocciose, attorno, per la felicità di Francesca, l’unica donna del gruppo, è un mare di rododendri in fiore.

Finalmente al rifugio (Foto Emanuele Cinelli)

Finalmente al rifugio (Foto Emanuele Cinelli)

Le forze iniziano a cedere e il cammino si fa più pesante, per fortuna all’improvviso ecco apparire la sagoma del rifugio, ci separa solo un ultimo non troppo ripido pendio erboso, ma sono cento metri veramente duri: pare di non arrivare mai. Ma infin si giunge come disse il poeta, la porta è davanti a noi, la apriamo e… meraviglia delle meraviglie, il rifugio si presenta molto in ordine, pulito ed accogliente come ne ho visti pochi.

La temperatura è ancora confortevole, ma, anticipandone la discesa, come prima cosa viene accesa la stufa a legna, una di quelle vecchie stufe/cucina che quelli della mia generazione hanno avuto modo di vedere nelle cucine delle proprie nonne. Dopo di che si preparano i letti e la cena: una bella pastasciutta al pomodoro con la quale recuperare appieno tutte le energia dissipate nella lunga marcia di avvicinamento.

La serata passa in allegra compagnia, chiacchierando di varie cose: nudismo, alpinismo, religione, politica, lavoro, soldi e altro. Alle 23 quasi tutti a nanna, solo Francesca e Alberto restano ancora in piedi a chiacchierare.

La mattina della domenica ognuno si alza secondo il proprio ritmo biologico: Emanuele è fuori a godersi la mattina già alle 6, poco dopo lo raggiunge Marco, poi si alzano anche Francesca e Vittorio, ultimo è Alberto che dev’essere quasi sbrandato altrimenti se la continua beatamente fino a chissà quando.

A monte del rifugio (Foto Emanuele Cinelli)

A monte del rifugio (Foto Emanuele Cinelli)

Foppe di Braone

Foppe di Braone (Foto Emanuele Cinelli)

Fatta colazione, riordinato per bene il rifugio e svuotati gli zaini da quanto inutile per la breve gita della mattina, ci si incammina verso l’alta valle. Una prima ripida salita ci porta in breve al Rifugio Gheza che, contrariamente a quanto credevamo, risulta aperto e abitato. Per evitare di rivestirci, sfruttando la conoscenza di Emanuele della zona, invece di seguire il sentiero che passa proprio sulla porta del rifugio, si taglia di traverso per le balze di erbe frammiste a rocce. Ripreso il sentiero, entriamo nella piana delle Foppe di Braone e ci spingiamo fino al catino che precede la salita al Passo del Frerone (Zöck dè la Bala), dove, per ragioni d’orario, dobbiamo interrompere la salita.

Scattiamo la foto di gruppo e, per lo stesso identico percorso di salita, si rientra prima al rifugio, dove recuperiamo quanto lasciato, e poi a valle, al paese di Braone, dove giungiamo un poco provati dalla lunga marcia e, in particolare, dal scivolosissimo selciato della carrozzabile: nei tratti ripidi ha messo a dura prova il nostro equilibrio e, per alcuni, anche il fondoschiena. Stanchi si, ma felici: è stata una bellissima escursione, abbiamo goduto di paesaggi veramente rilassanti e ci siamo ancor più affiatati, approfondendo la reciproca conoscenza.

Rododendri (Foto Emanuele Cinelli)

Rododendri (Foto Emanuele Cinelli)

Il nostro stato d’animo si riflette positivamente sul gestore del rifugio che, a fronte della nostra correttezza e dopo averci adeguatamente conosciuti, ci conferma la disponibilità del rifugio per un nostro eventuale ritorno. A lui farà eco, qualche giorno dopo per e-mail, il Sindaco di Braone che ai miei ringraziamenti per la fiducia accordataci, sebbene comprensibilmente condizionata a determinate limitazioni in merito alla nudità, risponde con un “sono felice vi sia piaciuta l’escursione”. L’anno prossimo torneremo, abbiamo già messo in cantiere più o meno per lo stesso periodo di questa escursione, potete anche segnarvelo fin da ora, una magnifica settimana di escursionismo con base al Rifugio Prandini e meta i vari passi e le varie cime che lo circondano: Forcellino di Mare, Cima Galliner, Porta di Stabio, Passo del Frerone, Monte Frerone, Cima di Terre Fredde, Conca del Listino.

Somale di Braone e Pizzo Badile (Foto Emanuele Cinelli)

Somale di Braone e Pizzo Badile (Foto Emanuele Cinelli)

Che dire in conclusione? A parte l’ottimo svolgimento dell’uscita, voglio e devo mettere in evidenza che quando si superano timori e paure i risultati non tardano ad arrivare: molto meglio rischiare di ricevere un diniego che perdersi la possibilità di ottenere dei consensi. Il nudismo, e con esso l’escursionismo nudista che è certo la formula più piena di naturismo e più efficiente per diffondere lo stile di vita nudista, devono uscire allo scoperto, devono mostrarsi al mondo, devono cercare il contatto con la società senza isolarsi nei propri più o meno piccoli centri riservati, non c’è altro modo per farsi accettare e per crescere. Ovviamente è poi importante ritornare segnali positivi mantenendo un atteggiamento corretto ed evitando di forzare oltre il dovuto l’accettazione della nudità: se prevedibile l’incontro con non nudisti (avvicinandosi a malghe o rifugi, vedendone o sentendone l’arrivo da lontano) coprirsi per tempo debito, se l’incontro capita all’improvviso la situazione va valutata di volta in volta, in linea di massima rivestirsi può risultare inutile o addirittura deleterio, ma nel caso di gruppi di giovani ragazzi (scout e oratorio) avere a portata di mano un pareo è sicuramente consigliabile (leggasi a tal riguardo “Escursionismo nudista: istruzioni per l’uso“; altro utile articolo “Escursionismo: quale abbigliamento?”).

Libertà al nudismo, non ghettizzazione dello stesso! È possibile, la società è disponibile, dobbiamo esserlo anche noi.

Grazie a tutti i partecipanti, grazie, grazie, grazie!

Gruppo (Foto Emanuele Cinelli)

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