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#TappaUnica3V: chiedi, chiedi, chiedi!


20151024_0010_def3VFin dal momento in cui ho annunciato l’intenzione di TappaUnica3V il suggerimento più frequento che ho ricevuto è stato quello di chiedere: “chiedi a chi l’ha già fatto”, “chiedi a chi corre i trail”, “chiedi a chi è abituato a percorrere lunghe distanze”, chiedi, chiedi, chiedi. Grazie, siete stati gentili e premurosi però…

Comprendo che viviamo in un’epoca in cui la norma è quella di percorrere sempre la strada più comoda e semplice anche a costo di scendere a compromessi, nell’era in cui alla formazione si è sostituita l’istruzione ad hoc, ovvero la specifica informazione utile a risolvere quel singolo problema. Si certo, comprendo queste e tante altre cose, però…

Sarò all’antica ma io preferisco ancora percorrere la più formativa strada della sperimentazione personale, dello studio, dell’analisi, dell’autocoscienza, l’unica strada che possa portare alla conoscenza, l’unica strada che possa darmi qualcosa e farmi crescere come escursionista, come sportivo, come persona. Grazie a questa metodica, e qui il grazie è grosso come una casa, ho potuto scoprire e imparare tante cose, non tanto su di me che a sessant’anni penso proprio di potermi conoscere a sufficienza (e caso mai TappaUNica3V mi sta dimostrando che è così), non tanto sulla montagna che quarantacinque anni di alpinismo qualcosa me l’hanno insegnato, quanto sulle nuove metodiche di allenamento, sull’evoluzione delle conoscenze in ambito alimentare sportivo, sui più correnti concetti di fisiologia sportiva, sui vari integratori, eccetera. Questo, insieme al piacere delle tante solitarie nude o vestite ore passate in montagna, è stato, è e sarà l’aspetto più rilevante e gratificante di questo mio stupendo viaggio.

Quindi… grazie, grazie per il vostro interessamento ma per favore smettetela, non insistete, lasciatemi sperimentare, studiare, conoscere, se proprio volete aiutarmi fatemi domande, fatemi parlare delle mie esperienze e nuove conoscenze di modo che le possa fissare e allargare.

Grazie!

Giorno verrà, tornerà il giorno in cui…


Altro mio vecchio articolo di montagna in buona parte ancora attuale.


Fino a non molti anni fa pochi o nessuno parlavano dell’avventura, era un termine comunissimo, tanto comune da non avere un particolare peso nei discorsi, un particolare effetto sulla gente. Ad un certo punto, però, tale parola comincia a diventare un potente mezzo di condizionamento: pubblicità, trasmissioni radio-televisive, articoli giornalistici, intere riviste ruotano e crescono intorno ad essa. Nasce il venditore d’avventura.

Nulla ci sarebbe di male se non fosse per il fatto che codesti imbonitori tendono, per logiche e ben comprensibili ragioni, a monopolizzare l’opinione pubblica, indirizzandola verso una visione alquanto parziale e, tutto sommato, errata dell’avventura: la ricerca del rischio.

Ovviamente non voglio contestare tale opinione in sé, ognuno è libero di pensare e agire come vuole finché non impedisce o limita l’altrui libertà, ma voglio obiettare sul tentativo di propagandarla come l’unica possibile, come la Verità assoluta e incontestabile.

È vero che anche nella definizione riportata nel vocabolario appare il fattore rischio, ma non come elemento dominante. Inoltre alla stessa voce compaiono anche altre definizioni, nelle quali il fattore rischio proprio non viene menzionato: vicenda singolare e straordinaria, caso inaspettato, eccetera. Così pure sui dizionari dei sinonimi e dei contrari alla voce “avventura” troviamo: caso, vicenda, avvenimento, episodio, evento, fatto, imprevisto, traversia, vicissitudine. Non compaiono, invece, termini come rischio e pericolo.

Ritengo pertanto inesatto e infondato il restringimento semantico “avventura = rischio”, e sostengo che l’aspetto essenziale dell’avventura risiede nell’incertezza della riuscita per effetto dell’ignoto: l’avventura non è la possibilità di farsi del male o di morire, ma l’impossibilità di prevedere il tutto, la possibilità d’effettuare incontri imprevisti, di trovare situazioni ed ostacoli che, per loro natura, richiedono capacità di adattamento e improvvisazione.

In sintesi possiamo dire che c’è avventura ogni qualvolta l’uomo, pur usufruendo di tutti i mezzi tecnici possibili, è l’artefice primo del buon esito della sua azione: lanciarsi da un ponte legati ad una fune e, magari, a cavallo di un grosso elefante di plastica, non è avventura ma esibizionismo, scarsa fantasia, o tutte e due le cose insieme. In tale azione, infatti, l’uomo deve limitarsi al superamento di ataviche e sane paure (istinto di conservazione), poi resta solo e soltanto un semplice osservatore degli eventi, sono i mezzi tecnici e non l’uomo a condizionare e permettere l’azione. Al contrario una tranquilla e semplice passeggiata tra i boschi può facilmente diventare una vera e propria avventura a causa di un improvviso e violento temporale, di un incontro con esemplari della fauna, e via dicendo.

L’avventura, in quanto protagonismo dell’uomo, è potenzialmente presente in qualsiasi nostra azione, nella nostra stessa vita. È quindi impossibile parlare di alpinismo senza automaticamente parlare di avventura. Il programmare le escursioni o le ascensioni, il prepararsi alla giusta azione, il rapportarsi con semplicità e onestà alla montagna, non privano l’alpinismo dell’avventura, ma lo arricchiscono di un qualcosa che va ben oltre il puro e semplice piacere materiale: la soddisfazione di vivere.

IMG18 - Roccette finali

Alpinismo, vivere in


Un altro mio vecchio articolo di alpinismo e montagna.


Certamente l’alpinismo è ideologia, attività sportiva, gesto tecnico, gioco, gioia e… dolore, ma, soprattutto, è e deve essere dialogo con la montagna.

L’uomo e la montagna

IMG18 - Roccette finali (Copia) Molto tempo è passato da quando si vedeva nella montagna un possente dio, tre secoli sono trascorsi da quando si riteneva che l’alpe fosse popolata da draghi e demoni, eppure ancora oggi il rapporto tra l’uomo e la montagna è fortemente condizionato da quello stesso sentimento di paura che, per migliaia e migliaia d’anni, ha impedito l’esplorazione e la colonizzazione delle Alpi e dei monti di tutto il nostro pianeta. Anche fra gli stessi alpinisti è tutt’altro che infrequente sentir affermare che la montagna è pericolosa.

Ma è veramente pericolosa questa montagna?

Dobbiamo innanzitutto distinguere tra pericolo e rischio, due termini spesso usati come sinonimi ma in realtà differenti tra loro: il primo è caratteristica propria di un oggetto, il secondo è determinato dall’azione umana.

Allora, si la montagna è pericolosa, così come lo è una strada, il mare, un fiume, ma anche una pianta, una casa o un palo che possono, per loro stessa natura, crollare improvvisamente a terra e casualmente ferire o uccidere qualche passante. D’altra parte la montagna è anche un oggetto nelle mani dell’uomo ed è l’azione dell’uomo che può determinare o meno la presenza del rischio, è l’errore umano che causa l’incidente. È, quindi, l’uomo e non la montagna ad essere l’artefice del pericolo.

Un esempio: il crepaccio esiste in quanto logica conseguenza del movimento verso valle del ghiacciaio, l’alpinista che vi cade dentro non può certamente incolpare la montagna del suo incidente, ma deve prendersela con sé stesso, con la propria imperizia, imprudenza o negligenza. Non è stato un agguato del monte all’uomo, ma solo e semplicemente un attentato dell’uomo nei suoi stessi confronti.

L’autocontrollo e l’autocritica sono qualità indispensabili e l’alpinista deve serenamente svilupparle a completamento della preparazione tecnica. È inutile, oltre che ingiusto, imputare alla montagna delle colpe, darle un’etichetta che assolutamente non le si addice, è, questo, un comportamento che consente di rimediare artificiosamente una comoda scusa per evitare il confronto con sé stessi, con il nostro “io” misterioso diverso da quello che pretendiamo di conoscere. Per l’alpinista è necessario abbattere le barriere psicologiche che l’evoluzione tecnica non ha potuto e mai potrà eliminare.

Alpinismo solitario

1760 (Copia)Vago solingo fra i boschi più neri,
nei vasti pianori,
sui fianchi del monte,
fra i bianchi ghiacciai.

Vago solingo e osservo:
negli occhi mille colori,
mille forme si dipingon.

Vago solingo e odoro:
mille profumi m’invadon le nari.

Vago solingo e ascolto:
cantano gli augelletti,
sibila il vento,
recita l’acqua del torrente,
scricchiola il ghiaccio che rompe.

Nulla disturba l’intimo contatto:
non schiamazzi di gente,
non amici che distolgon la mente,
nulla.

Vago solingo, ma solo non sono:
la Montagna mi accompagna,
mi parla, mi ascolta, mi aiuta.

.

L’alpinismo solitario è un’esperienza indimenticabile, un’esperienza che tutti dovrebbero provare, una lezione di umiltà e di amore.

Molti negano ciò sostenendo, al contrario, che l’alpinista solitario è essenzialmente un incosciente, nulla di più sbagliato. L’incoscienza non c’entra proprio per niente, contano, invece, la voglia d’imparare, il desiderio di conoscere, la ricerca spirituale e l’amore. Per praticare l’alpinismo solitario non occorre coraggio, ma è sufficiente abbandonare la posizione di padroni dell’universo per avvicinarsi alla montagna con il solo intento di viverla, non per dominarla e conquistarla.

Preso possesso di questi semplici sentimenti, provate a inoltrarvi nel luogo più sperduto e silenzioso che conoscete, andateci da soli, in punta di piedi e senza violenza, sedetevi e liberate i sensi, lasciate scorrere i pensieri. All’improvviso sentirete i mille rumori che sono la voce del monte e vi accorgerete che il silenzio è solo un’apparenza, che il silenzio non esiste, ma eravate voi incapaci di sentire. Avete, così, imparato ad ascoltare e la montagna vi parla.

Certamente la più grande paura che frena l’uomo di fronte all’esperienza dell’alpinismo solitario è la totale impotenza dell’uomo solo, ma tale sentimento è anche il più valido aiuto di cui disponiamo per capire i messaggi del monte. Infatti la nostra impotenza ci serve per meditare sulle presunzioni umane e per imparare a controllare ogni nostra azione, anche la più piccola e semplice.

Alzatevi, ora, e camminate nella solitudine. Quando il sudore vi bagna la fronte, quando il fiato diventa pesante, quando la fatica appesantisce le membra, quando vi sentite indifesi o disorientati, ascoltate le voci del monte, vi accorgerete che la montagna è con voi per assistervi e proteggervi. All’improvviso le forze ritorneranno in voi e la fiducia s’impadronirà della vostra mente, scacciandone il terrore. Avete così imparato a comprendere le voci del monte e la montagna vi accoglie.

Imparando ad ascoltare e a comprendere si capisce che la montagna non è un nemico, ma un’essenza viva, un’essenza che può e deve diventare la nostra stessa essenza vitale.

Perché arrampichi?

IMG10 - Tiro 8 (Copia)

Gita di gruppo, seduto davanti al rifugio osservo le cordate impegnate sulla sovrastante parete e penso alle mie prossime ascensioni.

Perché arrampichi?

La domanda mi giunge a bruciapelo esplodendomi nel cervello e togliendomi bruscamente dalle meditazioni. Sulle prime resto incapace di ogni pensiero, ma passato il frastuono dell’esplosione, le idee cominciano a ronzare come api impazzite, mi è impossibile ordinarle secondo logica.

Già, perché arrampico? Quante volte me lo sono chiesto, quante volte me l’hanno chiesto, e mai mi è riuscito di dare una risposta esauriente. Perché mi piace, perché mi diverte, per l’ebbrezza del vuoto, per il confronto con la paura, perché di si, perché, perché, perché. Mille risposte, tutte valide ma tutte incomplete in quanto dietro quella la semplice domanda si nasconde un quesito molto più profondo e complesso: l’arrampicata è scelta di vita o inutile rischio di morte?

Stavolta voglio provare ad esaurire l’interrogativo e comincio un viaggio mentale nel mio passato, ripercorrendo le tappe della mia storia alpinistica.

È la curiosità a spingermi a provare l’arrampicata. I primi approcci sono senza convinzione e la paura è tanta, ma con l’acquisizione delle giuste conoscenze mi rendo conto che il pericolo non è implacabile e che, con un adeguato controllo delle mie azioni, posso ridimensionare i rischi, mantenendoli entro dei limiti tollerabili.

Con la successiva esperienza pratica giungo a verificare che quando il mio corpo e la mia mente diventano parte stessa dell’ambiente, il rischio svanisce completamente.

L’acquisizione dello stato di simbiosi e l’eliminazione dei timori ancestrali mi consentono di cominciare a percepire la parete, il mio movimento e le forze che la natura mi oppone. Conseguentemente posso adeguare le mie gestualità a finissime esigenze meccaniche e morfologiche e la mia progressione diviene dinamica espressione dei miei sentimenti e delle mie sensazioni: arrampicare è armonia, sentimento, esaltazione dell’essere e del vivere, gioia profonda; il rocciatore è la roccia, il cielo e l’aria..

Perché arrampico? Perché amo la vita e arrampicare è arte di vivere. Non cerco emozioni speciali o conquiste sensazionali, ma semplicemente mi sento albero e come l’albero continuo a salire sempre più in alto alla ricerca del sole, del sole che è fonte di vita. Anche se mai potrò raggiungerlo, sempre guarderò e camminerò verso di lui, imparando dalle albe e dai tramonti, meditando sul passato, sul presente e sul futuro, crescendo insieme all’energia ch’esso m’infonde. E così insegnerò, come l’albero insegna ai rami a fare nuovi rami e a questi a fare i frutti, frutti che produrranno il seme generatore di nuova vita.

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