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Autoscatti


Non fotografo e non mostro il mio corpo, fotografo e mostro le attività che faccio!

P.S.
Il fatto che le faccia nudo non altera il contesto e non modifica le intenzioni.

Chi subisce patisce!


Sulle reti sociali stanno rifacendosi numerosi i messaggi che invitano coloro che hanno riabbracciato la naturalità del nudo a non spogliarsi fuori dai contesti prettamente nudisti (o naturisti, sic!), a rivestirsi quando arrivano persone vestite, a… a… a… altri atteggiamenti similari dove il nudo cede spazio al vestito.

Il concetto che viene messo a giustificazione di questi inviti è il rispetto per gli altri, ma può questo realmente definirsi rispetto o piuttosto è solo sottomissione?

Rispetto è permettere agli altri di fare quello che vogliono, quindi rispetto è lasciare vestito chi non vuole spogliarsi (cosa, per inciso, normalmente vietata nei centri riservati al nudo, sic!) e lasciar stare nudo chi vuole spogliarsi; rispetto è non pretendere di stare nudi in casa d’altri (un luogo pubblico, però, è casa di tutti, per cui non è casa d’altri); rispetto è non pretendere che tutti debbano stare vestiti; rispetto è lasciare che ognuno viva la propria vita esattamente come desidera; rispetto è capire, comprendere, accettare, restare indifferenti a tutto ciò che, pur non rientrando nella sfera del nostro gradimento, comunque non ci apporta veri danni materiali (e un fastidio non è un danno); rispetto è empatia senza rinuncia. Tutto il resto non è rispetto ma solo sottomissione.

Stare vestiti in luoghi pubblici, ovviamente in assenza di leggi che lo vietino espressamente, solo perché si presume che qualcuno possa offendersi non è rispetto, è non farsi rispettare, quindi è sottomissione.

Stesso dicasi per ogni azione di rivestimento all’arrivo di altre persone ipoteticamente non nudiste, e qui ci possiamo aggiungere anche altre due considerazioni:

  • magari invece sono nudiste e ci siamo rivestiti per niente;
  • magari pur non mettendosi nude rispettano chi vuole stare nudo e abbiamo rinunciato a comprenderlo;
  • rivestirsi all’arrivo di altre persone, specie quando queste già ci hanno siti nudi, non fa altro che intensificare negli altri il concetto del nudo come cosa sporca e da nascondere, quindi inibisce ogni possibilità di rinormalizzare la nudità

Il rispetto dev’essere e può essere solo bidirezionale altrimenti non è rispetto ma solo sottomissione.

Ribellioni alla nudità e agli eventi nudisti (per inciso sempre e solo di piccole fazioni di persone che, quindi, non rappresentano l’idea della maggiorana, sono solo capaci di gridare e farsi intendere, in questo favorite dall’eventuale remissivo silenzio della controparte), ci saranno sempre finché si continuerà a divulgare un concetto di rispetto basato su queste fondamenta, finché si accetterà la resa e la sottomissione.

Nessuna conquista sociale, nessuna evoluzione è avvenuta senza che una parte un poco forzasse l’altra, senza creare malumori, senza fatica e senza sudore!

Chi subisce patisce, detto inequivocabile che non andrebbe mai dimenticato e disatteso, senza ovviamente cadere nell’eccesso: non andiamo, per fare un solo palese esempio, (per ora, in futuro magari anche, mai dire mai!) a metterci nudi in una piazza urbana.

#nudiènormale

Rinormalizzare il nudo, quale strategia


Difficilmente avremo la rinormalizzazione del nudo finché proprio coloro che, in qualsiasi misura, lo praticano:

  • useranno termini impropri per riferirsi alla nudità;
  • tenderanno a differenziarsi da coloro che non la praticano;
  • continueranno, più o meno consciamente, a vedere e propagandare la nudità come un atteggiamento inadatto alla generalizzazione sociale, quindi da isolare in specifici contesti ben segnalati e delimitati;
  • negheranno o dubiteranno del suo valore educativo e curativo;
  • parleranno e scriveranno di cosa non sia la nudità invece di concentrarsi sul dire e scrivere cosa essa è.

Alla rinormalizzazione del nudo non servono l’autocensura, la vittimizzazione e un falsato concetto di rispetto.

Alla rinormalizzazione del nudo servono persone convinte, decise, sicure e positive!

Un falso problema


Chi non vive la realtà del nudo sociale ha talvolta un dubbio che, appena possibile, si trasforma in una domanda: “e se ho un’erezione spontanea?” Similare questione, scorrendo nelle reti sociali e sui blog, appare essere un argomento alquanto dibattuto anche tra coloro che si dicono nudisti o naturisti.

Se per i primi ci può stare, per i secondi mi sovviene il dubbio che, invero, frequentino ben poco l’ambito realmente nudista o abbiano delle perversioni o stiano solo cercando una scusa per pubblicare fotografie di peni eretti: in vent’anni di nudo sociale portato in vari contesti, da quelli espressamente nudisti a quelli di abbigliamento facoltativo, dai raduni con diverse centinaia di persone a quelli di poche persone, dalle spiagge alle escursioni in montagna, dalle saune alle cene o pranzi, e via dicendo mai, e ribadisco mai, mi è capitato di vedere un’erezione, MAI!

P.S.
Qualcuno a questo punto sarà subito pronto a rilevare la cosa, quindi diciamolo ben chiaro… Le pubbliche erezioni non spontanee sono state escluse dal contesto in quanto appartengono ad ambienti e ambiti che con la filosofia del nudo sociale hanno nulla a che fare, a personaggi che non sono assolutamente iscrivibili nella schiera di coloro che hanno abbandonato le vesti per una sana educazione al nudo: dei vili infiltrati diseducati alla normalità del corpo proprio da una società che rifugge dal nudo.

Nudo, nudo, nudo!


Il nudo non è intrinsicamente naturismo, il naturismo non è necessariamente nudo.

Il nudo può essere espressamente nudismo, il nudismo è sicuramente nudo.

Usiamole queste due semplici, chiare, inequivocabili, splendide parole: nudismo e, soprattutto, nudo.

Usiamole!

Usiamolo!

Nudoooooooooooooo!

Molliamo i freni


Da quando negli anni settanta ci furono le cacce al nudista, il mondo del nudismo si è man mano chiuso a riccio arrivando a nascondersi dietro il temine meno palese di naturismo, per poi proseguire con i freni tirati comportandosi più da setta segreta che da quello che invero è: la normalità!

Da tempo io sto spingendo affinché si cambi atteggiamento, affinché si esca allo scoperto, ci si metta in gioco e si mollino i freni, purtroppo se questo lo si sta osservando in varie nazioni del mondo, ancora in Italia tutto è bloccato e molti sono i nudisti e naturisti che mantengono un comodo atteggiamento di sottomissione e/o un ancor più comodo vittimismo: si autoimpongono limiti operativi, incolpano sempre e solo gli altri per la resistenza sociale al nudo, si limitano a brontolare per l’assenza di opportunità, si aspettano di vedere le cose calare miracolosamente dell’alto, se da un lato manifestano ossessiva ripulsione per le etichette poi di fatto le usano e le impongono per manifestare dissenso e sentirsi “al di sopra”. Tant’è vero che, a differenza di quanto vanno predicando e maledicendo, sono proprio loro che commentano in modo contrariato le iniziative e le azioni tese a rendere più aperto e visibile il nudismo, opponendosi alle stesse o addirittura cercando di ostacolarle

Beh, detto nella massima sincerità, me ne frego! Tenetevi le vostre paure, le vostre idiosincrasie, il vostro vittimismo, il vostro usare i termini come maschere ed etichette, gli obblighi al nudo quale sistema di (stupida perché ottiene l’effetto contrario) autodifesa, l’atteggiamento massonico, l’autocarcerazione in limiti mentali e pratici, io, anche a vostro vantaggio, proseguo per la mia strada e allargo la mia pubblica nuda presenza coinvolgendovi gli altri due mie blog senza tralasciare il mondo del lavoro.

E comincio da qui, dal pubblicizzare nello specifico il programma di VivAlpe 2020…

Blog “Sentiero 3V” il lungo cammino bresciano attorno alla Val Trompia > “Andare oltre: inclusione ambientale”

Blog “Pearl” la galassia della formazione tecnica continua > “Professione formatore e la mia inclusiva proposta”

Poi proseguo, ma ne seguiranno altri, con un articolo sul rapporto tra nudisti e aziende > Nudisti in azienda? Un valore aggiunto

#VivAlpe 2020: escursioni inclusive


Come ormai avviene da diversi anni, anche per il 2020 ho predisposto un calendario di escursioni appositamente studiate e programmate per poter essere condivise con gli amici del blog.

Come ben sa che mi segue da un minimo di tempo, trattasi di escursioni finalizzate all’inclusione nell’ambiente montano. Si, inclusione, inclusione perchè quello che faccio per mio conto e quello che propongo attraverso VivAlpe va ben oltre il camminare in montagna, va oltre anche la tanto ricercata integrazione con la montagna. Il mio modo di andare per monti, infatti, elimina ogni barriera mentale e fisica tra persona e ambiente, e porta l’escursionista a essere parte stessa del monte, esattamente come lo sono tutti gli altri esseri viventi o non viventi che lo circondano: animali, vegetali e minerali.

L’inclusione è indissolubilmente legata allo spogliarsi: spogliarsi delle paure ataviche nei confronti di un ambiente oggi estraneo ai più, persino a molti di coloro che in montagna ci vivono e/o ci lavorano; spogliarsi dei condizionamenti mentali conseguenti alle tante legende sulla montagna, all’artificiosa imposizione del vestiario, al costruito innaturale concetto di anormalità del corpo nudo; spogliarsi, infine, fisicamente dei vestiti, tutti i vestiti, unica eccezione le calzature che, vista la lunghezza dei percorsi e loro connotazione, per motivi di sicurezza è comunque il più delle volte necessario indossare.

Ecco che nelle escursioni di VivAlpe, per quanto facoltativa, è prevista la nudità, una nudità semplice, sincera, sana, ecologica, educativa e naturale, una nudità, come detto, necessaria all’inclusione montana, una nudità, purtroppo, ad oggi limitata all’interno di innaturali confini.

Confini che mi impongono un’accurata selezione dei percorsi, escludendo tutti quegli itinerari classici dove è quasi certo incontrare molte persone, cercando di limitare al massimo le zone antropizzate, i passaggi nelle immediate vicinanze di rifugi e altre strutture abitative di montagna, la percorrenza di strade e stradine aperte al traffico.

Nel caso dei percorsi super frequentati è un’esclusione che poco disturba, anzi, è addirittura funzionale all’inclusione. Certo dispiace dover escludere alcuni interessanti itinerari solo perché intersecano necessariamente sentieri battuti, solo perché hanno uno o più tratti su strade o stradine, solo perché accostano qualche rifugio. Dispiace che alla fine venga a crearsi un ventaglio di possibilità più limitato rispetto a quello disponibile all’escursionismo vestito. Certo è possibile, e lo facciamo, coprirsi nel passaggio dalle zone o dai tratti “a rischio”, ma è comunque un gesto fastidioso, un’azione che inibisce l’inclusione, un’imposizione senza senso agita da poche persone che pretendono di condizionare il comportamento di tutti gli altri, un’imposizione sentimentalmente avulsa alla stragrande maggioranza delle persone, un’imposizione ad oggi ancora più o meno volontariamente e direttamente supportata dalle istituzioni locali e nazionali.

VivAlpe, nel convivere con tale situazione, cerca nel contempo di operare ai fini della rinormalizzaizone del nudo. Si, rinormalizzazione, perché tutto sommato, nel lungo novero dell’esistenza dell’uomo, sono ben pochi gli anni di ostilità vero il nudo e, volenti o nolenti, la nudità è parte stessa della nostra natura, come ben dimostra l’atteggiamento dei neonati e dei bambini nei loro primi anni di vita: stare nudi è per loro assolutamente normale e sono del tutto indifferenti al nudo, sia quello di altri loro coetanei che quello di adulti, siano essi dello stesso che di altro sesso.

Sono e siamo convinti che l’esempio pratico possa fare più di qualsiasi altra forma di convincimento, in particolare molto più dell’impervio tentativo di far approvare leggi regionali o nazionali, talvolta andato a buon fine ma sempre reso inutile o addirittura pericoloso dalla loro specifica formulazione. A conti fatti la legge ad oggi esistente non aiuta ma nemmeno ostacola la nudità pubblica, esiste solo una convenzione giuridica che, stranamente, fatica ad essere completamente superata, qualche passo c’è stato, ma, per come funzionano le cose in Italia, pur sempre troppo poco.

Ma non voglio cadere nel comune errore del lamento, torniamo al novero dell’articolo: VivAlpe.

Seppure sia probabilmente la forma più pura di naturismo, anzi forse l’unica attività che possa per logica e semantica definirsi naturista, preferisco evitare l’utilizzo di tale aggettivo che, alla fine, lungi dall’apportare vantaggi, nella sua ambiguità etimologica, nella sua sostanza aspecifica, contribuisce a una comunicazione inefficiente.

Evito anche l’appellativo di nudista, usato a lungo mi sono poi reso conto che il solo fatto di utilizzarlo in modo sistematico definisce un’identità differente, distaccata, avulsa al mondo comune, quindi contribuisce a rinforzare la convinzione di anormalità del corpo nudo, inibisce anziché stimolare la rinormalizzazione del nudo.

Parlo e invito a parlare solo di nudo e di nudità, facendolo solo quando proprio necessario e non per aggettivare le nostre attività che, nel caso di VivAlpe, sono solo ed esclusivamente escursioni, escursioni come quelle di tutti gli altri, caso mai hanno in più il carattere dell’inclusività e così…

VivAlpe non è escursioni naturiste, VivAlpe non è escursioni nudiste, VivAlpe non è nemmeno escursioni nude o in nudità, VivAlpe non è qualcosa in antitesi con l’escursionismo classico, VivAlpe non si pone in alternativa ad altro, VivAlpe è VivAlpe e basta, caso mai VivAlpe è solo ed esclusivamente inclusione ambientale.

Clicca sulla locandina sotto per accedere alla pagina eventi.

Naturismo, nudismo, nudo, quale termine?


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Il lessico è avulso alla volontà di differenziare, ovvero alla tanta temuta e deprecata etichetizzazione delle cose e delle persone: le parole non hanno volontà, la volontà è propria delle persone e sono queste ultime, caso mai, a dare etichette e attraverso queste compiere atti di differenziazione e discriminazione.

Il lessico è questione tutt’altro che accademica: attraverso il lessico possiamo comprenderci, possiamo trasmettere messaggi comprensibili, fare in modo che gli altri possano capire con precisione quello che vogliamo dire. Insomma, attraverso il lessico comunichiamo e:

  • un lessico errato comporta una comunicazione fallimentare;
  • per una comunicazione efficiente è necessario usare un lessico corretto.

Ai fini della corretta comunicazione usare le parole corrette è, quindi, una necessità irrinunciabile: ve lo immaginate un mondo senza parole, o un mondo dove ognuno dia il significato che vuole alle parole che utilizza?

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Nell’ambito del nudo si sono nel tempo formati due termini (che in inglese sono anche tre o quattro) e che oggi vengono utilizzati spesso in modo ormai dislocato, ovvero dissociato dalla loro origine terminologica, e totalmente arbitrario, creando una confusione immensa e così assolutamente deleteria al mondo stesso del nudo sano, educativo e lecito: naturismo e nudismo.

Ho già scritto molto a proposito, c’è anche in questo blog un glossario apposito per chiarire la questione, eppure l’ostinatezza umana, l’abitudine, l’individualismo, l’ignoranza comunicativa fanno si che la cattiva abitudine perseveri e, con l’aumentare delle persone che si aprono al nudo come aspetto fondante del loro modo di vivere, vada aumentando la confusione, specie in coloro che sono lontani da questo elemento sociale.

Pur nella considerazione che la soluzione ottimale, quella in assoluto più corretta, sarebbe il non dover fare specificazioni di sorta (il nudo, esattamente come l’essere vestiti di rosso piuttosto che di nero o di blu, è, sarebbe e dovrebbe essere uno stato di normalità e pertanto non dovrebbe essere necessario qualificarlo e specificarlo) allo stato attuale delle cose è comunque importante fare chiarezza e sperare che ci si voglia rendere conto del male che, utilizzando in modo improprio i tre termini di cui sto disquisendo, si fa a ciò che si vorrebbe proteggere e, possibilmente, diffondere.

Con le semplificazioni necessarie al contenimento delle righe di testo, ecco un sunto di quanto già scritto in precedenza e che, insieme al Glossario Nudo, invito a leggere per farsi un’idea più completa e precisa della questione.

Se vogliamo fare riferimento al nudo di per se stesso o a un momentaneo stato nel nudo dobbiamo parlare di nudità (invero nudo e nudità sono termini spesso invertibili tra loro, solo il costrutto logico grammaticale della frase può a volte richiederne un utilizzo più preciso).

Se vogliamo fare riferimento alla nudità come attitudine quotidiana o come desiderio di pervenire alla rinormalizzazione del nudo dobbiamo parlare di nudismo.

Il naturismo esiste solo in combinazione con altri aspetti: ecologia, rispetto ambientale, immersione nella natura ed eventualmente anche alimentazione vegetariana o vegana. Quindi il termine naturismo lo dovremmo utilizzare solo ed unicamente per fare riferimento a…

  • quella particolare forma di nudismo dove la nudità non è l’aspetto unico e predominante, bensì una strada (una tra le altre possibili, anche se certamente la più efficiente) per arrivare al contatto con la natura; lo stare nudi, ad esempio, in casa, in una piscina, in un villaggio o in resort non sono da definirsi come naturismo, bensì come nudismo;
  • quella specifica concezione di vita dove allo stare in nudità si abbina indissolubilmente e costantemente il rispetto per l’ambiente e il desiderio di viverlo quanto più integralmente possibile; se non sono ecologico e non rispetto l’ambiente (certo qui si pone un problema di definizione visto che ad oggi è pressoché impossibile esserlo sempre e costantemente, ma questo esula dagli obiettivi di questo articoletto) posso essere un nudista ma non sono un naturista;
  • quegli ambienti dove il rispetto per la natura e l’ecologia sono caratteristiche fondamentali, quindi ogni struttura diversa da grotte, capanne di paglia o altri elementi naturali (non tagliati) sarebbe esclusa dal contesto (invero essendo il naturismo un concetto mentale umano non avrebbe senso attribuire il termine ad oggetti inanimati e, quindi, non pensanti, ma diamo per buona l’estensione semantica).

Alcuni esempi:

  • piscina (hotel, resort, villaggio, ristorante, eccetera) a nudità consentita, al limite piscina (hotel, resort, villaggio, ristorante, eccetera) nudista, non ha senso piscina (hotel, resort, villaggio, ristorante, eccetera) naturista (struttura artificiale e magari al chiuso, quindi non in contatto con la natura), sarebbe come definire ecologista un ristorante vegetariano;
  • ha senso ma è poco efficiente (in quanto indiretto) affermare che il naturismo è positivo ai fini dell’accettazione di se stessi e del proprio corpo, è il nudo che apporta tale preziosissimo cambiamento psicologico, quindi è più corretto parlare di nudità e di nudismo;
  • di logica in sauna ci si dovrebbe stare nudi e, pertanto, non avrebbe senso aggettivare la sauna con i termini in questione, allo stato di fatto delle cose (poche sono le saune dove ci si può stare correttamente nudi) e volendo specificare che il nudo è esteso anche fuori dalle cabine sauna (visto che è raro trovare tali strutture) il termine da utilizzare è quello di “nudità consentita” (invero sarebbe più corretto apostrofare le altre strutture con “obbligo di costume”).

Nessuna volontà di etichettare o di voler differenziare in modo critico e giudicante cose, persone e azioni, solo l’esigenza di comunicare in modo efficiente e, quindi, costruttivo, corretto, positivo e premiante, unica strada per arrivare a far comprendere i tanti e importanti valori della (ri)normalizzazione della nudità!

Per abitudine preferisco evitare di supportare i miei pareri riportando voci altrui, lo ritengo come un segno di insicurezza verso se stessi, come incapacità d’essere logici ed efficientemente comunicativi, troppi usano solo citazioni, molti scrivono poco di loro e condiscono quel poco con varie citazioni. In questo caso, però, avendolo trovato molto interessante, voglio invitarvi a leggere questo articolo di un blogger americano che ha fatto il mio stesso percorso mentale, comunicativo e lessicale, anche se abbinandolo ad una certa paura per le etichette (paura che io ritengo di base sbagliata: come comunicheremmo senza le etichette).

Riflessioni sulla terminologia della nudità sociale di Naked Wanderings

Una semplice questione di logica (linguistica, comunicativa e altro)


Finché per fare riferimento alla nudità si userà erroneamente la parola naturismo anziché quella corretta di nudismo, il nudo non potrà mai essere rinormalizzato.

Nudismo e social network


Va bene creare e utilizzare dei social specifici per il nudismo, ma non va assolutamente bene isolarcisi, usare solo quelli, abbandonare i social generalisti. Così facendo si avvalora solo il messaggio che molti di questi ultimi fanno passare in merito al corpo e alla nudità, si consolida la posizione di coloro che ancora non sopportano la visione di un corpo nudo, si rafforza l’idea che i nudisti siano dei maiali e vadano ghettizzati.

Ogni evoluzione sociale ha voluto i suoi “eroi” e i suoi feriti e anche questa non è da meno, anche questa, come le prime, necessità di compattezza, cooperazione, solidarietà, pazienza e… insistenza.

Leggi sul nudismo: meglio il nulla o il poco?


Nel nulla ci si può muovere (quasi) liberamente, nel poco la libertà di movimento è ridotta ai minimi termini e cambiare quel poco è di certo affare assai improbo.

Turismo naturista


Il naturismo riguarda la natura e non necessariamente il nudo che vi è stato forzatamente inglobato solo decine di anni dopo. Il naturismo nessuno lo critica o lo condanna, il problema è il nudo indi… lasciamo perdere il naturismo e parliamo di nudismo, meglio ancora di semplice e solo nudo.

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Nudismo e mercato


Potete far approvare tutte le (brutte) leggi sul turismo naturista che volete ma le cose cambieranno solo quando gli italiani la smetteranno di mettersi nudi solo all’estero.

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Leggi e turismo naturista


Insensato pensare che delle leggi possano generare quello che il mercato non riesce a produrre.

Alias…

Le leggi sul turismo naturista (sic!) mai potranno generare l’espandersi del nudismo.

Aula di Montecitorio

Riserve nudiste


Se sono gli stessi nudisti a chiedere d’essere rinchiusi tra cartelli e siepi la società mai potrà liberarsi dai preconcetti che riguardano il nudo, anzi, ne verrà rinforzata.

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Autodistruzione nudista


Se si avanzano alle istituzioni proposte di legge sul nudismo che contengono limiti e limitazioni si distrugge il nudo sociale.

Le trappole della negoziazione
Non fare proposte? Un errore! La prudenza non è (sempre) un vantaggio
dai Dossier de Linkiesta.it

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“Ne abbiamo piene le… sentenze”


Come tutti ormai dovrebbero ben sapere, in merito al nudo pubblico (perché in privato, almeno in Italia, ognuno può fare quello che vuole) la legislazione italiana si mantiene assai vaga lasciando a chi gestisce l’ordine pubblico e ai giudici l’onere di decidere caso per caso. Una situazione per certi versi ideale potendosi così adattare all’evoluzione dei tempi, per altri invece negativa visto che in Italia le sentenze non fanno legge, che i giudici non sono tenuti a conformarsi alle scelte di un loro collega e nemmeno della Cassazione, che è ben evidente quanto anche in giurisprudenza spesso le convinzioni personali prendano il sopravvento sulla realtà dei fatti, che mancando un principio preciso su cui fondare la discussione il tutto diviene un azzardo, che in italia le istituzioni sono assai lente ad adeguarsi al cambiamento sociale, che gli amministratori comunali (Sindaci in primis) sono assai più attenti alle voci degli “amici di partito” che a quelle della gente nel suo insieme, eccetera, eccetera. Nonostante tutto, però, a partire da una prima sentenza favorevole ai nudisti (anno duemila) ne sono seguite diverse altre similari di giudici di ogni ordine e grado, si è così inquadrata una nuova convenzione giuridica che, osservando e facendo proprio l’evidente cambiamento dell’opinione comune nei confronti del nudo, lo ritiene accettabile in una larga tipologia di situazioni, di sicuro in tutti quei luoghi dove da tempo è consuetudine stare nudi, in diversi casi anche in contesti dove il nudo non è tipico, ad esempio zone isolate e difficili da raggiungere come le calette delle scogliere di mare e certi reconditi pascoli alpini, ma anche zone meno isolate e più frequentate qualora comunque periferiche ai grandi centri e al momento desertiche, vedasi certi sentieri di montagna. Materialmente possiamo dire che, entro certi limiti, il nudo pubblico è oggi giuridicamente legittimo.

Ehm, oggi? Purtroppo il “recente” decreto legge sulla depenalizzazione dei reati minori ha un poco rimescolato le carte in tavola e… sebbene siffatto decreto legge non dovrebbe invero avere influenza sulla predetta convenzione giuridica favorevole al nudismo, succede che, visto l’importo a tre e persino quattro zeri (si osservi che, per fare un solo esempio, chi guidando un natante in modo irresponsabile travolge e uccide un subacqueo rischia al massimo un’ammenda a due zeri) delle sanzioni corrispondenti e con la complicità di altra, più vecchia, variazione legislativa che rende assai complesso e gravoso opporsi alle sanzioni, le amministrazioni comunali, non dovendo più fare necessariamente ricorso ai giudici (che, come detto, andrebbero ad annullare le denunce), magari nemmeno ai Prefetti (che, assimilando le decisioni dei giudici, pure avevano iniziato a stralciare le denunce), ed essendo sempre alla caccia di introiti economici, ne hanno approfittato per ridare vigore alla caccia al nudista e sono così fioccate a destra e a manca le contravvenzioni. Vero che qualcuno, l’onorevole Luigi Lacquaniti, si è mosso per chiedere una rivalutazione legislativa dell’importo di tali sanzioni, ma vero anche che la risposta del diretto responsabile è stata molto più che evasiva come si evince da un pdf ufficiale della Camera: la risposta del ministro non prende affatto posizione sul punto del nudismo, ma si limita a un lungo sproloquio sulla depenalizzazione e ricorda che entro 18 mesi sono possibili interventi correttivi, ma dice anche che “non sono allo studio da parte di questo ufficio iniziative normative nella materia oggetto di doglianza” e che anzi “nessuna osservazione, in punto di adeguatezza [delle sanzioni], è stata comunque sollevata dalle altre amministrazioni interessate alla delega”, insomma una chiara e forte, sebbene subdolamente celata con le solite formule tanto care ai politici, affermazione di diniego. Per altro, per quanto riguarda il nudo l’intervento più corretto sarebbe ben diverso dalla semplice riduzione delle sanzioni (che equivale a ribadire quell’illiceità del nudo che ormai la convenzione giuridica aveva invece annullato): un’esplicita dichiarazione di esclusione del nudo dal contesto degli atti contrari alla pubblica decenza (e anche da quello, invero assolutamente inapplicabile ma che spesso veniva e viene utilizzato dalle forze dell’ordine, degli atti osceni in luogo pubblico), stop! Poche parole chiare, semplici e inequivocabili.

Purtroppo siamo ben lontani dal poterci aspettare questa semplice e chiara azione e le sanzioni fioccheranno ancora a lungo, così… così qualcuno, l’Associazione Naturista Italiana (ANITA), si è mosso e al grido di “ne abbiamo piene le sentenze” ha dato i natali ad un Fondo di Solidarietà Naturista grazie al quale intanto poter dare assistenza legale a tutti coloro (associati e, cosa assai rilevante, praticamente una gradita rivoluzione rispetto alle consuetudini associative, non associati) che incapperanno in dette opportunistiche e ufficiosamente illecite sanzioni amministrative, e poi (che è forse il punto di maggior forza dell’iniziativa) poter intraprendere azioni giuridiche verso quelle amministrazioni pubbliche che, andando in controcorrente rispetto alla convenzione giuridica e all’opinione comune, continuino a molestare chi se ne sta semplicemente e pacificamente nudo. A tal ragione l’ANITA ha avviato una raccolta fondi aperta ovviamente a tutti, nudisti e non nudisti, soci e non soci, italiani e stranieri. Insomma, chiunque abbia a cuore il concetto di libertà, chiunque pensi che le persone quando non provocano ad altri reali danni materiali debbano essere libere d’agire secondo propria coscienza, chiunque ritenga doveroso il reciproco rispetto dove reciproco sta a indicare la bilateralità dell’azione e rispetto sta a indicare la considerazione dell’effettiva limitazione in carico alle due parti (raramente simmetrica), chiunque abbia a cuore l’oggettività delle azioni istituzionali, chiunque ritenga che il politico non debba governare solo in ragione di chi lo ha eletto ma anche in ragione di tutti gli altri, del bene comune all’interno della comunità che amministra, ecco chiunque sia per la democraticità delle cose e delle istituzioni è invitato a partecipare, qui (pagina News sul sito di ANITA) trovate tutte le informazioni necessarie all’effettuazione del versamento e qui (pagina Verbali e Bilanci di ANITA), ai fini della massima trasparenza, trovate l’evidenza materiale dei versamenti fatti.

Finalmente una bella vera iniziativa pro nudismo e pro democrazia, sosteniamola, visto quante sono le istituzioni che si approfittano della situazione per rimpinguare le proprie casse è assai importante la partecipazione del maggior numero possibile di “amici della democrazia e della libertà”.

Grazie ANITA, grazie!

“e poi c’è Cap d’Agde atto secondo” la nuova fatica editoriale di Siman


La storia parte da “e poi c’è CAP D’AGDE… nudismo, nudisti, ipotesi, maldicenze e speranze -I racconti di un pollo-” un libricino in cui l’autore, il mitico Siman, prende la scusa di Cap d’Agde, nota cittadina francese dove il nudo avvolge normalmente l’intera quotidianità, per parlare in modo deliziosamente ironico di tutt’altro. Infatti a Cap d’Agde è riservato solo un capitolo, il penultimo, gli altri sette capitoli sono invece dedicati al racconto di episodi, più o meno di fantasia ma pur sempre riferiti a fatti veri, inerenti il nudismo e i nudisti in genere. La scelta è tutt’altro che balzana come appare, in ambedue i casi si sprecano atteggiamenti ipercritici e “tessilmente” censuratori che isolano una zona d’opinione la quale diviene metaforicamente la Cap d’Agde dei veri naturisti: così come molti nudisti (o, per meglio dire, naturisti come si amano definire una gran parte di tali personaggi) si ergono a paladini delle verità nudiste, oops, naturiste imponendo all’intera comunità (naturista, nudista e tessile) atteggiamenti e pensieri loro (il naturista non mangia carne; il naturista non manifesta pubblicamente atteggiamenti affettivi; il naturista non si depila o, secondo l’opinione dell’impositore di turno, si depila; il naturista non altera il proprio corpo con tatuaggi o piercing; il nudo si pratica solo al chiuso; naturista è l’esempio, nudista è il maiale; e via dicendo), allo stesso modo, fondandosi più sul sentito dire che sull’esperienza personale, molti naturisti (e anche nudisti) si dilettano nel diffondere le più disparate maldicenze su tale cittadina francese, rea di tollerare atti contrari al verbo del naturismo.

Ma Cap d’Agde è veramente come la descrivono? È davvero il ricettacolo della trasgressione sessuale? È effettivamente un malsano esempio di cattiva gestione della nudità?

Siman, anziché fermarsi al sentito dire è andato a vedere, e una volta in zona anziché isolarsi dove i preconcetti potevano restare immutati si è immerso nella realtà del luogo, tutta la realtà, conveniente e sconveniente, piacevole e spiacevole, anziché chiudersi nel cerchio del parlare tra sé e sé o, al massimo, con coloro che la pensano allo stesso modo, si è aperto al dialogo con tutti. Da quest’esperienza arriva questo secondo libricino “e poi c’è CAP D’AGDE… Atto secondo –le istruzioni per l’uso- ovvero: come riuscire a sopravvivere salvando la propria virtù e farla franca (o farsi la Franca)” nel quale Siman, utilizzando ancora la scorrevole formula del racconto e la sua deliziosa ironia, si addentra nei più reconditi meandri della cittadina francese per descriverne tutti gli aspetti e la ricca collezione di frequentatori, approfittando ogni tanto della situazione per inserire frecciatine, ehm, considerazioni più generiche che si riuniscono sul finire in un discorso magari iperbolico (si ritorce contro se stesso) ma comunque serio e veritiero, il tutto senza scadere mai nella retorica degli stereotipi e, quand’ove poteva ad altri risultare necessario, nella volgarità. Ne risulta una lettura non solo oltremodo piacevole e interessante, ma anche educativa, nella quale ogni persona (naturista, nudista o tessile che sia) potrà trovare, a seconda della sua iniziale posizione, conferme o negazioni, ma ancor più potrà trovare spunti di meditazione profonda e non solo su Cap d’Agde!

Anche questa nuova fatica editoriale dell’inesauribile Siman è acquistabile on-line sia in versione cartacea che come e-book; i proventi delle vendite andranno a sostenere le spese web della più grande comunità nudista italiana, e non solo italiana: iNudisti.

Il problema del #nudo


Molti nudisti lo chiamano naturismo e si definiscono naturisti.

Molti nudisti approvano la censura del nudo.

Molti nudisti praticano l’autocensura.

Molti nudisti approvano la pixellatura delle immagini di nudo.

Molti nudisti disapprovano chi si mostra nudo in modo aperto e sincero anche fuori dagli specifici contesti.

Molti nudisti confondono i ghetti nudisti con l’opportunità.

Molti nudisti considerano giuste le limitazioni a cui sono assoggettati.

Molti nudisti si accontentano del poco spazio che hanno.

Molti nudisti si mettono a nudo solo all’estero.

Molti nudisti lo tengono gelosamente segreto.

Molti nudisti si lamentano e basta.

Molti nudisti si esimono dal partecipare alle azioni di informazione, divulgazione e manifestazione.

Molti nudisti appellano in malo modo chi si oppone al nudo.

Molti nudisti si rifiutano di comprendere che dietro ad ogni opposizione al nudo esiste pur sempre una motivazione, seppure poco o nulla condivisibile.

Molti nudisti non sanno (non vogliono!) dialogare con chi si oppone al nudo.

Molti nudisti danno agli altri (persone, media, società, istituzioni, politici, operatori, guardoni, esibizionisti) la colpa dell’opposizione al nudo e delle pressoché nulle opportunità per stare nudi.

Molti nudisti rigettano le immagini di nudo usate da pubblicità e riviste.

Molti nudisti contestano le trasmissioni televisive che mostrano il nudo, pixellato o meno.

Molti nudisti ritengono sempre e comunque doveroso rivestirsi quando si avvicina qualcuno vestito.

Molti nudisti ritengono logico che le persone possano entrare vestite in una spiaggia nudista mentre da questa non si possa uscirne nudi.

Molti nudisti promuovono l’anormalità del nudo.

Molti nudisti ritengono il nudo praticabile solo in limitati contesti.

Molti nudisti rigettano l’idea del nudo lecito sempre, comunque  e ovunque.

Molti nudisti trasmetto vergogna verso il nudo.

Molti nudisti…

Uhm, vuoi vedere che il problema del nudo sono i… nudisti!

Due pesi due misure


Ormai sono discorsi che ho fatto più volte, discorsi sui quali avevo deciso di non ritornare più, ma l’evidenza dei fatti, nella fattispecie l’ultimo articolo di Lacquaniti “Messaggio in occasione del Festival nazionale naturista”, m’induce a riscriverci sopra.

Prendiamo certamente nota dell’impegno di Lacquaniti in relazione alla causa nudista, ho anche avuto modo di parlarne personalmente con lui in passato, e lo ringraziamo vivamente per questo. Siamo dispiaciuti del suo abbandono ma ne comprendiamo benissimo le motivazioni. Nel contempo rileviamo alcuni passaggi che, insieme a tanti altri segnali, dimostrano quanto ancora ci sia da lavorare affinché si formi una vera cultura nudista, affinché si torni a quella semplice visione del nudo propria della natura e propria delle genti fino a non molti secoli addietro.

  • Naturismo uguale amore per la natura, poco importa quello che abbia deciso una certa piccola comunità di persone pochi decenni fa, per molte persone il naturismo è e rimane l’amore per la natura e non il mettersi a nudo, che per loro è invece nudismo. Usare il termine di naturismo equivale ad una mancata consegna del messaggio o, peggio, a trasmettere un messaggio di vergogna e… “se persino loro hanno vergogna di parlarne, perché mai dovremmo noi anche solo interessarci alla cosa?”.
  • Naturismo e nudismo sono termini che evocano l’esistenza di una contrapposizione tra abitudini, quella dello stare vestiti (tessilismo) e quella dello stare nudi (naturismo o nudismo), evocare una contrapposizione significa alzare o far alzare delle barriere, sarebbe opportuno andare oltre e parlare delle attività che si fanno (nuotare, camminare, escursionismo, immersione, giocare a pallavolo, eccetera) senza ribadirne lo stato in cui si fanno se non attraverso piccoli riferimenti interni ai discorsi e/o le immagini delle stesse (e qui si facciano esame coloro che promuovono la necessità di non pubblicare immagini di nudo: stanno solo danneggiando la salubrità del nudo).
  • È incongruente palare di “naturismo è un movimento nato in opposizione al degrado della vita urbana, che persegue la vita all’aria aperta in armonia con la natura, quasi in sua simbiosi, nel rispetto della persona e dell’ambiente circostante, dove la nudità condivisa permette un sano sviluppo della salute fisica e mentale” e poi aggiungere “a favorire, mediante l’adozione di apposite iniziative di competenza, la pratica del naturismo disciplinando l’individuazione di apposite aree da destinare a campi naturisti per un utilizzo di tipo turistico-ricettivo: se una cosa è sana ed educativa non può essere contemporaneamente isolata in specifici e limitati contesti ambienti; se una cosa va limitata all’interno di aree e campi è evidente che la si ritiene malsana e poco educativa. Insomma il classico colpo al cerchio e uno alla botta e il mettere il piede in due scarpe sono atteggiamenti che soddisfano nessuno.
  • Siamo sicuri che basti una legge per convincere gli imprenditori ad aprire centri nudisti? Se osserviamo quanto avvenuto nelle regioni che la legge l’hanno già approvata e promulgata direi che la risposta dev’essere senz’ombra di dubbio un bel no! Materialmente in Italia nulla vieta di aprire un contesto privato (perchè tale è e sarebbe un villaggio nudista) dove sia possibile stare nudi eppure pochissimi l’hanno fatto e tra questi pochi ultimamente alcuni hanno fatto marcia indietro, perché? Cosa mai possiamo offrire al turista che vuole stare nudo? Possiamo essere competitivi coi vicini paesi dove il nudo può essere portato ben oltre le pochissime centinaia di metri di un’area nudista italiana? Sono stato in Corsica e avevo 4 km di spiaggia su cui camminare nudo, amici sono stati in Spagna e nudi potevano starci pressoché ovunque. Il turista nudista vuol stare a nudo il più a lungo possibile, mai accetterà di doversi continuamente rivestire per potersi spostare dall’alloggio alla spiaggia, dalla spiaggia al bar, dal bar al negozio e via dicendo!
  • Come sempre appare che in Italia senza leggi ad hoc nulla possa essere fatto, siamo in assoluto il paese al monto che ha più leggi e, nel contempo, quello in cui più manca la certezza legislativa e giuridica, che forse sia questo il problema? Ci sta bene che le leggi debbano essere il più generiche possibile, ma deve seguire che le sentenze facciano legge, troppo comodo che i giudici, in particolare quelli della Cassazione, possano sconfessarsi palesemente e giustificarsi con “ogni caso fa a sé”: i casi faranno a sè, ma la logica no, la regola (e la logica) del diritto non può fare a sé!
  • Bene, benissimo parlare di turismo, ma il nudismo va ben oltre, il nudismo è uno stile di vita e a questo ad oggi nessuno ancora ha pensato, anzi, si propongono leggi che, più o meno esplicitamente, più o meno volutamente, negano la possibilità di vivere nudi fuori dal limitatissimo contesto privato.
  • Concludiamo con la classica chicca presente in tutte le proposte di legge in merito al nudismo, portata avanti da tutti i proponenti di tali leggi, utilizzata come il prezzemolo da tutti coloro che avanzano netta opposizione al nudo sociale, purtroppo propagandata anche da molti nudisti e, ancora peggio, da certi rappresentanti del nudismo, oops, naturismo visto che questi ultimi così amano dire… “Nel rispetto di coloro che la pensano diversamente”. È la solita manfrina, una manfrina che pare esistere solo per il nudo: nessuna legge chiede il rispetto di chi non sopporta il crocifisso appeso in ogni dove; nessuna legge chiede il rispetto di chi desidera non essere costretto a sentire le messe trasmesse da potenti casse audio appese fuori dalle chiese; nessuna legge chiede il rispetto di chi non sopporta la vista dei tatuaggi o dei piercing; tanto per fare solo alcuni esempi, ma si potrebbe andare avanti molto a lungo. È innegabile: logica vuole che se un qualcosa infastidisce qualcuno, ma non gli apporta lesioni fisiche o danni economici, sia questo qualcuno a risolversi il suo problema, vuoi abituandosi a quanto lo infastidisce, vuoi evitando di mettersi nelle condizioni di dover subire il fastidio; mai, però, costui può pretendere che sia l’altro a doversi adeguare al suo fastidio. Così, infatti, seppur tra difficoltà e opposizioni più o meno grandi, è avvenuto o sta avvenendo per l’omosessualità e i matrimoni tra pari sesso, per l’emancipazione femminile, le minigonne e la contraccezione, per la sessualità e la convivenza, per gli uomini rasati a zero o/e depilati, per i tatuaggi e i piercing, per i diritti dei cani e degli altri animali in genere, per l’ecologia e il rispetto ambientale, per la società globale e l’integrazione razziale, per tante, tantissime altre cose. Così hanno ragionato gli amministratori della metropoli di New York: le donne possono stare a petto nudo ogni dove lo possano fare gli uomini, senza limiti, senza restrizioni, senza preoccuparsi del fastidio che i presenti possano più o meno provare. Così, però, non è avvenuto e non sta avvenendo per il nudismo: nonostante l’indubbia accettazione della maggioranza, la società, nei suoi rappresentanti e nelle sue istituzioni, eleva il fastidio del nudo, documentato disturbo psicologico (“gymnofobia” o “nudofobia”), a status sociale di norma, vietando il nudismo o imponendone la ghettizzazione.

Secondo ragione le cose andrebbero sempre pesate nello stesso identico modo e le valutazioni dovrebbero sempre essere concordanti. In pratica, invece, dobbiamo rilevare che si tende a pesare con più pesi e più misure, adottando di volta in volta quelli più consoni alla propria opportunità e/ o ai propri condizionamenti. Questo se è accettabile, pur restando comunque non condivisibile, nella gente per così dire comune, non lo è per chi rappresenta a livello istituzionale la società.

Nudo libero sempre, comunque e ovunque, questa è l’unica legge che serve e che si può onestamente promuovere e accettare, tutto il resto è fuffa!

#nudièmeglio

 

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