Archivio mensile:febbraio 2018

Soluzioni



Chi più chi meno tutti siamo spaventati dalle cose che ci sono sconosciute ed è assolutamente naturale tentare di proteggersi. Ignorarle, allontanarle, evitarle, negarle, pretenderne divieti, impedirle sono atteggiamenti che, diversamente da quanto ci si aspetta, servono solo ad aumentare i timori e le paure. La soluzione è semplice ed è una sola: conoscerle!


 

#TappaUnica3V nuovi protocolli, importanti conferme


IMG-20170712-WA0034Nell’ultima relazione (Farsi male con e per niente) avevo anticipato l’intenzione di modificare sensibilmente il protocollo di allenamento, vuoi per una serie di piccoli infortuni che stavano susseguendosi gli uni agli altri, vuoi per l’approssimarsi del giro finale e, pertanto, la necessità di meglio focalizzarsi sulle più specifiche esigenze: il potenziamento dei quadricipiti femorali, un riequilibrio fisico generale e i test sulla lunga distanza.

Per il primo aspetto al posto della corsa su asfalto ho inserito le scale, individuando una scalinata perfetta (per chi fosse della zona, quella del Parco di Bacco a Rezzato): due sezioni, la prima molto ripida con cento dieci scalini alti mezza spanna e stretti che fanno lavorare per bene polpacci e quadricipiti, la seconda con all’incirca altrettanti scalini ma bassi e lunghi che costringono ad allungare per bene le gambe. Ci faccio tre serie da tre ripetizioni cadauna, alla prima seduta parto di corsa, ma non riesco a completare le serie e pertanto decido di passare al cammino, rapido ovviamente, con il quale alla data odierna ho fatto cinque sedute complete.

Per il secondo aspetto ho aggiunto altri esercizi alla mia ginnastica quotidiana, che ora mette in movimento l’intero corpo, alternando tra un giorno di potenziamento muscolare e uno di flessibilità e allungamento, salvo alcuni esercizi specifici che ripeto ogni giorno: articolabilità del piede e della caviglia (ho scoperto che il sinistro è molto rigido), allungamento del piriforme e dell’ileo tibiale, propriocettività (tavola oscillante per quindici minuti su due piedi a occhi aperti, più un minuto a occhi chiusi e uno per gamba su un solo piede).

Per il terzo aspetto ho programmato tre uscite di sessanta/settanta chilometri, la prima a febbraio da farsi a tutta (dove per tutta intendo la massima velocità che sentirò di poter portare senza mettere a rischio il completamento del percorso), la seconda ad aprile da farsi non proprio a tutta ma quasi (poi si vedrà al momento) e la terza ai primi di giugno da farsi a velocità del giro finale.

Bene, la prima di queste uscite l’ho già fatta, precisamente fatta il 13 febbraio (quindi pochi giorni fa, alla data in cui sto scrivendo questa relazione) percorrendo per intero il Sentiero del Carso Bresciano, anticipandola, a brevissima distanza (due giorni), con una media lunghezza corsaiola (ventuno chilometri con milletrecento quattro metri di dislivello coperti in tre ore e cinquantadue minuti). Che ne è uscito? Beh, io sono contentissimo e penso di poter affermare che i nuovi protocolli di allenamento hanno subito dato frutti importanti:

  • ventotto chilometri con tremila metri di dislivello coperti in dodici ore e quaranta minuti (ne avevo previste da dodici a sedici);
  • non sono mai andato in debito di ossigeno, nemmeno sulle salite più impegnative (e due lo erano in molto particolarmente intenso);
  • energia rimasta costante per due terzi del percorso, poi lieve calo (qui avevo programmato di fare piani e discese di corsa ma non me la sono sentita e ho preferito andare ancora al passo);
  • tenuta psicologica perfetta, solo tra il chilometro quarantaquattro e il chilometro cinquantadue ho dovuto lavorare sulla mente (la parte finale vedeva continue risalite che nelle esplorazioni m’erano sembrate brevi e invece ora apparivano ben più lunghe e impegnative);
  • nessun dolore, ne muscolare ne articolare, ne durante la camminata ne dopo ne nei giorni a seguire, solo, a partire dalla sera, indurimento delle ginocchia restando seduto a lungo, ma svanito completamente in due giorni.

IMG_20180215_102511A completamento delle informazioni date, aggiungo che per queste due ultime uscite con grande soddisfazione ho utilizzato un nuovo paio di scarpe: Kalenji Kiprun Trail MT. Comunque il giro finale verrà effettuato ancora con le Ultra Raptor GTX de La Sportiva, più pesanti ma più protettive delle Kiprun e di cui ne sto appositamente tenendo da parte un paio quasi intonso (che userò solo per l’ultimo lungo a velocità giro finale). Le Kiprun copriranno il delicato e importante ruolo della riserva.

Ah, nei sessanta chilometri ho anche testato vecchi e nuovi apporti energetico alimentari:

  • riduzione dell’acqua con integratore (che resta sempre l’ottimo HydraFit della NamedSport) e aumento dell’acqua pura (ovviamente Acqua Maniva PH8 naturale) per rispettare il massimo di tre borraccine giorno dell’HydraFit (per l’occasione ne ho usata una sola contro due di acqua pura);
  • caramelle PowerGel Shots della PowerBar all’arancio, non molto energetiche ma dal sapore decisamente gradevole che aiuta a ripulire ogni tanto la bocca e, a differenza degli altri gel, dà gratificazione al palato e alla mente;
  • barretta Energy della Equilibria, che fornisce una bella carica di energia attivata nel medio tempo e disponibile a lungo;
  • gel Enervitene Sport Hone Hand gusto Cola della Enervit, molto pratico da assumere anche se la bustina vuota tende a sporcare (impossibile svuotarla perfettamente), fornisce un’immediata carica di energia;
  • gel vegano BioEnergy al Lime della AloeXPro, che però non pare dare grande energia e, che è peggio, sembra provocarmi bruciori di stomaco;
  • gellino (gel liquido) Enervitene Sport gusto arancia della Enervit, che fornisce anch’essa una bella carica di energia di pronto utilizzo pur restando disponibile abbastanza a lungo, inoltre mi ha rimesso a posto lo stomaco in preda ai bruciori (peccato averci pensato solo sul finire, ovvero dopo molti chilometri dalla loro insorgenza, ma non mi aspettavo questo effetto);
  • dadini di bresaola, che ho trovato utili (in particolare evitano l’insorgere della fame) anche se stimolano la voglia di un bel bicchiere di vino e lasciano in bocca una sensazione di pastosità;
  • mandorle sgusciate e pelate, che mi hanno lasciato perplesso, in particolare per la produzione di polvere che si attacca alla gola e provoca conati di tosse (la prossima volta provo quelle non pelate);
  • pezzettini di zenzero fresco, che già conoscevo come ottimi per risolvere le difficoltà digestive, qui sono risultati utili anche per attenuare (ma non eliminare) i bruciori di stomaco.

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Scarpe Kalenji Kiprun Trail MT


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Un noto proverbio recita “chi più spende, meglio spende”, beh, posso con certezza affermare che non è sempre vero: talvolta prodotti meno costosi risultano essere altrettanto validi quanto quelli più cari. Uno di questi casi riguarda queste scarpe da trail, le Kalenji Kiprun Trail MT: costano meno della metà delle ottime scarpe che ho usato negli ultimi quattro anni (vedi le relative recensioni: La Sportiva Raptor e Ultra Raptor GTX), costano i due terzi delle Brooks Adrenaline ASR 12 (non le ho ancora recensite) che da un anno, essendo meno pesanti delle precedenti, utilizzo per le brevi distanze e per i medi veloci, eppure reggono benissimo il confronto con tutte e tre, anzi, nel complesso le trovo migliori delle Adrenaline (più leggere ma dolorosamente strette e basse in punta, con un grip buono solo su terra asciutta e una suola assai delicata) e altrettanto consigliabili quanto le Ultra Raptor (degne sostitute delle Raptor, risultate alquanto delicate a livello dei fascioni sulla tomaia), rispetto alle quali sono meno protettive e hanno una suola meno aggrappante sulla roccia bagnata ma molto più performante sul fango e, soprattutto, assai più durevole.

L’acquisto di queste scarpe è stata una decisione improvvisa, già da un paio di mesi, in conseguenza di un cedimento a livello di suola delle Brooks, le stavo osservando, almeno una volta a settimana andavo sul sito di Decathlon e ne leggevo le caratteristiche, ogni volta che andavo in negozio mi ci soffermavo davanti, poi il pensiero dei tanti soldi già spesi mi faceva desistere dall’acquisto. Due settimane addietro, però, durante una trenta chilometri mi sono trovato a camminare per metà della distanza con un pezzo di suola che strisciava a terra, ormai erano già tre volte che lo reincollavo e lui si staccava regolarmente e sempre più velocemente trascinandosi man mano dietro altri pezzi, inevitabile il pensiero che ne è nato: “devo fare la piega, queste scarpe non sono più affidabili, le posso al massimo utilizzare per i medi su fondo asciutto, liscio e uniforme”.

Reincollo la suola e ragiono sulla questione: tutto sommato le Kiprun Trail MT sono per i lunghi, distanze che ho in programma per tre sole volte, e ho ancora due paia di Ultra Raptor (invero tre, ma una, con in carico meno di un centinaio di chilometri, è gelosamente riservata al giro finale di TappaUnica3V) che, sebbene cariche ormai di qualche migliaio di chilometri cadauna, posso ancora sfruttare, specie considerando che ho ordinato delle solette speciali per compensare la perdita di ammortizzazione. Il tarlo, però, stimolato dall’approssimarsi del primo lungo, rode nella mente portandomi ripetutamente sul sito Decathlon e, così, scopro che Kalenji ha prodotto una nuova versione del modello Trail, la XT7: più leggera della MT è una scarpa che si colloca nella stessa categoria delle Adrenaline. È fatta, qualche giorno dopo sono in negozio con tra le mani questi due modelli di scarpe, già due, perché alla fine le recensioni della XT6 (delle XT7 essendo nuovissime ovviamente si trova pochissimo) non sono del tutto convincenti, mentre lo sono quelle delle MT. Provo e riprovo queste scarpe, le confronto, le differenze nella calzata appaiono veramente minime, me le sento bene ambedue, boh, quale prendo? Pensa che ti ripensa, prova che ti riprova, la decisione viene determinata dalla taglia: la XT7 è disponibile, per le mie misure, solo nella quarantaquattro e mezzo, la MT anche nella quarantacinque e questa taglia mi offre sensazioni migliori alle dita. Compro le MT!

Dopo due giorni le rodo in una venti chilometri corsaiola: partenza e arrivo su asfalto, ripide discese di cui una molto tecnica, lunghe salite, terra e fango, rocce acuminate e ammucchiate di sassi mobili, alla fine, seppure con qualche rilievo, belle sensazioni. Dopo altri due giorni eccole ai miei piedi nella sessanta chilometri di solo cammino ma comunque tirata: dodici ore e quaranta senza sosta su di un percorso assai vario con terra, roccia, asfalto, cemento, sassi, foglie, neve e ghiaccio con la riconferma delle belle sensazioni. Insomma subito messe all’opera in modo pesante e sufficientemente completo, tanto da potermi già permettere questa recensione.

A guardarle non si direbbe, eppure la parte anteriore lascia molto spazio alle dita ed è la prima piacevole sensazione che si prova camminandoci, purtroppo meno piacevole la sensazione sull’altro versante, quello inferiore, dove la disposizione dei tasselli determina una linea di flessione leggermente arretrata rispetto a quella naturale del piede, cosa che, oltre a limitare un poco la spinta a fine rullata, alla lunga può determinare, camminando su fondo molto duro, quale l’asfalto o le strade bianche, un poco di bruciore sulla testa dei metatarsi. Già che si parla dei tasselli, soffermiamoci su questi per rilevarne la multidirezionalità e la generosa quantità e dimensione, in tutte e tre le direzioni spaziali, che, insieme ad una certa rigidità e ai bordi netti, donano alla scarpa un’eccezionale tenuta sul fango, anche quello più profondo e pastoso, dove, tra l’altro, non si avverte il classico effetto di risucchio. La quantità dei tasselli aiuta la tenuta ma non favorisce lo scarico, comunque sufficientemente buono da garantirci una presa costante, c’è solo da porre un minimo di attenzione passando dal fango all’asfalto e alla roccia bagnati, sui quali già di suo la suola, come molte altre, tende a scivolare. Nessun problema, invece, sugli altri tipi di terreno, compresi la neve (fresca, dura o gelata) e il ghiaccio (a parte l’ostico vetrato), dove la tenuta è sempre ottima donando un pregevole senso di sicurezza anche nelle discese più ripide.

Al senso di sicurezza partecipano certamente anche il K-Only, sistema che rende la scarpa adatta ad ogni tipo di appoggio e rullata (dall’iperpronatore al supinatore), l’ampia superficie d’appoggio e la conseguente stabilità della scarpa che in occasioni più uniche che rare tende a cadere verso l’interno o l’esterno: su ottanta chilometri mi è successo una sola volta, all’esterno e più che altro per mia distrazione (nel buio della notte, immerso nei miei pensieri e in stato di rilassamento, non mi sono avveduto di mettere un piede sul bordo netto di una buca del terreno). Solo in una discesa molto tecnica (roccette a lama e punta, con passaggi stretti e ravvicinati) mi sono sentito nella necessità di mantenere un atteggiamento prudenziale, ma era anche il primo utilizzo in assoluto e pertanto ancora non avevo conoscenza della risposta della scarpa (in seguito non ho avuto modo di affrontare di corsa un terreno analogo, fatto al passo veloce mi sono sentito tranquillo e sicuro). La rigidità dei tacchetti un poco si sente camminando (o correndo) sull’asfalto, ma viene adeguatamente compensata da un ottimo assorbimento derivante dalla tecnologia utilizzata nell’intersuola, la stessa delle scarpe Kalenji Kiprun da strada: il K-Ring, un anello (ciambella come la chiamano loro) ammortizzante nel tallone e il Kalensole, strato di schiuma EVA. Il plantare è quella classico fornito di serie con tutte le scarpe Kalenji e, al di là della marca, similare a quello di molte scarpe da corsa e trail: come tutti è abbastanza confortevole, a differenza di altri scivola bene all’interno dalla scarpa rendendone facile la ricollocazione dopo la rimozione (sempre opportuna dopo ogni utilizzo), ma, a parte la conformazione anatomica (avvolgimento del tallone e dell’arco plantare), come gli altri non presenta particolari accorgimenti tecnici in ragione dell’assorbimento e della distribuzione del carico e, pertanto, potrebbe essere vantaggioso prenderne in considerazione la sostituzione con un plantare più performante, specialmente sotto l’aspetto della riduzione delle vibrazioni negative (personalmente, anche se costa quasi quanto le scarpe, ho scelto il Noene Ergopro AC+, già sperimentato con molta soddisfazione da mia moglie).

La tomaia è un giusto compromesso tra morbidezza e protezione, traspira benissimo (va beh che li ho fatti in pieno inverno, comunque dopo sessanta chilometri di cammino ininterrotto calze e piedi erano perfettamente asciutti) e si asciuga velocemente, dettaglio di particolare rilevanza per una scarpa da trail visto che si deve tenere indossata per tante ore e che si opera in montagna dove pioggia e neve si possono sempre incontrare. A proposito di neve: ci ho camminato per quattro ore senza sentire né freddo ne bagnato (anche grazie alle eccezionali calze Kalenji Kiprun Sottili), solo nel passaggio da un prato con erba brinata l’acqua è passata, ma dopo nemmeno venti minuti già non la sentivo più (cosa che invece, proprio per via del Goretex, non avviene con le Ultra Raptor GTX: magari tengono l’acqua per più tempo, ma una volta bagnate hai i piedi a mollo per tutto il resto della corsa/escursione).

L’allacciatura è precisa: i larghi passanti in anellino di tessuto lasciano scorrere bene le stringhe sia in un senso che nell’altro; la stringa piatta determina una buona tenuta del nodo anche se, essendo semirigida, un poco cede, ma proprio poco; la presenza del doppio foro (ambedue rinforzati) sulla caviglia permette di scegliere tra l’allacciatura leggera (termina nell’ultimo foro senza usare quello supplementare), consigliata per il cammino, e quella più aggressiva (asola tra ultimo foro e foro supplementare), consigliata per la corsa. Con l’allacciatura leggera si sente un minore controllo della scarpa (ma ci si abitua presto), con quella aggressiva la stringa può risultare (taglia 45) leggermente corta e il collarino, un po’ troppo alto e rigido, specie nei diagonali e nelle curve in discesa, insiste dolorosamente sul malleolo. Con ambedue le allacciature, ma soprattutto con la prima, durante l’appoggio del tallone il collarino spancia un poco sul lato interno determinando l’ingresso di qualche detrito di troppo: in parole povere, dopo due passi già ci si trova almeno un sassolino sotto i piedi, lo togli e… subito ne hai un altro.

Il linguettone mantiene la sua posizione centrale ma risulta poco protettivo nei confronti della stringa che, specie in discesa con allacciatura da corsa, si sente premere dolorosamente sulla parte superiore del piede (ma forse perché, per compensare la scarsa lunghezza della stringa, avevo tirato eccessivamente la stringa nella venti e poi nella sessanta, dove, avendo usato l’allacciatura leggera, la stringa era meno tirata e non premeva, ancora il dolore non era passato). Comodissima la taschina per infilare i lacci, adeguatamente ampia e di accesso agevole. Confortevole e utile il calzino interno ai due lati della scarpa, cucito al linguettone e sotto la soletta intermedia: dimostra la cura dei dettagli che è stata messa nella progettazione di questa scarpa.

Drop da dieci millimetri, forse eccessivo per le tendenze attuali che spingono sempre più verso una corsa naturale (drop zero), d’altra parte rende la scarpa molto confortevole per chiunque (il drop zero carica molto il tendine d’Achille e richiede un periodo di adattamento durante il quale, però, non tutti riescono a conformarsi) e pratica anche per il cammino, dove anche nelle salite più ripide si riesce così a far lavorare per intero la suola e mantenere un’ottima tenuta.

Dopo soli ottanta chilometri di utilizzo è ovviamente prematuro parlare di durata dei materiali, però, non rilevandosi segni né sulla tomaia né sulla suola, penso di poter dire che questi appaiono piuttosto resistenti: persino il logo Kalenji stampigliato sotto la pianta del piede, punto dove sassi e rocce acuminate vanno a insistere in modo particolare, non presenta segnature (la colorazione in giallo è rimasta perfetta).

Insomma, una scarpa con qualche piccolo difetto (e quale prodotto ne è esente? Ad oggi non ne ho trovati, nemmeno tra i marchi blasonati) ma comunque ottima, assolutamente consigliabile anche all’escursionista che vuole una scarpa leggera, confortevole e dinamica. Una regina del fango con eccellenti prestazioni anche su gran parte degli altri terreni!

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Specchio


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Molte persone non guardano se negli occhi avete qualcosa di vostro, vi cercano piuttosto qualcosa di loro.


 

Uguali o diversi?


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C’è sempre chi manifesta dissenso verso le generalizzazioni e chi mostra le rarità come fossero regole. Vero è che se in un campo di fiori gialli ce ne è uno, o qualcuno, rosso è improprio dire che tutti i fiori sono gialli, d’altro canto è ancor più fuorviante affermare che in quel campo i fiori sono rossi o che sono tutti diversi.


L’acqua al proprio mulino



Si diventa ridicoli quando si rinuncia all’obiettività per tirare sempre e comunque l’acqua al proprio mulino.


Computare il tempo di percorrenza di un sentiero escursionistico


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In questi ultimi quattro anni, nel contesto degli allenamenti di TappaUnica3V, quindi sull’esperienza pratica data dalla recente percorrenza di almeno un centinaio di sentieri per migliaia di chilometri e decine di migliaia di metri di dislivello, nonostante la diffusa regola dei trecentocinquanta metri di dislivello all’ora, ho rilevato una notevole disparità nei computi dei tempi di percorrenza dei sentieri: talvolta le indicazioni risultano essere molto abbondanti mentre altre volte ci si sta dentro a mala pena. Perché?

In prima battuta ho formulato le seguenti ipotesi:

  1. volontà di mostrarsi più forti tabellando in modo molto stretto i percorsi;
  2. calcolo dei tempi mediante l’effettuazione pratica del percorso procedendo al proprio passo anziché vincolarsi alla detta andatura di riferimento;
  3. calcolo dei tempi mediante l’effettuazione pratica del percorso con una cronometrizzazione imprecisa;
  4. differenziato metodo di gestione delle fermate (chiaro che le soste vadano escluse dal computo): chi le inserisce, chi le esclude;
  5. calcolo teorico dei tempi basato su velocità differenti (è noto che alcuni, in effetti, computano il dislivello in quattrocento metri all’ora e altri in trecento).

0389_ph-fabio-corradini_edFatte alcune prove pratiche, pur non scartando nessuna delle suddette ipotesi (che probabilmente compartecipano nell’aggravare la situazione), ho optato per l’idea che l’errore sia più che altro nella convenzione stessa: l’utilizzo del solo dislivello risulta fuorviante e da luogo a calcoli imprecisi, innanzitutto perché è difficile per il camminatore, pur ricorrendo a sistemi di tracciamento GPS, stabilire in tempo reale e con precisione quale sia la sua velocità in forma di dislivello all’ora, poi perché, a parità di dislivello, c’è notevole variazione di tempo tra percorsi dove domina il dislivello (lo si guadagna più rapidamente) e quelli dove domina la lunghezza (si sale più lentamente), tra percorsi sulla linea di massima pendenza (rendono di più in ragione del dislivello) e quelli con diagonali più o meno lunghi (rendono anche molto meno in ragione del dislivello), tra percorsi con unica salita (quota massima meno quota minima e il dislivello è quello) e percorsi dove si alternano salite e discese (di fatto è impossibile computarle con precisione tutte nemmeno utilizzando le carte più dettagliate o i migliori software di tracciamento). In alcuni casi l’aumento di velocità lineare riesce a compensare la situazione e i metri guadagnati in un’ora sono pressoché similari, in altri casi tale compensazione non è raggiungibile, vuoi perchè si dovrebbe aumentare troppo la velocità lineare, vuoi perché l’essere in diagonale non comporta necessariamente l’avere una pendenza media inferiore a quella di una progressione sulla linea di massima pendenza e, quindi, non determina necessariamente un possibile aumento della velocità lineare.

IMG_9643Dal momento che ho pubblicato e continuerò a pubblicare su questo blog relazioni escursionistiche, m’interessava arrivare ad una soluzione e così ci ho studiato sopra e, dopo diverse sperimentazioni, sono arrivato alla conclusione che l’unico modo possibile per poter dare una tempistica attendibile sarebbe quello di usare la velocità lineare facendo riferimento alla lunghezza reale del percorso. Purtroppo non è una metodica praticabile visto che non è semplice misurare direttamente la lunghezza reale e, visto che nessun percorso presenta un’inclinazione costante, non lo è nemmeno il calcolarla in via indiretta attraverso il teorema di Pitagora. Fortunatamente è possibile semplificare facendo riferimento alla sola lunghezza piana visto che, per le distanze (inferiori ai venticinque chilometri) le pendenze tipiche dell’escursionismo (inferiori ai quaranta gradi), la differenza tra le due non è poi tanto rilevante: se a sessanta gradi è pari a un non trascurabile cento percento (ovvero per un chilometro di lunghezza piana corrisponde a due chilometri di lunghezza reale), a quarantacinque gradi già si riduce ad un meno rilevante quaranta percento (un chilometro di lunghezza piana corrisponde a millequattrocento metri di lunghezza reale), a trenta gradi diventa un poco rilevante quindici per cento (da mille a mille e centocinquanta metri) e a quindici gradi si riduce ad un trascurabile tre percento (da mille a mille e trenta metri).

Si potrebbe obiettare che cambiando la pendenza cambia la velocità di progressione. Vero, ma, intanto la cosa ha effetto anche utilizzando il dislivello come parametro di calcolo, poi l’escursionista accorto dovrebbe procedere ad una velocità costante pari a quella che è in grado di mantenere a lungo sulle forti pendenze (metodica che permette di recuperare senza fare fermate sfruttando i tratti pianeggianti, anche brevissimi, che sempre si trovano all’interno dei percorsi, anche quelli più ripidi), cosa complessa da fare se si usa la velocità in dislivello che, come abbiamo già visto, è pressoché impossibile da percepire anche con grande esperienza di montagna e non è fornita in tempo reale dagli strumenti GPS (almeno allo stato attuale della tecnologia), ma molto facile se si usa la velocità lineare, sicuramente percepibile da chiunque e quasi perfettamente rilevabile in tempo reale mediante gli strumenti elettronici GPS.

127AResta il problema dell’allenamento e, quindi, della differente velocità da persona a persona. Qualsiasi sia il sistema di computare e riferire una tempistica tale problema sussiste e va necessariamente risolto facendo riferimento a una velocità di riferimento. Ok, ma quale? Beh, semplice: quella che consente una progressione agevole (ovvero che non richiede un allenamento intensivo e costante, indi accessibile alla media delle persone in poche settimane di allenamento al cammino) e, nel contempo sicura, si, sicura, perché in montagna c’è uno stretto legame tra sicurezza e velocità o, per meglio dire, tra sicurezza e lentezza: se l’andare di corsa può comportare una maggiore facilità all’inciampo o  all’errore (ma l’esperienza può in gran parte compensare, d’altronde di corsa ci si può andare solo con un allenamento adeguato e, quindi, una notevole esperienza), l’andare eccessivamente lenti contempla l’esposizione prolungata ai pericoli oggettivi della montagna, quali le basse temperature del primo mattino e della tarda serata, i sempre possibili cambiamenti meteorologici, il buio della notte, l’insolazione del giorno e così via, tutte cose che l’esperienza può insegnare ad affrontare ma non può assolutamente compensare (la sicurezza, intesa come assoluta assenza di rischi o come totale prevenzione degli stessi, è un concetto teorico e non esiste nella pratica reale: la montagna è pericolosa, stop!). Ecco quindi che deve pur sempre esserci un adeguato rapporto tra lunghezza del percorso e velocità di progressione, per i computi delle tabelle di marcia conviene far riferimento alla velocità adeguata sulla più tipica lunghezza massima delle escursioni: venti chilometri (generalmente oltre tale distanza l’itinerario viene diviso in tappe o affrontato solo da chi ha molta esperienza di montagna e adeguata attrezzatura, capace di rivalutare la tempistica a suo uso e consumo), da percorrersi in un tempo massimo di dieci ore (che in qualsiasi stagione permette di partire e arrivare con la luce del sole), per una velocità media di due chilometri all’ora. Calcolando i tempi di percorrenza mediante la velocità lineare di riferimento e la lunghezza piana del percorso ecco che nella stragrande maggioranza dei casi forniremo un valore attendibile e se sbagliamo lo facciamo in eccesso per cui la sicurezza dell’escursionista non è messa a repentaglio, al massimo succederà che sarà indotto a rinunciare a itinerari che invero potrebbe invece effettuare.

Se vogliamo essere ancora più attendibili, possiamo complicarci un poco il computo inserendo alcune eccezioni e relative variazioni di velocità lineare (N.B. questi parametri li sto ancora verificando e potrebbero cambiare un poco, quando saranno perfetti rimuoverò questa postilla):

  • 1,5km/h nelle salite ripidissime (oltre il 70% di pendenza, alias 35 gradi di inclinazione) e costanti (senza sensibili variazione di pendenza) che superano la lunghezza di un chilometro e/o il 50% dell’intero percorso;
  • 2,5km /h nei piani su asfalto o liscio sterrato che superano i due chilometri di lunghezza e/o il 50% dell’intero percorso;
  • 3km/h nelle discese costanti su fondo agevole che superano il chilometro di lunghezza e/o il 50% dell’intero percorso.
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