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Di corsa su e giù per il monte


Foto di Carla Cinelli

Corro su

poi corro giù

tac toc

pac poc

rai pai

tai zuai

clas tuas

fras sbras

clus trus

Foto di Carla Cinelli

stus fus

string strong

strang pilang

stroc patoc

ratoc stiloc

Corro su

poi corro giù

corro su

di nuovo corro giù

frisssccc

Arrivato!

Emanuele Cinelli – 16 giugno 2017

Dove siete o muse del canto?


Una giornata in spiaggiaLa testa di un lupo,
una luna splendente,
nel cielo le stelle
il nero fan ribelle.

Lo sguardo sprofonda
nel quadro sul muro,
volano pensieri
oltre le stelle sinceri.

Lontano si sente
il suono d’un flauto,
emerge a stento
dal fruscio del vento.

Trasformazione mentale
ora sono le onde
nel mare rotonde
la mia mente si confonde.

Giornate bigie,
giornate silenti,
il foglio bianco
mi guasta l’incanto.

Son giorni che mancano
si fanno pregare
le muse del canto
di un poeta stanco.

Emanuele Cinelli, 3 marzo 2016

 

Escursionando


IMG_DSC7514Passo che sbatte,
cuore che batte,
salendo nel vento.

Vento dalle selle,
sul corpo ribelle,
si mostra la pioggia.

Pioggia d’estate
salde pestate
non trema la pelle.

Pelle vestito,
camoscio sentito,
cammina nel monte.

Monte silente,
lontano si sente,
scrosciare un torrente.

Torrente sinuoso,
fior generoso,
l’amico serpente.

Serpente nel prato,
quell’uomo sdraiato,
vestito di niente.

Niente che possa,
isolare la scossa,
del monte che sente.

Sente la foglia,
la mandria spoglia,
rumore silente.

Silente che scende,
la sera pretende,
quell’uomo cammina.

Cammina tranquillo,
a valle diretto,
di nudo vestito.

Corpo ancestrale


Entro alla scoperta di me, di quel che in automatico sono.
Mi do per scontato, penso che tutto dipenda me, dal mio credo e volontà.
Ma son bagatelle. Con un sorriso di sufficienza il corpo passa oltre,
Non segue i percorsi della mia conoscenza: usa altri modi; sa, e non sa di sapere.

Ad esempio è sensibile al clima, in costante dialogo, è meteopatico.
Se fa freddo ci vestiamo, se fa caldo ci spogliamo: ma non c’è solo la temperatura.
Sole, pioggia, vento, nuvolo agiscon sul corpo direttamente, come fosse una pianta.
Così varia la sensibilità; tutto ci entra dai pori, tutto assorbiamo.
Un quarto d’ora di sole e siam già bell’e cotti, o due minuti di pioggia.
Passa il tempo in modo diverso «aspettando che spiova, dietro i vetri bagnati».
Il tempo che fa è parallelo al tempo che passa, il corpo lo sente.

Capelli igrometrici misurano come gli umori ci cambiano,
come siamo diversi, giù giù fino ai nervi, alla forza che distende e contrae.
Sezioni ortogonali mi tomografano millimetro dopo millimetro e non vedono nulla.
Nulla di quello che sento, di come sento mi sia vivo tutto il mio corpo.
Di come agisce e s’attiva interagendo col mondo, guidato da una cosa che la mente s’è posta.

È animale di bosco, ancor mezzo selvatico, tecnica e scienza pone in non cale.
Vive ed inspira i muschi e le gemme di pino, resine e foglie, fiori e cortecce.
Dal petto gli risale il suo odore, sudori ed afrori dopo la caccia o la corsa.
Mi stendo d’un ruscello nell’alveo, il fresco dell’acqua mi tiene compatto,
mi scivola l’acqua, mi rinfresca, mi stringe la nuca, infocate le gote.
Qui mi starei a sentirmi bosco o foresta, acqua, biscia, stambecco.
Mi rasciugan dell’acqua caldi raggi di sole e una brezza leggera passata fra i pini.

Abbiamo ancora un corpo ancestrale, sensibile in tutto a Madre Natura.
Mi fa ritornare a quand’ero senza pensieri, quando male e peccato ancor non avevamo inventato.

 

Solarium (malga Torrione, Bagolino)


La nudità è multicolore, il corpo irraggia la sua lucentezza,
scoppia di salute, vivo e contento di vivere – senza pensarlo.
In quiete, pacato si gode il tempo che ha innanzi, senza scadenze immediate.
Le mani incrociate dietro la testa, sento espandermi come un vapore,
assorbo forme e colori, computo nomi, presenze e distanze in un tutto.

Avverto il contatto del dorso contro la roccia e poi solo la pelle che vedo.
Rispetto ad un sasso, ad un albero, a un filo d’erba, e persino a un ruscello, potrei muovermi,
attraversare il ruscello, camminare nell’erba, toccare quell’albero,
andarmi a sedere su quel sasso col bel muschio e gialli licheni.
Penso che sono in vantaggio, più forte… ma se mi muovo perdo sensibilità.
Se mi ricompatto son meno presente, concreto: ritorno ad esser quel che mi penso.

Da fermo si aprono i pori, mi entra quel vento; odori suoni colori fanno contraria.
Nel vuoto dei pori pare che tutto mi colmi… di questa porzione del tutto che vedo.
Son nudo persin dei pensieri che di solito faccio di me, che m’impacchettano.
Dal corpo non mi salgon pensieri: son fatto di quel che mi arriva e che sento.
Ogni organo un radar che capta secondo la propria natura e costituzione:
gli occhi son pieni del fragore del ruscello che scroscia, che scorre veloce discosto.
Le orecchie son piene di spazi, distanze, voci, presenze, cinguettii, aria che cambia.

Come rugiada quel che vedo si condensa in piccole gocce che m’imperlan la pelle.
Il sudore m’ha portato sin qui, ed ora mi rinfresca una brezza che passa e rasciuga.
Sento le vene gonfiarsi, un velo d’acidulo in fondo alla lingua, come di latte cagliato.
La luce mi attraversa, il tepore mi avvolge, mi vortica in testa, m’assonno.
Raggi mi perlustran la pelle, cipria dorata mi piove, dopo il bagno, dal sole.

Le parole han perso i confini, non ha più senso definir, designar che son nudo.
Non c’è nemmeno necessità di capire, che già tutto me lo dice il dintorno.

Un corpo che sboccia


La vita che ho dentro! Che nemmeno la sento. Mi svuota e rimpiena.
M’affoga, mi fa respirare. Il corpo non è solo un’interfaccia meccanica.
Attira e converge su ogni cellula l’ardore in cui è immerso.
Quando passeggio nudo al vigneto mi sento dissolvere, svaporare
e di altro – di erba, di sole, di spazio – mi ricompongo.

Respiro luce, tepore e freschino, odori distinti e purezza dell’aria.
È un modo dell’essere, son tutto una branchia, mi clorofillo.
La cupola della mia mente è azzurra come il cielo che vedo,
verde come una foglia, per questo è ancora goloso un cavallo dei tralci di vite.

Nei prati stan falciando i maggenghi, le froge briache d’odori.
Ci passo attraverso, ma il movimento è solo apparente:
tutto rimane anche nel passo seguente, passato quell’attimo.
Scoppierei se mi entrasse quel tutto, non sminuzziato in attimi e passi.

Un volto femminile si china sul mio: «Non ci posso credere!» lei dice e io penso.
Mi mancava questa presa che mi serra al reale, che mi compatta col vivere.
Mi chiama per nome e cognome come fosse una grande occasione, ufficiale.
Pelle con pelle, la punta di un dito mi percorre lo sterno, mi dice son qui.

Un timbro mi entra, una voce che parla, s’assona al mio battito.
Una corrente avvolge in alone il mio cuore, una nube con piccoli lampi.
Lo pungono, accelera i battiti come temesse, sorpreso dall’emozione del nuovo.
Fa balzi di gioia, come andasse a canestro, incredulo di esser nel bene.
Ma è già accaduto, sta accadendo: quel dito era una lama che mi apriva:
mi par di sentire l’unghia che taglia, il polpastrello che medica.

Il corpo non fa da ponte: è un luogo da dove osservare al di là.
È uno stelo che fa parte del fiore: stami e stimmi per dare e ricevere.

Anche quest’anno


L’arte arriva, anche senza essere un pugno in pancia: ma è lì che batte.
È una proposta che piace, apre gli occhi sul bello che mai si è notato.

Un vecchio pero anche quest’anno è fiorito sul ciglio d’un campo arato di fresco,
acceso nei toni più caldi dal sole che mi va tramontando alle spalle.
Fiori bianchi raccolti in racemi, linfe generative percorrono il duro legno.
Lo smeraldo dell’erba, il bianco ovattato dei cirri che vanno col vento
su, nel tersissimo azzurro del cielo…: sono anch’io nella foto?

È questa, in questo momento, la mia visuale, fra l’abitato e un agriturismo:
non son così eterni, così nuovi ogni anno, non hanno una voce.
È presto per desiderare le pere, ora il pero i suoi fiori mi dà, una chioma.
Per primi sono arrivati, ancor prim’ delle foglie, che spuntano adesso.
Sull’erba un tappeto di petali bianchi, rinfrescan leggera la pianta dei piedi.

E questa parola mi cuce alla terra, m’innesta a sugger le medesime linfe.
Respiro pacato, profondo, mi radico a terra, piene le nari di odori.
Respiro la brezza che passa, piovono petali, si posan sulle mie spalle, nelle mie palme!
Non è niente quel pero, un infinitesimo pero: ma dappertutto è così, tutto che vive.
La mente mi direbbe commosso, gran lusso di reggia tutto quel bianco.

La terra trattiene il caldo del giorno, marrone, friabile sotto i miei passi.
In silenzio cova segreti, disgrega persino il concime e se ne fa nutrimento.
E noi? che cce ffamo qui sopra? a mo’ l’abbiam chiusa in prigione con le catene dell’erpice.
Anche così, non può altro che dare, con astuzia l’abbiam soggiogata all’aratro.
Per la fatica e il sudore ci diciam meritato il pane fumante sul desco.
Abbiam tutto quando facciamo la spesa, ma non quel bello di più che vediamo all’aperto.

Ancor questa terra trasforma bellezza in bontà. Stupiamoci almeno!
Sentiamole crescerci in pancia, diventarci pancione… anche quest’anno.

In campagna poco prima del tramonto. «Primavera dintorno. Brilla nell'aria, e per li campi esulta»

In campagna poco prima del tramonto.
«Primavera dintorno. Brilla nell’aria, e per li campi esulta»

Parasoli


Oltre la siepe che “il guardo esclude” il mondo naturale continua infinito.
Oltre i termini del pudore esiste l’incolto, il selvatico, lo stato brado.
Oltre le Colonne d’Ercole, i cippi d’Alessandro Magno: leoni e dragoni.
La terra dove arriva il tallone varcando il confine è ancora la stessa,
stessa è l’acqua vogando al di là dello stretto. Non ci son doganieri.
Una stanga mentale, spauracchi inventati, minacce pendenti.

Che invece è un luogo presigne[1], sublime, d’infinita espansione dell’essere mio.
Luogo d’esplorazione e meraviglia, di varia, mutevole, infinita consapevolezza.
Una frontiera taglia il mio passo nel mezzo, ma scompare quando sono al di là.
Al di là delle dicotomie, del divide et impera, dei segni di confine.
Quel passo ricompone il mondo in un tutto: il corpo a farmi da mappa.

Mi guardo la pelle indorata di sole, luce e calore fan rivivere il mondo.
Filtra un rosso bagliore da dietro le palpebre: la fonte ci accieca.
Come vivon le piante, gli animali e forse persino le pietre, così senz’altro anche noi.
Rosse come mele le gote, sana come bronzo la pelle, e sotto muscoli ed organi.
Fino a marzo rimane la neve sul lato del vago, dietro la siepe fitta di alloro,
l’erba vi cresce stentata e tardiva, non buttano i bulbi dei gigli, giacinti e nasturzi.

Ogni cosa si prende dalla luce il colore che meglio si addice: vivido, lucente.
Son pallide, malatine quelle costrette a viver nell’ombra, dietro una siepe di cinta,
non son così belle e virenti come l’aiuola assolata nell’arvense rigoglio.
Il sole fa bella ogni cosa e al brutto non ci vien da pensare, tutto è perfetto.
Il sole fa tutto mondo, dissecca le muffe e le melme, rasciuga umori e madori.

Pervio scorre il sangue nei vasi, non rallentato da cinte o stretto da lacci di gomma.
Ci scorre libera nel corpo la vita, dai pori trapassa il tepore, una brezza all’uopo rinfresca.
Nel suo giro molte siepi il sole raggira, persino il lato a tramontana.
Noi ci facciam parasoli.

 

 

[1] Latinismo: “al di là del segno, della misura; eccezionale, straordinario”

 

Tiepida alba d’un giorno di luglio


L’aria mi avvolge, nudo, di fresco, il sole m’indora di luce la pelle.
Calpesto trifogli con fiori color di vinaccia, morbidi sotto le piante.
È l’alba da poco: son vivo con mille altri vivi: assorbo tutto che vedo.
Non penso, non mi vengono altri pensieri, saziato di luce e di verde.
Leprotti fuggono a scatti al mio arrivo, astuti e timidoni, vispi, festosi.
Non c’è anima viva, né io mi sento d’aver anima d’uomo, un di più,
ma sol di vivente, com’è viva la brezza, la luce sulla pelle che sente.

Il vivo del verde mi attraversa, come fossi una nube di gas o vapore.
Si coloran di verde-trifoglio l’ossa e le carni, a stento allo sguardo parventi,
sbiadiscon del lor rosso le cellule, le ossa da bianche si fan trasparenti.
La nitidezza smagliante dei pampini, l’abbaglio dei profili di contro del sole
– riuscirei a contare i fili nell’erba – mi occupano tutti i pensieri.
Ad ogni passo ogni atomo è nuovo; e lo stesso lo vedo anche in me.
Son vario come i mille nomi di erbe, di fiori, d’arbusti che fan ciglio alle Polle.
Svettano i pioppi, i tigli, gli olmi; ascolto il vago stormir delle fronde,
lo stesso soffiare mi trapassa nel petto, odo frammenti di racconti lontani.

Ritorno alla mia consistenza, in mano tengo le mie carabattole, il cane lo vedo.
Son solo a metà del mio giro, dalle piante mi risale ai polpacci il massaggio dei passi.
L’intorno è reale, più di quanto lo veda: a vicenda – diresti – saggiamo chi siamo.
Sfondo ogni istante un soffio di brezza, nuova luce mi scivola sulla pelle, veloce,
come l’onda che liscia accarezza, avvolge, sfugge passando un suo sasso.
Un tepore mi riverbera fuori dal corpo: tiepida alba d’un giorno di luglio.
Son solo, ma mille altri viventi m’attorniano, ognuno in quiete si vive.
Gli ultimi passi prima della bianca carrareccia, vi passan sovente bici e trattori,
ma non di primo mattino, quando ancora vediamo con gli occhi del sogno.

Poesie: Corri uomo


 

Corri uomo, corri!

Ma dove corri, dove vai,
non hai più tempo ormai.

Fare, disfare, rifare,
non c’è più tempo per pensare.

Spogliati uomo,
abbandona l’animo corrotto,
lascia i panni del condizionamento,
togli le vesti che l’apparenza ingannano.

Torna, uomo, alle virtù del tempo,
alla saggezza della natura.

Torna, frena, torna!

Emanuele Cinelli – 30 giugno 2014

Pubblicata l’antologia “Il Sole è Nudo”


Creata con la partecipazione di tante persone, nudiste e no, è stata pubblicata l’antologia “Il Sole è Nudo”, racconti di nudismo e sul nudismo, una lettura che, al di là dello specifico argomento, mette in campo tanti stili di scrittura ed evoca molte diverse esperienze, una lettura consigliabile a chiunque.

Grazie a tutti i partecipanti, grazie alla Commissioni di Valutazione, grazie agli autori, grazie a chi si è fatto il mazzo per coordinare il lavoro, grazie a Bravi Autori per aver reso possibile questa pubblicazione, grazie a quanti vorranno acquistarla e leggerla. Grazie!

Recensione e link per l’acquisto su BraviAutori

Bisticcio grammaticale


Sono una mucca da latte!Senza scenzia
non c’è coscenzia
con sta i
ci vuol pazienza
sol con studio
e dedizione
alla fin
ci casca giusta
ed allor
con sollievo
scienza avremo
e pur coscienza!

 

L’uomo nel bosco


Un picchio solitario
cercando una dimora
nudo vola
nel nudo bosco
rosso di fiori
verde di foglie.

Nudo il camoscio
dall’alto di una nuda rupe
osserva la piana
dove
sotto l’azzurro
del cielo
vicino al bianco
dell’acque
nudi lupacchiotti
giocano innanzi alla tana
dalla madre trovata
nella terra nuda.

Nuda l’erba rigogliosa
offre riparo ai piccoli ricci
irti di spine
simpatici musetti
nudi pancini.

Osserva la scena
seduto tra le possenti radici
di un albero secolare
un uomo silente
nudo.

Natura vuole
rispetto
sincerità
silenzio
fiducia

e…

nudità!

 Emanuele Cinelli – 1 marzo 2014

Buon Natale


IMG_1937

Sulla tavola imbandita
una storia infinita
si comprenda finalmente
ché confusa nella mente

Qui la maschera non serve
nello specchio sempre splende
sol l’immagine scolpita
nella mente seppur sopita

Sol chi ama il proprio corpo
ed agli altri nudo mostra
può vedersi nello specchio
senza tema e con rispetto

Il tuo corpo non vestire
lo fai sol così soffrire
lui paziente non s’offende
ma silente il nudo attende

Il tuo corpo è un armonia
già composta con magia
pur comunque esso sia
nudo è bello e melodia

Buone feste a tutti quanti
che vi portino in dono
nuda gioia
e nudo giorno

Auguri

Emanuele Cinelli – 24 dicembre 2013

Evoluzione


img_0835.jpgVestiti, fastidio,
fastidio, vestiti.
Togliere, mettere,
mettere, togliere.

Sofferenza,
respiro costretto,
fiato che manca.

Calore,
sudore,
odore.

Gente, imbarazzo,
fuggire, lavare.

Alternativa,
le vesti abbandonare,
liberazione, dimenticare,
nudi restare.

Pelle, sola pelle,
aria, acqua e sole,
freschezza, leggerezza,
leggerezza, freschezza.

Gente, tranquillità,
restare, socializzare.

Emanuele Cinelli – 1 novembre 2013

Possibile impossibile possibile


1806Un cavallo chiese alla zia
quand’è che suona la via.

L’albero rispose al monte
c’è il sole dentro la fonte.

Pesci che vanno
dal serpente senza danno.

Il pittore senza pastello
scolpisce sul fustello.

Cose che vanno,
vengono che cose,
il possibile
si fa impossibile
e l’impossibile
diventa possibile.

Poesie di gioventù: Gioco erotico


Ignudo mi sono offerto...

Ignudo mi sono offerto…

Io e te,
nudi,
uno in fronte all’altra.

Ci guardiamo,
godiamo della vista dei nostri copri,
godiamo della nostra vicinanza.

Un fremito ci percorre,
un brivido scende lungo la schiena.

Ci stringiamo l’una all’altro,
la mia mano ti accarezza il dolce seno,
la tua mano mi scorre lungo la schiena,
le nostre labbra si avvicinano.

Un lungo bacio,
un gioco di lingue,
nell’estasi del gioco scorrono parole d’amore.

L’ultimo segreto non è più segreto,
il nostro corpo si è spogliato del velo pudico,
lo sfogo dell’amore ci ha travolti.

Non abbiamo paure,
non abbiamo vergogne,
niente ci può separare,
niente ci può spaventare.

È un gioco intimo,
un gioco per noi soli,
per me e per te,
per… noi!

Emanuele Cinelli – 18 marzo 1975 … e fu l’ultima mia poesia 😦

Poesie di gioventù: Pensieri d’amore


232_6Cibo del mio cuore.

***

Sostanza della mia vita.

***

Stella del mio cielo.

***

Come la luna brilla nel cielo,
tu brilli nel mio cuore.

***

Fonte d’amore.

***

Divina bellezza.

***

Mio angelo custode.

***

Come il sole illumina il giorno,
tu illumini il mio cammino.

***

La mia più grande felicità sei tu.

***

Ingegno del mio cuore.

***

Ispirazione del mio animo.

***

Dardo infuocato è il tuo sguardo,
profondo penetra nel mio cuore.

***

Meta della mia vita.

***

Usignolo dell’anima.

***

Grande amore.

***

Elettrica corrente è il fluido amoroso che sgorga dal tuo cuore,
la scossa io prendo quando ti guardo,
una scossa d’amore, d’amore giocondo.

***

Gentil creatura celeste.

***

Viso bello e incantevole.

***

Mia compagna del cuore.

***

Maria, Amore,
t’amo, t’amo immensamente,
t’amo con tutto il mio corpo,
t’amo con tutto il mio spirito,
t’amo per sempre,
t’amo nell’eternità,
t’amo.

Emanuele Cinelli – 28 marzo 1974

Poesie di gioventù: Maria


Ti guardo,
ti osservo,
ti scruto da vicino,
ti studio in ogni particolare.

Belli e ben segnati i tuoi dolci occhi,
rosse e invitanti le tue morbide labbra,
bianco e smagliante il tuo fulgido sorriso.

Sembra un sogno, ma è realtà,
ti guardo e vedo uno splendido quadro.

I tuoi occhi mi ricordano il mare,
le tue labbra mi ricordano il fuoco,
il tuo sorriso mi ricorda la neve.

In te tutta la natura è rinchiusa,
in te la suprema bellezza dimora,
in te il grande Amor vivere vuole.

Ti mormoro parole d’amore,
tu rispondi con altre parole d’amore,
parole bellissime,
parole del cuore.

Ti bacio la bocca bella,
tu rispondi con altro bacio,
bacio soave,
bacio d’amore.

Ti sorrido guardandoti in viso,
tu rispondi con altro sorriso,
sorriso smagliante,
sorriso dell’anima.

Maria,
Amore,
o mio angelico custode,
o mia grande felicità.

Ti amo,
ti amo,
ti… amo!

Emanuele Cinelli – 27 marzo 1974

Poesie di gioventù: Bufera


Soffia il vento,
sibilando tra le cime.

Cade la neve,
imbiancando la valle.

Cala la nebbia,
impedendo la vista.

Sembra la fine del mondo,
non si può più avanzare,
bloccati siamo a metà parete.

Non è la prima volta,
ma ogni volta è come se fosse la prima.

Un senso ci attanaglia il cuore,
un senso di paura ci corre nella mente.

Si pensa alla morte,
la morte in parete,
la più brutta di tutte:
attaccati a un chiodo,
sballottati dal vento,
acciecati dalla neve,
induriti dal freddo.

Si pensa alla morosa,
si pensa alla famiglia,
si spera di resistere ancora.

Emanuele Cinelli – 26 marzo 1974

Poesie di gioventù: Baciarsi


Gesto d’amore,
gesto semplice,
gesto gentile,
posare labbra
sulle labbra.

Baciarsi vuol dire amarsi,
baciarsi vuol dire
esprimere i propri sentimenti.

Semplice è baciarsi,
semplice è compiere questo gesto,
semplice e…
per questo romantico.

Baciarsi è amarsi,
amarsi è volersi bene,
volersi bene è baciarsi.

Emanuele Cinelli – 26 marzo 1974

Poesie di gioventù: I love you, you love me.


I love you,
Io amo te,
questa è la prima verità,
questa è la mia gioia,
la mia e la tua felicità.

You love me,
tu ami me,
questa è la seconda verità,
questa è la tua gioia,
La mia e la tua felicità.

I love you, you love me,
il nostro felice amore,
il nostro gioioso vivere insieme,
questo è quello che abbiamo,
questo è quello che vogliamo
continuare ad avere.

Amore, io dico a te;
amore, tu dici a me,
ci comunichiamo quello che sentiamo,
insieme felici momenti passiamo.

I love you,
you love me.

Emanuele Cinelli, 26 marzo 1974

Poesie di gioventù: Soli fra tanta gente


Soli noi siamo,
eppure intorno a noi ci sono persone,
molte persone.

Parliamo, ci amiamo,
come se nessuno ci potesse vedere,
eppure vederci gli altri possono.

Il nostro amore estranei al mondo ci rende,
ci porta negli infiniti spazi del tempo,
ci porta lontano dal luogo in cui siamo.

Nei prati verdi della montagna ci troviamo,
sdraiati sull’erba ci guardiamo,
un coro di fringuelli canta per noi,
il rumore d’una cascata arriva da poco lontano.

Siamo felici, immensamente felici,
siamo insieme, insieme ci amiamo.

Fra tanta gente noi siamo,
eppure soli ci sentiamo.

Soli fra tanta gente.

Emanuele Cinelli, 26 marzo 1974

Poesie di gioventù: Sentimento


Profondo nel cuore,
profondo nell’anima,
io sento qualcosa
ma non riesco a scrivere cosa.

Sento un forte peso,
sento un’invincibile tristezza,
sento che voglio vederti,
sento che non riesco
a sopportare la tua lunga mancanza.

Sento di amarti,
sento di adorarti,
sento che tu sei
il mio più grande sostegno,
il mio più grande pensiero,
la mia più grande passione.

Sentimento,
oggetto astratto,
oggetto invisibile,
oggetto indescrivibile.

Emanuele Cinelli – 6 marzo 1974

Ehi tu!


Ehi tu,
si proprio tu,
tu che sei arrivato
roboante e sprezzante,
incurante delle regole,
superando
una lunga colonna
oltre la riga continua
oltre il limite di velocità.

Tu che ora
incollato al culo dell’auto mia
scalpiti per passare,
esci e rientri,
rientri ed esci.

Tu, si proprio tu,
vedi anch’io potrei
correre e superare,
potrei correre in piena sicurezza
più di quanto tu possa fare
rischiando la vita.

Potrei, ma non lo faccio,
non lo faccio perché
esistono le regole,
regole che sono per tutti,
ma proprio tutti,
io e te compresi.

Non lo faccio perché
civile io sono,
corretto
e rispettoso,
educato.

Ehi tu,
si proprio tu,
vedi di calmarti
che solo hai
da guadagnarci.

Emanuele Cinelli – 6 febbraio 2012

Meglio nudi


Il sesso così martoriato mi fa sofferenza.
Chi dice di difender la vita, perché non difende anche il sesso?
Ma anzi lo reprime, lo umilia, lo fa capro espiatorio di tutto.
Di tutti i mali l’incolpa, esecrando abominio.
Ma proprio di questo voglio parlare – talia fando (1).

Mi metto nudo alla luce del sole ed ei m’accarezza.
Non sono “cosacce”, ma quel che Natura m’elegge di fare.
Son nudo-natura, pulito, più bianco del bianco.
Il corpo stesso amando la luce del sole m’ha indicato la via.
Nihil novi sub sole (2): sappiam bene come stanno le cose!

Perché dunque tanto ipocriti da cedere imbelli alla bianca pezzuola?
Non so chi ci vende, appena siam nati, al finto biancore,
linda e candida veste per contrasto al nefasto, all’orrore.
Non so chi ci strazia presentandoci al tempio,
senza chieder ci circoncide le carni – sia pur con rito simbolico -,
ci costringe a un contratto d’affitto del corpo, ci segna su un libro.

La natura ci fa uomini, appena siam nati, liberi e puri.
Incolpabile è il corpo che nudo-nato ha visto la luce.
Dettàmi “divini” ne vietan l’accesso, salvo eccezioni e quadri approvati.
Un corto guinzaglio ci stringe a una cuccia, al costume, alla legge.
Non mi sento falco addestrato alla caccia, col cappuccio sugli occhi.

Mi godo ogni raggio di sole, ogni giornata di vita, ogni parte di corpo.
Ci costringon la vita in canoni e leggi, come fosse condanna,
il corpo ad un carcere duro, viviamo da poveri Lazzari.
Imploriamo salvezza, ma da soli ci siam messi in catene.
Povero sesso, assomiglia alla spiga di grano dell’indovinello:

Nato e rinato
battuto e flagellato
coronato di spine
Dio non è
indovina chi è.

Più che i pannicelli, mettendoci nudi, ci siam tolti torvi pensieri.
È stata un’ascesi, una distillazione, un camminare sull’orrido:
abbiam fatto chiarezza, alleggerito lo zaino, sudato non poco.
Ci siamo stupiti nel vederci allo specchio più semplici e schietti.
Stiam bene col corpo che abbiamo, non finiam d’apprezzarlo.
Plancia comandi di tutto: mente, emozioni, inconscio e coscienza.
parla il linguaggio dei fatti, infrange paure e pudori.
Ci aiuta a fidarci di noi, ben piantati per terra, semplici e sobri;
a sentire entro noi il travaso di forze, di linfe e di scosse.

Che significa dunque quel drappo definito “decente”
se non anche garrota che ci stringe la mente.
Lo dico per primo: la vita è un grande mistero della natura;
diffido di chi se l’arroga, sospetto m’affibbi una corbellatura.
Vedo il mio corpo contento come da mo’ venuto alla luce;
non cedo a quel dito puntato, a quel volto sì truce.
«Sono libero» fra me stesso mi dico, «vivo e respiro.»
Sembra pura, sana follia, erasmiana, si vede di rado qui in giro.
Nudo di fuori come trasparente di dentro,
d’improvviso capisco che sono al mio centro.
Scoperto e come indifeso, mi sento al contrario più invulnerabile
stretto e compatto, forse anche bello, rido a chi dice «intollerabile».
Mi pare mi sian cadute le fette di salame dagli occhi
il salame ero io, che non capivo quali fossero i giochi.

«Meglio nudo, mi dico, mi faccio un regalo coi fiocchi.»

(1) Virgilio, Eneide II 6: quis talia fando | Myrmidonum Dolopumue aut duri miles Vlixi | temperet a lacrimis? “Chi dei Mirmìdoni, dei Dòlopi non piangerebbe parlando di questo… ed anche Ulisse, granitico combattente.”

(2) “Nulla di nuovo sotto il sole” Bibbia, Qohelet 1, 9

Poesie di gioventù: Lontananza


Io a Ponte di Legno,
tu a Brescia.

Questo per sei giorni,
sei giorni e otto notti.

Troppo tempo,
troppo lontani.

Lontananza,
perché sei entrata nella nostra vita?
perché esisti?

Se non esistesse la distanza,
se tutto fosse vicino,
che bello sarebbe il mondo:
io, ora, vicino a te sarei
e tu, ora, vicino a me saresti;
noi due saremmo vicini
e insieme saremmo.

Ma la distanza esiste,
esistono le cose lontane,
esiste il dolore di non poter stare insieme.

Emanuele Cinelli – 6 marzo 1974

Poesie di gioventù: Dopo tre giorni


È mercoledì,
con questo tre giorni son passati,
tre giorni senza vederti,
ti ho solo sentita per voce,
ti ho solo osservata in fotografia,
ti ho solo pensato nel cuore.

Mai ho potuto stringerti fra le mie braccia,
mai ho potuto posare le mie sulle tue labbra,
mai ho potuto cogliere la fulgida luce dei tuoi occhi.

Conto i gironi, le ore, i minuti,
perfino i secondi,
sono ansioso di rivederti.

Amore ti aspetto!

Emanuele Cinelli – 6 marzo 1974

Poesie di gioventù: Attendere


Lunga è l’attesa
ed estenuante.

L’angoscia il mio spirito assale,
la tristezza la mia anima rapisce.

Aspetto il tuo arrivo,
lo aspetto con ansia.

Per correre far il tempo
Mi convien qualcosa affaticare.

Di un modellino la costruzione inizio,
ma essa al termine già volge
ché poco tempo è passato.

Leggo qualcosa,
ma pesante è la lettura
quando qualcuno si aspetta.

Ascolto gli uccellini cantare,
guardo le nuvole passare,

ma il tempo veloce non scorre.
Lentamente il suo cammin percorre il sole,
lentamente segna l’orologio i minuti.

Finalmente ti vedo arrivare,
il cielo d’improvviso s’illumina,
s’illumina di luce,
la luce che dal mio cuor scaturisce.

Finalmente tra le mie braccia ti stringo,
finalmente.

La mia gioia più grande è questa,
‘na gioia pagata.

Pagata col dolore dell’attesa,
pagata col sudore dell’anima.

Pagata ma, per questo, meritata,
pagata ma desiderata,
pagata ma ricevuta.

Pagata ma meritata.

Emanuele Cinelli – 16 febbraio 1974

Seduzione vs. nudismo


     L’eros ha valenze positive che risvegliano il senso di vitalità, di salute, di bellezza, di autostima, di realizzazione di sé. Molti atteggiamenti quotidiani, pur senza richiamarla esplicitamente, fanno riferimento alla pulsione sessuale sia in forma diretta (seduzione), sia come catalizzatore di reazioni che si vogliono creare, risposte che si voglion suscitare o scelte che si vogliono indirizzare (pubblicità, copertine di giornali…). Da una parte si assiste a una sempre maggiore erotizzazione mediatica, mentre nella vita concreta (dicon taluni che han voce in capitolo) “crea ancora turbamento” la visione del corpo nudo, anche in contesti quotidiani che nulla hanno a che fare con il “soddisfacimento della libido” (escursioni, balneazione, giardinaggio, elioterapia, ciclismo, equitazione, attività sportive…)

Una sciarpa di seta screziata di bagliori dorati,
il ritmo dei tacchi che secchi scandiscono i passi,
l’incedere altero e felino che cattura i corpi e le menti,
lo sguardo in avanti, sicuro, superbo e sprezzante,
entra la vamp, divina e fatale, precisa e solenne.

Le primordiali arti di Eva funzionano ancora:
mill’anni e siamo ancora tontolotti ed inermi.
ci basta un laccetto, un pizzo, una frangia, un monile.
Apposta lo fanno, maliarde, ché san d’ottenere.
Le “grazie” non son regalate, ci costano un “occhio”.
Adrenalina e libido: fantastichiamo beati ed oppiati.

E sì che nulla di nudo quella donna mostrava:
in società si deve giocare, ammiccare, abbagliare;
ciliegine e martini, fragole e labbra, qualcosa di rosso:
la muleta della seduzione e, tori, raspiamo col piede l’arena.

Tutto a posto, tutto quadra, tutto legale.
Un monumento a Giano bifronte, alla doppia morale.
Ciò che sia meglio è evidente, il deteriore è pur sempre vincente.
Il nudo è osceno, ma non vendi senza un bel seno.
I bambini…. guai! Barbie e cow-boy – non si sa mai!
E me che son semplice e nudo, parlan quasi di mettermi al muro.

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