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“Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte seconda


Continua da “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte prima

Tutte le foto sono dello stesso Luca, scattate durante questo cammino.


Il Sentiero delle Tre Valli Bresciane secondo me

GIORNO 2: In viaggio di nozze

“Luca, desèdèt! Dai che il caffè diventa freddo”. Vengo svegliato così verso le 6.30, insieme al dindon delle campane legate al collo delle asinelle. Faccio colazione e sistemo lo zaino. Il mio salvatore sta tagliando le patate per lo spiedo. Allora gli chiedo la sua ricetta, perché pure a me piace prepararlo e so che esistono molte varianti. Lui le patate ce le mette sempre e non usa il burro né l’olio. Ci fa sciogliere sopra il lardo all’inizio della cottura e poi basta. Così viene meno unto, più digeribile. Ricetta antica alla lumezzanese. Mi passa per la testa l’idea di fermarmi, aiutarlo con lo spiedo, assaggiarlo e partire nel pomeriggio. Ma sono qui per un altro motivo, perciò lo saluto a malincuore. Sono felice di avergli offerto l’unica cosa che ho: un po’ di compagnia. Non ha voluto altro. Do ancora una carezza a Luna e parto.

Sono consapevole di aver vissuto una prima giornata dispendiosa e pure fortunata, perciò ho due convinzioni: oggi non riuscirò a camminare quanto ieri; la sorte potrebbe non essere sempre dalla mia parte. Ieri il sentiero è sempre stato ben segnalato, pulito, all’ombra. Oggi sarà più soleggiato (e fa un gran caldo: temperatura massima di 29°) e, nella prima parte, immerso in un fitto bosco che mi fa perdere la traccia in un paio di occasioni. Scollinata la Corna del Sonclino e dopo le confortanti indicazioni che si trovano alla Passata Vallazzo, il 3V scorre stretto e ondulato fra Punta Ortosei e Punta Reai. La segnaletica biancazzurra sembra sparire, in realtà è solamente un poco sbiadita, quindi affronto questo tratto con pazienza. Poi inizia la discesa verso Lodrino ed io comincio a sognare una bella merenda. Così, giunto in paese, trovo aperto il bar accanto al distributore di benzina (mi discosto dal 3V di cento metri, seguendo la strada asfaltata di via Kennedy anziché salire subito verso via De Gasperi). Un toast ben farcito, una brioche, un succo ed una lemonsoda: in effetti è proprio come se avessi fatto carburante. Lì accanto c’è una fontanella d’acqua potabile, riempio la camel bag e mi riporto sul sentiero per salire un’altra volta. L’asfalto del paese dura poco, il tempo di condurmi alla pineta dove c’è il rifugio degli alpini e poi è di nuovo sentiero.

La salita verso il Passo Cavada, per me, è interminabile. Questo è il momento più duro del mio 3V. Lo zaino pesa e le spalle mi fanno male. Il sole mi brucia. Pazienza. Self control. Sono qui per divertirmi. Mi fermo all’ombra, tolgo lo zaino e riposo cinque minuti. Grazie alla camel bag posso bere spesso, sia lodato l’inventore della sacca idrica! Il Passo Cavada mi rincuora: qui ci sono ottime indicazioni ed il sentiero diventa meno impegnativo addentrandosi in un fresco bosco. Inoltre raggiungo due camminatori e la fatica scompare come per miracolo e come spesso accade quando si fanno due chiacchiere in ottima compagnia. Le nostre strade, però, si dividono presto. Loro si fermano al roccolo poco più avanti. Ad attenderli ci sono il pranzo (il piatto principale sembra essere la polenta) ed un bel gruppo di amici che mi danno indicazioni su come proseguire e mi consigliano di tirare dritto fino al Passo Maniva. Il roccolo dev’essere stato ristrutturato in tempi recenti: ora c’è un’abitazione imponente che spunta in una radura. Da qui posso vedere i prati di Vaghezza, mia prossima tappa. Inizia la discesa, prima abbastanza tecnica su sentiero, poi rilassante su un’ampia stradina sterrata. È qui che mi deconcentro e scivolo quasi da fermo. Non mi faccio male, ma mi sbuccio il ginocchio come un bambino. Che vergogna, ma fa parte del gioco e, appunto, è bello sentirsi piccoli, quando nessuno si stupiva vedendomi sanguinante e conoscendo le mie scarse qualità da ciclista o da calciatore.

Arrivo al Passo Termine, che incrocia la strada provinciale, e decido di non fermarmi per lo spuntino. Manca poco a Vaghezza: è solo mezzogiorno, ma oggi mi fermerò là. Riprendo quindi a salire su una mulattiera abbastanza comoda che poi diventa sentiero. Trovo il modo di perdere la traccia, ma torno subito sui miei passi e rivedo i benedetti segni biancazzurri. Sbuco di nuovo sulla strada e resto estasiato nel vedere la località Vaghezza. Un brulicare di persone di ogni età mi ricorda che oggi è Ferragosto. Merito anche io un po’ di riposo. Ci sono case, malghe, ranch, rifugi e la gente va e viene. Molti, però, sono rintanati al fresco dei ristoranti. È l’una, il sole è a picco. Il Rifugio degli Elfi è stracolmo, i titolari e tutto il personale sono indaffarati per accontentare ogni esigenza. Anche la mia. Mi basta sapere che un posto per me stanotte c’è, poi lascio subito il trambusto e cerco un po’ di silenzio all’ombra di un albero. Mi cambio, mangio qualcosa e mi fermo nella chiesetta. Ringrazio Dio e tutti i miei angeli custodi: mi sto proprio divertendo, sono fortunato!

Un paio di ore dopo, rientro nel rifugio e vengo accompagnato nella camera. Ci sono cinque letti a castello e due singoli. Uno è mio. La doccia e gli esercizi di allungamento muscolare mi ritemprano. Poi è il momento di riprogrammare le prossime tappe. Controllo i percorsi, le altimetrie, le previsioni meteo. Chiamo i rifugi che si trovano lungo il 3V per sapere la loro disponibilità. Giusto per andare un po’ meno a caso, per sapere dove trovare da mangiare, un letto per la notte o un bivacco aperto. Viene presto ora di cena: la pizza è squisita, la crema catalana una sorpresa piacevolissima. Esco a sfogliare qualche libro. Arrivano due ciclisti, giovani, sulla trentina come me, uomo e donna. Le loro bici hanno borse da viaggio. Vengono da lontano, penso. Mi salutano subito, sono francesi. Più che altro, sono euforici. La titolare del rifugio ci fa sapere che dormiremo insieme ed io, in un battibaleno, mi faccio due nuovi amici. Pier e Gaëlle sorseggiano un boccale di birra e mi invitano al loro tavolo. Lui parla bene l’italiano, l’ha studiato all’università di Pisa se ricordo bene. Il suo migliore amico era bresciano, mi fa nome e cognome, ma come posso conoscerlo?! Lei l’italiano non lo sa, quindi passiamo all’inglese. Il mio è scadente, però mi fa un gran piacere parlarlo, vorrei farlo più spesso. Racconto di me e chiedo di loro. Sono di Lione e sono in viaggio di nozze. Sorridono e mi mostrano gli anelli del matrimonio. Sono proprio felici. Il loro itinerario a pedali? Lione, Liguria, lago di Como, Bergamo, lago d’Iseo, ora qui a Vaghezza che è una frazione di Marmentino e domani verso il lago d’Idro. Sono provati dalla salita, ora mangiano una pizza. Sono proprio contento di averli conosciuti. Salgo in camera ed unisco i due singoli per loro, poi scendo e li aiuto a trasportare le loro borse. Preparo già lo zaino perché domani partirò presto. Oggi ho riposato, sento di aver recuperato. Peccato perdersi la colazione in compagnia dei francesi. Mi hanno “rubato” il letto singolo, ma erano proprio simpatici. E poi io, per mantenere in vita la rivalità tra italiani e transalpini, ho fatto da terzo incomodo per tutta la notte. I loro bisbigli con quell’accento così dolce mi hanno cullato. Mi sono addormentato subito ed ho dormito come un ghiro. Vive la France!

GIORNO 3: Nuove amicizie

La sveglia del cellulare mi butta giù dal letto alle 5.20. Esco subito dalla camera per non disturbare i miei amici francesi, mi vesto e mi lavo la faccia. Siccome sono troppo in anticipo sull’orario di colazione, i gestori del rifugio degli Elfi mi hanno preparato qualche panino. Ne bastavano due. Ne trovo quattro, molto imbottiti. Gentilissimi loro, affamato io. Due spariscono mentre albeggia, gli altri li conservo per la giornata. Non rivedrò mai più Pier e Gaëlle, così belli nel loro amore a pedali. Prendo un foglio dal mio taccuino. Scrivo “Bon voyage! Merci beaucoup!” ed assicuro questo biglietto al portapacchi della loro bici. Sono le 6 ed è ora di partire.

Ma la solitudine dura poco. Così come il tratto pianeggiante. Mulattiera e poi sentiero in salita, in direzione di Pian del Bene, a quota 1515 metri. Con due camminatori di Lumezzane, oggi alla ricerca di funghi. Che bel regalo! La loro compagnia azzera ogni eventuale fatica, anche perché oggi sto proprio bene. L’ora di salita vola come se fossi ad un concerto rock. Ma qui la musica la suonano Pietro e Mauro, un bel duetto. Pietro ha molti soprannomi o evidentemente Mauro non è abituato a chiamarlo con il suo nome. “Dai Tite, sei forte!” lo rincuora. E poi: “Forza Peter che siamo arrivati”. Il motivo di tutti questi incoraggiamenti è presto detto. Pietro ha avuto un piccolo infarto quattro mesi fa. Intervento chirurgico, bypass al cuore e una lenta ripresa. E pensare che Pietro era uno che andava spesso e volentieri in montagna. Adesso l’allenamento è quello che è, ma va su che è un piacere. Ha qualche timore, questo sì. Scacciare le paure è il passo più difficile per sentirsi guarito definitivamente. Ne so qualcosa pure io. Mauro è un ottimo compagno: lo incita, lo punge, lo rassicura. È premuroso anche nei miei confronti e, come mi è già capitato tante volte, ricevo pure da lui indicazioni precise ed un plauso (anche per il mio dialetto che condisce la chiacchierata). Arriviamo a Pian del Bene e ci salutiamo. Loro si fermano a cercar funghi, io proseguo verso il monte Ario.

Ci sarebbe la variante bassa che evita questa breve ascesa, ma non ci penso neanche (qui ci sono indicazioni molto precise). La cima dell’Ario è lì, ben visibile. Mentre salgo sul sentiero che taglia il prato, ripenso a Pietro e al suo coraggio. Anch’io voglio affibbiarli un soprannome: Pietro il Grande. In cima ai 1755 metri del monte Ario c’è una croce di ferro ed il sentiero, ben segnalato, continua in discesa verso l’Alpe di Pezzeda. Qui, sul muro del rifugio Blachì 2, c’è una lapide in ricordo di Silvano Cinelli. Il suo sentiero continua ora su una stradina sterrata e punta verso il Maniva. Il problema è che a me queste stradine ingannano, forse perché un po’ mi annoiano e mi lascio trasportare. Spesso mi chiedono (e, più raramente, mi chiedo) come faccia a camminare da solo per qualche ora: “Ma non ti stufi?”. No, ci sono tante cose da fare (controllare il sentiero, scattare qualche foto, bere e mangiare, pianificare a spanne la giornata, godersi la montagna). Per non parlare delle cose a cui posso pensare, perché questi momenti di equilibrio perfetto sono ideali per riflettere, fare bilanci e progetti. A volte questa meditazione prende il sopravvento e va a finire che sbaglio strada, come in questo caso. Seguo la strada che scende verso Collio, ammiro un gruppetto di cavalli, mi spavento di fronte ad un maiale selvatico che scambio per un cinghiale. E subito dopo mi imbatto in una baita. Ci sono tre uomini in piedi sul balcone. Sembra quasi che stessero aspettando me, perciò chiedo loro ragguagli sul 3V (“Torna indietro che hai sbagliato!”) e sul cinghiale (“Era un maiale, limù! Ce n’è un altro qui intorno”). Io che non ho mai avuto un cane né un gatto e che vivo nel centro di un piccolo paese, sto imparando a conoscere gli animali, ad apprezzarne la silenziosa compagnia. Perciò, felice di questo breve errore di percorso (ho allungato la tappa di una trentina di minuti), risalgo per la stradina e trovo il tornante “incriminato”: ci sono una specie di vasca ricolma d’acqua ed i cartelli che mi indirizzano di nuovo sul 3V.

Il sentiero prosegue pianeggiante, con qualche breve su e giù. Arrivo al Passo di Prael e tiro dritto, lasciando la variante alta per la Corna Blacca sulla destra. La farò due settimane dopo, con meno chilometri sulle gambe, uno zaino più leggero e senza i bastoncini. Questa variante è “riservata” agli esperti, quindi prima di farla ho chiesto delucidazioni ad Emanuele Cinelli, uno che il 3V lo fa ad occhi chiusi. Emanuele mi ha rassicurato ed aveva ragione: il sentiero è a tratti ripido, impegnativo, ma mai dissestato o pericoloso. Bisogna fare molta attenzione, io l’ho affrontato con calma prendendomi un pomeriggio tranquillo. In qualche occasione, sia in salita che in discesa, ho appoggiato le mani alle rocce o agli alberi per avere un equilibrio migliore, però non ho mai corso rischi. Questa è sempre la mia priorità. Perciò, durante il 3V, ho evitato questa “cresta” proseguendo verso il Passo delle Portole. Ai piedi di Cima Caldoline c’è un piccolo altare per le funzioni religiose (come quella cui avevo partecipato nel 2005, proprio qui con la mia famiglia), una lapide in memoria di Tita Secchi ed un bivacco intitolato allo stesso partigiano bresciano. La capanna, che contiene dei tavoli, un lavandino ed un piccolo angolo cottura, non è in ottime condizioni: per il tempo che passa ed anche per qualche incomprensibile gesto di vandalismo. Il gruppo alpinistico Amici di Cima Caldoline ha organizzato una raccolta fondi e presto inizierà dei lavori di ristrutturazione. Continuo a camminare fino ai vicini passi del Dosso Alto e del Maniva. Al primo, imbocco verso sinistra la stretta strada asfaltata del Baremone (senza fare la variante alta che porta in vetta al Dosso Alto: impegnativa ma fattibile la salita, la discesa richiede una buona esperienza alpinistica). In venti minuti sono ai 1650 metri del passo Maniva: l’orario (10.30) è quello giusto per una bella merenda al ristorante Dosso Alto. Fetta di torta, bombolone e pinta di radler (che, per chi non lo sapesse, è la bevanda ufficiale della montagna: un mix di birra e lemonsoda). Il tempo non è dei migliori, non fa freddo, ma quei nuvoloni promettono acqua. Perciò mi fermo poco più di un’ora e riparto per la prossima tappa. Prima, però, avverto il rifugio Cimosco di Plan di Montecampione (“Arriverò per le 17, tenetemi un posto”) e do un’altra occhiata a Bagolino. Questo panorama mi emoziona sempre, perché lì è nata mia nonna e la mia passione per la montagna. È strano pensare che sono arrivato qui sul Maniva a piedi, partendo da Brescia. Mi suonava più normale quando, qualche anno fa, ero passato da queste strade in bici prendendo il via da Isorella. Questi pensieri mi fanno star bene, sono felice!

Forse fin troppo contento. Fatto sta che per un attimo, dopo l’albergo Bonardi, quando la mulattiera biancazzurra sbuca sulla strada, perdo la traccia. Mi basta poco per ritrovarla. Torno indietro, camminando sulla strada verso il Bonardi, ed incontro il segnavia del 3V che sale verso il Passo Dasdana, riconoscibile per la presenza della baita degli impianti sciistici. Il merito è anche di una coppia al volante di una Panda 4X4 vecchia maniera. Le persone che guidano queste Fiat sono una garanzia di esperienza in montagna ed infatti non sbagliano a mostrarmi il sentiero che risale il pendio del Dasdana. In alternativa, dopo il Bonardi si può rimanere sulla strada, fare un tornante verso sinistra, uno verso destra ed un altro verso sinistra per poi trovare sulla destra l’imbocco del Tre valli. In ogni caso, raggiunta la baita dell’impianto sciistico del Dasdana, proseguo sulla stradina sterrata che mi porta di nuovo ad incrociare la strada asfaltata. Qui ci sono indicazioni chiare: lascio sulla mia destra l’impegnativa variante alta per il monte Colombine e scendo a sinistra lungo la strada. Al primo tornante, giro a destra ed è di nuovo strada sterrata, abbastanza ampia ed in discesa. Tutti ingredienti che, insieme ai nuvoloni, mi mettono voglia di correre. Perciò allungo il passo quel tanto che basta per sentire un po’ d’aria che mi spettina ed il cuore che pulsa forte. Bella storia! La sensazione più intensa che possa provare in montagna è questa! Meglio di un panorama, di una cima raggiunta: per me è questa la libertà. E poi ci sono gli incontri, le amicizie, tante in questa lunghissima giornata.

Raggiungo un escursionista e mi fermo con il fiatone. “Come va?”. È l’inizio di una chiacchierata lunga almeno un’ora. Il tempo si ferma, quello meteorologico lo dimentico. Non posso aver paura né fretta accanto a Sergio. 52 anni, di Collio, capelli e barba corti, grigi e ben tenuti. Innamorato della montagna, anche lui cammina spesso da solo. Senza paura e con la massima attenzione. Sergio è minuto di statura, tant’è che il suo zaino pare ancora più enorme di quanto sia in realtà. Un passo dei suoi equivale a due dei miei, che sono alto un metro e novanta: “Ma giochi a basket?!”. Uso molto il dialetto dialogando con lui e Sergio mi dice che il mio accento gli ricorda vagamente quello di Bagolino. Può essere, del resto gli zii e i cugini bagossi lo parlano spesso ed io li ascolto molto volentieri. Anche Sergio, che sento sempre più come un amico di vecchia data, ha alcuni parenti a Bagolino, che lui chiama “Bagolandia”, perché il borgo del carnevale storico, quello dei maschér e dei balarì, è sinonimo di divertimento ed allegria. Sergio ha percorso il sentiero che arriva da Collio, è diretto al bivacco Bassi dove passerà la notte, domani tornerà indietro quel tanto che basta per raggiungere il bivacco Grazzini ed il giorno successivo scenderà a Bagolandia. Incontriamo quattro bagossi in allenamento: vestiti leggeri e passo svelto. Sergio li saluta e ci scambia due parole, anche io ne riconosco uno. Sì, dev’essere proprio lui, Luca, l’atleta con il quale ho corso l’ultimo tratto della Bagolino Alpin Run. Sono passate tre settimane dalla gara di corsa in montagna di Bagolino e mi ricordo bene di lui. Il motivo è molto semplice. Ho sentito tantissimi incitamenti stando al suo fianco: un “Forza Luca!” dietro l’altro. Non erano per me, ovvio che fossero per lui che correva in casa. Perciò, quando lo incontro prima di raggiungere il passo delle Sette crocette, gli racconto quest’episodio e ci facciamo due risate. Arrivato al passo, inizia a sgocciolare. Metto il copri zaino e tiro dritto. Dopo il passo del Crestoso (appena sopra i duemila metri), saluto Sergio a malincuore. I nostri sentieri si separano: lui è quasi arrivato al Bassi, io ho ancora due ore abbondanti di cammino. Il sentiero è in discesa ed attraversa una valle tagliata da un torrentello.

Dev’essere la Val Rosellino con una malga omonima, adibita a bivacco e circondata dal nulla. Incontro vacche, cavalli, capre ed un gruppo di persone dirette al Bassi, alle quali raccomando di salutarmi Sergio. Attraverso il torrentello appena sotto una piccola e splendida cascata e continuo sul sentiero in leggera discesa. Arrivo al Rifugio Rosello, entro e vengo attratto dal tepore del camino acceso, ma preferisco uscire subito e continuare a camminare. Del resto il cielo è sempre più minaccioso. Due gocce diventano presto un temporale, perciò cerco riparo e trovo una stalla. Per fortuna la tettoia di quest’edificio mi permette di non entrare nella “casa” delle vacche, ora assenti, ma di sostare al suo fianco senza bagnarmi. Sono le 16. Quanto durerà la pioggia, ora così battente? In montagna non si può mai sapere quando smetterà, perciò mi metto comodo, mi copro e mangio un panino. Faccio il segno della croce e ringrazio Gesù per quanto mi sta regalando, poi chiedo ai miei angeli custodi di proteggermi ancora. Sto iniziando a pensare che posso farcela, il mio corpo si sta abituando alla grande ed il mal di spalle di ieri sembra un lontano ricordo. Ho superato la metà del 3V, penso al traguardo, ma devo rimanere concentrato.

La pioggia rallenta, allora mi scopro e riparto verso le 16.30, quando il temporale è ormai cessato. Ancora due passi in salita su un’ampia stradina sterrata e poi mi appare Plan di Montecampione, illuminato da un tiepido sole. È una bella sensazione, sono alla fine della tappa odierna. Mi stupisco nel vedere il villaggio di questo paese, una fila di case tutte uguali addossate una all’altra, e mi butto in discesa seguendo il 3V. Raggiungo un turista: chiamiamolo così perché è in vacanza a Montecampione ed ora sta facendo una passeggiata col suo cane, Balù, ed anche perché non ci presentiamo, tanto ci saremmo rivisti la sera al rifugio Cimosco per una birra e per continuare un discorso molto interessante. Questo turista, un uomo sui 45 anni in vacanza con la famiglia, abita a Milano, ma da piccolo trascorreva le sue vacanze a Remedello, a due passi dal mio paese, Isorella. L’ultimo quarto d’ora della mia tappa lo passo con lui ed i suoi ricordi nostalgici che mi riportano agli anni ’80, quando la Bassa bresciana era ancora un’area agricola e pacifica. Terreni da coltivare, bestiame, più trattori che macchine. Racconti simili a quelli dei miei genitori, dei nonni. Lunghi giri in bicicletta, una mano agli zii contadini, un paese piccolo in cui tutti conoscono tutti. Ora anche Isorella e Remedello sono urbanizzati ed industrializzati, posso immaginare Milano. Naturale che lui e la sua famiglia cerchino un po’ di tranquillità almeno in vacanza. “Ecco, tu devi andare a destra, io invece proseguo a sinistra” mi spiega. Sono arrivato e lo saluto, peccato che poi la sera non si presenti al rifugio. Entro al Cimosco, sono le 17 in punto come avevo lasciato detto. La puntualità prima di tutto.

I tre gestori del rifugio, due signori ed una ragazza, mi accolgono col sorriso. “Quella è la camera, lì c’è la doccia”. Mi lavo, faccio stretching e poi mi sdraio un attimo. Siamo a 1800 metri, però c’è il wi-fi: due messaggi a casa, a parenti ed amici, una foto su instagram. Poi arriva Nicola, una grande amicizia che il 3V mi ha regalato. Nicola ha 24 anni e le idee chiare. Si è appena licenziato perché il lavoro d’ufficio non fa per lui. È biotecnologo, sogna un posto migliore, da ricercatore possibilmente. Ci penserà fra qualche giorno. Adesso è sulle orme del sentiero biancazzurro. Ne ha percorso un tratto, domani ne camminerà un altro. Per vedere com’è, farsi un’idea, fotografare marmotte e volatili, anche per allenarsi. Poi, spero presto, toccherà pure a lui provarci. Ha il manuale del 3V, un’ottima conoscenza dei punti-chiave da raggiungere; gli manca qualche ora di cammino nelle gambe e poi ce la farà. Parliamo di questo, ci scambiamo consigli e punti di vista. La cena è una perla del rifugista. Squisito il risotto al bagoss. Poi giochiamo a carte. Briscola, scopa, rubamazzetto. Vince sempre Nicola. Del resto, conveniamo, io ho avuto una giornata molto fortunata, lui decisamente meno (alcune indicazioni sbagliate gli hanno allungato il cammino di qualche ora). Ora la sorte sta rimettendo in equilibrio le cose! Non ho proprio voglia di andare a letto stasera, l’adrenalina di una giornata così positiva mi tiene sveglio. Altre chiacchiere, stavolta con i rifugisti che ci spiegano il sentiero per domani. Parliamo anche del più e del meno, la compagnia è ottima. Poi buonanotte, ma domattina la sveglia suonerà tardi.

L’inconfondibile passo delle Sette Crocette

 


Prosegue in “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte terza

“Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte prima


Ricevo e ben volentieri pubblico (dividendolo in tre puntate) il lungo racconto dell’amico Luca relativo al suo recente viaggio lungo le tracce del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Una cinque giorni intensa da rivivere e condividere attraverso questo racconto ricco di particolari, coinvolgente e… istruttivo!

Tutte le foto sono dello stesso Luca, scattate durante questo cammino.


Il Sentiero delle Tre Valli Bresciane secondo me

INTRODUZIONE

Non ricordo quando ho sentito parlare per la prima volta del Sentiero delle Tre Valli bresciane, la val Sabbia, la val Camonica e la val Trompia, ma, completandolo da Brescia a Urago Mella, ho toccato alcune località che ho frequentato spesso, anche da bambino. Il pensiero corre subito a quella giornata trascorsa al Passo del Maniva con la mia famig

lia: mio fratello, i genitori e pure i nonni materni. Era il 2005, avevo 16 anni, dal Maniva avevamo camminato sino al Passo delle Portole, sotto cima Caldoline, poi ci eravamo fermati per la Messa e per un pranzo al sacco alla capanna Tita Secchi. Uno dei ricordi più belli della mia vita. Quindi il momento più emozionante del mio 3V è stato proprio questo: ritornare in quel luogo così rievocativo e poi guardare giù, dal Maniva verso Bagolino, il paese di mia nonna, di molti parenti e dove ho trascorso diverse settimane in vacanza sin da piccolo.

Due anni fa, nel 2015, ho iniziato a frequentare sempre più spesso il monte Maddalena ed a partecipare a qualche “gara” di corsa in montagna (fra virgolette, perché per me sono delle gite in compagnia), così ho scoperto i segnavia biancazzurri sul colle di Brescia, sulla Punta Almana, sul colle di San Zeno, sul Pizzo Cornacchia, sui Campiani e sul monte Picastello. Ancora non bastava per decidermi ad intraprendere questo lungo sentiero, mancava qualcosa, che è arrivato quest’estate grazie a Emanuele Cinelli, figlio di uno dei creatori del 3V, Silvano. Il sentiero, infatti, è stato intitolato proprio a alla sua memoria. Anche Emanuele ha contribuito alla nascita dell’itinerario che attraversa le montagne della nostra provincia ed ancora lo mantiene in vita aggiornando il suo sito con tante informazioni utili (Mondo Nudo – Sezione 3V) e con alcune iniziative. Proprio da una di queste è nata la mia voglia di 3V.

Quest’estate Emanuele ha provato a completare il sentiero biancazzurro con una tappa unica. Il mio amico Giovanni, compaesano e guida di molte escursioni, me l’ha fatto notare e quando lui, così esperto, mi parla di montagna fa presto a trasmettermi la sua grande passione. Qualche giorno dopo stavo già scrivendo ad Emanuele per avere più informazioni possibili. Cinelli, gentile e disponibile, si è rivelato una vera miniera di consigli e con le sue indicazioni mi ha accompagnato sino al termine del cammino. Nel frattempo ho letto le informazioni del percorso sul sito del Cai di Brescia per farmi un’idea di cosa mi attendeva. Come facevo a scuola, ho preso appunti: ho preparato dei riassunti da portare con me, per consultarli qualora avessi avuto dei dubbi. Ho anche guardato le mappe, l’altimetria ed ho steso un programma di massima. Ho deciso subito che avrei provato a seguire il sentiero originale, senza varianti basse né alte (“riservate” agli esperti, quindi non a me). Ho camminato da solo: sono abituato a non avere compagnia in montagna e la cosa non mi pesa, anzi. Sapevo di non passare da punti particolarmente difficili, esposti o isolati; ma, al contrario, da percorsi battuti da molti camminatori, specie nella settimana di Ferragosto. Questo ha tranquillizzato sia me, sia la mia famiglia. Anche perché non avevo nessuna fretta e nemmeno nessuna ossessione di arrivare al traguardo. Due notti di fila nei rifugi o nei bivacchi sarebbero già state per me una prima volta, una novità assoluta e quindi una conquista già sufficiente per rendermi felice e pronto a tornare a casa senza rimpianti. Mi bastava provarci, affrontare un giorno per volta e godermela.

Ho atteso il giorno giusto per partire, mi sono “allenato” un po’, anche se per me uscire a correre o andare in montagna è solamente un divertimento. Quando ho sentito di essere pronto, domenica 13 agosto 2017, ho fatto lo zaino e all’alba del giorno seguente sono partito. Ho portato con me il sacco a pelo, il tappetino e qualche scorta alimentare, perché sul percorso ci sono molti bivacchi e volevo essere pronto a passare una notte anche lì se la stanchezza o il maltempo mi avessero fermato prima di arrivare in uno dei tanti comodi rifugi presenti sul 3V.

 

GIORNO 1: L’inesperienza

Lunedì 14 agosto mi sono svegliato quando la mia Isorella, nella Bassa bresciana, era ancora al buio. Ho fatto una colazione abbondante ed ho chiesto alla mamma di accompagnarmi a Brescia. In auto, ho lasciato che fosse la radio a scegliere qualche canzone per me. Ho fatto bene, a metà strada è partita “Self control” di Raf. Bellissima canzone, un invito a mantenere sempre l’autocontrollo.

Ho iniziato a camminare alle 6.30 da via san Gaetanino, dove un cartellone indica la partenza del 3V. La prima salita, verso il monte Maddalena, è stata la più difficile, non perché fosse ripida o tecnica, ma poiché mi ha colto alla sprovvista sotto molti punti di vista: lo zaino pesante, che raramente ho portato e per questo mi causava mal di schiena; il passo molto più lento del solito, obbligatorio vista la lunghezza del sentiero; la fretta di mettersi alle spalle i chilometri; forse anche un po’ di pensieri, come “ora che sono finalmente partito, cosa troverò?”. Tutte queste preoccupazioni se ne sono andate poco per volta, mentre mi allontanavo dal conosciuto Maddalena per iniziare a camminare su sentieri per me nuovi. La presenza costante dei segnavia biancazzurri mi ha subito rassicurato: la prima parte fra le case costruite sulle pendici della montagna bresciana, poi sulla strada, passando accanto a San Gottardo, infine il sentiero che mi ha portato in cima al Maddalena, fino al vecchio rifugio ormai abbandonato. Poi la stradina pianeggiante in “cresta”, prima della discesa verso il Colle di san Vito. Qui le chiare indicazioni mi hanno spedito giù verso Nave, dove sono rimasto stupito di trovare così tante tracce biancazzurre anche fra le vie del paese. Prima di iniziare la salita verso il Santuario della Madonna di Conche, mi sono fermato per mangiare un panino.

Le pendenze e l’ampia mulattiera sono abbastanza agevoli sino alla chiesetta di Sant’Antonio, poi il 3V prosegue con un sentiero meno ombreggiato. La salita mi piace, mi sento bene, trovo il mio ritmo, faccio qualche fotografia e appena prima del mezzogiorno sono al santuario. Chiedo ai gestori del rifugio di aggiungere un posto a tavola e mi preparo per il pranzo. Mi riservano uno spazio libero con tanto di nome e cognome: sul primo ci siamo, sul secondo un po’ meno e divento Luca Rigamonti… questa storpiatura non l’avevo mai sentita! Sono seduto accanto ad una compagnia di signori sulla cinquantina: diventiamo ben presto amici ed uno di loro, che ha fatto il 3V, mi dà diversi consigli. Parliamo di montagna mentre mangiamo la pasta al ragù e le scaloppine, che io infilo dentro due panini. Arrivano i pomodori ed un signore chiede qualche spicchio di cipolla, poi fa assaggiare anche a me questa accoppiata che è il suo piatto di verdura preferito. Ci sono anche la torta ed il caffè, poi ci viene offerto lo spumante da un cliente che festeggia i cinquant’anni. Pensa te che fortuna, proprio oggi! Sono già le 14: due ore sono volate grazie a questa ottima compagnia. Il gestore del rifugio mi regala la cartolina del santuario, sua figlia ci aggiunge il timbro del 3V. Sono pronto per ripartire, visito la chiesetta, guardo il panorama e poi via. Vorrei arrivare a Lodrino e cercare un posto dove dormire, ma la strada è lunga. Troppo.

Poco oltre questo santuario c’è l’Eremo di san Giorgio, in ristrutturazione. Due esperte signore stanno “rinfrescando” i dipinti al suo interno e mi invitano a ritornare più avanti. Proseguo ed inizio la discesa verso il passo del Cavallo che è addirittura segnata con delle balise arancioni (cioè dei nastri), reduci probabilmente da una gara di corsa in montagna. Non posso proprio perdermi. Poi si ricomincia a salire. Fa caldo, ma il sentiero è all’ombra. Passo accanto al recinto di un asinello e mi scatto un selfie con lui. Allungo di dieci minuti il sentiero per salire sul monte Prealba, dove campeggia una croce bianca: qui faccio merenda con una mela che mi sono portato da casa. La mela è il mio frutto preferito quando faccio sport. È dolce ed energetica, nello zaino non si sciupa ed è pure rinfrescante.

Riparto e poco dopo attraverso un bosco maestoso. Gli alberi sono imponenti e mi fanno sentire piccolissimo. Nonostante il sole, qui si sta al fresco. È tutto bellissimo, anche la baita delle Passate Brutte, circondata da un roccolo immenso. Qui abitano Luigi ed i suoi due cani. Lui, binocolo in mano, scruta le catene montuose. Il cielo, limpido, è ideale per il suo hobby. I cani cercano qualche carezza. Allora mi fermo. “Vuoi dell’acqua?”. Una bottiglietta di acqua frizzante era proprio quel che ci voleva. Luigi non vuole nulla, perché, dice, “è giusto così, lo faccio sempre”. “Vedi, quelli là in fondo sono i radar che sovrastano il Maniva, dove devi arrivare tu”. La distanza mi mette paura, ma non dimentico il mio motto: un giorno per volta, passo dopo passo. I cani mi rincorrono mentre riparto e mi accorgo che sono già passate le 18. L’entusiasmo del primo giorno non mi aveva più fatto guardare l’orologio e a Lodrino di posti a dormire non ce ne sono più, del resto, mi fanno notare, domani è Ferragosto. Non me lo ricordavo più. Il tempo s’è annullato quando sono partito, penso solamente a camminare e riposare, bere e mangiare, a nient’altro che non sia collegato con le mie sensazioni attuali: il sentiero mi ha catturato. Però non so dove dormire ed anche altre tappe intermedie, quelle che avevo programmato, si rivelano errate: ai rifugi dell’Alpe di Pezzeda non si può pernottare ed il bivacco della Chiesa di Santa Maria del Giogo apre solo per chi lo richiede in tempo. Il panico dura qualche secondo. Ho il sacco a pelo e posso dormire ovunque. Sono a 1300 metri, ma non fa freddo ed ho portato degli abiti pesanti. Però, avviandomi verso la Corna del Sonclino, dove c’è una croce ed inizia il saliscendi verso Lodrino, chiedo lo stesso ad un signore se fra quelle numerose case ci sia un bivacco, una specie di rifugio. “Vieni pure a dormire da me, sono solo e ne ho di letti!”. L’ospitalità non si rifiuta mai, così trovo accoglienza nella sua casupola, fra il cane, due asinelle, le oche e le galline. Sono felice, al settimo cielo. È venuta a galla la mia inesperienza, però non mi sono perso. Il 3V è segnato davvero alla perfezione in questo tratto iniziale. Perciò concludo la mia prima giornata al caldo del camino: ascolto le storie di chi mi ospita, guardiamo un film western, accarezzo il suo cane, Luna, e mi stupisco di come la gente di montagna posso essere schiva e al contempo offrire la propria casa ad un camminatore qualsiasi.


Prosegue in “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte seconda

#TappaUnica3V se ne riparla a giugno 2018


Nel 2016 sono arrivato a venti chilometri da Brescia ma rinunciando a tutte varianti alte da Lodrino in avanti, quest’anno mi sono arenato al quarantacinquesimo chilometro dopo averne percorsi una trentina con il retto femorale di ambedue le gambe in fiamme, ma, come già scritto,  ho la ferma intenzione di portare a conclusione il mio viaggio di TappaUnica3V. Avevo scritto che forse ci avrei riprovato ancora in questo 2017 e in tal senso, avvicinandosi la prima delle occasioni che potevo sfruttare (il fine settimana 1, 2 e 3 settembre), in questi ultimi venti giorni ho fatto, a distanza di dieci giorni uno dall’altro, due test molto importanti: prima una trenta chilometri (l’entusiasmante Traversata da sud del Guglielmo: 29 chilometri con 2413 metri di dislivello al calcolo GPS) in velocità (7 ore e 9 minuti), dove sono arrivato in fondo senza problemi di nessun genere, salvo qualche fitta al ginocchio sinistro nei primi dieci chilometri, e anche nei giorni a seguire il recupero è stato completo e immediato; poi una cinquanta chilometri (l’interminabile sali e scendi dell’Anello Alto del 3V: 46,5km con 4138m) effettuata in relativa tranquillità (18 ore e 10 minuti, più tre ore e mezza di sosta al Maniva, attuate al fine di arrivare sopra Bovegno a sole già levato per una più comoda individuazione di un percorso a me totalmente ignoto e apparentemente piuttosto complesso).

Cosa si è evidenziato dalla somma dei due test?

Innanzitutto il mio ottimo stato di forma e che il problema al ginocchio sinistro, quello specifico per cui ero stato anche dall’ortopedico, appare risolto, e questo mi ha reso ancor più difficile prendere la decisione definitiva; poi che ci sono nuovi e vecchi dolori alle ginocchia, dolori che vanno e vengono, dolori che si manifestano sia in attività che a riposo, dolori che, visti gli esami strumentali recentemente fatti e l’esito della visita ortopedica, devo attribuire agli acciacchi dell’età probabilmente intensificati dalla lunga attività alpinistica, non solo ma ci sono anche delle fitte alla schiena che compaiono quando faccio certi bruschi movimenti (complesso e tutto sommato inutile descriverli qui, riporto un solo esempio: quando reagisco ad una scivolata di un piede o a un inciampo), dolori, questi, che già erano parte di me ma che si presentavano raramente mentre ora sono molto più frequenti, seppur sempre occasionali; infine si evidenzia che dopo la cinquanta le ginocchia si fanno dure ogni qual volta rimango seduto a lungo e ci vogliono un paio di minuti di movimento affinché ritornino alla normalità. Evidente che, anche in ragione delle previsioni meteorologiche decisamente sfavorevoli, devo posticipare il nuovo tentativo, ma…

Studiando per bene la tabella di marcia rieditata in ragione di un calcolo tempi migliorato, impostando un orario di partenza che mi permetta di passare la parte alta in orario diurno (ormai la notte a quelle quote fa piuttosto freddo e c’è un tratto che durante la cinquanta ho capito essere meglio fare col chiaro) ne è risultato un orario di partenza che si sovrapponeva ai miei impegni di lavoro. Ho provato con vari orari di partenza ma sempre ne risultava che uno dei due tratti particolarmente complicati e relativamente pericolosi (variante alta al Dossone di Facqua oppure la variante alta all’Almana) finiva ad orario notturno e avrei dovuto rinunciarci. No, non voglio rinunciarci per cui ecco la decisione definitiva: se ne riparla a giungo 2018!

Sarà giugno per evitare il caldo trovato a luglio, ma, visti i miei impegni di lavoro, dovrà essere dopo la metà di giugno, ne risultano due sole possibilità, ovvero gli ultimi due fine settimana, imposto il primo in modo da avere il secondo come riserva qualora ci fosse brutto tempo, quel brutto tempo che, per motivi di sicurezza, impedirebbe la percorrenza delle due dette varianti alte (Dossone di Facque e Almana) ma anche quella del Dosso Alto e potrebbe mettere a rischio la salita della Corna Blacca, nonché di tutte le varianti da me individuate (che penso d’inserire nel percorso di TappaUnica3V) per prolungare la permanenza sul filo di cresta (in alcuni punti il percorso originale si discosta da questa senza una motivazione precisa) dato che sono su terreno vergine e/o molto inerbato.

Ricapitolando…

Il giro finale è di base programmato per il 22, 23 e 24 giugno 2018, come riserva è impostato il fine settimana dal 29 giugno al 1 luglio 2018 o, al limite, quello successivo 6, 7 e 8 luglio, resta ferma l’idea di partire quando tutte le condizioni sono al meglio.

#TappaUnica3V ci si riprova!


Sono sempre stato contrario al concetto del “la cima ad ogni costo”, l’ho sempre ritenuto oltre che pericoloso anche altamente diseducativo: le persone devono sapere quando è bene fermarsi, devono saper modificare i loro programmi e, alla fine, devono saper trovare la soddisfazione anche nell’assenza della vetta, vetta fisica, nel senso di sommità di un monte, ma anche virtuale, ovvero nel senso del traguardo prefissato, dell’obiettivo  che ci si era preposti.

Così nel caso di TappaUnica3V la cima era il completamento del giro secondo i parametri che mi ero imposto: solitaria, varianti alte, quaranta ore di cammino effettivo, quarantotto ore continue al massimo. Lo scorso anno ero quasi a Brescia ma avevo dovuto rinunciare a tutte le varianti alte, quest’anno ho dovuto rinunciare anche a quelle poche che avevo fatto lo scorso anno e nonostante questo mi sono bloccato a meno di un terzo del giro.

Sconfitto, quindi, e questo ci sta, è parte stessa di ogni avventura, quell’avventura ben diversa da quanto viene oggi comunemente venduto (simulazione del rischio: esposizione a situazioni potenzialmente pericolose e paurose ma dove tutto è minuziosamente sotto controllo e il buon risultato è assicurato a priori), quell’avventura che può anche essere totalmente esente da rischi e spaventi, ma è necessariamente composta da imprevisti e da un esito incerto. Così era per TappaUnica3V dove salvo pochi brevi tratti tutto appariva tranquillo, una semplice camminata, ma nel contempo nulla poteva garantire che potessi arrivare a chiudere il giro, molte le incognite, oggettive (condizioni meteorologiche) e soggettive (cedimento fisico o psicologico, infortunio, malore), per cui, nonostante l’attenta preparazione atletica e la preliminare esplorazione del tracciato, l’utilizzo del termine di avventura, utilizzato in particolare da Tony Gialdini al fine di consolarmi per il mancato successo, appare più che appropriato.

Io preferisco continuare a parlare di viaggio, un lungo e bellissimo viaggio che mi ha portato a riesplorare (perché dopo sessant’anni di montagna e quaranta di alpinismo anche ad alto livello già le conoscevo più che bene) le mie capacità fisiche ed emotive espandendole oltre i limiti mai raggiunti, ma soprattutto mi ha condotto alla conoscenza di un vasto territorio (l’intera Val Trompia e tratti delle valli laterali che scendono verso la Val Sabbia e la Val Camonica) e di tanti sentieri che mai avevo percorso. Ecco perché ho parlato di sconfitta e contemporaneamente di vittoria, ecco perché non posso accontentarmi di quanto ho fatto: può un tale viaggio restare incompleto? No di certo e infatti nel momento stesso in cui, su al Maniva, decidevo di fermarmi, in quello stesso momento, nonostante per parte della notte e per tutta la mattina avessi continuato a ripetermi “ma chi me lo fa fare?”, maturavo l’idea di riprovarci e quando gli amici mi hanno sollecitato a farlo ho subito risposto affermativamente.

L’esperienza comunque insegna e devo ammettere che se voglio riprovarci devo cambiare qualcosa e così sarà, non voglio modificare gli obiettivi che ritengo da me perfettamente raggiungibili, ma certo posso modificare le modalità attraverso le quali perseguirli:

  • per il prossimo (o prossimi) tentativo (perché di tentativo devo pur sempre parlare) non fisserò una data precisa ma solo un periodo (e sarà tra la seconda metà di agosto 2017 e la prima metà di luglio 2018), anche se uno sicuramente lo effettuerò ancora a settembre/ottobre di quest’anno;
  • la partenza avverrà nel momento in cui tutte le condizioni (temperatura, meteorologiche, ambientali e mie personali) si combineranno nella situazione migliore;
  • non definirò una tabella di marcia ma camminerò secondo il ritmo consigliatomi dal mio corpo e dalla mia mente, solo nella parte di ritorno (dal Maniva a Brescia) imposterò il ritmo di marcia secondo le necessità per l’arrivo entro i termini stabiliti (40 ore di cammino effettivo e 48 ore continuative di intervallo massimo tra la partenza e l’arrivo).

Oltre a questo potrei mettere in campo altre modifiche logistiche:

  • data l’indecisione della partenza potrebbero non esserci punti di rifornimento strutturali (ovvero allestiti preliminarmente all’interno di strutture della ricezione turistica), ma solo punti dove qualcuno si farà trovare con i ricambi di acqua ed energia (oltre all’indispensabile ricambio d’emergenza: scarpe e abbigliamento, ovvero quei materiali potenzialmente danneggiabili in una marcia così intensa);
  • potrei aumentare i punti di rifornimento (fino a un massimo di otto: dieci sono i punti dove il sentiero 3V incrocia la strada asfaltata, alcuni, però, molto vicini tra loro);
  • potendo, a seguito delle variazioni suddette, diminuire il quantitativo di liquidi e prodotti energetici da portare appresso, Il peso dello zaino potrebbe tornare al livello del 2016 (quattro o cinque chili al massimo).

In ragione delle facilitazioni di cui sopra potrei, per ribilanciare la difficoltà e l’imprevedibilità del giro, allora mettere in atto anche un’altra modifica:

  • da marcia di regolarità cambiare in velocità, ovvero completare il giro nel minor tempo che sia in grado di produrre.

Insieme allo staff 2017 si era ventilata anche l’ipotesi di un’altra variazione:

  • potrei, rinunciando al discorso della solitaria (tra allenamenti e tentativi ho ben dimostrato che per me non è di certo un problema marciare in montagna di giorno e di notte da solo e), attuare un accompagnamento a staffetta, ovvero almeno due persone che mi assistono (l’assistenza è pur sempre indispensabile, anche se invero ho fatto in totale autonomia percorsi fino a settanta chilometri) e, rifornimento per rifornimento, si alternano tra auto e cammino al mio fianco;

pensandoci bene ho deciso che questo non la attuerò. Mi gusterebbe molto farla in compagnia di qualcuno, condividere con altri le emozioni del lungo cammino, dei panorami, dei tramonti e delle albe, della natura, però:

  • intanto ci sarebbe il problema di trovare persone adeguatamente allenate, persone che possano mantenere il mio passo qualunque esso sia e su qualsiasi terreno e pendio (ce ne sono tante visto che non sono quello che comunemente viene definito “un mostro”, ma non è detto volgiano o possano essere della partita);
  • e poi oltre che pensare a me stesso dovrei (in ragione anche e soprattutto delle disposizioni giuridiche e legislative che, oggi, in caso d’incidente con prognosi superiore ai sessanta giorni sempre pongono il più esperto in una critica condizione di responsabilità, con conseguenti rogne legali) pensare anche a chi mi accompagna (sarebbe valido anche il discorso al contrario, ma essendo io un Istruttore Nazionale di Alpinismo, sebbene non più operativo, sono pochi i casi in cui potrei essere ritenuto il meno esperto) e questo renderebbe il tutto troppo complesso.

È per altro certo che, una volta chiuso il giro in tappa unica, andrò ad effettuarlo a tappe (sette) in compagnia di mia moglie e degli amici più vicini.

Sicuramente rimarranno invariati:

  • il percorso (anche se forse inserirò alcune mie brevi varianti che lo rendono ancora più fedele alla linea spartiacque);
  • la partenza del venerdì sera (dal punto effettivo d’inizio del 3V: sommità di via Turati);
  • l’arrivo della domenica pomeriggio (a Urago Mella);
  • il sistema di tracciatura in tempo reale (probabilmente, se i test del tracciamento live saranno positivi, cambiando strumentazione: l’app di GPSies che si appoggia alle mappe dettagliate di OpenStreetMap consentendo di avere un’idea ben precisa della mia posizione).
  • i materiali (zaino, scarpe e abbigliamento);
  • i liquidi (Acqua Maniva PH8);
  • gli integratori (HydraFit della NamedSport);
  • buona parte dei prodotti alimentari (gel e barrette della Enervit, barrette della NamedSport, fettine di zenzero fresco, albicocche secche, cubetti di Grana Padano, cubettini di speck, ai quali probabilmente aggiungerò della frutta secca).

Ecco, ora è ufficiale, seguitemi costantemente attraverso la specifica pagina dell’evento, quando deciderò di rimettermi in cammino lo comunicherò con almeno due giorni di preavviso, se possibile anche qualcosa di più (cinque o addirittura sette/dieci).

E se qualcuno volesse mettersi in nota per entrare nel gruppo di assistenza non deve far altro che comunicarmelo (se non avete i miei contatti diretti potete usare il modulo di contatto del blog): più saranno numerosi i componenti dello staff meno ognuno di essi dovrà lavorare e più tranquillo sarà per me decidere il giusto momento per partire: nella quantità sarà più facile avere il numero di assistenti necessario anche con un minimo preavviso.

Ciao e grazie a tutti per l’appoggio diretto o indiretto, fisico o morale, in presenza o in remoto.

#TappaUnica3V perchè gli ho dato risonanza mediatica


C’è sempre chi approfitta di ogni più piccola occasione per diffondere maldicenze o tentare di screditare qualcuno, non ho notizia che sia successo con il mio lungo viaggio 2017, ma so che è successo con quello del 2016 e se tanto mi da tanto…. L’appiglio utilizzato è stato quello della risonanza mediatica che ho cercato di dare a TappaUnica3V, risonanza che quest’anno è stata ancora più pesante e mi ha visto invitare, oltre al Coordinamento 3V già invitato lo scorso anno, tutti i Sindaci e i Presidenti CAI (Club Alpino Italiano) dei Comuni attraversati o lambiti dal Sentiero 3V “Silano Cinelli”, nonché, da diabetico, il Presidente dell’Associazione Diabetici Bresciani e, per assonanza del gesto atletico, i responsabili di alcuni gruppo trail bresciani, due dei quali, per altro, hanno organizzato e organizzano eventi sportivi sul sentiero 3V.

Pur non mi ritenendomi in dovere di farlo (non devo certo giustificarmi per aver fatto quello che tanti fanno), ho pensato comunque utile e interessante dare corretta informazione in merito anche a questo aspetto del mio viaggio: perché gli ho dato risonanza mediatica e istituzionale?

In ordine decrescente di rilevanza, anche se la differenza è davvero minima…

  1. Perché il sentiero 3V è un percorso che merita più attenzione di quella che si è ad oggi guadagnata: molti lo conoscono ma pochi lo percorrono, specie in forma completa.
  2. Perché da diabetico ho voluto motivare quei diabetici che, impauriti dalla malattia, rinunciano allo sport.
  3. Perché da alpinista di lunga data mi dispiace veder aumentare sempre più la dipendenza dai mezzi tecnici (GPS e cellulari in primo luogo, ma anche previsioni meteorologiche, dissipatori, caschi, abbigliamento, eccetera), oggi spesso descritti come indispensabili mentre chi li utilizza “cum grano salis” viene definito con termini dispregiativi.
  4. Perché da escursionista profondamente integrato con l’ambiente montano e per questo talvolta vessato (invero più sui social che sul terreno alpino) voglio e devo far conoscere che se vestiti è bello #nudièmeglio.
  5. Perché voglio far capire che se, in montagna (ma anche altrove), capita d’incontrare qualcuno nudo non è necessariamente detto che sia un incosciente, un matto o un esibizionista, anzi.

Ecco, niente a che fare con il protagonismo, il desiderio di mettermi in mostra: fosse stato per me solo il giro l’avrei fatto in tutto silenzio coinvolgendo soli i parenti, gli amici più stretti e, attraverso i miei report, il lettori del blog!

#TappaUnica3V tutti i numeri


Come già avevo riferito, negli ultimi allenamenti si è evidenziato un dolore al ginocchio sinistro, dolore che si manifestava solo in discesa e solo sui tratti più scabrosi per poi mantenersi per un giorno o due nella discesa di scale. Presupponendo un sovraccarico, in attesa della visita medica specialistica, pur senza interromperli del tutto, ho comunque ridimensionato gli allenamenti riducendo le uscite e la velocità.

Fatti i primi accertamenti medici (radiografia e visita ortopedica) non si è potuto stabilire le precise cause del problema: apparentemente è tutto a posto, pertanto, in attesa della risonanza magnetica, onde anticipare il recupero totale, sulla base di possibili ipotesi (sovraccarico, giusto come avevo già ipotizzato io stesso) sto facendo una cura antinfiammatoria alla quale se necessario potrebbe seguire una terapia TECAR o/e magnetica.

In attesa di poter riprendere gli allenamenti più intensi, ho fatto, con la miglior precisione possibile (comunque non assoluta: confrontando guide e carte topografiche ho rilevato differenze anche importanti tra le quote, e anche le piattaforme web per la tracciatura dei percorsi sono imprecise), un poco di conti per individuare tutti i numeri di TappaUnica3V… eccoli!

  • Quattro i punti di rifornimento.
  • Cinque, di conseguenza, le tratte di cammino ininterrotto.
  • Tratta 1 – Brescia (Piazza Loggia) / Lodrino (B&B Isdola Verde)
    • 38,682km di lunghezza
    • 2676m D+ (dislivello positivo)
    • 2083m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 170m
    • quota massima 1352m
    • 9 vette principali
    • 11 valichi principali
    • 11,45 ore di cammino effettivo
    • 3,29km/h la velocità media di cammino
    • 6 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport Competition
    • 3 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 2 confezioni Enervit Powerbar PowerGel
    • 2 barrette Enervit PowerTime
    • 250 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 10,24kg di zaino alla partenza
  • Tratta 2 – Lçodrino / Giogo del Maniva (Albergo Dosso Alto)
    • 26,243km di lunghezza
    • 2156m D+ (dislivello positivo)
    • 1265m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 750m
    • quota massima 2064m
    • 7 vette principali
    • 12 valichi principali
    • 8,35 ore di cammino effettivo
    • 3,06km/h la velocità media di cammino
    • 5 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport Competition
    • 2 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 2 confezioni Enervit Powerbar PowerGel
    • 2 barrette Enervit PowerTime
    • 250 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali  problemi di stomaco
    • 9,09kg di zaino alla partenza
  • Tratta 3 – Maniva / Colle di San Zeno
    • 25,646km di lunghezza
    • 1241m D+ (dislivello positivo)
    • 1485m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 1409m
    • quota massima 2217m
    • 16 vette principali
    • 9 valichi principali
    • 7,10 ore di cammino effettivo
    • 3,58km/h la velocità media di cammino
    • 4 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 2 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 1 confezione Enervit Powerbar PowerGel
    • 1 barretta Enervit PowerTime
    • 150 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 7,79kg di zaino alla partenza
  • Tratta 4 – Colle di San Zeno / Zoadello Alto
    • 21,381km di lunghezza
    • 1171m D+ (dislivello positivo)
    • 1926m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 655m
    • quota massima 1948m
    • 3 vette principali
    • 6 valichi principali
    • 6,40 ore di cammino effettivo
    • 3,22km/h la velocità media di cammino
    • 4 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport Competition
    • 2 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 1 confezione Enervit Powerbar PowerGel
    • 2 barrette Enervit PowerTime
    • 150 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 7,86kg di zaino alla partenza
  • Tratta 5 – Zoadello Alto / Brescia (Urago Mella)
    • 23,520km di lunghezza
    • 1005m D+ (dislivello positivo)
    • 1498m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 161m
    • quota massima 1035m
    • 8 vette principali
    • 5 valichi principali
    • 5,50 ore di cammino effettivo
    • 4,03km/h la velocità media di cammino
    • 5 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport Competition
    • 2 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 1 confezione Enervit Powerbar PowerGel
    • 2 barrette Enervit PowerTime
    • 150 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 8,93kg di zaino alla partenza
  • Totali
    • 135,472km di lunghezza
    • 8249m D+ (dislivello positivo)
    • 8257m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 161m
    • quota massima 2217m
    • 43 vette principali
    • 43 valichi principali
    • 40,00 ore di cammino effettivo
    • 5,00 ore di sosta programmata (ai punti di rifornimento): 1+2+1+1
    • 3,37km/h la velocità media di cammino
    • 45 litri di Acqua Maniva Naturale pH8 (24 per il mio utilizzo in cammino, gli altri disponibili ai punti di rifornimento)
    • 6 litri di Acqua Maniva frizzante pH8  (per gli assistenti logistici)
    • 6 litri di Tè al limone Maniva (per gli assistenti logistici)
    • da 1 a 4 (a seconda di come si potrà organizzare l’assitenza logistica) barattoli di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • Altri 20 litri di Acqua Maniva Naturale PH8 disponibili presso i punti di rifornimento
    • 5 barrette energetiche Enervit Power Sport
    • 4 barrette energetiche Enervit Power Sport Competition
    • 11 bricchettini Enervitene
    • 10 tavolette Enervitene Hone Hand
    • 7 confezioni Powerbar PowerGel
    • 9 barrette PowerTime
    • 950 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 10 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 4 panini imbottiti (che saranno disponibili e utilizzerò ai punti di rifornimento)
    • 10,24kg il peso massimo dello zaino (alla partenza tratta)
    • 3,3kg il peso minimo dello zaino (ad arrivo tratta)

#TappaUnica3V: Invito


Estendo a tutti i lettori e amici del blog l’invito a presenziare la mia partenza o il mio arrivo per questa riedizione del mio appassionante viaggio tra i monti della Val Trompia.

Un viaggio ideato e compiuto con varie motivazioni:

  • dare risalto e visibilità alle splendide tracce del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”;
  • manifestare dissenso verso la dilagante dipendenza escursionistica (e non solo escursionistica) dai mezzi tecnici (già molti sono coloro che non si muovono da casa senza aver prima consultato per più giorni le previsioni meteorologiche, senza poter contare sull’assistenza di un navigatore GPS, senza aver comprato in sovrabbondanza e senza reale necessità costosi materiali tecnici, eccetera);
  • dimostrare che, attraverso l’esperienza e la conoscenza (e la testa), in montagna ci si può andare anche con il minimo del supporto tecnologico;
  • dimostrare che anche un diabetico può permettersi delle “imprese” sportive;
  • invitare a supportare la ricerca sul diabete;
  • evidenziare che se in montagna incontrate una persona nuda potreste compiere un grave errore nel ritenerla sprovveduta, fuori luogo, esibizionista;
  • dissentire con quei sindaci e con tutti coloro che oppongono resistenza alla diffusione del nudo;
  • supportare i Sindaci e tutti coloro che non ostacolano la diffusione del nudo;
  • incitare a manifestare pubblica voce i Sindaci e tutti coloro che supportano, praticano o vivono il nudo;
  • protestare contro la convenzione giuridica che ritiene il nudo opportuno solo in contesti specifici o in ambienti isolati e solitari;
  • ribadire che il nudo è la nostra normale condizione e va pertanto inteso normale in qualsiasi contesto e ambiente.

Grazie già da ora a tutti coloro che saranno presenti alla mia partenza o al mio arrivo, a tutti coloro che mi supporteranno durante il viaggio ed anche a tutti coloro che mi penseranno per un sostegno morale.

Grazie!

#TappaUnica3V tabella di marcia 2017


Ci eravamo lasciati con un doloroso allenamento: dieci chilometri con il ginocchio sinistro sempre più dolorante. Il giorno dopo il dolore era ancora presente e il successivo le cose erano ulteriormente peggiorate: in discesa dovevo fare le scale un gradino alla volta. Il martedì pomeriggio, all’improvviso, i dolori si attenuano notevolmente fin quasi a scomparire. Felice ma comunque previdente: acquisto lo stesso ginocchiere e fasce rotulee (già che ci sono, visto che anche il destro ogni tanto duole, ne prendo una coppia cadauna) che utilizzo tutta la settimana. Arriva il sabato e, per testare il ginocchio, programmo un breve giro esplorativo: quindici chilometri per mille metri di dislivello. Parto senza ausili ortopedici e, pur forzando parecchio, le cose vanno alla grande tanto che a metà della prima leggera discesa provo ad abbozzare la corsa: per un poco tutto bene poi si ripresentano i primi dolori, mi rimetto al passo e questo basta per farli svanire, bene ma per oggi niente corsa. Per un bel tratto non ho problemi poi con la seconda ripida discesa riecco i dolori, sono leggeri ma per evitarne l’aggravarsi indosso la ginocchiera che mantengo fino alla fine del giro alla quale arrivo senza particolari problemi, se non per il caldo soffocante del primo pomeriggio. Contento del risultato mi avvio sulla strada del ritorno, prima di tornare a casa mi fermo al supermercato per fare la spesa e ne esco con il ginocchio nuovamente dolorante a causa degli sforzi fatti per girare il carrello appesantito da quattro confezioni di acqua. Sebbene questo mi abbia permesso di localizzare esattamente la sede del dolore (punta anteriore sinistra della testa del Perone), inizio ad essere seriamente preoccupato: forse conviene prenotare un controllo specialistico, suggerimenti per un buon ortopedico, meglio se pratico di problematiche sportive, a Brescia o dintorni?

Nel frattempo ho concluso la revisione della tabella di marcia dello scorso anno integrandovi i nuovi tempi di sosta ai cinque rifornimenti che, stavolta, invece d’esservi integrati si aggiungono alle quaranta ore di cammino. I calcoli sono stati rivisti fruendo di uno strumento cartografico on-line (GPSies) che permette un più semplice e accurato (anche se l’impressione è che sia ben lontano dalla precisione) calcolo delle distanze e dei dislivelli, ho anche determinato le velocità più adatte per ogni tratta e sulla base di queste, con una lunga serie di aggiustamenti, definito i tempi di cammino.

Quest’anno effettuerò il giro due settimane prima nella speranza di trovare meno caldo inoltre, al fine di rendere più facile la partecipazione a chi desiderasse seguirmi dal vivo (partenza e arrivo sono stati abbinati a due eventi Mondo Nudo per un accompagnamento e numerosi sono i passaggi da punti raggiungibili in auto o con un breve cammino) e per permettermi un più semplice reperimento dello staff logistico (chi volesse darmi la sua disponibilità è pregato di farmelo sapere il più presto possibile e comunque entro la metà di maggio al fine di darmi tempo per una diversa organizzazione logistica nel caso nessuno o pochi si facessero avanti), ho scelto un fine settimana. Dal punto di vista del percorso rimane la decisione di seguire tutte le varianti alte (qui puoi vedere il percorso completo), mentre, ricalcando quanto fatto nell’inaugurazione del sentiero 3V, la partenza avverrà dalla piazza principale di Brescia (Piazza della Loggia) dove penso di allestire un punto di incontro che possa richiamare l’attenzione.

Detto questo ecco qui di seguito la mia definitiva tabella di marcia; ovviamente l’unico orario certo è quello di partenza, farò di tutto perché lo sia anche quello di arrivo ma non posso prometterlo, mentre gli altri vanno intesi come approssimativi: per diverse ragioni potrei, come successo lo scorso anno, subire dei ritardi oppure in alcuni tratti tentare delle accelerazioni. Anche i tempi di sosta ai rifornimenti sono indicativi: in caso di ritardo potrei ridurli per recuperare, in caso di anticipo potrei aumentarli.

7 luglio
· Partenza – Brescia, Piazza della Loggia ore 20.00
· Brescia, inizio via San Gaetanino ore 20.30
· Ex Rifugio Monte Maddalena ore 22.05
· Chiesa di San Roco a Nave ore 23.30
8 luglio
· Santuario di Conche ore 01.10
· Passo del Cavallo ore 02.40
· Passate Brutte ore 04.55
· Corna di Sonclino ore 05.30
· Punta di Reai ore 06.55
· Lodrino – Agriturismo Isola Verde (sponsor) ore 07.45
.     sosta e rifornimento 1: ripartenza ore 08.45
· Passo della Cavada ore 09.40
· Passo del Termine ore 10.40
· Piani di Vaghezza (parcheggio basso vicino al chiosco bibite) ore 11.25
· Monte Ario ore 12.55
· Passo di Prael ore 13.50
· Corna Blacca ore 14.50
· Passo delle Portole ore 15.25
· Cima del Dosso Alto ore 16.05
· Giogo del Maniva – Albergo Dosso Alto (sponsor) ore 17.20
·     sosta e rifornimento 2: ripartenza ore 19.20
· Monte Dasdana ore 20.35
· Goletto di Cludona ore 21.05
· Monte Crestoso ore 22.00
· Foppa del Mercato ore 22.55
9 luglio
· Monte Muffetto ore 00.20
· Colle di San Zeno – piazzale del Rif. Piardi ore 02.30
·     sosta e rifornimento 3: ripartenza ore 03.30
· Monte Guglielmo ore 05.05
· Croce di Marone ore 06.00
· Punta Almana ore 07.30
· Santa Maria del Giogo (trattoria) ore 09.05
· Zoadello Alto – Vineria Zoadello ore 10.10
·     sosta e rifornimento 4: ripartenza ore 11.10
· Uccellanda della Colmetta ore 13.00
· Monte Magnoli ore 14.00
· Sella del Quarone di Sotto ore 14.30
· Monte Selva (Santuario della Stella) ore 15.15
· Monte Peso ore 15.55
· Monte Picastello ore 16.40
· Arrivo – Urago Mella, inizio via della Piazza da via Interna ore 17.00

Sentiero 3V “Silvano Cinelli” seconda tappa da Conche a Lodrino (BS)


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Il Santuario di Conche visto dalla vetta dell’omonimo monte

Altra tappa impegnativa e da non prendere sottogamba: vietato farsi prendere dal trasporto della discesa con cui si parte e del successivo lungo tratto di falsopiano, ne pagheremmo le conseguenze forse già sulla breve salita all’Eremo di San Giorgio, di sicuro in quella successiva e ben più lunga che dal Passo del Cavallo porta alla Forcella di Prealba e a quel punto potrebbe diventare veramente problematico raggiungere la fine della tappa. Calma dunque, assorbire per bene i primi due terzi del percorso, all’interno dei quali abbiamo la maggiore ed unica risalita, e, caso mai, aumentare il ritmo nella lunga discesa finale.

Con questa tappa iniziano le varianti, una sola (Dossone di Facqua) realmente difficile (due passaggi di vera e propria arrampicata, anche se facile e limitatamente esposta), le altre più che altro comportano solo un aumento di dislivello.

Come per ogni percorso di cresta offre large e lunghe visioni che qui vanno dalle Alpi che cingono a sud la Pianura Padana alle vette dell’Adamello, del Bernina e del Monte Rosa, per citare solo le più rilevanti, passando per il Lago di Garda e il sovrastante Monte Baldo.

Flora e fauna

L’ambiente è sostanzialmente simile a quello della prima tappa, vi si aggiungono solo scoperti declivi prativi dove, nella stagione opportuna, l’incontro con le colorate peonie si fa frequente. Altre essenze floreali facilmente osservabili sono, sempre nella relativa stagione: giglio martagone, elleboro nigra, ciclamini. Raro l’incontro con esemplari della fauna, fatto salvo per i soliti volatili più comuni.

Fonti: osservazioni personali.

Cenni storico culturali

Punto di partenza della tappa il santuario di Conche è una vasta e complessa struttura la cui fondazione viene attribuita a San Costanzo e poi consacrata dal vescovo Arimanno attorno al 1115. Tre distinti edifici: il monastero, la chiesa e un edificio rurale (forse una stalla con l’abitazione dei mandriani) la foresteria. Alla sinistra del portone d’ingresso alla chiesa è visibile l’ossario delle monache.

Abbarbicato sulla piccola sommità di un’erta rupe rocciosa, l’eremo di San Giorgio è oggi costituito da una chiesetta con annesso locale abitativo. La sua origine è incerta, pare poterla accreditare ai benedettini nei primi decenni del tredicesimo secolo e forse anche un po’ prima. In seguito passò alla gestione da parte degli Umiliati. Sul lato meridionale si trova un bel porticato con vista sul Lago di Garda, appena sotto lo stesso uno stretto ma lungo e accogliente piano terrazzo erboso a picco sulla valle con un tavolo di legno. Altro tavolo è posto sul fronte della chiesetta, incassato tra due grosse rocce.

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Lumezzane

Lumezzane come già detto è un grosso centro urbano che, suddiviso in diverse frazioni (San Sebastiano, Sant’Apollonia, Pieve, Fontana, Gazzolo, Valle e Villaggio Gnutti), occupa il fondo e la testata della stretta Valgobbia. La presenza di molta acqua ne ha determinato fin da tempi lontani, già gli antichi romani vi edificarono un acquedotto, l’evoluzione in centro artigianale (rubinetteria, casalinghi, posateria) prima e industriale (metalmeccanica e siderurgica) poi. Ammassate le une sulle altre, spesso occupando più spazio in verticale che in orizzontale, oggi case, palazzi, officine, capannoni danno all’abitato un aspetto tutt’altro che invitante anche se, vedendola dall’alto, la prospettiva assume talvolta contorni più piacevoli.

Se Lumezzane lo si vede solo dall’alto, Lodrino (fine tappa) lo si attraversa proprio. Nucleo urbano ben più contenuto del precedente occupa il versante di solivo della valle dei torrenti Re e Lembrio, dominato dalle rocciose e verticali pareti della Corna di Caspai e del Monte Palo. Verso ovest lo sguardo, seguendo l’impluvio vallivo, si allunga sul più lontano e corposo Monte Guglielmo.

Fonti:

Sito del Comune di Caino (BS)

Sito del Comune di Lumezzane (BS)

Lumezzane.Lombardia

Sito del Comune di Lodrino

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: Santuario di Conche – Nave (BS)
  • Arrivo: Bed&Breakfast Isola Verde (Lodrino – BS)
  • Quota di partenza: 1092m
  • Quota di arrivo: 760m
  • Quota minima: 728m versione difficile / 691m versione facile
  • Quota massima: 1334m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 1113m versione difficile / 1053m versione facile
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 1442m versione difficile / 1382m versione facile
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 20.74km versione difficile / 21,95km versione facile
  • Tipologia del tracciato: in gran parte sentieri a cui si aggiungono dei tratti di strada asfaltata o sterrata; per la versione difficile c’è da superare, in facile arrampicata anche se infastidita dalla esigua larghezza del passaggio, un caminetto di 10 metri al quale segue una paretina di 5 metri da fare in discesa e altri brevissimi passaggi di roccia; sempre per la versione difficile, sul finale di tappa una discesa su sentiero molto inerbato e a tratti poco visibile.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): versione esperti EE3EPl / versione facile E3P
  • Tempo di cammino: versione esperti 8 ore / versione facile 7 ore e 50 minuti
  • Segnaletica: segni e tabelle in bianco-azzurro; a tratti mancanti o poco visibili sulla versione per esperti.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: bar del rifugio di Conche.
  • Rifornimenti idrici naturali: fontanina al Passo del Cavallo, rubinetto alle Passate Brutte, fontana poco prima delle Foppe de Uciù (non sempre aperta), poco prima della Cocca di Lodrino la sorgente dell’Acqua Fredda sulla variante difficile e la sorgente dell’Acqua Tignusa sulla variante facile, quasi a fine tappa fontanella a Lodrino.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: rifugio di Conche (partenza tappa), B&B Isola Verde a Lodrino (fine tappa).
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): alla partenza vedi relazione della prima tappa; all’arrivo si possono collocare nella parte finale del sentiero che scende verso Lodrino (spiazzo per tre tende piccole alla base di Punta di Reai, spazi più ampi a Campo Castello oppure passato l’abitato di Lodrino salendo almeno una ventina di minuti verso il Passo della Cavada.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): di giorno ampia sulle varianti difficili (eccetto nei periodi di apertura della caccia o di addestramento cani), da valutarsi sul resto del percorso e sulle varianti facili, con alcune limitazioni date dai tratti asfaltati e dal passaggio vicino a case e roccoli; pressoché costante nella notte, fatta eccezione per l’attraversamento del Passo del Cavallo, il mezzo chilometro successivo e il tratto di Lodrino.

Profilo altimetrico e mappa

Versione difficile

Facile partenza in discesa che presto si tramuta in un lungo falso piano con alternanza di brevi salite e qualche discesa. Dopo due secchi sbalzi separati da una incisa insellatura, ecco una lunga discesa con tratti molto accentuati per poi riprendere immediatamente e seccamente a salire. Uno spostamento in leggera discesa a cui segue una salita nell’insieme non accentuata ma che presenta brevi salite molto ripide e due tratti di arrampicata quasi verticale.  Ripida e tecnica discesa che porta ad una lunga ma tranquilla salita. Breve ripida discesa e poi su è giù per alcuni dossi. Ultima secca salita e in piano ci si porta al vertice del lungo ripido tuffo che porta fin quasi alla fine della tappa, alla quale si perviene con una leggera salita su strada asfaltata.

GPSies - Sentiero 3V Silvano Cinelli - Tappa 2

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Versione facile

Facile partenza in discesa che presto si tramuta in un lungo falso piano con alternanza di brevi salite e qualche discesa. Dopo due secchi sbalzi separati da una incisa insellatura, ecco una lunga discesa con tratti molto accentuati per poi riprendere immediatamente e seccamente a salire. Uno spostamento in leggera discesa a cui segue prima una lunga comoda discesa, poi una lunga ma tranquilla salita. Breve ripida discesa e poi su è giù per alcuni dossi. Lunga e, inizialmente, molto ripida discesa a cui segue una lunga salita tutto sommato tranquilla su strada asfaltata.

GPSies - Sentiero 3V Silvano Cinelli - Tappa 2

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Relazione tecnica

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Lasciando il Santuario di Conche

Dal Santuario di Conche attraversare interamente il grande prato e prendere il sentiero che, superata una stretta fascia boschiva, subito scende ripido portando ad alcune case dove diviene pianeggiante. Si prosegue sul filo del crinale fino ad un primo bivio, si prende a sinistra in discesa nel bosco per tagliare a nord il versante del Monte Fraine. Giunti ad una forcella si prende a destra per aggirare sul lato Caino il dosso erboso del Monte Calone. Ripreso, alla forcella di Calone, il filo di cresta lo si segue in direzione dell’ormai evidente rupe dell’eremo di San Giorgio, ai piedi della quale invece di seguire la traccia che sale diretta lungo il crinale, tagliamo a sinistra in più lieve salita. Quando la salita spiana ad un bivio si prende la traccia di destra (dritti è indicata una variante 3V che, a mio parere, non ha senso seguire) e, con alcuni tornanti, si sale ripidamente nel bosco pervenendo all’eremo.

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Arrivo all’eremo di San Giorgio

Sull’altro lato della costruzione si prende un sentiero che scende sulla sinistra per poi, girando attorno a un grosso faggio, piegare subito a destra e scendere ripidamente alla radura di un capanno da caccia. Passando a mezza costa poco sopra la baracca e sfiorando il capanno si perviene ad una larga forcella dove dipartono vari sentieri. Ignorare quelli sulla destra, uno scende verso Caino l’altro taglia il versante sudorientale del Monte Doppo, e prendere a sinistra entrando in un boschetto sul filo del crinale. In breve si perviene a un altro bivio, prendere a destra e poi, ad una successiva vicina diramazione, ancora a destra per risalire e poi tagliare il versante occidentale del Monte Doppo puntando al suo crinale nordovest. Lo si oltrepassa per scendere sul versante lumezzanese tendendo a destra, raggiunto il crinale settentrionale lo si discende tenendosi fedelmente sul filo. Superato un capanno (Roccolo delle Colombere) sempre lungo il filo si perviene a una casa, se ne contorna a destra la cinta pervenendo alla sua strada cementata di servizio. La si segue fedelmente in discesa, all’innesto in altra strada andare a sinistra raggiungendo il Passo del Cavallo. Oltrepassato un ponte, in leve salita si perviene al muretto di cinta della Chiesa di Cristo dei Monti, lo si segue a sinistra e in breve si giunge alla strada provinciale che unisce Lumezzane a Sabbio Chiese e la Val Trompia alla Val Sabbia (SP79, Via Valsabbia).

Attraversata la strada se ne prende un’altra posta proprio di fronte. La si segue ignorandone le varie diramazioni, ad un bivio più accentuato andare a sinistra. Quando la strada perde un poco di pendenza e compie una netta curva, si lascia sulla destra un nucleo di case con prati (Reondol) e si prosegue senza dubbi fino al successivo bivio. Prendere la strada sterrata che, quasi pianeggiante, va a sinistra passando sopra a destra di un vecchio campo da calcio. Dopo un tratto di leggera salita ci si affaccia nuovamente sulla Valgobbia, ad un bivio si tiene a destra e, con pendenza man mano più rilevante, si procede a lungo finché, dopo un ripidissimo tratto asfaltato, si perviene a una casa sul filo di cresta (Roccolo Cipriano) davanti al cui cancello la strada termina. Prendere il sentiero che idealmente prosegue la direzione della strada, con andamento pressoché pianeggiante si raggiunge un primo crinale dove il sentiero si divide in due.

Variante facile (ufficiale) Variante difficile (non ufficiale)
Ignorando il sentiero che sale a destra si prosegue in lieve discesa puntando alla pala erbosa del Dosso Giallo che, con largo giro e panoramica visione su Lumezzane, si taglia completamente arrivando all’evidente crinale sud sud ovest dove si prende a destra la traccia che sale il ripidissimo crinale erboso. Guadagnata un poco di quota il sentiero, scavalcando alcune roccette, taglia bruscamente a sinistra e porta alla sella del roccolo Casa di Vallardo. Si sfiora sulla destra la casetta del roccolo e si prende un sentiero che, in direzione nord, taglia il versante orientale della Corna del Giobeleo portando ad altro crinale. Lo si segue brevemente a sinistra per poi riprendere a mezzacosta passando sopra un capanno con annessa casetta in legno e, ignorando un sentiero che scende a destra, raggiungere la larga Forcella di Prealba. Andare a sinistra lungo il crinale che unisce il Monte Prealba ad un dosso senza nome, lo si aggira a destra pervenendo a una forcella tra questo e la Punta Camoghera. Ci si abbassa a destra nel bosco e con un lungo diagonale verso ovest, prima pressoché pianeggiante poi in discesa, si raggiunge la sella de La Brocca.

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Verso la Forcella di Prealba

Prendendo per il sentiero che sale a destra si riprende il filo spartiacque per seguirlo verso sinistra. Quando la traccia volge decisamente a destra diventando pianeggiante, abbandonarla per salire direttamente il pendio erboso sovrastante mirando a un evidente traliccio della linea elettrica. Oltrepassatolo si prosegue ancora su terreno libero fino a raggiungere il crinale sommatile che si segue verso sinistra. Una breve discesa porta ad una baracca in cemento che si supera sulla sinistra. Proseguendo lungo il crinale si perviene alla sommità di un dosso, scendere tenendosi leggermente a destra al limite del bosco per arrivare alla sella del roccolo Casa di Vallardo.
Si sfiora sulla sinistra la casetta del roccolo prendendo il filo del crinale e seguendolo fedelmente prima in lieve salita poi in debole discesa. Quando si tocca la traccia del percorso ufficiale, prendere un sentiero sulla destra che sale direttamente il ripido pendio erboso. Tenendosi sempre nei pressi del filo di cresta, ci si alza senza particolari problemi fino alla sommità di un dosso erboso con vista panoramica che spazia fino al Lago di Garda. Sempre lungo il filo si prosegue aggirando sulla destra alcuni spuntoni rocciosi, poi si riprende a salire per ripide erbe superando alcuni boschetti. Giunti sotto due dossi paralleli raggiungere la forcella che li divide e in pochi passi a destra pervenire alla vetta della Punta Camoghera. Seguendo il panoramico filo di cresta si prosegue alternando discesa a brevi tratti di salita, poi la discesa si fa continua. Quando sulla destra poco sotto si intravede il sentiero del percorso ufficiale continuare ancora sul filo di cresta per abbassarsi sul suddetto sentiero solo poco prima della sella de La Brocca.

Dalla sella de La Brocca ancora due varianti, stavolta ambedue ufficiali; quella difficile in tal caso è veramente tale: due brevi (5m) tratti di vera arrampicata seppure facile (primo grado) e poco esposta, più un altro tratto più facile ma più esposto.

Variante facile Variante difficile
Seguire a destra in discesa la strada sterrata, quasi subito si esegue un tornante a sinistra, poco dopo si perviene a un bivio, andare a sinistra per proseguire lungamente in discesa senza altre particolari variazioni di direzione. Quando sulla destra si percepisce l’esistenza di un capano da caccia sotto il quale si nota una cascina (Cascina Sea) ancora qualche decina di metri e si perviene a un tornante verso destra dove, proprio nel pieno della svolta, sulla sinistra un sentierino s’inoltra nel bosco. Seguirlo superando un primo tratto ingombro di vegetazione per poi entrare in un bel bosco pulito. La traccia, sempre piuttosto evidente, prima compie un ampio giro a mezza costa per aggirare la testata della Valle di Meruzzo, poi sale a destra e con alcune svolte perviene ad una strada sterrata. Seguirla verso destra, con due tornanti (Zete del Barber) si sale alla casa e alla sella delle Passate Brutte.

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Dossone di Facqua

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Dossone di Facqua e  Passate Brutte

Dirigendosi verso la vicina baracca di un invisibile capanno (Roccolo della Brocca) la si aggira a sinistra. Risalendo tra roccette che spuntano dall’erba si perviene ad altra radura di capanno (Passata della Brocca), si raggiunge la baracca che la sovrasta, le si passa a fianco sul lato destro e subito dopo ci si alza a sinistra per portarsi sul filo del crinale che si segue verso nordovest. Una breve discesa porta alla base di un salto roccioso, uno stretto camino (La Streta) si fa breccia nella roccia e ne permette la risalita con facile arrampicata, solo infastidita dall’esigua larghezza del passaggio (il passaggio è molto agevole se ci si tiene ben dentro il camino e si sfruttano due gradini intermedi, cosa che, però, è possibile fare solo se si è senza zaino o con uno zaino poco voluminoso, eventualmente toglierlo e spingerlo avanti). Dopo il camino si riprende il filo del crinale procedendo verso nordovest, superato un basso e facile risalto roccioso ci si abbassa sul lato destro del filo per discendere una placca fessurata. Terminate le principali difficoltà si prosegue di nuovo lungo il crinale, dopo una piccola sella si risale un poco nell’erba per poi traversare orizzontalmente a destra e riportarsi sul filo con un tratto di erba e terra quasi verticale. Lungo il filo si perviene alla sommità del Dossone di Facqua. Scendere sul lato opposto, sempre lungo il filo del crinale, portandosi a un vicino capanno. Lo si oltrepassa per rialzarsi tra spuntoni rocciosi e, facendo attenzione a un liscio e scivoloso pietrone, subito riprendere a scendere seguendo una traccia ben evidente tra la folta vegetazione a cespugli. Ancora un tratto di su e giù lungo la cresta e poi si scende ad una casa in cemento. La si aggira da vicino sul suo lato destro per prendere una stradina che porta ad una selletta, con alcuni tornanti si risale tenendosi a destra del filo di cresta che si riprende per poi discendere alla più grande casa delle Passate Brutte, dove ci si ricollega alla variante facile.
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La Streta, passaggio d’arrampicata sulla variante per esperti

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Pozza del Vesso

Seguendo la stradina che si tiene sulla destra del crinale in breve si raggiunge un largo piazzale sterrato. Prendere la strada che da questo si dirama in direzione ovest e, con un lungo traverso sopra Lumezzane, si perviene alla sella della Passata del Cucini. Seguire la strada asfaltata che scende a sinistra, passando a fianco di una fontana incassata nel muro a monte della strada. Al primo bivio (Poffe de Uciù) andare a destra per riprendere a salire. Procedendo tra più o meno piccoli baitelli di legno e casette in muratura, si arriva ad una larga curva a destra dove si scavalca il crinale di un ampio dosso erboso per poi scendere alla vicina Pozza del Vesso dove fa bella mostra di se un grandissimo faggio, in alto a destra una grande e classica cascina completa il fotografico quadretto bucolico.

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Campo del Gallo

Continuare lungo la strada, al primo bivio tenere a sinistra, al successivo (poco visibile) prendere la strada che, sulla destra, ritorna indietro alzandosi in direzione di una grande casa (il Casello). Oltrepassare la sbarra che la chiude e, poco dopo, entrare nel prato sulla sinistra che si risale prima direttamente poi tagliando diagonalmente verso sinistra riportandosi sul crinale. Andare a sinistra lungo il crinale oltrepassandone una larga insellatura, aggirare un dosso sul suo lato destro per poi portarsi alla sinistra del filo e tagliare nei prati sopra una casa puntando all’ormai vicina ed evidente chiesetta degli Alpini che si aggira sulla sinistra. Scendere verso una casa posta proprio sul filo (Campo del Gallo). Attraversando la strada bianca che sale da destra, ci si tiene nell’erba per passare poco sotto e a sinistra di detta casa per poi riprendere il filo dell’erboso e dolce crinale che si segue fedelmente pervenendo, dopo averne superato l’anticima e lo stretto intaglio che segue, alla Corna di Sonclino.

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Corna di Sonclino, panorama verso nord

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Tesa Sguizzi

Ritornare sui propri passi ridiscendendo allo stretto intaglio, andare a sinistra per un ripido e stretto canale che porta su dei prati in vista di altra casa. Tagliando a mezza costa detti prati avvicinarsi alla casa e, poco prima di raggiungerla, scendere a sinistra e portarsi sulla strada sterrata sottostante. Seguirla verso destra abbandonandola quasi subito per riprendere il filo del costone e raggiungere la larga sella dei Quattro Cantoni. Scendere a destra qualche metro poi andare a sinistra seguendo un’esile traccia che attraversa a mezza costa i ripidi pendii erbosi del versante orientale del Dosso dei Quattro Cantoni. Raggiunto il crinale ovest lo si segue brevemente a destra per poi, in prossimità di un sentiero che a destra si porta ad una piccola casa, abbandonarlo e scendere a sinistra con un altro traverso. Attraversata una fascia boschiva si esce su altri prati che si discendono direttamente verso sinistra per raggiungere la casa della Tesa Sguizzi posta al centro degli stessi. Andare a destra passando sotto un piccolo porticato e subito dopo prendere il sentiero che, il leggera salita, si alza a destra. Senza particolari problemi di orientamento si segue il filo del crinale e, superando una serie di dossi, due dei quali hanno un capanno, dopo un ultimo lungo traverso sui ripidi pendii occidentali del crinale, si arriva alla sella della Passata del Vallazzo dove il 3V nuovamente si divide in due varianti.

Variante facile Variante difficile
Prendere la rudimentale strada sterrata che, in lieve discesa, scende a destra della sella spostandosi verso est con un lungo diagonale. Passati sotto un capanno, con un primo tornante si riprende direzione ovest per scendere più decisamente e, con altri tornanti, portarsi sul fondo del Vallazzo dove la strada si fa più liscia e, in in leggera discesa, porta al grande poligono di tiro a volo di Valle Duppo. Si scorre sul lato destro del poligono per abbassarsi ancora un poco con un ripido tratto alla fine del quale si perviene a un largo piazzale, lo si attraverso per intero verso sinistra andando a prendere la strada asfaltata di servizio al poligono. Seguendo l’asfalto prima si scende ripidamente, poi, superata una sbarra, con minore pendenza si raggiunge un bivio. Prendere la strada di sinistra in leggera salita e seguirla fedelmente pervenendo, dopo varie curve e alcuni ripidi strappi, prima alla sorgente dell’Acqua Tignusa poi alla Cocca di Lodrino, dove le due varianti si riuniscono.

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Orosei

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Orosei

Risalendo il crinale dopo la Costa Nibbia

Scendendo il crinale della Costa Nibbia

Ignorando la rudimentale strada sterrata che scende a destra proseguire sul filo del crinale raggiungendo dopo poco un roccolo. Si passa a sinistra dell’alta costruzione in pietra per proseguire oltre e prendere una stradina sterrata tagliata nel pendio poco sotto il filo di cresta, alla sua destra. Quando la strada finisce si prosegue sempre seguendo il crinale per esile sentiero arrivando, con breve discesa, ad una sella. Sul lato opposto si seguono le tracce che risalgono il ripido pendio che porta alla sommità della Punta Ortosei. Dalla vetta, seguendo più o meno fedelmente il filo di cresta, prima in discesa, poi in piano infine in salita, si raggiunge la sommità di Punta di Reai. Scendendo leggermente a destra della vetta, sempre nella direzione fino ad ora tenuta (nord), oltrepassata una fascia di piante si perviene a un ripido pendio erboso, lo si attraversa verso sinistra per riportarsi sul largo crinale che si segue in forte discesa fino alla sua base. Quando la pendenza decade sensibilmente, anziché tenersi a sinistra sul filo, ci si abbassa a destra per infilarsi nel bosco e arrivare a un ampio terrazzo artificiale (sulla sinistra ci sono i ruderi di un capanno). Attraversato il terrazzo, sul suo limite destro si prende la traccia che, sempre in piano e sempre in diagonale, si inoltra nelle erbe. Alternando tratti di ripida discesa, dove la traccia si fa spesso scavata e rovinata, ad altri pianeggianti, con qualche tratto infastidito dai cespugli, si raggiunge un sottile costone erboso dal quale la vista si apre su Lodrino e i monti che lo sovrastano. Si segue tale crinale in discesa verso destra e quando inizia a imboschirsi, volgere a sinistra per e tagliare a mezzacosta il pendio (Costa Nibbia) portandosi verso nord. Dopo un lungo diagonale il sentiero esegue un tornante a destra a cui ne segue uno a sinistra per poi riprendere il diagonale ora con sensibile tendenza a valle e con maggiore pendenza. Sbucati su una larga radura erbosa (Campo Castello) la si attraversa mantenendo la direzione di arrivo per prendere una larga stradina che entra nel bosco per poi terminare. Proseguire brevemente in un poco accennato toboga e quando s’incrocia una traccia di sentiero che lo taglia la si segue a sinistra. Ci si alza un poco raggiungendo un dosso erboso immerso nel bosco, lo si segue effettuando una curva a sinistra per riprendere a scendere nel bosco. Ripidamente si perde quota innestandosi su una traccia che costeggia il filo spinato di recinzione di un campo. La si segue a sinistra dove la traccia si allarga trasformandosi in stradina in terra battuta coperta di erba e foglie. Due mezzi tornanti in ripida discesa e si arriva alla sorgente dell’Acqua Fredda dove ci si innesta su una piana strada sterrata. Seguire la strada verso destra passando a sinistra di una casa e immettendosi in una strada asfaltata che porta alla Cocca di Lodrino dove le due varianti si uniscono.
La cresta da Punta Orosei a Punta di Reai

La cresta da Punta Ortosei a Punta di Reai

Dalla sella, tenendosi sul suo lato sinistro dove un largo marciapiede, protetto da un alto guard rail, consente un cammino tranquillo seguire a sinistra la larga strada asfaltata principale (SP111, via John Fitzgerald Kennedy). Dopo una lieve salita riprendere a scendere fin quando, finito il guard rail, sulla destra si vede una strada che, sull’altro lato, sale tra le case. Attraversare lo stradone per imboccare questa strada (via Alcide De Gasperi) e seguirla fino al primo bivio (fontanina sulla sinistra). Andare a destra (via Alcide De Gasperi) e salire fino ad altro bivio con piccola rotonda. Ancora a destra (via Resolvino) e in circa trecento metri si arriva all’Isola Verde, il secondo punto tappa.

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Il mio arrivo al B&B Isola Verde durante la TappaUnica3V del 2016

Relazione fotografica

flickr

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Tabella di marcia

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Lodrino

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Versione difficile

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Santuario di Conche 0:00
Eremo di San Giorgio 0:45
Passo del Cavallo 1:00
Forcella di Prealbe 1:15
La Brocca 0:15
Dossone di Facqua 0:30
Passate Brutte 0:30
Poffe de Uciù 0:20
Campo del Gallo 0:30
Corna di Sonclino 0:10
Passata Vallazzo 1:00
Punta Ortosei 0:20
Punta di Reai 0:15
La Cocca di Lodrino 0:50
Agriturismo Isola Verde in Lodrino 0:20
TEMPO TOTALE 8:00

Versione facile

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Santuario di Conche 0:00
Eremo di San Giorgio 0:45
Passo del Cavallo 1:00
Forcella di Prealbe 1:15
La Brocca 0:15
Cascina Sea 0:20
Passate Brutte 0:30
Poffe de Uciù 0:20
Campo del Gallo 0:30
Corna di Sonclino 0:10
Passata Vallazzo 1:00
Poligono Tiro a Volo di Valle Duppo 0:45
La Cocca di Lodrino 0:40
Agriturismo Isola Verde in Lodrino 0:20
TEMPO TOTALE 7:50

Vedi (e segui) la pagina del sentiero per altre informazioni.

In ricordo di Silvano Cinelli – 2016


Tante ormai sono le ricorrenze di questo evento ed è sempre più difficile trovare parole nuove, scriverci intorno senza ripetersi, il 2016 è stato però un anno speciale: sono passati esattamente trentacinque anni dall’inaugurazione del sentiero 3V e, per l’occasione, si sono risvegliati gli animi rimettendo al centro di diverse iniziative questo bellissimo percorso di media montagna.

Sono anche trentacinque anni dalla morte di Silvano Cinelli, infaticabile promotore del progetto 3V, al quale è stato dedicato il sentiero e in memoria del quale ogni anno da allora si svolge una semplice ma sentita e partecipata manifestazione. Così è stato anche per questo 2016, luogo dell’incontro come sempre il rifugio Blachì2 all’Alpe Pezzeda nel comune di Collio Val Trompia. Sul muro esterno che volge a meridione la lapide in ricordo di Silvano, ai suoi piedi l’improvvisato altare su cui Don Fabrizio officia, con la sua solita accorata e simpatica enfasi, la Santa Messa. Le parole del Don inondano l’aere di questa splendida giornata, un terso cielo azzurro le accolgono e le riflettono sul verde dei prati e delle conifere, in mezzo a questa cornice un nutrito gruppo di persone è raccolto in preghiera e meditazione.

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La messa è finita, le solite foto di rito, quest’anno velocizzate dall’ora un poco tarda e dalla fame di conseguenza più evidente del solito e allora… veloci le gambe sotto il tavolo, si banchetta con l’ottimo pranzo preparato come sempre dagli amici del Blachì2: lasagne e pizzoccheri aprono le danze, polenta e cinghiale le ravvivano, formaggio ai ferri per il colpo di grazia. All’ora della ripartenza le gambe si sono fatte dure, ma poco ci vuole al forte fisico e al grande spirito degli escursionisti per rimettersi in marcia e ritornare a valle per una delle tante strade che dalla Pezzeda si dipartono, mentre il pensiero già vola al prossimo anno, all’incontro del 2017, anzi, possiamo già essere più precisi, del 27 agosto 2017.

Ciao, ciao a tutti!

Maria, Emanuele, Valeria e Carla Cinelli

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#TappaUnica3V diventa un servizio


Atto Primo

IMG_8573Durante i miei ripetuti passaggi sul sentiero 3V ho potuto constatare lo stato di abbandono di una, seppur piccola, parte del percorso e degli accessi laterali allo stesso. Altri tratti sono in uno stato di migliore conservazione ma pur sempre sotto il livello minimo considerabile come accettabile per un itinerario dove chi transita, visto l’impegno fisico e psichico che sta affrontando, deve potersi permettere di non pensare all’individuazione del percorso e deve evitarsi litigate con rovi, cespugli di vario genere, erbe alte, buchi nascosti. Da primo ideatore del percorso, da figlio di chi presa la mia idea si diede molto da fare per farla diventare primo progetto e poi realtà, in memoria di mio padre che morì sul sentiero in occasione del suo giro inaugurale sono ovviamente infastidito dall’aver rilevato quanto sopra detto e, pertanto, pur riconoscendo ai vari gruppi l’importante lavoro ad oggi svolto e che continueranno a svolgere, d’altra parte conoscendo anche le tante difficoltà a cui essi vanno incontro per assolvere a tale incombenza, senza nulla togliere a loro ma piuttosto aggiungendo un’altra opportunità per il sentiero, ho deciso di occuparmene in prima persona.

Atto Secondo

IMG_8258Mentre percorrevo gli ultimi chilometri del mio TappaUnica3V sono stato improvvisamente mentalmente sommerso da un’idea: questa mia esperienza e tutte le conoscenze che dalla stessa ho ricavato devono avere un seguito “perpetuo” e, pertanto, vanno messe a disposizione di chiunque voglia percorrere il sentiero 3V, con qualsiasi formula (svago, esperienza personale, competizione) e in qualsiasi tempo (molte tappe, poche tappe, tappa unica; comoda o avventurosa; per svago o agonistica).

Atto Terzo

IMG_9469Prendere la decisione di cui all’atto secondo, fonderla con quella del primo atto e volgere il tutto in forma professionale onde poter superare le difficoltà anzidette (con riferimento al primo atto): costi (non guadagnandoci nulla alla fine gli interventi vengono fatti solo in quelle poche occasioni che si riesce ad ottenere dei finanziamenti o dalle poche associazioni realmente numerose e/o finanziariamente robuste), reperimento del personale (facendolo in forma volontaria e gratuita le persone sono poco motivate a togliere giornate alle loro escursioni), efficacia del lavoro, specie di quello inerente la segnalazione troppo spesso effettuata con metodi empirici e da persone prive di adeguata formazione (la segnaletica può a volte costare la vita o comunque mettere in seria difficoltà le persone, pertanto deve essere sempre fatta con tutti i sacri crismi, cosa che, come detto, ho personalmente appurato ad oggi mancare).

Conclusione

Locandina TappaUnica3V_600Ancora non so come esattamente si formulerà la cosa dal punto di vista giuridico-fiscale, ma posso dire con assoluta certezza che TappaUnica3V informalmente è già diventato un servizio, che per comodità per ora possiamo chiamare agenzia (che è poi la formulazione giuridico-fiscale più probabile), e al più presto possibile lo diventerà anche formalmente.

Di cosa si occuperà l’agenzia TappaUnica3V?

Sommariamente dovreste averlo già compreso ma voglio essere più dettagliato.

Primo Obiettivo

Manutenere il sentiero 3V e gli accessi laterali degli anelli parziali (per ora bassissimo, basso, medio, alto, altissimo) al fine di consentirne una percorrenza tranquilla e pulita, pur mantenendo il sentiero in una condizione di naturalezza: gli eventuali lavori di segnalazione e pulizia saranno attuati al minimo indispensabile senza snaturare l’ambiente e il sentiero, anzi, mantenendo inalterate le caratteristiche ambientali e le difficoltà tecniche.

Secondo Obiettivo

Occuparsi dell’organizzazione logistica per conto di chi, a piedi, voglia fare completamente o parzialmente il sentiero 3V: vuoi fare il giro o una parte del giro, TappaUnica3V ti mette informa a dovere sul percorso, ti formula la tabella di viaggio, ti predispone i punti d’appoggio o i campi intermedi, ti, se lo desideri, trova l’accompagnatore professionista, ti assiste in tutti quegli altri elementi insieme concordati (rifornimenti alimentari, rifornimenti idrici, esplorazioni preliminari, eccetera); vuoi organizzare una manifestazione o una competizione sul tracciato del sentiero 3V ma non lo conosci, TappaUnica3V lo farà per te o insieme a te.

Terzo Obiettivo

Valorizzare il sentiero 3V: TappaUnica3V si attiverà per fare ampia pubblicità al percorso e farlo conoscere al maggior numero possibile di persone, sia in forma indiretta (post sui social network, articoli, eccetera) che diretta (organizzazione di escursioni sul percorso).

TappaUnica3V, viaggia serenamente sul sentiero 3V “Silvano Cinelli”!

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#TappaUnica3V sensazioni ed emozioni


Locandina TappaUnica3V_600

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Nero, solo nero, tutto nero, anzi no, nel nero qualche macchia di bianco, tenui bagliori eppur sufficienti per un deciso cammino. In basso le luci della città sono solo dei piccoli puntini di vari colori, i rumori ormai dalla distanza resi silenzio, al di sopra il monte che, bluastro di luna, si alza verso il cielo sereno. Gli ultimi metri d’asfalto e poi sono fronde, tante fronde, una fitta copertura di alberi, un bosco tenebroso eppur confidente, un amico sincero con cui colloquiare attenuando la fatica della dura salita. Da poco sono partito, più in basso, nel piccolo piazzale, sul muro d’un’antica casa, la targa che segna il punto d’inizio, l’inizio d’un lungo sentiero, la guardo e ricordo, ricordo mio padre che a questo percorso dedicò tutto sé stesso, ricordo quegli anni lontani, mi vedo trafelato correre a casa, mia moglie sul terrazzo, io che grido “è morto! Mio papà è morto”. Con questo scena negli occhi, con questo ricordo nell’animo, mi giro e abbraccio mia madre, un lungo abbraccio che sposta la mente a quello che sto per fare. Colpi di flash, mia sorella, erede del babbo nel lavoro, immortala nella scheda elettronica questi momenti, momenti di tensione, momenti di preoccupazione, ma anche momenti di forza e di gioia.

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Foto di Carla Cinelli

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Foto di Carla Cinelli

È giunta l’ora, le mie gambe iniziano a spingere, avanzo certo e deciso sull’asfalto della prima salita, si va, il sentiero 3V inizia a scorrere sotto i miei piedi: il lungo cammino è iniziato. Mia moglie mi segue con lo sguardo, l’amico Vittorio applaude contento, mia mamma agita la mano in segno di saluto, mia sorella mi corre a fianco e scatta a ripresa altre fotografie, alcune auto passano sulla strada più in basso, i bastioni del Castello osservano imperterriti. Pochi passi e tutto svanisce, sono solo, io e la strada, io e il mio viaggio, io e, purtroppo, i dolori a costole, muscoli dorsali e stomaco che da qualche giorno mi stanno facendo impazzire. Svuota la mente, tanta è la strada, devi dimenticare tutto, soprattutto i dolori. Cammina, cammina, domani è lontano ed anche vicino, cammina!

Finito è l’asfalto, il bosco m’attende, le vesti nello zaino, la frontale in testa, avanti. Il fascio di luce, regolato al minimo, penetra nelle tenebre e rischiara il sentiero quel tanto che basta per un cammino sicuro. Silenzio, profondo silenzio, persino il mio cuore batte in silenzio, persino i miei passi non fanno rumore. Silenzio, rumoroso silenzio, il rumore di mille piccoli insetti che s’aggirano nell’erba, il fievole fruscio delle foglie mosse dal mio passaggio, il profumo del bosco di notte. Folata di selvatico, improvviso il forte odore di selvatico inonda le mie nari, intenso, penetrante, un cinghiale è nei paraggi, o sono più d’uno, o qui si sono fermati e già se ne sono andati. Non pensare, avanti, avanti, cammina!

Tutt’uno col monte, tutt’uno con la notte, un’unica essenza, nudo come si conviene ad un elemento della natura, nudo nel corpo, nudo nello spirito, nessuna barriera, nessuna difesa, ma difesa non serve per un’unica essenza. Sono un monte, sono un albero, sono un grosso cinghiale, sono un piccolo leprotto, sono tutto quello che mi circonda e quello che mi circonda è me, fusi insieme, indistinguibili, un unico fiato, un unico respiro, un unico palpito vitale, un’unica essenza. Bello, bellissimo, si, si, cammino!

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Foto di Carla Cinelli

Tre altre folate di selvatico più tardi il cielo inizia a schiarirsi e con esso il bosco, i ricordi della partenza sono ormai ricordi lontani, ancor più lontani i miraggi d’arrivo, senza proiettarmi avanti penso al presente, sono andato troppo veloce, il fresco della notte, sconfiggendo la mia mente, ha fatto mulinare le mie gambe più di quanto n’avessi sentore, rallenta, concentrati, concentrati, rallenta!

Altra salita, altra montagna, e giù, ripidamente giù per portarsi alla base della terza salita. Nessun dolore, nessuna fatica, volo, letteralmente volo, lieve sospiro che sfiora il terreno. Crac, qualcosa si rompe, da poco ho iniziato la risalita, muscoli che s’induriscono, no, no, è troppo presto, non posso avere crampi così presto, rallenta, rallenta, controlla il passo, concentrati, visualizza il rilassamento, fai sciogliere quei groppi alle gambe e… cammina, cammina!

La mente comanda, le gambe non sento, girano e mi basta, girano e vado avanti, cammino. Il sole che s’alza, sfera infuocata nel cielo sereno, caldo, tanto caldo, nudo non sudo ma il respiro s’è fatto pesante. Camino di roccia, lo supero di slancio, ancora roccette, gigli rossi nell’erba, affanno, il caldo m’uccide, ma ecco la vetta, una panchina per breve riposo, discesa, capanni, ancora salita, più dolce, respiro, ma il caldo m’opprime. Fame, sull’ennesima vetta mi siedo e mangio qualcosa. Che panorama, in fondo, lontano, molto lontano, microscopico puntino nell’immensità del paesaggio s’intuisce da dove sono partito. Il tempo che scorre, il vantaggio bruciato, sono in ritardo, leggero ritardo. Via, via, su questa discesa bisogna recuperare, ma il caldo m’opprime, le gambe molli e il tempo scorre, ritardo che aumenta, mannaggia!

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Foto di Alberto Quaresmini

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Foto di Carla Cinelli

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Foto di Fabio Corradini

Giù, su, giù, su e ancora giù, ora giù, giù, fino al paese. Caldo opprimente, caldo ottenebrante, ombra, ombra, mi serve l’ombra. Rifornimento, piacevole conoscenza la titolare della struttura, foto di rito, una stanza ci ha dato, riposo, riposo, gambe in alto, recupero di sali, idratazione, fatica, affanno, cotto dal caldo riposo nell’ombra. Il tempo scorre, devo partire, di nuovo sotto il sole, nel caldo cocente, salita, dura salita, meglio non fare quella diretta, le gambe risparmio, il fiato conservo e salgo, su, su, ancora su, fino all’apice di quest’altra salita. Ora nel bosco un poco di frescura, il passo riprende il suo slancio normale, breve salita d’un fiato passata, in morbida erba inizio discesa. Giù, giù, e sono alla strada, un cane mi guarda, violento azzanna la gonna (NdR: il pareo che utilizzo nei tratti abitati). Che ti piglia carissimo compare, già certo, nudo mi vuoi, nudo come te, nudo come il monte, nudo come la natura e c’hai ragione, c’hai, purtroppo non posso, la sotto qualcosa coperto deve stare, lo pretende convenzione sociale, assurda, insulsa, ma dai più osservata ad essa mi devo conformare. Vedremo in futuro, speriamo che cambi, per ora così devo stare mio caro cane. Ciao, ciao, devo andare, il cammino m’attende e sono in ritardo, forte ritardo, cammina!

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Foto di Carla Cinelli

Il sole cala e un poco rinfresca, quel tanto che basta per darmi vigore, veloce risalgo la nuova salita e lesto raggiungo la nuova vetta. Con essa purtroppo forti dolori, lame brucianti trafiggono il torace, respira, respira, trova qualcosa che porti conforto ma.. cammina, cammina! Ci siamo, ci siamo, incontro mia mamma qui giunta con mia sorella per farmi le foto, aiuto, sollievo, spalmatemi la schiena con l’arnica forte, non voglio fermarmi, al diavolo il ritardo, fino in fondo devo andare. Massaggi di mamma, conforto importante, il passo riprendo con rinnovato slancio. Lieve salita e poi più ripida, blocco, blocco totale, le gambe non girano, un peso allo stomaco. Dai, dai, duro tenere, e duro cammino seppur tanto fermandomi. Sofferenza, dieci passi, fermata, sofferenza, dieci passi, fermata, il nipote dall’alto mi guarda, preoccupato un poco discende venendomi incontro, lo zaino mi chiede ma imbroglio sarebbe, avanti, avanti, con le sole mie forze, in vetta giungiamo e ci riprendiamo.

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Foto di Fabio Corradini

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Foto di Fabio Corradini

S’avvicina, lentamente s’avvicina la vetta agognata, due passi e ci sono, lo zaino mi levo e in terra mi accascio, sofferenza, lo stomaco inchiodato, tempo non c’è per capirne il motivo, solo domande senza risposta, solo il pensiero a come recuperare. Respiro, profondo respiro, un poco s’allenta il peso allo stomaco, pronto io sono a riprender la via, saluto il nipote e solo riparto. Discesa ripida e complessa, dieci volte attento io devo stare. Passata, passata, e sono in Pezzeda, là dove mio padre s’è fatto l’ultima cena, addormentato nel sonno, nel sonno rimasto. Nell’ultimo tratto il blocco è passato, lo stomaco aperto mi sento rinato, un attimo di pausa per completare il frugale spuntino, un’altra barretta, un sorso di acqua, rilasso i muscoli, reintegro i sali e riparto.

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Foto di Carla Cinelli

Foto di Carla Cinelli

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Foto di Carla Cinelli

Che bello un altro mi sento, come fossi da poco partito, con prudenza il passo allungo, un’altra salita è superata. Discesa, veloce avanzo, molto veloce, è bello godere del sole che cala, in fondo alla valle s’accendono le luci, la mia invece ancora non prendo, il tempo scorre, ritardo da recuperare, vai, vai, questa strada non finisce mai. Giù, su, giù e ancora su, l’ultimo strappo me lo mangio, sotto gli scatti di Carla, Un piccolo gruppo m’accoglie premuroso, accudito e coccolato come un bimbo viziato. Un poco di strada in simpatica compagnia, le luci d’albergo (NdR: il Dosso Alto di Rosa ed Ettore) si fanno vicine, nel patio m’attendono diverse persone, applausi mi danno una forte emozione, non sono nessuno, non sono un noto campione, eppure applaudono con tanto calore. La Rosa, sua figlia, i collaboratori, cinque motociclisti di passaggio, tutti splendidamente meravigliosi. Rifornimento, rifocillazione, reidratazione, gli utili massaggi del cognato, le chiacchiere che distolgono la mente, l’inaspettato apprezzatissimo arrivo di un collega, ancora un poco di rilassamento e via, si riparte, sono solo a metà strada. Nel buio profondo, guidato dal cerchio di luce della mia frontale, velocemente procedo e in breve sono alla rampa erbosa che porta al Dasdanino avvolta in dense nuvole basse e sferzata dal vento. Perdo la traccia e procedo a intuito perdendo un altro poco di tempo, concentrato manco m’avvedo che l’erba bagnata m’infradicia le scarpe. Più salgo e meno si vede, più salgo e più la forza del vento si fa rilevante, gli ultimi metri li faccio a memoria finché sbatto nella strada asfaltata. Un’auto m’attende, mia sorella e mio cognato vi si sono appisolati, come d’accordo li sveglio, mi fanno due foto poi il freddo li risbatte nell’auto, convinto da loro ci entro anch’io ed è fatta, non più scaldato dallo sforzo del cammino impossibile uscire nel freddo atroce, m’appisolo e al risveglio è tutto un altro ambiente.

Foto di Carla Cinelli

Foto di Carla Cinelli

Con un ritardo ormai pesantissimo la marcia riprendo, la luna m’illumina il cammino, posso spegnere la frontale godendomi la gioia del cammino fatato. Via, via, via, forse posso recuperare qualcosa, forse anche un paio di ore, tutto è ancora in gioco, dai che ce la faccio, ormai le gambe hanno memorizzato il cammino, si muovono di moto spontaneo, non sento fatica, non sento dolori, un piacevole intenso calore s’è impadronito del mio corpo e della mia mente, rilassamento totale, nessun pensiero, sto solo godendomi al massimo questo momento, questa fantastica notte, la vista della luna piena che pian piano cala dietro gli oscuri monti che mi sbarrano la strada. Passo dopo passo nella luce del giorno che prende il sopravvento sul buio della notte oltrepasso i vari dossi, lascio alle mie spalle il passo delle Sette Crocette e dolcemente scendo verso la piana sottostante il Monte Crestoso. Che bel posto, sarebbe bello fermarcisi per qualche giorno, ma devo andare, sarà per altra occasione, promesso.

Foto di Fabio Corradini

Foto di Fabio Corradini

Il sentiero si fa scabroso e le ginocchia si fanno sentire, primi piccoli dolori, troppo presto, mannaggia, troppo presto. Avanti, avanti, non darci pensiero, non farti distrare. Giù, su, dolori scomparsi, giù, su, giù, su, giù, su, l’interminabile sequela di dossi della costiera di Monte Campione, di nuovo fitta nebbia e freddo vento, di nuovo attenzione a non perdere il giusto percorso, altro che recuperare, qui a mala pena riesco a tenere i tempi prefissati. Non pensarci, vai avanti, sarà quel che sarà. Finalmente Colma di Marucolo,

Foto di Carla Cinelli

Foto di Carla Cinelli

si scende, ripide e brutte discese alternate a brevi dolci risalite, ecco il Colle di San Zeno ed ecco i dolori alle ginocchia, più forti, più costanti, più insidiosi, proprio ora che il mio corpo stava andando alla grande. Mannaggia!

Rifugio Almici, rifornimento, ingelatata di arnica alle ginocchia, un attimo di pausa, pulisco i piedi dalla terra che vi si è attaccata, cambio le calze bagnate e poi via, si punta alla vetta del Guglielmo. Su, su, su, veloce, velocissimo, arrivo in

Foto Carla Cinelli

Foto Carla Cinelli

cresta e senza sosta mi getto nella discesa sul versante opposto, una discesa ripida e con tratti piuttosto insidiosi, alla sua base devo fermarmi per riposare le ginocchia, ancora arnica. Poi via, più veloce possibile verso la Forcella di Sale, qui giunto imbocco la variante che evita l’Almana, ripidissima strada cementata, subito le ginocchia riprendono a far male, di più, ora è una vera e propria tortura, devo necessariamente pensare a questo, a camminare nel modo che dia un poco di sollievo. Fine discesa, si sale e le ginocchia ora producono fitte anche nella salita, brutto segno, molto brutto. Croce di Pezzolo, su di slancio al Rodondone, qui altra fortissima emozione: un amico del blog ha piazzato due cartelloni che mi incitano, bello, bellissimo, ci voleva, vista la situazione ci voleva proprio. Grazie mio ignoto sostenitore!

Foto Carla Cinelli

Foto Carla Cinelli

Vai, vai, camminando con circospezione, quasi fossi sulle uova, comunque velocemente supero un lungo tratto di sentiero che mi preoccupava assai, sempre patito durante gli allenamenti oggi, invece, lo passo con meno patemi, probabilmente perché oggi so che più di così non posso andare. Caposs, breve salita e poi giù, giù, giù, con le ginocchia sempre più doloranti discesa fino a Zoadello dove è piazzato l’ultimo rifornimento. S’è fatto tardi, molto tardi, ormai a Brescia posso arrivarci solo da mezzanotte in avanti ed ho paura, paura di potermi fare male sulle ultime discese, discese da fare nella notte con le ginocchia che non reggono più il peso del cammino. Dolore si aggiunge a dolore, devo fermarmi, devo qui interrompere. Peccato! Beh, interrompere, non del tutto, l’ultima discesa, l’ingresso a Brescia lo voglio assolutamente fare sulle mie gambe.

Colleghi, amici, parenti, familiari, calore, calore, calore, applausi, emozione, l’ultimo mezzo chilometro è un’immersione in tutto questo, piacevole immersione, mi godo a fondo le sensazioni, mi compiaccio della gioia che vedo negli occhi di mia sorella, forse ancor più affaticata e stanca di me, un me tutto sommato già rinfrancato e riposato proprio grazie a tutto questo calore. Bello, stupendo, ne è valsa proprio la pena, sono pronto a rifarlo, alla prossima verrà perfetto!

Foto di Alberto Quaresmini

Foto di Alberto Quaresmini

Foto di Alberto Quaresmini

Foto di Alberto Quaresmini

Spumantino, l’ho fatto portare apposta, anche se ho mancato il successo completo, anche se gli ultimi venti chilometri li ho fatti gran parte in auto, anche se tecnicamente non sarebbe una vittoria, il brindisi non può mancare, stappo la bottiglia e verso da bere a tutti. Grazie, grazie siete stupendi, stupendi.

STUPENDI!

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Foto di Carla Cinelli

Foto di Carla Cinelli

Foto di Carla Cinelli

Foto di Carla Cinelli

Foto di Carla Cinelli

Foto di Carla Cinelli

#TappaUnica3V, l’ottimo staff logistico


Un ruolo fondamentale è stato svolto dalle persone che mi hanno assistito durante gli allenamenti e il giro completo di TappaUnica3V: il mio staff logistico. Vado a presentarvi queste persone in ordine rigorosamente alfabetico (in relazione al cognome), ognuno di loro mi ha dato tantissimo, innanzitutto sul piano tecnico specifico del loro settore professionale, poi anche sul piano umano; vedere nei loro occhi la gioia per il sostanzialmente buon esito del cammino è stato il più grande dono che potessi mai ricevere, un dono che ha saputo cancellare i venti chilometri non fatti, un dono che mi ha ricompensato della fatica e del dolore (tanti dolori, anche indipendenti dal cammino stesso) sopportati. Grazie staff, veramente grazie di cuore.

Staff

Dietro da sinistra: Fabio, Ivano e Francesca. Davanti a quest’ultima c’è Carla. In prima fila seduti: Alberto e Maria, la mia mamma. L’ultimo della fila sono io con un’espressione sconvolta dovuta non alla fatica ma al caldo.

Donata Bini – Consulente sanitario farmacologico

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(Foto Carla Cinelli)

Direttrice della Farmacia Comunale di Iseo (BS) ci siamo conosciuti ancora lo scorso anno attraverso mia sorella. Quando è venuta a sapere del mio progetto si è subito attivata per darmi alcuni suggerimenti in merito agli integratori energetici (NamedSport), alla bevanda per il recupero dei minerali persi (NamedSport HydraFit) e alle creme solari (ISDIN). Quasi tutti i prodotti da lei suggeritemi sono alla fine entrati a far parte del mio equipaggiamento, sono rimasti esclusi solo gli integratori energetici in quanto quelli da me individuati e testati (Enervit) mi davano i risultati attesi. Di più è anche riuscita a farmi avere due confezioni di un innovativo e funzionale gel solare ideato apposta per gli sportivi (ISDIN Fusion Gel SPF 50+ di cui prossimamente farò, come per ogni altro prodotto testato, una specifica recensione). Nei giorni precedenti la partenza, quando mi sono improvvisamente saltati fuori i dolori alle costole e alla schiena, il suo consiglio farmacologico è stato psicologicamente importante, anche se fisiologicamente poco risolutivo.

Ivano Catini – Fisioterapista

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(Foto Carla Cinelli)

Marito di mia sorella Carla per cui ci conosciamo e frequentiamo da lunga data. Persona affabile, sempre disponibile e simpatica, mi è stato foriero di molti consigli che ho tutti presi in debita considerazione, alla fine molti li ho ignorati ma non perché li ritenessi poco o nulla validi, piuttosto perché cozzavano con l’impronta che volevo dare al mio viaggio: un’esplorazione nel mondo del cammino e della fatica, un’avventura vera, ovvero non quelle preconfezionate avventure che tanto vanno di moda oggi (parchi avventura in primis) dove il tutto si fonda sul brivido incatenandolo all’interno di mille certezze, ma un viaggio dove le certezze fossero solo quelle minime indispensabili e possibilmente create da me stesso. Ho comunque apprezzato tantissimo il suo interessamento, per altro è stato il primo a rendersi pienamente disponibile per il supporto logistico, ancor prima di verificare le date scelte e rendersi conto che si trattava di giorni feriali, alla fine non essendo riuscito ad avere le necessarie ferie si è sobbarcato una notte di vagabondaggio fra i monti andando poi al lavoro senza aver quasi dormito. Altro suo importante intervento è stato nei giorni immediatamente precedenti la partenza del giro finale, quando all’improvviso mi sono comparsi dei forti dolori ai muscoli della schiena: i suoi massaggi non li hanno fatti svanire del tutto (cosa evidentemente impossibile senza un’accurata visita medica), ma ne hanno comunque ridotto notevolmente l’intensità e l’estensione. Anche al Maniva, sebbene a quel punto i muscoli si fossero ormai tanto adattati al lavoro da non risentirne apparentemente più, ho apprezzato i suoi massaggi, ammesso che effettivamente poco effetto abbiano sortito sui muscoli, molto l’hanno avuto a livello generale aiutandomi tantissimo nel recuperare quel rilassamento mentale assolutamente necessario per affrontare la restate parte del giro. Infine la sua opera è stata preziosissima a Zoadello dove le ginocchia ormai erano all’estremo della loro resistenza, purtroppo i suoi massaggi sono rimasti senza seguito visto che avevo deciso di fermarmi, ma probabilmente sono risultati comunque importanti per far sì che già il giorno dopo non sentissi più alcun dolore alle ginocchia.

Carla Cinelli – Fotografa, coordinatrice del supporto logistico e sua primaria operatrice

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(Foto Fabio Corradini)

Mia sorella, quella più giovane. Fotografa professionista si dedica con passione e successo all’insegnamento di questa meravigliosa arte. Ovviamente come prima cosa lei si è occupata di gestire il servizio fotografico, coordinando il lavoro dei vari fotografi e occupandosi della postproduzione, di cui ancora non ho visto gli esiti ma sono certo saranno eccezionali. Oltre a questo vista l’assenza di persone disponibili al supporto logistico ne è stata anche la principale operatrice compiendo un lavoro superbo, sia a livello di marketing verso le varie strutture che avevo selezionato come punto di rifornimento (specie con quelle che non ero riuscito a contattare prima), sia a livello organizzativo (si è sempre fatta trovare pronta e puntuale, con tutto il materiale ben predisposto), che, infine, a quello tecnico imparando velocemente i giusti dosaggi della bevanda di reintegro salino e comprendendo al volo tutte le mie esigenze che si manifestavano di volta in volta, come, ad esempio, quando con scarpe e piedi pieni di terra mi sono dovuto adeguatamente ripulire e lei si è presa cura delle mie scarpe rimettendole velocemente in piena funzionalità.

Maria Cinelli – iPhonographer

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(Foto Carla Cinelli)

Mia, nostra, madre. Con un’età biologica, a detta di un medico che la recentemente visitata, nettamente inferiore a quella anagrafica, nonostante i vari acciacchi che comunque l’età gli comporta, ha voluto essere presente nella mia prima giornata di cammino. Già al primo rifornimento si è adoperata per distrarmi dai cattivi pensieri (la fatica indotta dal caldo e un primo accumularsi di ritardo mi avevano indotto a pensare per un attimo ad una possibile interruzione) e massaggiarmi i muscoli delle gambe resi duri anzitempo. La sua presenza è stata importante anche in Vaghezza, punto che doveva essere solo un incontro ai fini fotografici e invece è risultato fondamentale anche per gli aspetti tecnici e umani: ci sono arrivato in preda a forti dolori alle costole e alla schiena, quindi demotivavano alla prosecuzione, i suoi massaggi e i suoi incoraggiamenti, come già successo al primo rifornimento, mi hanno permesso di proseguire. Si è anche occupata di scattare fotografie che, grazie al mezzo tecnico con cui venivano prodotte (un iPhone), potessero essere subito inviate in rete per dare informazione e soddisfazione alle tante persone che stavano seguendomi attraverso i potenti mezzi del web.

Fabio Corradini – Fotografo e operatore del supporto logistico

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(Foto Carla Cinelli)

Già ai primi vagiti di TappaUnica3V si era ripromesso di parteciparvi come fotografo, poi non l’avevo più sentito. Pochi giorni prima della partenza mi ha chiamato per dirmi che, avendo letto su questo blog dell’assenza di persone disponibili a farmi da logistica, aveva chiesto un giorno di ferie. La sua presenza è stata soprattutto fotografica, ma sull’Ario mi è stato anche di sostegno in un momento di crisi profonda: con lo stomaco inchiodato (non è ancora chiaro se da un problema digestivo collegato ai tanti, probabilmente troppi, integratori energetici assorbiti, o se per mancanza di apporti proteici, insomma, per fame) respiravo molto male ed ero costretto a fermarmi ogni pochi passi. La sua palpabile preoccupazione (tutto sommato il peso allo stomaco è anche uno dei sintomi di un imminente infarto) e il suo rendersi disponibile ad accompagnarmi fino al Maniva sono stati la chiave di volta per il superamento della crisi.

Marco Febbrari – Regia, ripresa e montaggio video

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(Foto Carla Cinelli)

L’ho visto per poco ma ci siamo fatti insieme una bella camminata notturna dal Passo delle Portole al Giogo del Maniva durante la quale abbiamo chiacchierato di tante cose inerenti o meno il mio cammino, una chiacchierata che mi ha dato un poco di distrazione, spezzando la monotonia del viaggio solitario, una monotonia a cui sono abituato, ma che in quel momento specifico, quando, a fronte della crisi appena superata, volendo tentare un improbo recupero sui tempi di marcia, mi ero fatto ad altissima velocità un lunghissimo tratto di sentiero uniforme e sostanzialmente tedioso, ottenendone più che altro lo stress di non arrivare comunque mai alla fine. Si occuperà di produrre un filmato video del mio viaggio, un duro e complesso lavoro visto che dovrà operare quasi esclusivamente attraverso il montaggio di fotografie.

Francesca Odracci – Preparatrice atletica

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(Foto Carla Cinelli)

La mia prima nipotina, splendida ragazza ormai cresciuta e sposata. La sua formazione e il suo lavoro sono proprio nell’ambito della preparazione atletica e così non poteva che essere lei a seguirmi sotto tale aspetto. Purtroppo, visto che io non osavo disturbarla in tal senso, la sua presenza, evocata da mio cognato e mia sorella, è arrivata un poco tardi e questo ha condizionato notevolmente il proseguito delle cose: organizzato un nostro incontro presso la palestra in cui lavora, mi ha preparato un perfetto e preciso programma di allenamento atletico teso a prevenire i vari problemi che un cammino del genere (e i relativi allenamenti) poteva creare. Nel primo mese sono stato anch’io preciso e attento impegnandomi con costanza nelle sedute di allenamento, purtroppo vuoi gli impegni di lavoro che, negli ultimi mesi, mi  hanno costretto a rallentare anche gli allenamenti sul terreno, vuoi la mia antipatia verso la ginnastica, specie se fatta in solitaria, vuoi dolori che dopo le prime sedute sono apparsi ai muscoli dorsali del lato destro, vuoi la mancata apparenza di risultati immediati e palpabili, alla fine prima ho drasticamente ridotto il numero di sedute, poi, nonostante lei abbia prontamente risposto alla mia richiesta di spezzare in due il programma, le ho sospese senza più riprenderle.

Alberto Quaresmini – Fotografo e operatore del supporto logistico

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(Foto Carla Cinelli)

Fino a pochi giorni dalla mia partenza manco lo conoscevo, è stato coinvolto nella cosa dalla compagna, mia collega di lavoro (Claudia Zanetti, che ringrazio enormemente), a sua volta interpellata da altra collega (Manuela Valetti che devo per questo pure ringraziare: pur desiderandolo, per motivi di lavoro non ha potuto fare parte dello staff) che aveva letto l’articolo in cui lamentavo l’assenza di persone disponibili a darmi supporto logistico. Subito si è reso disponibile per il secondo giorno del mio cammino ed è stato la chiave risolutiva per il rifornimento al Colle di San Zeno dove mia sorella mai sarebbe arrivata dovendo guidare lei: la strada molto stretta, tortuosa e lunga, con tratti esposti ed un tornante ripidissimo oltre che particolarmente chiuso, sarebbe stato un ostacolo insormontabile. Me lo sono a mia saputa ritrovato davanti anche al primo rifornimento, dove era giunto per fare conoscenza con mia sorella e poter meglio concordare l’organizzazione del secondo giorno. Atteggiamento assai apprezzato e molto utile.

Dopo avervi parlato delle persone che hanno composto il mio staff logistico mi restano solo i dovuti ringraziamenti.

Grazie Marco per il lavoro video che sta facendo, ma grazie anche per la piacevole compagnia durante il trasferimento dal Passo delle Portole al Giogo del Maniva.

Grazie Donata per i preziosi consigli farmacologici.

Grazie Francesca, non sono stato un buon discepolo ma i tuoi suggerimenti ginnici sono stati comunque importanti e mi torneranno ancora molto utili, con la promessa d’essere in futuro più ligio nel seguirli.

Grazie Alberto che senza conoscermi ti sei messo a disposizione per assistermi, senza di te il rifornimento del Colle di San Zeno sarebbe stato molto problematico.

Grazie Fabio, ti ho fatto preoccupare nella salita all’Ario e la tua preoccupazione è stata un gesto bellissimo che mai dimenticherò.

Grazie Ivano, la tua presenza è stata preziosissima.

Grazie Carla, sei stata grandiosa.

Grazie mamma, anche tu sei stata una fonte di forza e coraggio.

Grazie, grazie a tutti voi, grazie!

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#TappaUnica3V perchè mi sono fermato


Parto dal fondo in questa mia disanima della parte terminale, che terminale non è, di questo mio lungo e bellissimo viaggio, parto dal fondo perché ho deciso di seguire la logica dell’ispirazione piuttosto che quella della cronologia storica, perché in questi giorni mi è stato più volte chiesto il motivo per il quale ho deciso di fermarmi prima, perché così mi viene da fare.

Arrivo a Zoadello

Arrivo a Zoadello, interruzione del cammino

Mi è costato molto interrompere il cammino prima del suo termine naturale, ci ho pensato a lungo, tanto a lungo quanto lungo è stato il periodo durante il quale ho camminato con le ginocchia costantemente doloranti. I primi sintomi si sono fatti sentire già nella discesa verso malga Rosello di Sopra, poi si sono ripresentati scendendo dalla Colma di Marucolo al Colle di San Zeno, ma erano lievi e brevi fitte occasionali e, arrivato al rifugio Piardi, una bella impomatata di arnica gel li aveva fatti svanire completamente per tutta la traversata del Guglielmo e la successiva traslazione alla Forcella di Sale. Qui devo imboccare la stradina cementata della variante bassa, trattasi di una lunga discesa quasi costantemente su cemento e in fortissima pendenza, già dai primi metri si ripresentano i dolori alle ginocchia, secchi e violenti, ben più forti di prima mi costringono a camminare con attenzione inducendo un sensibile rallentamento del passo. Arrivato al punto di minima quota riprendo a salire verso la trattoria Pastina e i dolori scompaiono nuovamente, per ricomparire sui tratti più ripidi (alcuni veramente ripidi, al limite del ribaltamento) della salita che da Pastina porta alla Croce di Pezzolo, si ora si fanno sentire anche in salita e, per quanto siano occasionali, la cosa si fa pertanto preoccupante. Ancora, però, non ci penso nemmeno a un’interruzione anzitempo della marcia.

Supero la vetta del Rodondone e inizio a calare verso Santa Maria del Giogo, qui il terreno per quanto semplice rende il cammino molto complesso, la costante presenza di sassi e spuntoni richiede un costante controllo sull’appoggio dei piedi, non puoi mai rilassarti, non puoi lasciar mulinare le gambe in autonomia, devi tenerle a freno, valutare bene ogni singolo appoggio. Questo lavorio mentale rende stressante il tratto e lo stress mentale si somma a quello fisico determinando, specie nel camminatore solitario, una maggiore attenzione ai più piccoli dolori: i tanti appoggi precari mi costano uguali fitte di dolore, ogni pur breve discesa mi diventa un calvario. Iniziano anche gli inciampi, quei tanto temuti inciampi che fino ad ora ero riuscito ad evitare, e ad ogni inciampo i dolori si fanno più intensi e prolungati, per evitarli rallento il passo e recupero la concentrazione, ma non basta, quando, superata la salita che porta verso la Punta dell’Orto, riprendo la discesa ecco ancora i dolori, sempre più presenti, sempre più forti, sempre più demotivanti.

Non voglio, non voglio fermarmi, poi guardo l’ora e faccio un piccolo calcolo mentale: per poter continuare dovrei sostare a Zoadello almeno un’ora nella speranza di poter dare sufficiente rinfranco alle ginocchia, a quel punto vorrebbe dire arrivare a Brescia non prima di mezzanotte, più probabilmente, verso l’una, cinque o sei ore di ritardo sul previsto, che farebbero le persone che a Brescia alle diciannove saranno ad aspettarmi? Qualcuno forse, avvisato del mio ritardo, potrebbe rimandare la sua presenza, altri deciderebbero di non venire facendo mancare quel momento di festa che solo potrebbe dare il giusto risalto, il meritato momento di gloria al mio staff, le persone che con tanto sacrificio si sono ottimamente adoperate per assistermi ai punti di rifornimento e anche in altro paio di passaggi. No, non mi va, io tutto sommato sono più che soddisfatto della mia prestazione, è giusto dare anche a loro possibilità di godere di un momento di festa, momento di festa che la notte profonda renderebbe impossibile. Deciso: mi fermo a Zoadello, però… però mi faccio portare in auto ai Campiani e l’ultima discesa la faccio comunque sulle mie gambe, l’arrivo a Brescia deve assolutamente essere fatto camminando.

Deciso, organizzato e fatto, con me mio cognato Ivano, lui mi cura perfettamente le ginocchia doloranti, lui mi porta in auto fino ai Campiani, lui mi affianca in questo ultimo tratto di cammino. Arriviamo alla base del Monte Picastello lungo il sentiero incontriamo mia moglie che stava venendomi incontro, poco dopo ecco anche l’amico Pier, seguono altri amici, infine alcuni parenti. Siamo alla targa dell’originale punto di arrivo, le foto di rito e poi ci portiamo nella piazzetta dove logica vuole la fine vera. Baci e abbracci, congratulazioni, chiacchiere, ringraziamenti allo staff, commenti dello staff, bottiglia di spumante, brindisi, bellissimo momento che dona al mio staff il suo meritatissimo momento di “gloria”, momento che la mia decisione ha permesso loro di vivere e la loro gioia è stata per me dono migliore del chiudere anche gli ultimi venti chilometri che, tutto sommato, venti su centosessanta è pur sempre una piccolissima mancanza (ma… rimedieremo, mi è troppo piaciuto, voglio rifarlo e.. chiuderlo eheheh).

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#TappaUnica3V grandiosa esperienza


Arrivo

Arrivo

Mesi e mesi di preparazione e lunga trepidante attesa poi un lampo e ti ritrovi tutto alle spalle, restano solo i ricordi, vivide immagini stampate nella mente e fortissime sensazioni impresse nel cuore, le tante possibili considerazioni tecniche, il tracciato del GPS, le gioie e le delusioni, i ringraziamenti. Tante, tante cose, forte senti il desiderio di riviverle nel racconto, di farle vivere nelle descrizioni, di condividerle nelle parole e nelle immagini, ma sono troppe, sono un mare in burrasca, una infinita sequenza di onde emotive che ti travolgono, devi anche fare ordine, dare loro una sequenza. Da dove partire? Come fare? Un unico lungo racconto o piuttosto tanti più piccoli? Seguire la logica o il desiderio, l’istinto? Mescolare gli aspetti emotivi con quelli tecnici o mantenere nettamente separate le due cose? Chi ringraziare? Come ringraziare? Dieci, cento, mille domande, questioni da valutare, analizzare, risolvere, un viaggio che ancora non è finito, anzi, quello che si palesava come il traguardo invero si dimostra solo un intermedio passaggio. Bello, bellissimo questo protrarsi del lungo cammino, cammino del fisico, cammino della mente e del cuore, cammino dell’amicizia e del sostegno.

Sono state quaranta ore intense e speciali, ore di solitudine ma anche di compagnia e fratellanza, ore d’immersione nella montagna, ore di contatto con la natura, ore di semplicità ma anche complessità, ore di decisioni a volte facile altre difficili, ore di caldo e di freddo, ore di luce e di buio, ore di crisi e di recupero, ore di vestito e di nudo, ore che mi hanno, incredibilmente, rinforzato quel piacere del lungo cammino già assaporato durante gli allenamenti. Mai avevo camminato in continuo per più di dodici ore, mai ero rimasto in attività per più di venti ore, eppure il mio spirito brillantemente si è adattato a questa nuova condizione, il mio corpo ottimamente ha superato la sconosciuta fatica, la mia mente ha dato pieno supporto per ogni singolo secondo di questo bellissimo viaggio ed ora, a due soli giorni dal suo termine, ho già recuperato e già sento in me il forte desiderio di ripeterlo.

TappaUnica3V, grande, grandiosa esperienza, certo non alla portata di tutti, eppure non impossibile per chiunque, magari non da soli, magari con qualche ora di più, magari con soste leggermente più numerose e o lunghe, lo suggerisco, lo consiglio, di più, sono a disposizione di chiunque intenda provarci, sia per dare informazioni che per dare assistenza logistica o per fare da compagno di viaggio: ormai diviene arduo fermarsi, voglio fortissimamente voglio continuare sulla strada del lungo cammino, troppo bello, troppo affascinante, troppo intenso, troppo.. troppo tutto per essere qui interrotto!

Staff

La squadra quasi al completo: Fabio, Ivano, Francesca, Carla, Alberto, Maria, Emanuele (stremato dal caldo più che dalla fatica). Assenti: Donata e Marco. In un prossimo articolo parlerò più specificatamente di loro e del loro importantissimo contributo

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#TappaUnica3V breve resoconto


Locandina TappaUnica3V_600Eccomi qua quasi come nuovo, anzi, a dire il vero sto meglio di come stavo alla partenza visto che sono scomparsi i vari dolori che mi hanno accompagnato per tutto il giro.

Purtroppo mi sono dovuto fermare a 25km dall’arrivo (senza rinunciare a farmi l’ultima discesa e arrivare a Brescia camminando sulle mie gambe): il dolore alle ginocchia, iniziato a 40km dall’arrivo, si stava facendo costante anche sulle discese più semplici e l’orario prevedibile di arrivo (in parte per mio ritardo di cammino in parte per la nebbia fittissima che, fruendo dell’auto dell’assistenza presente in zona per farmi delle foto, mi ha tenuto bloccato al Dasdana per ben due ore e passa) s’era allungato alle prime ore di oggi. In ogni caso un’esperienza davvero incredibile e che racconterò presto attraverso questo blog e in seguito con un libricino.

Eccezionale lo staff che mi ha assistito, in particolare mia sorella che ha fatto mille cose in maniera veramente perfetta, senza di loro sarebbe stato tutto molto ma molto più complicato. Carla, Ivano, Maria, Fabio e Alberto siete stati veramente grandiosi. Grazie!

Incredibili anche i gestori delle strutture presso le quali ho fatto i rifornimenti, tutti ci hanno gratuitamente concesso lo anche più spazio di quello che chiedevo e all’Hotel Dosso Alto di Rosa ed Ettore, rimasti in piedi fino alla mia ripartenza, mi hanno pure offerto il vino e due enormi fette di torta. Grazieeeee!

Grazie a tutti per il sostegno, lo sentivo anche mentre camminavo, è stato particolarmente bello (e prezioso) trovare al Rodondone due cartelloni di un fan che mi incitavano. Grazie!

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Sentiero 3V “Silvano Cinelli” prima tappa da Brescia a Conche (BS)


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È la prima tappa per cui  abbiamo a disposizione il pieno delle nostre energie e forze, stiamo comunque attenti a non prenderla troppo alla leggera, data la sua conformazione altimetrica e la presenza, sia in salita che in discesa, di numerosi tratti assai ripidi è sicuramente una delle tappe più faticose, se non la più faticosa in assoluto. In alcuni punti, inoltre, si devono affrontare tratti resi infidi da scivolose rocce o da pericolosi, per caviglie e ginocchia, spuntoni. Un’ottimale gestione di questa prima tappa sarà di fondamentale importanza per il prosieguo del giro, specie considerando che anche la seconda tappa sarà analogamente impegnativa sia sul piano fisiologico (resistenza generale e fiato) che su quello atletico (equilibrio, agilità generale, flessibilità delle gambe e forza di quadricipiti e polpacci). Le basse quote se da un lato consentiranno la migliore ossigenazione muscolare, dall’altro, specie nei periodi più caldi e secchi, stresseranno il nostro organismo con una intensa sudorazione e insolazione, solo in minima parte compensate dall’estesa copertura boschiva e dalla presenza di diversi punti per il rifornimento idrico.

Molti i punti di interesse storico e/o culturale (vedi apposito paragrafo più avanti) e conviene approfittarne per inserire un discreto numero di soste intermedie che permetteranno al nostro organismo di adattarsi con migliore progressione allo sforzo del giro e di risparmiarsi in vista dei restanti sette/otto giorni di cammino. Analogamente sfrutteremo i punti panoramici, sono pochi e presenti solo nella prima metà del percorso ma sempre piuttosto ampi in particolare verso sud (Pianura Padana e, dietro a questa, gli Appennini), est (colline di Rezzato e Botticino, Monti di Serle, Pizzoccolo, Lago di Garda e Monte Baldo) e ovest (Guglielmo, Presolana, altri monti della bergamasca, l’isolata collina morenica del Mont’Orfano e, più in lontananza, il Monte Rosa).

Flora e fauna

IMG_8880A seconda della stagione si possono osservare diverse essenze floreali, alcune molto comuni e diffuse (dente di leone, dente di cane, stella di Natale, pervinca, primula, malva) altre a distribuzione meno ampia (peonia, giglio rosso, giglio martagone, alcune orchidacee). Per quanto riguarda i boschi della Maddalena sul lato che sovrasta la città, questi sono oggi (2016) ancora assai alterati (e provati) da diversi (presunti) interventi di riforestazione tesi ad eliminare o quantomeno contenere l’infestante presenza della robinia a favore di un riequilibrio delle essenze autoctone (invero comunque presenti e casomai distrutte proprio da tali interventi di riforestazione). Detto questo, nei miei recenti diversi passaggi in zona ho osservato la presenza più o meno naturale e distribuita di castagni, querce, sambuco, rovi e robinia, più vari altri alberi che non sono in grado di riconoscere.

Se un tempo (che risale ai miei ricordi d’infanzia e adolescenza quando con mio padre o da solo andavo a funghi proprio in Maddalena, o degli anni immediatamente successivi quando mi ero appassionato di micologia e la Maddalena, per la sua vicinanza al mio luogo di residenza, costituiva il mio principale terreno di ricerca e studio) proprio in alcuni dei punti attraversati o lambiti dal sentiero 3V erano alcune delle poste a ottima e pregiata produzione fungina (Boletus Edulis, Armillariella Mellea e Amanita Cesarea) ed era piuttosto diffusa la presenza dei vari tipi di russule (Virescens, Cyanoxantha, Amoidea, Emetica), di alcuni lattari, qualche cortinario e vari altri funghi tra i quali l’estetica Amanita Muscaria e la mortale Amanita Phalloides. Oggi la situazione è molto cambiata e, per l’escursionista che percorre il 3V, resta probabile l’incontro solo con alcune specie fungine non commestibili o a scarso valore alimentare.

Riguardo alla fauna oltre a diverse specie d’uccelli, in gran parte più facili da sentire che da vedere, potreste avere l’occasione d’incontrare l’inconfondibile salamandra pezzata, lo scoiattolo (il nero americano, purtroppo, che essendo in competizione ambientale e alimentare con il più riservato e tranquillo rosso europeo si è estesamente diffuso a discapito di quest’ultimo) e la lepre. Per esperienza personale posso anche affermare con assoluta certezza la presenza di cinghiali, incontrarli è però tutt’altro che facile, vederli ancora meno.

Fonti: osservazioni personali.

Cenni storico culturali

IMG_8743Luogo di partenza è Brescia, la citta delle Dieci Giornate (1849), epica rivolta grazie alla quale la città si guadagnò il soprannome di Leonessa d’Italia. In quei giorni teatro di rilevanza fu il Castello, possente fortezza posto su un’altura allora al margine orientale del nucleo abitativo, il Colle Cidneo, e che domina la partenza e la prima ora di cammino del sentiero 3V.

I Medaglioni è un piccolo nucleo abitativo che si attraversa dopo circa quarantacinque minuti, ancora popolato vi si possono ammirare l’edifico che era la vecchia scuola e quello della chiesetta.

La Maddalena è la storica montagna di Brescia, oggi è servita da una comoda strada asfaltata che sale direttamente dal centro città, un tempo, prima che venisse realizzata la suddetta strada, vi si arrivava, oltre che a piedi, per mezzo di una funivia la cui stazione a valle era posta alla Bornata, proprio di fronte ai capannoni della Wührer, noto marchio di birra. Quando la diffusione di massa dell’auto e la costruzione di una rete viaria più ampia ed efficiente portarono i bresciani a dimenticarsi di questo loro risorsa, diversi furono i progetti per fare della Maddalena un polo attrattivo del tempo libero, ricordo, ad esempio, quello che proponeva di costruirci un grande laghetto/piscina, inesorabilmente (e, oserei dire, fortunatamente) nessuno ebbe un seguito e oggi la montagna offre al visitatore ancora il suo carattere quasi naturale, anche se disturbato dalle diverse le strutture che ospitano le molte, troppe antenne per telefonia, radio, televisione e radar.

IMG_9171Nave è un ampio insediamento abitativo e produttivo che occupa la parte terminale della Valle del Garza racchiusa tra due lunghe e alte coste montuose: a sud quella che collega fra loro Monte Dragone, Dragoncello, Monte Bonaga, Monte Salena, Costa di Monte Denno, Monte San Giuseppe e Monte Tre Piole; a nord quella formata da Monte Pesso, Monte Rinato, Monte Porno, Monte Rozzolo e Monte Montecca. Diverse le ferriere che vennero erette in questa zona, alcune oggi sono abbandonate e quasi completamente ridotte in rovina (una di queste viene lambita dal sentiero 3V), altre sono ancora più o meno parzialmente operative.

Punto d’arrivo della tappa il santuario di Conche è una vasta e complessa struttura la cui fondazione viene attribuita a San Costanzo e poi consacrata dal vescovo Arimanno attorno al 1115. Tre distinti edifici: il monastero, la chiesa e un edificio rurale (forse una stalla con l’abitazione dei mandriani) la foresteria. Alla sinistra del portone d’ingresso alla chiesa è visibile l’ossario delle monache.

Fonti:

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: Brescia (BS), fine via Filippo Turati / inizio via San Gaetanino
  • Arrivo: Santuario di Conche – Nave (BS)
  • Quota di partenza: 167m
  • Quota di arrivo: 1092m
  • Quota minima: 167m
  • Quota massima: 1092m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 1600m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 676m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 17,68km
  • Tipologia del tracciato: quasi equa distribuzione tra sentieri e strade (asfaltate, ciottolate e sterrate).
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E3P
  • Tempo di cammino: 6 ore
  • Segnaletica: paline e segni bianco azzurri del sentiero 3V “Silvano Cinelli”.
  • Rifornimenti alimentari: bar, drogherie e fornerie in prossimità della partenza; bar/ristoranti in Maddalena; drogherie, fornerie, bar e ristoranti a Nave (metà percorso); bar/ristorante/rifugio al Santuario di Conche.
  • Rifornimenti idrici naturali: diversi e ben distribuiti anche se non tutti di certa potabilità… fontanina nel grande piazzale a fianco del Cavrelle in Maddalena, sorgente di Val Salena, fontanina alla chiesetta di Sant’Antonio, fontana a Cà della Rovere.
  • Punti di appoggio per il pernotto: rifugio del Santuario di Conche con 100 posti letto.
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): nell’ampio e piano prato nei pressi del Santuario di Conche (se il rifugio è aperto chiedere autorizzazione), poco più avanti si possono reperire piccoli e scomodi spiazzi nel bosco.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): pressoché nulla di giorno; ampia nella notte.

Profilo altimetrico e mappa

S’inizia con un primo bel salto di 700 metri su circa 5 chilometri piani, seguono 3 chilometri con leggerissimi sali e scendi, poi la lunga e impegnativa discesa che porta a Nave (650 metri per circa 5 chilometri), finendo con una risalita di 867 metri su circa 6 chilometri.

GPSies - Sentiero 3V Silvano Cinelli – Tappa 1

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

IMG_8745Brescia, all’apice di via Filippo Turati, dove questa si divide tra via Pusterla e via San Rocchino, ad est della strada il lato meridionale di un piccolo piazzale definisce il punto di partenza del nostro sentiero. Sul muro che lo delimita fanno bella mostra di sé la targa del sentiero 3V e la sua prima freccia segnaletica, che indica d’imboccare la salita di via San Gaetanino. Alla prima curva svoltare decisamente a sinistra per passare tra le case e, dopo una curva a destra, risalire una breve e larga scalinata pervenendo al primo tornante dell’asfaltata via Panoramica, la principale strada d’accesso motorizzato alla montagna di Brescia, il Monte Maddalena.

IMG_8183Invece di seguire l’asfalto di via Panoramica, imboccare la ciottolosa continuazione di via San Gaetanino che ripidamente s’alza a sinistra, prima passando a fianco di alcune palazzine, poi costeggiando un antico muro. Oltrepassato un breve sottopasso si sfiora nuovamente la via Panoramica, ancora la si ignora per proseguire in ripidissima salita sui ciottoli di via San Gaetanino. Dopo una lunga curva a sinistra si giunge a un secondo breve sottopasso, poco dopo la strada curva a destra e perviene alle prime case dei Medaglioni. Si risale tra le case e, al sommo della salita, si svolta a sinistra. In pochi metri si perviene nuovamente su via Panoramica, che da qui assume il nome di Via San Gottardo. La si segue in salita e fatti pochi passi, appena oltrepassata l’ultima casa, una breve sosta è d’obbligo: sulla destra si apre una magnifica visuale sulla Bornata (parte sud orientale della città di Brescia dove un tempo sorgeva la fabbrica della Wührer) e sulla Pianura Padana.

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IMG_8736Dopo essersi goduti il panorama, si riprende il cammino e, con salita ora decisamente meno impegnativa, si segue fedelmente il nastro asfaltato fruendo, anche se disturbati da piante e cespugli, del marciapiede presente sul lato destro. Si oltrepassa la deviazione che, a sinistra, porta al ristorante Vedetta e, passando sotto il campo di calcio (e parcheggio matrimoni) annesso all’Oratorio della chiesa di San Gottardo si perviene al capolinea dei pulmini. Tenendosi, come ai pedoni prescrive il Codice della Strada in assenza di marciapiede, sul lato sinistro, si prosegue per la strada asfaltata lasciando sulla sinistra le ultime case. Si oltrepassa una deviazione che scende a destra (continuazione di via San Gottardo) e, sempre lungo la strada asfaltata che ha ora assunto il nome di Via Maddalena, dopo qualche leggera curva si arriva al primo tornante. Si attraversa la strada per portarsi in un piccolo piano piazzale sterrato sul lato destro del tornante, altro punto panoramico che si affaccia sul versante meridionale della Maddalena e sulla Pianura Padana.

IMG_9140Sul lato settentrionale del piazzale, al termine destro del muretto che lo delimita, imboccare un ripido e rovinato sentiero. Procedendo pressoché costantemente sulla linea di massima pendenza, con faticoso cammino, tra radi cespugli e ancor più radi alberi, si risale il pendio erboso ignorando, sia a destra che a sinistra, diverse pianeggianti diramazioni. Sottopassato un elettrodotto il sentiero volge deciso a sinistra per proseguire lungamente in pianeggiante mezza costa permettendo, così, un bel recupero di forze. Dopo un ripido ma breve strappo si arriva a un tornante che indirizza all’incirca verso ovest, portando, in pochi passi, ad un altro piccolo piazzale in terra battuta accosto alla strada asfaltata della Maddalena: al di là della strada, il Dosso della Brochella, in direzione opposta, quella da cui si è arrivati, il Dosso Torre Bornata. Tenendo la destra si prosegue lungo il sentiero che, meno ripidamente, sale tenendosi al limite del bosco nel quale poco più avanti entra con decisione con una secca curva a destra. Con linea diretta e limitata pendenza si risale nel bosco fino ad uscire nuovamente sulla strada asfaltata. La si attraversa per imboccare la prosecuzione del sentiero ben visibile sul lato opposto dell’asfalto. Risalendo sempre all’interno del bosco si taglia il lungo tornantone del Buren e, dopo aver costeggiato a sinistra la recinzione dei prati d’un nascosto cascinale, si esce nuovamente sull’asfalto che ancora si attraversa per riprendere immediatamente il sentiero che nel primissimo tratto procede quasi parallelamente alla strada. Giunti a una radura in terra, ignorando il largo sentiero che si diparte sulla destra, si prosegue dritti in leggera salita. Tenendo la traccia principale in direzione est ci si alza gradatamente nel fitto bosco finché un breve tratto molto ripido porta sull’asfalto che, ancora, si attraversa per imboccare sul lato opposto un sentiero con vecchi scalini in legno, ben visibile poco sopra una palazzina con diverse antenne: l’ex stazione a monte della funivia della Maddalena. Superate due rampe di scale si perviene ad un piazzale asfaltato, prendere a destra e, con lieve discesa asfaltata, in breve si arriva nuovamente sulla strada principale nei pressi del ristorante Cavrelle. Passando sulla sinistra del ristorante, si attraversa l’ampio piazzale sterrato mirando al suo lato orientale sinistro dove si prende la strada sterrata che sale alla chiesetta di Santa Maria Maddalena. Oltrepassata sulla sinistra una casa, effettuata una larga curva a destra, quando in alto a destra, seminascosta dalle piante, si intravvede la struttura della chiesetta, sulla sinistra s’individua un sentiero che ripidamente scende nel bosco, lo si segue e in breve si perviene al piazzale del ristorante Grillo.

IMG_8903A sinistra e a destra ci sono due strade sterrate, di fronte sulla destra del ristorante c’è la strada, tanto nota agli appassionati di ciclismo per le epiche imprese del Giro d’Italia, di Muratello di Nave, a destra di questa è posto un altare (eretto dal Gruppo Monte Maddalena), lo si oltrepassa sulla destra per prendere un’evidente sentiero che risale direttamente nel bosco a fianco di un vasto prato. Saliti un centinaio di metri si attraversa la strada asfaltata per proseguire nel bosco e, slalomando tra le diverse radici che sbucano dal terreno, si arriva a una scala rovinata dal tempo che adduce al piazzale dell’ex rifugio Monte Maddalena, oggi purtroppo abbandonato e in rovina. Andando a sinistra si attraversa per intero il piazzale sterrato del rifugio pervenendo alla strada asfaltata di accesso allo stesso, la si segue in salita a destra oltrepassando una sbarra solitamente aperta, poco dopo sulla sinistra la vista spazia sull’ultimo terzo del 3V, dal Monte Guglielmo a Urago Mella, allungandosi più oltre alla Presolana e, se l’aria è molto limpida, al Monte Rosa. Ignorando la deviazione che a sinistra sale alla base militare, si entra in un denso bosco e si prosegue a lungo su pianeggiante sterrato. Lasciata alla nostra destra una stazione radio militare la strada compie una larga curva a destra per aggirare, con tratto cementato a balcone sulle cave di Botticino, la sommità del Monte Denno, in lontananza è possibile ammirare il Lago di Garda e il Monte Baldo, a destra Rezzato e la Pianura Padana. Quando la strada volge a sinistra ridiventando sterrata, prendere a destra un sentiero che si mantiene accosto al filo del crinale della Costa di Monte Denno, prima in debole salita poi, superato un poggio panoramico (a cui si perviene con breve digressione attraversando il filare di alberi che delimita sulla destra il sentiero), in più ripida discesa. Si passa a destra di una solitaria casa e poco dopo si riprende la strada sterrata seguendola verso destra.

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Quando la strada sale a destra per terminare contro il cancello della ponte radio della Stazione di Monte Salena, prendere a sinistra un evidente sentiero che si abbassa nel bosco per costeggiare la recinzione di detta stazione radio per poi risalire brevemente. Si prosegue con tratto pianeggiante e quando un sentiero si alza a destra per portarsi a un capanno, imboccare il sentiero che scende dritto. Stando attendi a non farsi ingannare da alcune tracce che si dipartono sulla sinistra, scendere parallelamente a filo del crinale (un bivio risale brevemente a destra ma è invero indifferente andare dritti in discesa). Dopo aver perso un poco di quota arriviamo ad un tratto dove il bosco improvvisamente svanisce, fatti alcuni metri una secca curva a sinistra riporta nel fitto della vegetazione. Oltrepassato il breve un muro di arbusti, il sentiero si trasforma in stradina, immediatamente questa curva a destra, segue un tornante a sinistra (in alto a destra è visibile un capanno di caccia) e poi un’ampia curva a destra porta alla Pozza del Sansì, dove da sinistra arriva una strada sterrata. Andare a destra e, passando sulla sinistra della recinzione che protegge il buco del Capriolo, dirigersi verso una piccola casa che si costeggia sulla sinistra per poi riprendere a scendere sul filo del crinale. La discesa si fa ripida, segue un tratto dove diverse piccole rocce affiorano dal terreno rendendo il cammino incerto e difficoltoso, al suo termine si perviene ad un incrocio. Andare a destra per passare molto accosti alla Casina di Pino (Roccolo del Monte Salena), scendere alcuni gradini e il successivo scabroso saltello roccioso, poi il sentiero torna bello, volge a est e, in lieve discesa, dopo essere diventato larga stradina in terra battuta, porta alla cascina di San Vito.

IMG_8878Da destra arriva la strada di accesso che sale da San Gallo, la si ignora per andare a sinistra seguendo la sua sterrata continuazione, in breve si scende in direzione del Colle di San Vito e dell’omonima chiesetta. Qualche metro prima di raggiungerla si volta a sinistra per scendere un piccolo praticello con qualche albero di conifera e imboccare l’evidente sentiero della Val Salena. Scendendo direttamente nella valle si perde un poco di quota, poi il sentiero volge a destra spianandosi. Con pendenza assai minore si giunge ad un bivio, dritti si sale alla Casina del Lat (sorgente), andare a sinistra puntando sul fondo della Val Salena, poco dopo si attraversa il torrente portandosi in destra orografica del valloncello, dopo una cinquantina di metri si riattraversa il torrente riportandosi in sinistra orografica. Si sale leggermente di quota per poi riprendere la discesa, si ignora una deviazione a destra che con vari ripidi tornanti scende verso il torrente e si prosegue per un lungo tratto di discesa dove occorre prestare attenzione, specie se bagnato, alle diverse placche rocciose. Persa parecchia quota il sentiero volge a sinistra e, lambendo il lato meridionale della radura prativa sommitale del Monte Frattina, sale lievemente per poi riprendere a scendere. A un trivio andare a destra in discesa e in breve si esce dal bosco pervenendo a una bella e ampia radura erbosa con santellina nel mezzo. Un muro ne cinge il lato occidentale, lo si raggiunge per seguirlo verso destra pervenendo alle prime case di Nave. Andare a destra per via Faldenno, si attraversa via Civelle continuando su via Minera che si segue fino a dove termina contro il muro di cinta dell’ex ferriera Fenotti e Comini di cui al di là del muro si possono vedere i ruderi. Prendere a destra per via Carbonini fino al primo incrocio, volgere a sinistra per via Bologna e in breve si perviene alla chiesa di San Rocco (sulla destra): incrocio con la strada principale di Nave (via Trento).

IMG_9168Attraversata con molta attenzione la trafficata strada imboccare sul lato opposto via Monte Grappa che si segue fino al suo termine. Volgere a destra per via Dernago e, fatti pochi metri, andare a sinistra per via Montecchio. Quando la strada si restringe, svoltare seccamente a sinistra infilando un vicolo che porta a delle case a schiera, andare a destra per Traversa Seconda via Moia e procedere fino al suo termine dove a sinistra si imbocca una stradina cementata. Salire ripidamente tra due muri, presto la strada diviene sterrata, ignorare a destra un bivio e procedere in direzione nord-nord-ovest. Avanti a noi sulla sinistra si vede lo stretto solco della Val Listrea, alla cui origine, in basso, si scorgono le case della frazione Piezze alle quali ci si avvicina sensibilmente per poi lentamente tendere a destra e, tagliando il versante nord-ovest del Monte Montecca, inoltrarsi nella Valle del Rio Sant’Antonio in direzione del Monte Rozolo, mentre sulla sinistra, dietro il Monte Rinato, sempre più evidente appare la vetta del Monte Porno. Oltrepassata Cà Ecia (cascina e prati sopra a destra; capanno sotto a sinistra) prima in discesa e poi in piano, con larga curva a sinistra ci si porta verso il centro del valloncello giungendo alla strada che sale da Piezze. Andare a destra e all’imminente bivio prendere la strada di sinistra che sale con un ripido tratto cementato. Alternando sterrato e cemento si sale nel bosco oltrepassando alcuni prati con cascine riprendendo man mano direzione nord-nord-ovest. Un ripidissimo cementato tratto esce dal bosco e conduce alla chiesa di Sant’Antonio di Padova in Seradello dove i bei prati e alcuni tavoli invitano ad una pausa rigenerante; sul retro della chiesetta una fontanella permette anche il rifornimento idrico.

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IMG_8375Dopo essersi adeguatamente riposati prendere la strada che prosegue oltre la chiesa seguendola finché sulla destra appare un ampio dosso erboso con al centro una casa e sulla sinistra in alto s’intravvede Cà della Rovere. Poco più avanti la strada spiana e la si abbandona per imboccare a sinistra il sentiero che si accosta a Cà della Rovere. Oltrepassata la cascina e la relativa caratteristica fontana, il sentiero volge a sinistra e, con un tratto scavato e molto rovinato, inizia a risalire ripidamente il versante orientale del Monte Porno. Guadagnati cento metri di quota inizia un bel piano diagonale a destra, a metà del quale, badando alla testa, si sottopassa il traliccio di un elettrodotto. Ignorata una deviazione che sale a sinistra continuare ancora un poco in piano per poi svoltare a sinistra e riprendere a salire, prima nel bosco poi su terreno aperto dove, ignorando una franosa e faticosa traccia che sale a sinistra lungo la linea di massima pendenza, si segue il più comodo sentiero scavato che, con vari tornanti, risale altri centocinquanta metri per poi riprendere, pianeggiante, il diagonale a mezza costa verso nord-nord-ovest. In breve si arriva al grande roccolo del Pater che si aggira sulla sinistra. Superati alcuni quasi svaniti alti scalini, volgendo a sinistra, ci si allontana un poco dalla baracca del roccolo per prendere sulla destra un sentiero che si alza nel bosco. Fatti alcuni stretti tornanti si supera un breve canalino di terra e pietre per poi, con minore pendenza, svoltare gradatamente verso sinistra e innestarsi nel sentiero che sale dalla Cascina Cocca. Lo si segue in salita a destra e in breve si perviene ai prati di Conche, alla destra in alto il Santuario, davanti l’edificio della Foresteria al quale si arriva superando un breve ma ripido pendio erboso; a destra gli ultimi pochi passi portano al Santuario di Conche.

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Relazione fotografica

flickr

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Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
 Brescia – inizio via San Gaetanino 0:00
 1° tornante dopo San Gottardo 1:00
 Spiazzo sopra Dosso Torre 0:30
 Ristorante Grillo 0:30
Cascina Colle San Vito 1:00
Chiesa San Rocco a Nave 0:45
Chiesetta di S. Antonio 0:50
Ca della Rovere 0:15
Pater 0:50
Santuario della Madonna in Conche 0:20
TEMPO TOTALE 6:00

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Sentiero 3V il documentario del giro inaugurale


Ieri vi ho raccontato, col mio stesso vissuto, come è nato questo straordinario percorso (se non l’hai ancora letto, leggilo: Il sentiero 3V “Silvano Cinelli”), oggi condivido questo straordinario emozionante documento storico: il filmato prodotto subito dopo il giro inaugurale, realizzato con le riprese fatte durante lo stesso.


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Il Sentiero 3V “Silvano Cinelli” (Val Trompia – BS)


IMG_8745Un giovane uomo, attratto dai percorsi di cresta, aveva iniziato a studiare un itinerario escursionistico che da Brescia portasse al Giogo del Maniva seguendo fedelmente tutto il filo dello spartiacque. Al momento aveva solo segnato sulla carta IGM una prima parte del tracciato, quella che da Sant’Eufemia, ai tempi piccolo borgo ben distaccato dalla città, giungeva alla Cascina Dragoncello passando per la Maddalena e il Colle di San Vito.

Un giorno il padre, ai tempi presidente di una società escursionistica bresciana e attivamente impegnato per dare uno spirito comune alle diverse associazioni locali che operavano distintamente e, talvolta, guardandosi in cagnesco l’una con l’altra, casualmente vide la carta e chiese al figlio cosa stesse facendo. Immediatamente vide nel progetto ciò che serviva per pervenire al suo obiettivo di comunione tra le associazioni, lo estese aggiungendogli mentalmente anche la via del ritorno a Brescia e si mise immediatamente al lavoro per riunire i vari responsabili invitandoli a collaborare per la creazione del percorso.

IMG_9412Il giovane uomo era presente alla prima riunione indetta dal padre, sua era l’idea e a lui spettava il compito di descriverla. Ricorda l’interesse di alcuni e l’indecisione di altri, ricorda un acceso dibattito: ai tempi quello che oggi viene impropriamente chiamato trekking non esisteva, anzi, forse manco esistevano percorsi a tappe di tale lunghezza e connotazione, l’idea precorreva i tempi, dava i natali a un nuovo concetto di cammino e se alcuni ne risultavano fortemente stimolati, altri n’erano al contrario intimoriti. Il giovane ormai vecchio uomo non ricorda come si chiuse quella riunione e non ricorda d’essere stato presente a successive riunioni, ricorda però che nessuno accennò ad una propria elaborazione di analoga idea escursionistica (cosa accampata da qualcuno anni dopo, quando si decise di dedicare il sentiero al padre del giovane uomo), ricorda i discorsi a volte sconsolati che in merito il padre faceva, ricorda le arrabbiature del padre, i contrasti e le difficoltà che dovette superare, ricorda della sua caparbietà che lo portò al fine a raggiungere il primo importante traguardo: la formazione del gruppo operativo e l’avvio dei lavori di pulizia e tracciatura del percorso.

Passarono i mesi, il progetto evolveva. Nell’estate del 1981 finalmente i segni bianco-azzurri avevano dipinto l’intero anello e venne programmato il giro inaugurale. Motivi di lavoro impedivano al giovane uomo di parteciparvi, sconsolato dovette limitarsi a pensare all’enorme gruppo di persone che, dopo i saluti del Sindaco, si avviavano attraverso la città per raggiungere il punto ch’era stato fissato come inizio del sentiero, sentiero cui era stato dato il nome di 3V da tre valli, le tre valli che andava idealmente a percorrere: la Val Trompia di cui effettuava l’intero periplo, la Val Sabbia che costeggiava nel tratto di andata da Brescia al Maniva e la Val Camonica della quale scorreva il crinale sinistro orografico tornando dal Maniva a Brescia.

IMG_8893Qualche giorno dopo, non ricorda come, non ricorda da chi, non ricorda a che ora, il giovane uomo ricevette una notizia: “(tuo) papà è morto!” Non ricorda la sua reazione, ricorda solo un rientro a casa, un parcheggio nervoso e approssimativo, la moglie sul terrazzo e un grido “mio papà è morto, mio papà è morto!” Qui i ricordi si spengono totalmente per riaccendersi solo alla camera ardente, alle tante persone raccolte attorno alla bara del padre, agli amici d’escursione scesi dalla Pezzeda (luogo dove erano giunti e dove il padre s’era addormentato la sera per non risvegliarsi la mattina e mai più) per assistere al funerale.

Per volere della moglie, mamma del giovane uomo, l’escursione deve continuare, il gruppo risale alla Pezzeda e, seppur con meno goliardia, riprende il cammino per portare a termine questo giro inaugurale tanto sognato, tanto desiderato, tanto voluto dal padre del giovane uomo, marito, padre, nonno meraviglioso, apprezzato fotografo, tenace e, per alcuni, scomoda figura dell’escursionismo bresciano. Il giovane orami vecchio uomo deve a lui, a suo padre, la sua grande passione per la montagna, non ereditata (fu il padre a prenderla dal figlio), ma lentamente assorbita tramite le uscite a funghi insieme al padre (che fin da giovane aveva maturato tale passione ed era uno dei pochi svaghi che da adulto si permetteva coinvolgendone l’intera famiglia), i campeggi dell’oratorio, l’adesione agli scout.

IMG_8138Poco dopo, seppure nel disaccordo e nell’aperto disappunto di alcuni, il sentiero viene opportunatamente e giustamente dedicato al padre del giovane uomo: lui aveva carpito l’idea del figlio, lui l’aveva estesa, lui l’aveva vista come strada per la solidarietà sociale bresciana, lui l’aveva proposta, lui aveva tenacemente lottato contro le infinite difficoltà tecniche e sociali, lui era stato il cuore pulsante del progetto, lui aveva reso materialmente possibile la sua gravidanza, lui ne ha glorificato i natali donando materialmente anima e corpo a questo neonato.

Sentiero 3V “Silvano Cinelli”, così è stato per trentacinque anni, così deve restare per il futuro e per sempre: sentiero 3V “Silvano Cinelli”!

Non avevo mai fatto il giro completo, anzi, molti erano i tratti dell’anello a me totalmente sconosciuti, così per onorare il lavoro di mio padre ho deciso di percorrerlo in tappa unica, aggiungendovi la solitaria per rendere la cosa ancor più profonda e personale, il tutto condito dalla nudità vuoi perché il più possibile nudo ormai vivo e i vestiti male li sopporto, vuoi per mostrarmi al monte esattamente come il monte a me si mostra (spoglio), vuoi per esaltare un sentimento di prostrazione alla natura, anch’essa nuda, e al ricordo, che nudo dev’essere per farsi sincero e profondo.

Un impegno non di poco conto, specie considerando che mai nella mia vita ho camminato così a lungo e per così tanto tempo, devo prepararmici adeguatamente. Nel farlo mi rendo conto che il sentiero a tratti sembra letteralmente abbandonato e, sinceramente, la cosa mi ha fatto arrabbiare non poco visto che da molti anni esiste un coordinamento 3V il cui compito dovrebbe proprio essere in primis quello di mantenerlo in ottimo stato di percorribilità e invece… invece ci sono segni talmente sbiaditi da risultare invisibili, vegetazione che invade le tracce e nasconde la segnaletica, tratti franati o altrimenti impercorribili, bivi dove solo l’intuito può farti scegliere la strada giusta (ma a volte l’intuito non basta e devi aggiungerci le buone gambe per fare metri in più alla ricerca di un segno che t’indichi la giusta via), tabelle segnaletiche male orientate (cosa che nel caso della discesa del Dosso Alto mette anche in serio pericolo l’incolumità di chi si accinge a percorrere tale variante spedendolo su un pendio estremamente ripido e pericoloso quando a pochi metri di distanza ne esiste altro ben più semplice e molto meno pericoloso), tempistiche non uniformi e incoerenti (in alcuni casi fatte con maniche giustamente larghe, in altri fanno pensare alla percorrenza in moto piuttosto che a piedi, raramente calcolate pensando all’intero giro). Nel farlo mi accorgo che la guida risulta obsoleta e la nuova cartina di certo da sola non può bastare, anche perché alcuni dati sono riportati in modo non uniforme (per quasi tutte le varianti vengono dati i tempi della singola variante, in altro caso dell’intero tratto). Nel farlo rilevo che la mia idea originale, seguire il più fedelmente possibile in crinale spartiacque, è stata in molte parti disattesa, a volte giustamente, ma il più delle volte senza giustificato motivo. Da qui la decisione di creare sul mio blog una sezione dedicata al sentiero 3V che sento anche mio, di individuare le varianti necessarie a rettificarne il percorso in ragione della mia idea originaria, di riscriverne la relazione, di operare in prima persona per pubblicizzarlo (se viene frequentato in buona parte la manutenzione diviene automatica) e mantenerlo.

Questo è solo il primo di tanti articoli che riguarderanno il sentiero 3V “Silvano Cinelli”, sono già pronte le relazioni delle prime tre tappe e di alcuni sotto anelli che ho elaborato per i mei allenamenti, sottoscrivete il blog (vedi menù laterale) per mantenervi informati sulle novità e registratevi tra gli amici di Mondo Nudo per ricevere informazioni sulle attività pratiche che presto ci vedranno calcare proprio le tracce del sentiero 3V “Silvano Cinelli” (la nudità, così come l’abbigliamento, è sempre facoltativa).

A presto!

Dati statistici del sentiero 3V “Silvano Cinelli”

Tappe classiche Da 7 a 9
Consiglio personale Farlo con sacco a pelo e leggerissima tendina di emergenza dando più equilibrio alle tappe.

Percorso facile

Adatto a chiunque ma sinceramente anche il meno interessante visto che evita quasi tutte le cime. Ne propongo una versione da me elaborata per evitare il tratto di arrampicata presente nella salita verso la vetta del Guglielmo, del quale ne evita la salita (comunque possibile con breve digressione).

Lunghezza (approssimativa) 134km
Dislivello totale (approssimativo) 7280m
Tempo di percorrenza (puro cammino) 42 ore e 30 minuti

3V facileClicca sull’immagine per accedere alla mappa interattiva

Percorso intermedio

È quello che più consiglio; simile a quello difficile ma evitandone i tratti più impegnativi. Ne propongo una versione da me elaborata per evitare il tratto di arrampicata presente nella salita verso la vetta del Guglielmo, senza però rinunciare a questa vetta.

Lunghezza (approssimativa) 137km
Dislivello totale (approssimativo) 8240m
Tempo di percorrenza (puro cammino) 50 ore e 30 minuti

3V intermedioClicca sull’immagine per accedere alla mappa interattiva

Percorso difficile

Presenta alcuni tratti di facile arrampicata o/e particolarmente esposti, richiede esperienza. Sto rivedendolo con l’individuazione di alcune varianti non ufficiali che permettono di estendere al massimo la logica dello spartiacque, logica che era la base del mio progetto iniziale, quel progetto che mio padre trovò e trasformò in un dato di fatto.

Lunghezza (approssimativa) 134km
Dislivello totale (approssimativo) 8300m
Tempo di percorrenza (puro cammino) 49 ore e 30 minuti

3V difficileClicca sull’immagine per accedere alla mappa interattiva


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#TappaUnica3V: tabella di marcia


Siamo agli sgoccioli, fra quindici giorni si parte per il finale (o anche no!) di questo che è diventato un bellissimo grande viaggio attorno a me e alla montagna. Sebbene l’ultimo allenamento fatto, quello che mi ha portato a percorrere una bella fetta del 3V, sia andato, dal punto di vista dei tempi di marcia, meno bene di quanto mi aspettavo (ventisette ore invece delle ventitré programmate) sono comunque rimasto pienamente soddisfatto del mio rendimento psicologico e fisico: nonostante le diverse ore funestate da vari dolori in varie zone del corpo (testa, schiena, stomaco, diaframma, polpacci, piedi e altro), il conseguente calo emotivo che mi ha fatto ragionare su come interrompere il giro o, quantomeno, ridurlo sensibilmente in dislivello, la notte passata girovagando nei fitti boschi soprastanti Bovegno alla ricerca di sentieri complicati e poco visibili, la ciliegina sulla torta di un bel cinghiale che mi sbarrava la strada e quella ancor più pesante di un lungo e faticoso costone erboso nel quale il sentiero era nottetempo praticamente invisibile, ecco dopo tutti questi inconvenienti il mio cammino è continuato imperterrito fino alla fine, risalendo ogni  rilievo previsto, ivi compresa l’impegnativa (escursionisticamente parlando) salita diretta all’Almana, con un recupero di energie secco e improvviso avvenuto a tre quarti di giro grazie ad una semplice colazione al rifugio Almici: panino con la coppa e calicino di vino. Certo la fatica fatta mi ha fatto meditare a lungo sull’opportunità di concedermi alcune ore in più, alla fine però, considerando che per quest’ultimo giro di allenamento ero partito in stato fisico non ottimale e che con un aumento dei punti di rifornimento potrò ridurre il peso dello zaino, mi sono deciso per mantenere le quaranta ore del progetto iniziale ed ho finalizzato la mia tabella di marcia nel rispetto di tale tempistica.

Come sempre accade, negli ultimi giorni che precedono una partenza si manifestano avvenimenti che la ostacolano o, comunque, la complicano, tra questi quello che, al primo momento, mi è calato sulle spalle come una mannaia: l’indisponibilità di chi s’era preso carico di farmi da supporto per i punti di rifornimento. Certo un poco me l’aspettavo visto che TappaUnica3V l’ho programmata in giorni feriali, ma a questo punto, dopo otto mesi dal suo annuncio, orami m’ero convinto di poterne disporre con certezza (il tempo per accorgersi del periodo era stato decisamente più che sufficiente). Potrei ancora spostare la data della partenza e per qualche ora ci ho anche pensato, ma non mi piace come idea, intanto perché dovrei rinunciare alla luna piena, poi perché ho sempre odiato questi cambiamenti di programma, infine perché la scelta era stata fatta in funzione anche di vari altri parametri (meno gente sul percorso pertanto una solitaria più solitaria, meno problemi per la mia nudità e minore possibilità d’incontrare chi possa rallentarmi o addirittura fermarmi, come già successo più volte durante gli allenamenti, con chiacchiere o richieste di informazioni: durante il giro dovrò rispettare precisi tempi di marcia e ogni distrazione comporterà la necessità di recuperi che potrebbero risultare deleteri ai fini della riuscita finale) che verrebbero tutti inficiati, indi confermata pure la data di partenza che rimane inderogabilmente, con qualsiasi condizione atmosferica, il 20 luglio. Se qualcuno si vuol occupare del supporto logistico (rifornimenti) è benvenuto, altrimenti mi arrangerò: tutti i punti rifornimento sono stati appositamente collocati in corrispondenza di strutture della ricezione turistica, posso sempre chiedere un loro piccolo appoggio, oppure andare a nascondere in loco il pacchetto del rifornimento.

A questo punto ecco di seguito la mia definitiva tabella di marcia; ovviamente l’unico orario certo è quello di partenza, farò di tutto perché lo sia anche quello di arrivo ma non posso prometterlo, mentre gli altri vanno intesi come approssimativi, anche perché in alcuni tratti, in funzione delle mie condizioni e di quelle della montagna (ambedue imprevedibili fino al momento stesso) potrei magari tentare delle accelerazioni per potermi concedere qualche minuto di riposo (così come è la tabella li prevede solo ai quattro punti di rifornimento: 30 minuti per quello del Bonardi, 15 minuiti per gli altri); nel caso di passaggi anticipati a volte potrei decidere di fermarmi a riposare, altre, in ragione del mio stato di forma, no; in caso di, spero inesistenti, passaggi ritardati evidentemente non ci sarà fermata. La prossima settimana dovrei poter aprire la pagina con la quale chi lo desidererà potrà seguire il mio cammino in tempo quasi reale (aggiornamento della posizione ogni 3/5 minuti).

· Partenza da Brescia, inizio via San Gaetanino giorno 20 ore 03.00
· Ristorante Grillo in Maddalena giorno 20 ore 04.30
· Colle di San Vito giorno 20 ore 05.20
· Chiesa di San Roco a Nave giorno 20 ore 06.00
· Santuario di Conche giorno 20 ore 08.00
· Passo del Cavallo giorno 20 ore 09.15
· Passate Brutte giorno 20 ore 11.15
· Chiesetta degli Alpini al Campo del Gallo giorno 20 ore 11.45
· Punta di Reai giorno 20 ore 13.10
· Lodrino – Agriturismo Isola Verde (rifornimento 1 – 15 minuti) giorno 20 ore 13.55
· Passo del Termine giorno 20 ore 15.45
· Piani di Vaghezza giorno 20 ore 16.20
· Monte Ario giorno 20 ore 17.40
· Passo di Prael giorno 20 ore 18.35
· Corna Blacca giorno 20 ore 19.35
· Passo delle Portole giorno 20 ore 20.05
· Cima del Dosso Alto giorno 20 ore 20.45
· Giogo del Maniva giorno 20 ore 21.45
· Hotel Locanda Bonardi al Maniva (rifornimento 2 – 30 minuti) giorno 20 ore 22.00
· Monte Dasdana giorno 20 ore 23.30
· Goletto di Cludona giorno 21 ore 00.10
· Monte Crestoso giorno 21 ore 01.10
· Monte Muffetto giorno 21 ore 03.40
· Colle di San Zeno – Rif. Piardi (rifornimento 3 – 15 minuti) giorno 21 ore 06.00
· Monte Guglielmo giorno 21 ore 07.45
· Croce di Marone giorno 21 ore 08.45
· Forcella di Sale giorno 21 ore 09.00
· Punta Almana giorno 21 ore 10.00
· Croce di Pezzolo giorno 21 ore 10.20
· Santa Maria del Giogo giorno 21 ore 11.45
· Caposs giorno 21 ore 12.45
· Zoadello Alto – Vineria Zoadello (rifornimento 4 – 15 minuti) giorno 21 ore 13.05
· San Giovanni di Polaveno giorno 21 ore 14.00
· Uccellanda della Colmetta giorno 21 ore 15.05
· Monte Magnoli giorno 21 ore 16.05
· Quarone di sotto giorno 21 ore 16.30
· Passo della Forcella di Gussago giorno 21 ore 17.15
· Monte Peso giorno 21 ore 18.05
· Monte Picastello giorno 21 ore 18.40
· Urago Mella giorno 21 ore 19.00

 

#TappaUnica3V, Tapponi 1 Emanuele 0


Fino a oggi tutto era filato liscio ed ero riuscito a portare a termine ogni itinerario ideato ed eseguito, compreso il lungo percorso da Brescia a Vesalla, una quarantacinque chilometri con oltre duemila metri di dislivello, così sono partito senza la benché minima preoccupazione, dando solo un’occhiata ad un possibile modo per accorciare un poco la strada all’inizio della seconda parte, il ritorno verso Brescia. Invece… invece a un terzo del cammino sono sorti i problemi e alla fine ho dovuto interrompere il giro a metà: tapponi 1 Emanuele 0.

Sabato 14 maggio

Come preannunciato, sebbene, visto il tempo e gli impegni di lavoro che mi hanno affaticato, svegliandomi ad orario più abbordabile (le quattro anziché l’una), parto per effettuare l’anello basso del 3V, un giro che ho ideato studiando un percorso che mi permettesse di raccordare la prima e l’ultima tappa del sentiero 3V: Brescia, Maddalena, San Vito, Nave, Conche, Cocca, Dosso Vallero, Monte Predosa, Maison des Sons, Villa Carcina, Casa Pernice, Magnoli, Quarone, Stella, Monte Peso, Monte Picastello, Urago Mella. Di certo quarantacinque chilometri con tremila metri di dislivello.

Per evitare l’attraversamento della città in stato di affaticamento, parcheggio l’automobile in zona Urago Mella, per la precisione al grande parcheggio tra lo stadio del rugby Fiumicello e il parco polivalente, a quest’ora totalmente deserto e piuttosto buio. Alle cinque puntuale mi incammino, poco dopo, però, noto un parcheggio più illuminato e affollato per cui, per marciare più tranquillo, decido di spostare la macchina perdendo così quindici minuti sulla tabella di marcia.

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Brumoso arrivo in Maddalena

Cinque e un quarto m’incammino definitivamente e attraverso la città a passo sostenuto al fine di recuperare il tempo perso, purtroppo, avendo calcolato ad occhio il tempo necessario a percorrere tale tratto di strada (avevo previsto mezz’ora e mezz’ora ci ho messo, trattandosi di quattro chilometri di più era materialmente impossibile senza mettersi letteralmente a correre), arrivo all’inizio della salita di Via San Gaetanino con lo stesso identico ritardo. Ve beh, avrò modo di recuperare più avanti, qui meglio andare al passo previsto. Così risalgo verso la Maddalena tenendo un passo che a mio parere è lento e invece arrivo in cima con un ritardo dimezzato. Il tempo di mandare il primo messaggio a casa e sostituire ai pantaloni i pantaloncini leggeri, poi riparto. Ora la strada è pianeggiante e lo resterà per un bel pezzo potrei tentare di completare il recupero ma preferisco risparmiarmi e mantengo un passo costante che mi appare sufficientemente lento. Inizia la discesa verso San Vito, il sentiero è molto infangato e in alcuni tratti devo stare attento a non scivolare. Eccomi a San Vito, senza sosta mi avvio sul sentiero della Val Salena che mi preoccupa in quanto nel precedente passaggio, fatto in un periodo di secco, ero scivolato più volte. In effetti il fango è tanto ma talmente tanto e molle da agire sulle scarpe come una ventosa e così, a parte i passaggi sulle tante pietre, scendo senza problemi. A metà discesa incontro due signore che stanno salendo e mi chiedono “dove porta questo sentiero?” Volentieri, anche se questo mi costa almeno dieci minuti, dò loro tutte le informazioni, comprese le indicazioni per un itinerario di rientro più agevole (una delle due indossa scarpe del tutto inadeguate alle condizioni odierne del sentiero e già sta tribolando in salita, dimostrandosi molto preoccupata per la discesa).

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L’imbocco del sentiero della Val Salena

A Nave secondo messaggio a casa e si riprende a salire, imbocco una strada con ripidissimi tratti cementati, ma le gambe girano alla grande e il fiato le supporta a pieno. Abbandono la Val Listrea e inizio l’aggiramento del Monte Porno (che pudicamente è stato trasformato in Pornio sulle tabelle segnaletiche presenti in zona). Manca poco alla chiesetta di San Antonio e su un tratto pianeggiante della strada all’improvviso appaiono i primi problemi, una cosa strana che non avevo mai rilevato nelle precedenti escursioni, mi capita solo quando cammino a lungo in piano sulla strada asfaltata e con le normali scarpe: indurimento dei muscoli tibiali. Un segnale? Per un attimo ci penso, mi preoccupo ma quando la salita riprende il problema svanisce completamente per cui mi tranquillizzo e procedo a quello che mi appare passo normale. Oltrepasso la Cà della Rovere e imbocco la ripida salita sul versante occidentale del Monte Porno, qui il sentiero è scavato e presenta diversi salti sassosi dove i quadricipiti devono lavorare parecchio. La cosa, visti gli allenamenti precedenti e l’ottima loro risposta nelle due ultime uscite, non mi preoccupa ma dopo poco il sinistro inizia a dare segni di affaticamento. Rallento il passo e adotto una respirazione profonda e controllata, inserendo dei tempi di reidratazione più brevi, un tratto pianeggiante mi aiuta a recuperare e sulla successiva salita anche questo problema pare essere svanito. Pare, ho detto, infatti è solo apparenza, risaliti un duecento metri di dislivello ecco che sui tratti più ripidi e scabrosi il dolore si ripresenta, ora anche al destro e ai polpacci, ma sono all’inizio di un altro tratto pianeggiante dove tutto svanisce.

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Scorcio alla chiesetta di Sant’Antonio

Arrivo al Pater senza dolori e rinfrancato, per sicurezza mi concedo cinque minuti di sosta durante i quali assumo una pastiglia energetica e mi reidrato con dovizia. Messa nella tasca dei pantaloncini una barretta energetica riprendo il cammino e in breve supero la salita a tratti dura che porta al bivio sotto le Conche. Come programmato non salgo al santuario ma scendo direttamente verso la Cocca, qui giunto individuo e imbocco il sentiero che porta verso il Dosso Vallero. La salita è subito ripidissima, i polpacci rispondono benissimo meno i quadricipiti che danno qualche lieve fitta di dolore: inizio a preoccuparmi, a temere che mi sarà difficile portare a termine il giro programmato. Difficile, non impossibile, comunque, anche perché il dolore appare solo sui tratti più ripidi e fra poco avrò una lunga discesa che mi permetterà il recupero, vedremo!

Fra poco? Ehm, qui si continua a salire, ogni tanto tratti pianeggianti ma che vengono sempre abbandonati quasi subito. Passo dopo passo, stringendo i denti, finalmente ecco la vetta del Dosso Vallero alla quale arrivo percorrendo gli ultimi cento metri con i quadricipiti scossi dai crampi. Tranquillo, da qui in avanti dovrebbe esserci solo una salita di sessanta metri e poi tutta discesa. Messaggio a casa, barretta energetica, reidratazione abbondante e via lungo la bella discesa in una stupenda faggeta. In breve sono alla sella delle Poffe, attraverso la strada asfaltata e imbocco il sentiero che in breve mi porta alla vetta del Monte Predosa, l’ultima salita stando ai miei rilievi. Errore, dopo una rigenerante discesa ecco che si riprende a salire e salire e salire, non si smette di salire e che razza di salita, fortunatamente riesco a gestire molto bene il cammino e i crampi non si manifestano, solo dolori. Arrivo al bivio col sentiero che scende direttamente a Concesio, per un attimo penso di prenderlo e finirla qui, poi decido di procedere ancora sulla strada prevista, fra poco è sicuramente, sicuramente, discesa. In pochi minuti sono alla Maison des Sons, un bel capanno dove approfitto di una comodissima panchina in legno e mi concedo una bella sosta per mangiare la mela che m’ero all’ultimo messo nello zaino: che soddisfazione, peccato che le mele siano troppo pesanti, sarebbero di certo un piacevole contributo alimentare per il mio giro finale. Messaggio a casa preannunciando che probabilmente interrompo il giro a Villa Carcina: la speranza è sempre l’ultima a morire, ma qui si è fatta proprio un lumicino, anche perchè il ritardo accumulato si è fatto prossimo all’ora.

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La Maison des Sons

Una tabella segnaletica all’inizio della discesa indica due ore a Pregno, frazione di Villa Carcina, giustappunto poco più di quello che avevo calcolato basandomi sulla relazione trovata in Internet che, tipicamente, dava solo i tempi di salita. La prima parte della discesa è comoda e su un fondo regolare e morbido, ottime condizioni per favorire un bel recupero muscolare, procedo a passo regolare e, a mio parere, piuttosto lento, a mio parere però: raggiungo, supero e d’un baleno allontano altri due escursionisti. Forse sono loro ad essere molto lenti e procedo allo stesso passo visto che mi risulta confortevole. Il sentiero si allarga e sfocia su una strada sterrata, presto iniziano i tratti cementati e dove c’è cemento ci sono pendenze rilevanti che anche in discesa sollecitano i quadricipiti. Spero che siano solo brevi tratti e inizialmente è così ma poi diviene una costante interminabile ripidissima discesa: i miei quadricipiti iniziano a stridere chiedendo tregua, ormai è certo: “giunto a valle non risalgo l’altro versante per riportarmi sul 3V ma rientro a Brescia seguendo la strada provinciale”.

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Prati sopra Pregno

Alla faccia del passo lento In un’ora sono a Villa Carcina, davanti a me vedo distintamente i tre percorsi che riporterebbero sul 3V, cavolo non sembrano neanche tanto terribili, con un’ora di sosta sono sicuro che sarei in grado di procedere secondo programma, ma questo vorrebbe dire fare buio e mettere in agitazione che mi aspetta a casa, lascio perdere e desolato m’incammino lungo l’affollatissima provinciale della Val Trompia. Dimentico della pedo ciclabile esistente lungo il Mella, oltrepasso le varie frazioni di Concesio e arrivo alla Stocchetta dove finalmente penso alla ciclabile che vado prontamente ad imboccare, rientrando, dopo dieci ore e venti dalla partenza, a Urago con un ultimo confortevole tratto relativamente lontano dal traffico.

Togliendo la borraccia floscia dallo zaino rilevo che, contrariamente alle mie impressioni, ho bevuto molto, troppo poco: un solo litro! Devo imparare a percepire meglio la quantità di liquido bevuto, nel giro finale non potrò permettermi errori d’idratazione e mineralizzazione.

Rientrato a casa, dopo un bel bagno caldo, prendo la mia tabella di marcia con le indicazioni orarie dei vari passaggi e faccio qualche conto: altro che passo lento, sebbene in alcuni tratti ho effettivamente perso tempo, i miei tempi di marcia sono stati quasi sempre sotto i tempi previsti (calcolati con la solita riduzione del venti per cento rispetto a quelli di tabella) e in alcuni casi anche abbondantemente, per altro le cartine senza curve di livello m’hanno in un caso notevolmente ingannato facendomi pensare a un lungo tratto di discesa e invece era di salita).

Va bene, alla fine posso comunque essere soddisfatto: sono comunque rientrato a casa con le mie gambe mantenendo un chilometraggio simile a quello previsto, il dislivello coperto è comunque notevole, tra i tratti fatti più velocemente ci sono proprio quelli dove più forte era il dolore ai quadricipiti, i dieci chilometri pianeggianti da Villa Carcina a Urago li ho fatti in un’ora e mezza ovvero marciando a sette chilometri all’ora, infine, bella preparazione a quella che sarà la parte terminale di TappaUnica3V, ho camminato per sette ore dopo i primi segni di affaticamento alle gambe.

Dai, dai, tapponi 1 Emanuele 0,6. Pronto a prendermi la rivincita eheheh!

#TappaUnica3V: freddo e… bronchite, sic!


Avevo programmato per l’inizio di maggio di mettermi alla prova con i primi tapponi, uscite che andassero oltre i cinquanta chilometri e le dodici ore di cammino standard, invece… il brusco abbassamento della temperatura con sbalzi notevoli tra ombra e sole, ma soprattutto il freddo glaciale presente all’interno degli ambienti in cui lavoro, m’hanno provocato una bella bronchite quindi su intenso sollecito di mia moglie ho rimandato i tapponi.

Ovviamente non sono stato del tutto fermo e alla ginnastica da casa ho abbinato due uscite, la prima brevissima ma compiuta ad un ritmo elevatissimo, la seconda più sostenuta fatta in compagnia di Alessandro ad un ritmo meno sostenuto.

N.B.

Dal momento che alcuni me l’hanno richiesto sottolineo nuovamente che questi articoli sono solo racconti di viaggio, le relazioni tecniche dei vari itinerari percorsi le realizzerò e le pubblicherò appena mi sarà possibile dedicarci il tempo necessario, che, per mia abitudine, comprende in molti casi anche la verifica sul terreno della relazione stessa.

Sabato 30 aprile

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Viste le mie condizioni di salute attendo l’alzata del sole prima di mettermi in movimento e arrivo al parcheggio del santuario della Madonna del Mangher (Vallio Terme) che sono le nove passate. Qui trovo le vetture della protezione civile, ambulanze e soccorso alpino: c’è in corso un’esercitazione e devo ritornare verso valle per trovare un parcheggio libero. Poco male, allungo il giro di circa un chilometro.

Meta dell’escursione odierna è la Rocca di Bernacco, obiettivo quello di testare le gambe e il fiato dopo la lunga semi pausa, ma anche quello di capire dove e perché l’altra volta avevo sbagliato il percorso di discesa.

Parto immediatamente a tutta e senza risparmiarmi risalgo la ripidissima strada asfaltata; le gambe girano alla grande, leggermente meno il fiato ostacolato dalla tosse e dal catarro che ostinatamente non vuole staccarsi dai bronchi. In ogni caso in un tempo per me record sono alla grossa cascina al termine della strada. Da qui invece di seguire il solito sentiero procedo direttamente per il filo della cresta che porta alla base del versante meridionale della rocca, un ripido prato con alcuni tratti di franose roccette e qualche albero. Senza sosta e senza esitazione mi slancio direttamente sulla linea di massima pendenza, a tratti quasi verticale, e in una decina di minuti sono in vetta.

IMG_9093Breve contemplazione del paesaggio, qualche foto a quello che resta dell’antico castello e poi via per scendere. Senza correre per non sovraccaricare le ginocchia che nelle ultime uscite avevano dato segni di stanchezza, velocemente scendo il ripido sentiero e arrivo al bivio che la volta scorsa avevo scavalcato: piccolo e appena percettibile sentiero che, a destra, taglia a mezza costa il prato parallelo al sentiero di discesa appena percorso; ok, gli occhiali bagnati dalla pioggia e l’evidente traccia di passaggio che procede lungo il crinale di discesa mi avevano ingannato, tutto chiaro. Questa volta non sbaglio e in breve sono alla larga traccia che porta verso la strada del Monte Ere.

IMG_9101Dalla strada rientro a Vallio per il sentiero della valle di Oriolo per poi risalire al santuario con un tratto del giro delle contrade. Arrivo all’auto che ancora non è mezzogiorno: sette chilometri, cinquecento metri di dislivello fatti in quaranta minuti, 2 ore di tempo totale (comprese alcune divagazioni esplorative), le gambe ancora belle pimpanti e il fiato abbondate… ottimo.

Sabato 7 maggio

Quarto e ultimo allenamento condiviso attraverso il blog di Mondo Nudo, anche stavolta un solo amico ne approfitta: il solito Alessandro di Padova (che ringrazio nuovamente di cuore). Obiettivo farsi 25 chilometri con 1654 metri di dislivello, di cui 1115 in unica tratta nella prima parte del percorso. Partenza dallo stadio di Ponte Zananao, spostamento urbano fino alla località Piazzetto di Gardone Val Trompia, da qui salita alla Punt aAlmana, cresta del Dosso Pelato e via fino a Santa Maria del Giogo per seguire il 3V fino a poco oltre Vesalla da dove abbandonare il 3V e scendere a Ponte Zanano.

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La giornata si presenta magnifica, il cielo è sereno e la temperatura, sebbene ancora freschina, già confortevole. Attraversiamo l’abitato e di getto ci slanciamo sulla ripida salita di via Guarda, al suo termine le pendenze calano anche se al paino si alternano comunque ancora diversi strappi piuttosto ripidi. Procediamo con passo abbastanza sostenuto, sebbene non come quello che tengo quando sono solo. Dopo una mezz’ora noto un cedimento nel mio compagno e allora rallento sensibilmente, così, nonostante le pendenze poco cedano al piano, arriviamo in vista della vetta dell’Almana. Un lungo traverso permette di recuperare gambe e fiato, poi l’ultimo strappo che porta alla vetta dalla quale ci godiamo il fantastico panorama, a picco sotto i nostri piedi il Lago d’Iseo.

IMG_9132Concedo al mio compagno una quindicina di minuti di scarico poi si riparte. Discesona delicata per il terreno franoso e siamo alla Croce di Pezzolo, chiedo ad Alessandro, ormai visibilmente provato, se vuole approfittare della possibilità di rientrare a valle, decide di proseguire e allora via, senza esitazione avanti. Si alternano tratti pianeggianti ad altri di discesa ma anche a intense seppure brevi salite, anche le mie gambe iniziano a dare qualche lieve segno di stanchezza, m’immagino quelle di Alessandro che, infatti, è in preda a forti crampi. Dosando il passo saliamo alla vetta del Rodondone da dove è praticamente è solo discesa, purtroppo una discesa che non concede tregua alle gambe: spuntoni rocciosi o sassi mobili richiedono costante attenzione. Arriviamo al parcheggio di Santa Maria del Giogo e, trovato un angolino erboso soleggiato, ci fermiamo per il pranzo.

IMG_9138Dopo una mezz’ora abbondante siamo pronti a ripartire, di comune accordo si decide di non procedere lungo il percorso programmato ma di prendere qui la via di discesa diretta per Ponte Zanano a cui arriviamo con un’altra ora e mezza di cammino per un totale di 6 ore e sedici minuti soste comprese (5 ore e mezza effettive).

La prova di oggi, sebbene incompiuta, mi ha dimostrato che sono pronto per i tapponi, il primo lo riprogrammo per il prossimo fine settimana: sabato o domenica sveglia all’una e mezza, spostamento in auto a Brescia da dove imboccherò il 3V per salire alla Maddalena, proseguire per San Vito, Nave, Conche poco prima del quale abbandonare il 3V per scendere alla Cocca, risalire al Note Predosa e da qui scendere a Villa Carcina per risalire nuovamente e portarmi al sentiero 3V sull’altro lato della Val Trompia (Cascina Pernice) per il quale rientrare a Brescia. Tremila metri di dislivello, quarantatré chilometri di lunghezza misurati come sempre in modo molto approssimativo (e difettivo) sulle mappe on-line, 13 ore e sedici minuti di marcia, che da qui in avanti sarà tendenzialmente di regolarità per abituarmi al ritmo più blando del giro finale.

#TappaUnica3V, breve intervallo


Dopo un breve periodo di stasi totale dedicato a rilanciarmi sul lavoro, con il morale sensibilmente risollevato dai primi lievissimi vagiti di ripresa, rieccomi in cammino sulle sempre più vivide tracce di TappaUnica3V. Per ora solo due uscite leggere, ma presto dovrò necessariamente passare alle prove di lunghezza e di regolarità le cui tabelle di marcia sono da tempo già posate sul mio tavolo.

Sabato 16 aprile

IMG_9067Allenamento condiviso con gli amici di Mondo Nudo che ricalca uno dei giri già fatti in solitaria: partenza da Caino, salita all’Eremo di San Giorgio per il sentiero 383, discesa al Passo del Cavallo seguendo il 3V, lieve risalita a Boatica e da qui rientro in discesa al punto di partenza.

Al venerdì sera registro una sola partecipazione, avendo (ovviamente) accettato un piccolo incarico di lavoro per il tardo pomeriggio mi accordo con Alessandro per anticipare l’orario di ritrovo ed accorciare l’escursione: invece di scendere al Passo del Cavallo andremo a prendere il sentiero 385 che ritorna direttamente a Caino percorrendo il crinale del Monte Tromet.

La mattina è fresca ma il cielo terso promette bene e infatti, anche con la complicità di un passo piuttosto sostenuto, dopo una mezz’ora di cammino possiamo liberarci dei vestiti. Velocemente risaliamo anche l’ultima ripida balza e perveniamo alla cresta spartiacque tra la valle di Nave e quella di Lumezzane, anch’essa incredibilmente deserta, per la quale in breve siamo all’eremo. Breve pausa per goderci l’ampio panorama che, grazie alla limpida giornata, spazia fino al Lago di Garda e al Monte Baldo, poi ci rimettiamo in cammino.

Salvo due brevi parziali rivestimenti, nudi camminiamo fin quasi al fondo valle, godendoci le piacevoli sensazioni dell’aria e del sole sull’intera pelle, mentre il corpo ci ringrazia per avergli finalmente ridonato il suo più ampio e naturale respiro, è un vero peccato doversi rivestire!

Domenica 17 aprile

IMG_9079Ogni promessa è debito e ora eccoci qua, io e mia moglie a seguire il bel giro dell’itinerario 503 di Gavardo. A differenza di ieri il cielo è grigiastro e a sprazzi compare anche la pioggia, poche grosse gocce che a fatica oltrepassano il mantello foglioso del bosco ma che comunque contribuiscono a mantenere bassa la temperatura.

I chilometri si sommano ai chilometri, salita poi discesa, di nuovo salita, ripidissima asfaltata salita che mette alla prova la resistenza delle gambe e dello spirito. Seduti al bordo di verdi prati, per tetto le fronde di alcuni alberi, ci fermiamo a mangiare qualcosa e poi via di nuovo in camino per l’ultimo tratto di salita a riprendere il sentiero percorso in mattinata. Discesa e, dopo aver percorso un totale di tredici chilometri, siamo di nuovo a Gavardo.

#TappaUnica3V, un attimo di pausa!


Combinazione terribile: taglio ore, cambio contrattuale che ha ora prodotto la prevista batosta fiscale di marzo (speravo di poterla evitare ma niente da fare), ampia perdita economica. Il morale è sceso sotto i piedi e la preoccupazione per l’imminente futuro ha preso il sopravvento spingendomi a riprendere in mano un mio vecchio progetto professionale per rilanciarmi economicamente, questo mi ha ovviamente impegnato parecchio tempo limitando sensibilmente quello che potevo dedicare agli allenamenti per TappaUnica3V. Il lavoro per il lancio di PEARL, il mio servizio di formazione tecnica continua, è tutt’altro che finito, anzi oserei dire che sono nella fase più critica, quella del trovare clientela (fatemi pure pubblicità veh), però innegabile il benefico effetto psicologico di un progetto che già diverse persone hanno definito molto più che interessante.

Sabato 27 febbraio

L’allenamento di oggi è il primo che ho programmato appositamente per aiutare gli amici alla preparazione per le escursioni del programma QuindiciDiciotto. Allenamento leggero, pertanto: sentiero delle Pozze, un semplice giretto di due ore attorno il pianoro tipicamente considerato dai bresciani come “LA” Maddalena, anche se invero la vetta di questo monte è più in alto.

Nessuno si è registrato per l’evento, d’altra parte ho anche scritto che chi voleva poteva comunque venirci anche senza registrarsi, per cui, nonostante il cielo è scuro, le nubi minacciose, e la temperatura prossima allo zero, mi preparo e, con largo anticipo, mi metto in viaggio per il punto di ritrovo, ma…

Ma non salgo in auto fino al piazzale del Cavrelle, arrivo a Sant’Eufemia e mi fermo: partirò a piedi da qui per rendere l’allenamento più conforma alle mie specifiche esigenze. Salgo per il Triinal (Trinale), un evidente e largo costone erboso che con forte pendenza e andamento rettilineo dal piano porta alla parte alta della strada della Maddalena. Parto fortissimo e riesco a tenere il passo fino alla sommità della salita, qui invece di seguire il piano sentiero segnato, proseguo lungo il costone e con un ulteriore tratto di ripida salita mi porto sulla strada asfaltata per andare a prendere l’ultima parte del 3V, che supero quasi di corsa. In meno d’un’ora dalla partenza arrivo al piazzale del Cavrelle giusto all’orario di ritrovo.

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Foto d’archivio, tratto scabroso della discesa

Non c’è nessuno, attendo quindici minuti, accorgendomi della temperatura decisamente bassa, e nessuno arriva, per cui mi rimetto in cammino. Faccio per conto mio il previsto giro delle Pozze mettendoci un quarto del tempo previsto e poi di corsa giù per il sentiero numero 1, una discesa impegnativa non tanto per le pendenze raramente importanti, quanto per i diversi tratti cosparsi di massi e lisce lastre rocciose, anche qualche salto. Si è messo a piovigginare e le rocce risultano piuttosto scivolose devo fermare la corsa e procedere al passo con molta attenzione finché arrivo alla stradina che porta sul fondo valle e alle case di Sant’Eufemia. Ottimo test per la caviglia che nella precedente uscita avevo storto, superato alla grande, così come alla grande sono andate le gambe, buono anche il fiato anche se qui desidero lavorarci ancora un poco.

Venerdì 4 marzo

Fino ad ora mi sono allenato solo per il tramite delle escursioni, oggi mi nipote Francesca mi ha convocato in palestra per abbinarci qualcosa di diverso, qualcosa che faccia lavorare anche quei distretti muscolari e articolari che non vengono messi in movimento dal cammino, qualcosa che coinvolga anche l’equilibrio, la postura, e tutti quegli altri micro aspetti che solo se messi insieme formano un corpo tonico e adatto a supportare e sopportare con largo margine tutte le sollecitazioni ipotizzabili per un lungo ininterrotto cammino come quello di TappaUnica3V: la ginnastica.

Dopo l’opportuno riscaldamento all’eccentrica ci spostiamo nella sala degli esercizi a corpo libero e mia nipote mi spiega per bene i vari esercizi che pone nel mio piano di allenamento: un’ora di lavoro che intanto mette in evidenza i gravi problemi di equilibrio a me già noti e che da tempo mi dico di risolvere senza poi mettermici seriamente, poi suona l’allarme per una certa rigidezza generale che pensavo fosse assai meno diffusa e rilevante, infine lascia un’impronta indelebile: a sera dolori un poco dappertutto, dolori che ancora permangono dopo due giorni.

Che dire… grazie Fancesca, mi applicherò per bene anche in questi a me meno piacevoli allenamenti!

Domenica 6 marzo

Avevo programmato una venti chilometri montana attorno alla Maddalena ma per varie ragioni lascio perdere e mi limito a ripetere il test di lentezza, questa volta su otto (quattro + quattro) chilometri. Visto che la volta precedente nonostante l’impegno ero andato troppo veloce, concentrandomi al massimo cerco di tenere un passo ancora più lento. L’essere sorpassato da altre persone che camminano mi indica che sto proprio andando piano, si avvicinano i due chilometri, guardo il cronometro e… cavolo sono ancora troppo veloce. Rallento e procedo, arrivo ai quattro chilometri: quarantaquattro minuti, nooooooo, ancora troppo veloce, proprio non ci riesco ad andare a quattro chilometri l’ora, approssimativamente la velocità media che dovrò tenere durante il giro di TappaUnica3V.

Durante il ritorno calcolo a mente quanti passi devo fare per viaggiare a quattro chilometri l’ora, sono un’ottantina e allora cronometro alla mano provo più volte ma il meglio che mi riesce di fare è di novanta. Ok, può comunque andare, durante il giro finale avrò molti punti di rilevamento tempo, sarà facile gestire la velocità inserendo all’occorrenza anche delle pause.

Consuntivo

Come ad ogni fine mese, aggiorno la tabella dei totali:

  • uscite effettuate: 30
  • chilometri percorsi (calcolo approssimato per difetto): 440
  • metri di dislivello superati (calcolo approssimato per difetto): 24530
  • ore di cammino fatte: 114 e 29 minuti (107,02 effettive, 7,27 di soste)
  • massimo chilometraggio fatto in unica uscita: 45
  • massimo dislivello superato in unica uscita: 2212 metri
  • tempo massimo di cammino in unica uscita: 8 ore e 25 minuti

#TappaUnica3V, io e la notte


20151024_0010_def3VC’è un aspetto di TappaUnica3V che ho volutamente inserito: la notte.

Avrei potuto comunque fare il giro in quaranta ore senza metterci la notte, avrei potuto camminare 20 ore al giorno lasciando le otto ore della notte al riposo, ma no, non l’ho fatto, perché?

Come istruttore di alpinismo e direttore di corsi e scuole, ho insegnato che la notte in montagna non è il diavolo che alcuni ipotizzano, ho fatto sperimentare il cammino notturno e anche il dormire sotto le stelle; come alpinista ho fatto diversi rientri in notturna e parecchie volte ho dormito all’aperto, ma sempre ero con altre persone.

La notte in montagna, da solo, è sempre stata per me una forte paura: potevo fare in solitaria anche delle impegnative scalate, potevo girare da solo per i monti anche più selvaggi e solitari, potevo affrontare anche le ore dell’aurora o del crepuscolo, potevo girovagare al buio nei pressi di un rifugio o a un campo, ma il pensiero di trovarmi assolutamente solo nella notte più fonda mi terrorizzava.

Una delle mie caratteristiche è sempre stata quella di voler combattere contro le mie paure, di voler rimuovere i miei condizionamenti, beh, la paura e il condizionamento della notte non li ho mai rimossi, non ho mai avuto occasione di farlo e allora… allora eccomi qui, ecco che ho deciso di farlo ora, di farlo con TappaUnica3V.

#TappaUnica3V: analisi del profilo altimetrico


Dopo aver visionato quasi l’intero percorso del sentiero 3V “Silvano Cinelli” posso iniziare ad affrontare i discorsi tecnici e parto dall’analisi del profilo altimetrico, precisando che lo stesso è incompleto e impreciso essendo stato rilevato dall’unica cartina completa a mia disposizione, l’ultima prodotta dal Coordinamento 3V, una cartina di certo inadatta a tale scopo essendo necessariamente in grande e (incomprensibilmente) stramba scala (1 a 83333).  Dal confronto diretto con quanto visto di persona sul terreno posso comunque dire che il profilo elaborato si avvicina molto bene a quello reale, sebbene la necessità di dover limitare i punti di rilevamento in alcuni casi appiattisca sensibilmente certe pendenze. Andrò a inserire nell’analisi anche quanto osservato sul terreno.
Profilo altimetrico tratta 1

Si parte subito con un bel salto: dai cento quarantanove metri di Brescia agli ottocento dieci del piazzale antistante quella che tanti anni addietro era la stazione a monte della funivia. Seicento sessantuno metri di dislivello che si proiettano su tre chilometri e mezzo di distanza lineare per una pendenza media non particolarmente impegnativa, c’è però da dire che vi sono comunque tratti di forte pendenza anche se alternati ad altri quasi pianeggianti. Da qui, fatta salva la breve depressione coincidente al Ristorante Grillo (ottantacinque metri di discesa e cento quattordici di salita, ambedue con rilevante pendenza), si procede per un bel pezzo pressoché piano dando tempo alle gambe di rilassarsi prima di affrontare la lunga e a tratti impegnativa (spuntoni rocciosi, lisce pietre e, sotto San Vito, fango) discesa che porta a Nave: seicento quattordici metri di dislivello che mi riporteranno quasi alla stessa quota di partenza.

Un poco di riposo attraversando l’abitato e poi, con pendenza prima moderata ma poi decisamente più impegnativa, si sale verso Conche. È, questo, il secondo rilevante salto: ottocento cinquantatré metri di dislivello che riportano in quota. Da Conche alla Corna di Sonclino si frappone, come forte depressione, solo il Passo del Cavallo: quattrocento cinquantotto metri di discesa che verranno subito recuperati quasi per intero con la ripida risalita alla Casa di Vallazzo. Da qui la progressione si fa più regolare, solo il tratto di cresta tra La Brocca e le Passate Brutte presenta un continuo ma limitato su e giù, a cui ci si deve invero aggiungere la difficoltà tecnica di un breve (dieci metri) tratto di arrampicata vera e propria: la “Streta”, uno stretto e verticale camino con difficoltà di secondo grado, anche se il problema principale è comunque dato dalla strettezza del passaggio che mi costringerà a togliere lo zaino e spingerlo davanti e sopra a me.

Profilo altimetrico tratta 2

Dalla Corna di Sonclino altra lunga e a tratti ripida discesa che porta all’abitato di Lodrino: settecento sessantadue metri di dislivello effettivo, ovvero comprensivo di alcuni su e giù (un centinaio di metri in tutto). Segue un breve (quattrocento otto metri di dislivello) ma ripido balzo poi la pendenza s’attenua notevolmente e si perviene alla non ripida discesa verso il Passo del Termine. Dolcemente recuperata quota si procede per un poco in rilassamento preparandosi al successivo balzo: il ripidissimo pendio erboso che adduce alla lunga e pianeggiante cresta che porta al Monte Campiello (qui il profilo inganna mostrando la pendenza media tra il Pian del Bene e la vetta). Cresta ancora pianeggiante fin poco sotto al Monte Ario alla cui vetta si perviene con un breve ma ripido strappo. Ripidissima, anche se breve, discesa su scivolosissima erba e poi lungo tratto dove poter recuperare fiato e gambe prima di affrontare la risalita alla Corna Blacca: trecento quarantacinque metri di dislivello con pendenze a tratti decisamente importanti.

Altro tuffo verso il basso: duecento cinquantacinque metri di dislivello che si proiettano su soli trecento metri lineari dando una pendenza prossima ai quaranta gradi. Discesa resa abbastanza delicata dal terreno franoso e da un breve caminetto roccioso da scendere faccia a valle con la tecnica dell’opposizione di braccia (comunque banale e che nella perlustrazione ho superato con tre balzi). Ora si può recuperare per bene ed affrontare al meglio la salita alla vetta del Dosso Alto, breve e nella media non ripidissima.

Profilo altimetrico tratta 3

Decisamente impegnativa la discesa della cresta del Dosso Alto: i primi cinquanta metri superano un ripidissimo ed esposto pendio instabile dove gli scalini un tempo piazzati si sono ormai quasi completamente distrutti, poi altri centoquattordici metri che alternano brevi muretti rocciosi, comunque superabili faccia a valle, a rocce montonate e ripidi pendii erbosi, infine, dopo un pericoloso e delicato traverso su erbe lunghe e senza una netta traccia su cui posare i piedi, duecentodieci metri di vertiginosa discesa su scivolosissima erba.

In piano, su larga mulattiera, fino al Giogo del Maniva: ora si può respirare, ci sono alcuni su e giù nel tratto delle Colombine ma nulla di rilevante e fino al Passo delle 7 Crocette potrò pensare solo al recupero delle energie.

La risalita del Monte Crestoso è invero ben più ripida di quanto appaia nel profilo, comunque corta e seguita da un bel tratto di cresta pianeggiante. Altrettanto ingannevole il profilo nel tratto delle due cime di Stabil Fiorito e in quello dei Corni del Diavolo: in poche centinaia di metri s’inseriscono strettissimi intagli con ripide e delicate (alcune anche esposte) discese e ripide e faticose risalite. Viste le ormai tante ore che avrò nelle gambe qui ci sarà da ponderare bene il passo.

Abbastanza tranquilla la risalita del Monte Muffetto, altrettanto dicasi per la discesa all’omonimo passo, poi di nuovo un’apparente lungo tratto di assoluto riposo, invero tra il Passo del Muffetto e la Colma di Marucolo si alternano brevi ma ripidissime salite e corrispondenti discese. Assolutamente riposante, invece, la discesa al Colle di San Zeno.

Profilo altimetrico tratta 4Profilo altimetrico tratta 5

Ancora un tratto tutto sommato rilassante poi, in vista di Malga Gale, dovrò tornare a misurare il passo: sebbene la salita sia spezzata da un lungo traversone pianeggiante, i due strappi sono decisamente ripidi, nel primo c’è anche da superare un lungo (quindici massimo venti metri) caminetto roccioso e una successiva paretina: le difficoltà sono banali (primo grado) ma il reiterato passaggio ha lucidato gli appoggi rendendoli scivolosi.

Dalla vetta del Guglielmo è una lunga e sostanzialmente riposante discesa, solo il tratto sovrastante la Malpensata risulta delicato per la presenza di spuntoni rocciosi. Da sfruttare per dare ulteriore respiro alle gambe il tratto che porta alla Forcella di Sale. Ora l’ultima vera fatica del giro: la ferrata dell’Almana. Invero chiamarla, come fanno tutte le relazioni, ferrata è un poco esagerato, ma la ripidità del pendio erboso da risalire è tale da avvicinarsi molto alla verticalità e richiede moltissima attenzione, specie considerando che ormai le mie gambe saranno ben intossicate dalle tante ore di cammino e dall’assenza di riposo. Alla sommità dei prati un traverso con cordina metallica non mi dà più di tanta preoccupazione, mentre un poco di pensiero me lo crea il successivo breve (una decina di metri) tratto di sprotetto traverso sopra il vertiginoso prato: la traccia di passaggio è debole, rotta e quasi completamente ricoperta di erba. Breve facilissima paretina che porta in cresta, un bel tratto pianeggiante sull’esposta cresta (ma con traccia regolare, uniforme e bella larga), infine gli ultimi strappi erbosi che adducono alla vetta.

Sono sulla dirittura d’arrivo, da qui in avanti è tutto un perdere quota e, sebbene s’inseriscano ancora alcune brevi ma ripide salite, si tratta solo di ben dosare l’energia ancora rimasta e tenere duro fino al traguardo che man mano si fa sempre più vicino.

Profilo altimetrico completo

Con l’ultima immagine, il profilo completo del giro, ecco, combinando l’analisi del profilo altimetrico con le osservazioni dirette fatte sul campo, la considerazione strategica complessiva.

Ho potuto verificare che in massima parte i tempi di tabella sono abbastanza larghi per cui la riduzione a quaranta ore mi permette comunque un passo medio abbastanza tranquillo. La particolare modalità di TappaUnica3V, però, richiede un’attenta differenziazione dell’andatura al fine di evitare, prima, un precoce affaticamento e, poi, il necessario supporto alla stanchezza muscolare e generale che si andrà man mano ad accumulare, inserendoci nel mezzo le variazioni adeguate al superamento di alcuni tratti dalle differenti e precise peculiarità tecniche, in particolare quelli che prevedono tratti di arrampicata e, comune, più o meno delicati passaggi esposti.

Partenza dolce per non distruggersi subito sugli strappi della Maddalena e di Conche (primo decimo del percorso), da qui a poco oltre la Pezzeda (Passo di Prael; quattro decimi del percorso) sensibile aumento dell’andatura sfruttando le migliori discese per ulteriori accelerazioni. Corna Blacca da prendersi con calma nella salita mentre veloce può essere la discesa (anche perché sul terreno franoso più si frena e più si rischi di finire a terra), al contrario sul Dosso Alto la salita può essere un poco più sostenuta mentre serviranno calma e molta attenzione sulla cresta di discesa. Dal Giogo del Maniva (quasi cinque decimi di giro) nuovamente passo sostenuto fino a Malga Gale (sette decimi di giro), tenendo comunque conto dei brevi ma ripidissimi strappi che numerosi si alternano fino alla Colma di Marucolo. Salita del Guglielmo controllata poi deciso fino alla Forcella di Sale, qui ancora passo calmo e molta attenzione fino alla vetta dell’Almana (quasi otto decimi di giro) dalla quale, visto che a questo punto la fatica accumulata si farà sentire con viva forza, via molto tranquillo e con passo assolutamente costante fino a Brescia dove potersi finalmente accasciare a terra e godersi il meritato riposo.

#TappaUnica3V, test di risalita


Una delle caratteristiche tecniche dominanti in tutte le escursioni che si svolgono su due o più tappe è la presenza di risalite, ovvero delle salite che seguono delle discese, e più aumentano le tappe più aumentano le risalite. Il sentiero 3V non è da meno anche se, essendo un percorso che segue quasi fedelmente una linea spartiacque, gli sbalzi più accentuati sono posti all’inizio mentre nel resto del percorso i cambi di dislivello risultano in media contenuti sotto i quattrocento metri. Questa caratteristica lo rende un percorso accessibile senza il bisogno di un estremo allenamento.

La questione cambia aspetto se si pensa ad una percorrenza in tappa unica, in questo caso anche i minimi sbalzi diventano man mano sempre più rilevanti e pesanti e un percorso di cresta di sbalzi ne presenta certamente in numero considerevole. Ecco allora l’esigenza di valutarmi e allenarmi sulle risalite. A questo aspetto mi ci dedico in questo periodo di vacanze.

Sabato 26 dicembre

Semplice e breve escursione in compagnia di mia moglie sulle montagne di casa: Monte Tre Cornelli da Gavardo per il sentiero 501. In tre ore e quindici minuti abbiamo percorso poco più di dieci chilometri coprendo un dislivello unico di seicento metri.

Domenica 27 dicembre

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Primo test di risalita con annessa bella camminata: 25 chilometri, dislivello totale di 1350 metri ripartito in due salite, la prima da 720 metri (687 metri tra quota minima e massima a cui si aggiungono due brevi perdite di quota e successive risalite) e la seconda da 604 metri, e alcuni lievi su e giù nel tratto di cresta sommitale.

IMG_8183Partenza alle otto in punto da via Pusterla in quel di Brescia città per salire al Monte Maddalena seguendo il percorso del sentiero 3V. In settantadue minuti di cammino ininterrotto (se non per fare qualche fotografia) sono ai ruderi del rifugio Maddalena, di poco più basso della quota massima del giro. Senza sosta infilo la strada sterrata di servizio alle varie postazioni di antenne civili e militari disposte lungo il crinale sommitale, finché inizia il lungo tuffo verso il Colle di San Vito prima e il centro abitato di Nave poi, dove arrivo in ottantadue minuti dal rifugio e due sculettate per il tanto fango presente e le viscide lisce rocce che ricoprono molti tratti della Val Salena.

Potrei portarmi subito al sentiero di risalita ma voglio visionare l’esatto percorso del 3V attraverso l’abitato fino alla chiesa di San Rocco per cui mi faccio questo avanti e indietro per un totale di un chilometro e mezzo e solo dopo mi porto a ovest lungo via Crocelle e, alle ore undici raggiungo l’inizio del sentiero 11. Subito la salita si fa ripidissima, il sentiero è profondamente scavato, presumo dall’utilizzo come percorso di discesa MTB, rendendo più difficile fare presa sul fondo di terra rossa fortemente bagnato. In ogni caso salgo molto veloce, risolvo qualche dubbio di itinerario in un paio di punti dove la segnaletica si fa carente e a mezzogiorno e dieci sono di nuovo ai ruderi del rifugio Maddalena. Negli ultimi metri di ripida salita, prima d’imboccare la stradina piana della parte superiore, gambe e fiato hanno dato qualche sintomo di affaticamento costringendomi a qualche brevissima sosta, pochi secondi ogni volta, comunque manco ci penso alla possibilità esistente di evitare gli ultimi centocinquanta metri di dislivello. Alla fine sono salito in un’ora e dieci minuti contro le due ore e mezza della tabella, non male direi considerando che anche il resto del percorso l’ho fatto tenendomi sempre molto sotto i tempi indicati dalle tabelle segnaletiche, mediamente dal 20 al 40% in meno.

IMG_8213Mi concedo una breve sosta per mangiare qualcosa e poi via, giù verso la città seguendo il sentiero numero 5 fino a San Gottardo da dove riprendo il 3V fino alla macchina alla quale giungo in altri cinquantaquattro minuti, dimezzando ampiamente il tempo di tabella.

E le gambe? Alla grande, solo qualche lievissimo segno di affaticamento che in serata è già quasi completamente scomparso… programmo la prossima uscita per martedì 29: nove chilometri in meno, dislivello totale similare ma due toste salite, due ripide e lunghe discese e, per il resto, continui su e giù.

Lunedì 28 dicembre

Sul tardo pomeriggio si evidenziano dolori ai polpacci e al fianco della gamba destra dove nel primo scivolone di ieri ho battuto contro un sasso, così decido di non preparare lo zaino e di rimandare la decisione alla mattina dopo.

Martedì 29 dicembre

Mi sveglio tardino, la botta alla gamba da almeno un’ora mi provoca forti dolori pulsanti, inoltre non mi sento a posto, è solo una cosa così, una sensazione ma nella mia lunga esperienza di montagna ho imparato a dare ascolto alle mie sensazioni: non sbagliano mai. Rimando l’uscita di un giorno.

Come volevasi dimostrare la sera mi sento molto meglio e sono psicologicamente carico, preparo senza esitazioni lo zaino, per sicurezza ci metto anche la frontale, sia mai che, visto il carico a cui mi sto sottoponendo, il mio organismo abbia un crollo e faccia buio prima che sia rientrato alla macchina.

Mercoledì 30 dicembre

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Brutta notte, non so perché ma l’ho passata contando le ore, alla fine quando mancano pochi minuti alle sei decido di alzarmi: guadagnerò una mezz’ora sul previsto, anzi anche qualcosa di più visto che troverò meno traffico, dandomi maggior margine rispetto al tramonto.

Mentre attendo che si scaldi l’acqua dell’infuso lavo i piatti e alle sei e mezza sono in partenza. Come previsto il viaggio è meno trafficato del solito così arrivo a destinazione, il Colle di San Zeno, in un’ora e quindici minuti. Dal parcheggio posso vedere l’intero percorso di salita alla vetta del Guglielmo (sentiero 3V): bene, come già avevo intuito attraverso la webcam dello Sci Club Pezzoro, la neve che avevo visto qualche settimana addietro è quasi completamente sparita, restano solo piccole chiazze sparse qua e là nella parte bassa, quella che meno prende il sole.

IMG_8226Fa freddo, molto freddo, direi almeno cinque gradi sotto zero, sono però equipaggiato a dovere e posso incamminarmi senza timori, per altro il sole già illumina la cresta sommitale, il cielo è completamente sereno, si prospetta una giornata radiosa. Parto con calma, oggi, almeno sulla prima parte del percorso, voglio individuare il ritmo che dovrò tenere durante il giro di TappaUnica3V, un ritmo abbastanza blando al quale devo adeguare le mie gambe e la mia mente abituate a girare molto più velocemente.

Seguo una stradina sterrata che mi avvicina velocemente alla base della montagna, alcuni su e giù, diverse soste per fotografare il paesaggio e alcun bellissimi scorci. Per ora gambe, fiato e corpo vanno alla grande. Finisce la strada e inizia il sentiero, prima in lieve salita poi la pendenza aumenta facendosi veramente importante e le gambe danno qualche segnale negativo, rallento lievemente il passo e faccio qualche brevissima pausa. Alla mia destra, in alto, appare una cascina, dovrebbe essere Malga Gale, anzi sono sicuro che è lei, un ultimo ripidissimo prato e sono alla sua quota, sulla strada che la collega alla Pontogna, qui ho il primo punto di rilevamento tempo: aho, nonostante tutto sono due minuti sotto la mia tabella, che, ricordiamolo, è ridotta del venti per cento rispetto alla tabella normale. Ottimo!

IMG_8234Sopra di me il ripidissimo costolone che, con erbe e rocce, superando un dislivello di quattrocento metri porta direttamente alla quota 1953 della cresta sommitale. Inizio la salita e in breve arrivo alle prime macchie di neve, neveeee? Si, sull’erba è neve gelata ma ancora morbida, sul sentiero, invece, ghiaccio puro. Non ho i ramponcini (ancora sono indeciso se valga la pena di acquistarli visto che uscite invernali in quota per ora non rientrano nei miei piani, oggi è un’eccezione) ma non è per me nemmeno una situazione inusuale, in passato mi è capitato più volte, vuoi per necessità che per esercitazione, di camminare sul ghiaccio vivo senza ramponi, inoltre il ghiaccio ricopre solo tratti del sentiero ed è certo che salendo la situazione migliori, per cui senza esitazione procedo oltre calibrando a dovere il passo e sfruttando ogni più piccola conchetta del terreno, ogni sassolino per garantire una tenuta migliore delle suole.

IMG_8237Arrivo al sole e, anche se la temperatura è ancora bassa, ne approfitto per levare la giacca pesante. La ripida salita e l’avanzare dei minuti di cammino hanno ormai messo in pieno movimento il mio organismo, le gambe ora girano perfettamente e i dolori sono pressoché svaniti, il fiato poi.. beh, quello ne ho da vendere. In pochi minuti sono alla base del salto roccioso per cui sono qui oggi: sapevo essere semplice, ma non avendolo mai fatto voglio vedere di persona. Quello che vedo è uno stretto canalino, chiamarlo camino è forse un poco esagerato, sul fondo del quale si trovano gradini di roccia molto lavorata, insomma si presenta decisamente tranquillo. Una foto e via, mi infilo nel solco e inizio l’arrampicata, si arrampicata perché si tratta pur sempre di salire in verticale ed è necessario usare anche le mani, tutte e due. La roccia a causa dei frequenti numerosi passaggi si è lisciata, nulla in confronto a quanto trovato sulle classiche vie d’arrampicata del Brenta o delle Dolomiti o, peggio ancora, delle varie falesie e palestre, comunque è opportuno darci la massima attenzione: sebbene sotto ci siano solo prati e neanche tanto ripidi, man mano che si procede ci sia alza parecchio da terra, in totale sono una quindicina di metri, forse venti. Alla fine del caminetto sorpresa, un ampio balconcino erboso permette un’agevole sosta e l’osservazione di un panorama fantastico: davanti tutta la parte alta del 3V e l’Adamello, a sinistra la Presolana e la Concarena, a destra i monti che sovrastano il Lago d’Idro.

Ancora un breve e altrettanto facile tratto di arrampicata poi un lungo traverso ancora qualche metro di ripida salita ed eccomi sulla cresta sommitale, lo spettacolo si fa esaltante, a quanto osservato poco sotto si aggiunge tutta quella parte dell’orizzonte prima nascosta dal Guglielmo: sotto di me tutto il Lago d’Iseo, più in fondo il Mont’Orfano e più lontano ancora le Alpi Marittime e/o Liguri, a sinistra il Monte Baldo. Con questo incredibile panorama negli occhi percorro la cresta sommitale e, in breve, sono alla vetta secondaria ma più frequentata: il Castel Bertino. Mi concedo un momento più lungo di pausa, è la prima volta che arrivo qua sopra senza nuvole, in diverse occasioni ho avuto il sole fino a poco sotto la vetta per poi trovarmi improvvisamente avvolto da nuvole e dal freddo, devo assolutamente godermi questo spettacolo. Circumnavigando il monumento al Redentore, faccio il giro completo della larga vetta, scatto qualche fotografia, trovo un punto con il segnale del cellulare e invio un messaggino a casa per segnalare che tutto va bene e tranquillizzare mia moglie: essendo in giro da solo comprendo benissimo la sua preoccupazione.

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Si riparte, scendo sul versante opposto: rifugio Almici, Malga Guglielmo di sopra, Malga Gugliemo di sotto, Malpensata, Croce di Marone. Per verificare lo stato delle gambe in alcuni tratti, quelli più ripidi e scabrosi, mi lascio andare alla corsa, non velocissima, a volte trattenuta ma pur sempre una corsa. L’agilità è ottima e le gambe rispondono benissimo, così, invece di un’ora e mezza, ci ho messo solo quaranta minuti. Soffermandomi solo il tempo necessario per segnare il tempo e per dare un’occhiata alla cartina, lascio il sentiero 3V e prendo la direzione di Caregno. Strada cementata indi alcuni tratti ripidissimi sui quali le gambe iniziano a dare i primi segni di vera stanchezza, devo inserire qualche breve sosta. Segue un tratto di non ripida discesa che mi consente un discreto recupero, poi ancora salita, subito ripidissima. Salgo in un bellissimo bosco, il fondo completamente ricoperto di foglie e tra queste.. sorpresa… dei bellissimi gruppi di bucaneve. Man mano che salgo il fiato inizia a farsi corto, rallento un poco, una Malga appare sopra di me e il passo tende a farsi nuovamente più veloce, ma non riesco più a reggerlo, negli ultimi ripidi metri sotto la malga sono costretto a fermarmi spesso, pochi secondi, giusto il tempo di due o tre respiri. Alla fine, dando tutto quello che posso dare, eccomi alla malga, davanti a me la strada sterrata che con moderata pendenza mi porterà agli Stalletti Alti. Verifico il tempo di questo tratto di salita e… cavolo, ecco perché sono scoppiato, l’ho fatto di gran carriera dimezzando nettamente il tempo di tabella.

IMG_8296Qualche foto e via, m’incammino lungo la strada, oltrepasso gli Stalletti Bassi e, con passo che è tornato a farsi sostenutissimo, risalgo a quelli Alti dove finalmente mi concedo una pausa cibo, peccato che il tè caldo a cui stavo agognando sia diventato freddo, lo bevo comunque piacevolmente. Ne approfitto per cambiare la maglia fradicia di sudore: devo tornare sul versante in ombra, meglio avere indosso roba asciutta. Di nuovo in marcia per questo secondo tuffo su ripidissimo pendio erboso che mi farà perdere in pochi minuti, diciotto per la precisione, trecento sei metri di dislivello. Ehm, erboso? Diciamo piuttosto ghiaccioso, la discesa è necessariamente prudente, specie perché i tratti ghiacciati sono assai lunghi ed anche dove il ghiaccio sembra non esserci in realtà è lì in agguato, sottile e talmente trasparente da risultare quasi invisibile. L’esperienza e l’allenamento danno i loro frutti, sono al prato della malga Pontogna senza nessun scivol… ooooneeee ormai con la tensione alleggerita dall’essere su pendio quasi pianeggiante ho dato troppa fiducia passando deciso su una larga placca di ghiaccio e mi sono dovuto esprimere in una bella pattinata, fortunatamente (o abilmente?) restando in piedi. Per strada sterrata dove il ghiaccio, ancora presente e in grande quantità, certo non mi crea più problemi velocemente sono di nuovo a Malga Gale e da questa lungo il 3V al Colle di San Zeno e alla macchina.

Mille duecento i metri di dislivello secco, se gli aggiungiamo i sali e scendi direi almeno mille quattrocento metri; sedici i chilometri lineari, indi quelli effettivi, considerando le pendenze in buona parte rilevanti, sono di certo più di venti, forse venticinque; non ho reperito le tabelle orarie di tutte le tratte ma penso di poter affermare che il giro si attesta attorno alle 8 ore e mezza, io avevo programmato di farlo in sei ore e venti, alla fine l’ho fatto in cinque ore e dieci. E ho anche trovato il tempo e la forza di scattare centoquindici foto 🙂 Che dire… Una giornata stupenda, un giro veramente incredibile e affascinate, dei panorami mozzafiato, gambe che solo negli ultimi dieci minuti hanno iniziato a farsi dure, fiato che va alla grande, che vuoi di più? “Beh si, qualcosa di più lo vorrei” il mio corpo subito risponde alla domanda, “voglio libertà, mi hai fatto lavorare tanto e a lungo ingabbiato nel cilicio delle vesti, ora voglio respirare, devi darmi almeno qualche ora di nudità!” “Qui fa troppo freddo, ne riparliamo a casa” e arrivato a casa è proprio la prima cosa che faccio, dare libertà e respiro al mio corpo!

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Tiriamo le somme

Visto che è l’ultimo allenamento di questo 2015 opportuno tirare le somme del lavoro fatto in un mese e dieci giorni, tenendo conto che non disponendo di un sistema gps i calcoli sui dislivelli sono fatti a occhio per quanto riguarda i vari su e giù non rilevabili dalle cartine, mentre quelli sui chilometri sono fatti a mano sulle cartine e, pertanto, si riferiscono ai chilometri in proiezione lineare (quelli effettivi sono molti di più):

  • Escursioni effettuate 17
  • Ore di cammino 70
  • Dislivello 14800m
  • Chilometri più di 250

Mica male, direi… TappaUnica3V arrivooooo 🙂

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#TappaUnica3V ancora parte alta


Vetta della Corna Blacca

Vetta della Corna Blacca

La direttissima alla Corna Blacca l’avevo fatta quando ancora non arrampicavo, ovvero tanti ma proprio tanti anni addietro, per cui i ricordi erano vaghi e visto che alcuni amici me ne parlavano timorosi e le relazioni lette davano dei facili ma esposti passaggi in roccia, qualche titubanza s’era insinuata nella mia mente e volevo risolverla al più presto. Così, approfittando delle bellissime previsioni meteorologiche e del sensibile rialzo della temperatura, decido di tornare sulla parte alta del sentiero 3V a visionare tale tratto.

Ne voglio approfittare anche per verificare lo stato di forma dopo il lieve affaticamento registrato domenica scorsa e per fare ulteriore allenamento: invece di salire in macchina fino al Maniva e limitarmi alla direttissima della Corna Blacca, programmo di partire da San Colombano, seguire il sentiero 350 della Valle dell’Inferno fino all’incrocio con la variante bassa del sentiero 3V, seguendola portarmi al Passo di Prael per salire alla vetta lungo la variante alta del 3V, discendere la direttissima per poi spostarmi fino poco oltre il Passo delle Portole in zona Caldoline da dove tornare a San Colombano per il sentiero Margheriti. Così facendo potrò anche verificare i tempi di percorrenza del tratto Passo di Prael, vetta, Passo delle Portole e fissarli definitivamente sulla tabella di marcia della TappaUnica3V.

Sabato 19 dicembre 2015, giunto a San Colombano poco oltre le otto perdo una mezz’ora buona per trovare parcheggio: i due grandi all’ingresso del paese sono occupati da cataste di legna e avvisi indicano di non parcheggiare in zona, gli altri più piccoli in paese sono tutti contrassegnati come privati; alla fine chiedo ad una persona che finalmente incontro trovando una incerta indicazione della possibilità di parcheggiare comunque tra le cataste di legna visto che è giorno non lavorativo. Con qualche incertezza lascio la vettura nel lungo indicatomi e mi incammino verso l’inizio del sentiero.

Dopo una blanda partenza la salita si fa subito assai ripida, per giunta con un fondo fortemente irregolare che rende il cammino ancor più faticoso. Le gambe girano bene e salgo velocemente senza sentire i temuti dolori ai quadricipiti: a quanto pare hanno reagito alle precedenti fatiche e si sono potenziati. Un breve tratto di respiro e poi è nuovamente salita durissima, vuoi per la pendenza decisamente importante, vuoi per lo strato di foglie che ricopre il terreno e rende instabile la presa delle suole. Al successivo spianamento del percorso giungo alla Casina Alta di Corna Blacca e in pochi minuti sono sul sentiero 3V. Breve sosta per liberarmi dalla giacca e poi via di nuovo a passo sostenuto. Al Passo di Prael passo definitivamente dall’ombra al sole e la temperatura, vista anche la totale assenza di persone, mi invita a liberarmi dei pantaloni per procedere in libertà, sebbene per precauzione, visto che sono da poco uscito da un brutto raffreddore, tengo la maglia.

Il migliorato respiro del corpo, ora per giunta ben controllato e regolato grazie alla liberazione dei principali recettori termici (posti proprio nei genitali), porta ad una sensibile accelerazione del passo tanto che, quando riprende la salita ripida, è stavolta il fiato a farsi pesante e impormi qualche secondo di sosta. Eccomi alle cenge che, scorrendo sotto le pareti sommitali, con qualche delicato tratto esposto sui ripidi prati mi portano al bivio per la vetta. Qui mi avvedo che dietro di me e più veloce di me sta arrivando un’altra persona, mi faccio da parte, educatamente saluto (non ricambiato, sic!) e lascio passare. Poco sotto la vetta, immaginandomi (correttamente) di trovarvi gente, mi rimetto i pantaloncini: visto che non faccio del male a nessuno (anzi, caso mai faccio del bene contribuendo alla cura di un illogico e innaturale malessere sociale: la fobia del nudo) e che materialmente sono conforme alla vigente legislazione e alle attuali convenzioni giuridiche, quando sono in montagna in luoghi poco o nulla frequentati o, comunque, in periodi di assoluta solitudine ritengo d’avere il pieno diritto di donare al mio corpo la piena libertà, d’altra parte comprendo che, per quanto limitate, ancora sussistano condizionate resistenze al nudo sociale, ingiusto ma purtroppo necessario, quindi, mediare le due cose nell’avvicinarsi a zone di possibile affollamento, d’altronde anticipo il rivestimento solo di pochi minuti visto che a breve dovrò tornare sul versante in ombra del monte dove la temperatura è sicuramente meno confortevole.

Discesa della direttissima, scendo quasi di corsa, con alcuni balzi supero due brevi tratti rocciosi e in pochi minuti sono alla base della pala: ehm, ma dove sono le difficoltà di cui mi hanno parlato e delle quali ho letto? Con la mente definitivamente liberata dal peso di questo pensiero velocemente arrivo al bivio per il sentiero Margheriti. Breve ripida discesa su terreno franoso e poi un lungo diagonale su neve gelata. Arrivo ad una radura dove i segni, già radi, svaniscono del tutto, perdo alcuni minuti per trovare la giusta direzione. La stessa cosa si ripete poco più sotto dove il bosco è stato recentemente tagliato facendo svanire le indicazioni e ricoprendo le tracce del sentiero.

Cascina Barzo, in un vasto prato i segni svaniscono nuovamente, scendo fiducioso verso i ruderi della struttura ed eccoli di nuovo sui suoi muri: indicano di scendere ma subito dopo svaniscono nuovamente e con essi svaniscono anche le tracce di sentiero, ricoperte dai tanti residui di un ampio taglio del bosco. Giro e rigiro per quindici minuti, scendendo e risalendo per il prato e il bosco sottostanti la cascina, nulla, nessuna traccia dei segni, allora decido di procedere a mia logica e in dieci minuti sono ad una radura dove trovo una strada sterrata. Per questa pervengo alle cascine di Paghera (dove sarei dovuto comunque arrivare con il sentiero giusto), la strada si fa cementata e in altri pochi minuti sono a Bocafol sul fondo valle (negli ultimi metri ritrovo la segnaletica del sentiero Margheriti), due chilometri e mezzo di strada asfaltata e sono alla macchina.

Come è andata fisicamente? Stanchezza zero, qualche dolore serale ai legamenti interni del ginocchio, il resto lo lascio descrivere ai tempi di marcia; il dislivello è di 1079 metri, ai quali se ne aggiungono almeno altri cento cinquanta relativi ai su e giù.

Tratto Tempi di tabella Tempo mio
San Colombano – Cascina Alta Corna Blacca 120 min 55 min
Cascina Alta Corna Blacca – Bivio Sentiero 3V 15 min 6 min
Bivio 3V – Passo di Prael 35 min 17 min
Passo di Prael – Vetta Corna Blacca 100 min 50 min
Vetta Corna Blacca – Bivio varianti 3V 60 min 20 min
Bivio var. 3V – Passo delle Portole 30 min 19 min
Passo delle Portole – Cascina Barzo ignoto 23 min (di cui almeno 5 di ricerca sentiero)
Cascina Barzo – Paghera ignoto 25 min (di cui almeno 15 di ricerca sentiero)
Paghera – Bocafol ignoto 10 min
Bocafol – San Colombano ignoto 15 min
Totale Di sicuro almeno 7 ore e 30 minuti 4 ore (di cui almeno 20 di ricerca sentiero)

Domani riposo facendo solo una leggera camminata nel bellissimo parco della Rocca di Manerba: che peccato sia impossibile starci nudi!

P.S.

Come tutte le precedenti, anche questa uscita è stata effettuata con lo zaino a spalle. Il suo contenuto è diverso (meno liquidi e alimenti, più abbigliamento) ma il peso è similare a quello che avrà durante la TappaUnica3V.

#TappaUnica3V: chiusa la parte alta


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La vetta del Muffetto in un momento di sereno

Questo fine settimana ci si è messo di mezzo il lavoro e ho potuto dedicare al progetto TappaUnica3V solo la domenica, comunque una giornata fruttuosa che mi permette di completare l’esplorazione della parte alta occidentale del sentiero 3V, dal Maniva al Colle di San Zeno.

Sono partito da Le Baite di Monte Campione per raggiungere, attraverso la Stanga del Bassinale e il tratto di raccordo tra variante alta e variante bassa del 3V, la sella erbosa tra Corno di Mura e Monte Muffetto. Da qui salita al Monte Muffetto, discesa all’omonimo passo e poi, avvolto dalle nuvole e tormentato da un forte e freddo vento, su e giù per la lunga dorsale che, passando per il Monte Splaza, il Dosso Rotondo e Monte Campione, porta alla Colma di Marucolo. Da qui sono ritornato esattamente sui miei passi fino al Passo del Muffetto da dove in pochi minuti si rientra al parcheggio di Le Baite di Monte Campione. In totale circa tre ore di cammino, 630 metri di dislivello e dodici chilometri lineari.

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Si ritorna nelle nuvole e nel vento

Oggi visto che le gambe, specie nei tratti di salita ripida, un poco si ribellavano al tentativo di farle mulinare al massimo, ho cadenzato il passo sulla frequenza che ho ormai individuato come quella da tenere durante il giro finale e evo dire che ho pensato bene: con questo passo rientro ottimamente nei tempi calcolati (inferiori del venti per cento a quelli di tabella), anche se devo restare molto concentrato per evitare di aumentarlo essendo molto inferiore a quello mio tipico.

Alla fine, considerando quei tratti che avevo già fatto più volte anche in tempi recenti, con questa uscita posso dire di avere esplorato e testato quasi l’intera parte alta (mi mancano solo la discesa dalla Corna Blacca e la salita al Guglielmo dal Colle di San Zeno che comunque conosco) buona parte dell’intero percorso, le parti che mi mancano e che non conosco nella parte bassa (il tratto dalle Passate Brutte alla Passata del Vallazzo e, sull’opposto lato della val Trompia, il tratto da Polaveno alla Stella) potrò facilmente esplorarle anche nel periodo invernale.

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#TappaUnica3V: tre per tre


Tre giorni, tre escursioni, due tranquille in compagnia di mia moglie, una decisamente impegnativa e che ha messo a dura prova la mia resistenza, sia quella fisica che, e soprattutto, quella psichica.

Domenica 6 dicembre

In una giornata solare partiamo a mattina già avanzata per un’escursione alle porte di casa: l’anello di Sant’Eufemia, sentiero 1 più sentiero 2, sul versante meridionale del Monte Maddalena. In meno di tre ore abbiamo coperto 620 metri di dislivello e il lungo tratto a mezza costa che raccorda i due sentieri.

Le mie gambe rispondono alla grande: pur avendo superato direttamente tutti i tratti più ripidi ed avendo sfruttato le roccette per sforzare ancora di più sui quadricipiti non avverto dolori.

Lunedì 7 dicembre

Dalla vetta del Crestoso verso la Foppa del Mercato (a centro foto)

Dalla vetta del Crestoso verso la Foppa del Mercato (punto di massima depressione della cresta)

Approfittando dell’assenza di neve esploro un tratto alto del 3V che non conosco: dal Passo delle 7 Crocette alla Foppa del Mercato. Partenza dal Graticelle, una frazione di Bovegno, salita per il sentiero 341, traversata del Crestoso e delle Cime di Stabil Fiorito, discesa (ehm, invero è più che altro un lungo mezzacosta) alla Baita di Prada per il sentiero 339A (detto Sentiero dei Camosci, nome che la dice lunga sulla sua conformazione), da qui con il sentiero 339 discesa a Graticelle passando per la Baita di Prada, la Capanna Remedio e il Ponte di Rango (ed anche questo tratto presenta un lunghissimo interminabile traversone con alcune improvvise e ripide salite che hanno messo a dura prova la mia resistenza fisica e, non aspettandomele, soprattutto psichica). Stando alle tabelle il giro doveva durare nove ore, io, nonostante un forte raffreddore che mi fa respirare male e nonostante il freddo che mi costringe a stare vestito facendo brontolare il mio corpo ormai abituato alla piacevole libertà del nudo, l’ho fatto in sette, considerando anche il tempo perso a causa di diversi punti dove le indicazioni erano carenti o ambigue.

Test importantissimo la ripidissima salita del Dosso della Croce fatta in circa un terzo del tempo indicato dalla tabella: 30 minuti contro l’ora e venti. In questo tratto, dopo i primi dolori ai quadricipiti, sono apparsi dolori anche ai polpacci (la traccia sale costantemente sulla linea di massima pendenza). È comunque bastato il falasopiano che alla fine del dosso conduce al Passo per recuperare le energie necessaria ad affrontare l’ancor più ripida salita al Monte Crestoso e il successivo su e giù per le varie cime che si susseguono lungo la cresta che adduce alla Foppa del Mercato e che alza sensibilmente il già rilevante dislivello di 1503 metri: ad occhio e croce, comprese le salite del tratto di sentiero che dalla Capanna Remedio porta al Ponte di Rango, direi che in totale dovrebbe aggirarsi attorno ai 1700 metri.

Rientro alla macchina con le gambe ancora elastiche e agili nonostante siano diffusamente doloranti; nel togliere lo zaino rilevo un poco di stanchezza alla schiena ma niente di ché, passa in pochi minuti; i piedi, anche grazie alle straordinarie calzature che utilizzo, stanno alla grande; lo stato generale è ottimo, nessun dolore alle ginocchia e nemmeno alle caviglie, l’affaticamento è praticamente pari a zero, che dire: a fine precauzionale, onde darmi un buon margine fisico e psichico, sarà mia premura innalzare ancora la preparazione, ma l’impressione è che già così possa essere adeguata a TappaUnica3V. Se non nevica le vacanze di Natale potrebbero essere l’occasione buona per effettuare un primo test attorno o sopra le 15 ore di cammino.

Ah, dimenticavo, contrariamente a quanto ormai è abitudine dei più io non uso bastoncini, preferisco ancora camminare alla vecchia maniera.

Una curiosità: nell’ultima ora di cammino un forte aiuto psicologico me l’ha dato la speranza, poi risultata vana, di trovare all’arrivo un bar dove potermi concedere un bel paninozzo col salame accompagnato da un bicchierone di vino rosso nostrano. Credo proprio che per TappaUnica3V mi organizzerò per farmi trovare questo premio all’arrivo a Urago Mella.

Martedì 8 dicembre

Non c’è sosta per chi si allena ed allora eccomi qua al Colle di San Zeno per esplorare anche il tratto di crinale che da detto valico si porta alla Colma di Marucolo sopra Monte Campione. Il dislivello è limitato, 450 metri all’incirca, ma qui comanda la lunghezza del percorso: quasi 5 chilometri (in proiezione lineare) che percorriamo in due ore e mezza tra andata e ritorno. Alcuni tratti ripidi mi permettono di valutare lo stato delle gambe: ottimo, è bastata una notte di riposo per farle tornare a pieno regime.

Colma di Marucolo: vista sulla parte di salita fatta ieri

Colma di Marucolo: vista sulla parte di salita fatta ieri (a centro foto la lunga sagoma del Crestoso)

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