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#TappaUnica3V e gli stupidi errori


Che volete che vi dica, a volte si prendono decisioni all’apparenza intelligenti ma che poi si rivelano (forse) solo stupide: per tre volte ho utilizzato un certo modello di scarpa, sempre quello nella logica del “non si cambia all’ultimo ciò che hai ben provato prima”, una scarpa con cui ho fatto senza problemi tantissimi chilometri, tantissimi metri di dislivello, tante ore di cammino e di corsa, poi, nella considerazione che l’ultima volta (a giugno di quest’anno) fin dai primi chilometri ho dovuto sopportare una metatarsalgia e, arrivato a metà percorso, avevo positivamente cambiato scarpe, ecco che decido di utilizzare queste ultime in questo quarto tentativo: “tutto sommato le ho senza problemi utilizzate per fare giri fino a sessanta chilometri”.

Certo del successo, alle ore ventidue e cinquantotto di venerdì 10 agosto mi sono incamminato per la quarta volta lungo il tracciato del sentiero 3V, questa volta non ho assistenti e tempi da rispettare, fatto salvo l’essere in vetta al Dosso Alto prima di buio per evitarne la solitaria discesa in notturna della cresta rocciosa esposta e con due tratti insidiosi, motivo per il quale mi sono comunque fatto una tabella di marcia indicativa, ricalcolata distribuendoci dentro le tre ore in precedenza dedicate alle soste di rifornimento quindi con dei tempi in apparenza più laschi. C’è comunque il presupposto di prendermela comoda, di fermarmi anche a riposare un poco, una decina di minuti, anche una mezz’ora, un’ora persino, quando ne avessi sentito il bisogno: obiettivo portare assolutamente a compimento il giro. Dati i problemi che mi hanno fermato in precedenza ho con me tutto quanto possa aiutarmi a contrastarli: cuscinetto rotuleo per quei dolori in zona meniscale che mi hanno fermato la prima volta, cerotti analgesici per i dolori muscolari che mi hanno torturato nel secondo tentativo o per eventuali dolori diffusi alle ginocchia che ho patito negli allenamenti dell’ultimo anno, pastiglie analgesiche per il dolore alla scapola che mi ha fermato a giugno di quest’anno. Ho anche un nuovo zaino, uno zaino dalla portabilità eccezionale, che non mi preme sui lombi, che è bello stabile, che è più leggero, insomma: stavolta non c’è niente che mi possa fermare!

Invece… invece domenica sera al Maniva ecco le vesciche nella più brutta posizione per chi deve camminare: sotto ai piedi. Mannaggia, è una vita che non mi vengono, manco più mi ricordo quand’è stata l’ultima occasione e così proprio non le avevo prese in considerazione, e così non ci sono preparato, sono privo di ogni arma efficiente per compensarle e poter procedere comunque, dovrei solo sopportarle, soffrire per i settanta chilometri del ritorno verso Brescia, e si, è cosa che potrei anche fare, è cosa fatta in passato (non per così tanti chilometri e ore) ma… ma ultimamente la voglia di soffrire si è spenta, già dagli allenamenti dei primi di giugno mi ero accorto di questa cosa, e così eccomi nuovamente a decidere lo stop, uno stop doloroso, uno stop sul quale contino a rimuginare per ore, uno stop che diviene ancor più pesante quando, la mattina di domenica, m’invento d’utilizzare i cerotti antidolorifici come cerotti antivescica e scopro che quasi non sento dolore. Sono ancora al Maniva, ieri sera nessuno poteva salire a prendermi e tra i presenti in zona non ho trovato modo di rientrare a Brescia, per cui ho preso una camera qui all’albergo Dosso Alto i cui proprietari si sono dimostrati ancora una volta molto sensibili e disponibili, mia moglie arriverà nel pieno pomeriggio e sto meditando sul come passare questo tempo, quasi quasi mi viene l’idea di rimettermi in cammino lungo il 3V, ci ragiono sopra a lungo, cammino nervosamente lungo il patio dell’albergo, ascolto i miei piedi e scorro mentalmente il tracciato, si potrei anche farcela, già ma se poi non ce la faccio? Il primo punto comodo da raggiungere in auto, un punto che mia moglie sia in grado di raggiungere è ad almeno quindici ore di cammino, no, no, troppe, potrei non farcela, la discesa a valle nei punti precedenti è quasi sempre lunga e complessa, dovrei in ogni caso camminare almeno dieci ore. Mentre sono immerso in questi pensieri ecco che mi vedo comparire davanti una collega di scuola casualmente qui salita con il marito a prendere un poco di fresco, il problema immediatamente si chiude e risolve: mi portano loro a Brescia.

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Il Giogo del Maniva

Ora sono a casa a leccarmi le ferite create dall’ennesima sconfitta, ottenebrato dalla ricerca dei suoi perché, del come mai mi siano venute queste vesciche, decisamente convinto d’aver fatto degli stupidi errori, alcuni veniali, ma almeno uno capitale e imperdonabile: il cambio di scarpe. Ottime le variazioni necessariamente fatte all’idratazione e al supporto energetico. Decisamente troppo stretta la tabella di marcia relativa alla parte percorsa. Va bene perdersi nei pensieri, quando sei solo è inevitabile farlo, ma male non badare al percorso finendo col compiere un madornale errore (dopo le Conche o infilato il sentiero che scende a Lumezzane) e, ancora peggio, coll’accorgersene molto dopo pur notando segni palesi dell’errore fatto (“ma che ci fa questa panchina?”, “ma come mai questa forma a toboga?”, “ma perché la discesa è così lunga?”, “che ci fanno le luci di Lumezzane così alte e vicine?” ed solo a questo punto “uhm, è da un po’ che non noto i segni del 3V, ho sbagliato”), errore che mi costa tredici minuti ma soprattutto una bella tirata di gambe. Buono lasciar fare alle gambe ma, specie se girano alla grande, senza dimenticarsi della strategia. Male farsi prendere dal desiderio di recuperare l’errore fatto per riprendere il vantaggio acquisito nelle prime due salite, prima o poi la paghi: alla durissima e complessa salita di Punta Camoghera infatti iniziano le contratture ai quadricipiti. Vero che non ci sono i rifornimenti assistiti, ma comunque li devo fare e farli in autonomia fruendo delle fontanelle e dei bar si dimostra più dispendioso: tempi comunque da computare a parte invece di integrare nel cammino. Va bene dare credito a quanto scritto dai produttori, e relativi testimonial, delle solette ortopediche ma non accontentarsi di qualche verifica su percorsi ben più corti di quello da affrontare: sostituire la soletta originale di una scarpa, presumibilmente creata su misura per la stessa, può essere un errore madornale (la forma non si adatta perfettamente a quella della scarpa, ti trovi punti vuoti che creano sensazioni fastidiose e ti modificano il modo di camminare, minore efficienza del passo, sovraccarichi difformi o, quantomeno, diversi da quelli che il tuo corpo è abituato a supportare, sfregamento del piede in zona priva di callo, probabili vesciche). Certamente utile la crema antifrizione, forse, però, meglio applicarla solo al momento della partenza, non a ripetizione nei giorni precedenti pensando di aumentarne l’efficacia (mi sa che così facendo ho invece ammorbidito troppo la pelle dei piedi facilitando l’insorgere delle vesciche). Forse le cose sarebbero andate allo stesso modo, ma almeno non avrei avuto questi dilemmi in mente, dopo tante esperienze e tanto studio dovevo solo lasciare tutto inalterato e limitarmi a camminare, niente tabelle nuove, niente scarpe diverse, niente di niente, invece mi sono lasciato prendere dalla mia smania di perfezionismo e sono stato adeguatamente punito.

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A questo punto non so se riproverò ancora la TappaUnica3V, di sicuro mi rimetterò in cammino sul sentiero 3V “Silvano Cinelli” (ho già concordato con un amico di farlo in tre tappe la prossima estate, ma ho anche intenzione di proporlo agli amici di Mondo Nudo nella classica percorrenza in sette giorni), di certo continuerò con il lungo cammino che fino a settanta chilometri riesco a concludere con soddisfazione e divertimento, probabilmente proverò ad allungare il mio limite sui novanta forse cento chilometri, poi si vedrà. Certo il tarlo, che già rode in mente, continuerà a fare il suo lavoro e il desiderio di rendere compiuta l’incompiuta mi perseguiterà, ma nel contempo la motivazione iniziale andrà ulteriormente scemando, l’età salirà, diverrà sempre più difficile mantenere la necessaria prestanza fisica e calerà la sopportazione mentale della fatica e della sofferenza, vedremo!

P.S.

Sono a disposizione di chiunque voglia percorrere, parzialmente o per intero, in tappa unica o in più tappe, questo sentiero: informazioni, calcolo dei tempi di percorrenza, definizione del materiale, prenotazione dei punti tappa, reperimento di un accompagnatore qualificato, cartine e mappe, tracce GPS, relazioni, perlustrazioni.

 

#TappaUnica3V: riproviamoci!


Stanotte Emanuele, come solo pochissimi sapevano, è ripartito per il suo intrigante viaggio sulle tracce del sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Stavolta, così come già più volte fatto in tanti allenamenti anche piuttosto lunghi (fino a novanta chilometri), ha scelto di essere in totale autonomia: nessun assistente, nessun mezzo di appoggio, niente rifornimenti programmati, si affiderà solo ed esclusivamente a sé stesso.

Nello zaino, oltre all’abbigliamento e al materiale accessorio (frontale, documenti, batterie supplementari, kit di primo soccorso), un primo carico d’acqua e di soluzione ipotonica che verrà man mano reintegrato fruendo delle fontane e dei bar che troverà sul cammino, tutti i gel e tutte le barrette necessarie per l’alimentazione e il supporto energetico dell’intero giro, lo smartphone per l’invio a casa di periodici messaggi.

Altro punto di sinergia con i già citati allenamenti: l’assenza di una precisa tabella di marcia. L’obiettivo è quello di fare l’intero percorso nel minor tempo possibile, non importa quanto sarà questo tempo (minore, uguale o maggiore delle quaranta ore programmate ad ogni tentativo), ovviamente sempre nella modalità tappa unica (si parte e si cammina pressoché costantemente fino ad essere arrivati, niente soste per mangiare, niente soste per riposare, niente soste per dormire, solo brevi fermate).

Buon viaggio Emanuele, ci rivediamo al punto di arrivo del sentiero domenica pomeriggio

Locandina TappaUnica3V-600

#TappaUnica3V Emanuele perchè corri?


 

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Foto di Carla Cinelli

La domanda mi è stata recentemente posta da un’amica che, purtroppo (per lei), mi segue solo attraverso le non sempre precise parole del marito. Sostanzialmente l’ho già velocemente spiegato in passato, andrò anche a motivarlo nell’ambito di un manuale che sto scrivendo e che sto man mano pubblicando con articoli su questo blog (Camminare in montagna), ma, visto che per questo ci vorrà ancora del tempo e che sostanzialmente le risposte tornano sicuramente comode  qualsiasi escursionista (sostanzialmente migliorando la prestazione diminuiamo la fatica e, pertanto, aumentiamo il godimento delle nostre uscite) alle esigenze di qualsiasi escursionista, voglio sinteticamente (senza supportarle con particolari spiegazioni fisiologiche e mediche) anticiparle.

Vero, non faccio gare di corsa in montagna, abbandonata l’arrampicata la mia attività è prettamente escursionistica, anche TappaUnica3V è un progetto escursionistico e l’escursionismo usualmente non prevede la corsa. D’altra parte, come chi mi segue dovrebbe ormai ben sapere, mi sono trovato a mio agio sulle lunghissime distanze (trenta, cinquanta, settanta, cento e più chilometri) e queste sono diventate parte importante della mia attività, TappaUnica3V è solo una di queste, ad oggi la più impegnativa ma non l’unica. Non solo lunghissime distanze, ma anche grandi dislivelli: tremila, cinquemila, novemila metri. Si ma…. ma questi sono dati comunissimi, dati che appartengono a tanti percorsi, a questi percorsi che vengono effettuati a tappe, quei percorsi che oggi, con mio notevole disappunto, insensatamente invasati di anglofonia, si preferisce chiamare trekking, e allora? Allora la differenza è che io mi sono invaghito della modalità trail e tutti questi miei lunghissimi cammini cerco di farli nel minor tempo che mi è possibile, ovvero li faccio in unica tappa, con un limitato tempo totale di percorrenza e dando pochissimo spazio al riposo, escludendo così la possibilità di dormire, quantomeno di farsi una vera dormita rigenerante e TappaUnica3V è, per ora, la mia espressione massima di questa metodica di cammino. Date le specifiche è chiaro che l’impegno richiesto a mente e corpo è notevole, un impegno che trascende le usuali richieste escursionistiche, un impegno che, specie per TappaUnica3V, può essere emulato solo con altri progetti similari, cosa ovviamente alquanto complessa, sarebbe come se un maratoneta si preparasse alla gara facendo, a breve distante tra loro, diverse altre maratone. La soluzione più consona e praticabile è quella di sfruttare percorsi più corti percorrendoli fuori dalla mia “zona di confort”, zona che, specie su tali distanze, già prevede un cammino piuttosto spedito quindi non mi resta che correrli, quantomeno correrne una parte più o meno rilevante a seconda della lunghezza, del dislivello e della conformazione. “Si, ma così facendo cosa ottieni di preciso? Non è che ti affatichi e basta?” Certo che ti affatichi ma, seguendo un opportuno protocollo che preveda gli adeguati intervalli di recupero e scarico, ti alleni e, per la precisione, ottieni i seguenti benefici:

  • l’organismo si adatta alle maggiori richieste energetiche attivando una serie di modifiche organiche alcune delle quali, essendo reiterate nel tempo a brevi scadenze, diventano stabili determinando la capacità di supportare sforzi man mano maggiori;
  • aumentano le fibre rosse (la corsa che principalmente utilizzo è una corsa aerobica, relativamente blanda e portata per lunghi tempi) , quindi la resistenza dei muscoli;
  • si alza la sopportazione al lattato e quindi si riduce la sensazione di fatica a fine escursione (ma anche nel corso della stessa);
  • migliora la capacità ventilatoria e. di conseguenza, l’afflusso di ossigeno al sangue;
  • aumenta la capillarizzazione quindi la quantità di sangue che arriva ai muscoli;
  • il sistema energetico impara ad utilizzare i grassi piuttosto che i carboidrati, questo permette all’organismo di lavorare più a lungo (i grassi a parità di peso producono più energia dei carboidrati, di grassi ne abbiamo a disposizione decisamente di più, i carboidrati non possiamo immagazzinare più di tanto, ad esempio se ingeriamo troppi zuccheri l’organismo produce insulina per bruciarli immediatamente, per giunta finendo col bruciarne più di quelli immessi);
  • si riduce il peso e ogni chilogrammo in meno comporta una sensibile diminuzione dello sforzo necessario a sollevare (salita)  o abbassare (discesa) il corpo, con minore fatica generale e minore sollecitazione per ginocchia, caviglie, anche, vertebre;
  • cambia positivamente (è utile non solo allo sport ma anche alla vita quotidiana e alla salubrità in genere) l’indice di massa corporea (BMI), ossia il rapporto tra massa magra e massa grassa (aumenta la prima e diminuisce la seconda);
  • aumenta la massa muscolare più interessata dal movimento della corsa (quadricipiti, polpacci, addominali, dorsali) che, guarda caso, è sostanzialmente la stessa interessata dal cammino (addominali e dorsali sono stressati dal cammino, specie se con lo zaino, ma non ne vengono potenziati);
  • la nostra percezione della fatica (e del dolore) si abbassa mettendoci in grado di spingere di più e/o di resistere più a lungo;
  • possiamo imparare a conoscere e riconoscere le reazioni del nostro organismo in situazioni di intenso stress fisico (e saperle pertanto gestire);
  • riusciamo a individuare e differenziare tra loro i dolori benigni (esempio la risposta costruttiva muscolare) da quelli maligni (esempio i traumi);
  • incrementiamo la nostra velocità di progressione e di conseguenza la nostra tranquillità psicologica a fronte di escursioni man mano più lunghe;
  • miglioriamo notevolmente la nostra sicurezza (sappiamo che in caso di bisogno, ad esempio per andare a chiamare soccorso o per evitare il sopraggiungere del maltempo, possiamo tranquillamente metterci a correre);
  • possiamo fare in poche ore percorsi che ne richiederebbero diverse, in giornata percorsi che normalmente richiederebbero due o più giorni (sarà cosa secondaria, ma vi assicuro che procura parecchia soddisfazione dandoci la motivazione a proseguire nei faticosi e dolorosi, ma come visto indispensabili, allenamenti).

Ecco perchè da due anni ho iniziato ad allenarmi metodicamente inserendo non solo la ginnastica ma anche la corsa: i benefici ottenuti superano alla lunga la fatica fatta e, avendo notevolmente allargato la mia “zona di confort”, posso dedicarmi con molta più tranquillità e soddisfazione all’escursionismo.

Alla fine, però, queste sono le motivazioni per cui ho iniziato e continuo a correre come allenamento, facendolo però è scattato qualcos’altro, man mano che il correre diventava più naturale ho scoperto che ti dona nuove esperienze, che ti permette di percepire aspetti della montagna che sono invisibili camminando, che ti avvolge, ti pervade, ti immerge in un turbinoso vortice emozionale e finisce che non puoi più fare a meno di correre. magari lo alterni al cammino, magari dai ancora più spazio al cammino che alla corsa, ma non smetti più di correre, corri ogni volta che puoi, corri non più solo per allenarti al cammino ma corri per correre.

G’avet comprì? 🙂

P.S.

Marito dell’amica, falle leggere il blog invece di limitarti a raccontarglielo, ehhehe!

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Foto di Carla Cinelli

 

#TappaUnica3V 2018, bene ma non abbastanza: nuovo insuccesso!


Sponsor

Preziosissimi e che ringrazio enormemente per quanto mi hanno dato in tutte e tre le edizioni di TappaUnica3V.

  • Maniva S.p.A. di Bagolino che mi ha fornito tutta l’acqua (Acqua Minerale Alcalina Maniva pH8) necessaria al giro finale, per me e i per i miei assistenti.
  • Albergo Dosso Alto al Giogo del Maniva che si è reso disponibile come base vita (nel gergo dei trail un punto di rifornimento più rilevante dove ci si ferma più a lungo, si mangia qualcosa e, talvolta, si dorme un poco) e mi ha offerto cibo e bevande, per me e i per i miei assistenti.
  • Gialdini Sport di Brescia che mi ha prestato il localizzatore GPS (Spot Gen 3) con il quale è stato possibile seguirmi via web.

Sceneggiatore, regista e attore protagonista

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Emanuele, ovvero lo scrivente, sessant’anni di pratica della montagna, quaranta di alpinismo, trenta di insegnamento alpinistico prima come istruttore sezionale del Club Alpino Italiano poi, sempre nell’ambito del CAI, come Istruttore Regionale infine come Istruttore Nazionale, collaboratore della Scuola Regionale Lombarda e della Scuola Nazionale, direttore di corsi e scuole del CAI, circa trecento scalate (roccia, ghiaccio e cascate), apritore di varie vie d’arrampicata su roccia nel comprensorio dell’Adamello, scalatore in solitaria. Cessata l’attività alpinistica per ragioni di forza maggiore (ginocchia malandate e vertigini parossistiche), continua con quella escursionistica e nel 2015, al fine di onorare i trentacinque anni di vita del sentiero 3V e il padre Silvano morto durante il giro inaugurale di detto percorso, progetta TappaUnica3V e, anche a seguito del fallimento dei primi due tentativi, vi si dedica profondamente per i tre anni a seguire. Nei primi anni del duemila entra in contatto con alcune realtà del nudismo, in particolare il forum de iNudisti di cui diventa presto un moderatore e un amministratore, finalmente riesce, nell’ambito di alcuni eventi sulle spiagge italiane, a liberarsi dal fardello di un abbigliamento da sempre sentito come ingombrante e sostanzialmente in certi contesti inutile. IMG_20180425_102246Dopo qualche anno porta questa naturale libertà anche nell’attività in montagna, dà vita al blog “Mondo Nudo” tramite il quale, tra le altre cose, s’impegna a dare pubblica visibilità all’escursionismo a nudo e, con discreto successo, invita i lettori a seguirlo su questa strada: TappaUnica3V, oltre a quanto già detto, vuole anche essere un modo per dimostrare come la montagna possa essere praticata anche senza la barriera delle vesti, una barriera che isola dall’ambiente negando all’escursionista il piacere sottile e invadente dell’inclusione nella montagna, gli impedisce di vivere la montagna nel più completo senso della parola, ovvero d’essere natura nella natura, monte nel monte, animale pari a tutti gli animali, leggero e indifeso ma consapevole e ricettivo. Nudi è normale, nudi è meglio è il suo più recente e attuale mantra, un mantra che si è tradotto in due hashtags di Twitter (#nudiènormale e #nudièmeglio) e che definisce al meglio il suo pensiero, la sua scelta, una delle sue più rilevanti campagne sociali.

Attori non protagonisti

Per semplificare la loro citazione nel contesto della relazione, elenco e descrivo qui le persone che mi hanno gratuitamente assistito in questo mio fantastico viaggio. Un sentitissimo ringraziamento anche a loro.

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  • Maria, mia moglie, presente alla partenza, ha supportato con abnegazione le mie numerosissime assenze da casa per gli allenamenti e sopportato le relative preoccupazioni (in particolare la paura per i miei sempre più frequenti incontri con i cinghiali).
  • Fabio, mio nipote, doveva farmi, come già fatto nel 2017, da assistente principale e fotografo ufficiale poi, per forzate cause, si è commutato in assistente secondario presenziano alla partenza e accompagnandomi nel tratto superiore del percorso.
  • Alberto, compagno di una collega di lavoro, alla fine diventato l’assistente primario mettendo a disposizione l’auto e facendosi carico di presenziare a tutti i punti di rifornimento.
  • Matteo e Manuela, i titolari, insieme alla mamma Rosa e alle sorelle Miriam e Nada, dell’Albergo Dosso Alto (e collegata Pizzeria Cielo Alto posta a pochi metri dall’albergo), mi hanno dato cordialissima accoglienza presso la loro struttura; Manuela, ottimo chef, mi ha cucinato una stupenda pasta al pomodoro.

Scenografo

La montagna, in particolare la montagna del bresciano sulla quale mi sono allenato e sulla quale ho percorso migliaia di chilometri in un crescendo di fatica e di dolore ma anche di emozioni indelebili.

Scenografia

Idealmente il progetto TappaUnica3V si sviluppa sull’intero Sentiero 3V “Silvano Cinelli”, una lunga cavalcata che, partendo dal lato est di Brescia e rientrandovi su quello ovest, percorre quasi fedelmente lo spartiacque tra la Val Trompia e le limitrofe Val Sabbia, nel tratto di andata, e Val Camonica, nel tratto di ritorno. Un alternanza di strade, stradine, mulattiere e sentieri che, nella sua conformazione base (definita bassa), non presenta particolari difficoltà tecniche, invece presenti in quasi tutte le varianti alte, varianti che, insieme ad altre identificate da Emanuele per avvicinarsi il più possibile all’idea di un percorso interamente in cresta, definiscono il percorso ideale di TappaUnica3V. Una lunghezza complessiva superiore ai centotrenta chilometri e un dislivello prossimo ai novemila metri sia in positivo che in negativo che prevedevo di percorrere in quaranta ore, comprese tre ore di soste, per una velocità media di tre virgola cinquantacinque chilometri all’ora (tre virgola tre considerando anche le soste).

Quanto sopra rappresenta la scenografia prevista, quella realmente percorsa è sensibilmente ridimensionata e modificata: evitate buona parte delle varianti alte il percorso si è così assestato su circa ottantadue chilometri (che probabilmente sono anche più di novanta vista l’impossibilità dei tracciatori di tener conto di tutte le svolte e della differenza tra distanza piana e distanza reale sul pendio inclinato), conditi da almeno (qui i tracciatori sono ancor più imprecisi visto che in montagna un errore di posizione di pochi metri può corrispondere a una differenza anche sostanziosa in quota) cinquemila trecento metri di dislivello positivo e tremila ottocento di dislivello negativo. Il tempo effettivo di cammino è stato di ventisei ore e dodici minuti, a questo si devono aggiungere otto ore e cinquantasei minuti di soste, per un impegno totale di trentacinque ore e nove minuti e una velocità media di tre virgola tredici chilometri all’ora (due virgola trentaquattro considerando le soste).

Film

22 giugno 2018, è arrivato il fatidico giorno: oggi si parte per tentare nuovamente il lungo solitario nudo cammino di TappaUnica3V. Negli ultimi quindici giorni ne sono successe di tutte, sembra proprio che una qualche forza oscura voglia ostacolare i miei propositi: dopo che nemmeno gli allenamenti più duri li avevano provocati, ora persino pochi chilometri fatti al cammino lento su piano asfalto mi generano dolori alle ginocchia, accompagnati da (novità assoluta) una sensibile tensione dolorosa sull’esterno dell’estremità prossimale del perone; quel tempo atmosferico che mi ha graziato per tutto l’inverno e tutta la primavera, adesso si è sfogato in piogge quotidiane con un considerevole calo della temperatura che, se così si è fatta di giorno più consona al cammino, di notte è diventata fastidiosa; chi mi deve assistere si trova improvvisamente senza auto e senza patente; l’auto di riserva è in panne e non è sicuro se riusciranno a sistemarla per tempo; Maria si prende una bronchite e in corrispondenza di questo anch’io una mattina mi sveglio con il mal di gola, fortunatamente passato in un paio d’ore; tre giorni prima della partenza mi si presenta un problema intestinale, lieve ma pur sempre inidoneo all’impegno che devo affrontare. Va beh, nonostante tutto questo e nonostante le involontarie gufate di parenti, amici e conoscenti, nonostante il fastidio provocato da chi si produce in reiterate inutili raccomandazioni (“cavolo, sessant’anni d’esperienza di montagna mi avranno pur insegnato qualcosa, o no? Per altro devo poi solo camminare!”), nonostante non mi sia stato possibile avere un’ultima settimana di assoluta tranquillità e spensieratezza, nonostante tutto questo e altro eccomi qui al punto di partenza, eccomi qui con la mente ormai proiettata solo sul mio viaggio, con il corpo allo stesso tempo rilassato e teso, idratato e alimentato come si deve, pronto!

Mancano venti minuti all’orario di partenza, vorrei almeno ora starmene tranquillo a fare un poco di riscaldamento muscolare e invece… invece i pochi presenti, in particolare Maria, mi stressano: sono stanchi di aspettare e mi chiedono di partire subito. Lascio perdere il riscaldamento, tanto è previsto un lungo tratto di cammino lentissimo, accendo lo Spot, tolgo la pur leggerissima canotta da corsa, baci e abbracci e, con quasi dodici minuti di anticipo, m’avvio sulla prima salitella di via San Gaetanino, allontanandomi dalle preoccupazioni e dallo stress: “3V ora sei mio e io ora sono tuo!”

Restando costantemente concentrato sul passo onde mantenerlo basso, quasi senza rendermene conto eccomi ai Medaglioni da dove non posso esimermi dal dare uno sguardo verso il basso per ammirare il panorama che da qui si estende sul lato est della città, la Bornata, spingendosi lungamente sulla Pianura Padana. Riprendo il mio lento cammino, un bel tratto di asfalto e poi sentiero, già da tempo i pantaloncini, anche se sono un leggero modello da corsa con morbidissima mutandina integrata, hanno iniziato a darmi fastidio ma il condizionamento mentale e uno stato sociale in tal senso illiberale e ottuso me lo impediscono: “è ancora giorno e questo è un sentiero abbastanza frequentato potrei incontrare altre persone”. Passo dopo passo, eccomi al piazzale del Cavrelle, al volo m’invento una brevissima variante: invece di aggirarlo, risalgo il tondeggiante dosso dove sorge la chiesa di Maria Maddalena: “interessante, anche se sono pochi metri è sicuramente più interessante del giro standard, la devo inserire nel tracciato del 3V alto!” Sul lato opposto del dosso recupero il percorso originale, nel frattempo incalza la sera e nel bosco la visibilità inizia a farsi debole, mettendo alla prova i tanti esercizi propriocettivi fatti attendo ancora qualche decina di minuti e poi, oltrepassata la zona dei ristoranti e delle scampagnate, mi fermo un attimo per predisporre la frontale e includermi nella natura: “ahhhh, finalmente libero, finalmente a pieno respiro, finalmente senza barriere”.

Quasi, purtroppo ci sono pur sempre le scarpe e lo ziano, nudo come un verme riprendo il cammino, man mano al mio fianco scorrono via le varie postazioni di antenne, insieme ad esse si involano alle mie spalle il Monte Denno, l’omonima Costa, il Monte Salena. Le gambe girano benissimo, i summenzionati dolori sono svaniti e il fiato? “ Uauhh, sono proprio in forma, le fatiche fatte sono servite a qualcosa!” Procedo in costante sforzo aerobico, respirando, cosa per me eccezionale, solo dal naso e data la mezza luna che, già alta, illumina il paesaggio, ogni tanto mi concedo qualche sguardo attorno. Finita la prima salita eccomi all’inizio della prima discesa, una discesa insidiosa, ripida e disturbata dal profondo solco che percorre il centro del sentiero o da tratti di roccette sconnesse, una discesa che, sebbene ad un certo punto si attivi una leggera metatarsalgia (“e te pareva!”), supero agevolmente arrivando nei pressi di Nave con un discreto anticipo per cui mi fermo in un praticello ad ammirare le stelle. “Bon, è ora di ripartire”, prelevo i pantaloncini dallo zaino per posizionarli a portata di mano visto che fra poco dovrò obbligatoriamente indossarli e giù verso il paese. La luce dei lampioni sostituisce il fascio della mia frontale, dal terrazzo verandato di una casa mi giungono le voci e i rumori di un numeroso convivio, alcuni gatti mi osservano preoccupati scansandosi al mio passaggio, un’auto m’abbaglia e quasi mi costringe a saltare nel fossato che costeggia la stretta strada, l’ultima curva ed ecco il rettilineo che porta alla chiesa di San Rocco dove, per un ultimo saluto prima della lunga faticosa notte che mi attende, trovo Maria e Fabio, senza fermarmi li saluto e procedo oltre. Seconda salita, quella salita che, lo scorso anno, mi ha distrutto le gambe, controllo con la massima attenzione il mio incedere: passo corto per lavorare il meno possibile coi quadricipiti femorali, busto ben eretto per non comprimere il diaframma e poter respirare al meglio, ventilazione calma e profonda per un ottimale scambio gassoso, ritmo costante ma basso per la minima esigenza energetica. Cemento dopo cemento, sasso dopo sasso, gli strappi si spostano dal davanti all’indietro, illuminata dalla frontale appare la Santella della “Salve Regina”, ora la pendenza cala e posso accelerare un poco. Cà Ecia, un cane abbaia insistentemente in alto alla mia destra, non lo fanno, invece, quelli che di solito sono presenti nel capanno poco più avanti in basso a sinistra, “mi sa che oggi non li hanno lasciati qui”. Breve discesa, e poi di nuovo salita, ripidissima salita in buona parte cementata, boschetti e prati che ormai conosco bene si alternano scoprendo e nascondendo quella parte di luna che spunta dal dietro della Maddalena. Una mente stranamente silenziosa accompagna l’incedere, m’avvicino alla chiesetta di Sant’Antonio e improvvisamente un forte rumore irrompe nel mio cervello ormai abituato al profondo silenzio della notte montana: musica a palla! “Che è? C’è forse una festa di giovani in quella cascina?” No, la cascina è stranamente deserta, la musica proviene proprio dalla chiesetta. Ancora qualche passo ed ecco che appare un bianco grande tendone, sotto ad esso due lunghe file di tavoli e panche, due sole persone sedute, mi osservano passare: “saranno gli organizzatori di una prossima festa che si godono il riposo dopo la fatica dell’allestimento”. Il frastuono mi accompagna mentre aggiro la costruzione e mi allontano verso il monte, qualcuno da dietro grida a ripetizione un nome, forse attendeva un’altra persona e pensa sia io, alla fine capisce e smette i richiami. Passo dopo passo finalmente rientro nel silenzio e posso, grazie al buio della notte che cela i segni dell’urbanizzazione, reimmergermi nella natura sognandola selvaggia, nudo e solo nella nuda e scura natura: il massimo!

Prima serie di tornanti, altro punto critico che più volte mi ha dato filo da torcere, lo supero indenne e lestamente m’avvio sul lungo traverso del traliccio. Seconda serie di tornanti, passo più leggero dato che qui mai ho avuto problemi, stranamente non s’ode il solito lamentoso verso dell’allocco che dimora da queste parti, solo lo strisciare di qualche lucertola spezza l’immenso piacevole silenzio, mentre davanti a me, nel fascio di luce della frontale, man mano vanno a cadere neri insetti e grigi ragnetti. Eccomi al Pater, senza sosta passo oltre, un breve tratto all’aperto permette di guardare lontano: migliaia di luci costellano la pianura, altri puntini luminosi appaiono qua e là sui monti, la scura sagoma della chiesetta di Sant’Onofrio nitida si erge dal crinale dirimpetto a quello in cui mi trovo. Altri metri scorrono sotto i piedi, terra, erba e sassi si alternano a rendermi giocoso il cammino, esco dal bosco per immettermi nella conca prativa di Conche, alla mia destra il Santuario domina il luogo, davanti la più minuta costruzione della foresteria nasconde il gruppo di tavoli e panche a fianco dei quali prosegue il sentiero. Aggiro lo spigolo della piccola casa e vengo avvolto da una gelida folata di vento, velocemente infilo una maglia e mi sposto alla ricerca di un luogo riparato dove indossare anche il gilet antivento. Percorro il lungo crinale che porta verso il Monte Doppo, tratti sopravento con le luci di Lumezzane a fare da sfondo e le fredde folate a farmi compagnia, accaldati tratti sottovento da dove si scorgono lontane le luci di Caino, infine la breve ma ripida salita nella stupenda faggeta che conduce al piccolo simpatico Eremo di San Giorgio. Ho un discreto vantaggio sulla tabella di marcia per cui ne approfitto per coprirmi meglio: prima di tutto sopra la canotta infilo due maglie a maniche lunghe, poi tolgo i pantaloncini (che m’ero rimesso arrivando al cospetto del Santaurio di Conche) e infilo i caldi leggins da trail, infine al posto del gilet indosso l’ancora intonsa giacca da pioggia rispondente alle più recenti normative per la corsa in montagna: “altro che nudo cammino, qui si prospetta un viaggio molto, molto vestito, sic!”

Ancora qualche minuto per allungare lo sguardo sulla bluastra superficie del Lago di Garda che s’intravvede in lontananza e poi di nuovo in cammino. Breve discesa, sconquassata salita, l’insidiosa diagonale sulle scoscese pendici erbose Monte Doppo ed ecco la lunga ripidissima discesa che porta al Passo del Cavallo. L’erba è bagnata, segno di un recente piovasco (“ottimo, non facciamoci mancare proprio nulla!”), nel giro di pochi minuti scarpe e calze sono letteralmente fradicie, ma fa parte del gioco e, indifferente, proseguo nel mio cammino. Senza sosta oltrepasso la strada che collega Lumezzane a Odolo e inizio la lunga e costante risalita verso il Roccolo di Cipriano, altro critico tratto dove il primo anno iniziò la sofferenza. Stavolta salgo senza problemi, né di fiato (ne ho da vendere) né muscolari, passo il roccolo, traverso il versante meridionale del Dosso Giallo, pervengo alla sella di Pasadina e, seguendo una elegante seppure ripidissima variante tra alte erbe e piccole guglie calcaree, invece di aggirarla risalgo direttamente la Punta Camoghera: le nubi hanno mascherato il cielo e la luna e, sebbene spezzata dalle luci del fondovalle, l’oscurità si è fatta pressoché totale, per individuare l’esile traccia devo impostare la frontale alla sua massima luminosità. Eccomi in vetta, una breve sosta per far rilassare il muscolo Vasto Mediale che quest’ultima salita, affrontata ad un ritmo decisamente superiore al programmato (lo scoprirò solo tornato a casa: sebbene alla fine abbia deciso di mantenere al polso l’orologio, ho con me una tabella con soli pochi punti), ha messo a dura prova e riparto. Al cospetto delle luci di Lumezzane che brillano quasi a picco sotto di me, con circospezione supero l’esile cresta, un tratto di più agevole sentiero nel bosco e pervengo alla larga sella de La Brocca. Il solito cane mi saluta forse disturbando chi dorme nel baitello (“aho, ma questo qui proprio ci vive, è sempre qui!”), velocemente scorro via e m’infilo nella selva erbosa che, ancor più del solito, ingombra il sentiero della variante alta del 3V. Un bel problema questo dell’erba alta e per giunta bagnata quindi piegata verso il basso: nasconde completamente il terreno e, in combinazione con le varie radici e i tanti sassi tutti oggi assai scivolosi, mi costringe a un passo più lento. In ogni caso procedo e vado a superare l’ormai conosciutissimo camino de La Streta, dieci metri d’arrampicata facile ma verticale e non banale. Lottando con le alte erbe e i cespugli, mi slancio verso l’ormai prossima sommità del Dossone di Facqua. Brevissima sosta per guardarmi attorno e per stringere i lacci delle scarpe un poco allentatisi, poi via sulla tecnica discesa, sorpresaaaaa: quadricipiti femorali irrigiditi, devo scendere con una cautela maggiore del previsto, ovvero con velocità minore.

Passate Brutte, pochi metri e sono sulla comoda e larga strada che costeggia una buona parte della lunga cresta di Lumezzane, visto che è anche iniziato il crepuscolo posso mettere via la frontale. Agevolmente nell’ordine metto in carniere la Passata del Cucinì, le Poffe de Uciù, il Casello, il Campo del Gallo e la Corna di Sonclino, poi, senza sosta, mi avvio sulla lunga discesa verso Lodrino. Discesa!!! Ehm, una finta discesa, più che altro un continuo su e giù per dossi erbosi che mette a dura prova non solo il fisico ma anche la mente, ma gli allenamenti fatti mi hanno ben temprato e, nonostante alcuni crampi al vasto mediale sinistro, supero con disinvoltura il tratto. La temuta salita della Punta Ortosei manco la vedo, qualche problema me lo creano i cespugli che ingombrano la traversata di cresta verso la Punta di Reai, non scioltissima ma comunque meno problematica la discesa da quest’ultima cima durante la quale incontro un simpatico pastore che cerca le sue pecore, mi chiede da dove arrivo e appare poco impressionato dalla mia risposta (“Brescia”), probabilmente non ha inteso che me la sono fatta tutta a piedi. Campo Castello e arrivo al primo rifornimento con un buon anticipo sorprendendo Alberto ancora seduto in macchina intento a seguire la mia progressione su Internet dove, invero, risulto ancora piuttosto lontano. Nel vedermi arrivare l’amico prontamente esce dalla vettura, mi saluta, prende un paio di sedie dal bagagliaio predisponendole nel piccolo piazzale affinché possa comodamente riposarmi e provvedere al ripristino della dotazione di liquidi (l’acqua nella camelbag e la borraccia con soluzione iposodica) e di solidi (barrette, gel e polpa di frutta). Il tempo scorre facilitato da piacevoli chiacchiere, comunque, invece di aspettare l’orario programmato, decido di approfittare del vantaggio per gestire con comodo i successivi chilometri: mi preoccupa la durissima salita diretta al Passo della Cavada.

Supero la frazione di Resolvino, imbocco la salita attraverso le case di Lodrino, un’auto si ferma al mio fianco, un finestrino si abbassa: “è questa la strada per il sentiero?” “Si è questa” prontamente rispondo, “vuole un passaggio?”, “no grazie”. L’auto riparte e io riprendo il mio cammino, un piccolo dubbio mi esplode nella testa “ma a quale sentiero si riferiva?” va beh, ormai è andata e comunque sono quasi certo che parlava del mio stesso sentiero. Pochi minuti ancora e sono alla Trattoria Genzianella nel cui parcheggio ritrovo la persona che mi ha chiesto informazioni, gli spiego il perché non avessi accettato il suo passaggio e comprendo che avevo intuito giusto: vuole anche lui salire al Passo della Cavada. Lo anticipo di poco sulla scalinata che porta al Parco degli Alpini, ma subito mi passa avanti visto che io mi fermo per spogliarmi il più possibile: ormai il sole è alto e il caldo fa sentire i suoi malefici effetti. Poco più sopra lo riprendo per non più rivederlo: lui salirà per il percorso più comodo, io per quello più faticoso ma anche più veloce. Contrariamente ai miei timori agevolmente arrivo al passo, ho addirittura raddoppiato il vantaggio che, dopo l’allungamento della sosta di rifornimento, ancora mi restava: “ottimo, sono proprio in gran forma, nonostante i tanti chilometri e metri me la sto godendo alla grande”. Il lungo traverso per aggirare il versante occidentale del Monte Palo mi permette di alleggerire la pressione sulle gambe e prepararle per la successiva discesa, una discesa non ripida ma con tratti in diagonale che sollecitano malamente le caviglie. Con piccolissimi tentennamenti è superata anche questa, eccomi al Passo del Termine ed eccomi nuovamente in salita, l’ennesima salita, inizialmente leggera poi impegnativa. Il liscio sterrato rende agevole il cammino e, nonostante sul breve sentierino finale ci sia un tratto ingombro di rovi, in poco tempo sono ai Piani di Vaghezza. Nuovamente comodo sterrato, per giunta pressoché pianeggiante, per il quale attraverso i bucolici prati costellati di cascine e arrivo al parcheggio sommitale, ora una discesa su asfalto velocemente mi porta al parcheggio basso nei pressi del chiosco Lebalo. “Aia, dove sono Alberto e Fabio?” Non era qui previsto un punto di rifornimento ma Fabio aveva espresso il desiderio di accompagnarmi nel tratto che segue e così avevamo programmato un nostro incontro, invece non c’è nessuno. Non ho con me l’orario di passaggio e mi fido di quello indicato da mio nipote (mezzogiorno), così, visto che manca quasi un’ora, usando dei cartelli segnaletici come riparo dal freddo vento, rimetto gli abiti pesanti e mi siedo in attesa del loro arrivo. Il tempo passa e di loro non c’è segno, li contatto e con una serie di messaggi riesco a capire che Fabio non solo ha sballato l’orario del mio passaggio (le undici e ventotto minuti) ma arriverà in ritardo anche rispetto a quello da lui indicato. Potrei dirottare mio nipote e rimettermi in cammino da solo ma, fidandomi delle sue precedenti indicazioni orarie, mi dispiace, ci teneva tanto, e così… “mettiamoci comodi e approfittiamone per riscaldarci con un bel tè caldo” e mando loro il messaggio “vi aspetto al bar”. La ragazza del chiosco mi riconosce, mi ero qui fermato durante uno degli allenamenti di tre anni fa e ne avevamo già parlato, così gli spiego che allora avevo fallito, anche se di poco, e ora sto riprovandoci. Alberto e Fabio arrivano, li vedo dalla finestra del bar, “ma che fanno?”, invece di fermarsi infilano la strada che sale, ma subito si avvedono dell’errore e tornano indietro. Mi raggiungono e, mente Fabio si organizza per il cammino (“non poteva arrivare già vestito da montagna!”), m’informo sulla tabella di marcia completa che è in loro dotazione andando così a scoprire che non solo ho perso tutto il vantaggio che avevo accumulato, ma ho addirittura accumulato un ritardo di quarantatré minuti: “viaggio distrutto!” Non posso salvare la capra, vediamo di salvare almeno i cavoli: “eviteremo la salita alla Corna Blacca e al Dosso Alto”.

Assieme al nipote riprendo il cammino, passo ben cadenzato per affrontare la non dura ma comunque nemmeno leggera salita delle Scale dell’Ario e, senza sosta, siamo ai verdi pascoli del Pian del Bene dove ci concedo un minuto di respiro. Allontanando un paio di mucche che ostacolano il passaggio, raggiungiamo e risaliamo il ripidissimo versante meridionale del Monte Campello ed eccoci sulla cresta che unisce questa secondaria montagna a quella più evidente del Monte Ario, alla cui sommità perveniamo in breve tempo. Lungo la cresta possiamo ammirare tantissimi gigli rossi (che io ho invero oggi già piacevolmente osservato nel tratto tra la Corna di Sonclino e Lodrino), in buona parte ormai prossimi a sfiorire, ma in parte ancora freschi e per giunta proprio rossi non aranciati come al solito. Il tempo incalza, dalla vetta imbocchiamo subito la ripida discesa sul versante opposto e, attraversata una fantastica macchia di maggiociondoli, oltrepassiamo il Goletto di Campo. Lasciando perdere la variante che avrei voluto fare (scavalcamento del Dosso Falcone) prendiamo il lungo diagonale che porta al Passo del Falcone, qui ignoro anche l’altra mia variante (Monte Pezzeda) e senza esitazione scendo al Rifugio Blachì 2 per poi risalire al Passo di Pezzeda Mattina dove m’incammino sulla Strada dei Soldati. Sempre spettacolare questo lungo traverso, un’apparente diagonale invero in costante e sensibile salita, che taglia ripidi prati costellati da bianche rupi calcaree, sullo sfondo le case di Ono Degno e la valle che scende a Vestone. Segni di scavo e livellamenti hanno alterato completamente tutto il tratto fino al Passo di Prael, incrociamo una persona che manovra un drone, è qui arrivata con una bicicletta da montagna a pedalata assistita, fare due più due è immediato: “in zona stanno da tempo puntando sul downhill ciclistico, al passo del Maniva noleggiano le bici a pedalata assistita, vuoi vedere che questi lavori sono per consentire il passaggio delle biciclette!” Il sentiero ci riporta sul lato valtrumpino del crinale, finisce il tratto lavorato (invero poi scopriamo che a tratti riprende) e il percorso si fa in discesa per poi risalire leggermente nella lunga traversata sotto le contorte pareti calcaree della Corna Blacca. Si avvicina la base vita del Maniva, istintivamente allungo il passo e Fabio inizia a restare un poco indietro, rallento per mantenermelo vicino. Anche il Passo di Paio è superato, alti sul largo vallone che scende verso Vaiale e Lavenone, attraversiamo i ripidi pendii erbosi che sottostanno il Corno Barzò e la Cima Caldoline. Eccoci al breve ripido strappo franoso che adduce al Passo delle Portole, recuperiamo sul piano sentiero che porta al vicino Passo del Dosso Alto dove troviamo Alberto, insieme al quale prendiamo la strada asfaltata che ci porta al Giogo del Maniva. Seguito dai due compagni, entro nel bar dell’albergo Dosso Alto, subito salutato da Matteo che mi stava aspettando e mi offre collocazione in veranda dove potrei stare isolato e tranquillo, ma mi sento bene, molto bene e, in previsione della tanta solitudine che andrò poi ad affrontare, preferisco stare nella sala principale per altro oggi non particolarmente affollata. Ci sistemiamo al tavolo e nel giro di pochi minuti Manuela mi porta la pasta che avevo richiesto, che vado ad accompagnare con una bella birra media. Alberto e Fabio si limitano a bere del succo di frutta.

Grazie ai tagli fatti nell’ultimo tratto posso prolungo di parecchio la mia sosta e ne approfitto per asciugare i piedi, cambiare le calze e anche le scarpe. Non so cosa sia successo, ma quest’anno le mie scarpe preferite, appositamente acquistate per il giro dello scorso anno molto prematuramente interrotto e poi gelosamente custodite per l’occasione, non solo mi hanno quasi subito attivato una metatarsalgia (passata in secondo piano nella concentrazione del cammino ma ora nuovamente evidente), ma sui tanti diagonali erbosi hanno dolorosamente sollecitato i malleoli e, più in generale, le ho percepite più rigide e strette del solito. Si avvicina l’ora della ripartenza, visto il freddo e il vento che qui mi hanno accolto mi copro con tutto quello che ho a disposizione: canotta, maglia a mezze maniche, maglia a maniche lunghe, maglia pesante del secondo strato (proditoriamente messa nella borsa di assistenza), gilet antivento, giacca da pioggia, copripantaloni impermeabili, guanti, berretto invernale a cupola, cappellino leggero (per evitare che il cappuccio della giacca da pioggia mi scenda sugli occhi, lo fa meno di tanti altri ma comunque in modo a me fastidioso: preferisco avere la visuale bella libera in tutte le direzioni, anche verso l’alto). Così bardato saluto tutti e mi rimetto in cammino.

Come recita la legge di Murphy le cose avvengono quando non lo devono fare e così fatti pochi passi mi rendo conto che il vento va calando, “ok, qui sono in posizione protetta, ma più avanti torno allo scoperto, meglio non perdere tempo a spogliarmi” così mi limito ad aprire la cerniera della giacca e a togliere il cupolotto e il cappuccio della giacca. Mantenendomi alto sulla strada asfaltata, oltrepasso l’Hotel Bonardi (“inutile scenderci visto che non mi ci devo fermare, tanto non cambia poi molto e così è più logico”), poi seguo, come da percorso standard, il sentierino che evita il tornante del Pozzone, lo sguardo si alza ad osservare la rotonda cima del Dasdanino: “ammazza quanto appare lontana e alta, non me la ricordavo così”. Senza pensarci troppo procedo oltre e in breve arrivo alla base delle Calve degli Zocchi, un largo pendio erboso che, con pendenza progressivamente crescente, conduce alla detta sommità dove arrivo avvolto dalle nuvole che, senza ostacolare la visuale, rendono il paesaggio un poco surreale e fantasmagorico: nel tratto finale della salita avvisto, un centinaio di metri sulla mia destra, una grossa e nera ombra dalla forma di un grosso cinghiale, osservo con attenzione e mi sembra di notare del movimento, ma non ne ho la certezza, riprendo a salire tenendo d’occhio, più per curiosità che per altro, la grossa sagoma, poco più sopra diventano tre, due nere e una marrone, le osservo per alcune decine di secondi, percepisco lievi movimenti: “boh, potrebbero essere oscillazioni della nuvolaglia, non mi risulta che qui siano presenti”. Raggiungo il vicino Passo del Dasdana e, osservato con curiosità da una coppia in moto ferma in una piazzola di sosta, mi immetto immediatamente sul sentierino che porta verso la vetta dell’omonimo monte, sotto di me da un lato l’occhio azzurro del Laghetto Dasdana, dall’altro i ruderi della Caserma del Pian delle Baste nei pressi dei quali sono parcheggiati due furgoni, delle persone mi sembrano affollare la limitrofa area picnic… “qualcuno, nonostante il forte e freddo vento, si è attardato, uhm, forse sono dei pastori, vedo numerosi punti bianchi nei prati intorno, potrebbero essere pecore”. Fermandomi ogni tanto per guardarmi attorno e gustarmi il tramonto, supero la barriera di grossi massi, risalgo la successiva crestina che porta alla piattaforma di artiglieria, percorro la crestina finale e, sul fare della sera, raggiungo la vetta. Inizia la lunga cresta che riporta verso Brescia, al vento si aggiungono le nuvole basse che mi avvolgono in un gelido ed umido abbraccio, richiudo la giacca, rimetto il cupolotto invernale e rialzo il cappuccio, fra poco inizierà a far buio approfitto della fermata per prelevare e sistemare la frontale. Dando con la coda dell’occhio uno sguardo alla sempre bellissima conca dei laghi di Ravenola, scendo ai muretti a secco delle vecchie trincee e mi slancio sulla traversata delle Colombine. Salite e discese si alternano, la luce della frontale si ferma poco avanti creando nella nebbia un invalicabile muro bianco, i quadricipiti femorali danno segni di affaticamento e le ginocchia iniziano a brontolare, sulle discese più rovinate sono costretto a procedere con maggiore attenzione e minore velocità del previsto, una velocità che qui doveva invece iniziare a crescere: percepisco con chiarezza che sto accumulando ritardo. Rinuncio ai pochi metri che portano alla vetta del Monte Colombine per immettermi direttamente sul percorso di discesa verso il Goletto di Cludona. Con attenzione supero il primo tratto molto ripido e rovinato, poi cerco un recupero sul successivo lungo tratto di leggera discesa nell’erba. Cammino e cammino ma il goletto non arriva, sembra molto più lontano del solito, la nebbia si è fatta ancora più fitta, all’improvviso, un paio di metri avanti a me, appare una massa biancastra informe ma nitidissima, silenziosa passa velocissima alla mia sinistra, vicinissima, quasi a sfiorarmi, e ne noto le scie come di una cometa o di un cencio strappato, poi svanisce alle mie spalle. Il tutto dura pochi secondi, non ho avuto il tempo di fare o pensare alcunché, di certo non poteva essere una delle capre che qui di solito si trovano a pascolare, probabilmente una folata di vento ha fatto oscillare le alte e filamentose erbe giallastre che, confondendosi nella fitta nebbia, hanno generato l’immagine metafisica. Qualunque cosa sia stata, anche un semplice inganno della mia mente, la scena è stata intrigante e mi si è impressa nella memoria in modo profondo, così come altra di poco precedente in cui qualcosa di nero, sempre senza provocare rumore, si è alzato da terra per saltare nella mia direzione e poi volare via sfiorandomi ad altezza ginocchia. Misteri della notte nebbiosa e solitaria?

Finalmente sono al Goletto di Cludona, qualcosa d’impercettibile mi suggerisce che potrei dovermi fermare per un bivacco, meglio evitare le creste dove non avrei modo di riparami dal vento, decido di proseguire per la variante bassa anche se il tratto fino alle Sette Crocette proprio non lo conosco e il seguito l’ho fatto una volta sola, tre anni fa, in occasione del primo tentativo di TappaUnica3V. Manca una tabella del 3V ma c’è quella del CAI che indica con certezza la direzione da seguire. Dice venti minuti al passo, memorizzo l’orario corrente e calcolo quello di arrivo per avere un riferimento che mi tornerà utile per individuare quell’ampio valico, cosa tutt’altro che scontata in queste condizioni. A passo corsaiolo, senza mai fermarmi, seguo il nuovo percorso, la segnaletica scarseggia, specie quella del 3V (su tutto questo tratto individuo tre soli segni), ma il sentiero è netto e preciso, un solo bivio mi crea un attimo d’indecisione, subito risolta visto che mi è evidente che non devo né scendere né salire ma procedere in piano. Alla mia destra evidente la sagoma del crinale percorso dalla variante alta e che ben conosco, appare molto più in alto e non noto evidenti abbassamenti, la cosa mi preoccupa un poco “vuoi vedere che questo percorso si abbassa parecchio rispetto al valico e ti costringe ad una faticosa risalita!” Oltrepasso ripidi canali e sottopasso pareti rocciose di cui ignoravo l’esistenza, un tratto appare essere scavato nelle rocce stesse, ma la notte maschera l’esposizione. Avanti e ancora avanti, senza sosta e senza cedimenti, una fitta dolorosa ogni tanto si fa sentire sulla schiena ma gli dò poco credito, l’orario calcolato sulla base dei venti minuti della tabella è ormai decisamente passato e del passo non c’è traccia, ma ecco, finalmente vedo il crinale abbassarsi, all’improvviso scompare, attorno a me una piana distesa erbosa “devo essere al passo, riconosco questo posto”. Mi sposto diagonalmente alla mia destra, un cartello si materializza nella nebbia, più a sinistra in lontananza due tabelle segnaletiche che ben conosco, ancora qualche passo abbassandomi a destra ed ecco la traccia della variante alta, poi si materializza anche l’inconfondibile sagoma dell’altare: il muretto a secco con le sette crocette, un tempo di legno, ora metalliche. Il dolore alla schiena, forse la scapola destra, mi sta martoriando nello spirito, levo lo zaino e mi concedo una sosta sedendomi sul lato sottovento del muretto, mi appisolo per un paio di minuti, poi la mente, concentrata sul viaggio, mi ridesta dal mio torpore inducendomi a riprendere il cammino. Pochi minuti e sono al punto dove il 3V nuovamente si divide in due, chiaro il percorso che porta verso il Monte Crestoso, invisibile, invece, l’altro sentiero, ricordo più o meno la direzione ma nella nebbia non trovo né la traccia né la segnaletica. Qualche minuto girolando attorno ad un punto fisso, valuto le varie tracce che si notano a terra e scelgo quella che ritengo essere giusta, pochi passi e la traccia si fa più evidente, poi un segno bianco azzurro mi conferma d’aver scelto correttamente. Avanti a tutta, su e giù lungo il versante nordorientale del Monte Crestoso, un lungo traverso fino a che, dopo una breve salita, nuovamente tutto svanisce nel nulla, la traccia e la segnaletica: ho due segni appena dietro di me, ma nessuno in avanti, in qualsiasi direzione, il terreno di terra e pietre pare essere calpestato ovunque. Applico nuovamente la tecnica circonduttoria per individuare e verificare ogni possibilità, ancora decido bene e incappo nella segnaletica dopo qualche decina di metri (ma perché i bivi dei sentieri sono spesso mal segnalati? perché non si pensa che qualcuno potrebbe passare di notte e magari nella nebbia?).

Accelerando, per quanto le condizioni lo permettano, proseguo il cammino verso la Piana di Rosellino che ormai percepisco sotto di me, il sentiero volge bruscamente a destra e si porta sull’altro lato della conca in cui mi trovo, la frontale si riflette sulle tabelle che segnano il Passo del Crestoso. Per un attimo mi viene il frizzo di portarmi al bivacco Marino Bassi sotto la Colma di San Glisente dove potrei tranquillamente trovare riparo per attendere la mattina nella speranza che il dolore alla scapola svanisca completamente, ma cambio subito idea e proseguo lungo il 3V. Circumnavigando tra erbe, acquitrini e lisci placconi rocciosi m’addentro sul fondo della invitante piana di Rosellino, ad un certo punto la frontale inizia a lampeggiare, “mannaggia si sta esaurendo la carica e non ho dietro scorta!”. Ricordo che c’è un buon margine di tempo prima che si spenga del tutto, ma non ricordo quanto, la luna a tratti appare ma le nuvole ne attenuano notevolmente la luce, possibile ma sconsigliabile procedere a frontale spenta. “Ma cacchio, come mai si è già esaurita? Dovrebbe reggere undici ore alla massima intensità e io ne ho fatte… oops, undici! Già ma non tutte alla massima intensità, vuoi vedere che sono undici a minima intensità! Va beh, inutile discriminare, ormai è andata così, devo arrangiarmi alla meglio” (a casa ho poi riscoperto, e ben memorizzato, che dura da quattro a trenta ore). Attraverso per intero la piana iniziando a meditare su un probabile bivacco d’emergenza, verso la fine, nei pressi di un torrentello, una larga placca pianeggiante sembra adatta e mi ci sistemo “è da poco passata la mezzanotte, mancano tre ore al crepuscolo, qui non tira vento e la temperatura sembra confortevole, posso resistere; ma posso anche sperare in un colpo di vento che apra il cielo e mi permetta di mettermi in camino alla luce della luna”. Mando un messaggio sul gruppo WathsApp che avevo creato per TappaUnica3V in moda da avvisare della situazione, altri più dettagliati li mando a mia moglie che non è nel gruppo, ad Alberto chiedo di venirmi a prendere al Plan di Monte Campione dove è ormai deciso interromperò il mio cammino, ovviamente non mi aspetto risposte e invece quasi subito rispondono mia sorella e mia moglie. Passano una ventina di minuti, le nuvole non danno segno di voler lasciare spazio alla luna, il rumore del torrente particolarmente fastidioso, l’umidità si fa sentire e anche il vento si è rimesso in movimento, “a circa mezz’ora di cammino c’è la Malga di Rosellino, è meglio tentare di raggiugerla onde avere un riparo migliore”. Detto fatto, riprendo lo zaino e mi metto in marcia, la discesa verso la malga è molto impegnativa, il sentiero è costellato da una miriade di massi rotti, manco ci fosse stato un terremoto, devo procedere con molta cautela, tre volte rischio di cadere rovinosamente perchè nel passare in bilico su delle sottili lame la frontale si mette a lampeggiare. Alla fine ecco l’ombra della malga, vedo anche delle luci, forse ci sono i pastori. Con difficoltà individuo il giusto tracciato dove scende un tratto franato e percorso dall’acqua, poi lascio perdere la segnaletica e punto direttamente alla malga che lestamente raggiungo. Sorpresa, non c’è nessuno, “chissà che luci avevo visto!” Il catenaccio che chiude la porta non è munito di lucchetto, “belloooo, posso anche entrare!” Come non detto: la porta sembra inchiodata, impossibile aprirla. Giro i tre lati della malga (tralascio quello posteriore da cui sono arrivato), non vedo altre porte, allora mi sistemo sui gradini dell’ingresso che appare la zona più riparata e comoda, comunque qualche folata arriva lo stesso per cui mi rannicchio tra gli stipiti. Avviso casa e immediatamente arriva la chiamata di mia moglie: non è particolarmente preoccupata (mi conosce bene e in passato ne ho passate di ben più critiche), ma comunque desiderosa di sentire la mia voce e capire il mio effettivo stato fisico e mentale. Io sono assolutamente tranquillo e mi appisolo seduto sul gradino con la testa appoggiata alle ginocchia. Mi risveglio dopo un’oretta, brividi di freddo mi fanno tremare come un filo d’erba al vento, mi alzo e cerco di riscaldarmi effettuando alcuni esercizi ginnici, nel mentre… “aho, che scemo, nello zaino ho il telo termico”. Prendo il telo, a fatica (“ma come cavolo lo piegano”) lo apro e me lo avvolgo attorno riprendendo posizione sul gradino, fatico un poco a far si che il telo non si sollevi per effetto del vento ma alla fine sono ben protetto e nel giro di pochi minuti inizio a sentire un comodo tepore, certo non si può parlare di caldo, ma comunque sto bene e mi appisolo nuovamente, anzi proprio mi addormento.

Quattro del mattino, le nuvole sono scese nella piana e l’umidità fa sentire i suoi effetti, apro gli occhi, è ancora buio pesto, altro che crepuscolo, potrei certo sfruttare gli ultimi istanti di carica della frontale, ma non posso sapere quando mi lascerà al buio e poco sotto il sentiero entra nel bosco, ho più volte camminato al buio senza torcia, anche sotto i boschi, ma le insistenti preoccupazioni di mia moglie sull’incontro coi cinghiali, nonostante sia evenienza a cui sono ormai abituato, mi condizionano convincendomi a non mettermi in cammino: mi risistemo il telo e, godendomi in totale tranquillità il momento, mi pongo in attesa della luce. Verso le cinque c’è abbastanza chiarore, ripongo alla bene meglio, ehm, alla peggio (mi limito a cacciarlo a forza dentro una delle tasche elastiche dello zaino) il telo, mi bevo due bei bicchieroni di tè caldo che proditoriamente m’ero fatto mettere nel termos all’uopo predisposto nella borsa dell’assistenza (le previsioni meteo, almeno quelle che utilizzo io, dettagliate ora per ora, possono talvolta non essere perfette ma, se lette bene, sempre danno utili e corrette informazioni, per l’occasione davano una notte molto fredda: quando, la mattina e diversi metri più in basso, arriveranno a prendermi il termometro dell’auto segnerà sette gradi, con buona approssimazione posso dire che nella notte la temperatura è scesa ad almeno cinque gradi, forse anche tre), qualche movimento per rimettere in attività i muscoli e via, verso quella che ormai è diventata la meta finale. Subito mi accorgo che sto benissimo, affronto la discesa, non banale, quasi correndo, non ho dolori di nessun genere: “cavolo, se non avessi ormai accordo per il recupero al Plan tirerei dritto verso Brescia, ma Alberto deve farsi un bel giro per arrivare qui e non me la sento di rimandarlo indietro, lasciamo perdere”. Velocissimo continuo la discesa e altrettanto veloce affronto le risalite nel diagonale verso Malga Rosello di Sopra, poco prima di questa mi fermo per togliermi gli abiti pesanti ormai inutili e nel riporre il tutto mi avvedo che ho perso la frontale. “Mannaggia, visto quello che costa di certo non la lascio in giro, tanto più che di sicuro mi è caduta di testa quando, poco fa, ho levato il cappuccio della giacca”. Quel “poco fa” si dimostra un poco meno poco e devo camminare dieci minuti abbondanti prima di ritrovarla, comunque recuperata: “bon, anche questa è fatta, giusto non farsi mancare nulla”. Ritorno velocemente a Malga Rosello di Sopra e senza sosta imbocco la sterrata che mi porterà a Plan di Monte Campione. Alternando tratti di dolce salita ad altri decisamente più ripidi man mano mi avvicino alla Stanga del Bassinale, stretto valico che adduce alla conca del Plan. Il passo è sostenutissimo ed ecco che, sebbene molto più lieve, si rifà sentire il dolore alla scapola, dovrei esserne scontento e invece: “oh, ecco, meno male, almeno mi fermo per qualcosa!” Mi arriva un messaggio da Alberto che mi avvisa d’essere fermo al parcheggio, gli spiego da dove mi vedrà arrivare e, non volendolo far aspettare troppo, spingo al massimo la salita che mi porta al Bassinale poi mi lancio di corsa lungo la pista da sci che scende al Plan: “mazza, dopo novanta chilometri e trentacinque ora di attività sono ancora in grado di correre e di farlo su di un terreno non propriamente banale, che belloooo, giusta ricompensa e ottimo viatico per i successivi impegni”. Eccomi al Plan di Monte Campione ma… “dove cavolo è Alberto? Si sarà fermato al parcheggio basso”. Mi avvio lungo la strada asfaltata e nel contempo messaggio con Alberto per capire dove si trova: si è fermato al Laghetto, ovvero a parecchia distanza da qui. Gli spiego cosa deve fare per raggiugermi e continuo il cammino sulla strada. Una quindicina di minuti ed eccolo che arriva. “è finita, ora è proprio finita, che peccato essermi nuovamente arreso, specie perché stavolta era l’ultima.”

Ehm, sarà proprio l’ultima? Tu che dici?

Mumble, mumble!

 

#TappaUnica3V partenza! Seguimi in tempo reale


Eccoci al fatidico giorno della partenza, ovviamente non poteva mancare qualche dolorino, ma non mi faccio distrarre ne tantomeno fermare: alle 20 mi metterò in cammino nella convinzione che quest’anno chiuderò il conto col Sentiero 3V in modalità tappa unica.

Ecco il percorso completo in vista tridimensionale

TU3V2018

Se vuoi studiare meglio il percorso vedi la relativa mappa dinamica sul mio profilo GPSies.

Se, a partire dalle 20 di questa sera, vuoi seguirmi in tempo reale clicca qua.

#TappaUnica3V, ultimi giorni!


Mancano quattro giorni alla partenza, sono carichissimo, purtroppo le previsioni che prima davano bel tempo pian piano sono cambiate e ora danno pioggia pressoché continua e temperature basse, speriamo che la perturbazione ritardi un paio di giorni: certo qualche millimetro di pioggia non mi preoccupa, anzi, potrebbe anche farmi piacere nella calura attuale, ma ne sono previsti venti e anche se spalmati nella giornata iniziano ad essere troppi per i tratti di simil arrampicata (Dossone di Facqua, Dosso Alto, Corni del Diavolo, Almana) a cui non vorrei rinunciare.

A parte questo sono sereno, la preparazione fatta è stata notevole, la mia conoscenza del percorso e della montagna in genere è rilevante, ho sulle spalle un bagaglio tecnico di tutto rilievo, per cui mi dedico con calma e tranquillità alle ultime operazioni: ritiro dell’acqua e dello SPOT, controllo del materiale, sistemazione di piccoli dettagli quali la regolazione degli spallacci dello zaino, pulizia delle borracce e… rifinitura del piano di marcia, anzi quest’ultima cosa è stata già finita e, ricordandovi che si tratta di pure indicazioni di massima visto che quest’anno procederò, almeno per il tratto Brescia – Maniva, a sensazione, lasciando nello zaino persino l’orologio, eccola.

 

Dettaglio 2018 Distanza km Vel km/h Tempo assegn. Orario pass. Totali  tra riforn.
Brescia, inizio via San Gaetanino 0,00 0,00 00:00 20:00
Ex Rifugio Monte Maddalena 5,06 2,89 01:45 21:45
Stazione di Monte Salena 2,03 4,06 00:30 22:15
Colle di San Vito 1,81 5,43 00:20 22:35
Chiesa San Rocco a Nave 3,13 4,70 00:40 23:15
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 23:20
Santuario di Conche 5,60 2,80 02:00 01:20
Eremo di San Giorgio 1,97 2,96 00:40 02:00
Passo del Cavallo 2,51 3,77 00:40 02:40
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 02:45
Punta Camoghera 3,21 2,03 01:35 04:20
La Brocca 0,45 2,70 00:10 04:30
Dossone di Facqua 0,82 1,23 00:40 05:10
Passate Brutte 0,78 2,34 00:20 05:30
Corna di Sonclino 2,71 4,07 00:40 06:10
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 06:15
Passata di Vallazzo 2,35 3,53 00:40 06:55
Punta Ortosei 0,77 1,85 00:25 07:20
Punta di Reai 0,72 2,88 00:15 07:35
Cocca di Lodrino 2,47 3,71 00:40 08:15
Rifornimento – ripartenza     p 00:15 p 08:30 12:15
Passo della Cavada 3,32 2,66 01:15 09:45
Roccolo Morandi 0,99 2,97 00:20 10:05
Passo del Termine 2,67 4,58 00:35 10:40
Piani di Vaghezza 1,32 2,64 00:30 11:10
Vetta Vaghezza 0,48 2,88 00:10 11:20
Chiosco Vaghezza 0,76 5,70 00:08 11:28
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 11:33
Monte Ario 3,48 2,09 01:40 13:13
Goletto Campo di Nasso 0,60 7,20 00:05 13:18
Dosso Falcone 0,53 2,65 00:12 13:30
Passo Falcone 0,26 3,12 00:05 13:35
Monte Pezzeda 0,60 1,80 00:20 13:55
Passo di Pezzeda Mattina 1,02 6,12 00:10 14:05
Monte Pezzolina 0,74 1,78 00:25 14:30
Passo di Prael 0,30 2,25 00:08 14:38
Incrocio 3V basso 1,26 5,04 00:15 16:23
Passo delle Portole 1,62 4,42 00:22 16:45
Passo del Dosso Alto 0,72 5,40 00:08 16:53
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 16:58
Dosso Alto 1,26 2,16 00:35 17:33
Forcella inizio discesa pratone 0,40 1,26 00:19 17:52
Gioco del Maniva – Albergo Dosso Alto 1,58 5,27 00:18 18:10
Sosta e rifornimento – ripartenza     p 01:30 p 19:40 9:40
Monte Dasdana 4,61 3,64 01:16 20:56
Monte Colombine 1,45 4,35 00:20 21:16
Goletto di Cludona 1,15 6,90 00:10 21:26
Passo delle Sette Crocette 1,94 4,31 00:27 21:53
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 21:58
Monte Crestoso 1,17 3,19 00:22 22:20
Foppa del Mercato 2,85 2,85 01:00 23:20
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 23:25
Corni del Diavolo 0,47 1,13 00:25 23:50
Cima Torricella 0,85 3,40 00:15 00:05
Sella base Muffetto 1,15 6,90 00:10 00:15
Monte Muffetto 0,82 1,97 00:25 00:40
Goletto del Baccinale 1,00 7,50 00:08 00:48
Colma di Marucolo 3,92 3,14 01:15 02:03
Colle di San Zeno 3,83 8,51 00:27 02:30
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 02:35
Malga Gale 2,50 3,95 00:38 03:13  
Monte Guglielmo (Monumento) 1,67 2,51 00:40 03:53
Croce di Marone 4,13 9,91 00:25 04:18
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 04:23
Forcella di Sale 2,00 5,45 00:22 04:45
Punta Cabrera 0,58 1,51 00:23 05:08
Punta Almana 0,87 2,61 00:20 05:28
Croce di Pezzolo 1,65 6,60 00:15 05:43
Monte Rodondone 1,65 3,67 00:27 06:10
Santa Maria del Giogo (parcheggio trattoria) 1,34 6,18 00:13 06:23
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 06:28
Caposs 2,56 6,98 00:22 06:50
Rifornimento – ripartenza p 00:15 p 07:05 11:10
Pozza di Punte dell’Ort 0,43 3,69 00:07 07:12
Zoadello Alto – Vineria Zoadello 1,36 8,16 00:10 07:22
Pianello 0,79 5,93 00:08 07:30  
Strada del Faeto 0,39 3,90 00:06 07:36  
San Giovanni di Polaveno 1,49 8,94 00:10 07:46  
Uccellanda della Colmetta 3,51 4,21 00:50 08:36
Monte Magnoli 3,58 4,77 00:45 09:21
Quarone di Sopra (sotto cascina) 1,67 8,35 00:12 09:33
Quarone di Sotto (Pozza del Paradiso) 0,88 4,40 00:12 09:45
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 09:50
Via Forcella 3,43 8,23 00:25 10:15
Monte Selva (Santuario della Stella) 0,89 2,67 00:20 10:35
Roccolo Selva 1,22 4,88 00:15 10:50
Monte Peso 1,18 3,54 00:20 11:10
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 11:15
Via Campiani (parcheggio) 0,95 5,70 00:10 11:25
Passo delle Crosette 1,42 5,68 00:15 11:40
Monte Picastello 0,30 3,60 00:05 11:45
Brescia – Urago Mella (piazzetta) 1,56 6,24 00:15 12:00
  131,39 3,55 37:00 3:00 4:55
  Tot. km Vel. media Tot. ore cammino Tot. ore sosta

Alla prossima!

#TappaUnica3V, un mese alla partenza


 

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In questi ultimi tre mesi ho scritto molto poco e quasi esclusivamente pensieri concisi per l’omonima rubrica, non è che non avessi cose da scrivere e avrei anche avuto tempo per scriverle, ma ho preferito (e dovuto) dedicare questo tempo agli allenamenti per TappaUnica3V: è il terzo tentativo e, visto che l’età non vuole interrompere la sua crescita, dev’essere assolutamente vincente.

Ora manca poco più di un mese alla partenza per cui, approfittando dell’allentamento degli allenamenti a questo punto dedicati al mantenimento e al recupero, è doveroso soffermarmi un attimo sulla produzione di una nuova relazione. Dato il tempo passato dall’ultimo report le cose da scrivere sono tante, gioie e dolori, fatiche e premi, freddo e caldo, i colori passati dall’uniforme grigiore dell’inverno alle variegate calde tinte primaverili, la progressiva riduzione dell’abbigliamento fino alla recente sua apprezzatissima totale eliminazione. Una sequenza incredibile di emozioni, rese ancor più intense dall’averle vissute nella rapida successione data dalla corsa, una dietro l’altra, anzi, una dentro l’altra: senza il tempo di metabolizzarsi e sedimentarsi sono andate a sovrapporsi, mescolarsi, integrarsi, rafforzarsi, immortalandosi nella mente e nell’animo in modo tanto forte e profondo da potersi facilmente rievocare in ogni momento, di più, tanto da autoevocarsi nella veglia e nel sonno.

Un persistente stato di godimento emotivo mi ha e mi sta rendendo ogni giorno più forte e motivato, le sconfitte, che non sono mancate, ne sono state tradotte in insegnamenti utili, la fatica ne è stata trasformata in un soffio di vento che scorre leggero tra le fibre muscolari, i dolori ne sono stati velocemente affievoliti. Con il mio passato sportivo e in particolare con quello alpinistico pensavo di aver già provato gli sforzi più duri e le soddisfazioni più grandi, invece ho riscoperto che non c’è mai limite al limite, che anche a sessant’anni suonati è ancora possibile reinventarsi sportivamente e andare oltre, tornare ai vecchi fasti per superarli anche di molto. Bello, magnifico, un sogno reale, una realtà da sogno, manca solo l’epilogo migliore: completare l’anello del 3V secondo programma, ovvero seguendone tutte le varianti alte (ivi comprese alcune che mi sono inventato io stesso al fine di mantenersi il più possibile sul filo di cresta), restando nelle quarantotto ore massime soste comprese (il tempo programmato è di quaranta ore soste comprese) e, ciliegina sulla torta, indossando il più a lungo possibile la sola nuda normalità del corpo (l’ideale sarebbe sempre, ma troppi sono i centri abitati da attraversare e le strutture turistiche da toccare per poterlo sperare).

Tornando al presente, anzi, al recente passato, ecco il riepilogo sintetico degli ultimi tre mesi di allenamento (le tracce GPX dei percorsi indicati si possono scaricare dalla mia pagina su GPSies); con queste uscite nei primi quattro mesi e mezzo del 2018 ho registrato quasi quattrocento chilometri per ottantadue ore e mezza di cammino e corsa ai quali si aggiungono i quattrocento cinquanta chilometri e le ottantuno ore fatti negli ultimi cinque mesi del 2017. Tenendo conto che ho usato le app GPS solo per un settanta percento delle attività svolte direi che come allenamento TappaUnica3V 2018 ho, fino ad ora, messo nelle gambe un totale di mille duecento chilometri per duecento ore.

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Fase di potenziamento intensivo

Lavori ripetuti e programmati con intensità sempre molto alta, spingendo ogni tanto fino al limite; obiettivo quello di stimolare la massima crescita muscolare, articolare e fisiologica.

Tutte le mattine mezz’ora di ginnastica con esercizi di articolabilità e allungamento, dalle dita dei piedi al collo.

Quasi tutte le sere, prima di cena, mezz’ora di ginnastica con esercizi di forza, dalle caviglie alle braccia, con particolare attenzione per quadricipiti e core. A seguire quarantacinque minuti di propriocettività sulla tavola oscillante: quindici minuti su due gambe a occhi aperti, un minuto su due gambe a occhi chiusi, un minuto per ogni singola gamba a occhi aperti, un minuto su due gambe a occhi aperti, quindici minuti su due gambe a occhi aperti.

14 febbraio – Dieci chilometri in piano su strada asfaltata percorsi camminando come defaticamento dal lungo del giorno prima (i sessanta del sentiero del Carso Bresciano, vedi relazione).

19, 21 e 22 febbraio – Ancora sulla scalinata del parco di Bacco a Rezzato, nove ripetizioni (tre per tre con dieci secondi di intervallo attivo tra una serie e l’altra) per un totale di circa duemila scalini.

23 febbraio – Periplo lungo del Monte Fieno (Rezzato – BS): 9,1km, 472m D+ e D-, ore 1:18:43, velocità media di 6,93km/h.

26 e 28 febbraio più 2 marzo – Scalinata del parco di Bacco a Rezzato, nove ripetizioni (tre per tre con dieci secondi di intervallo attivo tra una serie e l’altra) per un totale di circa duemila scalini.

3 marzo – Anello sud della Maddalena a Brescia: 12,8km, 1011m D+ e D-, ore 2:15, velocità media 5,7km/h.

6 e 9 marzo – Scalinata del parco di Bacco a Rezzato, nove ripetizioni (tre per tre con dieci secondi di intervallo attivo tra una serie e l’altra) per un totale di circa duemila scalini.

7 marzo – Dopo la sopradetta scalinata aggiunto l’anello standard del Monte Fieno: 6,2km, 258m D+ e D-.

10 marzo – Esplorazione alla Cresta di Cariadeghe salendo dal Colle di Sant’Eusebio (Vallio Terme – BS): 9,973km, 75m D+ e D-, ore 2:19:27, velocità media 4,29km/h.

18 marzo – Anello del Selvaplana (Sopraponte di Gavardo – BS): 12,1km, 939m D+ e 943 D-, ore 2:23:50, velocità media 4,86km/h.

25 marzo – Dorsale nord di Caino (BS), invero partito per effettuare le creste di Caino e Nave (40km) ma andato in crisi coi quadricipiti dopo soli undici chilometri ho rinunciato a proseguire rientrando all’auto per un percorso alternativo più corto e semplice: 22,73km, 1825m D+ e D-, ore 5:48:46, velocità media 3,91km/h.

26 marzo – Defaticamento in Valle di Ome: 4,893km, 179m D+ e D-, ore 0:50:02, velocità media 5,87km/h camminando a passo veloce.

29 marzo – Esplorazione Cresta di Vallio da Cariadeghe: 8,57km, 624,6m D+ e D-, ore 2:27:18, velocità media 3,5km/h.

31 marzo –Corsa in Gavardina a Prevalle: 4,895km, 34m D+ e D-, ore 0:36:51, velocità media 7,97km/h.

1 aprile – Festa di Pasqua in famiglia presso gli Alpini di Rezzato che, fruendo del sentiero 530 (Carso Bresciano), raggiungo a piedi partendo da casa (Prevalle): 24,052km, 1450m D+ e 1343m D-, ore 5:22:40, velocità media 4,47km/h. Nel pomeriggio, sempre per il sentiero 530 e sempre a piedi, ritorno fino a Nuvolera: 7,14km, 350m D+ e 465m D-, ore un’ora e dieci minuti circa.

2 aprile – Camminata di defaticamento su piano asfalto con la moglie: 3,241km, 24m D+ e D-, ore 1:03:59, velocità media 3,04km/h.

6 aprile – Crinale est della Val Bertone: 17,559km, 781m D+ e D-, ore 3:52:23, velocità media 4,53km7h.

8 aprile – Esplorazione sentieri in sponda destra orografica della Val Bertone con Amici di Mondo Nudo: 7,18km, 766m D+ e D-, ore 3:20:42, velocità media 2,1km/h.

9 aprile – Sentiero dei funghi a Ome: 11,48km, 802m D+ e D-, ore 2:00:11, velocità media 5,66km/h.

11 aprile – Anello della Val Fredda a Brescia: 9,9km, 558m D+ e D-, ore 1:35:14, velocità media 6,13km/h.

15 aprile – Esplorazione sentieri in sponda sinistra orografica della Val Bertone: 16,7km, 1210,7m D+ e D-, ore 2:50:50, velocità media 5,9km/h.

18 aprile – Anello della Val Fredda a Brescia esplorando due piste da DH che possono rappresentare una variante di salita (invero risultate impraticabili per il pericolo di scontrarsi con ciclisti in discesa: molto strette e con parecchie curve strette e cieche, impossibilità di spostarsi e procedere al di fuori della traccia): 10,967km, 752m D+ e D-, ore 2:23:21, velocità media 4,59km/h.

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Verifica del potenziamento

Secondo lunghissimo di montagna condotto alla massima velocità possibile al fine di verificare il livello muscolare, fisiologico e articolare raggiunto e poter così definire con precisione il programma di allenamento a seguire.

21 e 22 aprile – Lunghissimo, partito per fare gli ottanta chilometri dell’Anello Basso del 3V (Brescia – Gardone V.T. – Brescia) ho incontrato problemi di equilibrio e spinta (in seguito ho scoperto che nelle scarpe c’erano finite ambedue le solette e questo provocava innanzitutto notevole perdita di energia e poi un fastidiosissimo scivolamento laterale della soletta superiore su quella inferiore) che mi hanno fatto faticare più del dovuto rallentandomi sensibilmente e costringendomi, una volta arrivato a Gardone Val Trompia, a rientrare per la ciclabile di fondo valle anziché per la cresta in destra orografica della Val Trompia. Registrata solo la parte di andata da Brescia all’eremo di Sant’Emiliano: 33,4km, 2887m D+ e 1746m D-, ore 10:33:35, velocità media 3,16km/h. Percorso totale: km 60,2, 3100m D+ e D-, ore 17:37:00, velocità media 3.32km/h.

Recupero intermedio

In vista e in preparazione della successiva verifica finale un poco di riposo e una escursione esplorativa portata a bassa velocità.

25 aprile – Esplorazione lato est Val Bertone: 8,63km, 1162m D+ e D-, ore 2:24:58, velocità media 3,6km/h.

Test finalizzante

Obiettivo: fare 130km in otto giorni consecutivi nel minor tempo possibile onde mettere nelle gambe il chilometraggio del 3V e sollecitare al massimo i muscoli e le articolazioni.

27 aprile – Sentiero dei Funghi a Ome: 11,48km, 802m D+ e D-, ore 1:56:13, velocità media 5,92km/h.

28 aprile – Anello del Budellone a Prevalle: 8,22km, 361m D+ e D-, ore 1:36:24, velocità media 5,11km/h.

29 aprile – Anello stretto versante est Val Bertone con la moglie: 6,44km, 450m D+ e D-, ca 2 ore.

30 aprile – Crinale est della Val Bertone (Caino – BS) con variante iniziale (salita diretta al Monte Pino): 12,64km, 781m D+ e D-, ore 2:27:24, velocità media 5,14km/h.

1 maggio – Anello largo del Tre Cornelli a Vallio Terme: 13,59km, 922m D+ e D-, ore 2:20:09 velocità media 5,82km/h; nel pomeriggio 5km piani su asfalto al cammino con la moglie in ore 1:30.

2 maggio – Anello sentieri 1, giro alto e 2 in Maddalena a Brescia: 9,039km, 801m D+ e D-, ore 2:00:33, velocità media 4,5km/h.

3 maggio – Dintorni Prevalle camminando velocemente: 12,625km, 103m D+ e D-, ore 1:51:34, velocità media 6,79km/h.

4 maggio – Ancora Prevalle ma Gavardina tentando i 10 di corsa, bloccato dopo tre ho proseguito alternando corsa e cammino: 10,863km, m93 D+ e D-, ore 1:21:48, velocità media 7,97km/h.

Totali:  89,894km, 4054m, ore 17:04:05, velocità media 5,294km/h (ma togliendo le uscite lente fatte con la moglie sale a 5,9km/h).

Il totale chilometrico è rimasto lontano dall’obiettivo ma la velocità media è stata nettamente superiore a quella che dovrò tenere nel giro finale e le strutture (articolari e muscolari) hanno retto bene (solo alla fine qualche lieve dolore alle ginocchia) per cui… buono anche così.

Recupero e mantenimento

Da qui fino alla partenza del giro finale basta corsa, solo cammino con velocità e chilometraggio man mano digradante; duplice obiettivo: far riposare le strutture onde risolverne i dolori insorti e mantenere il livello prestazionale raggiunto.

Quasi ogni giorno, e anche più volte al giorno, automassaggi con pallina e rulli (grazie ai quali ho subito scoperto piccole e nascoste contratture che si stanno ora lentamente rilasciando).

6 maggio – Escursione con gli Amici di Mondo Nudo all’Anello di Boatica in Caino: 9,7km, 580m D+ e D-.

Dal 7 al 12 maggio – settimana di recupero senza uscite in ambiente o corse su strada, solo esercizi ginnici.

13 maggio – Camminata con la moglie alla Rocca di Manerba: 7,82km, 194m D+ e D-, ore 2 ore e mezza.

14 maggio – Anello del Dragoncello da Caino: 10,1km, 910m D+ e D-, ore 2:18:35, velocità media 4,4km/h.

17 maggio – Anello lungo sul versante est della Val Bertone con salita al monte Sete: 6,31km, 531m D+ e D-, ore 1:33:03, velocità media 4,07km/h.

 

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#TappaUnica3V sensazioni ed emozioni di una sessanta chilometri tirata


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(Foto di archivio; durante questa uscita, per ovvi motivi, non ne ho fatte)


Uscita di allenamento sui monti di Gavardo, sovrapposti a quelli che ben conosco trovo dei nuovi segni in vernice con l’indicazione 530, li trovo qua e là, in un’apparente 530confusione che mi incuriosisce per cui, arrivato a casa, faccio una ricerca su Internet ma non trovo nulla. Passa qualche settimana, nuovi allenamenti sui monti di casa, non solo Gavardo, ma anche Serle e Vallio Terme, incappo nuovamente nei segni cinquencentotrenta, stavolta trovo anche la sigla SCB. Nuova ricerca su Internet e, grazie alla detta sigla, finalmente trovo un sito che ne parla, quello dell’Associazione Naturalmente di Rezzato: SCB sta per “Sentiero del Carso Bresciano”, un anello escursionistico sulle SCBmontagne tra Rezzato e Vallio Terme ideato da detta associazione e da poco terminato di pulire e tracciare. “Sessantasei chilometri, uhm, quasi la metà del 3V, interessante, può essere un valido test per TappaUnica3V, ne ho programmati due per la primavera, ma ce ne sta bene un altro ora”. Detto e fatto: individuo la data migliore (carnevale) e, in quattro uscite, faccio la debita esplorazione. Mettendo insieme le tracce il dislivello risulta di quasi tremila metri, un terzo del 3V “ottimo!”, mentre i chilometri scendono a cinquantotto “va beh, vanno bene lo stesso”. Di sessanta ne ho già fatti alcuni e dovrei essere mentalmente pronto all’impegno che mi aspetta, stavolta, però, la situazione è diversa, stavolta le intenzioni sono più aggressive, stavolta dev’essere un test fisico fondamentale ai fini della mia TappaUnica3V 2018, un test che mi possa dare risposte forti e inequivocabili: “voglio coprire la distanza nel minor tempo che mi è possibile”.

Ore quattro, suona la sveglia, mi alzo e, ancora nudo (si, si, dormo nudo: è scientificamente provato che è il modo più salutare di dormire), metto al fuoco la cuccuma per il mio solito infuso di zenzero e limone. Nell’attesa che l’acqua giunga a bollore, restando nudo (già ha poco senso l’uso del vestiario di per sé stesso, figuriamoci quando si deve fare un’attività fisica, qual è la ginnastica; per altro la nudità permette di meglio vedere e sentire la posizione di ogni parte del corpo, di IMG_0618meglio percepire la tensione di ogni muscolo, efficientando, così, il lavoro svolto), faccio i miei soliti esercizi di flessibilità e allungamento per ridare mobilità ad un corpo irrigidito dal lungo tempo passato disteso nel letto. L’acqua bolle, la verso nella tazza e, intanto che prende sapore, completo gli esercizi. Bevo il mio infuso accompagnandolo con un lungo biscotto ricoperto da un velo di marmellata di arance amare. Yogurt? “No, è di soia ma comunque oggi non lo prendo: mancano pochi minuti al cammino e, anche come esperimento, preferisco tenere lo stomaco il più leggero possibile”. È ora di vestirsi: per prevenire irritazioni spalmo sullo scroto e sui capezzoli la crema antisfregamento, per potenziare e prolungare l’effetto della ginnastica applico sulle gambe la crema riscaldante, infine, con attenzione, indosso l’abbigliamento tecnico da corsa. Prima la maglia a maniche lunghe sopra alla quale infilo, quale rinforzo termico, la maglia senza maniche; si, sopra, perché date le temperature previste è evidente che quella a maniche lunghe dovrò tenerla sempre addosso mentre questa senza maniche la leverò nell’arrivare al previsto sole e avendola sopra potrò farlo più facilmente e velocemente, senza esporre il torso nudo all’aria fredda. Ora le calze asimmetriche “oggi vale la pena usare quelle più belle, quelle che userò nel giro finale”, i leggins invernali da trail con le sei comode tasche, la maglia esterna “meglio quella più pesante!”, l’eccezionale e leggerissimo gilet antivento, le nuovissime scarpe da trail. Lo zaino è già pronto, come mia abitudine l’ho preparato ancora ieri sera, devo solo prelevare dal frigorifero il sacchettino con i dadini di bresaola, insieme alle mandorle già in tasca sono un altro esperimento, e riporlo in una delle tasche sulla cintura ventrale. Ore quattro e trenta, saluto mia moglie, prendo lo zaino e la borsa con il ricambio da lasciare in auto, salgo in macchina e m’avvio al punto di partenza.

IMG_9680Ore quattro e quarantacinque, parcheggio l’auto nel piccolo piazzale davanti al convento Francescano di San Pietro in Colle sopra Rezzato, la chiudo con cura, fisso le chiavi al moschettone che ho appositamente predisposto all’interno dello zaino, indosso quest’ultimo, sistemo per bene i larghi e avvolgenti spallacci, allaccio i due cinghioli di stabilizzazione posti sul torace e, alle quattro e cinquantasette, m’avvio con decisione lungo il piazzale in direzione del viottolo che dà inizio al lungo cammino. Fatti pochi metri, esco dalle luci del convento ed entro nel buio del sentiero: “argh, non ho indossato la frontale!”. Velocemente, senza nemmeno fermarmi, sgancio i cinghioli dello zaino, sfilo un solo spallaccio, prendo la frontale che avevo proditoriamente collocato in una delle tasche a rete sull’esterno dello zaino e la sistemo sulla testa. “Bon, ora sono a posto, andiamo!”

La tattica che ho programmato prevede una partenza tranquilla per poi andare in progressione ma sempre camminando, solo nella parte di ritorno, se avrò gambe, mi metterò a correre. Dopo qualche centinaio di metri, però, le mie gambe già spingono con decisione, mi sento benissimo e così le lascio andare: “tutto sommato sanno ben loro quello che devono fare e così posso ancor più mettermi alla prova, vediamo fin dove arrivo”. Nonostante il forte acquazzone di ieri pomeriggio trovo solo qualche pozzanghera e pochi tratti di fango, persino le pietre sono asciutte: “ottimo!” Sul IMG-20170711-WA0006cellulare ho attivato due app GPS, una per il tracciamento live che permetterà a mia moglie di seguirmi in tempo reale attraverso Internet, l’altra mi darà apposite indicazioni vocali sulla velocità di cammino permettendomi di memorizzarle a livello sensoriale: nel giro finale di TappaUnica3V dovrò fare affidamento solo ed esclusivamente sulle mie sensazioni, le dotazioni tecniche saranno ridotte a quel minimo necessario alla mia sopravvivenza e, soprattutto, a dare tranquillità ai familiari. Con due app al lavoro rischio di esaurire la batteria prima dell’arrivo pertanto mi sono dotato, ennesimo esperimento, di una piccola e leggera batteria esterna (power bank).

“Cinque virgola sette chilometri all’ora”, la voce elettronica, impudicamente, seppure sommessamente, rompe il silenzio della notte per darmi le poche informazioni che ho programmato. Bivio Vianello, m’infilo nello stretto sentiero che scende verso la cava di marmo, conosco molto bene questi sentieri e così procedo senza nemmeno guardare i segni di vernice. “Mmh, c’è qualcosa che non mi quadra, ho la cava alla mia sinistra quando doveva essere a destra! Va beh, ormai vado di qua, tanto porta allo stesso punto”. Eccomi alla strada sterrata che unisce la Valle di Virle a Botticino, ancora pochi passi e ritrovo la segnaletica del cinquecentotre. Ehm, la segnaletica, un segno perché poi non ne vedo altri: “che strano ne ricordo diversi, o non risplendono alla luce della frontale o sono io a non vederli? Va beh, avanti che non posso perdermi in ciance”. All’improvviso appare, illuminato dalla mia frontale, un nitido sentierino. “mmm, mi sembrava che fosse più lungo il tratto di sterrata e poi ricordo un piccolo cartello segnaletico che qui non vedo”, per alcuni secondi provo a illuminare la strada ma non vedo segni: “non posso perdere altro tempo, andiamo di qui!” Infilo questo sentiero, sembra proprio lui, pure questo risale il ripidissimo argine della strada (“ma non era meno ripido?”), pure questo è stato creato tagliando di fresco la boscaglia, pure questo poco dopo s’infila tra una barriera di rovi (“ma mancano quelli pendenti a cui ero rimasto attaccato, si vede che li hanno tagliati!”), però… però arriva una ripida discesa che non doveva esserci (“ahi, ahi, mi sa che ho sbagliato”) e poi un lungo diagonale con tortuose curve attorno a piccoli alberi: “ok, ho sbagliato, ormai è sicuro; questa parte di monte la conosco poco, però la direzione è quella giusta, sopra a destra ci sono grosse cave e sotto di queste la loro strada di collegamento taglia per intero questo versante del monte, gioco forza la traccia che sto seguendo o finisce su tale strada o sull’altro sentiero, quello giusto.  Avanti!”. Con un percorso tra l’altro più bello di quello originale (meno strada sterrata, un lungo diagonale con continui stimolanti su e giù, diverse curve arrotondate che danno dinamismo al cammino) arrivo alla strada delle cave e, poco dopo, sono ad un trivio, devo orientarmi un attimo: evidente che non devo prendere alla mia destra, tornerei indietro, osservo le luci di Molvinella e intuisco che devo tenere la più bassa delle due sterrate che vanno verso sinistra. Pochi passi ed ecco che dal bosco alla mia sinistra sbuca il percorso segnalato, un altro segno poco più avanti sulla strada che ormai, anche se l’ho fatta una volta sola, ben riconosco. Discendo con decisione e velocemente, case di Molvinella: senza esitazione imbocco l’asfaltata salita per la Trattoria Eva.

La pendenza si fa rilevante, m’impongo di controllare il passo che, sulla rincorsa della discesa, stava proseguendo ad un ritmo troppo sostenuto. Alcuni cani abbiano al mio passaggio: “state zitti che la gente dorme!” All’altezza della trattoria la pendenza cala e l’asfalto lascia spazio allo sterrato, uno sterrato liscio e duro, sono all’incirca quarantacinque minuti che cammino così ne approfitto per assumere, secondo gli insegnamenti di un atleta del trial mondiale letti recentemente in un articolo specialistico, la prima barretta energetica. Fatico a scartarla, mi distraggo un attimo e… oops: il netto bordo di una buca, le caviglie eccessivamente rilasciate, la mente altrove impegnata, improvvisamente il lato esterno del piede sinistro cede letteralmente torcendo la relativa caviglia. Le scarpe ben fascianti e reattive, l’allenamento, i riflessi prontissimi risolvono brillantemente la situazione: sposto immediatamente il peso sull’altra gamba e rimbalzo via evitando che la caviglia storta subisca un carico eccessivo e si infortuni. “Meglio restare un attimo più concentrati” mi dico e, senza nemmeno fermarmi, procedo oltre. Riprende la salita ripida, il cellulare sentenzia “cinque virgola cinque chilometri all’ora”: “uauh!”. Ecco la croce in pietra che dà il nome al Crociale, luogo posto sul crinale sud del Monte Fratta poco sotto la grande cava delle Paine, abbandono la sterrata per prendere un sentierino che, in lieve salita, porta al rifugio del Gruppo Difesa Ambiente Naturale, davanti al quale mi stringo l’allacciatura delle scarpe IMG_0860che un poco si è lasciata andare. Mi incammino sul lungo diagonale che porta al crinale opposto, quello sud ovest, alla mia sinistra le luci e i rumori di Botticino, Caionvico e Sant’Eufemia accompagnano il mio cammino. Il terreno si è fatto a tratti più complesso, tonde e lisce pietre scivolose si susseguono alternandosi a piccoli insidiosi spuntoni, anche di giorni questo tratto richiede attenzione, figuriamoci di notte. Inclino la frontale, nel fascio di luce vedo scorrere il terreno: erba, pietre, terra, pietre, terra, erba, erba, terra… brina: “eeeeh, brina?” Macchie di bianchi cristalli gelati all’improvviso appaiono sotto i mei piedi: “ma che sono questi cristalli bianchi? Troppo morbidi per essere brina, è… è… è neveeeee! Va beh, poca roba, non mi creerà problemi”. Man mano che salgo la coltre bianca si fa sempre più estesa: “aho, non è solo una spolveratina, è una nevicata vera e propria”. Un bel candido bianco mantello risplende alla luce della frontale, circa dieci centimetri di neve ricoprono il terreno che mi circonda, mi sono trovato altre volte di notte con la neve, ma è la prima volta che mi ci trovo da solo: “splendido! Magico! Incantevole!” intense piacevolissime sensazioni pervadono la mia mente, il mio animo, il mio intero essere.

Raggiungo e imbocco la strada sterrata che percorre il costone sud ovest del Monte Fratta, dopo un tratto ripidissimo la pendenza scema leggermente, ancora pochi metri e m’infilo nel bosco: un bel sentierino sale alla vetta del Fratta. Tracce di animali mi guidano con estrema precisione sul tracciato: “ma guarda te, l’avevo già notata altre volte questa cosa: anche gli animali del bosco conoscono e seguono i sentieri dell’uomo?” Immerso in queste osservazioni, cercando di capire di quali animali siano le tracce che mi anticipano, veloce continuo nella mia salita. La poca neve è comunque sufficiente a piegare i rami più sottili e, per non infradiciarmi, sono ogni tanto costretto alle forche caudine eppure… “cinque virgola quattro chilometri all’ora” sentenzia la simpatica vocina elettrica del mio cellulare, “mai, camminando, sono andato così veloce in salita, ottimo, vuoi vedere che riesco a chiudere in dieci ore!” Vetta del Fratta, piccolo dosso erboso ricoperto dal bosco, senza sosta passo sul versante opposto per indovinare nella neve la prosecuzione del sentiero che, stretto e contorto, s’insinua come un serpente fra gli alberi del bosco formando molte secche curve (divertentissimo questo tratto, specie quando lo discendi di corsa). Ancora impronte di animali segnano con incredibile precisione il percorso. “Quattro virgola zero chilometri all’ora”, “che succede? Sono in discesa e vado più piano?” L’app sul cellulare per ben due volte mi segnala la stessa cosa, pare essersi incantata “Boh, non c’è tempo per fare controlli”. Finisce il sentiero e inizia la sterrata che, con varie svolte e alcuni incroci, mi porta all’area pic-nic Le Acqua in quel di Serle Castello. La notte pian piano sta lasciando il passo al giorno, ancora non vedo bene ma il fondo chiaro della strada qualcosa lascia intuire, “approfittiamone per allenare la propriocettività”: spengo la frontale e mi godo l’avanzare del crepuscolo.

Castello di Serle, strada asfaltata, ormai la luce del giorno rende tutto più chiaro e facile, un’invisibile placca di ghiaccio e mi esibisco in un proditorio esercizio di equilibrio: “ocio Ema, ad oggi esiste una sola suola che si aggrappa al ghiaccio e non è sotto le tue scarpe”. Una ripidissima breve salita ed eccomi al campo sportivo, un sentierino profondamente scavato a formare un morbido toboga sale alla strada dell’altopiano di Cariadeghe. Qualcuno ieri s’è divertito con il fuoristrada, la neve è sconvolta dai segni dei copertoni e le crestine formate dai tasselli delle gomme nella notte si sono gelate, camminandoci IMG_8940sopra cedono rendendo faticoso l’incedere e poi scricchiolano in modo estremamente fastidioso, meglio tenersi il più possibile ai lati della strada dove la neve è ancora fresca e intonsa. Valpiana, la strada inverte la sua pendenza e concede un tratto di bel respiro. “Sei e tre chilometri all’ora”, “ehi, che bella media! Le dieci ore si fanno papabili.” Dopo un tratto di piano e qualche discesina, una ripida breve salita porta al piazzale sotto la punta di San Bartolomeo, risalgo la stradina della via crucis, la copertura nevosa è di quindici centimetri perfettamente intonsi, nemmeno tracce di animali l’hanno rovinata, niente, solo una liscia candida vellutata soffice superficie bianca. Analoga situazione nella successiva discesa lungo il sentiero che porta al parcheggio degli alpini in quel di Cariadeghe, un tratto sconvolto da numerosissime pietre oggi, però, la soffice coltre nevosa attenua piacevolmente gli atterraggi.

IMG_8498Aggiro la casa degli alpini di Serle scavalcando il dossetto di Belfiore, raggiungo la conca detta delle Marende (merende), attraverso l’asfalto di via Casinetto e, con una larga stradina, m’inoltro nel bosco. Eccomi alla rete metallica che cinge la polveriera di Serle, breve fermata per inviare il secondo messaggio a casa: “confine polveriera Serle tutto bene energia da vendere”. Un largo e divertente giro nella boscaglia alternata a radure erbose, con l’intermezzo di una simpatica pozza, ed eccomi al Laghetto Pantano dove riprendo a camminare su liscia sterrata. In breve sono sul crinale che dà sulla valle di Vallio Terme, discendo un poco poi una secca curva a destra e riprende la salita. Svolta a sinistra, passo accanto a un grande capanno da caccia, piegandomi sulle gambe sottopasso una sbarra, ancora qualche metro di stradina e poi giù, giù a capofitto verso Vallio Terme: la prima parte della discesa è veramente un tuffo verso il basso, un ripidissimo pendio da scendere, con grande attenzione, sulla linea di massima pendenza. Recentemente è stato tagliato il bosco e, come spesso purtroppo accade, la legna di risulta è stata abbandonata ovunque, ivi compreso il sentiero, rendendo non solo complesso il cammino, ma anche estremamente pericoloso, specie ora che la neve nasconde la cedevole ramaglia e rende assai scivolosi i legni. Alla base del pendio, seguendo le segnalazioni, la volta scorsa m’ero trovato a litigare molto pericolosamente con ammassi di rami accatastati in grande quantità e alcuni grossi tronchi, oggi le cose sono complicate dalla neve e così individuo un percorso che mi eviti tale ammasso. Data la copertura nevosa e la segnaletica carente (o sparita a causa del taglio) ho qualche difficoltà a ritrovare la traccia del sentiero, ma alla fine ci sono: “ok, ora posso rilassarmi”. Senza altri problemi velocemente scendo verso il fondo valle, dopo un tratto ripido e scivoloso, raggiungo il sentiero che dal Monte Tre Cornelli porta al Colle di Sant’Eusebio, lo seguo verso sinistra e, poco dopo, un lungo comodo tratto a mezza costa mi permette di assumere la seconda barretta energetica.

Oltrepassata una sorgente, ad un bivio abbandono il cinquecentoventi e scendo diretto verso Vallio Terme, ancora qualche tratto scabroso poi velocemente sono alla strada sterrata che mi conduce alla strada asfaltata che da Vallio sale al Colle di Sant’Eusebio. IMG_2074Tagliandone due tornanti la seguo in discesa per brevissimo tratto e, subito a valle della trattoria Miravalle, imbocco via Fornasetti: alle mie spalle il sole inizia a fare capolino e ne sento sulla schiena l’impronta riscaldante, tolgo il gilet antivento e la maglia senza maniche, risistemo l’allacciatura delle scarpe, invio messaggino a casa e poi via, verso il profondo solco vallivo del Fosso della Madonna. Una recentissima modifica al tracciato evita la ripidissima risalita a Piazze, anche se comunque porta a altrettanto ripida, ma ben più breve, salita lungo una sterrata. Uno stretto sentierino s’infila nel ripido pendio cespuglioso del Dosso dei Morti e, con largo giro, porta verso il fondo del valloncello. Erba brinata, le scarpe, dopo aver retto ore di neve, qui lasciano passare l’acqua, ma le nuove scarpe, grazie anche alle eccezionali calze che indosso, fanno comunque il loro lavoro: non solo non sento i piedi freddi ma, uscito dall’erba, nel giro di una decina di minuti scarpe, calze e piedi sono perfettamente asciutti… “è proprio vero, con le scarpe basse il goretex alla fine è più uno svantaggio che un vantaggio”.

IMG_9084Santuario della Madonna de Manghèr (o, secondo alcuni, del Malgher, la contesa sul nome appare tutt’oggi accesa), riprende la salita che, prima con largo giro, poi in modo più diretto e deciso, mi porta poco sotto la sommità della Rocca di Bernacco. L’ultimo ripidissimo tratto, che la volta precedente mi aveva costretto a diverse fermate, pur con lo stesso ritmo lo supero quasi d’un sol colpo: “grandioso, gli allenamenti sulla scalinata del IMG_9080Parco di Bacco seppur iniziati da poco hanno già dato buoni frutti, li continuerò”. Aggirato il crinale ovest della rocca mi appare un panorama stupendo: dietro i monti innevati per effetto del debole sole azzurrognola risplende la piatta superficie del Lago di Garda. Non posso esimermi dal dedicare alla scena alcuni secondi, sarebbe da fare una foto ma non posso consumare la batteria del cellulare, lascio invadere la mente dalla visione e, col cellulare, mi limito a inviare un ben più utile messaggio a casa. Lestamente mi rimetto in cammino: “la strada è ancora lunga, molto lunga”. Con un comodo piano traversone raggiunto il lato opposto della rocca, una discesa conduce all’arrotondato stupendo crinale est oggi totalmente innevato alla fine del quale ecco il mitico inconfondibile secolare “Castagno del Barcol”. IMG_0511Stavolta non mi faccio ingannare dai segni che vanno in salita e mi butto subito in discesa lungo l’asfalto che abbandono dopo poco per prendere una sterrata molto rovinata, ripidamente e faticosamente risalgo il fitto bosco: “cinque virgola sei chilometri all’ora” il cellulare regolarissimo scandisce il mio cammino, mi rendo conto che anche quando mi sento bloccato invero la velocità è pur sempre sostenuta, “ottimo!” Fine salita, questa salita ovviamente, imbocco la discesa che mi deve riportare a Vallio Terme, una discesa per ora comoda e cementata che sfrutto per anticipare i primi sentori di fame mangiando qualche dadino di bresaola e qualche mandorla. Termina il cemento, uno sterrato sconvolto si abbassa con due lunghi diagonali e un tornante, poi si trasforma in sentiero dove diversi sono i tratti alquanto tecnici: sassi mobili accatastati gli uni sugli altri, lisce placche di roccia, secche curve, salti rocciosi, stretti passaggi incassati, un ripidissimo scivolo sempre bagnato, un alto argine di terra e pietre nel cui mezzo la traccia compie una strettissima doppia curva che impone equilibrio e dinamicità.

Di nuovo sterrato, piano e uniforme per un bel respiro, poi per asfalto scendo alle Terme di Vallio, altro messaggio a casa e levo dalle scarpe alcuni sassolini che da chilometri mi porto fastidiosamente appresso. Come ho ormai compreso essere la tattica migliore, approfitto del tratto facile per assumere un altro prodotto energetico, stavolta un gel liquido bio a base di aloe e altri prodotti naturali. Passano pochi secondi e… “mannaggia, mi brucia lo stomaco! Ricordo, mi è già successo almeno un paio di volte dopo l’assunzione di questo gel, dovrò verificare per bene, in ogni caso meglio eviralo per il giro finale di TappaUnica3V”. Attraverso il paese e prendo la sterrata ciclabile che, in lieve discesa, raggiunge Fostaga, nuovamente salita. “Dai Ema, questo è l’ultimo preoccupante ostacolo, una volta in cima è fatta”, sulla spinta di questo incitamento mentale, con l’aiuto di un gel energetico, affronto il primo tratto, particolarmente ripido, IMG_9073con troppa foga e sul successivo diagonale falsamente piano mi trovo in sofferenza, devo fermarmi spesso, pochi secondi ma comunque sufficienti a rendere meno efficiente il passo: “due virgola tre chilometri all’ora”, “mannaggia la velocità è crollata!” Tengo duro, cerco di sfruttare al meglio i brevi piani per recuperare energia, mi concentro sulla respirazione, “dai, dai, non cedere, dai che poi si respira per un lungo tratto, dai!” “Tre virgola quattro chilometri all’ora” “siii, vaiii!” “Quattro virgola cinque chilometri all’ora”, “Grande Ema, ecco il ponticello, manca poco, ce l’hai fatta!” L’ultimo strappo estremamente ripido lo IMG_9072supero molto più agevolmente di quanto mi aspettassi e in un baleno sono ai Casini di San Filippo, piccola cascina abbarbicata su un terrazzo erboso in mezzo a un vasto castagneto, un luogo che ogni volta mi lascia sensazioni incredibili, un luogo che ogni volta m’invita al riposo e alla meditazione. Metà strada è ormai alle spalle ma i chilometri sono ancora tanti e, sebbene brevi, ci sono ancora diverse salite, l’inflessibile orologio indica che ormai le dieci ore di percorrenza sono svanite: “beh, dai, in effetti per le dieci è ancora troppo presto, i precedenti sessanta li ho fatti in ventisei, se chiudo in undici è di certo un buon risultato”. Affronto con oculata determinazione la salita che porta al Piazzale Sovino, controllo il passo sulla successiva lunga moderata discesa e approfitto della liscia strada per mangiare ancora un poco di dadini di bresaola e alcune mandorle. Il cielo si è annuvolato, le ombre si sono allungate sul bosco, inizio a sentire freddo, molto freddo, sarebbe opportuno rimettermi anche la seconda maglia o utilizzare addirittura il vecchio pile da montagna che mi sono tirato appresso quale supporto di emergenza, ma “fra poco si perde quota e la temperatura risalirà, inutile perdere tempo” e così non faccio né l’una né l’altra delle cose, mi limito a rimettere cappellino e guanti, a immaginarmi un bel fiascotto di vino da cui far scivolare il corroborante liquido verso il mio gargarozzo. IMG_2344Oltrepasso l’area pic-nic di Tesio, percorro velocemente il lungo tratto di asfalto che dolcemente scende ad una altrettanto lunga e piana mulattiera, un avanti e indietro alquanto illogico visto che si potrebbe scendere più direttamente per un ben più corto e divertente sentiero nel bosco, ma tant’è, “questo è il tracciato e questo si deve fare, stop!”. Perdendo quota le mani si sgelano e, forse anche con la complicità del vino virtuale, pian piano passa anche la sensazione di freddo, mi riapproprio del mio corpo e più dinamicamente procedo sulla rovinata vecchia strada che alternando tratti ripidi a tratti dolci scende al bucolico gruppo di case di Marzatica.

Due cani m’accolgono festosamente, ehm, festosamente, magari non proprio visto che uno dei due tenta di mordermi un polpaccio, non ci riesce e, in cambio, evita per un soffio una involontaria tallonata sul mento. Lungo, lunghissimo il successivo diagonale verso Pospesio, condito con qualche breve ma ripida salitella, ne approfitto per assumere un paio di gustosissimi caramelloni gommosi, non saranno molto energetici ma sono una vera manna per il palato reso secco e sgradevole dalle tante ore di cammino. Una liscia sterrata riporta verso l’alto, quasi un’arrampicata vista la notevole pendenza, devo cadenzare con attenzione il passo. Abbandono anche questa strada, un bel traverso su cotica erbosa, lieve discesa e poi una scabrosa antica mulattiera con ripida salita mi porta poco sotto l’abitato di Sarzena che raggiungo per un sentierino solo in parte ripulito dalla cortina di rovi che lo costeggia. Di nuovo su asfalto, di nuovo in discesa, “cinque virgola nove chilometri all’ora” puntuale l’incitazione dell’app sul cellulare alla quale poco dopo seguono due significativi segnali d’allarme: “ecco, sto esaurendo la carica”. Mi fermo, collego la batteria esterna e riprendo il cammino, ma poco dopo di nuovo i due deludenti segnali, mi fermo nuovamente e controllo: “mannaggia, la carica è scesa ancora, vuoi vedere che il power bank è scarso? Uhm, forse non regge due app, chiudiamone una”. Ovviamente chiudo quella meno importante e, per altro, più pretenziosa, ovvero quella che mi scandisce il cammino. Riparto, il percorso prosegue prima lungo la strada asfaltata poi per sentieri ne taglia alcuni tornanti. Rispondo ad un messaggio di mia madre che, classicamente, giunge nel momento meno opportuno costringendomi ad una fermata indesiderata anche perchè nel mezzo di una discesa che IMG_20180127_121636sto sfruttando per recuperare un poco di tempo. Ripreso il cammino velocemente scendo, poco sopra Paitone oltrepasso il Santuario della Beata Vergine e la chiesetta di San Rocco, ancora pochi minuti e sono alla bella sorgente Rudone di Paitone. Messaggio a casa e noto che la carica è salita, “ottimo”, per precauzione segnalo comunque che ho il telefono in esaurimento e potrei non essere in grado di comunicare, così come potrebbe interrompersi il live del tracciamento.

Su piano asfalto oltrepasso l’abitato di Paitone e m’infilo in quello di Nuvolento, al limite settentrionale di questo, dove il monte scema nel piano, una stretta stradina fra vecchie e nuove case mi porta al sentiero che, infilandosi in una specie di canale di scolo, si alza all’acquedotto lungo la strada per Serle. Da qui una bella stradina ormai inerbata si alza tra santelle e resti di panchine (forse un’antica via crucis), finché un segno inequivocabile induce ad abbandonarla per salire nell’erba fino a raggiungere altra vecchia sterrata ormai quasi ridigerita dal monte. Una breve discesa, un lungo traverso per sentierino e, superata una piccola cava, forse una delle tante prove di cava che esistono in questa zona, ripiombo verso valle arrivando a Nuvolera proprio in coincidenza della Fonte Sole. Ancora un poco di piano asfalto, poi di nuovo per sentiero salendo dolcemente al parco degli Alpini. La salita riprende con maggior decisione e il percorso si fa più faticoso per via di diverse roccette e di tratti particolarmente ripidi. “Aho, non finisce più? In esplorazione mi era sembrata assai più breve”. L’esclamazione mi attraversa la mente più volte, segno di un cedimento psicologico. Dai e dai sono al sommo e inizio, seppure con l’intermezzo di una ripida salita che proprio non ricordavo, a scendere verso la valle di Nuvolera. La raggiungo in prossimità delle prime case di questo paese, nei pressi della trattoria “Conca dei Marmi” imbocco il sentiero che risale il versante orientale del Monte Cavallo. Il primo tratto è molto ripido e fangoso, la fatica torna a farsi sentire, comunque salgo piuttosto velocemente “dai, dai il ripido è breve, al vicino tronante la salita si spiana e puoi respirare”. Vicino? Ancora una volta la memoria m’inganna: ci vuole un tempo che mi sembra eterno prima di arrivarci. “Eccolo, eccolo” con soddisfazione sono al tornante e, senza fermarmi, mi avvio sul lungo traverso che porta al versante meridionale del monte Cavallo, un’esplosione alle mie spalle mi fa trasalire: hanno fatto saltare una mina di cava. Gustando le ultime caramelle gommose con rinnovato vigore percorro il traverso e la successiva discesa verso un’altra chiesetta di San Rocco. Poco sopra a questa riprende la salita, una lunga e a tratti ripida salita IMG_1337verso il famoso Sercol di Nuvolera, caratteristica conformazione rocciosa che, vista dall’alto, sembra un cerchio perfetto (cosa che ha fatto ipotizzare ad un luogo di culto o a qualche misteriosa struttura astro energetica), ripetutamente la mente si lamenta “cacchio, non finisce più, mi sembrava molto più corta”. L’affaticamento fisico e mentali combinati rimettono in evidenza i bruciori di stomaco che avevo dimenticato: “proviamo se anche per IMG_1311questi va bene la fettina di zenzero fresco”, la prelevo da una tasca sullo spallaccio dello zaino scoprendo che ho perso le altre due (“mmh, è di sicuro successo quando ho prelevato la bustina di gel, dovrò studiare una collocazione diversa”), la mangio e in effetti il dolore si attenua sensibilmente “ottimo!” Il mio percorso non raggiunge il Sercol ma, arrivato alla cascina Cutra, devia a sinistra e, seguendo una comoda interminabile sterrata, taglia tutto il versante settentrionale del Monte Camprelle per poi scendere tra le cave di Castagna Torta e raggiungere la Valle di Virle, che velocemente discendo verso l’ultima risalita, “l’ULTIMA!”

IMG_2085Eccola, prima facile e comoda, poi più movimentata, è il sentiero della Lepre, dove le pietre che ne sconvolgono in fondo sono in buona parte segnate dai pattini degli slittoni usati, tanto tempo addietro, per trasportare a valle i blocchi di marmo necessari alla costruzione delle case di Rezzato. Anche questa mi sembra più lunga del solito ma anche questa giunge alla fine. Approfitto di un tratto pianeggiante per bere il secondo e ultimo gel liquido, sorpresa: mi sistema lo stomaco che da alcuni chilometri aveva ripreso a bruciare. Più rilassato percorro la ripida discesa che mi porta alla casa degli alpini di Rezzato, due giovani uomini, imbacuccati a più non posso stanno giocando a carte su uno dei tavolini IMG_2084posti d’innanzi alla vuota struttura “boh, contenti loro!” Io continuo per la mia strada e velocemente percorro il sentiero che scende verso la cascina “La Casella”. Non mi porto subito al parcheggio, seguendo la segnaletica del cinquencentotrenta aggiro a est la sommità del colle San Pietro per poi salire al parcheggio con l’ultimo ripidissimo tratto di via San Francesco d’Assisi: “la classica ciliegina sulla torta”. Ore diciassette e quaranta, dodici ore e quaranta minuti dopo la partenza tolgo lo zaino e lo sistemo sul muretto che cinge il parcheggio, recupero le chiavi dell’auto e l’apro, tolgo le maglie umide di sudore e condensa, ne indosso una asciutta, aggiungo una giacca pesante, accendo l’auto per mettere in carica il telefono, mando un messaggio a casa e a mia mamma “Arrivato, tutto bene”, faccio qualche esercizio di allungamento per defaticare i muscoli, seduto sul muretto con tutta calma mi mangio una barretta proteica per aiutare la ristrutturazione delle fibre danneggiate, l’accompagno con l’acqua rimasta in una delle due borracce. Cambio le scarpe e poi via verso casa dove completo la ristrutturazione articolare e muscolare ingerendo un beverone di carboidrati e amminoacidi, eseguendo qualche altro esercizio di allungamento e massaggiandomi le gambe con una bella spalmata di gel-olio (è un gel che come lo spalmi si trasforma in olio per massaggi) all’arnica. Chiudo il pomeriggio disteso sul divano analizzando i dati del tracciatore e rivivendo mentalmente tutte le fasi salienti del giro: rivedo l’allontanarsi delle luci di Botticino, la IMG_9097magica notte bianca sul Monte Fratta, il fascino del crepuscolo, la candida e intonsa neve di Cariadeghe, l’improvvisa apparizione della gemma luminosa del Lago di Garda, i paesi dell’ultimo tratto; rivivo la straordinaria sensazione di energia che mi ha accompagnato dalla partenza alla Rocca di Bernacco, l’amaro affanno insorto salendo verso i Casini di San Filippo, il gran freddo di Tesio, il piacevole avvicinarsi alla pianura della parte finale, le insidie mentali del continuo su e giù diventato più lungo di quanto sperimentato nelle esplorazioni, il fastidio per l’inarrivabile fine del traversone sotto il Monte Camprelle, il senso di sollievo nell’affacciarsi alla Valle di Virle, la spinta in avanti dell’ultima discesa, la gioia dell’arrivo. Bello, bellissimo, sono soddisfatto, molto soddisfatto, un gran bel giro, un grandioso risultato, ho retto fisicamente e mentalmente, ho mantenuto una velocità alta e costante per i primi due terzi poi un lieve calo che, purtroppo, posso quantificare solo in via indiretta a causa dell’anticipato spegnimento del cellulare. Pronto a ripetermi, pronto per il prossimo sessanta che mi vedrà impegnato sui monti della bassa val Trompia e proprio lungo il tracciato del 3V, un secondo fondamentale test su quella parte del tracciato che nel tentativo di TappaUnica3V 2017 mi ha imposto un’anticipata interruzione del cammino, un forzato e doloroso ritiro.

È giunta la sera, ceno con una bella pastasciutta per completare la dose di carboidrati necessaria ad un ottimale recupero energetico, un poco di verdura per le vitamine, un pezzo di formaggio per le proteine, una decina di noci per completare l’assunzione di amminoacidi essenziali importanti per la ricostruzione muscolare, poi, felice e incredulo per l’assenza di dolori, vado a dormire, sarà un sonno lungo e ristoratore?


#TappaUnica3V nuovi protocolli, importanti conferme


IMG-20170712-WA0034Nell’ultima relazione (Farsi male con e per niente) avevo anticipato l’intenzione di modificare sensibilmente il protocollo di allenamento, vuoi per una serie di piccoli infortuni che stavano susseguendosi gli uni agli altri, vuoi per l’approssimarsi del giro finale e, pertanto, la necessità di meglio focalizzarsi sulle più specifiche esigenze: il potenziamento dei quadricipiti femorali, un riequilibrio fisico generale e i test sulla lunga distanza.

Per il primo aspetto al posto della corsa su asfalto ho inserito le scale, individuando una scalinata perfetta (per chi fosse della zona, quella del Parco di Bacco a Rezzato): due sezioni, la prima molto ripida con cento dieci scalini alti mezza spanna e stretti che fanno lavorare per bene polpacci e quadricipiti, la seconda con all’incirca altrettanti scalini ma bassi e lunghi che costringono ad allungare per bene le gambe. Ci faccio tre serie da tre ripetizioni cadauna, alla prima seduta parto di corsa, ma non riesco a completare le serie e pertanto decido di passare al cammino, rapido ovviamente, con il quale alla data odierna ho fatto cinque sedute complete.

Per il secondo aspetto ho aggiunto altri esercizi alla mia ginnastica quotidiana, che ora mette in movimento l’intero corpo, alternando tra un giorno di potenziamento muscolare e uno di flessibilità e allungamento, salvo alcuni esercizi specifici che ripeto ogni giorno: articolabilità del piede e della caviglia (ho scoperto che il sinistro è molto rigido), allungamento del piriforme e dell’ileo tibiale, propriocettività (tavola oscillante per quindici minuti su due piedi a occhi aperti, più un minuto a occhi chiusi e uno per gamba su un solo piede).

Per il terzo aspetto ho programmato tre uscite di sessanta/settanta chilometri, la prima a febbraio da farsi a tutta (dove per tutta intendo la massima velocità che sentirò di poter portare senza mettere a rischio il completamento del percorso), la seconda ad aprile da farsi non proprio a tutta ma quasi (poi si vedrà al momento) e la terza ai primi di giugno da farsi a velocità del giro finale.

Bene, la prima di queste uscite l’ho già fatta, precisamente fatta il 13 febbraio (quindi pochi giorni fa, alla data in cui sto scrivendo questa relazione) percorrendo per intero il Sentiero del Carso Bresciano, anticipandola, a brevissima distanza (due giorni), con una media lunghezza corsaiola (ventuno chilometri con milletrecento quattro metri di dislivello coperti in tre ore e cinquantadue minuti). Che ne è uscito? Beh, io sono contentissimo e penso di poter affermare che i nuovi protocolli di allenamento hanno subito dato frutti importanti:

  • cinquantotto chilometri con tremila metri di dislivello coperti in dodici ore e quaranta minuti (ne avevo previste da dodici a sedici);
  • non sono mai andato in debito di ossigeno, nemmeno sulle salite più impegnative (e due lo erano in molto particolarmente intenso);
  • energia rimasta costante per due terzi del percorso, poi lieve calo (qui avevo programmato di fare piani e discese di corsa ma non me la sono sentita e ho preferito andare ancora al passo);
  • tenuta psicologica perfetta, solo tra il chilometro quarantaquattro e il chilometro cinquantadue ho dovuto lavorare sulla mente (la parte finale vedeva continue risalite che nelle esplorazioni m’erano sembrate brevi e invece ora apparivano ben più lunghe e impegnative);
  • nessun dolore, ne muscolare ne articolare, ne durante la camminata ne dopo ne nei giorni a seguire, solo, a partire dalla sera, indurimento delle ginocchia restando seduto a lungo, ma svanito completamente in due giorni.

IMG_20180215_102511A completamento delle informazioni date, aggiungo che per queste due ultime uscite con grande soddisfazione ho utilizzato un nuovo paio di scarpe: Kalenji Kiprun Trail MT. Comunque il giro finale verrà effettuato ancora con le Ultra Raptor GTX de La Sportiva, più pesanti ma più protettive delle Kiprun e di cui ne sto appositamente tenendo da parte un paio quasi intonso (che userò solo per l’ultimo lungo a velocità giro finale). Le Kiprun copriranno il delicato e importante ruolo della riserva.

Ah, nei sessanta chilometri ho anche testato vecchi e nuovi apporti energetico alimentari:

  • riduzione dell’acqua con integratore (che resta sempre l’ottimo HydraFit della NamedSport) e aumento dell’acqua pura (ovviamente Acqua Maniva PH8 naturale) per rispettare il massimo di tre borraccine giorno dell’HydraFit (per l’occasione ne ho usata una sola contro due di acqua pura);
  • caramelle PowerGel Shots della PowerBar all’arancio, non molto energetiche ma dal sapore decisamente gradevole che aiuta a ripulire ogni tanto la bocca e, a differenza degli altri gel, dà gratificazione al palato e alla mente;
  • barretta Energy della Equilibria, che fornisce una bella carica di energia attivata nel medio tempo e disponibile a lungo;
  • gel Enervitene Sport Hone Hand gusto Cola della Enervit, molto pratico da assumere anche se la bustina vuota tende a sporcare (impossibile svuotarla perfettamente), fornisce un’immediata carica di energia;
  • gel vegano BioEnergy al Lime della AloeXPro, che però non pare dare grande energia e, che è peggio, sembra provocarmi bruciori di stomaco;
  • gellino (gel liquido) Enervitene Sport gusto arancia della Enervit, che fornisce anch’essa una bella carica di energia di pronto utilizzo pur restando disponibile abbastanza a lungo, inoltre mi ha rimesso a posto lo stomaco in preda ai bruciori (peccato averci pensato solo sul finire, ovvero dopo molti chilometri dalla loro insorgenza, ma non mi aspettavo questo effetto);
  • dadini di bresaola, che ho trovato utili (in particolare evitano l’insorgere della fame) anche se stimolano la voglia di un bel bicchiere di vino e lasciano in bocca una sensazione di pastosità;
  • mandorle sgusciate e pelate, che mi hanno lasciato perplesso, in particolare per la produzione di polvere che si attacca alla gola e provoca conati di tosse (la prossima volta provo quelle non pelate);
  • pezzettini di zenzero fresco, che già conoscevo come ottimi per risolvere le difficoltà digestive, qui sono risultati utili anche per attenuare (ma non eliminare) i bruciori di stomaco.

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#VivAlpe 2017 – Riepilogo fotografico


Siamo alla fine di questo 2017, un anno che ci ha visti impegnati in numerose escursioni, uscite che hanno occupato tutti i mesi dell’anno e che si sono concluse con una magnifica giornata si sole sulla vetta del Castello di Gaino, dalla quale la vista sul Lago di Garda è sempre affascinante ed emozionante.

Per ringraziare tutti i nostri fedeli lettori, nonché tutti coloro che partecipano alle nostre escursioni, e per incitare altri a partecipare ecco un resoconto fotografico di VivAlpe 2017.

Grazie!

#VivAlpe 2018 siamo pronti


Anche questo anno volge al termine e con esso stanno per terminare le attività del programma VivAlpe 2017, è ora di pensare al seguito ed infatti sono già due mesi che ci si sta lavorando sopra, le prime schede descrittive sono già state completate e pubblicate , molte altre sono in fase di completamento comunque già reperibili nella pagina eventi.

Il nuovo programma, così come quello del corrente anno, si estende su tutti i dodici mesi dell’anno: l’escursionismo non è solo estivo e la montagna per essere ben apprezzata va vissuta in tutte le sue stagioni. La cadenza delle uscite sarà all’incirca di una ogni tre settimane in modo da guadagnare e mantenere l’adeguato allenamento, allenamento molto basilare visto che è stato ridimensionato l’impegno di ogni singola uscita: la possibilità di partecipazione è di fatto allargata a tutti coloro che hanno una minima base fisica e un poco di esperienza di cammino.

Una precisazione è doverosa il merito alla questione del nudo, quel nudo che è stato talvolta frainteso, quel nudo che, pur avendoci piacevolmente portato un certo interesse mediatico, ha anche spinto alcuni a formulare più o meno ipocrite e preconfezionate opinioni. Non andiamo in montagna per metterci nudi, ci andiamo per la montagna, per il piacere di camminare, per gustare il profumo delle sue mille essenze, per assaporare le sensazioni del sole e del vento sulla pelle, una volta in montagna, però, ci mettiamo nudi perché siamo persone che il nudo non lo praticano ma lo vivono, persone che il nudo non lo intendono come un momento della vita ma come parte integrante della propria vita, persone che hanno saputo oltrepassare quel fastidio che viene inculcato da una società che insensatamente vive e vede il corpo solo attraverso la malizia, che ipocritamente vive e vede i genitali come qualcosa di sporco, qualcosa da nascondere.

Non obblighiamo nessuno a mettersi a nudo, già molti sono coloro che ci hanno affiancato pur restando vestiti, alcuni sono diventati fedeli presenze, vogliamo solo che si rispetti il nostro diritto di stare nudi pressoché ovunque, quantomeno, per ora, nei giardini (privati e pubblici) e in tutte le aree extraurbane, come spiagge, parchi, campagne, colline e monti: tanto si parla di turismo ecosostenibile e di rispetto per l’ambiente, orbene, sono due processi che, per essere tali, devono necessariamente prendere in considerazione il mettersi a nudo, l’unico vero modo per integrarsi con l’ambiente, per vivere la montagna (e non solo quella) da pari a pari, per rispettarla, per generare piena sostenibilità ecologica.

Vestiti può essere bello, non lo neghiamo, vestiti talvolta può essere necessario, ma… nudi lo è altrettanto, anzi per noi è anche molto meglio e lo diventerebbe anche per voi se solo dedicaste due secondi della vostra vita a spogliarvi in mezzo alla natura, per poi immergervi in un lago o in un mare, esporvi al sole e all’aria, camminare lungo i sentieri del monte, VivAlpe è il programma che vi aiuta a farlo!

#nudièmeglio

#nudiènormale

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Sorprese e premi per l’uscita VivAlpe del 24 settembre 2017


Tutte le foto sono di Attilio Solzi, cordialissimo e gentilissimo come sempre. Grazieeee!


Partiti dalle rispettive dimore con il freddo e la pioggia battente, in tre ci troviamo, dopo un viaggio in auto costantemente dominato da Giove Pluvio, al parcheggino dei Prati Magri. Quando ci mettiamo in cammino ancora piove sebbene con minor impeto e il cielo bigio non da segni di miglioramento. Passano dieci minuti e dietro la dorsale del monte appare un piccolo sprazzo di sereno, la pioggia lascia il posto a un debole sole, togliamo le coperture da pioggia e procediamo più leggeri. Altri quindici minuti e il sereno si è allargato, ormai siamo sui verdi, ehm, gialli, no marroni, no giallo-marroni, insomma sui pascoli dalle mille tonalità dell’autunno che ci accompagneranno fino alla vetta del Dosso Rotondo (essendo solo in tre decidiamo l’allungamento del percorso previsto).

L’erba riscaldata dal sole diffonde un bel tepore, una dopo l’altra nel giro di pochi minuti le mie vesti lasciano il corpo e finiscono nello zaino, tutte. Paola e Attilio, ancora indissolubilmente legati all’abito, restano in pantaloni e maglia: come faranno, li vedo palesemente oppressi dal calore e si lamentano del sudore che sgorga dai loro pori inumidendo le vesti e rendendole inutili alla difesa dalle qui presenti folate d’aria fresca, quelle folate che io, nudo e asciutto, avverto soltanto come piacevoli soffi dell’amico Eolo.

Saliamo veloci e in poco siamo alla vetta, poco sotto di noi un comodo rifugio ma la giornata invita a pranzare qui, all’aria aperta, seduti nell’erba, baciati dal sole. Dopo mangiato, re-indossato io pantaloncini e maglietta, scendiamo al vicino rifugio per un corroborante digestivo e facciamo la conoscenza con la simpatia della famiglia che lo gestisce. Riprendiamo la via della discesa, identica alla salita, io posso rimettermi a nudo. Il sole è stato ricoperto da una estesa coltre di nuvole, una luce diffusa mette in risalto i vari crinali che si estendono da qui al Monte Baldo, Attilio trova la sua ideale scenografia fotografica e, come già fatto in salita, usandomi come modello scatta a ripetizione decine di foto, mi coinvolge anche per un paio di filmati. Così, tra chiacchiere, fotografie e ammirazione dei panorami, quasi senza accorgercene arriviamo al bosco e poco dopo siamo al punto di partenza, contenti per la splendida giornata in montagna.

Come sovente accade, la natura premia gli intraprendenti!

#TappaUnica3V se ne riparla a giugno 2018


Nel 2016 sono arrivato a venti chilometri da Brescia ma rinunciando a tutte varianti alte da Lodrino in avanti, quest’anno mi sono arenato al quarantacinquesimo chilometro dopo averne percorsi una trentina con il retto femorale di ambedue le gambe in fiamme, ma, come già scritto,  ho la ferma intenzione di portare a conclusione il mio viaggio di TappaUnica3V. Avevo scritto che forse ci avrei riprovato ancora in questo 2017 e in tal senso, avvicinandosi la prima delle occasioni che potevo sfruttare (il fine settimana 1, 2 e 3 settembre), in questi ultimi venti giorni ho fatto, a distanza di dieci giorni uno dall’altro, due test molto importanti: prima una trenta chilometri (l’entusiasmante Traversata da sud del Guglielmo: 29 chilometri con 2413 metri di dislivello al calcolo GPS) in velocità (7 ore e 9 minuti), dove sono arrivato in fondo senza problemi di nessun genere, salvo qualche fitta al ginocchio sinistro nei primi dieci chilometri, e anche nei giorni a seguire il recupero è stato completo e immediato; poi una cinquanta chilometri (l’interminabile sali e scendi dell’Anello Alto del 3V: 46,5km con 4138m) effettuata in relativa tranquillità (18 ore e 10 minuti, più tre ore e mezza di sosta al Maniva, attuate al fine di arrivare sopra Bovegno a sole già levato per una più comoda individuazione di un percorso a me totalmente ignoto e apparentemente piuttosto complesso).

Cosa si è evidenziato dalla somma dei due test?

Innanzitutto il mio ottimo stato di forma e che il problema al ginocchio sinistro, quello specifico per cui ero stato anche dall’ortopedico, appare risolto, e questo mi ha reso ancor più difficile prendere la decisione definitiva; poi che ci sono nuovi e vecchi dolori alle ginocchia, dolori che vanno e vengono, dolori che si manifestano sia in attività che a riposo, dolori che, visti gli esami strumentali recentemente fatti e l’esito della visita ortopedica, devo attribuire agli acciacchi dell’età probabilmente intensificati dalla lunga attività alpinistica, non solo ma ci sono anche delle fitte alla schiena che compaiono quando faccio certi bruschi movimenti (complesso e tutto sommato inutile descriverli qui, riporto un solo esempio: quando reagisco ad una scivolata di un piede o a un inciampo), dolori, questi, che già erano parte di me ma che si presentavano raramente mentre ora sono molto più frequenti, seppur sempre occasionali; infine si evidenzia che dopo la cinquanta le ginocchia si fanno dure ogni qual volta rimango seduto a lungo e ci vogliono un paio di minuti di movimento affinché ritornino alla normalità. Evidente che, anche in ragione delle previsioni meteorologiche decisamente sfavorevoli, devo posticipare il nuovo tentativo, ma…

Studiando per bene la tabella di marcia rieditata in ragione di un calcolo tempi migliorato, impostando un orario di partenza che mi permetta di passare la parte alta in orario diurno (ormai la notte a quelle quote fa piuttosto freddo e c’è un tratto che durante la cinquanta ho capito essere meglio fare col chiaro) ne è risultato un orario di partenza che si sovrapponeva ai miei impegni di lavoro. Ho provato con vari orari di partenza ma sempre ne risultava che uno dei due tratti particolarmente complicati e relativamente pericolosi (variante alta al Dossone di Facqua oppure la variante alta all’Almana) finiva ad orario notturno e avrei dovuto rinunciarci. No, non voglio rinunciarci per cui ecco la decisione definitiva: se ne riparla a giungo 2018!

Sarà giugno per evitare il caldo trovato a luglio, ma, visti i miei impegni di lavoro, dovrà essere dopo la metà di giugno, ne risultano due sole possibilità, ovvero gli ultimi due fine settimana, imposto il primo in modo da avere il secondo come riserva qualora ci fosse brutto tempo, quel brutto tempo che, per motivi di sicurezza, impedirebbe la percorrenza delle due dette varianti alte (Dossone di Facque e Almana) ma anche quella del Dosso Alto e potrebbe mettere a rischio la salita della Corna Blacca, nonché di tutte le varianti da me individuate (che penso d’inserire nel percorso di TappaUnica3V) per prolungare la permanenza sul filo di cresta (in alcuni punti il percorso originale si discosta da questa senza una motivazione precisa) dato che sono su terreno vergine e/o molto inerbato.

Ricapitolando…

Il giro finale è di base programmato per il 22, 23 e 24 giugno 2018, come riserva è impostato il fine settimana dal 29 giugno al 1 luglio 2018 o, al limite, quello successivo 6, 7 e 8 luglio, resta ferma l’idea di partire quando tutte le condizioni sono al meglio.

Ritorno al Prandini


Tutte le foto sono di Marco M.

Ogni volta è una scoperta, ogni volta ci sono nuove emozioni, ogni volta si rinnova la magia di questa valle, una valle non propriamente sperduta eppure selvaggia e solitaria. Quest’anno mancano il rosa dei rododendri e il bianco degli eriofori pertanto le tinte risultano meno variegate, in gran parte sono le varie tonalità del verde e del marrone date dalle erbe di pascolo, dalle torbiere, dagli ontaneti e dai lariceti, punteggiate qua e là da qualche macchia violacea delle Campanule di Scheuchzer. Eppure il fascino è sempre lo stesso, non di meno, solo diverso: l’estensione degli ampi spazi dove nulla appare muoversi, il dispiegarsi delle più o meno estese placconate rocciose che riflettono la luce del sole, l’innalzarsi prepotente di pareti e cime che dall’alto silenti guardiani vigilano sull’intrepido viandante.

In quattro ci troviamo in quel di Braone dove lasciamo una delle due vetture. Andiamo a ritirare le chiavi del rifugio dal sempre cordialissimo Piero e poi ci avviamo verso l’inizio del cammino. A Ceto imbocchiamo la stretta e tortuosa strada della Val Paghera, alla prima curva sbuca fuori un grosso fuoristrada che, ignorando la mia segnalazione sonora, se ne esce tutto baldanzoso: brusca frenata di ambedue e si evita di poco un bel frontale. Con un’ardita manovra, usufruendo di un piccolo slargo riesco a far passare l’altra vettura e poi mi rimetto in marcia. Qualche tornante, uno stretto passaggio tra un nucleo di case, un lungo diagonale a picco sul fondo della Val Palobbia, passiamo il ponte provvisorio (che ormai si può dire definitivo) che ha preso il posto dell’antico ponte romano portato via dalla forza dell’acqua qualche anno addietro. La strada ora riprende a salire con continui tornanti dirigendosi verso la Val Paghera al cui imbocco le Case Faet preavvisano dell’imminente arrivo al piccolo parcheggio.

Ore venti e trenta, ci mettiamo in cammino. Superiamo la breve ma ripidissima salita asfaltata che conduce alle Case di Scalassone, magnifico agglomerato di cascine immerse in verdi e riposanti prati che spezzano la continuità dell’ampio bosco, e imbocchiamo la comoda e ben segnalata mulattiera che porta al rifugio Prandini. Data l’ora tarda, che fa immaginare un improbabile incontro con altre persone, e la temperatura, ventotto gradi centigradi, ci mettiamo subito in libertà: da qui in avanti non incontreremo altre abitazioni e il passaggio nei dintorni della malga Foppe di Sotto avverrà nel buio della notte, così come l’arrivo al rifugio, all’interno del quale sappiamo esserci nessuno. Rinfrancati dalla nudità, prima fruendo delle ultime luci del giorno, poi dell’illuminazione artificiale delle nostre frontali, risaliamo i tanti tornanti della bella mulattiera. Ancora nel bosco, senza infastidirci, un leggero scroscio di pioggia ci fa breve compagnia, poi scompare lasciando il posto ad alcuni lontani brontolii di tuono. Torna la quiete, agli ultimi tornanti le luci della valle improvvisamente compaiono ai nostri occhi, poco oltre imbocchiamo a destra il sentiero che ci porta alla verdissima piana delle Foppe di Sotto: concedo ai compagni dieci minuti di sosta, poi di nuovo in cammino. Passando alla parte superiore della piana il silenzio si fa totale e invito i miei compagni ad ascoltarlo per alcuni secondi. Eccoci all’altezza della malga, non si vede e non si sente segno di vita, passiamo oltre, risaliamo il canalino che porta al ripiano sopra la malga, qualche decina di grosse gemme bianco giallastre risplendono a mezz’aria nel buio della notte: gli occhi degli asini che qui stanno passando la notte.

Inizia la parte più ripida del percorso, prima due lisce placche rocciose da risalire direttamente, poi una sequenza di pianetti erbosi e ripidi canalini di terra e roccia, il cui superamento è facilitato da rudimentali gradinamenti. I lampi, che nel frattempo avevano ripreso a schiarire il cielo, si fanno più vicini, ma l’assenza dei tuoni e del vento ci rassicurano e proseguiamo senza foga nella nostra marcia. Eccoci in vista del dosso che affianca il rifugio, se fosse giorno potremmo vedere la bandiera che lo sovrasta, siamo arrivati! Nell’uscire dall’ultima dorsale che ci copriva dalla valle veniamo travolti da un caldo vento temporalesco, percepisco che entro pochi minuti si scatenerà l’inferno e sollecito i compagni ad accelerare il passo. Marco e Maria rispondono prontamente, Cristina arranca e l’aspetto, sotto le prime gocce d’acqua arriviamo al rifugio, apro la porta, entriamo e… la pioggia si fa di colpo notevolmente intensa: scampata proprio per un pelo. Ammiriamo i pregevoli lavori di ammodernamento fatti all’interno del locale cucina (è stato rifatto anche il tetto ma questo lo potremo ammirare solo la mattina), ci sistemiamo, ci facciamo una tisana e poi, cullati dall’intenso rumore della pioggia, tutti a nanna.

Sabato mattina, alle sei sono fuori a guardare il cielo, alternanza di nuvole e sprazzi di sereno fanno sperare quantomeno in una discreta giornata. Più tardi, mentre facciamo colazione, il sole illumina i dintorni del rifugio e riscalda l’aria tutto sommato già gradevole: contrariamente al solito possiamo evitare di vestirci. Preparati gli zaini ci mettiamo in cammino per l’odierna escursione, uno dei giri che ho personalmente individuato: il periplo della valle. Scegliendo il percorso migliore, tra gli ontani e la torbiera risaliamo il pendio che porta alla base delle lisce placche che fanno da basamento al coster di sinistra (orografica), qui giunti imbocchiamo l’erboso canalone che s’innalza verso il Monte Stabio. Quando la ganda se ne impadronisce usciamo alla sua sinistra per procedere per comode lingue erbose zigzagando tra le placche: innumerevoli gli scorci visivi che si aprono ai nostri occhi, sia verso la valle che verso il monte, sia sulle vicine verdi Somale di Braone che sulla retrostante verticale pala del Pizzo Badile, sulla Cima di Terre Fredde e il Cornone di Blumone, sulla Concarena e oltre, troppo lungo elencare tutte le cime che man mano appaiono ai nostri occhi, molte delle quali evocano in me lontani piacevoli ricordi di escursioni e arrampicate.

Lentamente, troppo lentamente ci approssimiamo alla Porta di Stabio dove arriviamo con un poco di ritardo sui tempi stabiliti, eppure con un buon anticipo sull’orario prefissato essendo partiti un’ora prima del previsto. Il cielo si è fatto totalmente grigio, la nuvolaglia, lungi dal minacciare pioggia, copre il sole proteggendoci dai suoi raggi infuocati e rendendoci confortevole il cammino. Seguendo brevemente il sentiero segnalato scendiamo al sottostante anfiteatro roccioso dove alcuni laghetti piovani cupamente risplendono alla tenue luce filtrata dalle nuvole. Quando il sentiero segnato riprende a scendere verso il fondo della valle, lo abbandoniamo per tagliare nell’erbe in direzione del Passo del Frerone. Passato un costolone erboso, sotto il quale abbiamo sostato per il pranzo, scendiamo nell’ampia e impressionante conca di frana (bellissimo esempi della forza che la natura può esprimere) sottostante la sconvolta bianca parete del Frerone e la risaliamo sul versante opposto. Visto l’orario (abbiamo accumulato altro ritardo) e avendo deciso di non proseguire verso la mulattiera di Cima Gallinera (il terreno è complesso e il percorso che ho già fatto non è proponibile ai miei compagni, trovarne uno nuovo comporterebbe a loro un eccessivo dispendio di energie), decido di non salire fino al passo ma di scendere a prendere l’ormai vicino sentiero segnato che riporta sul fondo della Val Braone, con il quale rientriamo più facilmente e tranquillamente al rifugio.

Nel tardo pomeriggio arrivano due pastori, qui saliti per arieggiare i locali della malga presumo in previsione di un loro imminente risalita da quella di sotto (dove la notte ci aveva nascosto i segni di vita), non sapendo se sono al corrente del nostro stile di vita ci rivestiamo, vestito dialogo a lungo con loro, parliamo del temporale della notte, della solitudine di questa valle, mi spiegano come mai ancora non sono saliti, mi fanno notare l’erba giallastra non adatta al bestiame, ha sofferto per la siccità e la grandine; parliamo degli animali che popolano la zona, i caprioli che hanno incontrato poso sotto (come mai io non li ho ancora visti?), il gallo forcello che canta sul dosso soprastante, l’aquila che dimora nel Listino e che ogni tanto viene a far visita al loro gregge di pecore per prelevare un agnellino. Ci salutiamo, loro chiudono la malga e ridiscendono a valle, io torno dai miei compagni. Stiamo attendendo l’arrivo di Riccardo, ancora non ha dato segni, mi porto sul dosso soprastante per scrutare verso valle, qualcosa di nero si muove poco sotto, forse è lui, scendo per andargli incontro, invece nulla, probabilmente erano i pastori che stavano scendendo. Attendo un poco, scendo ancora, e ancora, altra attesa, nulla, allora risalgo e ne approfitto per un breve allenamento: parto di corsa, la mantengo finché ci riesco poi procedo al passo più spedito che mi riesce di mettere in atto. Quando arrivo al rifugio è quasi ora di cena, mentre prepariamo il necessario ecco che, ormai inatteso, arriva Riccardo: saluti, baci e abbracci, è bello rivederlo tra noi, è bello sapere che è salito in un tempo di tutto rispetto, è bello poter sperare in una sua futura maggiore partecipazione. La giornata si chiude con un’ottima spaghettata al pesto genovese, accompagnata da speck dell’Alto Adige e altre leccornie che ognuno di noi ha portato a monte per condividerle, ivi compreso un ottimo vino procurato dalla sempre carinissima Cristina.

Domenica mattina, dopo una notte che ha alternato pioggia e stelle il cielo si presenta sereno, la temperatura è leggermente più bassa di ieri ed è necessario indossare almeno una maglia leggera, ben presto, però, il sole provvede a rialzarla. Colazione, accurata pulizia del rifugio, preparazione degli zaini, si chiude tutto e via per il rientro a valle, un rientro gradevolmente nudo: nonostante la giornata domenicale solo un uomo e una donna (presumibilmente parenti del pastore visto che salivano senza zaini e che sono ridiscesi poco dopo) incrociano il nostro cammino, prima mentre, parzialmente ricoperti, transitiamo nei pressi della malga e mezz’ora dopo alla fine della piana mentre, nuovamente nudi, stiamo scattandoci la rituale foto di gruppo prima di abbandonare questa magnifica valle. Ripreso il cammino scendiamo seguendo la variante del sentiero delle Cascate, purtroppo la poca acqua le rende meno appariscenti, ma comunque pur sempre interessanti, specie la più bassa alla quale si arriva con una breve digressione dal sentiero principale. Eccoci nuovamente alle Case di Scalassone che attraversiamo dopo esserci rivestiti, la ripida discesa asfaltata e il parcheggino con l’auto: il cammino è finito e con esso è purtroppo finita la nostra escursione.

Con continui intoppi e tante manovre di disimpegno per il traffico oggi intenso discendiamo la strada che porta a Ceto, ci portiamo a Braone, salutiamo Marco che deve rientrare a casa, consegniamo chiavi e soldi  e ci portiamo ad una vicina pizzeria per regalarci un ottimo piatto di casoncelli al burro, dissetandoci con la meritata fresca birra. Rifocillati ci mettiamo in viaggio per il ritorno a casa: anche questo ennesimo ritorno al Rifugio Prandini è giunto al suo epilogo, come sempre ci rimangono negli occhi e nelle mente le stupende immagini dalla Val Braone, ricordi indelebili che nemmeno le foto riescono ad eguagliare, spero abbiano comunque potuto darvene una seppur minima parvenza.

P.S.

Come sempre ringrazio gli amici che mi hanno accompagnato in questa ennesima esperienza di montagna, ringrazio anche l’amico Piero per la calorosa accoglienza, la Commissione Rifugi di Braone e tutti gli Alpini di Braone per la cura con cui mantengono questo splendido rifugio. Rinnovo i ringraziamenti al Sindaco e a tutta la Giunta Comunale di Braone per l’averci cortesemente ospitato nella loro valle, nonché a tutti coloro che, spero piacevolmente, hanno avuto modo di incontraci, specialmente quando eravamo nudi, ma, tutto sommato, anche a tutti i cittadini di Braone che ancora non ci hanno conosciuto di persona, a quelli che sappiamo mai aver mosso lamentele per la nostra presenza ma anche a quelli che, al contrario, si sono opposti e che vorremmo proprio poter incontrare per dimostrare anche a loro l’onesta e la salubrità della nostra scelta, l’imminente festa del rifugio potrebbe essere l’occasione propizia: io ci sarò di certo e con me forse anche alcuni amici.

Grazie!

#TappaUnica3V ci si riprova!


Sono sempre stato contrario al concetto del “la cima ad ogni costo”, l’ho sempre ritenuto oltre che pericoloso anche altamente diseducativo: le persone devono sapere quando è bene fermarsi, devono saper modificare i loro programmi e, alla fine, devono saper trovare la soddisfazione anche nell’assenza della vetta, vetta fisica, nel senso di sommità di un monte, ma anche virtuale, ovvero nel senso del traguardo prefissato, dell’obiettivo  che ci si era preposti.

Così nel caso di TappaUnica3V la cima era il completamento del giro secondo i parametri che mi ero imposto: solitaria, varianti alte, quaranta ore di cammino effettivo, quarantotto ore continue al massimo. Lo scorso anno ero quasi a Brescia ma avevo dovuto rinunciare a tutte le varianti alte, quest’anno ho dovuto rinunciare anche a quelle poche che avevo fatto lo scorso anno e nonostante questo mi sono bloccato a meno di un terzo del giro.

Sconfitto, quindi, e questo ci sta, è parte stessa di ogni avventura, quell’avventura ben diversa da quanto viene oggi comunemente venduto (simulazione del rischio: esposizione a situazioni potenzialmente pericolose e paurose ma dove tutto è minuziosamente sotto controllo e il buon risultato è assicurato a priori), quell’avventura che può anche essere totalmente esente da rischi e spaventi, ma è necessariamente composta da imprevisti e da un esito incerto. Così era per TappaUnica3V dove salvo pochi brevi tratti tutto appariva tranquillo, una semplice camminata, ma nel contempo nulla poteva garantire che potessi arrivare a chiudere il giro, molte le incognite, oggettive (condizioni meteorologiche) e soggettive (cedimento fisico o psicologico, infortunio, malore), per cui, nonostante l’attenta preparazione atletica e la preliminare esplorazione del tracciato, l’utilizzo del termine di avventura, utilizzato in particolare da Tony Gialdini al fine di consolarmi per il mancato successo, appare più che appropriato.

Io preferisco continuare a parlare di viaggio, un lungo e bellissimo viaggio che mi ha portato a riesplorare (perché dopo sessant’anni di montagna e quaranta di alpinismo anche ad alto livello già le conoscevo più che bene) le mie capacità fisiche ed emotive espandendole oltre i limiti mai raggiunti, ma soprattutto mi ha condotto alla conoscenza di un vasto territorio (l’intera Val Trompia e tratti delle valli laterali che scendono verso la Val Sabbia e la Val Camonica) e di tanti sentieri che mai avevo percorso. Ecco perché ho parlato di sconfitta e contemporaneamente di vittoria, ecco perché non posso accontentarmi di quanto ho fatto: può un tale viaggio restare incompleto? No di certo e infatti nel momento stesso in cui, su al Maniva, decidevo di fermarmi, in quello stesso momento, nonostante per parte della notte e per tutta la mattina avessi continuato a ripetermi “ma chi me lo fa fare?”, maturavo l’idea di riprovarci e quando gli amici mi hanno sollecitato a farlo ho subito risposto affermativamente.

L’esperienza comunque insegna e devo ammettere che se voglio riprovarci devo cambiare qualcosa e così sarà, non voglio modificare gli obiettivi che ritengo da me perfettamente raggiungibili, ma certo posso modificare le modalità attraverso le quali perseguirli:

  • per il prossimo (o prossimi) tentativo (perché di tentativo devo pur sempre parlare) non fisserò una data precisa ma solo un periodo (e sarà tra la seconda metà di agosto 2017 e la prima metà di luglio 2018), anche se uno sicuramente lo effettuerò ancora a settembre/ottobre di quest’anno;
  • la partenza avverrà nel momento in cui tutte le condizioni (temperatura, meteorologiche, ambientali e mie personali) si combineranno nella situazione migliore;
  • non definirò una tabella di marcia ma camminerò secondo il ritmo consigliatomi dal mio corpo e dalla mia mente, solo nella parte di ritorno (dal Maniva a Brescia) imposterò il ritmo di marcia secondo le necessità per l’arrivo entro i termini stabiliti (40 ore di cammino effettivo e 48 ore continuative di intervallo massimo tra la partenza e l’arrivo).

Oltre a questo potrei mettere in campo altre modifiche logistiche:

  • data l’indecisione della partenza potrebbero non esserci punti di rifornimento strutturali (ovvero allestiti preliminarmente all’interno di strutture della ricezione turistica), ma solo punti dove qualcuno si farà trovare con i ricambi di acqua ed energia (oltre all’indispensabile ricambio d’emergenza: scarpe e abbigliamento, ovvero quei materiali potenzialmente danneggiabili in una marcia così intensa);
  • potrei aumentare i punti di rifornimento (fino a un massimo di otto: dieci sono i punti dove il sentiero 3V incrocia la strada asfaltata, alcuni, però, molto vicini tra loro);
  • potendo, a seguito delle variazioni suddette, diminuire il quantitativo di liquidi e prodotti energetici da portare appresso, Il peso dello zaino potrebbe tornare al livello del 2016 (quattro o cinque chili al massimo).

In ragione delle facilitazioni di cui sopra potrei, per ribilanciare la difficoltà e l’imprevedibilità del giro, allora mettere in atto anche un’altra modifica:

  • da marcia di regolarità cambiare in velocità, ovvero completare il giro nel minor tempo che sia in grado di produrre.

Insieme allo staff 2017 si era ventilata anche l’ipotesi di un’altra variazione:

  • potrei, rinunciando al discorso della solitaria (tra allenamenti e tentativi ho ben dimostrato che per me non è di certo un problema marciare in montagna di giorno e di notte da solo e), attuare un accompagnamento a staffetta, ovvero almeno due persone che mi assistono (l’assistenza è pur sempre indispensabile, anche se invero ho fatto in totale autonomia percorsi fino a settanta chilometri) e, rifornimento per rifornimento, si alternano tra auto e cammino al mio fianco;

pensandoci bene ho deciso che questo non la attuerò. Mi gusterebbe molto farla in compagnia di qualcuno, condividere con altri le emozioni del lungo cammino, dei panorami, dei tramonti e delle albe, della natura, però:

  • intanto ci sarebbe il problema di trovare persone adeguatamente allenate, persone che possano mantenere il mio passo qualunque esso sia e su qualsiasi terreno e pendio (ce ne sono tante visto che non sono quello che comunemente viene definito “un mostro”, ma non è detto volgiano o possano essere della partita);
  • e poi oltre che pensare a me stesso dovrei (in ragione anche e soprattutto delle disposizioni giuridiche e legislative che, oggi, in caso d’incidente con prognosi superiore ai sessanta giorni sempre pongono il più esperto in una critica condizione di responsabilità, con conseguenti rogne legali) pensare anche a chi mi accompagna (sarebbe valido anche il discorso al contrario, ma essendo io un Istruttore Nazionale di Alpinismo, sebbene non più operativo, sono pochi i casi in cui potrei essere ritenuto il meno esperto) e questo renderebbe il tutto troppo complesso.

È per altro certo che, una volta chiuso il giro in tappa unica, andrò ad effettuarlo a tappe (sette) in compagnia di mia moglie e degli amici più vicini.

Sicuramente rimarranno invariati:

  • il percorso (anche se forse inserirò alcune mie brevi varianti che lo rendono ancora più fedele alla linea spartiacque);
  • la partenza del venerdì sera (dal punto effettivo d’inizio del 3V: sommità di via Turati);
  • l’arrivo della domenica pomeriggio (a Urago Mella);
  • il sistema di tracciatura in tempo reale (probabilmente, se i test del tracciamento live saranno positivi, cambiando strumentazione: l’app di GPSies che si appoggia alle mappe dettagliate di OpenStreetMap consentendo di avere un’idea ben precisa della mia posizione).
  • i materiali (zaino, scarpe e abbigliamento);
  • i liquidi (Acqua Maniva PH8);
  • gli integratori (HydraFit della NamedSport);
  • buona parte dei prodotti alimentari (gel e barrette della Enervit, barrette della NamedSport, fettine di zenzero fresco, albicocche secche, cubetti di Grana Padano, cubettini di speck, ai quali probabilmente aggiungerò della frutta secca).

Ecco, ora è ufficiale, seguitemi costantemente attraverso la specifica pagina dell’evento, quando deciderò di rimettermi in cammino lo comunicherò con almeno due giorni di preavviso, se possibile anche qualcosa di più (cinque o addirittura sette/dieci).

E se qualcuno volesse mettersi in nota per entrare nel gruppo di assistenza non deve far altro che comunicarmelo (se non avete i miei contatti diretti potete usare il modulo di contatto del blog): più saranno numerosi i componenti dello staff meno ognuno di essi dovrà lavorare e più tranquillo sarà per me decidere il giusto momento per partire: nella quantità sarà più facile avere il numero di assistenti necessario anche con un minimo preavviso.

Ciao e grazie a tutti per l’appoggio diretto o indiretto, fisico o morale, in presenza o in remoto.

#TappaUnica3V cosa non è andato nel verso giusto?


Sconfitto ma vittorioso, dicevo, sconfitto perché alla fine il giro non l’ho portato a termine, di più, ne ho fatto solo un quarto, vittorioso perché il dolore è stato grande e ci ho comunque convissuto per tanti chilometri, trentatré per la precisione, vittorioso perché ho nuovamente goduto della magica solitudine notturna, perché ad un certo punto mi chiedevo “ma chi me lo fa fare” eppure andavo avanti, eppure sapevo ancora guardarmi attorno e apprezzare i panorami, il verde dei prati, i colori dei boschi, il cielo azzurro, l’alba che è arrivata a illuminare il mio cammino. Vittorioso anche perché nel dolore il rapporto con la montagna è stato ancora più profondo, da lei ho estratto le forze per procedere, da lei ho catturato il coraggio per tentare l’estremo, da lei ho ricevuto tante sensazioni belle e positive, sensazioni che mi hanno presto indotto a dire “ci riproviamo”. Vittorioso perché ogni esperienza insegna a chi vuole imparare e io voglio imparare.

Cosa non è andato? Boh, impossibile individuarlo con precisione, almeno per me, molte sono le ipotesi, diversi i dubbi, alla fine la ragione più probabile è la sussistenza di diverse concause.

In ordine di rilevanza e, a mio parere, probabilità (ovviamente molte considerazioni sono riferite in specifico ai primi dodici chilometri, quelli che hanno preceduto l’insorgenza dei primi dolori).

Sovraccarico muscolare?

Nelle ultime uscite avevo rilevato che spingendo in salita ripida, specie in presenza di gradoni, i quadricipiti facevano subito male, poi però passava, mi bastava rallentare per qualche minuto. Ho pensato che, visto il ritmo lento programmato per il giro, bastasse un poco di riposo a risolvere il tutto: a quanto pare non è bastato! Non mi spiego, comunque, perché siano stati ingestibili e questo porta ai punti successivi.

Eccessivo carico psicologico?

Me l’ha suggerita un’amica laureata ISEF: “Magari hai caricato di aspettative l’evento (troppo), semplicemente perchè ci tieni un sacco, e il corpo ti ha fatto lo scherzo!”

Ci sta, ci sta tutto e alla grande, il problema al ginocchio mi aveva decisamente messo in apprensione, fino all’ultimo sembrava potermi inchiodare e questo mi ha portato ad una carica emotiva enorme espressa con l’idea di voler forzare al limite: “a costo di arrivare disteso quest’anno il giro lo devo completare”.

Ecco, vista la mia malsana idea il fisico potrebbe di certo aver deciso un’autodifesa mettendo in campo l’unica arma che, senza danneggiarlo più di tanto, poteva con certezza fermarmi: dei fortissimi dolori al muscolo che più di tutti mi serviva, il Femorale Retto!

Stanchezza generale?

Qui il suggerimento arriva da mia moglie: “nelle settimane precedenti alla partenza, a qualsiasi ora del giorno ti addormentavi molto facilmente, non potevi farcela”.

In effetti anch’io avevo notato questa cosa e volevo metterci riparo dormendo bene e a lungo la notte (perché i sonnellini fatti di giorno, sulla poltrona a poco servono, anzi) però:

  • nella settimana antecedente la partenza a causa del caldo torrido la notte dormivo molto poco;
  • il giorno prima, per un reiterativo impegno di lavoro che mi tiene alzato fino a tardi, ho dormito ancora meno;
  • pensavo di dormire la giornata della partenza e invece anche lì niente.

Alla fine, sebbene, forse per un’induzione psicologica dovuta alla mia determinazione, non mi sentissi per niente assonnato, potrebbe ben essere che, come detto per la causa precedente, il mio corpo abbia messo in atto un meccanismo di autodifesa.

Colpo di calore?

Mi è stata indicata come una possibile causa da un amico medico e pertanto la pongo in alto nell’elenco.

Tutto sommato è più probabile che il colpo di calore l’abbia subito l’anno scorso, mi ritrovo nei sintomi (che ora mi spiego), e l’avevo superato brillantemente, sebbene accumulando un poco di ritardo. Quest’anno sono partito di sera e di conseguenza i primi dodici chilometri li ho fatti con una temperatura più elevata del precedente tentativo, potrebbe starci un leggero colpo di calore, ma, ripeto, non mi ci trovo nella sintomatologia, in particolare mancavano lo stato di debolezza, la nausea, la sete intensa e il disorientamento: io stavo benissimo, il mio fisico supportava alla grande quello che stavo facendo, solo i quadricipiti ad un certo punto hanno iniziato a dare seri problemi, molto specifici però: il Vasto Mediale ha dato solo qualche crampo subito risoltosi spontaneamente; il Vasto Laterale forse (ma forse no, non ricordo più bene, il che vuol dire che sono eventualmente stati molto leggeri e secondari) qualche lieve dolore presto scomparso; il Femorale Retto (l’artefice della rinuncia) forti e costanti dolori ma non crampi.

Non so, certo lui è medico e io no, però ha fatto una valutazione a distanza sulla base di quello che ho scritto, ci sta anche che abbia male inteso. Per altro le temperature sopportate quest’anno erano comunque nettamente inferiori a quelle che ho affrontato l’anno scorso (nel tratto da Lodrino al Monte Ario), se sono passato allora, perché non quest’anno?

Zaino troppo pesante?

Volevo che ci fosse nello zaino quello che dovrebbe esserci per una percorrenza a tappe senza assistenza, rispetto allo scorso anno come attrezzatura c’era solo qualcosa in più (pantaloni anti pioggia, ginocchiera e tubetto di arnica gel) per all’incirca un chilo di peso, di per se molto poco. Un incremento sensibile era dato dai liquidi disponibili: raddoppiati per evitare la sete patita lo scorso anno nel primo tratto.

Alla fine lo zaino pesava all’incirca otto chilogrammi, forse nove: quattro di liquidi, mezzo di zaino, mezzo di barrette, il resto di abbigliamento e accessori vari. Quando l’ho sollevato dal tavolo subito mi sono detto “mannaggia quanto pesa”. Ma:

  • otto chili sono il peso dell’attrezzatura per un’arrampicata di media difficoltà, sempre portata senza particolari problemi (anche se sono più di dieci anni che non arrampico più);
  • otto chili sono ben meno del peso che due anni fa, al fine di rifornire il rifugio Prandini in vista di un lungo soggiorno con gli amici di Mondo Nudo, ho portato, senza problemi, per ben due giorni consecutivi.

Boh, questo fine settimana devo andare in un rifugio (non custodito) per due giorni e tre notti, avrò modo di verificare.

Spostamento respiratorio?

Si ci può stare, molto!

L’avevo già notato in passato ma poi non ci avevo più badato: quando sono al limite prestazionale smetto di respirare basso (diaframma e sterno, ovvero parte più larga dei polmoni) e inizio a respirare solo alto (petto e spalle, ovvero parte più stretta dei polmoni). Una siffatta respirazione riduce alquanto il volume ventilato e può certamente causare un affaticamento dei muscoli, magari anche solo di quelli maggiormente impegnati.

Durante i primi trenta chilometri del giro finale non ci sono mai stato attento, posso dire che quasi sicuramente nei primi dieci non ci sono caduto, ma, visto che sulla salita al Passo della Cavada mi sono accorto di averlo fatto, potrei esserci caduto nei successivi due che hanno portato al problema e poi rimastoci fino alle Conche inibendo il recupero.

Resta il fatto che in tutti gli allenamenti, dove ero spesso al limite se non oltre, solo una volta ho dovuto interrompere l’uscita (modificandone il percorso per un rientro all’auto più semplice).

Troppo abbigliamento?

Per la maggior parte del tempo sono stato nudo, però la prima salita, quella più rilevante, l’ho fatta con i pantaloncini indossati, sono leggeri, sono piccoli però ho più volte sperimentato quanto questo possa, specie in situazione di gran caldo e afa, ridurre la mia prestazione fisica, certo è sempre stato un calo generale, mai un calo relativo a un solo specifico distretto muscolare!

Stato fisico inadeguato?

La domenica prima della partenza è apparso uno strano dolore all’inguine, ho dato la colpa alla punta d’ernia che ho da anni. Qualche giorno dopo toccando il fascio muscolare che parte dall’inguine ho percepito lo stesso dolore e allora ho pensato ad uno stiramento. Il giorno della partenza tale dolore era svanito e non l’ho percepito per tutto il percorso fatto.

Tre o quattro giorni prima la partenza ho iniziato ad avvertire delle vertigini ogni qual volta muovevo bruscamente la testa, è un problema di cui soffro da anni, mi capita ogni qual volta il mio fisico si indebolisce, il giorno della partenza, però, mi sentivo in gran forma.

Errori nella preparazione?

Visto che mi preparo in totale autonomia è ben possibile che qualche errore l’abbia commesso, d’altra parte nei tanti mesi di allenamento ho sottoposto il mio corpo a stress anche ben maggiori e solo una volta, nelle prime uscite sulla lunga distanza, sono incappato in analogo problema.

Quest’anno negli allenamenti e test sono sempre andato molto bene, anche nella trenta chilometri fatta a metà giugno avevo mantenuto ritmi molto alti dimezzando, finché non è subentrato il dolore al ginocchio (problematica diversa che nel giro finale non si è presentata), tutti i tempi delle tabelle standard.

Errori alimentari nel periodo antecedente la partenza?

Anche qui mi regolo da solo senza fruire di un dietologo per cui potrei benissimo aver commesso qualche errore.

Di sicuro ho fatto un pasto esagerato tre giorni prima della partenza: per un errore di valutazione, mi ero mangiato quasi due etti di pasta asciutta (condita con verdure e olio) e due grosse carote tritate, nelle ore successive un poco di peso sullo stomaco l’avevo avvertito, ma avevo anche velocemente risolto con qualche pezzetto di zenzero fresco.

Errori idrici nel periodo antecedente la partenza?

Su consiglio dell’osteopata avevo iniziato a bere tre litri di acqua al giorno, dopo tre giorni, visto che urinavo indiscutibilmente troppo, li avevo calati a due mantenendo tale valore fino alla partenza.

Forse, visto che in quel periodo sono stato anche piuttosto sedentario, erano ancora troppi e sono finito col diluire la concentrazione di sali nelle cellule e nel sangue determinando un cattivo funzionamento del mio organismo. Ma allora perché solo dolori al muscolo Femorale retto? Perché non dolori a tutti i muscoli? Perché non la debilitazione generale?

Disturbato dal lavoro?

Sebbene avessi fatto di tutto per avere almeno dieci giorni di tranquillità prima della partenza e un’altra settimana dopo l’arrivo, alla fine mi sono trovato a lavorare fino all’ultimo, fino alla tarda sera precedente il via e avevo lavoro già il giorno dopo lo stop. Questo potrebbe avermi posto in uno stato di inavvertito stress psicologico e, di riflesso, fisico.

Tabelle di marcia troppo stretta?

L’ho controllata e ricontrollata più volte ed era sensibilmente più larga di quella dello scorso anno, certo può essere che uno stato fisico solo in apparenza ottimale possa averle fatte diventare strette e, in effetti, dopo la salita alla Maddalena la sensazione che avevo avuto era stata proprio quella di dover correre per rispettarla.

Scarpe troppo nuove?

Nuove ma assolutamente identiche alle precedenti (tra le quali quelle che mi hanno accompagnato lo scorso anno), nuove ma già usate per una cinquantina di chilometri, forse troppo pochi: nell’ultimo vero allenamento, l’Anello Altissimo del 3V, avevo notato la rigidità delle suole delle nuove scarpe, una rigidità che rendeva precario l’equilibrio e mi imponeva un passo più controllato. Man mano che marciavo, però, l’impressione s’era affievolita fino a scomparire del tutto e, comunque, la cosa non mi aveva provocato problemi ai muscoli delle gambe. Durante il giro finale tale impressione non l’ho mai percepita, ma l’ho di nuovo rilevata nei due test recentemente fatti: forse dovevo davvero far fare più chilometri a queste scarpe.

Inadeguato riscaldamento?

Ho il brutto vizio d’iniziare ogni attività fisica senza praticare un adeguato riscaldamento (ed è questo che mi ha forse causato il problema del ginocchio), ma in questa occasione prima della salita ho camminato quindici minuti in piano assieme a mia moglie e mio nipote. Per altro nelle mie escursioni di allenamento sono sempre partito subito a tutta e mai ho avuto problemi del genere.

Idratazione sbagliata?

Ho bevuto ogni quindici minuti e mai ho sentito il bisogno di farlo.

Un calcolo a posteriori ha però rilevato che nei primi dodici chilometri ho in effetti ho bevuto troppo poco, ma pur sempre lo stesso dello scorso anno e il doppio del mio solito.

Pochi sali minerali?

Pensavo proprio di no: ho bevuto, come consigliato da diversi articoli sulla preparazione ad una competizione, mezzo litro di soluzione prima della partenza e poi un sorso ogni tanto. Ma forse si:

  • contrariamente a quanto consigliato da diversi articoli sulla corsa ho utilizzato acqua oligominerale (povera di sali minerali);
  • forse quel sorso era troppo breve: nei primi dodici chilometri ho bevuto solo 200ml di soluzione integrata e meno di mezzo litro di acqua pura.

C’è da dire che ho comunque bevuto più di quanto faccia di solito (e questo magari porta al punto successivo: troppi sali minerali?) ed ho utilizzato i prodotti positivamente testati da due anni, anche in condizioni similari.

Troppi sali minerali?

Questo di sicuro no nei primi dodici chilometri del giro finale, però forse si in altri momenti creando una situazione di eccesso a priori (prima voce che segue) o inibendo la possibilità di recupero (le altre tre voci):

  • nei tre giorni precedenti la partenza ho assunto da mezzo litro a un litro di soluzione al giorno;
  • durante il giro finale alla comparsa dei primi dolori ho aumentato la dose arrivando ad aver assunto tre borracce (un litro e mezzo) nell’arrivo a Lodrino (circa trentacinque chilometri dalla partenza);
  • nella sosta a Lodrino ho assunto una borraccia di soluzione integrata (mezzo litro);
  • non avevo notato che sulla confezione dell’integratore da me utilizzato è indicata una dose massima giornaliera (tre dosi, ovvero tre borracce).
  • Eccesso di prodotti energetici?

Carenza di energie?

Direi proprio di no: mi sono sempre sentito in forze e ho assunto regolarmente ogni ora un integratore energetico, questo porta ad un altro dubbio…

Eccesso di prodotti energetici?

Ecco, questo è un dubbio molto forte, già lo scorso anno avevo imputato a questo i problemi (prima muscolare, poi energetico, infine di stomaco) avuti nella prima parte del giro.

Al fine di ridurre il carico energetico, quest’anno ho testato e adottato una caramella gommosa a bassa carica energetica e che, stando alle indicazioni, si può assumere in numero rilevante (diciotto al giorno). Ne ho assunta una all’ora alternandola con delle barrette realmente energetiche, al momento dei primi problemi avevo quindi assunto tre caramelle e una barretta, direi troppo poco per essere eccessivo, ma forse mi sbaglio.

C’è anche da dire che l’imbeccata di un amico medico, indicata tra le prime voci, mi fa pensare che il problema dello scorso anno sia stato un leggero colpo di calore e la cosa può togliere credibilità a questa ipotesi.

Velocità troppo bassa?

Quando sei abituato a marciare molto velocemente farlo a un ritmo assai più blando spesso induce un affaticamento maggiore, ma mai l’avevo notato tanto anticipato e tanto rilevante.

Partenza troppo veloce?

Come detto sono partito molto lento.

Deconcentrazione?

Pensando di avere una tabella di cammino molto larga nella prima ora e mezza me la sono presa molto comoda, forse questo può aver indotto una deconcentrazione ma come può questo portare a un problema come quello che ho avuto?

Conseguenza della manipolazione osteopatica?

Quindici giorni prima della partenza ho casualmente conosciuto un osteopata che mi ha studiato e manipolato. L’effetto delle manipolazioni osteopatiche è quello di modificare l’equilibrio delle nostre catene strutturali e questo porta a tutta una serie di variazioni: posturali, nella camminata, eccetera. Quindici giorni sono pochi affinché i muscoli possano adattarsi alla nuova situazione e riprendere a lavorare nel modo più opportuno, però può una sola manipolazione arrivare a provocare i problemi che ho incontrato? Non credo, anche perché tra la manipolazione e la partenza avevo fatto un test (non lunghissimo ma comunque serio visto che ho risalito a tutta e poi disceso di corsa un prato estremamente ripido) senza rilevare segni premonitori in tal senso.

Morbo di Lyme?

Trovata su Internet facendo una ricerca con la chiave “dolori ai quadricipiti”.

La inserisco perché quest’anno le zecche, notoriamente possibile veicolo di infezione per questa malattia, sembravano avercela con me: negli ultimi due mesi di allenamenti me ne sono trovate addosso ben tre (una alla volta). Due certe, una poteva essere qualcos’altro (era infilata completamente sotto pelle, tant’è che l’ho estratta come fosse una spina, solo una volta che era sulla mano mi sono accorto che camminava e guardandola da vicino assomigliava ad una zecca, ma le zecche non s’infilano completamente sotto pelle).

Ritengo di poterla escludere visto che mancano le altre sintomatologie e che le ho staccate entro poche ore dal loro impianto (posso dirlo con certezza perché mi controllo sempre con attenzione, più volte durante l’uscita e più volte dopo la stessa, prima della doccia, dopo la doccia, nelle ventiquattr’ore successive): l’infezione necessita di almeno otto ore, secondo alcuni dodici o addirittura ventiquatttro, per essere trasmessa.

#TappaUnica3V sconfitto ma vittorioso


Foto di Emanuele Cinelli (9,10), Fabio Corradini (1, 6, 7, 8, 11, 12), Alberto Quaresmini (2, 3, 4, 5, 13, 14, 15), Vittorio Volpi (17) e Manuela Valetti (16).

È andata male, quest’anno mi sono fermato molto presto, al chilometro quarantacinque dopo aver camminato nel dolore per ben trentatré chilometri e a nulla è valso il tentativo di una lunga sosta per portare a casa almeno la seconda parte, quella del rientro. Forse mai potrò capire quello che sia successo, molte le ipotesi ma nessuna da sola giustifica il dolore provato, le contratture alle gambe che, lungi dal risolversi nel cammino, hanno reso le discese vere e proprie torture. Un fisico preparatissimo che rispondeva alla grande, una mente addestrata che mi ha spinto fino all’estremo, eppure è mancato qualcosa, eppure qualcosa è andato storto, in un meccanismo ben oliato qualche ingranaggio si è comunque ingrippato.

Alle diciannove e trenta insieme a Maria, mia moglie, sono in Piazzetta Tito Speri, il luogo alla fine concordato con il Comune di Brescia dato che Piazza Loggia è inagibile per i preparativi del concerto di Mannoia. Mi sento bene, non sento nemmeno il caldo e l’afa di una giornata tropicale, sono assolutamente tranquillo. Dopo un quarto d’ora arrivano i primi sostenitori: mia mamma, invero in zona già da un poco di tempo nascosta all’interno della gelateria, Ivan e sua moglie, Alberto e Claudia. Allestiamo la partenza con lo striscione di Fonte Maniva e le locandine di TappaUnica3V, scattiamo alcune foto simulando la partenza (non ho qualcuno che possa rimuovere il parterre dopo la mia partenza). Diciannove e cinquanta, l’ora della partenza è ormai prossima, mentre smontiamo il “palco” arriva anche Fabio, il nipote che mi darà assistenza per tutto il giro. Ore venti, partenza!

Accompagnato da Maria e Fabio con passo tranquillo percorro via Musei, attraverso la strada della salita al Castello, risalgo i giardini di via Turati e arrivo alla base di via San Gaetanino, nel piccolo piazzale dove, a segnarne la partenza, è collocata la targa del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Sono in forte anticipo sul passaggio previsto, ne approfitto per controllare il trasmettitore GPS che pare non funzionare a dovere: è un modello diverso da quello che avevo lo scorso anno e prima di partire da casa mi sono dimenticato di rileggermi le istruzioni (trovate a fatica su Internet), vado a memoria, mi ricordo che andava tenuto premuto il tasto Ok per alcuni secondi fino all’accensione della spia verde, lo faccio ma l’app dei cellulari non rileva l’avvio, attendiamo alcuni minuti ma niente di niente, spengo e riaccendo. Considerando che le altre funzioni d’invio messaggio richiedono la lunga pressione del relativo tasto la logica direbbe che allo stesso modo debba funzionare anche questo pulsante bivalente, indi provo ad usare l’Ok con la rapida pressione e finalmente l’app indica un segnale, ora è a posto (invero no, invero, come purtroppo scoprirò in seguito e capirò solo al rientro a casa, il segnale probabilmente era quello della precedente attivazione: con la semplice pressione dell’Ok viene si inviato, insieme al messaggio SMS di tutto bene, un punto di coordinate ma non si attiva il tracciamento continuo).

Ore venti e trenta, convinto che ora tutto funzioni al meglio, mi rimetto in marcia. Maria e Fabio mi accompagnano ancora un centinaio di metri e poi sono solo, solo coi miei pensieri, solo con me stesso, solo con il mio lungo viaggio. La salita si fa ripida, inizio a percepire il caldo e l’afa, tolgo la maglietta e subito, grazie anche a un fievolissimo filo d’aria altrimenti non percepibile, un poco di sollievo. Purtroppo i pantaloncini devono rimanere ancora al loro posto: anche se sono sulle pendici di un monte questa è ancora zona urbana, non vorrei mai che qualcuno chiamasse i vigili e questi, in ragione della situazione di totale indecisione legislativa sul nudo (materialmente non proibito ma nemmeno permesso e per i giudici oggi accettabile ma solo in condizioni ben diverse da quelle in cui sono), interrompessero già sul nascere questa mia nuova avventura. Imponendomi di mantenere un passo lento percorro la ciottolosa e ripida via San Gaetanino, vecchia strada di collegamento tra la città e i Medaglioni, piccolo agglomerato di case a cui arrivo comunque in breve tempo. Uno sguardo alla città che si stende ormai sotto di me e poi, ancora con tutta calma (mi sono allargato i tempi e voglio godermela), su lungo l’asfalto di via San Gottardo. Oltrepasso il capolinea del pulmino, ancora un poco di asfalto ed eccomi all’inizio del sentiero del Dosso Torre, di solito qui tolgo i pantaloncini, ma le altre volte era notte piena oggi no, oggi c’è ancora luce e, dimenticandomi che è venerdì, ipotizzo la possibilità d’incontrare persone in discesa: tutto sommato questo è un sentiero piuttosto battuto.

Procedo a pantaloncini indossati ed è forse un errore fatale: nonostante il passo tranquillo la sudorazione è abbondante ed eccessiva. Alternando l’acqua pura della sacca idrica a quella con integratori delle borraccine che ho sugli spallacci dello zaino, mi mantengo abbondantemente idratato e salinizzato, tant’è che mai arrivo ad avvertire la sensazione di sete. Eccomi alle antenne della vecchia stazione a monte della funivia, qui sostanzialmente termina la prima salita, breve discesa e sono al piazzale del Cavrelle, sorpresa… decine e decine di vetture vi sono parcheggiate, decine e decine di persone girano in zona, alcune indossano il giubbetto riflettente che mi fa intuire esserci qualche manifestazione. Passo oltre e vedo che sulla sommità del dosso che ospita la chiesetta sono piazzati i classici tendoni delle feste, profumo di salamine ai ferri, musica a tutto spiano, voci che inondano l’aere, velocemente sfilo via da tutto questo e mi getto nella solitudine dello scuro sentiero che oltre procede. Eccomi ai ruderi del rifugio Monte Maddalena, ho quindici minuti di anticipo, approfitto di una comoda panchina per prendere un attimo di respiro e controllare il trasmettitore GPS. Cavolo è ancora in blocco, non trasmette, sarà forse stato il passaggio sotto i ripetitori (una vera selva di antenna di ogni genere, luogo che alcuni anni addietro era stato inibito al passaggio per via dell’alto livello di radiazioni, oggi dicono bonificato sebbene le antenne siano ancora tutte lì e tutte operative), lo riattivo secondo quella che ormai mi sono convinto essere la corretta procedura (in realtà sto solo usandolo in modalità manuale e provocando l’invio di un singolo segnale ogni tanto, sic!): la rapida pressione del tasto Ok.

Ore ventidue e zero zero, è quasi ora di rimettersi in marcia, indosso la frontale senza accenderla, con estremo gradimento del mio corpo tolgo finalmente anche i pantaloncini e ai zero cinque, reindossato lo zaino, come da tabella riprendo il cammino. Dopo una brevissima salita la stradina procede pressoché in piano, alle mie spalle la luna piena risplende nel mezzo di un cielo sereno senza riuscire ad illuminare a sufficienza la mia strada sommersa nel folto di un ricco bosco, devo accendere la frontale. Passo a fianco delle prime due stazioni radio, eccomi al tratto che aggira la sommità del Monte Denno, ogni volta che passo da questo punto resto ammaliato: alla mia destra, dietro un vecchio rovinato guard-rail, lo sguardo precipita sulle mille luci di San Gallo, Botticino e Rezzato, più lontano la Pianura Padana, più a nord i monti di Serle e dietro a questi, oltre l’invisibile presenza del Lago di Garda, il lungo crinale del Monte Baldo. Mi concedo un attimo di sosta per scattare un paio di fotografie, compreso un selfie per fare il quale devo effettuare diversi tentativi (nel buio lo schermo appare completamente nero e di certo non sono un patito di questa metodica, ma l’autoscatto, che pure avevo studiato e impostato prima di partire da casa, qui risulta impraticabile non essendoci validi sostegni per il cellulare).

Guardo l’orologio (che quando sono nudo m’infastidisce assai e pertanto tengo fissato allo spallaccio dello zaino in posizione comoda per poterlo leggere solo abbassando gli occhi), mannaggia ho perso qualche minuto di troppo e con un calcolo mentale capisco che in questo tratto mi sono forse dato un tempo troppo stretto, di certo fattibile ma magari non per chi sta facendosi centotrenta chilometri in unico fiato, eppure è di soli cinque minuti inferiore a quello delle tabelle standard del sentiero 3V (invero il calcolo del tracciatore GPSies ad una velocità di 3,5km/h dava un tempo ben più alto… aveva ragione, e sì che lo sapevo: le tabelle standard a tratti sembrano calcolate con il motorino, sic!): non voglio accumulare così presto del ritardo, devo forzare il passo sperando che il ginocchio regga. Lui, il ginocchio, fa il suo benedetto lavoro: regge! In apparenza anche il fisico fa il suo buon lavoro, velocemente cavalco la Costa del Monte Denno e, aggirata la stazione di Monte Denno, imbocco e percorro la discesa che costantemente ripida porta alla Casina di Pino, traverso al Colle di San Zeno e imbocco la Val Salena. Alla luce dell’ottima e potente frontale scendo la valle superando senza problemi i suoi vari trabocchetti: alcuni ripidi tratti scivolosi, varie placche rocciose altrettanto insidiose, un diagonale franato, uno stretto passaggio fra due rocce che minacciose si protendono verso le ginocchia e le tibie. Ore ventitré e venticinque sono alla chiesa di San Rocco di Nave, cinque minuti di anticipo, ginocchia a posto, fisico a postissimo, nessun segno di stanchezza. Mio nipote non è ancora arrivato, mi siedo su un muretto e lo aspetto. Puntualissimo arriva, scambiamo due parole, gli confermo l’ottimo stato di forma e riparto.

Pochi minuti per attraversare il paese e imboccare la strada per Sant’Antonio: posso togliermi i pantaloncini, reindossati alla base della Val Salena dove il monte viene invaso dalle prime case di Nave. Questo tratto è molto insidioso, già una volta mi ha inchiodato, fa caldo e si suda ma mi sento bene, le gambe girano a dovere e il fisico sembra un orologio svizzero. Mi sono dato un tempo intermedio tra quello della tabella standard e quello minimo da me qui fatto eppure qualcosa mi suona male: ho l’impressione di andare troppo forte ma che un rallentamento mi porterebbe fuori tempo. Supero le diverse ripidissime salite ad un passo controllato per accelerare sensibilmente nei tratti piani o meno ripidi, Ca Ecià scivola via e l’impressione di avere una tabella troppo stretta si acuisce (col senno di poi mi viene da pensare che il mio fisico, nonostante l’apparente perfezione, stesse in realtà lavorando con un rendimento più basso del solito: non erano i tempi ad essere stretti, bensì io che stavo viaggiando quasi al limite, un limite nettamente inferiore al mio solito).

Eccomi al ripidissimo cemento che porta alla chiesetta di Sant’Antonio, lo supero agevolmente ma più lentamente del solito e la mente inizia a farsi qualche domanda. Vorrei rinfrescarmi bagnandomi con dell’acqua fresca ma la fontanina è secca, rimando l’azione a Cà della Rovere (dove invece troverò la presa intubata per portare acqua alla casa più a valle). È a questo punto che percepisco le prime inconfondibili avvisaglie di un precoce affaticamento: lievi contratture ai muscoli laterali delle gambe, la destra in particolare. La mente inizia a farsi debole: “cavolo ho fatto solo una decina di chilometri, non può essere!” (invero dodici, ma poco cambia). Il passo deve rimanere questo, lo posso solo variare con più differenziale tra salite ripide e salite meno ripide, allora aumento l’assunzione di liquidi, in particolare quella dell’acqua con integratori, e nel giro di una decina di minuti sembra che il tutto tenda ad affievolirsi, ma poi è tutto un contare le curve, un’attesa del tratto piano che conduce al Pater e quando qui arrivo le mie gambe dicono no, a fatica riesco a superare il primo altissimo gradino e i primi dolori fanno breccia nel lato superiore dei quadricipiti: “mannaggia, si mette veramente male; dai, dai, dal santuario puoi un poco recuperare e poi c’è la lunga discesa al Passo del Cavallo”.

Eccomi al Santuario di Conche, venti minuti di ritardo, beh, tutto sommato neanche male, posso recuperarli. Un poco rifrancato dall’ultima considerazione mi lancio subito verso il crinale che porta all’Eremo di San Giorgio, un tratto di falsopiano che, sia in salita che in discesa, presenta diversi alti gradini rocciosi e sono questi a evidenziare che le cose vanno invece assai male: in discesa ad ogni flessione delle gambe le fitte ai quadricipiti si intensificano, nella salita fatico a spingere e, forse per un indotto effetto psicologico, anche a respirare. Tengo duro, approfittando della variante bassa (che mi permette di mantenermi comunque sul 3V), rinuncio a salire all’eremo. Con grande sforzo supero la successiva salita ed eccomi all’apice della lunga e impegnativa discesa verso il Passo del Cavallo: “dai che ora si respira”. Si, vero, si respira, ma… ma non si recupera, anzi, man mano che scendo i dolori si fanno sempre più intensi, inizio a pensare che sia finita qui: “brutto pensiero, scaccialo”.

Hai voglia di scacciarlo, i dolori non sono bruscolini, sono fatti reali che manifestano con violenza la loro presenza. Adottando tutte le finezze tecniche che conosco riesco a procedere risparmiando al massimo i quadricipiti, certo la tipologia del percorso (monotraccia, “ma perché mai la gente si diverte a camminare su un solo piede?”, e molto ripido) non facilita l’azione, ma qualcosa riesco a portare a casa e, con soddisfazione, eccomi alla fine del crinale. C’è una casa abitata ma chi se ne frega, troppo dolore indossare i pantaloncini, troppa fatica fermarmi qui e prendere dallo zaino il gonnellino, tanto a quest’ora sono a dormire, al massimo mi vedranno nella registrazione delle telecamere di sicurezza, un piccolo (forzato) aiutino alla causa nella normalità del nudo. Eccomi al Passo del Cavallo, ecco l’auto di mio nipote: “cacchio li dico ora?” Il controllo dei tempi mi segnala che ho comunque mantenuto i venti minuti di ritardo accumulati alle Conche, certo ho evitato la salita all’eremo ma si tratta alla fine di (in condizioni normali) cinque minuti: “Ho le gambe distrutte, forse non ce la faccio a procedere oltre… facciamo così, aspetti qui un’ora e se non mi vedi rientrare portati a Lodrino”. Mi concedo dieci minuti di sosta e riparto.

La confortevolezza del cammino su liscio asfalto sembra ridarmi vigore e arrivo alle case di Reondol con molta fatica in meno di quello che pensavo (ho quasi sempre sofferto questo pezzo e proprio qui, lo scorso anno, avevo avuto i primi crampi), la mente riprende il sopravvento e continuo nella marcia: “fra poco c’è un bel tratto pianeggiante, la salita alla forcella di Prealba non è terribile e poi o la cresta a su e giù o la lunga discesa alla cascina di Sea”. Cammina che ti cammina, godendo, grazie alla nudità, di qualche lieve folata d’aria freschina, eccomi al termine della strada. Mi fermo un attimo e approfitto del muricciolo attorno alla casa che qui sorge per spalmarmi sulle gambe una bella dose di Gel all’Arnica 35%. Ripartenza, sentierino, errore… per qualche strano motivo manco lo vedo il bivio (che eppure conosco bene) e prendo per il sentiero che sale a sinistra lungo il crinale, me ne avvedo poco dopo, fortunatamente proprio pochi mesi addietro l’ho fatto in discesa per studiare una mia variante di cresta e so che più avanti posso facilmente riprendere la giusta strada. Rieccomi sul sentiero originale, il lungo traverso permette un poco di recupero, segue un breve ripidissimo costolone erboso che supero quasi agevolmente: “grazie Arnica”.

Di nuovo a mezza costa, di nuovo con un passo in apparenza buono, le piogge delle settimane passate e il caldo torrido di questi ultimi giorni hanno fatto crescere a dismisura la vegetazione, a tratti manco vedo il sentiero, all’improvviso sbatto contro una ragnatela e con la coda dell’occhio intravvedo una grossa massa bianca che mi corre avverso il viso, veloce passo indietro e la frontale illumina un grosso ragno. La scena si ripete poco più avanti e allora mi procuro un rametto con cui rompere le ragnatele, ma l’azione, per evitare pericolosi inciampi, prevede un continuo movimento della testa per illuminare sia in terra che davanti e qualche ragnatela la infratto comunque, spero almeno di non aver raccolto anche delle zecche: quest’anno sembra che gli sia diventato enormemente simpatico. Forcella di Prealba ad occhio e croce sono ancora con la mezz’ora di ritardo che avevo alla ripartenza dal Passo del Cavallo e mi avvio subito nella discesa verso La Brocca dove posso verificare che effettivamente sono in linea con la mia tabella di marcia: “mannaggia, avessi avuto le gambe in ordine con questa tabella sarebbe stata veramente una bella passeggiata!”

Ho davanti due possibilità: cresta del Dossone di Facqua o Cascina di Sea. La prima mi mantiene in quota, anzi mi alza, ma presenta due tratti di arrampicata, diversi sali e scendi, di cui uno pressoché verticale, e un lungo tratto di discesa insidiosa; la seconda mi permette un bel recupero sulla lunga e comoda discesa fino alla cascina ma poi mi obbliga a una lunga risalita in un bosco che potrebbe, a quest’ora, mettermi di fronte a branchi di cinghiali. Che fare? Invero la scelta l’ho già fatta mentre stavo qui arrivando: è spuntato il sole, ormai ai cinghiali ho fatto l’abitudine, dal Corno di Sonclino alla Passata del Vallazzo (da dove è ormai deciso scenderò per la più comoda anche se monotona variante bassa) è un continuo sali e scendi complesso, laborioso, faticoso e, ciliegina sulla torta, insidioso… “no, no, meglio andare per la cascina di Sea”. Detto e fatto, senza nemmeno farci pensiero, prendo velocemente a destra e inizio a scendere. Cerco di allentare il più possibile la pressione sui quadricipiti, il fondo tutto sommato regolare mi facilita l’operazione e qualcosa sembra in effetti succedere, qualcosa sembra rilassarsi. Eccomi al tornante di Sea, qui si riprende il sentiero, largo e comodo giro sulla testata del Vallone di Sea poi si riprende a salire, sebbene con pendenza moderata. Ancora ho l’impressione di andare meglio di altre volte. Ho superato tratti di alta vegetazione e approfitto di un piano spiazzo al sole per un ennesimo controllino alla pelle: “toh e tu che ci fai lì sotto?” Una bestiolina nera sta camminandomi velocemente su per la caviglia, la faccio salire su un dito e la osservo da vicino… e “vaiiii, cosa dicevo, se c’è una zecca è mia”! Ma questa l’ho vista subito, scuoto il dito per farla ricadere al suolo e non si stacca: “tenace la bestiola, non vuole mollarmi”, scuoto più violentemente e finalmente me ne libero “vai ad attaccarti altrove”.

Zete del Barber, il parcheggino sopra le Passate Brutte (alle quali scopro or ora che la variante bassa del sentiero 3V non sale più), la lunga e comoda strada che, tagliando i versanti meridionali di diversi verdi dossoni, con vista panoramica su Lumezzane e la Val Trompia porta verso il Corno Sonclino. Ne approfitto per dare respiro ai muscoli in vista della nuova discesa, senza particolari problemi sono alla selletta sotto il detto corno, rinuncio ai pochi metri che portano in vetta e mi getto immediatamente verso la sella dei Quattro Comuni. Bastano i pochi metri di questa ripidissima discesa per farmi capire che erano solo apparenze: i miei quadricipiti sono definitivamente esplosi, forse solo una lunga pausa potrà risolvere. Con la mente focalizzata sulla sosta di Lodrino, levati nuovamente i pantaloncini (operazione ora assai dolorosa, ma ancor più doloroso sarebbe il tenerli addosso… “ma perché mai mi ostino a usare questi al posto del gonnellino che apposta ho preso dietro?”) mi immergo totalmente nella discesa. S’inseriscono anche i primi problemi di equilibrio che, poco dopo, a causa di un piede poggiato per metà nel vuoto fuori dal bordo dello stretto sentiero, mi portano a un bel tuffo dentro un cespuglio: “aho, attento Emanuele, qui ci si può anche far male seriamente”. Con circospezione procedo nel cammino e senza altri pericolosi inconvenienti arrivo alla Passata del Vallazzo: “Dai è fatta!”

Beh, fatta, la discesa nel Vallazzo è tutt’altro che comoda: una interminabile stradina sterrata dal fondo spesso sconnesso ed estesamente ricoperto di sassi mobili, ovviamente proprio nei tratti più ripidi. L’ultima volta l’ho fatta tutta di corsa arrivando in fondo in una decina di minuti, oggi, tra fitte lancinanti (spilli, bruciori, tensioni, tremori, contratture, crampi, non mi sono fatto mancare nulla), mi sa che ci metto molto più tempo. Stoicamente (ma che altro posso fare?) procedo nella discesa e finalmente eccomi al campo di tiro a volo di Valle Duppo, da qui a Lodrino è asfalto con pendenze moderate, sarà un sollievo per le mie martoriate gambe. Davanti al ristorante è parcheggiata una vecchia e sgangherata fuoristrada che ricordo era qui presente anche le altre volte, quando in zona non si vedeva anima viva, pertanto mi evito fatiche inutili e procedo in nudità. Poco dopo m’avvedo di un motorino e questo no, questo indica proprio la presenza di qualcuno, facendo buon viso a cattiva sorte sopporto le fitte che il dover piegare le gambe mi provoca e ricalzo i pantaloncini. Faccio due passi e alla mia sinistra, dietro le vetrate della baracca vedo un’ombra, osservo meglio ed è una persona, anzi, sono due, mi ignorano completamente, forse non mi hanno visto oppure mi hanno visto e hanno tutto sommato considerato normale la mia nudità… mah, voglio propendere per la seconda soluzione: “gli ero proprio in faccia ad una quindicina di metri di distanza, seppure impegnati nel lavoro come possono non avermi visto? Bando alle ciance, via, via, non c’è tempo per oziare, ad altro momento le questioni, per così dire, politiche!” Pochi passi ancora e sono sull’asfalto che comodamente mi porta verso Lodrino, quasi subito arriva un’auto, poi un’altra, indi una moto (quad), seguita da un’altra auto: alla fine la rivestizione sarebbe stata, allo stato attuale delle cose, comunque opportuna.

Cocca di Lodrino, vedo l’auto di mio nipote ma di lui non c’è traccia: “vuoi vedere che m’è venuto incontro ma ha sbagliato strada?” Telefono ma risulta irraggiungibile, lascio un messaggio ma non risponde, riprovo a chiamare e stavolta c’è segnale, risponde e… si è successo quello che avevo immaginato. Ci accordiamo: io raggiungo il punto di rifornimento all’Isola Verde e lui mi segue a ruota. Mi rinfresco la testa alla fontanina di Lodrino ed eccomi al B&B, suono il campanello, “Ciao”, “Oh ciao, vieni, vieni, m’ero dimenticata” Va beh, succede, d’altronde nessuno è venuto qui a preannunciare il mio arrivo e sono con un sostanzioso ritardo sull’orario concordato. Marzia la gentilissima e simpaticissima titolare della struttura, mi accompagna al piano di sotto dove mi prepara un tavolino e due sedie. Intimorito dai pavimenti tirati a lucido mi tolgo le scarpe nel cortile di fuori, poi mi accomodo a godermi alcuni lucenti e splendendo attimi di panciolle. Non mi sento per niente stanco, quasi non mi rendo conto della temperatura già elevata, nemmeno dell’afa, solo dolori, dolori ai quadricipiti, dolori che non riescono a invadere il corpo e la mente eppure sono ben presenti e invalidanti. Marzia mi offre una freschissima e ritemprante caraffa di succo d’arancia rossa che velocemente finisce nel mio stomaco, poi mi mette a disposizione una doccia che non riesco a ignorare: con tutte le ragnatele che ho infranto il mio corpo è pieno dei loro residui, moschini morti compresi, magari anche qualche ragno. Nel frattempo arriva in zona anche mio nipote, insieme a lui preparo le borraccine di integratori, però decido che la metà le porta lui con la macchina al prossimo punto d’incontro tra sentiero e strada automobilistica, decido anche di lasciare mezza vuota la sacca dell’acqua pura e tolgo quegli elementi di abbigliamento che, vista la situazione meteo, sono di sicuro inutili: lo zaino assume un peso decisamente più confortevole. Mi concedo anche quarantacinque minuti di riposo in più del previsto.

Ore dieci si riparte, saluto Marzia ed esco in strada, qui m’avvedo che non mi sono spalmato di crema solare, provvedo velocemente: il sole picchia alla grande e la strada che ora devo fare è quasi tutta ad esso esposta, non voglio aggiungere ai dolori della fatica muscolare anche quelli di un bell’eritema solare. Ore dieci e dieci sono finalmente in cammino, mio nipote si allontana in auto dietro le mie spalle, io imbocco la prima salita, asfaltata e non ripidissima, anzi, direi anche dolce, faccio una decina di passi e zacchete, un bel crampo al muscolo laterale della coscia, verso l’attaccatura con il ginocchio… “te pareva, e proprio ora che Fabio se ne è andato. Va beh, coi crampi ci si ragiona, vengono, picchiano e se ne vanno” Infatti così succede, un’altra decina di passi e tutto rientra nella normalità, ammesso che di normalità si possa parlare, diciamo in quella che il momento fa percepire come normalità. Sfruttando tutte le zone d’ombra salgo abbastanza velocemente alla base del sentiero. Rinuncio a fare il percorso diretto nel canalone del passo della Cavada e seguo la più comoda stradina, qui l’insolazione raggiunge l’apice dell’apice, sono costretto a fermarmi ogni cinquanta metri per fruire della frescura delle zone d’ombra, sono ancora con i pantaloncini indossati, li abbasso solo in queste soste e la differenza si sente notevolmente, ma non mi fido a restare senza, dal paese mi possono vedere e due volte su tre qui ho incrociato un tizio in motocicletta.

Eccomi al passo ed esattamente nel tempo preventivato, sarà dura recuperare qui, ma posso sempre farlo più avanti visto che rinuncerò alle varianti alte. L’ombra del traverso verso il Roccolo Morandi mi rinfresca e il passo procede spedito, eccomi ai prati dove inizia la discesa. Nessuno appare animare il capanno poco sopra, sto per spogliarmi (di solito lo facevo subito dopo il passo, ma oggi, sapendo che qui al roccolo avrei potuto incontrare qualcuno, ho rimandato per il dolore che l’operazione mi comporta) quando l’occhio percepisce una presenza più in basso: un uomo disteso nel prato a prendere il sole. Non sono nelle condizioni ideali per sostenere il benché minimo confronto, rimando la svestizione. Percorso il primo tratto pianeggiante inizia quello ripidissimo, qui temevo per il ginocchio che invero qualche fitta me la procura ma alla fine niente di che (forse grazie all’applicazione, sebbene improvvisata da me stesso, dei tape kinesiologici), ciò che invece mi procura il colpo di grazia sono i quadricipiti: ormai ogni passo è una tortura, dove normalmente passerei con un balzo, ora devo procedere a circospetti passettini e anche così è un continuo lavorio di mente per escludere il dolore dall’attenzione. Incontro mio nipote che m’è venuto incontro, insieme scendiamo fino al Passo del Termine e insieme decidiamo l’estremo tentativo di salvare almeno in parte il viaggio: ci spostiamo in auto al passo del Maniva, avrò così modo di riposare per ben sette ore per poi eventualmente ripartire per il meno impegnativo tratto di rientro a Brescia.

Giogo del Maniva, spiego la situazione a Matteo e Manuela, due dei titolari dell’Albergo Dosso Alto, ci facciamo (io e Fabio) un bel pranzetto a base di salumi e birra fresca (gentilmente offertoci da Manuela), poi approfitto dell’ospitalità e mi sposto al piano interrato dove mi è stata messa a disposizione la sala SPA. Data la stagione non è completamente attiva, ma tutto sommato doccia e lettino relax mi bastano, c’è al limite disponibile anche il lettino massaggiatore. Una doccia dona un poco di sollievo ai muscoli indolenziti e alla psiche ormai al limite, segue, con la preziosa collaborazione di Fabio, un lungo massaggio alle gambe con apposito gel all’Arnica (un gel particolare che dopo la stesura si trasforma in olio, combinando la praticità del gel alla durabilità e scorrevolezza dell’olio), una profonda dormitina viene interrotta a metà dal freddo ora pungente (non me n’ero avveduto prima) di questa stanza che mi costringe ad alzarmi per cercare nelle borse la maglia e i pantaloni pesanti. Così ricoperto mi stendo sul lettino massaggi e, confortato dalla zona calda all’altezza dei lombi, mi riaddormento per un’altra oretta. Al risveglio Fabio mi segnala che sono arrivati Alberto e Claudia, mi rimetto in abbigliamento leggero, sistemo le borse e salgo di sopra, nel fare le scale noto che le gambe fanno meno male ma non tanto quanto speravo. Spiego anche a loro la situazione, chiacchieriamo un poco e alle diciannove provo a fare un test: risalgo a tutta un ripido tratto di pista da sci, poi mi sposto sui pendii laterali dove zolle e roccette simulano più adeguatamente una discesa su terreno ripido e sconnesso, alla fine sono ancora più indeciso di prima. Ci soffermiamo un poco a chiacchierare nel piazzale fuori dall’albergo, una decina di minuti che si dimostrano chiarificatori: man mano le gambe iniziano a dolere un poco ovunque, è deciso, il mio viaggio finisce qui. Ci facciamo un brindisi, Alberto e Claudia si fermano qui a cena, io e Fabio prendiamo la strada di casa, un viaggio in auto che nelle parte finale diviene una tortura: le gambe dolgono e picchiano quasi ovunque, non so quale posizione prendere per calmarle un poco, anche le caviglie mi fanno male, si attacca un dolore al fianco sinistro, è un dolore che mi attanaglia da diversi anni, mi viene quando mi distendo su un divano o mi allungo su una sedia, i medici dicono che non è nulla, secondo l’ultimo a cui l’ho riferito è solo una contrattura muscolare, ma io mica ne sono convinto: vattelapesca, un dolore avrà pur bene una causa? una contrattura che dura da anni? siamo seri! Provo ad alzare un poco lo schienale e il dolore si attenua.

Finalmente a casa e… sorpresa, Maria non c’è e io non ho le chiavi di casa. Fabio scavalca la recinzione e apre il cancellino con l’apriporta, portiamo le borse davanti alla porta d’ingresso e poi cerco la posizione che mi dia meno dolori, mi siedo sui gradini dell’ingresso, niente, no buono, mi distendo nel prato, per un poco va bene ma poi mi duole la cervicale, mi rimetto sui gradini appoggiandomi con la schiena al muro, mi rimetto sul prato standomene seduto e così via. Dopo mezz’ora abbondante arriva Maria, saliamo in casa e finalmente posso abbandonarmi del tutto, mollare ogni residua tensione, pensare al recupero delle microlesioni che una qualsiasi attività fisica provoca, figuriamoci quella che ho appena fatto, nel modo in cui l’ho fatta.

Domenica pomeriggio, ore 17, ci si trova alla piazzetta di Urago Mella, punto d’arrivo del sentiero 3V “Silvano Cinelli”, per fare comunque un brindisi, purtroppo siamo pochi, pochi ma buoni: Emanuele, Maria, Maria, Alberto, Claudia, Manuela, Vittorio! Sul tavolino portato da Alberto troneggia la torta di Claudia circondata da invitanti biscotti, sul muretto fresche bottiglie di spumante attendono nel frigo d’essere aperte, noi chiacchieriamo in attesa degli altri amici che avevano annunciato l’arrivo. Arriva il messaggio vocale di Marino: è bloccato dalla coda. Messaggio mio nipote Fabio, sta arrivando. Lo attendiamo a lungo inutilmente, diamo il via ale danze: tagli la trota, apro la bottiglia, verso da bere e si brinda alla mia del… ehm, no, perché mai deludente, no, no, ogni sconfitta è pur sempre una vittoria e allora si brindi alla mia vittoria! Una decina di minuti dopo arriva anche Fabio con Patrizia, bevono qualcosa e subito ripartono. Ancora qualche chiacchiera e stiamo per lasciarci tutti: è proprio finita, TappaUnica3V 2017 s’è conclusa? No, non è detta l’ultima parola, annuncio che ci riproverò, forse già quest’anno in modo da sfruttare l’allenamento acquisito. Applausi e commenti seguono l’annuncio, poi via, tutti a casa.

Concludo questo mia relazione, invero più racconto che relazione, per i dovuti e voluti ringraziamenti. Grazie a tutti coloro che mi hanno supportato, grazie ai componenti dello staff logistico (Fabio, Alberto, Claudia e Vittorio), grazie a Maria che ha sopportato le mie assenze, grazie a quelli di Fonte Acqua Maniva per l’appoggio morale sui social e per la fornitura di acqua (Acqua Maniva PH8), grazie a Tony Gialdini per avermi prestato il tracciatore GPS e rifornito di prodotti energetici a prezzo scontato, grazie ai titolari delle strutture presso le quali mi sono fermato per i punti di rifornimento (B&B Isola Verde di Lodrino e Albergo Dosso Alto al Giogo del Maniva). Grazie!

#TappaUnica3V perchè gli ho dato risonanza mediatica


C’è sempre chi approfitta di ogni più piccola occasione per diffondere maldicenze o tentare di screditare qualcuno, non ho notizia che sia successo con il mio lungo viaggio 2017, ma so che è successo con quello del 2016 e se tanto mi da tanto…. L’appiglio utilizzato è stato quello della risonanza mediatica che ho cercato di dare a TappaUnica3V, risonanza che quest’anno è stata ancora più pesante e mi ha visto invitare, oltre al Coordinamento 3V già invitato lo scorso anno, tutti i Sindaci e i Presidenti CAI (Club Alpino Italiano) dei Comuni attraversati o lambiti dal Sentiero 3V “Silano Cinelli”, nonché, da diabetico, il Presidente dell’Associazione Diabetici Bresciani e, per assonanza del gesto atletico, i responsabili di alcuni gruppo trail bresciani, due dei quali, per altro, hanno organizzato e organizzano eventi sportivi sul sentiero 3V.

Pur non mi ritenendomi in dovere di farlo (non devo certo giustificarmi per aver fatto quello che tanti fanno), ho pensato comunque utile e interessante dare corretta informazione in merito anche a questo aspetto del mio viaggio: perché gli ho dato risonanza mediatica e istituzionale?

In ordine decrescente di rilevanza, anche se la differenza è davvero minima…

  1. Perché il sentiero 3V è un percorso che merita più attenzione di quella che si è ad oggi guadagnata: molti lo conoscono ma pochi lo percorrono, specie in forma completa.
  2. Perché da diabetico ho voluto motivare quei diabetici che, impauriti dalla malattia, rinunciano allo sport.
  3. Perché da alpinista di lunga data mi dispiace veder aumentare sempre più la dipendenza dai mezzi tecnici (GPS e cellulari in primo luogo, ma anche previsioni meteorologiche, dissipatori, caschi, abbigliamento, eccetera), oggi spesso descritti come indispensabili mentre chi li utilizza “cum grano salis” viene definito con termini dispregiativi.
  4. Perché da escursionista profondamente integrato con l’ambiente montano e per questo talvolta vessato (invero più sui social che sul terreno alpino) voglio e devo far conoscere che se vestiti è bello #nudièmeglio.
  5. Perché voglio far capire che se, in montagna (ma anche altrove), capita d’incontrare qualcuno nudo non è necessariamente detto che sia un incosciente, un matto o un esibizionista, anzi.

Ecco, niente a che fare con il protagonismo, il desiderio di mettermi in mostra: fosse stato per me solo il giro l’avrei fatto in tutto silenzio coinvolgendo soli i parenti, gli amici più stretti e, attraverso i miei report, il lettori del blog!

#TappaUnica3V da dove parte?


Venerdì sera in Piazza Loggia a Brescia c’è un concerto (Mannoia), di cui sono venuto a conoscenza solo un mese fa quando sono stato contattato dalla segreteria del Sindaco di Brescia, da me invitato (insieme a tutti gli altri Sindaci dei comuni attraversati o lambiti dal sentiero 3V), per avvisarmi della questione e per garantirmi che avrebbero trovato loro la collocazione più idonea per una mia partenza da zona Piazza Loggia. Purtroppo ad oggi non ho ricevuto notizie e il contatto che mi era stato dato risulta irreperibile fino al 17 luglio, presumo abbia dato incarico a qualcun altro, se non ricevo informazoni in tempo utile valuterò sul posto.

In ogni caso i punti già ipotizzati e che quindi restano confermati sono:

  1. la piazzetta alla fine dei portici X Giornate (all’inizio di via Musei) dove per chi non ha notizia (ovviamente ho avvisato tutti coloro che conosco ho che hanno formalizzato intenzione d’essere presenti, ma ne restano molti che non posso avvisare) sarà più facile individuarmi;
  2. presumo nel punto sopra ci siano transenne e alti ostacoli per cui il punto più probabile e che preferire è piazzetta Tito Speri, molto piccola sarà facile individuarmi;
  3. come eventuale alternativa se anche la suddetta piazzetta fose inagibile, Piazza Paolo VI parte alta nei pressi del Broletto.

Come indicato nella scheda evento in zona c’è u autosilo (Piazza Vittoria) ma considerato il concerto sarà difficile trovarvi posto, si consiglia di parcheggiare attorno al punto di vero inizio del sentiero 3V a cui rientrerete accompagnandomi nel primi tratto di percorso.

Possibilità in ordine decrescente di possibilità spazi liberi

  • Distributore Esso in cima a via Turati (vicinissimo al punto suddetto)
  • Via Colle Fiorito, pure molto vicina
  • Via Giacomo Pederzoli, poco più avanti
  • Via Pier Fortunato Calvi, ancora più avanti ma comunque abbastanza vicina
  • Via Ugo Foscolo (Campo Marte)
  • Parcheggio a pagamento di Fossa Bagni
  • Parcheggio a pagamento di Piazzale Arnaldo
  • Zona clinica San Camillo (stradine attorno e a monte della clinica)

Emanuele

#TappaUnica3V il giro finale in tempo reale


Così come già fatto lo scorso anno, l’amico Tony Gialdini, titolare di Gialdini Sport Brescia, mi ha sponsorizzato prestandomi il tracciatore GPS SPOT attraverso il quale potrete seguirmi in tempo reale mentre percorrerò il giro dal 7 al 9 luglio. La trasmissione inizierà il 7 luglio alle ore 20.00, comunque il sito di tracciamento è già attivo al collegamento sotto riportato, per ora contiene solo dei punti di test, usatelo per memorizzarvelo tra i preferiti.

Segui in tempo reale Emanuele nel giro finale di TappaUnica3V 2017

Potrete così anche definire il momento giusto per venirmi ad accogliere all’arrivo di Urago Mella, previsto per le ore 17.00 di domenica 9 luglio.

Grazie Tony!

#TappaUnica3V incontra l’osteopata


Come sapete ultimamente ho avuto a che fare con i medici per via di un problema al ginocchio sinistro e in tale occasione, seppure nella prima visita specialistica sia rimasto soddisfatto per l’attenzione e la dedizione dell’ortopedico, ho alla fine riscontrato ancora una volta quanto già avevo scritto altre volte:  molti, troppi, medici operano a comparto stagno, ossia magari ti lasciano anche parlare ma poi tra tutto quello che hai indicato scelgono un solo problema (non saprei dire con quale criterio) e focalizzano l’attenzione solo su di quello gestendolo solo dallo specifico punto di vista della loro specializzazione, tralasciano ogni possibile interazione con il resto del corpo, rifuggendo dalla cooperazione con altri specialisti e, per finire, “tentando” più o meno improbe soluzioni solo con quello che è nelle loro specifiche competenze. Così è che, dopo aver speso un paio di centoni tra visite e “cure” (tra virgolette perché alla fine sono stati principalmente antidolorifici), con preoccupazione crescente mi ritrovo con il mio problema pressochè invariato: sono sì spariti alcuni dei dolori e si è attenuato quello alla testa del perone (ma ritengo più che altro perché ho pensato bene di alleggerire gli allenamenti, riducendo notevolmente i chilometri), ma ne sono comparsi altri e si è creata una strana sensazione tensiva tutt’attorno al ginocchio sinistro.

A volte, per fortuna, il passaggio dalla preoccupazione alla speranza avviene improvvisamente e casualmente: sono andato a una festa e ci ho conosciuto una persona speciale, un grande professionista profondamente innamorato del suo lavoro, un ex maratoneta, istruttore di yoga e, quello che più conta in questo contesto, rinomato osteopata che si occupa anche di mantenere in massimo splendore gli atleti della nazionale canadese di sci alpino. Alessandro, così si chiama questo nuovo amico, dopo aver casualmente sentito il racconto delle mie recenti vicissitudini mediche e del lungo cammino che sto andando ad affrontare, si è immediatamente offerto come sponsor proponendomi una valutazione osteopatica e successiva manipolazione. Sebbene non vi abbia mai fatto ricorso ho sempre avuto fiducia nella figura dell’osteopata, pertanto, ho accettato e… risultati che mi permetto di definire grandiosi: svaniti i dolori alle ginocchia, insieme a quelli allo snodo mandibolare e al collo che da alcuni giorni mi stavano pure torturando; scomparsa pure la sensazione di tensione attorno al ginocchio sinistro, sostituita da una piacevole sensazione di rilassamento e morbidezza; subito dopo il trattamento mi sentivo morbido, dopo un’ora mi sembrava di camminare sfiorando il terreno anziché di sbatterci sopra ad ogni passo; nei giorni a seguire noto cambiamenti anche a livello propriocettivo (movimenti di ripristino dell’equilibrio decisamente più veloci e molto meno ampi), inoltre sento il mio corpo modificarsi come se in esso si fosse attivato un piacevolissimo vivo processo di trasformazione. È stato meraviglioso ascoltarlo mentre mi spiegava quello che stava facendomi e quello che notava, è stato fantastico notare che in pochi secondi aveva compreso la natura esatta del mio problema al ginocchio, è stato eccezionale sentire che percepiva le zone dolenti senza che io proferissi parola, che col solo tocco delle mani s’è reso conto della mia abitudine al bere molto poco, dell’intestino che funziona a singhiozzo, della potenza nascosta nel mio corpo (“una Ferrari senza meccanici che l’accudiscano”).

Bello, bello, bello!

Chissà mai perché c’è in generale una bassa considerazione verso la figura dell’osteopata, chissà mai perché i medici tendono a ignorarla, chissà mai perché né il mio medico generico né l’ortopedico che mi ha visitato mi hanno consigliato di ricorrere ad un osteopata? Dopo aver sperimentato su me stesso l’effetto di un solo trattamento osteopatico, sono ancora più profondamente convinto dell’importanza di tale figura, l’unica (o quantomeno una delle pochissime) che a fronte di un problema anche localizzato esegue una valutazione sulla globalità del corpo, tanto convinto che a lei voglio presto dedicare un articolo specifico: un’intervista a questo mio nuovo fantastico amico.

Grazie Alessandro, ora le certezze di chiudere il giro si sono rifatte assai salde. Sto seguendo alla lettera le tue indicazioni. Grazieeeee!

#TappaUnica3V -22 ora solo riposo


Mancano venti giorni alla partenza, è tempo di lasciar riposare muscoli e ossa, in particolare schiena e ginocchia che sono uscite alquanto provate dai tanti mesi di duro allenamento, duro e, soprattutto, nuovo: l’inserimento della corsa non più solo come brevi momenti nelle discese ai fini di recupero sui tempi, ma corsa vera e propria, corsa anche in salita. Il risultato è stato pregevole, ora viaggio costantemente su tempi pari o inferiori alla metà delle tabelle, certo sono ancora molto lontano dai ritmi dei migliori trailer, anzi sono lontano persino da quelli dei trailer in genere, ma non è questo il mio obiettivo, quello che faccio lo faccio per il mio unico piacere, se crescerò ulteriormente è del tutto ininfluente, ne sarò contento e magari mi allenerò anche per riuscirci, visto che la corsa mi è diventata sincera amica, pur senza deprimermi se non dovesse avvenire. Il risultato, però, è stato anche dolente e, come spesso mi accade, senza che i medici siano stati in grado di determinare delle motivazioni specifiche: non ci sono lesioni di nessun genere, cosa positiva ma al contempo cosa che impedisce la definizione di una specifica e rapida terapia, si può solo procedere a tentativi, si può solo optare per i cerotti anestetici e antidolorifici.

Lasciato solo dagli esperti decido allora di aggiungerci un pur non prescritto riposo nella speranza che l’allentamento della pressione possa aiutare quel recupero totale che certo anestetici e antidolorifici possono emulare ma non possono dare. Allora… allora da ora alla partenza non si corre più, non si fanno più lunghe distanze, solo quotidiana attività fisioterapica, qualche chilometro di cammino in piano almeno cinque volte alla settimana e tanto, tanto rilassamento mentale.

Di seguito il consento report sugli allenamenti, come detto gli ultimi.


28 maggio – Crinale est della Val Bertone

Uscita con gli amici di Mondo Nudo lungo un percorso che ho individuato durante i miei allenamenti e che mi ha particolarmente affascinato: prima una lunga cresta a cavallo tra la valle di Caino e quella di Odolo e Agnosine, poi un tratto di fondovalle privo di sentiero e che si percorre seguendo fedelmente il torrente. Ovviamente il ritmo è basso e posso procedere in totale rilassamento, ma ci vuole anche questo. Qui la relazione completa dell’uscita.

2 giugno 2016 – Dosso di Cè

Alle 18 di oggi parte il 3V Remix organizzato dagli amici del Bione Trailers Team, ne approfitto per effettuare, in compagnia della moglie, una breve escursione sui monti di Bione, zona che non ho mai visitato. Seguendo il percorso della gara, subito lasciati indietro dagli atleti, saliamo alla Piana di Lò e da qui, per una ripida rampa erbosa e la successiva cresta, al Dosso di Cè che, estasiati dalla bellezza del luogo e delle sue magnifiche faggete, raggiungiamo in un’ora e mezza di cammino. Discesa all’eremo di San Vigilio per riportarsi, con giro ad anello, alla Piana di Lò e a Bione. Ancora una volta mi porto a casa una zecca, ancora una volta me la trovo addosso il giorno dopo nonostante un accurato controllo fatto la sera precedente, ancora una volta è piccola, tanto piccola da non essere agganciata dall’apposito leva zecche, devo usare la pinzetta leva spine sul lato opposto, troppo potente: oltre alla zecca mi leva anche un piccolo brandello di pelle.

4 giugno – Anello sopra Caino e Nave

Voglio andare a vedere il passaggio del 3V Remix e per farlo m’invento due anelli che mi permetta d’incrociarli, fino all’ultimo sono incerto su quale fare, ambedue m’interessano, ambedue mi portano a visitare gli ultimi tratti ancora sconosciuti della zona, decido arrivato al parcheggio comune ad ambedue: visto che piove ed è freschina si va per quello di Nave. Parto dal parcheggio della Val Bertone alle nove, stando alle indicazioni reperite il cancello massimo del 3V Remix a Nave è dopo mezzogiorno per cui ho buon margine e posso prenderla comoda. Seguo per poco la strada sterrata della Val Bertone e imbocco il sentiero di collegamento con Caino, un bel percorso che con alternanza di salite e discese attraversa i boschi che sovrastano la strada delle Coste di Sant’Eusebio. Senza rendermene conto il mio passo ha velocemente preso la sua natura e l’app di tracciatura che sto sperimentando al primo chilometro mi segnala una velocità di quattro chilometri l’ora: va beh, visto che devo tenere sotto osservazione il ginocchio ne approfitto, rallenterò dopo Caino o nella discesa verso Nave. Secondo chilometro, la velocità è salita a cinque e diventa sei nell’attraversamento di Caino. Il ginocchio va alla grande, dagli! Salita cementata a cinque, sterrata ancora più ripida sempre a cinque, lungo e sconnesso traverso attorno il monte Montecca leggermente più lento perché sono molto in anticipo, eccomi sopra Nave, in basso vedo il furgone del Bione Trailers Team ma non c’è l’arco gonfiabile: non sono ancora passati? No, non è così, è l’opposto. Arrivando al furgone vengo a sapere che sono già passati da un pezzo: sono dei mostri da Brescia a Nave, scavalcando la Maddalena, ci hanno messo poco più di un’ora!

Va beh, così è andata, avrei fatto meglio a fare l’altro anello che mi avrebbe tenuto sulle creste sommitali. Li avrei così sicuramente incrociati. Inutile recriminare, ora bisogna tornare all’auto. Prendo la strada seguita dal sentiero 3V fino a Sant’Antonio, qui la abbandono per prendere il sentiero che scende alla strada della Merolta, seguo in discesa tale strada, il tratto è più lungo di quello che mi aspettavo, alla fine eccolo, ecco il sentiero Faet che con dura salita mi porta al Monte Forche. Mentre percorro questo impegnativo tratto le nuvole si aprono e appare il sole, prima debole poi sempre più forte, la temperatura cresce bruscamente e il mio ritmo ne risente parecchio: scendo a due chilometri e mezzo all’ora. In cresta riprendo fiato e ritmo, oltrepasso il Monte Faet e arrivo al sentiero 3V con il quale raggiungo l’eremo di San Giorgio. Godendomi la strana solitudine mi rilasso una mezz’ora mangiando qualcosa e poi riparto per la lunga discesa verso la Val Bertone. Il ginocchio inizia a farsi sentire ma riesco a procedere senza rallentare e in mezz’ora sono alla fine. Accaldato e sudato esaurisco i pochi liquidi rimasti nella borraccia, cambio le scarpe e poi via, si rientra a casa, dove arrivo con ben tre ore di anticipo sul programmato.

11 giugno – Anello Altissimo del 3V

Doveva essere un’uscita col gruppo di Mondo Nudo ma vista lo scarso interesse verso questo tipo di escursioni l’ho rielaborata: farò da solo la prima metà viaggiando nei tempi di TappaUnica3V, al Maniva si assoceranno altri eventuali partecipanti per fare la seconda metà assieme. Alla fine due si mettono in lista e uno solo si farà effettivamente trovare. Parto a mezzanotte da Collio, faccio fatica a mantenere l’equilibrio: saranno le scarpe nuove o è una conseguenza delle leggere vertigini che ho avvertito per tutta la giornata? Probabilmente ambedue le cose, pensiamo al cammino. Avverto subito d’andare troppo veloce indi riduco il passo e, dando ascolto al silenzio totale che stranamente avvolge la montagna, mi concentro sul mantenerlo basso: primo punto di controllo e… mezz’ora d’anticipo. Rallento ancora, secondo punto di controllo altri quindici minuti guadagnati. Inserisco alcune fermate per scattare delle foto ma niente, non c’è verso, continuo a mangiare minuti su minuti: bene, dimostra un’ottima forma fisica, ma anche male, durante il giro finale non potrò permettermi di sballare così il ritmo, rischierei di collassare prima dell’arrivo e quest’anno il giro lo voglio, lo devo finire, assolutamente.

Al Passo di Pezzeda Mattina mi accoglie un freddo venticello: meglio indossare la maglia. Il piano prevedeva di fare l’attraversata del Monte Pezzolina ma l’erba è molto bagnata per cui decido di proseguire per la strada normale. Passo di Prael ed eccomi in vetta alla Corna Blacca, quest’ultimo tratto è dato un’ora e quaranta, la mia tabella prevedeva un’ora, l’ho fatto in cinquanta minuti. Fa freddo, giusto il tempo di un autoscatto e poi via. Nella ripida discesa inizia a farsi sentire il ginocchio sinistro, alla fine arrivo alla base in mezz’ora anziché quindici minuti: dovrò rivedere la tabella di marcia. Concentrandomi sul passo verifico l’esattezza del tempo definito da qui al Passo Portole e al successivo Passo del Dosso Alto. Il ginocchio ora stride anche in salita, indeciso sul da farsi mi accomodo su un masso, si avvicina l’alba e la temperatura si abbassa, devo infilare anche i pantaloni e la giacca a maniche lunghe. Salgo o non salgo? Come posso scendere dalla cresta con questo ginocchio? Va beh, proviamoci! Mi tolgo i pantaloni e riprendo il cammino, il passo è sostenuto quel tanto che deve servire al rito programmato, purtroppo dopo poco le fitte al ginocchio si fanno più frequenti e devo inserire delle fermate per allentare un poco il carico. Mancano cento metri alla vetta, niente, mi fermo qui. Dietro front e giù alla strada per il Maniva dove giungo con mezz’ora d’anticipo sul previsto.

Infilato tutto quello che posso (ehm, invero tralascio la giacca da pioggia), mi accomodo sui tavoli esterni dell’Albergo Dosso Alto e ne attendo l’apertura, nel frattempo mi bevo il beverone agli amminoacidi e mi spalmo gel all’arnica sul ginocchio. Il bar non apre, fortunatamente il sole riesce già a far sentire il suo calore e l’attesa non è dolorosa. Sono sette, suona il cellulare, è l’amico Vittorio che mi segnala che a causa del mancato arrivo di Cristina è in forte ritardo, nessun problema, arriveremo a fine anello più tardi del previsto. Sette e mezza, apre il bar dell’albergo, subito mi riconoscono e mi accolgono con un calore inestimabile: mi viene offerta una robusta colazione e mi danno la disponibilità delle docce per quando qui farò sosta durante il mio giro di TappaUnica3V. Arriva Vittorio, gli lascio il tempo dovuto per prepararsi con calma e bersi un caffè, volevo farmi fare un panino per il pranzo ma vista la disponibilità predetta non voglio approfittarne e lascio perdere, tanto nello zaino due mele e quattro berrette ci sono, non muoio di fame. Ore otto passate, forse otto e trenta, partiamo, ma ora è relazione di VivAlpe e lascio il resto a questa, aggiungo qui solo che siamo arrivati all’auto con mezz’ora di anticipo.

A piedi nudi


IMG_1571L’articolo di Mountainblog “Camminata a piedi nudi con Andrea Bianchi sull’Appennino e in Val Pusteria” riporta due interessanti eventi sportivo-culturali all’interno dei quali viene proposto un momento di cammino a piedi nudi.

La presentazione del secondo, l’Adventure Outdoor Fest, cita -è un evento dedicato all’Avventura, agli sport in natura e allo stile di vita outdoor- dandomi un aggancio molto generico per il mio discorso, la mia proposta: personalmente rifuggo dal discorso “avventura” che vedo oggi diseducativamente utilizzato a sproposito per fare riferimento solo all’aspetto del brivido che invero poco o nulla ha a che fare con l’avventura (assenza di certezze), mentre molto ha a che fare con il promuovere e/o sperimentare qualcosa di assolutamente nuovo e magari anche fuori dagli schemi della retorica di massa quale il camminare nudi, totalmente nudi, non solo a piedi nudi, quel camminare nudi che deriva da uno stile di vita sano e coinvolgente (chi prova non torna indietro, non lo dico io, non lo dicono i nudisti, lo dicono l’esperienza e la statistica), quel camminare nudi, quella nudità che sono insegnamento primario della natura, natura tanto reclamizzata e sfruttata ma poi sempre vilipendiata imponendogli l’accettazione di persone inutilmente abbigliate.

La presentazione del primo, Lagolandia, recita -il focus dell’evento sono i “sentieri culturali”: esplorazioni del territorio condotti da guide d’eccezione su tematiche inusuali, cioè artisti, autori, docenti ed esperti che affrontano una camminata secondo la propria sensibilità ed esperienza- e qui l’aggancio al mio discorso è assai più forte e specifico: cosa c’è di più inusuale del camminare nudi? anche noi abbiamo specifica sensibilità ed esperienza, vorremmo poterla proporre ad un pubblico sempre più vasto, certi che riscuoteremmo interesse sincero e profondo. Bananta da Facebook 8-OPiù volte ho camminato a piedi nudi, adoro farlo, ne ho apprezzato le piacevoli sensazioni, ma anche gli inevitabili dolori e le conseguenti incontestabili difficoltà, dolori e difficoltà che rendono tale atteggiamento, quantomeno inizialmente, praticabile ai più solo all’interno di ben delimitati confini temporali (brevissime escursioni) e spaziali (prati, spiagge, rocce lisce e poco ruvide, pavimentazione artificiale), dolori e difficoltà che mi fanno chiedere perché non prendere in considerazione qualcosa privo di dolore e immediatamente praticabile a tutti senza limiti ne temporali ne spaziali? Perché non promuovere il cammino a nudo con le sole scarpe (e il purtroppo spesso necessario zaino)? Nessun dolore, minima difficoltà, sensazioni ancor più estese e coinvolgenti, salubrità fisica e mentale, educazione al giusto rapporto con sé stessi sono forse qualità che non meritano attenzione? Poi, volendo, insieme al resto ci stanno anche i piedi nudi. Insomma, perché limitarsi ai piedi? Perché non promuovere la messa a nudo dell’intero corpo?

Fatevi avanti, fatevi conoscere, chiedete! Si giusto, hai, avete ragione! Sta di fatto che sia io che Mondo Nudo già ci siamo fatti avanti, già ci siamo fatti conoscere, già abbiamo scritto a destra e a manca, già da anni operiamo sulle varie reti sociali, già abbiamo ottenuto molto seguito e sempre più numerosi sono coloro che ci seguono, senza essere necessariamente nudisti anzi; tant’è vero che già io e Mondo Nudo siamo stati intervistati da diversi media, ivi compresa un’emittente radiofonica, a livello locale e nazionale, eppure ancora manca l’interesse spontaneo che viene dato al cammino a piedi nudi o ad altri stili di vita molto meno coinvolgenti, salubri, educativi, socialmente rilevanti. Che altro dobbiamo fare per farci avanti? Ovviamente continueremo a lavorarci, continueremo a fare quello che già stiamo facendo e che ho sopra riportato, ci aspettiamo risposte aziendali (operatori turistici, produttori di attrezzature per l’escursionismo e così via), sociali (associazioni escursionistiche, associazioni culturali, eccetera) e istituzionali (pro-loco, comuni, province, regioni e via dicendo): rispondete alle nostre richieste, rispondete ai nostri solleciti, invitateci e noi non mancheremo!

#VivAlpe un’altra bella giornata


Seppure ridimensionata nel percorso, quindi nel chilometraggio e nel dislivello, l’ennesima escursione del programma VivAlpe 2017 è stata portata a termine. Tre dovevano essere i partecipanti, due alla fine si ritrovano presso l’Albergo Dosso Alto al Giogo del Maniva: io, che ho passato la notte camminando sulla prima parte dell’anello (Anello Altisismo del 3V), e Vittorio, che arriva con forte ritardo per l’inutile attesa di Cristina, la quale ha “preferito” ignorare la sveglia antelucana e continuare a dormirsela alla grossa.

Splende il sole sui monti dell’alta Val Trompia, in basso le case di San Colombano e Collio appaiono velate da una leggera foschia, a sinistra i versanti settentrionali di Dosso Alto, Corno Barzò, Corna Blacca e Monti di Pezzeda ancora attendono l’arrivo del sole, a destra la lunga costiera che dal Maniva si spinge vero la Pianura Padana già ha assunto accesi colori: salvo quelle sorprese che la montagna sempre può riservare, si annuncia una giornata luminosa, calda e solare.

Dopo una, per me, meritata colazione e un veloce caffè per Vittorio, ci mettiamo in cammino imboccando la stradina sterrata che sale verso il Dasdana. Un breve tratto di asfalto porta alla lunga e in parte ripida rampa erbosa del Dasdanino che viene raggiunto velocemente. Passo del Dasdana e immediata salita al Monte Dasdana, dalla cui sommità lo sguardo naviga liberamente tutt’attorno: le gemme bluastre del Lago di Dasdana e dei Laghi di Ravenola, i bianchi candori del Bernina e dell’Adamello, le cupe rocce del Cornone di Blumone e del Brenta, le varie tonalità di verde dei pascoli e delle praterie di montagna che costellano le tante dorsali montuose che uno dopo l’altra movimentano il territorio.

Foto ricordo e poi di nuovo in marcia, breve discesa e altrettanto breve risalita alla prima Colombina, poi la più dura salita della seconda Colombina, ecco la comoda mulattiera che, tra un mare di splendide anenomi alpine, con stretti tornanti e lunghi mezzacosta porta alla vetta del Monte Colombine, punto più altro del sentiero 3V (2217m). Anche da qui la vista spazia liberamente, il riconoscimento delle varie vette è facilitato, quando diversamente da oggi la foschia di calore non ottenebra la visuale, da un’apposita rotonda tavola metallica. Abbiamo recuperato il tempo perso e possiamo concederci un attimo di pausa per due foto, che un momento di solitudine ci ha permesso di fare nel nostro abito di natura, e una fugace merenda.

Immersi nelle nuvole che si sono nel frattempo alzate dalla valle e, a sprazzi, invadono la cresta che stiamo percorrendo, osservati da un branco di capre, scendiamo al Goletto di Cludona per subito incamminarci verso il Passo delle Sette Crocette dove arriviamo in perfetto orario di marcia. Brevissima fermata per l’ormai rituale foto di Vittorio a spirito libero e riprendiamo il cammino per imboccare il sentiero che ci porta verso la lunga discesa. Finalmente possiamo senza tema donare al nostro corpo quel respiro a cui sempre anela e, nudi, percorriamo il lungo diagonale del Dosso Croce, una breve discesa, un altro lungo diagonale ed eccoci ai vasti pascoli soprastanti Malga Croce dove, appollaiati su alcuni massi accatastati, ci concediamo l’unica vera sosta di tutta la giornata: venti minuti per pranzare.

Ripartenza, seguendo la traccia che percorre il largo costone ci abbassiamo un poco finché sulla sinistra si diparte un altro costone, qui abbandoniamo la traccia e per dolcemente morbido terreno libero scendiamo obliquando a sinistra, alcune deboli tracce di passaggio ogni tanto appaiono tra le erbe del pascolo, il sentiero indicato sulla carta invero non esiste, ma non è un problema basta mirare alla verde gobba del Dosso Canali. Attraversata una stradina segnalata che raccorda le malghe sul lato Bovegno a quelle sul lato Collio, si riprende a scendere lungo il costone erboso ora con una più evidente traccia di passaggio. Massaggiati dalle erbe, accarezzati dal sole, accoccolati dalla nudità, senza sosta perdiamo costantemente metri di quota, ormai siamo prossimi a Malga Canali che vediamo nitidamente poco sotto di noi, voci risuonano nella prateria, siamo purtroppo costretti a interrompere lo stato di grazia e imporre alle nostre membra il cilicio dei pantaloncini.

Ultimi metri nell’erba e siamo alla strada sterrata nei pressi di Malga Croce, la seguiamo fino alla malga dove possiamo renderci conto che invero è deserta, le voci che poco prima avevamo avvertito arrivano da molto più in basso dove nei pressi di una cascina un grosso nucleo di persone e bambini sta per finire il loro pranzo all’aperto: mannaggia, ma tornerà il fastoso giorno in cui sarà riconosciuta la naturale decenza ai corpi e le persone potranno, volendolo, starsene tranquillamente e salutisticamente nude, nude sempre, comunque e ovunque!

Vai a sapere perché, forse una disperata rassegnazione all’ormai prossima entrata in paese, invece di rimetterci in libertà percorriamo l’ultimo chilometro di desertica natura con i pantaloncini calzati. Le gambe, con la complicità della psiche che assapora l’imminente arrivo all’auto, iniziano a farsi dure e spontaneamente rallentano il passo. Sosta ad una fontana per rinfrescare la pelle dalla lunga esposizione al sole e all’aria, la lunga asfaltata comoda discesa da Memmo a Collio ed eccoci al parcheggio: anche questa è fatta, noto negli occhi e nell’espressione del mio compagno di viaggio una grande felicità e questo rende ancor più mirabile questa giornata. Grazie Vittorio, grazie della tua presenza, grazie del tuo coraggio, grazie e a presto.

Con #VivAlpe per creste e valli della #ValBertone


Dal parcheggio della Val Bertone partiamo in quattro: io, Attilio, Paola e Vittorio. Seguendo un sentiero che, sebbene utilizzato dai motocrossisti locali (ne incontriamo alcuni impegnati in lavori di ordinaria manutenzione del tracciato), nemmeno la carta riporta, allietati da diversi Iris e rinfrescati dal bosco, in quaranta minuti siamo al colle di Sant’Eusebio dove, immersi nell’affollamento tipico della zona, troviamo gli altri sei partecipanti: Alessandro, Marco, Francesca, Luise, Angelo e Daniela. Dopo i saluti resi ancor più calorosi da un lungo periodo di lontananza, a gruppo completo ci incamminiamo per il sentiero che s’inerpica sulle ripide pendici erbose del lungo crinale separante il bacino idrografico del Garza da quello del Chiese. Poche decine di metri e siamo sul filo di cresta, a destra la vista si allunga verso la Val Sabbia e i monti che la circondano, a sinistra possiamo vedere l’abitato di Caino e più lontano alcune delle case di Nave e un piccolo pezzetto della vicina città (Brescia).

Passate due piccole case abbandoniamo la cresta per prendere un pur sempre panoramico traverso a mezza costa nei prati, segue una breva risalita e rieccoci sul filo del crinale che ora dovremo a lungo seguire fedelmente. Il sole picchia sul terreno scoperto, tra chiacchiere, panorami e coturnici (o starne?) continuiamo il nostro cammino sulla cresta ora fattasi assai sottile, da qui appare una bella porzione del lago di Garda, alla sua sinistra, di poco celata dall’aguzza piramide del Pizzoccolo, l’inconfondibile sagoma del Monte Baldo ormai definitivamente sgombro da qualsiasi residuo di neve. Vuoti capanni da caccia con le loro piccole radure erbose di tanto in tanto spezzano la linearità della vegetazione, una solitaria casetta appollaiata su di un panoramico poggio attira l’attenzione dei miei compagni. Poco dopo, in corrispondenza d’uno scabroso passaggio roccioso, incrociamo due motocrossisti che procedono in senso contrario al nostro, salutandoli lasciamo loro il passo per riprendere subito dopo il nostro cammino. Passato un bel poggio erboso e aggirata, seguendone la spartana rete di recinzione, una quasi invisibile casa, eccoci ad un breve tratto di cemento che, prima in discesa poi in ripida salita, ci porta proprio sull’uscio di un’altra casa. Un boschetto di basse piante coi rami che sporgono pressoché orizzontali a formare ampi ombrelli di foglie s’offre a noi per una rinfrescante fermata. Con breve salita raggiungiamo una comoda strada sterrata e, passando accanto ad altre isolate case, alternando le chiacchiere a momenti di estasiante osservazione del paesaggio e della natura che ci circondano, perveniamo al Passo del Viglio dove imbocchiamo lo stretto sentiero che scende sul fondo della Val Bertone.

Un bel bosco ci ridona frescura mentre con rinnovato passo veloci scendiamo. Sotto di noi il solco vallivo man mano si fa meno profondo e lontano, alcune svolte, un tratto invaso da un rivolo d’acqua e siamo sulla sterrata che sale al Passo del Cavallo. Incrociamo un signore col quale scambiamo cordialissimi saluti, Paola chiede e ottiene informazioni sul dove trovare acqua potabile e proseguiamo. Mi fermo ad aspettare Angelo e Daniela rimasti piuttosto indietro: li farò scendere al torrente per una variante che evita un ripido tratto di salita. Nel frattempo gli altri raggiungono il guado dove inizia il tratto “avventuroso”: abbandonata ogni traccia seguiranno il torrente fino a ricongiungersi con me e gli altri due amici. Dopo un primo tratto ghiaioso il solco fluviale s’incunea tra pareti rocciose a formare un piccolo canyon, saltando di placca in placca lo discendono, una paretina verticale gli permette di evitare e superare il salto di una cascata. Seguendo le sinuosità del torrente, riprendono a camminare su pianeggianti ghiaie circondate dal bosco, alcune piante cadute obbligano ad una piacevole ginnastica. Riunitici proseguiamo ancora un poco oltrepassando facilmente la seconda cascatella, ancora alcuni metri e, raggiunta una boscosa strettoia della valle che forma una zona ombrosa, ci concediamo la sosta pranzo.

Data la doverosa pace agli stomaci giustamente affamati visto il forte ritardo sui tempi di marcia dobbiamo rimandare la prevista lettura da parte dell’amico Vittorio, nostra fonte di cultura e splendido lettore. Percorriamo ancora un pezzo di piano torrente e quando questo s’incunea in un stretto solco ingombro di piante lo abbandoniamo per prendere un sentierino che, alzandosi sul fianco della valle, ci riporta al torrente poco più avanti per subito riabbandonarlo alzandosi sul ripido fianco erboso a picco su di una profonda forra qui scavata dalle acque. Attraversata una fascia boschiva, perveniamo alla strada sterrata della Val Bertone e, passo dopo passo, rapidamente ci avviciniamo alla zona attrezzata con tavoli e barbecue, prevedendone l’affollamento noi maschi indolentemente ci rimettiamo i pantaloncini, mentre Francesca, altrettanto faticosamente, sbuffando reindossa mutandine e reggiseno. Forzatamente riallineatici al dogma sociale, cercando di non pensare ai segnali di fastidio emessi dai nostri corpi dopo ore di libertà, stupiti per le tante persone completamente abbigliate nonostante il sole cocente, sfiliamo oltre e proseguiamo lungo il largo e ben tenuto sterrato della bassa Val Bertone. In breve siamo al parcheggio di partenza, portiamo al Colle di Sant’Eusebio coloro che qui avevano lasciato l’auto, baci e abbracci con quelli che partono subito, in cinque restiamo per un ultimo momento davanti ad una bella birra presso il bar del colle.

Un’altra piacevole escursione s’è positivamente conclusa, allietata dal cielo sereno e riscaldata da un cocente sole, restano, ben impressi nella nostra mente, i bei ricordi, ai quali si sommano la soddisfazione del cammino, il piacere della compagnia, l’energia della nudità e l’aspettativa delle prossime uscite insieme. Grazie amici, grazie di cuore per l’ennesima vostra partecipazione, grazie!

#TappaUnica3V #nudièmeglio


La primavera è arrivata e stiamo marciando a larghi passi verso l’estate, ormai le temperature sono costantemente sopra i dieci gradi, durante il giorno il sole fa sentire la sua presenza inondando l’aere di un intenso calore. Le corolle si sono aperte, mille colori spezzano la monotonia dei prati e dei boschi, movimenti appena percettibili, lievi fruscii, svelano il rianimarsi della vita animale. Risveglio della natura e risveglio dei corpi, nudi corpi che godono del nuovo giorno, nudi corpi che mostrano la loro piena forma, nudi corpi che riprendono possesso dell’aerale montano muovendosi senza pudore alcuno. Lepri, cinghiali, lucertole, volpi, fagiani, coturnici, scoiattoli, ramarri, salamandre, insetti d’ogni genere e forma, nudi corpi incrociano sempre più spesso il mio cammino suggerendomi di rispettare a mia volta l’insegnamento della natura e così il mio corpo, non più frenato dalle basse temperature, si ribella al cilicio delle vesti e ardentemente anela al respiro totale. Diamogli soddisfazione, finalmente nello sforzo del duro cammino le vesti posso levare, finalmente senza barriere con il monte posso dialogare, finalmente il più piccolo raggio di sole posso sentire, il più fievole alito di vento mi può refrigerare, il minimo calore percepire. Sensazioni indescrivibili, sensazioni inimmaginabili, sensazioni che qualcuno ha voluto negarci e che ancora incomprensibilmente restano imprigionate nell’innaturale pudore, nella malata vergogna verso pochi centimetri del nostro copro, pochi centimetri che si vogliono immondi, pochi centimetri che tutti conoscono, tutti possono ben facilmente immaginare, pochi centimetri che sono il centro del corpo, che sono la vita del corpo, che più di tutti gli altri necessitano di aria e respiro. Vestiti è bello, nudi è meglio… #nudièmeglio!


1 e 2 aprile – VivAlpe emula TappaUnica3V con una bella cinquanta chilometri

Doveva essere un’escursione con gli Amici di Mondo Nudo ma alla fine mi trovo da solo, ovviamente non rinuncio e ne approfitto per fare un buon allenamento. Il ginocchio sinistro ha dato ancora problemi: prenotate radiografia e visita specialistica.

54 chilometri, 3200 metri di dislivello, 20 ore di cui 16 di cammino.

7 aprile – Ritirata radiografia ginocchio sisnitro

A leggere il referto c’è da spaventarsi, vedremo cosa dice l’ortopedico.

9 aprile – Monte Dragoncello da Nave

Insieme a Maria esploro il sentiero che dalla Mitria di Nave porta alla sella delle Casine Eciè  in zona Cariadeghe. Bel sentiero con salita pressoché costante e ripida nella prima parte, poi, attraversato il Senter Bandit, alla salita si alternano tratti di mezzacosta che concedono un poco di respiro. Arrivati alla sella dopo una breve sosta risaliamo alla vetta del Dragoncello per poi scendere sul versante opposto passando dalla Campana. Sella di San Vito, sentiero 3V per la Valle Salena e siamo all’auto. Lungo la discesa il ginocchio sinistro ha dato qualche accenno di dolore e di blocco, comunque niente a che vedere con i problemi avuti in precedenza: la speranza di una totale ripresa si fa viva.

11 chilometri, 856 metri di dislivello, 5 di cammino effettivo (6 totali).

13 aprile – Anello del Budellone

Breve ma intenso allenamento sul monte di casa per esaminare meglio il dolore del ginocchio sinistro e presentarsi alla visita specialistica con dettagli precisi e un ginocchio non in stato di totale riposo.

8,5 chilometri, 329 metri di dislivello, un’ora e trentatré minuti.

14 aprile – Visita ortopedica

Pare essere tutto a posto, il dolore non è evocabile, il ginocchio è asciutto e non presenta segni di sofferenze o lesioni, si prosegue con breve cura antinfiammatoria e risonanza magnetica.

17 aprile – Monti di Gavardo

Con Maria ci facciamo un giro sui monti di Gavardo, lei ha un problema al piede sinistro e non abbiamo un programma preciso: andremo avanti fin tanto che il suo piede non duole. Partiamo da località San Rocco seguendo un sentiero segnato che, quando segue una tortuosa strada cementata, abbandoniamo per seguire delle tracce nel bosco che tagliano i tornanti. Salendo a casaccio seguiamo di volta in volta stradine e sentieri. Poco sotto la zona attrezzata di Tesio Maria impone l’alt, ci fermiamo a far calmare i dolori al suo piede e poi ritorniamo alla base.

10 chilometri, 400 metri di dislivello, 3 ore

23 aprile – Uscita a Sant’Emiliano: tanti colori in una natura florida e avvolgente

Escursione con gli Amici di Mondo Nudo, partendo da Gardone Val Trompia effettuiamo un bell’anello che ho individuato durante i miei allenamenti. Alla partenza rilevo molte fitte al ginocchio… destro, mannaggia, ora ci si mette anche questo; il sinistro invece viaggia bene solo verso la fine manifesta la solita sensazione di stiramento, ma leggerissima e senza l’impressione di blocco.

13 chilometri e mezzo, 822 metri di dislivello totale, 7 ore e mezza (6 e mezza di cammino effettivo).

30 aprile – Sant’Onofrio da Piezze di Nave

Gitarella in compagnia della moglie, risaliamo per intero la Val Listrea, giunti alla Cocca una fievole ma fredda brezza ci accompagna lungo la strada che porta all’inizio del sentiero. Lungo mezzacosta nel bosco, breve salita ed eccoci sul crinale che porta alla piccola chiesetta di Sant’Onofrio, qui ritroviamo la brezza e dobbiamo procedere per trovare un posto riparato dove fermarsi a mangiare. Ripida e lunga discesa fra tantissimi Gigli Martagone (e altri fiori) e siamo di rientro all’auto.

10 chilometri, 695 metri di dislivello, 5 ore con una mezz’ora abbondante di sosta pranzo.

1 maggio – Anello di Facqua

Dopo una lunga sosta a causa dei problemi alle ginocchia rieccomi sulla via del monte, oggi voglio perlustrare due varianti che ho individuato nel tratto che dal Passo Del Cavallo porta alla Brocca. Parto con un programma incerto, valuterò il da farsi in base alle sensazioni che mi daranno le ginocchia. Velocemente salgo senza problemi la prima parte su asfalto e sterrato e in poco arrivo al bivio con la prima variante, subito individuo un bel sentiero che però poco dopo devia parecchio rispetto alla mia linea ideale quindi lo abbandono per proseguire su terreno libero. Ripida la salita e le ginocchia rispondono bene, breve discesa e sono nuovamente sul tracciato originale, ma per poco, subito si diparte la seconda variante. Ancora ripida salita, altro costone panoramico, lo sguardo si allarga ad abbracciare il Brenta, il Lago di Garda, la Pianura Padana e, dietro a questa, l’irregolare linea delle Alpi Liguri. Vetta della Punta Camoghera, discesa per un crinale a picco sull’abitato di Lumezzane ed eccomi alla sella de La Brocca, le ginocchia vanno alla grande, decido di proseguire, ovviamente per la variante alta del sentiero 3V. Gelandomi le mani supero il caratteristico camino de La Streta, poi resto basito dalla velocità con cui risalgo un tratto erboso pressoché verticale, un tratto che mi ha sempre fatto ansimare, oggi, invece, tre, proprio tre di numero, balzi e ci sono sopra, eccomi alla cima del Dossone di Facqua, velocemente mi butto sulla discesa e vado a riprendere la variante bassa del 3V con la quale chiudo l’anello e, dopo l’incontro magico con una grossa lepre, rientro all’auto.

13 chilometri, 746 metri di dislivello, un’ora e ventitré la salita al Dossone di Facqua, due ore e cinquantasei il giro totale.

6 maggio – Anello medio del Monte Tre Cornelli

Con partenza da Vallio Terme c’è un interessante sentiero che sale al Tre Cornelli ma se si segue la segnaletica si è costretti a fare un su è giù lungo lo stesso percorso mentre io mi sono ormai abituato a compiere anelli e voglio quindi trovarne uno anche per questa salita. Individuato sulla carta lo sperimento in pratica: bello! Ci do dentro e le ginocchia rispondono molto bene.

Salita 4,5 chilometri fatta in un’ora e tredici minuti, ovvero 3,7km/h.

Discesa 6,5 chilometri fatta in un’ora e cinque minuiti, ovvero 6km/h.

Totale 11,11 chilometri, due ore e diciotto minuti, ovvero 4,83km/h

7 maggio – Monte di Paitone

Breve escursione sopra Paitone seguendo prima la strada asfaltata che sale al Santuario della Beata Vergine, da qui per sentiero e poi asfalto a Marguzzo e chiesa di San Martino, indi stradine e sentieri che portano verso Tesio di Serle. Ritorno identico fino al santuario da qui mulattiera a San Rocco e strada all’auto. Ginocchia tutto ok.

8 chilometri, 430 metri di dislivello, 2 ore

9 maggio – Anello del Budellone

Nuovamente sul monte di casa per un test delle ginocchia: parto da casa di corsa e senza sosta copro i due chilometri di asfalto che portano all’inizio del sentiero, sempre di corsa mi lancio per questo che parte subito ripido, riesco a tenere il passo per un breve tratto ma pur sempre più lungo del solito. Al cammino forzo a più non posso fino alla vetta, immediatamente, nonostante i quadricipiti bruciati, mi butto nella discesa riprendendo la corsa che interrompo a tatti solo nel lungo diagonale che dal Bus porta alla Casa degli Alpini di Prevalle. Poco prima di arrivare a quest’ultima, sbucando in no spiazzo piano una grossa ombra in fuga mi passa davanti, un grugnito la identifica senza dubbio, più piccole schiene pelose brune striate di bianco sono ferme davanti a me e si allontanano con calma, avendo compreso la situazione mi blocco, alla mia destra distanziata di circa dieci metri, la grossa cinghiala mi fissa dritto negli occhi, guarda verso i suoi piccoli e poi, tranquillizzata dalla mia immobilità e dall’allontanarsi dei suoi cinghialotti, di scatto si gira e si tuffa nel fitto del bosco. Inebriato dal bellissimo incontro (li avevo sempre sentiti e mai visti), riprendo il cammino (per sicurezza evito la corsa) e rientro senza problemi a casa: ginocchia alla grande.

8,5 chilometri, 329 metri di dislivello, 20 minuti alla base del sentiero (2,8km di piano asfalto), 32 (20+12) minuti alla vetta, un’ora e ventotto l’intero giro.

12 maggio – Ritirata risonanza magnetica

Dal referto per quanto ne possa capire si direbbe che non ci sono grossi problemi, un modesto versamento sinoviale potrebbe ricondursi, a mio parere, ad un vecchio incidente con distorsione e conseguente siringata per levare il liquido formatosi, e/o ai vari traumi che l’intensa attività alpinistica mi ha provocato. Purtroppo per un solo giorno (avevo all’11 la prenotazione con l’ortopedico) ho dovuto spostare la visita specialistica e dovrò attendere fino all’8 giugno per avere un riscontro preciso. Speriamo bene!

13 maggio – La notte di #VivAlpe 2017

Altra escursione con gli Amici di Mondo Nudo, un suggerimento per sperimentare la marcia notturna a quei tanti che non l’hanno mai fatto. Si risveglia qualche dolore alle ginocchia, in particolare destra e in salita.

7,5 chilometri, 678 metri di dislivello, 4 ore e mezza con un’ora e venti di sosta

20 maggio – Anello stretto del Monte Tre Cornelli

Altro serio test per le ginocchia, salita per il più diretto sentiero segnalato che da Vallio Terme raggiunge la vetta del Tre Cornelli, discesa per il sentiero precedentemente percorso in salita per l’esplorazione dell’anello medio. Sperimento un’app di tracciatura e rilevazione (Sportractive) che ho installato sull’ormai non più nuovissimo cellulare: interessante, utile, comoda, in particolare la segnalazione vocale della velocità, comunque ancora non risolve tutti i problemi (evidenzia una forte differenza, in più e a mio parere in meglio, nel calcolo dislivello con GPSies). Ginocchia ok, destro senza dolori, sinistro lieve dolore in sede laterale più bassa degli episodi inziali senza sensazioni di blocco al movimento, apparso nell’ultimo chilometro di discesa.

7,6 chilometri, 707 metri di dislivello, un’ora e trentadue minuti per un ritmo medio corrispondente a 12:08 minuti al chilometro (4,94km/h), ritmo massimo 05:30 minuti al chilometro (10,66km/h).

21 maggio – Anello largo dell’Eremo di San Giorgio a Caino

Ancora un’escursione con la moglie inanellando tre sentieri già fatti separatamente: ne esce un anello molto interessante. Nessun particolare dolore alle ginocchia.

11 chilometri, 790 metri di dislivello, tre ore e cinquantatré minuti.

27 maggio – Allenamento annullato

Volevo uscire per un altro allenamento / esplorazione più in quota, mi sono alzato molto presto con dolore al collo, mentre mi preparo la colazione sono titubante: le ginocchia stanno bene ma è tutta settimana che permane una lieve sensazione dolorosa al lato esterno del ginocchio sinistro (poco sotto la sede dei primi dolori), vi si aggiungono la giornata non bellissima e varie questioni che mi frullano nella testa rendendomi incerto sul da farsi, alla fine accendo il computer e mi metto a scrivere questa relazione. Passano le ore e, stando seduto a lungo, compare nuovamente la distribuita sensazione dolorosa laterale: forse ho fatto bene a starmene a riposo, anche perché domani c’è un’altra uscita con gli Amici di Mondo Nudo.

La notte di #VivAlpe 2017


Tra disattenzioni, malanni, impegni di lavoro e altre occupazioni non meglio definite alla fine siamo rimasti solo in due, ma l’escursione in notturna è stata comunque fatta e, penso, con soddisfazione anche da parte di chi mi ha accompagnato.

Nel pieno della notte io e Angelo ci siamo incamminati dal parcheggio appena fuori il paese. Quasi subito un grosso ratto esce da un campo incolto e si blocca in mezzo alla strada davanti a noi, resta immobile per qualche decina di secondi poi si gira su se stesso e ritorna da dov’era venuto. Riprendiamo il cammino anche noi, con calma risaliamo il ripido asfalto e arriviamo all’isolato e solitario parcheggio del Pian delle Castagne. Ancora qualche minuto su strada sterrata ed eccoci al Santuario della Madonna delle Fontane, ultimo segno del centro abitato che ci siamo lasciati alle spalle.

Inizia il sentiero e si entra nel bosco, la luce delle frontali ci precede lungo il cammino illuminando i numerosi neri insetti che sfruttano la notte per uscire dalle loro tane. Ogni tanto anche il capo di qualche fiore si mostra a noi dando una nota di colore al nero costante del bosco notturno. L’amico è un poco preoccupato dalla possibilità di incontrare dei cinghiali, io ormai ci sono abituato alla notte e… ai cinghiali, lo tranquillizzo e procediamo senz’intoppo.

La salita non è ripida ma le mie gambe allenate dal tanto allenamento che sto facendo per TappaUnica3V hanno preso un passo troppo sostenuto e sento che il respiro del mio compagno di cammino va facendosi troppo irregolare e veloce, rallento al limite del mio equilibrio e pian piano le cose migliorano. Tra le fronde degli alberi s’intravvede un poco di cielo, stiamo per arrivare in cresta. Pochi minuti ed eccoci sul crinale, la vista si apre e possiamo individuare tutte le montagne che ci circondano, in basso le luci di Nave e di Caino, più lontano, dietro la sella di San Vito, quelle di Rezzato, più a destra quelle di Brescia.

Dopo una breve doverosa sosta contemplativa ripartiamo, oltrepassando alcuni capanni di caccia ci alziamo verso la meta che già s’intravvede alla nostra sinistra. Volevo arrivarci per una variante che evita una ripida e scabrosa discesa, al bivio, non conoscendola, sbaglio e seguo la segnaletica. Me ne accorgo poco dopo dato che stiamo procedendo su terreno assai ripido anziché a mezza costa, ormai è fatta e proseguiamo per la strada presa, superiamo la ripida discesa e con l’ultima salitella eccoci, con circa trenta minuti di anticipo sulla tabella di marcia, all’Eremo di San Giorgio.

Tolti gli zaini ci godiamo la notte e il panorama, in lontananza le luce di Bardolino e Garda illuminano impercettibilmente la superficie del lago di Garda, lago invero invisibile ma che  io posso facilmente individuare conoscendo benissimo questo paesaggio. La luna si libera delle nuvole e mostra orgogliosa il suo sorridente viso. Ho qui previsto una lunga sosta pertanto mi rivesto e consiglio all’amico di fare altrettanto, se il calore del cammino ci ha consentito di stare a nudo, stando fermi la temperatura diventa meno confortevole. Dopo esserci reidratati, ci accomodiamo su di una panchina, mangiamo qualcosa, ci scambiamo due chiacchiere per poi abbandonarci ad un leggero dormiveglia. I rumori della valle giungono quassù come se fossero a due passi: il brusio delle auto che salgono verso il Colle di Sant’Eusebio o da questo discendono verso Caino, il rombo di una moto, il ritmico tum tum cardiaco di una discoteca, persino la voce nitida di una donna.

Ore due della notte, il lago s’è coperto d’una fitta foschia, il freddo s’è fatto più intenso, è ora di ripartire. Vestiti percorriamo il tratto di crinale che porta verso Conche, una fredda brezza lo percorre e i nostri corpi stentano a riprendere calore. Arriviamo al bivio con il sentiero che scende verso Caino e che dobbiamo prendere, siamo da poco rientrati nel bosco, protetti dalla brezza possiamo indossare la veste della natura,  recuperare lo stato di piena simbiosi con l’ambiente che ci circonda e reimmergerci nelle sensazioni che solo la nuda pelle può donarci.

Rieccoci alla base, alle prime case del paese, all’auto. Sono le quattro del mattino, in rispettoso silenzio riponiamo gli zaini nel baule della vettura, cambiamo le scarpe e, arricchiti da questa nuova esperienza, ritemprati da queste poche ore di piena natura, ci avviamo verso le nostre case.

Grazie Angelo, alla prossima!

Uscita a Sant’Emiliano: tanti colori in una natura florida e avvolgente


Anche la quinta uscita di VivAlpe 2017 è andata, il gruppo è tornato a rinsaldare le proprie file anche se molti, sfruttando i vari ponti consecutivi, erano volati in lidi oceanici dove il nudo è assai più semplice e apprezzato anche a livello urbano. Noi pochi rimasti, con la piacevole graditissima aggiunta di un nuovo amico, ci siamo ritrovati per questa ennesima escursione con la quale diffondere, nel limite del fattibile, il verbo della natura.

Alle otto e mezza siamo in cammino da quel di Gardone Val Trompia, l’aria è pungente ma poco sopra il sole già illumina il bosco dandoci, insieme alle favorevoli previsioni, speranza di una salita presto resa confortevole. Così infatti avviene e dopo una mezz’ora qualcuno si leva il qui inutile fardello degli abiti. Il sole, però, è oggi in vena di scherzi e dopo un’altra mezz’ora va a celarsi dietro una coltre di nuvole sempre più spessa e predominante, la temperatura crolla e le vesti tornano a fare il loro vero (e pressoché unico) servizio: proteggere dal freddo (anche se, invero, uno di noi, più intrepido degli altri, indossa solo la maglia pesante).

Essendo pochi. pur osservando le varie essenze floreali che contornano il sentiero (tra le quali delle bellissime orchidee ed estese macchie di fragoline selvatiche), pur fermandoci a raccogliere delle erbe commestibili (i Verzulì), saliamo abbastanza veloci e, dopo aver lasciato il passo ad un escursionista che già era di ritorno, con largo anticipo sulla tabella siamo alla località Paer dove il sentiero sfocia sulla sterrata che porta al santuario. Ci concediamo una breve pausa per osservare il panorama che si apre dalla sella che sovrasta di pochi metri la strada. Gli scorci panoramici ci accompagnano per tutto il resto della salita, prima sulla Val Trompia, poi sulla Valle di Lumezzane e il monte Palosso, infine verso la Corna di Sonclino, a questo punto siamo arrivati a Sant’Emilaino che troviamo ben affollato. Un intenso profumo di salamine grigliate pervade le nostre nari e intensifica il senso di fame che da una decina di minuti aveva già preso alcuni di noi, decidiamo comunque di scendere un poco per poterci accomodare in zona più tranquilla e silenziosa.

Uscendo un poco dal sentiero principale troviamo un punto riparato dal gelido venticello e, incitati dal sole che qui infuoca l’aria, ci liberiamo degli abiti accomodandoci sull’erba per gustarci un’ora di naturalezza. Prima rifocilliamo il corpo con il poco cibo presente nei nostri zaini, poi diamo gratificazione allo spirito ascoltando il nostro abile lettore Vittorio che ci inebria con tre bellicismi racconti, due dei quali sono stati inviati (e accettai) per un concorso letterario (“Racconti nella Rete” di LuccAutori).

Giunta l’ora di ripartire siamo costretti a forzare su di noi quantomeno i pantaloncini che però presto torneranno a dormire nello zaino concedendoci una discesa inebriante nella verdissima e splendida Val Vandeno. Lungo è il cammino e con tutta calma lo percorriamo con alcune brevi fermate per guardarci attorno e fissare nella mente le immagini che la natura ci sta offrendo. Ad un bivio sbaglio direzione e conduco gli amici in una fortunatamente breve digressione. Presto mi accorgo dell’errore e recupero la retta via che in poco ci porta sul fondo valle nei pressi dell’abitato di Marcheno. Da qui il ritorno alle auto è segnato da un affollato percorso pianeggiante dove dobbiamo purtroppo camminare nella pudica corazza creata dalla censoria società alcuni secoli addietro e contraddittoriamente ancora richiesta in molti contesti: cosa c’è di più sacro e santo del corpo umano? può bastare l’invenzione (umana e per molti secoli ignorata) del peccato originale a obbligarci in questo? che fastidio reale, irrisolvibile, fisico può dare la vista di un corpo nudo, anzi, gran parte del corpo è oggi quasi ovunque accettato, indi la vista di due glutei, un paio di mammelle e/o un pene? è indubbiamente ora di evolversi e tornare alla primigenia visione del corpo per quello che è: semplice e spontanea natura!

Grazie Amedeo, Angelo, Attilio, Paola e Vittorio, grazie per questa ennesima splendida giornata, grazie per il supporto che date all’azione rieducativa di Mondo Nudo e di VivAlpe, grazie.

Alla prossima.

#TappaUnica3V tutti i numeri


Come già avevo riferito, negli ultimi allenamenti si è evidenziato un dolore al ginocchio sinistro, dolore che si manifestava solo in discesa e solo sui tratti più scabrosi per poi mantenersi per un giorno o due nella discesa di scale. Presupponendo un sovraccarico, in attesa della visita medica specialistica, pur senza interromperli del tutto, ho comunque ridimensionato gli allenamenti riducendo le uscite e la velocità.

Fatti i primi accertamenti medici (radiografia e visita ortopedica) non si è potuto stabilire le precise cause del problema: apparentemente è tutto a posto, pertanto, in attesa della risonanza magnetica, onde anticipare il recupero totale, sulla base di possibili ipotesi (sovraccarico, giusto come avevo già ipotizzato io stesso) sto facendo una cura antinfiammatoria alla quale se necessario potrebbe seguire una terapia TECAR o/e magnetica.

In attesa di poter riprendere gli allenamenti più intensi, ho fatto, con la miglior precisione possibile (comunque non assoluta: confrontando guide e carte topografiche ho rilevato differenze anche importanti tra le quote, e anche le piattaforme web per la tracciatura dei percorsi sono imprecise), un poco di conti per individuare tutti i numeri di TappaUnica3V… eccoli!

  • Quattro i punti di rifornimento.
  • Cinque, di conseguenza, le tratte di cammino ininterrotto.
  • Tratta 1 – Brescia (Piazza Loggia) / Lodrino (B&B Isdola Verde)
    • 38,682km di lunghezza
    • 2676m D+ (dislivello positivo)
    • 2083m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 170m
    • quota massima 1352m
    • 9 vette principali
    • 11 valichi principali
    • 11,45 ore di cammino effettivo
    • 3,29km/h la velocità media di cammino
    • 6 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport Competition
    • 3 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 2 confezioni Enervit Powerbar PowerGel
    • 2 barrette Enervit PowerTime
    • 250 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 10,24kg di zaino alla partenza
  • Tratta 2 – Lçodrino / Giogo del Maniva (Albergo Dosso Alto)
    • 26,243km di lunghezza
    • 2156m D+ (dislivello positivo)
    • 1265m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 750m
    • quota massima 2064m
    • 7 vette principali
    • 12 valichi principali
    • 8,35 ore di cammino effettivo
    • 3,06km/h la velocità media di cammino
    • 5 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport Competition
    • 2 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 2 confezioni Enervit Powerbar PowerGel
    • 2 barrette Enervit PowerTime
    • 250 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali  problemi di stomaco
    • 9,09kg di zaino alla partenza
  • Tratta 3 – Maniva / Colle di San Zeno
    • 25,646km di lunghezza
    • 1241m D+ (dislivello positivo)
    • 1485m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 1409m
    • quota massima 2217m
    • 16 vette principali
    • 9 valichi principali
    • 7,10 ore di cammino effettivo
    • 3,58km/h la velocità media di cammino
    • 4 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 2 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 1 confezione Enervit Powerbar PowerGel
    • 1 barretta Enervit PowerTime
    • 150 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 7,79kg di zaino alla partenza
  • Tratta 4 – Colle di San Zeno / Zoadello Alto
    • 21,381km di lunghezza
    • 1171m D+ (dislivello positivo)
    • 1926m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 655m
    • quota massima 1948m
    • 3 vette principali
    • 6 valichi principali
    • 6,40 ore di cammino effettivo
    • 3,22km/h la velocità media di cammino
    • 4 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport Competition
    • 2 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 1 confezione Enervit Powerbar PowerGel
    • 2 barrette Enervit PowerTime
    • 150 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 7,86kg di zaino alla partenza
  • Tratta 5 – Zoadello Alto / Brescia (Urago Mella)
    • 23,520km di lunghezza
    • 1005m D+ (dislivello positivo)
    • 1498m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 161m
    • quota massima 1035m
    • 8 vette principali
    • 5 valichi principali
    • 5,50 ore di cammino effettivo
    • 4,03km/h la velocità media di cammino
    • 5 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport Competition
    • 2 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 1 confezione Enervit Powerbar PowerGel
    • 2 barrette Enervit PowerTime
    • 150 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 8,93kg di zaino alla partenza
  • Totali
    • 135,472km di lunghezza
    • 8249m D+ (dislivello positivo)
    • 8257m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 161m
    • quota massima 2217m
    • 43 vette principali
    • 43 valichi principali
    • 40,00 ore di cammino effettivo
    • 5,00 ore di sosta programmata (ai punti di rifornimento): 1+2+1+1
    • 3,37km/h la velocità media di cammino
    • 45 litri di Acqua Maniva Naturale pH8 (24 per il mio utilizzo in cammino, gli altri disponibili ai punti di rifornimento)
    • 6 litri di Acqua Maniva frizzante pH8  (per gli assistenti logistici)
    • 6 litri di Tè al limone Maniva (per gli assistenti logistici)
    • da 1 a 4 (a seconda di come si potrà organizzare l’assitenza logistica) barattoli di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • Altri 20 litri di Acqua Maniva Naturale PH8 disponibili presso i punti di rifornimento
    • 5 barrette energetiche Enervit Power Sport
    • 4 barrette energetiche Enervit Power Sport Competition
    • 11 bricchettini Enervitene
    • 10 tavolette Enervitene Hone Hand
    • 7 confezioni Powerbar PowerGel
    • 9 barrette PowerTime
    • 950 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 10 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 4 panini imbottiti (che saranno disponibili e utilizzerò ai punti di rifornimento)
    • 10,24kg il peso massimo dello zaino (alla partenza tratta)
    • 3,3kg il peso minimo dello zaino (ad arrivo tratta)

#VivAlpe emula #TappaUnica3V con una bella cinquanta chilometri


Sabato 1 aprile, stamattina, al risveglio, le ginocchia m’hanno fatto un bel pesce d’aprile: dolori ovunque, mannaggia, proprio oggi che c’è la partenza della cinquanta chilometri di VivAlpe: l’Anello Bassissimo del 3V. Massaggione con Arnica in gel e poi faccio scorrere il tempo facendo alcuni lavoretti al computer e alcuni mestieri di casa. Con attenzione preparo l’equipaggiamento e allestisco lo zaino, piccolo, per giunta stretto a metà dal variatore di carico, eppure capace di contenere tutto quello che mi serve: eccezionale. Arriva l’ora della partenza, visto che sarò solo Maria mi accompagna a Brescia e mi verrà a riprendere domani.

Le ultime luci del giorno mi accompagnano nella risalita verso la vetta del Monte Maddalena, rumori della città che man mano si fanno più fievoli, una bellissima upupa dalla cresta marrone mi svolazza attorno per alcuni minuti, nel cielo le poche nuvole lasciano intendere un tempo clemente, il caldo man mano lascia il posto alla frescura, poi un fortissimo vento. Freddo, freddo pungente, dinnanzi all’ex rifugio una provvidenziale panchina m’offre comoda base per una prima sosta alimentare, nel mentre la notte velocemente si sovrappone al giorno. Lunga notte, segnata da una piccolissima falce di luna, nuvole sparse a tratti più dense, uno scroscio d’acqua, fruscii nel bosco, sbattiti d’ala improvvisi e altrettanto improvvisi fruscii d’animali in fuga, versi d’uccelli, un fascio di luce che fende l’oscurità illuminando il sentiero e la continua teoria di gialle primule, odori più o meno noti, lontane luci. Salite e discese che si susseguono, un’alternanza di strade e sentieri, per stavolta lento è l’incedere, intercalato da brevi pause contemplative e da lunghe soste alimentari, il caldo e il freddo che si mescolano di continuo, tremori e sudori, sudori e tremori, maglie che si sovrappongono o tornano nello zaino.

Luce del mattino, Villa Carcina, discreto anticipo, riposo ad una panchina, l’acqua d’una fontanina, colazione al bar, l’attesa di eventuali compagni, ripartenza solitaria. Una dura salita, un passo forzato, un tempo dimezzato, eccomi in cresta, eccomi nuovamente sul sentiero 3V.  È praticamente fatta anche se inverò mancano ancora una ventina di chilometri: da qui solo la lunghissima altalenante discesa verso l’arrivo. Ancora fiori, tantissimi fiori, soprattutto primule. Ora lo sguardo spazia lontano, ora s’incontrano persone, i rumori della valle si sono svegliati, il sole prima timidamente poi con maggior decisione squarcia le nuvole e riscalda l’aria. Passo dopo passo scorrono i monti, chilometri che si sommano ai chilometri, metri ai metri, nessuna stanchezza. Magnoli, Sella dell’Oca, Quarone, Passo della Forcella, Santuario della Stella. Forte anticipo sui tempi previsti, lunga sosta per pranzo, goduria del sole sulla pelle, l’incontro gradito con una collega, l’acqua fresca di una fontanella. Di nuovo in cammino, lentissimo cammino, tempo da far scorrere, osservazioni, pensieri, visioni. Penultima vetta, ancora una sosta. Via verso l’arrivo ormai vicino, c’è ancora tempo, sull’ultima discesa una piana radura erbosa offre comodo giaciglio per un’oretta di riposo steso e leggero. Suona il telefono, sono arrivate, stanno venendomi incontro, posso scendere, posso dare fine a questa lunga entusiasmante escursione. Baci, abbracci, informazioni, il beverone di recupero e un gelido crodino (che fantastica moglie), ancora pochi minuti di cammino e poi la macchina, il cambio, ancora qualcosa di fresco da bere.

È finita, anche questa è fatta, fatta nonostante tutto, fatta pur essendo rimasto solo, solo all’inizio, solo a metà, solo nella notte, solo nel giorno, solo. Fatta nonostante il ginocchio dolorante, nonostante la sofferenza nelle discese della seconda parte, un dolore forte, ma anche un dolore circoscritto, circoscritto ai punti scalinati, circoscritto ad una zona specifica del ginocchio, circoscritto e pertanto facilmente gestibile: opportune tecniche conservative mi hanno permesso di mantenere una velocità apprezzabile senza troppo sollecitare la parte dolente.

È finita, anche questa quarta uscita di VivAlpe 2017 si è conclusa, dignitosamente conclusa, conclusa integrandovi un per me importante test in funzione di TappaUnica3V:

  • cinquantaquattro chilometri e tremila duecento metri di dislivello;
  • un totale di circa venti ore (quattordici per il tratto da Brescia a Villa Carcina e sei per il ritorno a Brescia sulla sponda opposta della Val Trompia), delle quali al massimo sedici di cammino;
  • piena soddisfazione del nuovo zaino, scalda un po’ troppo la schiena (cosa comunque apprezzabile con il freddo) facendola sudare in abbondanza, ma è comodo sia nell’uso che nel portamento;
  • adeguatissimo l’abbigliamento selezionato;
  • perfetto il nuovo calcolo della quantità di liquidi;
  • giusto il nuovo rapporto tra acqua pura e acqua integrata (1 a 1);
  • ottimi i nuovi gel e ottimale il loro ritmo di utilizzo;
  • fantastica la mia preparazione fisica di base, andrebbero solo rinforzati i quadricipiti che si fanno facilmente e velocemente dolenti quando forzo il cammino, comunque a una velocità di molto superiore a quella che dovrò tenere nel giro finale;
  • forse troppo soft ma per nulla fastidiose le ginocchiere, indossate per quasi l’intero percorso;
  • grandiose le fasce rotulee, nei precedenti utilizzi non mi avevano invece particolarmente soddisfatto, qui, invece, indossate verso la fine in pochi minuti hanno azzerato tutti i dolori del ginocchio destro e quasi tutti di quello sinistro;
  • resta preoccupante il doloroso problema al ginocchio sinistro che, sebbene si risolva spontaneamente, necessita di tempi di riposo troppo numerosi e troppo lunghi rispetto a quello che potrò permettermi nel giro finale… già prenotate radiografia e visita specialistica.

Alla prossima!

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