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#VivAlpe 2019, gustando antichi sapori


Castel Bertino, seconda vetta del Monte Guglielmo (archivio Emanuele CinellI)

Il Monte Guglielmo è di sicuro una delle montagne più frequentate delle Prealpi Bresciane, quasi tutti a Brescia la conoscono, anche perché dalla città è ben visibile, se ne individua persino la chiesetta monumento eretta sulla cime dal Castel Bertino. Ne consegue che i sentieri che lo risalgono sono alquanto battuti, non tutti però e così anche qui è possibile compiere delle escursioni in piena solitudine, gustandosi il piacere di camminare immersi in una natura rigogliosa e invadente, di ascoltare l’insolito rumore del silenzio, di odorare il dolce profumo dei ciclamini che popolano il bosco, d’imprimere nella mente i mille colori che inondano i pascoli, di potersi liberare dai vincoli che impongono la copertura del corpo, di sentire il sole e l’aria che liberamente inondano la pelle. La Valle della Lana è uno di questi percorsi ed è stata la traccia di questa nostra escursione.

Sabato sette settembre, di prima mattina in quattro ci ritroviamo al piccolo parcheggio di Inzino Gorga, la presenza dei mezzi di trasporto d’una fiera, che non sapevamo esserci, ci complica un poco il posizionamento delle nostre vetture. In ogni caso in perfetto orario ci mettiamo in cammino.

Superato velocemente il gelido tratto di strada asfaltata, eccoci all’inizio del sentiero, un poco di sole ci riscalda ma quasi subito si rientra nell’ombra degli alberi dove la presenza del torrente contribuisce a rallentare il riscaldamento dell’aria. Proseguiamo ammirando le varie cascatelle e le diverse pozze, poi il sentiero, con breve ma ripida balza scalinata, si alza sopra una profonda forra rocciosa, Con questo primo sforzo le nostre membra raggiungono la temperatura del confort e l’abbigliamento, ormai inutile, finisce stipato negli zaini.

Una delle cascatelle della Val d’Inzino (archivio Emanuele CinellI)

Eccoci al bivio per la Val della Lana: dal calmo cammino pressoché pianeggiante ci si trova improvvisamente catapultati in una ripida salita. Con la complicità del passo impostato da Stefan, qualcuno inizia a lamentare l’indurimento muscolare alle gambe, allora, con uno slancio corsaiolo, recupero la testa della fila e imposto un passo più tranquillo. Alcuni tratti pianeggianti, seppur brevi, consentono di recuperare fiato ed energia e riusciamo a proseguire senza l’esigenza di rilevanti soste.

Passando attraverso l’immancabile macchia di pungenti ortiche, oltrepassiamo i ruderi di Malga Lana e procediamo nel bel bosco costellato di varie specie di funghi. Con piacere ne indico il nome volgare e scientifico ai miei compagni, aggiungendovi annotazioni in merito alla qualità gastronomica, all’interesse alimentare e alla tossicità. La salita si è fatta meno ripida permettendoci di procedere abbastanza speditamente e, nonostante le diverse piante cadute che come forche caudine c’impongono una faticosa ginnastica, quasi senza accorgercene siamo alla strada che collega la Croce di Marone alla vicina malga Colonno Vecchio. Dieci minuti di sosta sono dovuti, vuoi per l’accogliente invito formulato dalla verdissima radura prativa contornata da rovi che ancora mettono a disposizione alcuni dei loro saporiti frutti, vuoi per rilassare le gambe prima d’immettersi sulla successiva salita che so essere nuovamente impegnativa.

Da Colonno Vecchio verso la Corna Tiragna (archivio Emanuele CinellI)

Ci alziamo all’interno di una splendida faggeta, la traccia, sempre ben visibile, sale quasi costantemente sulla linea della massima pendenza e così si guadagna velocemente quota: in poche decine di minuti, accolti dall’abbaiare di una decina di cani, siamo a Cascina Costarica, inaspettatamente ancora abitata dal pastore. Salutiamo cani e persone e riprendiamo il cammino immettendoci sul ripidissimo pascolo che si alza sotto le pareti rocciose della Corna Tirana. Seguendo le varie tracce di pascolo, con innumerevoli zig-zag guadagniamo quota raggiungendo il lungo diagonale che, senza particolari difficoltà tecniche, permette di raggiungere il crinale sovrastante le dette pareti rocciose. La stagione ha ormai spento la fioritura che in questo tratto e spesso notevole e straordinaria, ma possiamo comunque ammaliarci di un paesaggio altrettanto splendido, in particolare i miei compagni rimangono estasiati d’innanzi alla sorpresa che presenta l’arrivo sul crinale: l’improvvisa apparizione della grande distesa azzurra del lago d’Iseo che si distende ai piedi del verde cupo dei boschi, sopra i quali il verde dei pascoli si fa più chiaro a creare un fantastico quadro a mille tinte e mille contrasti.

Cascina Costarica e la salita che segue (archivio Emanuele CinellI)

Un forte vento freddo percorre il crinale, le basse nuvole scorrono velocemente coprendo e scoprendo qual che resta del nostro cammino verso la vetta. Tra giochi di luce aggiriamo i verdi rilievi sommitali, dopo una curva appare il monumento del Redentore, ancora pochi minuti e lo raggiungiamo. Le nuvole vogliono graziarci e, contrariamente a quanto spesso qui avviene a cavallo del mezzogiorni, si alzano a liberare completamente il panorama. Entriamo nel locale sotto la chiesetta per poterci rifocillare al riapro dal vento e dalla pioggia che, debole ma insistente, ha iniziato a scendere.

Panorama dalla vetta di Castel Bertino (archivio Emanuele CinellI)

Soddisfatte le esigenze dello stomaco e indossati gli indumenti da pioggia ci rimettiamo in cammino. Vorrei portarmi via quanto qualche maleducato ha lasciato sul tavolino presente nel detto locale: una bottiglia di plastica; un piatto, bicchiere e alcune posate sempre di plastica; vari resti di cibo. Purtroppo non ho con me e non è reperibile un sacchetto ove mettere tali rifiuti, per altro indosso la zaino da corsa, troppo piccolo per ospitarli. Sapendo che in zona sono presenti gli alpini per organizzare la grande manifestazione che qui ci sarà il giorno seguente, me ne vado un po’ meno dispiaciuto dal non poter effettuare le dovuta pulizia del locale (ci penseranno di certo loro), ma pur sempre amareggiato per il comportamento di certe persone.

Poco sotto la vetta la pioggia, come immaginavo, finisce e lascia man mano spazio al sole e al suo calore. Mantelle e giacche da pioggia ritornano negli zaini, purtroppo non accompagnate dai pantaloncini che, nonostante la temperatura rifattasi decisamente confortevole, per ora dobbiamo mantenere indossati data l’alta frequentazione del tratto che stiamo percorrendo. Un’oretta dopo, però, eccoci alla Croce di Marone e pochi minuti dopo infiliamo la Valle d’Inzino. Qui il percorso si fa nuovamente solitario e possiamo ridare libertà all’intera pelle, che immediatamente ci ringrazia.

La discesa per qualcuno s’è fatta critica: le gambe dure e dolenti gli provocano fitte ad ogni passo, specie quando si presentano, e si presentano spesso, saltini rocciosi o radichiosi da discendere. Con passo conseguentemente rallentato, discendiamo la valle, oltrepassiamo il tratto servito dalla cordina metallica, ammiriamo la cascata limitrofa a tale passaggio, apprezziamo il ritorno del rigoglioso e gaudente torrente, sorseggiamo l’acqua di una sorgente, liberiamo il sentiero da alcuni rami caduti, incrociamo due pescatori ed eccoci all’inizio della serie di guadi che preannunciano l’avvicinarsi alla fine del percorso, che raggiungiamo in una mezz’ora di cammino.

Videoclip dell’escursione (prodotto da Daniele)

#VivAlpe 2019 due nuovi amici e una spettacolare escursione


A causa di sconcertanti e sconfortanti avvenimenti (vedi “Lezioni di moralità”, “Gentilezza letale” e “Dagli all’untore”) avevo dovuto rimuovere dal programma la prevista uscita in quella splendida e solitaria valle di Braone che tanto mi e ci aveva colpito già al nostro primo incontro e nella quale, di conseguenza, siamo ritornati ogni anno per quattro anni con brevi escursioni e anche lunghi soggiorni. L’alternativa individuata, grazie anche a una precedente visita interrotta a metà per via della copertura nevosa che ancora ne copriva la parte più alta, è stata una valle che, per quota e collocazione territoriale, della val Braone ricalca in parte le caratteristiche: la val Retorti.

Più corta e priva di strutture ricettive, come la prima anche questa è una valle secondaria che, staccandosi da un solco più ampio, solitaria risale a monte incuneandosi tra alti dirupi in parte boschivi e in parte rocciosi, per terminare in una interessante, seppur poco rilevante, vetta al cui fianco sinistro orografico un piccolo valico la mette in comunicazione con altro solco vallivo e, attraverso questo, con una zona ben più frequentata. Come la prima anche questa è solcata da un rumoroso torrente e percorsa da un unico vero sentiero che, prima in un ombroso bosco, poi per soleggiato terreno aperto caratterizzato da grandi placche rocciose spezzate da linee d’erba arricchite di fiori e rododendri, seguendone i punti di debolezza risale tre ripide balze tra loro separate da pianeggianti conche.

Alla fine posso dire che, personalmente, sono assolutamente contento della scelta fatta, una scelta che ci ha permesso di effettuare un’uscita con tutte le caratteristiche necessarie a una classica escursione di montagna: dislivello superiore agli ottocento metri, lunghezza inferiore ai dodici chilometri, sentiero evidente e pulito. Dalle opinioni raccolte sono in grado di riportare che pure gli altri presenti sono rimasti soddisfatti, qualcuno ha faticato non poco per arrivare alla meta, anzi, distrutto voleva fermarsi poco sotto e solo a seguito della mia insistenza si è deciso a salire quegli ultimi fatidici venti metri di dislivello e cento di distanza. Anche questo è parte della gioia e della formazione di un escursionista: il saper andare oltre, il saper tenere duro, il saper riconoscere e superare i momenti di crisi, l’essere cosciente che sono sempre possibili e che è altrettanto sempre possibile affrontarli e vincerli, l’apprezzare la sensazione di profondo rilassamento che segue alla contrazione muscolare, di rinascita corporale che segue alla debolezza fisica, il sapere che il recupero non necessita di lunghe pause bensì richiede pochi minuti, imparare a conoscere realmente il proprio fisico e i suoi segnali, saper distinguere l’affaticamento dal trauma, saper superare la paura di non farcela.

Molti dei soliti amici sono in ferie, siamo comunque in otto: io, Maria, Stefan, Marco, Francesca, Luise, Daniele e Michel. Alla partenza la temperatura fa sentire qualche morso di freddo, ma ben presto, sotto l’effetto del cammino, la sensazione si attenua per poi passare sul lato opposto non appena il sole riesce a raggiungerci inducendoci a riporre tutte le vesti negli zaini. I due nuovi amici (Daniele e Michel), sebbene in contesti diversi, hanno già sperimentato la nudità e immediatamente si associano al resto del gruppo. Ripreso il cammino, tranquilli saliamo lungo il sentiero che, con vari tornanti, alternando tratti ripidi ad altri meno, sale nella fitta e pulita conifera. Incrociamo un escursionista che scende: superato il primo momento di comprensibile sorpresa ci passa accanto indifferente alla nostra nudità. Ci avviciniamo alla sommità del secondo salto della valle, qualcuno inizia a sentire la fatica, qualcuno ha impostato discorsi troppo profondi e impegnativi per accompagnare il cammino montano, le fermate si sono così moltiplicate prolungandosi assai più del necessario. Nonostante tutto perveniamo alla piana intermedia dove concedo al gruppo una breve sosta, vuoi per recuperare fiato e gamba, vuoi per spalmarsi la crema solare che, da qui in avanti, diviene assolutamente indispensabile, vuoi per permettere ad un gruppo di persone che sta salendo dietro di noi di superarci, ma questi si fermano pure loro e resteranno dietro di noi fino al lago Retorti.

Il lago, eccoci finalmente a questo fantomatico lago, invero una piccola pozza di discioglimento che riempie il fondo di una conca sottostante la ganda che porta alla piccola piramide sommitale del Monte Bruffione. Per noi rappresenta la meta e, mentre l’altro gruppo ci oltrepassa mirando alla vetta, ci sistemiamo nei suoi pressi per la nostra usuale lunga sosta pranzo. La passiamo mangiando e chiacchierando, godendo in piena tranquillità del sole e del panorama, disturbati solo da un grosso nuvolone che va a coprire il sole lasciando emergere la temperatura di quella brezza che fino a ora aveva solo compensato la forte insolazione.

Rientrati a valle percorrendo lo stesso percorso fatto in salita, come sempre, prima di lasciarci, ci raccogliamo attorno al tavolo di un bar per una fugace merenda e poi… ciao alla prossima.

#TappaUnica3V rifiniti anche gli ultimi dettagli


Mancano solo cinque giorni alla mia partenza, nella comunicazione della settimana scorsa avevo lasciato in sospeso ancora alcuni dettagli che ora sono stati definiti e li posso ufficializzare.

Partenza da Brescia dalla base di via San Gaetanino, dove la stessa si diparte da via Filippo Turati, alle ore 14:00 di sabato 29 p.v.

Passaggio dal Giogo del Maniva, Albergo Dosso Alto, previsto attorno le ore quattordici di domenica 30, ma potrei avere un anticipo o un ritardo sensibile, diciamo dalle dieci alle diciotto.

Rientro a Brescia al trivio via Interna, via della Piazza e via della Chiesa, ad orario imprecisabile, idealmente dovrebbe avvenire alle ore 14:00 di lunedì 1 luglio, ma potrei anticipare o ritardare sensibilmente, posso definire una fascia d’arrivo ipotetica dalle sei alle diciotto, prima di questa la vedo dura, dopo spero proprio di no, ma l’obiettivo quest’anno è di chiudere il giro indi se servisse potrei anche fermarmi di più per recuperare con eventuale ulteriore ritardo.

Non avrò con me il tracciatore GPS e quindi non sarà possibile seguire il mio cammino in tempo reale. Vedrò, per chi volesse eventualmente venirmi ad accogliere, di pubblicare un avviso su Twitter quando sarò in zona Polaveno, dalla quale avrò all’incirca cinque o sei ore all’arrivo.

Visto che mia moglie non potrà venirmi a prendere a Brescia per riportarmi a casa, mi sono organizzato per un delicatissimo (guidare dopo un siffatto impegno sarà alquanto problematico) rientro in autonomia, se ci fosse qualcuno disposto a darmi questo importante contributo me lo faccia sapere (per chi lo conosce tramite telefono, per gli altri commentando qua sotto o attraverso il modulo di contatto del blog) quanto prima possibile e comunque entro giovedì sera. Grazie!

#TappaUnica3V il viaggio continua


A fine mese mi rimetterò sulla strada del sentiero 3V “Silvano Cinelli” per il mio ormai consueto appuntamento con il lungo solitario cammino di TappaUnica3V, un cammino a cui mancano venti chilometri per essere effettuato in modo completo, un cammino che nei precedenti quattro tentativi ha sempre avuto la meglio su di me, un cammino che quest’anno voglio portare a compimento e farlo secondo le nuove regole che mi sono dettato, lievemente modificate rispetto a quelle di partenza:

  • in solitaria,
  • seguendo il più fedelmente possibile il crinale spartiacque, ovvero…
  • seguendo tutte le varianti alte del sentiero 3V, ivi comprese alcune non ufficiali individuate da me stesso durante le varie perlustrazioni e in seguito verificate durante gli allenamenti;
  • nel minor tempo possibile qualunque esso sia, ovvero…
  • rinuncio alle quaranta ore che sono risultate in effetti troppo tirate e lascio aperta la porta a qualsiasi tempo di percorrenza, maggiore o minore che sia;
  • con il minimo ausilio tecnologico strumentale, giusto solo il telefono per mandare ogni tanto messaggi a casa sulla mia posizione e sull’andamento del viaggio;
  • includendomi quanto più possibile con l’ambiente, ossia…
  • ricorrendo all’abbigliamento solo quando proprio reso indispensabile dal luogo (passaggio da centri abitati o altri luoghi particolarmente urbanizzati) o dal contesto (pioggia e bassa temperatura);
  • e, ciliegina sulla torta, invero già inserita nel secondo tentativo dello scorso anno, senza assistenza, ovvero senza nessuno che mi segua in auto per aspettarmi ai punti di passaggio principali e garantirmi il rifornimento di acqua e viveri.

Negli ultimi nove mesi gli allenamenti si sono susseguiti senza sosta, talvolta leggeri e piacevoli, altre volte pesanti e dolorosi, ho vissuto gratificanti risultati ma anche attimi di cocente sconfitta, sconfitte che ho però tramutato in costruttive esperienze. Penso di poter affermare che ora sono pronto, veramente pronto, molto più di quanto lo fossi in passato: la mia velocità di progressione si è raddoppiata rispetto al primo tentativo, la mia resistenza in velocità si è quadruplicata rispetto al primo tentativo, ora riesco a correre anche in salita, i muscoli che proteggono le ginocchia si sono ampiamente sviluppati e fortificati, nelle gambe quasi un migliaio di chilometri e oltre ventimila metri di dislivello (considerando solo quelli degli ultimi nove mesi), nella mente le gioie e i dolori, la capacità di soffrire e di resistere, il fortissimo desiderio di onorare il ricordo di mio padre che a tale sentiero diede natali e vita, la sua vita!

#VivAlpe 2019 tra morbidi rilievi, laghetti e ampi pascoli


Una lunga teoria di arrotondati dossi, in gran parte erbosi, si dispiega tutt’attorno, ogni tanto qualche scura cima rocciosa esce dal coro per differenziarsi rudamente dalla dolcezza bucolica delle sue sorelle. Dalle creste decine di vallette si protendono verso il basso, alcune strette e ripide, altre larghe e lentamente digradanti, un unico grande pascolo costellato di malghe dalle varie dimensioni e a tratti invaso da lisce placche di rosea pietra ospitano numerose malghe. Qua e la occhieggiano specchi azzurri, molti poco più che pozze d’abbeverata, altri piccolissimi originati dalle varie chiazze di neve che ancora persistono negli angoli più cupi o nelle zone di valanga, ma alcuni si pregiano di dimensioni più consistenti venendo in qualche caso sfruttati per la pesca sportiva: laghi di Mignolo, lago di Vaia, laghetto del Dasdana, Laghi di Ravenola i principali e più noti.

Ad ovest si percepisce il largo solco d’origine glaciale della Val Camonica e dietro a questo spiccano, ancora innevate, le varie cime delle Prealpi Orobiche, tra le quali si riconoscono la Presolana e la Concarena. A est tre file di crinali spartiacque si allontano man mano verso l’orizzonte, in primo piano i verdi boschi e pascoli che sovrastano la Valle del Caffaro e culminano nei monti Carena, Telegrafo e Brealone; in seconda linea, a formare la parte alta della Val Sabbia, la conca del lago d’Idro e le Valli Giudicarie, svettano la Cima Tombea, il Monte Stino, il Monte Calva, la Cima Palone e il Monte Cadria; ultima fila di vette quella con l’inconfondibile sagoma del Monte Pizzoccolo, dietro il quale tutto s’interrompe nell’ampio bacino del Lago di Garda. A sud troviamo la Val Trompia e le cime che la circondano sui due lati, in particolare si notano il Crestoso sul lato ovest dove lo sguardo rimane da questo chiuso, Dosso Alto e Corna Blacca sul lato est. A nord spicca vicinissima la parete del Cornone del Blumone, poi distinguiamo Cima Frerone, Cima Terre Fredde, Cima del Listino, Cima di Laione, Carè Alto , Corno del Gelo e Cima Bruffione.

Parcheggiate le auto al Giogo dela Bala (2136 metri di quota) lungo la notissima strada che dal Maniva conduce al Passo di Crocedomini, c’incamminiamo su morbido terreno verso l’indefinita meta dell’escursione odierna, sole e temperatura confortevole ci fanno compagnia inducendo uno di noi, reduce da una settimana di germanico cammino dove libertà vige tra monti e piani, vuoi sui sentieri che nelle strade sterrate ancorché frequentate e persino nei rifugi e ristoranti, dove in merito alla nudità sussiste un concetto di rispetto ben più giusto e corretto di quello in Italia falsamente propagandato come tale, dove anche all’interno dei parchi cittadini è normale vedere qualcuno spogliarsi, persino ai tavolini di un bar, per gettarsi in un laghetto vicino e poi nudo tornare, tranquillamente asciugarsi, rivestirsi e riprendere le precedenti faccende, ecco dicevo, inducendo quest’uno di noi a ignorare la vicinanza della strada per liberarsi immediatamente del fardello delle vesti e, senza reazioni, nudo restare anche al passaggio d’una vettura e al successivo incontro con altri tre escursionisti.

Con bella visione sulla splendida gemma del lago di Vaia, seguendo un sentierino che evita la strada, a mezza costa aggiriamo un primo dosso e perveniamo alla Grapa di Vaia, dove una piccola santella custodisce un teschio che la legenda dice essere qui stato posto da un pastore dopo che per ben tre volte l’aveva gettato nelle acque del lago di Vaia per ritrovarselo immancabilmente sul prato il giorno seguente. Scendiamo lungo la sterrata che porta al lago per abbandonarla poco dopo e risalire alla vicina sella erbosa che immette nella valle di Rondenino, alla nostra destra una larga dorsale si alza invitante solcata da una traccia che immediatamente imbocco. Pochi metri più in alto la traccia abbandona la dorsale per abbassarsi dolcemente in direzione di alcuni laghetti che presto raggiungiamo. Durante la discesa ho adocchiato un bel crinale erboso che promette gustose visioni così m’incammino sulle sue prime propaggini per raggiungerne la prima sommità, l’occhio immediatamente viene catturato dall’apparire del lago di Mignolo Alto, sopra di esso una piccola cascata, tutt’attorno lisce piane placche rocciose fra le quali si fanno strada strisce erbose colorate di verde e di giallo. Proseguiamo lungo il crinale in direzione del Monte Mignolo, appare anche l’altra preziosa gemma del lago di Mignolo Basso, due persone spiccano nel riverbero, forse due pescatori visto che sono in piedi in riva al lago e non si muovono. Ancora non è mezzogiorno, comunque decidiamo di fermarci, cerchiamo un punto riparato dal gelido vento che si è nel frattempo alzato, non bastasse questo i pochi nuvoloni che si aggirano in cielo sembrano attratti dalla sfera del sole e si piazzano proprio tra noi e il suo caldo bagliore.

Dopo aver calmato i morsi della fame che, nonostante l’ora ancor non propizia, già mordevano i nostri stomaci, riprendiamo in senso contrario il filo del crinale per presto abbandonarlo e scendere direttamente alla sottostante malga sulle sponde del lago di Mignolo Alto. Attraversando una radura acquitrinosa raggiungiamo la sponda del lago che seguiamo per superare il suo emissario, piccolo torrentello nelle cui acque si vedono correre centinaia di piccoli pesci. Risaliamo una breve balza e ci troviamo in un’ampia radura dove la coppia di escursionisti precedentemente incontrata ha rizzato un riparo dal vento e acceso un piccolo focherello di cui già avevamo sentito il di fumo odore. Attraversata la piana risaliamo in direzione della cascatella per poi proseguire l’ascesa lungo un ripido canalino torrentizio che adduce ad altro terrazzo pianeggiante a sua volta composta da un’alternanza di placche rocciose, erbe asciutte ed erbe acquitrinose. Il sole torna a fare capolino e ci gettiamo a capofitto su una placca di roccia comodo e benvenuto solarium.

Purtroppo, come spesso accade, le nuvole giocano con noi e con il sole, il vento ne approfitta per farci a tratti gelide visite, così ci si rimette in cammino verso un costolone dietro il quale si vede un cielo terso dal vivido colore azzurro, promessa di caldo ristoratore. Circumnavigando le zone acquitrinose in breve siamo sul crinale, poco sotto di noi un largo sentiero taglia a mezza costa la montagna e velocemente ci conduce ad un piano poggio di verdissima e morbida erba dove sostiamo a lungo per goderci, finalmente indisturbati dal vento, un bel bagno di sole. Attilio approfitta dei resti d’un ricovero da pastore per creare e scattare artistiche immagini fotografiche, Angelo, modello oggi d’eccellenza, s’inventa una camminata a piedi nudi lungo il verde crinale che dolcemente si protende sopra la valle di Vaia.

Purtroppo anche questo dolce momento trova la sua inevitabile fine, l’orario incalza e dobbiamo rimetterci in cammino, il largo sentiero ci porta rapidamente alla strada di Vaia e per questa risaliamo all’omonima Grapa pre rientrare alle auto non senza esserci ancora fermati qualche attimo per riabbracciare con gli occhi e con la mente questi paesaggi, questo luogo incantato, i suoi laghi, i dolci crinali erbosi, le più erte paretine rocciose, i tanti naturali solarium formati dalle rosse placche rocciose.

Breve sosta dagli amici dell’albergo Dosso Alto e poi via tutti a casa in attesa della prossima occasione per rivedersi, non senza aver prima fatto un’importante considerazione…

Sarà stato l’essere inglobato in un gruppo vestito, sarà stato l’avere attorno un fotografo palesemente all’opera, fatto sta che nessuna delle persone incontrate (un automobilista, un escursionista solitario e una coppia) ha avanzato rimostranze per la nudità tanto normalmente portata dall’amico Angelo. Forse si, forse, nonostante l’episodio camuno che ci ha, senza nostra volontà, recentemente visti protagonisti d’una campagna elettorale indignitosamente condotta sfruttando le nostre foto di naturale nudità, nonostante una realtà sociale e giuridica che non vuole liberarsi dal fardello di un condizionamento religioso ormai non più considerabile di maggioranza, non più giustificabile, ormai fuori tempo e fuori luogo, ecco, forse nonostante tutto questo è giunto il momento di dire che possiamo e dobbiamo avere meno titubanze, che possiamo e dobbiamo premere il piede sull’acceleratore, che dobbiamo smetterla di propagandare la falsa idea di rispetto che predica il “devo rispettare il desiderio di chi non vuole vedere persone nude attorno a se” per abbracciare quella indiscutibilmente più giusta e corretta che vige, ad esempio, in Germania, in Austria o in Spagna: “dato che la tua eventuale nudità non mi causa dei reali danni materiali sei libero di fare e agire come meglio preferisci, se provo un irrefrenabile e invincibile fastidio è un problema mio e spetta a me allontanarmi o guardare altrove”. Forse!

#VivAlpe 2019 tra verdi pascoli e ampi panorami


Oggi non sono dell’umore adatto per condurre un’escursione, ma non posso esimermi dall’impegno preso per cui…

Ancora una volta la pioggia ha caratterizzato la settimana precedente l’uscita, ancora una volta le mutevoli previsioni erano di difficile interpretazione, ancora una volta non ci siamo lasciati intimorire e confondere portando a termine anche questa ennesima camminata.

Sette le persone che si sono registrate, quattro quelle che hanno effettivamente partecipato: Emanuele, Gianlugi, Stefan e Paolo. Dopo i classici imbrogli del navigatore, ci siamo trovati puntuali al ritrovo e partiti in perfetto orario per il cammino, un cammino inizialmente in un paesaggio bucolico formato da verdi prati costellati di cascine, poi, superata una breve fascia boschiva, da immensi pascoli a tratti interrotti solo da qualche malga o da qualche sperone roccioso. La brulla giornata smorza i colori e pochi sono i fiori che hanno osato dispiegare al cielo i loro petali, possiamo comunque apprezzare, su tutto il percorso, l’esteso panorama composto dai lunghi crinali dai quali si elevano le diverse vette, man mano le evidenzio e le illustro ai miei compagni: Monte Ario, Monte Falcone, Monte Pezzeda, Corna Blacca, Corno Barzò, Dosso Alto, Passo del Maniva, Colombine, Dosso della Croce, Crestoso, Corni del Diavolo, Muffetto, Monte Campione, Colma di Marucolo, Monte Guglielmo.

Poche persone uguale maggiore velocità e così in sole due ore, contro le tre previste, siamo al sommo dell’anello e in totale di tre ore, invece che cinque, siamo di rientro alle auto dove, mentre ci rifocilliamo, godiamo del sole che ha deciso di farsi strada tra le nuvole e donarci una temperatura oltremodo confortevole.

A sabato!

#VivAlpe 2019 si parte camminando si finisce mangiando


Boschi verdissimi, immense distese di aglio orsino, salamandre in ogni dove, un torrente gioioso, un lungo comodo sentiero, qualche salita per interrompere la tranquillità del piano, grige lisce rocce e rossa terra bagnata a rendere delicata l’ultima discesa, un braciere scoppiettante, tavoli di bianco coperti, salumi e caldo gnocco fritto, immense costine dall’antico sapore, morbido pollo, un delicatissimo vino, assaggi di dolci, gruppo di persone, chiacchiere affabili, discorsi più seri, risate e saluti, ecco gli attori del quinto evento, un evento che da semplice escursione si è poi esteso a più complessa Festa di Primavera.

Ore nove e cinquanta di sabato 18 maggio, come da programma ci ritroviamo nel parcheggio dell’agriturismo Dragoncello, gentilmente messoci a disposizione dai gestori e dai proprietari della struttura, d’altronde al nostro ritorno presso la stessa ci fermeremo per una merenda e per la cena. Puntualissimi gli amici sono arrivati, ne mancano solo alcuni che, spaventati da una lettura superficiale delle previsioni meteo o dall’utilizzo di canali meteo poco affidabili, nonostante le mie indicazioni e rassicurazioni (per inciso, le “mie” previsioni meteo si sono poi rilevate esatte quasi al minuto) nella notte hanno preferito rinunciare.

Ore dieci e quindici, ci mettiamo in cammino con qualche minuto di ritardo dovuto all’attesa di un amico di cui mancano notizie: poi riusciremo a metterci in contatto e sapere che verrà comunque per cena. Ecco, bravo, una persona responsabile: se per un’escursione le disdette dell’ultimo minuto non danno problemi, per le cene il discorso è completamente diverso, c’è di mezzo una prenotazione, ci sono di mezzo persone estranee al gruppo, persone che hanno ormai messo in conto un certo numero di presenze e sulla base di tale numero si sono organizzate anche a livello di acquisti di cibo deperibile, cibo che poi, anche in ragione di precise leggi, una volta cotto o lo mangi o lo butti, correttezza vorrebbe che ci si attivi in tutti i modi per non mancare all’impegno preso, quello della presenza, specie quando la giustificazione dell’assenza è il brutto tempo, cavolo, mica si mangia all’aperto! Per inciso, da parte mia ho sempre ragionato e mi sono sempre comportato in funzione della regola “una volta data parola, foss’anche un anno prima dell’evento, solo la mia morte può giustificare la mia assenza”.

Torniamo al racconto.

Il percorso programmato

Dicevo, ore dieci è quindici, ci mettiamo in cammino. Il sentiero inizia proprio fuori dal cancello dell’agriturismo, i primi metri sono nell’alveo di un secco torrente, poi se ne esce e inizia una lieve ma costante salita che, infilandosi tra barriere di rovi a tunnel, percorre la stretta Val Salena tenendosi poco più in alto del torrente di fondo, ora non più in secca, in destra orografica. Dieci minuti dopo con un guado, reso lievemente complesso dall’acqua che le continue e intense piogge degli ultimi dieci giorni hanno reso relativamente alta, ci si porta in sinistra orografica dove lo stretto sentiero riprende a salire tenendosi molto accosto al torrente. Un susseguirsi di sonore cascatelle accompagna il nostro incedere, qualcuno, nonostante la giornata uggiosa, si è denudato, la maggior parte di noi, comunque, preferisce restare più o meno coperta visto che una certa brezza ogni tanto percorre lo stretto solco vallivo.

Un passo dopo l’altro, accompagnati dal canto della natura, accomunati da considerazioni e discorsi sulla bellezza della montagna e sulla qualità del viverla a nudo, guadagniamo quota e perveniamo alla sorgente detta “Casì del Lat”, presumibilmente qui antichi pastori ci mettevano i contenitori del latte onde evitare che questo si alterasse. Alcuni minuti di sosta per ammirare l’ingegnosa opera e poi di nuovo in cammino. L’ultimo strappo ci conduce alla sella di San Vito dove sorge una piccola chiesetta. Non piove eppure la zona appare stranamente deserta, chi è nudo permane nudo e non lo invito a rivestirsi dato che dobbiamo percorrere pochissimi metri prima di abbandonare la sterrata e reimmetterci nel bosco su sentiero di bassa frequentazione. Si sentono delle voci, sopra di noi nascosti da una cascina alcuni escursionisti stanno arrivando, ma li vedo andare in direzione opposta quindi segnalo agli amici nudi di venire avanti tranquillamente.

Senter del Negondol, così si chiama il sentiero che ora stiamo percorrendo, nome preso da una profonda (trentacinque metri per la precisione) dolina che poco dopo possiamo osservare: stretta e buia da più l’impressione di un pozzo e ne presenta li stessi caratteri di pericolosità, infatti è circondata da una recinzione ed è classificata nel registro buchi e grotte della Lombardia (54LO). Procediamo in piano, usciamo dallo svaso della Val Salena per iniziare il lungo traverso a mezza costa sulle pendici settentrionali del Monte Faldenno. Tra una reiterante presenza di ampie odorose distese di aglio orsino e scorci sulla qui larga valle del Garza con l’esteso paese di Nave, arriviamo al punto previsto per il pranzo, ma siamo stati più veloci del programmato per cui si decide di procedere ancora.

Un tratto all’interno di un oscuro bosco presenta divertenti (specie quando di qui ci passo correndo) su e giù per aggirare piante crollate a terra e per attraversare stretti solchi pluviali, una breve discesa, una stradina sterrata quasi completamente recuperata dal tappeto vegetativo, eccoci alla strada di Muratello, una degli unici due accessi stradali alla montagna dei bresciani: la Maddalena. Incrociando ciclisti e cicliste (una di queste ci saluta con un filo di voce: è distrutta; i ciclisti conoscono bene questa salita, amata e odiata persino dalle star del Giro d’Italia) che la stanno risalendo, ne discendiamo un breve tratto per poi abbandonarla e portarci sul crinale verso il Colle di San Giuseppe. Nel frattempo gli amici mi hanno richiesto di evitare il lungo tratto di asfalto che l’idea originale prevedeva e così ho, seduta stante, rielaborato l’odierno percorso con un anello a cui ancora non avevo pensato: invece di traversare e scendere versa Sarezzo, imbocchiamo il sentiero che porta in Val Fredda e subito, approfittando di un volto vegetale che ci promette valido riparo alla pioggia che ha iniziato a cadere, facciamo la sosta per il pranzo.

Di nuovo in marcia lungo un sentiero solitamente molto battuto sia a piedi che in bicicletta, oggi incontriamo solo due persone. Taglio un largo giro fruendo di un bel antico sentiero oggi purtroppo (nulla contro i ciclisti di fuori strada montano, ma dovrebbero evitare di impedire a chi cammina la fruizione di sentieri creati per il cammino e dagli escursionisti per lungo tempo custoditi e manutenuti, quantomeno preoccuparsi di pulire loro un tracciato parallelo poco discosto da quello originale) utilizzato come pista di down-hill. Mi avanzo un centinaio di metri rispetto agli amici: se qualche ciclista scende dovrà frenare per me e sarà quindi meno pericoloso per chi mi segue, io posso fruire di un maggiore allenamento e garantirmi una veloce fuga anche nei tratti più ripidi e complicati.

Ripreso il sentiero “riservato” (tra virgolette perché ormai anche qui sui monti non esiste più nulla di riservato e i ciclisti li si trovano ovunque, anche su percorsi dove riterresti impossibile incontrarli, vedi il caso delle Bocchette Centrali di Brenta, un esposto e complicato sentiero… attrezzato) agli escursionisti ricompatto il gruppo e procedo con passo più dolce. Qualcuno inizia ad accusare un poco di fatica ma manca poco alla fine di questa salita. Riprendiamo a camminare in piano, anche se in montagna parlare di piano è sempre affermazione da prendere con le pinze, e ritorniamo sulla strada di Muratello qualche tornante sopra il punto precedentemente percorso in discesa. In salita seguiamo il nastro di grigio asfalto per poi prendere una sterrata che, alternando tratti piani a brevi stappi di salita, ci porta all’affascinante Cascina Zani. Un tavolo in legno induce i mie compagni a forzare una lunga sosta, sul viso di qualcuno i segni di stanchezza si sono fatti più evidenti: dai, dai, ormai siamo prossimi all’arrivo.

Ore quindici circa, rieccoci al Colle di San Vito, riprendo il sentiero fatto in salita ma invece di seguire il fondo valle procedo lungo il tracciato attuale del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Questo percorso è un poco più lungo dell’altro ma, nelle attuali condizioni del fondo che vedono parecchio fango e viscide rocce bagnate, leggermente meno insidioso. Eccoci alla località Faldenno, ancora pochi metri, solo in apparenza tranquilli e per questo invoco i compagni a evitare sculate, certo qui meno pericolose (le rocce sono ampie e perfettamente lisce) ma pur sempre dolorose, ed eccoci al fondo valle, su ruvido asfalto, fuori da ogni insidia.

Il percorso realmente effettuato

Ore sedici e trenta passate, siamo al parcheggio, ci cambiamo e andiamo ad affrontare l’altra “impresa” della giornata: la merenda. Le gentilissime ragazze dell’agriturismo ci imbandiscono un tavolo, a nostra richiesta esterno, posto sotto un ambio gazebo, con vista sul prato e il vigneto che circondano la struttura. Poco discosto un braciere scoppietta dinnanzi alla casetta dentro la quale esperti fuochisti stanno preparando ciò che serve alla creazione di una magica grigliata. Arrivano le mogli, mia e di Angelo, ormai manca poco all’orario di cena, ancora qualche chiacchiera ed è ora di accomodarsi alla sala interna, una sala bella ed elegante che può accogliere fino a sessanta persone e che, sebbene demotivato dalla scarsa disponibilità al sostegno della causa nudista in più occasioni dimostrata dagli amici nudisti (molti lamentano l’assenza di opportunità per stare nudi, pochi si mettono in gioco affinché tali opportunità possano formarsi e crescere: non sono di certo le istituzioni a doverlo fare, non sono di certo gli operatori turistici e della ristorazione a doverle creare, non sono certo coloro ai quali di stare nudi proprio non importa a doverci pensare, siamo noi, noi tutti, noi che abbiamo riscoperto la semplicità e naturalità del nudo, noi che ormai soffriamo a dover stare vestiti, siamo questi noi a doverci impegnare, a dover operare, a dover dimostrare che la società può condividere il nudo e convivere con chi sta nudo negli stessi identici spazi), sarebbe mia intenzione poter sfruttare adeguatamente per altri eventi.

Ore diciassette e quarantacinque, anche gli ultimi due amici prenotati per il pranzo sono arrivati, possiamo dare il via alle… mascelle. L’antipasto comincia con una per tutti innovativa portata: mozzarella di bufala con saporitissima pallina di gelato alla menta e un pomodorino secco. Slurp, iniziamo bene! Seguono i classici salumi accompagnati da una ricchissima dotazione di caldo gnocco fritto, più piccolo dei soliti ma assai più delicato e leggero: non lascia il classico unto sulle dita. Le energie consumante nell’escursione fanno svanire velocemente il cibo, almeno su un lato del tavolo, eccoci così al risotto con asparagi e il prestigioso formaggio Bagoss. Purtroppo ci viene a nostra insaputa imposta una variante: incuriosisti da un risotto alla liquirizia, ma nel contempo preoccupati che non a tutti potesse risultare gradito, avevamo chiesto di preparare un risotto doppio e invece ne arriva uno solo, la cui abbondante quantità, invero, mi faceva preventivare che sarebbe stato il solo. Va beh, poco male, quello alla liquirizia lo assaggeremo in altra occasione, un motivo in più per tornare in questo locale. Ora arriva il pezzo forte e fa il suo ingresso in modo decisamente regale: le ragazze che servono sfilano con ampi piatti di portata sui quali troneggiano delle costine, ma non sono normali costine, sono… enormi, sono costine dalla dimensione sconvolgente. Pancia mia fatti capanna!

Il mio stomaco non è più abituato ai lauti pranzi, anzi, da tre anni, anche a seguito delle mie esigenze sportive, mi alimento in modo assai contenuto, a fatica riesco a chiudere l’obiettivo impostomi: una costina, una coscia di pollo e una salamina. Non sono l’unico a battere ritirata, alla fine nel piatto di portata restano diversi pezzi di questa prestigiosa grigliata (mai mangiata, fuori casa, una grigliata cotta così alla perfezione), ovviamente, appurato che verrebbero buttati tra i rifiuti (in alcuni parti d’Italia sono già state prese iniziative per permettere ai ristoranti la redistribuzione del cibo avanzato verso istituti sociali, c’è da sperare che questo diventi quanto prima legge nazionale, anche se… possibile che in Italia ci sia bisogno di promulgare leggi per ogni minima cosa, persino per quelli che dovrebbero essere comportamenti abituali e naturali, quali, per l’appunto, la redistribuzione del cibo e il nudo sociale?) ce li facciano mettere in due vassoietti per portarceli a casa.

Ore ventidue e qualche minuto, saluti e abbracci, promesse di rincontrarci quanto prima e poi il sempre triste seppur inevitabile momento dell’abbandono: ognuno riprende la strada del suo domicilio. Ciao a tutti, grazie a coloro che hanno partecipato dando così il loro prezioso contributo alla causa del nudo, sia in visione escursionistica, sia in quella ludico sociale. Un ringraziamento molto particolare lo devo dedicare ad Angelo che mi ha sostituito nei contatti con la struttura in merito a merende e cena, come organizzatore di eventi deve ancora affinare qualche aspetto ma è stato bravo, purtroppo alla fine ho percepito la sua delusione: io, rispetto agli eventi di questo tipo, ci ho messo cinque anni a demotivarmi, lui un mese, e lo comprendo. Infatti questa volta, contrariamente al mio solito, data la particolarità e l’importanza dell’evento, pur comprendendo le motivazioni che alcuni, forse molti ma non tutti, potrebbero avere avuto, pur essendo cosciente che generalizzando rischio di offendere chi in realtà era giustificabile (vedi Daniele che pur presente all’escursione non poteva essere alla cena, ma è stata presente alla merenda) ma confido nella loro comprensione e clemenza, ecco stavolta, contrariamente al mio solito come dicevo, non ringrazio gli assenti, in particolare quelli che con la loro assenza ci hanno messo in difficoltà dinnanzi alla gestione dell’agriturismo: tutti insieme ci hanno impedito di coltivare con efficienza una disponibilità preziosa e difficile da trovare, tutti insieme hanno seppur involontariamente sostenuto la causa del disimpegno verso quell’obbligo sociale che ognuno dovrebbe sentire e fare proprio, cioè difendere e diffondere la rinormalizzaizone del nudo. Vedetela come volete, ma è così che stanno le cose e stavolta il sassolino dalla scarpa dovevo necessariamente levarmelo: se c’è libertà di pensiero e di opinione questa c’è in ogni direzione, anche in quella di manifestare delusione e disincanto!

#nudiènormale #nudièmeglio #nudièsano #nudièecologico #nudièeducativo sono gli hashtag che ho inventato (alcuni dei quali presto rubati ma “purtroppo” ritradotti in inglese), usateli anche voi. Grazie!

P.S.

Il gruppo escursionistico era composto da sei persone (su dieci che si erano iscritte): Emanuele, Angelo, Gianluigi, Roberto (arrivato dal varesotto), Stefan (sceso fino a noi da Bolzano) e Daniela.

Il gruppo dei merendai era composto da quattro persone (contro le nove prenotate): Emanuele, Gianluigi, Roberto e Stefan. Angelo s’è dovuto eclissare per andare e prendere la moglie.

Il gruppo dei cenaioli era composto di otto persone (contro le undici prenotate): Emanuele, Maria, Angelo, Daniela (non quella dell’escursione), Denis, Roberto, Stefan e Amedeo.

#VivAlpe 2019, quarta uscita tra sole e pioggia


Soffi di vento ci sferzano il corpo mentre ci avviamo sull’odierno cammino, tanto forti da rendere difficile l’incedere, tanto gelidi da penetrare gli indumenti e provocare intensi brividi, tanto persistenti da far rimpiangere il letto da poco abbandonato. Eppure proseguiamo, ben presto usciremo dall’incavo della valle e prenderemo a salirne un versante trovandoci così fuori dal centro del flusso ventoso, poco dopo entreremo in un bosco dove le fitte fronde ci faranno da barriera.

Un muflone, totalmente indifferente al vento, ci osserva con strana attenzione, attorno a lui decine di daini pascolano serenamente, due maschi dai palchi imponenti vigilano sulla mandria. I prati della Mitria, antica chiesa, morbidamente accolgono i nostri passi e ci accompagnano al bosco. Inizia la salita, una lunga salita costante e ripida, opportuno affrontarla con passo tranquillo e leggero.

Calice rosaceo appare tra il verde del fogliame, gialli fili di sole ne costellano il centro innalzandosi verso l’azzurro del cielo, più lontano ne appaiono altri due, radiose peonie che ammaliano lo sguardo e colorano la mente. Piccole macchie dorate e altre violacee di poco sovrastano gli alti fili d’erba, tavolozza d’un silente pittore.

Nello sforzo della salita i nostri corpi si sono scaldati e chiedono refrigerio, svaniscono le vesti e subito s’intona un percettibile inno di ringraziamento. Nudi nella nuda natura riprendiamo a salire, sotto di noi il rumore della valle si è fatto leggero, sopra di noi s’intravvede il passaggio netto tra l’ombra del monte e il chiaro del sole. Pochi metri ancora e un debole ma piacevole calore ci avvolge.

Vecchia strada sterrata rende il cammino più agevole e ci permette di prendere il fiato necessario all’ultima salita. Lindo capanno da caccia e lo sguardo s’allunga un attimo verso i monti del versante opposto sui quali posso individuare i vari sentieri che ho percorso. Sant’Onofrio, Monte Porno, Monte Conche, Monte Palosso, tanti ricordi, tanto divertimento, tanti fiori, tanta natura. Di nuovo nel bosco, di nuovo sentiero, di nuovo secca salita, di nuovo fiato pesante e gambe dure.

All’improvviso il pendio s’interrompe, siamo alla panoramica cima del Monte Dragoncello, punto sommitale del percorso odierno. Un bel praticello invita alla sosta, alti cespugli proteggono dalle fredde folate d’aria, rade nuvole lasciano spazio ai raggi del sole, gradevole calore ricopre la pelle, si decide per una lunga sosta. Pranziamo lasciandoci cullare dal silenzio del monte, arrivano tre ragazzi, cordiali saluti, loro riprendono a ritroso il cammino, noi riprendiamo il bagno di sole. Pochi minuti e notiamo grosse nuvole temporalesche che stanno addensandosi a nord della nostra posizione, meglio rivestirsi e iniziare la lunga discesa.

Ritroviamo i tre ragazzi che si sono fermati su un dosso erboso per mangiare, avremmo voluto fermarci a chiacchierare ma le nuvole sono ormai prossime e sempre più nere per cui proseguiamo. Pochi minuti ed ecco che piccole gocce iniziano a cadere, indumenti da pioggia escono dagli zaini, giusto in tempo: la pioggia si fa insistente e l’accompagna una soffice bianca grandine. Il bosco protegge la nostra discesa mentre tuoni, lampi e fulmini vengono a farci compagnia. Usciamo dal bosco, Angelo è ancora in pantaloncini corti così approfittiamo di un capanno con ampia tettoia per una sua più comoda vestizione e per attendere il passaggio di una nuova scarica di grandine.

Cascina di San Vito

Ben protetti negli indumenti da pioggia possiamo procedere con quella calma e quella attenzione che fango e viscide rocce richiedono. Un lungo traverso ci conduce all’ampia sella del Colle di San Vito, dalla quale senza sosta imbocchiamo il sentiero che discende la splendida Val Salena e ci porta a Nave. Sostiamo all’agriturismo Dragoncello dove invero erano convinti che, visto il tempo, non saremmo arrivati, invece eccoci qui per una buona merenda a base di salumi e gnocco fritto (anche se loro pensavano ci saremmo fermati per un più sostanzioso pranzo ed avevano tenuto a disposizione per noi un rosso braciere e relativo fuochista; boh, noi s’era con loro parlato solo di merenda!), anteprima di quello che sarà la cena del 18 maggio, nostro prossimo evento che da semplice escursione si è evoluto in una più complessa festa di primavera, confidando e sperando nel supporto dei nostri amici al fine di poter arrivare ad essere quantomeno una decina di persone e poter fare buona impressione sulla gestione di tale struttura.

Grazie Angelo per la splendida giornata e la tua sempre piacevole compagnia.

Invito alla Festa di Primavera Mondo Nudo – Nave (BS)


Avevamo in sospeso una grigliata comunitaria, programmata in autunno era poi saltata, la riproponiamo ora rieditandola in forma di evento più complesso e completo che ci possa servire come allenamento e prova generale per un più esteso evento autunnale.

Una, quindi, vera e propria festa di primavera che si svilupperà nella formula tre in uno: tre attività, tre proposte, tre opportunità in unica soluzione, in unico impegno, in unica giornata. Ovviamente è lasciata la più ampia libertà di partecipazione per cui potrete optare per presenziare a tutti e tre i momenti, a due nelle loro diverse combinazioni o anche ad uno solo. Per l’occasione meno libera sarà la scelta relativa alla nudità, fattibile forse solo lungo una parte dell’escursione, al ristorante si dovrà restare vestiti. Ci ho ragionato a lungo su questa cosa dopo che in autunno, come già detto, proprio per questo ho annullato la prevista grigliata. Sulla base dei cinque anni di esperienza in tale campo, ho rilevato che al momento è possibile ma non facile trovare locali che ci consentano la nudità: alcuni non ne vogliono proprio parlare, alcuni sono disponibili a farlo ma solo se gli riempiamo il locale, cosa per noi impossibile, altri ce lo possono concedere nelle loro giornate di chiusura settimanale, ovviamente infrasettimanale e, di conseguenza, inibitorie ai fini di una numerosa partecipazione, nessuno si è ancora manifestato favorevole ad una condivisone della sala tra persone nude e persone vestite; tra quelli che sono disponibili alcuni negano ogni possibile cambiamento nel futuro, qualcuno, invece, si manifesta curioso e aperto a un eventuale diverso atteggiamento, ma, com’è logico e naturale, richiede un periodo di conoscenza e maturazione delle cose. Approfittare solo ed esclusivamente dei pochi che hanno possibilità di ospitarci nudi anche nel fine settimana vorrebbe dire rinunciare alla possibilità di far crescere altri, di rinunciare alla possibilità di promuovere la normalità del nudo, per cui meglio accettare qualche evento da farsi necessariamente vestiti e inviare gli amici a farsi, attraverso la loro numerosa partecipazione a tali eventi, promotori attivi della normalità del nudo: un piccolo sacrificio donato alla causa comune!

Torniamo all’evento in questione.

Base logistica e punto di ritrovo l’agriturismo Dragoncello in quel di Nave, grande e operoso abitato alle porte della città di Brescia. Da qui partiremo per una tranquilla escursione lungo l’antico sentiero del Negondol, dodici chilometri in gran parte pianeggianti (solo 500 metri il dislivello totale) con i quali prima raggiungeremo il caratteristico e panoramico Colle di San Vito dove sorge un’antica chiesetta, poi ci sposteremo al Colle di San Giuseppe dal quale scenderemo a valle per attraversare l’abitato di Nave e ritornare all’agriturismo dove, dopo esserci cambiati e rinfrescati, ci rifocilleremo frugalmente con una buona merenda contadina facendo così piacevolmente arrivare l’ora di cena, alla quale accederemo con pochissimi passi visto che si terrà nello stesso identico cascinale della merenda.

Sono convinto che, nonostante l’estesa limitazione al nudo, sarà una splendida festa, spero di vedere comunque una numerosa partecipazione, vuoi per sentirmi motivato a continuare in queste miei iniziative, vuoi per ringraziare l’amico Angelo che per l’occasione si è tanto prodigato per prendere accordi con chi gestisce il Dragoncello, vuoi per incentivare gestione e proprietà del locale a supportarci nuovamente e più largamente in futuro, vuoi per essere parte attiva nella normalizzazione del nudo, vuoi poter sperare in un futuro più nudamente semplice e rigoglioso: se non sappiamo renderci parte attiva inutile poi lamentarsi per la scarsa disponibilità di strutture nudiste, per la scarsa attenzione al nudo delle istituzioni, non c’è verso, non si può aspettare che altri facciano quello che compete a noi, dobbiamo svegliarci noi tutti, farci sentire noi tutti!

Ovviamente, come da mio credo e da regola degli eventi di Mondo Nudo, sono ben accette anche le presenze di chi nudista (ancora) non è, di chi seppure incuriosito non trova il coraggio di spogliarsi, di chi pur disponibile a condividere gli spazi preferisce stare vestito, ed anche di chi è titubante sulla questione del nudo sociale, di chi teme l’imbarazzo, di chi preferisce una netta suddivisione, persino di chi, in modo più o meno convinto e deciso, si oppone al nudo: quale miglior modo per conoscere e farsi un’idea personale, un’idea non mediata dagli altri, per scoprire quanto sia facile convivere con il nudo, quanto sia bello mettersi a nudo, quanto sia normale il corpo nudo.

Grazie a tutti coloro che parteciperanno, magari cambiando i loro programmi, magari rinunciando ad altri impegni già presi, magari affrontando un lungo viaggio in auto pur di essere parte di questo importantissimo momento sociale. Grazi a tutti coloro che, partecipando o meno, si daranno da fare per far girare questo invito. Grazie a tutti coloro che ci faranno anche un solo semplice pensierino, a coloro che prenderanno nota della nostra esistenza e magari si metteranno in contatto per successivi eventi, ma anche a coloro che si limiteranno a ragionare sulla questione del nudo sociale, sperando che lo possano fare in maniera libera da pregiudizi e condizionamenti sociali, politici, religiosi, morali, etici e quant’altro possa essere. Grazie!

Leggi la scheda evento dettagliata.

VivAlpe 2019, tre per tre in ravanage


Sabato 13 aprile 2019, nemmeno il maltempo può fermare le uscite di VivAlpe 2019: proprio all’ultimo momento, quando ormai stavo già meditando di cambiare meta ed effettuare una 25 km di allenamento, ecco che mi arriva una mail da una recentissima iscritta nella lista degli Amici di Mondo Nudo che vorrebbe partecipare, insieme al suo compagni, alla prevista escursione: in men che non si dica le confermo la cosa e ci accordiamo sul punto di ritrovo… si ritorna ai propositi prefissati.

Eccoci al parcheggio di Forno d’Ono, io, Daniela e Vincenzo, ben coperti e ben motivati ci incamminiamo sotto una leggera pioggerella in direzione della nostra lontana e invisibile meta: la variante alta del 3V, nel tratto che transita sotto le rocce sommitali della Corna Blacca. Nonostante la presenza di rovi che ostacolano il passaggio, grazie anche alla mia cesoia da giardinaggio (abitudine che dovrebbero avere tutti gli escursionisti: la manutenzione dei sentieri è compito ingrato al quale tutti devono sentirsi coinvolti, troppo comodo dare sempre tutto per scontato, ivi compreso che i sentieri siano sempre belli puliti), superiamo agevolmente il primo salto della valle, con pochissimi metri di respiro segue il secondo ora fuori dal bosco ma in un ripido canalone a tratti facilmente percorribile, grazie alla pietre di media dimensione, a tratti meno trattandosi di più fine e instabile graniglia.

Eccoci alla base del terzo salto della valle, qui il canalone si fa ancor più ripido e instabile, salire diviene assai più faticoso ma saliamo, sbuffando e ansimando saliamo costantemente. Sopra di noi si erge il fantastico e immenso versante meridionale della Corna Blacca, purtroppo oggi completamente nascosto alla nostra vista dalle basse nuvole. Finalmente il sentiero esce dal canalone per infilarsi in un bel bosco di faggi e in breve siamo alla Cascina del Pian dei Canali, luogo ameno che invita alla sosta e alla meditazione, infatti qui incontriamo un solitario escursionista che ci racconta essere appunto qui salito per dare sostanza all’anima.

Dopo un breve riposo riprendiamo il cammino verso l’alto, breve tratto di salita e poi un ben celato traverso, in leggera discesa, ci riporta sul fondo del canalone precedentemente abbandonato. Qui la pendenza è decisamente minore del tratto basso e la vegetazione abbondate (in prevalenza mughi) consolida il terreno permettendoci una progressione veloce e agevole. Non c’è molto tempo per rilassarsi, presto si riprende a salire e ora inizia il tratto a me ancora sconosciuto. All’inizio traccia e segnaletica sono abbastanza evidenti e non ho dubbi sulla strada da seguire. Sorpresa, un leggero nevischio ghiacciato appare a piccole macchie tra l’erba, non è ancora preoccupante e, a naso, il dislivello che ancora dobbiamo coprire non dovrebbe essere tale da portarci in neve alta. Le classiche ultime parole famose: poco a poco mentre saliamo la neve si fa più presente e la salita diviene più perigliosa, si scivola parecchio sul fondo di erba infradiciata e la segnaletica si è fatta molto rada. Con qualche titubanza, visto che i miei compagni sono ancora in forze e non palesano cedimento, procedo ancora verso l’alto, ma la neve ora arriva a coprire per intero il pendio, difficile individuare traccia e segnaletica, solo procedendo a zig zag riesco ogni tanto a trovare qualche segno tranquillizzante.

Alzo lo sguardo e nel fitto delle nuvole intravvedo delle pareti rocciose: “vuoi vedere che siamo arrivati al 3V?” Un ripido e scivolosissimo pendio mi separa dalla loro base, faccio fermare i compagni, mi alzo velocemente in direzione delle pareti ma… niente, solo una vaga sensazione di sentiero con qualche strano segno verde. Provo a seguirlo e mi ritrovo all’interno di un canalino, si sale agevolmente ma alla sua fine ancora del 3V non trovo traccia, alla mia destra vedo un ripido canale che non conosco, mentre a sinistra si esce su un pendio completamente ricoperto di neve e vari scarichi di piccole slavine. Niente da fare, siamo al capolinea, già da solo avrei forti dubbi sull’opportunità di procedere, figuriamo avendo al seguito altre persone. Velocemente ritorno dai mie compagni di viaggio e li avviso che dobbiamo rientrare per la via di salita.

Il primo tratto di discesa si svolge su di un terreno erboso privo di zolle e, pertanto, ci vede esprimerci in qualche lungo scivolone, non ci sono particolari pericoli, comunque preferisco tenere sotto controllo la situazione ponendomi a valle dei mie compagni e facendo da freno a Vincenzo che sta faticando parecchio a stare in piedi. Con calma perveniamo alla base di questo malo tratto, ora il terreno si fa più lavorato e possiamo scendere con minore tensione. Il mio occhio allenato ritrova facilmente le deboli tracce che abbiamo lasciato in salita e in poco tempo siamo all’erba pulita. Nel frattempo si è messo a piovere con una certa insistenza, ma non ci badiamo più di tanto: senza sosta proseguiamo fino a ritornare alla Cascina del Pian dei Canali. L’altro escursionista è già ripartito, ci accomodiamo,, ci cambiamo le maglie bagnate, indossiamo una giacca asciutta e mangiamo qualcosa fruendo delle comode panche. Per corroborarci un attimo e prepararci al rientro a valle, con debita moderazione, giusto solo un sorsetto, approfittiamo della ricca dotazione di alcolici.

Ripartenza. Per alleggerire la discesa non scendo dal canalone di ghiaia ma seguo un bel sentiero che, seppur allungando il percorso, agevolmente ci porta ala strada sterrata che unisce Ono Degno al Passo di Pezzeda Mattina. La seguiamo fino a prendere l’altra sterrata che porta in località Cogne, dove un bel sentierino ci porta al fondo valle. Attraversiamo il torrente su un ponte estremamente scivoloso e Vincenzo si esibisce il un bel scivolone con sonora chiappetttata che gli rintrona nella budella: gli ci vuole qualche minuto per rimettersi in piedi. Ancora giù per il sentiero che costeggia il torrente per sfociare dopo poco nella rovinatissima sterrata che porta alla Cascata dell’Acqua Bianca. Sosta fotografica e poi via per rientrare agevolmente e senza ulteriori esercizi ginnici alla macchina.

Che dire, nonostante tutto, nonostante la pioggia, nonostante la neve, nonostante il freddo, nonostante il non aver potuto completare l’anello previsto, nonostante il ravanage, ecco nonostante tutto questo e altro è stata una magnifica giornata, ho conosciuto due nuovi simpaticissimi amici, lei ha dimostrato d’essere veramente a suo agio in montagna, ambedue sono ben allenati e si è salito e disceso abbastanza velocemente: mi sono proprio divertito.

Grazie Daniela, grazie Vincenzo, la vostra compagnia è stata veramente piacevole, spero di rivedervi quanto prima.

Analogamente spero di vedere presto altri nuovi amici di Mondo Nudo, altri nuovi appassionati di escursionismo, altre nuove persone interessate al camminare in nudità, altre nuove persone che vogliano perseguire l’inclusione con la montagna, unico modalità per poterne realmente apprezzare tutte le qualità e riceverne tutti i benefici.

Guarda le prossime interessanti uscite di VivAlpe 2019.

18 maggio c’è un’occasione tre in uno: escursione, merenda e cena.

A presto!

#VivAlpe 2019… eeee due!


Versante est della Val Bertone (Caino – BS)

Ancora una bella giornata di sole, stavolta con temperature decisamente più confortevoli anche se un venticello freddo a tratti si faceva sentire, per la seconda uscita del programma VivAlpe 2019.

Dopo una stagione di stanca e un avvio che sembrava presagire un nuovo anno di scarsa partecipazione, il gruppo torna a farsi abbastanza corposo con nove persone al ritrovo: Emanuele, Angelo, Attilio, Paola, Marco, Francesca, Luise, Stefan e il nuovo amico Gianluca.

L’inverno secco ci ha spianato il terreno facendoci trovare una vegetazione molto scarsa così anche i tratti più abbandonati del percorso non ci hanno creato problemi nel passaggio e, tra una chiacchiera e l’altra, osservando i variopinti fiori che ornavano il sentiero, velocemente abbiamo raggiunto prima il lungo piano traverso a tre quarti di montagna, poi il luogo previsto per la sosta pranzo: un terrazzino erboso riparato dal vento e baciato dal sole.

Dopo i consueti scatti artistici dell’amico Attilio, fotografo professionista con particolare vocazione per le foto di nudo, per i quali come sempre ci siamo prestati da modelli, riprendiamo il cammino per scendere tranquillamente, fra mille chiacchiere, al parcheggio delle auto, poco prima del quale dobbiamo purtroppo necessariamente rivestirci, e non per la temperatura che resta assolutamente confortevole, ma per essere ormai sula frequentatissima strada asfaltata della Coste di Sant’Eusebio: arriveremo mai ad una logica e opportuna rinormalizzazione del nudo?.

Grazie a tutti i partecipanti che, con la loro entusiastica presenza, hanno permesso l’ottima riuscita di questa seconda uscita.

Ci si rivede il 13 aprile per la straordinaria escursione su di un versante poco noto e pochissimo frequentato della mitica Corna Blacca (vedi programma).

#VivAlpe 2019: partiti!



Caino, Val Bertone, salita ad anello al Monte Civelle.

Accompagnati da una bella giornata di sole, che ha presto attenuato i morsi del freddo mattino concedendoci anche la possibilità di ridare libertà ai corpi ottenebrati dall’inevitabile lungo invernale cilicio delle vesti, abbiamo dato l’avvio ufficiale al nostro programma di escursioni con questa esplorazione. Si esplorazione perchè la novità di quest’anno è l’inserimento di alcune uscite per il reperimento di nuovi itinerari sfruttando sentieri ormai abbandonati o mai utilizzati dall’escursionismo di massa, purtroppo ad oggi quasi (perchè invero qualche comunità e qualche amministrazione comunale più sagge e corrette le abbiamo anche trovate) unica possibilità che abbiamo per poterci mettere a nudo senza patemi.

Contrariamente ai miei timori, dovuti alla vetusta età della relazione che mi ha dato notizia dell’esistenza di questo itinerario, il tracciato si è rilevato pulito e facilmente individuabile. Breve ma simpatico, con un bel tratto panoramico e un paio di ottimi punti per fermarsi a godersi il sole, mangiare e riprendere il fiato prima di ritornare a valle, si è immediatamente guadagnato il certo inserimento nel programma 2020. Peccato solo il relativamente lungo (un terzo dell’intero percorso) tratto sulla frequentatissima strada sterrata di fondo valle dove si è per ora costretti a stare vestiti (un paio di volte mi è capitato di essere guardato male per il solo fatto che fossi a torso nudo, con i soliti commenti del cavolo).

Soddisfatto dell’esito positivo dell’esplorazione, appagato dalla piacevole compagnia dell’immancabile Angelo, confidando in una prossima più intensa partecipazione, speranzoso per una prossima evoluzione sociale che rinormalizzi la nudità, saluto e resto in attesa della prossima uscita (16 marzo sempre in Val Bertone) quando andremo a verificare la condizione di percorribilità di un sentiero che permette di raggiungere un bel sentiero che già conosco e che ho già fatto più volte evitando la frequentatissima strada di fondo valle, consentendo il cammino naturale per quasi la totalità del tempo.

Alla prossima!

#VivAlpe 2019: Il programma


L’elenco che segue riporta solo le informazioni principali, le altre informazioni le troverete nelle schede che andrò a pubblicare quanto prima possibile nella pagina eventi del blog.

Visto che quest’anno posso mettere in calendario poche uscite ho pensato di condividere con voi anche alcune delle uscite che, al fine di trovare nuovi itinerari da proporvi, dovrò fare per pulire dei sentieri, per verificare lo stato di itinerari che ho già percorso tempo addietro o per esplorare percorsi che ancora non conosco, alcuni dei quali non sono nemmeno riportati sulle carte o sono indicati come tracce. Per questi percorsi, identificati nell’elenco dall’asterisco in prefisso al titolo, posso dare solo indicazioni approssimative dei tempi di percorrenza (dipendono dallo stato di conservazione e dalla maggiore o minore facilità di individuazione; potrebbe anche succedere che non si riesca a percorrerli per intero) e non ci saranno schede descrittive in area pubblica (pagina eventi del blog), per partecipare presentatevi direttamente al punto di raccolta indicato (se al momento manca, verrà inserito qualche settimana prima dell’evento), consiglio, però, di contattatarmi direttamente per e-mail, un paio di settimane prima della loro prevista effettuazione, per verificarne l’effettuazione (potrei dover lavorare il sabato) e prendere accordi, per avere il mio contatto e-mail registratevi tra gli Amici di Mondo Nudo (vedi apposita scheda).

Per segnalare la partecipazione alle uscite per non sarà più necessario compilare l’apposito form ma basterà avvisarmi telefonicamente o inviarmi un sms oppure inviarmi un messaggio in e-mail o WhatsApp, ricordandosi di segnalarmi il luogo di ritrovo qualora la scheda descrittiva ne riportasse più di uno. Chi non avesse i miei contatti si deve registrare negli Amici di Mondo Nudo (vedi apposita scheda) e riceve l’indirizzo e-mail del blog, nel contesto della prima partecipazione ad un uscita si ottengono anche gli altri.

Per dare seguito a richieste che mi sono pervenute, sperando non succeda come in passato che poi mi sono ritrovato da solo, alcune uscite, in particolare quelle lavorative, sono al sabato.

*16 Febbraio (sabato) – Anello nord di Gabbie, Val Bertone (Caino – BS)

Vecchio sentiero relazionato su un quotidiano locale ma che, nei miei vari passaggi in zona, non ho mai notato. Potrebbe essere molto interessante. Direi un massimo di 4 ore per l’anello completo.

Si parte dal parcheggio della val Bertone e se ne risale la metà inferiore seguendo per intero la strada sterrata. In destra orografica dovrebbe iniziare questo sentiero che risale il versante settentrionale del monte Paradiso. Giunti sul crinale spartiacque in coincidenza con casa Pasotti, si rientra a valle per il sentiero di Palone Pianura, seguendone la variante terminale di Castel Berti.

Ritrovo ore 09:00 al parcheggio della Val Bertone.

*16 Marzo (sabato) – Anello largo Val Bertone est

Itinerario molto corto (3 ore al massimo) e poco faticoso. Percorre sentieri di caccia che appaiono in disuso (li ho fatti almeno una quindicina di volte e non ci ho mai incontrato nessuno); ambiente interessante per le belle conifere che si attraversano e l’incontro quasi sicuro con le coturnici; molte possibili varianti, per l’occasione l’intenzione è quella di pulire una di queste che permette di mettersi a nudo quasi subito. Una volta a nudo ci si può restare fino a pochi metri dall’auto.

Ritrovo ore 09:30 al parcheggio della Val Bertone.

*13 Aprile (sabato) – Cascina Pian dei Canali (Forno d’Ono – BS)

Individuato casualmente è un percorso segnalato che da Forno d’Ono sale alla vetta della Corna Blacca, nella prima esplorazione effettuata l’ho trovato molto bello ma nella parte iniziale intasato dai rovi, sono passato ugualmente essendo inverno ma per una sua percorrenza primavera-autunno e necessario ripulirlo. La cascina, alla quale si arriva in due ore di cammino, è stupenda e collocata in posizione mirabile, all’interno almeno una ventina di posti tavola, all’esterno un bel prato e un bosco pulitissimo. Sicuramente si procederà anche oltre la cascina lungo un selvaggio e solitario vallone (che ho percorso solo in parte), di sicuro non si arriva in vetta alla Corna Blacca (assai lungo e faticoso), ma potremmo forse arrivare fino all’innesto sul 3V e da qui decidere di rientrare a valle con un altro percorso, totale 6/7 ore.

Chi lo volesse al ritorno potrà acquistare delle buonissime trote visto che, a dieci minuti dal parcheggio, passeremo davanti ad un allevamento che fruisce delle fresche acque di un torrente che scende da sotto la Corna Blacca: ci sono sia rosa che bianche (Fario) e costano all’incirca 10€ al chilo. Vedi pagina descrittiva.

Ritrovo principale ore 8:00 al parcheggio di Via Fucine a Prevalle; arrivando dalla tangenziale lo si trova a destra subito dopo il cartello che indica l’ingresso nel paese; arrivando dal paese lo si trova sulla sinistra dopo il paese, duecento metri dopo aver passato il ponte sul canale e l’incrocio con la Gavardina.

Ritrovo alternativo: ore 8:45 a Forno d’Ono nel piccolo parcheggio di via Roma posto sulla destra della strada in corrispondenza delle ultime case (a sinistra, a destra il torrente) duecento metri prima di un ponte.

Altre informazioni nella scheda evento

28 Aprile – Anello del Dragoncello da Nave

Non so perché ma i percorsi a bassa quota percorribili in nudità sono tutti esposti a nord e così è per questo itinerario segnalato ma quasi per niente frequentato, è un percorso interessante per l’ambiente attraversato (fitta boscaglia con essenze di vario genere, tra le quali le peonie, presenti in gran numero, e i gigli martagone); dalla vetta (che alcuni già conoscono) si osserva un bel panorama sul sentiero 3V e la Val Trompia. Discesa per il lato opposto seguendo la Val Salena per il percorso originale (e abbandonato) del 3V. 5/6 ore l’anello completo.

Ritrovo ore 9:00 al grande parcheggio dietro la chiesetta di San Rocco in Nave, qui la scheda dettagliata.

*18 Maggio (sabato) – Senter del Negondol con merenda e cena al ristorante Dragoncello (Nave – BS)

Da tempo non ci troviamo per una bella cena in compagnia così.. ecco un’interessante e piacevole escursione che si chiude con merenda e una cena (rigorosamente vestiti) al ristorante.

Tutte le informazioni nella scheda evento.

26 Maggio – Anello del Dosso della Croce (Collio V.T. – BS)

Si parte da un piccolo parcheggio fuori Memmo, paesino sopra Collio Val Trompia, e per strada sterrata ci si porta verso Bovegno, raggiunto il crinale spartiacque lo si segue per verdi pascoli risalendo un lungo e ripido pendio fino al suo apice ai piedi della sommità rocciosa del Dosso della Croce. Discesa per il crinale parallelo che, con caratteristiche similari, riporta più direttamente alle auto. Esposizione a sud quindi garanzia di sole fin dalla partenza (salvo mal tempo, ovviamente). 7/8 ore l’anello completo.

Tutte le informazioni nella scheda evento.

*1 Giugno (sabato) – Passo Reforti, Val del Caffaro (Bagolino – BS)

Ho individuato questo tracciato guardando la cartina del luogo, è indicato come vecchia traccia e osservato in loco in effetti se ne vede l’inizio ma poi non è chiaro dove prosegua, scoprilo sarà l’obiettivo di questa uscita esplorativa. L’ambiente è quello classico della media quota Adamellina: grandi placche rocciose contornate da canalini erbosi, in alto c’è un’ampia conca dove doveva esserci una vecchia malga. Esposto a ovest ma tutto a cielo aperto: appena arriva il sole il caldo si farà subito sentire. Calcolo un tempo di percorrenza di 8 ore tra salita, discesa (che va fatta sullo stesso percorso) e breve sosta pranzo.

Tutte le informazioni nella scheda evento.

16 Giugno – Anello del Dosso Alto (Maniva – BS)

Percorso che, anche se in parte in cattivo stato, ho trovato (la scorsa primavera) esaltante. Si parte dal piazzale del Giogo del Maniva per scendere verso Bagolino seguendo un’antica mulattiera, a metà dislivello si imbocca una sterrata che sale il versante settentrionale del Dosso Alto non è chiaro per andare dove. Abbandonata la sterrata si prosegue per un lungo e appena accennato sentiero (ben segnalato ma con segni vecchi) che, attraversando zone invase da ortiche, felci o lamponi, raggiunge il crinale orientale della montagna. Un sentiero militare risale tale crinale e porta ad attraversare il solitario ed erboso versante meridionale per raggiungere il Passo del Dosso Alto da dove la strada asfaltata riporta al Maniva. 7/8 ore l’anello completo.

Tutte le informazioni nella scheda evento.

21 Luglio – Lago Retorti (Bagolino – BS)

Era prevista una due giorni in altra destinazione ma eventi indipendenti dalla mia volontà mi hanno costretto a modificare la destinazione… Si ripropone l’uscita al Lago Retorti, a giugno nterrotta per la presenza di neve.

Tutte le informazioni nella scheda evento.

15 Agosto – Picnic o escursione in Valle di Brozzo

La parte inziale di questa valle e super affollata, ma proseguendo lungo il torrente, superata una cascata, ci si trova da soli pervenendo in una ventina di minuti ad una larga piana ghiaiosa dove il torrente lascia spazio a isolotti e spiaggette adatte ad una piacevole sosta.

Tutte le informazioni nella scheda evento.

7 Settembre (sabato) – Val della Lana (Gardone V.T. – BS)

Qualche anno addietro ne abbiamo percorso solo il primo pezzettino, la ripropongo per risalirla interamente portandosi alla vetta del Monte Guglielmo da dove scendere per il 3V e la Val d’Inzino. 8/9 ore.

Tutte le informazioni nella scheda evento.

22 Settembre – Lago della Rossola, Val di Dois (Ceto – BS)

Zona solitaria immersa tra le rocce dell’Adamello. Partenza dalla Case di Paghera alle quali si ritorna dopo un 6/8 ore di cammino (sosta pranzo compresa).

Tutte le informazioni nella scheda evento.

20 Ottobre – Monte Pizza (Bagolino – BS)

Era programmato il “Senter Bandit” in zona Caino e Nave ma durante una mia preliminare perlustrazione ho rilevato la presenza di molti tratti vegetati a rovi, risultati di difficile e spinosa percorrenza già ad inizio primavera con vegetazione ancora ridotta, figuriamoci a fine estate quando la vegetazione è al massimo della sua rigogliosità.

In sostituzione al “Senter Bandit” ho scelto un breve anello nei pressi di Bagolino, zona dove già abbiamo fatto diversi eventi, compreso un campo di cinque giorni e alla quale personalmente sono sentimentalmente legato per il caloroso affetto che, sulle reti sociali, mi hanno nel recente passato dimostrato diversi suoi abitanti.

Trattasi della salita al Monte Pizza, piccola rupe che sovrasta il paese e alla quale si arriva con due sentieri in apparenza non molto frequentati (tratti vegetati), ambedue particolarmente interessanti per gli ambienti attraversati e per la loro conformazione. 5/6 ore.

Tutte le informazioni nella scheda evento.

Novembre – Pranzo o cena di fine stagione

Vedremo come evolvono le cose con l’agriturismo Dragoncello e poi decideremo sul da farsi.

Tutte le informazioni nella scheda evento.

VivAlpe 2019


Quest’anno, per miei impegni e problemi, le uscite torneranno ad essere quantitativamente limitate (indicativamente una al mese per il periodo maggio-ottobre, più un paio di sabati), ma la qualità resterà sempre quella, anzi, cercherò di alzarla ulteriormente proponendo uscite in ambienti ancor più selvaggi e interessanti, ambienti dove lo sguardo possa liberamente spaziare fin verso l’orizzonte, ambienti dove la montagna sia montagna, dove sia possibile ascoltare i suoi messaggi, dove poter percepire il senso d’inclusione nella montagna che solo la nudità può portare.

Al momento non sono ancora definite le date, ma presto le potrete conoscere attraverso le schede descrittive che appariranno nella sezione eventi, nel frattempo, in ordine non cronologico, un’idea sulle destinazioni e i possibili itinerari:

  • Anello Stabio-Frerone-Val Fredda, una due giorni con pernottamento al rifugio Prandini
  • Soggiorno di cinque giorni al rifugio Prandini con tre escursioni in zona (anello della Val di Braone, Lago della Sorba, Laghetto di Mare)
  • Anello del Dragoncello da Nave (BS)
  • Anello del Dosso Alto (Maniva) su percorsi antichi e sentieri militari (15-18)
  • Anello est della Val Bertone, una brevissima escursione lungo sentieri quasi abbandonati
  • Altre in via di definizione

Alle escursioni si aggiungerà qualche evento statico, quali cene o pranzi e un pic-nic ferragostano in una valle inizialmente affollata ma che risalendola lungo il torrente diviene presto solitaria e selvaggia.

Confido in una massiccia presenza dei soliti e di nuovi amici, soprattutto confido nella partecipazione di nuovi amici che ancora legati alla necessità dell’abbigliamento desiderino provare cosa significa abbandonarlo, che chi già da tempo ci segue senza aver ancora provato a mettersi a nudo finalmente si decida a farlo: non obbligo nessuno a spogliarsi ma è chiaramente mio intento spingerlo a farlo, quantomeno una volta, che poi l’esperienza insegna che diviene immediatamente la prima volta per essere seguita da tante, tante altre volte.

A presto!

P.S.
Chi, al fine di distribuzione, volesse una copia ad alta risoluzione della locandina VivAlpe 2019 deve solo richiedermela tramite il modulo di contatto o, per chi li conosce, attraverso gli altri miei contatti (indirizzo e-mail, cellulare, whats-app, social, a voce) e provvederò a fargliela avere.

Crinale est della Val Bertone (Caino – BS)


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Nonostante la presenza di numerosi capanni da caccia e una traccia spesso profondamente incisa dal passaggio delle moto o delle bici, trattasi di un interessante percorso che segue la lunga e panoramicissima cresta spartiacque in sinistra orografica della Val Bertone per poi portarsi sul fondo di quest’ultima dove, inizialmente, si mantiene, con fresco ed entusiasmante gioco, esattamente nel torrente che la solca.

Nel tratto di cresta dal Monte Pino al Monte Sete lo sguardo a est si estende da una piccolissima parte delle Dolomiti di Brenta alla Pianura Padana passando per Monte Baldo e Lago di Garda, a nord si possono osservare i rilievi della parte bassa della Val Sabbia e alcuni di quella alta della Val Trompia, a ovest il panorama è chiuso dal vicino e IMG_0407ampio Monte Doppo con il limitrofo Monte Gabbie e il lungo crinale che da quest’ultimo scende nella Val Bertone formando i monti Paradiso e Valcada, a sud analoga situazione provocata dal Monte Ucia e la sua lunga dorsale sommitale.

Molte le essenze floreali presenti lungo tutto il percorso a queste si combinano le belle e giovani conifere della cresta e del versante sinistro orografico della Val Bertone, sul fondo della quale si possono reperire lunghe file di spinosi cespugli di saporita Mora selvatica.

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Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: piazzale sterrato all’inizio della Val Bertone sulla sinistra (salendo) di Via Nazionale di Caino, strada detta “le Coste di Sant’Eusebio” che da Nave, passando per Caino e il Colle di Sant’Eusebio, raggiunge Odolo e da qui la Val Sabbia.
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 417m
  • Quota di arrivo: stessa della partenza.
  • Quota minima: 417m
  • Quota massima: 784m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 580m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 580m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 14,43 km
  • Tipologia del tracciato: molto vario alterna a ripetizione sentieri e strade sterrate o cementate, un tratto è su terreno libero (letto di un torrente).
  • Difficoltà (vedi spiegazione): EE3P
  • Tempo di cammino: 4 ore e 50 minuti
  • Segnaletica: a tratti nell’ufficiale bianco-rosso con alcune tabelle segnaletiche, altri tratti presentano deboli e sparuti segni rossi altri ancora, in particolare il rientro lungo la Val Bertone, non sono segnalati.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: bar e negozi a Nave o Caino.
  • Rifornimenti idrici naturali: sorgenti nella parte finale (l’ultima mezz’ora di cammino).
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: alberghi a Brescia e Nave.
  • Fattibilità diurna del nudo (nella speranza che la normalizzazione sociale della nudità faccia presto diventare questa un’indicazione superflua): sicuramente alta nel tratto che percorre il letto del torrente sul fondo della Val Bertone, in linea di massima pure alta nella discesa dal Passo Viglio alla Val Bertone, bassa e a tratti nulla sul resto del percorso.

Profilo altimetrico e mappa

Partenza che da dolce si fa presto piuttosto impegnativa per poi calmarsi sensibilmente. Nel tratto mediano il profilo si addolcisce in un lungo tratto che a brevi salite alterna lunghe discese e tratti pianeggianti. Infine la lunga e pressoché costante discesa verso valle, con una prima parte piuttosto tecnica per via del profondo solco scavato da moto e biciclette e una parte mediana altrettanto complessa in quanto su terreno vergine o addirittura in acqua. Finale tranquillo su liscia strada sterrata.

GPSies – Cresta est della Val Bertone

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Relazione tecnica

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Dal parcheggio incamminarsi lungo la strada asfaltata in direzione est. Raggiunto il primo tornante abbandonare l’asfalto per prendere a destra una strada sterrata che, in leggera salita, s’infila nella Valle del Loc e attraversa le poche case della località Surago. La pendenza aumenta sensibilmente e si passano altre case poi la strada volge a destra per risalire ad altra cascina d’innanzi alla quale s’incontra un bivio. Prendere la meno evidente sterrata che si dirama a sinistra e dopo aver attraversato il ruscello imboccare sulla destra uno stretto sentiero che si risale con difficolta, sia per la forte pendenza che (e soprattutto) per la profonda traccia scavata dal passaggio delle moto. Arrivati ad un bivio prendere a sinistra e continuare la faticosa salita. Raggiunto un ulteriore bivio ancora a sinistra procedendo ora, con minore difficoltà, su tracciato più largo e comodo anche se pur sempre a tratti segnato. Dopo aver oltrepassato il Torrente della Valle del Loc si sottopassa il capanno della Passata di Sant’Eusebio e in breve si perviene all’omonimo colle.

Attraversata la strada asfaltata seguirla in direzione di Odolo (destra), ma fatti pochi passi prendere a sinistra il sentiero che, in pochi metri, porta alla chiesa di San Pietro in Vincoli da aggirare sulla sinistra. Attraversato un brevissimo tratto di rada boscaglia, proseguire risalendo un pendio molto ripido e rovinato dal passaggio di moto e/o bicilette. Quando la pendenza degrada il sentiero, ora su bel prato, svolta decisamente a sinistra lambendo prima, sulla sinistra, un capanno e poi, sulla destra, la Cascina Gnutti. Per una strada inerbata si risale il successivo pendio attraversando una rada fascia di bosco, poi, nuovamente per bei prati, la strada, fattasi più evidente, passa all’interno di un capanno e lambisce, lasciandola sotto a destra, una piccola casa. Arrivati al sommo del dosso erboso la strada prosegue pianeggiante verso un’altra più grande casa, seguendola o, in alternativa, prendendo a sinistra un esile sentiero nell’erba che passa alla sinistra della casa, portarsi alla base del pendio meridionale del Monte Mizzingolo dove ci si immette su un largo ed evidente sentiero. Con comodo percorso a mezzacosta si aggira ad ovest il Monte Mizzingolo giungendo a un baitello (Bait del Ginetto) con IMG_0409annesso capanno di caccia, qui s’inizia a salire il ripido pendio del Monte Pino per poi, sempre seguendo la larga ed evidentissima traccia del sentiero palesemente scavato ad arte nel terreno, tagliarne il versante orientale fino a pervenire, dopo aver attraversato altro capanno, al filo di cresta. Senza possibilità d’errore seguire fedelmente l’esile filo di cresta che, dopo un tratto pressoché pianeggiante, ripidamente scende ad una larga sella di poco soprastante il baitello di altro capanno da caccia. Una breve e leggera salita porta alla sommità del Monte Gnone (traliccio di un elettrodotto da sottopassare) dalla quale si cala abbastanza comodamente alla successiva larga sella. Su evidente traccia assai rovinata, attraversando una giovane conifera faticosamente si sale alla vetta del Monte Sete, per poi, con lunga e ripida discesa, raggiungere i prati di Casa Prandini che si discendono tenendosi a monte della casa e puntando all’evidente capanno di caccia. Si aggira il capanno sulla destra, si volge a sinistra e si perviene ad un breve e ripido canalino scavato tra due spuntoni rocciosi che si discende con un poco di attenzione. Ripreso il filo di cresta, prima in piano poi ancora in discesa si perviene ad IMG_4833altra larga. Lambendo un capanno si risale l’ennesimo rilievo in vetta al quale attraversiamo una bella conifera con largo e piano balcone erboso sulla Val Bertone (ottimo punto per una sosta). Costeggiando una recinzione scendiamo a destra per poi volgere a sinistra e, in pano, raggiungere una strada cementata che seguiamo in forte discesa verso destra. Arrivati alla confluenza in altra strada cementata volgiamo a sinistra e, in fortissima salita, ci riportiamo sul filo del crinale dove, volgendo a destra, in breve siamo ad una casa (località Pulsa). Per sterrato proseguiamo sulla sinistra della costruzione, risaliamo un breve pendio e in piano procediamo sul lato occidentale del costone arrivando ad altra casa dove la strada termina. A monte della casa proseguiamo per sentiero a riprendere il filo del crinale, oltrepassiamo una sbarra e scendiamo ad altra casa con capanno. Per strada sterrata puntiamo al Dosso Fontane che, seguendo la cinta in cemento di una grande proprietà, aggiriamo a est pervenendo alla strada che scende a Binzago. A sinistra per sterrata in pochi metri ad una sella con altro bivio, ancora a sinistra per strada sterrata che, in piano, taglia tutto il versante settentrionale del Dosso Fontane. Sempre per strada sterrata oltrepassiamo il capanno di Carrera e quello delle Colme di Binzago, lasciamo sulla destra una casa e al primo bivio prendiamo a destra in discesa. In breve perveniamo ad altro bivio, andiamo a sinistra in discesa raggiungendo la sella del Passo Viglio.

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Imbocchiamo il sentiero che si abbassa sulla sinistra del cancello d’ingresso ad una grande casa (Roccolo Bertone) posta alla sommità di un dosso. A mezzacosta nel bosco, ignorando una traccia che sale a destra appresso la cinta della casa di cui sopra, raggiungiamo il fondo di una valletta dove il sentiero volge a sinistra a tagliare il versante meridionale del Monte Gabbiole. Con ripida salita tra grandi alberi si perviene ad un crinale dal quale si scende per erbe in direzione della Val Bertone. Dopo aver perso un centinaio di metri di dislivello il sentiero volge a destra prima ancora in terreno aperto poi rientrando nel bosco dove la traccia si fa a tratti profondamente scavata dalle moto. Disceso un largo canale si riprende a traversare verso nord-ovest fino a sbucare su IMG_0498una larga strada sterrata che si segue a destra, prima in salita poi in piano, fino ad arrivare al largo guado del torrente Garza sul fondo della Val Bertone. Senza attraversare il torrente volgiamo a sinistra per procedere lungo il torrente stesso scegliendo il percorso migliore o, se disponiamo di calzature adeguate (stivali o, meglio, robusti sandali) camminando direttamente nell’acqua che, salvo qualche piccola pozza facilmente aggirabile, non è mai molto alta. Oltrepassato un tratto stretto tra alte rocce perveniamo ad un salto artificiale che superiamo a destra scendendo con attenzione un ripidissimo pendio di terra e roccia (5 metri di dislivello pressoché verticali). Attraversiamo una conca erbosa e scendiamo con minori problemi il successivo risalto terroso riportandoci nel corso del torrente che seguiamo nuovamente verso destra. Passata una larga spianata dopo alcune curve del torrente questo scende a destra in una forra facendosi impraticabile, allora individuiamo e prendiamo sulla sinistra una traccia di sentiero che pianeggiante entra nel bosco. Un ripido salto molto rovinato e pericoloso è aggirabile sulla destra nella fitta boscaglia andando a riprendere il torrente per poi alzarsi sulla sua destra, attraversare un tratto di bosco e alte felci, ridiscendere con qualche problema al torrente, guadarlo e, per esile traccia tra alte erbe, risalirne la sponda opposta a prendere una più evidente IMG_0503traccia di sentiero in coincidenza con un bivio. Andare a destra a mezza costa per superare un tratto esposto sopra altra forra del torrente dopo il quale il sentiero confluisce in una strada sterrata per la quale si discende tutta la parte mediana della Val Bertone pervenendo alla zona attrezzata con tavoli e bracieri, nei pressi anche la casetta ricovero dei Gnari della Val Bertone. Superato su ponte il torrente qui più largo, la strada si mantiene in quota tagliando i pendii orientali dei monti Civelle e Valcada per poi iniziare a scendere dolcemente. Passate le cascine in località Le Dase la discesa si fa più accentuata e porta al parcheggio da dove si è partiti.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto di quella che è da considerarsi l’andatura ottimale per un escursionismo agevole e, nel contempo, sicuro, vedi spiegazioni dettagliate. In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Parcheggio inizio val Bertone 0:00
Colle di Sant’Eusebio 0:40
Capanno a nord di Monte Pino 0:30
Monte Sete 0:30
Passo Viglio 1:00
Guado di Val Bertone 0:40
Inizio strada di Val Bertone 0:30
Parcheggio inizio Val Bertone 1:00
TEMPO TOTALE 4:50

 

Monte Maddalena (Brescia), anello della Val Fredda


La zona dell’escursione, a destra la Val Fredda, al centro passa la discesa

Breve anello sulle pendici del monte dei Bresciani, la Maddalena, percorrendone il versante meno noto e frequentato. L’estesa copertura boschiva lo rende paesaggisticamente molto limitato, ma l’itinerario risulta comunque interessante coniugando interessi espressamente fisici (il piacere che deriva dalla fatica del cammino) con quelli naturalistici (il bosco presenta una buona varietà di piante e di essenze floreali ed è possibile l’incontro con alcune specie animali, in particolare il cinghiale), alimentari (nel periodo opportuno è possibile raccogliere tante ottime castagne) e storici (l’ex polveriera di Mompiano). Alcune grotte, sfiorate dal percorso, possono rappresentare un altro spunto di interesse, una di queste viene utilizzata per l’allestimento di un presepe. Molto bucolica la zona dove si trova il rifugio Valle di Mompiano (che si sfiora in salita e si tocca in discesa) dove alcuni tavolini consentono una comoda sosta all’ombra di grossi castagni. Bella anche la zona limitrofa alla Cascina Margherita, allietata da una piccola pozza che domina una parte della città di Brescia e da dove è possibile allungare lo sguardo verso la Pianura Padana. L’anello risulta percorribile in ogni stagione dell’anno sebbene, data la bassa quota e nonostante il nome, l’estate potrebbe risultare poco indicata. La vicinanza alla città lo rende estremamente accessibile anche a chi, magari arrivando da fuori, non disponga di mezzi propri di trasporto: dalla stazione ferroviaria di Brescia la velocissima (9 minuti) linea della metropolitana arriva a ottocento metri dal punto di partenza (stazione Europa nei pressi della cittadella Universitaria); a cinquanta metri dal parcheggio, invece, arriva la più lenta (27 minuti) linea dei bus urbani (linea 15, fermata di via Nikolajewka).

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: il parcheggio dei grandi giardini pubblici di via Nikolajewka (Parco della Croce Rossa) al Villaggio Montini di Brescia
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 121m
  • Quota di arrivo: stessa della partenza.
  • Quota minima: 121m
  • Quota massima: 558m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 463m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 463m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 10,5km
  • Tipologia del tracciato: nella parte bassa (dal parcheggio al rifugio) all’andata a un breve tratto asfaltato segue una stradina sterrata che diviene largo sentiero, al ritorno dopo una sterrata segue un lungo tratto di asfalto; dal rifugio in su sentieri.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E3P
  • Tempo di cammino: 3 ore e 30 minuti
  • Segnaletica: paline e segni bianco rossi lungo l’intero percorso; la salita segue il sentiero n°10 del Parco delle Colline Bresciane.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: bar e negozi a Mompiano e nello stesso Villaggio Montini.
  • Rifornimenti idrici naturali: fontanella nei pressi del rifugio Valle di Mompiano (eventualmente raggiungibile già in salita con una brevissima, due minuti, digressione dal percorso indicato) e al bivio tra via Valle di Mompiano e via Egidio Dabbeni (parte terminale dell’anello, eventualmente raggiungibile in auto prima di portarsi al parcheggio).
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: alberghi di Brescia, se in gruppo anche il rifugio Valle di Mompiano (gestito dai Gnari dè Mompià ai quali richiedere le chiavi).
  • Fattibilità diurna del nudo (nella speranza che la normalizzazione sociale della nudità faccia presto diventare questa un’indicazione superflua): impossibile nel tratto urbano (parte bassa dell’anello) e nei pressi del rifugio; generalmente limitata nel tratto di salita alla cascina Margherita (sentiero solitamente abbastanza frequentato); più ampia nel lungo traverso (sentiero poco frequentato) e nella successiva discesa (sentiero poco frequentato che ogni tanto tocca una frequentata pista di discesa in bicicletta; avvicinandosi al rifugio il sentiero diviene, nei fine settimana, più frequentato).

Profilo altimetrico e mappa

Partenza pianeggiante che permette un ottimo riscaldamento prima d’iniziare a prendere pendenza, poi l’inclinazione cresce progressivamente fino a diventare, dal rifugio alla cascina Margherita, rilevante anche se non estrema. Dalla Margherita si prosegue con un lungo tratto sostanzialmente pianeggiante per poi prendere la ripida discesa che, con costante pendenza, riporta al rifugio. Da qui progressivamente la pendenza diminuisce fino al piano.

GPSies - Brescia - Anello della Val Fredda sul Monte Maddalena

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Relazione tecnica

Usufruendo di un percorso ciclo-pedonale, incamminarsi verso sud lungo via Nikolajewka, oltrepassare l’incrocio con via Piero Calamandrei e procedere fino al termine della pedonale, proseguire ancora un poco lungo via Nikolajewka e, al suo termine su via della Garzetta, procedere per il lato sinistro di quest’ultima. Oltrepassare gli edifici della Scuola Edile Bresciana, l’antica palazzina del Poligono di Tiro a Segno e i parcheggi del centro sportivo Club Azzurri Brescia. Subito dopo, a sinistra, prendere una stradina pedonale che, costeggiando per intero il lato orientale del suddetto centro, porta a via Egidio Dabbeni. Seguire questa via a destra pervenendo in breve alle abitazioni della località Portass, poco oltre l’asfalto termina e inizia lo sterrato. Al primo bivio tenere la strada di sinistra e, seguendo da vicino il solco del torrente Garzetta, pervenire alla Cascina Rochi (I Sareser) dove, apparentemente, la strada finisce. Prendere a destra una sassosa stradina sterrata che, in salita, costeggia il muro di cinta di detta cascina e la oltrepassa tenendosene sopra a destra. Con minore pendenza la stradina penetra nella valle di Mompiano tenendosi appena sotto il limite del bosco e passando sopra campi coltivati. Oltrepassato il solco del torrente Val Renada la stradina termina e inizia un sentiero che, alternando tratti pianeggianti ad altri di salita, con un lungo tratto all’interno di un bel bosco di castagni conduce alla strada sterrata di accesso a La Casina e al contiguo (costruzione unica divisa in due parti) rifugio Valle di Mompiano. Proseguire lungo la sterrata verso destra, dopo pochissimi metri, già in vista della detta costruzione, appena prima del ponticello che scavalca il solco del Rio Bodrio, prendere a destra uno stretto e ripido sentiero.

In costante buona pendenza, con alcuni tornanti e lunghi diagonali risalire il boscoso fianco sinistro orografico della valletta formata dal Rio Bodrio, dove, talvolta, si svolgono battute di caccia al cinghiale. Guadagnati diversi metri di quota si sbuca su una piana stradina sterrata, a destra in pochi metri si perviene alla pozza della mitica Cascina Margherita, un tempo frequentatissimo licensì meta di merende e gite domenicali dei bresciani. Ritornare al bivio col sentiero da cui si è saliti, proseguire lungo la sterrata fino a quando questa inizia una lunga curva a destra. Sulla sinistra ci si alza un paio di metri ad una piccola radura tra grossi castagni (Ràsega), ignorando il sentiero che si alza dritto e ripido costeggiando a sinistra una pista da down hill (variante Cagnolera), prendere invece quello che procede a sinistra in piano: Pista Forestale della Val Fredda o Senter dei Rocher o Senter dei Brüsàcc (stando a OpenStreetMap i tre nomi si susseguono identificando tre tratti consecutivi dello stesso sentiero; in zona si trova, alla data di redazione della presente relazione, solo l’indicazione che riporta l’ultimo nome). Poco dopo s’incontra un primo bivio, tenere il ramo a sinistra che con un lungo e riposante diagonale porta verso est completando l’aggiramento della testata della Valle del Rio Bodrio; una breve discesa conduce alla piccola Pozza Val Fredda dove, stando alle indicazioni di OpenStreetMap, la traccia prosegue con il nome di Sentér dei Roncher. Si prosegue a mezza costa con tratti di discesa più o meno ripida attraversando i vari valloncelli pluviali che confluiscono a formare la Val Fredda di cui si aggira per intero la testata pervenendo alla località Brüsàcc. Dopo aver attraversato con attenzione il profondo toboga della pista di down hill Susy si perviene ad un bivio, prendere il sentiero che scende a sinistra, in prossimità di un capanno da caccia seguire la traccia che lo aggira sulla sinistra e continuare a scendere nel bel bosco di castagni perdendo velocemente quota. Dopo un secco cambio di direzione che porta a procedere verso sudovest si riattraversa la pista da down hill per costeggiarla brevemente tenendosi alla sua sinistra. Una secca curva a sinistra allontana la traccia dalla pista per abbassarsi un poco verso il fondo della Val Fredda. Passando accanto all’invisibile Büs dè la Strìa un lungo diagonale riporta verso nord a ritoccare la pista di down hill, subito, però, si svolta a sinistra e con diversi tornanti si scende al Büs del Tass e al Rifugio della Valle di Mompiano.

Passando a destra del rifugio prendere la sterrata di accesso e, in discesa, seguirla fedelmente, dopo la prima curva a sinistra inizia il tratto all’interno di quella che era la Polveriera di Mompiano, qui si può continuare lungo la dura sterrata oppure abbandonarla per alzarsi a sinistra ad una radura erbosa e seguire un più morbido sentierino che, attraversando le radure che ospitarono le installazioni di ArteValle (Radura delle Fate), riprende la strada poco dopo, in corrispondenza del lato settentrionale di un caseggiato (qui si possono ancora vedere due garitte di sentinella). Poco oltre, in corrispondenza della prima secca curva a destra, sulla sinistra al centro di una radura erbosa è collocata la lapide a ricordo dei ventitre lavoranti nella polveriera morti durante la seconda guerra mondiale a seguito di un bombardamento. Proseguendo lungo la strada sterrata si passa davanti al cancello d’ingresso alla polveriera e, dopo una svolta a sinistra, si perviene alla sbarra che impedisce l’accesso. Oltre la sbarra la strada diviene asfaltata e prosegue con il nome di via Valle di Mompiano, lasciare a destra la costruzione del Terminone e a sinistra la strada (via Egidio Dabbeni) che porta alla Cascina Ronchi. Procedendo a lungo in piano, sulla destra varie case e strade di accesso alla stessa, sulla sinistra campi coltivati, si perviene ad un bivio. Proseguire a sinistra per via Egidio Dabbeni, giunti alla Cascina Calina prendere il primo bivio a destra e proseguire per via della Lama fino a trovare, sulla sinistra, il primo ingresso al Parco della Croce Rossa. Seguendo la stradina di sinistra attraversare per metà la parte settentrionale del parco per poi tagliarlo quasi completamente verso destra e portarsi sul suo lato occidentale. Con larga curva a sinistra, pervenire alla larga strada asfaltata di via Ottaviano Montini. Con breve spostamento a sinistra, raggiungere le strisce pedonali e attraversare la detta strada, tornare un poco a destra per prendere la stradina che entra nella parte meridionale del Parco della Croce Rossa e seguirla fino al primo bivio. Per la stradina che volge a sinistra in breve si perviene al punto di partenza.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto di quella che deve considerarsi l’andatura ottimale per un escursionismo agevole e, nel contempo, sicuro, vedi spiegazioni dettagliate. In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Villaggio Montini – parcheggio 00:00
Cascina Ronchi 00:25
Bivio del rio Bodrio 00:25
Cascina Margherita 00:40
Pozza Val Fredda 00:10
Bivio Brüsacc 00:20
Rifugio Valle di Mompiano 00:40
Villaggio Montini – parcheggio 00:50
TEMPO TOTALE 03:30

#VivAlpe 2017 – Riepilogo fotografico


Siamo alla fine di questo 2017, un anno che ci ha visti impegnati in numerose escursioni, uscite che hanno occupato tutti i mesi dell’anno e che si sono concluse con una magnifica giornata si sole sulla vetta del Castello di Gaino, dalla quale la vista sul Lago di Garda è sempre affascinante ed emozionante.

Per ringraziare tutti i nostri fedeli lettori, nonché tutti coloro che partecipano alle nostre escursioni, e per incitare altri a partecipare ecco un resoconto fotografico di VivAlpe 2017.

Grazie!

“Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte terza


Continua da “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte seconda

Tutte le foto sono dello stesso Luca, scattate durante questo cammino.


Il Sentiero delle Tre Valli Bresciane secondo me

GIORNO 4: La battaglia di Croce di Marone

Il cellulare trilla alle 7.30, ho dormito benissimo. Mezzora per sistemare lo zaino e preparasi. Colazione abbondante e da leccarsi i baffi. Si sta proprio bene al Cimosco. Ne abbiamo di cose da raccontarci io, Nicola e i rifugisti. Così vengono le 9, bisogna partire per forza. Ma oggi, l’avevo già deciso, non camminerò quanto ieri, anche perché un po’ di stanchezza la avverto. Oggi proverò a rifiatare, così domani avrò le forze per arrivare sino a Urago Mella. O almeno per provarci. Perciò accompagno Nicola per un breve tratto: il mio amico sta ripercorrendo all’indietro l’itinerario che io ho compiuto ieri. Si fermerà al rifugio Rosello e poi girerà i tacchi per tornare a casa. Fotocamera in mano, Nicola immortala alcune marmotte e qualche uccellino che lui riesce a classificare scientificamente, mentre per me sono tutti uguali: hanno le ali, sono volatili. Nicola mi spiega pure che esiste la marmotta-sentinella: è lei che, con alcuni fischi, avvisa il resto della ciurma del passaggio di un potenziale pericolo (gli animali, uomini compresi). La sentinella che incontriamo fra le pietraie di Plan di Montecampione, però, dev’essere una fotomodella. Rimane in posa e si lascia colpire dall’obbiettivo di Nicola, stupito ed ovviamente contento. Un’altra marmotta se ne sta lì, a due passi da noi, e scruta verso l’alto la propria compagna che dovrebbe dare l’allarme. Invece niente, finché siamo noi a muoverci rumorosamente ed a far scappare nelle loro tane le nostre amiche. Starei qui per ore, ma devo salutare Nicola, non prima di avergli chiesto il numero di cellulare. To be continued: un ragazzo così, appassionato e simpatico, mica me lo posso far scappare. Ne combineremo delle belle. Inverto la rotta e punto il passo del Muffetto per iniziare la mia tappa odierna. Vagabondo un po’ per i prati di Plan di Montecampione, poi finalmente imbocco il 3V.

Sono le 10. A quest’ora, ieri avevo già camminato per 240 minuti, oggi sto partendo, ma va benissimo così. Sul sentiero (un continuo su e giù fra gli impianti sciistici) incontro due podisti che si testano come trail runner, ma fanno abbastanza fatica perché sono già saliti da Montecampione correndo sulla strada asfaltata. Il 3V è ben segnalato: le tracce biancazzurre colorano anche i paletti che delimitano la stradina, meglio di così… Supero il Dosso Rotondo (qui c’è un rifugio), scendo e poi risalgo subito per scollinare Monte Campione (1827 metri). Poco dopo inizia la lunga discesa verso il Colle di San Zeno: qui c’è il rifugio Piardi, sono le 11.30 e proseguo sempre dritto verso il monte Guglielmo. Il monumento al Redentore si scorge benissimo in vetta alla montagna che sovrasta la Val Trompia e il lago d’Iseo. Quella è la mia meta, non posso proprio sbagliare strada anche perché le indicazioni non mancano mai (cartelli e segnavia sempre presenti). Il sole splende come al solito, perciò indosso solamente i pantaloncini da corsa ed il cappello. Nient’altro. Una piacevole abitudine di queste giornate così afose. Ho messo la crema solare e preferisco non portare la canottiera: finirei per bagnarla col sudore e peggiorare le cose. A petto nudo si sta proprio bene. La pensa come me un signore sulla settantina, a spasso con qualche amico. S’è tolto la maglietta pure lui e la tiene in mano. Quando lo incontro, mi sorride e mi dice: “È molto dannoso girare senza niente indosso!”. Ci mettiamo a ridere ed io ho la battuta pronta, che non riesco a trattenere: “Eh sì, soprattutto per gli anziani…”. Altre risate fragorose. Amo i nonni e le nonne, la loro semplice simpatia e la facilità con la quale stabiliscono contatti pure con chi non conoscono.

Percorro un tratto di strada sterrata, che poi si stringe e torna a salire verticalmente. Bivio. Mi fermo e leggo bene le indicazioni, come sempre. Ci sono due vie per salire sul Gölem: a destra, quella più lunga e facile che si inerpica a zig-zag; poi c’è quella diretta, sulla quale mi aveva rassicurato il rifugista del Cimosco (“È tosta ma non pericolosa”). Scelgo quest’ultima, affronto con molta calma un caminetto, appoggio talvolta le mani per sentirmi più sicuro, chiamo un paio di time-out ed arrivo sulla cresta che guarda verso il Sebino. Il Redentore è avvolto dalle nuvole, ma lo vedo là in fondo a sinistra. Cinque minuti e sono ai 1950 metri del Guglielmo. Un bellissimo traguardo intermedio. Ma non sono uno che fa tante pause. Mi asciugo, metto la felpa, faccio merenda e scatto due foto. Certo, da qui si vede tutto, nonostante il cielo non sia poi così limpido. Eppure non è uno dei miei panorami preferiti, il lago mi pare troppo lontano. Domani mi avvicinerò e sarà uno spettacolo. Ora, invece, è il momento della picchiata. Prima per i tornanti della strada sterrata che porta al Rifugio Almici e oltre. Poi devio a destra lungo il muretto che delimita il recinto di una malga e scendo sul sentiero che in verticale raggiunge i rifugi Malpensata e Croce di Marone. Mi fermo ai 1.170 metri del secondo, sono le 14.30, ma per oggi è abbastanza. Qui, in mezzo ad un prato scosceso, c’è una piccola croce di legno e, sul bordo della strada sterrata, un monumento posizionato accanto al divieto di transito (le auto possono arrivare sin qui e non oltre). “Riuniti su queste balze i volontari della libertà morirono combattendo la prima battaglia in terra bresciana contro i nazifascisti. Guglielmo – Croce di Marone, 9 novembre 1943”. E poi ancora, nella parte inferiore del monumento: “Nel 40° anniversario le comunità del Sebino e della Valtrompia e le associazioni partigiane posero a ricordo e monito. Croce di Marone, 6 novembre 1983”. Non conosco questa storia, indagherò.

In un primo momento non sono convintissimo della mia scelta, ma ci metto poco ad essere certo che ho proprio fatto bene a pernottare qui. I tavoli all’esterno del rifugio sono pieni di turisti, entro e vengo accompagnato subito in camera. “Potreste farmi qualcosa da mangiare?” chiedo. “Certo che sì, fra dieci minuti troverai un piatto di pasta” mi risponde la signora dietro il bancone. Salgo in camera (tre letti a castello), apro lo zaino per far prendere un po’ d’aria ai vestiti, mi cambio, passo dal bagno e poi torno giù. La pasta al ragù è perfetta, tre fette di formaggio completano l’opera (una è di bagoss!). Ozio per qualche minuto poi faccio due passi. Il cellulare non prende, ma i rifugisti hanno la soluzione a qualsiasi problema. Come faccio ad avvisare i miei famigliari? Mi prestano il loro telefono. Non so cosa fare? Mi prestano dei libri, proprio quelli che cercavo. Sorrido grazie alle poesie in dialetto scritte dagli artisti di Marone. Poi inizio a “studiare” il libro che mi spiega il perché di quel monumento (“La storia siamo noi. Ricordi di maronesi dalla Campagna di Russia alla Deportazione. A cura di Cati Cristini e Roberto Predali. 2014, Fdp editori).

Non sono un esperto, ma la curiosità mi spinge a ricostruire questa vicenda. Perché, ne sono convinto, conoscendo questo fatto potrò assaporare meglio il mio cammino. Ogni montagna ci racconta una storia. In vetta, spesso, ci sono croci in memoria di o monumenti per non dimenticare un amico scomparso. I sentieri portano i nomi di chi li ha creati e curati, passano per i ruderi che furono caserme. Oppure siamo noi stessi che leghiamo un monte ad una emozione, ad un ricordo. Anche per questo amo le montagne, perché mi parlano e mantengono in vita persone care ed episodi sepolti.

La storia della battaglia di Croce di Marone inizia l’8 settembre del 1943, quando viene dichiarato l’armistizio, una specie di resa italiana di fronte alle forze anglo-americane. La seconda guerra mondiale dovrebbe essere così finita per i nostri bisnonni. Civili e soldati, gioiscono tutti. Ma i tedeschi cominciano ad uccidere, schiavizzare e deportare i nostri militari, considerati dei traditori perché non vogliono aderire alla neonata Repubblica sociale di Salò (guidata dal duce). Pochi giorni dopo, alcuni ex soldati bresciani ed ex prigionieri alleati (anche stranieri: slavi, africani, americani…) scappano sulle pendici del Guglielmo per sfuggire ai nazifascisti. Alcuni si rifugiano qui, a Croce di Marone. Questi 160 (circa) partigiani fanno sabotaggi o colpi di mano. Alcuni assaltano la Beretta, per esempio, e si impossessano di armi e munizioni. Questi eventi preoccupano i fascisti di Brescia che organizzano un rastrellamento. Alla base del successo fascista in questa battaglia, sembra esserci un complotto allestito con un buon numero di partigiani che abbandonano i compagni di Croce di Marone al loro destino. Così, il 9 novembre del 1943, i nazisti salgono verso questa isolata località ed attaccano i partigiani con forze aeree e terrestri. Le pendici del Guglielmo, all’epoca, erano spelacchiate: gli alberi erano pochi, perché la legna serviva per scaldarsi e far da mangiare. I partigiani, quindi, individuavano e poi annientavano facilmente i nemici. Ma stavolta la mitragliera da 20 millimetri, impugnata da un partigiano che aveva partecipato alla Grande guerra, non può nulla contro l’avanzata tedesca. I nazifascisti abbattono la Resistenza, uccidono otto ribelli (fra i quali quattro stranieri), ne catturano molti altri e danno fuoco alle cascine di questa zona al confine fra i comuni di Zone, Marone, Sale Marasino e Gardone Valtrompia. Anche il “mio” rifugio, che all’epoca era un deposito, va in fumo. Alcuni partigiani, però, riescono a scamparla ed a scappare, chi a casa, chi sulle montagne della Valcamonica. Ho senz’altro tralasciato dettagli importanti e, forse, commesso qualche errore nella ricostruzione storica. Ma la sostanza non cambia: qui i nazifascisti sconfissero un gruppo della Resistenza italiana.

Il pomeriggio è volato, certi libri riescono proprio a sedurmi. È il momento della doccia (calda e comoda), dello stretching e di un po’ di crema dopo-sole. E della cena, of course. Il profumo della carne alle braci mi fa venire l’acquolina. I casoncelli sono fantastici, poi il rifugista, Walter, mi porta sei costine che spariscono alla svelta. Quattro turisti sono seduti al tavolo di fianco al mio: si stupiscono della mia fame, troppa – a loro dire – se rapportata al fisico snello che mamma e papà m’hanno regalato. Allora spiego loro il motivo del mio appetito; vogliono sapere i dettagli del 3V e va a finire che rimangono ancora più sorpresi. Rimontano in sella (moto, ovviamente) e strombazzano via. Peccato, c’era ancora la torta: una bella fetta di crostata.

Approfitto dell’ultimo sole per fare due passi e vedere come prosegue il sentiero. Domani la mia giornata inizierà presto, ma Walter ci tiene a svegliarsi insieme a me per prepararmi la colazione. Stanotte non c’è nessun altro al rifugio Croce di Marone, così mi fermo a parlare con lui mentre aspetto che si faccia l’ora di andare a letto. “Un rifugista deve saper fare tutto, mille lavori in uno. Taglialegna, idraulico, cuoco…”: mi piace ascoltare Walter, la sua passione per questo mestiere mi affascina. In futuro, chissà. Poi Walter aggiunge alcuni particolari sulla vicenda della battaglia tra partigiani e fascisti. Sono le memorie tramandategli dagli anziani. La vita al fronte, l’opportunismo di alcuni partigiani, il tradimento di parte di essi, i nemici che così riescono ad avere la meglio sulla Resistenza. Mi parla anche del Sentiero Italia, un lunghissimo itinerario che percorre tutta la nostra penisola e pure Sicilia e Sardegna. È il suo sogno e lo condivide con me, sono un privilegiato. Quante storie ho ascoltato in questo breve cammino, quante mani ho stretto, quanti occhi ho guardato, quanti sorrisi, esperienze, consigli, domande e risposte. Ora il mio mondo è appena meno piccolo, sono felicissimo così. Ma per essere davvero soddisfatto, ormai è quasi una priorità, voglio arrivare al traguardo. E poi chiamare Walter e ringraziarlo del calore che ho ricevuto dalla sua famiglia.

Malghesi al lavoro proprio dove il 3V abbandona la stradina sterrata, che scende dal Monte Guglielmo, per imboccare uno stretto sentiero in discesa verso Croce di Marone

GIORNO 5: Il rientro

Anche stanotte ho dormito talmente bene da anticipare la sveglia di qualche minuto, come spesso mi capita quando devo andare in montagna. Chissà perché, invece, non succede mai quando devo andare a lavorare… Mi sento in forma, non ho dolori particolari. Solamente la parte superiore delle dita dei piedi, vicino alle unghie, è un po’ provata dalle ore di cammino. Perciò inumidisco le calze prima di indossarle e trovo così un discreto sollievo. Faccio colazione, saluto Walter con un “arrivederci” perché tornerò senz’altro a trovarlo, e poi parto verso le 6.30.

Una stradina sterrata e poi un sentiero che taglia nel bosco mi conducono alla Forcella di Sale, dove ci sono una santella ed un incrocio intricatissimo, ma molto ben segnalato (ci sono pure le indicazioni per il tracciato della Proai Gölem, ma questa è un’altra storia). Anche in questo caso, tengo fede all’idea di seguire l’itinerario “normale” (o intermedio) del 3V e lascio sulla mia destra le varianti alta e bassa. La prossima meta sarà Punta Almana. Anche la variante alta arriva su questa cima, percorrendo però alcuni tratti esposti ed attrezzati con corde metalliche. La variante bassa, invece, non passa dalla Punta Almana. Io prendo quindi la strada sterrata e pianeggiante che gira a sinistra, la cammino per qualche minuto e poi incontro altre indicazioni. Il 3V si addentra nel bosco sulla destra seguendo un tratto privato del sentiero intitolato a Filippo Benedetti. Poi inizia la salita vera e propria, impegnativa ma breve, perciò in poco tempo sono in vetta. Dalla croce di Punta Almana (1350 metri) la vista è fantastica: guardo il lago d’Iseo ed il sole mi scotta già le spalle. La discesa mi mette alla prova: è ripida e scivolosa, quindi la affronto con calma ed applaudo i camminatori che si stanno arrampicando senza paura. Questo tratto è veramente affascinante. Un continuo su e giù sulla cresta della catena montuosa che separa la Valtrompia dai paesi affacciati sul Sebino. Non mi annoio mai, anzi, mi sto proprio godendo il mio ultimo giorno sul 3V. Incontro le splendide casupole Folcione e Spiedo, poi arrivo sul monte Rodondone e dai suoi 1143 metri ammiro un altro panorama sensazionale. Una dolce discesa mi porta fino al Santuario di santa Maria del Giogo, preceduto da un bar-ristorante. Qui un cane mi lecca il ginocchio, proprio dove mi ero fatto male. Finalmente un po’ di disinfettante, naturale per giunta! La chiesetta è aperta ed una preghiera la dico sempre volentieri. Lì fuori ci sono un’ampia spianata con un’area pic-nic (tavoli e sedie) e, sull’altro lato, alcuni edifici gestiti dagli alpini. Le Penne nere, in particolare, custodiscono il bivacco con una cucina e 18 posti letto (“Non è un albergo” precisano). Il bivacco rimane chiuso, bisogna contattarli per prenotarlo e farsi consegnare le chiavi. Ma oggi c’è pieno di gente, alpini e non solo, perché ricorre la festa degli artiglieri di Sulzano. Alcune Penne nere perciò stanno preparando le tavole, altre spadellano il pranzo ed altre ancora mi illustrano come funziona il loro bivacco. Tornerò, promesso. Anche perché c’è una strada asfaltata che, salendo da Sulzano, arriva proprio qui, appena sotto i mille metri di quota. Quindi il santuario è facilmente raggiungibile ed io consiglio a tutti di venire ad ammirare questo eccezionale panorama che offre l’ennesimo punto di vista diverso sul lago d’Iseo.

Il 3V prosegue in leggera discesa ed attraversa alcune case, poi spunta di nuovo in cresta per regalarmi l’ultimo sguardo sul Sebino, fantastico anche da sud. Poco dopo, l’itinerario biancazzurro sbocca su una strada asfaltata: tengo la destra e centro metri dopo ritorno sullo sterrato seguendo le indicazioni per Punta dell’orto (il sentiero inizia sul fianco sinistro di una casa). La mulattiera diventa poi una stradina asfaltata, ma il 3V la abbandona presto per scendere a sinistra. I segnavia biancazzurri, ormai dei compagni di viaggio e non più dei semplici riferimenti, continuano ad accompagnarmi fino all’ampia strada asfaltata che in duecento metri mi porta a Zoadello (650 metri).

Attraverso la piazza e riprendo il sentiero verso San Giovanni di Polaveno, mentre il count-down entra nel vivo ed iniziano i preparativi, nonché i pensieri, per il rientro a casa. Un bivio mi mette in confusione, ma ci sono i cartelli e la direzione è quella, confermata da due giovanotti che pedalano avanti e indietro davanti a casa aspettando il pranzo. In effetti anche io avverto un certo languorino, del resto l’orario è quello: quasi mezzogiorno. Perciò, entrando a San Giovanni, decido che per il momento può bastare. Fermo il Garmin e mi tolgo lo zaino di fianco ad un bar. Seduti sui tavolini all’esterno del locale, tre signori sulla cinquantina disquisiscono del più e del meno, mentre io mi asciugo il sudore ed indosso una t-shirt. Purtroppo questo bar ha finito le scorte alimentari, così la compagnia dell’aperitivo trova un bell’argomento per cui dibattere: dove trovo qualcosa da mangiare? Il confronto produce un risultato incredibile. Cento metri più avanti c’è un negozio di alimentari, perciò “ciao e grazie mille!”. C’è un solo problema: il mio portafoglio contiene solamente cinque euro e un bancomat, ma in questa bottega si può pagare in contanti e in nessun altro modo. La soluzione la trova subito la negoziante. 5 € corrispondono ad un lauto spuntino. Due pani imbottiti ed una banana. “Ma cosa ci fai in giro? Ti piace la montagna? Anche a mia figlia! E così sei di Isorella? Allora forse conosci… Davvero è il tuo dentista? Ma pensa te, è mio amico!”. Questa felicissima signora mi prende in simpatia e così, mentre affetta pancetta e mortadella, facciamo amicizia. Sono il suo ultimo cliente, perciò chiude la porta del negozio uscendo insieme a me, poi salta in macchina con il marito. Chiedo loro un’ultima cosa: “C’è per caso una fontanella d’acqua potabile?”. Poi li saluto e ringrazio, stupendomi per quest’ennesimo incontro. C’è un’afa allucinante e devo riempire la camel bag. Una fontanella me l’hanno indicata, ma è rotta. Ora mangio, poi ci penserò. Intanto accendo il cellulare e leggo con molto piacere il messaggio di un amico. Stasera si fa festa. C’è in programma una grigliata fra amici, quelli di sempre. I compagni di classe, dei primi allenamenti di atletica leggera, di feste, di bevute, di avventure. Insomma, una serata con gli amici di Isorella, che non avrà gente a spasso per le montagne, ma una montagna di bella gente sì. Voglio esserci, quindi devo muovermi! Altrimenti niente birra e costine. Ma le buone notizie non finiscono qua. Sono seduto sulla panchina di un ristorante chiuso, di fronte alla bottega che mi ha salvato la vita. Si ferma davanti a me una macchina ed il braccio dell’uomo al volante mi porge una bottiglia d’acqua. È fresca, è un regalo, ma soprattutto è un pensiero fantastico. La negoziante e suo marito si sono ricordati che quella fontanella non funzionava da tempo, così hanno deciso di rimediare in prima persona. Un grazie, in questi casi, non basta, però è l’unica cosa che ho. Ora, a dirla tutta, ho anche una camel bag piena d’acqua fredda. Il cammino verso il traguardo e la grigliata può cominciare. Evviva i dentisti! E poi dicono che sono cari e fanno male. Il mio, invece, ha fatto si che stringessi quest’amicizia dissetante.

Riprendo il cammino ed entro subito in un rinfrescante sottobosco che, tra sentiero e strada sterrata in leggera salita, mi accompagna fino a Vesalla, un piccolo paesino sperduto senza un’anima umana né animale in giro. Costeggio ancora qualche casa ed attraverso un prato, poi un cancello mi sbarra la strada. Lo spingo, è aperto, quindi avanti di buona lena. La prossima meta è il Pizzo Cornacchia, l’ultima montagna vera e propria, per la quale ho conservato una scorta di energie da consumare senza badare a spese. Voglio divertirmi e ci riesco meglio quando accelero, quando i battiti aumentano e le gambe frullano. Duecento metri di dislivello all’insù e sono arrivato. Dall’alto dei 1000 metri del Pizzo Cornacchia mi sembra di vedere in lontananza Brescia. Una lunga picchiata, con qualche saliscendi, e sarò laggiù. Un passo alla volta, però. Così saluto l’imponente cascina Pernice ed imparo la storia dei partigiani Mario Bernardelli e Giuseppe Zatti, ai quali è dedicato un sentiero (entrambi furono fucilati qui, dove ora c’è la casa della Sella dell’Oca). Poi supero Quarone (di Sopra e di Sotto) e trovo il cartello che indica l’ultima destinazione ed il tempo mancante: Urago Mella, 2 ore 40’. Sono le 15.20, quindi arriverò per 18, giusto in tempo per tornare a casa, lavarmi ed andare a cena con gli amici. Perfetto. Il 3V continua a scendere poco alla volta, mentre la temperatura aumenta fino a diventare insopportabile. Il picco lo raggiungo proprio adesso (36 gradi secondo il mio Garmin), mentre cammino sulla strada asfaltata dell’ex convento dei Camaldoli. E non è tutto, perché inizio a sentire il rumore sibilante delle automobili. È un segnale inconfondibile che decreta la fine della mia lunga escursione. Ancora un tratto di sentiero, poi è di nuovo asfalto verso il passo della Forcella e il Santuario della Madonna della Stella (poco sotto i 400 metri di altitudine). È il momento dell’ultima sosta: l’ultima mela, l’ultima barretta e l’ultimo grazie sospirato all’interno di una chiesa. Mi prendo una decina di minuti per visitare il santuario, poi riparto. Lì c’è una fontanella d’acqua: bevo, riempio la camel bag e via.

Stradina sterrata ed è subito bivio. A destra comincia addirittura una variante bassa che evita la breve ascesa al monte Peso e porta direttamente in località Campiani. Io prendo la sinistra ed inizio la salita camminando su un bel sentierino che presto si biforca confondendomi le idee. In effetti quest’ultimo tratto del 3V avrebbe bisogno di una rinfrescata con le pitture bianca e azzurra. Non per fare un piacere a me, che ritrovo presto i segnavia (presenti ma un po’ sbiaditi) e la direzione corretta. Ma per farsi conoscere ai bresciani, per rendersi più attraente ed invogliare, chissà, sempre più persone a percorrerlo, tutto o solo in parte. Sarebbe fantastico posizionare almeno da queste parti e sul Maddalena, dove il Tre Valli parte e finisce, dei cartelloni che ne spieghino l’origine, il tragitto, le tappe, i punti d’appoggio e quelli panoramici. Mi chiedo se io stesso possa fare qualcosa per il 3V, di modo che sia conosciuto da più persone possibili. Perché lo ritengo un sentiero ideale per gli escursionisti che vogliono passare una settimana a spasso per le montagne, senza correre rischi e trovando sulla propria strada diversi rifugi e bivacchi. Un bresciano che ha la mia stessa passione non può non conoscerlo, non può non sognare di percorrerlo. Anzi, tutti i bresciani dovrebbero almeno sapere dell’esistenza di un sentiero che congiunge le tre valli della nostra provincia. È un’eredità che i nostri nonni ci hanno lasciato, fa parte del nostro patrimonio culturale e turistico.

Mentre rifletto su questo argomento, sbuco in un prato: tengo il sentiero che sale sulla destra e fotografo il cippo della sezione di Brescia dell’UOEI (unione operaia escursionisti italiani). Ancora due passi e raggiungo la croce del monte Peso (480 metri), sostenuta da un enorme basamento in pietra. Il 3V scende sul sentiero e poi sulla strada che conduce ai Campiani. Mi disseto alla fontanella e continuo a camminare sulla lingua d’asfalto verso l’imbocco del sentiero per il monte Picastello (380 metri). L’ultima salita e l’ultimo panorama, prima della breve e facile picchiata verso Urago Mella. Che emozione, ce l’ho fatta! Un bel traguardo, niente di incredibile, ma un viaggio che mi ha arricchito.

In fondo a via Campiani, all’incrocio con via della Piazza, ci sono mio fratello Simone e mio cugino Matteo ad attendermi. Sono da poco suonate le 18 e tutto va bene. Mi fanno una foto accanto al cartellone che segnala l’inizio del 3V (o la sua fine, nel mio caso), mi danno da bere ed ascoltano i miei racconti euforici. Continuo a parlare, a ridere, a descrivere quegli episodi divertenti che rimarranno sempre con me. Non c’è malinconia, ma una grande soddisfazione. Sono felicissimo di essere arrivato fino in fondo, senza problemi fisici: ammetto di averlo ritenuto possibile sin dall’inizio. Quando sto bene e, soprattutto, sono di buon umore come in questi giorni, camminare per le montagne è la cosa più bella che possa capitarmi. Non mi annoia né mi affatica. Mi sento me stesso, mi diverto. Mi sento libero. Ma non ho particolari meriti. Beneficio del fisico che mi è stato donato dai miei genitori e soprattutto della passione che mi hanno tramandato loro ed i nonni. Io ci metto un po’ di impegno, però devo ringraziare tutte le persone che ho incontrato in queste cinque giornate così piene. Sono grato proprio a tutti. A chi mi ha consigliato prima di partire, a chi mi ha ospitato, ai rifugisti, ai compagni di cammino, compresi quelli che ho incrociato per un saluto durato un secondo. Tutti i loro sorrisi e la loro compagnia sono stati l’ingrediente segreto che mi ha sospinto sin qui. Mi hanno tranquillizzato e tifato. Alto e magro come sono, con quello zaino ingombrante sulle spalle e la risata sempre pronta, ho attirato le simpatie di tutti. O almeno mi piace pensarla in questo modo.

In macchina, mentre torniamo a casa, mando un messaggio a Emanuele Cinelli e a Nicola, l’amico delle marmotte. Poi chiamo Walter del rifugio Croce di Marone, come promesso: “Sono arrivato e sto bene, grazie!”. A casa tutto è come prima, ma io sono un po’ cambiato. Ho ancora addosso, come se fosse un vestito, quell’adrenalina che mi investe quando vado in montagna. Svuoto lo zaino, faccio stretching e una bella doccia. Poi salto in bici e raggiungo i miei amici. Dicono che la birra sia un ottimo integratore: confermo. Meglio ancora se bevuta in ottima compagnia. La grigliata è pronta, questa serata è proprio quello che ci voleva per prolungare la mia euforia. Sono partito per curiosità, perché non farlo era fuori discussione, per toccare con i miei piedi quei sentieri guardati sulle mappe, per riempirmi gli occhi di nuovi panorami, anche per conoscere i miei limiti e vedere per quanto avrei resistito. Ho trovato tutto questo e anche di più: amici, storie, autostima, che poi si sono rivelati la parte migliore del mio 3V. Una sorpresa, non inaspettata perché conoscevo già le potenzialità della montagna, ma comunque molto piacevole. E adesso? Posso sempre rifarlo, magari al contrario (da Urago ai piedi della Maddalena) e provando ad inserire qualche variante alta oppure cercando di camminare il più “in cresta” possibile (lo stesso Cinelli sta disegnando un 3V di questo tipo). L’alternativa più affascinante sarebbe questa: seguire i segnavia biancazzurri in compagnia di un bel gruppo di persone, non per forza amiche. Perché è proprio accattivante andare in montagna da solo, ma vuoi mettere che divertimento passeggiare insieme a qualche altro sognatore?

IL MIO EQUIPAGGIAMENTO

Ho portato con me l’essenziale e mi è andata bene, anche perché il meteo è sempre stato dalla mia parte. Lo zaino, con una capacità da 40 litri, pesava 9 chilogrammi, più o meno. Ho scelto questo, che possedevo già, perché è dotato di tre “ingredienti” a mio parere fondamentali: la tasca interna per ospitare la sacca idrica (camel bag), il copri-zaino impermeabile e la tasca anteriore (dove tenevo la fotocamera e le indicazioni sul sentiero). Ecco cosa conteneva (o cosa portavo indosso):

  • Scarpe da corsa in montagna
  • Bastoncini da trekking
  • Polsino
  • Orologio con Gps ed il suo carica-batteria
  • Cellulare (sul quale avevo caricato le mappe e le indicazioni dettagliate del percorso),
  • macchina fotografica e carica-batterie
  • Gli appunti sul sentiero 3V che mi ero preparato
  • Carte da briscola, un libricino ed un taccuino con penna e matita
  • Sacco a pelo e tappetino (in caso di imprevisti avrei potuto fermarmi a dormire nei
  • bivacchi, invece non ce n’è stato bisogno)
  • Lampada frontale
  • Tre fasce (una per la testa e due per il collo, delle quali una pesante e una leggera)
  • Guanti
  • Manicotti (scalda-braccia)
  • Crema solare
  • Poncho impermeabile
  • Un paio di pantaloni aderenti (da corsa)
  • Una maglia aderente a maniche lunghe (da corsa)
  • Due t-shirt (una leggera ed una pesante)
  • Tre paia di calze: due da running ed un paio più pesante che indossavo nei rifugi al posto
  • delle ciabatte che non ci stavano nello zaino (a questo proposito, i gestori del rifugio
  • Cimosco mi hanno illuminato, prestandomi un paio di leggerissime ciabatte pieghevoli da
  • campeggio che comprerò per le prossime escursioni)
  • Un cappello
  • La canottiera da corsa della mia società sportiva, il Gruppo Sport Avis Isorella
  • Una salvietta
  • Una felpa
  • Un paio di boxer (sì, solo uno, tanto li indossavo solo nei rifugi)
  • Tre pantaloncini corti (un paio leggero da running che ho sempre indossato mentre
  • camminavo, uno pesante ed uno da calcetto)
  • Due pacchetti di fazzoletti di carta
  • Spazzolino da denti
  • Coltellino
  • Fischietto
  • Alcuni medicinali (compreso un olio per massaggi)
  • Qualche riserva alimentare: 3 mele, 3 panini, 4 barrette, alcune fette di pane al miele
  • La camel bag da 2 litri ed una borraccia da 1,5 litri

UN PO’ DI NUMERI

Il mio 3V è stato per prima cosa un cammino abbastanza lungo alla scoperta di me stesso, delle montagne bresciane e delle persone che le abitano, per lavoro, passione, perché lì ci vivono o per tutti e tre i motivi. Però, ogni volta che stringevo i lacci delle scarpe per iniziare una nuova tappa, facevo anche partire il Gps del mio Garmin per rilevare la mia traccia, la distanza, il dislivello e il tempo di percorrenza. In tre giorni (uno sì, uno no) ho fatto due tappe, una al mattino e l’altra al pomeriggio dopo essermi fermato a pranzo. Questi sono i numeri del mio 3V secondo il software Garmin BaseCamp.

Giorno ——– Tratto Lunghezza (km) D+ (m) D- (m) Tempo di cammino (h:mm)
1 mattina Brescia – Santuario di Conche 19,1 1568 706 5:00
pomeriggio Santuario di Conche – Corna del Sonclino 16,1 1125 901 5:00
2 mattina Corna del Sonclino – Vaghezza 19,2 1210 1361 5:30
3 mattina Vaghezza – Passo del Maniva 18,6 1195 719 4:30
pomeriggio Passo del Maniva – Plan di Montecampione 22,5 920 782 5:00
4 mattina Plan di Montecampione – Croce di Marone 21,6 1004 1613 4:30
5 mattina Croce di Marone – San Giovanni di Polaveno 17,7 829 1317 5:00
pomeriggio San Giovanni di Polaveno – Urago Mella 21,9 1008 1393 5:00
Totali 156,7 8859 8792 39:30

Usando invece Garmin Connect i dati cambiano leggermente. 147,4 i chilometri totali, 8831 i metri di dislivello in salita e 8797 quelli in discesa.

 


Fine!

Grazie a Luca per il suo interessantissimo racconto e per aver così contribuito al mio lavoro di diffusione della conoscenza sul Sentiero 3V “Silvano Cinelli”, un percorso lungo, faticoso, appagante, ovvero decisamente meritevole di attenzione.

Grazie!

“Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte seconda


Continua da “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte prima

Tutte le foto sono dello stesso Luca, scattate durante questo cammino.


Il Sentiero delle Tre Valli Bresciane secondo me

GIORNO 2: In viaggio di nozze

“Luca, desèdèt! Dai che il caffè diventa freddo”. Vengo svegliato così verso le 6.30, insieme al dindon delle campane legate al collo delle asinelle. Faccio colazione e sistemo lo zaino. Il mio salvatore sta tagliando le patate per lo spiedo. Allora gli chiedo la sua ricetta, perché pure a me piace prepararlo e so che esistono molte varianti. Lui le patate ce le mette sempre e non usa il burro né l’olio. Ci fa sciogliere sopra il lardo all’inizio della cottura e poi basta. Così viene meno unto, più digeribile. Ricetta antica alla lumezzanese. Mi passa per la testa l’idea di fermarmi, aiutarlo con lo spiedo, assaggiarlo e partire nel pomeriggio. Ma sono qui per un altro motivo, perciò lo saluto a malincuore. Sono felice di avergli offerto l’unica cosa che ho: un po’ di compagnia. Non ha voluto altro. Do ancora una carezza a Luna e parto.

Sono consapevole di aver vissuto una prima giornata dispendiosa e pure fortunata, perciò ho due convinzioni: oggi non riuscirò a camminare quanto ieri; la sorte potrebbe non essere sempre dalla mia parte. Ieri il sentiero è sempre stato ben segnalato, pulito, all’ombra. Oggi sarà più soleggiato (e fa un gran caldo: temperatura massima di 29°) e, nella prima parte, immerso in un fitto bosco che mi fa perdere la traccia in un paio di occasioni. Scollinata la Corna del Sonclino e dopo le confortanti indicazioni che si trovano alla Passata Vallazzo, il 3V scorre stretto e ondulato fra Punta Ortosei e Punta Reai. La segnaletica biancazzurra sembra sparire, in realtà è solamente un poco sbiadita, quindi affronto questo tratto con pazienza. Poi inizia la discesa verso Lodrino ed io comincio a sognare una bella merenda. Così, giunto in paese, trovo aperto il bar accanto al distributore di benzina (mi discosto dal 3V di cento metri, seguendo la strada asfaltata di via Kennedy anziché salire subito verso via De Gasperi). Un toast ben farcito, una brioche, un succo ed una lemonsoda: in effetti è proprio come se avessi fatto carburante. Lì accanto c’è una fontanella d’acqua potabile, riempio la camel bag e mi riporto sul sentiero per salire un’altra volta. L’asfalto del paese dura poco, il tempo di condurmi alla pineta dove c’è il rifugio degli alpini e poi è di nuovo sentiero.

La salita verso il Passo Cavada, per me, è interminabile. Questo è il momento più duro del mio 3V. Lo zaino pesa e le spalle mi fanno male. Il sole mi brucia. Pazienza. Self control. Sono qui per divertirmi. Mi fermo all’ombra, tolgo lo zaino e riposo cinque minuti. Grazie alla camel bag posso bere spesso, sia lodato l’inventore della sacca idrica! Il Passo Cavada mi rincuora: qui ci sono ottime indicazioni ed il sentiero diventa meno impegnativo addentrandosi in un fresco bosco. Inoltre raggiungo due camminatori e la fatica scompare come per miracolo e come spesso accade quando si fanno due chiacchiere in ottima compagnia. Le nostre strade, però, si dividono presto. Loro si fermano al roccolo poco più avanti. Ad attenderli ci sono il pranzo (il piatto principale sembra essere la polenta) ed un bel gruppo di amici che mi danno indicazioni su come proseguire e mi consigliano di tirare dritto fino al Passo Maniva. Il roccolo dev’essere stato ristrutturato in tempi recenti: ora c’è un’abitazione imponente che spunta in una radura. Da qui posso vedere i prati di Vaghezza, mia prossima tappa. Inizia la discesa, prima abbastanza tecnica su sentiero, poi rilassante su un’ampia stradina sterrata. È qui che mi deconcentro e scivolo quasi da fermo. Non mi faccio male, ma mi sbuccio il ginocchio come un bambino. Che vergogna, ma fa parte del gioco e, appunto, è bello sentirsi piccoli, quando nessuno si stupiva vedendomi sanguinante e conoscendo le mie scarse qualità da ciclista o da calciatore.

Arrivo al Passo Termine, che incrocia la strada provinciale, e decido di non fermarmi per lo spuntino. Manca poco a Vaghezza: è solo mezzogiorno, ma oggi mi fermerò là. Riprendo quindi a salire su una mulattiera abbastanza comoda che poi diventa sentiero. Trovo il modo di perdere la traccia, ma torno subito sui miei passi e rivedo i benedetti segni biancazzurri. Sbuco di nuovo sulla strada e resto estasiato nel vedere la località Vaghezza. Un brulicare di persone di ogni età mi ricorda che oggi è Ferragosto. Merito anche io un po’ di riposo. Ci sono case, malghe, ranch, rifugi e la gente va e viene. Molti, però, sono rintanati al fresco dei ristoranti. È l’una, il sole è a picco. Il Rifugio degli Elfi è stracolmo, i titolari e tutto il personale sono indaffarati per accontentare ogni esigenza. Anche la mia. Mi basta sapere che un posto per me stanotte c’è, poi lascio subito il trambusto e cerco un po’ di silenzio all’ombra di un albero. Mi cambio, mangio qualcosa e mi fermo nella chiesetta. Ringrazio Dio e tutti i miei angeli custodi: mi sto proprio divertendo, sono fortunato!

Un paio di ore dopo, rientro nel rifugio e vengo accompagnato nella camera. Ci sono cinque letti a castello e due singoli. Uno è mio. La doccia e gli esercizi di allungamento muscolare mi ritemprano. Poi è il momento di riprogrammare le prossime tappe. Controllo i percorsi, le altimetrie, le previsioni meteo. Chiamo i rifugi che si trovano lungo il 3V per sapere la loro disponibilità. Giusto per andare un po’ meno a caso, per sapere dove trovare da mangiare, un letto per la notte o un bivacco aperto. Viene presto ora di cena: la pizza è squisita, la crema catalana una sorpresa piacevolissima. Esco a sfogliare qualche libro. Arrivano due ciclisti, giovani, sulla trentina come me, uomo e donna. Le loro bici hanno borse da viaggio. Vengono da lontano, penso. Mi salutano subito, sono francesi. Più che altro, sono euforici. La titolare del rifugio ci fa sapere che dormiremo insieme ed io, in un battibaleno, mi faccio due nuovi amici. Pier e Gaëlle sorseggiano un boccale di birra e mi invitano al loro tavolo. Lui parla bene l’italiano, l’ha studiato all’università di Pisa se ricordo bene. Il suo migliore amico era bresciano, mi fa nome e cognome, ma come posso conoscerlo?! Lei l’italiano non lo sa, quindi passiamo all’inglese. Il mio è scadente, però mi fa un gran piacere parlarlo, vorrei farlo più spesso. Racconto di me e chiedo di loro. Sono di Lione e sono in viaggio di nozze. Sorridono e mi mostrano gli anelli del matrimonio. Sono proprio felici. Il loro itinerario a pedali? Lione, Liguria, lago di Como, Bergamo, lago d’Iseo, ora qui a Vaghezza che è una frazione di Marmentino e domani verso il lago d’Idro. Sono provati dalla salita, ora mangiano una pizza. Sono proprio contento di averli conosciuti. Salgo in camera ed unisco i due singoli per loro, poi scendo e li aiuto a trasportare le loro borse. Preparo già lo zaino perché domani partirò presto. Oggi ho riposato, sento di aver recuperato. Peccato perdersi la colazione in compagnia dei francesi. Mi hanno “rubato” il letto singolo, ma erano proprio simpatici. E poi io, per mantenere in vita la rivalità tra italiani e transalpini, ho fatto da terzo incomodo per tutta la notte. I loro bisbigli con quell’accento così dolce mi hanno cullato. Mi sono addormentato subito ed ho dormito come un ghiro. Vive la France!

GIORNO 3: Nuove amicizie

La sveglia del cellulare mi butta giù dal letto alle 5.20. Esco subito dalla camera per non disturbare i miei amici francesi, mi vesto e mi lavo la faccia. Siccome sono troppo in anticipo sull’orario di colazione, i gestori del rifugio degli Elfi mi hanno preparato qualche panino. Ne bastavano due. Ne trovo quattro, molto imbottiti. Gentilissimi loro, affamato io. Due spariscono mentre albeggia, gli altri li conservo per la giornata. Non rivedrò mai più Pier e Gaëlle, così belli nel loro amore a pedali. Prendo un foglio dal mio taccuino. Scrivo “Bon voyage! Merci beaucoup!” ed assicuro questo biglietto al portapacchi della loro bici. Sono le 6 ed è ora di partire.

Ma la solitudine dura poco. Così come il tratto pianeggiante. Mulattiera e poi sentiero in salita, in direzione di Pian del Bene, a quota 1515 metri. Con due camminatori di Lumezzane, oggi alla ricerca di funghi. Che bel regalo! La loro compagnia azzera ogni eventuale fatica, anche perché oggi sto proprio bene. L’ora di salita vola come se fossi ad un concerto rock. Ma qui la musica la suonano Pietro e Mauro, un bel duetto. Pietro ha molti soprannomi o evidentemente Mauro non è abituato a chiamarlo con il suo nome. “Dai Tite, sei forte!” lo rincuora. E poi: “Forza Peter che siamo arrivati”. Il motivo di tutti questi incoraggiamenti è presto detto. Pietro ha avuto un piccolo infarto quattro mesi fa. Intervento chirurgico, bypass al cuore e una lenta ripresa. E pensare che Pietro era uno che andava spesso e volentieri in montagna. Adesso l’allenamento è quello che è, ma va su che è un piacere. Ha qualche timore, questo sì. Scacciare le paure è il passo più difficile per sentirsi guarito definitivamente. Ne so qualcosa pure io. Mauro è un ottimo compagno: lo incita, lo punge, lo rassicura. È premuroso anche nei miei confronti e, come mi è già capitato tante volte, ricevo pure da lui indicazioni precise ed un plauso (anche per il mio dialetto che condisce la chiacchierata). Arriviamo a Pian del Bene e ci salutiamo. Loro si fermano a cercar funghi, io proseguo verso il monte Ario.

Ci sarebbe la variante bassa che evita questa breve ascesa, ma non ci penso neanche (qui ci sono indicazioni molto precise). La cima dell’Ario è lì, ben visibile. Mentre salgo sul sentiero che taglia il prato, ripenso a Pietro e al suo coraggio. Anch’io voglio affibbiarli un soprannome: Pietro il Grande. In cima ai 1755 metri del monte Ario c’è una croce di ferro ed il sentiero, ben segnalato, continua in discesa verso l’Alpe di Pezzeda. Qui, sul muro del rifugio Blachì 2, c’è una lapide in ricordo di Silvano Cinelli. Il suo sentiero continua ora su una stradina sterrata e punta verso il Maniva. Il problema è che a me queste stradine ingannano, forse perché un po’ mi annoiano e mi lascio trasportare. Spesso mi chiedono (e, più raramente, mi chiedo) come faccia a camminare da solo per qualche ora: “Ma non ti stufi?”. No, ci sono tante cose da fare (controllare il sentiero, scattare qualche foto, bere e mangiare, pianificare a spanne la giornata, godersi la montagna). Per non parlare delle cose a cui posso pensare, perché questi momenti di equilibrio perfetto sono ideali per riflettere, fare bilanci e progetti. A volte questa meditazione prende il sopravvento e va a finire che sbaglio strada, come in questo caso. Seguo la strada che scende verso Collio, ammiro un gruppetto di cavalli, mi spavento di fronte ad un maiale selvatico che scambio per un cinghiale. E subito dopo mi imbatto in una baita. Ci sono tre uomini in piedi sul balcone. Sembra quasi che stessero aspettando me, perciò chiedo loro ragguagli sul 3V (“Torna indietro che hai sbagliato!”) e sul cinghiale (“Era un maiale, limù! Ce n’è un altro qui intorno”). Io che non ho mai avuto un cane né un gatto e che vivo nel centro di un piccolo paese, sto imparando a conoscere gli animali, ad apprezzarne la silenziosa compagnia. Perciò, felice di questo breve errore di percorso (ho allungato la tappa di una trentina di minuti), risalgo per la stradina e trovo il tornante “incriminato”: ci sono una specie di vasca ricolma d’acqua ed i cartelli che mi indirizzano di nuovo sul 3V.

Il sentiero prosegue pianeggiante, con qualche breve su e giù. Arrivo al Passo di Prael e tiro dritto, lasciando la variante alta per la Corna Blacca sulla destra. La farò due settimane dopo, con meno chilometri sulle gambe, uno zaino più leggero e senza i bastoncini. Questa variante è “riservata” agli esperti, quindi prima di farla ho chiesto delucidazioni ad Emanuele Cinelli, uno che il 3V lo fa ad occhi chiusi. Emanuele mi ha rassicurato ed aveva ragione: il sentiero è a tratti ripido, impegnativo, ma mai dissestato o pericoloso. Bisogna fare molta attenzione, io l’ho affrontato con calma prendendomi un pomeriggio tranquillo. In qualche occasione, sia in salita che in discesa, ho appoggiato le mani alle rocce o agli alberi per avere un equilibrio migliore, però non ho mai corso rischi. Questa è sempre la mia priorità. Perciò, durante il 3V, ho evitato questa “cresta” proseguendo verso il Passo delle Portole. Ai piedi di Cima Caldoline c’è un piccolo altare per le funzioni religiose (come quella cui avevo partecipato nel 2005, proprio qui con la mia famiglia), una lapide in memoria di Tita Secchi ed un bivacco intitolato allo stesso partigiano bresciano. La capanna, che contiene dei tavoli, un lavandino ed un piccolo angolo cottura, non è in ottime condizioni: per il tempo che passa ed anche per qualche incomprensibile gesto di vandalismo. Il gruppo alpinistico Amici di Cima Caldoline ha organizzato una raccolta fondi e presto inizierà dei lavori di ristrutturazione. Continuo a camminare fino ai vicini passi del Dosso Alto e del Maniva. Al primo, imbocco verso sinistra la stretta strada asfaltata del Baremone (senza fare la variante alta che porta in vetta al Dosso Alto: impegnativa ma fattibile la salita, la discesa richiede una buona esperienza alpinistica). In venti minuti sono ai 1650 metri del passo Maniva: l’orario (10.30) è quello giusto per una bella merenda al ristorante Dosso Alto. Fetta di torta, bombolone e pinta di radler (che, per chi non lo sapesse, è la bevanda ufficiale della montagna: un mix di birra e lemonsoda). Il tempo non è dei migliori, non fa freddo, ma quei nuvoloni promettono acqua. Perciò mi fermo poco più di un’ora e riparto per la prossima tappa. Prima, però, avverto il rifugio Cimosco di Plan di Montecampione (“Arriverò per le 17, tenetemi un posto”) e do un’altra occhiata a Bagolino. Questo panorama mi emoziona sempre, perché lì è nata mia nonna e la mia passione per la montagna. È strano pensare che sono arrivato qui sul Maniva a piedi, partendo da Brescia. Mi suonava più normale quando, qualche anno fa, ero passato da queste strade in bici prendendo il via da Isorella. Questi pensieri mi fanno star bene, sono felice!

Forse fin troppo contento. Fatto sta che per un attimo, dopo l’albergo Bonardi, quando la mulattiera biancazzurra sbuca sulla strada, perdo la traccia. Mi basta poco per ritrovarla. Torno indietro, camminando sulla strada verso il Bonardi, ed incontro il segnavia del 3V che sale verso il Passo Dasdana, riconoscibile per la presenza della baita degli impianti sciistici. Il merito è anche di una coppia al volante di una Panda 4X4 vecchia maniera. Le persone che guidano queste Fiat sono una garanzia di esperienza in montagna ed infatti non sbagliano a mostrarmi il sentiero che risale il pendio del Dasdana. In alternativa, dopo il Bonardi si può rimanere sulla strada, fare un tornante verso sinistra, uno verso destra ed un altro verso sinistra per poi trovare sulla destra l’imbocco del Tre valli. In ogni caso, raggiunta la baita dell’impianto sciistico del Dasdana, proseguo sulla stradina sterrata che mi porta di nuovo ad incrociare la strada asfaltata. Qui ci sono indicazioni chiare: lascio sulla mia destra l’impegnativa variante alta per il monte Colombine e scendo a sinistra lungo la strada. Al primo tornante, giro a destra ed è di nuovo strada sterrata, abbastanza ampia ed in discesa. Tutti ingredienti che, insieme ai nuvoloni, mi mettono voglia di correre. Perciò allungo il passo quel tanto che basta per sentire un po’ d’aria che mi spettina ed il cuore che pulsa forte. Bella storia! La sensazione più intensa che possa provare in montagna è questa! Meglio di un panorama, di una cima raggiunta: per me è questa la libertà. E poi ci sono gli incontri, le amicizie, tante in questa lunghissima giornata.

Raggiungo un escursionista e mi fermo con il fiatone. “Come va?”. È l’inizio di una chiacchierata lunga almeno un’ora. Il tempo si ferma, quello meteorologico lo dimentico. Non posso aver paura né fretta accanto a Sergio. 52 anni, di Collio, capelli e barba corti, grigi e ben tenuti. Innamorato della montagna, anche lui cammina spesso da solo. Senza paura e con la massima attenzione. Sergio è minuto di statura, tant’è che il suo zaino pare ancora più enorme di quanto sia in realtà. Un passo dei suoi equivale a due dei miei, che sono alto un metro e novanta: “Ma giochi a basket?!”. Uso molto il dialetto dialogando con lui e Sergio mi dice che il mio accento gli ricorda vagamente quello di Bagolino. Può essere, del resto gli zii e i cugini bagossi lo parlano spesso ed io li ascolto molto volentieri. Anche Sergio, che sento sempre più come un amico di vecchia data, ha alcuni parenti a Bagolino, che lui chiama “Bagolandia”, perché il borgo del carnevale storico, quello dei maschér e dei balarì, è sinonimo di divertimento ed allegria. Sergio ha percorso il sentiero che arriva da Collio, è diretto al bivacco Bassi dove passerà la notte, domani tornerà indietro quel tanto che basta per raggiungere il bivacco Grazzini ed il giorno successivo scenderà a Bagolandia. Incontriamo quattro bagossi in allenamento: vestiti leggeri e passo svelto. Sergio li saluta e ci scambia due parole, anche io ne riconosco uno. Sì, dev’essere proprio lui, Luca, l’atleta con il quale ho corso l’ultimo tratto della Bagolino Alpin Run. Sono passate tre settimane dalla gara di corsa in montagna di Bagolino e mi ricordo bene di lui. Il motivo è molto semplice. Ho sentito tantissimi incitamenti stando al suo fianco: un “Forza Luca!” dietro l’altro. Non erano per me, ovvio che fossero per lui che correva in casa. Perciò, quando lo incontro prima di raggiungere il passo delle Sette crocette, gli racconto quest’episodio e ci facciamo due risate. Arrivato al passo, inizia a sgocciolare. Metto il copri zaino e tiro dritto. Dopo il passo del Crestoso (appena sopra i duemila metri), saluto Sergio a malincuore. I nostri sentieri si separano: lui è quasi arrivato al Bassi, io ho ancora due ore abbondanti di cammino. Il sentiero è in discesa ed attraversa una valle tagliata da un torrentello.

Dev’essere la Val Rosellino con una malga omonima, adibita a bivacco e circondata dal nulla. Incontro vacche, cavalli, capre ed un gruppo di persone dirette al Bassi, alle quali raccomando di salutarmi Sergio. Attraverso il torrentello appena sotto una piccola e splendida cascata e continuo sul sentiero in leggera discesa. Arrivo al Rifugio Rosello, entro e vengo attratto dal tepore del camino acceso, ma preferisco uscire subito e continuare a camminare. Del resto il cielo è sempre più minaccioso. Due gocce diventano presto un temporale, perciò cerco riparo e trovo una stalla. Per fortuna la tettoia di quest’edificio mi permette di non entrare nella “casa” delle vacche, ora assenti, ma di sostare al suo fianco senza bagnarmi. Sono le 16. Quanto durerà la pioggia, ora così battente? In montagna non si può mai sapere quando smetterà, perciò mi metto comodo, mi copro e mangio un panino. Faccio il segno della croce e ringrazio Gesù per quanto mi sta regalando, poi chiedo ai miei angeli custodi di proteggermi ancora. Sto iniziando a pensare che posso farcela, il mio corpo si sta abituando alla grande ed il mal di spalle di ieri sembra un lontano ricordo. Ho superato la metà del 3V, penso al traguardo, ma devo rimanere concentrato.

La pioggia rallenta, allora mi scopro e riparto verso le 16.30, quando il temporale è ormai cessato. Ancora due passi in salita su un’ampia stradina sterrata e poi mi appare Plan di Montecampione, illuminato da un tiepido sole. È una bella sensazione, sono alla fine della tappa odierna. Mi stupisco nel vedere il villaggio di questo paese, una fila di case tutte uguali addossate una all’altra, e mi butto in discesa seguendo il 3V. Raggiungo un turista: chiamiamolo così perché è in vacanza a Montecampione ed ora sta facendo una passeggiata col suo cane, Balù, ed anche perché non ci presentiamo, tanto ci saremmo rivisti la sera al rifugio Cimosco per una birra e per continuare un discorso molto interessante. Questo turista, un uomo sui 45 anni in vacanza con la famiglia, abita a Milano, ma da piccolo trascorreva le sue vacanze a Remedello, a due passi dal mio paese, Isorella. L’ultimo quarto d’ora della mia tappa lo passo con lui ed i suoi ricordi nostalgici che mi riportano agli anni ’80, quando la Bassa bresciana era ancora un’area agricola e pacifica. Terreni da coltivare, bestiame, più trattori che macchine. Racconti simili a quelli dei miei genitori, dei nonni. Lunghi giri in bicicletta, una mano agli zii contadini, un paese piccolo in cui tutti conoscono tutti. Ora anche Isorella e Remedello sono urbanizzati ed industrializzati, posso immaginare Milano. Naturale che lui e la sua famiglia cerchino un po’ di tranquillità almeno in vacanza. “Ecco, tu devi andare a destra, io invece proseguo a sinistra” mi spiega. Sono arrivato e lo saluto, peccato che poi la sera non si presenti al rifugio. Entro al Cimosco, sono le 17 in punto come avevo lasciato detto. La puntualità prima di tutto.

I tre gestori del rifugio, due signori ed una ragazza, mi accolgono col sorriso. “Quella è la camera, lì c’è la doccia”. Mi lavo, faccio stretching e poi mi sdraio un attimo. Siamo a 1800 metri, però c’è il wi-fi: due messaggi a casa, a parenti ed amici, una foto su instagram. Poi arriva Nicola, una grande amicizia che il 3V mi ha regalato. Nicola ha 24 anni e le idee chiare. Si è appena licenziato perché il lavoro d’ufficio non fa per lui. È biotecnologo, sogna un posto migliore, da ricercatore possibilmente. Ci penserà fra qualche giorno. Adesso è sulle orme del sentiero biancazzurro. Ne ha percorso un tratto, domani ne camminerà un altro. Per vedere com’è, farsi un’idea, fotografare marmotte e volatili, anche per allenarsi. Poi, spero presto, toccherà pure a lui provarci. Ha il manuale del 3V, un’ottima conoscenza dei punti-chiave da raggiungere; gli manca qualche ora di cammino nelle gambe e poi ce la farà. Parliamo di questo, ci scambiamo consigli e punti di vista. La cena è una perla del rifugista. Squisito il risotto al bagoss. Poi giochiamo a carte. Briscola, scopa, rubamazzetto. Vince sempre Nicola. Del resto, conveniamo, io ho avuto una giornata molto fortunata, lui decisamente meno (alcune indicazioni sbagliate gli hanno allungato il cammino di qualche ora). Ora la sorte sta rimettendo in equilibrio le cose! Non ho proprio voglia di andare a letto stasera, l’adrenalina di una giornata così positiva mi tiene sveglio. Altre chiacchiere, stavolta con i rifugisti che ci spiegano il sentiero per domani. Parliamo anche del più e del meno, la compagnia è ottima. Poi buonanotte, ma domattina la sveglia suonerà tardi.

L’inconfondibile passo delle Sette Crocette

 


Prosegue in “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte terza

“Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte prima


Ricevo e ben volentieri pubblico (dividendolo in tre puntate) il lungo racconto dell’amico Luca relativo al suo recente viaggio lungo le tracce del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Una cinque giorni intensa da rivivere e condividere attraverso questo racconto ricco di particolari, coinvolgente e… istruttivo!

Tutte le foto sono dello stesso Luca, scattate durante questo cammino.


Il Sentiero delle Tre Valli Bresciane secondo me

INTRODUZIONE

Non ricordo quando ho sentito parlare per la prima volta del Sentiero delle Tre Valli bresciane, la val Sabbia, la val Camonica e la val Trompia, ma, completandolo da Brescia a Urago Mella, ho toccato alcune località che ho frequentato spesso, anche da bambino. Il pensiero corre subito a quella giornata trascorsa al Passo del Maniva con la mia famig

lia: mio fratello, i genitori e pure i nonni materni. Era il 2005, avevo 16 anni, dal Maniva avevamo camminato sino al Passo delle Portole, sotto cima Caldoline, poi ci eravamo fermati per la Messa e per un pranzo al sacco alla capanna Tita Secchi. Uno dei ricordi più belli della mia vita. Quindi il momento più emozionante del mio 3V è stato proprio questo: ritornare in quel luogo così rievocativo e poi guardare giù, dal Maniva verso Bagolino, il paese di mia nonna, di molti parenti e dove ho trascorso diverse settimane in vacanza sin da piccolo.

Due anni fa, nel 2015, ho iniziato a frequentare sempre più spesso il monte Maddalena ed a partecipare a qualche “gara” di corsa in montagna (fra virgolette, perché per me sono delle gite in compagnia), così ho scoperto i segnavia biancazzurri sul colle di Brescia, sulla Punta Almana, sul colle di San Zeno, sul Pizzo Cornacchia, sui Campiani e sul monte Picastello. Ancora non bastava per decidermi ad intraprendere questo lungo sentiero, mancava qualcosa, che è arrivato quest’estate grazie a Emanuele Cinelli, figlio di uno dei creatori del 3V, Silvano. Il sentiero, infatti, è stato intitolato proprio a alla sua memoria. Anche Emanuele ha contribuito alla nascita dell’itinerario che attraversa le montagne della nostra provincia ed ancora lo mantiene in vita aggiornando il suo sito con tante informazioni utili (Mondo Nudo – Sezione 3V) e con alcune iniziative. Proprio da una di queste è nata la mia voglia di 3V.

Quest’estate Emanuele ha provato a completare il sentiero biancazzurro con una tappa unica. Il mio amico Giovanni, compaesano e guida di molte escursioni, me l’ha fatto notare e quando lui, così esperto, mi parla di montagna fa presto a trasmettermi la sua grande passione. Qualche giorno dopo stavo già scrivendo ad Emanuele per avere più informazioni possibili. Cinelli, gentile e disponibile, si è rivelato una vera miniera di consigli e con le sue indicazioni mi ha accompagnato sino al termine del cammino. Nel frattempo ho letto le informazioni del percorso sul sito del Cai di Brescia per farmi un’idea di cosa mi attendeva. Come facevo a scuola, ho preso appunti: ho preparato dei riassunti da portare con me, per consultarli qualora avessi avuto dei dubbi. Ho anche guardato le mappe, l’altimetria ed ho steso un programma di massima. Ho deciso subito che avrei provato a seguire il sentiero originale, senza varianti basse né alte (“riservate” agli esperti, quindi non a me). Ho camminato da solo: sono abituato a non avere compagnia in montagna e la cosa non mi pesa, anzi. Sapevo di non passare da punti particolarmente difficili, esposti o isolati; ma, al contrario, da percorsi battuti da molti camminatori, specie nella settimana di Ferragosto. Questo ha tranquillizzato sia me, sia la mia famiglia. Anche perché non avevo nessuna fretta e nemmeno nessuna ossessione di arrivare al traguardo. Due notti di fila nei rifugi o nei bivacchi sarebbero già state per me una prima volta, una novità assoluta e quindi una conquista già sufficiente per rendermi felice e pronto a tornare a casa senza rimpianti. Mi bastava provarci, affrontare un giorno per volta e godermela.

Ho atteso il giorno giusto per partire, mi sono “allenato” un po’, anche se per me uscire a correre o andare in montagna è solamente un divertimento. Quando ho sentito di essere pronto, domenica 13 agosto 2017, ho fatto lo zaino e all’alba del giorno seguente sono partito. Ho portato con me il sacco a pelo, il tappetino e qualche scorta alimentare, perché sul percorso ci sono molti bivacchi e volevo essere pronto a passare una notte anche lì se la stanchezza o il maltempo mi avessero fermato prima di arrivare in uno dei tanti comodi rifugi presenti sul 3V.

 

GIORNO 1: L’inesperienza

Lunedì 14 agosto mi sono svegliato quando la mia Isorella, nella Bassa bresciana, era ancora al buio. Ho fatto una colazione abbondante ed ho chiesto alla mamma di accompagnarmi a Brescia. In auto, ho lasciato che fosse la radio a scegliere qualche canzone per me. Ho fatto bene, a metà strada è partita “Self control” di Raf. Bellissima canzone, un invito a mantenere sempre l’autocontrollo.

Ho iniziato a camminare alle 6.30 da via san Gaetanino, dove un cartellone indica la partenza del 3V. La prima salita, verso il monte Maddalena, è stata la più difficile, non perché fosse ripida o tecnica, ma poiché mi ha colto alla sprovvista sotto molti punti di vista: lo zaino pesante, che raramente ho portato e per questo mi causava mal di schiena; il passo molto più lento del solito, obbligatorio vista la lunghezza del sentiero; la fretta di mettersi alle spalle i chilometri; forse anche un po’ di pensieri, come “ora che sono finalmente partito, cosa troverò?”. Tutte queste preoccupazioni se ne sono andate poco per volta, mentre mi allontanavo dal conosciuto Maddalena per iniziare a camminare su sentieri per me nuovi. La presenza costante dei segnavia biancazzurri mi ha subito rassicurato: la prima parte fra le case costruite sulle pendici della montagna bresciana, poi sulla strada, passando accanto a San Gottardo, infine il sentiero che mi ha portato in cima al Maddalena, fino al vecchio rifugio ormai abbandonato. Poi la stradina pianeggiante in “cresta”, prima della discesa verso il Colle di san Vito. Qui le chiare indicazioni mi hanno spedito giù verso Nave, dove sono rimasto stupito di trovare così tante tracce biancazzurre anche fra le vie del paese. Prima di iniziare la salita verso il Santuario della Madonna di Conche, mi sono fermato per mangiare un panino.

Le pendenze e l’ampia mulattiera sono abbastanza agevoli sino alla chiesetta di Sant’Antonio, poi il 3V prosegue con un sentiero meno ombreggiato. La salita mi piace, mi sento bene, trovo il mio ritmo, faccio qualche fotografia e appena prima del mezzogiorno sono al santuario. Chiedo ai gestori del rifugio di aggiungere un posto a tavola e mi preparo per il pranzo. Mi riservano uno spazio libero con tanto di nome e cognome: sul primo ci siamo, sul secondo un po’ meno e divento Luca Rigamonti… questa storpiatura non l’avevo mai sentita! Sono seduto accanto ad una compagnia di signori sulla cinquantina: diventiamo ben presto amici ed uno di loro, che ha fatto il 3V, mi dà diversi consigli. Parliamo di montagna mentre mangiamo la pasta al ragù e le scaloppine, che io infilo dentro due panini. Arrivano i pomodori ed un signore chiede qualche spicchio di cipolla, poi fa assaggiare anche a me questa accoppiata che è il suo piatto di verdura preferito. Ci sono anche la torta ed il caffè, poi ci viene offerto lo spumante da un cliente che festeggia i cinquant’anni. Pensa te che fortuna, proprio oggi! Sono già le 14: due ore sono volate grazie a questa ottima compagnia. Il gestore del rifugio mi regala la cartolina del santuario, sua figlia ci aggiunge il timbro del 3V. Sono pronto per ripartire, visito la chiesetta, guardo il panorama e poi via. Vorrei arrivare a Lodrino e cercare un posto dove dormire, ma la strada è lunga. Troppo.

Poco oltre questo santuario c’è l’Eremo di san Giorgio, in ristrutturazione. Due esperte signore stanno “rinfrescando” i dipinti al suo interno e mi invitano a ritornare più avanti. Proseguo ed inizio la discesa verso il passo del Cavallo che è addirittura segnata con delle balise arancioni (cioè dei nastri), reduci probabilmente da una gara di corsa in montagna. Non posso proprio perdermi. Poi si ricomincia a salire. Fa caldo, ma il sentiero è all’ombra. Passo accanto al recinto di un asinello e mi scatto un selfie con lui. Allungo di dieci minuti il sentiero per salire sul monte Prealba, dove campeggia una croce bianca: qui faccio merenda con una mela che mi sono portato da casa. La mela è il mio frutto preferito quando faccio sport. È dolce ed energetica, nello zaino non si sciupa ed è pure rinfrescante.

Riparto e poco dopo attraverso un bosco maestoso. Gli alberi sono imponenti e mi fanno sentire piccolissimo. Nonostante il sole, qui si sta al fresco. È tutto bellissimo, anche la baita delle Passate Brutte, circondata da un roccolo immenso. Qui abitano Luigi ed i suoi due cani. Lui, binocolo in mano, scruta le catene montuose. Il cielo, limpido, è ideale per il suo hobby. I cani cercano qualche carezza. Allora mi fermo. “Vuoi dell’acqua?”. Una bottiglietta di acqua frizzante era proprio quel che ci voleva. Luigi non vuole nulla, perché, dice, “è giusto così, lo faccio sempre”. “Vedi, quelli là in fondo sono i radar che sovrastano il Maniva, dove devi arrivare tu”. La distanza mi mette paura, ma non dimentico il mio motto: un giorno per volta, passo dopo passo. I cani mi rincorrono mentre riparto e mi accorgo che sono già passate le 18. L’entusiasmo del primo giorno non mi aveva più fatto guardare l’orologio e a Lodrino di posti a dormire non ce ne sono più, del resto, mi fanno notare, domani è Ferragosto. Non me lo ricordavo più. Il tempo s’è annullato quando sono partito, penso solamente a camminare e riposare, bere e mangiare, a nient’altro che non sia collegato con le mie sensazioni attuali: il sentiero mi ha catturato. Però non so dove dormire ed anche altre tappe intermedie, quelle che avevo programmato, si rivelano errate: ai rifugi dell’Alpe di Pezzeda non si può pernottare ed il bivacco della Chiesa di Santa Maria del Giogo apre solo per chi lo richiede in tempo. Il panico dura qualche secondo. Ho il sacco a pelo e posso dormire ovunque. Sono a 1300 metri, ma non fa freddo ed ho portato degli abiti pesanti. Però, avviandomi verso la Corna del Sonclino, dove c’è una croce ed inizia il saliscendi verso Lodrino, chiedo lo stesso ad un signore se fra quelle numerose case ci sia un bivacco, una specie di rifugio. “Vieni pure a dormire da me, sono solo e ne ho di letti!”. L’ospitalità non si rifiuta mai, così trovo accoglienza nella sua casupola, fra il cane, due asinelle, le oche e le galline. Sono felice, al settimo cielo. È venuta a galla la mia inesperienza, però non mi sono perso. Il 3V è segnato davvero alla perfezione in questo tratto iniziale. Perciò concludo la mia prima giornata al caldo del camino: ascolto le storie di chi mi ospita, guardiamo un film western, accarezzo il suo cane, Luna, e mi stupisco di come la gente di montagna posso essere schiva e al contempo offrire la propria casa ad un camminatore qualsiasi.


Prosegue in “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte seconda

Ritorno al Prandini


A seguito di una revisione di vari articoli del blog, in particolare questi sulla Val Braone, ho rilevato passaggi scritti in una forma che ha dato adito a fraintendimenti per cui ho provveduto a riscrivere questi passaggi meglio esprimendo cosa si voleva invero intendere.

Tutte le foto sono di Marco M.

Ogni volta è una scoperta, ogni volta ci sono nuove emozioni, ogni volta si rinnova la magia di questa valle, una valle non propriamente sperduta eppure selvaggia e solitaria. Quest’anno mancano il rosa dei rododendri e il bianco degli eriofori pertanto le tinte risultano meno variegate, in gran parte sono le varie tonalità del verde e del marrone date dalle erbe di pascolo, dalle torbiere, dagli ontaneti e dai lariceti, punteggiate qua e là da qualche macchia violacea delle Campanule di Scheuchzer. Eppure il fascino è sempre lo stesso, non di meno, solo diverso: l’estensione degli ampi spazi dove nulla appare muoversi, il dispiegarsi delle più o meno estese placconate rocciose che riflettono la luce del sole, l’innalzarsi prepotente di pareti e cime che dall’alto silenti guardiani vigilano sull’intrepido viandante.

In quattro ci troviamo in quel di Braone dove lasciamo una delle due vetture. Andiamo a ritirare le chiavi del rifugio dal sempre cordialissimo Piero e poi ci avviamo verso l’inizio del cammino. A Ceto imbocchiamo la stretta e tortuosa strada della Val Paghera, alla prima curva sbuca fuori un grosso fuoristrada che, ignorando la mia segnalazione sonora, se ne esce tutto baldanzoso: brusca frenata di ambedue e si evita di poco un bel frontale. Con un’ardita manovra, usufruendo di un piccolo slargo riesco a far passare l’altra vettura e poi mi rimetto in marcia. Qualche tornante, uno stretto passaggio tra un nucleo di case, un lungo diagonale a picco sul fondo della Val Palobbia, passiamo il ponte provvisorio (che ormai si può dire definitivo) che ha preso il posto dell’antico ponte romano portato via dalla forza dell’acqua qualche anno addietro. La strada ora riprende a salire con continui tornanti dirigendosi verso la Val Paghera al cui imbocco le Case Faet preavvisano dell’imminente arrivo al piccolo parcheggio.

Ore venti e trenta, ci mettiamo in cammino. Superiamo la breve ma ripidissima salita asfaltata che conduce alle Case di Scalassone, magnifico agglomerato di cascine immerse in verdi e riposanti prati che spezzano la continuità dell’ampio bosco, e imbocchiamo la comoda e ben segnalata mulattiera che porta al rifugio Prandini. Data l’ora tarda, che fa immaginare un improbabile incontro con altre persone, e la temperatura, ventotto gradi centigradi, ci mettiamo subito in libertà: da qui in avanti non incontreremo altre abitazioni e il passaggio nei dintorni della malga Foppe di Sotto avverrà nel buio della notte, così come l’arrivo al rifugio, all’interno del quale sappiamo esserci nessuno. Rinfrancati dalla nudità, prima fruendo delle ultime luci del giorno, poi dell’illuminazione artificiale delle nostre frontali, risaliamo i tanti tornanti della bella mulattiera. Ancora nel bosco, senza infastidirci, un leggero scroscio di pioggia ci fa breve compagnia, poi scompare lasciando il posto ad alcuni lontani brontolii di tuono. Torna la quiete, agli ultimi tornanti le luci della valle improvvisamente compaiono ai nostri occhi, poco oltre imbocchiamo a destra il sentiero che ci porta alla verdissima piana delle Foppe di Sotto: concedo ai compagni dieci minuti di sosta, poi di nuovo in cammino. Passando alla parte superiore della piana il silenzio si fa totale e invito i miei compagni ad ascoltarlo per alcuni secondi. Eccoci all’altezza della malga, non si vede e non si sente segno di vita, passiamo oltre, risaliamo il canalino che porta al ripiano sopra la malga, qualche decina di grosse gemme bianco giallastre risplendono a mezz’aria nel buio della notte: gli occhi degli asini che qui stanno passando la notte.

Inizia la parte più ripida del percorso, prima due lisce placche rocciose da risalire direttamente, poi una sequenza di pianetti erbosi e ripidi canalini di terra e roccia, il cui superamento è facilitato da rudimentali gradinamenti. I lampi, che nel frattempo avevano ripreso a schiarire il cielo, si fanno più vicini, ma l’assenza dei tuoni e del vento ci rassicurano e proseguiamo senza foga nella nostra marcia. Eccoci in vista del dosso che affianca il rifugio, se fosse giorno potremmo vedere la bandiera che lo sovrasta, siamo arrivati! Nell’uscire dall’ultima dorsale che ci copriva dalla valle veniamo travolti da un caldo vento temporalesco, percepisco che entro pochi minuti si scatenerà l’inferno e sollecito i compagni ad accelerare il passo. Marco e Maria rispondono prontamente, Cristina arranca e l’aspetto, sotto le prime gocce d’acqua arriviamo al rifugio, apro la porta, entriamo e… la pioggia si fa di colpo notevolmente intensa: scampata proprio per un pelo. Ammiriamo i pregevoli lavori di ammodernamento fatti all’interno del locale cucina (è stato rifatto anche il tetto ma questo lo potremo ammirare solo la mattina), ci sistemiamo, ci facciamo una tisana e poi, cullati dall’intenso rumore della pioggia, tutti a nanna.

Sabato mattina, alle sei sono fuori a guardare il cielo, alternanza di nuvole e sprazzi di sereno fanno sperare quantomeno in una discreta giornata. Più tardi, mentre facciamo colazione, il sole illumina i dintorni del rifugio e riscalda l’aria tutto sommato già gradevole: contrariamente al solito possiamo evitare di vestirci. Preparati gli zaini ci mettiamo in cammino per l’odierna escursione, uno dei giri che ho personalmente individuato: il periplo della valle. Scegliendo il percorso migliore, tra gli ontani e la torbiera risaliamo il pendio che porta alla base delle lisce placche che fanno da basamento al coster di sinistra (orografica), qui giunti imbocchiamo l’erboso canalone che s’innalza verso il Monte Stabio. Quando la ganda se ne impadronisce usciamo alla sua sinistra per procedere per comode lingue erbose zigzagando tra le placche: innumerevoli gli scorci visivi che si aprono ai nostri occhi, sia verso la valle che verso il monte, sia sulle vicine verdi Somale di Braone che sulla retrostante verticale pala del Pizzo Badile, sulla Cima di Terre Fredde e il Cornone di Blumone, sulla Concarena e oltre, troppo lungo elencare tutte le cime che man mano appaiono ai nostri occhi, molte delle quali evocano in me lontani piacevoli ricordi di escursioni e arrampicate.

Lentamente, troppo lentamente ci approssimiamo alla Porta di Stabio dove arriviamo con un poco di ritardo sui tempi stabiliti, eppure con un buon anticipo sull’orario prefissato essendo partiti un’ora prima del previsto. Il cielo si è fatto totalmente grigio, la nuvolaglia, lungi dal minacciare pioggia, copre il sole proteggendoci dai suoi raggi infuocati e rendendoci confortevole il cammino. Seguendo brevemente il sentiero segnalato scendiamo al sottostante anfiteatro roccioso dove alcuni laghetti piovani cupamente risplendono alla tenue luce filtrata dalle nuvole. Quando il sentiero segnato riprende a scendere verso il fondo della valle, lo abbandoniamo per tagliare nell’erbe in direzione del Passo del Frerone. Passato un costolone erboso, sotto il quale abbiamo sostato per il pranzo, scendiamo nell’ampia e impressionante conca di frana (bellissimo esempi della forza che la natura può esprimere) sottostante la sconvolta bianca parete del Frerone e la risaliamo sul versante opposto. Visto l’orario (abbiamo accumulato altro ritardo) e avendo deciso di non proseguire verso la mulattiera di Cima Gallinera (il terreno è complesso e il percorso che ho già fatto non è proponibile ai miei compagni, trovarne uno nuovo comporterebbe a loro un eccessivo dispendio di energie), decido di non salire fino al passo ma di scendere a prendere l’ormai vicino sentiero segnato che riporta sul fondo della Val Braone, con il quale rientriamo più facilmente e tranquillamente al rifugio.

Nel tardo pomeriggio arrivano due pastori, qui saliti per arieggiare i locali della malga presumo in previsione di un loro imminente risalita da quella di sotto (dove la notte ci aveva nascosto i segni di vita), non sapendo se sono al corrente del nostro stile di vita ci rivestiamo, vestito dialogo a lungo con loro, parliamo del temporale della notte, della solitudine di questa valle, mi spiegano come mai ancora non sono saliti, mi fanno notare l’erba giallastra non adatta al bestiame, ha sofferto per la siccità e la grandine; parliamo degli animali che popolano la zona, i caprioli che hanno incontrato poso sotto (come mai io non li ho ancora visti?), il gallo forcello che canta sul dosso soprastante, l’aquila che dimora nel Listino e che ogni tanto viene a far visita al loro gregge di pecore per prelevare un agnellino. Ci salutiamo, loro chiudono la malga e ridiscendono a valle, io torno dai miei compagni. Stiamo attendendo l’arrivo di Riccardo, ancora non ha dato segni, mi porto sul dosso soprastante per scrutare verso valle, qualcosa di nero si muove poco sotto, forse è lui, scendo per andargli incontro, invece nulla, probabilmente erano i pastori che stavano scendendo. Attendo un poco, scendo ancora, e ancora, altra attesa, nulla, allora risalgo e ne approfitto per un breve allenamento: parto di corsa, la mantengo finché ci riesco poi procedo al passo più spedito che mi riesce di mettere in atto. Quando arrivo al rifugio è quasi ora di cena, mentre prepariamo il necessario ecco che, ormai inatteso, arriva Riccardo: saluti, baci e abbracci, è bello rivederlo tra noi, è bello sapere che è salito in un tempo di tutto rispetto, è bello poter sperare in una sua futura maggiore partecipazione. La giornata si chiude con un’ottima spaghettata al pesto genovese, accompagnata da speck dell’Alto Adige e altre leccornie che ognuno di noi ha portato a monte per condividerle, ivi compreso un ottimo vino procurato dalla sempre carinissima Cristina.

Domenica mattina, dopo una notte che ha alternato pioggia e stelle il cielo si presenta sereno, la temperatura è leggermente più bassa di ieri ed è necessario indossare almeno una maglia leggera, ben presto, però, il sole provvede a rialzarla. Colazione, accurata pulizia del rifugio, preparazione degli zaini, si chiude tutto e via per il rientro a valle, un rientro gradevolmente nudo: nonostante la giornata domenicale solo un uomo e una donna (presumibilmente parenti del pastore visto che salivano senza zaini e che sono ridiscesi poco dopo) incrociano il nostro cammino, prima mentre, parzialmente ricoperti, transitiamo nei pressi della malga e mezz’ora dopo alla fine della piana mentre, nuovamente nudi, stiamo scattandoci la rituale foto di gruppo prima di abbandonare questa magnifica valle. Ripreso il cammino scendiamo seguendo la variante del sentiero delle Cascate, purtroppo la poca acqua le rende meno appariscenti, ma comunque pur sempre interessanti, specie la più bassa alla quale si arriva con una breve digressione dal sentiero principale. Eccoci nuovamente alle Case di Scalassone che attraversiamo dopo esserci rivestiti, la ripida discesa asfaltata e il parcheggino con l’auto: il cammino è finito e con esso è purtroppo finita la nostra escursione.

Con continui intoppi e tante manovre di disimpegno per il traffico oggi intenso discendiamo la strada che porta a Ceto, ci portiamo a Braone, salutiamo Marco che deve rientrare a casa, consegniamo chiavi e soldi  e ci portiamo ad una vicina pizzeria per regalarci un ottimo piatto di casoncelli al burro, dissetandoci con la meritata fresca birra. Rifocillati ci mettiamo in viaggio per il ritorno a casa: anche questo ennesimo ritorno al Rifugio Prandini è giunto al suo epilogo, come sempre ci rimangono negli occhi e nelle mente le stupende immagini dalla Val Braone, ricordi indelebili che nemmeno le foto riescono ad eguagliare, spero abbiano comunque potuto darvene una seppur minima parvenza.

P.S.

Come sempre ringrazio gli amici che mi hanno accompagnato in questa ennesima esperienza di montagna, ringrazio anche l’amico Piero per la professionalità con cui gestisce il rifugio, la Commissione Rifugi di Braone e tutti gli Alpini di Braone per la cura con cui mantengono questo splendido rifugio. Rinnovo i ringraziamenti al Sindaco e a tutta la Giunta Comunale di Braone per il supporto che danno alla loro valle, a chi la cura e a chi la visita, nonché a tutti coloro che, spero piacevolmente, hanno avuto modo di incontraci, ma, tutto sommato, anche a tutti i cittadini di Braone che ancora non ci hanno conosciuto di persona, a quelli che sappiamo mai aver mosso lamentele per la nostra presenza ma anche a quelli che, al contrario, si sono opposti e che vorremmo proprio poter incontrare per dimostrare anche a loro l’onesta e la salubrità della nostra scelta, l’imminente festa del rifugio potrebbe essere l’occasione propizia: io ci sarò di certo e con me forse anche alcuni amici.

Grazie!

#TappaUnica3V ci si riprova!


Sono sempre stato contrario al concetto del “la cima ad ogni costo”, l’ho sempre ritenuto oltre che pericoloso anche altamente diseducativo: le persone devono sapere quando è bene fermarsi, devono saper modificare i loro programmi e, alla fine, devono saper trovare la soddisfazione anche nell’assenza della vetta, vetta fisica, nel senso di sommità di un monte, ma anche virtuale, ovvero nel senso del traguardo prefissato, dell’obiettivo  che ci si era preposti.

Così nel caso di TappaUnica3V la cima era il completamento del giro secondo i parametri che mi ero imposto: solitaria, varianti alte, quaranta ore di cammino effettivo, quarantotto ore continue al massimo. Lo scorso anno ero quasi a Brescia ma avevo dovuto rinunciare a tutte le varianti alte, quest’anno ho dovuto rinunciare anche a quelle poche che avevo fatto lo scorso anno e nonostante questo mi sono bloccato a meno di un terzo del giro.

Sconfitto, quindi, e questo ci sta, è parte stessa di ogni avventura, quell’avventura ben diversa da quanto viene oggi comunemente venduto (simulazione del rischio: esposizione a situazioni potenzialmente pericolose e paurose ma dove tutto è minuziosamente sotto controllo e il buon risultato è assicurato a priori), quell’avventura che può anche essere totalmente esente da rischi e spaventi, ma è necessariamente composta da imprevisti e da un esito incerto. Così era per TappaUnica3V dove salvo pochi brevi tratti tutto appariva tranquillo, una semplice camminata, ma nel contempo nulla poteva garantire che potessi arrivare a chiudere il giro, molte le incognite, oggettive (condizioni meteorologiche) e soggettive (cedimento fisico o psicologico, infortunio, malore), per cui, nonostante l’attenta preparazione atletica e la preliminare esplorazione del tracciato, l’utilizzo del termine di avventura, utilizzato in particolare da Tony Gialdini al fine di consolarmi per il mancato successo, appare più che appropriato.

Io preferisco continuare a parlare di viaggio, un lungo e bellissimo viaggio che mi ha portato a riesplorare (perché dopo sessant’anni di montagna e quaranta di alpinismo anche ad alto livello già le conoscevo più che bene) le mie capacità fisiche ed emotive espandendole oltre i limiti mai raggiunti, ma soprattutto mi ha condotto alla conoscenza di un vasto territorio (l’intera Val Trompia e tratti delle valli laterali che scendono verso la Val Sabbia e la Val Camonica) e di tanti sentieri che mai avevo percorso. Ecco perché ho parlato di sconfitta e contemporaneamente di vittoria, ecco perché non posso accontentarmi di quanto ho fatto: può un tale viaggio restare incompleto? No di certo e infatti nel momento stesso in cui, su al Maniva, decidevo di fermarmi, in quello stesso momento, nonostante per parte della notte e per tutta la mattina avessi continuato a ripetermi “ma chi me lo fa fare?”, maturavo l’idea di riprovarci e quando gli amici mi hanno sollecitato a farlo ho subito risposto affermativamente.

L’esperienza comunque insegna e devo ammettere che se voglio riprovarci devo cambiare qualcosa e così sarà, non voglio modificare gli obiettivi che ritengo da me perfettamente raggiungibili, ma certo posso modificare le modalità attraverso le quali perseguirli:

  • per il prossimo (o prossimi) tentativo (perché di tentativo devo pur sempre parlare) non fisserò una data precisa ma solo un periodo (e sarà tra la seconda metà di agosto 2017 e la prima metà di luglio 2018), anche se uno sicuramente lo effettuerò ancora a settembre/ottobre di quest’anno;
  • la partenza avverrà nel momento in cui tutte le condizioni (temperatura, meteorologiche, ambientali e mie personali) si combineranno nella situazione migliore;
  • non definirò una tabella di marcia ma camminerò secondo il ritmo consigliatomi dal mio corpo e dalla mia mente, solo nella parte di ritorno (dal Maniva a Brescia) imposterò il ritmo di marcia secondo le necessità per l’arrivo entro i termini stabiliti (40 ore di cammino effettivo e 48 ore continuative di intervallo massimo tra la partenza e l’arrivo).

Oltre a questo potrei mettere in campo altre modifiche logistiche:

  • data l’indecisione della partenza potrebbero non esserci punti di rifornimento strutturali (ovvero allestiti preliminarmente all’interno di strutture della ricezione turistica), ma solo punti dove qualcuno si farà trovare con i ricambi di acqua ed energia (oltre all’indispensabile ricambio d’emergenza: scarpe e abbigliamento, ovvero quei materiali potenzialmente danneggiabili in una marcia così intensa);
  • potrei aumentare i punti di rifornimento (fino a un massimo di otto: dieci sono i punti dove il sentiero 3V incrocia la strada asfaltata, alcuni, però, molto vicini tra loro);
  • potendo, a seguito delle variazioni suddette, diminuire il quantitativo di liquidi e prodotti energetici da portare appresso, Il peso dello zaino potrebbe tornare al livello del 2016 (quattro o cinque chili al massimo).

In ragione delle facilitazioni di cui sopra potrei, per ribilanciare la difficoltà e l’imprevedibilità del giro, allora mettere in atto anche un’altra modifica:

  • da marcia di regolarità cambiare in velocità, ovvero completare il giro nel minor tempo che sia in grado di produrre.

Insieme allo staff 2017 si era ventilata anche l’ipotesi di un’altra variazione:

  • potrei, rinunciando al discorso della solitaria (tra allenamenti e tentativi ho ben dimostrato che per me non è di certo un problema marciare in montagna di giorno e di notte da solo e), attuare un accompagnamento a staffetta, ovvero almeno due persone che mi assistono (l’assistenza è pur sempre indispensabile, anche se invero ho fatto in totale autonomia percorsi fino a settanta chilometri) e, rifornimento per rifornimento, si alternano tra auto e cammino al mio fianco;

pensandoci bene ho deciso che questo non la attuerò. Mi gusterebbe molto farla in compagnia di qualcuno, condividere con altri le emozioni del lungo cammino, dei panorami, dei tramonti e delle albe, della natura, però:

  • intanto ci sarebbe il problema di trovare persone adeguatamente allenate, persone che possano mantenere il mio passo qualunque esso sia e su qualsiasi terreno e pendio (ce ne sono tante visto che non sono quello che comunemente viene definito “un mostro”, ma non è detto volgiano o possano essere della partita);
  • e poi oltre che pensare a me stesso dovrei (in ragione anche e soprattutto delle disposizioni giuridiche e legislative che, oggi, in caso d’incidente con prognosi superiore ai sessanta giorni sempre pongono il più esperto in una critica condizione di responsabilità, con conseguenti rogne legali) pensare anche a chi mi accompagna (sarebbe valido anche il discorso al contrario, ma essendo io un Istruttore Nazionale di Alpinismo, sebbene non più operativo, sono pochi i casi in cui potrei essere ritenuto il meno esperto) e questo renderebbe il tutto troppo complesso.

È per altro certo che, una volta chiuso il giro in tappa unica, andrò ad effettuarlo a tappe (sette) in compagnia di mia moglie e degli amici più vicini.

Sicuramente rimarranno invariati:

  • il percorso (anche se forse inserirò alcune mie brevi varianti che lo rendono ancora più fedele alla linea spartiacque);
  • la partenza del venerdì sera (dal punto effettivo d’inizio del 3V: sommità di via Turati);
  • l’arrivo della domenica pomeriggio (a Urago Mella);
  • il sistema di tracciatura in tempo reale (probabilmente, se i test del tracciamento live saranno positivi, cambiando strumentazione: l’app di GPSies che si appoggia alle mappe dettagliate di OpenStreetMap consentendo di avere un’idea ben precisa della mia posizione).
  • i materiali (zaino, scarpe e abbigliamento);
  • i liquidi (Acqua Maniva PH8);
  • gli integratori (HydraFit della NamedSport);
  • buona parte dei prodotti alimentari (gel e barrette della Enervit, barrette della NamedSport, fettine di zenzero fresco, albicocche secche, cubetti di Grana Padano, cubettini di speck, ai quali probabilmente aggiungerò della frutta secca).

Ecco, ora è ufficiale, seguitemi costantemente attraverso la specifica pagina dell’evento, quando deciderò di rimettermi in cammino lo comunicherò con almeno due giorni di preavviso, se possibile anche qualcosa di più (cinque o addirittura sette/dieci).

E se qualcuno volesse mettersi in nota per entrare nel gruppo di assistenza non deve far altro che comunicarmelo (se non avete i miei contatti diretti potete usare il modulo di contatto del blog): più saranno numerosi i componenti dello staff meno ognuno di essi dovrà lavorare e più tranquillo sarà per me decidere il giusto momento per partire: nella quantità sarà più facile avere il numero di assistenti necessario anche con un minimo preavviso.

Ciao e grazie a tutti per l’appoggio diretto o indiretto, fisico o morale, in presenza o in remoto.

#TappaUnica3V da dove parte?


Venerdì sera in Piazza Loggia a Brescia c’è un concerto (Mannoia), di cui sono venuto a conoscenza solo un mese fa quando sono stato contattato dalla segreteria del Sindaco di Brescia, da me invitato (insieme a tutti gli altri Sindaci dei comuni attraversati o lambiti dal sentiero 3V), per avvisarmi della questione e per garantirmi che avrebbero trovato loro la collocazione più idonea per una mia partenza da zona Piazza Loggia. Purtroppo ad oggi non ho ricevuto notizie e il contatto che mi era stato dato risulta irreperibile fino al 17 luglio, presumo abbia dato incarico a qualcun altro, se non ricevo informazoni in tempo utile valuterò sul posto.

In ogni caso i punti già ipotizzati e che quindi restano confermati sono:

  1. la piazzetta alla fine dei portici X Giornate (all’inizio di via Musei) dove per chi non ha notizia (ovviamente ho avvisato tutti coloro che conosco ho che hanno formalizzato intenzione d’essere presenti, ma ne restano molti che non posso avvisare) sarà più facile individuarmi;
  2. presumo nel punto sopra ci siano transenne e alti ostacoli per cui il punto più probabile e che preferire è piazzetta Tito Speri, molto piccola sarà facile individuarmi;
  3. come eventuale alternativa se anche la suddetta piazzetta fose inagibile, Piazza Paolo VI parte alta nei pressi del Broletto.

Come indicato nella scheda evento in zona c’è u autosilo (Piazza Vittoria) ma considerato il concerto sarà difficile trovarvi posto, si consiglia di parcheggiare attorno al punto di vero inizio del sentiero 3V a cui rientrerete accompagnandomi nel primi tratto di percorso.

Possibilità in ordine decrescente di possibilità spazi liberi

  • Distributore Esso in cima a via Turati (vicinissimo al punto suddetto)
  • Via Colle Fiorito, pure molto vicina
  • Via Giacomo Pederzoli, poco più avanti
  • Via Pier Fortunato Calvi, ancora più avanti ma comunque abbastanza vicina
  • Via Ugo Foscolo (Campo Marte)
  • Parcheggio a pagamento di Fossa Bagni
  • Parcheggio a pagamento di Piazzale Arnaldo
  • Zona clinica San Camillo (stradine attorno e a monte della clinica)

Emanuele

#TappaUnica3V il giro finale in tempo reale


Così come già fatto lo scorso anno, l’amico Tony Gialdini, titolare di Gialdini Sport Brescia, mi ha sponsorizzato prestandomi il tracciatore GPS SPOT attraverso il quale potrete seguirmi in tempo reale mentre percorrerò il giro dal 7 al 9 luglio. La trasmissione inizierà il 7 luglio alle ore 20.00, comunque il sito di tracciamento è già attivo al collegamento sotto riportato, per ora contiene solo dei punti di test, usatelo per memorizzarvelo tra i preferiti.

Segui in tempo reale Emanuele nel giro finale di TappaUnica3V 2017

Potrete così anche definire il momento giusto per venirmi ad accogliere all’arrivo di Urago Mella, previsto per le ore 17.00 di domenica 9 luglio.

Grazie Tony!

#TappaUnica3V -22 ora solo riposo


Mancano venti giorni alla partenza, è tempo di lasciar riposare muscoli e ossa, in particolare schiena e ginocchia che sono uscite alquanto provate dai tanti mesi di duro allenamento, duro e, soprattutto, nuovo: l’inserimento della corsa non più solo come brevi momenti nelle discese ai fini di recupero sui tempi, ma corsa vera e propria, corsa anche in salita. Il risultato è stato pregevole, ora viaggio costantemente su tempi pari o inferiori alla metà delle tabelle, certo sono ancora molto lontano dai ritmi dei migliori trailer, anzi sono lontano persino da quelli dei trailer in genere, ma non è questo il mio obiettivo, quello che faccio lo faccio per il mio unico piacere, se crescerò ulteriormente è del tutto ininfluente, ne sarò contento e magari mi allenerò anche per riuscirci, visto che la corsa mi è diventata sincera amica, pur senza deprimermi se non dovesse avvenire. Il risultato, però, è stato anche dolente e, come spesso mi accade, senza che i medici siano stati in grado di determinare delle motivazioni specifiche: non ci sono lesioni di nessun genere, cosa positiva ma al contempo cosa che impedisce la definizione di una specifica e rapida terapia, si può solo procedere a tentativi, si può solo optare per i cerotti anestetici e antidolorifici.

Lasciato solo dagli esperti decido allora di aggiungerci un pur non prescritto riposo nella speranza che l’allentamento della pressione possa aiutare quel recupero totale che certo anestetici e antidolorifici possono emulare ma non possono dare. Allora… allora da ora alla partenza non si corre più, non si fanno più lunghe distanze, solo quotidiana attività fisioterapica, qualche chilometro di cammino in piano almeno cinque volte alla settimana e tanto, tanto rilassamento mentale.

Di seguito il consento report sugli allenamenti, come detto gli ultimi.


28 maggio – Crinale est della Val Bertone

Uscita con gli amici di Mondo Nudo lungo un percorso che ho individuato durante i miei allenamenti e che mi ha particolarmente affascinato: prima una lunga cresta a cavallo tra la valle di Caino e quella di Odolo e Agnosine, poi un tratto di fondovalle privo di sentiero e che si percorre seguendo fedelmente il torrente. Ovviamente il ritmo è basso e posso procedere in totale rilassamento, ma ci vuole anche questo. Qui la relazione completa dell’uscita.

2 giugno 2016 – Dosso di Cè

Alle 18 di oggi parte il 3V Remix organizzato dagli amici del Bione Trailers Team, ne approfitto per effettuare, in compagnia della moglie, una breve escursione sui monti di Bione, zona che non ho mai visitato. Seguendo il percorso della gara, subito lasciati indietro dagli atleti, saliamo alla Piana di Lò e da qui, per una ripida rampa erbosa e la successiva cresta, al Dosso di Cè che, estasiati dalla bellezza del luogo e delle sue magnifiche faggete, raggiungiamo in un’ora e mezza di cammino. Discesa all’eremo di San Vigilio per riportarsi, con giro ad anello, alla Piana di Lò e a Bione. Ancora una volta mi porto a casa una zecca, ancora una volta me la trovo addosso il giorno dopo nonostante un accurato controllo fatto la sera precedente, ancora una volta è piccola, tanto piccola da non essere agganciata dall’apposito leva zecche, devo usare la pinzetta leva spine sul lato opposto, troppo potente: oltre alla zecca mi leva anche un piccolo brandello di pelle.

4 giugno – Anello sopra Caino e Nave

Voglio andare a vedere il passaggio del 3V Remix e per farlo m’invento due anelli che mi permetta d’incrociarli, fino all’ultimo sono incerto su quale fare, ambedue m’interessano, ambedue mi portano a visitare gli ultimi tratti ancora sconosciuti della zona, decido arrivato al parcheggio comune ad ambedue: visto che piove ed è freschina si va per quello di Nave. Parto dal parcheggio della Val Bertone alle nove, stando alle indicazioni reperite il cancello massimo del 3V Remix a Nave è dopo mezzogiorno per cui ho buon margine e posso prenderla comoda. Seguo per poco la strada sterrata della Val Bertone e imbocco il sentiero di collegamento con Caino, un bel percorso che con alternanza di salite e discese attraversa i boschi che sovrastano la strada delle Coste di Sant’Eusebio. Senza rendermene conto il mio passo ha velocemente preso la sua natura e l’app di tracciatura che sto sperimentando al primo chilometro mi segnala una velocità di quattro chilometri l’ora: va beh, visto che devo tenere sotto osservazione il ginocchio ne approfitto, rallenterò dopo Caino o nella discesa verso Nave. Secondo chilometro, la velocità è salita a cinque e diventa sei nell’attraversamento di Caino. Il ginocchio va alla grande, dagli! Salita cementata a cinque, sterrata ancora più ripida sempre a cinque, lungo e sconnesso traverso attorno il monte Montecca leggermente più lento perché sono molto in anticipo, eccomi sopra Nave, in basso vedo il furgone del Bione Trailers Team ma non c’è l’arco gonfiabile: non sono ancora passati? No, non è così, è l’opposto. Arrivando al furgone vengo a sapere che sono già passati da un pezzo: sono dei mostri da Brescia a Nave, scavalcando la Maddalena, ci hanno messo poco più di un’ora!

Va beh, così è andata, avrei fatto meglio a fare l’altro anello che mi avrebbe tenuto sulle creste sommitali. Li avrei così sicuramente incrociati. Inutile recriminare, ora bisogna tornare all’auto. Prendo la strada seguita dal sentiero 3V fino a Sant’Antonio, qui la abbandono per prendere il sentiero che scende alla strada della Merolta, seguo in discesa tale strada, il tratto è più lungo di quello che mi aspettavo, alla fine eccolo, ecco il sentiero Faet che con dura salita mi porta al Monte Forche. Mentre percorro questo impegnativo tratto le nuvole si aprono e appare il sole, prima debole poi sempre più forte, la temperatura cresce bruscamente e il mio ritmo ne risente parecchio: scendo a due chilometri e mezzo all’ora. In cresta riprendo fiato e ritmo, oltrepasso il Monte Faet e arrivo al sentiero 3V con il quale raggiungo l’eremo di San Giorgio. Godendomi la strana solitudine mi rilasso una mezz’ora mangiando qualcosa e poi riparto per la lunga discesa verso la Val Bertone. Il ginocchio inizia a farsi sentire ma riesco a procedere senza rallentare e in mezz’ora sono alla fine. Accaldato e sudato esaurisco i pochi liquidi rimasti nella borraccia, cambio le scarpe e poi via, si rientra a casa, dove arrivo con ben tre ore di anticipo sul programmato.

11 giugno – Anello Altissimo del 3V

Doveva essere un’uscita col gruppo di Mondo Nudo ma vista lo scarso interesse verso questo tipo di escursioni l’ho rielaborata: farò da solo la prima metà viaggiando nei tempi di TappaUnica3V, al Maniva si assoceranno altri eventuali partecipanti per fare la seconda metà assieme. Alla fine due si mettono in lista e uno solo si farà effettivamente trovare. Parto a mezzanotte da Collio, faccio fatica a mantenere l’equilibrio: saranno le scarpe nuove o è una conseguenza delle leggere vertigini che ho avvertito per tutta la giornata? Probabilmente ambedue le cose, pensiamo al cammino. Avverto subito d’andare troppo veloce indi riduco il passo e, dando ascolto al silenzio totale che stranamente avvolge la montagna, mi concentro sul mantenerlo basso: primo punto di controllo e… mezz’ora d’anticipo. Rallento ancora, secondo punto di controllo altri quindici minuti guadagnati. Inserisco alcune fermate per scattare delle foto ma niente, non c’è verso, continuo a mangiare minuti su minuti: bene, dimostra un’ottima forma fisica, ma anche male, durante il giro finale non potrò permettermi di sballare così il ritmo, rischierei di collassare prima dell’arrivo e quest’anno il giro lo voglio, lo devo finire, assolutamente.

Al Passo di Pezzeda Mattina mi accoglie un freddo venticello: meglio indossare la maglia. Il piano prevedeva di fare l’attraversata del Monte Pezzolina ma l’erba è molto bagnata per cui decido di proseguire per la strada normale. Passo di Prael ed eccomi in vetta alla Corna Blacca, quest’ultimo tratto è dato un’ora e quaranta, la mia tabella prevedeva un’ora, l’ho fatto in cinquanta minuti. Fa freddo, giusto il tempo di un autoscatto e poi via. Nella ripida discesa inizia a farsi sentire il ginocchio sinistro, alla fine arrivo alla base in mezz’ora anziché quindici minuti: dovrò rivedere la tabella di marcia. Concentrandomi sul passo verifico l’esattezza del tempo definito da qui al Passo Portole e al successivo Passo del Dosso Alto. Il ginocchio ora stride anche in salita, indeciso sul da farsi mi accomodo su un masso, si avvicina l’alba e la temperatura si abbassa, devo infilare anche i pantaloni e la giacca a maniche lunghe. Salgo o non salgo? Come posso scendere dalla cresta con questo ginocchio? Va beh, proviamoci! Mi tolgo i pantaloni e riprendo il cammino, il passo è sostenuto quel tanto che deve servire al rito programmato, purtroppo dopo poco le fitte al ginocchio si fanno più frequenti e devo inserire delle fermate per allentare un poco il carico. Mancano cento metri alla vetta, niente, mi fermo qui. Dietro front e giù alla strada per il Maniva dove giungo con mezz’ora d’anticipo sul previsto.

Infilato tutto quello che posso (ehm, invero tralascio la giacca da pioggia), mi accomodo sui tavoli esterni dell’Albergo Dosso Alto e ne attendo l’apertura, nel frattempo mi bevo il beverone agli amminoacidi e mi spalmo gel all’arnica sul ginocchio. Il bar non apre, fortunatamente il sole riesce già a far sentire il suo calore e l’attesa non è dolorosa. Sono sette, suona il cellulare, è l’amico Vittorio che mi segnala che a causa del mancato arrivo di Cristina è in forte ritardo, nessun problema, arriveremo a fine anello più tardi del previsto. Sette e mezza, apre il bar dell’albergo, subito mi riconoscono e mi accolgono con un calore inestimabile: mi viene offerta una robusta colazione e mi danno la disponibilità delle docce per quando qui farò sosta durante il mio giro di TappaUnica3V. Arriva Vittorio, gli lascio il tempo dovuto per prepararsi con calma e bersi un caffè, volevo farmi fare un panino per il pranzo ma vista la disponibilità predetta non voglio approfittarne e lascio perdere, tanto nello zaino due mele e quattro berrette ci sono, non muoio di fame. Ore otto passate, forse otto e trenta, partiamo, ma ora è relazione di VivAlpe e lascio il resto a questa, aggiungo qui solo che siamo arrivati all’auto con mezz’ora di anticipo.

A piedi nudi


IMG_1571L’articolo di Mountainblog “Camminata a piedi nudi con Andrea Bianchi sull’Appennino e in Val Pusteria” riporta due interessanti eventi sportivo-culturali all’interno dei quali viene proposto un momento di cammino a piedi nudi.

La presentazione del secondo, l’Adventure Outdoor Fest, cita -è un evento dedicato all’Avventura, agli sport in natura e allo stile di vita outdoor- dandomi un aggancio molto generico per il mio discorso, la mia proposta: personalmente rifuggo dal discorso “avventura” che vedo oggi diseducativamente utilizzato a sproposito per fare riferimento solo all’aspetto del brivido che invero poco o nulla ha a che fare con l’avventura (assenza di certezze), mentre molto ha a che fare con il promuovere e/o sperimentare qualcosa di assolutamente nuovo e magari anche fuori dagli schemi della retorica di massa quale il camminare nudi, totalmente nudi, non solo a piedi nudi, quel camminare nudi che deriva da uno stile di vita sano e coinvolgente (chi prova non torna indietro, non lo dico io, non lo dicono i nudisti, lo dicono l’esperienza e la statistica), quel camminare nudi, quella nudità che sono insegnamento primario della natura, natura tanto reclamizzata e sfruttata ma poi sempre vilipendiata imponendogli l’accettazione di persone inutilmente abbigliate.

La presentazione del primo, Lagolandia, recita -il focus dell’evento sono i “sentieri culturali”: esplorazioni del territorio condotti da guide d’eccezione su tematiche inusuali, cioè artisti, autori, docenti ed esperti che affrontano una camminata secondo la propria sensibilità ed esperienza- e qui l’aggancio al mio discorso è assai più forte e specifico: cosa c’è di più inusuale del camminare nudi? anche noi abbiamo specifica sensibilità ed esperienza, vorremmo poterla proporre ad un pubblico sempre più vasto, certi che riscuoteremmo interesse sincero e profondo. Bananta da Facebook 8-OPiù volte ho camminato a piedi nudi, adoro farlo, ne ho apprezzato le piacevoli sensazioni, ma anche gli inevitabili dolori e le conseguenti incontestabili difficoltà, dolori e difficoltà che rendono tale atteggiamento, quantomeno inizialmente, praticabile ai più solo all’interno di ben delimitati confini temporali (brevissime escursioni) e spaziali (prati, spiagge, rocce lisce e poco ruvide, pavimentazione artificiale), dolori e difficoltà che mi fanno chiedere perché non prendere in considerazione qualcosa privo di dolore e immediatamente praticabile a tutti senza limiti ne temporali ne spaziali? Perché non promuovere il cammino a nudo con le sole scarpe (e il purtroppo spesso necessario zaino)? Nessun dolore, minima difficoltà, sensazioni ancor più estese e coinvolgenti, salubrità fisica e mentale, educazione al giusto rapporto con sé stessi sono forse qualità che non meritano attenzione? Poi, volendo, insieme al resto ci stanno anche i piedi nudi. Insomma, perché limitarsi ai piedi? Perché non promuovere la messa a nudo dell’intero corpo?

Fatevi avanti, fatevi conoscere, chiedete! Si giusto, hai, avete ragione! Sta di fatto che sia io che Mondo Nudo già ci siamo fatti avanti, già ci siamo fatti conoscere, già abbiamo scritto a destra e a manca, già da anni operiamo sulle varie reti sociali, già abbiamo ottenuto molto seguito e sempre più numerosi sono coloro che ci seguono, senza essere necessariamente nudisti anzi; tant’è vero che già io e Mondo Nudo siamo stati intervistati da diversi media, ivi compresa un’emittente radiofonica, a livello locale e nazionale, eppure ancora manca l’interesse spontaneo che viene dato al cammino a piedi nudi o ad altri stili di vita molto meno coinvolgenti, salubri, educativi, socialmente rilevanti. Che altro dobbiamo fare per farci avanti? Ovviamente continueremo a lavorarci, continueremo a fare quello che già stiamo facendo e che ho sopra riportato, ci aspettiamo risposte aziendali (operatori turistici, produttori di attrezzature per l’escursionismo e così via), sociali (associazioni escursionistiche, associazioni culturali, eccetera) e istituzionali (pro-loco, comuni, province, regioni e via dicendo): rispondete alle nostre richieste, rispondete ai nostri solleciti, invitateci e noi non mancheremo!

#VivAlpe un’altra bella giornata


Seppure ridimensionata nel percorso, quindi nel chilometraggio e nel dislivello, l’ennesima escursione del programma VivAlpe 2017 è stata portata a termine. Tre dovevano essere i partecipanti, due alla fine si ritrovano presso l’Albergo Dosso Alto al Giogo del Maniva: io, che ho passato la notte camminando sulla prima parte dell’anello (Anello Altisismo del 3V), e Vittorio, che arriva con forte ritardo per l’inutile attesa di Cristina, la quale ha “preferito” ignorare la sveglia antelucana e continuare a dormirsela alla grossa.

Splende il sole sui monti dell’alta Val Trompia, in basso le case di San Colombano e Collio appaiono velate da una leggera foschia, a sinistra i versanti settentrionali di Dosso Alto, Corno Barzò, Corna Blacca e Monti di Pezzeda ancora attendono l’arrivo del sole, a destra la lunga costiera che dal Maniva si spinge vero la Pianura Padana già ha assunto accesi colori: salvo quelle sorprese che la montagna sempre può riservare, si annuncia una giornata luminosa, calda e solare.

Dopo una, per me, meritata colazione e un veloce caffè per Vittorio, ci mettiamo in cammino imboccando la stradina sterrata che sale verso il Dasdana. Un breve tratto di asfalto porta alla lunga e in parte ripida rampa erbosa del Dasdanino che viene raggiunto velocemente. Passo del Dasdana e immediata salita al Monte Dasdana, dalla cui sommità lo sguardo naviga liberamente tutt’attorno: le gemme bluastre del Lago di Dasdana e dei Laghi di Ravenola, i bianchi candori del Bernina e dell’Adamello, le cupe rocce del Cornone di Blumone e del Brenta, le varie tonalità di verde dei pascoli e delle praterie di montagna che costellano le tante dorsali montuose che uno dopo l’altra movimentano il territorio.

Foto ricordo e poi di nuovo in marcia, breve discesa e altrettanto breve risalita alla prima Colombina, poi la più dura salita della seconda Colombina, ecco la comoda mulattiera che, tra un mare di splendide anenomi alpine, con stretti tornanti e lunghi mezzacosta porta alla vetta del Monte Colombine, punto più altro del sentiero 3V (2217m). Anche da qui la vista spazia liberamente, il riconoscimento delle varie vette è facilitato, quando diversamente da oggi la foschia di calore non ottenebra la visuale, da un’apposita rotonda tavola metallica. Abbiamo recuperato il tempo perso e possiamo concederci un attimo di pausa per due foto, che un momento di solitudine ci ha permesso di fare nel nostro abito di natura, e una fugace merenda.

Immersi nelle nuvole che si sono nel frattempo alzate dalla valle e, a sprazzi, invadono la cresta che stiamo percorrendo, osservati da un branco di capre, scendiamo al Goletto di Cludona per subito incamminarci verso il Passo delle Sette Crocette dove arriviamo in perfetto orario di marcia. Brevissima fermata per l’ormai rituale foto di Vittorio a spirito libero e riprendiamo il cammino per imboccare il sentiero che ci porta verso la lunga discesa. Finalmente possiamo senza tema donare al nostro corpo quel respiro a cui sempre anela e, nudi, percorriamo il lungo diagonale del Dosso Croce, una breve discesa, un altro lungo diagonale ed eccoci ai vasti pascoli soprastanti Malga Croce dove, appollaiati su alcuni massi accatastati, ci concediamo l’unica vera sosta di tutta la giornata: venti minuti per pranzare.

Ripartenza, seguendo la traccia che percorre il largo costone ci abbassiamo un poco finché sulla sinistra si diparte un altro costone, qui abbandoniamo la traccia e per dolcemente morbido terreno libero scendiamo obliquando a sinistra, alcune deboli tracce di passaggio ogni tanto appaiono tra le erbe del pascolo, il sentiero indicato sulla carta invero non esiste, ma non è un problema basta mirare alla verde gobba del Dosso Canali. Attraversata una stradina segnalata che raccorda le malghe sul lato Bovegno a quelle sul lato Collio, si riprende a scendere lungo il costone erboso ora con una più evidente traccia di passaggio. Massaggiati dalle erbe, accarezzati dal sole, accoccolati dalla nudità, senza sosta perdiamo costantemente metri di quota, ormai siamo prossimi a Malga Canali che vediamo nitidamente poco sotto di noi, voci risuonano nella prateria, siamo purtroppo costretti a interrompere lo stato di grazia e imporre alle nostre membra il cilicio dei pantaloncini.

Ultimi metri nell’erba e siamo alla strada sterrata nei pressi di Malga Croce, la seguiamo fino alla malga dove possiamo renderci conto che invero è deserta, le voci che poco prima avevamo avvertito arrivano da molto più in basso dove nei pressi di una cascina un grosso nucleo di persone e bambini sta per finire il loro pranzo all’aperto: mannaggia, ma tornerà il fastoso giorno in cui sarà riconosciuta la naturale decenza ai corpi e le persone potranno, volendolo, starsene tranquillamente e salutisticamente nude, nude sempre, comunque e ovunque!

Vai a sapere perché, forse una disperata rassegnazione all’ormai prossima entrata in paese, invece di rimetterci in libertà percorriamo l’ultimo chilometro di desertica natura con i pantaloncini calzati. Le gambe, con la complicità della psiche che assapora l’imminente arrivo all’auto, iniziano a farsi dure e spontaneamente rallentano il passo. Sosta ad una fontana per rinfrescare la pelle dalla lunga esposizione al sole e all’aria, la lunga asfaltata comoda discesa da Memmo a Collio ed eccoci al parcheggio: anche questa è fatta, noto negli occhi e nell’espressione del mio compagno di viaggio una grande felicità e questo rende ancor più mirabile questa giornata. Grazie Vittorio, grazie della tua presenza, grazie del tuo coraggio, grazie e a presto.

Con #VivAlpe per creste e valli della #ValBertone


Dal parcheggio della Val Bertone partiamo in quattro: io, Attilio, Paola e Vittorio. Seguendo un sentiero che, sebbene utilizzato dai motocrossisti locali (ne incontriamo alcuni impegnati in lavori di ordinaria manutenzione del tracciato), nemmeno la carta riporta, allietati da diversi Iris e rinfrescati dal bosco, in quaranta minuti siamo al colle di Sant’Eusebio dove, immersi nell’affollamento tipico della zona, troviamo gli altri sei partecipanti: Alessandro, Marco, Francesca, Luise, Angelo e Daniela. Dopo i saluti resi ancor più calorosi da un lungo periodo di lontananza, a gruppo completo ci incamminiamo per il sentiero che s’inerpica sulle ripide pendici erbose del lungo crinale separante il bacino idrografico del Garza da quello del Chiese. Poche decine di metri e siamo sul filo di cresta, a destra la vista si allunga verso la Val Sabbia e i monti che la circondano, a sinistra possiamo vedere l’abitato di Caino e più lontano alcune delle case di Nave e un piccolo pezzetto della vicina città (Brescia).

Passate due piccole case abbandoniamo la cresta per prendere un pur sempre panoramico traverso a mezza costa nei prati, segue una breva risalita e rieccoci sul filo del crinale che ora dovremo a lungo seguire fedelmente. Il sole picchia sul terreno scoperto, tra chiacchiere, panorami e coturnici (o starne?) continuiamo il nostro cammino sulla cresta ora fattasi assai sottile, da qui appare una bella porzione del lago di Garda, alla sua sinistra, di poco celata dall’aguzza piramide del Pizzoccolo, l’inconfondibile sagoma del Monte Baldo ormai definitivamente sgombro da qualsiasi residuo di neve. Vuoti capanni da caccia con le loro piccole radure erbose di tanto in tanto spezzano la linearità della vegetazione, una solitaria casetta appollaiata su di un panoramico poggio attira l’attenzione dei miei compagni. Poco dopo, in corrispondenza d’uno scabroso passaggio roccioso, incrociamo due motocrossisti che procedono in senso contrario al nostro, salutandoli lasciamo loro il passo per riprendere subito dopo il nostro cammino. Passato un bel poggio erboso e aggirata, seguendone la spartana rete di recinzione, una quasi invisibile casa, eccoci ad un breve tratto di cemento che, prima in discesa poi in ripida salita, ci porta proprio sull’uscio di un’altra casa. Un boschetto di basse piante coi rami che sporgono pressoché orizzontali a formare ampi ombrelli di foglie s’offre a noi per una rinfrescante fermata. Con breve salita raggiungiamo una comoda strada sterrata e, passando accanto ad altre isolate case, alternando le chiacchiere a momenti di estasiante osservazione del paesaggio e della natura che ci circondano, perveniamo al Passo del Viglio dove imbocchiamo lo stretto sentiero che scende sul fondo della Val Bertone.

Un bel bosco ci ridona frescura mentre con rinnovato passo veloci scendiamo. Sotto di noi il solco vallivo man mano si fa meno profondo e lontano, alcune svolte, un tratto invaso da un rivolo d’acqua e siamo sulla sterrata che sale al Passo del Cavallo. Incrociamo un signore col quale scambiamo cordialissimi saluti, Paola chiede e ottiene informazioni sul dove trovare acqua potabile e proseguiamo. Mi fermo ad aspettare Angelo e Daniela rimasti piuttosto indietro: li farò scendere al torrente per una variante che evita un ripido tratto di salita. Nel frattempo gli altri raggiungono il guado dove inizia il tratto “avventuroso”: abbandonata ogni traccia seguiranno il torrente fino a ricongiungersi con me e gli altri due amici. Dopo un primo tratto ghiaioso il solco fluviale s’incunea tra pareti rocciose a formare un piccolo canyon, saltando di placca in placca lo discendono, una paretina verticale gli permette di evitare e superare il salto di una cascata. Seguendo le sinuosità del torrente, riprendono a camminare su pianeggianti ghiaie circondate dal bosco, alcune piante cadute obbligano ad una piacevole ginnastica. Riunitici proseguiamo ancora un poco oltrepassando facilmente la seconda cascatella, ancora alcuni metri e, raggiunta una boscosa strettoia della valle che forma una zona ombrosa, ci concediamo la sosta pranzo.

Data la doverosa pace agli stomaci giustamente affamati visto il forte ritardo sui tempi di marcia dobbiamo rimandare la prevista lettura da parte dell’amico Vittorio, nostra fonte di cultura e splendido lettore. Percorriamo ancora un pezzo di piano torrente e quando questo s’incunea in un stretto solco ingombro di piante lo abbandoniamo per prendere un sentierino che, alzandosi sul fianco della valle, ci riporta al torrente poco più avanti per subito riabbandonarlo alzandosi sul ripido fianco erboso a picco su di una profonda forra qui scavata dalle acque. Attraversata una fascia boschiva, perveniamo alla strada sterrata della Val Bertone e, passo dopo passo, rapidamente ci avviciniamo alla zona attrezzata con tavoli e barbecue, prevedendone l’affollamento noi maschi indolentemente ci rimettiamo i pantaloncini, mentre Francesca, altrettanto faticosamente, sbuffando reindossa mutandine e reggiseno. Forzatamente riallineatici al dogma sociale, cercando di non pensare ai segnali di fastidio emessi dai nostri corpi dopo ore di libertà, stupiti per le tante persone completamente abbigliate nonostante il sole cocente, sfiliamo oltre e proseguiamo lungo il largo e ben tenuto sterrato della bassa Val Bertone. In breve siamo al parcheggio di partenza, portiamo al Colle di Sant’Eusebio coloro che qui avevano lasciato l’auto, baci e abbracci con quelli che partono subito, in cinque restiamo per un ultimo momento davanti ad una bella birra presso il bar del colle.

Un’altra piacevole escursione s’è positivamente conclusa, allietata dal cielo sereno e riscaldata da un cocente sole, restano, ben impressi nella nostra mente, i bei ricordi, ai quali si sommano la soddisfazione del cammino, il piacere della compagnia, l’energia della nudità e l’aspettativa delle prossime uscite insieme. Grazie amici, grazie di cuore per l’ennesima vostra partecipazione, grazie!

La notte di #VivAlpe 2017


Tra disattenzioni, malanni, impegni di lavoro e altre occupazioni non meglio definite alla fine siamo rimasti solo in due, ma l’escursione in notturna è stata comunque fatta e, penso, con soddisfazione anche da parte di chi mi ha accompagnato.

Nel pieno della notte io e Angelo ci siamo incamminati dal parcheggio appena fuori il paese. Quasi subito un grosso ratto esce da un campo incolto e si blocca in mezzo alla strada davanti a noi, resta immobile per qualche decina di secondi poi si gira su se stesso e ritorna da dov’era venuto. Riprendiamo il cammino anche noi, con calma risaliamo il ripido asfalto e arriviamo all’isolato e solitario parcheggio del Pian delle Castagne. Ancora qualche minuto su strada sterrata ed eccoci al Santuario della Madonna delle Fontane, ultimo segno del centro abitato che ci siamo lasciati alle spalle.

Inizia il sentiero e si entra nel bosco, la luce delle frontali ci precede lungo il cammino illuminando i numerosi neri insetti che sfruttano la notte per uscire dalle loro tane. Ogni tanto anche il capo di qualche fiore si mostra a noi dando una nota di colore al nero costante del bosco notturno. L’amico è un poco preoccupato dalla possibilità di incontrare dei cinghiali, io ormai ci sono abituato alla notte e… ai cinghiali, lo tranquillizzo e procediamo senz’intoppo.

La salita non è ripida ma le mie gambe allenate dal tanto allenamento che sto facendo per TappaUnica3V hanno preso un passo troppo sostenuto e sento che il respiro del mio compagno di cammino va facendosi troppo irregolare e veloce, rallento al limite del mio equilibrio e pian piano le cose migliorano. Tra le fronde degli alberi s’intravvede un poco di cielo, stiamo per arrivare in cresta. Pochi minuti ed eccoci sul crinale, la vista si apre e possiamo individuare tutte le montagne che ci circondano, in basso le luci di Nave e di Caino, più lontano, dietro la sella di San Vito, quelle di Rezzato, più a destra quelle di Brescia.

Dopo una breve doverosa sosta contemplativa ripartiamo, oltrepassando alcuni capanni di caccia ci alziamo verso la meta che già s’intravvede alla nostra sinistra. Volevo arrivarci per una variante che evita una ripida e scabrosa discesa, al bivio, non conoscendola, sbaglio e seguo la segnaletica. Me ne accorgo poco dopo dato che stiamo procedendo su terreno assai ripido anziché a mezza costa, ormai è fatta e proseguiamo per la strada presa, superiamo la ripida discesa e con l’ultima salitella eccoci, con circa trenta minuti di anticipo sulla tabella di marcia, all’Eremo di San Giorgio.

Tolti gli zaini ci godiamo la notte e il panorama, in lontananza le luce di Bardolino e Garda illuminano impercettibilmente la superficie del lago di Garda, lago invero invisibile ma che  io posso facilmente individuare conoscendo benissimo questo paesaggio. La luna si libera delle nuvole e mostra orgogliosa il suo sorridente viso. Ho qui previsto una lunga sosta pertanto mi rivesto e consiglio all’amico di fare altrettanto, se il calore del cammino ci ha consentito di stare a nudo, stando fermi la temperatura diventa meno confortevole. Dopo esserci reidratati, ci accomodiamo su di una panchina, mangiamo qualcosa, ci scambiamo due chiacchiere per poi abbandonarci ad un leggero dormiveglia. I rumori della valle giungono quassù come se fossero a due passi: il brusio delle auto che salgono verso il Colle di Sant’Eusebio o da questo discendono verso Caino, il rombo di una moto, il ritmico tum tum cardiaco di una discoteca, persino la voce nitida di una donna.

Ore due della notte, il lago s’è coperto d’una fitta foschia, il freddo s’è fatto più intenso, è ora di ripartire. Vestiti percorriamo il tratto di crinale che porta verso Conche, una fredda brezza lo percorre e i nostri corpi stentano a riprendere calore. Arriviamo al bivio con il sentiero che scende verso Caino e che dobbiamo prendere, siamo da poco rientrati nel bosco, protetti dalla brezza possiamo indossare la veste della natura,  recuperare lo stato di piena simbiosi con l’ambiente che ci circonda e reimmergerci nelle sensazioni che solo la nuda pelle può donarci.

Rieccoci alla base, alle prime case del paese, all’auto. Sono le quattro del mattino, in rispettoso silenzio riponiamo gli zaini nel baule della vettura, cambiamo le scarpe e, arricchiti da questa nuova esperienza, ritemprati da queste poche ore di piena natura, ci avviamo verso le nostre case.

Grazie Angelo, alla prossima!

Uscita a Sant’Emiliano: tanti colori in una natura florida e avvolgente


Anche la quinta uscita di VivAlpe 2017 è andata, il gruppo è tornato a rinsaldare le proprie file anche se molti, sfruttando i vari ponti consecutivi, erano volati in lidi oceanici dove il nudo è assai più semplice e apprezzato anche a livello urbano. Noi pochi rimasti, con la piacevole graditissima aggiunta di un nuovo amico, ci siamo ritrovati per questa ennesima escursione con la quale diffondere, nel limite del fattibile, il verbo della natura.

Alle otto e mezza siamo in cammino da quel di Gardone Val Trompia, l’aria è pungente ma poco sopra il sole già illumina il bosco dandoci, insieme alle favorevoli previsioni, speranza di una salita presto resa confortevole. Così infatti avviene e dopo una mezz’ora qualcuno si leva il qui inutile fardello degli abiti. Il sole, però, è oggi in vena di scherzi e dopo un’altra mezz’ora va a celarsi dietro una coltre di nuvole sempre più spessa e predominante, la temperatura crolla e le vesti tornano a fare il loro vero (e pressoché unico) servizio: proteggere dal freddo (anche se, invero, uno di noi, più intrepido degli altri, indossa solo la maglia pesante).

Essendo pochi. pur osservando le varie essenze floreali che contornano il sentiero (tra le quali delle bellissime orchidee ed estese macchie di fragoline selvatiche), pur fermandoci a raccogliere delle erbe commestibili (i Verzulì), saliamo abbastanza veloci e, dopo aver lasciato il passo ad un escursionista che già era di ritorno, con largo anticipo sulla tabella siamo alla località Paer dove il sentiero sfocia sulla sterrata che porta al santuario. Ci concediamo una breve pausa per osservare il panorama che si apre dalla sella che sovrasta di pochi metri la strada. Gli scorci panoramici ci accompagnano per tutto il resto della salita, prima sulla Val Trompia, poi sulla Valle di Lumezzane e il monte Palosso, infine verso la Corna di Sonclino, a questo punto siamo arrivati a Sant’Emilaino che troviamo ben affollato. Un intenso profumo di salamine grigliate pervade le nostre nari e intensifica il senso di fame che da una decina di minuti aveva già preso alcuni di noi, decidiamo comunque di scendere un poco per poterci accomodare in zona più tranquilla e silenziosa.

Uscendo un poco dal sentiero principale troviamo un punto riparato dal gelido venticello e, incitati dal sole che qui infuoca l’aria, ci liberiamo degli abiti accomodandoci sull’erba per gustarci un’ora di naturalezza. Prima rifocilliamo il corpo con il poco cibo presente nei nostri zaini, poi diamo gratificazione allo spirito ascoltando il nostro abile lettore Vittorio che ci inebria con tre bellicismi racconti, due dei quali sono stati inviati (e accettai) per un concorso letterario (“Racconti nella Rete” di LuccAutori).

Giunta l’ora di ripartire siamo costretti a forzare su di noi quantomeno i pantaloncini che però presto torneranno a dormire nello zaino concedendoci una discesa inebriante nella verdissima e splendida Val Vandeno. Lungo è il cammino e con tutta calma lo percorriamo con alcune brevi fermate per guardarci attorno e fissare nella mente le immagini che la natura ci sta offrendo. Ad un bivio sbaglio direzione e conduco gli amici in una fortunatamente breve digressione. Presto mi accorgo dell’errore e recupero la retta via che in poco ci porta sul fondo valle nei pressi dell’abitato di Marcheno. Da qui il ritorno alle auto è segnato da un affollato percorso pianeggiante dove dobbiamo purtroppo camminare nella pudica corazza creata dalla censoria società alcuni secoli addietro e contraddittoriamente ancora richiesta in molti contesti: cosa c’è di più sacro e santo del corpo umano? può bastare l’invenzione (umana e per molti secoli ignorata) del peccato originale a obbligarci in questo? che fastidio reale, irrisolvibile, fisico può dare la vista di un corpo nudo, anzi, gran parte del corpo è oggi quasi ovunque accettato, indi la vista di due glutei, un paio di mammelle e/o un pene? è indubbiamente ora di evolversi e tornare alla primigenia visione del corpo per quello che è: semplice e spontanea natura!

Grazie Amedeo, Angelo, Attilio, Paola e Vittorio, grazie per questa ennesima splendida giornata, grazie per il supporto che date all’azione rieducativa di Mondo Nudo e di VivAlpe, grazie.

Alla prossima.

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