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Santuario di Sant’Emiliano da Gardone Val Trompia (BS)


Itinerario alternativo ai percorsi più frequentati che, fatta eccezione per un breve tratto intermedio e per un più lungo tratto finale, permette di salire al Santuario di Sant’Emiliano immersi in un ambiente ancora relativamente selvatico e solitario, caratterizzato prima da una fitta boscaglia a tratti tappezzata da estese macchie di lamponi e poi, nella parte più alta, da boschi più arieggiati che aprono la vista sul fondo valle e sui monti del suo versante opposto, Guglielmo e Almana in particolare. Il tratto superiore della salita segue una comoda strada sterrata con alcuni panoramici scorci sulla valle di Lumezzane e il Monte Palosso. Il rientro a valle avviene lungo un bel sentiero storico-naturalistico tracciato nel largo vallone che dalla Forcella di Vandeno scende all’abitato di Marcheno. Si termina con una pianeggiante pedo-ciclabile inizialmente immersa nel verde, poi integrata nell’ambiente urbano di Gardone Val Trompia.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: l’ampio parcheggio di via Goffredo Mameli, in sinistra orografica della Val Trompia all’ingresso del centro paese.
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 315m
  • Quota di arrivo: 315m
  • Quota minima: 314m
  • Quota massima: 1121m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 836m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 836m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 14km
  • Tipologia del tracciato: per la maggior parte sentiero.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E3P
  • Tempo di cammino: 5 ore e 30 minuti
  • Segnaletica: paline e segni bianco rossi con numerazione 360 (salita e prima parte della discesa) e 361 (discesa)
  • Rifornimenti alimentari e idrici: negozi e bar di Gardone Val Trompia, rifugio presso il santuario (aperto il sabato e la domenica da marzo a novembre).
  • Rifornimenti idrici naturali: Sorgente del Pos Perlì a metà della salita; sorgente Vandeno a un terzo della discesa; fontanina nel tratto finale.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: alberghi di Brescia e bassa Val Trompia.
  • Fattibilità del nudo (nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): pressoché nulla di giorno e comunque limitata alla prima metà della salita; ampia nella notte.

Profilo altimetrico e mappa

La salita è suddivisa in due parti distinte: la prima con pendenza pressoché costantemente rilevante, la seconda che, eccetto alcuni tratti, spiana parecchio. La discesa è ininterrotta con una continua variabilità delle pendenze per terminare con un lungo tratto pianeggiante.

GPSies - Santuario di Sant’Emiliano da Gardone Val Trompia

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

Costeggiare il complesso commerciale/industriale in direzione sud e, alla fine della strada, scendere la breve rampa che porta ad un piazzale sterrato dove convergono tre strade. Prendere quella centrale che, cementata, ripidamente sale sul versante del monte sovrastante costeggiando il torrente della Val Siltro. Nel mezzo del primo tornante prendere a destra un sentiero che ripido sale nel bosco intasato di rovi e, tagliandone un lungo tratto, riporta sulla strada. Poco a destra, sull’altro lato della strada, riprendere la continuazione del sentiero e tagliare pure il successivo più breve tratto di sterrato (se tali sentieri risultassero impraticabili, seguire fedelmente la strada e al bivio che si incontra proprio dopo l’attraversamento del sentiero anzi detto andare a sinistra), ripresa la strada la si segue a sinistra e, dopo un tornante, con ultimo rettilineo si arriva al suo termine dinnanzi all’ingresso della cascina Rizzinelli. A destra del piccolo piazzale, parallelamente alla strada da cui si è arrivati, un sentiero sale la bassa ripa erbosa sopra la quale si biforca, andare a destra costeggiando a monte il prato della cascina. Poco oltre si perviene ad un bivio, prendere a sinistra per salire con forte pendenza. Ad altro incrocio proseguire dritti, al successivo andare a destra in piano, eseguita una curva a sinistra si riprende a salire in moderata pendenza fino a sbucare, proprio su un suo tornante, su un più largo sentiero che sale da destra, proseguire dritti salendo ripidamente. Il sentiero svolta a sinistra e con un diagonale arriva ad un altro bivio, andare a destra. Si percorre un tratto in lieve pendenza poi la salita torna a farsi più ripida con diverse curve e tornanti, alcuni con gradini in legno. Dopo un lungo diagonale verso sinistra si passa alla base della radura di un capanno di caccia, poco oltre si esce sui prati di una cascina (Casì delle Siùre) ben visibile poco sopra a destra. Con un primo tornante a destra si risale un poco tenendosi accosti al bosco per poi tagliare a sinistra in direzione della cascina.

Dalla cascina si gira a destra alzandosi leggermente e, passando accanto ad una seconda più piccola costruzione poco discosta dalla prima, si prende un sentiero quasi pianeggiante che procede in direzione sudest passando poco sotto un capanno dove si perviene a un bivio. Tenere il sentiero più basso (destra) e, ignorando le diramazioni che a sinistra salgono ai diversi capanni qui presenti, si procede con un lungo mezza costa a sali e scendi. Quando il sentiero riprende a salire con maggiore decisione, in corrispondenza di un tratto fuori dal bosco, lo si abbandona per salire un metro a sinistra e portarsi sul filo di un crinale (cancellino d’ingresso dell’ultimo capanno oltrepassato. Ignorando il sentiero che scende dritto in Val Larga, prendere il sentiero che sale a destra. In breve si perviene ad altro capanno che si passa sulla sinistra andando in leggera discesa ad attraversare una valletta per poi riprendere a salire. Uno strappo ripido porta, dopo un tornante a destra, alla sorgente del Pos Perlì. In mezzacosta si raggiunge un crinale erboso che si oltrepassa procedendo con minore pendenza e rientrando nel bosco.
Con una larga curva a destra si risale nel bosco per poi girare leggermente a sinistra e raggiungere una strada sterrata in località Paer. Andare a sinistra lungo la strada qui pianeggiante ma che presto prende a salire, con una svolta a sinistra si supera una larga e piana sella per procedere, scorrendo sotto altro capanno, in piano sul versante meridionale del Monte Calvario. Un ripido tratto cementato porta sopra la cascina dei Gromi Alti, qui la strada perde pendenza alzandosi dolcemente a casa Pedersini da dove, in leggera discesa e con una larga curva sotto una caratteristica rupe rocciosa (Corna Rossa), arriva a un largo piazzale sul cui lato destro una sbarra la chiude. Si oltrepassa la sbarra e, ignorando il sentiero che scende a destra, si prosegue lungo la strada salendo a un poggio a picco sulla valle. Sempre lungo la strada si sale ancora per poi, in leggera e breve discesa, arrivare al Santuario di Sant’Emiliano, una scala porta al largo piazzale erboso sul fronte della costruzione.

Dal lato destro del piazzale erboso si scende lungo un curvo muretto aggirando sulla destra un baracchino. Con due tornanti si scende verso il bosco per poi entrarci e procedere verso nordest prima in piano poi in discesa man mano più ripida. Ignorando un sentiero che scende a destra e poi un altro che sale a sinistra si perde quota per poi, con una larga curva a destra, puntare a dei prati che si vedono più in basso. Una curva a sinistra riporta verso il filo del crinale poco prima del quale si scende ad una sella (Forcella di Vandeno). Prendendo il sentiero che scavalca a sinistra la sella ci si porta sul versante della Valle di Marcheno che si attraversa in diagonale tenendosi in quota fino a pervenire sul versante opposto dove, parallelamente alla valle, inizia la discesa più diretta. Dopo un diagonale a destra si perviene ad un bivio e si prende il sentiero a sinistra per scendere ripidamente verso il torrente e poi seguirlo in direzione ovest. Giunti ad una strada cementata la si segue a sinistra e in breve si raggiungono le case di Rovedolo di Marcheno. Per strada asfaltata si scende dritti verso un ponte e poco prima di questo si prende a sinistra costeggiando alcuni capannoni, quando l’asfalto finisce si prosegue su sterrata fino a sfociare su altra strada asfaltata (via Rovedolo). La si segue a sinistra fino ad una sua diramazione che attraversa il Mela per portarsi sulla strada principale, qui ci si abbassa a destra per prendere un percorso pedo ciclabile che, sottopassando un ponte, si segue fino alla sua fine. Seguendo ora l’asfalto di via 2 Giugno, che poi diviene via Angelo Grazioli, si perviene alla rotonda d’innanzi al parcheggio.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Gardone Val Trompia – parcheggio 0:00
Casì delle Siùre 1:30
Pos Perlì 0:30
Paer 0:15
Santuario di Sant’Emiliano 0:40
Forcella di Vandeno 0:15
Rovedolo di Marcheno 1:30
Gardone Val Trompia – parcheggio 0:50
TEMPO TOTALE 5:30

#VivAlpe emula #TappaUnica3V con una bella cinquanta chilometri


Sabato 1 aprile, stamattina, al risveglio, le ginocchia m’hanno fatto un bel pesce d’aprile: dolori ovunque, mannaggia, proprio oggi che c’è la partenza della cinquanta chilometri di VivAlpe: l’Anello Bassissimo del 3V. Massaggione con Arnica in gel e poi faccio scorrere il tempo facendo alcuni lavoretti al computer e alcuni mestieri di casa. Con attenzione preparo l’equipaggiamento e allestisco lo zaino, piccolo, per giunta stretto a metà dal variatore di carico, eppure capace di contenere tutto quello che mi serve: eccezionale. Arriva l’ora della partenza, visto che sarò solo Maria mi accompagna a Brescia e mi verrà a riprendere domani.

Le ultime luci del giorno mi accompagnano nella risalita verso la vetta del Monte Maddalena, rumori della città che man mano si fanno più fievoli, una bellissima upupa dalla cresta marrone mi svolazza attorno per alcuni minuti, nel cielo le poche nuvole lasciano intendere un tempo clemente, il caldo man mano lascia il posto alla frescura, poi un fortissimo vento. Freddo, freddo pungente, dinnanzi all’ex rifugio una provvidenziale panchina m’offre comoda base per una prima sosta alimentare, nel mentre la notte velocemente si sovrappone al giorno. Lunga notte, segnata da una piccolissima falce di luna, nuvole sparse a tratti più dense, uno scroscio d’acqua, fruscii nel bosco, sbattiti d’ala improvvisi e altrettanto improvvisi fruscii d’animali in fuga, versi d’uccelli, un fascio di luce che fende l’oscurità illuminando il sentiero e la continua teoria di gialle primule, odori più o meno noti, lontane luci. Salite e discese che si susseguono, un’alternanza di strade e sentieri, per stavolta lento è l’incedere, intercalato da brevi pause contemplative e da lunghe soste alimentari, il caldo e il freddo che si mescolano di continuo, tremori e sudori, sudori e tremori, maglie che si sovrappongono o tornano nello zaino.

Luce del mattino, Villa Carcina, discreto anticipo, riposo ad una panchina, l’acqua d’una fontanina, colazione al bar, l’attesa di eventuali compagni, ripartenza solitaria. Una dura salita, un passo forzato, un tempo dimezzato, eccomi in cresta, eccomi nuovamente sul sentiero 3V.  È praticamente fatta anche se inverò mancano ancora una ventina di chilometri: da qui solo la lunghissima altalenante discesa verso l’arrivo. Ancora fiori, tantissimi fiori, soprattutto primule. Ora lo sguardo spazia lontano, ora s’incontrano persone, i rumori della valle si sono svegliati, il sole prima timidamente poi con maggior decisione squarcia le nuvole e riscalda l’aria. Passo dopo passo scorrono i monti, chilometri che si sommano ai chilometri, metri ai metri, nessuna stanchezza. Magnoli, Sella dell’Oca, Quarone, Passo della Forcella, Santuario della Stella. Forte anticipo sui tempi previsti, lunga sosta per pranzo, goduria del sole sulla pelle, l’incontro gradito con una collega, l’acqua fresca di una fontanella. Di nuovo in cammino, lentissimo cammino, tempo da far scorrere, osservazioni, pensieri, visioni. Penultima vetta, ancora una sosta. Via verso l’arrivo ormai vicino, c’è ancora tempo, sull’ultima discesa una piana radura erbosa offre comodo giaciglio per un’oretta di riposo steso e leggero. Suona il telefono, sono arrivate, stanno venendomi incontro, posso scendere, posso dare fine a questa lunga entusiasmante escursione. Baci, abbracci, informazioni, il beverone di recupero e un gelido crodino (che fantastica moglie), ancora pochi minuti di cammino e poi la macchina, il cambio, ancora qualcosa di fresco da bere.

È finita, anche questa è fatta, fatta nonostante tutto, fatta pur essendo rimasto solo, solo all’inizio, solo a metà, solo nella notte, solo nel giorno, solo. Fatta nonostante il ginocchio dolorante, nonostante la sofferenza nelle discese della seconda parte, un dolore forte, ma anche un dolore circoscritto, circoscritto ai punti scalinati, circoscritto ad una zona specifica del ginocchio, circoscritto e pertanto facilmente gestibile: opportune tecniche conservative mi hanno permesso di mantenere una velocità apprezzabile senza troppo sollecitare la parte dolente.

È finita, anche questa quarta uscita di VivAlpe 2017 si è conclusa, dignitosamente conclusa, conclusa integrandovi un per me importante test in funzione di TappaUnica3V:

  • cinquantaquattro chilometri e tremila duecento metri di dislivello;
  • un totale di circa venti ore (quattordici per il tratto da Brescia a Villa Carcina e sei per il ritorno a Brescia sulla sponda opposta della Val Trompia), delle quali al massimo sedici di cammino;
  • piena soddisfazione del nuovo zaino, scalda un po’ troppo la schiena (cosa comunque apprezzabile con il freddo) facendola sudare in abbondanza, ma è comodo sia nell’uso che nel portamento;
  • adeguatissimo l’abbigliamento selezionato;
  • perfetto il nuovo calcolo della quantità di liquidi;
  • giusto il nuovo rapporto tra acqua pura e acqua integrata (1 a 1);
  • ottimi i nuovi gel e ottimale il loro ritmo di utilizzo;
  • fantastica la mia preparazione fisica di base, andrebbero solo rinforzati i quadricipiti che si fanno facilmente e velocemente dolenti quando forzo il cammino, comunque a una velocità di molto superiore a quella che dovrò tenere nel giro finale;
  • forse troppo soft ma per nulla fastidiose le ginocchiere, indossate per quasi l’intero percorso;
  • grandiose le fasce rotulee, nei precedenti utilizzi non mi avevano invece particolarmente soddisfatto, qui, invece, indossate verso la fine in pochi minuti hanno azzerato tutti i dolori del ginocchio destro e quasi tutti di quello sinistro;
  • resta preoccupante il doloroso problema al ginocchio sinistro che, sebbene si risolva spontaneamente, necessita di tempi di riposo troppo numerosi e troppo lunghi rispetto a quello che potrò permettermi nel giro finale… già prenotate radiografia e visita specialistica.

Alla prossima!

#TappaUnica3V, mazza che botta!


Lo sappiamo bene, così vanno le cose: te le vai a cercare e non ti succede niente poi, quando meno te lo aspetti, quando tutto è tranquillo ecco la botta, e che botta. Nel buio quasi totale un bel tuffo a pesce, senza possibilità di un seppur blando riparo delle braccia, senza ammortizzazione, giù diretto di muso, giù a sbattere la faccia, sono solo riuscito a indirizzare la caduta sull’erba anziché sul duro, sono solo riuscito a girarmi un poco di fianco per atterrare prima con la spalla, sono solo riuscito a tenere alta la testa fino all’ultimo, fino a quando il contraccolpo me l’ha fatta abbassare e, scivolando sull’erba, farla sbattere contro l’affilato e irregolare bordo del viottolo. Strusccc e poi crac, nitidi i rumori che ho percepito nel sbattere la testa, nitida la sensazione d’essere stato prepotentemente agganciato in fronte da uno spuntoncino, nitido il calore del sangue che si faceva strada nella ferita. Certo date le premesse poteva andare molto peggio, alla fine me la sono cavata con poco: tre piccoli tagli, due in fronte e uno, provocato dagli occhiali, sul naso, e qualche leggera contusione.

Già, così vanno le cose, duri allenamenti, corse per rovinose discese, salti su rocce scoscese senza mai nemmeno rischiare una caduta e poi… poi vado a cadere sul vialetto del giardino di casa. Mannaggia. Non ho ben capito come ma, scendendo da uno scalino, il piede si è storto (e controllando il terreno buche o zolle non ne ho trovate, boh!) e le borse pesanti che avevo sulla spalla sinistra sono partite avanti trascinandomi senza possibilità di reazione nella rovinosa caduta. Altre borse nella mano sinistra me la tenevano occupata, usare solo la destra voleva dire rompersela o rompersi il braccio e così istintivamente, non l’ho usata per attenuare la caduta, mi sono solo girato sul fianco destro per sfruttare l’erba del prato che era da quella parte. Va beh, alla fine mi sono fatto ben poco e gli allenamenti sono andati avanti senza sosta, ah gli allenamenti, è di questo che questi articoli vogliono parlare, e di TappaUnica3V, ma non posso disgiungere il tutto dalla mia vita, TappaUNica3V è ormai parte della mia vita, una parte che si è profondamente integrata con tutto il resto, una parte che mi sta dando nuove emozioni e mi sta facendo scoprire la realtà del trail, del lungo cammino fatto in velocità e continuità, una realtà che, come troppo spesso capita, alcuni contestano con i soliti “non la capisco”, “la montagna è calma, perché correre” e via dicendo, in questa sede voglio solo dire “prima di parlare provateci” un suggerimento logico e saggio che dovrebbe valere per qualsiasi cosa, per il trail come per il nudismo, le due anime di TappaUnica3V.

Torniamo al contesto, torniamo ai miei allenamenti, stavolta voglio evidenziare l’incontro con gli animali. Purtroppo (o per fortuna? Gli animali allo stato brado devono così essere, altrimenti sono animali da zoo) non è facile incontrarli, a volte, come mi è successo con i cinghiali, si percepiscono nella notte (esperienza incredibilmente fantastica… sia il camminare di notte, che il percepire la presenza di qualche grosso animale) senza poterli vedere, altre volte, come pure mi è successo con i cinghiali, si sentono ma ancora non li si vedono, qualche volta si riesce a vederli, si riesce camminando in silenzio, si riesce essendo soli (e ne approfitto per dire “provateci a camminare soli, non abbiatene paura, dev’essere bagaglio di ogni escursionista”), si riesce immergendosi nella natura, diventando natura nella natura. Dopo i cinghiali dello scorso anno, quest’anno ho incontrato scoiattoli, fagiani e qualcosa che ancora non ho definito (vedi foto), non mi sembrano fagiane (coda troppo corta) parrebbero più delle quaglie ma sono troppo grossi, boh, se qualcuno li conosce e me ne dice il nome lo ringrazio a priori. Ehm, risolto (grazie a un momento di calma e a Internet): sono coturnici!

È bello, bellissimo quando sbucando da una curva all’improvviso ti appare davanti un animale anche se piccolo, bello se ti riesce di non farlo scappare, ma ancor più bello se questo, come il fagiano dell’ultima uscita, come deve fare un animale veramente selvatico, si mantiene a debita distanza, ti corre via davanti, corre veloce seguendo il sentiero che anche tu dovrai fare fino a trovare il varco per uscirne e svanire nella vegetazione. Bello, affascinante, altro che incontri pilotati attraverso l’addomesticazione degli animali, come avviene in quelle zone dove guide turistiche e accompagnatori (in particolare subacquei) danno quotidianamente (o quasi) da mangiare agli animali per tenerli a portata di mano! Questa è natura, vera natura, questo è rispetto per gli animali, vero rispetto!


28 febbraioCreste di Vallio Terme

Ventuno chilometri millecentosessantotto metri di dislivello, quattro ore e trentasette minuti.

5 marzo – Leggera passeggiata alla Rocca di Manerba in compagnia di Maria.

7 marzoAnello di Sant’Antonio fatto in cinquantasette minuti.

11 marzoAnello orientale della Val Bertone combinato con la dorsale nord di Caino

Ventotto chilometri e mille cinquecento quarantacinque metri di dislivello, sei ore e ventiquattro minuti. Incontrato uno scoiattolo nero.

18 marzoGiro delle creste di Nave e Caino

Fantastica e lunga escursione che comporta un continuo su e giù per monti con vari sbalzi di quota anche piuttosto rilevanti. Quarantatré chilometri e mezzo con un totale di duemila novecento trentacinque metri di dislivello. Percorsi in dodici ore e diciotto minuti, comprese ventiquattro minuti di sosta, l’unica vera sosta fatta, di più nei primi ventinove chilometri non ho mai avuto bisogno di fermarmi per prendere fiato o rilassare le gambe, solo qualche brevissima sosta tecnica per togliere o mettere capi d’abbigliamento o per scattare qualche foto. Purtroppo al trentaduesimo chilometro è subentrato un dolore al ginocchio sinistro impedendomi il previsto rush finale di corsa… altra botta di cui dovrò tener conto per le prossime uscite i il giro finale: fascette ammortizzanti? ginocchiere? ghiaccio? arnica? altro? Vedremo!

Sole e fiori per l’uscita al Monte Magnoli


Si avvicina la primavera, le temperature si fanno meno gelide, mentre le foglie dal marrone iniziano ad assumere le tonalità del verde e il terreno si macchia con il giallo delle primule, il viola delle pervinche, viola e bianco delle violette, bianco e giallo delle margheritine. Grazie ad un sole che è riuscito a farsi spazio nella copertura nuvolosa della prima mattina, un’inondazione di suoni, colori e sensazioni ha così accompagnato la nostra terza uscita di VivAlpe 2017 durante la quale, partendo da Villa Carcina, attraverso la Sella dell’Oca siamo saliti al Monte Magnoli per poi ridiscendere seguendo l’opposto crinale, quello di San Rocco.

Undici coloro che si erano registrati, tra questi un nuovo amico che, purtroppo, non ha potuto raggiungerci: un incontro solo rimandato di qualche settimana. I dieci presenti, cinque maschi (Attilio, Angelo, Emanuele, Marco e Vittorio) e cinque femmine (Cristina, Francesca, Luise, Maria e Paola), dai sette ai sessanta quattro anni, seppur disturbati dal passaggio di numerosi ciclisti e anche di un nutrito gruppo di più chiassosi motociclisti, hanno gioiosamente goduto della camminata, del sole e dei fiori, percorrendo l’anello esattamente nelle sei ore previste. Grazie ad una salita fatta un poco più celermente di quanto programmato, è stato possibile prolungare un poco la pausa pranzo, fatta nei pressi della Sella Magnoli anziché della vetta del monte omonimo, vuoi perché in quest’ultima sede s’udiva il fastidioso rumore di motoseghe, vuoi per trovare una collocazione meno esposta al fresco venticello che batteva il crinale sommitale. Qui il temerario Vittorio, stimolato dalla posizione leggermente defilata dall’ipotetico passaggio delle persone, ha sfidato la temperatura non ancora ottimale levandosi tutti i vestiti: la nuda pelle risulta fortemente recettiva, basta un sottile raggio di sole per piacevolmente percepirne il forte calore, soprattutto se anche i genitali ne sono interessati.

Nella discesa ci siamo potuti permettere un’altra lunga sosta al Dosso dei Camosci, bellissimo poggio panoramico popolato da grossi alberi di castagno con ampia visuale sulla bassa Val Trompia, su Marcheno e Lumezzane, su Concesio e la parte alta di Brescia, sui monti del Maniva e la costiera a nord di Lumezzane, sul Monte Palosso e il Monte Maddalena. Qui due di noi (l’inarrestabile Vittorio e l’intraprendente Angelo) non resistono all’invito del sole ora ben caldo anche per la totale assenza di vento e, semplici immagini nude nell’accogliente splendida nuda natura, si fanno immortalare dell’amico Attilio, fotografo sempre alla ricerca di nuovi ritratti per il suo libro in lavorazione o per futuri utilizzi.

Più in basso facciamo la conoscenza con un signore del posto che c’intrattiene mostrandoci le sue interessantissime pietre dalle sembianze di visi umani e di animali, personalmente sono rimasto affascinato da un pezzo di ramo che riproduceva con grande fedeltà la forma di una lepre al pascolo. Anche questa è montagna, anche questo è escursione, anche questa è integrazione con l’ambiente.

Giunti a valle ci apprestiamo al consueto post escursione con il miglior integratore del mondo: la bionda birra. Purtroppo, a parte una gelateria, i bar risultano tutti chiusi (almeno quelli che individuiamo sul nostro percorso) e dobbiamo spostarci di diversi chilometri verso la città per dar seguito al nostro desiderio, esaudito il quale gli ultimi saluti e l’arrivederci alla prossima escursione: per alcuni la cinquanta chilometri dell’Anello Bassissimo del 3V in programma ai primi di aprile, per molti, il ben più corto Anello dell’Eremo di Sant’Emiliano in programma per la fine dello stesso mese.

Grazie carissimi amici, grazie per la vostra presenza, grazie per l’ennesima splendida giornata di montagna.

#TappaUnica3V 2016, l’album fotografico


Come ogni buon evento merita ecco l’album fotografico di TappaUnica3V 2016, un sentito ringraziamento ai fotografi: Carla Cinelli, Maria Cinelli, Fabio Corradini e Alberto Quaresmini. Clicca sulla locandina sottostante per visualizzarlo.

TappaUnica3V 2016

A luglio per la nuova entusiasmante TappaUnica3V 2017!

locandina-tappaunica3v-600

#TappaUnica3V un poco di stasi ma anche duri test


locandina-tappaunica3v-600Ci eravamo lasciati a fine gennaio con una piccola delusione per un giro non completato come nelle previsioni, anche se più per un errore di percorso che per cedimento fisico. È passato un mese e, visto il passato, ci si aspetterebbe una relazione densa, invece no, invece febbraio è stato un mese povero, una stasi che sta inibendo il potenziamento a cui anelavo. Comunque qualcosa ho fatto e in un paio di occasioni la prova è stata particolarmente dura.

Parto per un breve giro di perlustrazione, devo studiare un tratto di un ben più lungo anello, in parte perché non lo conosco e in altra parte perché vorrei trovare un modo per tagliare tre lunghi tornanti di strada asfaltata. A mattina avanzata parcheggio l’auto in quel di Nave e, di corsa, mi avvio lungo via San Giuseppe, il cielo è bigio, minaccia pioggia ma le previsioni la danno solo per il primo pomeriggio quando dovrei essere già rientrato. Purtroppo così non sarà: dopo mezz’ora dalla partenza la pioggia s’è fatta più importante e dopo un’ora e mezza diviene una cascata. Devo dire che fino a quel punto la cosa mi stava risultando anche gradita: per qualche strana circostanza nei precedenti allenamenti ho sempre imbroccato le giornate di bel tempo ma non è detto che lo stesso mi ricapiti nel giro finale per cui trovarmi qui a camminare e correre sotto la pioggia è pur sempre un importante e utilissimo allenamento. Cosi, dopo una salita a ritmo sostenuto e una velocissima discesa correndo senza sosta lungo sentieri ripidi e scabrosi che a tratti sembravano torrenti, eccomi di nuovo a Nave: non mi resta che chiudere l’anello attraversando il paese per raggiungere l’auto che si trova a due chilometri. “Non mi resta!” Mannaggia, nel tentativo di tagliare un largo giro della strada asfaltata prendo una sterrata che passa per i campi e… investito da un forte vento gelido, sotto lo scroscio continuo delle cascate d’acqua, prima m’infango per bene in una carrareccia, poi mi sembra d’essere finito in un punto cieco da cui non c’è modo d’uscirne senza infilarsi nel mezzo dei campi (scoprirò poi che invece ero a soli cinque metri da una strada asfaltata, sic!) e decido di ritornare sui miei passi per seguire l’originario asfalto attorno alla stazione elettrica. Arrivo all’auto, la giacca da pioggia ha fatto il suo bel dovere e sotto sono più che altro sudato, i pantacollant sono fradici ma non mi danno fastidio e mi stanno comunque tenendo calde le gambe, l’unico problema sono le mani, i guanti bagnati sono pressoché diventati inutili e le dita sono inabili a stringere adeguatamente gli oggetti: solo dopo vari tentativi riesco a staccare la chiave dell’auto dall’apposito gancio nella tasca dello zaino, fatico persino a togliermi la maglia sudata e infilarmene una asciutta, ma alla fine sono pronto a ripartire, orgoglioso di me e della mia attrezzatura (lo zaino nuovo ha tenuto l’acqua alla grande), solo i guanti non hanno superato l’esame.

È passata una settimana dall’allenamento sotto la pioggia, oggi danno bel tempo così, nonostante le recenti nevicate, ho programmato un bel giro: una quarantadue chilometri con duemila e ottocento metri di dislivello con l’intendo di percorrerla nel mio minor tempo possibile, programmate sette ore. Ore sei e cinquantotto, mi metto in cammino, una partenza strategicamente lenta eppure senza nemmeno accorgermene sono in vetta al Monte Sete: forse non sono andato così lento come mi sembrava! Inizia la discesa verso la Val Bertone, per un tratto ancora lungo il bel sentiero di cresta, poi per un esile sentierino con tratti ingombri di radici. Scendo senza foga e, di nuovo, rapidamente mi trovo sul fondo valle, così come in un baleno risalgo l’opposto versante e arrivo alla Cascina di Boatica: oggi ho il fuoco nelle gambe, se vado avanti così il giro lo faccio anche in meno di sette ore. Mai vedersi già all’arrivo, prima perdo un poco di tempo a risalire il tratto generalmente non difficile che porta alla vetta del monte Doppo (oggi neve e ghiaccio lo ricoprono rendendolo particolarmente insidioso, devo salire con moltissima attenzione), poi le gambe spingono male e non riesco a correre sul lungo falsopiano che porta a Conche, infine nel risalire la ripida pala del Monte Conche i quadricipiti cedono e mi trovo in preda ai crampi. Mi reidrato abbondantemente e, indeciso sul da farsi, imbocco la discesa mangiando una barretta. Sono al bivio a sinistra posso scendere a Caino e rientrare all’auto senza grossi problemi, le mie gambe vanno a destra: vogliono provarci, la mente è ovviamente con loro e allora… che sia destra. Mettendo in campo tutte le finezze tecniche, sfrutto la discesa, qui comoda, per tentare di sciogliere i quadricipiti. La velocità è comunque buona e l’assenza di dure salite gioca a mio favore: in poco sono al santuario di Sant’Onofrio. Senza sosta mi getto lungo la sconosciuta discesa verso Nave, dopo un primo facile tratto diviene ripida e rovinata, i quadricipiti si fanno un poco risentire, normalmente un tratto così l’avrei fatto di corsa, oggi devo scendere al passo e con attenzione. Il sentiero torna agevole ma qualcosa mi dice di continuare al passo. Da tempo vedo le case di Nave sotto di me ma sembrano irraggiungibili: “sarò io ad essere particolarmente lento o è proprio la distanza notevole?” Meglio non chiederselo e andare avanti. Giù, giù, sbaglio un bivio e perdo altri quindici minuti intozzando le gambe su una risalita particolarmente ripida. Ecco, ecco, le prime case, sono in fondo, in fondo! Sono passate più di cinque ore dalla partenza, prendo dallo zaino il panino e, senza fermarmi, me lo gusto con enorme soddisfazione, peccato doverlo accompagnare con la dolciastra soluzione di acqua e integratore, un bicchierotto di vino ci sarebbe stato decisamente meglio.

Eccomi sull’altro lato della larga valle di Nave, riprende la salita e le gambe brontolano, non ne vogliono più sapere, bene lievi salitelle, ma per quanto riguarda i più duri strappi no, niente da fare, riesco a procedere, riesco a non fermarmi troppo spesso ma la velocità è bassa, molto bassa, troppo bassa: nonostante abbia rinunciato a salire il Monte San Giuseppe le sei ore sono andate. Stringo i denti, tutto sommato il fisico tiene bene, il fiato c’è e la mente pure, solo le gambe si rifiutano di spingere ma solo in salita: arrivo alla strada di Muratello e decido di evitare anche la dura salita al Monte Salena, così taglio per la sterrata che, con facile mezzacosta, porta direttamente alla Sella di San Vito dove arrivo alle quattordici precise. Che fare? Davanti a me altri mille metri di dislivello e dieci chilometri di montagna, quasi tutti sentieri e a tratti anche piuttosto complicati… che fare? “Maria, sono a San Vito, sono distrutto, vienimi a prendere alla chiesa di San Gallo!” Così finisce questo test, con una chiamata a casa.

Deluso eppur contento, tutto sommato in sette ore ho comunque coperto trentadue chilometri e quasi duemila metri di dislivello arrivo a martedì, le gambe sono ancora leggermente indolenzite ma neanche più di tanto, decido di farmi una corsetta di scarico in Gavardina. Corsetta? Scarico? Vattelapesca, mi faccio ancora i dieci chilometri e li copro in due minuti meno della precedente volta!

Dopo una settimana ancora corsa in Gavardina a provare le scarpe nuove, sempre da trail ma una marca diversa dalle solite e un modello leggero, più adatto alla corsa su strada e sulle brevi distanze: quattro minuti meno del solito, lasciatemi pensare non sia tutto merito delle scarpe nuove.


Ogni settimana da uno a tre allenamenti a secco: equilibrio, propiocettività, squat e stretching.

4 febbraio – Giro esplorativo all’Anello di San Giuseppe con Monte Salena: 20km, 800m, 2h 40’, dei quali quaranta minuti persi in pianura girovagando per campi sotto la pioggia battente.

12 febbraio – Tentativo al Giro delle Creste di Nave e Caino: fatti 32km, 1851m+, 1952m-, 7h 2’.

14 febbraio – Corsa piana in Gavardina: 10,5km, 38m, 1h 7’.

19 febbraio – Gita con gli amici di Mondo Nudo, le Cime di Cariadeghe: 11,46km, 591m, 6h 30’ compresi 30’ di sosta pranzo.

22 febbraio – Corsa piana in Gavardina: 10,5km, 38m, 1h 3’.

26 febbraio – Giretto con la moglie alla Rocca di Manerba: 10,5km, 126m, 3h 20’ comprese due soste (30’).

Anello Bassissimo del 3V (Val Trompia – BS)


Foto di Carla Cinelli

La stretta traccia d’un esile sentiero risale il crinale del monte, l’uomo la segue fruendo della luce lunare, passo calmo e regolare, a tratti si ferma per osservare: file di montagne chiudono l’orizzonte, profilo seghettato e irregolare delle chiome degli alberi che le ricoprono, le mille sfumature del blu sono disegnate dalla luna che piena risplende nel cielo, lontano un allocco ritmicamente lancia il suo lamentoso grido mentre più da presso i fruscii di piccoli animali che si muovono tutt’attorno, all’improvviso rumori secchi di rami spezzati, l’acre odore di selvatico e un grugnito, un cinghiale fugge nel bosco per fermarsi poco più in basso e riprendere il suo quieto pascolo.

IMG_9514Blu della notte che copre i mille colori ricostruiti dalla mente, pensieri evanescenti, fulgidi ricordi, una nuova linea di monti delinea l’ennesimo orizzonte, salite e discese lasciate alle spalle, chilometri e metri passati sotto i piedi. Debole luce rischiara d’azzurro il nuovo giorno, pungente lama di freddo anticipa il mattino, il primo canto d’invisibili uccelli s’unisce al silente ritmo del passo umano ormai reso facile dal lungo cammino, gambe e mente, mente e gambe, fusione simbolica, fusione reale. Un alito di vento scuote le foglie, il respiro del monte si fonde con quello dell’uomo, respiro profondo, lento e melodico, come opera lirica le ritmiche note si diffondono nell’aere scandendo il mio passo e quello del mondo che mi circonda.

Ricordi, sensazioni, emozioni che solo un lungo cammino ha il tempo e la forza di generare tutti insieme, un cammino che vada ben oltre le dieci o dodici ore ininterrotte che già sono limite estremo dell’usuale escursionismo, che vada ben oltre quei venti chilometri che già sembrano tanti, un cammino che incorpori notte e giorno, che salga e scenda tre, quattro, cinque, dieci volte. Un cammino come quello di questa relazione: un anello che unisce fra loro i due tratti più bassi del sentiero 3V “Silvano Cinelli”, quello iniziale da Brescia a Conche e quello finale da Casa Pernice a Urago Mella.

Il vantaggio dell’anello, rispetto alla percorrenza delle singole tappe, è quello di riportarci esattamente al punto di partenza, risparmiandoci, così, il ritorno con automezzi pubblici o l’ancor più complessa organizzazione di un recupero con autovetture. La bellezza dell’anello è quella di risolvere brillantemente la tediosità del ripetere lo stesso identico percorso in andata e in ritorno. Il mistero dell’anello, in particolare quando piuttosto lungo, è l’incognita del punto di non ritorno, quel punto oltre il quale si può solo andare avanti dato che tornare indietro richiede lo stesso tempo o anche di più. Il dolce peso dell’anello è la necessità di uno studio approfondito non solo del percorso ma di tutte le possibili alternative. Ne ho inventati diversi di anelli ed ora ne sono stato completamente assorbito, ogni mia uscita e ogni mio allenamento prevedono un anello.

Torniamo alla relazione in questione.

I chilometri sono tanti, ma ancor più rilevante e impegnativo è il notevole dislivello, specie se si considera che per la maggior parte viene affrontato nei primi tre quinti del percorso. Preparandosi adeguatamente è comunque un itinerario abbordabile (l’ultimo quarto è praticamente una comoda discesa) e grande sarà la soddisfazione del farlo in unica tratta. Le diverse ore di marcia notturna potrebbero darvi l’opportunità di sentire il verso dell’Allocco o il rumore provocato dai rami spezzati da un cinghiale in fuga. Consigliabile partire la sera per arrivare nel primo pomeriggio del giorno dopo, in tal modo il tratto più faticoso e meno panoramico verrà fatto nella frescura della notte, quando il camminare alla luce della luna piena (esperienza incredibilmente affascinante per la particolarità dei colori che la montagna assume) o della frontale (comunque necessaria visto che buona parte del tracciato è immersa in folti boschi) vi darà automaticamente il giusto ritmo al cammino. I pasti vanno programmati al sacco e devono essere frugali e facilmente digeribili. Al contrario, partendo come consigliato, la colazione si potrà agevolmente fare nei bar di Villa Carcina, dove si potrà eventualmente fare anche il rifornimento di bevande e cibo per il rientro a Brescia.

Nella notte la segnaletica in vernice, riflettendo alla luce delle frontali, risulterà talvolta perfino più visibile che di giorno e vi sarà facile seguire il giusto percorso, resta comunque importante un suo attento studio preliminare sulla cartina e un’adeguata esperienza alla marcia notturna, meglio ancora farsi accompagnare da qualcuno che ben conosca questi sentieri.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale e Occidentale
  • Partenza: parcheggio auto del Parco Polivalente di Urago Mella, via Collebeato in Brescia (BS)
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 163m
  • Quota di arrivo: 163m
  • Quota minima: 157m
  • Quota massima: 1150m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 3180m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 3180m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 54km
  • Tipologia del tracciato: continua alternanza di strade sterrate, mulattiere e sentieri, qualche tratto su cemento, lunghi tratti di asfalto.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E6P
  • Tempo di cammino: 18 ore
  • Segnaletica: paline e segni bianco-rossi lungo tutto il percorso; paline e segni bianco-azzurri del 3V nel primo (Brescia – Conche) e nell’ultimo (Case Pernice – Urago Mella) terzo del percorso.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: alla partenza bar e negozi di Brescia e Urago Mella; durante il percorso bar, ristoranti e trattorie di Nave, Villa Carcina, Stella e Campiani.
  • Rifornimenti idrici naturali (vedi indicazioni anche sulla mappa del tracciato): fontanina ai Medaglioni (leggermente discosta dal percorso), fontanina nei pressi del ristorante Cavrelle in Maddalena; fontanina (da sorgente) alla chiesa di Sant’Antonio lungo la salita da Nave a Conche; fontanina (da sorgente) a Cà della Rovere sempre lungo la salita da Nave a Conche; fontanina a pompa alla santella di Sant’Apollonio tra Conche e Cocca; fontanina ai giardinetti di fronte alla chiesa di Pregno in Villa Carcina; fontanina poco oltre il Santuario della Stella; fontanina tra la Stella e Monte Peso; fontanina alla Poffa dei Campiani; fontanina in via Campiani e in via della Piazza a Urago Mella (quasi alla fine del percorso).
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: strutture ricettive di Brescia e Villa Carcina; con brevissima digressione anche il rifugio al Santuario di Conche.
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): a parte le zone di fondo valle (Brescia e Villa Carcina) dove è ovviamente impossibile piantare tende, è possibile trovare comode collocazioni lungo gran parte del percorso.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): di giorno è sostanzialmente nulla, mentre nella notte è estesa (quattro quinti del percorso).

Profilo altimetrico e mappa

Partenza in piano per attraversare la città, poi lunga salita con ripidi strappi alla quale segue un bel tratto di respiro che porta a una lunga e a tratti sconnessa discesa. Si riprenda la salita che alterna tratti di respiro a ripidi strappi. Di nuovo in discesa, non lunga e comoda. Lunga salita che parte ripida per poi addolcirsi in un lungo tratto con alternanza di salite e discese fino alla lunga discesa che porta a Villa Carcina. Ripida salita a cui segue il lunghissimo tratto finale che, alternando salite e discese, lentamente perde quota riportando comodamente a Brescia.

GPSies - Sentiero 3V Silvano Cinelli - Anello bassissimo

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

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Inizio del 3V

Uscire dal parcheggio e seguire verso sinistra la larga via Collebeato. Alla prima rotatoria (esclusa quella d’innanzi al parcheggio) andare a destra per via del Risorgimento, oltrepassare il ponte sul fiume Mella, attraversare la strada e portarsi alla grande rotatoria di via Guglielmo Oberdan. Andare a destra fino a un semaforo pedonale, portarsi sull’altro lato dello stradone, ritornare brevemente a sinistra per prendere a destra via Luigi Reverberi. In pochi metri si perviene a un grande piazzale, costeggiarlo sulla sinistra e, per una corta strada, raggiungere via Filippo Corridoni. Seguirla a sinistra, una curva a destra immette in un lungo rettilineo alla fine del quale si perviene all’incrocio con via San Bartolomeo. Attraversare quest’ultima strada e imboccare, proprio di fronte, via San Donino che si segue integralmente oltrepassando via Fausto Gamba. Ci si innesta in via Fabio Filzi e, poco dopo, si tiene a sinistra per via Guido Zadei fino al suo termine. Dopo aver attraversato Via Trento in breve si perviene ad altra rotatoria, andare a destra per la seconda strada (via Bartolomeo Gualla) che si segue fino ad oltrepassare la Clinica Città di Brescia e pervenire ad un piccolo piazzale (a sinistra) con parcheggi e giardinetti (Piazzale Camillo Golgi). Attraversare la strada e il piazzale per portarsi su via San Rocchino che si segue verso destra. Appena possibile portarsi sull’altro lato della strada e proseguire fino al suo termine dove s’innesta in Via Filippo Turati. Poco dopo, a sinistra, si entra in una piccola piazzetta che si attraversa per intero andando a imboccare la strada che sale sulla sinistra di via Turati (via San Gaetanino). Alla prima curva svoltare decisamente a sinistra per passare tra le case e, dopo una curva a destra, risalire una breve e larga scalinata pervenendo al primo tornante dell’asfaltata via Panoramica, la principale strada d’accesso motorizzato alla montagna di Brescia, il Monte Maddalena.

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Via San Gaetanino

Invece di seguire l’asfalto di via Panoramica, imboccare la ciottolosa continuazione di via San Gaetanino che ripidamente s’alza a sinistra, prima passando a fianco di alcune palazzine, poi costeggiando un antico muro. Oltrepassato un breve sottopasso si sfiora nuovamente la via Panoramica, ancora la si ignora per proseguire in ripidissima salita sui ciottoli di via San Gaetanino. Dopo una lunga curva a sinistra si giunge a un secondo breve sottopasso, poco dopo la strada curva a destra e perviene alle prime case dei Medaglioni. Si risale tra le case e, al sommo della salita, si svolta a sinistra. In pochi metri si perviene nuovamente su via Panoramica, che da qui assume il nome di Via San Gottardo. La si segue in salita e fatti pochi passi, appena oltrepassata l’ultima casa, una breve sosta è d’obbligo: sulla destra si apre una magnifica visuale sulla Bornata (parte sud orientale della città di Brescia dove un tempo sorgeva la fabbrica della Wührer) e sulla Pianura Padana.

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Panorama dai Medaglioni

Dopo essersi goduti il panorama, si riprende il cammino e, con salita ora decisamente meno impegnativa, si segue fedelmente il nastro asfaltato fruendo, anche se disturbati da piante e cespugli, del marciapiede presente sul lato destro. Si oltrepassa la deviazione che, a sinistra, porta al ristorante Vedetta e, passando sotto il campo di calcio (e parcheggio matrimoni) annesso all’Oratorio della chiesa di San Gottardo, si perviene al capolinea dei pulmini. Tenendosi, come ai pedoni prescrive il Codice della Strada in assenza di marciapiede, sul lato sinistro, si prosegue per la strada asfaltata lasciando sulla sinistra le ultime case. Si oltrepassa una deviazione che scende a destra (continuazione di via San Gottardo) e, sempre lungo la strada asfaltata che ha ora assunto il nome di Via Maddalena, dopo qualche leggera curva si arriva al primo tornante. Si attraversa la strada per portarsi in un piccolo piano piazzale sterrato sul lato destro del tornante, altro punto panoramico che si affaccia sul versante meridionale della Maddalena e sulla Pianura Padana. Sul lato settentrionale del piazzale, al termine destro del muretto che lo delimita, imboccare un ripido e rovinato sentiero. Procedendo pressoché costantemente sulla linea di massima pendenza, con faticoso cammino, tra radi cespugli e ancor più radi alberi, si risale il pendio erboso ignorando, sia a destra che a sinistra, diverse pianeggianti diramazioni. Sottopassato un elettrodotto il sentiero volge deciso a sinistra per proseguire lungamente in pianeggiante mezza costa permettendo, così, un bel recupero di forze. Dopo un ripido ma breve strappo si arriva a un tornante che indirizza all’incirca verso ovest, portando, in pochi passi, ad un altro piccolo piazzale in terra battuta accosto alla strada asfaltata della Maddalena: al di là della strada, il Dosso della Brochella, in direzione opposta, quella da cui si è arrivati, il Dosso Torre Bornata.

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Piazzale del Cavrelle

Tenendo la destra si prosegue lungo il sentiero che, meno ripidamente, sale tenendosi al limite del bosco nel quale poco più avanti entra con decisione con una secca curva a destra. Con linea diretta e limitata pendenza si risale nel bosco fino ad uscire nuovamente sulla strada asfaltata. La si attraversa per imboccare la prosecuzione del sentiero ben visibile sul lato opposto dell’asfalto. Risalendo sempre all’interno del bosco si taglia il lungo tornantone del Buren e, dopo aver costeggiato a sinistra la recinzione dei prati d’un nascosto cascinale, si esce nuovamente sull’asfalto che ancora si attraversa per riprendere immediatamente il sentiero che nel primissimo tratto procede quasi parallelamente alla strada. Giunti a una radura in terra, ignorando il largo sentiero che si diparte sulla destra, si prosegue dritti in leggera salita. Tenendo la traccia principale in direzione est ci si alza gradatamente nel fitto bosco finché un breve tratto molto ripido porta sull’asfalto che, ancora, si attraversa per imboccare sul lato opposto un sentiero con vecchi scalini in legno, ben visibile poco sopra una palazzina con diverse antenne: l’ex stazione a monte della funivia della Maddalena. Superate due rampe di scale si perviene ad un piazzale asfaltato, prendere a destra e, con lieve discesa asfaltata, in breve si arriva nuovamente sulla strada principale nei pressi del ristorante Cavrelle. Passando sulla sinistra del ristorante, si attraversa l’ampio piazzale sterrato mirando al suo lato orientale sinistro dove si prende la strada sterrata che sale alla chiesetta di Santa Maria Maddalena. Oltrepassata sulla sinistra una casa, effettuata una larga curva a destra, quando in alto a destra, seminascosta dalle piante, si intravvede la struttura della chiesetta, sulla sinistra s’individua un sentiero che ripidamente scende nel bosco, lo si segue e in breve si perviene al piazzale del ristorante Grillo.

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Panorama dal Monte Denno

A sinistra e a destra ci sono due strade sterrate, di fronte sulla destra del ristorante c’è la strada, tanto nota agli appassionati di ciclismo per le epiche imprese del Giro d’Italia, di Muratello di Nave, a destra di questa è posto un altare (eretto dal Gruppo Monte Maddalena), lo si oltrepassa sulla destra per prendere un’evidente sentiero che, sul retro dell’altare, risale direttamente nel bosco a fianco di un vasto prato. Saliti un centinaio di metri si attraversa la strada asfaltata per proseguire nel bosco e, slalomando tra le diverse radici che sbucano dal terreno, si arriva a una scala rovinata dal tempo che adduce al piazzale dell’ex rifugio Monte Maddalena, oggi purtroppo abbandonato e in rovina. Andando a sinistra si attraversa per intero il piazzale sterrato del rifugio pervenendo alla strada asfaltata di accesso allo stesso, la si segue in salita a destra oltrepassando una sbarra solitamente aperta, poco dopo sulla sinistra la vista spazia sull’ultimo terzo del 3V, dal Monte Guglielmo a Urago Mella, allungandosi più oltre alla Presolana e, se l’aria è molto limpida, al Monte Rosa. Ignorando la deviazione che a sinistra sale alla base militare, si entra in un denso bosco e si prosegue a lungo su pianeggiante sterrato. Lasciata alla nostra destra una stazione radio militare la strada compie una larga curva a destra per aggirare, con tratto cementato a balcone sulle cave di Botticino, la sommità del Monte Denno, in lontananza è possibile ammirare il Lago di Garda e il Monte Baldo, a destra Rezzato e la Pianura Padana. Quando la strada volge a sinistra ridiventando sterrata, prendere a destra un sentiero che si mantiene accosto al filo del crinale della Costa di Monte Denno, prima in debole salita poi, superato un poggio panoramico (a cui si perviene con breve digressione attraversando il filare di alberi che delimita sulla destra il sentiero), in più ripida discesa. Si passa a destra di una solitaria casa e poco dopo si riprende la strada sterrata seguendola verso destra.

Cascina di San Vito

Cascina di San Vito

Quando la strada sale a destra per terminare contro il cancello della ponte radio della Stazione di Monte Salena, prendere a sinistra un evidente sentiero che si abbassa nel bosco per costeggiare la recinzione di detta stazione radio per poi risalire brevemente. Si prosegue con tratto pianeggiante e quando un sentiero si alza a destra per portarsi a un capanno, imboccare il sentiero che scende dritto. Stando attendi a non farsi ingannare da alcune tracce che si dipartono sulla sinistra, scendere parallelamente al filo del crinale (a un bivio una traccia risale brevemente a destra ma è invero indifferente andare dritti in discesa). Dopo aver perso un poco di quota arriviamo ad un tratto dove il bosco improvvisamente svanisce, fatti alcuni metri una secca curva a sinistra riporta nel fitto della vegetazione. Oltrepassato il breve un muro di arbusti, il sentiero si trasforma in stradina, immediatamente questa curva a destra, segue un tornante a sinistra (in alto a destra è visibile un capanno di caccia) e poi un’ampia curva a destra porta alla Pozza del Sarisì, dove da sinistra arriva una strada sterrata. Andare a destra e, passando sulla destra della recinzione che protegge il buco del Capriolo, dirigersi verso una piccola casa che si costeggia sulla sinistra per poi riprendere a scendere sul filo del crinale. La discesa si fa ripida, segue un tratto dove diverse piccole rocce affiorano dal terreno rendendo il cammino incerto e difficoltoso, al suo termine si perviene ad un incrocio. Andare a destra per passare molto accosti alla Casina di Pino (Roccolo del Monte Salena), scendere alcuni gradini e il successivo scabroso saltello roccioso, poi il sentiero torna bello, volge a est e, in lieve discesa, dopo essere diventato larga stradina in terra battuta, porta alla cascina di San Vito.

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Colle e chiesa di San Vito

Da destra arriva la strada di accesso che sale da San Gallo, la si ignora per andare a sinistra seguendo la sua sterrata continuazione, in breve si scende in direzione del Colle di San Vito e dell’omonima chiesetta. Qualche metro prima di raggiungerla si volta a sinistra per scendere un piccolo praticello con qualche albero di conifera e imboccare l’evidente sentiero della Val Salena. Scendendo direttamente nella valle si perde un poco di quota, poi il sentiero volge a destra spianandosi. Con pendenza assai minore si giunge ad un bivio, dritti si sale alla Casina del Lat (sorgente), andare a sinistra puntando sul fondo della Val Salena, poco dopo si attraversa il torrente portandosi in destra orografica del valloncello, dopo una cinquantina di metri si riattraversa il torrente riportandosi in sinistra orografica. Si sale leggermente di quota per poi riprendere la discesa, si ignora una deviazione a destra che con vari ripidi tornanti scende verso il torrente e si prosegue per un lungo tratto di discesa dove occorre prestare attenzione, specie se bagnato, alle diverse placche rocciose. Persa parecchia quota il sentiero volge a sinistra e, lambendo il lato meridionale della radura prativa sommitale del Monte Frattina, sale lievemente per poi riprendere a scendere. A un trivio andare dritti in discesa e in breve si esce dal bosco pervenendo a una bella e ampia radura erbosa con santellina nel mezzo. Un muro ne cinge il lato occidentale, lo si raggiunge per seguirlo verso destra pervenendo alle prime case di Nave. Andare a destra per via Faldenno, si attraversa via Civelle continuando su via Minera che si segue fino a dove termina contro il muro di cinta dell’ex ferriera Fenotti e Comini di cui al di là del muro si possono vedere i ruderi. Prendere a destra per via Carbonini fino al primo incrocio, volgere a sinistra per via Bologna e in breve si perviene alla chiesa di San Rocco (sulla destra): incrocio con la strada principale di Nave (via Trento).

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Chiesa di Sant’Antonio

Attraversata con molta attenzione la trafficata strada imboccare sul lato opposto via Monte Grappa che si segue fino al suo termine. Volgere a destra per via Dernago e, fatti pochi metri, andare a sinistra per via Montecchio. Quando la strada si restringe, svoltare seccamente a sinistra infilando un vicolo che porta a delle case a schiera, andare a destra per Traversa Seconda via Moia e procedere fino al suo termine dove a sinistra si imbocca una stradina cementata. Salire ripidamente tra due muri, presto la strada diviene sterrata, ignorare a destra un bivio e procedere in direzione nord-nord-ovest. Avanti a noi sulla sinistra si vede lo stretto solco della Val Listrea, alla cui origine, in basso, si scorgono le case della frazione Piezze alle quali ci si avvicina sensibilmente per poi lentamente tendere a destra e, tagliando il versante nord-ovest del Monte Montecca, inoltrarsi nella Valle del Rio Sant’Antonio in direzione del Monte Rozzolo, mentre sulla sinistra, dietro il Monte Rinato, sempre più evidente appare la vetta del Monte Porno. Oltrepassata Cà Ecia (cascina e prati sopra a destra; capanno sotto a sinistra) prima in discesa e poi in piano, con larga curva a sinistra ci si porta verso il centro del valloncello giungendo alla strada che sale da Piezze. Andare a destra e all’imminente bivio prendere la strada di sinistra che sale con un ripido tratto cementato. Alternando sterrato e cemento si sale nel bosco oltrepassando alcuni prati con cascine riprendendo man mano direzione nord-nord-ovest. Un ripidissimo cementato tratto esce dal bosco e conduce alla chiesa di Sant’Antonio di Padova in Seradello dove i bei prati e alcuni tavoli invitano ad una pausa rigenerante; sul retro della chiesetta una fontanella permette anche il rifornimento idrico.

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Il Pater

Dopo essersi adeguatamente riposati prendere la strada che prosegue oltre la chiesa seguendola finché sulla destra appare un ampio dosso erboso con al centro una casa e sulla sinistra in alto s’intravvede Cà della Rovere. Poco più avanti la strada spiana e la si abbandona per imboccare a sinistra il sentiero che si accosta a Cà della Rovere. Oltrepassata la cascina e la relativa caratteristica fontana, il sentiero volge a sinistra e, con un tratto scavato e molto rovinato, inizia a risalire ripidamente il versante orientale del Monte Porno. Guadagnati cento metri di quota inizia un bel piano diagonale a destra, a metà del quale, badando alla testa, si sottopassa il traliccio di un elettrodotto. Ignorata una deviazione che sale a sinistra continuare ancora un poco in piano per poi svoltare a sinistra e riprendere a salire, prima nel bosco poi su terreno aperto dove, ignorando una franosa e faticosa traccia che sale a sinistra lungo la linea di massima pendenza, si segue il più comodo sentiero scavato che, con vari tornanti, risale altri centocinquanta metri per poi riprendere, pianeggiante, il diagonale a mezza costa verso nord-nord-ovest. In breve si arriva al grande roccolo del Pater che si aggira sulla sinistra. Superati alcuni quasi svaniti alti scalini, volgendo a sinistra, ci si allontana un poco dalla baracca del roccolo per prendere sulla destra un sentiero che si alza nel bosco. Fatti alcuni stretti tornanti si supera un breve canalino di terra e pietre per poi, con minore pendenza, svoltare gradatamente verso sinistra e innestarsi nel sentiero che sale alle Conche. Lo si segue a sinistra in discesa, alcuni gradini agevolano il superamento dei tratti più ripidi e rapidamente si perde quota fino a sbucare su un prato. Lo si discende puntando a una strada sterrata che si segue verso destra pervenendo in breve alla piccola santella di Sant’Apollonio che contiene e nasconde una sorgente. Subito dopo a sinistra prendere un sentiero che s’inoltra nel bosco, compie un’ampia curva a destra passando sopra una cascina e poi inizia a scendere. Oltrepassata la santella di San Carlo Borromeo e lo Chalet Laura si perviene ai prati della Cocca. Per ripido cemento si passa a destra di una pozza e si raggiunge una strada asfaltata.

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Passaggio notturno al Dosso Vallero

Andando un paio di metri a destra, proprio in corrispondenza di una strada sterrata che sale a sinistra, si imbocca un poco visibile sentiero che, ritornando per alcuni metri nella direzione di arrivo, sale nell’erba accosto al bosco per raggiungere un ampio prato che risale a destra rientrando nel bosco nei pressi di un casolare. Risalendo lungo la linea di massima pendenza e passando accanto a un grosso faggio si raggiunge la sommità del boschetto pulito dove la traccia volge decisamente a sinistra per tagliare a mezza costa il ripido pendio. Giunti ad una sterrata la si segue verso sinistra per pochi metri, quando inizia a scendere si prende sulla destra un sentiero che sale un poco per poi procedere pianeggiante parallelamente alla strada appena abbandonata. Poco prima del recinto di un campo, un tornante inverte la direzione di marcia e il sentiero inizia a salire con maggiore decisione fino a sfociare, dopo due tornanti, su altro più largo sentiero che si segue a destra per una decina di metri andando a prendere una diramazione a sinistra che sale ripidissima. Poco dopo ci si inserisce in altra traccia che sale da sinistra, la si segue verso destra salendo sempre lungo la massima pendenza per arrivare al filo del crinale poco sopra e a sinistra di un prato con cascina. In piano si attraversa il boschetto per poi volgere leggermente a sinistra e scendere un poco. Dopo un lungo diagonale, a un bivio prendere a sinistra in salita e, senza ulteriori diramazioni, seguire la traccia che, prima nel bosco poi lungo un largo crinale erboso, porta fino alla vetta del Dosso Vallero.

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Vetta del Monte Palosso

Scendendo sul lato opposto si entra in un rado bosco di grossi faggi, lo si discende al centro mirando a una pozza, la si lambisce sulla sinistra per pervenire ad una strada asfaltata che si segue a destra pochi metri costeggiando un piccolo piazzale in sterrato. Al limite destro dello spiazzo si risale la bassa ripa di contorno pervenendo ad un praticello che si attraversa verso sinistra. Prendere nel bosco una traccia che risale e porta alla poco riconoscibile vetta del Monte Predosa. Procedendo in piano e poi in discesa si raggiunge un prato, lo si attraversa al centro per poi tendere a destra verso una piccola costruzione in muratura. Prima di raggiungerla prendere a sinistra una traccia che mira al bosco. Dopo un breve tratto pianeggiante, in discesa si costeggia sulla sinistra un capanno per continuare a scendere direttamente nel bel bosco, ad un evidente bivio andare a destra per largo sterrato, in breve si raggiunge una strada. Invece di seguirla la si attraversa per prendere un sentierino che, accosto alla recinzione di un capanno, ripidissimo scende ad altra strada ben visibile poco sotto. A sinistra lungo la strada, prima in discesa poi in salita, giunti a un bivio, ignorando la strada che con un tornante sale a sinistra, proseguire dritti alcuni metri e al bivio successivo andare a sinistra pervenendo in breve ad altro bivio. Ancora a sinistra in forte salita e al suo termine prendere il sentiero che a destra procede rasentando il garage della casa posta sopra il dosso erboso a destra (Colma Scanfoia). Una breve salita porta a prendere il filo di un crinale erboso, lo si segue a sinistra mirando a un capanno che si oltrepassa andando a imboccare un largo sentiero che, prima dolcemente poi più ripidamente, sale tra alberi e cespugli. Passando sulla sinistra di una bella casetta in legno e ignorando prima una deviazione a sinistra poi un’altra a destra, si sale lungo l’evidentisisma traccia che si fa ancor più ripida e scavata pervenendo ai prati di un capanno (Sarisì). Il sentiero ora procede con minore pendenza, passa accanto a una baracca in lamiera e continua pressoché pianeggiante, sfilando in basso a sinistra di un capanno e, poco oltre, del rifugio Giulio Bodei (in parte diroccato e per la restante parte chiuso, comunque offre un discreto riparo e un tavolo con panchina). Si riprende a salire e, dopo aver passato una deviazione che ripidissima scende a sinistra, si perviene al Pozzone, piccola pozza stagnante tra grossi alberi. Si risale verso sinistra per arrivare in breve al piano terrazzo erboso della Maison des Sons, spartana baracca in legno e lamiera. Andare a destra per un paio di metri a prendere le tracce che, in pochissimi metri, salgono allo spiazzo con tavoli e panche nei pressi della vetta del Monte Palosso, sulla cui vetta.

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L’ingresso del Carpen

Portandosi sul lato opposto dell’ampio piazzale di vetta dove ancora sono collocati i basamenti in cemento di quattro cannoni risalenti alla Prima Guerra Mondiale, oltrepassato un cancellino in legno, si prende una traccia che scende alla destra della Maison des Soins all’altezza della quale si va a destra a prendere il sentiero che nell’erba si dirige verso ovest (Via dei Soldati). Al primo bivio tenere a destra, in ripida discesa si perviene all’ingresso del capanno di Carpen (bellissima siepe lavorata). Andare a destra seguendo il sentiero che ora si è fatto più largo e poi diviene stradina. Ignorare un primo vicino sentierino che scende a sinistra, poco dopo si perviene ad un vero e proprio bivio, prendere a sinistra effettuando un tornante. A un successivo bivio tenere a destra e proseguire lungo la traccia principale fino ad un quadrivio, andare a destra compiendo un secco tornante. Dopo un lungo diagonale la discesa prosegue effettuando una serie di tornanti, si passa a sinistra del Roccolo Sanzogni e si perviene ad altro bivio, andare a sinistra e, tenendo sempre la destra, si scende al capanno della Posta Vecchia, dal quale, procedendo verso sud, si raggiunge l’inizio di una larga strada sterrata (località Söc).

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Prati di Zignone

Andare a destra lungo la sterrata pervenendo sopra i vasti prati di Zignone. Li si discende aggirandoli inizialmente sulla destra, giunti all’altezza del nucleo di case poste al centro di detti prati, ad un bivio andare dritti per una piana strada sterrata. Quando la strada svolta bruscamente a destra portandosi verso una cascina, prendere il sentiero che scende dritto, passando accanto alla chiesetta di Santa Teresa, oltre la quale il sentiero ridiventa stradina. Giunti al cancello che sbarra la strada, uscire per un varco sulla destra e proseguire a sinistra per ripidissimo asfalto. Con costante visione sul percorso che si deve ancora effettuare, si scende verso il fondo della Val Trompia e, costeggiando il Torrente Pregno, seguendo via Pendezza si perviene alla frazione Castello di Villa Carcina. Giunti in fondo alla discesa andare a sinistra raggiungendo Piazza XX Settembre, a destra in breve si raggiunge via Francesco Glisenti nei pressi della statale della Val Trompia (SP345). Attraversando dei giardinetti si prende il sottopassaggio e ci si porta sul lato occidentale della provinciale che si segue verso destra per portarsi alla vicina grande rotatoria. Tenendo la sinistra si raggiunge via Veneto, ci si porta sul suo lato settentrionale e la si segue per tutto il suo tratto rettilineo. Quando curva a sinistra andare a destra costeggiando un largo piazzale poi a sinistra per via Zanardelli che si segue fino al suo termine. Ancora a sinistra lungo via XX Settembre prendendo poco dopo a destra via Roma che porta alla chiesa dei Santi Emilano e Tirso che si aggira sulla destra. A sinistra pochi metri prendendo la prima a destra (via Trentino) che si segue fino al suo termine. A destra per via dei Mille, poi a sinistra per via Trieste. Prendere la prima a destra (via San Rocco) e al suo termine procedere per una scalinata aggirando sulla destra la chiesa di San Rocco al Monte.

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Casa Dosso San Rocco

Sul retro della chiesa si procede a destra per antica mulattiera oggi molto rovinata (sentiero Domenico Cancarini), si passa tra Casa Cornero, a sinistra, e Casa Ronchetti, a destra, poco dopo si tiene ancora a destra per l’antica mulattiera, a destra si lascia Casa Capponi e poi Casa Dosso San Rocco per uscire sulla strada asfaltata che si segue a destra fino al primo tornante poco dopo il quale si prende a sinistra per sentiero oltrepassando Casa Livelli. Giunti ad una stradina in terra nei pressi di una casa in legno, prendere, poco sopra, un altro sentiero che con tratto a mezza costa riporta sulla strada asfaltata. A destra per la strada che ora si segue fedelmente fino al suo termine nei pressi di Casa Büs del Torcol. Appena prima di quest’ultima cascina, o subito dopo, si sale il pendio sulla destra alzandosi sopra la casa, oltrepassato il Büs del Torcol (chiuso con muretto e pesante piastra in ferro) un tornante ci reimmette in direzione ovest. Dopo un lungo diagonale con alcuni ripidi strappi si raggiunge il crinale in destra orografica della Val Trompia. Scendendo a sinistra per erba ci si accosta al muro di cinta di Casa Pernice, ci si abbassa al sottostante piano terrazzato che si taglia verso destra per poi scendere a sinistra alla strada sottostante. Riaccostandosi alla cinta di Casa Pernice andiamo a sinistra tagliando per boschetto una leggera curva della strada che poi seguiamo a sinistra. Davanti alla cancellata d’ingresso della casa si prende a destra nell’erba il sentiero che risale lungo il crinale erboso e, dopo aver oltrepassato un capanno e la successiva casa, perviene alla vetta del Monte Pernice. Si scende in un rado boschetto a cui segue un bel prato che porta sopra un capanno, in ripida discesa passando a sinistra del capanno si perviene ad una strada cementata. A destra in discesa per detta strada, al primo bivio si prende a sinistra per altra strada, giunti all’innesto con via Magnoli, che sale da destra, si prosegue dritti. Poco dopo, quando la pendenza diminuisce sensibilmente e la strada accenna una lunga curva a destra, sulla sinistra imboccare un sentiero che, con pochi metri di salita, porta alla caratteristica sella Magnoli dove, a destra, si riprende il filo del crinale.

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Santuario Madonna della Stella

Con pendenza progressivamente maggiore, nel bosco, oltrepassando ad un certo punto una strada sterrata, si sale alla larga e piana sommità del Monte Magnoli. Costeggiando a destra la cinta di alcune case, si scende sul versante opposto a quello di arrivo. Dopo pochi metri il sentiero s’innesta in una strada cementata che si segue fino alla prima curva secca a destra, qui, sulla sinistra, prendere un sentiero nel bosco che, con forte discesa, riporta sulla strada cementata facendo risparmiare un tornante della stessa. Seguendo a sinistra la strada, sempre su cemento, si perviene alla poco evidente sella dell’Oca, dove la strada cementata abbandona il filo del crinale per scendere a destra della grande tenuta di Villa Tilde. Seguire ancora detta strada fino a incrociare una stradina che, chiusa da una sbarra, scende a destra verso una casa. Per quest’ultima oltrepassiamo la casa e in discesa più leggera perveniamo al bivio della Croce del Barbù. Tenere a destra pervenendo in breve alla grande cascina del Quarone di Sopra. Seguendo lo sterrato, con due tornanti si aggira a destra il grande cascinale e, subito dopo, si prende a sinistra per altro sterrato che sale con buona pendenza. Dopo una secca curva a destra la pendenza cala sensibilmente, si procede a lungo in diagonale e, usciti dal bosco, si arriva alla sella del Quarone: sulla destra la Pozza del Paradiso invita alla sosta. Tenendosi discosti dalla cascina del Quarone di Sotto (visibile sulla destra), si scendono al centro due terrazzi prativi per rientrare nel bosco prendendo un ripido sentiero che scende verso l’ormai intuibile abitato di Gussago. Si attraversa per tre volte una strada sterrata, alla quarta uscita, invece, la si segue a destra. Fatte alcune curve si costeggia il muro di cinta del vasto convento dei Camandoli e si perviene alla sua asfaltata strada di accesso che si segue a destra in discesa. Dopo un lunghissimo tratto di asfalto, proprio nel mezzo del terzo tornante, imboccare a sinistra un sentiero che nel bosco si sposta verso est per poi, con ripidissima ma breve discesa, scavalcare la galleria della tangenziale di Gussago e raggiungere una strada asfaltata. La si segue a sinistra fino al sommo della ripida salita (passo della Forcella) dove sulla destra si prende altra strada che, sempre in ripida salita, porta al Santuario Madonna della Stella di Gussago, al quale si perviene risalendone lo scalone di accesso.

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Urago Mella

Dal patio del santuario procedere verso est a riprendere la strada asfaltata. Superare il piazzale del parcheggio e, nuovamente sul filo di un crinale, scendere tra le case. L’asfalto termina e inizia lo sterrato, lo si segue lungamente. Oltrepassata una lunga esse sinistra-destra con due case sulla destra si perviene ad un bivio, prendere la strada di sinistra e, in ripida salita, seguirla fino a quando sulla sinistra si stacca una pianeggiante sterrata.  Per questa fino a pervenire, dopo un tratto di discesa, ad un prato, lo si risale, compiendo un arco sinistrorso, mantenendosi accostati al bosco che lo limita sulla destra. Oltrepassato il cippo della UOEI si arriva in prossimità del crinale che ridona la visuale sulla città, svoltando a destra lo si segue fedelmente. Con tratti particolarmente ripidi si sale nel bosco, poi la traccia svolta a sinistra e, con due diagonali in moderata pendenza intervallati da un secco tornante, porta alla radura erbosa della vetta del Monte Peso. Attraversata la radura prendere nel bosco la traccia più a sinistra delle tre che procedono pressoché parallele in direzione dei Campiani. Si procede in leggera discesa, poi si fa più accentuata e il sentiero diviene profondamente inciso dal passaggio delle biciclette rendendo il cammino piuttosto complicato. Ignorando i vari toboga che si diramano sulla sinistra si perviene alla cinta di un vigneto, la si segue a sinistra fino al termine della rovinata mulattiera: piccolo parcheggio. Andare a destra lungo la strada asfaltata, al vertice della ripida salita prendere a sinistra oltrepassando la Trattoria Marelli e il Ristorante Carlo Magno. Sempre lungo la strada asfaltata ci si abbassa un poco lungo il crinale per poi risalire fino all’ingresso della Trattoria Merlo. A destra per strada sterrata al Passo delle Crosette. Un paio di metri a sinistra prendere il sentiero che ripidamente risale nel prato e poi nel bosco cespuglioso portando al crinale ovest del Monte Picastello che si segue verso sinistra con pendenza man mano digradante fino a diventare leggera discesa reimmettendosi nella continuazione inerbata della strada attraversata al Passo delle Crosette, qui prendere a destra un sentiero che scende verso la città. Dopo un breve tratto di discesa diretta la traccia volge a sinistra e inizia un lungo diagonale, ad un bivio tenere la sinistra alzandosi leggermente per poi riprendere a scendere prima ancora in diagonale poi più decisamente fino a reimmettersi sulla traccia precedentemente abbandonata. A sinistra in ripida discesa si raggiunge il dosso “Le Quattro Querce”, poco sotto si perviene alla Cascina Poggio Maria e alla sua strada di servizio che si segue fedelmente fino al suo termine. Procedendo lungo la ciottolosa via Campiani si entra in Urago Mella (quartiere di Brescia) e si arriva sulla piana e asfaltata via della Piazza che si segue verso destra arrivando ad una piazzetta. Prendere a destra per via Interna e seguirla fino al suo termine su via Collebeato, dalla parte opposta di quest’ultima strada si raggiunge il parcheggio da dove si è partiti.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Parcheggio parco Polivalente di Urago Mella, Brescia 0:00
Inizio Sentiero 3V 1:10
Capolinea pulmini al San Gottardo 0:45
Piazzale del Cavrelle in Maddalena 0:55
Ex Rifugio Monte Maddalena 0:15
Chiesetta di San Vito 1:00
Chiesa di San Rocco a Nave 0:50
Chiesetta di Sant’Antonio 0:50
Pater 1:00
Bivio Conche-Cocca 0:15
Cocca 0:30
Dosso Vallero 0:40
Monte Predosa 0:15
Colma Scanfoia 0:25
Monte Palosso 0:30
Soc 1:00
Villa Carcina, località Castello 0:30
Villa Carcina, inizio sentiero San Rocco 0:30
Cascina Pernice 1:45
Monte Magnoli 0:30
Quarone di Sopra 0:30
Quarone di Sotto 0:15
Passo della Forcella 1:00
Santuario Madonna della Stella 0:15
Monte Peso 1:00
Monte Picastello 0:45
Parcheggio parco Polivalente di Urago Mella, Brescia 0:40
TEMPO TOTALE 18:00

VivAlpe 2017 e anche la seconda è andata


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Un inaspettato sole ha riscaldato questa seconda uscita del nostro programma escursionistico VivAlpe 2017 dandoci quel quanto di tepore necessario a produrre il desiderio di dare giusta libertà alla pelle, desiderio purtroppo rimasto inascoltata vuoi per un’incostanza della temperatura con un poco di aria fredda che comunque sempre spirava, vuoi per la presenza di molte persone (anche se invero solo su una minima parte del percorso), vuoi per la pervenuta “minaccia” di un’intervento delle forze dell’ordine.

img_0488Tra malanni e infortuni alla fine eravamo comunque in dieci alla partenza, sei dei quali hanno brillantemente completato l’intero anello. Come sempre eccezionale la piccola Luise che sempre più dimostra d’avere nelle gambe e nello spirito le potenzialità di una grande alpinista; intrepida la sua mamma Francesca che si è messa in cammino dopo tanti mesi di forzato fermo; mitico Vittorio che ne ha combinata un’altra delle sue arrivando al ritrovo dopo aver seguito la strada più lunga e tortuosa. Grosso il dispiacere che questi amici, insieme a Marco, ci abbiano dovuto abbandonare a due terzi del percorso, d’altra parte meglio rinunciare che rischiare di mettere a repentaglio le prossime ancor più belle uscite. A loro comunque un grosso ringraziamento per essere stati presenti a questa ennesima giornata di cammino.

Sincero ringraziamento anche agli altri carissimi amici presenti e che con me hanno completato il percorso: Paola, Attilio, Alessandro, Angelo e Pierangelo. Oggi non ci siamo spogliati ma il solo fatto di esserci stati, di aver presenziato a questa uscita, un’uscita con la spada di Damocle, è dimostrazione del loro impegno alla difesa dei diritti del nudo, un nudo semplice e naturale, quel nudo che è stato di norma di ogni essere vivente, quel nudo che solo la mente umana e l’artifizio di certi poteri hanno saputo e potuto deformare in qualcosa di vergognoso.

Grazie!

Vestiti è bello, Nudi è meglio!

Come Madre Natura insegna, ignudo mi sono offerto all’ignudo sole e sono così stato calorosamente accolto tra le sue dorate braccia, assorbendone per intero l’energia e la piacevolezza; ignudo mi sono immerso nell’ignudo mare o lago o torrente e questi m’hanno accolto familiarmente come acqua nelle acque; ignudo mi sono offerto all’ignudo bosco, il quale m’ha amorevolmente ricoperto di frescura e mille fragranze!

Vivere in natura, per la natura, con la natura e… di natura!

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Nudo Elleboro nella nuda Natura

Monte Magnoli, anello di Villa Carcina (BS)


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Brevissima escursione ideale per famiglie con bambini piccoli e adatta alla ripresa dell’attività dopo una lunga pausa o come allenamento di velocità per i trailer, anche perché gran parte del percorso è costituito da strade, sterrate o cementate, risultando così di facile percorrenza e individuazione. L’esposizione a sudest e la bassa quota ne suggeriscono un utilizzo principalmente invernale, sebbene l’estesa copertura boschiva possa concedere un poco di refrigerio anche nei mesi intermedi e, talvolta, anche in piena estate. Essendo quasi sempre immersi nel bosco lo sguardo può spaziare ben poco in compenso c’è l’interessante possibilità di osservare varie specie floreali e d’incontrare qualche esemplare della fauna locale.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Occidentale
  • Partenza: via dei Mille, 22/26 in Villa Carcina (BS)
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 254m
  • Quota di arrivo: 254m
  • Quota minima: 252m
  • Quota massima: 877m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 619m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 619m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 9km
  • Tipologia del tracciato: in massima parte strada sterrata con tratti cementati o asfaltati; nella prima parte della discesa si procede su sentiero a tratti sconnesso e scivoloso.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E2P
  • Tempo di cammino: 3 ore e 50 minuti
  • Segnaletica: paline e segni bianco rossi sull’intero percorso
  • Rifornimenti alimentari e idrici: bar e negozi di Villa Carcina.
  • Rifornimenti idrici naturali: fontanina a poca distanza dalla partenza.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: alberghi di Brescia e parte bassa della Val Trompia.
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): no.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): no di giorno; sì nella notte, salvo un breve tratto iniziale e un più lungo tratto finale.

Profilo altimetrico e mappa

Salita sostanzialmente moderata e, con il dovuto allenamento, interamente corribile. Discesa inizialmente ripida che presto si smorza in un lungo insidioso (traccia stretta e inclinata verso valle, presenza di fango) diagonale a sali e scendi per finire con una lunga e, a tratti, tecnica picchiata, parte su cemento e parte su sentiero.

GPSies - Monte Magnoli - Anello di Villa Carcina

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

Dal parcheggio seguire a ritroso Via dei Mille fino a dove, terminando contro un campo, si biforca: a destra (via dei Mille) e a sinistra (via Lazio). Andare brevemente a destra per imboccare, appena prima di un piccolo parcheggio, una sterrata (via dei Mille) che si dirama sulla sinistra e, poco dopo, effettua un primo tornante a destra iniziando a salire per passare alla destra di una casa. Seguire fedelmente la sterrata ignorando le varie diramazioni della stessa, molte delle quali sono subito sbarrate da un cancello, e, con vari tornanti e moderata pendenza, risaliamo il versante est del Dosso Zoadello. Si passa a sinistra di un piccolo capanno da caccia pervenendo quasi subito al filo di un crinale. Qui la strada si biforca, ignorando la deviazione a destra che scende nella valle e quella a sinistra che sale nel bosco, prendere una stradina inerbata al centro. Al secondo tornante la stradina si trasforma in sentiero (sentiero Rinaldo Dallera) che, con pendenza a tratti più rilevante, con un lungo diagonale aggira la testata della Valle del Caricatore. Altri due tornanti, una larga curva a sinistra e si sbuca su una strada cementata (Sella dell’Oca).

Seguire la strada cementata salendo a destra, poco dopo, quando la strada svolta a sinistra, imboccare un sentiero che, con breve ma ripido strappo, sale a destra della strada tagliando un suo tornante. Ripresa la strada cementata la si segue senza altre deviazioni fino al suo termine (case sulla destra). Proseguendo nella stessa direzione su sterrata che passa a sinistra delle recinzioni delle case, in breve si perviene alla vetta del Monte Magnoli.

IMG_8641Proseguendo sul versante esattamente opposto a quello di arrivo, si scende nel bosco seguendo un ripido sentiero, attraversata una sterrata si riprende la discesa per sentiero fino a pervenire ad uno strettissimo e profondo intaglio: la sella Magnoli. Ignorando la traccia che va a sinistra, si prosegue a destra scendendo ad un cancelletto in legno. Due stretti e vicinissimi tornanti, il primo a destra, portano ad altro bivio, ignorando il sentiero che scende a destra, procedere verso nordest lungo un sentiero (Sentiero Alberto Antonelli) in lieve discesa che presto diviene pianeggiante. Ignorando un paio di diramazioni sulla destra (che scendono ripidamente nel bosco) continuare a lungo sempre verso nord con alternanza di piani, brevi salitelle e altrettanto brevi discese. Oltrepassata una bella radura a castagni (Dosso dei Camosci), si passa sotto la tenuta del Bus del Torcol, per raggiungere in breve una strada sterrata. La si segue verso destra in discesa oltrepassando il Dosso del Lupo (capanno in alto a sinistra della strada) e continuando su ripido cemento fino al primo tornante a destra, dove s’imbocca sulla sinistra uno stretto e piano sentiero (sentiero Domenico Cancarini). Dopo poco il sentiero volge a destra e inizia a scendere ripidamente. Nei pressi d’una casetta in legno si taglia la sua sterrata di accesso e, dopo un breve tratto in diagonale a sinistra, si scende ancora direttamente nel bosco verso il fondo della Val Trompia ora ben visibile.

Ripresa la strada cementata la si segue un poco fino a individuare sulla sinistra il sentiero che, sempre con ripida discesa, taglia il successivo tornante. Pochi passi sul cemento e, nei pressi di una casa (Dosso San Rocco), dove la strada volge a destra, prendere il sentiero che dritto prosegue nella ripida discesa. Passando vicino ad alcune case (Capponi, Cornello, Ronchetti) si rientra nel bosco pervenendo infine alla chiesa di San Rocco al Monte che si aggira a sinistra. Una breve scalinata conduce alla strada asfaltata (via San Rocco) in località San Rocco di Villa Carcina. Andare a sinistra, alla prima biforcazione ancora a sinistra per via Trieste e poco dopo prendere a destra (via dei Mille). Subito a sinistra (via dei Mille) e proseguire dritti fino a incontrare il parcheggio da cui si è partiti.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Villa Carcina, parcheggio 0:00
Dosso Zoadello 1:10
Sella dell’Oca 0:40
Monte Magnoli 0:20
Sella Magnoli 0:10
Buso del Torcol 0:30
Campo Lupo 0:10
San Rocco di Villa Carcina 0:40
Villa Carcina, parcheggio 0:10
TEMPO TOTALE 3:50

Sentiero 3V “Silvano Cinelli” seconda tappa da Conche a Lodrino (BS)


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Il Santuario di Conche visto dalla vetta dell’omonimo monte

Altra tappa impegnativa e da non prendere sottogamba: vietato farsi prendere dal trasporto della discesa con cui si parte e del successivo lungo tratto di falsopiano, ne pagheremmo le conseguenze forse già sulla breve salita all’Eremo di San Giorgio, di sicuro in quella successiva e ben più lunga che dal Passo del Cavallo porta alla Forcella di Prealba e a quel punto potrebbe diventare veramente problematico raggiungere la fine della tappa. Calma dunque, assorbire per bene i primi due terzi del percorso, all’interno dei quali abbiamo la maggiore ed unica risalita, e, caso mai, aumentare il ritmo nella lunga discesa finale.

Iniziano le varianti: la prima la indico solo per completezza dell’informazione ma serve solo ad evitare i pochi metri e i pochi minuti di salita all’Eremo di San Giorgio pertanto non la riporto nelle tabelle di marcia; la seconda (Dossone di Facqua) è realmente per esperti visto che si devono superare due tratti di vera e propria arrampicata; la terza (Punte Ortosei e di Reai) a mio parere vale veramente la pena di seguirla, quantomeno in assenza di neve o con terreno perfettamente asciutto.

Come per ogni percorso di cresta offre large e lunghe visioni che qui vanno dalle Alpi che cingono a sud la Pianura Padana alle vette dell’Adamello, del Bernina e del Monte Rosa, per citare solo le più rilevanti, passando per il Lago di Garda e il sovrastante Monte Baldo.

Flora e fauna

L’ambiente è sostanzialmente simile a quello della prima tappa, vi si aggiungono solo scoperti declivi prativi dove, nella stagione opportuna, l’incontro con le colorate peonie si fa frequente. Altre essenze floreali facilmente osservabili sono, sempre nella relativa stagione: giglio martagone, elleboro nigra, ciclamini. Raro l’incontro con esemplari della fauna, fatto salvo per i soliti volatili più comuni.

Fonti: osservazioni personali.

Cenni storico culturali

Punto di partenza della tappa il santuario di Conche è una vasta e complessa struttura la cui fondazione viene attribuita a San Costanzo e poi consacrata dal vescovo Arimanno attorno al 1115. Tre distinti edifici: il monastero, la chiesa e un edificio rurale (forse una stalla con l’abitazione dei mandriani) la foresteria. Alla sinistra del portone d’ingresso alla chiesa è visibile l’ossario delle monache.

Abbarbicato sulla piccola sommità di un’erta rupe rocciosa, l’eremo di San Giorgio è oggi costituito da una chiesetta con annesso locale abitativo. La sua origine è incerta, pare poterla accreditare ai benedettini nei primi decenni del tredicesimo secolo e forse anche un po’ prima. In seguito passò alla gestione da parte degli Umiliati. Sul lato meridionale si trova un bel porticato con vista sul Lago di Garda, appena sotto lo stesso uno stretto ma lungo e accogliente piano terrazzo erboso a picco sulla valle con un tavolo di legno. Altro tavolo è posto sul fronte della chiesetta, incassato tra due grosse rocce.

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Lumezzane

Lumezzane come già detto è un grosso centro urbano che, suddiviso in diverse frazioni (San Sebastiano, Sant’Apollonia, Pieve, Fontana, Gazzolo, Valle e Villaggio Gnutti), occupa il fondo e la testata della stretta Valgobbia. La presenza di molta acqua ne ha determinato fin da tempi lontani, già gli antichi romani vi edificarono un acquedotto, l’evoluzione in centro artigianale (rubinetteria, casalinghi, posateria) prima e industriale (metalmeccanica e siderurgica) poi. Ammassate le une sulle altre, spesso occupando più spazio in verticale che in orizzontale, oggi case, palazzi, officine, capannoni danno all’abitato un aspetto tutt’altro che invitante anche se, vedendola dall’alto, la prospettiva assume talvolta contorni più piacevoli.

Se Lumezzane lo si vede solo dall’alto, Lodrino (fine tappa) lo si attraversa proprio. Nucleo urbano ben più contenuto del precedente occupa il versante di solivo della valle dei torrenti Re e Lembrio, dominato dalle rocciose e verticali pareti della Corna di Caspai e del Monte Palo. Verso ovest lo sguardo, seguendo l’impluvio vallivo, si allunga sul più lontano e corposo Monte Guglielmo.

Fonti:

Sito del Comune di Caino (BS)

Sito del Comune di Lumezzane (BS)

Lumezzane.Lombardia

Sito del Comune di Lodrino

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: Santuario di Conche – Nave (BS)
  • Arrivo: Bed&Breakfast Isola Verde (Lodrino – BS)
  • Quota di partenza: 1092m
  • Quota di arrivo: 760m
  • Quota minima: 692m versione facile / 728m versione esperti
  • Quota massima: 1334m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 1104m versione esperti / 1060m versione facile
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 1433m versione esperti / 1389m versione facile
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 20.31km versione esperti / 21,78km versione facile
  • Tipologia del tracciato: in gran parte sentieri a cui si aggiungono dei tratti di strada asfaltata o sterrata; per la versione esperti c’è da superare, in facile arrampicata anche se infastidita dalla esigua larghezza del passaggio, un caminetto di 10 metri al quale segue una paretina di 5 metri da fare in discesa e altri brevissimi passaggi di roccia; sempre per la versione esperti, sul finale di tappa una discesa su sentiero molto inerbato e a tratti poco visibile.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): versione esperti EE3EPl / versione facile E3P
  • Tempo di cammino: versione esperti 8 ore / versione facile 7 ore e 50 minuti
  • Segnaletica: segni e tabelle in bianco-azzurro; a tratti mancanti o poco visibili sulla versione per esperti.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: bar del rifugio di Conche.
  • Rifornimenti idrici naturali: fontanina al Passo del Cavallo, fontana poco prima delle Foppe de Uciù (non sempre aperta), poco prima della Cocca di Lodrino la sorgente dell’Acqua Fredda sulla variante per esperti e la sorgente dell’Acqua Tignusa sulla variante facile, quasi a fine tappa fontanella a Lodrino.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: rifugio di Conche (partenza tappa), B&B Isola Verde a Lodrino (fine tappa).
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): alla partenza vedi relazione della prima tappa; all’arrivo si possono collocare nella parte finale del sentiero che scende verso Lodrino (spiazzo per tre tende piccole alla base di Punta di Reai, spazi più ampi a Campo Castello oppure passato l’abitato di Lodrino salendo almeno una ventina di minuti verso il Passo della Cavada.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): di giorno ampia sulle varianti per esperti, da valutarsi sul resto del percorso e sulle varianti facili, con alcune limitazioni date dai tratti asfaltati e dal passaggio vicino a case e roccoli; pressoché costante nella notte, fatta eccezione per l’attraversamento del Passo del Cavallo, il mezzo chilometro successivo e il tratto di Lodrino.

Profilo altimetrico e mappa

Versione per esperti

Facile partenza in discesa che presto si tramuta in un lungo falso piano con alternanza di brevi salite e qualche discesa. Dopo due secchi sbalzi separati da una incisa insellatura, ecco una lunga discesa con tratti molto accentuati per poi riprendere immediatamente e seccamente a salire. Uno spostamento in leggera discesa a cui segue una salita nell’insieme non accentuata ma che presenta brevi salite molto ripide e due tratti di arrampicata quasi verticale.  Ripida e tecnica discesa che porta ad una lunga ma tranquilla salita. Breve ripida discesa e poi su è giù per alcuni dossi. Ultima secca salita e in piano ci si porta al vertice del lungo ripido tuffo che porta fin quasi alla fine della tappa, alla quale si perviene con una leggera salita su strada asfaltata.

GPSies - Sentiero 3V Silvano Cinelli - Tappa 2

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Versione facile

Facile partenza in discesa che presto si tramuta in un lungo falso piano con alternanza di brevi salite e qualche discesa. Dopo due secchi sbalzi separati da una incisa insellatura, ecco una lunga discesa con tratti molto accentuati per poi riprendere immediatamente e seccamente a salire. Uno spostamento in leggera discesa a cui segue prima una lunga comoda discesa, poi una lunga ma tranquilla salita. Breve ripida discesa e poi su è giù per alcuni dossi. Lunga e, inizialmente, molto ripida discesa a cui segue una lunga salita tutto sommato tranquilla su strada asfaltata.

GPSies - Sentiero 3V Silvano Cinelli - Tappa 2

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Relazione tecnica

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Lasciando il Santuario di Conche

Dal Santuario di Conche attraversare interamente il grande prato e prendere il sentiero che, superata una stretta fascia boschiva, subito scende ripido portando ad alcune case dove diviene pianeggiante. Si prosegue sul filo del crinale fino ad un primo bivio, si prende a sinistra in discesa nel bosco per tagliare a nord il versante del Monte Fraine. Giunti ad una forcella si prende a destra per aggirare sul lato Caino il dosso erboso del Monte Calone. Ripreso, alla forcella di Calone, il filo di cresta lo si segue in direzione dell’ormai evidente rupe dell’eremo di San Giorgio, ai piedi della quale invece di seguire la traccia che sale diretta lungo il crinale, tagliamo a sinistra in più lieve salita. Quando la salita spiana ad un bivio si prende la traccia di destra (dritti è indicata una variante 3V che, a mio parere, non ha senso seguire) e, con alcuni tornanti, si sale ripidamente nel bosco pervenendo all’eremo.

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Arrivo all’eremo di San Giorgio

Sull’altro lato della costruzione si prende un sentiero che scende sulla sinistra per poi, girando attorno a un grosso faggio, piegare subito a destra e scendere ripidamente alla radura di un capanno da caccia. Passando a mezza costa poco sopra la baracca e sfiorando il capanno si perviene ad una larga forcella dove dipartono vari sentieri. Ignorare quelli sulla destra, uno scende verso Caino l’altro taglia il versante sudorientale del Monte Doppo, e prendere a sinistra entrando in un boschetto sul filo del crinale. In breve si perviene a un altro bivio, prendere a destra e poi, ad una successiva vicina diramazione, ancora a destra per risalire e poi tagliare il versante occidentale del Monte Doppo puntando al suo crinale nordovest. Lo si oltrepassa per scendere sul versante lumezzanese tendendo a destra, raggiunto il crinale settentrionale lo si discende tenendosi fedelmente sul filo. Superato un capanno (Roccolo delle Colombere) sempre lungo il filo si perviene ad una casa, se ne contorna a destra la cinta pervenendo alla sua strada cementata di servizio. La si segue fedelmente in discesa, all’innesto in altra strada andare a sinistra raggiungendo il Passo del Cavallo. Oltrepassato un ponte in leve salita si perviene al muretto di cinta della Chiesa di Cristo dei Monti, lo si segue a sinistra e in breve si giunge alla strada provinciale che unisce Lumezzane a Sabbio Chiese e la Val Trompia alla Val Sabbia (SP79, Via Valsabbia).

Attraversata la strada se ne prende un’altra posta proprio di fronte. La si segue ignorandone le varie diramazioni, ad un bivio più accentuato andare a sinistra. Quando la strada perde un poco di pendenza e compie una netta curva, si lascia sulla destra un nucleo di case con prati (Reondol) e si prosegue senza dubbi fino al successivo bivio. Prendere la strada sterrata che, quasi pianeggiante, va a sinistra passando sopra a destra di un vecchio campo da calcio. Dopo un tratto di leggera salita ci si affaccia nuovamente sulla Valgobbia, ad un bivio si tiene a destra e, con pendenza man mano più rilevante, si procede a lungo finché, dopo un ripidissimo tratto asfaltato, si perviene ad una casa sul filo di cresta (Roccolo Cipriano) davanti al cui cancello la strada termina. Prendere il sentiero che idealmente prosegue la direzione della strada, con andamento pressoché pianeggiante si aggira un crinale ignorando un sentiero che sale a destra e si prosegue puntando dalla pala erbosa del Dosso Giallo che, con largo giro e panoramica visione su Lumezzane, si taglia completamente arrivando all’evidente crinale sud sud ovest dove si prende a destra la traccia che sale il ripidissimo crinale erboso. Guadagnata un poco di quota il sentiero, scavalcando alcune roccette, taglia bruscamente a sinistra e porta alla sella del roccolo Casa di Vallardo.

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Verso la Forcella di Prealba

Si sfiora sulla destra la casetta del roccolo e si prende un sentiero che, in direzione nord, taglia il versante orientale della Corna del Giobeleo portando ad altro crinale. Lo si segue brevemente a sinistra per poi riprendere a mezzacosta passando sopra un capanno con annessa casetta in legno e raggiungere la larga Forcella di Prealba.

Andare a sinistra lungo il crinale che unisce il Monte Prealba ad un dosso senza nome, giunti sotto la pala di quest’ultimo ci si abbassa a destra nel bosco. Con un lungo diagonale verso ovest, prima pressoché pianeggiante poi in discesa, si raggiunge la sella de La Brocca dove il sentiero 3V si divide in due varianti.

Variante facile Variante difficile
Seguire a destra in discesa la strada sterrata, quasi subito esegue un tornante a sinistra e poi prosegue lungamente in discesa senza particolari altre variazioni di direzione. Quando sulla destra si percepisce l’esistenza di un capano da caccia sotto il quale si nota una cascina (Cascina Sea) ancora qualche decina di metri e si perviene a un tornante verso destra dove, proprio nel pieno della svolta, sulla sinistra un sentierino s’inoltra nel bosco. Seguirlo superando un primo tratto ingombro di vegetazione per poi entrare in un bel bosco pulito. La traccia, sempre piuttosto evidente, prima compie un ampio giro a mezza costa per aggirare la testata della Valle di Meruzzo, poi sale a destra e con alcune svolte perviene ad una strada sterrata. Seguirla verso destra, con due tornanti (Zete del Barber) si sale alla casa e alla sella delle Passate Brutte.

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Dossone di Facqua

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Dossone di Facqua e  Passate Brutte

Dirigendosi verso la vicina baracca di un invisibile capanno (Roccolo della Brocca) la si aggira a sinistra. Risalendo tra roccette che spuntano dall’erba si perviene ad altra radura di capanno (Passata della Brocca), si raggiunge la baracca che la sovrasta, le si passa a fianco sul lato destro e subito dopo ci si alza a sinistra per portarsi sul filo del crinale che si segue verso nordovest. Una breve discesa porta alla base di un salto roccioso, uno stretto camino (La Streta) si fa breccia nella roccia e ne permette la risalita con facile arrampicata, solo infastidita dall’esigua larghezza del passaggio (il passaggio è molto agevole se ci si tiene ben dentro il camino e si sfruttano due gradini intermedi, cosa che, però, è possibile fare solo se si è senza zaino o con uno zaino poco voluminoso, eventualmente toglierlo e spingerlo avanti). Dopo il camino si riprende il filo del crinale procedendo verso nordovest, superato un basso e facile risalto roccioso ci si abbassa sul lato destro del filo per discendere una placca fessurata. Terminate le principali difficoltà si prosegue di nuovo lungo il crinale, dopo una piccola sella si risale un poco nell’erba per poi traversare orizzontalmente a destra e riportarsi sul filo con un tratto di erba e terra quasi verticale. Lungo il filo si perviene alla sommità del Dossone di Facqua. Scendere sul lato opposto, sempre lungo il filo del crinale, portandosi a un vicino capanno. Lo si oltrepassa per rialzarsi tra spuntoni rocciosi e, facendo attenzione ad alcuni spuntioncini rocciosi e ad una liscia placca, subito riprendere a scendere seguendo una traccia ben evidente tra la folta vegetazione a cespugli. Ancora un tratto di su e giù lungo la cresta e poi si scende ad una casa in cemento. La si aggira da vicino sul suo lato destro per prendere una stradina che porta ad una selletta, con alcuni tornanti si risale tenendosi a destra del filo di cresta che si riprende per seguire e poi discendere alla più grande casa delle Passate Brutte, dove ci si ricollega alla variante facile.
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La Streta, passaggio d’arrampicata sulla variante per esperti

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Pozza del Vesso

Seguendo la stradina che si tiene sulla destra del crinale in breve si raggiunge un largo piazzale sterrato. Prendere la strada che da questo si dirama in direzione ovest e, con un lungo traverso sopra Lumezzane, si perviene alla sella della Passata del Cucini. Seguire la strada asfaltata che scende a sinistra, passando a fianco di una fontana incassata nel muro a monte della strada. Al primo bivio (Poffe de Uciù) andare a destra per riprendere a salire. Procedendo tra più o meno piccoli baitelli di legno e casette in muratura, si arriva ad una larga curva a destra dove si scavalca il crinale di un ampio dosso erboso per poi scendere alla vicina Pozza del Vesso dove fa bella mostra di se un grandissimo faggio, in alto a destra una grande e classica cascina completa il fotografico quadretto bucolico.

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Campo del Gallo

Continuare lungo la strada, al primo bivio tenere a sinistra, al successivo (poco visibile) prendere la strada che, sulla destra, ritorna indietro alzandosi in direzione di una grande casa (il Casello). Oltrepassare la sbarra che la chiude e, poco dopo, entrare nel prato sulla sinistra che si risale prima direttamente poi tagliando diagonalmente verso sinistra riportandosi sul crinale. Andare a sinistra lungo il crinale oltrepassandone una larga insellatura, aggirare un dosso sul suo lato destro per poi portarsi alla sinistra del filo e tagliare nei prati sopra una casa puntando all’ormai vicina ed evidente chiesetta degli Alpini che si aggira sulla sinistra. Scendere verso una casa posta proprio sul filo (Campo del Gallo). Attraversando la strada bianca che sale da destra, ci si tiene nell’erba per passare poco sotto e a sinistra di detta casa per poi riprendere il filo dell’erboso e dolce crinale che si segue fedelmente pervenendo, dopo averne superato l’anticima e lo stretto intaglio che segue, alla Corna di Sonclino.

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Corna di Sonclino, panorama verso nord

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Tesa Sguizzi

Ritornare sui propri passi ridiscendendo allo stretto intaglio, andare a sinistra per un ripido e stretto canale che porta su dei prati in vista di altra casa. Tagliando a mezza costa detti prati avvicinarsi alla casa e, poco prima di raggiungerla, scendere a sinistra e portarsi sulla strada sterrata sottostante. Seguirla verso destra abbandonandola quasi subito per riprendere il filo del costone e raggiungere la larga sella dei Quattro Cantoni. Scendere a destra qualche metro poi andare a sinistra seguendo un’esile traccia che attraversa a mezza costa i ripidi pendii erbosi del versante orientale del Dosso dei Quattro Cantoni. Raggiunto il crinale ovest lo si segue brevemente a destra per poi, in prossimità di un sentiero che a destra si porta ad una piccola casa, abbandonarlo e scendere a sinistra con un altro traverso. Attraversata una fascia boschiva si esce su altri prati che si discendono direttamente verso sinistra per raggiungere la casa della Tesa Sguizzi posta al centro degli stessi. Andare a destra passando sotto un piccolo porticato e subito dopo prendere il sentiero che, il leggera salita, si alza a destra. Senza particolari problemi di orientamento si segue il filo del crinale e, superando una serie di dossi, due dei quali hanno un capanno, dopo un ultimo lungo traverso sui ripidi pendii occidentali del crinale, si arriva alla sella della Passata del Vallazzo dove il 3V nuovamente si divide in due varianti.

Variante facile Variante difficile
Prendere la rudimentale strada sterrata che, in lieve discesa, scende a destra della sella spostandosi verso est con un lungo diagonale. Passati sotto un capanno, con un primo tornante si riprende direzione ovest per scendere più decisamente e, con altri tornanti, portarsi sul fondo del Vallazzo dove la strada si fa più liscia e, in in leggera discesa, porta al grande poligono di tiro a volo di Valle Duppo. Si scorre sul lato destro del poligono per abbassarsi ancora un poco con un ripido tratto alla fine del quale si perviene a un largo piazzale, lo si attraverso per intero verso sinistra andando a prendere la strada asfaltata di servizio al poligono. Seguendo l’asfalto prima si scende ripidamente, poi, superata una sbarra, con minore pendenza si raggiunge un bivio. Prendere la strada di sinistra in leggera salita e seguirla fedelmente pervenendo, dopo varie curve e alcuni ripidi strappi, prima alla sorgente dell’Acqua Tignusa poi alla Cocca di Lodrino, dove le due varianti si riuniscono.

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Orosei

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Orosei

Risalendo il crinale dopo la Costa Nibbia

Scendendo il crinale della Costa Nibbia

Ignorando la rudimentale strada sterrata che scende a destra proseguire sul filo del crinale raggiungendo dopo poco un roccolo. Si passa a sinistra dell’alta costruzione in pietra per proseguire oltre e prendere una stradina sterrata tagliata nel pendio poco sotto il filo di cresta, alla sua destra. Quando la strada finisce si prosegue sempre seguendo il crinale per esile sentiero arrivando, con breve discesa, ad una sella. Sul lato opposto si seguono le tracce che risalgono il ripido pendio che porta alla sommità della Punta Ortosei. Dalla vetta, seguendo più o meno fedelmente il filo di cresta, prima in discesa, poi in piano infine in salita, si raggiunge la sommità di Punta di Reai. Scendendo leggermente a destra della vetta, sempre nella direzione fino ad ora tenuta (nord), oltrepassata una fascia di piante si perviene a un ripido pendio erboso, lo si attraversa verso sinistra per riportarsi sul largo crinale che si segue in forte discesa fino alla sua base. Quando la pendenza decade sensibilmente, anziché tenersi a sinistra sul filo, ci si abbassa a destra per infilarsi nel bosco e arrivare a un ampio terrazzo artificiale (sulla sinistra ci sono i ruderi di un capanno). Attraversato il terrazzo, sul suo limite destro si prende la traccia che, sempre in piano e sempre in diagonale, si inoltra nelle erbe. Alternando tratti di ripida discesa, dove la traccia si fa spesso scavata e rovinata, ad altri pianeggianti, con qualche tratto infastidito dai cespugli, si raggiunge un sottile costone erboso dal quale la vista si apre su Lodrino e i monti che lo sovrastano. Si segue tale crinale in discesa verso destra e quando inizia a imboschirsi, volgere a sinistra per e tagliare a mezzacosta il pendio (Costa Nibbia) portandosi verso nord. Dopo un lungo diagonale il sentiero esegue un tornante a destra a cui ne segue uno a sinistra per poi riprendere il diagonale ora con sensibile tendenza a valle e con maggiore pendenza. Sbucati su una larga radura erbosa (Campo Castello) la si attraversa mantenendo la direzione di arrivo per prendere una larga stradina che entra nel bosco per poi terminare. Proseguire brevemente in un poco accennato toboga e quando s’incrocia una traccia di sentiero che lo taglia la si segue a sinistra. Ci si alza un poco raggiungendo un dosso erboso immerso nel bosco, lo si segue effettuando una curva a sinistra per riprendere a scendere nel bosco. Ripidamente si perde quota innestandosi su una traccia che costeggia il filo spinato di recinzione di un campo. La si segue a sinistra dove la traccia si allarga trasformandosi in stradina in terra battuta coperta di erba e foglie. Due mezzi tornanti in ripida discesa e si arriva alla sorgente dell’Acqua Fredda dove ci si innesta su una piana strada sterrata. Seguire la strada verso destra passando a sinistra di una casa e immettendosi in una strada asfaltata che porta alla Cocca di Lodrino dove le due varianti si uniscono.
La cresta da Punta Orosei a Punta di Reai

La cresta da Punta Ortosei a Punta di Reai

Dalla sella, tenendosi sul suo lato sinistro dove un largo marciapiede, protetto da un alto guard rail, consente un cammino tranquillo seguire a sinistra la larga strada asfaltata principale (SP111, via John Fitzgerald Kennedy). Dopo una lieve salita riprendere a scendere fin quando, finito il guard rail, sulla destra si vede una strada che, sull’altro lato, sale tra le case. Attraversare lo stradone per imboccare questa strada (via Alcide De Gasperi) e seguirla fino al primo bivio (fontanina sulla sinistra). Andare a destra (via Alcide De Gasperi) e salire fino ad altro bivio con piccola rotonda. Ancora a destra (via Resolvino) e in circa trecento metri si arriva all’Isola Verde, il secondo punto tappa.

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Il mio arrivo al B&B Isola Verde durante la TappaUnica3V del 2016

Relazione fotografica

flickr

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Tabella di marcia

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Lodrino

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Versione difficile

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Santuario di Conche 0:00
Eremo di San Giorgio 0:45
Passo del Cavallo 1:00
Forcella di Prealbe 1:15
La Brocca 0:15
Dossone di Facqua 0:30
Passate Brutte 0:30
Poffe de Uciù 0:20
Campo del Gallo 0:30
Corna di Sonclino 0:10
Passata Vallazzo 1:00
Punta Ortosei 0:20
Punta di Reai 0:15
La Cocca di Lodrino 0:50
Agriturismo Isola Verde in Lodrino 0:20
TEMPO TOTALE 8:00

Versione facile

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Santuario di Conche 0:00
Eremo di San Giorgio 0:45
Passo del Cavallo 1:00
Forcella di Prealbe 1:15
La Brocca 0:15
Cascina Sea 0:20
Passate Brutte 0:30
Poffe de Uciù 0:20
Campo del Gallo 0:30
Corna di Sonclino 0:10
Passata Vallazzo 1:00
Poligono Tiro a Volo di Valle Duppo 0:45
La Cocca di Lodrino 0:40
Agriturismo Isola Verde in Lodrino 0:20
TEMPO TOTALE 7:50

Vedi (e segui) la pagina del sentiero per altre informazioni.

#TappaUnica3V, non sempre si può vincere


Come ricordava il ritornello di una vecchia canzone, non sempre si può vincere e stavolta ho sofferto, tanto e male, ho sofferto e sbagliato, ho dovuto interrompere un allenamento accorciandolo sensibilmente. Già avevo un poco sofferto due giorni prima facendo una dieci chilometri di corsa in piano, stavolta è stato anche peggio. Certo, se non sbagliavo percorso probabilmente avrei portato a termine il giro previsto ma… soffrendo ancora di più.

Avevo programmato una trenta chilometri, in parte ricalcava un anello fatto lo scorso anno e, visti i tempi fatti nelle ultime uscite, sono partito baldanzoso, convinto di poterlo fare in un massimo di sei ore, ma con la speranza di restare nelle cinque. Arrivo al parcheggio del Colle di Sant’Eusebio poco dopo le sette, Il termometro dell’auto segna meno quattro, tiro un bel respiro e me ne esco dall’auto… beh, tutto sommato non sento poi così freddo, l’abbigliamento che sto utilizzando si dimostra sempre più una scelta azzeccata.

Indossato il nuovissimo zaino da trail con calma m’incammino lungo il sentiero che, dopo pochi metri dolci, subito s’impenna con decisione, per giunta su un terreno rovinato dal passaggio delle moto. Supero questo tratto in un unico balzo e con un’andatura in crescendo, le gambe girano bene e il fiato pure, ottimo.

Una decina di minuti e sono all’inizio di un lungo diagonale in falsopiano, la traccia larga e regolare lo rende ottimale per correre e così faccio e… gambe dure, non ne vogliono sapere di correre, fatti pochi metri devo tronare al passo. Sarà il freddo? Boh, in verità non sento freddo e non sento nemmeno particolari problemi fisici. Forse sto pagando la fatica della dieci chilometri. Tentando, inutilmente, ogni tanto di prendere la corsa arrivo al sommo della prima salita, ora è discesa, a tratti ripida e ghiacciata ma su fondo largo e bello, posso correrla, anche se mantenendola molto controllata.

Fine della prima discesa, riprende la salita, prima dolce poi ripidissima e su traccia rovinata, bello, salgo piuttosto bene e velocemente, a quanto pare mi sono ripreso. Giunto in vetta al Monte Sete mi lancio di corsa giù per la discesa che segue, ripida, in un solco scavato dalle moto, con neve e tratti ghiacciati e le gambe… le gambe non rispondono a dovere, riesco a correre ma tenendomi molto controllato. Un passaggio delicato, una stretta esse scavata tra due spuntoni rocciosi, che avrei dovuto superare con due o tre balzi, me ne richiede sei.

Abbandono la cresta per scendere sul fondo della Val Bertome, un sentierino stretto e delicato, già poco corribile di suo, figuriamoci con le gambe di oggi, indi scendo al passo. Sono sul fondo, qui devo seguire una bella strada bianca, è in leggera discesa ma niente da fare, oggi di correre proprio non se ne parla, anche se quando la discesa aumenta un poco riesco a farlo per un bel tratto.

Via, di nuovo su, di nuovo salita, su, su e ancora su, scavalco il primo crinale, poi il secondo e infine il terzo. Un breve piano per ancora tentativi di corsa, ed ecco il Roccolo di Boatica. Riprende la salita, a tratti leggera a tratti durissima, le gambe iniziano a dare fitte di dolore, le fermate, pur sempre brevissime, aumentano di numero, lo stomaco ha iniziato a eruttare, anche un piccolo goccio di acqua pura e semplice mi provoca diversi rutti, vuoi vedere che sono indigesto? Eppure non avevo peso allo stomaco, non avevo mal di testa, però ieri sera, alla serata del Bione Trailers Team (presentavano la loro prossima gara, la mitica 24 ore UPandDown del Prealba), continuavo a digerire, si, si, è quasi certo, stomaco appesantito.

A fronte di tutto e contro tutto manco ci penso di scendere vado avanti, continuo a salire, su, su, non rinuncio nemmeno alle vette, salgo ed eccomi, dopo una ventina di metri di arrampicata tra alberi, terra e rocce, eccomi sulla vetta del Monte Doppo. Nessuna pausa, subito giù alla base del successivo breve risalto, quello dell’Eremo di San Giorgio, potrei facilmente aggirarlo, ma no, su. Mi fermo un attimo per mandare un messaggio a casa e togliermi la giacca da pioggia: la uso, con soddisfazione, anche come terzo strato per le giornate più fredde. Cinque minuti, forse qualcosa di più e poi, senza fare calcoli sul tempo di marcia, via, si riparte. Giu, su, giù, su, brevi discese e brevi salite, un nuovo problema: il legamento interno del ginocchio sinistro mi provoca fitte ad ogni spinta, in particolare sui passi lunghi; modifico il passo cercando di evitargli sollecitazioni.

Eccomi in vista delle casetta sottostanti le Conche, da qui devo ritornare indietro tenendomi sull’altro versante del monte appena passato, c’è una bella strada sterrata che porta ad un primo capanno. Imbocco un sentierino che scende tenendosi proprio sul filo del lungo crinale del Monte Faet, mi deve portare alla base del Monte Rozzolo, invece… invece finisco sopra il centro di Caino. Sbagliata una curva, preso il sentiero nella direzione opposta, seguendo segni gialli che portavano altrove, fidando nella memoria di una strada che doveva essere sotto di me e che invece era spostata più a destra. Forse un errore non del tutto involontario, era già un poco che pensavo di scendere a Caino e interrompere il giro, vuoi vedere che il mio subconscio, alleatosi con le mie gambe distrutte, mi ha mandato apposta nella direzione errata? Ormai sono qui, di risalire non se ne parla, scendiamo!

Volontariamente ignoro l’evidente sentiero che taglia vero il Pian delle Castagne e prendo una debole traccia che scende lungo il costone erboso in direzione delle case più a destra, ma… sentiero svanito: quando sono ad un centinaio di metri dalle case mi torvo davanti salti boschivi senza tracce e dietro a questi in apparenza solo muri senza passaggi verso la strada a valle. Taglio a destra seguendo dei terrazzamenti incolti, punto ad una valletta che vedo scendere sulla strada. Spine, balze quasi verticali, zigzagando tra gli alberelli del fitto boschetto perdo velocemente quota. Un ultima ripa erbosa mi separa da un comodo praticello, tenendomi di lato la scendo con attenzione, già attenzione, era meglio se scendevo di corsa: il terreno cede sotto i mie piedi, sbatto l’anca, rimbalzo, mi giro, sbatto il sedere e scivolo per un metro, un solo piccolo metro che, scoprirò a casa, con la complicità di un bel sasso a punta che proprio li doveva andare a mettersi, l’unico sasso che vedo nei dintorni, basta per crearmi due belle abrasioni, una sul fianco, l’altra sulla natica sinistra alla base della schiena, proprio all’interno del solco che divide i due glutei con relativa difficoltà di medicazione. Trovo anche due bei tagli nei pantacollant da trail comprati da poco, ma perché non gli hanno messo un bel rinforzo sul culo? sono pantaloni da trail non da corsa su strada. Altro svantaggio del camminare vestiti!

Senza ascoltare il dolore delle botte riprendo la marcia e in poco sono sulla strada asfaltata. Scendo al paese, avrei voglia di recuperare il percorso progettato, sono solo due chilometri di discesa su asfalto, ma strada molto trafficata, i tempi sono comunque ormai di scarso riferimento, ho promesso d’essere a casa per le due e poi ho voglia di sedermi a tavola. Via i cattivi pensieri e prendiamo la strada più diretta per il Colle di Sant’Eusebio.

“Non sempre si può vincere”, comunque sempre s’impara e sempre si cresce, sempre!


13 gennaio Anello di Cà della Rovere fatto, per questioni d’orario, fino alla chiesa di Sant’Antonio; riesco a correre anche un tratto di ripidissima salita su cemento, poi tutta la discesa. Sei chilometri, duecento ottantuno metri di dislivello, cinquanta minuti.

22 gennaio tranquilla gita con gli amici di Mondo Nudo: Periplo Basso del Monte Maddalena. Ventuno chilometri, novecento cinquanta cinque metri di dislivello, otto ore.

26 gennaio corsa piana in Gavardina. Dieci chilometri e mezzo, trentotto metri di dislivello, un’ora e sei minuti.

28 gennaio tentativo alle Creste di Caino, effettuato solo in destra orografica per poi risalire al punto di partenza lungo la strada asfaltata delle coste si Sant’Eusebio e il sentiero della valle di Surago. Diciannove chilometri, milletrecento ventiquattro metri di dislivello, cinque ore e dieci minuti.

29 gennaio gitarella con la moglie sui monti di casa (Magno), pochi chilometri (10), poco dislivello (513m), qualche ora (3), tanto relax e conosciuta una trattoria carina dove andare a mangiare lo spiedo senza spendere troppo.

Inaugurato #VivAlpe 2017


(Fotografie di Vittorio Volpi)

img_4595Benevolmente accolti da un cielo sereno domenica 22 gennaio 2017 siamo partiti per il nuovo viaggio di VivAlpe, il programma escursionistico ideato da Mondo Nudo al fine di glorificare il pianeta montagna con il piacere del cammino abbinato a quello della più intensa e radicale immersione nella natura. Cielo sereno, dicevo, con un bel sole che prepotentemente, quanto inutilmente, cercava di scalfire la rigida corolla di gelo di temperature sotto lo zero: solo nel pomeriggio e per poche ore si è formato un poco di tepore. Sette sono le persone che si sono registrate, cinque quelle che si presentano alla partenza, purtroppo sono venuti a mancare proprio i due nuovi ingressi, coi quali avremmo veramente desiderato poter parlare, anche per capire cosa li avesse portati da noi: l’articolo che Brescia Today ha fatto su Mondo Nudo e le sue escurisoni, la scheda evento pubblicata sullo stesso media, un altro degli articoli recentemente pubblicati su altri media, l’intervista di Radio Popolare, amici o quant’altro.

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img_4610Con lievissimo ritardo si parte, la salita che si fa subito ripida consente un veloce adeguato riscaldamento per poter poi procedere abbastanza confortevolmente sul lungo ombroso e ghiacciato diagonale che segue, dove le poche salite sono troppo brevi per riscaldare muscoli e corpo. Già alla partenza notiamo un altro gruppetto che si incammina sul nostro stesso percorso, giunti al San Gottardo le presenze estranee si fanno più corpose e ci accompagnano fin quasi alla Cascina Margherita, un pensiero inizia a farsi strada nella mente: che forse abbiano letto il già citato articolo di Brescia Today e siano qui per veder passare i nudisti? Oppure, che dall’articolo siano incappati nel blog e quindi nella relazione dettagliata del Periplo basso della Maddalena, trovandosi così un bel suggerimento per un’escursione domenicale vicina alla città eppur tanto diversa dalle solite? Sarebbe bello, bellissimo se così fosse, ma quando tutte queste persone cambiano strada la speranza svanisce, peccato. Noi si procede per la nostra gelida strada e, rincorrendo man mano le lame di sole che scavalcano il crinale soprastante e scendono verso Nave, raggiungiamo la Cascina di San Vito dove finalmente possiamo levarci una parte degli abiti, si, si, purtroppo solo una parte, e, mentre mangiamo, goderci l’effetto rigenerante del calore solare per poi ripartire con quel nuovo vigore necessario ad incamminarsi sul lungo ritorno verso le macchine.

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img_4631img_4638Salendo e scendendo al cospetto delle pareti rocciose che formano il versante orientale della Maddalena, tra boschi, parti e campi coltivati, allietati dall’incontro di primizie floreali quali le gialle primule, le violacee pervinche, un cespo di bianchi bucaneve, qualche intrepida viola e tantissimi crochi multicolore, eccoci alle pareti di Santa Lucia dove una ripida salita ci riporta in quota per farci scavalcare i due crinali meridionali della Maddalena, quello delle Poffe e il Triinal. Fiato di calore soffia magistrale sui prati del Trinale, ne approfitta l’amico Vittorio per immolare il suo ritorno al cammino dopo un lungo anno di stasi totale: spogliatosi di tutte le vesti si fa scattare una fotografia, nudo nella nuda natura, felice come solo l’infante quando viene liberato dal cilicio delle vesti, pannolino compreso. Riprendiamo il cammino che per alcuni inizia a farsi pesante e, senz’altre interruzioni, ci avviciniamo sempre più alla città. L’ultima discesa sul ciottolato dell’antica via San Gaetanino ed eccoci all’arrivo, chi più stanco chi meno, ma tutti ugualmente contenti per la giornata passata nel calore dell’amicizia, un calore che, più di quello solare, ha saputo oltrepassare le gelide temperature e scaldaci l’animo.

img_4652Siamo partiti, vestiti e non nudi, ma, come dicevo nell’intervista di Radio Popolare, ci spogliamo quando la situazione lo permette e oggi i sentieri erano tropo frequentati, ci spogliamo quando la temperatura lo consente e oggi era decisamente improponibile: il nudo non è un obbligo, il nudo non è una divisa, il nudo non è un’ostentazione, il nudo è solo una scelta, la normale scelta di normali persone per un normale modo di camminare!

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Alla prossima: 19 febbraio per il più corto e panoramico anello de “le cime di Cariadeghe” in quel di Serle.

#TappaUnica3V sforzi ed emozioni


0043_ph. carla cinelli_edNella fredda mattina muscoli caldi si estendono e si comprimono a ritmo sostenuto ben alimentati d’ossigeno dal sangue che liberamente scorre lungo larghi e puliti canali. Il mantice polmonare si espande alla sua massima misura risucchiando un buon carico d’aria rumorosamente espulso dall’immediata contrazione. Lieve rugiada di sudore copre la pelle con un sottilissimo velo. Pulsante percussione all’interno del torace si ripercuote in gola e sulle tempie cadenzando il ritmo.

Mulinello senza fine delle gambe, tratti al passo, tratti di corsa, balzi e rimbalzi, sterzate, controsterzate, scivolate, frenate accorte. Sassi che scappano da sotto le suole, acqua e fango che schizzano attorno, rami che sferzano il viso, raggi di luce colpiscono gli occhi, linee d’ombra che celano inganni del suolo. Equilibrio, sensibilità, riflessi e poi ancora riflessi, equilibrio, l’occhio che corre, la mente che scorre, il corpo risponde.

0368_ph. fabio corradini_edMille gesti, piccoli gesti, un braccio s’allarga, un piede si torce, un cambio di peso, avanti le spalle, gettarsi nella discesa, piegarsi nel salto d’un sasso sporgente. Balzi e rimbalzi, un piede a destra l’altro a sinistra, insidiose radici, pungenti spine. Chilometri di strada, metri di dislivello, salite e discese, discese e salite, cammino e corsa, corsa e cammino, fiato pesante, qualche dolore, tanta tensione provoca calore, calore invadente, calore suadente.

Nella men fredda mattina il gesto si ferma e il fiato si calma. Muscoli tesi pian piano si sciolgono e un nuovo calore entra nel corpo. La mente rivive tutta l’azione e altro calore discende col sangue. Risposta del corpo allo sforzo passato, tensioni e scioltezze, vibrazioni, impulsi di rinforzo. Ricordi si sommano ad altri ricordi, immagini si accavallano ad altre immagini, sensazioni con sensazioni. Fatica e dolore si coniugano in riposo e piacere. Fatica e dolore, soddisfazione e gaudente attesa del prossimo sforzo, della prossima uscita.

Fatica e dolore, calore e piacere!

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30 dicembre 2016 ancora un allenamento di corsa in piano, ancora Gavardina, ancora dieci chilometri e cinquecento metri, ancora un’ora e otto minuti.

1 gennaio 2017 Semi tranquilla escursione in compagnia di mia moglie: Passo Viglio da Sant’Eusebio seguendo il crinale orientale della Val Bertone, undici chilometri, cinquecento quaranta metri di dislivello, tre ore e dieci.

3 gennaio 2017 allenamento solitario con l’obiettivo di raddrizzare il percorso che sale alla Punta Almana da Inzino, come pensavo il sentiero esiste anche se non riportato per intero dalle carte, un bel sentiero, pendenza costantemente sostenuta, un’ora e trentasette minuti per arrivare in vetta (tre chilometri per novecento trenta metri), un’ora per tornare a valle seguendo il più lungo e contorto percorso normale (sei chilometri e mezzo con quaranta metri di salita e novecento sessantanove metri di discesa).

6 gennaio 2017, il freddo cane non mi ferma, anzi non ci ferma visto che con me c’è ancora mia moglie, testiamo la tabella di marcia che ho calcolato per la relazione del giro “Le Cime di Cariadeghe”: undici chilometri e mezzo, cinquecento ottantasette metri di dislivello, quattro ore e sedici minuti compresa la sosta pranzo.

8 gennaio 2017, defaticamento alla Rocca di Manerba in compagnia della moglie: nove chilometri, centosettantacinque metri di dislivello, un’ora e quarant’otto minuti.

14 gennaio 2017, le vacanze sono finite e la settimana è stata pesante, ieri ha nevicato, strade e monti sono imbiancati, mi fermo alla Gavardina per riprovare i dieci chilometri e mezzo in piano: un’ora e sei minuti (trentadue più trentaquattro minuti), due minuti in meno delle altre volte.

Le cime di Cariadeghe (Serle – BS)


Tranquilla escursione ad anello attorno al conosciutissimo, vuoi per le tante grotte e doline vuoi come località per pic-nic domenicali, altopiano di Cariadeghe. Salvo che nel tratto di rientro, il percorso segue fedelmente la linea di cresta offrendo ampi scorci panoramici sia verso la montagna (Monte Baldo, monti della Val Sabbia, Creste di Caino, Nave e Lumezzane, monti della Val Trompia, monti della bergamasca, Monte Rosa) che verso la Pianura Padana e il Lago di Garda. La brevissima e facoltativa digressione per salire alla Corna di Caino presenta un tratto leggermente esposto e di facile arrampicata, comunque assistito da cordina metallica. Molte le essenze floreali che si possono incontrare in ogni momento dell’anno, nei periodi di massima fioritura oltre che trovarsi a camminare avvolti da una miriade di piccole corolle colorate, è anche possibile osservare le loro fasce di distribuzione in ragione dell’altimetria. I ristoranti e le trattorie dell’altopiano, insieme alla caratteristica agrigelateria, sono un gradito compendio di fine gita.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: parcheggio degli Alpini posto sul lato sudorientale dell’altopiano di Cariadeghe, di fronte al Rifugio Alpini di Serle
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 805m
  • Quota di arrivo: 805m
  • Quota minima: 801m
  • Quota massima: 1168m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 587m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 587m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 11,43km
  • Tipologia del tracciato: una buona parte di strade sterrate con tratti cementati, un breve tratto asfaltato e poi sentieri con un paio di brevi tratti resi scabrosi dal passaggio tra numerosi massi calcarei.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E2P (E2EPl con la salita alla Corna de Caì)
  • Tempo di cammino: 4 ore e 50 minuti
  • Segnaletica: segni bianco-rossi e qualche tabella su gran parte del percorso.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: bar e negozi di Nuvolento o Serle, Rifugio Alpini di Serle a fianco del parcheggio (se aperto).
  • Rifornimenti idrici naturali: nessuno.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: agriturismi e B&B di Nuvolera, Nuvolento, Prevalle e Gavardo.
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): no.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): scarsa di giorno; ampia nella notte.

Profilo altimetrico e mappa

Si parte dolcemente su percorso liscio e asfaltato ma presto la pendenza aumenta con decisione e il fondo si fa meno comodo. Giunti sul primo crinale il profilo, grazie all’alternanza di salite e discese fra le quali si frappongono anche tratti pianeggianti, si addolcisce. Superati una serie di dossi e raggiunta la prima vetta segue una lunga discesa, inizialmente altalenante poi più secca per finire con un tratto dolce. Ora si riparte in salita con discreta e costante pendenza, segue una discesa sostanzialmente comoda che porta a una breve salita seguita da un tratto pressoché pianeggiante. Ciliegina sulla torta, quando si è molto prossimi all’arrivo, l’ultima breve ma secca salita alla quale segue una ripida e a tratti tecnica discesa che porta al pianetto dell’arrivo.

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GPSies - Altopiano di Cariadeghe – Giro delle Cime

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Relazione tecnica

img_8505Riprendere la strada di accesso al parcheggio e seguirla verso destra per ridiscendere i pochi metri che portano all’incrocio tra la strada di arrivo e quelle che entrano nell’altopiano. Prendere la strada asfaltata che sale a fianco della cinta del Rifugio Alpini di Serle (via del Zuf) e seguirla fedelmente. In corrispondenza di una grossa cascina (Italo Rusi), posta sulla sinistra della strada, inizia un ripidissimo tratto cementato alla cui sommità si perviene a un bivio. Seguire il cemento (via del Zuf) verso sinistra e con altri duri strappi, ignorando le diramazioni che portano alle varie case e cascine che costellano la zona, alzarsi tra prati. Dopo un tratto di salita decisamente più dolce si perviene a un altro bivio, andare a destra seguendo una ripida salita che porta in pochi metri ad altra curva stavolta verso sinistra. Quando la pendenza si smorza sensibilmente si perviene a un piazzale di terra con una grossa pianta nel mezzo, ignorando sia la strada che prosegue verso sinistra sia il piccolo sentiero posto qualche metro alla sua destra, prendere ancora più a destra una stretta stradina in terra battuta che procede verso nord. Superando due accentuate cunette si scende un poco per poi risalire in direzione di un evidente capanno da caccia e pervenire alla prospiciente Boca del Zuf.

img_0433Ignorando il sentiero che scende sul lato opposto della sella, si procede verso sinistra lungo il filo del crinale (che da qui in avanti delineerà in modo inequivocabile il nostro cammino, rendendo facile seguire il giusto percorso). Attraversata per intero la radura del capanno si imbocca un sentiero che sale nel bosco e, fatti pochi metri, esce nella radura di un altro capanno. Anche questa la si attraversa per intero riprendendo il sentiero nel bosco che prosegue, con traccia evidente anche se a tratti infastidita dalla vegetazione, con alternanza di piani e salite. Poco sotto la radura sommitale di un piccolo dosso erboso immerso nel bosco, la traccia scende leggermente a destra per tagliare, con un tratto delicato per il fondo scivoloso, a mezza costa il ripido pendio riportandosi presto sul filo del crinale in prossimità di una strada sterrata. Ignorando la strada si prosegue a destra per il sentiero, dopo un tratto nel bosco si perviene ad altro capanna da caccia posto alla sommità di una ripido dosso erboso. Oltrepassato il capanno si riprende il filo del nuovamente largo costone che, salvo brevi spostamenti per evitare alcune conche, superando dossi e sellette più o meno accentuati, con alternanza di salita, piani e discese, tenendosi per lo più accosti al suo limite destro, da qui si segue fedelmente fino alla vetta del Monte Ucia.

img_8850Sempre lungo il crinale si scende sul lato opposto, oltrepassata una sella (a sinistra una conca attrezzata con tavoli in legno posti in circolo), e fatto qualche metro in lieve salita salita, a destra si stacca una traccia che, perpendicolarmente alla linea di cresta, si dirige verso una rupe rocciosa (Corna de Caì), la si segue e in discese si perviene a due grossi massi che sbarrano la strada, nel mezzo una strettissima fessura permette, con qualche difficoltà (tenersi alti), di passare oltre. Per esile cresta di terra si oltrepassa la sella che separa la rupe dal corpo principale della montagna e per liscia placca rocciosa ci si alza a un canalino terroso che porta alla sommità della corna.

Ripreso il sentiero principale, si procede a destra scendendo lungo il filo del crinale per poi risalire all’anticima del Dosso del Lupo (antenna con annessa baracca di servizio). Tenendosi a destra dell’antenna si continua lungo il filo di cresta qui pianeggiante, dopo pochi metri si riprende la discesa superando un ripido tratto cosparso di piccole corna rocciose che rendono il cammino assai delicato. Ora il crinale piega decisamente a sinistra, lo si segue tenendosi un poco discosti dal filo dove il pendio sprofonda a picco nella valle di Nave, due tratti leggermente esposti si possono eventualmente evitare uscendo a sinistra della traccia. Il crinale piega a destra e la traccia ancora lo segue ma dopo pochi metri se ne allontana a sinistra aprendosi il varco nella fitta vegetazione per scendere man mano più ripidamente fino a immettersi su una più larga traccia che prosegue in piano verso sinistra. La traccia si allarga in una inerbata carrareccia e in discesa raggiungere una strada sterrata. A sinistra per detta strada, si lascia a destra un capanno (Roccolo del Gigora) e si scende lievemente fino ad incrociare altra sterrata che si segue a sinistra per risalire leggermente e pervenire alla sella delle Casine Ecie.

Il sentiero originale sale a destra seguendo una sterrata che dopo pochi metri, dove scavalca il filo del crinale per scendere sul versante che dà sulla valle di Nave, abbandona per entrare a sinistra, sul filo del crinale, nella radura di un capanno (Gioco Tordi) e attraversarla completamente per poi con leggera salita raggiungere, nei pressi di alcuni ruderi (Roccolo del Dragone Nuovo), un’altra strada in terra battuta. Avendo più volte trovato l’accesso al capanno del Gioco Tordi sbarrato da un’alta rete metallica, riporto di seguito il percorso alternativo che ho individuato e che tendo a percorrere. Dalla sella delle Casine Ecie andare a sinistra lungo la sterrata, oltrepassare la sbarra che, dopo pochi metri, la chiude e fatti altri pochi metri prendere a destra una larga traccia che penetra nel bosco. Dopo un tratto pianeggiante la traccia scende sulla destra al fondo di un piccolo valloncello per poi risalirlo verso sinistra seguendone il fondo largo e arrotondato e raggiungere la strada in terra battuta già detta e che, a destra, in pochi metri porta ai summenzionati ruderi.

img_0482Seguire la strada fino al suo termine dinnanzi alla radura di altro capanno, la si attraversa per intero seguendo sempre il filo del crinale, passando fra alcune roccette affioranti ci si alza un poco per poi obliquare leggermente a sinistra. La stretta traccia si apre il varco nella rigogliosa vegetazione (cespugliosa a sinistra, alberelli a destra) per poi uscire in un bel bosco pulito dove risale con lievissime curve sino ad altra breve fascia di folta vegetazione cespugliosa dalla quale si sbuca nella piccola e panoramica radura che forma la vetta del Monte Dragoncello.

Scendendo lungo il crinale verso sud si percorre tutto il tratto pulito e alla sua base, dopo essere un poco discesi nel bosco, si piega decisamente a destra per procedere con un tratto in piano. Dopo una breve e ripida discesa, si riprende la direzione sudovest riportandosi sul filo del crinale in corrispondenza di un’altra radura erbosa. La traccia continua fedelmente sul filo del crinale e porta a un’altra panoramica radura erbosa al sommo di un dosso. La si percorre per intero seguendo il filo del crinale, rientrati nel bosco ci si discosta un poco a sinistra del filo per scendere con maggiore decisione. Usciti dal bosco ci si ritrova sul filo del crinale che procede pianeggiante e pulito in direzione di alcuni prati, a sinistra si prende una traccia che scende nel bosco. Giunti ad una piana stradina terrosa, ignorando il sentiero che scende dritto, la si segue verso sinistra. La stradina quasi subito si stringe e diviene largo sentiero che, con alternanza di brevi salite e altrettanto brevi discese, porta al Fienile Canali dove, a destra, prendiamo una strada sterrata che con largo giro scende ad un’ampia zona prativa. A sinistra, sempre per strada sterrata, seguendo la recinzione dei detti prati, in discreta salita si perviene alla località Valpiana. Passando tra le prime casette e costeggiando sulla sinistra l’omonimo ristorante, ci si porta ad una strada asfaltata (via Valpiana) che si segue fedelmente. Alla base di una breve ripidissima salita ci si sposta a destra della strada per salire con minore pendenza a un largo piazzale sterrato (parcheggio auto). Prendere a destra una strada sterrata chiusa da una sbarra, dopo il primo tornante si sale per la strada ancora un poco fino a trovare sulla destra un’interruzione nel muro di sostegno, la si infila per seguire nell’erba una traccia di sentiero che, in leggerissima salita, va ad aggirare a sud la costruzione di un vecchio monastero. Una breve scala porta sulla piana sommità del Monte San Bartolomeo, percorrendola per intero e continuando l’aggiramento del monastero si riprende la strada sterrata poco prima abbandonata per seguirla in discesa fin poco oltre la prima larga curva a sinistra. Prendere a destra un sentiero che scende ripido nel bosco, quando la traccia si approssima al versante del monte che dà verso Serle prendere a sinistra altro sentiero che ripidissimo scende con lievi curve e due tornanti. Raggiunta una piana stradina in terra battuta, la si segue a sinistra pervenendo, dopo una curva a sinistra che immette in una breve ma ripida salita, alla strada asfaltata che si segue verso destra in discesa raggiungendo velocemente il parcheggio da cui si è partiti.

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Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Parcheggio Alpini in Cariadeghe 0:00
Boca del Zuf 0:45
Monte Ucia 1:15
Sella delle Casine Ecie 0:45
Monte Dragoncello 0:30
Valpiana 0:45
Monte San Bartolomeo 0:30
Parcheggio Alpini in Cariadeghe 0:20
TEMPO TOTALE 4:50

#TappaUnica3V tutti gli errori del 2016


“Sbagliare è umano, perseverare è diabolico!”

Detto molto noto ma, onestamente, anche uno dei meno seguiti. Sbagliare è facile, al contrario, evitarne la reiterazione è assai più complicato, richiede l’umiltà necessaria per analizzare oggettivamente le proprie azioni, l’onesta nell’individuarne gli errori, la forza di rinunciare all’autogiustificazione e, infine, la volontà di ragionare serenamente e seriamente per individuare le dovute soluzioni.

In qualità di Istruttore Nazionale di Alpinismo ho sempre insegnato a fare questo importantissimo lavoro, non solo, l’ho sempre applicato anche a me stesso e continuo a farlo: TappaUnica3V non ne è uscita indenne.

Partiamo dalle questioni puramente di metodo: gli errori organizzativi.

Tempi di sosta ai punti di rifornimento integrati nelle ore di percorrenza

Una delle condizioni che avevo posto a TappaUnica3V erano le quaranta ore di percorrenza, un tempo circa il venti percento inferiore allo standard dato dalla sommatoria dei tempi delle tabelle. Di conseguenza con questo valore di riduzione impostai i miei allenamenti, senza tener conto che, nel giro finale, ci sarebbero state delle soste per i necessari rifornimenti di acqua e barrette. Quando elaborai la tabella di marcia del giro era ormai troppo tardi per fare potenziamenti e verifiche per cui diedi per scontato di poter togliere qualcosa ai tempi di cammino per dedicarlo ai rifornimenti. Furono si piccole erosioni, ma che al lato pratico si dimostrarono pur sempre eccessive e mi fecero accumulare una prima dose di ritardo.

Soluzione 1

Eliminare i rifornimenti.

Durante gli allenamenti 2016 ho fatto un giro di cinquanta chilometri basandomi solo ed esclusivamente su quello che potevo mettere nello zaino, ma in quello da settanta mi ero visto costretto a fruire di qualche rinforzo esterno: un bar (tre bottigliette d’acqua e un paio di coca-cole), un rifugio (un thè, un panino e un bicchiere di vino) e due fontane (6 litri d’acqua in totale). Nel giro finale i rifornimenti sono stati determinanti e intendo pertanto mantenerli: il sentiero 3V è carente di prese d’acqua naturale e, d’altra parte, per un siffatto evento preferisco evitare il ricorso ad acqua di dubbia potabilità, ma mi appare improponibile il mettere nello zaino i 20 litri che ho bevuto lo scorso anno.

Soluzione 2

Incrementare la mia velocità e la mia resistenza a tale velocità.

TappaUnica3V nasce come evento escursionistico e voglio che lo rimanga, devo pertanto evitargli un’impronta troppo corsaiola: anche per il 2017 resterà fissato un tempo di cammino che possa essere realizzato andando al passo, ovvero quelle quaranta ore dello scorso anno determinate dal voler effettuare il giro in due giorni con un arrivo a Brescia in orario diurno.

Soluzione 3

I tempi delle soste ai punti di rifornimento vanno esclusi dalle quaranta ore.

Ecco, questa è la soluzione che, alla somma di tutte le considerazioni, appare ad oggi la più confacente. Mi dispiace un poco ma alla fine cosi devo ed ho fatto: la tabella di marcia 2017, che ho già calcolato, vede quaranta ore di cammino effettivo alle quali si sommano le ore di sosta ai rifornimenti.

Tempi di sosta troppo corti

Per evitare di erodere troppo ai tempi di cammino avevo definito dei tempi di sosta che si sono poi dimostrati notevolmente più bassi del minimo necessario.

Soluzione

Impostare dei tempi di sosta più ragionevoli: la tabella di marcia 2017 prevede di base cinque ore, due al Maniva (metà percorso) e una per ognuno degli altri tre punti di rifornimento.

 

Mancata considerazione degli imprevisti

Gli imprevisti sono di loro natura imprevedibili ma un buon organizzatore ne tiene comunque conto. Lo so, lo insegno eppure me ne ero dimenticato e così… così è finito che ne ho fatto le spese dovendomi fermare a venti chilometri dall’arrivo.

Soluzione

Premesso che tempi più lunghi ai punti di rifornimento concedono la possibilità di eroderli un poco se dovesse risultare necessario, è comunque consigliabile inserire in tabella un certo margine supplementare: impostate tre ore per restare entro il massimo dei due giorni di cammino (quarantotto ore).

Utilizzo di giorni infrasettimanali

L’avevo fatto per ragioni precise e meditate: innanzitutto per incontrare meno gente possibile affinché fosse esaltato al massimo l’aspetto della solitaria, poi per potermi garantire la possibilità di stare nudo il più a lungo possibile e infine per evitare interruzioni supplementari date dalla curiosità delle eventuali persone incontrate. Purtroppo questa scelta ha inciso sulla disponibilità assistenti e i pochi disponibili si sono dovuti sobbarcare più punti e lunghi trasferimenti, in particolare mia sorella che, sebbene l’avrebbe comunque fatto per questioni documentaristiche (fotografie), si è smazzata tutti i punti e i lunghi viaggi, restando in ballo pure lei quasi senza dormire per i due giorni del mio viaggio.

Soluzione

Stante la già motivata impossibilità a rinunciarci, porterò io stesso quanto all’uopo mi serve nelle strutture presso le quali saranno fissati i rifornimenti, quantomeno quelle cose che posso facilmente moltiplicare e suddividere: acqua, integratori salini, integratori energetici, alimenti, calze e fazzoletti. Per quelle cose che mi è difficile poter acquisire in numero tale da coprire ogni punto, ad esempio le scarpe (invero al momento le avrei anche ma sono già conciate maluccio e a luglio potrebbero essere ormai spazzatura), ho programmato il giro in giorni del fine settimana: spero che così ci siano più persone disponibili, quantomeno una per ogni punto, ovvero cinque.

Caldo eccessivo

0368_ph. fabio corradini_edVolevo che già solo elencando le date del giro si capisse che era stato fatto in due soli giorni pertanto avevo programmato la partenza alle tre di mattina. Purtroppo questo comportò il passaggio di uno dei tratti più sensibili all’insolazione proprio nel mezzo della giornata e le alte temperature di quei giorni fecero il loro sgradito effetto: ricordo come fosse ieri la folata d’aria calda che mi investiva quando uscendo dai boschetti entravo nell’erba.

Soluzione

  1. Riprogrammare la tabella in modo che quel tratto venga passato in orari meno assolati: partirò la sera (ore 20.00).
  2. Anticipare un poco il periodo di svolgimento del giro: ho anticipato di due settimane circa (sarà il 7, 8 e 9 luglio)

Poca evidenza

Non è stato certo un errore inibitorio ai fini del giro, ma viste certe motivazioni che allo stesso erano legate (richiamare l’attenzione sulla dipendenza dai materiali e dalla tecnologia che si va sempre più diffondendo anche nell’ambiente escursionistico mentre in montagna si può mantenere un alto livello di sicurezza pur andandoci nella semplicità e naturalezza del nudo: esiste chi lo fa, sono tutt’altro che pochi e sono in crescita costante) sarebbe stato (e sarà) opportuno avere una maggiore visibilità.

Soluzione

  1. Come detto la partenza sarà in orario più comodo: le otto della sera.
  2. Il punto di partenza sarà posto nella piazza principale della città: Piazza Loggia.
  3. È allo studio l’allestimento di una specie di stand al punto di partenza e a quello di arrivo, se non proprio nel bel mezzo delle due piazze, quantomeno in uno dei bar che sulle stesse si affacciano.
  4. Cercherò di dare maggiore diffusione alle locandine, consegnandole con debito anticipo ai punti di rifornimento.
  5. Spero di poter avere un adeguato numero di amici che si pongano nei punti adatti per smuovere interesse e attenzione (punto di partenza e punto di arrivo, poi passaggio dai paesi, Vaghezza, Maniva, Passo del Muffetto, Colle di San Zeno, Vetta del Guglielmo, Rifugio Almici, Croce di Marone, Santa Maria del Giogo, Capöss, Zoadello, Stella, Campiani).
  6. Sarebbe magnifico ma ho forti dubbi sul fatto che sia anche realizzabile: essere sempre nudo, anche nell’attraversamento di paesi e zone abitate.

Passiamo agli errori inerenti i materiali.

Zaino poco adatto

Lo zaino che avevo acquistato (Salewa Randonnèe 36), anche se studiato per lo sci alpinismo (l’equivalente per l’escursionismo non era disponibile ma essendo dello stesso peso non ero andato tanto per il sottile) è un ottimo zaino per il cammino, non ai livelli di quello che avevo prima ma vicino. Purtroppo proprio nell’ultimo periodo prima del giro, quando ho affrontato gli allenamenti più lunghi, avevo rilevato che con la tasca dell’acqua piena sentivo un fastidioso (e alla lunga doloroso) sbogiamento sulla schiena: in pratica visto che la tasca non poteva espandersi verso l’interno dello zaino, era lo schienalino che, seppur rigido, cedeva e spanciava verso l’esterno. Estemporaneamente avevo rimediato tenendo la tasca fuori dal suo specifico comparto, così, però, con poco carico (come era, e sarà, nel giro finale) la tasca sballonzolava rendendo lo zaino meno stabile, specie nella corsa dove già di suo lo è.

Soluzione

Acquisto più accorto di un nuovo zaino, puntando a quelli fatti apposta per il trail, e che abbia tutte le caratteristiche che ho appurato essere indispensabili o quantomeno molto utili: capacità massima di venti litri, forse anche meno; schienale che non spancia verso l’esterno con la tasca dell’acqua piena; contenitori per due borracce facilmente accessibili senza togliere lo zaino (le reti laterali esterne sono certamente valide, ma obbligano comunque a fermarsi); almeno tre tasche supplementari per un facile accesso ai piccoli accessori, quali la lampada frontale, il kit medico, crema solare, berretto, eccetera; accesso rapidissimo al vano principale.

Scarpe ottime ma con qualche difettino

0389_ph-fabio-corradini_edLe scarpe scelte (La Sportiva Ultra Raptor GTX) sono quelle che utilizzo ormai da cinque anni e che ho trovato, quantomeno con riferimento all’escursionismo, estremamente performanti; sul lungo cammino e nella corsa risultano leggermente pesanti, ma proprio per questo danno anche una certa sensazione di protezione al piede, cosa che non guasta. Quello che, durante gli allenamenti 2016, mi aveva dato le più serie preoccupazioni è la rigidità del collarino: il ripetuto sfregamento sui malleoli, in particolare durante il cammino sui diagonali con fondo inclinato, mi aveva provocato indolenzimenti che non svanivano. Fortunatamente ad un certo punto la cosa si risolse, poi tutto sommato sul 3V quel tipo di cammino è presente più che altro nel primo terzo del percorso e nel giro finale non ho avuto analoghi problemi se non verso a tre quarti a causa della terra che si era accumulata nelle calze. Altra questione che avevo patito è la suola poco adatta ai terreni moto duri (strade bianche e asfalto), terreni che sono presenti in buona misura nel primo e nell’ultimo quarto del 3V. Infine il Goretex: trattandosi di scarpe basse il passaggio nell’erba bagnata (o sotto la pioggia) può portare all’infradiciamento dei piedi, di suo non sarebbe un grosso problema ma purtroppo il Goretex rallenta parecchio l’asciugatura della scarpa.

Soluzione

Non intendo cambiare scarpe (squadra che vince non si cambia) ma sto valutando l’opportunità di abbinargli un altro paio più leggero, morbido e adatto al terreno duro da utilizzarsi nel primo e ultimo tratto. Pensavo alla versione senza Goretex delle Raptor, ma più persone mi hanno riferito di averle distrutte in tempi rapidissimi o di aver avuto scuciture e scollamenti già al primo utilizzo. Pensavo di prendere in considerazione altri modelli da trail (indubbio che debba restare su tale tipologia di scarpa) della stessa marca o di altre marche sui quali, però, per ora ho potuto reperire solo le scontate dichiarazioni dei relativi produttori e le recensioni fatte da sconosciuti blogger o da riviste del settore: non posso permettermi esperimenti economicamente dispendiosi, vedremo!

Rilevatore di posizione

Sono contrario all’utilizzo del GPS: l’escursionista dev’essere in grado di trovare la strada basandosi solo ed esclusivamente sulle proprie abilità di osservazione e a quel punto la soddisfazione di farlo è tale che il GPS diviene un fastidio. Qui, però, faccio riferimento ad un GPS privo di schermo, un GPS che permette solo di rilevare la propria posizione e di trasmetterla verso un sito geo cartografico. Vero che anche questo strumento toglie uno degli aspetti più interessanti e motivanti della solitaria, il doversi arrangiare sempre e comunque da soli, ma intanto lo si può comunque ignorare (salvo le prime ore poi me ne ero dimenticato) e poi tranquillizza chi resta a casa. C’è anche un aspetto importante per eventi come TappaUnica3V: il rilevatore di posizione permette, mediante la tracciatura in tempo reale su un sito, di coinvolgere il pubblico e di poter gestire più facilmente l’accoglimento all’arrivo (eventuali anticipi o ritardi sono palesemente intuibili). Quello che mi era stato prestato si era rilevato ottimo (leggero, silenzioso, semplice, funzionale, lunga carica) ma aveva comunque tre piccoli difetti e un errore di settaggio:

  1. il bisogno di cielo libero per potersi collegare al satellite (mi è successo colo in un tratto ma è successo: essendo in un bosco fitto per circa un’ora non è stata rilevata la mia posizione);
  2. la necessità di reset dopo ventiquattr’ore di funzionamento, altrimenti si blocca e non traccia più;
  3. il collegamento ad un sito che utilizza solo ed esclusivamente Google come carta di fondo, quindi una cartografia colorata e precisa ma nel contempo assolutamente priva di riferimenti (nomi di monti, passi, eccetera) che possano aiutare il pubblico a capire dove ti trovi;
  4. rilevazione del punto ogni 5 minuti (e questo è l’errore di settaggio), inadeguata al cammino in montagna a passo anche molto sostenuto, alla fine la traccia è risultata un insieme di lunghi segmenti che spesso tagliavano di traverso le valli, come se le avessi sorvolate, non accettabile per un perfezionista come sono io.

Soluzione

I primi due punti sono (forse) risolvibili solo cambiando dispositivo, ma per ora escludo la possibilità di compramene uno. Per il resto… Intanto la rilevazione dei punti andrà tarata su di un massimo di due minuti, e meglio anche uno solo, poi si dovrà trovare il modo di collegarlo a una carta più dettagliata, ritengo ottimale quella di OpenStreetMap.

Ora gli errori alimentari.

Troppi integratori energetici

IMG_9681Facendo un confronto tra la prima e la seconda metà del giro ho il sospetto che il suggerimento sentito in un incontro con trailer, assumere qualcosa ogni ora, sia da rivedere (o l’ho frainteso, quel qualcosa potrebbe in effetti non essere riferito solo ad integratori energetici): nei primi due quinti del giro l’ho seguito fedelmente e ad un certo punto sono andato in crisi di rendimento; in seguito sono andato come una scheggia pur assumendone pochissimi. Certo la prima parte è quella con i maggiori dislivelli e, data la bassa quota, con il maggior effetto caldo, ma qualche bel salto l’ho fatto anche nella seconda e sul finale ero nuovamente a bassa quota con alte temperature. Forse l’errore principale è stato quello di sovrapporre fra loro pastiglie di magnesio, barrette energetiche con magnesio e gel, ognuno con suoi limiti massimi di assunzione che, prendendoli singolarmente, ho rispettato, ma non se si considera l’insieme dei prodotti.

Soluzione

Calcolerò l’assunzione di qualcosa ogni ora, ma al lato pratico procederò secondo bisogno e soprattutto eviterò la sovrapposizione dei limiti di consumo: le pastiglie di magnesio (Boiron Magnesium 300+) saranno disponibili ai rifornimenti, in cammino, oltre all’acqua con integratori salini ipotonici (NamedSport HydraFit) che si sono dimostrati validissimi, porterò con me solo i gel (Enervit One Hand senza caffeina) e una barretta energetica con magnesio (Enervit Power Sport Competition Arancia).

Poca ciccia

Un dubbio a riguardo della crisi subita nella salita al Monte Ario: che sia stata di fame? La stessa cosa m’era successa nell’allenamento da settanta chilometri e, rimasta anche dopo una relativamente lunga sosta, si era risolta solo dopo aver mangiato un bel panino (e bevuto un sano bicchiere di vino). Durante il giro s’è risolta ben prima della ristorazione a base di panini e vino, ma anche parlandone con altri il sospetto che tali crisi siano date da mancanza di cibo vero non solo rimane ma si rinforza.

Soluzione

Aumenterò il numero di barrette spezza fame (Enervit Power Time alla frutta secca) aggiungendo alle stesse anche qualcosa che possa riempire lo stomaco con più decisione. Esclusi, per ovvie ragioni, i panini (che saranno comunque presenti ad ogni rifornimento) di preciso ancora non so cosa utilizzerò: ci sto ragionando sopra.

Infine le questioni meramente tecniche.

Poco margine in velocità

0406_ph. carla cinelli_edNel tratto dal Passo del Cavallo a Lodrino mi trovai ad avere un primo debole ritardo che non fui in grado di recuperare nemmeno sulla lunga discesa dalla Punta di Reai. Giunto al punto di rifornimento di Lodrino (Agriturismo Isola Verde) ero abbastanza provato e la sosta si era spontaneamente allungata. Poco dopo la ripartenza, nell’iniziare la salita al Passo del Cavallo non me l’ero sentita d’infilarmi nel canalino della via diretta e avevo preferito seguire la meno faticosa (ma più lunga) strada della variante facile, accumulando altro ritardo. Pensavo di recuperare nella discesa verso il Passo del Termine, ma niente, anche qui non me l’ero sentita di correre e nemmeno di allungare semplicemente il passo. Poi la crisi, crisi violenta che mi fece fare la salita dalla Vaghezza al Monte Ario in un tempo perfino maggiore di quello delle tabelle standard. Dopo una bella sosta (non prevista) sulla vetta dell’Ario mi ripresi un poco, per poi recuperare completamente le energie nella discesa alla Pezzeda. Da lì al Passo delle Portole il passo si fece sostenutissimo: mi pareva di volare e qualcosa riuscii a recuperare. Taglia un poco il tempo di sosta al Maniva (Albergo Dosso Alto), ma poi venne il colpo di grazia: la fermata al Dasdana. Fossi stato solo non mi sarei fermato di certo, ma in zona mi aspettavano (per esigenze fotografiche) mia sorella e mio cognato che, visto il freddo notevole e, soprattutto, la densa coltre di nuvole che riduceva la visibilità al metro, tanto insistettero da convincermi a salire almeno un attimo sulla loro macchina. Fatale: raffreddati i muscoli ogni tentativo di uscire dall’auto fu subito inibito dalla sferzata di gelo, alla fine mi addormentai e volarono tre ore. Nel tratto dal Dasdana al Colle di San Zeno riuscii, scegliendo di seguire le varianti facili che presentano stessa lunghezza di quelle di cresta ma un dislivello decisamente minore, a recuperare un’ora ma a discapito delle ginocchia che poi si fecero sentire nella discesa dal Guglielmo e ancor più nell’aggiramento dell’Almana (anche questo deciso nella speranza di recuperare tempo, malauguratamente deciso: era l’unico tratto di 3V che non conoscevo ed scoprii che, sebbene risparmi la salita all’Almana, ne provoca un’altra facendo perdere molta quota, per giunta su ripidissimo e sconnesso cemento e asfalto).

Soluzione

Non accontentarsi di allenare la resistenza sul lungo cammino ma allenare e incrementare la velocità pura e la resistenza in velocità, ecco le sedute di corsa su strada piana, ecco i giri brevi dove impostare la corsa e cercare di tenerla il più a lungo possibile, ecco i giri di media lunghezza fatti nel minor tempo possibile alternando cammino e corsa, ecco le lunghe escursion che verranno a primavera fatte nelle stesse modalità di cui sopra. Tutto lavoro già avviato e, penso di poter dire, con ottimi risultati: sui percorsi di venti chilometri viaggio con medie pari ai sette chilometri l’ora.

Poco allenamento collaterale

Avevo fatto tanto allenamento specifico, ovvero cammino, ma poco avevo lavorato su quelle parti del corpo che l’azione del cammino non può potenziare. Parti che, però, passivamente devono comunque subire sollecitazioni che alla fine si possono ridurre in dolori, ad esempio quei dolori al costato che mi hanno attanagliato per tutto il giro e quei dolori alle ginocchia che mi hanno indotto a interromperlo anzi tempo.

Soluzione

Attivare tutti quei lavori che possono rinforzare le strutture muscolari che il cammino lascia passive e tutte quelle che fanno da protettori delle ginocchia. Giò ho iniziato con gli allenamenti sull’equilibrio e la propriocettiva, sia in forma specifica (lavori a secco) che pratica (corsa su terreno disconnesso), ora inizierò anche con il programma fitness che mi aveva preparato mia nipote.

TappaUnica3V 2017 arriverò più forte e più pronto e… finalmente ti farò come avevo programmato!

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Periplo basso del Monte Maddalena (Brescia – BS)


Uno dei panorami

Uno dei panorami osservabili lungo questo percorso

Individuato e percorso già tanti anni addietro quando era ancora solo deboli segni su una carta IGM, l’ho utilizzato per i miei primi allenamenti di TappaUnica3V e rifatto in questi giorni trovandolo assai interessante.

Trattasi di un anello che, partendo dai pressi del centro storico di Brescia e tenendosi costantemente di poco sopra la quota cittadina, combinando fra loro strade, stradine e sentieri effettua per intero il periplo del Monte Maddalena. I lunghi tratti immersi nel bosco consentono la visione di diverse specie floreali, mentre quelli più brevi al libero permettono di allungare lo sguardo sulla città, sulla Pianura Padana che la cinge a meridione e sui monti che ne fanno corolla sui restanti tre lati.

La lunghezza è certamente superiore a quella delle più classiche escursioni, ma il profilo altimetrico, con lunghi tratti sostanzialmente piatti, ne svela il docile carattere adatto pressoché a qualunque escursionista. Se amate la corsa in montagna è certamente il percorso ideale per mantenervi allenati durante i mesi meno adatti alla più alte quote ed è anche un itinerario ben fruibile come primi passi di avvicinamento al trail.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: Brescia, via Pier Fortunato Calvi; parcheggio solitamente non problematico sul lato sud della strada, altre possibilità nelle strade confinanti.
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza
  • Quota di partenza: 164 m
  • Quota di arrivo: 164 m
  • Quota minima: 164 m
  • Quota massima: 701 m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 955 m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 955 m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 21,33 km
  • Tipologia del tracciato: principalmente strade sterrate, a seguire sentieri abbastanza regolari, infine qualche tratto di asfalto.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E3P
  • Tempo di cammino: 7 ore
  • Segnaletica: per buona parte sono presenti segni e tabelle nell’ufficiale bianco-rosso, il tratto finale si sovrappone al sentiero 3V “Silvano Cinelli” ed è pertanto indicato con i relativi segni e tabelle bianco-azzurri, il tratto dal Colle di San Vito a Botticino presenta tabelle segnaletiche ai bivi, il tratto che precede il Colle di San Vito non è segnalato ma comunque facilmente individuabile.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: negozi di alimentari in città, i più vicini sono in Piazza Arnaldo e in Via Crocefissa di Rosa.
  • Rifornimenti idrici naturali: a due terzi del percorso si trova una ricca e fresca sorgente.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: alberghi della città.
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): no.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): scarsa di giorno, ampia nella notte.

Profilo altimetrico e mappa

Si parte con un sensibile salto di quota a pendenza media, poi si prosegue a lungo con lievi variazioni e pendenze di massima leggere fino ad un discreto salto posto a due terzi del percorso al quale segue una breve discesa impegnativa. Si conclude con un tratto facile seguito dall’importante ma sostanzialmente facile perdita di quota finale su strada asfaltata e ciottolato.

GPSies - Monte Maddalena - Periplo basso

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

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Inizio di via Goletto

Percorrere verso est per intero la via Pier Fortunato Calvi, ora seguire a sinistra via Maurizio Malvestiti e quando termina andare a destra per via del Goletto. La salita si fa ripida e dopo una curva a sinistra lasciare la strada asfaltata per prendere a destra una stradina a ciottoli (continuazione di via Goletto) che con ampi scalini sale stretta tra una casa e un muro di cinta. Senza possibilità d’errore si prosegue lungo tale stradina che dopo due curve prende direzione est e spiana sensibilmente per arrivare, con visione sul Castello di Brescia e parte della città stessa, nella storica località del Goletto. Attraversato il largo piazzale asfaltato prendere il sentiero (La Collettera) che sale fiancheggiando sulla sinistra il muro di confine d’una villa. Ignorandone le poche diramazioni lo si segue senza particolari problemi d’orientamento fino a sbucare sulla strada asfaltata di Via Buttafuoco. Si scende per tale strada verso sinistra, dopo un centinaio di metri prendere a sinistra uno stretto sentiero che, con lieve salita, porta alla scalinata del Viale dei Caduti con la quale si perviene al piazzale della Chiesa (ed ex convento) di San Gottardo. Dopo una breve sosta per godere dell’ampia vista ammirabile dal lato occidentale del piazzale (parte nord della città con l’inizio della Val Trompia, la Punta Almana e il Monte Guglielmo), aggirare sulla sinistra la costruzione e scendere per viale alberato alla strada asfaltata della Maddalena nei pressi del capolinea dei pulmini urbani (eventuale punto di partenza e arrivo per chi volesse ridurre il dislivello, limitate, però, le possibilità di parcheggio in zona) da dove è possibile ammirare la parte orientale della città e spingere lo sguardo verso la Pianura Padana.

Chiesa del San Gottardo

Chiesa del San Gottardo

Inizio Senter Brusàcc

Inizio Senter Brusàcc

A sinistra prendere una larga strada a ciottoli che ripidamente sale nel bosco. Dopo centocinquanta metri la strada svolta decisamente a sinistra e la pendenza si attenua sensibilmente, si oltrepassa il bel bosco de “Le Farnie” pervenendo al Casì del Termen dove la strada, con ultimo strappo, curva a destra e diviene sterrata (sentiero Gasusì). Seguendo il piano sterrato si perviene ad un primo tornante, subito seguito da un altro dove, con breve ripida salita, la strada entra nel bosco. Dopo un lungo tratto che alterna brevi salite a tratti pianeggianti si esce dal bosco e sulla destra si nota una zona lavorata per le discese in mountain bike, la si oltrepassa e dopo una curva a sinistra si abbandona la larga sterrata per alzarsi un paio di metri sulla destra in prossimità di una grossa pianta (località Rasega; cento metri più avanti lungo la strada principale si perviene alla pozza e alla cascina della Margherita). Ignorando il sentiero che molto ripido sale a destra (sentiero Giordano Giuseppe Bailetti), prendere quello che, pianeggiante, entra nel bosco in direzione est (Pista Forestale della Val Fredda o Senter dei Brusàcc), ad un imminente bivio tenere a sinistra in piano e proseguire, con qualche scorcio tra i rami del bosco sull’abitato di Nave, a mezza costa pervenendo alla piccola Pozza di Valfredda. Si sale a destra per poi svoltare a sinistra, superare una prima valletta e con mezza costa in leggera discesa pervenire ad una seconda stretta valletta pluviale, da qui in discesa si oltrepassa un’altra valletta dopo la quale la discesa si fa più diretta e ripida. Persi una trentina di metri di quota il sentiero volge a destra e riprende a salire superando altri due solchi pluviali. Poco dopo aver oltrepassato (attenzione!) il toboga di una pista di down-hill ciclistico (Susy) si perviene ad un bivio, salire molto ripidamente per il sentiero di destra. Dopo un tratto di falsopiano una ripida discesa ci fa perdere quasi settanta metri di quota, una curva a destra ci immette in un tratto pianeggiante che porta alla strada asfaltata di Muratello, ben nota ai ciclisti per la sua estrema difficoltà e per essere stata teatro di alcune edizioni del Giro d’Italia.

Incontro floreale sul Senter Brusàcc

Incontro floreale sul Senter Brusàcc

Seguire a destra il nastro d’asfalto e con ripida salita procedere fino ad una stretta curva ad esse, nel mezzo della curva imboccare la stradina sterrata che si dirama sulla sinistra (in caso di dubbio procedere lungo l’asfalto fino al vicino tornando dove sulla sua destra un breve sentierino riporta su tala sterrato). Superata la ripida salita di un tratto cementato, proseguire pressoché in piano lungo la stradina ignorandone le diramazioni (che sono tutte o in discesa o in salita). Quando la strada sale ad una ben visibile e vicina cascina con larga zona prativa (cascina Zani) prendere la sterrata che ripidamente scende a sinistra e seguirla fino al primo tornante dove s’imbocca sulla destra un sentiero pianeggiante che in breve porta alla Casina di Pino con limitrofo Roccolo di Monte Salena. Scesi alcuni rudimentali scalini scavati nella roccia si prosegue in piano, dopo poco il sentiero si trasforma in largo sterrato e con breve discesa conduce alla Cascina di San Vito, ottimo punto per la meritata sosta pranzo.

Cascina di San Vito

Cascina di San Vito

Sorgente Beghelogne

Sorgente Beghelogne

Imboccare la strada asfaltata che sale da San Gallo e seguirla in discesa fino al primo tornante, lasciato l’asfalto prendere a destra la larga strada sterrata (via San Vito). Giunti alla prima casa accosta alla strada (sulla sinistra e poco più in basso: Case Oprandi) scendere brevemente a sinistra e prendere la più alta delle due strade che proseguono verso sud. Giunti ad altra casa (località Damonti) dove la strada termina proseguire in discesa per un sentiero che si abbandona quasi subito per risalire di pochi metri sulla destra con un ripidissimo sentiero a prendere altro sentiero. In piano si perviene ad altro bivio, prendere il ramo di sinistra, poi in discesa man mano più ripida costeggiando il lato superiore dei prati di alcune cascine (Busi e Moci) si perviene ad un ulteriore bivio. Tenere a destra in salita, poi in piano si arriva alla Sorgente Beghelogne. Costeggiare a destra la Casina Supili posta subito dopo la detta sorgente, al bivio scendere per asfalto a sinistra oltrepassando il cancello d’ingresso di detta cascina dove la strada svolta a destra e scende con accentuata pendenza. Al primo bivio prendiamo a destra per una strada sterrata in leggera salita che presto si trasforma in largo sentiero. Al primo bivio andare in discesa a sinistra pervenendo in pochissimi metri alla via Maddalena che seguiamo verso destra fra i campi finché, all’inizio di una ripida discesa cementata, sulla destra diparte un sentiero. In piano si prosegue lungo il sentiero attraversando un ampio prato con vista su Botticino e Rezzato e poi, dopo un lungo mezzacosta nel bosco, una valletta. In prossimità di un capanno da caccia alzarsi per sentiero sulla destra pervenendo in breve ad una strada sterrata che si segue a sinistra. Dopo una breve ripida discesa la strada s’immette su altra sterrata, prendere in salita a destra, poco dopo il tracciato si fa più stretto trasformandosi in sentiero che, con lungo traverso verso sud, raggiunge la Bassa del Fieno per poi risalire, con alcuni tornanti e un ultimo ripidissimo tratto, al crinale meridionale del Monte Maddalena.

Pozza Darnei

Pozza Darnei

Medaglioni e via San Gaetanino

Medaglioni e via San Gaetanino

Scendere pochi metri a sinistra lungo il crinale per imboccare a destra il sentiero che costeggia a monte la Pozza Darnei (Sentèr dei Caài), con lungo piano e panoramico (ampia visione sui laghetti di San Polo e la Pianura Padana) traverso procedere verso ovest oltrepassando una pozza (Pozza Zezia) dove il sentiero sempre pianeggiante prende direzione sud e, con altro tratto panoramico, porta al Triinal, largo costone erboso che sovrasta l’abitato di Sant’Eufemia. Per ripido e rovinato sentiero scendere lungo tale crinale fino alla seconda grande piramide di sassi, qui a destra prendere il sentiero pianeggiante che riprende direzione ovest (nord-ovest per la precisione). Alternando salite e discese anche piuttosto ripide il sentiero attraversa diversi valloncelli pluviali e raggiunge un tornante della strada asfaltata della Maddalena. Seguiamo l’asfalto a sinistra in discesa, oltrepassando il capolinea dei pulmini al Gottardo e la strada da cui siamo arrivati durante la salita. Dopo circa un altro chilometro e mezzo di discesa siamo in località Medaglioni dove sulla sinistra si stacca una larga strada a ciottoli (via San Gaetanino) che prendiamo scendendo ripidamente tra le case. Dopo pochi metri si perviene a un bivio, andare a destra in forte discesa e, oltrepassando un sottopasso e un tornante della strada asfaltata, seguiamo fedelmente il ciottolato fino al suo termine nei pressi di un altro tornante della strada asfaltata. Sulla destra scendere una breve larga scala, ancora alcuni metri di discesa su ciottolato e si perviene nuovamente all’asfalto che seguiamo a destra in discesa. Giunti al piccolo piazzale alla base della discesa (punto di partenza del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”, centocinquanta chilometri di sentieri che, superando quasi novemila metri di dislivello, percorrono tutto il crinale che circonda la Val Trompia separandola dalla Val Sabbia e dalla Val Camonica, le tre principali valli bresciane) proseguire verso nord imboccando a destra via San Rocchino che si segue fino a rientrare al punto dove abbiamo parcheggiato l’auto.

Il Triinal

Il Triinal con una delle piramidi di sassi, sullo sfondo le case di Sant’Eufemia

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Brescia – via Pier Fortunato Calvi 0:00
Goletto 0:15
San Gottardo – fermata pulmini 0:30
Rasega di Cascina Margherita 0:40
Cascina di San Vito 1:40
Pareti di Santa Lucia – incrocio sentiero che sale da Botticino Sera 1:10
Pozza Darnei 0:25
Triinale – bivio sentiero San Gottardo 0:40
San Gottardo – fermata pulmini 1:00
Brescia – via Pier Fortunato Calvi 0:40
TEMPO TOTALE 7:00

Prima esperienza con quelli di Mondo Nudo


Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo questo breve racconto scritto dal nostro nuovo amico Luigi e relativo alla sua prima esperienza con noi e le nostre escursioni.

Grazie Luigi!


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Sveglia alle 6 ed in strada alle 7 arriva Emanuele e così ha inizio la domenica in montagna, mia antica passione, coltivata con gli amici della UOEI e dell’Ugolini, poi accantonata. Da poco è rinata con l’occasione di coniugarla al nuovo interesse per il nudismo, perciò ho iniziato a seguire il blog Mondo Nudo fino a quando non mi si è presentata la possibilità di partecipare ad una passeggiata.

img_0114Domenica 16 ottobre, la data dell’uscita sul Maniva alla guida di Emanuele, dopo una serie di soste previste per incontrare gli altri partecipanti all’escursione ci dirigiamo in Valtrompia. Albeggia, il bel tempo incoraggia e dopo un caffè già “in quota” iniziamo la camminata che pare più impegnativa del previsto. Dopo il primo tratto riconosco la piacevolezza dell’escursione unita alla bellezza del panorama ed ai numerosi luoghi storici che ancora ci parlano della prima guerra mondiale. Emanuele sosta spesso, sia per ricomporre il gruppo che per farci partecipi della sua grande conoscenza delle montagne e per attrarre l’attenzione su quei ruderi frutto dell’antica fatica degli alpini.

Possiamo vedere il lago di Garda ed alcuni paesi nella valle sottostante, la natura circostante fa sentire la stagione ormai inoltrata ed un’aria fresca soffia nella giornata di sole. Con spontaneità alcuni componenti si spogliano godendo maggiormente del libero contatto con gli elementi esterni della natura e si prosegue fino ad una piacevole sosta per il pranzo al sacco. Dopo una chiacchierata si riprende a camminare in una piacevolissima discesa fino ad una larga sterrata che ci guida per l’ultimo tratto regalandoci ancora alcuni luoghi storici, tra cui gli affascinanti resti di una caserma militare.

Riprese le auto facciamo un’altra sosta al bar e anche in questa occasione mi trovo a mio agio con gli altri compagni, persone interessanti con le quali dialogare. Dopo i saluti inizia il rientro e la giornata si conclude a casa condividendo con la mia famiglia la bellezza della domenica trascorsa!

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VivAlpe 2017


Ormai senza sosta la nostra attività e, dopo aver prolungato il programma 2016 integrando anche il mese di dicembre, eccoci a presentare ufficialmente l’entusiasmante programma escursionistico del 2017.

Molte le novità in campo, prima fra tutte la copertura di tutti i mesi dell’anno, in alcuni casi anche con più uscite mensili, alternando uscite leggere con altre più pesanti, uscite diurne e, seconda novità, uscite notturne, infine tre lunghi cammini, ovvero escursioni che superarono i trenta chilometri e i duemila metri di dislivello.

Ai primi di luglio Emanuele sarà nuovamente sulle tracce del 3V con la riedizione 2017 della sua TappaUnica3V e sono state per l’occasione programmate due escursioni di accompagnamento, una, più lunga e in notturna, alla partenza e l’altra, diurna e breve, all’arrivo.

Aggregarsi a noi in queste uscite vi permetterà non solo di fare belle escursioni ma anche di conoscere e avvicinare uno stile escursionistico improntato alla massima naturalità e semplicità, uno stile che, pur senza ripudiare del tutto la tecnologia, vuole rimettere l’uomo al centro della sua azione, recuperando quell’attenzione al sé che era propria di un non lontanissimo mondo, sia in senso specificatamente alpinistico che in quello più generico. La formulazione delle uscite è, infatti, quella dell’abbigliamento facoltativo: ogni qual volta sia possibile (e nostro obiettivo è quello di riuscire a far crescere sempre più il limite del possibile per avvicinarci al sempre possibile) chi lo desidera potrà liberarsi anche per intero dai vestiti, senza per questo condizionare e limitare chi preferirà restare vestito.

VivAlpe 2017 – Vestiti è bello, nudi è meglio (clicca qui per trovare altre informazioni su questo nostro motto)

  • 19 uscite in totale
  • 9 di stampo classico
  • 3 in notturna
  • 3 ultra (53, 32 e 70 chilometri di lunghezza / 2840, 2070, 4550 metri di dislivello)
  • 2 di accompagnamento a TappaUnica3V (1 diurna e 1 notturna)
  • 1 per la manifestazione del 3V a memoria di Silvano Cinelli
  • 1 pre natalizia con festa di fine anno

TappaUnica3V – Il nudo solitario lungo cammino di Emanuele Cinelli lungo il sentiero 3V “Silvano Cinelli”

  • più di 130 chilometri di lunghezza (ma alcuni calcoli ne danno 160)
  • oltre i 7500 metri di dislivello (un calcolo manuale porta a 9500)
  • 3 soli punti di rifornimento e riposo
  • 40 ore di cammino effettivo
  • un massimo di 8 ore di sosta (ne sono state programmate 5)
  • partenza da Brescia ore 20 di venerdì 7 luglio
  • arrivo a Brescia ore 17 di domenica 9 luglio

Clicca sulla locandina per accedere alla pagina delle schede descrittive di ogni singola uscita.

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Traversata da Cima Laione al Passo della Monoccola (Breno – BS)


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Il Monte Listino dal sentiero numero 1

Bellissima escursione adamellina lungo un tratto del fronte della Grande Guerra. Purtroppo il traverso in quota da Cima Laione a Cima Listino, seppure possibile, risulta fortemente sconsigliabile (eccessive difficoltà tecniche per la cresta vera e propria, complicato e poco interessante tenersi sui pendii sotto la stessa) per cui non è possibile proporre un anello vero e proprio ma solo due piccoli anelli uniti tra loro da un tratto comune per l’andata e il ritorno.

I vari e differenziati resti dei manufatti di guerra (mulattiere, sentieri, scalinate, villaggi, casermette, ricoveri, trincee, postazioni di tiro) consentono un’immersione della storia, utile, prima di effettuare questa escursione, leggersi almeno un libro sulla guerra in Adamello.

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L’Adamello da Cima Laione

Dal punto di vista paesaggistico i panorami dalle due vette e dalla linea di cresta sono ampi e a tutto tondo: man mano s’individuano, in alcuni casi mantenendone a lungo la visione, la Pianura Padana, il Monte Frerone, la Cima delle Terre Fredde, la Cima Galliner, il Monte Rosa, la Concarena, buona parte della Val Camonica, alcune cime del Bernina, l’Adamello, il Re di Castello, il Carè Alto, l’intera Val di Leno, alcune delle più alte vette delle Dolomiti, il Corno del Gelo, il Monte Blumone, lo Scoglio di Laione, il Cornone di Blumone, la Cresta di Laione, la Valle di Cadino (che si risale per intero nella prima parte del percorso).

Molto interessante anche l’aspetto ambientale che, a parte il classico miscuglio di varie essenze floreali, vede l’attraversamento di diversi habitat di medio alta montagna e la possibilità d’incontrare esemplari di fauna quali le immancabili marmotte e il più timoroso camoscio.

La lunghezza del percorso può essere in parte attenuata pernottando al rifugio Tita Secchi oppure, se si è al massimo in tre persone, alla Capanna Mattia, posta praticamente a metà del giro. Alla malga di Cadino della Banca, nei pressi della quale si parcheggia l’auto, è possibile acquistare ottimi formaggi di malga.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Alpi Retiche Meridionali – Gruppo dell’Adamello
  • Partenza: Malga Cadino della Banca (Breno – BS), parcheggi in prossimità della malga.
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 1811m
  • Quota di arrivo: stessa della partenza
  • Quota minima: 1811m
  • Quota massima: 2757m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 1516m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 1516m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 25,22km
  • Tipologia del tracciato: principalmente mulattiere e sentieri, classici e militari, due brevi tratti di terreno libero e uno di strada sterrata.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): EE5Em – l’unico tratto esposto, non evitabile, è di tre metri ed è collocato lungo la discesa dal Monte Listino, il sentiero è comunque abbastanza largo (all’incirca un metro), piano e regolare, agevolando il passaggio anche a chi soffre di vertigini.
  • Tempo di cammino: 13 ore e mezza (escludendo i tempi per la visita ai vari manufatti che in alcuni casi si discostano un poco dal sentiero).
  • Segnaletica: tabelle e segni in vernice bianco-rossi per buona parte del percorso (segnavia 419 tratto iniziale / finale; segnavia 1 “Alta via dell’Adamello” tratto centrale), ai quali si sovrappongono quelli bianco-gialli del sentiero “Monsignor G. Antonioli” (per un breve tratto, prima della salita a Cima Laione, rappresenta l’unica segnalazione disponibile); evidente sentiero militare nella salita a Cima Listino e nella successiva discesa al Passo della Monoccola; meno evidente sentiero militare che a tratti svanisce e ometti nella salita a Cima Laione; ometti e tracce di passaggio nella discesa da Cima Laione; evanescenti tracce di passaggio nella discesa dal Passo della Monoccola.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: a secondo da dove si sale negozi a Bagolino e Val Dorizzo o a Breno; in ogni caso il rifugio Tita Secchi al Lago della Vacca.
  • Rifornimenti idrici naturali: nessuno affidabile.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: rifugio Tita Secchi al Lago della Vacca; capanna Mattia al Passo della Monoccola (bivacco con 3 posti letto).
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): si, bei prati nei pressi di malga Cadino e Corna Bianca, per il resto piccole e principalmente scomode radure tra i massi e le placche rocciose.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): in linea di massima alta da quando si abbandona il sentiero per il Passo di Blumone per salire a Cima Laione a quando si rientra sul sentiero numero 1; nuovamente alta da quando si abbandona il numero 1 per salire al Monte Listino a quando lo si riprende dopo il Passo della Monoccola, con la sola criticità del passaggio da Capanna Mattia; media sul tratto di raccordo tra le due cime (sentiero numero 1 dalla cresta sud di Cima Laione alla cresta est del Monte Listino); nulla nella parte restante del percorso; nel mezzo della notte può risultare critico solo il passaggio nei pressi del rifugio Tita Secchi (comunque evitabile), del vicino alloggio dei guardiani della diga (non evitabile) e della capanna Mattia (evitabile anche questo).

Profilo altimetrico e mappa

Salita continua anche se con vari tratti di respiro fino alla vetta di Cima Laione a cui segue una discesa con tratti di sconnessa ganda. Comode la risalita a Cima Listino e la successiva lunga discesa fino al Passo della Monoccola, da qui una breve e molto tecnica discesa prima su ripido pendio erboso e poi tra erbe e placche rocciose. Lunga risalita al Passo del Blumone che alterna tratti pianeggianti a brevi e ripidi strappi in salita, con momenti di respiro ed altri di meno rilassante equilibrio sui massi delle frequenti piccole gande. Ora, dopo un primo complesso (estesa ganda con massi piccoli e mobili) traverso, è tutta discesa (in parte tecnica e in parte di respiro) fino al Lago della Vacca; breve anche se ripida risalita al Passo della Vacca e poi comoda discesa.

GPSies - Monte Listino – Traversata Laione-Passo Monoccola

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

Dal parcheggio si segue in salita la strada asfaltata per poche decine di metri fino a incontrare sulla sinistra la strada sterrata che si inoltra nella conca della valle di Cadino. Seguendo detta strada, in lieve ma costante salita, si costeggia alla base il Monte Colombine per portarsi verso l’evidente ammasso calcareo della Corna Bianca alla cui base termina la strada e inizia il sentiero. Superato un tratto di finissima sabbia il sentiero si fa larga mulattiera recentemente sistemata e lastricata per renderne più agevole la percorrenza. Aggirando alti sulla destra il laghetto Moie si perviene ad una sella erbosa da dove si scende brevemente entrando in una verdissima conca erbosa cosparsa di mughi e fiori di varie specie. Attraversata, in diagonale da sinistra verso destra, la piccola conca si riprende a salire per portarsi alla conca dell’ormai svanito lago Nero che si aggira sulla destra alzandosi leggermente sotto le pendici occidentali delle Creste di Laione. Ignorando la deviazione a destra del vecchio sentiero (soprannominato dell’Emme per via della sua caratteristica forma che appare alla visione dalla sponda opposta) si prosegue, sempre in lieve salita, portandosi con ampio giro sull’opposto versante della conca dove, dopo un tornante a destra, s’incrocia la mulattiera che arriva dalla Bazena e che si segue verso destra pervenendo in breve al Passo della Vacca (2361m). Continuando a sinistra per la lastricata mulattiera aggiriamo dei dossi di erba e rocce e ci portiamo in vista del Lago della Vacca verso il quale scendiamo per poi tagliare a mezza costa verso destra e scendere al ponticello (ca. 2340m) che permette di attraversare il torrente Laione che si origina dalla diga del lago. Risalendo alcuni gradini sottostanti l’edificio dei guardiani della diga ci portiamo alla sua sommità e da qui possiamo salire a destra per raggiungere il vicinissimo rifugio Tita Secchi (2367m) oppure aggirare a sinistra il dosso roccioso e, per lastricato sentiero, procedere direttamente verso i pendii che adducono al Passo del Blumone.

Ruderi dell'ex rifugio del Blumone

Ruderi dell’ex rifugio del Blumone

Alzandoci gradualmente sopra il Lago della Vacca ci accostiamo alle pareti occidentali del Cornone di Blumone per seguirle parallelamente procedendo in direzione nord all’interno di un’immensa ganda. Dopo una decina di minuti iniziano i tornanti che ci fanno guadagnare quota accostandoci maggiormente alle pareti del detto monte. Alla nostra sinistra, nel mezzo del campo di ganda, si alza uno sperone roccioso, quando siamo all’altezza della sua sommità troviamo a sinistra l’inizio di un piccolo sentiero militare (tabella del sentiero Antionioli) che imbocchiamo e seguiamo portandoci sull’opposto versante della conca dove risaliamo con alcune svolte tra erbe, piccoli laghetti e placche rocciose mirando all’evidente crinale che scende a ovest dell’altrettanto evidente Cima Laione, sopra di noi a destra. Dopo l’ennesima svolta, mentre procediamo in direzione est perveniamo ai ruderi dell’ex rifugio già sede del comando di zona durante la Grande Guerra. Dopo l’opportuna visita a detti ruderi risaliamo la scalinata che lo affianca a est e riprendiamo il cammino in direzione ovest fino ad arrivare in vista dei ruderi di altra casermetta. Qui il sentiero segnato scende leggermente, noi, invece, prendiamo la traccia che porta ai ruderi che, ovviamente, andiamo a visitare. Ritorniamo sui nostri passi e, poco prima di ritornare sul sentiero Antonioli da poco abbandonato, prendiamo a sinistra un’evidente traccia di sentiero militare che sale in direzione della Cima Laione. A tratti tale sentiero scompare ma con l’aiuto di alcuni ometti velocemente ci avviciniamo al triangolo della cuspide sommitale, prima tenendoci alquanto discosti dal filo del crinale, poi risalendo ad esso (dove troviamo una breve trincea profondamente scavata nella roccia) e da qui tagliando a destra per raggiungere il crinale sud di Cima Laione per il quale, con alcuni tornanti su ripido terreno erboso, velocemente perveniamo alla vetta (2763m).

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Segni della Grande Guerra sotto Cima Laione

Manufatti della Grande Guerra salendo al Monte Listino

Manufatti della Grande Guerra salendo al Monte Listino

Ridiscendiamo per il sentiero di salita fino a quando questo si dirige seccamente verso ovest, qui lo abbandoniamo e per tracce (ometti) scendiamo seguendo senza via obbligata il largo crestone sud che ci porta verso il Cornone di Blumone. Continuiamo a scendere per il costone fino a incrociare una traccia che scende nella conca alla nostra sinistra (sentiero n° 1 “Alta Via dell’Adamello” con, alla data di redazione della presente relazione, tabella segnaletica e numerosissime segnalazioni in vernice, a prova di nebbia; ), per questa traccia, che nei tratti di ganda svanisce e ci si deve affidare solo ai segni in vernice (senza necessariamente seguirli fedelmente: ogni tanto portano a seguire un percorso non ottimale) perdiamo diversi metri di quota per poi iniziare un lungo traverso che, tenendosi nel pianoro a sinistra dello Scoglio di Laione, più o meno a metà distanza dalle pareti della Cima di Mare che ci sovrastano alla nostra sinistra, ci porta in direzione della cresta est dell’ora ben visibile Monte Listino alla quale perveniamo con breve risalita. Proprio appena prima del filo di cresta incrociamo la mulattiera militare che sale dal Passo del Termine (ben visibile sotto di noi a destra) e prosegue verso Cima Listino (alla nostra sinistra), la seguiamo verso sinistra abbassandoci, sul lato meridionale, sensibilmente rispetto al filo di cresta verso il quale dopo poco risaliamo con alcuni secchi tornanti tra resti della guerra (baracche con, al loro interno, tabelloni descrittivi a cura dal Parco dell’Adamello). Un ultimo diagonale verso ovest ci porta alla vetta dove troviamo i ruderi di una grossa baracca (2749m).

In vetta al Monte Listino

In vetta al Monte Listino

Inizio discesa dal Monte Listino

Inizio discesa dal Monte Listino

Sul lato occidentale della baracca prendiamo il sentiero che, attraversato un piano praticello, scende lungo il crinale settentrionale tenendosi sul suo lato est. Persa sensibilmente quota un piano e comodo sentiero ci riporta verso la cresta con attraversamento di un breve ed esposto tratto sul filo per poi pervenire ad altra meno problematica insellatura dove a destra è collocato un ricovero di sentinella e a sinistra una scalinata scende a una piazzola erbosa esposta su un ripido canalone che scende in Valle del Listino. Proseguiamo per il sentiero principale e perveniamo ad un ponte in legno che permette di superare agevolmente uno stretto ed espostissimo intaglio di cresta. Si procede ancora sul lato occidentale della cresta finché l’evidente traccia del sentiero militare ci porta a scavalcarla (Passo del Listino, 2635m) per scendere un poco sul lato occidentale e pervenire alla località Tresenda dove sotto di noi osserviamo i resti di un villaggio militare mentre a destra, a filo cresta, parte un camminamento incavato nel terreno che scende ad una larga radura erbosa dalla quale si domina l’intera Val di Leno, una lunga trincea chiude il lato a valle della radura. Ritornati sulla cresta andiamo a destra scendendo una ripida scalinata. Ad un bivio ancora a destra fino a una grotta ricovero dove la mulattiera termina e prosegue uno stretto ed esposto sentierino che ignoriamo ritornando invece sui nostri passi. Giunti al bivio sotto la scalinata prendiamo a destra scendendo ai ruderi di un villaggio militare (targhetta su un masso). Continuando a scendere verso sinistra arriviamo ai resti di una baracca, li aggiriamo a sinistra, scendiamo ancora un poco e poi riprendiamo a camminare in direzione nord. Costeggiando i salti rocciosi di cresta la bella traccia ci porta con alcuni sali e scendi ad altro villaggio militare dove, in alto a destra, vediamo la Capanna Mattia alla quale perveniamo per un comodo sentiero.

Villaggio militare in località Tresenda

Villaggio militare in località Tresenda

Capanna Mattia

Capanna Mattia

Dalla Capanna possiamo ritornare sul sentiero principale sia in modo diretto (sconsigliabile per tratto esposto con cordina metallica lenta e alla vista poco affidabile) sia ripercorrendo a ritroso il sentiero seguito in salita. Proseguendo verso nord in breve siamo al Passo della Monoccola (2594m) dove un profondo intaglio (probabilmente artificiale) nel filo di cresta permette di portarsi agevolmente sul lato orientale della cresta dove troviamo una nuova trincea che scende verso sinistra chiusa poco dopo da uno sbarramento. La seguiamo verso sinistra tenendoci sopra il suo muro a valle per poi scendere nella trincea appena passata la sua interruzione interna. Seguendo la parte terminale della trincea puntiamo ad una grotta ricovero e poco prima della stessa voltiamo a destra per scendere direttamente nel mezzo del ripido e scivoloso pendio erboso. Quando il pendio perde un poco di inclinazione conviene tagliare diagonalmente a destra per raggiungere e attraversare una stretta ganda per raggiungere un altro pendio erboso dove troviamo delle tracce di passaggio un poco più evidenti. Seguendo tali tracce con alcune svolte scendiamo ancora un poco per erba portandoci al limite superiore di una più estesa ganda (che è poi la continuazione di quella attraversata poco prima) nella quale individuiamo un esile sentiero che con un paio di tornanti si abbassa in direzione di più comode placche rocciose alternate a erbe. Senza via obbligata, scegliendoci il percorso che riteniamo più opportuno, ci abbassiamo nella conca fino ad incrociare la traccia del sentiero n° 1 (2330m ca; eventualmente si può tenere una direzione in diagonale verso destra in modo da spostarsi già nella direzione di ritorno, risparmiandosi un poco di strada). Seguendo a destra tale sentiero lungamente procediamo alternando tratti piani ad altri di ripida salita, erba e ganda, pervenendo alla cresta orientale del Monte Listino dove ci reimmettiamo nel percorso già fatto che seguiamo fino al costone meridionale di Cima Laione, dove procediamo ancora lungo il numero 1 per scendere al Passo di Blumone (quando le segnalazioni in vernice scendono un poco a sinistra sul lato della Val del Caffaro portando a seguire un tortuoso e talvolta poco camminabile percorso tra erbe e massi, stando a destra è possibile procedere per placche rocciose con un percorso meno tortuoso e più camminabile, godendosi, tra l’altro, anche un bel panorama).

Il ponte sospeso e il Passo del Listino dal sentiero numero 1

Il ponte sospeso e il Passo del Listino dal sentiero numero 1

Dal passo (2633m) prendiamo la ganda sotto la cresta nord del Cornone del Blumone e, tagliando a mezza costa in lieve salita, ci dirigiamo verso sud fino a ritrovare la più evidente e comoda traccia della vecchia mulattiera di guerra. Seguendola fedelmente ci riportiamo sul percorso di salita che seguiamo fino ad oltrepassare il ponte sotto la diga del Lago della Vacca. Qui invece di spostarci a destra sopra il lago, risaliamo dritti lungo le placche rocciose (sentierini e tracce di passaggio) finché, giunti al sommo del dosso da dove possiamo ben vedere il Passo delle Vacca e il relativo famoso masso che lo identifica, con discesa obliqua verso destra andiamo a recuperare la mulattiera principale e il percorso di salita per il quale rientriamo all’auto.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Malga Cadino della Banca 0:00
Rifugio Tita Secchi al lago della Vacca 2:00
Ruderi vecchio rifugio 1:00
Cima Laione 0:40
Sentiero numero 1 0:30
Cresta est del Listino 1:30
Monte Listino 1:00
Passo Listino 0:20
Passo della Monoccola 1:10
Sentiero numero 1 0:20
Passo del Blumone 2:30
Rifugio Tita Secchi al lago della Vacca 1:00
Malga Cadino della Banca 1:30
TEMPO TOTALE 13:30
Nel blu elettrico della notte la luna tramonta dietro il Monte Frerone, in primo piano il Lago della Vacca

Nel blu elettrico della notte la luna tramonta dietro il Monte Frerone, in primo piano il Lago della Vacca

#TappaUnica3V perchè mi sono fermato


Parto dal fondo in questa mia disanima della parte terminale, che terminale non è, di questo mio lungo e bellissimo viaggio, parto dal fondo perché ho deciso di seguire la logica dell’ispirazione piuttosto che quella della cronologia storica, perché in questi giorni mi è stato più volte chiesto il motivo per il quale ho deciso di fermarmi prima, perché così mi viene da fare.

Arrivo a Zoadello

Arrivo a Zoadello, interruzione del cammino

Mi è costato molto interrompere il cammino prima del suo termine naturale, ci ho pensato a lungo, tanto a lungo quanto lungo è stato il periodo durante il quale ho camminato con le ginocchia costantemente doloranti. I primi sintomi si sono fatti sentire già nella discesa verso malga Rosello di Sopra, poi si sono ripresentati scendendo dalla Colma di Marucolo al Colle di San Zeno, ma erano lievi e brevi fitte occasionali e, arrivato al rifugio Piardi, una bella impomatata di arnica gel li aveva fatti svanire completamente per tutta la traversata del Guglielmo e la successiva traslazione alla Forcella di Sale. Qui devo imboccare la stradina cementata della variante bassa, trattasi di una lunga discesa quasi costantemente su cemento e in fortissima pendenza, già dai primi metri si ripresentano i dolori alle ginocchia, secchi e violenti, ben più forti di prima mi costringono a camminare con attenzione inducendo un sensibile rallentamento del passo. Arrivato al punto di minima quota riprendo a salire verso la trattoria Pastina e i dolori scompaiono nuovamente, per ricomparire sui tratti più ripidi (alcuni veramente ripidi, al limite del ribaltamento) della salita che da Pastina porta alla Croce di Pezzolo, si ora si fanno sentire anche in salita e, per quanto siano occasionali, la cosa si fa pertanto preoccupante. Ancora, però, non ci penso nemmeno a un’interruzione anzitempo della marcia.

Supero la vetta del Rodondone e inizio a calare verso Santa Maria del Giogo, qui il terreno per quanto semplice rende il cammino molto complesso, la costante presenza di sassi e spuntoni richiede un costante controllo sull’appoggio dei piedi, non puoi mai rilassarti, non puoi lasciar mulinare le gambe in autonomia, devi tenerle a freno, valutare bene ogni singolo appoggio. Questo lavorio mentale rende stressante il tratto e lo stress mentale si somma a quello fisico determinando, specie nel camminatore solitario, una maggiore attenzione ai più piccoli dolori: i tanti appoggi precari mi costano uguali fitte di dolore, ogni pur breve discesa mi diventa un calvario. Iniziano anche gli inciampi, quei tanto temuti inciampi che fino ad ora ero riuscito ad evitare, e ad ogni inciampo i dolori si fanno più intensi e prolungati, per evitarli rallento il passo e recupero la concentrazione, ma non basta, quando, superata la salita che porta verso la Punta dell’Orto, riprendo la discesa ecco ancora i dolori, sempre più presenti, sempre più forti, sempre più demotivanti.

Non voglio, non voglio fermarmi, poi guardo l’ora e faccio un piccolo calcolo mentale: per poter continuare dovrei sostare a Zoadello almeno un’ora nella speranza di poter dare sufficiente rinfranco alle ginocchia, a quel punto vorrebbe dire arrivare a Brescia non prima di mezzanotte, più probabilmente, verso l’una, cinque o sei ore di ritardo sul previsto, che farebbero le persone che a Brescia alle diciannove saranno ad aspettarmi? Qualcuno forse, avvisato del mio ritardo, potrebbe rimandare la sua presenza, altri deciderebbero di non venire facendo mancare quel momento di festa che solo potrebbe dare il giusto risalto, il meritato momento di gloria al mio staff, le persone che con tanto sacrificio si sono ottimamente adoperate per assistermi ai punti di rifornimento e anche in altro paio di passaggi. No, non mi va, io tutto sommato sono più che soddisfatto della mia prestazione, è giusto dare anche a loro possibilità di godere di un momento di festa, momento di festa che la notte profonda renderebbe impossibile. Deciso: mi fermo a Zoadello, però… però mi faccio portare in auto ai Campiani e l’ultima discesa la faccio comunque sulle mie gambe, l’arrivo a Brescia deve assolutamente essere fatto camminando.

Deciso, organizzato e fatto, con me mio cognato Ivano, lui mi cura perfettamente le ginocchia doloranti, lui mi porta in auto fino ai Campiani, lui mi affianca in questo ultimo tratto di cammino. Arriviamo alla base del Monte Picastello lungo il sentiero incontriamo mia moglie che stava venendomi incontro, poco dopo ecco anche l’amico Pier, seguono altri amici, infine alcuni parenti. Siamo alla targa dell’originale punto di arrivo, le foto di rito e poi ci portiamo nella piazzetta dove logica vuole la fine vera. Baci e abbracci, congratulazioni, chiacchiere, ringraziamenti allo staff, commenti dello staff, bottiglia di spumante, brindisi, bellissimo momento che dona al mio staff il suo meritatissimo momento di “gloria”, momento che la mia decisione ha permesso loro di vivere e la loro gioia è stata per me dono migliore del chiudere anche gli ultimi venti chilometri che, tutto sommato, venti su centosessanta è pur sempre una piccolissima mancanza (ma… rimedieremo, mi è troppo piaciuto, voglio rifarlo e.. chiuderlo eheheh).

Leggi la storia completa di TappaUnica3V e seguine la prosecuzione!

#TappaUnica3V seguimi in tempo reale


Grazie alla preziosissima collaborazione degli amici di Gialdini Sport, noto negozio di articoli sportivi in Brescia, mi è stato possibile attivare un sistema di tracciatura automatica del mio cammino (SPOT GEN3) e allestire una pagina sulla quale potrete seguirmi in tempo quasi reale (aggiornamento ogni cinque minuti), eccola…

TappaUnica3V by SPOT

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#TappaUnica3V Invito


Siamo agli sgoccioli ed è iniziata la fase dei preparativi alla partenza, come prima cosa l’invio dell’invito alla mia partenza e, soprattutto visti gli orari, al mio arrivo, invito che, ovviamente, estendo a tutti i lettori del blog.

Sentiero 3V il documentario del giro inaugurale


Ieri vi ho raccontato, col mio stesso vissuto, come è nato questo straordinario percorso (se non l’hai ancora letto, leggilo: Il sentiero 3V “Silvano Cinelli”), oggi condivido questo straordinario emozionante documento storico: il filmato prodotto subito dopo il giro inaugurale, realizzato con le riprese fatte durante lo stesso.


Vedi (e segui) la pagina del sentiero per altre informazioni.

#TappaUnica3V, la rivincita!


Dopo il fallimento della scorsa settimana avevo scritto che mi sarei presto preso la rivincita e l’ho fatto più che presto, subito. Il tappone che ho nominato “anello bassissimo del 3V” (Brescia, Maddalena, San Vito, Nave, Conche, Cocca, Dosso Vallero, Poffe, Monte Predosa, Scanfoia, Monte Palosso, Villa Carcina, Casa Pernice, Monte Magnoli, Quarone, Stella di Gussago, Monte Peso, Monte Picastello, Urago Mella; almeno cinquanta chilometri di lunghezza, almeno tremila metri di dislivello, più di sedici ore di cammino) è realizzato, non benissimo come speravo ma comunque bene, specie considerando che non ho avuto modo di fare allenamenti durante la settimana, che alcuni segnali indicavano un mio incompleto recupero dalla precedente fatica e che erano comparsi, proprio nelle ultime quarant’otto ore, dei fastidiosi bruciori di stomaco, ancora presenti al momento della partenza.

Certo la preparazione è stata comunque tanta e, visto il risultato, efficiente: alla luce dell’ultima importantissima esperienza ho rianalizzato gli aspetti che si sono evidenziati ancora imprecisi o inadeguati.

Piano di marcia

L’analisi altimetrica e le prove pratiche m’hanno dimostrato che il primo terzo dell’anello, corrispondente alla prima tappa del 3V, sia alquanto impegnativo e vada assolutamente affrontato con calma e intelligenza. Ho così rivisto il piano di marcia della scorsa settimana impostando, per la prima parte del percorso, tempi di cammino più comodi, sostanzialmente identici alle tabelle normali.

Preparazione energetico-alimentare

Un corretto regime alimentare è importante ma, a questi livelli d’impegno, da solo risulta insufficiente e occorre abbinargli, nei quindici giorni che precedono l’impegno, una fase preparatoria specifica con l’utilizzo di opportuni integratori.  Visto il costo di tali prodotti per ora mi sono limitato a sperimentare solo la gelatina da assumere nell’ora che precede la partenza: Enervit Pre Sport Arancia.

Integratore di minerali

Dopo aver positivamente sperimentato l’Enervit G Sport, su consiglio di due familiari sabato scorso l’avevo sostituito con l’Isostat Hydrate & Perform che s’era subito dimostrato sgradito al mio palato e, cosa assi importante, al mio stomaco. Casualmente sono incappato in alcuni articoli che consigliavano prodotti ipotonici al posto di quelli isotonici quindi, invece dell’Enervit (che avevo finito) ho comprato e testato l’HydraFit della NamedSport.

Al prodotto solubile è da tempo confermato l’abbinamento delle compresse Enervit GT Sport, pratiche, gradevoli, poco ingombranti.

Alimentazione

La questione dell’alimentazione durante il giro finale è aspetto assai delicato e importante, ci sto ragionando sopra fin dal primo momento in cui ho pensato a TappaUnica3V: vista la lunghezza dell’impegno dovrò necessariamente alimentarmi e l’alimentazione non potrà essere costituita solo da barrette energetiche ma dovrà prevedere anche qualcosa che possa alla bisogna spezzare la fame, d’altro canto non potrò appesantire troppo lo zaino e dovrò avere cibi facilmente digeribili. Sebbene i prodotti di questa tipologia li stia testando fin dalle prime uscite, visto che di certo non potrò arrivare a fare degli esperimenti proprio durante il giro finale, ho voluto studiarli più attentamente e sono andato a leggermi diversi articoli che trattano proprio di questo specifico argomento e dei relativi prodotti. Queste informazioni, insieme ad alcune bellissime infografiche presenti sul sito della Enervit, mi hanno aiutato se non ancora a fare delle precise scelte, quantomeno ad elaborare un loro piano d’utilizzo. Andando a fare rifornimento in una farmacia dove avevano messo in promozione questa tipologia di prodotti, ho trovato una marca che non conoscevo (Syform), alcune di queste barrette (Sybar Energy pasta di Mandorle Sesamo e Pistacchio e Energy Fruit Fragola) mi hanno ispirato fiducia: acquistate e provate insieme a quelle dell’Enervit (Power Sport Competiton Arancia e Power Crunchy Cookie)

Recupero

In tantissimi anni di montagna non ho mai sentito l’esigenza di curare in modo specifico il dopo uscita, nemmeno in occasione di uscite impegnative e di lunga durata. Qui però l’impegno si sta facendo decisamente superiore e, soprattutto, ripetitivo con ripetizioni a breve distanza (a giugno dovrò camminare ogni giorno), indispensabile dare al corpo tutto il supporto necessario per un recupero ottimale e rapido, quindi studiata per bene anche questa tipologia di prodotti e fatte le prime scelte da sperimentare: Enervit R2 Sport (il beverone con aminoacidi ramificati) e Enervit Power Sport Protein Bar gusto Ciok.

Calze

Lo sapevo che quelle in uso non erano le più adatte (facevano sudare troppo il piede ed essendo pelose raccoglievano strada facendo erba e terra che inevitabilmente finiva dentro la calza provocando irritazioni), ma andavo avanti ad usarle perché quelle sicuramente migliori che già avevo nel cassetto (e che usavo con le scarpe da corsa normali) alla prova pratica erano risultate troppo basse (tipo invisibile) per le scarpe da trail su percorsi molto lunghi (i malleoli scoperti venivano pizzicati e irritati dal pur morbido collarino della scarpa). Dopo la vescicona dell’ultima uscita, mi sono deciso a procurarmi due paia di calze dello stesso modello di queste ultime ma leggermente più alte: le asimmetriche Kalenji Kiprun Intensiv Light.

Per le premesse è tutto passiamo alla relazione.

Sabato 21 maggio ore 20.30, m’incammino da dove ho parcheggiato la macchina (abbastanza vicino al punto d’arrivo) e, attraversata la città, in circa quaranta minuti sono ala partenza del 3V. Una breve sosta per rilassare un attimo le gambe e partire all’orario impostato, un saluto alla città ormai immersa nel buio della notte e poi via.

Via San Gaetanino è ben illuminata posso procedere tranquillamente godendomi le luci e i suoni della città che man mano si fanno sempre più lontani e smorti. Fa caldo e presto i pantaloncini prendono il posto dei pantaloni e la pur leggera giacca finisce nello zaino facendomi restare con la sola maglia (senza maniche). Come da programma salgo con passo tranquillo idratandomi con dovizia, acqua semplice per ora (voglio sperimentare quello che fin dall’inizio avevo pensato come soluzione ottimale: alternare l’acqua pura, Acqua Maniva pH8, alla soluzione mineralizzata in una proporzione da definire, in questo giro sperimento quella di tre a uno). Arrivando ai medaglioni mi si para davanti uno scenario favoloso: la luna piena si staglia nel mezzo della stradina che ripidissima sale tra le case, obbligatorio godersi la scena e fare qualche scatto fotografico.

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Mantenendomi concentrato sul passo al fine di non allungarlo istintivamente, supero anche il molto meno ripido tratto di strada asfaltata e arrivo all’inizio del sentiero. Presto dovrò entrare nel bosco e la luce della luna verrà a mancare per cui prelevo dallo zaino la frontale, nel contempo ne approfitto per riporvi la maglia e i pantaloncini. Nudo riprendo il cammino, salgo con passo costante e cadenzato, superando agilmente la prima fascia al pulito, inizia il diagonale nel bosco, accendo la frontale e procedo. Ad un certo punto vedo una luce giallastra poco avanti a me, è a livello terreno, dietro ad essa due visi: sono un ragazzo e una ragazza che, incautamente vista la posizione immersa nel bosco, acceso un piccolo fuoco (non ha badato se fosse libero o meno) si stanno cuocendo qualcosa dinnanzi ad una tendina piantata proprio nel bel mezzo del sentiero, per passare oltre devo camminare nell’erba e… nelle spine, fortunatamente basse e rade.

Senz’altri incontri arrivo alla stazione a monte dell’ex funivia della Maddalena, fra poco dovrò passare accosto a due ristoranti per cui, malvolentieri tanto è spettacolare camminare nudi nella notte e nel monte, rimetto i pantaloncini che, proditoriamente, ritornano nello zaino una decina di minuti dopo. Sono al vertice della prima rilevante salita, da qui si procede a lungo con deboli sali e scendi alternati da tratti in piano, il giusto connubio per preparare il fisico e le gambe alla successiva importante discesa. Qui il sentiero lascia il posto a una strada bianca e, anche se in buona parte sono pur sempre nel bosco, posso spegnere la frontale godendomi il fascino estremo del camminare alla sola luce lunare. Inizia la discesa, il fitto bosco e il fango che ricopre il sentiero consigliano la riaccensione della frontale. Oltrepassata la Posa Sarisì all’improvviso nel fitto del bosco alla mia sinistra qualcosa di grosso si mette in movimento, per alcuni secondi è un gran fracasso di cespugli che vengono spostati o spezzati: cinghiale? Procedo oltre, senza problemi supero un tratto di complicata discesa e presto sono al Colle di San Vito, piccola pausa e poi giù per la Val Salena. È, questo, un tratto scuro anche in pieno giorno, la frontale (Led Lenser H7R.2), però, fa il suo lavoro alla grande: per garantirmi la copertura sull’intera notte la tengo al minimo di luminosità eppure il sentiero è illuminato perfettamente per una distanza e una larghezza di diversi metri.

Nave, eccomi a Nave, per attraversare l’abitato rimetto pantaloncini e maglietta, ritornano velocemente nello zaino non appena ne esco dalla parte opposta. Di nuovo sterrato, di nuovo procedo alla luce naturale della luna. Controllando attentamente l’andatura supero uno ad uno i vari ripidissimi strappi di salita, nella notte ormai fonda s’odono solo i canti di uccelli e l’abbaio di cani. Alla chiesetta di Sant’Antonio m’accoglie una luce accesa, è quella della cucina, non si vede nessuno però, solo un nutrito gruppo di scarponi fuori dall’uscio della camerata. Oltrepasso anche la Ca’ de la Ruer e inizio la faticosa salita del Monte Porno, qui sabato scorso sono iniziati i primi seri problemi muscolari, oggi, invece, va tutto al meglio: fatta eccezione per i lievi dolori di tensione ai muscoli posteriori della gamba, che già avevo prima di partire e che vanno man mano attenuandosi, tutto il resto gira al meglio. Man mano che mi alzo svaniscono le luci della valle e a un certo punto percepisco anche il silenzio totale. Che sensazione, un fascino indescrivibile, un’immersione totalizzante nella montagna di cui, grazie alla nudità, mi sento parte integrante: corpi identicamente (s)coperti, cuori che pulsano all’unisono, respiri che si fondono nell’unico grande respiro della Terra. Mi fermo e spengo la frontale per gustarmi a fondo questo momento, la luna, qui nascosta, illumina di fievole bluastro la superficie dei boschi e i crinali dei monti che mi circondano, meraviglioso e portentoso momento. Nella valle il verso di un allocco mi scuote dalla meditazione, riprendo il cammino.

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Sono le tre del mattino, mi trovo al bivio appena sotto il Santuario di Conche, l’aria inizia a farsi pungente e m’infilo la maglietta, poi di nuovo in discesa, la relativamente breve discesa verso la Cascina Cocca, alla quale segue la lunga e ripida salita che porta al Dosso Vallero. Poco prima di questa cima di nuovo il rumore di qualcosa che corre nella boscaglia, stavolta è vicinissimo e sembra venire verso di me, istintivamente mi scosto di qualche metro per poi immobilizzarmi dietro un alberello, il rumore si allontana e svanisce. Riprendo il cammino e in breve sono alla croce della vetta, da qui la vista si estende sulla bassa Val Trompia costellata di luci di ogni colore, seppure più tecnologica anche questa è una scena coinvolgente ed entusiasmante, la gusto per alcuni minuti scattando anche alcune fotografie. Riprendo il cammino godendomi questo lungo tratto di percorso che sabato scorso ho fatto mentalmente indisposto per il dolore e la fatica, la salita che m’era apparsa come interminabile e terribile ora m’appare relativamente breve e abbordabile, tant’è che, giunto alla Maison des Soins, decido di raggiungere la vetta del Monte Palosso (invero pochissimi metri di salita) per dare un’occhiata alle tre piazzole che facevano da basamento per i cannoni qui piazzate nella Grande Guerra. Inizia ad albeggiare e la temperatura si abbassa sensibilmente, complice la discreta pausa devo rimettermi non solo i pantaloni lunghi e la giacca leggera, ma anche la giacca più pesante.

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Inizio la discesa verso Villa Carcina, velocemente il giorno ha preso il posto della notte e la frontale è tornata a riposare nello zaino. Dopo una ventina di minuti mi sono adeguatamente riscaldato e posso togliere la giacca pesante. I picchi sono all’opera e mi accompagnano per lungo tratto, poi, avvicinandomi alle prime cascine, si rifanno presenti i rumori della valle: una moto che sale lungo le stradine, una motosega, il traffico della Val Trompia, le campane delle chiese, immersione nella cosiddetta civiltà. Arrivo al fondo valle, attraverso l’abitato di Villa Carcina e mi porto all’inizio del sentiero che sale a Villa Pernice dove riprenderò il tracciato del 3V. Salgo il primo pezzo, il sole ormai è uscito da dietro il crinale e i suoi effetti si fanno percepire, mi rispoglio completamente rimettendo, però, i pantaloncini che, purtroppo, da qui in avanti dovrò tenere indossati: altro indegno effetto della cosiddetta civiltà! Questo tratto non lo conosco e, stimolato dalle gambe ancora ottimamente rispondenti e dalla totale assenza di fatica, provo ad accelerare sensibilmente il passo. La salita è ripidissima e continua, eppure le mie gambe girano alla grande, stupen… no, altro che stupendo, scemo sono, ho esagerato e mi devo improvvisamente fermare con i quadricipiti doloranti. Forse è anche (o solo) colpa dell’aver assunto una barretta energetica proprio mentre affrontavo i primi metri di questa salita, ma tant’è ora devo rallentare e fare i conti con i dolori che mi obbligano a diverse frequenti fermate. Nel frattempo mi ha raggiunto una persona del posto, solitamente le escursioni le fa a cavallo, ma oggi ha deciso di salire a piedi per allenarsi un poco. Camminiamo fianco a fianco fino a Casa Pernice, mi racconta tante cose interessanti, tra queste anche la conferma che il rumore sentito sotto la vetta del Dosso Vallero era sicuramente un cinghiale in fuga, così, penso, cinghiale era anche quello che aveva provocato similari rumori mentre scendevo verso San Vito.

Casa Pernice è raggiunta ci troviamo sul filo del lungo crinale che chiude in destra orografica la bassa Val Trompia, ancora due parole e poi il mio occasionale compagno riprende la strada di ritorno verso Villa mentre io m’incammino sulla parte finale del sentiero 3V. In breve sono all’Uccellanda Magnoli, qui tempo addietro era stato chiuso il passaggio, ora solo un palo di traverso a mezzo metro da terra funge da ostacolo, potrei scavalcarlo facilmente ma, per sicurezza, decido di seguire la variante che mi è stata indicata da una persona del posto incontrata pochi minuti prima: una stradina sterrata che divalla a destra appena prima dell’uccellanda per andare a prendere una strada cementata che taglia a mezza costa questa parte della montagna. In breve sono di nuovo sul 3V e posso verificare l’ostruzione insuperabile del cancellino che adduce dal basso al roccolo dell’Uccellanda Magnoli: bene ho fatto a prendere la deviazione. Con attenzione affronto la ripida salita che porta alla vetta del Monte Magnoli riuscendo così ad evitare di aggravare l’intossicazione ai quadricipiti: ho ancora parecchi chilometri e tre salite che seppur brevi sono comunque ripide. Senza interruzione lascio alle mie spalle la Sella dell’Oca, la cascina Quarone di Sopra, quella di Quarone di Sotto, la lunga sterrata che scende verso Gussago (qui nel fitto di una cespugliosa boscaglia vicinissimo percepisco un grugnito: altro cinghiale?), l’interminabile e tediosa strada asfaltata dei Camandoli e sono alla sella della Forcella di Gussago. Prima di affrontare la salita per il Santuario della Stella mi concedo una bella pausa di riposo reintegrando abbondantemente i sali minerali e l’idratazione.

Anche la Stella è superata, poi tocca al Monte Peso e, ultima ciliegina, il Picastello, sulla cui salita le gambe girano ancora talmente bene che è il fiato a impormi un rallentamento. Ultima discesa e sono a Urago Mella, da qui ancora dieci minuti di piano cammino (i peggiori di tutto il giro: caldo soffocante, sole e traffico cittadino) e sono alla macchina. Cambio le scarpe, indosso la maglietta, preparo e bevo il preparato a base di aminoacidi, verifico se mia mamma è in casa (appositamente ho parcheggiato proprio sotto casa sua) e poi, vista la sua assenza, via verso casa per una bella doccia seguita da un massaggio gelato alle gambe, pastaciuttona e riposo. Ehm, riposo, dopo un paio d’ore scattano i crampi, sebbene limitati a piccole zone delle gambe, li uni richiamano gli altri e per un’oretta devo stare ben attento a come mi muovo. Mancano ancora tre ore all’ora di cena, vado a letto mi faccio una sonora dormita, le due ore di sonno più belle di tutta la mia vita eheheh

Considerazioni finali

L’allenamento è certamente buono e se si trattasse di fare il giro completo nei normali tempi di tabella potrei dire d’essere pronto, visto però che dovrò abbassare il tempo del diciassette per cento e appurato che a fronte di tratti tabellati con manica larga ce ne sono altri dove la manica è stata alquanto stretta, devo potenziarmi ancora un poco per acquisire sia velocità che resistenza: a giugno dovrò assolutamente camminare tutti i giorni, almeno dieci chilometri al giorno, alternandoli con tappe di venti/trenta chilometri e i tapponi oltre i cinquanta chilometri; dovrò anche lavorare con delle ripetute in salita, ce n’è giusto una vicinissimo a casa mia che ben si presta allo scopo.

Per il piano di marcia si conferma la necessità di tenere più larghi quelli iniziali e restringere più in alto, sfruttando soprattutto i piani e le discese più semplici per rientrare nelle quaranta ore totali.

Per l’aspetto della preparazione energetico alimentare pre impegno è difficile stabilire se l’apposita gelatina sia stata effettivamente utile (bisognerebbe poter tornare indietro nel tempo e ripetere il giro senza l’assunzione di tale integrazione), ma quello che conta è che posso con certezza affermare che male non ha fatto. Vista la lunghezza dello sforzo in cui sarò impegnato ci si potrebbe chiedere se tale integrazione possa essere effettivamente necessaria, come detto, però, la prima parte del percorso è quella più impegnativa e, quindi, quella più importante ai fini del successo complessivo, poterla superare con il minimo danno fisico diviene fondamentale per cui… gelatine pre sforzo confermate! Al limite potrei sperimentare quelle di altre marche.

Anche gli altri integratori provati vanno tutti molto bene e li confermo per il giro finale, devo solo verificare il loro dosaggio e la loro distribuzione durante lo sforzo.

Molto positivo è stato il test del solubile mineralizzante HydroFit della NamedSport ed è confermato il suo utilizzo, come pure estremamente efficiente e quindi confermato è il suo utilizzo in alternanza all’acqua pura (come detto Acqua Maniva pH8) nel rapporto uno a tre (un litro di soluzione mineralizzata e tre di acqua pura).

Calze, ottime le nuove, non raccolgono foglie e terra e anche dopo quasi sedici ore di cammino mi hanno lasciato i piedi perfettamente asciutti. Devo comunque verificare il dolore al malleolo sinistro che sul finire si è fatto ugualmente notare, eppure non ci sono irritazioni e premendo non avverto dolori, è proprio come se il bordo della scarpa riesca a pizzicare la pelle quando il piede deve lavorare inclinato.

Altro dolore da verificare è quello che talvolta appare (o si evidenzia) in sede sotto scapolare destra, si manifesta dopo alcune ore di camino per poi svanire nel giro di alcuni giorni. È apparso da quando ho iniziato a fare la ginnastica di supporto consigliatami da mia nipote, non è forte ma comunque fastidioso e, cosa assai importante, toglie concentrazione. Proprio oggi dopo pranzo ne ho forse individuato la causa: quando guardo la televisione seduto sulla sedia della sala lo schienale in legno preme proprio in quella zona ed essendo fortemente dimagrito (dieci chili da dicembre, quando ho iniziato gli allenamenti) probabilmente riesce a infiammarla.

 

#TappaUnica3V: è primavera :)


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Slalomando tra gli alti bianchi macigni esco dal piazzale e m’incammino tra le mille sottili increspature del nero asfalto, attorno a me dall’alto m’osservano le gialle corolle delle simpatiche primule che, discretamente, s’informano sulle mie intenzioni. Piegando leggermente il capo mi mostrano visi sorridenti, mentre con vocina sottile e stridula formulano graditi consigli: “modula il passo, la strada che vuoi fare è lunga assai” mi dice la prima più accosta a me, gli fa eco la compagna appresso “mantieniti idratato e stai attento al fiato”, in coro le altre aggiungono “è una bella giornata, fa freddo ma il sole presto riscalderà l’aria, divertiti”.

Ringrazio le primule e, senza sosta, imbocco la ripida salita, verdi fili d’erba si piegano a proteggermi dal vento, secche bruciate foglie si discostano per rendermi più leggero l’incedere. Lassù in alto, quasi a toccare il cielo, maestosi alberi fanno fremere le loro fronde per salutarmi e incitarmi. Il pendio si fa ancor più ripido, pervengo ad un giardino dorato dove ben più numerose primule abbandonano il loro lavoro per osservarmi, incuneandomi sotto l’ombrello delle loro foglie ne percepisco l’abbraccio formale. Macchie bianche appaiono poco innanzi, violette esultanti stanno festeggiando il loro risveglio dopo il lungo letargo invernale, per un breve attimo mi unisco a loro e insieme brindiamo alzando i calici ricolmi di rugiada.

IMG_8839Mi piacerebbe potermi fermare più a lungo, sdraiarmi sotto gli steli di questi magnifici fiori, farmi cullare dall’ondeggiare delle amache erbose, chiacchierare con le operose formiche e giocare con l’ape dorata che inizia a ronzare alla ricerca del nettare prelibato. Sono tentato ma una lucertola sbarazzina mi distoglie dal sogno ricordandomi del mio obiettivo odierno e allora avanti, in marcia, riprendiamo il faticoso cammino.

Bianco rugoso cemento solcato da mille canaloni, difficile scegliere quale imboccare, difficile sapere quale è il meno tortuoso, quale mi possa portare dall’altra parte in modo più diretto e meno faticoso. “Ehi amico!”, vocina sottile si alza alle mie spalle, “seguimi, vieni con me, ti guido io dall’altra parte”. Formichina gentile, parliamo del più e del meno, il suo nome è Lizzi e abita poco distante, ai piedi di Trulli, un maestoso faggio che per tutti in zona è l’anziano maestro, rispettato e onorato. Chiacchierando nemmeno m’accorgo della strada che scorre, nemmeno percepisco che da tempo sto camminando su un morbido seppur rigido fondo marrone, la terra ha preso il posto del cemento. Lizzi deve tornare sui suoi passi, le compagne attendono le granaglie che lei ha promesso di raccogliere, ci salutiamo e ognuno va per la sua strada.

Violacee pervinche applaudono al mio passaggio, verdi praterie si alternano a intricate selve di foglie secche, qualche bucaneve mi solletica la testa presto imitato dai più aggressivi denti di cane. Bianche rocce sconvolgono un cupo bosco, accecanti riflessi m’illuminano la strada. Inizia la prima discesa, piccoli cristalli di ghiaccio la rendono insidiosa, necessita un attimo di prudenza, ma presto il suolo ritorna tenero e gradevole, riallungo il passo e lesto raggiungo la seconda salita, mille piccole voci si alzano dal bosco, freschi sorrisi e parole d’incitazione: una folla di bucaneve si è raccolta attorno al mio percorso, li ringrazio, stringo loro la mano, alcuni mi abbracciano e ricambio con affetto: “purtroppo non posso fermarmi, vi prometto di tornare a trovarvi in altra occasione e ci faremo un pranzetto coi fiocchi”.

IMG_8848Su, ancora su, irsuti pungitopo mi guardano con sguardo truce: “suvvia miei cari, unitevi al coro festoso, allargate le vostre labbra e sorridete al sole che fa capolino da dietro il monte”, “si, si, hai ragione” mi risponde quello che sembra il capo della compagine “forza ragazzi, allegria!”. Nel sole continua la mia marcia, un sole splendente che rende radioso l’incedere, lo sguardo volge lontano, mille monti nudi si mostrano al mondo intero, semplici e sinceri, antichissimi custodi del sapere infinito. Giù, su, ancora giù e di nuovo su, altalena di salite e discese, terreno vario, a tratti reso rude dalla rigida vegetazione delle zone secche, in altri addolcito dai coloratissimi fiori compagni di quelli già incontrati. Chilometri si sommano ai chilometri, metri ai metri, ore alle ore, sempre più vicina appare la meta, le gambe ormai dure, crampi che spezzano il ritmo: “dai, dai, non cedere, siamo con te”, milioni di fievoli voci, primule, violette, pervinche, denti di leone, denti di cane, pratoline, tutti m’attorniano e mi danno forza e coraggio, il passo torna ad allungarsi, svaniscono i dolori, la fatica è solo un ricordo e… eccolo, ecco il piazzale della partenza, sono arrivato. Grazie amici, grazie fiori, piante, monti, grazie animaletti del bosco, il vostro sostegno è stato essenziale, grazie.

Per la cronaca…

L’itinerario: Cariadeghe (parcheggio degli Alpini), Boca del Zuf, Ucia, Sella di Casina Ecia, Dragoncello, San Vito, Monte Salena, Costa di Monte Denno, Maddalena, Crinale del Monte Poffa, Forte di Sant’Eufemia, Caionvico, Sella della Poffa, Pareti di Santa Lucia, San Vito, Castello di Serle, Val Piana, Cariadeghe.

In totale circa quaranta chilometri per duemila metri di dislivello e otto ore di cammino.

Tanti, tanti fiori, tantissimi, quasi ovunque, una natura esaltante ed esplosiva che mi ha reso piccolo, molto piccolo. La primavera mi ha accompagnato per gran parte del tragitto e… sebbene non nudo come i monti, non nudo come i fiori, non nudo come tutti gli altri animali, non nudo come semplicità chiede, non nudo come il corpo vorrebbe, finalmente ho dato parziale respiro al corpo, a presto quello totale!

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#TappaUnica3V, un momento di recupero


Marzo volge al termine, mancano ormai solo quattro mesi all’appuntamento con TappaUnica3V e sto programmando i primi tapponi: percorsi oltre i quaranta chilometri e le dieci ore di cammino. Nel frattempo…

Domenica 13 marzo

IMG_8753L’avevo intuito diversi anni addietro e ne avevo compiuto una breve perlustrazione, poi non avevo più avuto occasione di tornarci. Naturale riprenderlo per questi allenamenti, integrandovi, rispetto all’idea originale, un tratto di ritorno che evitasse di ripercorrere la stessa strada. Studiato, programmato e… fatto!

Partenza dal Colle di Sant’Eusebio, salita al Monte Gnone, traversata per cresta al Monte Sete, discesa intrigante in Val Bertone, risalita al Monte Doppo, spostamento all’Erempo di San Giorgio, discesa a Caino per il sentiero 383, risalita a prendere il Senter Bandit (si ancora lui, ma nel tratto migliore per fortuna), per questo ritorno verso il Colle di Sant’Eusebio a cui si perviene per il bel sentiero che scende dalla Boca del Zuf. In totale almeno venticinque chilometri e 1931 metri di dislivello che ho percorso in sei ore e cinquanta compresi venti minuti di sosta all’Eremo.

È stata un’uscita soddisfacente sotto tutti i punti di vista, meteo discreto, temperatura gradevole, sentieri quasi tutti puliti e ben tracciati, vari scorci panoramici, la primavera fa capolino nell’esplosione di coloratissimi fiori, le gambe girano sempre meglio e il fiato pure. Uniche note dolenti sono la comparsa di dolore ai legamenti delle ginocchia sulle ripide discese più sconnesse e i crampi ai quadricipiti sul finire del giro. Affaticamento? Probabile, sarà opportuno allentare leggermente la pressione in vista dei prossimi ben più gravosi appuntamenti.

Sabato 19 marzo

IMG_2080Secondo allenamento condiviso con gli amici di Mondo Nudo: giro delle contrade di Vallio Terme, dodici chilometri e cinquecento due metri di dislivello, ambedue misurati con precisione.

Stavolta non sono solo, come me ci sono Pier e Alessandro, quest’ultimo arrivato qui niente popò di meno che da Padova. Saltiamo il previsto riscaldamento facendolo direttamente con un primo tratto di cammino a passo moderato, dopo una quindicina di minuti la strada lascia il posto al sentiero e incrementiamo sensibilmente l’andatura favoriti anche dall’andamento ora pianeggiante del percorso. Chiacchierando pressoché in continuazione quasi senza accorgercene arriviamo al punto da dove il percorso inizia a ritornare verso la partenza. Ci si sposta sul versante opposto della valle di Vallio, si risale un poco lungo la strada asfaltata che sale al colle di Sant’Eusebio e poi di nuovo in piano, sebbene con frequenti sali scendi, si rientra al parcheggio. In questa seconda parte i fiori la fanno da padroni, alcuni tratti sembrano dei giardini botanici: estese macchie di gialle primule si alternano ad altrettanto estesi raggruppamenti di pervinche, a contorno gruppetti di bianche violette.

Altra bellissima giornata, questa volta in buona compagnia, grazie Alessandro, grazie Pier.

Abbandona gli imbonitori e lascia emergere la tua vera essenza


Servizi giornalistici, racconti più o meno fantasiosi degli amici, barriere oscuranti attorno ai villaggi o alle zone all’uopo create, condizionamenti sociali di vario genere, sermoni ecclesiastici, proposte legislative che parlano di isolamento, associazioni che promuovono la ferrea separazione, praticanti che si vergognano di manifestare la propria scelta e via dicendo. Tutto un costrutto sociale che porta ad una sola inequivocabile e inevitabile sequenza di pensiero: il nudo è cosa immonda, una persona sana e civile lo evita, chi, al contrario, si espone nudo alla pubblica visione è un depravato, un essere immondo da bandire.

Come posso, io, essere immondo, riuscire a convincervi che la realtà è completamente diversa? La persona sana non dà credito all’immonda creatura che osa mettersi a nudo in contesti diversi da quelli della propria doccia, la persona sana si tiene rigorosamente alla larga da queste considerazioni, la persona sana nemmeno si pone la questione, esilia tali pulsioni corporali nel limbo del proprio io censore; la nudità è dei selvaggi e delle bestie, la nudità è peccato. Eppure…

20150919_080Eppure credo che in ognuno ci sia la volontà, il desiderio, la motivazione alla nudità, di più, in ognuno c’è di sicuro una persona sanamente e civilmente nuda che apetta l’occasione giusta per uscire dal limbo e venire alla luce, perchè aspettare ancora? Vivalpe è qui, Vivalpe è vostro, Vivalpe è l’occasione propizia per conoscere il vero e, senz’obbligo alcuno, senza forzatura, seguendo solo il proprio sentimento, finalmente liberarsi dalla corazza dei preconcetti, dallo scudo dei condizionamenti, lasciar emergere il proprio nocciolo, la propria essenza.

Diciamo basta alla perversa logica propagandata dai vari imbonitori sociali, andiamo oltre la fallace teoria dell’apparire e abbracciamo quella ben più gratificante dell’essere: il nudo è nella nostra natura, il nudo è nella nostra mente, il nudo è natura, il nudo è semplicità, il nudo è salute.

Vivalpe ti aspetta!

Locandina Vivalpe 2016 600

Locandina QuindiciDiciotto 2016 600

#TappaUnica3V, un viaggio nel tempo


Martedì 8 marzo

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Voci di spensierati ragazzi si aggirano nel bosco, l’azzurro grigiastro delle camicie di tela, il blu variegato e stinto dei jeans, al collo fazzolettoni marroni con righe gialle chiusi sul davanti da un anello di cuoio intrecciato. Corse e rincorse, riunioni cantanti, il cerchio del pranzo, ancora corse, ancora giochi, ancora voci e risa. Il colore delle mille note che salgono al cielo, il sapore della gioia che inonda il bosco, la sensazione d’una socialità semplice eppur perfetta.

Un salto nel tempo, una grande casa nascosta nel fitto di uno scuro bosco, una ripida grigia acciottolata salita, un pesante nero cancello di ferro, decine di persone sedute ai tavoli del licenzino, parole, parole, ancora parole. Un ragazzino s’aggira tra i tavoli, in mano la piccola chiara bottiglietta della preziosa gazzosa, piccoli sorsi per apprezzarne il più a lungo possibile il dolce sapore, i nonni sorridono osservando il loro nipote, tenui sussurri per gratificarne l’educato comportamento.

IMG_8636Cambia la scena, il bosco si fa più chiaro, il tronco robusto di tanti castagni, di sopra, fra le mille tonalità del marrone, l’azzurro d’un cielo ora visibile, poi il verde dell’erica che costella i fianchi d’una piana sterrata stradina, una bionda bimba avanza barcollando sulle deboli gambine, una sorridente ragazza la tiene per mano mentre dietro due robusti occhiali il fratello le osserva correndo qualche passo avanti a loro. Una lucente signora li controlla da debita distanza, una nera macchina fotografica con pozzetto e doppia ottica nasconde il grosso viso di un corpulento signore, sul viso un grande sorriso, grandi mani che sanno essere dolci carezza. Una piccola pozza stagnate, un grande portone di legno adduce ad un portico di grosse multicolorate lastre di porfido, grosse squadrate colonne sostengono un tetto di legno, sulla sinistra un largo e verde terrazzo erboso al cui margine un basso muretto funge da parapetto, sulla destra una serie di piccole porte danno su scure stanze fumose, un caminetto, un tavolo, alcune signore che preparano panini, una cambusa ricolma di bibite di vario genere, fiaschi di vino, brocche dell’acqua raccolta dal pozzo. All’esterno, sul fondo del porticato, una serie di tavoli, attorno ad essi persone sedute. Ciq, cei, tri, quater, mura! Ad un tavolo quattro persone, in piedi, un piede sulla sedia, le mani ai bordi del tavolo, veloci, molto veloci, ad incrocio le mani si alzano per abbassarsi immediatamente sul legno e le dita compongono dei numeri che vengono nel contempo urlati dalle voci: la mora, un gioco molto in voga, simpatico e coinvolgente.

Il cammino di oggi mi porta in luoghi che conosco fin dalla mia più tenera età e la mia mente veleggia tra i mille ricordi: i giochi di scout al Goletto, le giornate coi nonni al bar dell’Alpino condotto da alcuni parenti, le passeggiate di famiglia alla cascina della Margherita dove altri parenti servivano i convenuti, lo zio che gioca alla Mora insieme ai cugini suoi e di mio padre, la raccolta dei prelibati Marroni o la ricerca di altrettanto gustosi funghi, la felicità di splendide giornate, la spensieratezza di un fanciullo.

IMG_8641Poi m’addentro in luoghi meno noti e il pensiero necessariamente si rivolge all’individuazione del giusto percorso fra le tante diramazioni del sentiero. Agli occhi non sfuggono comunque i mille piccoli segni del bosco e della natura, le sfumature di marrone e di giallo delle secche foglie che scricchiolano sotto i piedi inondano il corpo di piacevoli fremiti, il contrastante vivido colore dei fiori il cui tenue profumo s’insinua nelle nari trasformandosi in lievissime scariche elettriche che inebriano il cervello, l’azzurro grigiastro di un cielo nuvoloso che a sprazzi appare tra le fronde degli alberi. Il grigio asfalto della strada di Muratello, di nuovo il chiaro marrone dei sentieri e delle strade sterrate, alcune cascine compaiono a ripetizione rompendo la splendida monotonia dei colori e dei sapori di un inverno autunnale, castagni, tanti castagni, bellissimi castagni. Un verdissimo prato circonda l’ennesima cascina, la scura acqua della Pozza del Sarisì, il conosciuto bianco azzurro del sentiero 3V, la ripida e scabrosa discesa che porta al roccolo del Monte Salena. La cascina di San Vito, ricordi d’una conviviale riunione, colori di camicie in lana, pantaloni alla zuava, calzettoni rossi e pesanti scarponi in cuoio, voci e parole, risa e canti, suoni e vibrazioni, il calore dell’amicizia.

IMG_8687Riparto, ancora sentieri sconosciuti impegnano gli occhi e la testa nella ricerca del giusto tracciato senza per questo distoglierli dall’osservare le gialle primule che inondano in terreno, dei bianchi dente di cane, delle violette nelle due varianti più tipiche, quella viola e quella bianca, il grigio delle rupi che sovrastano la mia testa. Un placido cavallo mi osserva passare, la sorda esplosione di mine da cava, una sorgente, le case di Botticino e di Rezzato si disperdono a vista d’occhio alla base del monte. Santa Lucia, ripida risalita al crinale del Monte Poffa, lo sguardo divaga verso le nevi del Monte Baldo, un mare di grigiastre nuvole nasconde il Lago di Garda. Due foto e poi via, il lungo traverso con vista ai laghetti di San Polo, il verde largo costone del Trinale, una discesa a picco sulle case di Sant’Eufemia, il sordo tremolante calore di muscoli che iniziano a chiedere un poco di riposo. Sentiero numero 12, di nuovo a mezza costa, tornano ricordi d’infanzia, le storie di mio padre che da ragazzo qui veniva a cercare i funghi, le rade visite ai parenti del Buren, la casa dove mio padre viveva ai tempi della guerra, una casa che ho potuto vedere una sola volta restandone talmente colpito d’averla spesso negli occhi, nella mente e nell’animo, ormai diroccata e dispersa nel bosco, mi riprometto di venire a cercarla, promessa, promessa.

Rieccomi all’Alpino, ancora sentiero 3V, ancora il bianco delle nevi e l’azzurro dei cieli riuniti insieme a fare i colori di Brescia, a creare quei segni atti a indicarmi la strada. Medaglioni, la ripida strada acciottolata di via San Gaetanino. Rumori di auto, rientro alla città, asfalto e cemento, cemento e asfalto, semafori, motorini, bicilette, auto, suoni di clacson, sfrigolio di freni, colori d’una civiltà invero civilmente persa, sapori amari, sensazioni fredde e stridenti, contrasto forte coi boschi fra i quali ho vagabondato per quasi cinque ore, con la natura che mi ha a lungo inebriato, peccato non averla potuta assorbire nella nuda pelle, appuntamento però solo rimandato, siamo alla metà di marzo, presto le temperature saliranno e potremo lanciare alle ortiche i nostri vestiti, ridare alla pelle il suo naturale respiro, sentire il solletico dell’aria che scivola nei pori, assaporare il calore dei raggi solari, osservare il nostro vero colore. A presto, a presto, o splendida natura, natura del monte, natura vegetale, natura animale, natura dell’uomo, normale natura del nostro corpo.

La macchina, ritorno a casa, la doccia, frugale pasto, la mente al giorno, il pensiero alla prossima escursione, la pelle fremente nella certezza di un imminente regalo di libertà. A presto!

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P.S.

Che magnifico giro, cerchiamo le cose belle lontano da casa e poi loro sono a due passi da noi. Bresciani, provatelo, al cammino o di corsa, merita. Merita veramente. Al più presto ne farò la relazione, devo prima verificare alcune varianti che, togliendo due ripide intermedie salite, lo renderanno più agevole. Ah, come minimo sono trenta chilometri (un giro similare, il tratto Gottardo-San Vito è in comune, riportato su un sito di MTB riporta trentatré chilometri), il dislivello dipende da dove si parte, salendo in auto al Gottardo o a San Vito è limitatissimo. Io l’ho fatto in cinque ore esatte (con partenza e arrivo a Brescia, quindi con massimo dislivello e qualche chilometro in più), direi che ad un passo normale e concedendosi una bella sosta a metà giro (San Vito) si debbano mettere in conto almeno otto ore, meglio ancora nove.

#TappaUnica3V, incremento di forza


Ci sono cose che, nella vita, hanno necessariamente la priorità ed è così che in questo ultimo periodo i miei allenamenti hanno subito un sensibile rallentamento, in questi giorni, poi, sono necessariamente limitato al mattino con rientro a casa per il mezzogiorno. Ho quindi deciso di spostare l’attenzione dalla resistenza alla forza, quella delle gambe ovviamente: uscite brevi con zaino leggero o addirittura senza zaino ma fatte a ritmo sostenutissimo e su percorsi con tratti particolarmente ripidi.

Nel contempo, in un fine settimana in cui avevo solo un paio di ore libere, ho fatto una prova importantissima: il test di lentezza eheheh

Andiamo con ordine.

Sabato 31 gennaio

Proprio a fianco di casa ho una strada perfettamente rettilinea per alcuni chilometri, perfetta per rilevare attraverso le mappe on-line la distanza dei due chilometri, ovvero quella lunghezza di percorso che, fatta avanti e indietro, corrisponde a quei quattro chilometri che durante il mio viaggio finale dovrò fare per ogni ora di cammino. L’obiettivo è quello di trovare e memorizzare il corrispondente ritmo del passo, un ritmo sensibilmente più basso del mio solito.

Che dire, non ce l’ho fatta, la prova è fallita: non sono riuscito ad andare così piano e i quattro chilometri li ho coperti in quaranta minuti, con una velocità risultante di sei chilometri all’ora.

Sabato 6 febbraio

IMG_8418Sentiero 502 che dalla località San Carlo in Gavardo sale a Tesio per poi ridiscendere compiendo un ampio giro, in totale la tabella del CAI indica nove chilometri e quattrocento metri (il cartellone all’inizio del sentiero invece riporta undici chilometri e cinquecento sessantacinque metri), con tre ore e quindici di percorrenza.

Parto subito fortissimo e, con la sola pausa dei diversi dubbi di percorso (la segnaletica risulta carente quasi ad ogni bivio), mantengo il ritmo fino al punto di massima quota: quattrocento ottantacinque metri di dislivello in cinquanta minuti, se tolgo il tempo perso per trovare la giusta strada (almeno una quindicina di minuti) devo proprio essere contento.

La discesa parte ripida per poi spianare con un lungo diagonale interrotto da qualche breve strappo in salita. Ancora ripida discesa, ripidissima salita su strada cementata, ancora un lungo diagonale e recupero il percorso di salita per il quale in breve sono nuovamente alla macchina: in totale ci ho messo due ore, ma almeno trenta minuti se ne sono andati per le varie indecisioni di percorso.

E i quadricipiti? Beh, sono rimasti completamente silenti, dovrei esserne contento ma visto quello che era lo scopo dell’uscita, farli scoppiare, posso solo dire… “obiettivo fallito!”

Domenica 7 febbraio

IMG_1578Sotto la pioggia battente mi faccio il giro della Rocca di Bernacco a Vallio Terme.

Partenza al buio senza torcia, ma la strada asfaltata, nonostante la ripida salita, permette comunque un passo agevole e veloce. Finisce l’asfalto e inizia il cemento, ancor più ripido. Poi sterrato e alle Case di Bernacco piano sentiero che si addentra in una valletta. Evidenti in un tratto franoso i segni del frequente passaggio di ciclisti, in alcuni punti il sentiero viene quasi a mancare.

Salita su un verde e ripidissimo costone erboso, la traccia più volte rovinata dal passaggio delle biciclette rende il cammino ancor più disagevole e faticoso, comunque mantengo un ritmo elevato: cento ottanta battiti al minuto, più o meno visto che non avendo cardio frequenzimetro li rilevo manualmente sulla carotide.

Dopo un breve tratto di piano respiro eccomi alla base della cuspide sommitale, nella prima metà il sentiero l’addolcisce con alcuni tornanti, peccato che la traccia sia profondamente scavata dal passaggio dei ciclisti: cavolo, hanno certo anche loro diritto a divertissi, d’altra parte devono pur rendersi conto che non possono distruggere tutti i percorsi escursionistici, percorsi il cui tracciamento è costato sudore e soldi, che si trovi una mediazione!

Trentatré minuti e sono in vetta, trecento sessantatré metri sopra il punto di partenza, ottimo.

Senza sosta di corsa mi lancio sulla ripidissima discesa dal versante opposto a quello di salita e qui ne combino una grossa: la corsa, le gocce di pioggia sugli occhiali e alcune evidenti tracce nell’erba mi fanno sbagliare percorso, non m’avvedo della secca deviazione a destra e procedo dritto. Quando mi trovo ai piedi di un piccolo ma secco rilievo inizio a sospettare l’errore: questo giro l’ho già fatto diverse volte e non ricordo questa risalita. Un paletto segnaletico sulla sommità del dosso! Boh, andiamo avanti.

Giù di corsa per un pendio erboso che supera i quarantacinque gradi d’inclinazione, l’erba alta rende difficile mantenersi in piedi. Poco dopo mi trovo nel bosco, un bosco fitto che non dovrebbe esserci, sono certo passati alcuni anni dal mio ultimo passaggio, ma comunque troppo pochi per la crescita di una siffatta boscaglia. Ormai non posso far altro che scendere, un capanno, anche se diroccato, mi fa presupporre d’essere vicino a un sentiero e infatti, dopo una fascia di spine, eccomi su una larga stradina sterrata che seguo nella direzione della presunta posizione di Vallio.

Bivio, io arrivo da destra quindi devo andare a destra. Una presa d’acqua e nei suoi pressi un sentiero s’infila a destra in una stretta valletta, senza esitazione lo imbocco, diventa quasi un torrente, poi si alza sul pendio, segni di biciclette, legna raccolta, capanno e… strada asfaltata, la strada del Monte Ere, una strada che ben conosco. Dietro di me un cartello segnaletico indica la Rocca di Bernacco, è il sentiero da cui dovevo arrivare. Bon errore rimediato, mi è costato un chilometro in più e dislivello aggiuntivo ma poco importa: ho messo a dura prova il mio senso d’orientamento e ancora una volta ho saputo trovare la giusta strada, senza contare che la strada in più è stata un allenamento.

Poco sotto lascio la strada asfaltata per lo sterrato che deve riportarmi al punto di partenza, giunto ad un grande dosso pieno di roccoli mi trovo davanti tre direzioni e nessuna segnalazione (in effetti da qui non passa nessun sentiero ufficiale, questo puntava a valle molto prima ma portando a distanza dalla macchina). Prendo la strada centrale che scende cementata, però, credendo d’essere molto più in alto, i conti non mi tornano: non vedo le cascine che dovrei vedere sotto di me, davanti ho una larga valle che dovrebbe invece essere molto stretta. Decido di ritornare sui miei passi, risalgo un bel pezzo per poter avere una migliore visione della zona. Inutile, non riesco a vedere quello che dovrei vedere però… però vedo la strada che da Vallio sale al Monte Ere, è certo sono nella valletta più a est per cui io devo andare a ovest per la strada già percorsa e poi risalita. Detto fatto e in pochi minuti arrivo ad una casa inequivocabilmente riconoscibile e alla strada asfaltata che mi riporta alla macchina.

In totale almeno sette chilometri e mezzo di strada per cinquecento trenta metri di dislivello, il tutto costantemente sotto una pioggia non battente ma abbondante e continua (ottimo test per la nuovissima giacca da pioggia), il tutto fatto in un’ora e quarantatré minuti. Anche oggi nessun dolore alle gambe, le brevi soste fatte sono state tutte necessarie per prendere fiato, beh, se non ho allenato la forza dei quadricipiti ho di sicuro allenato la forza organica.

Martedì 9 febbraio

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Ancora un percorso che non conosco (il 503 di Gavardo) e ancora problemi con la segnaletica, oggi decisamente sfuggevole: salvo pochissime eccezioni scompariva nell’avvicinarsi ai bivi e la si ritrovava solo dopo diverse centinaia di metri, in un caso ho fatto all’incirca un chilometro andando totalmente a naso. Peccato perché questo è un bel giro: quasi quattrodici chilometri con circa settecento metri di dislivello suddivisi in due tratte (519 e 182 metri) tra loro separate da una lunga e ripida discesa che riporta quasi alla quota di partenza; si attraversano località interessanti, in particolare mi hanno colpito un capanno contornato da un bellissimo castagneto e una cascina con oche starnazzanti (una mi correva dietro a collo allungato e becco puntato, fortuna c’era una rete a dividerci) e diverse caprette.

Il sentiero parte subito ripidissimo e dal fondo molto irregolare, molti i saltini di roccia che formano alti gradini, la pioggia dei giorni scorsi ha reso particolarmente scivoloso il terreno. Intenzionato a far saltare i quadricipiti ci do dentro a tutte e, infatti, dopo una ventina di minuti compaiono i primi dolori: vaiiiii!

Cento ottanta battiti a minuto, ovvero venti in più di quelli che, secondo la formula “duecento venti meno età), sarebbero il mio limite massimo, mi accompagnano costantemente per tutta la prima salita e in circa quaranta cinque minuti (tolti i dieci che mi sono costati per un ripidissimo e faticoso errore di percorso) sono al vertice. Qui incontro una cordiale persona con cui mi soffermo a chiacchierare per una decina di minuti, resta impressionato dal mio progetto TappaUnica3V e ancor più dalla mia età.

Con una corsa senza sosta (salvo un punto dove la segnaletica era poco visibile e stavo sbagliando strada) in venti minuti supero i quattrocento venti metri di dislivello della prima a tratti molto difficile discesa (sassi mobili nascosti da uno spesso strato di foglie, forti pendenze, fango, radici, salti rocciosi, umidità, non mi sono fatto mancare nulla).

Breve tratto di asfalto lungo la strada della valle di Vallio, lungo sentierino pianeggiante fortemente infangato e quindi, dopo il secondo importante errore di percorso, risalita, stradina asfaltata con pendenze notevoli, piano diagonale tra bellissimi prati, ancora un poco di salita e poi di nuovo in piano per una stradina sterrata che riporta sul sentiero di salita per il quale rientro alla macchina. Ancora di corsa sull’ultima tremenda (per l’irregolarità del fondo e la pericolosità delle tante viscide pietre) discesa.

In totale, compresi i vari pezzi in più fatti per errore e i tempi persi alla ricerca della segnaletica, due ore e quarantacinque contro le quattro indicate dalla tabella. Ah, i quadricipiti? Niente, superati i primi dolori sono tornati a dormire, ho fatto di tutto per portarli allo stremo ma niente, anche oggi non ci sono riuscito.

Consuntivo

Riaggiorniamo la tabella dei totali:

  • uscite effettuate: 26
  • chilometri percorsi (calcolo approssimato per difetto): 366
  • metri di dislivello superati (calcolo approssimato per difetto): 21320
  • ore di cammino fatte: 100 e 26 minuti (93,55 effettive, 6,31 di soste)
  • massimo chilometraggio fatto in unica uscita: 45
  • massimo dislivello superato in unica uscita: 2212 metri
  • tempo massimo di cammino in unica uscita: 8 ore e 25 minuti

QuindiciDiciotto, ecco la prima scheda


Per cause di forza maggiore sto procedendo più a rilento degli anni passati, ma procedo, le località e le date sono definite, ho predisposto una nuova scheda di registrazione agli eventi unica per tutti su pagina a parte e ho realizzato la specifica locandina, ora sto lavorando alle schede descrittive delle varie uscite. Pubblicata poche ore addietro la prima, relativa a una interessantissima uscita a carattere culturale: visita al museo della Guerra Bianca di Temù.

Vi aspetto, vi aspettiamo numerosi!

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