#TappaUnica3V ci si riprova!


Sono sempre stato contrario al concetto del “la cima ad ogni costo”, l’ho sempre ritenuto oltre che pericoloso anche altamente diseducativo: le persone devono sapere quando è bene fermarsi, devono saper modificare i loro programmi e, alla fine, devono saper trovare la soddisfazione anche nell’assenza della vetta, vetta fisica, nel senso di sommità di un monte, ma anche virtuale, ovvero nel senso del traguardo prefissato, dell’obiettivo  che ci si era preposti.

Così nel caso di TappaUnica3V la cima era il completamento del giro secondo i parametri che mi ero imposto: solitaria, varianti alte, quaranta ore di cammino effettivo, quarantotto ore continue al massimo. Lo scorso anno ero quasi a Brescia ma avevo dovuto rinunciare a tutte le varianti alte, quest’anno ho dovuto rinunciare anche a quelle poche che avevo fatto lo scorso anno e nonostante questo mi sono bloccato a meno di un terzo del giro.

Sconfitto, quindi, e questo ci sta, è parte stessa di ogni avventura, quell’avventura ben diversa da quanto viene oggi comunemente venduto (simulazione del rischio: esposizione a situazioni potenzialmente pericolose e paurose ma dove tutto è minuziosamente sotto controllo e il buon risultato è assicurato a priori), quell’avventura che può anche essere totalmente esente da rischi e spaventi, ma è necessariamente composta da imprevisti e da un esito incerto. Così era per TappaUnica3V dove salvo pochi brevi tratti tutto appariva tranquillo, una semplice camminata, ma nel contempo nulla poteva garantire che potessi arrivare a chiudere il giro, molte le incognite, oggettive (condizioni meteorologiche) e soggettive (cedimento fisico o psicologico, infortunio, malore), per cui, nonostante l’attenta preparazione atletica e la preliminare esplorazione del tracciato, l’utilizzo del termine di avventura, utilizzato in particolare da Tony Gialdini al fine di consolarmi per il mancato successo, appare più che appropriato.

Io preferisco continuare a parlare di viaggio, un lungo e bellissimo viaggio che mi ha portato a riesplorare (perché dopo sessant’anni di montagna e quaranta di alpinismo anche ad alto livello già le conoscevo più che bene) le mie capacità fisiche ed emotive espandendole oltre i limiti mai raggiunti, ma soprattutto mi ha condotto alla conoscenza di un vasto territorio (l’intera Val Trompia e tratti delle valli laterali che scendono verso la Val Sabbia e la Val Camonica) e di tanti sentieri che mai avevo percorso. Ecco perché ho parlato di sconfitta e contemporaneamente di vittoria, ecco perché non posso accontentarmi di quanto ho fatto: può un tale viaggio restare incompleto? No di certo e infatti nel momento stesso in cui, su al Maniva, decidevo di fermarmi, in quello stesso momento, nonostante per parte della notte e per tutta la mattina avessi continuato a ripetermi “ma chi me lo fa fare?”, maturavo l’idea di riprovarci e quando gli amici mi hanno sollecitato a farlo ho subito risposto affermativamente.

L’esperienza comunque insegna e devo ammettere che se voglio riprovarci devo cambiare qualcosa e così sarà, non voglio modificare gli obiettivi che ritengo da me perfettamente raggiungibili, ma certo posso modificare le modalità attraverso le quali perseguirli:

  • per il prossimo (o prossimi) tentativo (perché di tentativo devo pur sempre parlare) non fisserò una data precisa ma solo un periodo (e sarà tra la seconda metà di agosto 2017 e la prima metà di luglio 2018), anche se uno sicuramente lo effettuerò ancora a settembre/ottobre di quest’anno;
  • la partenza avverrà nel momento in cui tutte le condizioni (temperatura, meteorologiche, ambientali e mie personali) si combineranno nella situazione migliore;
  • non definirò una tabella di marcia ma camminerò secondo il ritmo consigliatomi dal mio corpo e dalla mia mente, solo nella parte di ritorno (dal Maniva a Brescia) imposterò il ritmo di marcia secondo le necessità per l’arrivo entro i termini stabiliti (40 ore di cammino effettivo e 48 ore continuative di intervallo massimo tra la partenza e l’arrivo).

Oltre a questo potrei mettere in campo altre modifiche logistiche:

  • data l’indecisione della partenza potrebbero non esserci punti di rifornimento strutturali (ovvero allestiti preliminarmente all’interno di strutture della ricezione turistica), ma solo punti dove qualcuno si farà trovare con i ricambi di acqua ed energia (oltre all’indispensabile ricambio d’emergenza: scarpe e abbigliamento, ovvero quei materiali potenzialmente danneggiabili in una marcia così intensa);
  • potrei aumentare i punti di rifornimento (fino a un massimo di otto: dieci sono i punti dove il sentiero 3V incrocia la strada asfaltata, alcuni, però, molto vicini tra loro);
  • potendo, a seguito delle variazioni suddette, diminuire il quantitativo di liquidi e prodotti energetici da portare appresso, Il peso dello zaino potrebbe tornare al livello del 2016 (quattro o cinque chili al massimo).

In ragione delle facilitazioni di cui sopra potrei, per ribilanciare la difficoltà e l’imprevedibilità del giro, allora mettere in atto anche un’altra modifica:

  • da marcia di regolarità cambiare in velocità, ovvero completare il giro nel minor tempo che sia in grado di produrre.

Insieme allo staff 2017 si era ventilata anche l’ipotesi di un’altra variazione:

  • potrei, rinunciando al discorso della solitaria (tra allenamenti e tentativi ho ben dimostrato che per me non è di certo un problema marciare in montagna di giorno e di notte da solo e), attuare un accompagnamento a staffetta, ovvero almeno due persone che mi assistono (l’assistenza è pur sempre indispensabile, anche se invero ho fatto in totale autonomia percorsi fino a settanta chilometri) e, rifornimento per rifornimento, si alternano tra auto e cammino al mio fianco;

pensandoci bene ho deciso che questo non la attuerò. Mi gusterebbe molto farla in compagnia di qualcuno, condividere con altri le emozioni del lungo cammino, dei panorami, dei tramonti e delle albe, della natura, però:

  • intanto ci sarebbe il problema di trovare persone adeguatamente allenate, persone che possano mantenere il mio passo qualunque esso sia e su qualsiasi terreno e pendio (ce ne sono tante visto che non sono quello che comunemente viene definito “un mostro”, ma non è detto volgiano o possano essere della partita);
  • e poi oltre che pensare a me stesso dovrei (in ragione anche e soprattutto delle disposizioni giuridiche e legislative che, oggi, in caso d’incidente con prognosi superiore ai sessanta giorni sempre pongono il più esperto in una critica condizione di responsabilità, con conseguenti rogne legali) pensare anche a chi mi accompagna (sarebbe valido anche il discorso al contrario, ma essendo io un Istruttore Nazionale di Alpinismo, sebbene non più operativo, sono pochi i casi in cui potrei essere ritenuto il meno esperto) e questo renderebbe il tutto troppo complesso.

È per altro certo che, una volta chiuso il giro in tappa unica, andrò ad effettuarlo a tappe (sette) in compagnia di mia moglie e degli amici più vicini.

Sicuramente rimarranno invariati:

  • il percorso (anche se forse inserirò alcune mie brevi varianti che lo rendono ancora più fedele alla linea spartiacque);
  • la partenza del venerdì sera (dal punto effettivo d’inizio del 3V: sommità di via Turati);
  • l’arrivo della domenica pomeriggio (a Urago Mella);
  • il sistema di tracciatura in tempo reale (probabilmente, se i test del tracciamento live saranno positivi, cambiando strumentazione: l’app di GPSies che si appoggia alle mappe dettagliate di OpenStreetMap consentendo di avere un’idea ben precisa della mia posizione).
  • i materiali (zaino, scarpe e abbigliamento);
  • i liquidi (Acqua Maniva PH8);
  • gli integratori (HydraFit della NamedSport);
  • buona parte dei prodotti alimentari (gel e barrette della Enervit, barrette della NamedSport, fettine di zenzero fresco, albicocche secche, cubetti di Grana Padano, cubettini di speck, ai quali probabilmente aggiungerò della frutta secca).

Ecco, ora è ufficiale, seguitemi costantemente attraverso la specifica pagina dell’evento, quando deciderò di rimettermi in cammino lo comunicherò con almeno due giorni di preavviso, se possibile anche qualcosa di più (cinque o addirittura sette/dieci).

E se qualcuno volesse mettersi in nota per entrare nel gruppo di assistenza non deve far altro che comunicarmelo (se non avete i miei contatti diretti potete usare il modulo di contatto del blog): più saranno numerosi i componenti dello staff meno ognuno di essi dovrà lavorare e più tranquillo sarà per me decidere il giusto momento per partire: nella quantità sarà più facile avere il numero di assistenti necessario anche con un minimo preavviso.

Ciao e grazie a tutti per l’appoggio diretto o indiretto, fisico o morale, in presenza o in remoto.

#TappaUnica3V cosa non è andato nel verso giusto?


Sconfitto ma vittorioso, dicevo, sconfitto perché alla fine il giro non l’ho portato a termine, di più, ne ho fatto solo un quarto, vittorioso perché il dolore è stato grande e ci ho comunque convissuto per tanti chilometri, trentatré per la precisione, vittorioso perché ho nuovamente goduto della magica solitudine notturna, perché ad un certo punto mi chiedevo “ma chi me lo fa fare” eppure andavo avanti, eppure sapevo ancora guardarmi attorno e apprezzare i panorami, il verde dei prati, i colori dei boschi, il cielo azzurro, l’alba che è arrivata a illuminare il mio cammino. Vittorioso anche perché nel dolore il rapporto con la montagna è stato ancora più profondo, da lei ho estratto le forze per procedere, da lei ho catturato il coraggio per tentare l’estremo, da lei ho ricevuto tante sensazioni belle e positive, sensazioni che mi hanno presto indotto a dire “ci riproviamo”. Vittorioso perché ogni esperienza insegna a chi vuole imparare e io voglio imparare.

Cosa non è andato? Boh, impossibile individuarlo con precisione, almeno per me, molte sono le ipotesi, diversi i dubbi, alla fine la ragione più probabile è la sussistenza di diverse concause.

In ordine di rilevanza e, a mio parere, probabilità (ovviamente molte considerazioni sono riferite in specifico ai primi dodici chilometri, quelli che hanno preceduto l’insorgenza dei primi dolori).

Sovraccarico muscolare?

Nelle ultime uscite avevo rilevato che spingendo in salita ripida, specie in presenza di gradoni, i quadricipiti facevano subito male, poi però passava, mi bastava rallentare per qualche minuto. Ho pensato che, visto il ritmo lento programmato per il giro, bastasse un poco di riposo a risolvere il tutto: a quanto pare non è bastato! Non mi spiego, comunque, perché siano stati ingestibili e questo porta ai punti successivi.

Eccessivo carico psicologico?

Me l’ha suggerita un’amica laureata ISEF: “Magari hai caricato di aspettative l’evento (troppo), semplicemente perchè ci tieni un sacco, e il corpo ti ha fatto lo scherzo!”

Ci sta, ci sta tutto e alla grande, il problema al ginocchio mi aveva decisamente messo in apprensione, fino all’ultimo sembrava potermi inchiodare e questo mi ha portato ad una carica emotiva enorme espressa con l’idea di voler forzare al limite: “a costo di arrivare disteso quest’anno il giro lo devo completare”.

Ecco, vista la mia malsana idea il fisico potrebbe di certo aver deciso un’autodifesa mettendo in campo l’unica arma che, senza danneggiarlo più di tanto, poteva con certezza fermarmi: dei fortissimi dolori al muscolo che più di tutti mi serviva, il Femorale Retto!

Stanchezza generale?

Qui il suggerimento arriva da mia moglie: “nelle settimane precedenti alla partenza, a qualsiasi ora del giorno ti addormentavi molto facilmente, non potevi farcela”.

In effetti anch’io avevo notato questa cosa e volevo metterci riparo dormendo bene e a lungo la notte (perché i sonnellini fatti di giorno, sulla poltrona a poco servono, anzi) però:

  • nella settimana antecedente la partenza a causa del caldo torrido la notte dormivo molto poco;
  • il giorno prima, per un reiterativo impegno di lavoro che mi tiene alzato fino a tardi, ho dormito ancora meno;
  • pensavo di dormire la giornata della partenza e invece anche lì niente.

Alla fine, sebbene, forse per un’induzione psicologica dovuta alla mia determinazione, non mi sentissi per niente assonnato, potrebbe ben essere che, come detto per la causa precedente, il mio corpo abbia messo in atto un meccanismo di autodifesa.

Colpo di calore?

Mi è stata indicata come una possibile causa da un amico medico e pertanto la pongo in alto nell’elenco.

Tutto sommato è più probabile che il colpo di calore l’abbia subito l’anno scorso, mi ritrovo nei sintomi (che ora mi spiego), e l’avevo superato brillantemente, sebbene accumulando un poco di ritardo. Quest’anno sono partito di sera e di conseguenza i primi dodici chilometri li ho fatti con una temperatura più elevata del precedente tentativo, potrebbe starci un leggero colpo di calore, ma, ripeto, non mi ci trovo nella sintomatologia, in particolare mancavano lo stato di debolezza, la nausea, la sete intensa e il disorientamento: io stavo benissimo, il mio fisico supportava alla grande quello che stavo facendo, solo i quadricipiti ad un certo punto hanno iniziato a dare seri problemi, molto specifici però: il Vasto Mediale ha dato solo qualche crampo subito risoltosi spontaneamente; il Vasto Laterale forse (ma forse no, non ricordo più bene, il che vuol dire che sono eventualmente stati molto leggeri e secondari) qualche lieve dolore presto scomparso; il Femorale Retto (l’artefice della rinuncia) forti e costanti dolori ma non crampi.

Non so, certo lui è medico e io no, però ha fatto una valutazione a distanza sulla base di quello che ho scritto, ci sta anche che abbia male inteso. Per altro le temperature sopportate quest’anno erano comunque nettamente inferiori a quelle che ho affrontato l’anno scorso (nel tratto da Lodrino al Monte Ario), se sono passato allora, perché non quest’anno?

Zaino troppo pesante?

Volevo che ci fosse nello zaino quello che dovrebbe esserci per una percorrenza a tappe senza assistenza, rispetto allo scorso anno come attrezzatura c’era solo qualcosa in più (pantaloni anti pioggia, ginocchiera e tubetto di arnica gel) per all’incirca un chilo di peso, di per se molto poco. Un incremento sensibile era dato dai liquidi disponibili: raddoppiati per evitare la sete patita lo scorso anno nel primo tratto.

Alla fine lo zaino pesava all’incirca otto chilogrammi, forse nove: quattro di liquidi, mezzo di zaino, mezzo di barrette, il resto di abbigliamento e accessori vari. Quando l’ho sollevato dal tavolo subito mi sono detto “mannaggia quanto pesa”. Ma:

  • otto chili sono il peso dell’attrezzatura per un’arrampicata di media difficoltà, sempre portata senza particolari problemi (anche se sono più di dieci anni che non arrampico più);
  • otto chili sono ben meno del peso che due anni fa, al fine di rifornire il rifugio Prandini in vista di un lungo soggiorno con gli amici di Mondo Nudo, ho portato, senza problemi, per ben due giorni consecutivi.

Boh, questo fine settimana devo andare in un rifugio (non custodito) per due giorni e tre notti, avrò modo di verificare.

Spostamento respiratorio?

Si ci può stare, molto!

L’avevo già notato in passato ma poi non ci avevo più badato: quando sono al limite prestazionale smetto di respirare basso (diaframma e sterno, ovvero parte più larga dei polmoni) e inizio a respirare solo alto (petto e spalle, ovvero parte più stretta dei polmoni). Una siffatta respirazione riduce alquanto il volume ventilato e può certamente causare un affaticamento dei muscoli, magari anche solo di quelli maggiormente impegnati.

Durante i primi trenta chilometri del giro finale non ci sono mai stato attento, posso dire che quasi sicuramente nei primi dieci non ci sono caduto, ma, visto che sulla salita al Passo della Cavada mi sono accorto di averlo fatto, potrei esserci caduto nei successivi due che hanno portato al problema e poi rimastoci fino alle Conche inibendo il recupero.

Resta il fatto che in tutti gli allenamenti, dove ero spesso al limite se non oltre, solo una volta ho dovuto interrompere l’uscita (modificandone il percorso per un rientro all’auto più semplice).

Troppo abbigliamento?

Per la maggior parte del tempo sono stato nudo, però la prima salita, quella più rilevante, l’ho fatta con i pantaloncini indossati, sono leggeri, sono piccoli però ho più volte sperimentato quanto questo possa, specie in situazione di gran caldo e afa, ridurre la mia prestazione fisica, certo è sempre stato un calo generale, mai un calo relativo a un solo specifico distretto muscolare!

Stato fisico inadeguato?

La domenica prima della partenza è apparso uno strano dolore all’inguine, ho dato la colpa alla punta d’ernia che ho da anni. Qualche giorno dopo toccando il fascio muscolare che parte dall’inguine ho percepito lo stesso dolore e allora ho pensato ad uno stiramento. Il giorno della partenza tale dolore era svanito e non l’ho percepito per tutto il percorso fatto.

Tre o quattro giorni prima la partenza ho iniziato ad avvertire delle vertigini ogni qual volta muovevo bruscamente la testa, è un problema di cui soffro da anni, mi capita ogni qual volta il mio fisico si indebolisce, il giorno della partenza, però, mi sentivo in gran forma.

Errori nella preparazione?

Visto che mi preparo in totale autonomia è ben possibile che qualche errore l’abbia commesso, d’altra parte nei tanti mesi di allenamento ho sottoposto il mio corpo a stress anche ben maggiori e solo una volta, nelle prime uscite sulla lunga distanza, sono incappato in analogo problema.

Quest’anno negli allenamenti e test sono sempre andato molto bene, anche nella trenta chilometri fatta a metà giugno avevo mantenuto ritmi molto alti dimezzando, finché non è subentrato il dolore al ginocchio (problematica diversa che nel giro finale non si è presentata), tutti i tempi delle tabelle standard.

Errori alimentari nel periodo antecedente la partenza?

Anche qui mi regolo da solo senza fruire di un dietologo per cui potrei benissimo aver commesso qualche errore.

Di sicuro ho fatto un pasto esagerato tre giorni prima della partenza: per un errore di valutazione, mi ero mangiato quasi due etti di pasta asciutta (condita con verdure e olio) e due grosse carote tritate, nelle ore successive un poco di peso sullo stomaco l’avevo avvertito, ma avevo anche velocemente risolto con qualche pezzetto di zenzero fresco.

Errori idrici nel periodo antecedente la partenza?

Su consiglio dell’osteopata avevo iniziato a bere tre litri di acqua al giorno, dopo tre giorni, visto che urinavo indiscutibilmente troppo, li avevo calati a due mantenendo tale valore fino alla partenza.

Forse, visto che in quel periodo sono stato anche piuttosto sedentario, erano ancora troppi e sono finito col diluire la concentrazione di sali nelle cellule e nel sangue determinando un cattivo funzionamento del mio organismo. Ma allora perché solo dolori al muscolo Femorale retto? Perché non dolori a tutti i muscoli? Perché non la debilitazione generale?

Disturbato dal lavoro?

Sebbene avessi fatto di tutto per avere almeno dieci giorni di tranquillità prima della partenza e un’altra settimana dopo l’arrivo, alla fine mi sono trovato a lavorare fino all’ultimo, fino alla tarda sera precedente il via e avevo lavoro già il giorno dopo lo stop. Questo potrebbe avermi posto in uno stato di inavvertito stress psicologico e, di riflesso, fisico.

Tabelle di marcia troppo stretta?

L’ho controllata e ricontrollata più volte ed era sensibilmente più larga di quella dello scorso anno, certo può essere che uno stato fisico solo in apparenza ottimale possa averle fatte diventare strette e, in effetti, dopo la salita alla Maddalena la sensazione che avevo avuto era stata proprio quella di dover correre per rispettarla.

Scarpe troppo nuove?

Nuove ma assolutamente identiche alle precedenti (tra le quali quelle che mi hanno accompagnato lo scorso anno), nuove ma già usate per una cinquantina di chilometri, forse troppo pochi: nell’ultimo vero allenamento, l’Anello Altissimo del 3V, avevo notato la rigidità delle suole delle nuove scarpe, una rigidità che rendeva precario l’equilibrio e mi imponeva un passo più controllato. Man mano che marciavo, però, l’impressione s’era affievolita fino a scomparire del tutto e, comunque, la cosa non mi aveva provocato problemi ai muscoli delle gambe. Durante il giro finale tale impressione non l’ho mai percepita, ma l’ho di nuovo rilevata nei due test recentemente fatti: forse dovevo davvero far fare più chilometri a queste scarpe.

Inadeguato riscaldamento?

Ho il brutto vizio d’iniziare ogni attività fisica senza praticare un adeguato riscaldamento (ed è questo che mi ha forse causato il problema del ginocchio), ma in questa occasione prima della salita ho camminato quindici minuti in piano assieme a mia moglie e mio nipote. Per altro nelle mie escursioni di allenamento sono sempre partito subito a tutta e mai ho avuto problemi del genere.

Idratazione sbagliata?

Ho bevuto ogni quindici minuti e mai ho sentito il bisogno di farlo.

Un calcolo a posteriori ha però rilevato che nei primi dodici chilometri ho in effetti ho bevuto troppo poco, ma pur sempre lo stesso dello scorso anno e il doppio del mio solito.

Pochi sali minerali?

Pensavo proprio di no: ho bevuto, come consigliato da diversi articoli sulla preparazione ad una competizione, mezzo litro di soluzione prima della partenza e poi un sorso ogni tanto. Ma forse si:

  • contrariamente a quanto consigliato da diversi articoli sulla corsa ho utilizzato acqua oligominerale (povera di sali minerali);
  • forse quel sorso era troppo breve: nei primi dodici chilometri ho bevuto solo 200ml di soluzione integrata e meno di mezzo litro di acqua pura.

C’è da dire che ho comunque bevuto più di quanto faccia di solito (e questo magari porta al punto successivo: troppi sali minerali?) ed ho utilizzato i prodotti positivamente testati da due anni, anche in condizioni similari.

Troppi sali minerali?

Questo di sicuro no nei primi dodici chilometri del giro finale, però forse si in altri momenti creando una situazione di eccesso a priori (prima voce che segue) o inibendo la possibilità di recupero (le altre tre voci):

  • nei tre giorni precedenti la partenza ho assunto da mezzo litro a un litro di soluzione al giorno;
  • durante il giro finale alla comparsa dei primi dolori ho aumentato la dose arrivando ad aver assunto tre borracce (un litro e mezzo) nell’arrivo a Lodrino (circa trentacinque chilometri dalla partenza);
  • nella sosta a Lodrino ho assunto una borraccia di soluzione integrata (mezzo litro);
  • non avevo notato che sulla confezione dell’integratore da me utilizzato è indicata una dose massima giornaliera (tre dosi, ovvero tre borracce).
  • Eccesso di prodotti energetici?

Carenza di energie?

Direi proprio di no: mi sono sempre sentito in forze e ho assunto regolarmente ogni ora un integratore energetico, questo porta ad un altro dubbio…

Eccesso di prodotti energetici?

Ecco, questo è un dubbio molto forte, già lo scorso anno avevo imputato a questo i problemi (prima muscolare, poi energetico, infine di stomaco) avuti nella prima parte del giro.

Al fine di ridurre il carico energetico, quest’anno ho testato e adottato una caramella gommosa a bassa carica energetica e che, stando alle indicazioni, si può assumere in numero rilevante (diciotto al giorno). Ne ho assunta una all’ora alternandola con delle barrette realmente energetiche, al momento dei primi problemi avevo quindi assunto tre caramelle e una barretta, direi troppo poco per essere eccessivo, ma forse mi sbaglio.

C’è anche da dire che l’imbeccata di un amico medico, indicata tra le prime voci, mi fa pensare che il problema dello scorso anno sia stato un leggero colpo di calore e la cosa può togliere credibilità a questa ipotesi.

Velocità troppo bassa?

Quando sei abituato a marciare molto velocemente farlo a un ritmo assai più blando spesso induce un affaticamento maggiore, ma mai l’avevo notato tanto anticipato e tanto rilevante.

Partenza troppo veloce?

Come detto sono partito molto lento.

Deconcentrazione?

Pensando di avere una tabella di cammino molto larga nella prima ora e mezza me la sono presa molto comoda, forse questo può aver indotto una deconcentrazione ma come può questo portare a un problema come quello che ho avuto?

Conseguenza della manipolazione osteopatica?

Quindici giorni prima della partenza ho casualmente conosciuto un osteopata che mi ha studiato e manipolato. L’effetto delle manipolazioni osteopatiche è quello di modificare l’equilibrio delle nostre catene strutturali e questo porta a tutta una serie di variazioni: posturali, nella camminata, eccetera. Quindici giorni sono pochi affinché i muscoli possano adattarsi alla nuova situazione e riprendere a lavorare nel modo più opportuno, però può una sola manipolazione arrivare a provocare i problemi che ho incontrato? Non credo, anche perché tra la manipolazione e la partenza avevo fatto un test (non lunghissimo ma comunque serio visto che ho risalito a tutta e poi disceso di corsa un prato estremamente ripido) senza rilevare segni premonitori in tal senso.

Morbo di Lyme?

Trovata su Internet facendo una ricerca con la chiave “dolori ai quadricipiti”.

La inserisco perché quest’anno le zecche, notoriamente possibile veicolo di infezione per questa malattia, sembravano avercela con me: negli ultimi due mesi di allenamenti me ne sono trovate addosso ben tre (una alla volta). Due certe, una poteva essere qualcos’altro (era infilata completamente sotto pelle, tant’è che l’ho estratta come fosse una spina, solo una volta che era sulla mano mi sono accorto che camminava e guardandola da vicino assomigliava ad una zecca, ma le zecche non s’infilano completamente sotto pelle).

Ritengo di poterla escludere visto che mancano le altre sintomatologie e che le ho staccate entro poche ore dal loro impianto (posso dirlo con certezza perché mi controllo sempre con attenzione, più volte durante l’uscita e più volte dopo la stessa, prima della doccia, dopo la doccia, nelle ventiquattr’ore successive): l’infezione necessita di almeno otto ore, secondo alcuni dodici o addirittura ventiquatttro, per essere trasmessa.

Un piccolo grande grazie a #MondoNudo


Un lettore che è anche un amico ormai fedele presenza ai nostri eventi mi scrive e, d’accordo con lui, voglio pubblicare quanto scrive per ringraziarlo pubblicamente delle sue parole, parole che possono essere di sprone per altri, quegli altri che, come lui prima di conoscerci, pensano al nudo esclusivamente come un preludio all’attività sessuale, come una situazione improponibile e inammissibile, come qualcosa da rifiutare e impedire.

Ciao Emanuele!

ti offro un piccolo momento di distrazione e leggerezza tramite questa email 😛

L’idea era di inoltrarla a tutti gli amici di mondonudo perché a loro è rivolta, ma non ho mai creato un elenco in rubrica e fatico a rintracciarli/ricordarli; se vuoi lascio a te il re-inoltro che ti verrà sicuramente più facile. 🙂

Tornando all’oggetto dell’email, volevo semplicemente dire GRAZIE a tutti quelli che normalmente partecipano alle uscite ed eventi che organizzi e in special modo a te che ti impegni molto a realizzarli per tutti.

Prima del 2014 per me il nudismo era un pensiero lontano quasi un tabù, per l’educazione ricevuta anche una questione sessuale.
Invece da tre anni è un un modo come un’altro per essere semplicemente se stessi, per non ghettizzare il nudo, e per incontrare persone allegre con cui condividere un’altra gioia: la montagna e la natura.

Grazie quindi se alcuni giorni fa, mentre passeggiavo in montagna in cerca di un buon punto per far foto al paesaggio, mi è venuto naturale lasciare tutto a terra e imboccare il sentiero pensando solo a quanto erano belle le creste all’orizzonte.

Alla prossima! 🙂

Alessandro

Grazie a te Alessandro, grazie per esserti messo in gioco, grazie per esserti esposto, grazie per averci provato, grazie per la tua fedele presenza, grazie per la tua amicizia, grazie per queste rinfrancanti e stimolanti parole.

G…R…A…Z…I…E

#TappaUnica3V sconfitto ma vittorioso


Foto di Emanuele Cinelli (9,10), Fabio Corradini (1, 6, 7, 8, 11, 12), Alberto Quaresmini (2, 3, 4, 5, 13, 14, 15), Vittorio Volpi (17) e Manuela Valetti (16).

È andata male, quest’anno mi sono fermato molto presto, al chilometro quarantacinque dopo aver camminato nel dolore per ben trentatré chilometri e a nulla è valso il tentativo di una lunga sosta per portare a casa almeno la seconda parte, quella del rientro. Forse mai potrò capire quello che sia successo, molte le ipotesi ma nessuna da sola giustifica il dolore provato, le contratture alle gambe che, lungi dal risolversi nel cammino, hanno reso le discese vere e proprie torture. Un fisico preparatissimo che rispondeva alla grande, una mente addestrata che mi ha spinto fino all’estremo, eppure è mancato qualcosa, eppure qualcosa è andato storto, in un meccanismo ben oliato qualche ingranaggio si è comunque ingrippato.

Alle diciannove e trenta insieme a Maria, mia moglie, sono in Piazzetta Tito Speri, il luogo alla fine concordato con il Comune di Brescia dato che Piazza Loggia è inagibile per i preparativi del concerto di Mannoia. Mi sento bene, non sento nemmeno il caldo e l’afa di una giornata tropicale, sono assolutamente tranquillo. Dopo un quarto d’ora arrivano i primi sostenitori: mia mamma, invero in zona già da un poco di tempo nascosta all’interno della gelateria, Ivan e sua moglie, Alberto e Claudia. Allestiamo la partenza con lo striscione di Fonte Maniva e le locandine di TappaUnica3V, scattiamo alcune foto simulando la partenza (non ho qualcuno che possa rimuovere il parterre dopo la mia partenza). Diciannove e cinquanta, l’ora della partenza è ormai prossima, mentre smontiamo il “palco” arriva anche Fabio, il nipote che mi darà assistenza per tutto il giro. Ore venti, partenza!

Accompagnato da Maria e Fabio con passo tranquillo percorro via Musei, attraverso la strada della salita al Castello, risalgo i giardini di via Turati e arrivo alla base di via San Gaetanino, nel piccolo piazzale dove, a segnarne la partenza, è collocata la targa del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Sono in forte anticipo sul passaggio previsto, ne approfitto per controllare il trasmettitore GPS che pare non funzionare a dovere: è un modello diverso da quello che avevo lo scorso anno e prima di partire da casa mi sono dimenticato di rileggermi le istruzioni (trovate a fatica su Internet), vado a memoria, mi ricordo che andava tenuto premuto il tasto Ok per alcuni secondi fino all’accensione della spia verde, lo faccio ma l’app dei cellulari non rileva l’avvio, attendiamo alcuni minuti ma niente di niente, spengo e riaccendo. Considerando che le altre funzioni d’invio messaggio richiedono la lunga pressione del relativo tasto la logica direbbe che allo stesso modo debba funzionare anche questo pulsante bivalente, indi provo ad usare l’Ok con la rapida pressione e finalmente l’app indica un segnale, ora è a posto (invero no, invero, come purtroppo scoprirò in seguito e capirò solo al rientro a casa, il segnale probabilmente era quello della precedente attivazione: con la semplice pressione dell’Ok viene si inviato, insieme al messaggio SMS di tutto bene, un punto di coordinate ma non si attiva il tracciamento continuo).

Ore venti e trenta, convinto che ora tutto funzioni al meglio, mi rimetto in marcia. Maria e Fabio mi accompagnano ancora un centinaio di metri e poi sono solo, solo coi miei pensieri, solo con me stesso, solo con il mio lungo viaggio. La salita si fa ripida, inizio a percepire il caldo e l’afa, tolgo la maglietta e subito, grazie anche a un fievolissimo filo d’aria altrimenti non percepibile, un poco di sollievo. Purtroppo i pantaloncini devono rimanere ancora al loro posto: anche se sono sulle pendici di un monte questa è ancora zona urbana, non vorrei mai che qualcuno chiamasse i vigili e questi, in ragione della situazione di totale indecisione legislativa sul nudo (materialmente non proibito ma nemmeno permesso e per i giudici oggi accettabile ma solo in condizioni ben diverse da quelle in cui sono), interrompessero già sul nascere questa mia nuova avventura. Imponendomi di mantenere un passo lento percorro la ciottolosa e ripida via San Gaetanino, vecchia strada di collegamento tra la città e i Medaglioni, piccolo agglomerato di case a cui arrivo comunque in breve tempo. Uno sguardo alla città che si stende ormai sotto di me e poi, ancora con tutta calma (mi sono allargato i tempi e voglio godermela), su lungo l’asfalto di via San Gottardo. Oltrepasso il capolinea del pulmino, ancora un poco di asfalto ed eccomi all’inizio del sentiero del Dosso Torre, di solito qui tolgo i pantaloncini, ma le altre volte era notte piena oggi no, oggi c’è ancora luce e, dimenticandomi che è venerdì, ipotizzo la possibilità d’incontrare persone in discesa: tutto sommato questo è un sentiero piuttosto battuto.

Procedo a pantaloncini indossati ed è forse un errore fatale: nonostante il passo tranquillo la sudorazione è abbondante ed eccessiva. Alternando l’acqua pura della sacca idrica a quella con integratori delle borraccine che ho sugli spallacci dello zaino, mi mantengo abbondantemente idratato e salinizzato, tant’è che mai arrivo ad avvertire la sensazione di sete. Eccomi alle antenne della vecchia stazione a monte della funivia, qui sostanzialmente termina la prima salita, breve discesa e sono al piazzale del Cavrelle, sorpresa… decine e decine di vetture vi sono parcheggiate, decine e decine di persone girano in zona, alcune indossano il giubbetto riflettente che mi fa intuire esserci qualche manifestazione. Passo oltre e vedo che sulla sommità del dosso che ospita la chiesetta sono piazzati i classici tendoni delle feste, profumo di salamine ai ferri, musica a tutto spiano, voci che inondano l’aere, velocemente sfilo via da tutto questo e mi getto nella solitudine dello scuro sentiero che oltre procede. Eccomi ai ruderi del rifugio Monte Maddalena, ho quindici minuti di anticipo, approfitto di una comoda panchina per prendere un attimo di respiro e controllare il trasmettitore GPS. Cavolo è ancora in blocco, non trasmette, sarà forse stato il passaggio sotto i ripetitori (una vera selva di antenna di ogni genere, luogo che alcuni anni addietro era stato inibito al passaggio per via dell’alto livello di radiazioni, oggi dicono bonificato sebbene le antenne siano ancora tutte lì e tutte operative), lo riattivo secondo quella che ormai mi sono convinto essere la corretta procedura (in realtà sto solo usandolo in modalità manuale e provocando l’invio di un singolo segnale ogni tanto, sic!): la rapida pressione del tasto Ok.

Ore ventidue e zero zero, è quasi ora di rimettersi in marcia, indosso la frontale senza accenderla, con estremo gradimento del mio corpo tolgo finalmente anche i pantaloncini e ai zero cinque, reindossato lo zaino, come da tabella riprendo il cammino. Dopo una brevissima salita la stradina procede pressoché in piano, alle mie spalle la luna piena risplende nel mezzo di un cielo sereno senza riuscire ad illuminare a sufficienza la mia strada sommersa nel folto di un ricco bosco, devo accendere la frontale. Passo a fianco delle prime due stazioni radio, eccomi al tratto che aggira la sommità del Monte Denno, ogni volta che passo da questo punto resto ammaliato: alla mia destra, dietro un vecchio rovinato guard-rail, lo sguardo precipita sulle mille luci di San Gallo, Botticino e Rezzato, più lontano la Pianura Padana, più a nord i monti di Serle e dietro a questi, oltre l’invisibile presenza del Lago di Garda, il lungo crinale del Monte Baldo. Mi concedo un attimo di sosta per scattare un paio di fotografie, compreso un selfie per fare il quale devo effettuare diversi tentativi (nel buio lo schermo appare completamente nero e di certo non sono un patito di questa metodica, ma l’autoscatto, che pure avevo studiato e impostato prima di partire da casa, qui risulta impraticabile non essendoci validi sostegni per il cellulare).

Guardo l’orologio (che quando sono nudo m’infastidisce assai e pertanto tengo fissato allo spallaccio dello zaino in posizione comoda per poterlo leggere solo abbassando gli occhi), mannaggia ho perso qualche minuto di troppo e con un calcolo mentale capisco che in questo tratto mi sono forse dato un tempo troppo stretto, di certo fattibile ma magari non per chi sta facendosi centotrenta chilometri in unico fiato, eppure è di soli cinque minuti inferiore a quello delle tabelle standard del sentiero 3V (invero il calcolo del tracciatore GPSies ad una velocità di 3,5km/h dava un tempo ben più alto… aveva ragione, e sì che lo sapevo: le tabelle standard a tratti sembrano calcolate con il motorino, sic!): non voglio accumulare così presto del ritardo, devo forzare il passo sperando che il ginocchio regga. Lui, il ginocchio, fa il suo benedetto lavoro: regge! In apparenza anche il fisico fa il suo buon lavoro, velocemente cavalco la Costa del Monte Denno e, aggirata la stazione di Monte Denno, imbocco e percorro la discesa che costantemente ripida porta alla Casina di Pino, traverso al Colle di San Zeno e imbocco la Val Salena. Alla luce dell’ottima e potente frontale scendo la valle superando senza problemi i suoi vari trabocchetti: alcuni ripidi tratti scivolosi, varie placche rocciose altrettanto insidiose, un diagonale franato, uno stretto passaggio fra due rocce che minacciose si protendono verso le ginocchia e le tibie. Ore ventitré e venticinque sono alla chiesa di San Rocco di Nave, cinque minuti di anticipo, ginocchia a posto, fisico a postissimo, nessun segno di stanchezza. Mio nipote non è ancora arrivato, mi siedo su un muretto e lo aspetto. Puntualissimo arriva, scambiamo due parole, gli confermo l’ottimo stato di forma e riparto.

Pochi minuti per attraversare il paese e imboccare la strada per Sant’Antonio: posso togliermi i pantaloncini, reindossati alla base della Val Salena dove il monte viene invaso dalle prime case di Nave. Questo tratto è molto insidioso, già una volta mi ha inchiodato, fa caldo e si suda ma mi sento bene, le gambe girano a dovere e il fisico sembra un orologio svizzero. Mi sono dato un tempo intermedio tra quello della tabella standard e quello minimo da me qui fatto eppure qualcosa mi suona male: ho l’impressione di andare troppo forte ma che un rallentamento mi porterebbe fuori tempo. Supero le diverse ripidissime salite ad un passo controllato per accelerare sensibilmente nei tratti piani o meno ripidi, Ca Ecià scivola via e l’impressione di avere una tabella troppo stretta si acuisce (col senno di poi mi viene da pensare che il mio fisico, nonostante l’apparente perfezione, stesse in realtà lavorando con un rendimento più basso del solito: non erano i tempi ad essere stretti, bensì io che stavo viaggiando quasi al limite, un limite nettamente inferiore al mio solito).

Eccomi al ripidissimo cemento che porta alla chiesetta di Sant’Antonio, lo supero agevolmente ma più lentamente del solito e la mente inizia a farsi qualche domanda. Vorrei rinfrescarmi bagnandomi con dell’acqua fresca ma la fontanina è secca, rimando l’azione a Cà della Rovere (dove invece troverò la presa intubata per portare acqua alla casa più a valle). È a questo punto che percepisco le prime inconfondibili avvisaglie di un precoce affaticamento: lievi contratture ai muscoli laterali delle gambe, la destra in particolare. La mente inizia a farsi debole: “cavolo ho fatto solo una decina di chilometri, non può essere!” (invero dodici, ma poco cambia). Il passo deve rimanere questo, lo posso solo variare con più differenziale tra salite ripide e salite meno ripide, allora aumento l’assunzione di liquidi, in particolare quella dell’acqua con integratori, e nel giro di una decina di minuti sembra che il tutto tenda ad affievolirsi, ma poi è tutto un contare le curve, un’attesa del tratto piano che conduce al Pater e quando qui arrivo le mie gambe dicono no, a fatica riesco a superare il primo altissimo gradino e i primi dolori fanno breccia nel lato superiore dei quadricipiti: “mannaggia, si mette veramente male; dai, dai, dal santuario puoi un poco recuperare e poi c’è la lunga discesa al Passo del Cavallo”.

Eccomi al Santuario di Conche, venti minuti di ritardo, beh, tutto sommato neanche male, posso recuperarli. Un poco rifrancato dall’ultima considerazione mi lancio subito verso il crinale che porta all’Eremo di San Giorgio, un tratto di falsopiano che, sia in salita che in discesa, presenta diversi alti gradini rocciosi e sono questi a evidenziare che le cose vanno invece assai male: in discesa ad ogni flessione delle gambe le fitte ai quadricipiti si intensificano, nella salita fatico a spingere e, forse per un indotto effetto psicologico, anche a respirare. Tengo duro, approfittando della variante bassa (che mi permette di mantenermi comunque sul 3V), rinuncio a salire all’eremo. Con grande sforzo supero la successiva salita ed eccomi all’apice della lunga e impegnativa discesa verso il Passo del Cavallo: “dai che ora si respira”. Si, vero, si respira, ma… ma non si recupera, anzi, man mano che scendo i dolori si fanno sempre più intensi, inizio a pensare che sia finita qui: “brutto pensiero, scaccialo”.

Hai voglia di scacciarlo, i dolori non sono bruscolini, sono fatti reali che manifestano con violenza la loro presenza. Adottando tutte le finezze tecniche che conosco riesco a procedere risparmiando al massimo i quadricipiti, certo la tipologia del percorso (monotraccia, “ma perché mai la gente si diverte a camminare su un solo piede?”, e molto ripido) non facilita l’azione, ma qualcosa riesco a portare a casa e, con soddisfazione, eccomi alla fine del crinale. C’è una casa abitata ma chi se ne frega, troppo dolore indossare i pantaloncini, troppa fatica fermarmi qui e prendere dallo zaino il gonnellino, tanto a quest’ora sono a dormire, al massimo mi vedranno nella registrazione delle telecamere di sicurezza, un piccolo (forzato) aiutino alla causa nella normalità del nudo. Eccomi al Passo del Cavallo, ecco l’auto di mio nipote: “cacchio li dico ora?” Il controllo dei tempi mi segnala che ho comunque mantenuto i venti minuti di ritardo accumulati alle Conche, certo ho evitato la salita all’eremo ma si tratta alla fine di (in condizioni normali) cinque minuti: “Ho le gambe distrutte, forse non ce la faccio a procedere oltre… facciamo così, aspetti qui un’ora e se non mi vedi rientrare portati a Lodrino”. Mi concedo dieci minuti di sosta e riparto.

La confortevolezza del cammino su liscio asfalto sembra ridarmi vigore e arrivo alle case di Reondol con molta fatica in meno di quello che pensavo (ho quasi sempre sofferto questo pezzo e proprio qui, lo scorso anno, avevo avuto i primi crampi), la mente riprende il sopravvento e continuo nella marcia: “fra poco c’è un bel tratto pianeggiante, la salita alla forcella di Prealba non è terribile e poi o la cresta a su e giù o la lunga discesa alla cascina di Sea”. Cammina che ti cammina, godendo, grazie alla nudità, di qualche lieve folata d’aria freschina, eccomi al termine della strada. Mi fermo un attimo e approfitto del muricciolo attorno alla casa che qui sorge per spalmarmi sulle gambe una bella dose di Gel all’Arnica 35%. Ripartenza, sentierino, errore… per qualche strano motivo manco lo vedo il bivio (che eppure conosco bene) e prendo per il sentiero che sale a sinistra lungo il crinale, me ne avvedo poco dopo, fortunatamente proprio pochi mesi addietro l’ho fatto in discesa per studiare una mia variante di cresta e so che più avanti posso facilmente riprendere la giusta strada. Rieccomi sul sentiero originale, il lungo traverso permette un poco di recupero, segue un breve ripidissimo costolone erboso che supero quasi agevolmente: “grazie Arnica”.

Di nuovo a mezza costa, di nuovo con un passo in apparenza buono, le piogge delle settimane passate e il caldo torrido di questi ultimi giorni hanno fatto crescere a dismisura la vegetazione, a tratti manco vedo il sentiero, all’improvviso sbatto contro una ragnatela e con la coda dell’occhio intravvedo una grossa massa bianca che mi corre avverso il viso, veloce passo indietro e la frontale illumina un grosso ragno. La scena si ripete poco più avanti e allora mi procuro un rametto con cui rompere le ragnatele, ma l’azione, per evitare pericolosi inciampi, prevede un continuo movimento della testa per illuminare sia in terra che davanti e qualche ragnatela la infratto comunque, spero almeno di non aver raccolto anche delle zecche: quest’anno sembra che gli sia diventato enormemente simpatico. Forcella di Prealba ad occhio e croce sono ancora con la mezz’ora di ritardo che avevo alla ripartenza dal Passo del Cavallo e mi avvio subito nella discesa verso La Brocca dove posso verificare che effettivamente sono in linea con la mia tabella di marcia: “mannaggia, avessi avuto le gambe in ordine con questa tabella sarebbe stata veramente una bella passeggiata!”

Ho davanti due possibilità: cresta del Dossone di Facqua o Cascina di Sea. La prima mi mantiene in quota, anzi mi alza, ma presenta due tratti di arrampicata, diversi sali e scendi, di cui uno pressoché verticale, e un lungo tratto di discesa insidiosa; la seconda mi permette un bel recupero sulla lunga e comoda discesa fino alla cascina ma poi mi obbliga a una lunga risalita in un bosco che potrebbe, a quest’ora, mettermi di fronte a branchi di cinghiali. Che fare? Invero la scelta l’ho già fatta mentre stavo qui arrivando: è spuntato il sole, ormai ai cinghiali ho fatto l’abitudine, dal Corno di Sonclino alla Passata del Vallazzo (da dove è ormai deciso scenderò per la più comoda anche se monotona variante bassa) è un continuo sali e scendi complesso, laborioso, faticoso e, ciliegina sulla torta, insidioso… “no, no, meglio andare per la cascina di Sea”. Detto e fatto, senza nemmeno farci pensiero, prendo velocemente a destra e inizio a scendere. Cerco di allentare il più possibile la pressione sui quadricipiti, il fondo tutto sommato regolare mi facilita l’operazione e qualcosa sembra in effetti succedere, qualcosa sembra rilassarsi. Eccomi al tornante di Sea, qui si riprende il sentiero, largo e comodo giro sulla testata del Vallone di Sea poi si riprende a salire, sebbene con pendenza moderata. Ancora ho l’impressione di andare meglio di altre volte. Ho superato tratti di alta vegetazione e approfitto di un piano spiazzo al sole per un ennesimo controllino alla pelle: “toh e tu che ci fai lì sotto?” Una bestiolina nera sta camminandomi velocemente su per la caviglia, la faccio salire su un dito e la osservo da vicino… e “vaiiii, cosa dicevo, se c’è una zecca è mia”! Ma questa l’ho vista subito, scuoto il dito per farla ricadere al suolo e non si stacca: “tenace la bestiola, non vuole mollarmi”, scuoto più violentemente e finalmente me ne libero “vai ad attaccarti altrove”.

Zete del Barber, il parcheggino sopra le Passate Brutte (alle quali scopro or ora che la variante bassa del sentiero 3V non sale più), la lunga e comoda strada che, tagliando i versanti meridionali di diversi verdi dossoni, con vista panoramica su Lumezzane e la Val Trompia porta verso il Corno Sonclino. Ne approfitto per dare respiro ai muscoli in vista della nuova discesa, senza particolari problemi sono alla selletta sotto il detto corno, rinuncio ai pochi metri che portano in vetta e mi getto immediatamente verso la sella dei Quattro Comuni. Bastano i pochi metri di questa ripidissima discesa per farmi capire che erano solo apparenze: i miei quadricipiti sono definitivamente esplosi, forse solo una lunga pausa potrà risolvere. Con la mente focalizzata sulla sosta di Lodrino, levati nuovamente i pantaloncini (operazione ora assai dolorosa, ma ancor più doloroso sarebbe il tenerli addosso… “ma perché mai mi ostino a usare questi al posto del gonnellino che apposta ho preso dietro?”) mi immergo totalmente nella discesa. S’inseriscono anche i primi problemi di equilibrio che, poco dopo, a causa di un piede poggiato per metà nel vuoto fuori dal bordo dello stretto sentiero, mi portano a un bel tuffo dentro un cespuglio: “aho, attento Emanuele, qui ci si può anche far male seriamente”. Con circospezione procedo nel cammino e senza altri pericolosi inconvenienti arrivo alla Passata del Vallazzo: “Dai è fatta!”

Beh, fatta, la discesa nel Vallazzo è tutt’altro che comoda: una interminabile stradina sterrata dal fondo spesso sconnesso ed estesamente ricoperto di sassi mobili, ovviamente proprio nei tratti più ripidi. L’ultima volta l’ho fatta tutta di corsa arrivando in fondo in una decina di minuti, oggi, tra fitte lancinanti (spilli, bruciori, tensioni, tremori, contratture, crampi, non mi sono fatto mancare nulla), mi sa che ci metto molto più tempo. Stoicamente (ma che altro posso fare?) procedo nella discesa e finalmente eccomi al campo di tiro a volo di Valle Duppo, da qui a Lodrino è asfalto con pendenze moderate, sarà un sollievo per le mie martoriate gambe. Davanti al ristorante è parcheggiata una vecchia e sgangherata fuoristrada che ricordo era qui presente anche le altre volte, quando in zona non si vedeva anima viva, pertanto mi evito fatiche inutili e procedo in nudità. Poco dopo m’avvedo di un motorino e questo no, questo indica proprio la presenza di qualcuno, facendo buon viso a cattiva sorte sopporto le fitte che il dover piegare le gambe mi provoca e ricalzo i pantaloncini. Faccio due passi e alla mia sinistra, dietro le vetrate della baracca vedo un’ombra, osservo meglio ed è una persona, anzi, sono due, mi ignorano completamente, forse non mi hanno visto oppure mi hanno visto e hanno tutto sommato considerato normale la mia nudità… mah, voglio propendere per la seconda soluzione: “gli ero proprio in faccia ad una quindicina di metri di distanza, seppure impegnati nel lavoro come possono non avermi visto? Bando alle ciance, via, via, non c’è tempo per oziare, ad altro momento le questioni, per così dire, politiche!” Pochi passi ancora e sono sull’asfalto che comodamente mi porta verso Lodrino, quasi subito arriva un’auto, poi un’altra, indi una moto (quad), seguita da un’altra auto: alla fine la rivestizione sarebbe stata, allo stato attuale delle cose, comunque opportuna.

Cocca di Lodrino, vedo l’auto di mio nipote ma di lui non c’è traccia: “vuoi vedere che m’è venuto incontro ma ha sbagliato strada?” Telefono ma risulta irraggiungibile, lascio un messaggio ma non risponde, riprovo a chiamare e stavolta c’è segnale, risponde e… si è successo quello che avevo immaginato. Ci accordiamo: io raggiungo il punto di rifornimento all’Isola Verde e lui mi segue a ruota. Mi rinfresco la testa alla fontanina di Lodrino ed eccomi al B&B, suono il campanello, “Ciao”, “Oh ciao, vieni, vieni, m’ero dimenticata” Va beh, succede, d’altronde nessuno è venuto qui a preannunciare il mio arrivo e sono con un sostanzioso ritardo sull’orario concordato. Marzia la gentilissima e simpaticissima titolare della struttura, mi accompagna al piano di sotto dove mi prepara un tavolino e due sedie. Intimorito dai pavimenti tirati a lucido mi tolgo le scarpe nel cortile di fuori, poi mi accomodo a godermi alcuni lucenti e splendendo attimi di panciolle. Non mi sento per niente stanco, quasi non mi rendo conto della temperatura già elevata, nemmeno dell’afa, solo dolori, dolori ai quadricipiti, dolori che non riescono a invadere il corpo e la mente eppure sono ben presenti e invalidanti. Marzia mi offre una freschissima e ritemprante caraffa di succo d’arancia rossa che velocemente finisce nel mio stomaco, poi mi mette a disposizione una doccia che non riesco a ignorare: con tutte le ragnatele che ho infranto il mio corpo è pieno dei loro residui, moschini morti compresi, magari anche qualche ragno. Nel frattempo arriva in zona anche mio nipote, insieme a lui preparo le borraccine di integratori, però decido che la metà le porta lui con la macchina al prossimo punto d’incontro tra sentiero e strada automobilistica, decido anche di lasciare mezza vuota la sacca dell’acqua pura e tolgo quegli elementi di abbigliamento che, vista la situazione meteo, sono di sicuro inutili: lo zaino assume un peso decisamente più confortevole. Mi concedo anche quarantacinque minuti di riposo in più del previsto.

Ore dieci si riparte, saluto Marzia ed esco in strada, qui m’avvedo che non mi sono spalmato di crema solare, provvedo velocemente: il sole picchia alla grande e la strada che ora devo fare è quasi tutta ad esso esposta, non voglio aggiungere ai dolori della fatica muscolare anche quelli di un bell’eritema solare. Ore dieci e dieci sono finalmente in cammino, mio nipote si allontana in auto dietro le mie spalle, io imbocco la prima salita, asfaltata e non ripidissima, anzi, direi anche dolce, faccio una decina di passi e zacchete, un bel crampo al muscolo laterale della coscia, verso l’attaccatura con il ginocchio… “te pareva, e proprio ora che Fabio se ne è andato. Va beh, coi crampi ci si ragiona, vengono, picchiano e se ne vanno” Infatti così succede, un’altra decina di passi e tutto rientra nella normalità, ammesso che di normalità si possa parlare, diciamo in quella che il momento fa percepire come normalità. Sfruttando tutte le zone d’ombra salgo abbastanza velocemente alla base del sentiero. Rinuncio a fare il percorso diretto nel canalone del passo della Cavada e seguo la più comoda stradina, qui l’insolazione raggiunge l’apice dell’apice, sono costretto a fermarmi ogni cinquanta metri per fruire della frescura delle zone d’ombra, sono ancora con i pantaloncini indossati, li abbasso solo in queste soste e la differenza si sente notevolmente, ma non mi fido a restare senza, dal paese mi possono vedere e due volte su tre qui ho incrociato un tizio in motocicletta.

Eccomi al passo ed esattamente nel tempo preventivato, sarà dura recuperare qui, ma posso sempre farlo più avanti visto che rinuncerò alle varianti alte. L’ombra del traverso verso il Roccolo Morandi mi rinfresca e il passo procede spedito, eccomi ai prati dove inizia la discesa. Nessuno appare animare il capanno poco sopra, sto per spogliarmi (di solito lo facevo subito dopo il passo, ma oggi, sapendo che qui al roccolo avrei potuto incontrare qualcuno, ho rimandato per il dolore che l’operazione mi comporta) quando l’occhio percepisce una presenza più in basso: un uomo disteso nel prato a prendere il sole. Non sono nelle condizioni ideali per sostenere il benché minimo confronto, rimando la svestizione. Percorso il primo tratto pianeggiante inizia quello ripidissimo, qui temevo per il ginocchio che invero qualche fitta me la procura ma alla fine niente di che (forse grazie all’applicazione, sebbene improvvisata da me stesso, dei tape kinesiologici), ciò che invece mi procura il colpo di grazia sono i quadricipiti: ormai ogni passo è una tortura, dove normalmente passerei con un balzo, ora devo procedere a circospetti passettini e anche così è un continuo lavorio di mente per escludere il dolore dall’attenzione. Incontro mio nipote che m’è venuto incontro, insieme scendiamo fino al Passo del Termine e insieme decidiamo l’estremo tentativo di salvare almeno in parte il viaggio: ci spostiamo in auto al passo del Maniva, avrò così modo di riposare per ben sette ore per poi eventualmente ripartire per il meno impegnativo tratto di rientro a Brescia.

Giogo del Maniva, spiego la situazione a Matteo e Manuela, due dei titolari dell’Albergo Dosso Alto, ci facciamo (io e Fabio) un bel pranzetto a base di salumi e birra fresca (gentilmente offertoci da Manuela), poi approfitto dell’ospitalità e mi sposto al piano interrato dove mi è stata messa a disposizione la sala SPA. Data la stagione non è completamente attiva, ma tutto sommato doccia e lettino relax mi bastano, c’è al limite disponibile anche il lettino massaggiatore. Una doccia dona un poco di sollievo ai muscoli indolenziti e alla psiche ormai al limite, segue, con la preziosa collaborazione di Fabio, un lungo massaggio alle gambe con apposito gel all’Arnica (un gel particolare che dopo la stesura si trasforma in olio, combinando la praticità del gel alla durabilità e scorrevolezza dell’olio), una profonda dormitina viene interrotta a metà dal freddo ora pungente (non me n’ero avveduto prima) di questa stanza che mi costringe ad alzarmi per cercare nelle borse la maglia e i pantaloni pesanti. Così ricoperto mi stendo sul lettino massaggi e, confortato dalla zona calda all’altezza dei lombi, mi riaddormento per un’altra oretta. Al risveglio Fabio mi segnala che sono arrivati Alberto e Claudia, mi rimetto in abbigliamento leggero, sistemo le borse e salgo di sopra, nel fare le scale noto che le gambe fanno meno male ma non tanto quanto speravo. Spiego anche a loro la situazione, chiacchieriamo un poco e alle diciannove provo a fare un test: risalgo a tutta un ripido tratto di pista da sci, poi mi sposto sui pendii laterali dove zolle e roccette simulano più adeguatamente una discesa su terreno ripido e sconnesso, alla fine sono ancora più indeciso di prima. Ci soffermiamo un poco a chiacchierare nel piazzale fuori dall’albergo, una decina di minuti che si dimostrano chiarificatori: man mano le gambe iniziano a dolere un poco ovunque, è deciso, il mio viaggio finisce qui. Ci facciamo un brindisi, Alberto e Claudia si fermano qui a cena, io e Fabio prendiamo la strada di casa, un viaggio in auto che nelle parte finale diviene una tortura: le gambe dolgono e picchiano quasi ovunque, non so quale posizione prendere per calmarle un poco, anche le caviglie mi fanno male, si attacca un dolore al fianco sinistro, è un dolore che mi attanaglia da diversi anni, mi viene quando mi distendo su un divano o mi allungo su una sedia, i medici dicono che non è nulla, secondo l’ultimo a cui l’ho riferito è solo una contrattura muscolare, ma io mica ne sono convinto: vattelapesca, un dolore avrà pur bene una causa? una contrattura che dura da anni? siamo seri! Provo ad alzare un poco lo schienale e il dolore si attenua.

Finalmente a casa e… sorpresa, Maria non c’è e io non ho le chiavi di casa. Fabio scavalca la recinzione e apre il cancellino con l’apriporta, portiamo le borse davanti alla porta d’ingresso e poi cerco la posizione che mi dia meno dolori, mi siedo sui gradini dell’ingresso, niente, no buono, mi distendo nel prato, per un poco va bene ma poi mi duole la cervicale, mi rimetto sui gradini appoggiandomi con la schiena al muro, mi rimetto sul prato standomene seduto e così via. Dopo mezz’ora abbondante arriva Maria, saliamo in casa e finalmente posso abbandonarmi del tutto, mollare ogni residua tensione, pensare al recupero delle microlesioni che una qualsiasi attività fisica provoca, figuriamoci quella che ho appena fatto, nel modo in cui l’ho fatta.

Domenica pomeriggio, ore 17, ci si trova alla piazzetta di Urago Mella, punto d’arrivo del sentiero 3V “Silvano Cinelli”, per fare comunque un brindisi, purtroppo siamo pochi, pochi ma buoni: Emanuele, Maria, Maria, Alberto, Claudia, Manuela, Vittorio! Sul tavolino portato da Alberto troneggia la torta di Claudia circondata da invitanti biscotti, sul muretto fresche bottiglie di spumante attendono nel frigo d’essere aperte, noi chiacchieriamo in attesa degli altri amici che avevano annunciato l’arrivo. Arriva il messaggio vocale di Marino: è bloccato dalla coda. Messaggio mio nipote Fabio, sta arrivando. Lo attendiamo a lungo inutilmente, diamo il via ale danze: tagli la trota, apro la bottiglia, verso da bere e si brinda alla mia del… ehm, no, perché mai deludente, no, no, ogni sconfitta è pur sempre una vittoria e allora si brindi alla mia vittoria! Una decina di minuti dopo arriva anche Fabio con Patrizia, bevono qualcosa e subito ripartono. Ancora qualche chiacchiera e stiamo per lasciarci tutti: è proprio finita, TappaUnica3V 2017 s’è conclusa? No, non è detta l’ultima parola, annuncio che ci riproverò, forse già quest’anno in modo da sfruttare l’allenamento acquisito. Applausi e commenti seguono l’annuncio, poi via, tutti a casa.

Concludo questo mia relazione, invero più racconto che relazione, per i dovuti e voluti ringraziamenti. Grazie a tutti coloro che mi hanno supportato, grazie ai componenti dello staff logistico (Fabio, Alberto, Claudia e Vittorio), grazie a Maria che ha sopportato le mie assenze, grazie a quelli di Fonte Acqua Maniva per l’appoggio morale sui social e per la fornitura di acqua (Acqua Maniva PH8), grazie a Tony Gialdini per avermi prestato il tracciatore GPS e rifornito di prodotti energetici a prezzo scontato, grazie ai titolari delle strutture presso le quali mi sono fermato per i punti di rifornimento (B&B Isola Verde di Lodrino e Albergo Dosso Alto al Giogo del Maniva). Grazie!

Campeggio 2017 (racconto) – 4


4

Tornando alla roulotte una valanga di pensieri lo costrinsero a rallentare il passo. Guardò davanti a sé, mentre finiva di asciugarsi i capelli. “Mi hanno visto nudo”, continuava a ripetersi. E non riusciva a capacitarsi né del fatto in sé, né delle conseguenze. Sapeva solo che era qualcosa da evitare col massimo scrupolo. Ma perché allora gli era venuta l’idea di farsi una doccia senza costume, se era proibito. Qual era la spinta. O era malato? Perverso? Un brivido gli corse lungo la schiena a questa parola, una tremarella alle ginocchia lo costrinse a rallentare ancor di più il passo. “Mi dovrò confessare? Chi sa se è peccato? Uffi, è tutto così complicato”.

Ma tra sé un altro pensiero gli rispondeva: “Tu lo hai voluto! Tu hai voluto fare questa esperienza. Per curiosità, per provare l’emozione, per tutto quello che vuoi, ma finalmente volevi vedere cosa si provava ad essere nudi, sapendo che gli altri ti potevan vedere. E ora questa esperienza l’hai fatta. Sai che cos’è, che cosa si prova. Non parli a vanvera”.

Si ricordava della morsa che aveva sentito alla nuca quando aveva voluto dare la “sbirciatina” a papà e una volta visto tutto, quella curiosità si era poi trasformata in curiosità per se stesso, come avrebbe reagito lui di fronte agli altri da nudo. Visto che il collegamento l’aveva pensato, tanto o poco doveva essere vero. E questo pensiero lo rassicurava, papà in qualche modo gli era vicino. Ed era anche contento di aver fatto tutto da sé. Pur rischiando, era stato lui a decidere. Non gli importava sapere se era segno dell’età, o per qualche altro motivo: ora era una sua esperienza. Un’esperienza fatta. E non servivano tante parole. Si immaginava il classico tema alla ripresa della scuola: «Descrivete l’esperienza più esaltante delle vostre vacanze». “Eh, boh, non saprei da che parte cominciare, mi ci vorrebbe un giorno a trovar le parole”.

Sentiva che era una mattinata magica e non si sarebbe stupito di incontrare tutte le persone nude, perché quel giorno era la festa del nudismo, e tutti si erano alzati con quest’idea in testa: prima il papà, poi lui, poi l’altro ragazzo… Forse dipendeva da una congiunzione astrale particolare, dal passaggio di una cometa, da un’astronave di alieni dietro la luna. Eppure, anche così frastornato, così confuso, così “tremarelloso”, si sentiva di essere ancora Fabio, il Fabio di sempre: e oggi era un gran giorno, era successo qualcosa di straordinario. “E papà? È diventato matto anche lui? E io, allora? Più matto di così! Però è anche bello; non mi sono mai sentito così bene, così su di giri. Accidenti che scherzi che fa l’uccellino in gabbia! Aveva proprio voglia di un giretto! Non avrei mai pensato che avesse questa potenza. E i peli? Chissà come sarà quando anch’io li avrò. Allora sarò un ragazzo grande.”

Si strofinò le braccia contro il busto a calmarsi il “friccicorino” che gli era ritornato dopo gli ultimi pensieri. Aveva ancora ben presente come stava bene sotto la doccia, pur col pericolo che arrivasse qualcuno, e il diesel nel petto che pompava energia, che lo avvolgeva in una cappa magnetica. “Come Superman! No, non può essere vero! Tutti siamo dei Superman. Una bella invenzione l’averci fatti così. Grazie Dio. E Adamo?…” ma i ricordi sfumavano, a catechismo raramente si stava attenti. “No! Lì no! Lì non andrei proprio bene, con queste idee. Nudi, neanche morti. Una bella differenza. A settembre deciderò se andare ancora all’oratorio. Da stamattina sono diverso, non sono più un pupazzo di pezza, il “Puffo schifezza” che strattonavo nel cortile e facevo ballare appeso a una corda”.

Si passò la salvietta sul petto, alzò lo sguardo lungo la strada, salutò una signora che andava verso i bagni. Gli arrivò spontaneo un profondo sospiro – ormai cominciava a notarli -. D’un tratto tutti i pensieri eran cessati. Si sentì un sorriso soddisfatto sulle labbra, si sentiva diverso, un poco più grande di quand’era uscito, solo mezz’ora prima.

Arrivò alla roulotte. Mamma e papà stavano chiacchierando alla fine della colazione. Fabio andò dietro la sedia del papà e gli abbracciò le spalle, gli diede un bacio sulla guancia sussurrando:

– Grazie, papi.

Ma senza volerlo l’occhio gli cadde sulla sua nudità. Alzò la testa e chiese:

– Posso stare nudo anch’io?

– No!

– Sì! – risposero all’unisono mamma e papà.

Fu la mamma la prima a riprendersi:

– Ma insomma che cosa vi succede a voi maschi questa mattina?

– Niente.

– Niente – risposero insieme Fabio e Antonio.

– Solo che almeno qui nella roulotte si potrebbe stare nudi – spiegò Fabio.

– Ah, no! Questo poi no! Con la gente che passa. Ma non vi vergognate? Così, dall’oggi al domani, vi alzate e, trac!, vi viene questa novità di star nudi. Ma da quando?

– Da oggi. Non è mai troppo tardi – si affrettò a dire Fabio. – Allora è sì?

– Fate come volete. Però mi meraviglio di te Fabio, che da anni non mi vuoi nel bagno e adesso tutto ad un tratto te ne vuoi girare nudo per casa. Oh, ma almeno a tavola, vi metterete qualcosa, eh?, anche solo per l’igiene.

Fabio si affrettò a togliersi il costume. E ricordandosi della doccia, lo mostrò trionfante:

– Asciutto! Ho fatto la doccia fuori, non sono entrato nelle cabine… Senza costume, naturalmente! Brrr. È stato fichissimo! Tutti che mi guardavano, ma non dicevano niente. Anche un altro ragazzo ha fatto come me. Siamo diventati subito amici.

– Ah, oggi si diventa amici quando ci si vede il pisello? Bei progressi!

– Così non ho bagnato nemmeno il costume, senti!

– Ma è vietato fare la doccia nudi, non hai letto il cartello? Ma cosa sta succedendo oggi? Il mondo si è capovolto?

– Wow! Va bene anche così! – concluse Fabio, e uscì fuori dalla veranda a fare una capriola. Rientrò che era raggiante.

– Ci vuol poco per entusiasmare un ragazzo – commentò Antonio.

– Chiamalo poco! Prima di sera ci rinchiudono tutti alla neuro.

Antonio rimase per un attimo sovrappensiero, scosso da troppe cose tutte insieme. Stava constatando che Fabio non era più il pupattolo che conosceva da 11 anni, ma d’un tratto era divenuto come un estraneo. E la cosa sembrava anche reciproca. E anche lui, Antonio, non era più semplicemente il “papà” che era prima. Sentiva che il rapporto era cambiato, stava cambiando: e proprio questi attimi gli sembravano tremendamente decisivi.

Non sapeva come. Sentiva che doveva stare molto più attento al suo piccolo, badargli di più, ascoltarlo di più. Non era più semplicemente l’amico più grande, il super-eroe, lo spaccamonti. Si mise a fissare Fabio per un momento che sembrò lunghissimo: si premette le labbra, fiero di avere un figlio in pieno rigoglio: un gran regalo! “Chi sono per Fabio?” Una bella domanda, una bella scommessa.

– Sei forte papà! – gli disse Fabio, spalancando gli occhi e premendosi anch’egli le labbra.

– Dai, mangia –, lo invitò la mamma… – E mettetevi qualcosa, che mi fate sentir strana… Se va avanti così chissà che cosa mi inventate prima della fine delle vacanze… Prima di sera! Con che luna vi siete alzati questa mattina, tutti e due? Non vi conosco più.

Ma si capiva che in fondo era contenta della nuova confidenza tra Fabio e Antonio, soprattutto dell’entusiasmo di Fabio. Che fosse l’inizio dello sviluppo? Allora gli faceva bene sapere proprio tutto, vedere tutto… Ma di fronte al prossimo pensiero si morse la lingua, per impedire anche solo di formularlo a parole: fare tutto. All’improvviso la testa le si era riempita di pensieri che passavano in fretta, troppo veloci per poterli fermare. Da qualche parte sarebbero andati a finire e una volta o l’altra li avrebbe poi ripescati. “Ho tutte le vacanze”, pensò fra sé.

– Dobbiamo fare un discorsetto noi due, uno di questi giorni, – disse Antonio rivolto a Fabio.

– Anche oggi! – aggiunse decisa e severa Donata.

Fabio si sedette per la colazione, cercando di non badare ai pensieri che gli premevano in testa, pensieri che gli venivan da fuori, non suoi;e sopra tutto lo sguardo della mamma, che gli pareva fin troppo severo, gli stava cancellando tutta l’euforia della mattinata.

Poco dopo si alzò di scatto, corse dentro la roulotte e ne uscì coi lunghi bermudoni da bagno. Non disse nulla. Si sedette e ricominciò a mangiare. Per qualche minuto nessuno parlò. Mangiava rumorosamente, ogni suono sembrava amplificato. Si avvertiva una tensione nell’aria, da poterla tagliare. Ma d’improvviso lasciò la colazione a metà e uscì senza salutare; corse verso la spiaggia. Arrivato in cima alla duna, lo vedevano che dava calci alla sabbia.

“Perché deve essere tutto così maledettamente complicato?” pensò Antonio, e senza volerlo batté un pugno leggero sulla tavola. “Eh, ma siamo noi a complicarcele però le cose, Dio santo!”

– Ma che cosa vi è saltato in mente a voi due questa mattina? – chiese Donata con lo stesso tono severo.

– Nulla. Hai visto anche tu.

– Ah, per te stare nudo davanti a tuo figlio non è nulla.

Antonio non replicò. Entrò nella roulotte e indossò i suoi bermuda.

– Beh, io vado in spiaggia un momento.

– E vedi anche che cosa fa tuo figlio.

Antonio non capiva questo tono così perentorio tutto all’improvviso, quasi di rimprovero. E scrollò la testa. Donata lo notò:

– Ma dobbiamo parlarne… – e la frase quasi le si bloccò nella gola.

Disordinatamente raccolse le tazze e le posate della colazione e le portò al lavello. Chiuse con forza esagerata il sacchetto dei biscotti e lo gettò con malgarbo nell’armadietto. Inumidì una spugna e la passò con forza sulla tela cerata, malcelando l’agitazione che la travolgeva; prese lo strofinaccio e l’asciugò e poi si lasciò cadere sulla sedia, sfinita. Appoggiò i polsi della mano contro gli occhi e per qualche minuto rimase immobile.

Antonio trovò subito Fabio, senza nemmeno doverlo cercare. Aveva trovato un posto in alto contro la duna, ombreggiata dagli oleandri e altri arbusti. Giocava con la sabbia, prendendone spizzichi e gettandoli davanti a sé, come ciottoli da gettare nel fiume.

Appena vide il papà si spostò un poco per fargli posto accanto a sé. Sapeva che Antonio non avrebbe mai osato disturbarlo nella sua privacy, così come non era mai entrato nella sua camera se non invitato.

Antonio si sedette accanto a lui. Senza parlare. Del resto nemmeno Fabio sapeva da che parte cominciare.

Dopo un po’ di tempo trascorso in silenzio, Fabio strinse a due mani il braccio del papà e gli appoggiò la tempia contro la spalla. Antonio si strinse un poco e gli abbracciò la schiena.

– Ho cambiato idea a proposito del discorsetto.

– Ho capito: me ne farai due! – scherzò Fabio.

– Non lo farò né oggi, né mai. Invece ti prometto che risponderò a tutte le tue domande, ma proprio tutte, dicendoti solo la verità. Almeno quella che so io. Cercherò di essere chiaro il più possibile. Senza peli sulla lingua…

Fabio si lasciò sfuggire un sorrisino allusivo che Antonio non colse.

Rimasero a lungo in silenzio a guardare il mare e la spiaggia che cominciava ad animarsi. Stare insieme in silenzio non pesava loro, anzi, sembrava fosse proprio quel che cercavano.

Fabio percepiva un susseguirsi di domande che non giungevano a diventare parole chiare e precise. La presenza di Antonio bastava a farle svanire come bolle di sapone che anneriscono.

Dopo un po’, Fabio si stufò della posizione e si sedette normalmente. Prese la mano di Antonio e cominciò a giocherellare con quella. Dopo un po’ che giocava, non gli pareva nemmeno più che fosse quella di qualcuno, attaccata a papà. Se la distese sulla coscia, allargò le dita e si divertiva a saltarellare con le proprie dita fra le dita della mano di Antonio come fanno i boy-scout col pugnale. Il gioco cominciò a divertirlo. Poi smise e guardava lontano verso il mare. Antonio lo guardò per riuscire a capire qualcosa, ma non ritrasse la mano. Fabio avvertiva la presenza di quella mano: ora piano piano gli si ricomponeva anche la figura del papà seguendo il percorso del braccio. Appoggiò la propria su quella del papà.

– Dopo questa mattina… – diceva Fabio, – dopo che ci siam… visti… ehm… il pisello… non ci son più segreti fra me e te. È anche una cosa strana, però nel complesso mi sento contento. Sono contento che ci sei, che volendo posso chiedere, mi puoi aiutare a capire.

Antonio inghiottì, impacciato come non mai. Non aveva mai sentito tanto affetto per il suo Fabio, tanta tenerezza, tanto desiderio di proteggerlo, stupito di quanto gli fosse caro al mondo, in questo modo, con questa intimità, con questa profondità. Torse il busto per vederlo in volto. Mai gli era parso così bello, così perfetto, così “di burro”. Ma l’espressione di Fabio era seria, non l’aveva mai visto così serio. Era tesissimo, tremava, quasi, sull’orlo del pianto. Avesse sbagliato qualcosa nella risposta, nel tono, lo avrebbe deluso. Irreparabilmente. Lo avrebbe perso per sempre. “Non adesso!” si disse.

Fabio lo guardò fisso negli occhi:

– Che cos’è fare l’amore, papà? Come si fa? È questo alla fine che voglio sapere. I miei compagni o non lo sanno di preciso o si vogliono tenere il segreto per sentirsi importanti.

E davvero stava quasi per piangere, come se le mancate risposte alle sue domande fossero state personali sconfitte, domande che ormai non poteva più fare, risposte che ancora non si meritasse. Lo facevano sentire in ritardo sugli anni che aveva. Gli altri sapevano già tutto, e lui no.

– E poi, perché non si può stare nudi?

– Non sta bene…

– Perché non sta bene?

– È una specie di abitudine. Non lo so perché. Non lo so di preciso. Per questo stamattina anch’io mi sono un po’ ribellato. Anch’io voglio sapere di più, voglio provare.

– E invece io lo faccio, anche adesso. Non m’importa di nessuno! – si adagiò sulla schiena e si sfilò i bermuda. – Non m’importa della vergogna. Non la voglio più sentire. Mi soffoca.

– Qui siamo abbastanza lontani dalla gente, nessuno ti vede. Fai come vuoi, come ti senti.

Ma, inaspettatamente, Fabio coi bermuda stretti in una mano si alzò in piedi con le braccia in alto:

– Mi piacerebbe gridare: “Ehi, sono qui, sono nudo, sono io! Bello come il sole!” – e si mise a sghignazzare.

– Siediti, matto! Ti compatirebbero perché sei ancora un ragazzino.

Antonio rifletté un poco, colto da un pensiero che gli stava attraversando la mente:

– Però un giorno lo facciamo, promesso. Non qui, ma in montagna, di fronte a un gran panorama. Lo griderò anch’io… Lassù non m’importa tanto se la gente mi vede. Lassù non ho vergogna.

Fabio si stupì che anche il papà provasse vergogna di qualcosa. Ma un’altra domanda premeva di più:

– Quando?

– Una domenica dopo le vacanze.

– Sicuro che vengo… ma lasciamo a casa le donne.

– Vedremo. Magari, basta che ci allontaniamo un po’ da loro.

– Ma non penseranno che siamo frocetti?

– No! Che domande fai? Che cosa te lo fa pensare?

– La faccia della mamma questa mattina. Ce l’aveva proprio stampato. Ma non so bene che cosa vuol dire esser frocetti. Non so che cosa fanno.

– Sarà meglio che te lo spieghi un giorno o l’altro.

– No, subito, visto che è capitato oggi e riguarda noi due.

 

Fabio e Antonio rientrarono circa un’ora dopo e senza aver fatto nemmeno un bagno

Fabio non aveva voluto rimettersi i bermuda e li teneva in mano.

Le persone che li incontravano lo salutavano lo stesso. Accompagnato da papà era un’altra cosa.

– Mi devo rimettere i bermuda? – aveva chiesto Fabio prima di partire.

– Fai come ti senti. Nessuno ti dirà nulla.

– Allora non me li metto, – stupendosi che quel che aveva desiderato anche solo vagamente si stesse materializzando in un fatto. Che fosse bastato volerlo, immaginarsi di tornare nudo alla roulotte per sentirsi di poterlo fare: era un po’ come avere dei super-poteri. Non era tanto il senso di sfida, quanto la magia particolare di quel momento. La brezza che spirava sulla duna lo avvolgeva, si percepiva in ogni centimetro di pelle, e proprio da questa totalità, così rara, gli veniva quel senso di magia, di eccezionalità, di cosa in tutto buona e perfetta. Si sentiva al centro di tutto, intercettato dal puntatore del laser quando mirava ai mostri da uccidere nel videogioco.

Campeggio 2017 (racconto) – 3


3.

Alzando il piede sul primo gradino della roulotte, Fabio si era come paralizzato, si grattava la testa per un pensiero balengo che gli era caduto dal cielo come una meteora: gli aveva punto vaghezza di fare la doccia non in cabina, ma fuori, dove c’erano le docce aperte, dove ci si risciacquava tornando dalla spiaggia. “Per paura che possa farti una vipera, è sempre meglio vederla una volta che morir di terrore ogni volta che ne senti anche sol la parola”.

L’aver visto il papà nudo lo incoraggiava, e forse era stato proprio questo fatto a far girare le rotelle a velocità supersonica. Era come un contagio, si sentiva dentro una specie di febbre, di fuoco che lo divorava, ma nello stesso tempo gli dava anche forza e entusiasmo; ma se anche papà lo faceva, in lui avrebbe avuto un alleato sicuro. Era bastata l’idea, il proposito, e poi “il coraggio e l’ardimento” erano arrivati da sé. E se li sentiva dentro i muscoli, mentre si toglieva il pigiama. Ed era impossibile resistere – e forse nemmeno voleva resistere. E nello stesso tempo si sentiva appoggiato, incoraggiato, al sicuro, come dentro una magia che gli era per caso riuscita. Era una cosa da fare. Toccava a lui. Ed era pronto. L’avrebbe fatto, anche se si sentiva come un automa, il cervello già programmato, irreversibilmente, capitasse quel che doveva capitare. Aveva deciso, era sicuro che l’avrebbe fatto, o almeno provato, bisognava vedere quanta gente ci fosse alle docce… ma l’avrebbe fatto egualmente. Giurato. Sentì caldo alle ginocchia, potevano cedere dall’emozione da un momento all’altro. Stare nudo non era una cosa da poco. Praticamente non l’aveva mai fatto.

Preparò la salvietta su uno sgabello vicino, prese dalla borsa il bagno-schiuma e lo mise sulla piccola mensola della doccia. Ritornò allo sgabello: adesso era il momento! Tossicchiò, aveva la bocca secca. Una vampata di caldo gli salì fino alla faccia.

Il fatto che non ci fosse nessuno era incoraggiante. Infilò entrambe le mani sotto l’elastico e le allargò verso i fianchi: così gli sembrava un gesto più facile e allo stesso tempo preciso e veloce. Si abbassò il costume: eccolo il lumachino; il cuore si mise a palpitare più forte, nella mente gli ronzarono in loop disordinato frammenti di una canzone: “e tutti quelli che passeranno – io mi sento di morir – diranno che bel fior!” All’altezza delle ginocchia fu bloccato da un ultimo ripensamento: arrivò dalla mente la frustata del proposito e allora continuò; prima uno e poi l’altro, sfilò i piedi dal costume.  Lo appoggiò sullo sgabello.

Da nudo era come se le pareti avessero mille occhi. Si guardò dal petto fino ai piedi: era nudo, senza ombra di dubbio, la pelle palliduccia bisognosa di sole ed aria aperta, la bestiolina un bianco vermicello. Il tremore aumentò, si sentì pervadere da una specie di scossa, vrrrr, che lo teneva compatto. Si strinse il busto nelle braccia, ma non diminuiva. Sentiva che avrebbe potuto perdere i pezzi da un momento all’altro, come in un ascensore in discesa. Prima non aveva fatto caso all’aria, adesso se la sentiva quasi premere contro la pelle, lo toccava “dappertutto”, come un soffio, una carezza, “l’aria mi ha trovato; se mi accarezza vuol dire che a suo modo mi vuole bene” pensava. “Prendi un po’ d’aria anche tu, cucciolotto” pensava fra sé rivolto al suo lupacchiotto. “Oggi ti faccio il battesimo dell’aria, paracadutista… Salvami tu!…”

Non voleva badarci più di tanto, ma si sentiva tutto concentrato sul suo cosettino, come se attorno ad esso vorticasse il cono di un ciclone. Oggetto di tali e tante attenzioni, il bortolino non stava più in sé dalla contentezza, prese lui l’iniziativa e, incurante di Fabio che cominciava ad arrossire, s’impennò. Fabio lo schiaffeggiò come per rimproverarlo, ma era troppo buffo vedere come ritornava ancor più sbandierato ad ogni colpetto, come una molla, come un cagnolino rampante al ginocchio che volesse solo giocare.

Temette di scivolare sul pavimento bagnato mentre andava sotto il getto.

Aprì il rubinetto; era il primo della giornata e dovette attendere che l’acqua si scaldasse.

Le ginocchia altroché se si erano indebolite. Aveva il fiatone come avesse fatto una salita e il cuore batteva – anche lui di sua iniziativa – e non riusciva a fermarlo. “È tutto normale” si ripeteva automaticamente per calmarsi. “Macché, tutto normale. Sto scoppiando per l’emozione, ma non ci rinuncerei per tutto l’oro del mondo. Io sono il mondo!”

Da dove gli fosse venuta quest’ultima frase proprio non lo sapeva. Non ricordava di averlo letto in quei libri noiosissimi che doveva leggere per scuola, uno al mese; o forse era di una canzone che aveva sentito cantar dalla mamma.

Gli pareva di avere gli occhi anche dietro e controllava se sentiva il rumore di passi. Decise in quel momento che sarebbe rimasto lì, inchiodato, come aveva deciso – come voleva!, – che non sarebbe fuggito a rimettersi il costume, a costo di fingersi Tedesco. Poco dopo arrivò l’acqua calda, lo aiutava a calmarsi, respirava; ma il fremito non accennava a diminuire. Il corpo era un alveare, ne sentiva il continuo ronzio. Eppure gli pareva anche di essere colmo di una forza sconosciuta, il serbatoio strapieno di un’energia sul punto di scoppiare. Si sarebbe ricordato di questo momento!

Capì anche che era una cosa tutta sua, una sua decisione: nessuno lo aveva obbligato e non voleva imitare nessuno: chi, caso mai? Non era importante capire subito a che cosa servisse: lo stava facendo e basta, lo stava facendo adesso. Ne stava combinando una grossa, questo sì, ma per nulla vi avrebbe rinunciato, come rubar le ciliegie nel campo vicino alla ferrovia.

L’acqua gli stava calmando i pensieri. Senza il costume, sembrava aderisse meglio al corpo. “Anche a casa faccio la doccia, ma non è come adesso. Anche a casa sono nudo nel bagno, ma non è come qui” e senza volerlo si chiedeva quale fosse la differenza. Se fosse entrato qualcuno si sarebbe sentito schiattare. Ma voleva anche sapere come avrebbe reagito. Voleva fare anche questa esperienza. Più ci pensava, più gli arrivava questo misto di forza e paura. Mentre lo riponeva sul ripiano, vide il flaccone del bagno-schiuma che gli tremava vistosamente nella mano: “è l’alzheimer” si disse per prendersi in giro, “le esperienze fanno invecchiare prima del tempo”. Il pensiero l’aveva divertito e lo distrassero un po’, il giorgino ridiventava normale.

Proprio in quel momento sentì ciabattare dietro di lui. Non si voltò: una statua di sale. Chiuse il rubinetto e attese che l’acqua sgocciolasse. Si aiutò con le mani. E intanto pensava a come venir via dalla doccia, da quale parte voltarsi. Doveva coprirsi l’ambrogino?

In quell’istante un ragazzo di qualche anno più grande di lui aprì il rubinetto della doccia vicina. Con la coda dell’occhio vide che anche lui era nudo; aveva i peli, e il suo era più grosso. Chiuse gli occhi e abbassò la testa, ma l’immagine gli era rimasta impressa negli occhi. Per mandarla via si scrollò la testa. “Forse è Tedesco”. Lo guardò in volto e vide che gli stava sorridendo. Anche Fabio sorrise, ma un po’ impacciato.

– Fai pure! – gli disse il ragazzo grande. – Non badare a me. Sono abituato.

Fabio rimase incollato a guardare la sua bocca, ad ascoltare le sue parole. Non credeva fosse Italiano. Si sentì un po’ più calmo, un po’ più sicuro. L’imbarazzo era quasi sparito. Sentì che poteva essere suo amico.

“Abituato” continuava a ripetersi Fabio. “Nudo e abituato. Ma come fa?” La cosa gli sembrava inverosimile e straordinaria. Riaprì la doccia e si dette un’altra insaponata.

– Ma non avevi finito?

– Ho sentito che arrivavi…

– E hai avuto paura.

– Anche un po’ di vergogna. È la prima volta.

– La prima volta che fai la doccia in mezzo a tutti?

– Per fortuna non è arrivato nessuno.

– Ma poi hai avuto vergogna di me! È così?

– Sì, è così.

– Ma va’ là, sciocchino. Ricordati questo: sarà anche la prima volta che ti fai vedere nudo, ma anche l’ultima che sentirai vergogna degli altri!

Fabio stette in silenzio a ripetersi le due frasi: sentì la voce di un altoparlante in uno stadio olimpionico: “Ed ora Fabio Sciocchino, numero 11, Italia, al salto con l’asta”, mentre una panoramica gli mostrava gli spalti gremiti e vocianti; poi un atleta (sapeva che era lui): dopo una breve rincorsa si staccava da terra (“la prima volta”), saliva su, su, per più di cinque metri, superava l’asta (“non sentirai più vergogna”) e poi si lasciava cadere giù di peso sui materassoni di gommapiuma.

– Non c’è niente di cui aver vergogna. E se ce l’hai, fattela passare.

Gli si avvicinò e gli strinse un braccio:

– Ehi, sei tu che comandi! – dandogli poi a mo’ di conferma una leggera pacca sulla nuca.

Le parole del ragazzo lo stavano confondendo ancor di più. Si risciacquò deciso ad andarsene.

– E adesso te ne vai? Rimani ancora un po’. Goditi questo momento.

– Ma se arriva altra gente?

– Fregatene! Mica sanno che tu sei qui a mostrare il tuo stra-mega pisellino e fai pagare l’entrata!

Fabio ridacchiò. Il ragazzo grande vedeva la situazione da un altro punto di vista. Fabio si sentiva sollevato, più leggero, persino contento. Cominciò a dimenarsi come un cantante rock: rideva, scalciava, gridava, si sbracciava.

– Sei tutto matto! – commentò il ragazzo.

– Sei qui al campeggio anche tu? – chiese Fabio.

Il ragazzo colse al volo lo spunto:

– No, sono solo di passaggio. In realtà vengo da Marte, e sono in incognito, sono un extraterrestre e sono qui solo per te. A te lo posso dire, perché sei simpatico. Stiamo studiando i Terrestri perché sono troppo strani, troppo divertenti. Guàrdati te come sei matto! – disse il ragazzo, divertito lui per primo della storia che si era inventato lì per lì.

– È bellissimo – disse Fabio, come facendo il punto della situazione.

Gli venne di tirare un sospirone, come quando ci si stiracchia.

– Adesso devo andare… ma domani ritorno… se non sarai già ripartito… Ma non sei un marziano vero? Vero? – e si mise a ridere sentendo i due vero così diversi uno dall’altro.

Il ragazzo gli passò una mano sui capelli:

– Da nudi ci sentiamo tutti un po’ marziani, ma siamo sempre noi. Prima non riuscivamo a vederci. Forse vediamo una parte di noi che non abbiamo mai visto…

– Eh, certo! – ridacchiò Fabio, interrompendolo. Aveva capito al volo di quale parte si trattava. Ne approfittò per premersi fra le dita la punta del suo gnagnerottolo perché vi avvertiva un certo pizzicorino… altre volte sarebbe collassato di colpo, uno strafulmine lo avrebbe incenerito, come nei cartoni animati. – Scusami tanto, coi vestiti mica si vede…

– No, cos’hai capito? Dicevo che stranamente, quando siamo nudi, non ci vediamo solo di ossa e di carne, ma come trasparenti, quasi di gelatina e riusciamo a vedere quella specie di aria solida che ci sostiene.

– Sei proprio un Marziano! Ma spiritoso!

– Può essere. Ciao, a domani.

Senza che se ne fosse accorto, nel frattempo altri campeggiatori erano entrati alle docce. Mentre ritornava allo sgabello dove aveva la sua roba, Fabio li guardava, ma con meraviglia vedeva che non facevano caso a lui, come se l’essere nudi fosse una cosa normale. “Infatti sotto i vestiti siamo sempre nudi” pensò. “Mah, forse non ci fanno caso perché sono ancora piccolo… Argggh (stridore di freni, rumore di pneumatici: non era più un bambino! Sia chiaro!) Ma non guardano neanche l’altro ragazzo!…”

Fabio si incappucciò con la salvietta per asciugarsi i capelli e, quasi si trattasse di una specie di gioco a nascondino, stava pensando che gli stavano vedendo il bianco cavolino, pisellino, fagiolino, cipollino, scalognino, verdurino… ma con la faccia coperta era come non fosse più il suo, che non fosse più lui quello nudo. Si attardò a considerare questo pensiero, che gli pareva strano, ma anche decisivo. “L’essere nudi riguarda anche la faccia”: si annotò la frase nella memoria.

Quando ebbe finito si rimise il costume; prese salvietta e borsina, pronto per uscire. Si volse verso il ragazzo ancora sotto la doccia per salutarlo… e ridare un’occhiata al suo “pisellone peloso” (le parole, messe insieme così, lo facevano ridere – con quello di papà eran già due piselloni pelosi. Tutta una vita senza vederne uno, se non al computer e poi due vivi nel giro di un quarto d’ora! Ma che cosa stava succedendo?)

Vide che il ragazzo stava scuotendo la testa:

– Sei dei nostri oramai. Hai fatto il gran passo. Batti un cinque! – e tutto gocciolante uscì da sotto la doccia per battere un cinque con Fabio che gli stava andando incontro.

– Buttalo il costume, che ormai non ti serve più.

– Ed è meglio! – gli scappò detto a Fabio.

– Giusto! È meglio!

Fabio non riusciva a capire tutto. Sorrise al ragazzo, ma si sentiva di avere un sorriso da ebete.

– Va’ là, che imparerai presto! Sei bravo!

“Addirittura bravo?” pensò Fabio.

Sorrise di nuovo al ragazzo, e il sorriso era proprio cambiato.

Campeggio 2017 (racconto) – 2


2.

Sentì Donata che si stava alzando. La udì che scendeva i gradini.

– Hai già bevuto il caffè?

– Sì, lo sto finendo.

– E a me non hai pensato?

– Faccio subito, scusa. Pensavo volessi dormire ancora un po’. – E rientrò.

– Ma tu sei tutto nudo. Fuori dalla veranda? Ma sei matto?

– Dai, non è passato nessuno.

– Non si sa mai. Vai a metterti almeno il costume.

– No. Fin quando non si alzano i ragazzi. Vai a farti la doccia che intanto ti preparo il caffè.

– Però mettiti qualcosa che non è igienico. Mi fa senso pensare che il caffè l’hai fatto che eri nudo.

Antonio ridacchiò mentre andava a prendere la macchinetta e la lavava sotto la gomma del lavello.

– Guarda che sta passando qualcuno. Non farci fare brutte figure.

Antonio continuò a lavare la moka. Guardò fuori dai finestroni di cellophane, indifferente. Il signore che stava passando in accappatoio fece un accenno di saluto e proseguì.

– Non fare stupidaggini, intanto che vado a lavarmi.

– Sta’ tranquilla.

Prese dalla piccola dispensa il pane, il succo, la marmellata, il burro, i tovaglioli e imbandì la tavola come stesse aspettando la regina d’Inghilterra.

Quando Donata tornò, si meravigliò della ricca colazione.

– Dai, rivestiti che si svegliano ragazzi.

– Mbèh, dopotutto siamo una famiglia…

– Non vuol dire.

– Mi piacerebbe cominciare…

– Ma tu sei matto! Che cosa hai sognato, stanotte? A proposito, dov’eri andato?

– In spiaggia!

– Ah! A veder le ragazze che fanno il bagno di mezzanotte, eh?, sporcaccione! Ti ricordo che sei un uomo sposato e con prole. Certe cose lasciale fare a chi ne ha l’età.

– Invece no! Anch’io ho fatto il bagno nudo e mi è piaciuto moltissimo!

– Ah, è ritornata la moda. L’hai letto su internet?

Antonio si sentiva invulnerabile alle critiche e alle riserve di Donata. L’esperienza fatta a mezzanotte e il sonno ristoratore che ne era seguito gli davano la sicurezza di esser nel giusto. Oltre ogni argomentazione. Non voleva far polemica con Donata. E d’altro canto si sentiva di non esser completamente nel torto: si sorprendeva che questa sensazione di sicurezza gli provenisse non tanto da un ragionamento razionale, ma dal benessere che si sentiva nel corpo, dall’aria che gli scivolava sulla pelle e lo avvolgeva, dal fresco del mattino che lo corroborava. Eran “ragioni” talmente evidenti, talmente reali che non stava a pesarle col bilancino dei sillogismi.

Versò il caffè a Donata.

– E non venirmi troppo vicino… che non va bene a tavola.

– A me sembra di essere più pulito adesso che con un costume fradicio d’acqua e di sabbia.

– Ma almeno sei coperto!

Antonio si sedette su una sedia. Sorrise sotto i baffi perché con la tovaglia che lo nascondeva aveva accontentato Donata e non si era dovuto rivestire. Cominciò a spalmarsi la marmellata su una fetta di pane. Nessuno parlò per qualche minuto. Poi tutto ad un tratto, sincronizzati al millesimo, entrambi dissero qualcosa ma non riuscirono ad ascoltarsi e si misero a ridere. La risata, aveva almeno sciolto un po’ la tensione.

– Dai vestiti. Ho sentito Fabio che si sta alzando.

Ancor prima che finisse di dirlo, Fabio era comparso sulla porta della roulotte. Con la manica del pigiama si stava sfregando gli occhi e intanto sbadigliava:

– Che cosa c’è per colazione?

– Novità! – rispose Donata. – Guarda un po’ tuo papà!

Fabio non aveva ancora notato che il papà era nudo. Per un attimo non seppe se ridere o che altro fare, tanto era grande la sorpresa.

– Non ti ho mai visto nudo!

– C’è sempre una prima volta. Sono ancora quello di prima. Non c’è nulla di strano.

Fabio ridacchiò ripensando alle parole “non c’è nulla di strano”.

– Non c’è nessuno che va in giro nudo e mi vieni a dire che non c’è nulla di strano?

Si puntò l’indice contro una tempia e lo girò alcune volte.

Ma intanto moriva dalla curiosità di “dare una sbirciatina”, e allo stesso tempo non voleva mostrarsi troppo curioso. Sentiva anche un certo “rispetto” per papà che lo tratteneva, un misto di rispetto vero e prorpio e una certa vergogna per lui, una specie di pietà, di commiserazione: fosse stato un estraneo, avrebbe “guardato” fino a saziarsi, fino alla noia, per poi ricominiciare: la presenza faceva la differenza con quel che poteva trovare su internet, la presenza dal vivo moltiplicava le senzazioni, la confusione, l’ebbrezza che lo straniva; avvertiva un richiamo forte per queste scene. Capiva bene la differenza fra fantasie, immagini e la realtà… la vita! Le prime due, così fuori dal tempo, dallo spazio, dalla presenza gli parevan senz’anima. Suo papà invece era lì, presente, nudo, eccezionale, adesso, ci poteva parlare, era vero; sarebbe cambiato anche il suo modo di vederlo, di considerarlo papà: una rivoluzione, ma si sentiva pronto a tutto perché di questa concretezza, di questa vita e verità, di questo percorso, di questa esperienza sentiva di avere grandissimo bisogno, la cosa più importante: sapeva che l’avrebbe cambiato, ma bambino non poteva più restare: oggi doveva succedere, da oggi non lo sarebbe più stato. Pensieri che gli riempivano il petto fino a scoppiare: ma ora con papà sarebbe stato diverso, d’ora in poi sarebbe stato tutto diverso, sembrava più che in invito: era già lì, già fatto il gran passo, già deciso. Adesso stava accadendo, adesso il momento culminante, d’ora in poi, guai a chi lo avesse chiamato ancora bambino. Papà aveva avuto il coraggio di essere nudo di fronte a lui, si rese conto che l’aveva fatto anche per lui. Non l’aveva fatto fregandosene di lui, ma insieme a lui, e questo l’aveva fatto sbocciare, aveva fatto sbocciare ambedue, e lui, ora, doveva trovare il coraggio di esser ragazzo. Papà lo avrebbe potuto aiutare, ma solo lui poteva decidere di lasciarsi l’infanzia alle spalle. Anche lui doveva provare cosa significa essere nudo, guardarsi dentro e mettersi di fronte agli altri per quello che era: nulla di più, nulla di meno. E vedeva che adesso era il momento, adesso stava cominciando il cambiamento. Papà lo aveva provocato, sfregato come fosse un fiammifero, si era trasformato in luce, calore e energia. Ne aveva voglia di inghiottire, i pensieri lo tartassavano, una caterva di sensazioni lo strattonavano di qua e di là: un’alluvione. E se non avesse bevuto, tutta quell’acqua l’avrebbe travolto.

La voce della mamma lo distrasse dai suoi fitti pensieri:

– Oggi va così, mio caro! – disse Donata, con un tono di voce più alto, come parlasse da lontano.

– Non penserai di andare in spiaggia così, vero? – chiese Fabio. – Mica è un campeggio di nudisti.

– Già fatto!

Fabio rimase paralizzato con la fetta di pane imburrato fra i denti.

– Quando? Questa mattina?

– No, questa notte a mezzanotte.

– Come una volta?

– Sì, come una volta. Ma è bello anche oggi.

– Questa notte provo anch’io. Ma tu non venire, – ma nel dirlo aveva già cambiato opinione: s’era accorto d’aver detto una frase a memoria, d’aver parlato per vecchia abitudine.

– Ok. Quando rientri tu, andrò io.

– Voi due siete proprio matti da legare! A me non chiedete niente?

– Vieni anche tu! – propose Fabio candidamente. – Più si è, meglio è. E anche Clara… ma di sicuro non le piacerà, è il solito Bastian contrario.

– Non sta bene farsi vedere nudi dai propri figli, – sentenziò Donata.

Nessuno replicò. Tabula rasa sull’argomento.

– Ma ci starai ancora per molto tempo, nudo, papà?

– Almeno qui nella nostra roulotte…

– Sì, ma quando si sveglia Clara, voglio vederti, – sghignazzò Fabio.

– Finisci la colazione e vai a lavarti. Voglio che fai qualche compito prima di andare in spiaggia.

Fabio rientrò nella roulotte e ne uscì poco dopo in costume, salvietta e la borsa da toilette.

Campeggio 2017 (racconto)


Mentre Emanuele compie la sua impresa, vi offro alcune puntate di un racconto, per ingannare il tempo fra una tappa e l’altra del tracciatore GPS.

1.

Il signor Antonio Gasparri frequentava il campeggio La Pineta almeno da più di dieci anni: Fabio aveva solo un anno quando erano andati la prima volta e Clara cinque. Aveva comperato una roulotte di seconda mano. Il primo anno si era fatto aiutare dal fratello, soprattutto per montare il parasole davanti alla veranda. Poi aveva imparato a fare da sé, aiutato validamente dalla moglie Donata.

Di solito ci andava in agosto, quando tutti facevano le ferie e il campeggio era sempre affollato. Le famiglie vicine avevano stretto amicizia e si telefonavano anche durante l’anno, per Natale o qualche compleanno.

Quest’anno, invece aveva preferito le prime due settimane di luglio: “le giornate sono più lunghe. Ad agosto si sente che le vacanze stanno per finire. A luglio invece le abbiamo ancora tutte davanti.”

Fin dalla prima sera il signor Antonio non riusciva a dormire. Non per il caldo, ma forse semplicemente il cambio d’ambiente. Si rivoltava nel letto, prendendosi ogni tanto dei pugni leggeri dalla moglie:

– E sta’ un po’ fermo, che non mi lasci dormire.

Poco prima di mezzanotte udì dei passi provenir dal vialetto e voci sommesse e sorrisini. Era un gruppo di ragazzotti e qualche ragazza che si stava dirigendo verso la spiaggia. Prima di arrivare alla duna alcuni si erano già spogliati: “Ah, già! Il bagno di mezzanotte”. Una cosa normale che si fa da ragazzi…

Si girò su un fianco e gli sembrava che la novità lo avesse calmato e potesse prender sonno. Ora la mente era occupata dal pensiero di quei ragazzi e ragazze che facevano il bagno nudi e si godevano il fresco della notte, lasciandosi asciugare l’acqua alla brezza del mare.

Quasi automaticamente si sfilò le mutande. Sentiva un principio d’erezione, ma senza pensieri, “in bianco”, si premette il bacino contro il materasso e avvertì il turgore crescente. Sapeva cos’era: non era il sesso, ma le semplici parola nudo e nudi. Avvertì un sentimento d’invidia per i ragazzi che immaginava divertirsi liberi sulla spiaggia. Dopo un po’ si mise a sedere sul letto, indeciso su cosa fare.

– Vai a fare un giro! – gli suggerì Donata, – vedrai che poi dormi.

Indossò un costume da bagno, prese un salviettone e uscì verso la spiaggia. Non voleva spiare i ragazzi. Eppure c’era qualcosa che lo attirava. Qualcosa di suo.

Giunto sulla spiaggia, vide che i ragazzi non l’avevano neppure notato. Stette un po’ sovrappensiero, gironzolando attorno al salviettone e poi d’improvviso, quasi furtivo, si tolse il costume e corse verso il mare. Sentì tutto il corpo rianimarsi, come percorso da mille formichine che lo stavano pizzicando, ma era bellissimo. Soprattutto sentiva il fresco dell’acqua alle pelvi: l’attenzione puntò lì. Nessun pensiero in particolare, solo si mise ad ascoltare la sensazione che provava. Nuotava per qualche bracciata, sentiva l’acqua scorrergli attorno al sesso: lo sentiva presente, vivo, parte di sé. Era bello sentirsi uniti, compatti, della stessa carne e non solo uno “strumento”, come veniva spesso chiamato. Lo sentì vivo e autonomo. E gli parve la cosa più saggia: il corpo umano era perfetto, ma sapere che il cuore, il fegato, i polmoni i reni funzionavano da soli era molto confortante, con tutta la nostra “scienza” non avremmo saputo fare di meglio. Ed ora anche il bracchetto aveva mosso le orecchie, come avesse sentito un gallo cedrone sfrascare tra i rododendri.

I ragazzi se ne stavano andando. Anche Antonio pensò che per il momento fosse abbastanza. Uscì dall’acqua per andare ad asciugarsi. Si sentiva una mezza erezione e non ne ebbe vergogna. Proprio in quell’attimo l’ultimo dei ragazzi guardò verso di lui; alzò il pollice in segno di Ok. Antonio si sentì frastornato; ricambiò il saluto in modo automatico; faticava ad inghiottire persino il fiato: troppe emozioni. Scosse la sabbia dalla salvietta e si asciugò. Decise di non rimettersi il costume, tanto era buio. Ritornò alla roulotte. Si mise a letto e dormì come non aveva mai dormito.

Al mattino dopo fu il primo a destarsi, un raggio di sole filtrava da una fessura. Una luce rosseggiante e piena di forza. Si alzò. Si vide nudo e decise di stare nudo finché si fossero alzati anche gli altri. Gli sembrava una sensazione strana, unica, troppo bello, come fosse la prima volta: a suo modo era una prima volta. Preparò una moka di caffè la mise sul gas; prese tazza-zucchero-cucchiaino e li dispose sulla tavola. Nell’attesa uscì davanti alla veranda. Spontaneamente gli venne di fare un profondo respiro e incrociò le mani dietro la nuca. Guardava a sinistra e a destra nel caso arrivasse qualcuno. L’aria cominciava a scaldarsi, il primo sole gli indorava la pelle. Si sentiva forte e perfetto. Non osava guardarsi davanti: sapeva di essere nudo. “Mi vergogno di me?” pensò fra sé e sé. “Che assurdità!” Chiuse persino gli occhi. Dopo qualche secondo udì poco lontano delle ciabatte trascinarsi sulla ghiaia. Decise di rientrare, gli sembrava di aver osato anche troppo. Si sedette dietro il tavolo attendendo il caffè. Quando sentì il caffè gorgogliare si alzò: proprio in quel momento passava una giovane donna che andava alle docce: si videro; un attimo come sospeso nel nulla, una sorpresa reciproca. E poi ognuno continuò quel che stava facendo.

Colto così all’improvviso, Antonio sapeva che non era nemmeno diventato rosso, non ne aveva avuto il tempo. Non riusciva a farsi la domanda precisa: la reazione spontanea segnava una linea piatta; se avesse avuto tempo per pensarci sarebbe arrossito. Ma allora…

Si versò il caffè, lo zuccherò. Tolse dal mobiletto anche la bottiglia di cognac e lo corresse: “Questa mattina ci vuole!”

Usci sulla veranda e lo sorseggiò con tutta calma. Ma dentro non era calmo, si sentiva un formicolio, una tremarella che non aveva mai provato. Eppure rimaneva lì fuori, chiunque passando avrebbe potuto vederlo. “E allora?” Una volta, portandosi la tazzina alla bocca, quasi si stava versando addosso il caffè, tanto gli tremava la mano. “Ma sono un adulto, accidenti! E tremo ancora come un ragazzino. Che cos’è lo star nudi?”

Camminare in montagna: la postura


Come preannunciato, nel nostro cammino verso la trattazione del secondo più importante aspetto per una massima efficienza del nostro cammino in montagna, la respirazione, eccoci oggi a parlare della postura. Difficile trovare in montagna qualcuno che adotti la postura ideale, io stesso mi ci sono dedicato solo da quando ho iniziato ad allenarmi per il mio lungo viaggio di TappaUnica3V, è argomento molto trascurato in ambito escursionistico e alpinistico, vi si trovano riferimenti solo nell’ambito della corsa in montagna e del trail, eppure basta parlarne con un qualsiasi posturologo o, meglio ancora, con un qualsiasi osteopata per sentirsi affermare la sua importanza anche nel campo dell’escursionismo, d’altra parte come può essere diversamente per un qualcosa che è già importante per la nostra quotidianità?

Qual è la postura ideale? Semplice: quella che sollecita il meno possibile le nostre strutture ossee e muscolari, quella che meno ci provoca alterazioni fisiologiche e patologie, quella che meglio segue la nostra conformazione naturale, che non è quella che abbiamo, ma è quella che dovremmo avere. E allora? Allora…

  • Baricentro centralizzato rispetto alla base d’appoggio.
  • Sguardo in avanti.
  • Mento leggermente abbassato e all’incirca sulla verticale delle costole.
  • Cervice leggermente curvata (appoggiandosi a un muro scapole e testa dovrebbero risultare a contatto con lo stesso).
  • Spalle aperte e in linea tra loro.
  • Busto eretto.
  • Petto in fuori.
  • Mani con i palmi sensibilmente rivolti in avanti.
  • Costole alzate.
  • Diaframma libero di espandersi.
  • Leggera curva lombare (appoggiandosi a un muro buona parte della schiena e glutei dovrebbero risultare appoggiati allo stesso).
  • Teste delle anche alla stessa altezza.
  • Teste delle anche all’incirca in linea con spalle e ginocchia.
  • Gambe leggermente allargate, dritte e simmetriche.
  • Ginocchia che guardano verso l’avanti.
  • Piedi alla larghezza delle anche e dritti verso l’avanti.
  • Peso equamente distribuito sulla pianta dei piedi, sia in senso longitudinale che trasversale.

Correggere una postura errata purtroppo non è facile e potrebbe richiedere un lungo lavoro su se stessi, molte possono essere le cause che portano a errori posturali (deformazioni scheletriche, scompensi muscolari, alterazioni propriocettive, atteggiamenti acquisiti, compensazioni fisiologiche e/o psicologiche, addirittura questioni emotive) e potreste faticare per trovare, nel contesto delle più tipiche figure di riferimento (medici, posturologi, istruttori fitness, personal trainer, fisioterapisti), un consulente che le prenda tutte in considerazione, ad esempio per esperienza personale: un medico generico o un ortopedico potrebbero puntare l’attenzione esclusivamente su quelle scheletriche che, ovviamente, sono difficilmente recuperabili (ossa storte non si raddrizzano, ad esempio), oppure consigliarvi di agire sui distretti muscolari (ad esempio potenziare i dorsali per compensare delle spalle in avanti, presupponendo che siano in avanti solo ed esclusivamente in ragione di pettorali più forti dei dorsali); un posturologo potrebbe farvi lavorare solo sulla consapevolezza del vostro atteggiamento posturale. A chi rivolgersi? La figura sicuramente più adatta è l’osteopata: prima di agire valuterà l’insieme complessivo della vostra struttura corporea, poi, in assenza di patologie che richiedano l’intervento di un ortopedico, andrà a intervenire sull’intera catena posturale, parallelamente vi suggerirà un completo lavoro da fare, per il quale poi potrete eventualmente rivolgervi ad altre figure quali istruttori di fitness e personal trainer. Rivolgetevi, ovviamente, a un osteopata qualificato, ne trovate un elenco (purtroppo e stranamente senza i riferimenti di contatto) sul sito dell’Unione Osteopati Italiani, un altro elenco lo trovate sul Registro degli Osteopati Italiani. Sappiate che, in ogni caso, dovrete fare un lungo, impegnativo e faticoso lavoro su voi stessi: raramente si può demandare ad altri l’incarico di modificare noi stessi!

P.S.

Posso assicurarvi che il lavoro di correzione della postura sarà decisamente più produttivo se lo farete stando nudi: sarà molto più facile osservarvi allo specchio, aumenterà la percezione di voi stessi, migliorerete il rapporto con il vostro corpo (aspetto apparentemente secondario ma in realtà importante per poter lavorare su sé stessi) e suggerisco a tutti coloro che di tale questione si occupano (posturologi e osteopati in primo luogo) di far lavorare i loro clienti a nudo e di consigliare loro tale modalità di lavoro.

Variazioni posturali

Dato che la montagna presenta continue variazioni di pendenza, la nostra postura, pur senza cambiare di molto, dovrà necessariamente di volta in volta adattarsi alla situazione. Ne parlerò più ampiamente quando tratterò bello specifico la tecnica di cammino in salita e in discesa, per ora due indicazioni veloci:

  • in salita cercheremo la verticalità spostando avanti il corpo a partire dalle caviglie, senza spezzare il busto (ovvero senza inclinarsi troppo sull’articolazione delle anche) per non limitare la ventilazione;
  • in discesa cercheremo la perpendicolarità al terreno spostando avanti il corpo (non il solo busto e soprattutto senza piegare le ginocchia e arretrare, come i più fanno) per evitare sovraccarichi alle ginocchia e ai quadricipiti.

Sitografia e approfondimenti

Mypersonaltrainer – La postura: definizione ed ergonomia

Dott. Mag. Ivano Pacucci – La postura ideale

Maestro Black Flag Wing Chun Riccardo di Vito – Retro e anteroversione del bacino

Sport&Medicina – Taping Kinesiologico: piede causativo e adattativo degli sportivi

 

Camminare in montagna: lo zaino


Dopo aver visto come impostare la prima mezz’ora di cammino e aver fatto un veloce richiamo su alcuni aspetti alla stessa questione collegati, avrei voluto e dovuto parlare della respirazione, il secondo aspetto del camminare in ordine di importanza ai fini di un veloce miglioramento dei propri risultati, però… però la corretta respirazione può essere ostacolata da una scorretta postura, postura che, a sua volta, è fortemente influenzata dal portamento dello zaino ed ecco, quindi, un articolo che parla proprio di questo, allargandosi, per più o meno ovvie connessioni, al modo di allestire e scegliere uno zaino. Invero ne avevo già esaurientemente parlato (23 marzo 2013 – Come portare lo Zaino?) pertanto qui richiamo solo alcuni punti essenziali del discorso e aggiungo delle considerazioni che vanno a completarlo.

By Archivio Pietro Pensa via Wikimedia Commons

Coloro che hanno all’incirca la mia età potranno ricordare le gerle con cui i contadini di montagna trasportavano a valle il fieno raccolto o portavano a monte viveri e altro materiale necessario alla vita in malga, ricorderanno la loro particolare forma, molto stretta alla base e molto larga alla sommità, ricorderanno gli spallacci posizionati nella parte bassa della gerla (dalla metà in giù), ricorderanno l’importante peso del carico così trasportato e la relativa agevolezza del trasporto. Stranamente i produttori di zaini si sono inventati le più diverse e poco confortevoli conformazioni ma solo in pochi casi e solo in tempi abbastanza recenti hanno fatto riferimento alla forma di tali gerle: i capienti ma assolutamente distruttivi (per la schiena) zaini a palla, quelli altrettanto capienti a palla schiacciata (identici ai primi ma con il lato a schiena appiattito per migliorarne il confort durante il trasporto), quelli a pera di derivazione incomprensibile visto che non aumentavano la capienza ma peggioravano l’ergonomia del trasporto, finalmente arrivarono quelli cilindrici che ancora oggi dominano il mercato degli zaini. Purtroppo quest’ultima tipologia è più complessa da riempire dato che i grossi e ingombranti vestiari da montagna vi si cacciano dentro a fatica e ancor più a fatica si riesce a tirarli fuori dallo zaino pieno. Al primo problema (difficoltà di riempimento) solo zaini di ampia dimensione danno soluzione, ma tali zaini ad alta portata sono improponibili per la maggior parte degli escursionisti e delle escursioni, pertanto la soluzione può arrivare solo dai produttori di abbigliamento, argomento di cui parleremo più avanti in uno specifico articolo, diciamo solo che oggi qualcosa si vede, grazie anche alla diffusione delle gare di trail e corsa in montagna. Alla seconda questione (difficoltà di estrazione) molti produttori hanno cercato soluzione applicando allo zaino una cerniera (orizzontale o verticale) per un accesso rapido, purtroppo nessuno è riuscito a produrre un qualcosa di realmente efficiente: cerniere troppo corte che inibiscono l’accesso al fondo dello zaino, cerniere il cui cursore finisce sotto la patella imponendone comunque l’apertura, cerniere dure a scorrere o che si incastrano e che per questo tendono a rompersi facilmente. Alcuni modelli presentano la suddivisione dello zaino in due settori, uno sopra e uno sotto, ma anche qui si è ben lontani dalla soluzione ottimale, vuoi per le stesse ragioni di cui sopra (il settore inferiore è ovviamente raggiungibile solo attraverso una cerniera posta sullo zaino), vuoi per la comunque limitata dimensione del settore inferiore, quello dove, per le ragioni ben illustrate nell’articolo richiamato all’inizio, andrebbero collocati gli oggetti più leggeri, quali sono, per l’appunto, i vestiti, vuoi perché molti escursionisti non hanno ben presente il suddetto modo corretto di caricare uno zaino e, per ovviare alla scarsa capienza del settore inferiore, qui vi collocano cibi e altri oggetti pesanti, più piccoli dell’abbigliamento e più facili da distribuire all’interno dello zaino.

Con le premesse di cui sopra, possiamo comunque trovare zaini che si avvicinino alla soluzione ottimale, soprattutto se utilizziamo abbigliamento da trail, assai più sottile di quello tipico da montagna, ma tale loro prerogativa può essere completamente inficiata da un cattivo portamento dello zaino…

  • Spallacci regolati troppo lunghi con spostamento molto in basso del baricentro dello zaino e conseguente pressione dello zaino sui lombi che provoca un per nulla salubre incurvamento della schiena, dall’escursionista compensato con il forzato piegamento in avanti del busto che, però, determina cattiva ventilazione (il diaframma è compresso) e sforzo muscolare aggiuntivo (gli addominali devono lavorare per provocare e mantenere l’inclinazione in avanti del busto); potrà risultare scomodo quando si va a indossare o levare lo zaino (i produttori potrebbero ovviare alla questione pensando a un sistema di sgancio/aggancio rapido), ma gli spallacci vanno categoricamente regolati corti al fine di alzare il baricentro dello zaino sopra quello della persona determinando il salubre effetto di appoggio dello zaino sulle scapole, i muscoli addominali e dorsali ne risultano sollevati, il busto può restare eretto, il diaframma non è compresso, la respirazione ampia ed efficiente.
  • Tutti i produttori di zaini e tutti i venditori promuovono lo spostamento del carico dalle spalle alle anche senza rendersi conto che queste ultime non sono fatte per portare peso, che se caricate eccessivamente innanzitutto finiscono con l’abbassarsi e provocare una retroversione estremamente dannosa ai fini di una corretta postura, poi, col tempo, possono crearsi problemi articolari veri e propri. Certo i produttori di zaini hanno correttamente dotato gli stessi di larghe fasce per avvolgere le anche, ma queste devono più che altro servire a stabilizzare lo zaino, ai fini ergonomici il suo peso dev’essere comunque supportato dall’intera struttura scheletrica, dalle spalle ai piedi passando per colonna vertebrale, anche e ossa della gamba.

Indi, per concludere:

  • Scegliete uno zaino che abbia una forma tendente alla gerla (più largo in alto che in basso);
  • Scegliete uno zaino dotato di regolatori di carico (cinghie o cordini laterali che permettono di variarne il volume interno) al fine di mantenere il carico sempre distribuito in verticale;
  • Scegliete uno zaino con spallacci larghi e imbottiti, se poi sono leggermente elastici tanto meglio (per quanto ho potuto appurare, li trovate solo negli zaini da trail);
  • Nello zaino ponete sempre solo i materiali realmente necessari, la politica del “metto tutto così sono sicuro” può sembrare comoda ma vi renderà un tormento molte delle vostre uscite;
  • Ponete gli oggetti più pesanti nella parte alta dello zaino, sentirete l’appoggio del peso distribuirsi in verticale a partire dalle spalle e percepirete il gradevole rilassamento della schiena;
  • Stringete quanto più possibile gli spallacci, sentirete l’appoggio del peso distribuirsi in verticale a partire dalle spalle e percepirete il gradevole rilassamento della schiena;
  • Per facilitare la vestizione e la svestizione dello zaino reso problematico dagli spallacci regolati corti, abituatevi ad allargare il primo spallaccio ogni volta che togliete lo zaino, per poi tirarlo dopo averlo indossato (all’acquisto dello zaino provate più volte il sistema di regolazione degli spallacci: deve scorrere bene senza però allentarsi da solo);
  • Regolate la fascia in vita in modo che stringa leggermente sui fianchi senza comprimere l’addome.

Camminare in montagna: l’autopercezione


Stavo spiegando a un gruppetto di persone la questione della prima mezz’ora e la necessità spiegata nel precedente articolo di non fermarsi durante questo primo periodo del cammino che può assimilarsi a quello che viene comunemente definito “riscaldamento”. Nel bel mezzo del mio discorso sono stato bruscamente interrotto da una signora che, con fare piuttosto sostenuto, sosteneva la necessità di fermarsi al primo segnale di affaticamento e a nulla sono valsi i miei tentativi di impostare una spiegazione tecnica, come aprivo bocca venivo immediatamente contrastato a voce sempre più alta dalla suddetta signora: “me l’ha detto un amico alpinista”, “voi citate sempre tante ore di cammino”, “se io non sono mai andata in montagna”, “vado in tachicardia”, “non esiste, io mi fermo”. Questo fatto, in congiunzione con altri più o meno analoghi successi in precedenza, mi ha stimolato alcune ulteriori considerazioni invero sottintese nel precedente articolo ma forse non così evidenti e chiare, quindi vado qui a riprenderle con maggiore evidenza.

Ognuno di noi ha un suo specifico livello di percezione dello sforzo, della fatica e del dolore, tre aspetti che sono inevitabilmente evocati dall’azione del camminare, così ci sarà chi, a parità di escursione e di allenamento, ne risentirà maggiormente di altri e chi ne risentirà anche molto meno, sia durante il cammino che a posteriori. Certo il reiterarsi di sforzo, fatica e dolore possono portare all’assuefazione, ma ci vuole tempo mentre questi miei articoli sulla tecnica del cammino in montagna vogliono rivolgersi anche a coloro che si stanno avvicinando all’escursionismo e che, quindi, potrebbero avervi poca abitudine e poca disponibilità alla sofferenza. Ci sono, però, dei parametri oggettivi sui quali possiamo indubbiamente ragionare e lavorare fin da subito: la conoscenza dei concetti di sforzo e fatica, la consapevolezza delle alterazioni fisiologiche e delle sensazioni dalle stesse indotte, una corretta percezione di tachicardia, la consapevolezza che per arrivare a fare meno fatica è necessario faticare, la percezione dell’importante legame tra tecnica e durata dell’impegno, la consapevolezza che comunque la tecnica resta la stessa indipendentemente dalla durata dell’escursione.

Sforzo e fatica

Abitualmente utilizzati come sinonimi in realtà sono due cose ben differenti: lo sforzo è l’impegno fisico applicato in ogni singolo istante o in una limitata unità di tempo, è una percezione soggettiva che può oggettivarsi mediante la misurazione diretta momento per momento dei vari parametri fisiologici, quali il battito cardiaco, la contrazione muscolare, la quantità di sangue in circolo, il volume respiratorio; la fatica è il risultato della somma degli sforzi e si rileva in modo obiettivo andando a verificare, alla fine dell’attività fisica, la quantità di lattato (acido lattico) prodotto. Una rilevazione soggettiva della fatica è possibile attraverso le sensazioni del post escursione, quali senso di prostrazione, tensione o addirittura dolore muscolare, numero di giorni necessari al recupero totale.

La tendenza a interpretare sforzo e fatica come sinonimi induce le persone ad un’errata interpretazione dei paramenti di valutazione riportati da certe relazioni, in particolare dalle mie che utilizzano una scala personalmente elaborata al fine di rendere più precisa la valutazione delle escursioni (la scala ufficiale promossa dal CAI è troppo generica e, quindi, poco utile): percorso poco faticoso non vuol dire che sia esente da sforzi, ma indica un’escursione di breve durata con una bassa produzione di lattato (la quantità di lattato prodotto è direttamente proporzionale alla durata dello sforzo).

Alterazioni fisiologiche e loro sensazioni

Ne ho già ampiamente parlato nel precedente articolo a cui rimando chi non l’avesse letto, qui voglio solo ribadire qualcosa che a quanto pare alcuni non hanno ben chiaro: non è possibile pensare che il nostro organismo possa compiere un’escursione rimanendo nelle condizioni in cui si trova nella quotidianità, il cammino in montagna richiede necessariamente degli adattamenti e questi daranno delle sensazioni inizialmente fastidiose (che alcuni potrebbero percepire anche dolorose), ciò non vuol dire che siamo in affaticamento, anzi, ci segnala che il nostro corpo sta reagendo nel migliore dei modi al surplus di lavoro che gli stiamo richiedendo.

Tachicardia

Ho l’impressione che la signora dell’episodio riportato in apertura, così come altre persone con cui ho avuto il piacere di condividere giornate di montagna, abbia un’errata percezione della tachicardia, osservandola e subendola sempre e solo come un’impropria alterazione del proprio stato fisiologico. In realtà l’aumento delle pulsazioni cardiache è uno degli indispensabili adattamenti allo sforzo e possiamo ben sopportarlo essendo il suo limite fisiologico (soglia massima) ben più alto del valore a riposo: un calcolo approssimativo è quello di fare 220 meno la propria età. Sentire il cuore che batte, anche nelle tempie o in gola, non è necessariamente un indicatore per la necessità di fermarsi, necessità che subentra solo quando ci approssimiamo al nostro valore di soglia massima, e nemmeno un indicatore per l’utilità di fermarsi, utilità che subentra solo quando la nostra frequenza cardiaca supera la soglia di lavoro (indicativamente il 75% della soglia massima), è solo un indicatore del nostro corretto adattamento all’azione escursionistica. Fermarsi solo perché la frequenza cardiaca si è lievemente o anche sensibilmente alzata rispetto alla sua condizione di riposo può addirittura (prima mezz’ora di cammino) essere controproducente.

Fare fatica per meno faticare

Di questo ne parlerò più ampiamente quando tratterò l’allenamento, qui dico solo che, come tutti sanno, con l’allenamento diminuisce la fatica (detta più tecnicamente: con l’allenamento diminuisce la quantità di acido lattico prodotto con una data intensità di esercizio e aumenta la nostra sopportazione del lattato, che, a parità di tempo, rimane lo stesso sia per la persona non allenata che per quella allenata), ma l’allenamento è fatica e richiede tempo, tempo durante il quale dobbiamo necessariamente faticare: in assenza di lavoro e quindi di fatica non si produce allenamento.

Tecnica e durata dell’impegno

Quando si insegna la tecnica del cammino diviene inevitabile fare riferimento alle tante ore di cammino perché, come per tante altre cose, la conoscenza nasce dall’analisi delle situazioni limite, non potrei di certo comprendere il modo migliore di camminare analizzando chi cammina pochi minuti e nemmeno poche decine di minuti, devo necessariamente analizzare chi cammina tante ore.

Per poter camminare tante ore devo necessariamente mettere in campo tutti gli accorgimenti che mi permettano di efficientare al massimo la mia azione, d’altro canto questi accorgimenti risultano proficui anche per le pochissime ore di cammino (che per una persona che si approssima all’escursionismo possono essere già viste come tante ore), rendendole di fatto meno faticose e più piacevoli.

Mente e risultato

Concludo con una breve considerazione riguardante l’influsso che la mente può avere sul risultato: quando siamo sotto sforzo, quando siamo affaticati, quando pensiamo di non farcela più, quando siamo effettivamente stremati, in tutte queste circostanze la mente motivata, la mente allenata può fare la differenza: può permetterci di andare avanti ancora.

Sitografia di riferimento e approfondimento

Albanesi.it – Fatica e corsa

Mypersonaltrainer – Dott. Francesco Grazzina – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – La Scala di Borg e la Percezione dello Sforzo

Calciatori.com – Percezione dello sforzo: le scale di valutazione di Borg

Mypersonaltrainer – Adattamenti fisiologici del cuore in risposta all’attività fisica

Mypersonaltrainer – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – Acido lattico

Mypersonaltrainer – Soglia lattacida

Mypersonaltrainer – Acido lattico nel sangue

Mypersonaltrainer – Approccio ai metabolismi energetici

Mypersonaltrainer – Adattamenti cardiocircolatori all’allenamento

 

#TappaUnica3V perchè gli ho dato risonanza mediatica


C’è sempre chi approfitta di ogni più piccola occasione per diffondere maldicenze o tentare di screditare qualcuno, non ho notizia che sia successo con il mio lungo viaggio 2017, ma so che è successo con quello del 2016 e se tanto mi da tanto…. L’appiglio utilizzato è stato quello della risonanza mediatica che ho cercato di dare a TappaUnica3V, risonanza che quest’anno è stata ancora più pesante e mi ha visto invitare, oltre al Coordinamento 3V già invitato lo scorso anno, tutti i Sindaci e i Presidenti CAI (Club Alpino Italiano) dei Comuni attraversati o lambiti dal Sentiero 3V “Silano Cinelli”, nonché, da diabetico, il Presidente dell’Associazione Diabetici Bresciani e, per assonanza del gesto atletico, i responsabili di alcuni gruppo trail bresciani, due dei quali, per altro, hanno organizzato e organizzano eventi sportivi sul sentiero 3V.

Pur non mi ritenendomi in dovere di farlo (non devo certo giustificarmi per aver fatto quello che tanti fanno), ho pensato comunque utile e interessante dare corretta informazione in merito anche a questo aspetto del mio viaggio: perché gli ho dato risonanza mediatica e istituzionale?

In ordine decrescente di rilevanza, anche se la differenza è davvero minima…

  1. Perché il sentiero 3V è un percorso che merita più attenzione di quella che si è ad oggi guadagnata: molti lo conoscono ma pochi lo percorrono, specie in forma completa.
  2. Perché da diabetico ho voluto motivare quei diabetici che, impauriti dalla malattia, rinunciano allo sport.
  3. Perché da alpinista di lunga data mi dispiace veder aumentare sempre più la dipendenza dai mezzi tecnici (GPS e cellulari in primo luogo, ma anche previsioni meteorologiche, dissipatori, caschi, abbigliamento, eccetera), oggi spesso descritti come indispensabili mentre chi li utilizza “cum grano salis” viene definito con termini dispregiativi.
  4. Perché da escursionista profondamente integrato con l’ambiente montano e per questo talvolta vessato (invero più sui social che sul terreno alpino) voglio e devo far conoscere che se vestiti è bello #nudièmeglio.
  5. Perché voglio far capire che se, in montagna (ma anche altrove), capita d’incontrare qualcuno nudo non è necessariamente detto che sia un incosciente, un matto o un esibizionista, anzi.

Ecco, niente a che fare con il protagonismo, il desiderio di mettermi in mostra: fosse stato per me solo il giro l’avrei fatto in tutto silenzio coinvolgendo soli i parenti, gli amici più stretti e, attraverso i miei report, il lettori del blog!

#TappaUnica3V da dove parte?


Venerdì sera in Piazza Loggia a Brescia c’è un concerto (Mannoia), di cui sono venuto a conoscenza solo un mese fa quando sono stato contattato dalla segreteria del Sindaco di Brescia, da me invitato (insieme a tutti gli altri Sindaci dei comuni attraversati o lambiti dal sentiero 3V), per avvisarmi della questione e per garantirmi che avrebbero trovato loro la collocazione più idonea per una mia partenza da zona Piazza Loggia. Purtroppo ad oggi non ho ricevuto notizie e il contatto che mi era stato dato risulta irreperibile fino al 17 luglio, presumo abbia dato incarico a qualcun altro, se non ricevo informazoni in tempo utile valuterò sul posto.

In ogni caso i punti già ipotizzati e che quindi restano confermati sono:

  1. la piazzetta alla fine dei portici X Giornate (all’inizio di via Musei) dove per chi non ha notizia (ovviamente ho avvisato tutti coloro che conosco ho che hanno formalizzato intenzione d’essere presenti, ma ne restano molti che non posso avvisare) sarà più facile individuarmi;
  2. presumo nel punto sopra ci siano transenne e alti ostacoli per cui il punto più probabile e che preferire è piazzetta Tito Speri, molto piccola sarà facile individuarmi;
  3. come eventuale alternativa se anche la suddetta piazzetta fose inagibile, Piazza Paolo VI parte alta nei pressi del Broletto.

Come indicato nella scheda evento in zona c’è u autosilo (Piazza Vittoria) ma considerato il concerto sarà difficile trovarvi posto, si consiglia di parcheggiare attorno al punto di vero inizio del sentiero 3V a cui rientrerete accompagnandomi nel primi tratto di percorso.

Possibilità in ordine decrescente di possibilità spazi liberi

  • Distributore Esso in cima a via Turati (vicinissimo al punto suddetto)
  • Via Colle Fiorito, pure molto vicina
  • Via Giacomo Pederzoli, poco più avanti
  • Via Pier Fortunato Calvi, ancora più avanti ma comunque abbastanza vicina
  • Via Ugo Foscolo (Campo Marte)
  • Parcheggio a pagamento di Fossa Bagni
  • Parcheggio a pagamento di Piazzale Arnaldo
  • Zona clinica San Camillo (stradine attorno e a monte della clinica)

Emanuele

Nudità virtuale


Nelle strutture ricettive in cui è concessa (!) “la pratica del naturismo”, la nudità esiste, ma il fatto stesso che sia praticata sotto condizione, dimostra che di fatto è come se fosse soltanto tollerata. Tollerata dall’alto, in forza di leggi e delibere. E si sente. E pesa. Invece di sentirsi totalmente, apertamente, leggermente liberi, la siepe di cinta è costantemente presente a ricordare l’eccezione, l’u-topia (il non-luogo), a giustificare il prezzo pagato per il permesso, elargito per magnanimità e “progressismo” di chi detiene questo potere (delegato da noi). Per converso, proprio questo aspetto sempre più mi convince che il diritto di esser nudi è un diritto personale, che nessuna autorità, potere, stato, sistema, tirannide può arrogarsi, né scipparci. Pensandoci bene, in quei luoghi, dopo un po’, anche l’esser nudi diventa obsoleto, quasi un obbligo; non si avverte più la liberazione vera e completa dal senso di pudore o vergogna.

Perché nei centri naturisti il “pubblico” occhieggiante non c’è, sono una specie si stanza da bagno allargata e le siepi sono come mutande di edera verso il resto della società. Per l’esperienza che vado quotidianamente facendo, mi convinco che è con il confronto aperto e diretto col “pubblico”, con il contatto, con il dialogo, che la nudità si emancipa, che può uscir di tutela, che diventa maggiorenne, nel pieno godimento dei propri diritti e responsabilità. Non sto parlando del piacere di sentirci scorrere l’adrenalina del rischio sfiorato, ma calcolato: non sono “sportivo” a tal punto. Nei centri la nudità è come fra marito e moglie, fra medico e paziente, fra gli amici di squadra sotto le docce a fine partita. In queste condizioni, pudore e vergogna continueranno a farsi valere, a limitarci, a tormentarci, a farci sentire a disagio, a tenerci stretti e coperti nel nostro imbarazzo; richiederanno guardinghe attenzioni, salviettoni e joupettes. E il “divieto” riceverà una conferma. E per di più rincarerà la sua dose, se proprio coloro cui piace starsene nudi, accettano il perimetro in cui viene relegata la nudità (non entro nelle motivazioni personali, che son sempre più variegate); la segregazione stessa conferma i motivi della sua istituzione e persistenza. Pudore e vergogna servono ai centri: finché pudore e vergogna esistono, i centri avranno clienti. A queste condizioni, non è vera nudità, è una nudità esteriore, quasi un costume da carnevale. È una nudità virtuale.

Nudità virtuale

 

Ironia della sorte: il richiamo alla “natura” contenuto nella parola naturismo sembra si fermi ad una soglia morale, alla solita soglia della visibilità pubblica, oltre la quale la visibilità diventa scandalosa, immodesta, irrispettosa, volgare. Ne ricavo la concezione che in generale “la natura va bene, ma fino a un certo punto”: da lì in poi c’è l’umanità, la moralità, la tradizione, la civiltà, le buone maniere; bisogna fare i conti con la società. Dando per scontato che le virtù umane e soprattutto civili che ci siamo costruiti siano superiori a quelle naturali. Che l’intelligenza umana (ma intesa più come “traguardi raggiunti” della società nel suo complesso, accumulata lungo la storia, che la facoltà del singolo) ci abbia riscattato dalle brutture bestiali della giungla, dalle tragedie dei poveri gnu assaliti da un crudele leone, dei poveri moscerini presi al volo dalle rondini… Mentre per parte nostra non vogliamo vedere cosa succede nei mattatoi, sui pescherecci, nei setifici, nei pollai. Allo stesso tempo stiamo incollati alle vetrine di via Montenapoleone ammirando le borse di pelle di piccoli struzzi di un anno…

Incontri

Quasi ogni mattina esco a caccia: questa mattina due signori mi han visto. Arrivato sulla strada principale vedo un signore in maglietta verde fosforescente con un cane che procede a passo spedito… Io proseguo attraverso i campi come son solito. Il signore fa un largo giro attorno alle case lungo la strada asfaltata, mentre io taglio per la campagna, e all’incrocio con la ciclabile me lo vedo arrivare. È ancora lontano, non ancora a distanza di saluto. Io son già nudo, mi ero spogliato all’inizio dei campi: ha tutto il tempo di vedermi e considerare la cosa. Al ritorno del giretto al vigneto, allo stesso incrocio vedo arrivare un altro signore, in sella a un cavallo, un po’ più vicino. Ci salutiamo.

Prima di arrivare alle case mi rivesto.

E l’altro giorno, sempre in quel punto un signore un po’ anziano arriva da destra. Tiene la testa bassa, non so se non mi ha visto o non ha voluto vedermi. Ricordando l’episodio ho trovato un probabile perché: per commiserazione di un povero ignudo (come insegna il Vangelo).

 

Nudità su strada

Dopo il periodo di rodaggio nei centri nudisti è tempo di provare l’esperienza su strada… altrimenti non ci daremo mai la patente. Eh, sì, perché la nudità nei centri è un po’ come quella privata nella stanza da bagno, nelle spa. Entro le mura di casa si è al sicuro. Nelle spa altoatesine si fa finta di non vedere e l’imbarazzo elettrizza e paralizza.

Finché guidiamo su un simulatore non succedono guai. Finché c’è un istruttore di guida, non si corrono grossi pericoli. Eppure prima o poi bisogna svitare le rotelline laterali al triciclo.

Finché vivo la mia nudità nei raduni, nelle feste comandate, sicuramente non succede nulla. Nulla cambia. La nudità sarà un fenomeno “naturista”, non naturale. Le leggi non cambieranno mai, se non in peggio.  Avremo fatto solo un’esercitazione, una sessione sul simulatore. Il sentirsi sempre impreparati, il “non sentirsela” di fare il gran passo è lo stesso che dar ragione al pudore, alla vergogna, alle braghette, alla minaccia di chissà quali castighi divini (o multe salate). È rassicurante sentirsi dalla parte dei più: ciascuno ha la propria soglia. Altri preferiscono fare da sé, e non guardano gli altri, non hanno bisogno di sentirsi protetti dal numero, non accettano di essere pecore neppure travestite per carnevale.

Impennare la bicicletta, pedalare senza mani sul manubrio non sono certo comportamenti raccomandabili. Eppure è una conquista privata, un trionfo tutto per sé che riempie di orgoglio, di autostima, di sicurezza ogni bambino. Ha provato mille volte da solo, finché c’è riuscito. E riscuote la soddisfazione di una vittoria tutta personale, che lo fa grande.

Forse sono rimasto bambino, o con gli anni lo sto ridiventando, cercando di recuperare tutto quello che non ho mai osato fare. Avevo paura dei lupi, dei pastori, dei cani, del filo elettrico… «La paura fa novanta, tombola completa!»

A dirla fino in fondo, guardandomi indietro, direi che ho vissuto virtualmente… virtuosamente. Ma non è così che si vive: si vive nel pratico e senza schemi. Spogliarmi e camminare lungo la strada (in campagna alle sei del mattino…) mi ha distolto dal videogioco, dalla realtà virtuale in cui rivestivo il mio ruolo, che era solo una parte di me, finalizzata a un obiettivo particolare.

Può essere razionale suddivider la vita a secondo degli obiettivi e delle risorse, ma non è naturale, non si vive al 20/40/60%. La natura non ha priorità, ha un suo ciclo, un suo ritmo, un suo sviluppo ed è sempre tutta e totale. E reale. Non ha prove evoluzionistiche, non premia chi sopravvive. È severa, forse anche indifferente. Ma è sempre tutta e totale. E reale.

Non riesco più a vedermi naturista beato godermi sole e far bisboccia a La Sablière o in Croazia. Dopo il primo giorno già mi annoio. Non è una situazione reale. Va bene per le vacanze, per chi considera la nudità un’eccezione, e poi tutto rientra.

Simulazione

Il signore col cane poteva aizzarmelo contro; l’uomo a cavallo poteva essere uno sceriffo o Tex Willer che mi dava la caccia col winchester imbracciato, il nonnetto una spia. È solo un film, ma anche se fosse reale, lo preferirei alla sdraio in una spiaggia privata. Tanto per non vivere dentro un gioco, in una casa di bambola, in un mondo di fantasia, in un simulatore. Per vivere non abbiam bisogno di prove: siamo grandi abbastanza, prudenti quanto basta (e forse un tantino di meno), per camminare senza paura di nulla, senza sempre sperare che le cose vadano a buon fine da sole. Nella realtà virtuale tutto è già stato previsto. Nella realtà quotidiana, ogni istante è nuovo di zecca. E forse lo siamo anche noi.

#TappaUnica3V il giro finale in tempo reale


Così come già fatto lo scorso anno, l’amico Tony Gialdini, titolare di Gialdini Sport Brescia, mi ha sponsorizzato prestandomi il tracciatore GPS SPOT attraverso il quale potrete seguirmi in tempo reale mentre percorrerò il giro dal 7 al 9 luglio. La trasmissione inizierà il 7 luglio alle ore 20.00, comunque il sito di tracciamento è già attivo al collegamento sotto riportato, per ora contiene solo dei punti di test, usatelo per memorizzarvelo tra i preferiti.

Segui in tempo reale Emanuele nel giro finale di TappaUnica3V 2017

Potrete così anche definire il momento giusto per venirmi ad accogliere all’arrivo di Urago Mella, previsto per le ore 17.00 di domenica 9 luglio.

Grazie Tony!

Raduno Nazionale 2017 de iNudisti


Dopo due anni di giustificata assenza, io e mia moglie siamo tornati a questo importante raduno ritrovandovi una piccola parte di conoscenze e tante persone nuove, in particolare si nota una sensibile diminuzione dell’età media, con la presenza di almeno quattro bambini (dai pochi mesi ai sei anni), e un bell’incremento delle presenze femminili, due inequivocabili segni di quanto il nudismo stia educativamente (ri)allargandosi nel tessuto sociale italiano.

Partiti da casa nel primissimo pomeriggio del venerdì, seppure infastiditi dal forte calore di una giornata afosa, il viaggio andava svolgendosi nel migliore dei modi finché, approssimandosi a Carpi, compaiono le segnalazioni di coda: la solita coda che qui si forma a causa (mannaggia a chi s’inventa certe cose) di una strozzatura da due corsie di marcia ad una sola, oggi per giunta complicata dalla presenza di un cantiere (ma perché in Italia non si riesce mai e ripeto mai, a fare un viaggio superiore ai cento chilometri senza trovare cantieri?). Finalmente eccoci in A1, qui le quattro corsie permettono di viaggiare agevolmente nonostante un traffico abbastanza sostenuto e la presenza dei soliti intelligentoni che viaggiano a bassa velocità mantenendosi, nonostante le corsie più a destra perfettamente libere, costantemente in terza o quarta corsia (ma lo conoscono il Codice della Strada?). A fronte di tutto siamo comunque quasi a Bologna e, vedendoci ormai a destinazione, felicemente imbocchiamo l’Adriatica. A destinazione? Giammai! Eccoci incolonnati in otto chilometri di coda causati da un incidente (scopriremo poi che si tratta di un camion rimasto in panne nel bel mezzo della prima corsia di marcia), alla fine il superamento del tratto che aggira la città di Bologna ci porta via quasi quanto il ben più lungo tratto da Desenzano a Carpi. Passata anche questa, velocemente perveniamo all’uscita di Castel San Pietro Terme (che bello avere il Telepass, fuori in pochi secondi), mancano solo una trentina di chilometri all’arrivo, possiamo dirci arrivati. Nuovamente la realtà è ben diversa dall’immaginato: quasi subito mi trovo davanti uno scuola bus che viaggia a passo d’uomo, impossibile il sorpasso, poco dopo un altro scuola bus esce da un piazzale e s’infila davanti: devo restare dietro per una decina di chilometri. Quando i due scuola bus finalmente cambiano strada, pochi metri e un trattore mi si piazza davanti: cavolo, mica poteva aspettare che passassi? Un paio di chilometri e finalmente ho strada libera. Faccio sfogare il motore affrontando il bel tratto di collina in modo sportivo e velocemente mi avvicino sempre più alla meta odierna: l’agriturismo Cà del Becco, collocato sulla sommità di una rotondeggiante collina dalla quale lo sguardo naviga su e giù per le altre colline tagliate da varie variazioni di colori e cosparse di isolati cascinali. Piantiamo la tendina e attendiamo l’orario di cena. Nel frattempo arrivano altri radunanti e l’attesa diviene più movimentata, saluti e chiacchiere si sommano uno all’altro. Vengono aperte le danze: un saporitissimo antipasto a base di salumi, tra i quali un inusuale e buonissimo salame di capriolo, e formaggio di capra insaporito con erbette, il tutto accompagnato dal gustoso e morbido gnocco fritto; un doppio primo altrettanto gustoso; un più classico roast-beef all’inglese ci conduce con leggerezza alla dolcezza finale. Si paga e tutti a dormire.

Sabato mattina ore sei, dopo una notte tranquilla, anche se per me in parte insonne e dolorosa (nonostante la tenda piccola ho scelto di usare i materassini gonfiabili alti e ho dovuto dormire rannicchiato), in attesa della colazione io e mia moglie percorriamo il sentiero che, discendendo la collina e passando tra diversi biotipi, porta al Santuario della Madonna del Rio: sono, tra andata e ritorno, tre chilometri di strada con un duecento metri di dislivello (andata in discesa, ritorno in salita), abituati a camminare li percorriamo in meno di un’ora, compreso il tempo per leggere i vari cartelloni descrittivi, quello perso per individuare la strada corretta ad un primo bivio dove un cancello appariva non apribile, altra breve digressione per attendere l’allontanamento di un toro e la brevissima sosta in fondo al percorso. Rientrati all’agriturismo facciamo la colazione condita da ottimi pasticcini fatti in casa e da una saporitissima frutta (invero c’erano anche latte di capra fresco e caldo e diversi tipi di yogurt, in ottemperanza al nome della struttura sempre di capra, che noi, però, non abbiamo assaggiato). Si parte per il luogo del raduno che raggiungiamo senza problemi in meno di mezz’ora, siamo tra i primi e possiamo parcheggiare sul lato del piazzale che resterà all’ombra per tutto il giorno. Tolti tutti i vestiti e preso quanto ci serve, ci incamminiamo per il breve sentierino che adduce all’Oasi di Zello, piccolo cascinale circondato da prati e boschi quasi incontaminati destinato dai suoi proprietari, quelli del Villaggio della Salute Più, alla nuda frequentazione. Maria, mia moglie, individua subito due sdraio piazzate in posizione strategica sotto le ampie e ombrose fronde di un grosso castagno, mentre io pago l’ingresso lei le raggiunge e le occupa: qui, salvo brevi allontanamenti per salutare gli amici che man mano arrivano, passeremo comodamente sdraiati l’intera mattinata, prima soli poi in compagnia di alcuni compagni di escursione: quest’anno ho ufficialmente coinvolto anche gli Amici di Mondo Nudo e nella mattinata qui ci ragigungono Angelo, Daniela, Pier e infine Vittorio. Nel pomeriggio prepariamo la zona per la prima parte del momento dedicato a Mondo Nudo, purtroppo l’unico punto dove poter appendere i pannelli fotografici creati da Vittorio è in pendenza e quando chiamiamo a raccolta le persone ci viene richiesto di spostarci finendo, con disappunto di Vittorio, il nostro magnifico lettore, col fare la presentazione e la lettura lontani dallo scenario faticosamente allestito. Mi aspettavo una bella partecipazione a questo momento, invece solo una dozzina di persone seguono la mirabolante “esibizione” di Vittorio che, con fare altamente professionale, esegue le letture e, nonostante non abbia potuto usufruire di microfono e casse, sebbene un paio di persone presenti nei dintorni non si facciano riguardo e continuino rumorosamente a chiacchierare tra di loro, ci dona un piacevolissimo susseguirsi di sensazioni.

Risuonano nel prato i meritati applausi, pian piano usciamo dal limbo emotivo in cui Vittorio ci aveva condotti: è ora di passare al momento dedicato all’escursionismo! Prendo le fila del discorso, anticipo quello che andremo a fare e invito le persone interessate a indossare calzature più adeguate delle ciabatte. Alcuni di coloro che hanno seguito la lettura si allontanano, sostituiti da pochi altri: deludente il limitato numero di persone che mi seguono per il prato in direzione del sentiero che sale la collina, soprattutto considerando che ci troviamo in un’oasi definita naturista, che la maggioranza dei presenti amano definirsi naturisti piuttosto che nudisti, uhm evidentemente il naturismo non è amare e praticare la natura ma piuttosto osservarla da lontano restandosene immobili sulle sdraio! Approfitto d’una zona ombreggiata per fare il primo punto didattico: quali scarpe usare? come allacciarle? Ripartiamo e ci portiamo alla base di una salita più sostenuta, secondo punto didattico: come si mettono i piedi? come ci si muove? come si affronta una salita? Nasce qualche domanda, in particolare attorno al camminare a piedi nudi. Percorriamo la salita, ci prolunghiamo oltre i limiti dell’oasi per allungare un poco il breve anello disponibile e per disporre di una prima discesa non particolarmente accentuata. Come si affronta una discesa? Spiegazione e sperimentazione, inizia la parte più delicata del momento didattico: se in salita più o meno tutti assumono un atteggiamento sostanzialmente corretto, in discesa avviene l’esatto opposto, i più assumono un atteggiamento scorretto. Nel traverso che porta alla seconda e ben più ripida discesa spiego l’atteggiamento da usare camminando sui diagonali, purtroppo alcuni si stanno perdendo in chiacchiere diverse: già, le cose che sto dicendo appaiono scontate e molti, spesso proprio quelli che più ne avrebbero bisogno, le considerano banali e inutili. Eccoci al lungo discesone finale ed eccoci alla cosa più difficile da farsi eppure la più utile e necessaria: alcuni ci provano e alcuni ci riescono, tutti dovranno comunque lavorarci sopra, qui l’obiettivo non è quello d’insegnare ma solo di far capire che esistono delle tecniche di cammino e che non sono scontate. Al secondo più breve giro una buona parte si dilegua: fa troppo caldo è vero, ma… l’escursionista si vede in questi frangenti! Comunque mi sembra che il segnale sia arrivato a destinazione, verificheremo nelle prossime uscite di VivAlpe e, per i discoli, saranno bastonate eheheh. Ancora un’oretta, Vittorio deve ripartire per casa, lo aiutiamo a caricare i bagagli, lo salutiamo e poi ci appropinquiamo alla semplice cena (piadina e salsiccia) organizzata dallo staff de iNudisti con l’aiuto dello staff dell’oasi. Arriva Cristina, reduce da un matrimonio gli mancano molte cose, innanzitutto i viveri, poi materassino e sacco a pelo, rimediamo alla meglio. Inizia il momento serale, parte la musica e iniziano le danze: chissà mai perché, seppure la temperatura sia decisamente confortevole, a questo punto saltano fuori, in particolare per le donne, ma anche per diversi uomini, parei o addirittura vestiti interi, è un condizionato atteggiamento che, insieme a quello analogo che si osserva ai pasti, sconfessa alcune delle affermazioni tipicamente fatte a sostegno della nudità e rende assai più difficile sostenere il confronto con quei pochi che si oppongono strenuamente alla diffusione del nudo sociale!

Domenica mattina, come mio solito mi sveglio prima delle sei, poco dopo si sveglia anche Maria seguita a breve da Pier e Cristina. La sera prima Pier era uscito per un giretto e aveva incontrato diversi caprioli, quindi si arma di tutto punto e parte per una caccia fotografica, noi la prendiamo un poco più comoda e ci avviamo poco più tardi su per la collina. Incrociamo Pier che ridiscende dopo aver incontrato e filmato tre caprioli che pascolavano in un prato più in alto, proviamo ad andarci anche noi ma dei caprioli non c’è più segno, peccato. Ridiscendiamo e a un certo punto incappiamo nell’istruttivo segnale della natura: a lato del sentiero, troviamo un piccolo di capriolo, il ventre aperto mostra le costole e l’assenza d’interiora, ancora il sangue è rosso e poco rappreso, il fatto è successo da poche ore, alcuni piccoli fori sulla gola, certamente è stato ucciso da una volpe. Giunti a valle Pier ci mostra le riprese di un piccolo di capriolo che gli ha attraversato la strada poco dopo il nostro incontro.

Facciamo colazione e smontiamo la tenda, riprendiamo la nostra postazione strategica e, alternando dormitine a chiacchiere, facciamo passare la giornata. Nel pomeriggio, su sollecito di Francesca (già partita a metà mattinata insieme al marito e alla figlia), avrei dovuto ripetere il momento didattico escursionistico per altri tre radunanti, più volte mi porto alla loro collocazione ma non li trovo o non li riconosco, ma nemmeno loro mi contattano: forse non ne sono veramente interessati? Mi faccio il giro in solitaria provando la corsa che, salvo due brevi pause all’inizio e alla fine del tratto di più ripida salita, riesco a portare per l’intero anello. Si approssimano le sei della sera, è ora di prepararsi alla partenza, una bella doccia, si recuperano tutte le cose, si salutano gli amici, si carica l’auto e… partenza per un viaggio di ritorno assai più sereno di quello dell’andata: temperatura più confortevole, traffico meno intenso e nessuna coda. Siamo a casa, restano solo i ricordi di questo ennesimo bel raduno, meno intenso dei precedenti (quando ero parte dell’organizzazione) ma proprio per questo più rilassante e goduto.

Raduno Nazionale de iNudisti, un’esperienza da fare, un’esperienza da ripetere, un’ottima occasione per chi, anche temendo di non essere subito in grado di spogliarsi, volesse avvicinarsi al nudo sociale, una splendida opportunità per chi non comprende il motivo del mettersi a nudo. Raduno Nazionale de iNudisti, non una legenda bensì una realtà, una grande, magnifica realtà!

#TappaUnica3V incontra l’osteopata


Come sapete ultimamente ho avuto a che fare con i medici per via di un problema al ginocchio sinistro e in tale occasione, seppure nella prima visita specialistica sia rimasto soddisfatto per l’attenzione e la dedizione dell’ortopedico, ho alla fine riscontrato ancora una volta quanto già avevo scritto altre volte:  molti, troppi, medici operano a comparto stagno, ossia magari ti lasciano anche parlare ma poi tra tutto quello che hai indicato scelgono un solo problema (non saprei dire con quale criterio) e focalizzano l’attenzione solo su di quello gestendolo solo dallo specifico punto di vista della loro specializzazione, tralasciano ogni possibile interazione con il resto del corpo, rifuggendo dalla cooperazione con altri specialisti e, per finire, “tentando” più o meno improbe soluzioni solo con quello che è nelle loro specifiche competenze. Così è che, dopo aver speso un paio di centoni tra visite e “cure” (tra virgolette perché alla fine sono stati principalmente antidolorifici), con preoccupazione crescente mi ritrovo con il mio problema pressochè invariato: sono sì spariti alcuni dei dolori e si è attenuato quello alla testa del perone (ma ritengo più che altro perché ho pensato bene di alleggerire gli allenamenti, riducendo notevolmente i chilometri), ma ne sono comparsi altri e si è creata una strana sensazione tensiva tutt’attorno al ginocchio sinistro.

A volte, per fortuna, il passaggio dalla preoccupazione alla speranza avviene improvvisamente e casualmente: sono andato a una festa e ci ho conosciuto una persona speciale, un grande professionista profondamente innamorato del suo lavoro, un ex maratoneta, istruttore di yoga e, quello che più conta in questo contesto, rinomato osteopata che si occupa anche di mantenere in massimo splendore gli atleti della nazionale canadese di sci alpino. Alessandro, così si chiama questo nuovo amico, dopo aver casualmente sentito il racconto delle mie recenti vicissitudini mediche e del lungo cammino che sto andando ad affrontare, si è immediatamente offerto come sponsor proponendomi una valutazione osteopatica e successiva manipolazione. Sebbene non vi abbia mai fatto ricorso ho sempre avuto fiducia nella figura dell’osteopata, pertanto, ho accettato e… risultati che mi permetto di definire grandiosi: svaniti i dolori alle ginocchia, insieme a quelli allo snodo mandibolare e al collo che da alcuni giorni mi stavano pure torturando; scomparsa pure la sensazione di tensione attorno al ginocchio sinistro, sostituita da una piacevole sensazione di rilassamento e morbidezza; subito dopo il trattamento mi sentivo morbido, dopo un’ora mi sembrava di camminare sfiorando il terreno anziché di sbatterci sopra ad ogni passo; nei giorni a seguire noto cambiamenti anche a livello propriocettivo (movimenti di ripristino dell’equilibrio decisamente più veloci e molto meno ampi), inoltre sento il mio corpo modificarsi come se in esso si fosse attivato un piacevolissimo vivo processo di trasformazione. È stato meraviglioso ascoltarlo mentre mi spiegava quello che stava facendomi e quello che notava, è stato fantastico notare che in pochi secondi aveva compreso la natura esatta del mio problema al ginocchio, è stato eccezionale sentire che percepiva le zone dolenti senza che io proferissi parola, che col solo tocco delle mani s’è reso conto della mia abitudine al bere molto poco, dell’intestino che funziona a singhiozzo, della potenza nascosta nel mio corpo (“una Ferrari senza meccanici che l’accudiscano”).

Bello, bello, bello!

Chissà mai perché c’è in generale una bassa considerazione verso la figura dell’osteopata, chissà mai perché i medici tendono a ignorarla, chissà mai perché né il mio medico generico né l’ortopedico che mi ha visitato mi hanno consigliato di ricorrere ad un osteopata? Dopo aver sperimentato su me stesso l’effetto di un solo trattamento osteopatico, sono ancora più profondamente convinto dell’importanza di tale figura, l’unica (o quantomeno una delle pochissime) che a fronte di un problema anche localizzato esegue una valutazione sulla globalità del corpo, tanto convinto che a lei voglio presto dedicare un articolo specifico: un’intervista a questo mio nuovo fantastico amico.

Grazie Alessandro, ora le certezze di chiudere il giro si sono rifatte assai salde. Sto seguendo alla lettera le tue indicazioni. Grazieeeee!

Il pudore è un padrone


Da nudo vien fuori un’altra mia personalità: più forte, determinata, temeraria, anche più sincera. Una personalità senza compromessi con la società. Una personalità allo stato nascente: una meraviglia di bebè, che muove i primi passi senza pannolini. Una personalità da provare su strada, da percepire quanto mi cambia nell’aver a che fare con gli altri, verso i quali mi sento peraltro così indifferente. Sarà perché ho deciso che i condizionamenti non mi possono arrivare. E ho voglia di mostrare quanto son nuovo. Non per dire «Guardatemi quanto so’ ganzo!» Sì, può anche essere orgoglio, può anche essere esibizione. Può anche essere sesso. Nel senso che è con questo nuovo volto che eventualmente mi piacerebbe creare interesse. Non butto del tutto quel che ero prima: è ben collaudato da anni di pratica e formazione. Ma questo mio nuovo volto, abbronzato dall’esposizione continua alla luce del sole, comunica la carica che mi gonfia il petto quando “oso”, quando giorno per giorno corrodo le mie stesse remore, sostituendole con nuove abitudini. Micrometricamente mi vado mutando. Il corpo, i fatti che compio mi cambian la psiche. Il corpo mi dà sempre ragione: è rimasto bambino, recupera memorie lontane, di quando “non sapeva”, ricorda ancor oggi il salviettone in cui la mamma mi avvolgeva le spalle seduto sul tavolino del bagno, del liscio-fresco della pelle man mano asciugava, del tenero timbro delle parole che ancora mi par di riudire. La mente continua a bombardarmi di nuovi pensieri, mi cambia le scaglie giorno per giorno, via via più lucenti, dorate, iridescenti come pesci d’acquario. Sento la festa, quando son nudo, sento il sacro divenuto tempo/tempio comune, mi sento “santo”, in stato di grazia: il raggio che mi arriva dal sole non è solo luce e calore, è un’ebbrezza leggera, l’inizio d’un’estasi misurata e tranquilla. Da nudo mi sembra d’aver altri sensori, onde di varia lunghezza mi attraversano, frequenze musicali si trasmettono nell’acqua delle cellule, bassi bordoni mi armonizzano, mi fanno vibrare, mi assestano.

Gian Lorenzo Bernini, Transverberazione di santa Teresa d’Ávila (Roma, Chiesa di Santa Maria della Vittoria)

L’inconscio deve aver sempre saputo di questa risorsa. Un po’ alla volta me l’ha fatta riemergere, pungolando il corpo con il desiderio di mettersi libero, di aprirsi, di far arrivare tutto questo irraggiamento divino. Mi verrebbe da ringraziare il cielo, la natura, “Dio” per questo benessere. Lo assaporo tranquillo mentre mi serpeggia nei muscoli, mi risveglia le cellule, mi tempra di una forte e delicata tensione, mi compatta il tutto e quell’uno che sono.

Mi arrivan ricordo di quand’ero decenne, parole nuove per nuovi saperi. Curiosità ominose e terribili trafugate dai discorsi dei grandi. Il segreto dei segreti: come nascono i bambini. Enciclopedie divorate con gli occhi, fotografie ricordate alla tal pagina, da rivedere quando più pungeva il mistero. E la sensazione di essere ormai grande abbastanza, che bisognava sapere. Bastava un seno, nemmeno del tutto scoperto, i primi bikini, e l’incredula domanda: «ma non hanno vergogna»? sapendo bene quali vergogne ci avrebbero arrossato il viso e annientato di fronte agli altri. E quella volta della visita medica a scuola, quando tutti eravamo in mutande? Che brividi ancor oggi…

E adesso mi chiedo, come mai ci è venuta questa vergogna, questa “siepe” leopardiana che m’inchioda sul colle a consumarmi gli occhi, invece che alzarmi e andare, e giungere al mare?

Ma ora vado, esco, mi faccio bello per i raggi del sole che si sta levando a dar inizio a un buon giorno. E lui mi bacia, mi scandaglia, mi trova vitale e perfetto, intenso di forza come l’erba, i fiori, gli insetti, i mille colori del verde, il color della pelle mi dice che mi son fatto di bronzo, tintinno, taglio, trafiggo. Tengo questa spada a due mani, il bagliore mi difende, intimorisce: paradossalmente, proprio l’essere nudo mi difende più dei vestiti. Sarà che adesso si vede che non ho più paura, né vergogna d’esser veduto. Nulla più di nascosto. Non sono eremita della stanza da bagno, entro le mura di casa con le tende tirate. È fuori, all’aria aperta, aperto alla vista degli altri, senza sfide, senza onori, senza vittorie. Ma semplicemente perché così mi va, perché ora, poco per volta, mi sono allenato, mi sono costruito la forza di essere un altro. E in questa nuova pelle ci sto bene, bene come mai sono stato.

La nudità interiore diffonde all’esterno un bagliore che lascia basito chi guarda: «perché non anch’io?» Non è un privilegio. Le leve sono tutte a portata di mano. La nudità contagia, smuove desideri, crea sinapsi, produce ormoni, cambia gli umori. Apre gli occhi. Non che il vedere il pisello di un pirla che passa sia “il massimo della libidine”: è che ti fai domande su te. Domande serie, severe: a te stesso non puoi tanto mentirti, sai come stai. L’angolo del tappeto sotto cui scopi le cose che non sai come prendere nasconde già troppe cose, è ora di fare un bel repulisti. «Lui ce l’ha fatta…» e ti mordi il labbro scoprendo d’improvviso che sei in ritardo, che sei stato menato pel naso, correndo dietro a cose costruite da altri, ai boxer firmati! Non si può! D’ora in poi non si può! È questo il tuo goal, dopo l’ultimo calcio ben assestato: abbandoni la partita, non è più la tua partita, non è più la tua squadra. Vai negli spogliatoi, appendi al chiodo le scarpette chiodate.

***

In queste mattinate estive è un piacere uscire di casa e vedere il sole spuntare da dietro Cima Crapello, e son già in campagna per il mio solito giro.

So per esperienza che “accade l’inatteso”. Inutile che faccia calcoli probabilistici, che attenda o m’affretti. Va bene tutto, perché alla fine è solo uno il fatto che accade, intrecciato nella rete dei mille fatti anche degli altri. I sincronismi poi càpitano, conquaglian perfetti, sempre in anticipo su quel che pensavo… da stupire per quanto insieme commessi, fine intarsio d’ebanista.

Mi ero anche psicologicamente preparato con dei piccoli fioretti, rinunciando a piccole tentazioni della gola, a piccoli innocui piaceri. Non c’è una relazione fra le cose: ma una sensazione dice che c’è il suo perché; e di solito mi va di seguirla. Come se quelle piccole rinunce fossero il “prezzo” delle cose che vanno a buon fine, corrompessi a mio vantaggio il destino. Il desiderio era proteso a questa mattina; ritornava ad ogni momento di pausa. Mi vedevo in anticipo quel che mi sarebbe piaciuto che capitasse: creare una “zona di contatto”, incontri ravvicinati, domande e risposte. Al solo pensiero provavo un tremore adrenalinico e un’ebbrezza leggera che m’induceva a gustarla, indulgevo nell’ascolto di quest’altri piccoli innocui piaceri.

Dico subito che poi nulla è accaduto di quel che m’ero immaginato e al quale mi sentivo così ben preparato. Probabilmente sono uscito quei cinque minuti in anticipo che mi ha sfasato la tabella di marcia. Do la colpa alla mia impazienza.

Però già fin dai primi passi, nell’atto stesso di togliermi i pantaloncini due parole si sono formate e fuse nello stagno della linotype che ho nella mente: «il pudore è un padrone». Una cascata di pensieri, un dietro l’altro, si rincorrevano, senza lasciarmi il tempo di osservarli, di farvi attenzione, di segnarmeli. Mille situazioni si riproponevano: in tutte mi vedevo costretto a fare qualcosa, con una presenza invisibile sopra di me che mi controllava, severissima ed esigente, muta e impassibile, che se sgarravo avrei visto da me il castigo che m’ero attirato. Dall’altra opponevo la mia presenza nuda; con tutti i pensieri possibili e immaginabili, ma il corpo era libero, e il pensiero, millimetro dopo millimetro, vagliava, scartava, accertava. Sentivo l’aria entrarmi dai pori, l’aria stessa mi confermava il mio stato di nudità senza ceppi; quest’aria stessa mi aveva gonfiato polsi e caviglie e i bracciali di ferro eran saltati. «E ora chi mi prende più?» Ad ogni respiro mi sentivo di ingoiare questa certezza, questo punto fermo, questa forza d’animo… Sì, ho pensato proprio allo spirito: fra tutti i significati che può avere questa parola, preferisco quello che lo definisce come forza d’animo personale, fermezza di carattere, lucidità di pensiero, sicurezza nelle proprie convinzioni, apertura e coraggio di fronte al presente e al nuovo, pacatezza e misura nel giudicare e nelle aspettative, tranquillità di fronte al futuro, indipendenza di fronte alla gente… Nulla di trascendentale!

Probabilmente dovevo attraversare questa esperienza per meglio prepararmi all’incontro e allo scambio di vedute con i due signori incontrati…

Qualche giorno fa, di ritorno dal mio solito giro al vigneto (mi aspettavo un incontro, ma doveva accadere da sé), sto giusto per svoltare a sinistra sul viottolo tra i due campi, che sento dei passi dietro di me e subito dopo il rumore di un ciottolo calciato col piede, come un inciampo (la so questa storia dell’inciampo! quando l’imbarazzo di sentirsi guardato fra strisciare la scarpa, fa impuntare il piede in una commessura dei bolognini del marciapiede). Mi volgo e son due signori di mezza età, che già avevo visto altre volte, anch’essi in giro per la campagna di mattino presto. Imbocco il viottolo e mi giro a salutarli con un buongiorno, come fosse una cosa normale incontrare qualcuno nudo alle 6,15. Dovevano avermi visto già da una curva più indietro ed avermi seguito con lo sguardo per un minuto o due, fino alla distanza cruciale dell’inciampo.

Eran questi due signori che avrei voluto incontrare di nuovo.

Lo smalto di un fatto


Commetto dei fatti. Irreversibili.

Commettere: (1) “mettere insieme, far combaciare”, (2) “ordinare, imporre”, (3) “affidare, consegnare”.

E poi il fatto è compiuto: irrimediabile, irrevedibile, irrevocabile… unico, irripetibile.

Da accettare coerentemente, conseguentemente, responsabilmente – senza bene né male, quatto-quatto, in quanto tale, come accade al momento. Senza pesarlo, senza giudicarlo.

Ma vero. Forse più tardi, nei giorni a seguire mi vorrà suggerire una qualche verità, lo spunto di una riflessione, il sugo di quell’esperienza. L’ho voluto, l’ho desiderato: è accaduto come me lo aspettavo; appena in tempo! nel momento più topico e paradossale, all’ultimo minuto, in zona Cesarini. Questo camminare sul ciglio ci apre gli occhi dell’attenzione, della considerazione, della riscrittura anche di una concezione del tempo, che sembra piegarsi a far combaciare le cose come fossimo noi a volere, a farle proprio accadere, meglio di come avremmo potuto sperare. Per questo adesso non posso esser pentito. Ascolterò il prossimo momento opportuno e ancor lo farò. Senza aspettative, devo solo srotolare con passi reali il tappeto rosso della passerella – venga o non venga qualcuno. Senza timore varcherò la soglia che mi lascia alle spalle questo mondo fisico troppo materiale, troppo descritto, troppo prevedibile da leggi e da formule. Non è camminare alla cieca? Ha ragione il detto popolare: «Ne combino di orbe».

Ieri sera, prima di addormentarmi, con un termometro interno mi misuravo la voglia di andare questa mattina al vigneto. La premonizione positiva non era al massimo. Decido per il no e mi addormento tranquillo.

Poi invece alle 5,30 son sveglio, in tempo giusto per la mia “sortita azzardata”, cioè camminare nudo dall’inizio dei campi fino al vigneto e non solo lungo il perimetro dei filari.

Esco. Appena fuori dell’abitato mi spoglio. Qualche metro più in là mi distrae il bagliore del sole alla mia destra: sta sorgendo dalla Forcella di Sale, fra il Monte Guglielmo e le Almane; forse il punto più estremo del suo sorgere. Il cielo è coperto, ma da minuscoli strappi fra le nuvole, l’arancio luminoso del sole sembra salutarmi e assicurarmi anche oggi della sua e della mia esistenza, tanto è pieno quest’istante che passa, il tutto dattorno che esiste senza peso, che vedo in me convergente, e pur so che è neutro, indifferente…

Faccio pensieri leggeri che mi svolazzano intorno come farfalle, e il retino delle parole non riesce a catturarli. Mi aspetto da un momento all’altro che compaia qualcuno da dietro una curva: ora le piantine di mais sono “più alte di un puledro” (un proverbio dialettale mette in rima puledro con san Pietro che cade alla fine del mese).

Nessuno, nessuno, nessuno. Interrogo in me questa trepida attesa, questo modo d’ambire vivo e irrequieto. Sguinzaglio segugi a cercar la risposta. Mai quest’assenza è stata tanto presente.

Fatto il giro, son già per tornare, son le 6,30 all’incirca, conto le ore che rintoccan dai campanili lontani: ogni minuto che passa aumenta il “pericolo” di incontrare qualcuno: mi attanaglia i nervi questa possibile, incombente flagranza, come prima di un esame: davvero son preparato? Mi accorgo che per la forte emozione non ho più saliva in bocca. Risalgo l’erbosa stradicciola che divide due campi. A man dritta, oltre il campo, un agriturismo: auto che partono, arrivano… All’andata i netturbini caricavano i sacchi neri: è già la seconda volta che mi vedono.

Nessuno. Comincio a metter da parte l’idea; mollo gli ormeggi del calcolo e della speranza. È proprio questo distacco che fa scattare l’evento? Questa commistione fra ego e destino tale da non distinguerli più? La fusione fra l’attimo e il sempre? È qui che affiora un quantum di anima, la scintilla della sua esistenza? È questa espansione, compenetrazione, compartecipazione spontanea di realtà e coscienza la magia che fa accadere le cose come grosso modo mi si erano prefigurate nella mente? Chi ha sfregato il cerino?

A dieci metri, lungo la pista ciclabile, finora nascosta da un campo di un poco elevato, arriva correndo una giovane donna, vestita di maglie attillate. Certo che mi vede! Non mi ero ancora rivestito, proprio per dare una mano al destino. Va veloce, non c’è tempo per un buongiorno. Mi sento normale e pacato, ancorato e leggero. Senza il pensiero d’aver commesso un peccato o d’esser anche solo un pelino indecente. È un fatto, e lo lascio tranquillo per fatto, senza il proposito di alcun pentimento. Voglio che sia e che rimanga: neanche Zeus lo potrà cancellare. Voglio che rimanga per me, che rimanga per sé.

A frotte arrivano pensieri diversi: che ho per alleato il destino, che le cose accadono quando l’aria vibra di una ignota energia e si fa liquida come sull’asfalto d’estate, come mercurio lucente, e si varca la soglia di un mondo parallelo, incantato, nitido specchio della nostra mente. L’incontro è ormai solo un ricordo, ma ha lo smalto vetrinato dei vasi, i colori delle maioliche antiche, degli arcani alberelli di sapienti speziali.

Prima di sera lo saprà mezzo mondo. Stravaganza oggi, stravaganza domani vedi mo’ che il fatto non farà più notizia! E potrò uscire nudo fin dal mio cancellino per un giretto al mattino. Ma anche a mezzogiorno, o la sera, se la cosa mi garba.

E in ultimo arrivano anche i segugi, riportano gli spunti trovati: da ognun che mi vede riprendo la libertà d’esser nudo. Dovrei badare – dice la legge – che il “pubblico” non possa vedermi, per rispetto a costumi e convenzioni. Dunque proprio di fronte a questo “pubblico” devo rivendicare la mia presenza, come persona, schietta, integra e naturale: la mia nudità finalmente visibile diventa un dato di fatto irreversibile; la mia nudità è finalmente spogliata da simboli imposti da fuori, non ha più quel senso, quei fitti discorsi, moralistici o meno, che si possono fare in proposito, quelle derive cui ci può portare un pensiero senza sestante.

Constato che il fatto non dovrebbe proprio più aver alcun senso. Desideravo che qualcuno, che almeno uno mi vedesse. Uno strampalato Don Chisciotte mi martella la frase aquí encaja la ejecución de mi oficio (Don Chisciotte, parte prima, cap. 22)

E ora capisco che voglio riprendermi da ciascuno che incontro quel tanto di libertà che in quanto componente e rappresentante di una società, anche inconsapevolmente, mi aveva rubato (e se l’era rubata anche a se stesso… Libertà che in ossequio ai costumi anch’io avevo contribuito a rubare a me stesso). Non ce l’ho con il singolo ladro, o con la società nel suo insieme: è acqua passata. Mi sono ripreso quel che era mio, personalmente mio. Riprendo la mia pelle. I vestiti nascondevano la scorticatura?

Non potevo sapere dei giochi che stavano dietro, della parte che avevo nella recita, della maschera che dovevo portare. Non amo occuparmi di cose più grandi di me. Ma queste che riguardan da vicino il mio vivere ed essere, sono cose alla mia portata, riguardano me, il mio corpo, il mio posto nel mondo e nella società. Non c’è stato bisogno di un messia caduto dal cielo: di queste cose mi sono accorto da me. Parafrasando Dante potrei dire: «se non t’accorgi di questo, di che altro accorgerti suoli?»

Camminare in montagna: la prima mezz’ora


Avevo già anticipato che mi sarei impegnato nella realizzazione di una serie di articoli inerenti la tecnica del cammino in montagna (“Camminare in montagna: la tecnica”), un argomento che, pur contro l’altrui opinione, ho sempre ritenuto importante, ancor oggi sostenuto in questo dall’osservazione delle persone che mi accompagnano nelle mie escursioni o che incontro sui monti: molti sono coloro che camminano male, vuoi per l’errato modo di scegliere e utilizzare l’attrezzatura, vuoi per l’applicazione di abituino scorrette, vuoi anche e soprattutto proprio per un modo sbagliato di deambulare. Vero che si parla di escursionisti, ossia di persone che in montagna ci vanno per divertirsi, altrettanto vero che anche lo sport amatoriale può produrre traumi più o meno consistenti, nel breve o, più subdolamente, nel lungo periodo. Cosa fare? Lo scoprirete con questa serie di articoli e partiamo da, come già avevo detto nell’anteprima, un atteggiamento che già da solo può cambiare sensibilmente il vostro modo di andare in montagna, può alleviarvi tanto dolore e tanta fatica: la gestione della prima mezz’ora di cammino.

Tutti conoscono la parola “riscaldamento”, tutti sanno cosa vuol dire riferita a un’attività sportiva, molti sanno che va fatto anche nel contesto delle attività non competitive, pochi, però (faccio ovviamente riferimento all’ambito amatoriale), materialmente lo fanno e ancora meno lo fanno correttamente, nella convinzione che sia sufficiente partire piano e proseguire a bassa velocità per una decina di minuti o poco più. Non è così, non basta, anzi, così facendo si ottiene solo di stressare l’organismo. Come farlo? Continua a leggere!

Nel già citato articolo introduttivo ne avevo succintamente parlato, riprendo quelle stesse parole rieditandole al fine di meglio illustrare i concetti e approfondirli, seppure ancora attraverso spiegazioni magari poco tecniche e, pertanto, imprecise (che non vuol dire inesatte), ma semplici e, pertanto, facilmente comprensibili a tutti.

Eccoci all’escursione!

Siamo al momento zero, dopo il trasferimento in auto siamo pronti a iniziare la nostra escursione, in questo istante il nostro organismo è in uno stato che, sebbene non necessariamente di riposo, possiamo senz’altro definire di quiete: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca sono nelle loro condizione di quotidiana normalità, quella adeguata a supportare la nostra sola sopravvivenza o al più minimi sforzi.

Con un salto temporale immaginiamoci ora nel bel mezzo del cammino, in questo istante il nostro organismo è (dev’essere) in uno stato che definiamo di lavoro: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca sono sensibilmente aumentati al fine di supportare lo sforzo in atto, ovvero di fornire maggiore energia al nostro sistema. In questa sede è irrilevante capire le esatte dinamiche di tale trasformazione e determinare come avvenga la produzione di energia, ci basta osservare che a fronte di uno sforzo maggiore a quello minimo supportabile dallo stato di quiete (soggettivo: la prolungata reiterazione degli sforzi e, quindi, delle relative alterazioni organiche porta ad una più o meno ampia “cronicizzazione” delle dette trasformazioni fisiologiche, ovvero determina un adattamento atletico alzando la soglia di mantenimento base) il nostro organismo mette in atto una complessa serie di alterazioni, ognuna direttamente proporzionale all’incremento di energia richiesto. Tale adeguamento fisiologico allo sforzo non avviene istantaneamente ma richiede un certo tempo (non ho idea da dove derivi tale valore, ma viene computato in trenta minuti, valore che la mia esperienza pratica conferma come corretto) durante il quale percepiamo fastidiose sensazioni fisiche e psicologiche, possiamo pertanto indicare la fase di transizione da quiete a lavoro come zona di malessere; una volta che il nostro organismo è in grado di supportare lo sforzo richiesto, gli adattamenti si fermano e le nostre percezioni, seppure a parità di sforzo, diventano positive, il cammino è ora piacevole, possiamo quindi definire questa condizione come area di benessere. Ovviamente le suddette trasformazioni hanno un limite massimo (soggettivo e migliorabile con l’allenamento), al suo raggiungimento il nostro organismo non sarà più in grado di dare adeguato supporto ad un ulteriore incremento delle richieste energetiche e andrà in sofferenza, inducendoci a rallentare, fermarci o addirittura interrompere il cammino con una lunga sosta.

Cosa succede se ci si ferma? Il nostro organismo tende a ristabilire lo stato di quiete: frequenza cardiaca, pressione, volume di respirazione, diametro dei vasi sanguigni, volume delle cavità cardiache, gitatta sistolica, portata cardiaca calano e lo fanno anche piuttosto velocemente, tanto più rapidamente quanto più lontani siamo dall’area di benessere.

Traduciamo il tutto in un grafico nel quale mettiamo a confronto due escursionisti, uno che non effettua fermate fintanto che non entra in area di benessere, l’altro che si ferma più volte ancora in fase di transizione tra lo stato di quiete e quello di lavoro.

Vediamo che l’escursionista uno entra e si mantiene in area di benessere: porterà sicuramente a termine la sua escursione e ne sarà pienamente soddisfatto. L’escursionista due permane nell’area di malessere: potrebbe anche completare l’escursione ma di certo con assai poca soddisfazione e molti dolori. Ovviamente non ho preso in considerazione il caso di un escursionista che vada in sofferenza visto che l’obiettivo è quello di entrare e restare in area di benessere, solo gli atleti in allenamento (o nelle fasi finali di una competizione) possono eventualmente sfruttare anche i contorni della linea di stress.

Cosa abbiamo stabilito?

Essenzialmente che la prima mezz’ora di cammino è assai importante, che potremmo un poco soffrire ma ve necessariamente affrontata in modo adeguato ovvero… senza mai fermarsi.

Cosa ne deriva?

Prima della partenza

  • Date sfogo ad ogni eventuale necessità fisiologica o anticipatele.
  • Idratatevi adeguatamente integrando nel contempo la giusta dose di sali minerali.
  • Fatto salvo per guanti e berretto che possono essere facilmente levati e risposti anche senza doversi fermare, rimuovete l’abbigliamento in eccesso: entro una decina di minuti sarete soggetti all’aumento di temperatura corporea e se troppo coperti dovrete fermarvi per levare qualcosa; meglio sentire un poco di freddo all’inizio che inibire il processo di adeguamento allo sforzo.

Partiti

  • L’equilibrio energetico è piuttosto delicato: se forziamo troppo poco non inneschiamo le necessarie modificazioni fisiologiche, se forziamo troppo andiamo subito in crisi. Per dare un parametro oggettivo possiamo dire che se riusciamo a parlare stiamo andando troppo piano, se la respirazione risulta difficoltosa (parziale, al limite anche con dolori addominali e/o toracici) stiamo andando troppo forte.
  • Iniziate a camminare mantenendo bassa la vostra velocità, dove il termine bassa va rapportato al vostro allenamento e, come detto, non dev’essere troppo blando: mediamente può essere ideale all’incirca il venticinque percento della massima velocità che siete in grado di produrre su quella pendenza (riuscite a parlare ma con un lieve affanno).
  • Quando percepite che i muscoli si sono riscaldati (una decina di minuti dalla partenza se avete impostato il passo corretto) aumentate gradualmente la velocità per arrivare, nel giro di altri dieci minuti e con le stesse precisazioni di cui sopra, a un’andatura media: attorno al cinquanta percento della massima velocità che potete produrre su quella pendenza (non riuscite a parlare ma la respirazione è regolare e tranquilla).
  • Se proprio temete di non farcela a restare trenta minuti senza reidratarvi o se la giornata particolarmente calda necessità di una reidratazione più frequente, utilizzate le apposite tasche morbide con cannuccia (camel-bag) che oggi quasi tutti gli zaini supportano, oppure procuratevi almeno un portaborracce da collocare sullo spallaccio dello zaino e ponetevi una borraccia che si possa utilizzare senza doversi fermare, tipo quelle da ciclismo o da corsa a piedi: grazie alla diffusione dei trail oggi trovate facilmente ambedue questi accessori.
  • Risparmiate il fiato: per ora evitate di chiacchierare, potrete farlo a volontà una volta entrati in area di benessere e senza nemmeno dovervi fermare.

Ovviamente esiste un’alternativa al tutto: camminare in stato di quiete. Certamente è possibile farlo, specie se siete molto allenati, ma se non lo siete? Se non lo siete dovrete accontentarvi delle passeggiate piane e brevi perché il vostro stato di quiete non può supportare di più! Perché mai dovrei fare di più? Beh a questo dovete darvela voi la risposta, io posso solo dirvi che ne vale veramente la pena: un ritmo blando produce pochissimi benefici fisici e ancor meno psicologici, un ritmo adeguatamente sostenuto comporta miglioramenti cardiovascolari, un utilizzo più ampio e corretto del diaframma quindi una migliore respirazione, maggiore propriocettiva quindi un migliore equilibrio, scarico dallo stress quotidiano, equilibrio psicologico, eccetera; una breve escursione difficilmente vi permetterà di assaporare quanto la montagna sia in grado di offrirvi, una lunga escursione vi permetterà di godere dei fantastici panorami visibili dalle vette o dalle creste, vi consentirà di percepire le infinite gradevoli sensazioni che la montagna e capace di trametterci, specie se ci poniamo ad essa senza barriere fisiche e mentali, ovvero se i vestiti li lasciamo nello zaino… tutti quanti!

Fonti e approfondimenti

Mypersonaltrainer – Adattamenti fisiologici del cuore in risposta all’attività fisica

Mypersonaltrainer – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – Acido lattico

Mypersonaltrainer – Approccio ai metabolismi energetici

Mypersonaltrainer – Adattamenti cardiocircolatori all’allenamento

Di corsa su e giù per il monte


Foto di Carla Cinelli

Corro su

poi corro giù

tac toc

pac poc

rai pai

tai zuai

clas tuas

fras sbras

clus trus

Foto di Carla Cinelli

stus fus

string strong

strang pilang

stroc patoc

ratoc stiloc

Corro su

poi corro giù

corro su

di nuovo corro giù

frisssccc

Arrivato!

Emanuele Cinelli – 16 giugno 2017

Proverbiamo


Molti utilizzano i proverbi come fossero prezzemolo, ce li cacciano ovunque, talvolta a sproposito, spesso, per non dire sempre, senza averli profondamente ragionati.

Si dice che ogni proverbio contiene un fondo di verità, è giusto?

Beh, si, molti proverbi contengono un fondo di verità, a volte anche più di un solo fondo, sono quei proverbi nati dalle lunghe osservazioni fatte da remoti contadini, pastori, boscaioli, cacciatori, pescatori, ossia da quelle persone che vivevano in natura e di natura, dovendola pertanto ben conoscere e prevedere: “rosso di sera bel tempo si spera”; “quan chel fioca so la foia de fa l’inveren ghe na mia oia” (“quando nevica sulla foglia di fare l’inverno non ne ha voglia”);  “luna in pie marinà a butà, luna a butà marinà in pie” (“luna in piedi marinaio a dormire, luna sdraiata marinaio in piedi”); eccetera.

Altri, però, sono di altra natura, risultano scollegati ad ogni evento atmosferico, trattano piuttosto dei comportamenti sociali: “il denaro non fa la felicità”; “chi troppo vuole nulla stringe”; “sposa bagnata, sposa fortunata”; “il riso abbonda sulla bocca degli stolti”; “fai buon viso a cattiva sorte”; eccetera. Tutti questi sono di origine incerta e si possono addebitare a due possibili motivazioni: la necessità dei poteri di mantenere il controllo sulle genti; la necessità delle genti di consolarsi a fronte della loro condizione di sudditanza, ma più recentemente anche la necessità di giustificarsi della propria immobilità. Personalmente credo che la prima motivazione sia più credibile, la seconda è subentrata in seguito alla promulgazione dei detti proverbi, ma alla fine poco importa quale sia la vera origine, quello che conta è l’analisi: quello che dicono è corretto? No, non lo è, e invero non è nemmeno tanto consolatorio, anzi.

Il denaro non fa la felicità

Vero che anche i ricchi conoscono il dolore, la malattia e la morte, quindi la tristezza e l’infelicità, altrettanto vero che grazie ai loro averi possono permettersi di ricorrere ai più qualificati medici, possono procurarsi le migliori cure, possono abbandonarsi al sonno eterno senza il patema di mettere nei guai economici i propri eredi. Insomma, se è ben vero che i soldi non fanno la felicità e indiscutibile che danno un grande contributo per raggiungerla, d’altronde quanti sono i ricchi che, al grido “voglio essere felice”, regalano tutti i loro averi? Perché vi sono così legati? Evidentemente tanto infelici non sono! Ma se fanno credere di esserlo gli altri non saranno presi dalla voglia di arricchirsi, magari a spese proprio di chi già ricco lo è. Insomma un proverbio molto comodo per mantenere le mani della plebe (oggi delle genti) lontano dai soldi della nobiltà (oggi dei poteri economici e di chi li detiene).

Chi troppo vuole nulla stringe

Può certo capitare che impegnandosi su troppi fronti si faccia fatica a raggiungere anche uno solo degli obiettivi prefissati. Altresì e assolutamente provato che ponendosi obiettivi molto bassi alla fine si resta assai limitati, si è impossibilitati a raggiungere mete importanti. Nelle contrattazioni di ogni genere, poi, è noto che, specie se ci si presenta deboli e remissivi (e debole risulta palesemente colui che parte con bassissime richieste), si ottiene sempre meno di quello che si chiede e se si chiede poco si ottiene zero, indispensabile puntare sempre al massimo di quello che si vorrebbe (ovviamente con un occhio realistico), c’è sempre poi tempo per le trattative. Aver condizionato le genti ad essere sempre poco pretenziose ha permesso e tutt’ora permette a chi detiene i poteri (economici, sociali o politici che siano) di mantenere il pieno controllo sugli altri, di agire a suo unico vantaggio, di promulgare come lecite pratiche invero fraudolente.

Il riso abbonda sulla bocca degli stolti

C’è da distinguere tra riso e riso, quello sguaiato e ingiustificato siamo assolutamente d’accordo, ma quello contenuto e giustificato no, questo non solo è sano, ma addirittura necessario: gratificarsi è importante e poi vivere con il sorriso aiuta ad essere realistici o addirittura positivi. Ovvio che, se no ricadremmo nell’atteggiamento che sto analizzando e disincantando, non possiamo sempre ridere e non dobbiamo necessariamente ridere di fronte a tutto e a tutti, ma possiamo e dobbiamo farlo quando le circostanze lo meritano. Faccio notare poi che il riso non è solo quello della bocca, comunque importante nella comunicazione verso gli altri, ma anche quello interiore, quello della nostra psiche, del nostro animo, importantissimi per noi stessi. UN popolo felice è un popolo difficilmente dominabile, un popolo triste è un popolo che si preoccuperà della sua sopravvivenza essenziale e, pertanto, disattento a quanto succede a livelli sociali più alti.

Lasci a voi ragionare sugli altri proverbi di questo genere, alla fine le considerazioni sono sempre le stesse e la logica finale identica: ci vogliono fregare!

 

Il problema del #nudo


Molti nudisti lo chiamano naturismo e si definiscono naturisti.

Molti nudisti approvano la censura del nudo.

Molti nudisti praticano l’autocensura.

Molti nudisti approvano la pixellatura delle immagini di nudo.

Molti nudisti disapprovano chi si mostra nudo in modo aperto e sincero anche fuori dagli specifici contesti.

Molti nudisti confondono i ghetti nudisti con l’opportunità.

Molti nudisti considerano giuste le limitazioni a cui sono assoggettati.

Molti nudisti si accontentano del poco spazio che hanno.

Molti nudisti si mettono a nudo solo all’estero.

Molti nudisti lo tengono gelosamente segreto.

Molti nudisti si lamentano e basta.

Molti nudisti si esimono dal partecipare alle azioni di informazione, divulgazione e manifestazione.

Molti nudisti appellano in malo modo chi si oppone al nudo.

Molti nudisti si rifiutano di comprendere che dietro ad ogni opposizione al nudo esiste pur sempre una motivazione, seppure poco o nulla condivisibile.

Molti nudisti non sanno (non vogliono!) dialogare con chi si oppone al nudo.

Molti nudisti danno agli altri (persone, media, società, istituzioni, politici, operatori, guardoni, esibizionisti) la colpa dell’opposizione al nudo e delle pressoché nulle opportunità per stare nudi.

Molti nudisti rigettano le immagini di nudo usate da pubblicità e riviste.

Molti nudisti contestano le trasmissioni televisive che mostrano il nudo, pixellato o meno.

Molti nudisti ritengono sempre e comunque doveroso rivestirsi quando si avvicina qualcuno vestito.

Molti nudisti ritengono logico che le persone possano entrare vestite in una spiaggia nudista mentre da questa non si possa uscirne nudi.

Molti nudisti promuovono l’anormalità del nudo.

Molti nudisti ritengono il nudo praticabile solo in limitati contesti.

Molti nudisti rigettano l’idea del nudo lecito sempre, comunque  e ovunque.

Molti nudisti trasmetto vergogna verso il nudo.

Molti nudisti…

Uhm, vuoi vedere che il problema del nudo sono i… nudisti!

#TappaUnica3V -22 ora solo riposo


Mancano venti giorni alla partenza, è tempo di lasciar riposare muscoli e ossa, in particolare schiena e ginocchia che sono uscite alquanto provate dai tanti mesi di duro allenamento, duro e, soprattutto, nuovo: l’inserimento della corsa non più solo come brevi momenti nelle discese ai fini di recupero sui tempi, ma corsa vera e propria, corsa anche in salita. Il risultato è stato pregevole, ora viaggio costantemente su tempi pari o inferiori alla metà delle tabelle, certo sono ancora molto lontano dai ritmi dei migliori trailer, anzi sono lontano persino da quelli dei trailer in genere, ma non è questo il mio obiettivo, quello che faccio lo faccio per il mio unico piacere, se crescerò ulteriormente è del tutto ininfluente, ne sarò contento e magari mi allenerò anche per riuscirci, visto che la corsa mi è diventata sincera amica, pur senza deprimermi se non dovesse avvenire. Il risultato, però, è stato anche dolente e, come spesso mi accade, senza che i medici siano stati in grado di determinare delle motivazioni specifiche: non ci sono lesioni di nessun genere, cosa positiva ma al contempo cosa che impedisce la definizione di una specifica e rapida terapia, si può solo procedere a tentativi, si può solo optare per i cerotti anestetici e antidolorifici.

Lasciato solo dagli esperti decido allora di aggiungerci un pur non prescritto riposo nella speranza che l’allentamento della pressione possa aiutare quel recupero totale che certo anestetici e antidolorifici possono emulare ma non possono dare. Allora… allora da ora alla partenza non si corre più, non si fanno più lunghe distanze, solo quotidiana attività fisioterapica, qualche chilometro di cammino in piano almeno cinque volte alla settimana e tanto, tanto rilassamento mentale.

Di seguito il consento report sugli allenamenti, come detto gli ultimi.


28 maggio – Crinale est della Val Bertone

Uscita con gli amici di Mondo Nudo lungo un percorso che ho individuato durante i miei allenamenti e che mi ha particolarmente affascinato: prima una lunga cresta a cavallo tra la valle di Caino e quella di Odolo e Agnosine, poi un tratto di fondovalle privo di sentiero e che si percorre seguendo fedelmente il torrente. Ovviamente il ritmo è basso e posso procedere in totale rilassamento, ma ci vuole anche questo. Qui la relazione completa dell’uscita.

2 giugno 2016 – Dosso di Cè

Alle 18 di oggi parte il 3V Remix organizzato dagli amici del Bione Trailers Team, ne approfitto per effettuare, in compagnia della moglie, una breve escursione sui monti di Bione, zona che non ho mai visitato. Seguendo il percorso della gara, subito lasciati indietro dagli atleti, saliamo alla Piana di Lò e da qui, per una ripida rampa erbosa e la successiva cresta, al Dosso di Cè che, estasiati dalla bellezza del luogo e delle sue magnifiche faggete, raggiungiamo in un’ora e mezza di cammino. Discesa all’eremo di San Vigilio per riportarsi, con giro ad anello, alla Piana di Lò e a Bione. Ancora una volta mi porto a casa una zecca, ancora una volta me la trovo addosso il giorno dopo nonostante un accurato controllo fatto la sera precedente, ancora una volta è piccola, tanto piccola da non essere agganciata dall’apposito leva zecche, devo usare la pinzetta leva spine sul lato opposto, troppo potente: oltre alla zecca mi leva anche un piccolo brandello di pelle.

4 giugno – Anello sopra Caino e Nave

Voglio andare a vedere il passaggio del 3V Remix e per farlo m’invento due anelli che mi permetta d’incrociarli, fino all’ultimo sono incerto su quale fare, ambedue m’interessano, ambedue mi portano a visitare gli ultimi tratti ancora sconosciuti della zona, decido arrivato al parcheggio comune ad ambedue: visto che piove ed è freschina si va per quello di Nave. Parto dal parcheggio della Val Bertone alle nove, stando alle indicazioni reperite il cancello massimo del 3V Remix a Nave è dopo mezzogiorno per cui ho buon margine e posso prenderla comoda. Seguo per poco la strada sterrata della Val Bertone e imbocco il sentiero di collegamento con Caino, un bel percorso che con alternanza di salite e discese attraversa i boschi che sovrastano la strada delle Coste di Sant’Eusebio. Senza rendermene conto il mio passo ha velocemente preso la sua natura e l’app di tracciatura che sto sperimentando al primo chilometro mi segnala una velocità di quattro chilometri l’ora: va beh, visto che devo tenere sotto osservazione il ginocchio ne approfitto, rallenterò dopo Caino o nella discesa verso Nave. Secondo chilometro, la velocità è salita a cinque e diventa sei nell’attraversamento di Caino. Il ginocchio va alla grande, dagli! Salita cementata a cinque, sterrata ancora più ripida sempre a cinque, lungo e sconnesso traverso attorno il monte Montecca leggermente più lento perché sono molto in anticipo, eccomi sopra Nave, in basso vedo il furgone del Bione Trailers Team ma non c’è l’arco gonfiabile: non sono ancora passati? No, non è così, è l’opposto. Arrivando al furgone vengo a sapere che sono già passati da un pezzo: sono dei mostri da Brescia a Nave, scavalcando la Maddalena, ci hanno messo poco più di un’ora!

Va beh, così è andata, avrei fatto meglio a fare l’altro anello che mi avrebbe tenuto sulle creste sommitali. Li avrei così sicuramente incrociati. Inutile recriminare, ora bisogna tornare all’auto. Prendo la strada seguita dal sentiero 3V fino a Sant’Antonio, qui la abbandono per prendere il sentiero che scende alla strada della Merolta, seguo in discesa tale strada, il tratto è più lungo di quello che mi aspettavo, alla fine eccolo, ecco il sentiero Faet che con dura salita mi porta al Monte Forche. Mentre percorro questo impegnativo tratto le nuvole si aprono e appare il sole, prima debole poi sempre più forte, la temperatura cresce bruscamente e il mio ritmo ne risente parecchio: scendo a due chilometri e mezzo all’ora. In cresta riprendo fiato e ritmo, oltrepasso il Monte Faet e arrivo al sentiero 3V con il quale raggiungo l’eremo di San Giorgio. Godendomi la strana solitudine mi rilasso una mezz’ora mangiando qualcosa e poi riparto per la lunga discesa verso la Val Bertone. Il ginocchio inizia a farsi sentire ma riesco a procedere senza rallentare e in mezz’ora sono alla fine. Accaldato e sudato esaurisco i pochi liquidi rimasti nella borraccia, cambio le scarpe e poi via, si rientra a casa, dove arrivo con ben tre ore di anticipo sul programmato.

11 giugno – Anello Altissimo del 3V

Doveva essere un’uscita col gruppo di Mondo Nudo ma vista lo scarso interesse verso questo tipo di escursioni l’ho rielaborata: farò da solo la prima metà viaggiando nei tempi di TappaUnica3V, al Maniva si assoceranno altri eventuali partecipanti per fare la seconda metà assieme. Alla fine due si mettono in lista e uno solo si farà effettivamente trovare. Parto a mezzanotte da Collio, faccio fatica a mantenere l’equilibrio: saranno le scarpe nuove o è una conseguenza delle leggere vertigini che ho avvertito per tutta la giornata? Probabilmente ambedue le cose, pensiamo al cammino. Avverto subito d’andare troppo veloce indi riduco il passo e, dando ascolto al silenzio totale che stranamente avvolge la montagna, mi concentro sul mantenerlo basso: primo punto di controllo e… mezz’ora d’anticipo. Rallento ancora, secondo punto di controllo altri quindici minuti guadagnati. Inserisco alcune fermate per scattare delle foto ma niente, non c’è verso, continuo a mangiare minuti su minuti: bene, dimostra un’ottima forma fisica, ma anche male, durante il giro finale non potrò permettermi di sballare così il ritmo, rischierei di collassare prima dell’arrivo e quest’anno il giro lo voglio, lo devo finire, assolutamente.

Al Passo di Pezzeda Mattina mi accoglie un freddo venticello: meglio indossare la maglia. Il piano prevedeva di fare l’attraversata del Monte Pezzolina ma l’erba è molto bagnata per cui decido di proseguire per la strada normale. Passo di Prael ed eccomi in vetta alla Corna Blacca, quest’ultimo tratto è dato un’ora e quaranta, la mia tabella prevedeva un’ora, l’ho fatto in cinquanta minuti. Fa freddo, giusto il tempo di un autoscatto e poi via. Nella ripida discesa inizia a farsi sentire il ginocchio sinistro, alla fine arrivo alla base in mezz’ora anziché quindici minuti: dovrò rivedere la tabella di marcia. Concentrandomi sul passo verifico l’esattezza del tempo definito da qui al Passo Portole e al successivo Passo del Dosso Alto. Il ginocchio ora stride anche in salita, indeciso sul da farsi mi accomodo su un masso, si avvicina l’alba e la temperatura si abbassa, devo infilare anche i pantaloni e la giacca a maniche lunghe. Salgo o non salgo? Come posso scendere dalla cresta con questo ginocchio? Va beh, proviamoci! Mi tolgo i pantaloni e riprendo il cammino, il passo è sostenuto quel tanto che deve servire al rito programmato, purtroppo dopo poco le fitte al ginocchio si fanno più frequenti e devo inserire delle fermate per allentare un poco il carico. Mancano cento metri alla vetta, niente, mi fermo qui. Dietro front e giù alla strada per il Maniva dove giungo con mezz’ora d’anticipo sul previsto.

Infilato tutto quello che posso (ehm, invero tralascio la giacca da pioggia), mi accomodo sui tavoli esterni dell’Albergo Dosso Alto e ne attendo l’apertura, nel frattempo mi bevo il beverone agli amminoacidi e mi spalmo gel all’arnica sul ginocchio. Il bar non apre, fortunatamente il sole riesce già a far sentire il suo calore e l’attesa non è dolorosa. Sono sette, suona il cellulare, è l’amico Vittorio che mi segnala che a causa del mancato arrivo di Cristina è in forte ritardo, nessun problema, arriveremo a fine anello più tardi del previsto. Sette e mezza, apre il bar dell’albergo, subito mi riconoscono e mi accolgono con un calore inestimabile: mi viene offerta una robusta colazione e mi danno la disponibilità delle docce per quando qui farò sosta durante il mio giro di TappaUnica3V. Arriva Vittorio, gli lascio il tempo dovuto per prepararsi con calma e bersi un caffè, volevo farmi fare un panino per il pranzo ma vista la disponibilità predetta non voglio approfittarne e lascio perdere, tanto nello zaino due mele e quattro berrette ci sono, non muoio di fame. Ore otto passate, forse otto e trenta, partiamo, ma ora è relazione di VivAlpe e lascio il resto a questa, aggiungo qui solo che siamo arrivati all’auto con mezz’ora di anticipo.

A piedi nudi


IMG_1571L’articolo di Mountainblog “Camminata a piedi nudi con Andrea Bianchi sull’Appennino e in Val Pusteria” riporta due interessanti eventi sportivo-culturali all’interno dei quali viene proposto un momento di cammino a piedi nudi.

La presentazione del secondo, l’Adventure Outdoor Fest, cita -è un evento dedicato all’Avventura, agli sport in natura e allo stile di vita outdoor- dandomi un aggancio molto generico per il mio discorso, la mia proposta: personalmente rifuggo dal discorso “avventura” che vedo oggi diseducativamente utilizzato a sproposito per fare riferimento solo all’aspetto del brivido che invero poco o nulla ha a che fare con l’avventura (assenza di certezze), mentre molto ha a che fare con il promuovere e/o sperimentare qualcosa di assolutamente nuovo e magari anche fuori dagli schemi della retorica di massa quale il camminare nudi, totalmente nudi, non solo a piedi nudi, quel camminare nudi che deriva da uno stile di vita sano e coinvolgente (chi prova non torna indietro, non lo dico io, non lo dicono i nudisti, lo dicono l’esperienza e la statistica), quel camminare nudi, quella nudità che sono insegnamento primario della natura, natura tanto reclamizzata e sfruttata ma poi sempre vilipendiata imponendogli l’accettazione di persone inutilmente abbigliate.

La presentazione del primo, Lagolandia, recita -il focus dell’evento sono i “sentieri culturali”: esplorazioni del territorio condotti da guide d’eccezione su tematiche inusuali, cioè artisti, autori, docenti ed esperti che affrontano una camminata secondo la propria sensibilità ed esperienza- e qui l’aggancio al mio discorso è assai più forte e specifico: cosa c’è di più inusuale del camminare nudi? anche noi abbiamo specifica sensibilità ed esperienza, vorremmo poterla proporre ad un pubblico sempre più vasto, certi che riscuoteremmo interesse sincero e profondo. Bananta da Facebook 8-OPiù volte ho camminato a piedi nudi, adoro farlo, ne ho apprezzato le piacevoli sensazioni, ma anche gli inevitabili dolori e le conseguenti incontestabili difficoltà, dolori e difficoltà che rendono tale atteggiamento, quantomeno inizialmente, praticabile ai più solo all’interno di ben delimitati confini temporali (brevissime escursioni) e spaziali (prati, spiagge, rocce lisce e poco ruvide, pavimentazione artificiale), dolori e difficoltà che mi fanno chiedere perché non prendere in considerazione qualcosa privo di dolore e immediatamente praticabile a tutti senza limiti ne temporali ne spaziali? Perché non promuovere il cammino a nudo con le sole scarpe (e il purtroppo spesso necessario zaino)? Nessun dolore, minima difficoltà, sensazioni ancor più estese e coinvolgenti, salubrità fisica e mentale, educazione al giusto rapporto con sé stessi sono forse qualità che non meritano attenzione? Poi, volendo, insieme al resto ci stanno anche i piedi nudi. Insomma, perché limitarsi ai piedi? Perché non promuovere la messa a nudo dell’intero corpo?

Fatevi avanti, fatevi conoscere, chiedete! Si giusto, hai, avete ragione! Sta di fatto che sia io che Mondo Nudo già ci siamo fatti avanti, già ci siamo fatti conoscere, già abbiamo scritto a destra e a manca, già da anni operiamo sulle varie reti sociali, già abbiamo ottenuto molto seguito e sempre più numerosi sono coloro che ci seguono, senza essere necessariamente nudisti anzi; tant’è vero che già io e Mondo Nudo siamo stati intervistati da diversi media, ivi compresa un’emittente radiofonica, a livello locale e nazionale, eppure ancora manca l’interesse spontaneo che viene dato al cammino a piedi nudi o ad altri stili di vita molto meno coinvolgenti, salubri, educativi, socialmente rilevanti. Che altro dobbiamo fare per farci avanti? Ovviamente continueremo a lavorarci, continueremo a fare quello che già stiamo facendo e che ho sopra riportato, ci aspettiamo risposte aziendali (operatori turistici, produttori di attrezzature per l’escursionismo e così via), sociali (associazioni escursionistiche, associazioni culturali, eccetera) e istituzionali (pro-loco, comuni, province, regioni e via dicendo): rispondete alle nostre richieste, rispondete ai nostri solleciti, invitateci e noi non mancheremo!

Crescere


Crescere

 L’anima (o qualunque altra cosa sia ciò che ci fa sentir vivi) non dorme mai, migliora di continuo la nostra vita individuale, proponendoci desideri che si creano come dal nulla, come sentiamo la fame o la sete. Desideri che ci inventan diversi, proiettandoci verso un futuro prossimo possibile, fattibile, adatto a noi: alcuni aspetti sono completamente nuovi, da provare come ci stanno: cibo per la nostra coscienza, una coscienza che cresce, che ci dà forza e robustezza, pur rimanendo sostanzialmente sempre noi stessi. Questi passi in avanti ci costruiscono anche le occasioni, ci forniscono persino i mezzi per realizzarli… poi, alla fine, l’ultima parola, la decisione per la costruzione dei fatti toccano sempre a noi…

La spirale logaritmica della conchiglia di un Nautilus (da Wikipedia)

La mente ci guida attraverso la realtà come un raggio di luce, in linea retta, lungo il percorso più veloce e più breve. Ma concresciamo sopra noi stessi a spirale, ed abitiamo sempre l’ultima camera, quella con l’apertura sul mondo (perché è dal mondo che mangiamo), quella sempre in costruzione. Dall’ultimo setto, da dove cioè inizia il presente, cominciamo a cambiare, a crescere.

Il desiderio di stare un po’ nudi può apparirci eccentrico e strano, ma rimaniamo ancor noi. Il percorso può apparirci spezzato come una matita in un bicchier d’acqua, ma la matita in realtà non si spezza. Vediamo da soli ciò che fa star bene e “lavoriamo” per realizzarlo, quasi non c’è nemmeno bisogno di recuperare “coraggio”, che tutto vien meglio da sé. Ci accorgiamo d’improvviso che qualcosa ci manca, e cerchiamo di colmare quel vuoto: ci guida un’idea lanciata come un amo da pesca, scegliamo secondo quel che il desiderio di conoscenza o di benessere ci suggerisce. Cresciamo mantenendoci uguali e armoniosi con quel che eravamo.

Entrando o uscendo dall’acqua, la luce è piegata dalla rifrazione. Nell’acqua la luce viaggia più lentamente che nel vuoto (circa al 75%). È solo una metafora visuale per fissare un concetto: la conoscenza sa distinguere la sostanza dall’apparenza. È dalla loro intrinseca unità che conosciamo meglio i contenuti e le circostanze. Se per un attimo ci immaginassimo matita?…

 

Come cambia la vita.
Come ci cambia la vita.
Come ci cambiamo la vita

Il concetto stesso di vita cambia a seconda delle esperienze che facciamo. Dell’esperienza che ne facciamo.

Uno dei giorni scorsi avevo preparato il tavolino sul balcone per pranzare all’aperto.

Una ciotola d’insalata in una mano e il salino nell’altra, sto varcando la soglia per sedermi e mangiare. Nell’incastro perfetto di una coincidenza inattesa, il vicino del balcone contiguo stava abbassando la tenda da sole. Mi vede così come sono, tardiva ogni reazione da una parte e dall’altra. Come altre volte vince la ritualità delle cose assodate dall’uso, oggi vince la buona educazione, la “civiltà” nei rapporti reciproci. E mentre lui mi augura “Buon appetito”, gli chiedo: “Anche tu mangi nudo?” e già gli vedo sulle labbra un sorrisino che non so se di compatimento per la mia stravaganza, o di malizia, o semplicemente perché si ride delle cose strambe e originali, ma in fondo innocue e innocentemente infantili, che spesso mi vede fare. Ognuno ha la propria pazzia, dice il proverbio. Non è la prima volta che mi vede il bananotto: una volta deve avermi spiato quando prendevo il sole sul balcone al piano di sopra… Ma mai mi ero esposto così apertamente. Lui sa, sospetta, suppone. Ed ora è più che sicuro. E anch’io: visto che mi ha “digerito” non starò più tanto guardingo. Sarà sempre più normale per me non troppo temere che possa vedermi, perché in parallelo sarà sempre più normale anche per lui, lo darà per scontato, non sarò più né scandalo né novità.

Un pensiero malefico nel frattempo ha fatto i suoi conti, ha tirato le somme del pro e del contro, gira la manovella della cassa, trilla il campanello. Sul visore mi chiede: “Chi ha vinto?” Lo mando al diavolo, da quel rompiballe molesto che è.

Riesco a immaginarmi le domande che il mio vicino ha potuto farsi. Perché sono le stesse che mi sarei fatto anch’io fino a qualche anno fa: «Ma non hai vergogna?». Così, proprio per chiedere, per curiosità, senza la solita sfumatura di moralistico rimprovero. Piuttosto con sorpresa.

La stessa domanda, lo stesso brivido lungo la schiena quando vedevamo alla tele i primi streakers attraversare come una meteora inarrestabile i campi da calcio inglesi.

In ascolto di noi

La nudità non lascia mai indifferenti, anche solo se vista in televisione. Basta che siano fatti reali e non “creazioni”. Porta a farci domande. Ci porta dentro la realtà, ce la rende possibile, ci fa immedesimare, già abbiamo il fiato grosso al solo pensiero – quasi fosse un impulso inconscio da esplorare, un archetipo da indagare. Ci porta a immaginare di scambiarci nei ruoli. Basta metterci nudi e cominciamo a esplorare noi stessi, stiamo in ascolto di quel che ci succede. Il corpo ci parla, come non ci ha mai parlato, col linguaggio delle linfe che dentro ci scorrono, dei tuffi al cuore, delle lievi agitazioni, dei vuoti d’aria, delle apnee, delle tensioni nei nervi, delle pose. Ha un linguaggio fatto di sensazioni, di organi e parti che si fanno notare, di zone della pelle che sentono un soffio d’aria più fresca, di madori che evaporano, di muscoli che si allentano o si contraggono, di torpori e risvegli che si rincorrono lungo le vene, di inspiri improvvisi che poi fai durare per sentire come il petto si riempie, si tende, si gonfia. D’improvviso scopri che ti si è seccata anche la lingua e non riusciresti a parlare.

Col tempo il mio vicino mi farà direttamente le domande che oggi s’è fatto tra sé. Oggi ha dovuto minimizzare, fingere di ignorare l’episodio: capitato così all’improvviso, non ha avuto tempo per inquadrarlo, per “addomesticarlo”.

 

La nudità ci spiazza

Lo spettacolo della natura – quando lo noti – è sempre spiazzante, mozzafiato, commovente; ci lascia senza parole per la meraviglia. Ci dirotta pensiero e attenzione lontano da noi, verso la realtà esterna: e lì poi inizia un dialogo, la ricarica, la ricchezza dei vari pensieri, la solidità del nostro esserci, la vivacità del nostro sentirci.

Non credo di esser gran che come meraviglia della natura: per il mio vicino penso di essere stato come uno spettacolo naturale notevole (un picco, un burrone, una grotta, un poggio, una cascata…). Con più ragioni d’esistere di quante ne abbia trovate al momento la ragione per ignorarlo. Non è stato importante capire. C’era, così com’è. C’ero, così com’ero. Nulla di più. Non altri pensieri.

 

C’è anche dell’altro

Un pensiero, poi, mentre mangiavo è arrivato comunque:

– Son cose che capitano… – ma subito aggiungo:

– Non credo, del tutto per caso.

Un percorso parallelo ci ha condotti unanimi e sincroni ad uno stesso irripetibile istante. “Icastico” mi sento suggerir da una voce. Una scena che per quanto è carica di novità, di emozioni, di eccezioni, senti che rimarrà nella memoria come scena esemplare. A furia di aggiungere significati e suggestioni diventerà anche simbolica: molti altri fatti le somiglieranno, la richiameranno. Rimarrà non solo nella memoria, ma scaverà nel carattere, mi cambierà il modo di fare, di capire, di dialogare.

Non ho il dono della telepatia, ma una seconda domanda mi viene spontanea:

– Perché non difendi i tuoi gioielli dalla vista degli altri? Son cose private e preziose!

– Non penso che gli altri siano dei ladri, o che ci sia qualcosa da rubare. O che io stesso mi stia impoverendo.

In tal caso, è chiaro che la morale comune nemmeno mi sfiora, che non basta la morale comune a togliermi onore, dignità, rispettabilità, sociabilità. Non sono “averi”. Quel che sono non me lo posson rubare. Non è come lasciare la macchina aperta e poi sentirsi fessi perché ce l’hanno rubata. Quel che “sono” è patrimonio inalienabile, indisponibile.

Mi s’insinuava però anche un altro pensiero, politicamente scorretto: dobbiamo ammettere che la società ci pesa: 1) a volte ci opprime; 2) sempre ci valuta. Perciò – ipocritamente – dobbiamo difendere il nostro “pezzo forte” (mein bester Stück direbbero i Tedeschi); il nostro “asso nella manica” potrebbe avere qualche difetto, essere inadeguato, esser quel tantino diverso da provocare un rifiuto o far credere che potrebbe fare cilecca proprio sul più bello.

Se mi preoccupassi di questo, non uscirei più di casa, chiamerei l’estetista per correggermi il naso, il dietologo per farmi calar la pancetta, lo stilista per farmi consigliare su che cosa mettermi prima di uscire. Tutte esteriorità. Tutte varie apparenze della matita in acque diverse.

Come se la vita fosse un film, una scena sempre in prova finché non venga bene (come dio comanda – mi verrebbe da dire), sempre su un palco, di fronte alla giuria dei “talenti”, al gusto/giudizio preventivo del pubblico.

L’immagine pubblica

Apperò! Quest’immagine “pubblica” è come un altro vestito. Basta che vada bene esteriormente… forse perché del resto dell’iceberg non importa nulla a nessuno.

Può essere vero che sono un tantino esibizionista, se oso ogni giorno un tantino di più. Quel che voglio mostrare non è tanto la meraviglia della mia “dotazione”, del mio “pezzo da novanta”, quanto testare la mia consapevolezza, la coerenza fra quello che penso e quello che faccio, il mio Io, il mio carattere e l’immagine esterna che ne emana: non c’è bisogno di un simbolo identitario da mostrar minaccioso e mi faccia da stemma e da scudo.

Lo stemma del Comune di Strangolagalli (FR). Lo stemma è carta d’identità, messaggio, minaccia, manifesto

Se è un peccato l’orgoglio, la vanteria, la sovrastima di sé, il credersi di più di quel che si è, lo ammetto solo quando è fuor di misura, perché allora fa danno. Quando questo orgoglio vuole imporsi agli altri come prepotenza, prevaricazione, modello, vanagloria, arroganza, protervia… hybris in poche parole.

Non m’importa di capovolgere l’iceberg. Nel mostrare ciò che sono in realtà, mi muovo molto più a mio agio nel mio transtparent self: un 5% di copertura farebbe insinuare il sospetto che voglia nascondere qualche difetto, che sia presuntuoso al punto da ritenermi perfetto. Non la penso né così né cosà.

COpertina del libro di Sidney M. Jourard, La trasparenza del sé

È il pensiero stesso dell’abito che non mi va: è una specie di “velo” per tutti, un tanga ridotto al minimo, tanto per salvare le apparenze. Appunto! Il culto dell’apparenza sparisce da solo nel momento in cui non sento più il bisogno, il dovere, l’abitudine, il rito, l’imposizione di coprirmi.

Le mie valutazioni sul mio corpo sono opinioni e in quanto tali legittime e sovrane. Rispettabili e esprimibili. Non sono dogmi, non lo vogliono essere. Mi sento libero di modificarle o abbandonarle all’occorrenza, quando ne troverò di migliori. Non m’importa se qualcuno pensa che la terra sia piatta, finché non me l’impone sulla punta di una baionetta. Mi ripugna vedere le donne col burqa. Perché qualcuno gliel’ha imposto: non vorrei essere io a imporre, al contrario, per forza di legge, la sua abolizione.

 

#VivAlpe un’altra bella giornata


Seppure ridimensionata nel percorso, quindi nel chilometraggio e nel dislivello, l’ennesima escursione del programma VivAlpe 2017 è stata portata a termine. Tre dovevano essere i partecipanti, due alla fine si ritrovano presso l’Albergo Dosso Alto al Giogo del Maniva: io, che ho passato la notte camminando sulla prima parte dell’anello (Anello Altisismo del 3V), e Vittorio, che arriva con forte ritardo per l’inutile attesa di Cristina, la quale ha “preferito” ignorare la sveglia antelucana e continuare a dormirsela alla grossa.

Splende il sole sui monti dell’alta Val Trompia, in basso le case di San Colombano e Collio appaiono velate da una leggera foschia, a sinistra i versanti settentrionali di Dosso Alto, Corno Barzò, Corna Blacca e Monti di Pezzeda ancora attendono l’arrivo del sole, a destra la lunga costiera che dal Maniva si spinge vero la Pianura Padana già ha assunto accesi colori: salvo quelle sorprese che la montagna sempre può riservare, si annuncia una giornata luminosa, calda e solare.

Dopo una, per me, meritata colazione e un veloce caffè per Vittorio, ci mettiamo in cammino imboccando la stradina sterrata che sale verso il Dasdana. Un breve tratto di asfalto porta alla lunga e in parte ripida rampa erbosa del Dasdanino che viene raggiunto velocemente. Passo del Dasdana e immediata salita al Monte Dasdana, dalla cui sommità lo sguardo naviga liberamente tutt’attorno: le gemme bluastre del Lago di Dasdana e dei Laghi di Ravenola, i bianchi candori del Bernina e dell’Adamello, le cupe rocce del Cornone di Blumone e del Brenta, le varie tonalità di verde dei pascoli e delle praterie di montagna che costellano le tante dorsali montuose che uno dopo l’altra movimentano il territorio.

Foto ricordo e poi di nuovo in marcia, breve discesa e altrettanto breve risalita alla prima Colombina, poi la più dura salita della seconda Colombina, ecco la comoda mulattiera che, tra un mare di splendide anenomi alpine, con stretti tornanti e lunghi mezzacosta porta alla vetta del Monte Colombine, punto più altro del sentiero 3V (2217m). Anche da qui la vista spazia liberamente, il riconoscimento delle varie vette è facilitato, quando diversamente da oggi la foschia di calore non ottenebra la visuale, da un’apposita rotonda tavola metallica. Abbiamo recuperato il tempo perso e possiamo concederci un attimo di pausa per due foto, che un momento di solitudine ci ha permesso di fare nel nostro abito di natura, e una fugace merenda.

Immersi nelle nuvole che si sono nel frattempo alzate dalla valle e, a sprazzi, invadono la cresta che stiamo percorrendo, osservati da un branco di capre, scendiamo al Goletto di Cludona per subito incamminarci verso il Passo delle Sette Crocette dove arriviamo in perfetto orario di marcia. Brevissima fermata per l’ormai rituale foto di Vittorio a spirito libero e riprendiamo il cammino per imboccare il sentiero che ci porta verso la lunga discesa. Finalmente possiamo senza tema donare al nostro corpo quel respiro a cui sempre anela e, nudi, percorriamo il lungo diagonale del Dosso Croce, una breve discesa, un altro lungo diagonale ed eccoci ai vasti pascoli soprastanti Malga Croce dove, appollaiati su alcuni massi accatastati, ci concediamo l’unica vera sosta di tutta la giornata: venti minuti per pranzare.

Ripartenza, seguendo la traccia che percorre il largo costone ci abbassiamo un poco finché sulla sinistra si diparte un altro costone, qui abbandoniamo la traccia e per dolcemente morbido terreno libero scendiamo obliquando a sinistra, alcune deboli tracce di passaggio ogni tanto appaiono tra le erbe del pascolo, il sentiero indicato sulla carta invero non esiste, ma non è un problema basta mirare alla verde gobba del Dosso Canali. Attraversata una stradina segnalata che raccorda le malghe sul lato Bovegno a quelle sul lato Collio, si riprende a scendere lungo il costone erboso ora con una più evidente traccia di passaggio. Massaggiati dalle erbe, accarezzati dal sole, accoccolati dalla nudità, senza sosta perdiamo costantemente metri di quota, ormai siamo prossimi a Malga Canali che vediamo nitidamente poco sotto di noi, voci risuonano nella prateria, siamo purtroppo costretti a interrompere lo stato di grazia e imporre alle nostre membra il cilicio dei pantaloncini.

Ultimi metri nell’erba e siamo alla strada sterrata nei pressi di Malga Croce, la seguiamo fino alla malga dove possiamo renderci conto che invero è deserta, le voci che poco prima avevamo avvertito arrivano da molto più in basso dove nei pressi di una cascina un grosso nucleo di persone e bambini sta per finire il loro pranzo all’aperto: mannaggia, ma tornerà il fastoso giorno in cui sarà riconosciuta la naturale decenza ai corpi e le persone potranno, volendolo, starsene tranquillamente e salutisticamente nude, nude sempre, comunque e ovunque!

Vai a sapere perché, forse una disperata rassegnazione all’ormai prossima entrata in paese, invece di rimetterci in libertà percorriamo l’ultimo chilometro di desertica natura con i pantaloncini calzati. Le gambe, con la complicità della psiche che assapora l’imminente arrivo all’auto, iniziano a farsi dure e spontaneamente rallentano il passo. Sosta ad una fontana per rinfrescare la pelle dalla lunga esposizione al sole e all’aria, la lunga asfaltata comoda discesa da Memmo a Collio ed eccoci al parcheggio: anche questa è fatta, noto negli occhi e nell’espressione del mio compagno di viaggio una grande felicità e questo rende ancor più mirabile questa giornata. Grazie Vittorio, grazie della tua presenza, grazie del tuo coraggio, grazie e a presto.

Che bella #società


Cogito ergo dubitoMi guardo in giro, osservo, considero, analizzo, penso e…

Cantieri stradali pressoché permanenti.

Buche in perenne (ri)formazione.

Si costruiscono sempre più strade senza minimamente incidere sul tracollo del traffico.

Strade ad alto scorrimento con un limite di velocità di 90 o addirittura 70 chilometri all’ora.

Strade a 90, 11o o più chilometri all’ora dove, però, la massiccia presenza di camion comporta una velocità massima di 70 chilometri all’ora.

Case nuove bruciano il verde e abbandonate case vecchie vanno in rovina.

Persone che abitano in zona A e vanno a lavorare in zona B, persone che abitano in zona B e vanno in zona A a fare gli stessi lavori delle precedenti.

Soldi che mancano, prezzi che crescono.

Lo stato pubblicizza la mortalità delle sigarette e poi continua a produrle.

Lo stato impone l’obbligo di vaccinazione ai bambini con la motivazione che serve a proteggere la società dalle malattie e poi alimenta abitudini (ad esempio fumare), produzioni (sigarette in primis) e sistemi (cure chemioterapiche, termovalorizzatori, congestione del traffico, eccetera) che ammalano la società anche più delle malattie gestite dai suddetti vaccini.

Gazze che danno del ladro alle volpi, volpi che danno del furbo alle gazze.

Comici che fanno i politici, politici che fanno i comici.

Sulla strada molti si comportano come se le regole fossero state scritte solo per gli altri.

Soste in seconda, terza, quarta fila.

Sorpassi delle code.

Improvvisi stop e lunghe fermate in piena corsia di marcia.

Vetture lente che non badano alla coda che si forma dietro a loro.

Chi, per non fare la coda, finge di non conoscere la corsie che vanno a morire o approfitta degli svincoli per uscire qui e rientrare poco più avanti.

Motocrossisti e ciclisti danneggiano senza remore i sentieri che sono costati soldi e sudore agli escursionisti.

Esaltazione della furbizia, denigrazione dell’onestà.

Cure vendute come prevenzione, prevenzione venduta come imbroglio.

Invito alla diagnosi precoce, distruzione del processo di mantenimento in salubrità.

Invito (all’eccesso) igienico, uso indiscriminato di medicinali indebolenti e leganti.

Si ragiona per stereotipi e poi ci si offende per le generalizzazioni.

Ci si lamenta di tante cose ma se qualcuno propone delle possibili soluzioni se ne contestano le virgole e se proprio non si trova nulla da ridire si passa al “tanto non verranno mai approvate / adottate” oppure al “ci sono cose più importanti a cui pensare”.

Si contestano i discorsi di parte attraverso discorsi altrettanto di parte.

Si giudica le altrui idee non per i loro contenuti ma per la fede politica di chi le manifesta: se è la stessa sono sempre giuste, se è diversa sono sempre sbagliate.

Si contestano i cementifici ma non si rinuncia alla casa in cemento.

Si contestano le cave di marmo ma non si rinuncia ai marmi in casa.

Si vorrebbero spogliare le donne mussulmane dei loro veli ma ci si rifiuta di spogliarsi dei propri costumi da bagno.

Si ritiene pericoloso chi nudo mostra evidenza dell’essere disarmato, si pretende che miliardi di persone girino vestite potendo così nascondere armi proprie e improprie.

Si offende chi sceglie di vivere nella normalità del nudo, si osanna chi veste in modo provocante.

Si censura chi nel nudo risulta pienamente rispettoso della dignità degli altri, si pubblicano e si apprezzano foto e commenti irrispettosi verso il genere femminile o verso gli altri in genere.

Le istituzioni continuano a parlare di ecologia e natura poi manifestano dissenso verso il nudo sociale.

Eh sì, viviamo proprio in una bella società!

P.S.

Per chiudere con una giusta nota di positività, cambiare, quantomeno avviare il processo di cambiamento, è facile, molte soluzioni sono già esistenti (telelavoro, telescuola, nudo sociale, chilometro zero, eccetera), basta volerlo, volerlo tutti insieme: persone, società, istituzioni!

L’alba nel corpo


Giungere a toglierci ogni sorta di mutande mentali. Una nudità libera, una nudità interiore, che si irraggia all’esterno, che si comunica attraverso lo sguardo aperto, diritto, franco, che non batte ciglio. Una nudità che fa la spola fra corpo e spirito/mente/coscienza e ad ogni passaggio avviene un arricchimento reciproco. Sensazioni fisiche, contesti reali, situazioni vissute, fatti accaduti vengono letti come spunti, come messaggi. Nuove idee, intuizioni nate come dal nulla vengono irraggiate dai pori della pelle; una potente energia innerva i muscoli, compatta il corpo in una sua “prosciugata” essenzialità.

Un atto di volontà ha recuperato una parte di me che per abitudine ed educazione ero portato a ignorare, per definizione non doveva costituire problema; muta e rassegnata doveva seguire i sacri precetti. Doveva esser gestita con compunta modestia, severo rigore, mostrarsi ad esempio…

Un cilicio di sofferenza e penitenza mi stringeva le reni. Un’infezione diffusa, non so se più narcosi o necrosi, aveva tolto sensibilità e vitalità a una parte del mio corpo. L’apparato riproduttivo sotto controllo di camici bianchi, toghe e tonache nere funzionava roboticamente a controllo remoto. Coperto da mille coltri simboliche lo asfissiavano, gli mancava l’ossigeno. Una morbosa castità teneva in ceppi “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”; sacre bende, candidi lini drappeggiavano leggiadramente le parti/funzioni negate, quasi a prefigurare il merito per un tal sacrificio: l’agnello innocente portato al macello.

Un barocchismo di pampini e pose richiamano più di quanto nascondano, e siam quasi riconoscenti del drappo… che farà poi più profano lo sbrego.

Nell’originale la foto era tutta nera perché in controluce col sole che stava sorgendo. Estremizzando i comandi di luminosità e contrasto ho ottenuto questo risultato

Che ha fatto il sesso di male, che colpa il poter generare, qual è l’abominio commesso dagli organi, da non poterne sopportare la pubblica vista, se non sublimata dall’arte, simbolizzata dal mito? Basta! Non mi farò più domande. Non ho tempo per seguire le argomentazioni della teologia e della morale, le loro utopie, le loro “città”. Di questa cappa di pensieri mi devo spogliare, cilicio e straccetto li devo buttare. Non me ne frega più niente!… Se posso scegliere! Perché non mi vedo come una pecora nera, non voglio entrar nel paragone: non voglio avere un ovile, non sono una pecora, di nessun colore.

Sono semplicemente una persona, null’altro che questo.

È facile spogliare il corpo. Un po’ più difficile togliere uno per uno tutti gli strati di pensiero che mi impediscono (o condizionano) di vedermi e pensare come persona liberamente nuda.

Ci sono ricatti sociali, affiliazioni obbligatorie, tesseramenti, immatricolazioni, iscrizioni, domande, pronunciamenti, voti solenni, promesse di lupetto, pubbliche reticenze e contraddizioni private con cui bisogna convivere.

Fino a quando una goccia da nulla farà traboccare il vaso. Allora si scoppia, scoppiano indosso i vestiti, saltano i bottoni della camicia, le cuciture dei pantaloni, come fossimo altri in incognito: dei Superman, dei lupi mannari.

Esplode la nostra nuda persona: la persona semplice, uguale, sincera, normale che sappiamo di essere. La nudità esterna del corpo ci aiuta a recuperare la nudità interiore della persona… e ci scopriamo con una personalità un tantino diversa da prima. Paura di che, se siam fatti così?

Non so se è il corpo o l’anima o la mente o lo spirito, ma so che dentro son fatto di mille colori: non dev’essere difficile vederli, se anche una macchina riesce a mostrarli.

«Talmente sicuro di me, che non importa se gli altri mi vedono»

Dopo aver scritto le righe qui sopra sono uscito per il solito giretto al vigneto. Col proposito però questa volta di osare un poco di più, di percorrere ciòe anche un tratto di strada sterrata. Sono passate da poco le sei. Appena giungo in campagna sorge il sole tra il profilo del monte e un grigio cirrostrato. E sembra che mi stia dando il buongiorno. Proprio a me! Lo ringrazio. È il momento giusto, mi tolgo i pantaloncini: si addice, mi sembra. Fra me e il sole esiste da anni un dialogo senza parole, è intesa immediata e perfetta, una complicità, una confidenza.

Attraverso i prati giungo alla strada sterrata. Nessuno in giro. Nella testa un mantra automatico mi ripete la frase: «Talmente sicuro di me, che non m’importa se gli altri mi vedono».

Sto finendo il giretto, quasi deluso di non aver incontrato nessuno, questa mattina che mi sentivo su di giri, preparato all’incontro. Ritorno sulla strada sterrata. Nessuno. Di solito c’è sempre qualcuno che corre. Ad un tratto però vedo che sta arrivando un ragazzo (25/30 anni). Riprendo il sentiero fra i campi, sono su una breve scarpata, lungo la strada sta arrivando il ragazzo. È vestito di tutto punto, pantaloni e maglia a maniche lunghe e io invece sono nudo-nudento. Incrociati gli sguardi ci scambiamo un Buongiorno! sincronizzato che quasi non lo sentiamo. Prima del saluto aveva un poco abbassato lo sguardo, quasi a farmi capire che lui non avrebbe voluto vedere, ma per forza di cose non l’ha potuto evitare. Voleva evitare che potessi averne vergogna. Che gentile! Eppure l’immagine di uno che incontri al mattino, col sole che è sorto da poco, s’imprime nella memoria. Come fatto, più che come immagine. E come fatto ha la sua portata: è un’esperienza. E le esperienze ci cambiano. E non tutte sono involontarie, casuali, un tiro di dadi del destino. Ma questa mattina m’è parso che ad entrambi sian venuti due sei.

 

Il giretto al vigneto

Cosa non faccio per un buon giorno!

Appena varco il cancellino di casa, mi sfilo i pantaloncini (“sono a casa mia”); prendo il salviettone e ritorno in giardino, mi lavo il sudore con la canna dell’acqua. Sento imposte che si aprono. La siepe col vicino è alta abbastanza, non mi posson vedere. E se anche?

Progetto fotografico “Con e senza” della fotografa Sophia Vogel


Foto di Emanuele Cinelli

Si moltiplicano i progetti basati sul nudo, dalle manifestazioni di protesta agli spettacoli teatrali, ecco quello della fotografa Sophia Vogel: una serie di doppi scatti fotografici di persone nell’atto di compiere azioni del loro quotidiano, il primo scatto da vestiti, il secondo da nudi.

“With and without” (“Con e senza”).

Mondo Nudo ha ormai imparato che quella della normalità del nudo è la strada da percorrere al fine di superare gli ultimi baluardi d’opposizione ad un nudo sano e libero; queste foto esemplificano molto bene tale concetto.

Vestiti è bello, nudi anche, anzi… #nudièmeglio!

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