#TappaUnica3V #nudièmeglio


La primavera è arrivata e stiamo marciando a larghi passi verso l’estate, ormai le temperature sono costantemente sopra i dieci gradi, durante il giorno il sole fa sentire la sua presenza inondando l’aere di un intenso calore. Le corolle si sono aperte, mille colori spezzano la monotonia dei prati e dei boschi, movimenti appena percettibili, lievi fruscii, svelano il rianimarsi della vita animale. Risveglio della natura e risveglio dei corpi, nudi corpi che godono del nuovo giorno, nudi corpi che mostrano la loro piena forma, nudi corpi che riprendono possesso dell’aerale montano muovendosi senza pudore alcuno. Lepri, cinghiali, lucertole, volpi, fagiani, coturnici, scoiattoli, ramarri, salamandre, insetti d’ogni genere e forma, nudi corpi incrociano sempre più spesso il mio cammino suggerendomi di rispettare a mia volta l’insegnamento della natura e così il mio corpo, non più frenato dalle basse temperature, si ribella al cilicio delle vesti e ardentemente anela al respiro totale. Diamogli soddisfazione, finalmente nello sforzo del duro cammino le vesti posso levare, finalmente senza barriere con il monte posso dialogare, finalmente il più piccolo raggio di sole posso sentire, il più fievole alito di vento mi può refrigerare, il minimo calore percepire. Sensazioni indescrivibili, sensazioni inimmaginabili, sensazioni che qualcuno ha voluto negarci e che ancora incomprensibilmente restano imprigionate nell’innaturale pudore, nella malata vergogna verso pochi centimetri del nostro copro, pochi centimetri che si vogliono immondi, pochi centimetri che tutti conoscono, tutti possono ben facilmente immaginare, pochi centimetri che sono il centro del corpo, che sono la vita del corpo, che più di tutti gli altri necessitano di aria e respiro. Vestiti è bello, nudi è meglio… #nudièmeglio!


1 e 2 aprile – VivAlpe emula TappaUnica3V con una bella cinquanta chilometri

Doveva essere un’escursione con gli Amici di Mondo Nudo ma alla fine mi trovo da solo, ovviamente non rinuncio e ne approfitto per fare un buon allenamento. Il ginocchio sinistro ha dato ancora problemi: prenotate radiografia e visita specialistica.

54 chilometri, 3200 metri di dislivello, 20 ore di cui 16 di cammino.

7 aprile – Ritirata radiografia ginocchio sisnitro

A leggere il referto c’è da spaventarsi, vedremo cosa dice l’ortopedico.

9 aprile – Monte Dragoncello da Nave

Insieme a Maria esploro il sentiero che dalla Mitria di Nave porta alla sella delle Casine Eciè  in zona Cariadeghe. Bel sentiero con salita pressoché costante e ripida nella prima parte, poi, attraversato il Senter Bandit, alla salita si alternano tratti di mezzacosta che concedono un poco di respiro. Arrivati alla sella dopo una breve sosta risaliamo alla vetta del Dragoncello per poi scendere sul versante opposto passando dalla Campana. Sella di San Vito, sentiero 3V per la Valle Salena e siamo all’auto. Lungo la discesa il ginocchio sinistro ha dato qualche accenno di dolore e di blocco, comunque niente a che vedere con i problemi avuti in precedenza: la speranza di una totale ripresa si fa viva.

11 chilometri, 856 metri di dislivello, 5 di cammino effettivo (6 totali).

13 aprile – Anello del Budellone

Breve ma intenso allenamento sul monte di casa per esaminare meglio il dolore del ginocchio sinistro e presentarsi alla visita specialistica con dettagli precisi e un ginocchio non in stato di totale riposo.

8,5 chilometri, 329 metri di dislivello, un’ora e trentatré minuti.

14 aprile – Visita ortopedica

Pare essere tutto a posto, il dolore non è evocabile, il ginocchio è asciutto e non presenta segni di sofferenze o lesioni, si prosegue con breve cura antinfiammatoria e risonanza magnetica.

17 aprile – Monti di Gavardo

Con Maria ci facciamo un giro sui monti di Gavardo, lei ha un problema al piede sinistro e non abbiamo un programma preciso: andremo avanti fin tanto che il suo piede non duole. Partiamo da località San Rocco seguendo un sentiero segnato che, quando segue una tortuosa strada cementata, abbandoniamo per seguire delle tracce nel bosco che tagliano i tornanti. Salendo a casaccio seguiamo di volta in volta stradine e sentieri. Poco sotto la zona attrezzata di Tesio Maria impone l’alt, ci fermiamo a far calmare i dolori al suo piede e poi ritorniamo alla base.

10 chilometri, 400 metri di dislivello, 3 ore

23 aprile – Uscita a Sant’Emiliano: tanti colori in una natura florida e avvolgente

Escursione con gli Amici di Mondo Nudo, partendo da Gardone Val Trompia effettuiamo un bell’anello che ho individuato durante i miei allenamenti. Alla partenza rilevo molte fitte al ginocchio… destro, mannaggia, ora ci si mette anche questo; il sinistro invece viaggia bene solo verso la fine manifesta la solita sensazione di stiramento, ma leggerissima e senza l’impressione di blocco.

13 chilometri e mezzo, 822 metri di dislivello totale, 7 ore e mezza (6 e mezza di cammino effettivo).

30 aprile – Sant’Onofrio da Piezze di Nave

Gitarella in compagnia della moglie, risaliamo per intero la Val Listrea, giunti alla Cocca una fievole ma fredda brezza ci accompagna lungo la strada che porta all’inizio del sentiero. Lungo mezzacosta nel bosco, breve salita ed eccoci sul crinale che porta alla piccola chiesetta di Sant’Onofrio, qui ritroviamo la brezza e dobbiamo procedere per trovare un posto riparato dove fermarsi a mangiare. Ripida e lunga discesa fra tantissimi Gigli Martagone (e altri fiori) e siamo di rientro all’auto.

10 chilometri, 695 metri di dislivello, 5 ore con una mezz’ora abbondante di sosta pranzo.

1 maggio – Anello di Facqua

Dopo una lunga sosta a causa dei problemi alle ginocchia rieccomi sulla via del monte, oggi voglio perlustrare due varianti che ho individuato nel tratto che dal Passo Del Cavallo porta alla Brocca. Parto con un programma incerto, valuterò il da farsi in base alle sensazioni che mi daranno le ginocchia. Velocemente salgo senza problemi la prima parte su asfalto e sterrato e in poco arrivo al bivio con la prima variante, subito individuo un bel sentiero che però poco dopo devia parecchio rispetto alla mia linea ideale quindi lo abbandono per proseguire su terreno libero. Ripida la salita e le ginocchia rispondono bene, breve discesa e sono nuovamente sul tracciato originale, ma per poco, subito si diparte la seconda variante. Ancora ripida salita, altro costone panoramico, lo sguardo si allarga ad abbracciare il Brenta, il Lago di Garda, la Pianura Padana e, dietro a questa, l’irregolare linea delle Alpi Liguri. Vetta della Punta Camoghera, discesa per un crinale a picco sull’abitato di Lumezzane ed eccomi alla sella de La Brocca, le ginocchia vanno alla grande, decido di proseguire, ovviamente per la variante alta del sentiero 3V. Gelandomi le mani supero il caratteristico camino de La Streta, poi resto basito dalla velocità con cui risalgo un tratto erboso pressoché verticale, un tratto che mi ha sempre fatto ansimare, oggi, invece, tre, proprio tre di numero, balzi e ci sono sopra, eccomi alla cima del Dossone di Facqua, velocemente mi butto sulla discesa e vado a riprendere la variante bassa del 3V con la quale chiudo l’anello e, dopo l’incontro magico con una grossa lepre, rientro all’auto.

13 chilometri, 746 metri di dislivello, un’ora e ventitré la salita al Dossone di Facqua, due ore e cinquantasei il giro totale.

6 maggio – Anello medio del Monte Tre Cornelli

Con partenza da Vallio Terme c’è un interessante sentiero che sale al Tre Cornelli ma se si segue la segnaletica si è costretti a fare un su è giù lungo lo stesso percorso mentre io mi sono ormai abituato a compiere anelli e voglio quindi trovarne uno anche per questa salita. Individuato sulla carta lo sperimento in pratica: bello! Ci do dentro e le ginocchia rispondono molto bene.

Salita 4,5 chilometri fatta in un’ora e tredici minuti, ovvero 3,7km/h.

Discesa 6,5 chilometri fatta in un’ora e cinque minuiti, ovvero 6km/h.

Totale 11,11 chilometri, due ore e diciotto minuti, ovvero 4,83km/h

7 maggio – Monte di Paitone

Breve escursione sopra Paitone seguendo prima la strada asfaltata che sale al Santuario della Beata Vergine, da qui per sentiero e poi asfalto a Marguzzo e chiesa di San Martino, indi stradine e sentieri che portano verso Tesio di Serle. Ritorno identico fino al santuario da qui mulattiera a San Rocco e strada all’auto. Ginocchia tutto ok.

8 chilometri, 430 metri di dislivello, 2 ore

9 maggio – Anello del Budellone

Nuovamente sul monte di casa per un test delle ginocchia: parto da casa di corsa e senza sosta copro i due chilometri di asfalto che portano all’inizio del sentiero, sempre di corsa mi lancio per questo che parte subito ripido, riesco a tenere il passo per un breve tratto ma pur sempre più lungo del solito. Al cammino forzo a più non posso fino alla vetta, immediatamente, nonostante i quadricipiti bruciati, mi butto nella discesa riprendendo la corsa che interrompo a tatti solo nel lungo diagonale che dal Bus porta alla Casa degli Alpini di Prevalle. Poco prima di arrivare a quest’ultima, sbucando in no spiazzo piano una grossa ombra in fuga mi passa davanti, un grugnito la identifica senza dubbio, più piccole schiene pelose brune striate di bianco sono ferme davanti a me e si allontanano con calma, avendo compreso la situazione mi blocco, alla mia destra distanziata di circa dieci metri, la grossa cinghiala mi fissa dritto negli occhi, guarda verso i suoi piccoli e poi, tranquillizzata dalla mia immobilità e dall’allontanarsi dei suoi cinghialotti, di scatto si gira e si tuffa nel fitto del bosco. Inebriato dal bellissimo incontro (li avevo sempre sentiti e mai visti), riprendo il cammino (per sicurezza evito la corsa) e rientro senza problemi a casa: ginocchia alla grande.

8,5 chilometri, 329 metri di dislivello, 20 minuti alla base del sentiero (2,8km di piano asfalto), 32 (20+12) minuti alla vetta, un’ora e ventotto l’intero giro.

12 maggio – Ritirata risonanza magnetica

Dal referto per quanto ne possa capire si direbbe che non ci sono grossi problemi, un modesto versamento sinoviale potrebbe ricondursi, a mio parere, ad un vecchio incidente con distorsione e conseguente siringata per levare il liquido formatosi, e/o ai vari traumi che l’intensa attività alpinistica mi ha provocato. Purtroppo per un solo giorno (avevo all’11 la prenotazione con l’ortopedico) ho dovuto spostare la visita specialistica e dovrò attendere fino all’8 giugno per avere un riscontro preciso. Speriamo bene!

13 maggio – La notte di #VivAlpe 2017

Altra escursione con gli Amici di Mondo Nudo, un suggerimento per sperimentare la marcia notturna a quei tanti che non l’hanno mai fatto. Si risveglia qualche dolore alle ginocchia, in particolare destra e in salita.

7,5 chilometri, 678 metri di dislivello, 4 ore e mezza con un’ora e venti di sosta

20 maggio – Anello stretto del Monte Tre Cornelli

Altro serio test per le ginocchia, salita per il più diretto sentiero segnalato che da Vallio Terme raggiunge la vetta del Tre Cornelli, discesa per il sentiero precedentemente percorso in salita per l’esplorazione dell’anello medio. Sperimento un’app di tracciatura e rilevazione (Sportractive) che ho installato sull’ormai non più nuovissimo cellulare: interessante, utile, comoda, in particolare la segnalazione vocale della velocità, comunque ancora non risolve tutti i problemi (evidenzia una forte differenza, in più e a mio parere in meglio, nel calcolo dislivello con GPSies). Ginocchia ok, destro senza dolori, sinistro lieve dolore in sede laterale più bassa degli episodi inziali senza sensazioni di blocco al movimento, apparso nell’ultimo chilometro di discesa.

7,6 chilometri, 707 metri di dislivello, un’ora e trentadue minuti per un ritmo medio corrispondente a 12:08 minuti al chilometro (4,94km/h), ritmo massimo 05:30 minuti al chilometro (10,66km/h).

21 maggio – Anello largo dell’Eremo di San Giorgio a Caino

Ancora un’escursione con la moglie inanellando tre sentieri già fatti separatamente: ne esce un anello molto interessante. Nessun particolare dolore alle ginocchia.

11 chilometri, 790 metri di dislivello, tre ore e cinquantatré minuti.

27 maggio – Allenamento annullato

Volevo uscire per un altro allenamento / esplorazione più in quota, mi sono alzato molto presto con dolore al collo, mentre mi preparo la colazione sono titubante: le ginocchia stanno bene ma è tutta settimana che permane una lieve sensazione dolorosa al lato esterno del ginocchio sinistro (poco sotto la sede dei primi dolori), vi si aggiungono la giornata non bellissima e varie questioni che mi frullano nella testa rendendomi incerto sul da farsi, alla fine accendo il computer e mi metto a scrivere questa relazione. Passano le ore e, stando seduto a lungo, compare nuovamente la distribuita sensazione dolorosa laterale: forse ho fatto bene a starmene a riposo, anche perché domani c’è un’altra uscita con gli Amici di Mondo Nudo.

Due pesi due misure


Ormai sono discorsi che ho fatto più volte, discorsi sui quali avevo deciso di non ritornare più, ma l’evidenza dei fatti, nella fattispecie l’ultimo articolo di Lacquaniti “Messaggio in occasione del Festival nazionale naturista”, m’induce a riscriverci sopra.

Prendiamo certamente nota dell’impegno di Lacquaniti in relazione alla causa nudista, ho anche avuto modo di parlarne personalmente con lui in passato, e lo ringraziamo vivamente per questo. Siamo dispiaciuti del suo abbandono ma ne comprendiamo benissimo le motivazioni. Nel contempo rileviamo alcuni passaggi che, insieme a tanti altri segnali, dimostrano quanto ancora ci sia da lavorare affinché si formi una vera cultura nudista, affinché si torni a quella semplice visione del nudo propria della natura e propria delle genti fino a non molti secoli addietro.

  • Naturismo uguale amore per la natura, poco importa quello che abbia deciso una certa piccola comunità di persone pochi decenni fa, per molte persone il naturismo è e rimane l’amore per la natura e non il mettersi a nudo, che per loro è invece nudismo. Usare il termine di naturismo equivale ad una mancata consegna del messaggio o, peggio, a trasmettere un messaggio di vergogna e… “se persino loro hanno vergogna di parlarne, perché mai dovremmo noi anche solo interessarci alla cosa?”.
  • Naturismo e nudismo sono termini che evocano l’esistenza di una contrapposizione tra abitudini, quella dello stare vestiti (tessilismo) e quella dello stare nudi (naturismo o nudismo), evocare una contrapposizione significa alzare o far alzare delle barriere, sarebbe opportuno andare oltre e parlare delle attività che si fanno (nuotare, camminare, escursionismo, immersione, giocare a pallavolo, eccetera) senza ribadirne lo stato in cui si fanno se non attraverso piccoli riferimenti interni ai discorsi e/o le immagini delle stesse (e qui si facciano esame coloro che promuovono la necessità di non pubblicare immagini di nudo: stanno solo danneggiando la salubrità del nudo).
  • È incongruente palare di “naturismo è un movimento nato in opposizione al degrado della vita urbana, che persegue la vita all’aria aperta in armonia con la natura, quasi in sua simbiosi, nel rispetto della persona e dell’ambiente circostante, dove la nudità condivisa permette un sano sviluppo della salute fisica e mentale” e poi aggiungere “a favorire, mediante l’adozione di apposite iniziative di competenza, la pratica del naturismo disciplinando l’individuazione di apposite aree da destinare a campi naturisti per un utilizzo di tipo turistico-ricettivo: se una cosa è sana ed educativa non può essere contemporaneamente isolata in specifici e limitati contesti ambienti; se una cosa va limitata all’interno di aree e campi è evidente che la si ritiene malsana e poco educativa. Insomma il classico colpo al cerchio e uno alla botta e il mettere il piede in due scarpe sono atteggiamenti che soddisfano nessuno.
  • Siamo sicuri che basti una legge per convincere gli imprenditori ad aprire centri nudisti? Se osserviamo quanto avvenuto nelle regioni che la legge l’hanno già approvata e promulgata direi che la risposta dev’essere senz’ombra di dubbio un bel no! Materialmente in Italia nulla vieta di aprire un contesto privato (perchè tale è e sarebbe un villaggio nudista) dove sia possibile stare nudi eppure pochissimi l’hanno fatto e tra questi pochi ultimamente alcuni hanno fatto marcia indietro, perché? Cosa mai possiamo offrire al turista che vuole stare nudo? Possiamo essere competitivi coi vicini paesi dove il nudo può essere portato ben oltre le pochissime centinaia di metri di un’area nudista italiana? Sono stato in Corsica e avevo 4 km di spiaggia su cui camminare nudo, amici sono stati in Spagna e nudi potevano starci pressoché ovunque. Il turista nudista vuol stare a nudo il più a lungo possibile, mai accetterà di doversi continuamente rivestire per potersi spostare dall’alloggio alla spiaggia, dalla spiaggia al bar, dal bar al negozio e via dicendo!
  • Come sempre appare che in Italia senza leggi ad hoc nulla possa essere fatto, siamo in assoluto il paese al monto che ha più leggi e, nel contempo, quello in cui più manca la certezza legislativa e giuridica, che forse sia questo il problema? Ci sta bene che le leggi debbano essere il più generiche possibile, ma deve seguire che le sentenze facciano legge, troppo comodo che i giudici, in particolare quelli della Cassazione, possano sconfessarsi palesemente e giustificarsi con “ogni caso fa a sé”: i casi faranno a sè, ma la logica no, la regola (e la logica) del diritto non può fare a sé!
  • Bene, benissimo parlare di turismo, ma il nudismo va ben oltre, il nudismo è uno stile di vita e a questo ad oggi nessuno ancora ha pensato, anzi, si propongono leggi che, più o meno esplicitamente, più o meno volutamente, negano la possibilità di vivere nudi fuori dal limitatissimo contesto privato.
  • Concludiamo con la classica chicca presente in tutte le proposte di legge in merito al nudismo, portata avanti da tutti i proponenti di tali leggi, utilizzata come il prezzemolo da tutti coloro che avanzano netta opposizione al nudo sociale, purtroppo propagandata anche da molti nudisti e, ancora peggio, da certi rappresentanti del nudismo, oops, naturismo visto che questi ultimi così amano dire… “Nel rispetto di coloro che la pensano diversamente”. È la solita manfrina, una manfrina che pare esistere solo per il nudo: nessuna legge chiede il rispetto di chi non sopporta il crocifisso appeso in ogni dove; nessuna legge chiede il rispetto di chi desidera non essere costretto a sentire le messe trasmesse da potenti casse audio appese fuori dalle chiese; nessuna legge chiede il rispetto di chi non sopporta la vista dei tatuaggi o dei piercing; tanto per fare solo alcuni esempi, ma si potrebbe andare avanti molto a lungo. È innegabile: logica vuole che se un qualcosa infastidisce qualcuno, ma non gli apporta lesioni fisiche o danni economici, sia questo qualcuno a risolversi il suo problema, vuoi abituandosi a quanto lo infastidisce, vuoi evitando di mettersi nelle condizioni di dover subire il fastidio; mai, però, costui può pretendere che sia l’altro a doversi adeguare al suo fastidio. Così, infatti, seppur tra difficoltà e opposizioni più o meno grandi, è avvenuto o sta avvenendo per l’omosessualità e i matrimoni tra pari sesso, per l’emancipazione femminile, le minigonne e la contraccezione, per la sessualità e la convivenza, per gli uomini rasati a zero o/e depilati, per i tatuaggi e i piercing, per i diritti dei cani e degli altri animali in genere, per l’ecologia e il rispetto ambientale, per la società globale e l’integrazione razziale, per tante, tantissime altre cose. Così hanno ragionato gli amministratori della metropoli di New York: le donne possono stare a petto nudo ogni dove lo possano fare gli uomini, senza limiti, senza restrizioni, senza preoccuparsi del fastidio che i presenti possano più o meno provare. Così, però, non è avvenuto e non sta avvenendo per il nudismo: nonostante l’indubbia accettazione della maggioranza, la società, nei suoi rappresentanti e nelle sue istituzioni, eleva il fastidio del nudo, documentato disturbo psicologico (“gymnofobia” o “nudofobia”), a status sociale di norma, vietando il nudismo o imponendone la ghettizzazione.

Secondo ragione le cose andrebbero sempre pesate nello stesso identico modo e le valutazioni dovrebbero sempre essere concordanti. In pratica, invece, dobbiamo rilevare che si tende a pesare con più pesi e più misure, adottando di volta in volta quelli più consoni alla propria opportunità e/ o ai propri condizionamenti. Questo se è accettabile, pur restando comunque non condivisibile, nella gente per così dire comune, non lo è per chi rappresenta a livello istituzionale la società.

Nudo libero sempre, comunque e ovunque, questa è l’unica legge che serve e che si può onestamente promuovere e accettare, tutto il resto è fuffa!

#nudièmeglio

 

La nudità e il suo uso come simbolo


Le definizioni di simbolo date dai dizionari sembrano essere troppo ristrette o troppo imprecise rispetto a come la parola viene usata e alla varietà della dinamica semantica originata dai comportamenti concreti. Soprattutto viene omesso nelle definizioni il fatto che un simbolo è “operatore/moltiplicatore semantico”. Se pensiamo al simbolo della croce, ad esempio, abbiamo chiara l’idea di come partendo da un episodio circoscritto (la crocifissione di Gesù Cristo) si sia avviato un processo di metaforizzazione (trasferimento di significati) che ha dato origine a numerosi sinonimi, si sia continuamente scritto su questo argomento, infinitamente commentato, variamente interpretato; come sia un concetto inesauribilmente vivo e produttivo, aperto a un continuo aggiornamento, fino alle accezioni d’uso personale.

Una mezza medaglia usata come contrassegno di riconoscimento di un neonato esposto

Nell’antichità greco-romana, simbolo era una metà di qualcosa strappato o spezzato che, ricongiunta con l’altra, garantiva il riconoscimento e l’autenticità di un messaggio o l’identità di una persona. Come la mezza moneta o medaglia appesa al collo dei neonati portati alle ruote dei conventi.

Per i Romani i symbola erano le quote con le quali ciascuno dei commensali contribuiva in parti uguali alle spese per un banchetto comune, “alla romana” appunto.

L’unicità del contrassegno ha esteso il suo uso, e poi il significato, fino a valere come chiave, combinazione di cassaforte, clausola di testamento, parola d’ordine, password che permetta l’accesso a qualcosa destinato unicamente al suo possessore.

Fotogrammi dal film Pan. Viaggio sull’isola che non c’è (2015) di Joe Wright

Carl Gustav Jung dà questa definizione che ci serve – esattamente come un grimaldello logico –, per sviluppare il tema di base:

«I simboli raffigurano in forma visibile un pensiero non pensato coscientemente, ma presente solo in forma potenziale, vale a dire non evidente, nell’inconscio, e che si chiarisce soltanto nel processo del suo farsi conscio».

Ed è proprio ciò che accade quando singolarmente o come società siamo confrontati con il nudo e la nudità.

Le arti figurative, soprattutto, hanno cercato di cogliere e di esprimere le varie sfaccettature dei punti di vista. E il lavoro “ermeneutico” – cioè di riflessione, estrazione e attribuzione di significato – si è trasferito anche nella vita quotidiana e continua anche nella vita pratica di ciascuno.

Significati della nudità

Un breve elenco dei simboli legati alla nudità potrà bastare per iniziare. Sorprende constatare che, grosso modo, i significati “negativi” sono quelli oggettivi (l’impressione che dà la nudità passiva; ad es.: naufraghi), mentre i significati “positivi” sono quelli attribuiti, e dove più esplicitamente si vede la nudità usata come simbolo, cioè usata per trasmettere un significato o più significati (l’impressione che intenzionalmente viene associata alla nudità; ad es. putti, eroi)

Si noterà che spesso i termini sono antitetici:

semplicità
povertà
essenzialità
austerità
dignità
sicurezza di sé
volgarità
scandalo
erotismo
castità
umiliazione
sottomissione
eroismo
vergogna
innocenza
libertà
schiavitù
provocazione
ribellione
individualismo
ostentazione
alterità
alternativa
sincerità
pulizia
pazzia
solitudine
dolore
felicità
bellezza
salute
malattia
vigore
giovinezza
idealità
identità…

Con l’uso tutti questi significati costruiti sull’analogia coi fatti di vita o con la traduzione figurale/artistica si sono aggiunti al significato base, a volte trasferendosi, trasformandosi in esso. Vedi la Cappella Sistina: gli Ignudi di Michelangelo sono icone che rimandano alla vaghezza del tempo mitico/eroico, non hanno altra funzione che di riportarci a un tempo e a una condizione umana astratta, ancora indifferenziata e idilliaca, (sono tutti maschi), prima che fosse necessario un drappo a coprir le pudenda.

La nudità simbolo del peccato

Ma la metafora più potente e ancora produttiva, l’accostamento immediato, il rimando che la nostra cultura suggerisce come prevalente è quella che unisce nudità a peccato. E il peccato per antonomasia è quello originale, a motivo del quale i progenitori “si accorsero di essere nudi”. Questo “accorgersi” significa guardare con occhi diversi, con la coscienza che sa distinguere il bene dal male. E la nudità da allora in poi significherà il ricordo del peccato (vestigium delicti commissi), la presa di coscienza del male nell’uomo e nel mondo, la debolezza verso la tentazione, la proclività al peccato (e in particolare a quello che si commette con gli organi che ancor oggi inducono rossore e vergogna) e l’attenzione preventiva verso le situazioni che lo possono indurre e la loro completa esclusione e cancellazione; significherà l’accoglimento di un discrimine morale che distingue ciò che è bene da ciò che è male, l’elaborazione di un codice e di una censura, di un elenco di trasgressioni e prescrizioni, di una lista dei delitti e delle pene.

La fine del simbolo

Quando un simbolo non è più produttivo di nuovi significati rimane comunque presente nella cultura e nel modo di pensare di una società con la propria storia, i propri contenuti, le proprie connotazioni. Un esempio di questa dinamica sono tutti i capi di abbigliamento: sembra che la moda usi i parametri dell’estetica per attribuire significati diversi all’uso di forme, colori, lavorazioni, a seconda di come mostrano/nascondono parti del corpo. Mostrare l’ombelico non è più di moda, forse lo è di più mostrare una spalla con un vestito alla Tarzan o pantaloni col cavallo basso così che si veda l’elastico dei boxer firmati (mica quegli stracci comperati al mercato!) – la marca, appunto, cioè il contrassegno equivale al distintivo di un’affiliazione o appartenenza di classe cioè distintiva, di rango.

Quando, in una fase successiva, si arriva alla completa indifferenza di fronte a un qualsiasi simbolo, denudandolo di ogni significato aggiunto, quel simbolo diventa muto, esce dalla sfera simbolica e comunicativa, non interagisce più col pensiero, non viene più socializzato, utilizzato come veicolo di significati. Ad esempio, il fumare non è più uno status symbol, e sempre meno compare nei film e nella pubblicità.

Così potrebbe accadere anche per l’essere nudi. Che significato ha l’essere nudi in casa? Lo ha solo per il singolo. Quell’“essere nudi” acquista significato appena varca la soglia di casa, appena può trovare un “destinatario”, appena è messo nelle condizioni di comunicarsi, di circolare. Il costume, la tradizione, la “decenza” vigenti in una società intervengono allora fra il singolo-nudo e il singolo-che-vede, e difende quest’ultimo dall’indecenza, dalla tentazione, dal turbamento. Non importa se tali deterrenti siano stati introdotti innaturalmente, pretestuosamente o in ossequio a poteri più forti (e non troppo democratici): veri o falsi che siano, hanno tuttora il loro vigore; intervengono e incasellano il fatto, stabiliscono una graduatoria di gravità; insinuano il dubbio che qualcosa di pericoloso sia stato ben mimetizzato dalle menti astute e maliarde degli “sporcaccioni” e che il fine ultimo del mostrarsi nudo risieda in generiche e malcelate intenzioni: malsane, corruttrici, pericolose, delittuose.

Eppure, come molte cose hanno cessato di fare notizia, di destar meraviglia (come il re Faruk a Roma o il Marziano di Flaiano), anche la nudità pubblica potrebbe cessare di essere una “novità” che fa notizia. Certo che a quel punto, perdendo molto del suo significato (non del tutto chiaro persino a noi stessi), si potrebbe tornare indietro, e rimetterci i vestiti, perché lo star nudi non ha più senso, non ha più le caratteristiche del simbolo. E, senza forse, col nostro stile di vita stiamo lavorando affinché alla nudità come comportamento non sia associato più alcun significato, divenga muta, indifferente.

Rimarrebbe comunque l’aspetto ecologico-salutistico.

Dunque con la nudità trasmettiamo passivamente un qualche significato, che lo vogliamo oppure no; a seconda di questo significato scatta la reazione conseguente; ma non sappiamo quale sia questo significato; non sappiamo l’effetto che la nostra nudità farà sul “ pubblico”.

Può anche darsi che in quella determinata persona non faccia proprio nessun effetto.

Biglietto d’ingresso

Un’immagine carica di simboli: la nudità, le braccia allargate verso l’alto, i pantaloncini in mano levati come un trofeo, l’ambientazione, la fuga dei filari, il sorriso soddisfatto appena accennato, la luce vespertina che addolcisce le ombre, l’indifferenza di Drago…

Il desiderio di metterci nudi parte sì dal benessere fisico. Ma intuiamo che ci sia anche altro. E di importante. È a questo livello – molto personale – che la nudità ci funziona da simbolo, nel senso che continua a creare, a mostrarci nuove idee, nuove intuizioni, nuovi punti di vista. La nostra personale privata nudità ci parla di un’altra parte di noi. Nel metterci nudi partiamo in esplorazione. Non abbiamo indicazioni, non abbiamo traguardi, non ci sono mappe. Quel che siamo noi, nel nostro intimo, non è scritto nei libri. Nonostante siamo tutti umani. Ma i modi, i colori, i particolari, le rifiniture sono uniche e irripetibili.

Il gesto stesso di spogliarmi – proprio per quel che mi è “costato” arrivare sin lì, per quanto il desiderio nel frattempo mi ha cambiato – funziona da biglietto d’ingresso in me stesso. Il corpo senza più carature, pezzature, censure è simbolo di questa apertura. Parafrasando un versetto della Genesi posso dire: «Ho visto il mio corpo nudo e non ho avuto paura, non mi sono nascosto. Anzi!». Mi sono guardato per quanto mi consentono gli occhi dal capo, ed ho visto che questo corpo son io – contento di tenermi per quello che sono. Ho pensato il mio corpo senza peccato e di colpo qualcosa d’immane è crollato.

 

Indifferenza

Uno può pensare che tutto provenga dallo sdoganamento del sesso, che finalmente, liberando alla vista degli altri quella parte protetta da privacy, così delicata e sensibile, abbia smosso tutte le remore, i legacci, e che l’outing sia in realtà guidato freudianamente dal sesso. Non ho le competenze per poter rispondere. Vedo la cosa da un altro punto di vista. Il mettere alla luce anche le parti più private di me ha neutralizzato la loro eccezionalità, ha indifferenziato ogni zona del corpo, tanto la faccia, quanto le gambe, la schiena, la pancia, l’addome e il piccetto. Nella testa, anche quel che si fa col piccetto non è più una bischerata, non fa più eccezione, non è da prendere con le dovute maniere, con dei riti come fosse qualcosa di sacro. Non ho sentito scoppiarmi la testa al suono di trombe per la gran novità, ma dentro di me un muro è crollato, come sono crollate le mura di Gerico. Dopo esser crollato mi sono accorto che era un muro di altri, un muro che altri avevan costruito nella mia mente!

Il mio corpo nudo, l’esser giunto a indifferenziarlo – la volontà di indifferenziarlo e di tradurre questa decisione in un fatto compiuto, irreversibile – è la mia carta d’identità, la mia metà della moneta, la chiave per entrare nel mio “calderone”, sono io che accendo un fuoco, che lo faccio sobbollire portando a galla bolle sulfuree di un magma vitale e assolutamente individuale che mi fa crescer ventose da geco con le quali sto saldo alla vita, al mio tempo, al mio fare, a chi sono io. Un ventaglio di tante cose mi passan davanti una via l’altra in cascata. Sono ammirato, sono lieve, il corpo mi è lieve, il respiro mi tonifica il busto dalle pelvi al torace, lo riempie di forza e freschezza, di ossigeno ed elio… di helios, che per i Greci era il sole.

Ho dei pantaloncini blu, mi osservo quando me li sfilo dai piedi, prima l’uno e poi l’altro, me li tengo con la maglietta nel pugno: rimaner nudo è come entrare, varcare una soglia. Le viti sono le stesse, ma ora pare mi parlino, il cielo è azzurro, ma lo sembra di più, la luce è come un’altra materia, di tipo diverso, aspettassi un momento, sentirei scattare quantisticamente qualcosa, potrei passare attraverso il verde dei tralci, tra atomo e atomo, dal rado che siamo, espansi che siamo. Nella mente mi passa una brezza di fitti pensieri, nessuno si ferma; mi sembra di andare con essi, di vedere più nitido. Come un agrimensore che dopo un sopralluogo si fa nella mente un quadro più preciso del campo.

La notte di #VivAlpe 2017


Tra disattenzioni, malanni, impegni di lavoro e altre occupazioni non meglio definite alla fine siamo rimasti solo in due, ma l’escursione in notturna è stata comunque fatta e, penso, con soddisfazione anche da parte di chi mi ha accompagnato.

Nel pieno della notte io e Angelo ci siamo incamminati dal parcheggio appena fuori il paese. Quasi subito un grosso ratto esce da un campo incolto e si blocca in mezzo alla strada davanti a noi, resta immobile per qualche decina di secondi poi si gira su se stesso e ritorna da dov’era venuto. Riprendiamo il cammino anche noi, con calma risaliamo il ripido asfalto e arriviamo all’isolato e solitario parcheggio del Pian delle Castagne. Ancora qualche minuto su strada sterrata ed eccoci al Santuario della Madonna delle Fontane, ultimo segno del centro abitato che ci siamo lasciati alle spalle.

Inizia il sentiero e si entra nel bosco, la luce delle frontali ci precede lungo il cammino illuminando i numerosi neri insetti che sfruttano la notte per uscire dalle loro tane. Ogni tanto anche il capo di qualche fiore si mostra a noi dando una nota di colore al nero costante del bosco notturno. L’amico è un poco preoccupato dalla possibilità di incontrare dei cinghiali, io ormai ci sono abituato alla notte e… ai cinghiali, lo tranquillizzo e procediamo senz’intoppo.

La salita non è ripida ma le mie gambe allenate dal tanto allenamento che sto facendo per TappaUnica3V hanno preso un passo troppo sostenuto e sento che il respiro del mio compagno di cammino va facendosi troppo irregolare e veloce, rallento al limite del mio equilibrio e pian piano le cose migliorano. Tra le fronde degli alberi s’intravvede un poco di cielo, stiamo per arrivare in cresta. Pochi minuti ed eccoci sul crinale, la vista si apre e possiamo individuare tutte le montagne che ci circondano, in basso le luci di Nave e di Caino, più lontano, dietro la sella di San Vito, quelle di Rezzato, più a destra quelle di Brescia.

Dopo una breve doverosa sosta contemplativa ripartiamo, oltrepassando alcuni capanni di caccia ci alziamo verso la meta che già s’intravvede alla nostra sinistra. Volevo arrivarci per una variante che evita una ripida e scabrosa discesa, al bivio, non conoscendola, sbaglio e seguo la segnaletica. Me ne accorgo poco dopo dato che stiamo procedendo su terreno assai ripido anziché a mezza costa, ormai è fatta e proseguiamo per la strada presa, superiamo la ripida discesa e con l’ultima salitella eccoci, con circa trenta minuti di anticipo sulla tabella di marcia, all’Eremo di San Giorgio.

Tolti gli zaini ci godiamo la notte e il panorama, in lontananza le luce di Bardolino e Garda illuminano impercettibilmente la superficie del lago di Garda, lago invero invisibile ma che  io posso facilmente individuare conoscendo benissimo questo paesaggio. La luna si libera delle nuvole e mostra orgogliosa il suo sorridente viso. Ho qui previsto una lunga sosta pertanto mi rivesto e consiglio all’amico di fare altrettanto, se il calore del cammino ci ha consentito di stare a nudo, stando fermi la temperatura diventa meno confortevole. Dopo esserci reidratati, ci accomodiamo su di una panchina, mangiamo qualcosa, ci scambiamo due chiacchiere per poi abbandonarci ad un leggero dormiveglia. I rumori della valle giungono quassù come se fossero a due passi: il brusio delle auto che salgono verso il Colle di Sant’Eusebio o da questo discendono verso Caino, il rombo di una moto, il ritmico tum tum cardiaco di una discoteca, persino la voce nitida di una donna.

Ore due della notte, il lago s’è coperto d’una fitta foschia, il freddo s’è fatto più intenso, è ora di ripartire. Vestiti percorriamo il tratto di crinale che porta verso Conche, una fredda brezza lo percorre e i nostri corpi stentano a riprendere calore. Arriviamo al bivio con il sentiero che scende verso Caino e che dobbiamo prendere, siamo da poco rientrati nel bosco, protetti dalla brezza possiamo indossare la veste della natura,  recuperare lo stato di piena simbiosi con l’ambiente che ci circonda e reimmergerci nelle sensazioni che solo la nuda pelle può donarci.

Rieccoci alla base, alle prime case del paese, all’auto. Sono le quattro del mattino, in rispettoso silenzio riponiamo gli zaini nel baule della vettura, cambiamo le scarpe e, arricchiti da questa nuova esperienza, ritemprati da queste poche ore di piena natura, ci avviamo verso le nostre case.

Grazie Angelo, alla prossima!

Desideri


Mi è capitato di vedere persone che distolgono lo sguardo da me nudo, quasi come atto pietoso, quasi a volermi evitare l’imbarazzo che dovrei provare, come fosse un caso accidentale cui non badare. Può darsi che sia una questione di abitudine: persone nude in giro sono una rarità. La maggior parte ridacchia sentendo la parola nudista, non riesce ad andare oltre la nuda parola, non sa nulla di questo territorio, può solo appellarsi ai sentito dire. Ma quel sorrisino è significativo, vuol dire che la sola parola è stata sufficiente per richiamare qualcosa, per smuovere qualcosa, ha destato una certa vitalità; la parola ha fatto breccia, ha risvegliato un’emozione, ha avuto un effetto di rievocazione, di provocazione che non lascia indifferenti.

Ognuno poi fa da sé i calcoli di quanto alla fine voglia esser felice, e su questo percorso arriva un momento in cui parte individuale e parte sociale si differenziano talmente da essere quasi l’uno in conflitto con l’altro. Ci vuole una buona dose di autostima per dar credito sin in fine più alle proprie pulsioni, ai desideri senza parole che ci nascono dentro, che ci spingono al fare, all’andare, a seguire il sentiero della nostra evoluzione che si mostra percorribile e reale passo per passo, piuttosto che agli applausi, alle conferme gratificanti che ci vengono dalla società (anche solo da un gruppo di amici), ai progetti di altri, per quanto ci vengan pagati.

Finché riusciamo a portare la livrea della nostra immagine pubblica tutto sembra andar bene e quel che riversiamo nella società, nei rapporti con gli altri ci ritorna e corrobora tonda la nostra autostima. Da un certo punto di vista è la società che ci plasma e il vestito che siamo abituati e obbligati a portare ci si incarna addosso e fa parte non solo della nostra immagine, della nostra foto sulla carta d’identità, ma diviene anche la percezione stessa che abbiamo di noi, per quanto esterna, per quanto la sappiamo ancora distinguere da quell’altra più genuina, più vera, più solida e reale che abbiamo di noi in privato, perché è questa che ci rende contenti di noi, più di tutte le approvazioni che ci posson venire da fuori.

Quando infatti preferiamo un percorso personale sia di maturazione che di appagamento – e la società e il nostro Io precedente sembra ci faccian da freno – l’autostima ti approva e te la senti aumentare, dai passi che compiamo ci ritorna una conferma che ci fa contenti e soddisfatti, nonostante tutta l’incertezza. Come se camminare in bilico, alla cieca su una palude ci restituisca il ricordo di una memoria ancestrale, di quando l’uomo non sapeva nulla del mondo e cominciava a conoscerlo. E a conoscersi. Ad avere fiducia in se stesso e anche nel mondo circostante. E le nuove esperienze, azzardate, ma ricche di conoscenza, davano maggior sicurezza che non quella offerta dalle abitudini condivise con altri, dalla tradizione del gruppo sociale.

Non è un fatto di ego, ma piuttosto di un Io che vede, e poi sa, e poi vuole, che sa dove andare, libero di andarci, di provare – e sa che su quel sentiero sarà da solo, ma non importa. Questa tensione, chiamiamolo pure desiderio, ci rafforza la convinzione che siamo sulla strada giusta, seppur sul fragile guscio della nostra piccola barca in mezzo all’oceano. E questo anticipo della meta che ci prefiguriamo comincia da subito a cambiarci, a modellarci. Abbiamo tanto desiderato una cosa, – non che ci mancasse alcunché, non che fosse un bisogno; ben non sapevamo che cosa, ma disposti a rubarla alle stelle – che quando riusciamo a ottenerla, ci sembra d’improvviso quasi già vecchia, conosciuta, scontata. Che strano! allora anche il cielo sembra deludere, la soddisfazione pare non commisurata agli sforzi. Perché il mutamento nella consapevolezza è cominciato fin dal primo passo, fin da quando ci siam dati una mossa, liberandoci da remore e intralci: fin d’allora ci siam sentiti felici. Non è il grido di vittoria degli atleti sul podio, la commozione corale di aver raggiunto un obiettivo oltre ogni speranza, la certezza di aver come alleato il destino. È qualcosa di diverso: è la sensazione compatta, pacifica, piena, di esser quel che vogliamo, passettino per passettino, seguendo il sentiero che intuiamo giusto per noi, o anche la sorpresa di scoprirci in una nuova versione di noi stessi, comunque vera, incredibilmente oltre quel che noi stessi avevamo intenzione di modificare o raggiungere, seguendo i dettami che una vocina ci suggeriva.

È quel che mi succede quando esco in campagna vestito solo di pantaloncini e maglietta, nel caso che… Nel caso che al vigneto mi possa spogliare e camminare lungo le capezzagne che girano intorno o tralungo i filari.

Domenica pomeriggio passeggiando nel vigneto

L’ho fatto mille volte, so cosa mi succede, e mi piace talmente sentire la rete dei nervi che vibrano per la tensione sotto la pelle del petto, il calore che s’accende nelle giunture, il coppino che freme contratto come avesse paura, il paguro-bradipo che fa finta di niente ma sa d’esser la chiave del gioco: come rubata, quell’aria aperta, mi dice la pelle che sente quel soffio, quei raggi di sole che arrivan sin lì – quasi un rimprovero: «perché così rari, che fan così bene? Che ho fatto di male per tenermi in prigione, per negarmi il diritto di godere dell’aria e del sole, della vista del mondo, della vita del mondo, a me, che apposta son fatto per dare la vita? Da che cosa mi devi proteggere. Chi devi protegger da me, dalla sola mia vista?»

Quando sento che il corpo mi parla così, m’incanto a starlo ascoltare. E sto meglio, perché lui sta meglio, perché è finito il castigo, perché m’accorgo che un desiderio m’è nato, e andiamo che un desiderio ci aspetta, non lo possiamo bellamente ignorare: non grande, ma alla nostra portata; non pesabile, ma sempre riempie a giusta misura. Quasi nemmen parla a parole, eppure è chiarissimo. Vedo che mi pulisce la mente da mille pensieri, da slogan, da segnali di divieto, da allerte guardinghe. Mi fa scapestrato, ebbro di un salto, incosciente, esilarante, esaltato… tranquillamente felice, una sottotraccia soffice come una nuvola, una piccola beatitudine, come una droga gentile per ogni nervo diffusa. Invece che tutto-pensieri, sono tutto-sensazioni e io stesso sono l’azione che faccio, che creo, che vivo, che mi sento per entro vibrare; invece del brusio di mille voci che si rincorrono in testa, c’è il silenzio meridiano della vampa luminosa del sole sui pampini in succhio… e su me, che cammino in mezzo ai filari. Sento sulla pelle il calore, sento qual è la differenza, la forza che cresce.

So d’esser nudo, maglietta e pantaloncini in capo a una mano; e sono contento. Non perché sono insolito, non perché la faccio in barba alla gente e agli agenti. Sono contento di me, di esser quello che sono, bastantissimo di quello che sono, di questo momento intanto che dura – son senza orologio, i numeri li ho lasciati sulla strada sterrata. Mi sono già perso, ho perso anche il tempo, a spanne so dove sono; un quintale di leggerezza la mia presenza, la carne dei muscoli, la pelle che dà forma al mio corpo, sembra solo che senta, percepisca, mille antenne, mille pori a succhiar-dentro pollini e odori. Io – e prova a dirne di più! – che occupo una nicchia nell’aria. A capofitto mi tuffo dentro un frattale che cresce e s’allarga, mi fa passare, ci navigo dentro mano a mano s’avvicina e  via via s’ingrandisce. Sono tutt’occhi: i colori, le forme mi avvolgono. Non sto pensando, non sto parlando. Son desto come non mai.

Un battito di ciglia e sembra finita una piccola trance, di nuovo mi rivedo qui dove sono, coi piccoli grappoli nati pur mo’, e i miei passi nell’erba, e gli alberi grandi di verde di contro all’azzurro. Il sole m’accieca ed è troppo: mi basta come m’arriva su me a dorarmi la pelle, quel tanto che vedo le cose, che mi scalda quel tanto la pelle, quel tanto che m’ama. Quel tanto che m’amo.

Ci penso alla gente che sarebbe potuta sbucare da dietro una curva, punto gli occhi vigili, tesi a veder nel caso qualcuno arrivasse davvero. E ancor non so cosa fare, lì sul momento, se capitasse, e un po’ mi distraggo a chiedermi se per caso ancor tema che capiti  simile eventualità. Non so, mi rispondo. Infatti non è come star nudo per casa, la possibilità di incrociare qualcuno, alle cinque del pomeriggio di una domenica di maggio, esiste e in quell’attimo mille cose posson tutte insieme cambiare, precipitare in un attimo. Non vado solo per far quattro passi, per prendere il sole mentre cammino, nemmen per l’adrenalina del rischio, ma proprio per triangolare un incontro: perché non mi piace che quel che vivo sia tutto e solo destino. Qualcosa anch’io voglio far accadere, e fra le tante anche questo: far quell’incontro. E fin d’adesso son pronto, e prima o poi accadrà.

Ancor qualche passo e ritorno alla strada. Quasi automatico mi rimetto i pantaloncini, la maglietta ancor no. È una boiata, lo so. Non son coerente. Ma poco m’importa, non è questo che importa. È dove son stato, il viaggio che ho fatto…

Saranno stati i veleni che han dato alle viti?

Violazione di domicilio


La vergogna che dovremmo provare mostrandoci nudi non mi è ancora andata giù: libri, film, teatro fano già abbastanza nel suscitarmi emozioni come una rana che scatta quando prende la scossa. Almeno per quel che riguarda il mio corpo, a la mé cà, so mé ’l padrù (“a casa mia, il padrone sono io”).

Primo: perché ci è stata imposta, ma non so esattamente da chi.

Secondo: perché nessuno me ne ha mai chiaramente e convincentemente spiegato il motivo.

Terzo perché, in mancanza di motivi, ci viene risposto che “così fan tutti”. Ma io anche altro capisco – distortamente, senz’altro, attribuendo male intenzioni e estraendo il costume dal contesto sociale e dalle finalità –: come dire che se non sei pecora, se non stai nei ranghi, non puoi far parte della società e fuori della società t’arrangi, sei un barbone, e nudo nelle nostre strade non ti vogliamo vedere, “va’ coi porci!”

La parola porci mi rimanda ai tabu alimentari e alle motivazioni che li giustificherebbero. Da qui alla purezza, alla verginità, al privilegio tutto maschile della “prima volta”, della “prima notte”, come un prodotto da supermercato sigillato nella sua confezione, il passo è breve. Molti schemi mentali – per un motivo o per l’altro – sono estensibili a diversi campi della nostra quotidianità.

D’altra parte penso anche che se un’illogicità simile viene mantenuta e perpetuata ci siano degli argomenti ovvi che la giustificano o dei pugni forti che la impongono, una longa manus anonima, senza volto, segreta, che ci ha rubato, anzi espiantato qualcosa di noi, qualcosa di naturale – e con questo ci ha chirurgicamente asportato di una porzione importante

– di autoconsapevolezza (drogandola di vaghe illusioni),
– di autostima (facendoci credere di essere qualcuno perché parte di una massa clonata),
– di armonica percezione della consistenza materiale del corpo in cui come anime siamo – un corpo vivo!

E come non accetterei mai che mi espiantassero un organo senza consenso, perché è un furto bello e buono, e finché campo, come ho diritto all’aria, così ho diritto di avere il corpo che la natura mi ha dato (non sono così generoso da regalarlo da vivo) perché, accidenti, mi serve! Come non accetterei che qualcuno venisse a dirmi quante volte devo farmi la barba o devo fare l’amore, così non accetto vincoli al libero uso del corpo che ho.

Se poi questa limitazione riguarda non tanto l’uso, ma la visibilità pubblica, allora qualcosa mi va in tilt nella logica, forse ho saltato un passaggio, non mi va d’accettarlo e inconsciamente non riesco a vederlo. E poi m’invento spiegazioni stiracchiate, vado per illazioni: ad esempio che esista uno scopo recondito, un ordine di pensiero che usa la pressione, il controllo sul corpo per imporre un ordine ideologico che, ripeto, ancora mi risulta anonimo, senza volto, segreto, ma che avverto cerca di inquadrarmi, di farmi prigioniero, o soldato, o schiavo, che cerca di costringermi a lavorare per una causa comune, che io son di mente troppo piccola per riuscire a capire. Ma è così che la penso, e lo vedo, è ben più di una mera supposizione.

Un ordine che vien spacciato ed imposto come cosa ovvia, che anche i bambini riescono a capire! – A suon di ceffoni, di senso di vergogna, di senso di colpa, di disgusto, dileggio, dispregio, disdegno, castighi, sanzioni, rifiuti, sputi, negazione di diritti, esecrazioni, svalutazioni, umiliazioni…

Riuscire a tenere la testa fuori da questa melma che la società ci ha buttato addosso diviene un imperativo, impervio fin che si vuole, ma necessario se vogliamo mantenere la nostra dignità di persone umane: secondo natura prima che secondo società. Non ho bisogno di decreti e regolamenti, di convenzioni e rituali per vivere secondo natura, per respirare, muovermi, mangiare; non devo timbrare un cartellino quando mi alzo e inizio la mia giornata. Che poi, d’un tratto, quel che fino a ieri sembrava – a me stesso per primo – impossibile, ecco che il caso me lo offre appuntino lungo la strada della mia cocciutaggine; e quel che fino a ieri poteva sembrare aleatoria possibilità, con capriole mortali salta ogni steccato e si concretizza come necessità, reazione obbligata, legge di fisica, risultante delle mie azioni.

Ma già esser giunti a districarsi nel groviglio dei piccoli fili che ci tengon legati come Gulliver è già un bel passo di acquisita chiarezza. Alcune cose non si accettano più, si comincia a pensare esattamente il contrario. Oppure a riempire la pattumiera con le incrostazioni e le abitudini che sopravvivono solo perché le abbiamo (anche inconsapevolmente) accettate e ritrasmesse.

Ne ho piene le tasche. Io trancio, io dico basta, fin qui e non più oltre, nada más!

E già solo al pensarlo mi sento più forte, più ganzo, più soddisfatto di me, in gran gallòria perché sto pensando con la mia testa. E questo mi basta, e quanto! E il resto può anche stare dov’è, non c’è bisogno che sprechi forza a contestarlo, a discuterlo, a smentirlo. Acqua passata non macina più. Distruggerlo non mi cambia la vita: l’ho già cambiata, ed è questo che conta. Gli altri continuino pure come han sempre fatto. Io vado a pescare. Chiaro che verrò giudicato come un evaso, una pecorella smarrita da riportare all’ovile. Ma chi ci vuole stare in un ovile che non ammette eccezioni, quando la natura facendoci tutti diversi ci ha fatto praticamente tutti un’eccezione? Una bella lezione da indurci ad accettarci l’un l’altro così come siamo: belli brutti, grassi e magri, bianchi-gialli-neri e rossi, bresciani e bergamaschi…

La mia vita l’ho già cambiata, dicevo. Non tanto perché d’improvviso mi senta libero di godermi il sole sul balcone di casa, ma di più perché riesco a vedermi chi sono, mi affermo deciso come persona, come individuo, come corpo.

Il corpo, a saperlo ascoltare, ci indica la direzione del nostro benessere, ci suggerisce un’idea di noi che viene dal nostro interno, non l’immagine che ci rimanda uno specchio, non ciò che sentiamo dire di noi, non il modello che ci vien imposto d’imitare. Questo corpo non è a disposizione, non ci vo alle parate, non sto sull’attenti.

Già sopporta come un mite asinello il modo con cui lo trattiamo; lo comandiamo a bacchetta, lo teniamo a stecchetto. Ha mille risorse che non conosciamo – ed è meglio – per ritornare sano, in forze, pronto di nuovo a obbedirci. Di fronte a questa meraviglia che ci è data come individui e come persone non posso che ricompormi, tolgo un po’ del primato che vuol aver la ragione, cancello un po’ dei “doveri” che ho verso la società. Ma dall’altra parte gli “do ragione”, lo lascio libero perché solo se libero farà il suo “dovere”, ubbidiente a leggi eterne non scritte: sa ben quel che vuole e so che lo vuole solo a mio vantaggio. Perciò lo difendo dai mille parassiti esterni, da chi gli vuol mettere una cavezza. E da me per primo. E lo vedo pure inviolabile perché depositario di diritti che son di natura, che non han bisogno d’esser spiegati o capiti – davvero li capisce anche un bambino –, più eterni del marmo in cui sono scolpite le leggi che noi c’inventiamo e a pallino cambiamo.

Se poi la società ha dei turbamenti di coscienza, solo perché m’adocchia il batocchio, non sono io a dovermi farmi carico di evitarli… per il cosiddetto rispetto, per la convenzione, per i famosi “paletti”.

Steccati – recinzioni – schermi =
Curiosità – tentazioni – sfide

Se da una parte non ho una recinzione di legno al confine e perciò non posso impedire al mio vicino di “violarmi il domicilio” anche sol con lo sguardo quando mi vede nudo nell’orto che bagno i miei cavoli, perché gli occhi ce l’ha e quasi gli leggo in pensiero che vorrebbe che assecondassi, per rispetto, le sue attese, e per l’auto-rispetto che devo a me stesso e proprio al mio corpo (m’insinua), per sottrarlo alla balìa dello sguardo degli altri (che non sai mai che cosa ci vedono, cosa pensano, la reazione che ciò può suscitare); altrettanto non posso evitare  d’essere ai suoi occhi indecente, perché anch’io son fatto a mio modo, anzi “son proprio come tutti son fatti”. E non può impormi per soprammercato il suo schema mentale e costringermi a mettermi attorno ai fianchi un bianco straccetto solo perché il mio fronzolo pendulo lo potrebbe turbare. E di che?

Mi verrebbe da dire: «Se hai dei problemi, fatti curare!» Ma sono pure il primo a pensare che son solo opinioni e pensieri, legittimi punti di vista, giudizi dei singoli, i suoi come i miei, e non son malattie. Non mi vedo malato se mi piace star nudo. Né vedo negli abiti e nelle nostre abitudini degli schermi a difesa reciproca: non sospetto degli altri a tal punto.

Il nudo è solo uno stato, non è messaggero di nulla, non cercar l’intenzione recondita, non è un bacchio lanciato nella chioma del noce. Non è da interpretare, da sincronizzare, non un valore preciso sull’asse delle combinazioni, all’incrocio delle coincidenze perfette: è semplice e neutro come una foglia di fico ancor sulla pianta, un azzurro fior di begonia, un cane che abbaia ai piccioni, l’orizzonte aprico che vedo, un’auto fra le mille che passano.

Ma se qualcosa pur passa coi fotoni che vanno a miliardi, non ci posso far nulla: è natura anche questa, un quantum bizzarro che non conosce barriere o distanze e stabilisce fra il tutto quel che è ancora un mistero, un legame, un parallelo, uno specchio, un impiglio, un entanglement.

Entanglement quantistico

Una vocina maligna gli suggerisce, appunto in quel mentre una parolina all’orecchio, e vedo che pensa che non son quell’innocentino “perdibraghe” che fingo di essere, ma son birichino e lo faccio apposta a turbarlo, a cambiargli opinione, che lo voglio portar dalla mia, sotto il naso esibendogli le parti più sconce del corpo, non ammesse nel consesso sociale. E doppiamente, perché in più sembra che faccia lo gnorri e l’ipocrita, non mostrando in palese quale sia la vera intenzione. E dunque mi confermo ai suoi occhi e giudizio quel che la fama diffonde: che se non mi frena il pudore, allora son fuori: son fuori di testa, fuori dalla società.

Mi fai responsabile di quel che t’arrovelli ’nt’a capa? Sei tu che vedi indecente persino il cazzo d’un cane e gli metti il golfino perché altrimenti quella vista ti turba, ricordandoti forse delle tacche sulla cintura che non ti tornano in somma. Ti rispetto fin che vuoi. Ma non puoi pretendere che ti segua nelle tue paranoie. Io ne ho altre, e se permetti, prima seguo le mie. Che mme frega?

La colpa è senz’altro del cane! Di Diogene il Cane, che aveva una botte per casa, che nudo andava in cerca dell’uomo, che chiese al Grande Alessandro di scostarsi dal sole: ché anche un grande fa ombra quando il sole ci basta.

Moneta in argento da 10 euro – emessa in Grecia nell’aprile 2017, raffigurante Diogene di Sinope con la botte o giara in cui abitava e il cane

Vestiti è bello, #nudièmeglio altre analisi delle recenti obiezioni


Ritenevo sostanzialmente inutile riaffrontare certi discorsi già più volte fatti e, pertanto, nel mio ultimo articolo (“Rispetto e turbamento”) alcune questioni le avevo solo abbozzate e altre nemmeno avviate, in questi giorni però sono incappato in alcuni atti sociali che m’hanno indotto a ricredermi e allora eccomi ancora qui.

Quanto segue fa ancora riferimento alla già citata (nel mio ultimo articolo di cui sopra) discussione su un forum di camperisti, ma anche e soprattutto a quella sul forum di Spirito Trail, un sito che tratta di corsa in montagna e che ha lanciato una campagna alla quale ho aderito sia a livello personale che come blog: “Io non getto i mei rifiuti”. Qualche giorno addietro ho notato diversi accessi al blog che arrivavano dal forum di tale sito e ho così scoperto il tema “Minimalismo spinto”, in questo ad un certo punto qualcuno mi tirava in ballo. Andando a spulciare il tema nel primo post trovo la segnalazione di un articolo del Gazzettino:

Corre nudo tra i sentieri delle colline: caccia al runner esibizionista

SANTORSO – Con la primavera la natura esplode in fauna e flora, con i boschi a riempirsi di colori e vita animale, ma anche di un marciatore naturista tra le colline di Santorso e Schio. I residenti nelle contrade Trentin, Pierella, Gorlini e Piane negli ultimi giorni hanno visto un solitario runner esibizionista, che corre indossando solo le scarpe. Una decina i passaggi tra i sentieri dell’uomo, che hanno portato a diverse segnalazioni alle forze dell’ordine.

L’identikit è preciso: tarchiato e calvo, scappa se viene chiamato da chi lo vede. Per il momento non avrebbe importunato le persone incrociate nelle sue corse tra i boschi. Resta da stabilire se il naturista soffra di disturbi psichici o sia un esibizionista consapevole. Nel primo caso rischierebbe un trattamento sanitario obbligatorio, nel secondo una sanzione amministrativa da 5 mila a 30 mila euro.

Lo scritto fa pensare a un giornalista improvvisato o/e di parte tipo quelli di certi media pseudo politici,  se così non fosse è ancora peggio visto che rivela scarsa propensione allo studio e molta alla disinformazione, nonché alla (lecita) formulazione di opinioni personali purtroppo meno lecitamente vendute come realtà assolute (fortunatamente non tutti i giornalisti sono così e, grazie anche al lavoro di Mondo Nudo, del suo staff e dei suoi amici, crescono quelli che ci chiamano per ottenere informazioni precise e obiettive).

  • A un certo punto il giornalista parla di naturista, questo dimostra che ha ben presente l’esistenza del naturismo e ne conosce le regole, perché le ha volutamente ignorate nel contesto di tutto il suo articoletto?
  • Nudo, alias esibizionista – Premesso che tipicamente e altrettanto stereotipamente gli esibizionisti indossano un bell’impermeabile e che, meno stereotipamente, si ritrovano più che altro tra di loro dandosi appuntamento in piazzali urbani (facilmente reperibili sui motori di ricerca) o in appositi locali (i noti e, senza opposizione alcuna, sempre più diffusi club privè), possiamo dire che è un esibizionista alquanto stupido: va ad esibirsi dove ben pochi lo possono vedere! Semplice considerazione che evidentemente alcuni, troppo agganciati ai loro preconcetti e poco propensi a mettersi in discussione, non sono in grado di formulare o, più o meno opportunisticamente, non la vogliono formulare (cosa che invece un giornalista attento e serio dovrebbe fare).
  • Corre nudo indi soffre di disturbi psichici – Forse il giornalista è all’oscuro di un fatto semplice e facile da verificare: la nudità da decine di anni è stata tolta dal vangelo delle turbe psichiatriche, mentre continua a figurarvi la paura del nudo, proprio e altrui!
  • Scappa se viene chiamato – Intanto è da verificare se scappi o, come appare più ovvio, solo continui nella sua corsa, ma diamo per buona la prima, e che cosa dovrebbe invece fare? Vista l’aggressività con cui tali episodi vengono spesso commentati sui social è magari spaventato o quantomeno preoccupato di cosa potrebbe succedergli se si fermasse.
  • Per il momento non avrebbe importunato le persone incrociate – Guarda te, ma che bravo! Perché mai uno che corre nudo dovrebbe importunare le persone che incontra? Quante sono le notizia di persone nude che hanno aggredito qualcuno? Di solito succede il contrario! La verità è che ogni giorno i telegiornali riportano notizie di aggressioni e sempre si tratta di persone vestite, ora non posso e non voglio affermare che la nudità sia garanzia di non pericolosità, ma di per certo non è nemmeno un segnale di pericolo, anzi, se proprio la volgiamo dire tutta è ben più innocua (e indifesa) la persona nuda visto che, salvo non se le sia messe nell’ano (o nella vagina se donna), è certamente priva di armi o altri strumenti atti ad offendere. Ah, il pene! Suvvia, volgiamo proprio essere così sprovveduti?
  • Trattamento sanitario obbligatorio – Come già detto il nudo non è necessariamente una malattia psichica, specie se si tratta di una persona che corre nuda lungo più o meno poco frequentati sentieri di collina o montagna; il trattamento sanitario potrebbe più facilmente essere necessario a coloro che si agitano per tale visione, di certo per coloro che si offendono e chiamano le forze dell’ordine, le quali hanno cose ben più importanti e serie da fare che correre dietro a uno che si allena nella sana e semplice nudità.
  • Sanzione amministrativa – Anche qui il giornalista, escludendo che voglia appositamente alterare la realtà, dà l’impressione d’essere poco informato: stando alle sentenze, di ogni ordine e grado, comprese quelle della Cassazione, emesse dal 2000 a oggi, l’essere nudi in pubblico non ricade necessariamente nella fattispecie del reato di offesa al pubblico pudore, di sicuro ne è escluso quando la nudità è portata in ambienti isolati o poco frequentati come potrebbero essere i sentieri di collina e montagna.
  • Pensare che sia semplicemente una persona che corre no eh?

Veniamo ai commenti dei forumisti che, invero, sono piacevolmente e significativamente più ilari che ostativi (ricordo che si tratta di un sito di corridori, ambiente che ho trovato particolarmente aperto e disponibile al tema del nudo, al contrario, sic!, di quello escursionistico, stranamente ancora piuttosto refrattario, e ricordo che si tratta di tema sul minimalismo, pratica sportiva in crescita che prevede il ricorso a un equipaggiamento ridotto ai minimi termini), ma visto che identificano le classiche obiezioni ne approfitto.

Ma aveva le scarpe! Che delusione.

Spesso chi vuole negare le qualità del vivere nudi, facendo ovviamente fatica a trovare motivazioni serie e inopinabili (di fatto inesistenti!), si attacca alle piccole cose come questa delle scarpe. Che vuol dire se ha le scarpe? Che forse un barefooter o un minimalista dovrebbe forzatamente mettersi nudo per ritenersi barefooter o minimalista? Che per forza un automobilista deve mettersi una tuta da corridore per ritenersi automobilista? Che forse un bagnate dev’essere costantemente bagnato per ritenersi tale? Quanti sono coloro che camminerebbero o, peggio, correrebbero sui sentieri di montagna a piedi scalzi? Nemmeno la maggior parte dei runner minimalisti lo fa ma utilizza calzature fivefinger (a cinque dita, in pratica dei guanti per i piedi, comunque provvisti di una seppur sottile suola). Personalmente ogni tanto lo faccio, ogni tanto levo anche le scarpe e mi godo la sensazione dei piedi nudi sul terreno (che effettivamente esalta ancor di più la bella sensazione di libertà e immersione nella natura), ma ci vogliono le condizioni adatte (un bel prato, lisce placche rocciose, eccetera) che, almeno nelle zone che frequento io, sono rarissime e poi lo si può fare per qualche decina di minuti, al limite anche un’ora o due, non di certo per le sei, dieci, dodici ore che sono il tempo tipico di un’escursione in montagna, di certo non per le venti, trenta, quaranta ore che arrivano ad essere i miei tempi di cammino.

Lo invidio perché io, che corro spessissimo a dorso nudo, non avrei il coraggio di mostrare le mie vergogne e soprattutto non resisterei più di 30 secondi allo sballonzolamento …evvai di varicocele

  • Beh, dal fatto che le chiami “le mie vergogne” già si evince molto, detto questo mi chiedo come si possa essere sicuri di non poterlo fare senza prima provarci?
  • Sballonzolamento, a meno che non c’abbia il pene lungo fino alle ginocchia dubito molto che se ne renderebbe conto. Ancora: perché fare affermazioni senza esperienza diretta?
  • Varicocele, invero le cause di questa problematica sono ancora sconosciute, esistono due teorie e nessuna di queste fa riferimento al correre nudi, mentre secondo alcuni pareri (ovviamente e tipicamente non riportati dalle classiche fonti condizionate da una società che raramente prende in considerazione la nudità come stato preventivo delle malattie) il varicocele potrebbe essere facilitato dalle mutante (che di sicuro provocano irritazioni di vario genere, muffe e micosi), vero è che alcuni (ma non tutti) i corridori utilizzano pantaloncini con integrata una mutandina leggera e confortevole, ma di certo l’esposizione all’aria e la libertà totale sono alla lunga più salutari. Eventuali problemi dovuti allo sfregamento dello scroto contro le cosce si possono prevenire applicando piccole quantità di olio antisfregamento, ben noto ai corridori; analogamente problemi dovuti allo sballonzolamento, invero pressoché nullo, dello scroto si possono risolvere con semplici laccetti (come quelli che usavano i cacciatori delle tribù primigenie) o con gli anelli inventati per migliorare le prestazioni sessuali; personalmente con l’esperienza diretta ho compreso che basta abituarsi (cosa che, essendo molto naturale, mi è nata spontanea in pochissimo tempo) a camminare e correre (e qui è ancora più naturale e spontaneo, specie correndo sui terreni sconnessi di montagna) tenendo le gambe leggermente più larghe di quanto ci siamo abituati a fare in conseguenza della limitazione imposta dai pantaloni.

Conclusa l’analisi dell’articolo della Gazzetta e dei relativi commenti, riprendo ora un altro punto spesso messo in gioco per contestare l’escursionismo in nudità e che ho trovato fortemente ribadito anche nelle ultime obiezioni: il contatto tra la schiena sudata e lo zaino.

Alpinisticamente sono nato e cresciuto ai tempi in cui si usavano pantaloni alla zuava e camicioni di lana, camicioni che, metodicamente, finivano nello zaino poco dopo l’essersi messi in cammino. A quei tempi nessuno faceva caso a chi camminava a torso nudo (che erano poi la maggioranza) e nessuno si manifestava schifato per il sudore che dalla schiena passava allo schienalino dello zaino (così come nessuno si schifava di tante altre cose che oggi provocano fastidio ai più, vedi l’antico e socializzante rito del bere a canna dalla stessa borraccia o bottiglia). Ho continuato a camminare a torso nudo anche dopo che, con l’avvento di tessuti più tecnici, le persone a farlo erano diventate man mano sempre di meno e mai nessuno mi ha avanzato obiezioni di alcun genere. Ora che lo faccio da nudo ecco che salta fuori questa cosa del torso nudo, ma quale differenza c’è, nell’ambito di tale questione, tra l’essere totalmente nudi o solo a torso nudo? Evidente, l’unica differenza è che, volendo ad ogni costo avanzare obiezione al nudo, nell’impossibilità di trovare argomentazioni incontrovertibili si ricorre a motivazioni banali e del tutto opinabili, ma che, oggi, a causa di un rapporto con il proprio corpo e le sue emissioni fortemente alterato, hanno, almeno in certi ambienti, una forte presa sociale, ma è un loro problema non mio: voi fate come volete, mica vi obbligo a camminare nudi (tra gli amici che mi accompagnano in alcune delle mie escursioni ce ne sono alcuni che non si spogliano), io faccio come voglio, che vi cambia a voi? Per altro, se proprio proprio, durante il cammino con zaino c’è pur sempre la possibilità di mantenere indossata una piccola canotta, pur dovendosi evidenziare che i coloranti presenti nelle maglie (molto meno nello schienalino dello zaino), in particolar modo pare in quelle tecniche, per effetto del caldo e del sudore rilasciano sostanze tossiche.

Per chiudere, al fine di prevenire una possibile obiezione all’ultimo discorso, aggiungo un’altra considerazione più tecnica: negli ultimi due anni ho sperimentato le più evolute maglie da corsa, sia economiche che costose, nessuna ha evitato la produzione di sudore, anzi, mentre a nudo proprio non sudo o lo faccio in minima parte (e ho sperimentato che l’effetto è dato dall’avere nudi i genitali più che le altre parti del corpo, d’altronde proprio nei genitali, vista la loro necessità di mantenere una temperatura costante e precisa, sono collocati la maggior parte dei nostri sensori del calore). Utile e necessario anche evidenziare che tale sudore evapora solo in minima parte (e solo per quelle parti della maglia che non sono a contatto con lo zaino), per il resto una parte inevitabilmente passa allo schienalino dello zaino, un’altra resta sulla maglia, indi il nostro torso rimane comunque a contatto con il nostro sudore, lo stesso identico sudore, che differenza c’è se me lo tengo addosso per via della maglia o per via dello zaino? Ritorniamo al discorso di cui sopra: nessuna se non la volontà di voler a tutti i costi trovare un’obiezione, anche a costo d’apparire ridicoli, illogici, innaturali, complessati.

Vestiti è bello, nudi è meglio… #nudièmeglio usa questo hashtag per diffondere la cultura, la bellezza e la salubrità del nudo!

La mia vicina…


La mia vicina è gentile, non mi denuncerà.

“Tanto va la gatta al lardo…”

6:10 di venerdì scorso. Mi sveglio, esco sul balcone della camera per una boccata d’aria, per vedere com’è la giornata; mi stiracchio. Il cielo è nuvoloso, l’aria fresca, ma non pungente, di una limpidezza che permette di vedere perfetti dettagli sino all’orizzonte.

Scendo in cucina e preparo la mia tisana mattutina. Nel frattempo, apro la porta-finestra che dà sul balcone al pianoterra. Mentre giro l’omino blocca-persiana che fissa l’antone, scorgo la mia vicina di tre balconi più in là, che stende il bucato. Al vederci, ci salutiamo nello stesso istante, con un gesto automatico della mano. Rientro e mi ripasso nella mente la scena. Mi rivedo mentre saluto e la vicina che pure alza la mano: ma io sono nudo, come al solito, come ogni mattina da qualche anno; mai che qualcuno m’abbia visto.

Noto che i riflessi condizionati sono stati più tempestivi del pensiero: che prima ho salutato e solo dopo mi son ricordato d’essere nudo. Nemmeno il minimo tentativo di coprirmi alla meglio.

Abitiamo in queste case a schiera acquistate in cooperativa da oltre vent’anni. Va be’ sono un tipo originale… ogni giorno mi scoprono una stranezza. «E fa bene!» mi giunge per telepatia il pensiero della vicina. Un brivido le scorre lungo la schiena come se ad essere nuda fosse stata lei. Forse si chiede: «quando potrò anch’io? quando vorrò? quando proverò ad uscire nuda sul balcone a stendere i panni?… In un giorno di vacanza, forse, di domenica, quando non ci sono i ragazzi in cucina a far colazione, lo zaino di scuola pronto in corridoio. Oppure quando dormono ancora…»

La mia vicina mi ha anche sorriso, come fa di solito, quando sono vestito. Non ha fatto differenze. Nudo o vestito, per l’attimo di un saluto non faceva proprio differenza. Non mi toglierà il saluto perché mi ha visto indecente sul balcone. Forse già qualcosa sospettava, forse mi ha visto altre volte, senza che me ne fossi accorto. Ho solo il dato di oggi: ed è che è stato tutto normale. Sarà stato anche un fatto improvviso che non ha lasciato il tempo a nessuno di riflettere… – tanto meglio! – la reazione immediata non è stata d’allarme o sorpresa, è stata semplicemente sincera. Mi ha risposto al saluto, ci siam salutati come facciamo da sempre.

Da domani so che posso uscire nudo e tranquillo sul balcone a fissare l’antone. La vicina mi sorriderà un poco di più. Forse anch’io rimarrò qualche istante in più, respirerò l’aria del mattino, mi stiracchierò due volte. Anche sul balcone da basso. Non come ho fatto sinora, quasi che dovessi rubare questi attimi, guardingo che nessuno vedesse.

La gente nel complesso ha buon senso, se ti conosce non ti denuncia. È avanti d’un passo rispetto alla legge. Forse anche due.

Rispetto e turbamento


Atto 1

Qualche giorno addietro un tweet ha casualmente attirato la mia attenzione, mi è difficile dire il perché: contesto e titolo sono ormai lontani dalla mia vita, d’altra parte l’hanno riempita in modo stabile per ben trent’anni. Tant’è, sono andato a leggermi l’articolo e… dopo le prime righe qualcosa, forse un presentimento, mi ha convinto ad andare avanti, poco dopo ecco una parolina che mi coinvolge e mi cattura, nudisti, a quel punto vado fino in fondo e quello che leggo mi turba. La faccio breve, l’articolo in questione (che invito a leggere: “I peccati di Sasso Scritto”) è il racconto denuncia di uno scalatore fermato dalle forze dell’ordine in seguito al suo lavoro di chiodatura e pulizia su di una parete che sovrasta una spiaggia livornese. E allora? Capita che sulla spiaggia in questione sia abituale stare nudi e tale rocciatore, sulla base di pure illazioni, accusa i nudisti di averlo denunciato alle forze dell’ordine e si lamenta che queste se la siano prese con lui anziché con i nudisti (evidenzio qui che se, come meglio chiarirò in seguito, il nudo in Italia è (in)formalmente legale, l’alterazione del territorio fatta senza autorizzazione è un reato e che le operazioni di disgaggio possono essere eseguite solo da persone all’uopo autorizzate e solo dopo aver messo in atto tutte le necessarie misure di sicurezza, ad esempio il transennamento della zona sottostante).

Atto 2

Ieri sera controllando i dati di accesso al blog scopro che c’è un forte afflusso da un sito che nulla ha a che vedere con il nudo e il nudismo, clicco sul link e mi trovo all’interno di un tema di forum dove, pur senza leggermelo per intero, comprendo che alcune persone avevano intavolato la solita diatriba pro e contro il nudismo e una di quelle a favore, che ovviamente ringrazio per la pubblicità fattami e per l’importanza assegnatami, aveva linkato Mondo Nudo come fonte per farsi un’idea più ampia e precisa sull’argomento. Trovo un’unica risposta al link: “ho letto solo la home ma ho subito trovato qualcosa che mi disturba, è irriverente definire inutili i tabù e assurdi i condizionamenti, lo saranno per voi ma non lo sono per me” (anche qui una precisazione mi scappa: bravo, magari era meglio se ti leggevi anche qualcosa di più prima di tirare conclusioni).

Atto 3

Al fatto 1 ho risposto direttamente commentando l’articolo, poi non ho più avuto tempo di seguire l’evoluzione delle cose e ora preferisco rubare agli altri impegni due orette per scrivere questo articolo piuttosto che per ricercare quell’altro e imbarcarmi in una diatriba che ritengo vada affrontata e risolta da chi vi è direttamente coinvolto, i nudisti che frequentano quella spiaggia (per facilitare la cosa ho pubblicato un tema sul forum de iNudisti). Una diatriba che durerebbe sicuramente a lungo, mentre nei prossimi giorni sarò impossibilitato a seguire facendo più male che bene alla causa del nudo sociale.

Al fatto 2 per rispondere direttamente avrei dovuto registrarmi al forum, un forum dai contenuti che sono tutto sommato lontani dalla mia sfera d’interesse, un forum che poi abbandonerei così come è già successo per altri: già faccio fatica a seguire quelli che mi riguardano da vicino, figuriamoci altri. Così, amando comunque dare risposte, ne traggo spunto per questo articolo.

Rispetto e turbamento

Ci sono argomenti che chi vuole osteggiare il nudismo mette spesso, per non dire sempre, in campo, uno è quello dei bambini, un altro è quello della legge, altro ancora quello del rispetto. Analogamente viene fatto con gli schemi dialettici, quegli schemi tanto cari a certa politica, quegli schemi che mi ricordano i militanti delle brigate degli anni settanta e ottanta (rosse o nere che siano): un colpo alla botte e uno al cerchio, l’estrazione della singola parola da un lungo discorso, la decontestualizzazione, la lettura del pensiero, il ribaltone e così via.

Indubbiamente la colpa non è tutta di chi osteggia il nudo: dopo un florido e coraggioso avvio, il nudismo italiano (ma, per inciso, anche quello di molti altri paesi del mondo) si è andato trincerando in se stesso nascondendosi dietro un termine decontestualizzante e deviante (naturismo); alcuni, per non dire molti, naturisti, elevandosi al rango dei puristi del nudo, fanno disinformazione definendo i nudisti come persone che si spogliano solo per finalità sessuali; i nudisti piuttosto che parlare di loro preferiscono parlare dei guardoni e delle attività sessuali che si sono sviluppate intorno e talvolta dentro alcune spiagge nudiste; la nudità rende più intraprendenti i “maiali” e li fa diventare più visibili. Dobbiamo per altro osservare che: sono sempre più numerosi coloro che escono allo scoperto e intraprendono la strada del nudo come normalità; che nudisti materialmente e indiscutibilmente lo sono anche coloro che si definiscono naturisti; che la comunicazione è una fine arte che pochi dispongono in maniera innata e non a tutti è dato modo e tempo per affinarla; che i “maiali” raramente sono nudisti (essere nudi per qualche minuto non ti fa un nudista); che i cosiddetti “maiali” in realtà sono solo delle vittime di una società che ha censurato il corpo umano e certe sue naturali azioni; che tali vittime si portano e manifestano le loro turbe anche in ambito tessile. Insomma, possiamo ben dire che chi osteggia il nudismo guarda più la pagliuzza nell’occhio altrui che il tronco nel proprio: Mondo Nudo ha ampiamente dimostrato che tali fatti avvengono anche e di più fuori dalle spiagge dove vige la regola del nudo (vedi qui).

In merito agli schemi dialettici possiamo osservare che, se non nascondono la precisa volontà di alterare il dialogo, di certo nascondono l’incapacità di reperire argomentazioni valide, attenzione, non perché ci sia una difficoltà intellettiva, non mi permetterei mai di fare un’affermazione del genere, ma solo perché è materialmente impossibile trovare argomentazioni inopinabili a sostegno dell’opposizione alla nudità sociale: ogni motivazione che si può addurre è viziata in partenza e, più o meno consciamente, tutti se ne rendono conto.

  • Bambini: è facile dimostrare che si trovano a loro agio nella nudità, lo si vede ogni estate su ogni spiaggia, ed è altrettanto facile dimostrare che sono assolutamente indifferenti al nudo altrui, basta vedere quello che capita quando una famiglia entra casualmente a contatto con delle persone nude, basta osservare i bambini che senza timori giocano ai margini tra area tessile e area nudista, lo si vede nelle spiagge e nei villaggi nudisti.
  • Legge: qui le cose vanno differenziate nazione per nazione e in alcuni casi è vero che la legge punisce il nudo pubblico (in alcuni anche quello privato e questo la dice lunga sul valore assoluto che possono avere le leggi di stato), ma in altri no, ad esempio in Spagna lo consente esplicitamente e pressoché ovunque, in Germania non esiste una legge specifica e sono le persone a ritenere per la massima parte normale il nudo anche nei contesti sociali, in Francia basta che il proprio atteggiamento non sia riconducibile all’esibizione sessuale (purtroppo cosa non sempre facile da dimostrare); veniamo all’Italia, in Italia la legge materialmente ignora completamente la nudità, si limita a formulare il reato per atti osceni in luogo pubblico e quello per atti contrati alla pubblica decenza, lasciando al giudice facoltà di stabilire se i fatti contestati rientrino in una o l’altra delle due fattispecie, i giudici, però, ormai da diversi anni (dal 2000) hanno preso atto del cambiamento morale della società escludendo il nudo sicuramente dal primo contesto ma in dati casi (ovviamente nelle zone più o meno ufficialmente deputate al nudo, poi anche in quelle dove da anni il nudo è consuetudine e infine, sebbene non all’unanimità, nelle zone recondite, isolate, poco frequentate, di difficile accesso, al momento deserte) anche dal secondo.
  • Rispetto: parola usata troppo spesso e senza cognizione di causa, usata a senso unico in funzione del proprio unico interesse, senza mai guardare al contesto sociale dove se è ben vero che la libertà di uno finisce dove inizia quello dell’altro è altrettanto vero che quella dell’altro inizia dove finisce quella del primo, è altrettanto vero che ambedue le formulazioni vadano sempre invocate a doppia via, ovvero mettendo ogni contendente sia nella posizione dell’uno che in quella dell’altro; ancor di più, il conflitto dei diritti è un contesto logico, ben diverso da un conflitto matematico, raramente i due fattori hanno lo stesso peso e, pertanto, bisogna considerare quale delle parti viene ad essere maggiormente discriminata da una data decisione, quale delle parti vede più profondamente impedito il suo volere, quale delle parti subisce reale impedimento o reale danno, evidente che nell’imposizione dell’abbigliarsi (ovvero nella negazione del nudo) la parte più discriminata, la più impedita, la più danneggiata sia sicuramente quella del nudo: il vestito deve solo volgere lo sguardo per non vedere il nudo, oppure deve solo sopportare per un poco il suo fastidio e lasciarsi andare, basteranno pochi minuti per superarlo; il nudo deve totalitariamente rinunciare al nudo.
  • Pubblicità ToscaniTabù: si vero, per alcuni sono utili, così come per alcuni è utile la guerra, per alcuni è utile mangiarsi le unghie, per alcuni è utile la burocrazia, per alcuni è utile farsi quelle che vengono comunemente chiamate “seghe mentali” e via dicendo. Sono gli psicologi stessi a definire inutili i tabù, certo non sono tutti d’accordo, ma quando mai tutti sono d’accordo?
  • Irriverenza delle affermazioni: esiste la libertà di pensiero, come pure quella di espressione, pertanto, visto che non offendo nessuno, sono libero di ritenere, dire e scrivere, così come fanno tanti altri, che i tabù sono inutili; non giudico le persone che li manifestano (tant’è che da sempre promuovo e organizzo attività fatte nella regola dei vestiti facoltativi: ognuno libero di vestirsi e spogliarsi a proprio sentimento… bastava leggere più del pezzettino in home page per comprenderlo), giudico solo l’entità “tabù”.
  • Condizionamenti: inutile offendersi, inutile manifestare dissenso, siamo tuti condizionati, volenti o nolenti gran parte di, per non dire tutto, quello che pensiamo e quello che facciamo sono solo in apparenza frutto della nostra sola volontà; ancora una volta non giudico le persone, giudico solo e soltanto l’entità “condizionamento” che nel caso del nudo e indubbiamente assurda: nasciamo nudi, per alcuni anni cresciamo nudi, la natura è nuda, accettiamo che animali nudi ci circondino, apprezziamo quadri e statue di nudo, ignoriamo quanto possiamo facilmente immaginare sotto un costume o un vestito attillato, perché mai dobbiamo farci turbare dagli ultimi centimetri di pelle? perché sono gli organi dell’attività sessuale, risponderete voi, certo, vero, ma lo sono anche la bocca, gli occhi, le mani, i piedi, la testa, il viso, le gambe, le braccia, la mente, il pensiero.
  • Turbamento: già, il turbamento lo tirano in ballo sempre quelli che vogliono osteggiare il nudo e invece lo provano anche quelli che al nudo sono tornati, turbati dai vestiti, turbati dai ragionamenti oppositivi, turbati dall’incomprensione, turbati da chi parla senza conoscenza, si ma… ma il turbamento dei nudi non conta!

Vestiti è bello, nudi è meglio, ognuno libero di fare come meglio crede, sempre, ovunque e comunque, questo e solo questo è rispetto!

L’intervista


Pranzo al Forèst, Iseo 9 novembre 2013

GIORNALISTA: Alcuni anni fa, insieme ad altri, hai organizzato una cena qui a Iseo, una cena fra nudisti.

VITTORIO: Sì, è vero. Se n’è parlato a lungo in paese.

G.: Che cosa è cambiato da allora?

V.: Innanzitutto l’aggettivo.

G.: Ma eravate tutti nudi, a quella cena.

V.: Non tutti. Qui sta la differenza, la prima differenza.

G.: Non riesco a capire.

V.: Da allora abbiamo capito che si può stare bene insieme, nudi quanto vestiti: non è il vestito che può fare la differenza. Non dovevamo essere noi a fare distinzioni, a sottolineare la differenza fra chi preferisce star nudo e chi invece vestito. Noi che abbiamo esperienza dell’un campo e dell’altro. Per questo non amiamo quell’aggettivo, nudisti e poco anche la parola nudismo, perché ci ingabbia in due fronti diversi e contrastanti. Ma come a livello personale non avvertiamo la differenza, così pensiamo che anche a livello sociale si possa benissimo superare l’opposizione. A cominciare dal linguaggio.

G.: È una differenza non da poco…

V.: … Qui sta il punto, vorremmo che fra nudi e vestiti non ci fosse proprio alcuna differenza. L’unica differenza che ancora rimane – secondo noi – è la multa che potremmo prendere per “atti contrari alla decenza”. Al ristorante, nella sala a noi riservata non eravamo «in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico», per cui non rischiavamo nulla.

G.: E allora?

V.: Semplicemente mi piacerebbe che ciascuno potesse vestirsi come gli pare, in casa come sul lungolago, per strada come in montagna, che potesse prendersi il sole sul proprio balcone senza temere gli sguardi dei vicini.

G.: Ma tu già lo fai, ti vedo abbronzato…

V.: Sì, ma con molta prudenza. In orari antelucani, oppure all’ora di pranzo, con la tovaglia sul tavolino, o coperto dal muricciolo del balcone.

G.: Ma qui si tocca il tasto del rispetto, della libertà del singolo che finisce dove comincia quella degli altri.

V.: Per duemila anni abbiam fatto così! Sarebbe ora di cambiare.

G.: Non capisco.

V.: Il rispetto, la libertà di cui si parla è a senso unico: io devo rispettare il vicino, ma non viceversa. Libero lui di andare vestito, libero però anch’io di prendermi il sole come meglio mi pare.

G.: Però, scusami, tu stai offendendo le convinzioni del tuo vicino…

V.: … come lui le mie. E siamo pari. Il suo punto di vista non deve invadere il mio.

G.: Ma la società…

V.: La società è fatta di tante persone, ciascuna con le proprie convinzioni, ciascuna con le proprie opinioni, tot capita…, ciascuno che cerca di vivere coerentemente con quel che pensa sia meglio…

G.: … ma così è un’anarchia!

V.: Dall’altra, però, è un’imposizione, una omologazione. Il vicino rosicchia la mia libertà, per stare più tranquillo lui, al sicuro dallo “spettacolo indecente” della mia nudità.

G.: Ma la maggioranza… Siamo in democrazia.

V.: Appunto! C’è la democrazia del 51% e c’è la democrazia dove c’è spazio per tutti. Lo dice anche l’articolo 3 della Costituzione.

G.: Quali sarebbero dunque gli «ostacoli da rimuovere»? Ma, in generale, che nesso c’è fra la libertà nel vestire e «il pieno sviluppo della persona umana»?

V.: Non è possibile rispondere a questa domanda, perché non è mai stato possibile essere totalmente liberi nel vestire. Noi abbiamo avuto solo delle esperienze personali, limitate a pochi giorni e in luoghi particolari. Condividiamo la nostra esperienza solo con persone che la pensano come noi.

G.: Spiegati meglio.

V.: Non è mai stato possibile – nemmeno a carnevale – andare in giro nudi, in mezzo all’altra gente, liberamente. Le uniche esperienze socializzate che abbiamo sono quelle fatte in campeggi, su spiagge, in raduni, in escursioni dove eravamo solo fra di noi e non esposti alla vista del pubblico. Con la sola eccezione, forse, della spiaggia di Torino di Sangro.

G.: E cioè?

V.: Il comune di Torino di Sangro, negli Abruzzi, ha concesso un tratto di spiaggia “alla pratica del naturismo” lungo il litorale delle Morge, con cartelli all’inizio e alla fine dei 200 metri concessi. Senza recinzioni, reti, tavolati. Un semplice cartello. Chiunque, perciò, poteva entrare liberamente: chi voleva poteva spogliarsi, gli altri si tenevano il costume o passavano oltre.

Cartello indicatore della spiaggia “vestiti come si vuole”

G.: E dove sta l’eccezione?

V.: Che chi si voleva spogliare poteva farlo liberamente. Ma soprattutto che il “pubblico” poteva osservare altre persone nude, togliersi tutte le curiosità di questo mondo. Superare o verificare quanto la nudità di un’altra persone recasse offesa, fosse una mancanza di rispetto delle sue opinioni, e verificare di persona se il nudo nella vita quotidiana sia davvero quella cosa indecente che si dice. Eccezione anche da parte del Comune, che per primo ha riflettuto sulla questione ed è andato oltre il rigido dettato della legge. Penso che molte persone in costume che ci hanno visto nudi e tranquilli su quella spiaggia abbiano cambiato opinione. Nessuno si faceva meraviglia, nessuno ha gridato allo scandalo, nessun parroco è venuto con l’aspersorio a esorcizzare i reprobi. Un ottimo esempio di convivenza civile. Ma per ritornare alla tua domanda, come dicevo, non c’è controprova.

G.: Ma davvero la vista del nudo è così innocua? Penso alle normali reazioni che hanno tutti. Penso ai bambini…

V.: I bambini adorano stare nudi. Non hanno la malizia di stare a spiare, di farsi meraviglie di come gli altri sono fatti, non hanno modelli. Molto dipende da quel che noi adulti gli mettiamo in testa. Dovremmo imparare da loro l’indifferenza, anzi, la naturalezza dello stare nudi.

G.: Ma… voglio dire… il sesso…

V.: Siamo noi adulti che mettiamo insieme le due cose, non i bambini…

G.: Non mi riferivo solo ai bambini… Se una minigonna o una scollatura fanno un certo effetto su noi maschietti, posso immaginarmi l’effetto che potrebbe fare una donna nuda e disinvolta.

V.: Beh, scusa, non hai mai visto una donna nuda…? Ritorno al discorso fatto all’inizio: se non fa differenza, non fa differenza! Se l’essere nudi è naturale, è naturale.

G.: Voglio dire… un’erezione in pubblico potrebbe essere molto imbarazzante.

V.: Anche sotto il costume, non credi?

G.: Ma, alla fine, che cos’è che vi piace nello star nudi?

V.: Potrei dire quel che provo io, ma sarebbe un’esperienza di seconda mano. Prova invece a spogliarti tu, qui, davanti a me. E osserva, scandagliati come ti senti.

G.: Mi trema la penna al solo pensarci.

V.: Non è passato nessuno sinora, se è per questo motivo. O hai vergogna di me? Non ho problemi a spogliarmi anch’io.

G.: Certo… tu non hai problemi. Vuoi dire che me ne faccio io?

V.: Non è tutta colpa tua: è quel che ci hanno insegnato… e in parte anche imposto.

G.: Ma tu sei abituato.

V.: Anche per me c’è stata una prima volta.

G.: Ma il pudore, la morale…

V.: Non ti sei mai chiesto che cosa sono in realtà? Sono dei freni a che cosa?

G.: La Chiesa, la religione…

V.: … ma anche il codice penale.

G.: Appunto. Non vorrei rischiare una multa.

V.: Non pensi che per un motivo o per l’altro, per paura di questo o di quello, siamo noi i primi ad autolimitarci la nostra personale libertà?

G.: Non lo so. Sono solo un giornalista.

V.: Prendila come occasione per mettere in discussione il motivo di questi “dissuasori”. Un’occasione per te.

G.: Mi tocchi sul personale e noi giornalisti abbiamo la nostra deontologia professionale, dovremmo starcene fuori, raccontare i fatti in modo neutro, senza partecipazione emotiva o personale.

V.: Sì, ma allora quando capirai che cosa vuol dire, se non provi? Starai sempre alla finestra a guardare, o verrai a spiarci da un buco nella siepe, a fotografarci da dietro le dune col teleobiettivo, rimarrai alla superficie delle cose. Riferirai quel che dicono i tuoi intervistati. Che cosa puoi raccontare, veramente, di tuo?

G.: I nostri lettori leggono i titoli, di rado approfondiscono.

V.: E allora, di che cosa vogliamo parlare? Solo di ciò che fa scandalo? Delle tette al vento di un’attricetta esordiente, della pancetta di un vip? Non si può sempre stare alla superficie delle cose, badare solo all’esteriorità. Non c’è consapevolezza.

G.: Non era così che avevo pensato l’intervista.

V.: E come allora?

G.: Manca il peperoncino, non fa notizia. Se mi togli la stravaganza, la novità, un po’ di malizia, di “colore”, il pezzo non lo legge nessuno. E le mie impressioni personali, le mie sensazioni non interessano proprio a nessuno, il caporedattore me le taglia di sicuro.

V.: Ma allora non scrivere affatto! Non puoi capire se non ti butti. Non puoi capire cosa sia la libertà di stare nudi, senza tutti gli orpelli o le paranoie che ci facciamo attorno. Non riuscirai a capire perché vogliamo arrivare alla completa opzionalità fra l’esser vestiti oppure no. È una piccola libertà che vogliamo riprenderci dalla società che ce l’ha scippata, una libertà nostra, personale, autentica, in quanto creature della natura, prima che appartenenti a una società, a una cultura.

G.: Ma ci sono molti ostacoli…

V.: Parla di questi, allora. Cita la Costituzione, come abbiamo già detto. Degli ostacoli personali, ad esempio quelli che vedi tu, poi quelli che ci aggiunge la società. Non credi, ad esempio che basterebbe venisse abrogato l’articolo del codice, che d’improvviso vedremmo molte persone nude sulle spiagge, nei campeggi, nelle palestre, che fanno jogging, in bicicletta?… Una cosa normale, naturale… Anche qui sul Monte di Iseo, a Sassabanek, alla Spiaggetta, nei campeggi… e anche lungo le strade, nei ristoranti – senza più dover riservare salette.

G.: Questa sì sarebbe una notizia!… Non solo una cena “privata”. Ma sarebbe anche l’ultima sull’argomento. Appunto: ma non pensi che poi i villaggi, i campeggi nudisti, o naturisti, come dir si vuole, sarebbero costretti a chiudere?

V.: Non necessariamente, semplicemente sarebbero villaggi e campeggi come tutti gli altri, senza alcuna esclusiva… non sarebbero più campeggi “al peperoncino” come dici tu… o come la pensano in tanti. Non ci sarebbe più differenza.

G.: Già! Non ci sarebbe più differenza…

Uscita a Sant’Emiliano: tanti colori in una natura florida e avvolgente


Anche la quinta uscita di VivAlpe 2017 è andata, il gruppo è tornato a rinsaldare le proprie file anche se molti, sfruttando i vari ponti consecutivi, erano volati in lidi oceanici dove il nudo è assai più semplice e apprezzato anche a livello urbano. Noi pochi rimasti, con la piacevole graditissima aggiunta di un nuovo amico, ci siamo ritrovati per questa ennesima escursione con la quale diffondere, nel limite del fattibile, il verbo della natura.

Alle otto e mezza siamo in cammino da quel di Gardone Val Trompia, l’aria è pungente ma poco sopra il sole già illumina il bosco dandoci, insieme alle favorevoli previsioni, speranza di una salita presto resa confortevole. Così infatti avviene e dopo una mezz’ora qualcuno si leva il qui inutile fardello degli abiti. Il sole, però, è oggi in vena di scherzi e dopo un’altra mezz’ora va a celarsi dietro una coltre di nuvole sempre più spessa e predominante, la temperatura crolla e le vesti tornano a fare il loro vero (e pressoché unico) servizio: proteggere dal freddo (anche se, invero, uno di noi, più intrepido degli altri, indossa solo la maglia pesante).

Essendo pochi. pur osservando le varie essenze floreali che contornano il sentiero (tra le quali delle bellissime orchidee ed estese macchie di fragoline selvatiche), pur fermandoci a raccogliere delle erbe commestibili (i Verzulì), saliamo abbastanza veloci e, dopo aver lasciato il passo ad un escursionista che già era di ritorno, con largo anticipo sulla tabella siamo alla località Paer dove il sentiero sfocia sulla sterrata che porta al santuario. Ci concediamo una breve pausa per osservare il panorama che si apre dalla sella che sovrasta di pochi metri la strada. Gli scorci panoramici ci accompagnano per tutto il resto della salita, prima sulla Val Trompia, poi sulla Valle di Lumezzane e il monte Palosso, infine verso la Corna di Sonclino, a questo punto siamo arrivati a Sant’Emilaino che troviamo ben affollato. Un intenso profumo di salamine grigliate pervade le nostre nari e intensifica il senso di fame che da una decina di minuti aveva già preso alcuni di noi, decidiamo comunque di scendere un poco per poterci accomodare in zona più tranquilla e silenziosa.

Uscendo un poco dal sentiero principale troviamo un punto riparato dal gelido venticello e, incitati dal sole che qui infuoca l’aria, ci liberiamo degli abiti accomodandoci sull’erba per gustarci un’ora di naturalezza. Prima rifocilliamo il corpo con il poco cibo presente nei nostri zaini, poi diamo gratificazione allo spirito ascoltando il nostro abile lettore Vittorio che ci inebria con tre bellicismi racconti, due dei quali sono stati inviati (e accettai) per un concorso letterario (“Racconti nella Rete” di LuccAutori).

Giunta l’ora di ripartire siamo costretti a forzare su di noi quantomeno i pantaloncini che però presto torneranno a dormire nello zaino concedendoci una discesa inebriante nella verdissima e splendida Val Vandeno. Lungo è il cammino e con tutta calma lo percorriamo con alcune brevi fermate per guardarci attorno e fissare nella mente le immagini che la natura ci sta offrendo. Ad un bivio sbaglio direzione e conduco gli amici in una fortunatamente breve digressione. Presto mi accorgo dell’errore e recupero la retta via che in poco ci porta sul fondo valle nei pressi dell’abitato di Marcheno. Da qui il ritorno alle auto è segnato da un affollato percorso pianeggiante dove dobbiamo purtroppo camminare nella pudica corazza creata dalla censoria società alcuni secoli addietro e contraddittoriamente ancora richiesta in molti contesti: cosa c’è di più sacro e santo del corpo umano? può bastare l’invenzione (umana e per molti secoli ignorata) del peccato originale a obbligarci in questo? che fastidio reale, irrisolvibile, fisico può dare la vista di un corpo nudo, anzi, gran parte del corpo è oggi quasi ovunque accettato, indi la vista di due glutei, un paio di mammelle e/o un pene? è indubbiamente ora di evolversi e tornare alla primigenia visione del corpo per quello che è: semplice e spontanea natura!

Grazie Amedeo, Angelo, Attilio, Paola e Vittorio, grazie per questa ennesima splendida giornata, grazie per il supporto che date all’azione rieducativa di Mondo Nudo e di VivAlpe, grazie.

Alla prossima.

Il professore


Sono stato testimone della segreta curiosità di alcuni ragazzi dai 15 ai 17 anni verso il nudismo.

Si parlava di un personaggio locale, un professore, morto alcuni anni fa, della sua vita spensierata e avventurosa, dei suoi viaggi, dei suoi racconti, delle sue battute, dei suoi aforismi. Sempre innamorato di sua moglie (encantadora, diceva con quel gesto che si fa per dire di un piatto prelibato), senza figli. Li si vedeva spesso al ristorante, al cinema (prima che ne facessero negozi e appartamenti), sul lungolago – molto spesso a braccetto -; ma anche sul monte, sul Guglielmo, lui che grondava sudore, vista la stazza, lei che lo seguiva pazientemente dovunque andasse.

Ha lasciato un archivio fotografico considerevole, album con 4/5 mila fotografie selezionate. Uno dei pochi ad essere stato in Cina sotto Mao e in Albania sotto Enver Hoxha – non che fosse comunista, ma solo perché in tutto seguiva il suo estro.

Si chiedevano i ragazzi se, fra le sue molte esperienze, non fosse mai stato anche in un campo nudisti. E lo chiedevano a me, perché l’avevo conosciuto.

Preso così in contropiede, per un attimo mi si bloccò la parola in bocca. Il flash di un ricordo, come un lupus in fabula, mi riportò ai miei 15/17 anni. Mi ritornò come fosse presente il turbine violento che mi possedeva in quegli anni, che mi portava dove voleva; emozioni a fior di pelle, tuffi al cuore ad ogni novità, gli occhi pieni di un mondo che mi si apriva reale e una voglia di fare, di vivere… fino a scoppiare…

«Sì certamente!» riuscii a dire alla fine. Ma sentii, di ritorno agli orecchi, una leggera alterazione nella voce, non aspettandomi una domanda così schietta e diretta da parte dei ragazzi, una domanda che mi era entrata nel fondo dei miei più gelosi e privati ricordi. Ma coi ragazzi non si può esser sempre abbottonati, ad una certa età le cose si devon sapere. Ed è meglio che le sappiano da chi le conosce per averle vissute.

«Devo confessarvi che anch’io sono nudista. Me lo sono chiesto anch’io molte volte. È molto probabile che anche lui fosse nudista» cominciai.

A mia volta notai che l’espressione delle facce erano cambiate: piccoli gesti di assestamento, sguardi che cercavano dove posarsi sicuri. L’attenzione aveva cambiato direzione: dal professore a me, che ero lì in carne ed ossa e potevano farmi tutte le domande che volevano. Notai diversi movimenti rotatori della spalla come a sottolineare una situazione di cambiamento, di miglior agio. Uno aprì la bocca per una domanda, ma la cancellò con un gesto della mano. Gli occhi erano sgranati e non battevano ciglio. Un altro, con entrambe le mani nei bermuda, trafficò per un attimo. Un altro si soffiò il naso. Di uno colsi lo sguardo puntato a scandagliarmi ai raggi X. La conversazione aveva preso una piega diversa: li riguardava, si era fatta sincera, personale, importante. E non dovevano più nascondersi dietro il pretesto della tesina o fantasticare sui sentito-dire.

Sciolto il ghiaccio, le domande piovevano a raffica; le risposte brevi e precise per poter rispondere a tutte, incalzanti com’erano. Il grado di eccitazione visibilmente aumentava: uno si mordeva il labbro inferiore, un altro si strofinava il braccio per uno strano formicolio, un terzo chinava lo sguardo, timoroso di ascoltare anche troppo. Le domande via via sfondavano l’apparente disagio, i nervi tesi li stringevano forte nel più grande imbarazzo, ma gli occhi luccicavano, avvinti nella rete della più grande curiosità e attenzione. Serpeggiava un’energia che pareva si diffondesse in cerchio e ci racchiudesse, ci facesse mano a mano più sicuri e rilassati. Uno si tolse la maglietta e si accarezzava il busto.

«Un giorno andiamo dalla vedova e chiediamo di mostrarci gli album», conclusi.

«Ma qui da noi, dov’è che potremmo farlo, un po’ di nudismo?» fu la risposta.

Eva: un’altra storia (continuazione)


3) Se Eva è già la “moglie” di Adamo [«Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna» Genesi 2, 25], vuol dire che sono già all’interno di un matrimonio di fatto: perché dovrebbero vergognarsi se è il matrimonio che fa cadere la cortina del pudore? La biologia ha il sopravvento sulle prescrizioni morali: obtorto collo, la Legge di Dio (che pur si crede abbia creato il mondo e l’uomo così com’è fatto) deve cedere alla legge naturale: quando è stato introdotto il divario? o piuttosto, chi lo ha introdotto? Mi chiedo se non sia atto blasfemo e superbo voler separare l’unità e l’integrità della natura. Il che mi fa pensare che la nudità – contrariamente alla legge che la vieta, spacciata per norma morale, più o meno dettata da Dio, e per beffa considerata dai più anche per norma naturale –, non sia davvero un atto che va contro l’ordine della Natura. Dobbiamo giudicare indecenti l’orchidea italica o mille altre bizzarrie della Natura?

L’offensiva, oscena, indecente Orchis italica – scandalo della natura

Erotismo e seduzione della Psychotria elata

La legge umana non discute della necessità biologica – basta che non avvenga alla vista del pubblico (ma non ci spiega il perché del divieto: il termine atti indecenti è troppo generico, vago, dipendente dal contesto, dipendente da un giudizio soggettivo, o da chiunque ritenga di essere “offeso” e sporge denuncia). Il motivo della decenza, dell’uso comune, della buona educazione, del rispetto potrebbero valere di per sé, senza dover essere prescritto per legge, come accade per mille altre piccole azioni: abbiamo bisogno dello spauracchio di una multa per non soffiare il fumo in faccia alla gente, per metterci la mano alla bocca quando tossiamo o sbadigliamo, per spegnere il cellulare durante una conferenza…? – quante volte abbiamo dovuto suonare perché un’auto è uscita da uno stop proprio mentre stavamo arrivando?

Il punto nodale è che il “mito” raccontato dalla Genesi sembra dare per scontata l’esistenza di una Legge divina, esistita da sempre, eterna e immutabile, vigente ben prima della legge umana, che ne è conseguenza e derivazione: introduce il pudore a salvaguardia dell’onore e della reputazione personali, dello scandalo… perché siamo uomini e non porci! Appunto: in conseguenza di questo divieto artificioso, fa scandalo persino vedere animali che copulano; quando in una società pastorale o contadina, questo doveva essere normale e consueto, anzi procedura ovvia e necessaria. Per differenziarci dagli animali, ci siamo dati la regola di non copulare in pubblico. Fa scandalo vedere due ragazzi innamorati cotti che si baciano? «Non stanno facendo sesso» mi risponderete. La differenza è appunto questa: quel bacio non è sanzionato perché… non siamo all’oratorio! All’oratorio si era capito che anche il semplice bacio rientrava a suo modo nella sfera sessuale, che preludeva all’attività sessuale, era pericoloso quanto la nudità. Questo e molti alti esempi dimostrano che al giorno d’oggi la sessualità è ridotta – negli atti e nelle parole – alla sua esteriorità, visibilità, genitalità, e sarà questo che d’ora in poi creerà scandalo. Ipocritamente, poi, esteriorità, visibilità, genitalità son sufficienti a far della nudità un peccato, giustificando la riclassificazione col dire che l’occasione fa l’uomo peccatore, creando attorno alla sessualità un cordone sanitario che inizia appunto dalla visibilità degli organi coinvolti, e collegando in vincolo esclusivo e obbligato l’organo alla sua funzione.

Imbattendoci in immagini pornografiche è immediata la constatazione che in quegli atti, di sessualità c’è ben poco, se non appunto la superficiale genitalità e il soddisfacimento orgasmico – con applausi degli astanti.

Offese

Poiché la sessualità si esplica e realizza necessariamente nella società, coinvolgendo almeno un’altra persona, la società si ritiene in diritto di avocarla a sé, di normarla in esclusiva, di inserirla in un quadro contrattuale (matrimonio), lasciando ai singoli la gestione degli aspetti pulsionali, emotivi e relazionali.

La religione va però anche oltre, togliendo ai singoli anche le prerogative personali per le quali il codice civile si era astenuto e offre un modello per i rapporti interpersonali: l’amore di Cristo per la sua sposa, la Chiesa, che essendo la comunità dei fedeli, può essere vista come una società in parallelo con la società civile, con continue simbiosi, condizionamenti reciproci, sconfinamenti, distinguo, desiderio di primeggiare e di imporsi: la posta in gioco è il potere sulle singole persone e sulle loro menti.

Chi è venuto a impormi delle regole nella mia vita privata sa benissimo che la sessualità non si esaurisce nella genitalità e che funziona anche se gli organi sono coperti, anzi di più: l’ha però ridotta al puro atto genitale con l’importante preludio del denudamento come fattore di eccitamento. Il riflesso è talmente condizionato che basta una scollatura, una minigonna per creare eccitazione e reazione genitale meccanica. Al contrario, chi è abituato a vedere altre persone nude non reagisce automaticamente alla vista della nudità. Non perché tale vista sia divenuta abitudinaria e obsoleta, ma perché ha rimosso il nesso immediato e obbligato fra sesso enudità. È adulto e vaccinato, le cose le sa. E ne sa anche altre. Sa di come veniamo condizionati fin dall’infanzia a reagire come ci hanno insegnato, come-si-deve. Con lo spauracchio del peccato, dell’inferno, dell’offesa a Dio…

Moment! Non riesco a seguire esattamente il discorso, talmente è contorto, ma ci provo. Allora, se io sono sul balcone di casa a prendere il sole e lascio che i vicini mi vedano nudo faccio peccato, offendo Dio… non si sa perché; infatti, se nessuno mi vede il peccato non sussiste – perché altrimenti non potrei nemmeno farmi una doccia. Però è vero e incontrovertibile che dopotutto Dio stesso ci ha fatti così. Il vicino, pure, si sente offeso, perché lasciare che gli altri ti vedano il pisello è mancare di rispetto alle loro convinzioni (e al “comune senso del pudore”: è comune buon senso, non serve un trattato di morale per capirlo). Il rispetto però è a senso unico, non è reciproco: non si pensa lontanamente che stanno mancando di rispetto alle mie convinzioni e a me, che in materia morale posso avere opinioni un tantino diverse. Qualcun altro pensa che lo faccia per scopi reconditi molto palesi o che li stia adescando, scandalizzandoli di proposito per scuoterli e far loro cambiare opinione o che abbia una sessualità malata. O molto semplicemente che sia un porco. A questo punto mi offendo pure io! Una bella scazzottata… e poi? Non cambia nulla. Il vicino, forte di avere la legge e il buon senso dalla sua parte chiama i vigili. Io, forte delle mie convinzioni, pago la multa. Pur non avendo fatto nulla.

Dove sta l’offesa? Adesso pago la multa allo stato anche per i peccati contro il buon Dio? Naturalmente i vicini hanno dei bambini! Liberissimi di tirarli su come vogliono! E perché non anche educarli al fatto che tutti siamo diversi, che abbiamo le nostre opinioni e che ci comportiamo di conseguenza? Una volta capito è capito. Se il bambino del vicino mi vede nudo, può solo pensare «Lui la pensa così. Liberissimo. Io al posto suo non lascerei mai che mi vedessero il pisello. E son padronissimo anch’io!» E il caso è chiuso. E perché il mio pisellone lo dovrebbe traumatizzare? Perché si pensa che un bambino pensi al sesso (che non sa neppure cos’è) quando vede una persona nuda? «È immaturo e accelerare la maturazione crea traumi e scompensi che possono portare a delle turbe perenni…» mi sento rispondere. Sicuro! se gli diamo l’imbeccata su come ci aspettiamo che debba reagire (per il suo bene, s’intende!), se gli inventiamo pericoli e danni.

Ci sono migliaia di bambini francesi, tedeschi, olandesi, croati, spagnoli che normalmente passano l’estate nei campeggi nudisti, bombardati fino al vomito da seni, peni e vagine: che adulti vuoi che saranno un domani? E che dire di quei poveri bambini dell’Amazzonia, che crescono in tribù primitive, con adulti senza uno straccio addosso. Un minimo di pudore, diamine!

Un “dono” di consolazione

Dal paradiso terrestre veniamo scacciati con due condanne e un souvenir: guadagnarci il pane col sudore della fronte (sgobba e tasi), partorire nel dolore (se lo vuoi evitare, bella gioia, sai cosa (non) devi fare). Il souvenir sono le pelli che il buon Dio ci regala per non vergognarci. Di chi, se non c’era ancora anima viva?

Il pudore è una punizione del corpo nelle parti con le quali ha peccato, le mette in gattabuia. Un po’ come fa il masochista che si punisce in anticipo per il peccato che sta per commettere e si anticipa la punizione in proporzione al piacere proibito che pensa di ottenere alla fine.

Il pudore è un avvertimento interiorizzato a livello emotivo, una minaccia di castrazione se non ci si comporta a dovere, come tutti gli altri. Questo impecorimento suona come una restrizione imposta all’io individuale: il sesso può essere visto come metafora di un’infinità di cose: gioia di vivere, creazione di una discendenza, impronta (spirituale) che lasciamo, continuazione di un’eredità che riconosciamo in noi, forza d’animo, la spina dorsale del nostro fare e pensare, il riconoscimento della nostra unicità e identità, espressione genuina delle pulsioni del nostro inconscio…  Una delle condizioni per entrare a far parte di un gruppo, della società è l’autolimitazione dell’io (o moralisticamente, dell’ego): tagliarsi la cresta non è metafora di castrazione? Nel gruppo esistono indubbi vantaggi solidaristici che aiutano la sopravvivenza dell’individuo, che ne limitano anche la possibile pericolosità. Sto pensando però anche al significato che può assumere l’espressione amore del prossimo: come sommo comandamento che fortifica i legami del gruppo, che ripaga il singolo col riconoscimento collettivo (medaglie, monumenti, menzioni d’onore, premi) – è per tutti un test di merito.

Il messaggio è preciso e concreto. Le pelli regalate da Dio saranno d’ora in poi la prigione in cui teniamo segregato il demonio che abbiamo in noi. Da piccoli abbiamo sentito infinite volte chiamar diavoletto “il rubinetto della pìppi”.

Peccato, vergogna, beffa

Segregazione, nascondimento, esclusione equivalgono in parallelo a segregazione, nascondimento, esclusione dalla società, alla quale il “povero diavolo” può essere riammesso solo a precise condizioni.

La condivisione sociale totalitaria e senza eccezioni ammesse dimostra che questa credenza religiosa è stata accolta ed estesa a tutta la società, e non è in vigore solo all’interno della comunità dei credenti. La religione diventa nella pratica religione di stato, non ammette eccezioni, è cattolica, tendente cioè a estendersi universalmente a tutta l’umanità, con la presunzione di essere l’unica vera.

Il peccato si mostra nel corpo; una malattia è un castigo di Dio che punisce le parti con cui si è peccato; una infermità diventa ignominiosa.

Dio è il riflesso di come noi lo concepiamo, di come noi ce ne serviamo: non ci sono prove della sua esistenza al di fuori del nostro pensiero, della nostra mente. Ammesso che sia il Creatore e l’inizio di tutte le cose, come entità risulterebbe oggettiva, esterna alla nostra mente, mentre comunemente – senza escludere le concezioni teologiche, metafisiche, trascendenti – si pensa che Dio sia un percorso di ricerca personale per colmare dei vuoti di conoscenza, che risponda a delle domande, a dei bisogni, a delle relazioni dialogiche. Il credente si crea Dio a propria misura, secondo i propri bisogni, per colmare il vuoto che egli stesso si è creato con le proprie domande. Se il nulla dopo la morte mi fa paura, lo riempio di Dio e del suo paradiso. Se ho problemi a relazionarmi con gli altri, vedendovi Cristo ho per lo meno un modello di interazione.

“Non uccidere”

Nell’atto sessuale compiuto all’interno del matrimonio e “nei modi… nel modo prescritto”, cessano improvvisamente i veli che difendono dalla vista del nudo e viene sospeso quel “voto di castità” obbligato e generalizzato (secondo il catechismo cattolico, fuori del matrimonio praticamente tutto è vietato in materia di sesso), quasi che di fronte alla necessità di procreare per la perpetuazione della specie, e visto che il Creatore non vi ha provveduto altrimenti, anche il rigore delle norme divine debba un poco allentarsi: est modus in rebus.

San Tommaso d’Aquino, di nuovo, mi lascia esterrefatto, mi toglie ogni commento. Come si diceva all’inizio la sessualità è ridotta alla mera genitalità, il baluardo di resistenza più evidente. Una sessualità ridotta al puro atto animalesco, egoico-edonistico, banalizzata nella sua essenza, limitata alla sua esteriorità, stravolta, riconcettualizzata dalla morale e trasformata in peccato la dice lunga su tutto:

«Perciò l’emissione dello sperma deve essere così ordinata da poterne seguire la generazione e l’educazione della prole. Da ciò risulta evidente che è contro il bene dell’uomo ogni emissione dello sperma, prodotta in modo da non poterne seguire la generazione. […] Perciò, dopo il peccato di omicidio, col quale si distrugge la natura umana già esistente in atto, occupa il secondo posto questo genere di peccato, col quale viene impedita la generazione della natura umana» (Contra Gentiles, III, c. 122).

#TappaUnica3V tutti i numeri


Come già avevo riferito, negli ultimi allenamenti si è evidenziato un dolore al ginocchio sinistro, dolore che si manifestava solo in discesa e solo sui tratti più scabrosi per poi mantenersi per un giorno o due nella discesa di scale. Presupponendo un sovraccarico, in attesa della visita medica specialistica, pur senza interromperli del tutto, ho comunque ridimensionato gli allenamenti riducendo le uscite e la velocità.

Fatti i primi accertamenti medici (radiografia e visita ortopedica) non si è potuto stabilire le precise cause del problema: apparentemente è tutto a posto, pertanto, in attesa della risonanza magnetica, onde anticipare il recupero totale, sulla base di possibili ipotesi (sovraccarico, giusto come avevo già ipotizzato io stesso) sto facendo una cura antinfiammatoria alla quale se necessario potrebbe seguire una terapia TECAR o/e magnetica.

In attesa di poter riprendere gli allenamenti più intensi, ho fatto, con la miglior precisione possibile (comunque non assoluta: confrontando guide e carte topografiche ho rilevato differenze anche importanti tra le quote, e anche le piattaforme web per la tracciatura dei percorsi sono imprecise), un poco di conti per individuare tutti i numeri di TappaUnica3V… eccoli!

  • Quattro i punti di rifornimento.
  • Cinque, di conseguenza, le tratte di cammino ininterrotto.
  • Tratta 1 – Brescia (Piazza Loggia) / Lodrino (B&B Isdola Verde)
    • 38,682km di lunghezza
    • 2676m D+ (dislivello positivo)
    • 2083m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 170m
    • quota massima 1352m
    • 9 vette principali
    • 11 valichi principali
    • 11,45 ore di cammino effettivo
    • 3,29km/h la velocità media di cammino
    • 6 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport Competition
    • 3 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 2 confezioni Enervit Powerbar PowerGel
    • 2 barrette Enervit PowerTime
    • 250 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 10,24kg di zaino alla partenza
  • Tratta 2 – Lçodrino / Giogo del Maniva (Albergo Dosso Alto)
    • 26,243km di lunghezza
    • 2156m D+ (dislivello positivo)
    • 1265m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 750m
    • quota massima 2064m
    • 7 vette principali
    • 12 valichi principali
    • 8,35 ore di cammino effettivo
    • 3,06km/h la velocità media di cammino
    • 5 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport Competition
    • 2 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 2 confezioni Enervit Powerbar PowerGel
    • 2 barrette Enervit PowerTime
    • 250 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali  problemi di stomaco
    • 9,09kg di zaino alla partenza
  • Tratta 3 – Maniva / Colle di San Zeno
    • 25,646km di lunghezza
    • 1241m D+ (dislivello positivo)
    • 1485m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 1409m
    • quota massima 2217m
    • 16 vette principali
    • 9 valichi principali
    • 7,10 ore di cammino effettivo
    • 3,58km/h la velocità media di cammino
    • 4 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 2 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 1 confezione Enervit Powerbar PowerGel
    • 1 barretta Enervit PowerTime
    • 150 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 7,79kg di zaino alla partenza
  • Tratta 4 – Colle di San Zeno / Zoadello Alto
    • 21,381km di lunghezza
    • 1171m D+ (dislivello positivo)
    • 1926m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 655m
    • quota massima 1948m
    • 3 vette principali
    • 6 valichi principali
    • 6,40 ore di cammino effettivo
    • 3,22km/h la velocità media di cammino
    • 4 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport Competition
    • 2 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 1 confezione Enervit Powerbar PowerGel
    • 2 barrette Enervit PowerTime
    • 150 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 7,86kg di zaino alla partenza
  • Tratta 5 – Zoadello Alto / Brescia (Urago Mella)
    • 23,520km di lunghezza
    • 1005m D+ (dislivello positivo)
    • 1498m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 161m
    • quota massima 1035m
    • 8 vette principali
    • 5 valichi principali
    • 5,50 ore di cammino effettivo
    • 4,03km/h la velocità media di cammino
    • 5 litri di Acqua Maniva Naturale pH8, metà semplice e metà con aggiunta di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport
    • 1 barretta energetica Enervit Power Sport Competition
    • 2 bricchettini Enervit Enervitene
    • 2 tavolette Enervit Enervitene Hone Hand
    • 1 confezione Enervit Powerbar PowerGel
    • 2 barrette Enervit PowerTime
    • 150 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 2 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 8,93kg di zaino alla partenza
  • Totali
    • 135,472km di lunghezza
    • 8249m D+ (dislivello positivo)
    • 8257m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 161m
    • quota massima 2217m
    • 43 vette principali
    • 43 valichi principali
    • 40,00 ore di cammino effettivo
    • 5,00 ore di sosta programmata (ai punti di rifornimento): 1+2+1+1
    • 3,37km/h la velocità media di cammino
    • 45 litri di Acqua Maniva Naturale pH8 (24 per il mio utilizzo in cammino, gli altri disponibili ai punti di rifornimento)
    • 6 litri di Acqua Maniva frizzante pH8  (per gli assistenti logistici)
    • 6 litri di Tè al limone Maniva (per gli assistenti logistici)
    • da 1 a 4 (a seconda di come si potrà organizzare l’assitenza logistica) barattoli di soluzione ipotonica NamedSport HydraFit
    • Altri 20 litri di Acqua Maniva Naturale PH8 disponibili presso i punti di rifornimento
    • 5 barrette energetiche Enervit Power Sport
    • 4 barrette energetiche Enervit Power Sport Competition
    • 11 bricchettini Enervitene
    • 10 tavolette Enervitene Hone Hand
    • 7 confezioni Powerbar PowerGel
    • 9 barrette PowerTime
    • 950 grammi di altri prodotti per spezzare la fame (mandorle, uvetta, eccetera)
    • 10 fettine di zenzero per risolvere eventuali problemi di stomaco
    • 4 panini imbottiti (che saranno disponibili e utilizzerò ai punti di rifornimento)
    • 10,24kg il peso massimo dello zaino (alla partenza tratta)
    • 3,3kg il peso minimo dello zaino (ad arrivo tratta)

Uscita di sicurezza


15/04/2017 – Articolo ammesso al concorso “Racconti nella Rete 2017”

Mi è capitato nei giorni scorsi di percorrere la sponda sebina. Giunto ad uno slargo ho pensato di farmi degli autoscatti con lo sfondo del lago e della cerchia dei monti nell’aria nitida e assolata. La litoranea è una vecchia strada ora poco trafficata e calcolavo che nei brevi istanti che mi servivano per un autoscatto non sarebbe passato nessuno. Piazzo il cavalletto mi faccio tre o quattro foto. Poi mi cingo i fianchi con un salviettone.

Proprio in quel momento passa un’auto che decisamente si ferma. Ne scende un giovanotto con una macchina fotografica e mi chiede se può scattarmi delle foto. Gli dico senz’altro di sì (non so che cosa trovi in me di tanto speciale da essere immortalato). Visto il suo interesse, dico «Beh, allora…»  e mi sciolgo il salviettone. Sento l’otturatore che scatta a raffica. Io mi muovo, sto in posa, guardo nell’obiettivo. Quando penso che ne abbia scattate abbastanza, sempre nudo, mi avvicino e gli chiedo perché tutto questo interesse.

«Non si vedono tutti i giorni persone spogliate; e nude poi…»

E aggiunge che mi conosce, che si ricorda quando lo aiutavo nei compiti alle superiori; parla di come ora si senta un po’ rinchiuso nella situazione in cui si trova a vivere, stretto fra la famiglia, il lavoro, il capo, la fidanzata, i soldi, le mille cose che non riesce a capire, i mille doveri… come fossero troppe cose cui badare tutte insieme. Capisco allora quale sia il motivo di tanto interesse: l’uscita di sicurezza che ha intravisto.

Mi chiede perché mi sono spogliato solo per fargli un piacere, ancora prima che ci riconoscessimo.

Parliamo per pochi minuti, con frasi chiare e semplici che vedo fan presa immediata.

Vedo che gli si spalancano gli occhi, gli cresce un entusiasmo, un’attrattiva, come gli si fossero aperti gli occhi su una realtà che nemmeno sospettava potesse esistere. Gli vedo spesso la fotocamera che gli trema nelle mani e non riesce a tener fisso lo sguardo su di me, non so se lo fa per riguardo, per non farmi sentire in imbarazzo, ma non credo. È talmente stordito che spesso le parole gli si inciampano in bocca. Scuote la testa, non perché non capisca, ma perché non riesce a capacitarsi perché non lo abbia capito sinora. Eppure sempre sorride, fra il divertito e il forte imbarazzo, l’emozione travolgente.

«Ma a te non fa proprio niente?»

«No, proprio niente. Capisco che vedere qualcuno nudo in giro sia uno spettacolo molto raro, ma capiterà sempre più spesso. È troppo facile, troppo bello.»

«Va bene. Adesso devo andare. Grazie di tutto, delle foto e delle parole. Ci vediamo senz’altro. Ne ho per un po’».

L’acacia del Ténéré e le betulle della Siberia


Vizi di forma

Il comportamento umano odierno può essere ritenuto come bestemmia e atto di protervia nei confronti della Natura Creatrice – ci vedo dei parallelismi col peccato originale. Mi voglio però subito assolvere perché al contempo so che le abitudini inveterate che ogni giorno ripetiamo per inerzia o per mimesi sociale, non sono frutto di riflessione, di attenzione, di libera e cosciente decisione. Ritengo che le nostre conoscenze e gli atti che ne conseguono non derivino da una concezione o autocoscienza personale, maturate con l’esperienza, con fatti realmente vissuti, con deduzioni nostre, di noi come esseri naturali, ma sono il prodotto di una concezione, mentalità e autocoscienza sociali, civili, politiche (che in vari modi siamo costretti a condividere), che vedono nella distanza dalla natura, dalla selvatichezza, un netto ed opposto guadagno di civiltà, socialità, progresso e cultura, una logica coerente, utile e convincente, un “discorso di metodo” (Cartesio) che l’uomo ha scelto a propria norma di vita: una vita improntata alla razionalità, alla scientificità, alla progettualità. Con un fondamentale “vizio di forma”: che consideriamo la nostra aspirazione a imitare/emulare il Creatore come legittima e “umana”, come del resto riteniamo sia stato legittimo e umano l’esserci creato un Creatore a nostra immagine e somiglianza, proiettato al massimo di tutto. Ma i risultati sono spesso dannosi, e ogni disequilibrio che immettiamo artificialmente nella natura si rivolge prima o poi contro di noi. Perciò ritengo che ciò che normalmente sentiamo nostro geloso patrimonio dell’umanità – l’intelligenza – vada spesso contro l’equilibrio e l’armonia che vige in natura. I “vizi di forma” invalidano la procedura, ma il nostro orgoglio pervicacemente si rifiuta di ammetterlo.

Ad esempio ritengo un danno il fatto che non sappiamo accettarci come la natura ci ha fatto. D’altro canto (dal canto sociale) riscontro una grande difficoltà da parte della società ad accettare come ovvie e indiscutibili le differenze individuali, e che il “bene comune” prevarichi spessissimo sull’individuo… La società non sopporta di buon grado che il proprio giudizio condizionante non venga accolto apertamente, senza riserve, come qualcosa di buono-in-sé, proprio perché viene dalla società ed è maggioritariamente condiviso. Non sopporta che l’individuo abbia dei dubbi, avanzi dei distinguo, controproponga delle condizioni, alzi delle barriere per difendersene e garantire così la propria individualità e originalità. In sostanza: che sappia fare da sé, senza bisogno della società… che preferisca essere un’acacia del Ténéré piuttosto che una betulla della Siberia.

 

L’acacia del Ténéré: unico albero nel raggio di chilometri di deserto

Bosco di betulle

 

Nudità come interfaccia fra l’individuo e la società

La nudità, agìta significativamente alla presenza di altri, ma senza inutili ostentazioni, porta a rifletter profondamente sugli orpelli sociali di cui dobbiamo vestirci per agire in società.

È la prima frattura, ma è sufficiente per comprendere che il muro può incrinarsi e sgretolarsi. Con la nudità, sia privata che condivisa, cominciamo a vederci in modo diverso, non condizionato. L’abbiamo scelto noi, con coraggio e determinazione, mettendo da parte pudore e paure, col freddo sul collo di una mannaia affilata, con l’àschero di un salto nel vuoto.

È qualcosa di genuino, una genuinità nostra e diversa che cominciamo a scoprire, cominciamo a scoprirci diversi da quel che pensavamo di essere quando eravamo riflesso di quel che la società ci rimandava, costruzione di quel che la società efficientista voleva da noi – a cominciar dall’aspetto, da come ci presentiamo in società.

Come fa il singolo, che non è un criminale, ma una persona onesta e normale, a dar credito a una società che non lo rispetta per quello che è? Ad una società che lo vuole plasmare, che lo vuole tosare, valido solo in quanto cespite fiscale per lo stato, che lo vuole inquadrato come fosse un soldato in divisa. Mi annoiano le marce, l’addestramento formale, i dest-riga e battere il passo. Una società che non vuole la mia individualità, che non vuole il mio apporto originale non fa per me: l’accettazione deve essere reciproca. Sì, ho questa alta considerazione di me, è quel che so di me che mi dà questo giusto orgoglio, e all’occasione potrei anche essere molto generoso: non tanto di quello che ho, che so o che so fare, ma semplicemente di quello che sono.

Tutti insieme è una gran cosa, ci sentiamo forti allo stadio, all’Arena di Verona: 50-100 mila persone tutte insieme, riunite per un unico scopo: è galvanizzante, una gran forza, una fiammata… al momento. Come si può accettare di fare la fila per visitare una mostra, sapendo che la poltrona del boss si regge sul numero di biglietti staccati?

Pacifici e nudi

Mi chiedo infatti come mai esiste questa gran differenza fra nudi e vestiti; perché ci sentiamo così diversi, non solo quando possiamo star pacifici e nudi, ma portiamo la diversa mentalità anche nelle relazioni quotidiane, sul lavoro, nel modo di pensare. Ed è un guadagno su tutti i fronti cui non vogliamo più rinunciare: sentiamo e vediamo che ci fa bene. E fa bene anche a tutti. Non sappiamo quanto, e forse nemmeno mai lo scopriremo, ma sicuramente ci migliora.

Ci basta il volto infuocato dopo un’escursione per dirci di quanto bene ci ha fatto lo stare all’aria aperta, il sudare, il far fatica, lo stare semplicemente esposti a quel che la natura ci manda. Al contrario le lampade di un solarium aumentano il rischio di cancro alla pelle.

Perciò non discuto una teologia che mi prescrive come dogma questa definizione di peccato: «il peccato è un’offesa a Dio per il motivo che agiamo contro il nostro stesso bene» (san Tommaso d’Aquino: «Non enim Deus a nobis offenditur nisi ex eo quod contra nostrum bonum agimus» Summa contra gentiles III 122) – semplicemente la lascio dov’è, non fa per me.

Di che cosa si dovrebbe offendere Dio? Semmai del contrario: noi che in società non sopportiamo la vista reciproca di come ci ha fatto e voluto. Il senso di colpa, parente stretto della proclività “naturale” verso il peccato, ci porta ad una disistima di noi stessi, all’accettazione di un “ordine divino” (nei due sensi di “comando” e di “disposizione ordinata”) che ci fan credere sia del tutto uguale a quello naturale. Se fosse tale, “saremmo nudi senza provare vergogna” come nel paradiso terrestre, prima del cosiddetto “peccato”. Perché è stato uno sbaglio? se prima non sospettavamo di nulla; perché quell’inciampo? Era destino? Per aumentare il nostro senso di colpa abbiam quasi costretto Dio (l’offeso) a incarnarsi (per uno spirito il corpo è una prigione) e a sacrificarsi. Altro che Redenzione! mi sa che è stato piuttosto una trovata per un giro di vite! Non varrebbe la pena soffermarsi tanto su questi argomenti, se non fosse che la maggioranza delle persone credenti ne è però assolutamente convinta, e la società in generale è imbevuta di questa mentalità, di questi agganci, di questi anelli della catena che ci lega l’uno all’altro come miserevoli schiavi d’una cava di pietre, come nudi carusi di Floristella.

Nelle zolfare di Sicilia – Gruppo di carusi al sole. Fotografia di Eduardo Ximenes (dall’«Illustrazione Italiana» nr. 43, 28 ottobre 1894, p. 281, fig. 8.

È un punto di vista. Legittimo, plausibile, rispettabile. Ciò che non è legittimo, plausibile, rispettabile è che ci venga imposto come verità. Questa non è una verità che ci libera (per dirla con san Giovanni). Se accettiamo questo punto di vista rinunciamo al nostro, perdiamo qualcosa di noi, qualcosa di molto importante: ci delegittimiamo, il nostro punto di vista è squalificato ai nostri stessi occhi, rinunciamo al rispetto che ci è dovuto, deleghiamo ad altri, come fossimo indegni, ignoranti o incapaci di vivere secondo il nostro punto di vista e ci facessimo convinti che quello di altri – perché universalmente condiviso – sia più valido, più nitido, più perspicace, più tutto.

Dopo questo primo passo di riappropriazione del nostro punto di vista, della nostra coscienza, dopo questo distacco dall’opinione pubblica, seguono in catena delle conseguenze, delle scelte nei nostri atti che fan lievitare la presa di coscienza della nostra identità: unica, individua, autonoma, originale. Non che poi mi chieda: «se sono fatto così, che ci posso fare?» Al contrario: sono così, mi sono costruito così, secondo come la pensavo, perché non sono un robot uguale a mille altri, perché i pensieri mi vengono dalla mia mente e non da un microchip uguale per tutti.

Il mettermi nudo non ha proprio nessun significato: non è una rivolta, non è la presunzione di aver capito chissà che, non è un’esibizione arrogante e prevaricante di una presunta superiorità etica o sapienziale, non è un’imposizione. È soltanto la mia presenza, qui ed ora, per quello che sono, non per quel che presumo di essere, come sono presenti migliaia e milioni di altre persone, di altri individui, ciascuno per sé, ciascuno ricchissimo della propria individualità; che sono uniti in società non per farne parte o come pecore o come pastori, ma per scambiare e condividere. Perché esattamente come considero me unico e perfetto, altrettanto considero gli altri unici e perfetti, altrettanto uomini quanto lo sono io. Non chiusi nella cella di un alveare, ma piuttosto in un continuo brusio di voci che mi circondano, fra cui anche la mia. Non tanto per sentirmi in un coro ad eseguire una musica per armoniosa che sia, ma come un odore di polline di fiori diversi che è quel che è. Che non deve essere un distillato profumo per il gusto di Vogue.

 

Pudore e punti di vista

Il pudore è conseguenza di come vediamo il nostro corpo – o di come ci hanno insegnato a guardarlo. Da come l’abbiamo fatto a fette, suddiviso in parti buone e in parti cattive, in parti rispettabili, decenti e mostrabili e in parti di cui aver vergogna. Dìvide et ìmpera: una volta che si è accettata questa divisione, si è anche accettato che qualcuno abbia potuto metterci le mani addosso senza chiederci nulla – perché così fan tutti. Possiamo stupirci e indignarci fin che vogliamo che questo sia ammesso, anzi sia stato fatto dalla società, senza darci sufficienti spiegazioni. Ma dovremmo stupirci e indignarci ancor di più del fatto che non reagiamo, tenendo a distanza questa longa manus che introducendosi come un’intrusa a dirmi come devo gestire il mio corpo, mi fa poi diventare col mio stesso esempio uno dei tutti, apostolo ed evangelista del suo modo di pensare, che col tempo diventa anche il mio. Da ritrasmettere ad altri.

 

I segreti

Subdolamente esiste un altro motivo per questa suddivisione: più una cosa è mantenuta segreta e più attira i curiosi, i feticisti del disvelamento, del gossip pruriginoso; di chi in nome della trasparenza vorrebbe tutto sapere per avere l’esclusiva della divulgazione – per scoprire alla fine che sono in fondo banalità o segreti di Pulcinella. È come il gusto malsano di sbirciare dalla serratura o dai buchi nelle cabine.

A salvaguardia di questi pseudo segreti sono state approvate leggi, attenuate poi dalla giurisprudenza, steccati moralistici sempre più rigidi, scandali presunti, preoccupazioni eccessive. Il frutto proibito attira sempre: dato un limite, nasce sempre il desiderio di superarlo; di fronte all’impossibile, alle difficoltà, nascono le sfide. Per il desiderio di vincere – anche di provarsi le forze, di superare se stessi – si fanno pazzie, si va oltre la misura, ci si tira il collo. Qualcuno pianta i paletti, qualcuno si diverte a dimostrare che non servono a nulla; qualcun altro sente l’imperativo categorico di doverli superare oppure annullare, ritenendoli assurdi, oppure per dimostrare che lui è libero, che non si lascia mettere i piedi sul collo da nessuno.

 

Sotto assedio

Sotto la cintura il corpo comincia a farsi interessante, comincia ad essere oggetto di stretta vigilanza – e passa la concezione che sia sotto assedio, che non lo sappiamo gestire, che abbia bisogno di una guida, perché la tentazione esiste, è sempre in agguato, e non sempre sappiamo resistervi. Qualcuno ci tiene a questa difesa pubblica, perché la protezione pubblica dà maggior sicurezza, qualcun altro per dimostrare che può infrangere ogni controllo (specie se il corpo è di altri); altri esplorano questo terreno per dimostrare quanto sia immotivato il confine, inconsistenti le ragioni, per invalidare il divieto; vuole bombardare le fortificazioni, spianare gli argini, togliere le barriere, le recinzioni, le trincee.

È un territorio ben difeso. Paure ominose ce ne tengon lontani come fosse maledetto o stregato; un brivido ci assale al solo pensiero di doverci addentrare, e di solito poi si preferisce desistere per timore di un collasso emozionale, talmente è carico di strane energie, di arie ebrianti, di stordimenti che tolgono il fiato. Ne va molto spesso della nostra reputazione, del nostro decoro e rispettabilità. Con quale faccia ci potremo presentare in pubblico, guardare vis’a viso la gente?

Si capisce subito allora che sono check point presidiati dalla società, dai controllori del viver civile. Nessuno con se stesso ha di questi timori o paure. La società ha messi off limits questi distretti. Di che cosa si debba temere rimane un mistero. Ma per l’appunto la curiosità cresce; è l’anello della catena che più è sottoposto a prove di resistenza, facendo credere che sia l’anello più debole e che se cede, tutto poi salti. È la porta di Barbablù. E qual è il vero segreto che non deve essere svelato: il corpo nudo e naturale o la nuda verità sul motivo che ha portato alla demarcazione netta di parti e funzioni del corpo?

La chiave della stanza segreta – altro avvertimento, altra disubbidienza. Una variante del solito mito, d’un archetipo: ubbidire è controllo di sé o riconoscimento di un’autorità? All’individuo la scelta e la responsabilità.

L’esproprio

Se il frutto è proibito, lascia pensare che qualcuno l’abbia assaggiato e ne voglia avere l’esclusiva, il geloso privilegio. Non c’è una legge che mi vieta di cogliere funghi velenosi – lo so da me! I motivi sono espliciti e chiari. Non c’è come tenere nel limbo una spiegazione per far nascere il desiderio di trovarla. E poiché non si trova, poiché un motivo convincente non esiste, intervengono altri strumenti di convincimento (e coercizione) per tenerci alla larga: onore, pudore, vergogna, decenza, buona educazione…

Perché ci è stata espropriata l’esperienza totale del corpo? Perché una parte è seclusa dalla condivisione con altri, se non a determinate e rigide condizioni? Cui prodest?

Non mi basta una conoscenza libresca del corpo, non mi basta una tavola anatomica, un’immagine: voglio la presenza del corpo mio e del corpo degli altri insieme, reale, come fatto normale di vita, nel mio quotidiano: se il mio vicino vuol prendersi il sole nudo sul balcone adiacente, semplicemente lo faccia, a me non fa proprio niente; anzi: preferisco che si senta libero di prendere il sole nudo, piuttosto che si senta obbligato, da me che lo posso vedere, a mettersi un paio di slip: non sono il pubblico in astratto, alla presenza del quale compie atti contrari alla pubblica decenza – non lo voglio essere! Non mi puoi generalizzare così, cara legge, non mi cacci nel mucchio!

Per questo forse è permessa la rappresentazione del corpo, ma non la sua presenza; per questo è permessa la nudità come fatto artistico, ma non come esperienza.

Noi che abbiamo forzato il confine

Se penso a quanto l’esperienza di questi anni con gli amici nudisti ha cambiato la mia presa sulla vita, la mia concretezza vissuta attraverso le percezioni del corpo, quanto ha sensibilizzato, affinato anche le mie emozioni, arrivo alla conclusione che l’aver fatto a pezzi il corpo nella percezione moralistica, l’aver introdotto reazioni pavloviane alla vista del nudo non può appartenere al disegno della natura e dunque lo rimando al mittente, non mi tocca più.

Anche noi che amiamo spogliarci quando possiamo, forziamo questo confine. Lo facciamo per un motivo immediato, per un benessere contingente, senza la pretesa o la finalità di voler dimostrare alcunché o essere d’esempio per altri e fare proseliti: è meglio che ciascuno segua il proprio percorso, perché gli piace, per farsi un regalo; se lo fa per imitarci, perché è un trend, quel che ha acquisito sarà effimero, non sarà un’esperienza personale arricchente, sarà come seguire il branco di turno perché si ha paura del capo.

Non ci va per niente bene il mal-pensiero che sottostà a questo divieto d’essere nudi: la generalizzazione e proiezione di una mentalità e moralità che non sono le nostre, ma che ci sono attribuita senza verifica. E tutto gira attorno al perno del sesso, perché dopo Freud è come il prezzemolo, è una forma-pensiero che – dato il divieto – ha dell’adrenalinico. Come bastasse spogliarci per divenire bestiali, famelici, passionali senza ritegno.

E 2: come non fossimo capaci di gestirci da soli su questo punto e la società opportunamente ci venisse incontro dandoci saggi consigli.

Oppure 3: che la società abbia un proprio disegno, un proprio ordine e reclami un diritto di veto che la vince sulle istanze individuali.

Gli artisti

Emancipare il proprio corpo dai vari guinzagli o bendaggi ha riflessi immediati anche sulla concezione generale della vita individuale, del proprio ruolo nella società, delle relazioni con gli altri.

La società riesce ad imporre persino agli artisti le proprie mode, il proprio gusto e lo fa con un mezzo che sembra neutro, con una bilancia uguale per tutti: il mercato. E con il ricatto della sopravvivenza (ma davvero siamo giunti a questi punti?) riesce a piegare la creatività degli artisti: un manoscritto non verrà accettato da una casa editrice se non avrà tot sfumature di grigio (anche non necessarie); un pittore non venderà, non potrà esporre in una galleria se non attira visitatori; un musicista troppo innovativo o in anticipo sui tempi “non incontra il gusto del pubblico soprattutto dei giovani”.

Se gli artisti, che sono le persone più consapevoli, sono anch’esse soverchiate dai condizionamenti sociali, rasate ad altezza uniforme come un prato all’inglese, loro che sono solitamente persone selvagge e spontanee, qual è la sorte per la gente comune?

Non si può stare chiusi in un recinto, come le anatre domestiche di Saint-Exupéry, a morire di desiderio vedendo le anatre selvatiche in cielo che migrano verso paesi lontani.

Anatre migranti

Santuario di Sant’Emiliano da Gardone Val Trompia (BS)


Itinerario alternativo ai percorsi più frequentati che, fatta eccezione per un breve tratto intermedio e per un più lungo tratto finale, permette di salire al Santuario di Sant’Emiliano immersi in un ambiente ancora relativamente selvatico e solitario, caratterizzato prima da una fitta boscaglia a tratti tappezzata da estese macchie di lamponi e poi, nella parte più alta, da boschi più arieggiati che aprono la vista sul fondo valle e sui monti del suo versante opposto, Guglielmo e Almana in particolare. Il tratto superiore della salita segue una comoda strada sterrata con alcuni panoramici scorci sulla valle di Lumezzane e il Monte Palosso. Il rientro a valle avviene lungo un bel sentiero storico-naturalistico tracciato nel largo vallone che dalla Forcella di Vandeno scende all’abitato di Marcheno. Si termina con una pianeggiante pedo-ciclabile inizialmente immersa nel verde, poi integrata nell’ambiente urbano di Gardone Val Trompia.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: l’ampio parcheggio di via Goffredo Mameli, in sinistra orografica della Val Trompia all’ingresso del centro paese.
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 315m
  • Quota di arrivo: 315m
  • Quota minima: 314m
  • Quota massima: 1121m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 836m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 836m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 14km
  • Tipologia del tracciato: per la maggior parte sentiero.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E3P
  • Tempo di cammino: 5 ore e 30 minuti
  • Segnaletica: paline e segni bianco rossi con numerazione 360 (salita e prima parte della discesa) e 361 (discesa)
  • Rifornimenti alimentari e idrici: negozi e bar di Gardone Val Trompia, rifugio presso il santuario (aperto il sabato e la domenica da marzo a novembre).
  • Rifornimenti idrici naturali: Sorgente del Pos Perlì a metà della salita; sorgente Vandeno a un terzo della discesa; fontanina nel tratto finale.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: alberghi di Brescia e bassa Val Trompia.
  • Fattibilità del nudo (nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): pressoché nulla di giorno e comunque limitata alla prima metà della salita; ampia nella notte.

Profilo altimetrico e mappa

La salita è suddivisa in due parti distinte: la prima con pendenza pressoché costantemente rilevante, la seconda che, eccetto alcuni tratti, spiana parecchio. La discesa è ininterrotta con una continua variabilità delle pendenze per terminare con un lungo tratto pianeggiante.

GPSies - Santuario di Sant’Emiliano da Gardone Val Trompia

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

Costeggiare il complesso commerciale/industriale in direzione sud e, alla fine della strada, scendere la breve rampa che porta ad un piazzale sterrato dove convergono tre strade. Prendere quella centrale che, cementata, ripidamente sale sul versante del monte sovrastante costeggiando il torrente della Val Siltro. Nel mezzo del primo tornante prendere a destra un sentiero che ripido sale nel bosco intasato di rovi e, tagliandone un lungo tratto, riporta sulla strada. Poco a destra, sull’altro lato della strada, riprendere la continuazione del sentiero e tagliare pure il successivo più breve tratto di sterrato (se tali sentieri risultassero impraticabili, seguire fedelmente la strada e al bivio che si incontra proprio dopo l’attraversamento del sentiero anzi detto andare a sinistra), ripresa la strada la si segue a sinistra e, dopo un tornante, con ultimo rettilineo si arriva al suo termine dinnanzi all’ingresso della cascina Rizzinelli. A destra del piccolo piazzale, parallelamente alla strada da cui si è arrivati, un sentiero sale la bassa ripa erbosa sopra la quale si biforca, andare a destra costeggiando a monte il prato della cascina. Poco oltre si perviene ad un bivio, prendere a sinistra per salire con forte pendenza. Ad altro incrocio proseguire dritti, al successivo andare a destra in piano, eseguita una curva a sinistra si riprende a salire in moderata pendenza fino a sbucare, proprio su un suo tornante, su un più largo sentiero che sale da destra, proseguire dritti salendo ripidamente. Il sentiero svolta a sinistra e con un diagonale arriva ad un altro bivio, andare a destra. Si percorre un tratto in lieve pendenza poi la salita torna a farsi più ripida con diverse curve e tornanti, alcuni con gradini in legno. Dopo un lungo diagonale verso sinistra si passa alla base della radura di un capanno di caccia, poco oltre si esce sui prati di una cascina (Casì delle Siùre) ben visibile poco sopra a destra. Con un primo tornante a destra si risale un poco tenendosi accosti al bosco per poi tagliare a sinistra in direzione della cascina.

Dalla cascina si gira a destra alzandosi leggermente e, passando accanto ad una seconda più piccola costruzione poco discosta dalla prima, si prende un sentiero quasi pianeggiante che procede in direzione sudest passando poco sotto un capanno dove si perviene a un bivio. Tenere il sentiero più basso (destra) e, ignorando le diramazioni che a sinistra salgono ai diversi capanni qui presenti, si procede con un lungo mezza costa a sali e scendi. Quando il sentiero riprende a salire con maggiore decisione, in corrispondenza di un tratto fuori dal bosco, lo si abbandona per salire un metro a sinistra e portarsi sul filo di un crinale (cancellino d’ingresso dell’ultimo capanno oltrepassato. Ignorando il sentiero che scende dritto in Val Larga, prendere il sentiero che sale a destra. In breve si perviene ad altro capanno che si passa sulla sinistra andando in leggera discesa ad attraversare una valletta per poi riprendere a salire. Uno strappo ripido porta, dopo un tornante a destra, alla sorgente del Pos Perlì. In mezzacosta si raggiunge un crinale erboso che si oltrepassa procedendo con minore pendenza e rientrando nel bosco.
Con una larga curva a destra si risale nel bosco per poi girare leggermente a sinistra e raggiungere una strada sterrata in località Paer. Andare a sinistra lungo la strada qui pianeggiante ma che presto prende a salire, con una svolta a sinistra si supera una larga e piana sella per procedere, scorrendo sotto altro capanno, in piano sul versante meridionale del Monte Calvario. Un ripido tratto cementato porta sopra la cascina dei Gromi Alti, qui la strada perde pendenza alzandosi dolcemente a casa Pedersini da dove, in leggera discesa e con una larga curva sotto una caratteristica rupe rocciosa (Corna Rossa), arriva a un largo piazzale sul cui lato destro una sbarra la chiude. Si oltrepassa la sbarra e, ignorando il sentiero che scende a destra, si prosegue lungo la strada salendo a un poggio a picco sulla valle. Sempre lungo la strada si sale ancora per poi, in leggera e breve discesa, arrivare al Santuario di Sant’Emiliano, una scala porta al largo piazzale erboso sul fronte della costruzione.

Dal lato destro del piazzale erboso si scende lungo un curvo muretto aggirando sulla destra un baracchino. Con due tornanti si scende verso il bosco per poi entrarci e procedere verso nordest prima in piano poi in discesa man mano più ripida. Ignorando un sentiero che scende a destra e poi un altro che sale a sinistra si perde quota per poi, con una larga curva a destra, puntare a dei prati che si vedono più in basso. Una curva a sinistra riporta verso il filo del crinale poco prima del quale si scende ad una sella (Forcella di Vandeno). Prendendo il sentiero che scavalca a sinistra la sella ci si porta sul versante della Valle di Marcheno che si attraversa in diagonale tenendosi in quota fino a pervenire sul versante opposto dove, parallelamente alla valle, inizia la discesa più diretta. Dopo un diagonale a destra si perviene ad un bivio e si prende il sentiero a sinistra per scendere ripidamente verso il torrente e poi seguirlo in direzione ovest. Giunti ad una strada cementata la si segue a sinistra e in breve si raggiungono le case di Rovedolo di Marcheno. Per strada asfaltata si scende dritti verso un ponte e poco prima di questo si prende a sinistra costeggiando alcuni capannoni, quando l’asfalto finisce si prosegue su sterrata fino a sfociare su altra strada asfaltata (via Rovedolo). La si segue a sinistra fino ad una sua diramazione che attraversa il Mela per portarsi sulla strada principale, qui ci si abbassa a destra per prendere un percorso pedo ciclabile che, sottopassando un ponte, si segue fino alla sua fine. Seguendo ora l’asfalto di via 2 Giugno, che poi diviene via Angelo Grazioli, si perviene alla rotonda d’innanzi al parcheggio.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Gardone Val Trompia – parcheggio 0:00
Casì delle Siùre 1:30
Pos Perlì 0:30
Paer 0:15
Santuario di Sant’Emiliano 0:40
Forcella di Vandeno 0:15
Rovedolo di Marcheno 1:30
Gardone Val Trompia – parcheggio 0:50
TEMPO TOTALE 5:30

#VivAlpe emula #TappaUnica3V con una bella cinquanta chilometri


Sabato 1 aprile, stamattina, al risveglio, le ginocchia m’hanno fatto un bel pesce d’aprile: dolori ovunque, mannaggia, proprio oggi che c’è la partenza della cinquanta chilometri di VivAlpe: l’Anello Bassissimo del 3V. Massaggione con Arnica in gel e poi faccio scorrere il tempo facendo alcuni lavoretti al computer e alcuni mestieri di casa. Con attenzione preparo l’equipaggiamento e allestisco lo zaino, piccolo, per giunta stretto a metà dal variatore di carico, eppure capace di contenere tutto quello che mi serve: eccezionale. Arriva l’ora della partenza, visto che sarò solo Maria mi accompagna a Brescia e mi verrà a riprendere domani.

Le ultime luci del giorno mi accompagnano nella risalita verso la vetta del Monte Maddalena, rumori della città che man mano si fanno più fievoli, una bellissima upupa dalla cresta marrone mi svolazza attorno per alcuni minuti, nel cielo le poche nuvole lasciano intendere un tempo clemente, il caldo man mano lascia il posto alla frescura, poi un fortissimo vento. Freddo, freddo pungente, dinnanzi all’ex rifugio una provvidenziale panchina m’offre comoda base per una prima sosta alimentare, nel mentre la notte velocemente si sovrappone al giorno. Lunga notte, segnata da una piccolissima falce di luna, nuvole sparse a tratti più dense, uno scroscio d’acqua, fruscii nel bosco, sbattiti d’ala improvvisi e altrettanto improvvisi fruscii d’animali in fuga, versi d’uccelli, un fascio di luce che fende l’oscurità illuminando il sentiero e la continua teoria di gialle primule, odori più o meno noti, lontane luci. Salite e discese che si susseguono, un’alternanza di strade e sentieri, per stavolta lento è l’incedere, intercalato da brevi pause contemplative e da lunghe soste alimentari, il caldo e il freddo che si mescolano di continuo, tremori e sudori, sudori e tremori, maglie che si sovrappongono o tornano nello zaino.

Luce del mattino, Villa Carcina, discreto anticipo, riposo ad una panchina, l’acqua d’una fontanina, colazione al bar, l’attesa di eventuali compagni, ripartenza solitaria. Una dura salita, un passo forzato, un tempo dimezzato, eccomi in cresta, eccomi nuovamente sul sentiero 3V.  È praticamente fatta anche se inverò mancano ancora una ventina di chilometri: da qui solo la lunghissima altalenante discesa verso l’arrivo. Ancora fiori, tantissimi fiori, soprattutto primule. Ora lo sguardo spazia lontano, ora s’incontrano persone, i rumori della valle si sono svegliati, il sole prima timidamente poi con maggior decisione squarcia le nuvole e riscalda l’aria. Passo dopo passo scorrono i monti, chilometri che si sommano ai chilometri, metri ai metri, nessuna stanchezza. Magnoli, Sella dell’Oca, Quarone, Passo della Forcella, Santuario della Stella. Forte anticipo sui tempi previsti, lunga sosta per pranzo, goduria del sole sulla pelle, l’incontro gradito con una collega, l’acqua fresca di una fontanella. Di nuovo in cammino, lentissimo cammino, tempo da far scorrere, osservazioni, pensieri, visioni. Penultima vetta, ancora una sosta. Via verso l’arrivo ormai vicino, c’è ancora tempo, sull’ultima discesa una piana radura erbosa offre comodo giaciglio per un’oretta di riposo steso e leggero. Suona il telefono, sono arrivate, stanno venendomi incontro, posso scendere, posso dare fine a questa lunga entusiasmante escursione. Baci, abbracci, informazioni, il beverone di recupero e un gelido crodino (che fantastica moglie), ancora pochi minuti di cammino e poi la macchina, il cambio, ancora qualcosa di fresco da bere.

È finita, anche questa è fatta, fatta nonostante tutto, fatta pur essendo rimasto solo, solo all’inizio, solo a metà, solo nella notte, solo nel giorno, solo. Fatta nonostante il ginocchio dolorante, nonostante la sofferenza nelle discese della seconda parte, un dolore forte, ma anche un dolore circoscritto, circoscritto ai punti scalinati, circoscritto ad una zona specifica del ginocchio, circoscritto e pertanto facilmente gestibile: opportune tecniche conservative mi hanno permesso di mantenere una velocità apprezzabile senza troppo sollecitare la parte dolente.

È finita, anche questa quarta uscita di VivAlpe 2017 si è conclusa, dignitosamente conclusa, conclusa integrandovi un per me importante test in funzione di TappaUnica3V:

  • cinquantaquattro chilometri e tremila duecento metri di dislivello;
  • un totale di circa venti ore (quattordici per il tratto da Brescia a Villa Carcina e sei per il ritorno a Brescia sulla sponda opposta della Val Trompia), delle quali al massimo sedici di cammino;
  • piena soddisfazione del nuovo zaino, scalda un po’ troppo la schiena (cosa comunque apprezzabile con il freddo) facendola sudare in abbondanza, ma è comodo sia nell’uso che nel portamento;
  • adeguatissimo l’abbigliamento selezionato;
  • perfetto il nuovo calcolo della quantità di liquidi;
  • giusto il nuovo rapporto tra acqua pura e acqua integrata (1 a 1);
  • ottimi i nuovi gel e ottimale il loro ritmo di utilizzo;
  • fantastica la mia preparazione fisica di base, andrebbero solo rinforzati i quadricipiti che si fanno facilmente e velocemente dolenti quando forzo il cammino, comunque a una velocità di molto superiore a quella che dovrò tenere nel giro finale;
  • forse troppo soft ma per nulla fastidiose le ginocchiere, indossate per quasi l’intero percorso;
  • grandiose le fasce rotulee, nei precedenti utilizzi non mi avevano invece particolarmente soddisfatto, qui, invece, indossate verso la fine in pochi minuti hanno azzerato tutti i dolori del ginocchio destro e quasi tutti di quello sinistro;
  • resta preoccupante il doloroso problema al ginocchio sinistro che, sebbene si risolva spontaneamente, necessita di tempi di riposo troppo numerosi e troppo lunghi rispetto a quello che potrò permettermi nel giro finale… già prenotate radiografia e visita specialistica.

Alla prossima!

Omnia munda mundis


 

Se è vero che ci comportiamo a seconda delle nostre conoscenze, esperienze e convinzioni, progetti, a seconda della geometria mentale che abbiamo del mondo e delle persone, sapere dell’esistenza del Paradiso Terrestre e di quel che è successo, se ci crediamo e se ci pare anche qualcosa di moralmente buono e giusto (= che la situazione ci possa dare maggiore benessere e rimanga in linea con la fondamentale coerenza con noi stessi), quelle in-formazioni si tradurranno automaticamente in ogni atto della nostra vita quotidiana e daranno ad esso una forma, lo con-formeranno e confermeranno, saranno espressione della nostra autocoscienza. In un certo senso, il mondo delle nostre relazioni è condizionato e gestito da ciò che ne sappiamo, da come le conosciamo, e da come vivendolo lo “muoviamo in avanti”. (Se vi serviva acqua calda, questa è l’ultima che ho scoperto).

Nel Nuovo Testamento troviamo una frase che è diventata anche una massima proverbiale: Omnia munda mundis («Tutto è puro per chi è puro» Tito 1, 15). Potrebbe essere un buon programma di vita, un filtro col quale vedere alcune cose che ci riguardano e che la nostra esperienza ci ha da tempo confermato: una frase come questa lascia intendere una estrema fiducia nei confronti dell’uomo, secondo uno schema concettuale che affida alla coscienza individuale la fondamentale scelta morale. Tuttavia faccio fatica a entrare in questa generalizzazione perché quel mundis definisce uno stato di “purezza” che discende da un progetto morale costruito, piuttosto che dal riconoscimento di una fondamentale e a-morale purezza originaria, genetica (che ho da rimproverare al mio naso, alle orecchie, ai miei piedi…?

Parlando di nudo, piuttosto che purezza (che può richiamare uno schema morale), preferisco la parola indifferenza, neutralità, non-applicabilità, estraneità; non perché ci sentiamo fuori dal consesso sociale, ma perché ritengo ingerenza di parte la presunzione che la società possa dettar legge anche alla biologia. E se proprio fossi portato al bivio di una scelta, piuttosto che trasformare la società in un’arena per gladiatori: “io starei con gli ippopotami”.

Il risultato può essere alla fine il medesimo (per strade diverse, entrambe le posizioni – quella dei “puri” e quella dei “biologici” – sono indifferenti al nudo), ma le ragioni sono molto diverse: in un caso ho una lista di controllo che mi distingue ciò che è puro da ciò che è impuro (e che di conseguenza posso capire se sono a-posto oppure no); dall’altra non metto in campo nessun filtro valutativo, nessun criterio di accettabilità: siamo così per natura, non c’è nulla su cui discutere, nulla che possiamo/dobbiamo scegliere. Possiamo essere pro o contro i terremoti?

Il distinguo morale è strisciato surrettiziamente nella nostra vita, perché osservando bene le parole della Genesi (3, 22) «ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male» dovremmo aver acquisito la capacità “divina” di conoscere il bene e il male. E secondo il principio socratico che associa il bene alla conoscenza, conoscendo il bene sarebbe impossibile poi non farlo (il più pragmatico Ovidio condivide, approva ma osserva che seguiamo poi le cose “deteriori”).

A questo punto torno a chiedermi perché il gesto di Eva sia considerato peccato se è privo di conoscenza e di volontà, di intenzione finalizzata a peccare, se non è da considerare una disubbidienza deliberata e voluta, di una negazione di Dio (quando il peccato non esisteva ancora). Probabilmente sto ragionando con categorie “teologiche” posteriori, aiutato dalla sistematica scolastica o con una logica fin troppo laica.

 

Demonizzazione del nudo

L’espressione di san Paolo può essere intesa anche come controllo della sessualità, l’urgenza e l’imperativo di una signoria sulle passioni e tentazioni, senza per questo cadere nell’artefatto opposto dell’astinenza forzata, scelta per voto o in vista di una qualche remunerazione spirituale, o della cosiddetta “continenza”, ormai troppo alla deriva verso la mistica religiosa (“grado iniziale e imperfetto della virtù della temperanza” dizionario De Mauro).

Invece che controllo mi piace di più la parola misura, in quanto ritengo che l’ipersessualizzazione della vita quotidiana porti a un appetito smodato (senza modo, cioè anche im-modesto, in-decente), dove la sovrapposizione del desiderio egoico ha travolto, stravolto, strangolato, stralciato, straniato anche la componente affettivo-relazionale: qui sì che ci vorrebbe un po’ di modestia, di buone maniere, di decenza, e non prender di mira solo l’esteriorità del vestire. Tant’è che alcuni circoli iper-cattolici hanno inventato persino il termine semi-nudismo per indicare le persone che in spiaggia non disdegnano di mostrarsi col solo costume da bagno. Per motivi di “sicurezza” e prevenzione pensano che già la “semi-nudità” sia da una parte un atto esibizionistico, un atteggiamento di disponibilità, un preliminare di seduzione e dall’altra un’insidia diabolica perché induce chi guarda a peccare, cominciando appunto col peccato degli occhi (e citano un passo evangelico, che può essere però inteso in due modi opposti: «La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso» Matteo 6, 22-23).

Prevenzione. Noto mega-figo latin-lover in azione sulle spiagge italiane, trattenuto provvidenzialmente dal suo angelo custode.

La modestia – tagliasiepi

A proposito di modestia, un altro significato del termine («disposizione d’animo di chi non nutre presunzione») porta a chiedermi se la modestia nel vestire sia anche un chiaro messaggio verso la società: che sto ai patti, che sono a-posto, che non voglio impormi, vantarmi, distinguermi, ostentare, prevaricare, prevalere, esser fuori misura, superbo, supponente, sfrontato, arrogante, tracotante (“lei non sa chi sono io!”) per umiliare, screditare chi la pensa diversamente, porre le distanze, mostrarmi superiore per un ritorno di fama, considerazione, potere, privilegio…

D’altra parte accolgo volentieri l’invito a non fare il modesto, a godere di potermi mostrare per quello che sono, dell’identità che mi son costruito e della stima che mi guadagno ogni giorno: mica me ne faccio una colpa. Ben venga che ci sia una misura, che il buon senso comune sappia vedere al di là degli schemi, delle siepi squadrate, che smascheri l’ipocrisia, che sappia apprezzare il positivo e originale apporto di ognuno.

Che poi, accade fin troppo sovente che una modestia imposta ci vada un po’ di traverso, ci stia un po’ stretta, divenga un po’ falsa, esteriore (appunto!). Non ritengo immodesta una margherita nei capelli, una gonna a fiori che si gonfia perché la ragazza vuole farsi ammirare, contenta di come in quell’istante si sente: son cose belle e pulite, pudiche… dal mio punto di vista, per gli occhi che ho nel guardare. Anche un corpo nudo può essere bello e pulito, persino pudico (i putti di stucco grassottelli e giocondi lo sono senz’altro; e così le migliaia di Bambin Gesù sulle ginocchia della Madonna), dipende dagli occhi con cui lo si guarda, con quale mente con cui lo guardo, dipende da come il pensiero dietro lavora, sobilla, progetta, s’immagina… dalla saliva che inghiotto. Perché si sa: «l’occhio del padrone ingrassa il cavallo».

Putto con la foglia di vite al castello di Aglié.
Quale “mente” può ritenersi offesa, destabilizzata, tentata, scandalizzata dalla nudità?

Ma anche in fatto di modestia qualcuno ha cambiato le carte: per il patrimonio di conoscenze che ha, per come ipotizza la società debba essere, per l’utopia che cerca di costruire, per le norme categoriche che è costretto ad applicare, vedendomi nudo mi attribuisce intenzioni e finalità che non ho, per come s’immagina il processo di causa ed effetto, perché “ben sa” come certe cose vanno poi a finire. Perciò è il primo ad essere immodesto, perché presume di essere migliore, si autovaluta migliore, forte di una fedeltà a un progetto divino, per definizione superiore a quello umano e naturale; di un impegno costante che richiede dedizione e sacrificio e dal quale si aspetta quello stesso guadagno che pensa che io voglia raggiungere con la mia immodestia. Non sono psicologo, ma ho sufficiente esperienza per pensare che le quaresime siano l’eccezione di una regola opposta che vige per il resto dell’anno.

Mi dispiace, ma la penso in altro modo, conosco le cose in modo diverso, non posso che agire in modo diverso: preferisco essere coerente con me stesso (con la natura che è in me, che giorno dopo giorno riscopro), che ossequiare un costume, le opinioni di altri. Liberissimi che abbiano altre mode e opinioni e si comportino di conseguenza. Ma anch’io!

Non si tratta nemmeno dei confini tracciati fra gli uni e gli altri dalla quantità di “libertà” assegnata a ciascuno, forse nemmeno di un diritto, scritto e sancito dall’Onu, ma di un principio ancora più a monte, a monte della stessa società e della necessaria politica che serve per stare insieme. È come chiederci se respirare è un “diritto”. È una condizione che ci deriva dalla natura: non possiamo applicare i nostri criteri alla natura… li vediamo, poi, i disastri che combiniamo. Vedo che la natura non ha bisogno di conoscere il bene o il male per essere viva e vitale; considerandomi innanzitutto una creatura naturale, cerco di seguire la natura per quanto possibile, piegandomi a volte come un bambù alle esigenze sociali per non dovermi anzitempo spezzare.

Test psicologico: Individuare nel gruppo di escursionisti la persona immodesta che vuole a tutti i costi imporsi o distinguersi.

#TappaUnica3V: Invito


Estendo a tutti i lettori e amici del blog l’invito a presenziare la mia partenza o il mio arrivo per questa riedizione del mio appassionante viaggio tra i monti della Val Trompia.

Un viaggio ideato e compiuto con varie motivazioni:

  • dare risalto e visibilità alle splendide tracce del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”;
  • manifestare dissenso verso la dilagante dipendenza escursionistica (e non solo escursionistica) dai mezzi tecnici (già molti sono coloro che non si muovono da casa senza aver prima consultato per più giorni le previsioni meteorologiche, senza poter contare sull’assistenza di un navigatore GPS, senza aver comprato in sovrabbondanza e senza reale necessità costosi materiali tecnici, eccetera);
  • dimostrare che, attraverso l’esperienza e la conoscenza (e la testa), in montagna ci si può andare anche con il minimo del supporto tecnologico;
  • dimostrare che anche un diabetico può permettersi delle “imprese” sportive;
  • invitare a supportare la ricerca sul diabete;
  • evidenziare che se in montagna incontrate una persona nuda potreste compiere un grave errore nel ritenerla sprovveduta, fuori luogo, esibizionista;
  • dissentire con quei sindaci e con tutti coloro che oppongono resistenza alla diffusione del nudo;
  • supportare i Sindaci e tutti coloro che non ostacolano la diffusione del nudo;
  • incitare a manifestare pubblica voce i Sindaci e tutti coloro che supportano, praticano o vivono il nudo;
  • protestare contro la convenzione giuridica che ritiene il nudo opportuno solo in contesti specifici o in ambienti isolati e solitari;
  • ribadire che il nudo è la nostra normale condizione e va pertanto inteso normale in qualsiasi contesto e ambiente.

Grazie già da ora a tutti coloro che saranno presenti alla mia partenza o al mio arrivo, a tutti coloro che mi supporteranno durante il viaggio ed anche a tutti coloro che mi penseranno per un sostegno morale.

Grazie!

Sono Natura


Dalla natura vengo a sapere che sono nato nudo, che anche sotto gli orpelli quotidiani, sempre nudo rimango; che nudo mi disfarò nella tomba, che eventualmente nudo mi presenterò al tribunale di Dio nel giorno del giudizio. Orpelli che mi si sono incarnati addosso, che sono diventati persino pensieri, convinzioni, stati e condizioni, definizioni, dati di fatto, credenze, certezze, assiomi, talvolta ossessioni, su cui ragionare e agire di conseguenza. La controprova è che, mollati i paludamenti tessili e le fisime mentali, ci vediamo semplici e nudi, come pane senza companatico… ma buono lo stesso.

 

Semplici e nudi

Semplici e nudi innanzitutto verso di noi: so benissimo della pancetta che ho, di certe pliche flaccidose della pelle, del grasso che mi ottunde i bei pettorali. Però se è così che son fatto, così mi tengo. Perché, se per primi noi stessi non ci accettiamo, troveremo negli sguardi degli altri un giudizio (presunto) e una conferma del nostro scontento.

Guardandoci dal punto di vista della natura, vediamo la nudità come fatto naturale, come non ci fosse differenza fra la stanza da bagno e fuori, fra casa e fuori. E gli altri son forse Marziani? No! Anche loro sono figli della stessa natura. E perché dunque pensarci indecenti, come se qualcosa di noi fosse inaccettabile, fatta male, quasi innaturale? (persino della natura abbiamo un’idea di come debba essere – secondo noi!) Perché del distinguo che fa la “ragione”, il pensiero dei più che ci dice che cosa è decente e che cosa indecente? Se non è indecente la natura, non sono indecente neanch’io, nemmeno se son sovrappeso. Penso che sono più indecenti i nostri “razionali” pensieri: la lingua batte dove il dente duole.

Ma, una volta spogliati, ci si apre un mondo, ci sorprendiamo del mondo, ci fa meraviglia – anche di noi ci meravigliamo: così non ci siam visti mai! La differenza maggiore la scopriamo dentro di noi, nel mutamento dei pensieri, delle convinzioni, delle valutazioni, che si traducono in comportamenti, atteggiamenti, scelte di vita. Senza acrimonia, senza stracciarci le vesti, senza indignarci, ma semplicemente e risolutamente andiamo da un’altra parte… nel castagneto del Dosso dei Camosci ad esempio, a sentirci finalmente sinceri con noi stessi, a constatare la differenza fra legge “divina” e legge naturale. Ma non dovrebbero essere la stessa legge, visto che proprio Dio ha creato la natura così com’è? Chi ha mischiato le carte? Chi sta bleffando? E crediamo a Pascal: “se  l’asso ce l’ha, abbiam perso; se l’asso non ce l’ha, ci punisce comunque per aver anche solo pensato che stesse bleffando. È meglio scommettere che ce l’abbia e, pazienza, game-over. Ma chi mi ha costretto a quel tavolo di poker? A scommetter la mia vita per un atto di fede, con un patto di fede? Grazie, io non gioco. “Cosa? Non stai al gioco, non vuoi giocarti la vita con Dio? Non può volere la tua rovina: se poi ti ritrovi in mutande, la carità ti verrà in aiuto, la Sua misericordia è infinita. «Non essere incredulo, ma credente, Tommaso!» (Giovanni 20, 27)”.

La natura mi parla per archetipi, non ha parole, non ha tutorials, non mi manda i concetti già bell’e fatti, pronti per l’uso: ha mille altri modi, mille altri fatti, mille nuove esperienze che posso scegliere di fare per provare a conoscermi meglio. Con me, ma anche in confronto con altri. E dopotutto, da qualche parte ci sono anche i sentimenti… e non son poca cosa.

Tutti capiscono il freddo ed il caldo, il giorno e la notte, il disagio e il benessere, la fatica e la gioia… Non posso per tutta una vita cercare di evitar la natura: scegliere il piano e non la salita, l’auto invece dei piedi, il cotto invece del crudo, le primizie di serra perché non so aspettar la stagione, la corsa invece del passo, i sapori “genuini” e “salati” , ricordarmi della crema solare, mettermi gli occhiali da sole… Sembra quasi che stiamo creando un’anti-natura, una creazione parallela che stiamo rifacendo da noi, come se il Creatore non fosse stato bravo abbastanza. Chiaro, noi vogliamo capire, smontiamo e rimontiamo, se qualche pezzo non combacia, annunciamo una nuova invenzione… Ci stiamo costruendo un pianeta tipo Gattaca, asettico e innaturale.

La doccia d’aria fresca

Il nudo stride. Il cane-da-guardia del pudore ci abbaia alle spalle, per farlo tacere non abbiamo che da spogliarci, riconquistarci quel corpo che dovrebbe essere solo nostro, involucro e specchio della nostra anima, la nostra costante k in quanto persone.

Il nudo ride. Il nudo ci fa contenti. Di un’intima gioia di persone comuni, che appunto perché spogliate di tutto, si vedono forti egualmente, non appese a pensieri, a progetti, a valori che danno una parvenza di vita: ci accontentiamo di esser dei burattini?

In casa sto nudo; al mattino mi alzo, mi affaccio al balcone e mi stiracchio levando in alto le mani con le dita incrociate: le prime boccate d’aria mi scandagliano, mi entrano, come mi entran negli occhi i primi bagliori dell’alba; il frescolino mi avvolge la pelle, sembra che l’aria stessa si sia avvicinata e voglia conoscere me – non c’è nessun altro -, darmi il buongiorno; non è ostile, non rabbrividisco, è una doccia d’aria fresca. I balconi a destra e sinistra sono deserti, e se anche una mattiniera vicina uscisse sul poggiolo a sprimacciare i cuscini, vedendomi al naturale così come sono, sorpreso con le dita della marmellata ancor nella bocca, le vedrei un sorrisetto spuntar sulle labbra, contagiata dal lieto, leggero, fresco sorriso che le manda mio corpo libero, tutto, intero dalla testa ai piedi, selvaggio come un Boscimano, naturale come son per me stesso. È naturale esser nudi, più che l’esser vestiti. Lo sanno anche i sassi.

Ma noi siamo sociali: da soli siam brava gente, ma insieme… sembra sparisca buona parte di umanità; insieme siamo più forti, lavoriamo di squadra (gli eserciti son formidabili! non importa del prezzo, se davvero vuoi conquistare qualcosa: prezzo d’amatore). Viribus unitis, unendo le forze è più facile raggiunger lo scopo. Spesse volte questo scopo non l’ho scelto da me, ma qualcuno più forte di me, divenuto forte perché gli ho ceduto la mia forza (volente o nolente). In questo la società mi fa paura, mille volte più della natura. Anche in natura tragedie e disastri sono all’ordine del giorno. Solo la Walt Disney poteva inventarsi un Lion King: solo noi lo vediamo “re della foresta”; in realtà, un leone non va oltre la propria famiglia; una tigre non mangia più del necessario; le api non vendono il proprio miele.

La consapevolezza sociale è molto diversa dalla consapevolezza personale.

Per “rispetto delle differenze” omologhiamo tutti, tutti uguali di fronte alla legge; il multanova scatta per tutti automaticamente… poi con la cassiera mostriamo chi siamo (galloni, occhiolino, “facciamo-a-metà?”…)

La nostra costante

Il nostro k o il nostro (氣), il prana, che è lo stesso che spiritus o anche il “soffio che ci ha dato la vita” (πνεῦμα), la nostra “essenza individuale” (o carattere, psiche, anima, personalità, identità, individualità, forza d’animo, carattere, indole… ma anche volontà, decisione, intenzione, scelta) lo teniamo rigorosamente per noi, è poco socializzabile, se non nella ristretta cerchia di amici. Eppure non c’è nulla di più universale e di fuori dal tempo: questo tratto umano universale che dà il senso allo studio della storia come storia di uomini, di tutti gliuomini, quel quid di umanità che trapassa di generazione in generazione senza disperdersi, senza inquinarsi; quell’idea di uomo che possiamo ammirare negli uomini di oggi come in quelli di ieri. È quell’energia personale e interna di ciascuna persona, che lascia il proprio sigillo nelle cose che fa.

«Il al mattino è fresco» diceva Sun Zu. Eppure è con la nostra maturazione, con l’evoluzione che ci siamo scelti da noi, che ci relazioniamo con gli amici e gli sconosciuti. L’attenzione ai suggerimenti della natura ci fa evolvere nella direzione che noi vogliamo, una direzione vantaggiosa, perché più equilibrata, meno stressante, più sana, più piacevole, più istintiva, ma a suo modo regolata nel variarsi e adeguarsi giorno per giorno.

Dal balcone di casa guardo le torbiere, la campagna, il sole che nasce, i nuvoloni carichi d’acqua. Mi sento a-posto, giusto così. Non sto segnando le crocette fitness su una tabella. Mi distrarrei: sono molte le cose che il corpo percepisce in quell’istante: la mia presenza-esistenza è un vortice di mille pensieri, una dinamo che si sta caricando: mi riconfermo in quello che sono, con questa sensazione di oggi in più, e domani sarà di nuovo lo stesso e diverso. Linfe sconosciute mi circolano in corpo, forse son raggi (l’intero alfabeto greco non basta a elencarli), forse fotoni, forse dell’altro che ancora non sappiamo che esiste, ma che pur ci fa bene.

E allora penso che mi sono ripreso un pezzo di corpo, come se finora mi fosse stato rubato, se è questo corpo, ora tutto intero, che mi ridà tutto questo che sento, e che ben non so dire.

Questo sento mi fa la natura.

La Natura mi sbraga: dov’è l’indecenza?

Di fronte allo spettacolo della natura, dopo ore di marcia e sudore, durante le quali abbiam dialogato, interagito passo dopo passo con la natura, dopo che ad ogni curva qualcosa cambiava, fotogramma dopo fotogramma, arrivati alla cima ci viene spontaneo dire al mondo qualcosa di noi, qualcosa di sincero, di nuovo, di stupendo, qualcosa che scopriamo lì e allora per la prima volta, ci vien automatico dimostrare il nostro apprezzamento, la nostra meraviglia e sorpresa; l’esigenza di non tener nascosta, separata, specialissima, con la scusa che sia privatissima, nessuna parte del nostro corpo, così sensibile a tutto, che tutto questo coi sensi ci ha fatto capire, come fosse l’altra metà di noi stessi; al diavolo le convenzioni e convenienze, dov’è l’indecenza? mi calo le brache (non è atto di resa, e nemmen di protesta o sberleffo), mi par di volare, di esser grande come tutto l’orizzonte che vedo, mi sento in gola la sazietà di un momento di  gloria, la tranquilla normalità di una magnificenza che mi diventa respiro, inalato a pieni polmoni. Non valgono un pensiero gli stupidi pantaloni abbassati alle caviglie: andrei in prigione per un momento come questo. Mi sento gonfio come un tacchino che fa la ruota, fiero come un lupo che va per i fatti suoi, piena la testa di grilli minuscoli e vispi, orgoglioso come un piccolo dio, compreso di un’esperienza che mi sta trasformando, invanito di cose da nulla, ma che pure son rare, grandi e preziose – mie! pieno di vanterie belle, buone e reali; mi sento ricco di niente, perché non saprei dire di che… forse semplicemente di vita. La natura mi dice che ogni momento, normalmente io sarei così, abitando una «casa in cima al mondo» come cantava Pino Donaggio quand’ero ragazzo. Ah, sì che ci vien voglia di crescere, perché all’improvviso si sa come fare, cosa fare, com’è.

Sbragati dalla Natura (Foto di José Gomez, California – da http://www.maktiv.net)

#TappaUnica3V tabella di marcia 2017


Ci eravamo lasciati con un doloroso allenamento: dieci chilometri con il ginocchio sinistro sempre più dolorante. Il giorno dopo il dolore era ancora presente e il successivo le cose erano ulteriormente peggiorate: in discesa dovevo fare le scale un gradino alla volta. Il martedì pomeriggio, all’improvviso, i dolori si attenuano notevolmente fin quasi a scomparire. Felice ma comunque previdente: acquisto lo stesso ginocchiere e fasce rotulee (già che ci sono, visto che anche il destro ogni tanto duole, ne prendo una coppia cadauna) che utilizzo tutta la settimana. Arriva il sabato e, per testare il ginocchio, programmo un breve giro esplorativo: quindici chilometri per mille metri di dislivello. Parto senza ausili ortopedici e, pur forzando parecchio, le cose vanno alla grande tanto che a metà della prima leggera discesa provo ad abbozzare la corsa: per un poco tutto bene poi si ripresentano i primi dolori, mi rimetto al passo e questo basta per farli svanire, bene ma per oggi niente corsa. Per un bel tratto non ho problemi poi con la seconda ripida discesa riecco i dolori, sono leggeri ma per evitarne l’aggravarsi indosso la ginocchiera che mantengo fino alla fine del giro alla quale arrivo senza particolari problemi, se non per il caldo soffocante del primo pomeriggio. Contento del risultato mi avvio sulla strada del ritorno, prima di tornare a casa mi fermo al supermercato per fare la spesa e ne esco con il ginocchio nuovamente dolorante a causa degli sforzi fatti per girare il carrello appesantito da quattro confezioni di acqua. Sebbene questo mi abbia permesso di localizzare esattamente la sede del dolore (punta anteriore sinistra della testa del Perone), inizio ad essere seriamente preoccupato: forse conviene prenotare un controllo specialistico, suggerimenti per un buon ortopedico, meglio se pratico di problematiche sportive, a Brescia o dintorni?

Nel frattempo ho concluso la revisione della tabella di marcia dello scorso anno integrandovi i nuovi tempi di sosta ai cinque rifornimenti che, stavolta, invece d’esservi integrati si aggiungono alle quaranta ore di cammino. I calcoli sono stati rivisti fruendo di uno strumento cartografico on-line (GPSies) che permette un più semplice e accurato (anche se l’impressione è che sia ben lontano dalla precisione) calcolo delle distanze e dei dislivelli, ho anche determinato le velocità più adatte per ogni tratta e sulla base di queste, con una lunga serie di aggiustamenti, definito i tempi di cammino.

Quest’anno effettuerò il giro due settimane prima nella speranza di trovare meno caldo inoltre, al fine di rendere più facile la partecipazione a chi desiderasse seguirmi dal vivo (partenza e arrivo sono stati abbinati a due eventi Mondo Nudo per un accompagnamento e numerosi sono i passaggi da punti raggiungibili in auto o con un breve cammino) e per permettermi un più semplice reperimento dello staff logistico (chi volesse darmi la sua disponibilità è pregato di farmelo sapere il più presto possibile e comunque entro la metà di maggio al fine di darmi tempo per una diversa organizzazione logistica nel caso nessuno o pochi si facessero avanti), ho scelto un fine settimana. Dal punto di vista del percorso rimane la decisione di seguire tutte le varianti alte (qui puoi vedere il percorso completo), mentre, ricalcando quanto fatto nell’inaugurazione del sentiero 3V, la partenza avverrà dalla piazza principale di Brescia (Piazza della Loggia) dove penso di allestire un punto di incontro che possa richiamare l’attenzione.

Detto questo ecco qui di seguito la mia definitiva tabella di marcia; ovviamente l’unico orario certo è quello di partenza, farò di tutto perché lo sia anche quello di arrivo ma non posso prometterlo, mentre gli altri vanno intesi come approssimativi: per diverse ragioni potrei, come successo lo scorso anno, subire dei ritardi oppure in alcuni tratti tentare delle accelerazioni. Anche i tempi di sosta ai rifornimenti sono indicativi: in caso di ritardo potrei ridurli per recuperare, in caso di anticipo potrei aumentarli.

7 luglio
· Partenza – Brescia, Piazza della Loggia ore 20.00
· Brescia, inizio via San Gaetanino ore 20.30
· Ex Rifugio Monte Maddalena ore 22.05
· Chiesa di San Roco a Nave ore 23.30
8 luglio
· Santuario di Conche ore 01.10
· Passo del Cavallo ore 02.40
· Passate Brutte ore 04.55
· Corna di Sonclino ore 05.30
· Punta di Reai ore 06.55
· Lodrino – Agriturismo Isola Verde (sponsor) ore 07.45
.     sosta e rifornimento 1: ripartenza ore 08.45
· Passo della Cavada ore 09.40
· Passo del Termine ore 10.40
· Piani di Vaghezza (parcheggio basso vicino al chiosco bibite) ore 11.25
· Monte Ario ore 12.55
· Passo di Prael ore 13.50
· Corna Blacca ore 14.50
· Passo delle Portole ore 15.25
· Cima del Dosso Alto ore 16.05
· Giogo del Maniva – Albergo Dosso Alto (sponsor) ore 17.20
·     sosta e rifornimento 2: ripartenza ore 19.20
· Monte Dasdana ore 20.35
· Goletto di Cludona ore 21.05
· Monte Crestoso ore 22.00
· Foppa del Mercato ore 22.55
9 luglio
· Monte Muffetto ore 00.20
· Colle di San Zeno – piazzale del Rif. Piardi ore 02.30
·     sosta e rifornimento 3: ripartenza ore 03.30
· Monte Guglielmo ore 05.05
· Croce di Marone ore 06.00
· Punta Almana ore 07.30
· Santa Maria del Giogo (trattoria) ore 09.05
· Zoadello Alto – Vineria Zoadello ore 10.10
·     sosta e rifornimento 4: ripartenza ore 11.10
· Uccellanda della Colmetta ore 13.00
· Monte Magnoli ore 14.00
· Sella del Quarone di Sotto ore 14.30
· Monte Selva (Santuario della Stella) ore 15.15
· Monte Peso ore 15.55
· Monte Picastello ore 16.40
· Arrivo – Urago Mella, inizio via della Piazza da via Interna ore 17.00

La Natura mi svela


Il guard-rail

Nudo non mi so difendere, sono da solo, ho bisogno della società. Della società con le sue leggi. Devo proteggermi innanzitutto da me, dagli eccessi che posson scoppiare all’improvviso, fuori controllo. La società con le sue indicazioni (il portare vestiti, ad esempio) mi aiuta a temprare gli istinti. Fa leva sui sensi di colpa preventivi, sul pudore, sulla vergogna, sulla “responsabilità” (il redde rationem, il registro dei conti, da consegnare alla fin della fiera a san Pietro). La legge mi aiuta a dominarmi, ad avere una misura. Mi impone un suo rito, m’incanala in un flusso, nella massa, nel suo alveo dove tutti più o meno scorriamo, più o meno d’accordo. Lo fa per il mio bene, per evitare che càpiti il peggio: per me e per gli altri. Teme le tentazioni che sono ognidove, spifferi di un’altra realtà, di un anti-mondo che serpeggia, pronto sempre a insinuarsi e colpire appena scopre una falla; a tentare, appena scopre un uzzolo anche solo incipiente; teme per noi gli istinti che ciascuno abbiamo inscritti nella nostra “natura”, in quel “sesso” mai bastantemente addomesticato, ancora troppo naturale e selvaggio – eròta svolazzante, impudico, “maleducato”; non ha mai imparato a parlare, come il bambino-lupo dell’Aveyron -, che ci comanda come tremendo tiranno; al di fuori di ogni regime, di ogni regola, al di fuori di ogni progetto razionale per il nostro futuro.

È compito della legge: lo fa per me e per il bene della società, per l’ordine generale: ogni cosa ordinata è migliore.

La recinzione e il guard-rail
Da: Pinterest
Non sopporto di essere confinato entro questa recinzione [i comandamenti di Dio], io la salto.
Aspetta. Non è una recinzione, è un guard rail.
La citazione dai Proverbi viene così tradotta: «Chi custodisce il precetto custodisce se stesso, chi trascura la propria condotta morirà

La pratica nostra e l’etnologia ci prova l’esatto contrario, che in natura ogni cosa è a misura. Non è la vista del nudo ad esser releaser (“attivatore, scatenatore”) di istinti scomposti, ma è quell’insana aspirazione di un ego arrivista e furbino che per ogni cosa che fa vuole aver la medaglia, un riconoscimento sociale, come avesse superato un ostacolo a vantaggio di tutti, raggiunto una vetta finora inviolata, spostato più in alto l’asticella del salto, portato a termine un’impresa esemplare. Un atleta olimpionico: a lui il merito, la vittoria è di tutti, in eurovisione.

Sull’altro lato

Dichiaro: sono indifeso, è vero, ma non devo difendermi proprio da nulla, nemmeno da me stesso. Pagherò, ma rimarrò quel che sono, fin che posso resistere. Orgogliosamente dico che son grande abbastanza, che so “dominarmi”. Fino a un certo punto, ché oltre sarebbe un tradire me stesso. E allora, la semplice, innocente, casta mia nudità che c’entra con tutti quei paraventi, quei paventati e mai detti pericoli? che c’entra col preconcetto giudizio, con sacrosanto precetto, col bennato consiglio di riconoscere che ho bisogno d’aiuto e difesa, e la legge lì pronta ad aiutare e difendere? E la disobbedienza, se generalizzata sarebbe un disastro sociale, un disordine colossale… Da ogni disordine, si dice però, nasce un nuovo ordine.

Intanto constato: le strettoie delle prescrizioni han fatto nascere una gramigna innaturale, infestante. Mi fido più di Madre Natura che di Padre Diritto. Credo (!) che per natura siam buoni, siamo affettuosi e gentili, ad essa affidati viviamo arrischiati e persino un tantin scapestrati, proprio perché non manchiamo di nulla, perché non temiamo di nulla. Perché siam fatti così, a posto nel mondo, come ogni altro animale. La “civiltà” ci ha imbastardito con la pretesa razionale, positiva e scientifica di saperne di più, di volere di più, di valere di più, di meritare di più. Ci ha sommerso di slogan magniloquenti e imperativi diktàt: fai così – fai cosà! E abbiamo disimparato ad ascoltare la natura dalla quale siamo nati, della quale siam fatti; quella stessa natura che sentiam dentro di noi e ci fa funzionare: respiriamo, cresciamo, proviamo emozioni… viviamo. Ed è la stessa natura che continua anche fuori di me, che vedo viva nel mondo. La natura mi attraversa come un raggio di sole che mi scalda sotto la pelle, come sguardo d’un occhio sollecito che mi scandaglia a veder come sto, come luce che mi contorna le forme di bianco e di ombra; come contrappeso ancorato che mi rende sgravato e leggero; come benessere che mi sprizza dai pori; come freddo che mi entra nelle ossa; come fatica che mi chiede una sosta; in forma d’un’emozione che mi prende, mi scuote, mi spreme, mi sprona… E so che son io, che son filo d’erba, che sono castagno dalla scorza rugosa e son pure lo spazio di luce, smagliante e splendente, che si stende fra me e le nitide cose che mi stanno dintorno. Sono anche pensiero di queste stesse cose che vedo, e penso che anche loro vedono me: videor, ergo sum, “sono presenza, essenza, esistenza, apparenza… dunque sono”. Sospeso, la spina staccata, sconnesso, fuor d’asse, la ragione svapora, perdo equilibrio, lievito per forza maggiore, indulgo nella percezione al presente, smemorato di tutto, ma sveglio, attivo ed attento, galvanizzato d’un’interna buona energia… vivo.

I castagni del Dosso dei Camosci (Monte Magnoli, Villa Carcina), 12 marzo 2017.

«L’immagine non è la cosa, ma la sua conoscibilità (la sua nudità), essa non esprime, né significa la cosa; e, tuttavia, in quanto non è che il donarsi della cosa alla conoscenza, il suo spogliarsi dalle vesti che la ricoprono, la nudità non è altro dalla cosa, è la cosa stessa» [Agamben, Nudità, p. 119]

Nudità e conoscenza

La nudità è totale visibilità, totale presenza, totale persona, perfetta, genuina, integrale; non segno, non rinvio a un diverso significato; prova di nulla, oggetto banale, normale, di nessun senso e valore, non-classificato, nulla top-secret. E vedere il corpo nudo significa percepirne la pura conoscibilità al di là di ogni segreto, prima di ogni ipotesi o idea, prima di ogni verifica di laboratorio: lasciarsi vedere e lasciarsi conoscere dal vero chiude il cerchio della conoscenza fra me e il mondo reale, equivale a conoscere davvero, nella reciprocità dell’andata e ritorno. Proietta all’esterno la consapevolezza di me, mi cala nel reale come grumo di lievito che attende un po’ d’acqua e un raggio di sole per farmi sentire che son buon pane dorato, fragrante, da sciogliersi in bocca, per dar gusto e sostanza a quel che poi vedo, a quel che mi assimilo, a quel che vedo divento, a quel che mi scelgo come cibo per me.

La nudità come percezione, intuizione, acquisizione di conoscenza della Natura operante nel mondo e in noi: il corpo-che-conosce si forma, si modella, parallelamente come corpo-conosciuto. Se poi questa conoscenza (attiva e passiva) corrisponde a bellezza e verità (entrambe come atto di scoprimento, di svelamento: alètheia in greco significa “non-nascosto, verità”) dipende da personale predisposizione, apertura, dialogo attesa, attenzione, incantamento, tentazione. E mi piace anche dire che è una verità nuda, una verità muta, che non ha bisogno di parole per essere espressa, di mente per essere appresa, di megafoni per esser comunicata, di interpretazioni per esser compresa, di riflettori per richiamar l’attenzione, di coturni per mettersi in mostra.  Qualcuno pensa che la nudità sia una verità eccessiva e non necessaria, anzi pericolosa. Può darsi che sia diventata tale proprio a motivo della misura imposta, a motivo del pudore, a misura della perdita dell’onore (= vergogna) e alla quale il costume nei secoli ci ha abituato.

 

Il velo

Per la mia esperienza e percezione non darei ragione a Walter Benjamin, quando dice che «il bello non è né il velo, né ciò che è velato, ma invece l’oggetto nel suo velo». Darei troppa ragione al velo, lo legittimerei, lo sparerei in iperbole come più vero del vero, lo renderei necessario da un punto di vista estetico – per cominciare – e poi è un attimo giungere all’uso del velo per attingere anche all’etico, alla bellezza morale: velo veicolo di un simbolo, come fa il novello marito quando alza il velo e bacia la sposa.

Un velo… ed è subito sposa!

È vero che le cose funzionano anche così, che c’è più peperoncino e attrattiva nel disvelare, che nel vedere apertamente (il vedo-non-vedo). Ma si tratta di un artificio fin troppo umano, vergognosamente umano: erigere una recinzione per poter guardare dal buco: da una parte stuzzica gli appetiti, la passione, dall’altra lo strappare quei veli è smaccata (a volte violenta) dimostrazione di arrogante, prepotente potere.

Lo scopo delle recinzioni: il solito velo, il ritardo, l’attesa per aumentar l’appetito

Dal punto di vista estetico ritengo che sia una bellezza artefatta, un’arte troppo concettuale: l’ostacolo mette in azione l’immaginazione che restaura l’integrità originaria; che stimola il desiderio di superarlo. C’è chi apprezza l’intervento ideativo dell’uomo, il rispecchiarsi narcisistico dell’ego collettivo di una società e di una cultura nei confronti della natura. Ma che cosa manca all’uva di Zeusi se persino i passeri la volevan beccare? (Plinio, Storia naturale XXXV 61-66)

«Si racconta che Parrasio venne a gara con Zeusi; mentre questi presentò dell’uva dipinta così bene che gli uccelli si misero a svolazzare sul quadro, quello espose una tenda dipinta con tanto verismo che Zeusi, pieno d’orgoglio per il giudizio degli uccelli, chiese che, tolta la tenda, finalmente fosse mostrato il quadro; dopo essersi accorto dell’errore, gli concesse la vittoria con nobile modestia: se egli aveva ingannato gli uccelli, Parrasio aveva ingannato lui stesso, un pittore.»

La bellezza naturale è bella e buona, non ha bisogno di velare la propria virtù perché venga meglio apprezzata, scoperta come meraviglia inattesa, ritrovata come fosse perduta da tempo. Non ha bisogno di celarsi, di farsi meno appariscente per un gioco di falsa modestia. O per renderla sacra, accessibile solo coi riti.

La misura della natura

Nudi nella nuda natura, spogliati del segno e del sogno che ci vorrebbe caporali, si riscopre la nostra primigenia natura, in quella definizione di “uomo” che non ha bisogno di parole per essere immediatamente compresa, in quella visione diretta e olografica di sé che si fonde in tutt’uno con l’ambiente naturale; un sé non distinto, non separato, non diverso dal mondo in cui vive; senza bisogno di verbalizzazioni, di rapporti scritti, di indagini, di teorie unificanti, di letteratura, ma piuttosto di un sé vivace di sentimenti, vibrante di emozioni corpose e spontanee che ci fanno sazi e appagati.

Dalla natura temiamo ci vengano solo mali da cui difenderci: il freddo, il vento, il troppo sole, la perdita delle comodità civili e sacrosante. Abbiam perso il senso stesso della nostra natura e della “natura”. Troppo semplici, troppo banali per gente che sa, che conosce le Treccani del mondo. Ci vogliono i riti, le solennità; ci vogliono i significati, gli obiettivi, i metodi, gli strumenti, la coerenza, la formula matematica, la teoria del tutto… Dimenticando che Madre Natura saprebbe fare tutto da sola, altrettanto bene e forse anche meglio.

Inneggio al corpo esposto al sole, esposto al freddo, al vento, alla pioggia, alla fatica, al sudore, a una gioia composta, intima e muta, all’auto-percezione spogliata di veli, turbamenti e timori. È vivo. Senza ripari, senza pretoriani, senza comodità. Perché così è la vita: non si fa servire. Questo il senso, l’anima, la scossa, la scintilla interna che sentiamo viva in noi e che ci fa sentire vivi altrettanto, integri, perfetti, fatti di carne e di sangue…  incantati di quel che vediamo e che siamo.

#TappaUnica3V, mazza che botta!


Lo sappiamo bene, così vanno le cose: te le vai a cercare e non ti succede niente poi, quando meno te lo aspetti, quando tutto è tranquillo ecco la botta, e che botta. Nel buio quasi totale un bel tuffo a pesce, senza possibilità di un seppur blando riparo delle braccia, senza ammortizzazione, giù diretto di muso, giù a sbattere la faccia, sono solo riuscito a indirizzare la caduta sull’erba anziché sul duro, sono solo riuscito a girarmi un poco di fianco per atterrare prima con la spalla, sono solo riuscito a tenere alta la testa fino all’ultimo, fino a quando il contraccolpo me l’ha fatta abbassare e, scivolando sull’erba, farla sbattere contro l’affilato e irregolare bordo del viottolo. Strusccc e poi crac, nitidi i rumori che ho percepito nel sbattere la testa, nitida la sensazione d’essere stato prepotentemente agganciato in fronte da uno spuntoncino, nitido il calore del sangue che si faceva strada nella ferita. Certo date le premesse poteva andare molto peggio, alla fine me la sono cavata con poco: tre piccoli tagli, due in fronte e uno, provocato dagli occhiali, sul naso, e qualche leggera contusione.

Già, così vanno le cose, duri allenamenti, corse per rovinose discese, salti su rocce scoscese senza mai nemmeno rischiare una caduta e poi… poi vado a cadere sul vialetto del giardino di casa. Mannaggia. Non ho ben capito come ma, scendendo da uno scalino, il piede si è storto (e controllando il terreno buche o zolle non ne ho trovate, boh!) e le borse pesanti che avevo sulla spalla sinistra sono partite avanti trascinandomi senza possibilità di reazione nella rovinosa caduta. Altre borse nella mano sinistra me la tenevano occupata, usare solo la destra voleva dire rompersela o rompersi il braccio e così istintivamente, non l’ho usata per attenuare la caduta, mi sono solo girato sul fianco destro per sfruttare l’erba del prato che era da quella parte. Va beh, alla fine mi sono fatto ben poco e gli allenamenti sono andati avanti senza sosta, ah gli allenamenti, è di questo che questi articoli vogliono parlare, e di TappaUnica3V, ma non posso disgiungere il tutto dalla mia vita, TappaUNica3V è ormai parte della mia vita, una parte che si è profondamente integrata con tutto il resto, una parte che mi sta dando nuove emozioni e mi sta facendo scoprire la realtà del trail, del lungo cammino fatto in velocità e continuità, una realtà che, come troppo spesso capita, alcuni contestano con i soliti “non la capisco”, “la montagna è calma, perché correre” e via dicendo, in questa sede voglio solo dire “prima di parlare provateci” un suggerimento logico e saggio che dovrebbe valere per qualsiasi cosa, per il trail come per il nudismo, le due anime di TappaUnica3V.

Torniamo al contesto, torniamo ai miei allenamenti, stavolta voglio evidenziare l’incontro con gli animali. Purtroppo (o per fortuna? Gli animali allo stato brado devono così essere, altrimenti sono animali da zoo) non è facile incontrarli, a volte, come mi è successo con i cinghiali, si percepiscono nella notte (esperienza incredibilmente fantastica… sia il camminare di notte, che il percepire la presenza di qualche grosso animale) senza poterli vedere, altre volte, come pure mi è successo con i cinghiali, si sentono ma ancora non li si vedono, qualche volta si riesce a vederli, si riesce camminando in silenzio, si riesce essendo soli (e ne approfitto per dire “provateci a camminare soli, non abbiatene paura, dev’essere bagaglio di ogni escursionista”), si riesce immergendosi nella natura, diventando natura nella natura. Dopo i cinghiali dello scorso anno, quest’anno ho incontrato scoiattoli, fagiani e qualcosa che ancora non ho definito (vedi foto), non mi sembrano fagiane (coda troppo corta) parrebbero più delle quaglie ma sono troppo grossi, boh, se qualcuno li conosce e me ne dice il nome lo ringrazio a priori. Ehm, risolto (grazie a un momento di calma e a Internet): sono coturnici!

È bello, bellissimo quando sbucando da una curva all’improvviso ti appare davanti un animale anche se piccolo, bello se ti riesce di non farlo scappare, ma ancor più bello se questo, come il fagiano dell’ultima uscita, come deve fare un animale veramente selvatico, si mantiene a debita distanza, ti corre via davanti, corre veloce seguendo il sentiero che anche tu dovrai fare fino a trovare il varco per uscirne e svanire nella vegetazione. Bello, affascinante, altro che incontri pilotati attraverso l’addomesticazione degli animali, come avviene in quelle zone dove guide turistiche e accompagnatori (in particolare subacquei) danno quotidianamente (o quasi) da mangiare agli animali per tenerli a portata di mano! Questa è natura, vera natura, questo è rispetto per gli animali, vero rispetto!


28 febbraioCreste di Vallio Terme

Ventuno chilometri millecentosessantotto metri di dislivello, quattro ore e trentasette minuti.

5 marzo – Leggera passeggiata alla Rocca di Manerba in compagnia di Maria.

7 marzoAnello di Sant’Antonio fatto in cinquantasette minuti.

11 marzoAnello orientale della Val Bertone combinato con la dorsale nord di Caino

Ventotto chilometri e mille cinquecento quarantacinque metri di dislivello, sei ore e ventiquattro minuti. Incontrato uno scoiattolo nero.

18 marzoGiro delle creste di Nave e Caino

Fantastica e lunga escursione che comporta un continuo su e giù per monti con vari sbalzi di quota anche piuttosto rilevanti. Quarantatré chilometri e mezzo con un totale di duemila novecento trentacinque metri di dislivello. Percorsi in dodici ore e diciotto minuti, comprese ventiquattro minuti di sosta, l’unica vera sosta fatta, di più nei primi ventinove chilometri non ho mai avuto bisogno di fermarmi per prendere fiato o rilassare le gambe, solo qualche brevissima sosta tecnica per togliere o mettere capi d’abbigliamento o per scattare qualche foto. Purtroppo al trentaduesimo chilometro è subentrato un dolore al ginocchio sinistro impedendomi il previsto rush finale di corsa… altra botta di cui dovrò tener conto per le prossime uscite e per il giro finale: fascette ammortizzanti? ginocchiere? ghiaccio? arnica? altro? Vedremo!

Decenza, concetto variabile


La legge sembra voglia difendere la società dalla vista del nudo (quello quotidiano, non quello artistico o artefatto). E quando parla di “pubblico” non fa eccezioni, come se la vista del nudo fosse indecente per tutti. Non spiega perché; sembra sia un concetto ovvio da capire. Ma se fosse davvero ovvio non ci sarebbe l’articolo del codice a vietarlo. Si suppone che la nudità altrui offenda, si suppone che vada contro i principi morali, vigenti come norma superiore per tutti. Dire «principi morali» è però un’esagerazione, in quanto non mi pare che il nudo sociale sia cosa tanto grave da poter riguardare la morale (e da quando la legge prende a prestito dalla morale le linee guida per la civile convivenza? – da Costantino, almeno). Non mi pare che un affare di indecenza sia così importante da dover invocare i rigori del codice penale. Offesa (peraltro presunta – o pretestuosa)  non è lo stesso che danno.

Nel 1999  è stato abolito il reato di turpiloquio (legge nr. 205 del 25 giugno, art. 18); un’abitudine ancor oggi indecente (se non offensiva) per molti. Nello stesso anno l’art. 57 del decreto legge nr. 55 del 30 dicembre 1999 ha depenalizzato il reato di bestemmia, declassandolo a reato amministrativo («Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 51 euro a 309 euro» art. 724 c.p.)

Un cartello contro la bestemmia

Come mai dunque il nudo, rispetto al quale materialmente sussiste solo una convenzione giuridica, viene ancora sentito e gestito come reato nonostante la depenalizzazione degli articoli 527 e 726 c.p., e la conseguente trasformazione in illecito amministrativa con ammenda cento volte più alta di quella della bestemmia (certamente offensiva)?

Non riesco ancora a spiegarmi le “braghette legali”: chi o che cosa dovrebbero difendere, quale senso civico salvaguardare? E queste “braghette” sono a difesa del pubblico o del singolo obbligato a portarle? Quel singolo che non ne ha capito, nemmeno per sé, il recondito motivo dell’obbligo, o non vuole capirlo, o non lo accetta. Per una banale questione di opinabile “decoro”, senza poter dire né a né ba, un qualsiasi agente mi può multare come stessi facendo sesso alla vista di tutti o guidassi pericolosamente. Sono di testa dura, non capisco le cose al volo: perciò, signori legislatori spiegatevi meglio, potrei anche capire. Spiegatemi anche che cosa intendete per decenza: perché se è un progetto ideale di come voi vorreste vedere la società, allora ogni crimine è un’indecenza, anche la mancanza di educazione è un’indecenza, anche le mille furbate, i mille sgarbi quotidiani che le persone si fanno fra loro sono un’indecenza, anche le mille cose che non funzionano a dovere sono un’indecenza. Tutte certo provocano una reazione, un moto di rabbia, di intolleranza, lo sbotto di un’imprecazione impotente. Ma se ti fai veder nudo, sei una vergogna vivente, allora paghi: 5.000 euro sull’unghia! Risarcisco la società per il turpe spettacolo cui l’ho costretta ad assistere. E tutto può esser risolto a palanche!

Non vedo infatti nella semplice nudità un’offesa evidente, immediata, rilevante, oggettiva, altrimenti non sarebbero ammessi i resort, le spiagge, le piscine, le spa, i club riservati e recintati… I Finlandesi col loro vezzo di fare le saune nudi dovrebbero uscirne tutti ammaccati… Altrimenti non mi spiegherei – se siamo tutti esseri umani, con le stesse vulnerabilità – come mai il nudo è permesso in Francia, in Spagna e Croazia e vietato in Italia. Se la vista del nudo fosse davvero dannoso per i bambini (quando proprio i bambini sono assolutamente indifferenti alla nudità, prima che vengano istruiti ad avere reazioni “da grandi”), non mi spiego come nei campeggi e nei villaggi siano ammesse le famiglie; come mai esistano tanti studi psicologici e pedagogici che evidenziano l’importanza dell’educazione al nudo.

Quel che trovo ingiusto – e mi pare cosa grave, trattandosi di un articolo del codice penale, cioè di uno dei fondamenti della giustizia – è che

1) la legge prenda le parti di un gruppo sociale, ma peggio ancora che assuma a modello esemplare (cioè, da estendere prescrittivamente a tutta la società) il comportamento di quel gruppo sociale. Questa omologazione imposta per legge mi pare sia alquanto antidemocratica, perché fa differenze (che la legge non sia uguale per tutti?), perché va a simpatie, perché favorisce gli “amici” (elettori);

2) la legge che vorrebbe imporre alla (presunta) minoranza il rispetto delle buone maniere, è lei, per prima, ad essere irrispettosa di un costume diverso dal suo, ma pur rispettoso. Come mai lo stesso richiamo al rispetto è a senso unico? Capirei se si trattasse della setta degli Assassini descritta da Marco Polo. Si tratta invece di un gruppo di persone che in materia di decenza ha opinioni, convinzioni e comportamenti semplicemente diversi rispetto ad altri, e non accetta che siano vietati per il solo fatto di essere diversi, perché questa diversità non reca danno a nessuno. Fino a pochi anni fa gli omosessuali erano chiamati eufemisticamente diversi. Ma le cose sono cambiate! Nel Medio Evo i sodomiti erano condannati a morte, nel secolo scorso finivano in prigione, fino a pochi anni fa erano oggetto di disprezzo, di dileggio e commenti pesanti. Ma gli omosessuali, e le donne, e i neri, non hanno smesso di insistere, di resistere, di mostrarsi, di affermare la propria esistenza, i propri diritti in quanto persone. Esser tollerati non bastava, non bastava allargare le sbarre alla gabbia.

La gente oggi è meno propensa di ieri a bersi tutto: vede, riflette, ragiona, capisce, dice le proprie opinioni, si dissocia… e comincia a comportarsi di conseguenza. Col tempo, emergeranno altri comportamenti finora tenuti nascosti, non saranno più così rari, nulla sarà più uno scandalo. Non perché ci sia di peggio (penso agli scandali veri, agli abusi, allo strapotere di certe cupole, conventicole, comitati d’affari) ma perché le persone sono tutte diverse, anche se «la Legge è uguale per tutti». La legge dovrà adeguarsi ai cambiamenti delle persone e non le persone ad esser “guidate” dalla legge.

La presunta offesa alla decenza (nemmeno più al pudore) riguarda solo chi la vede come tale. Non è un dato oggettivo. Se poi offende la maggioranza al potere nel suo desiderio “romano” di estendersi a tutta la Gallia; se questa parte della società mostra un’insofferenza astiosa nel veder prosperare gruppi di resistenza alla Asterix, e pretende che il suo “gusto” sia legge, consiglierei di rileggere l’episodio dantesco di Semiramìs (Inferno canto V, 52-57):

«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

L’episodio conferma che non è mo’ da oggi che la va a ’sto modo. Non per questo deve essere giusto e sacrosanto continuare nel solco di una tradizione che, almeno su questo punto, fa acqua da tutte le parti, un’“alluvione” ormai difficile da arginare.

Se poi la sicumera di una parte della società si sente minacciata dal diverso atteggiamento di un gruppo di strampalati senza-mutande, che hanno opinioni diverse dalle sue; se ha bisogno dello scudo della legge (dell’abuso di potere che le consente di imporre per legge il proprio punto di vista), direi che come minimo dimostra di non esser poi così salda come vorrebbe mostrare di essere.

Lei non sa chi mi credo di essere  [da:http://www.frigolandia.eu/?q=node/187%5D

Ma penso non si tratti semplicemente di questo, quanto piuttosto del dispetto che prova nel vedersi rosicchiare giorno per giorno quel “premio di maggioranza” (sempre presunta) che manda in fumo l’aspirazione tirannica, la percentuale totalitaria, premesse che le consentirebbero di dormire sonni tranquilli. E manda in fumo anche il suo tentativo di colonizzare le zone limitrofe per crearsi una fascia di sicurezza, ma nel frattempo non si accorge delle debolezze interne. E così può accadere che le amministrazioni locali si trovino a gestire la patata bollente del mutamento dei costumi: il modo più semplice e efficace sarà considerarlo questione di ordine pubblico.

Poiché il concetto di decenza rimane indefinito, per non incorrere nei rigori della legge ce ne facciamo uno noi, che prudenzialmente tende ad essere via via più rigido di quel che la legge intendeva. L’azzardo di agire imprudentemente è molto rischioso: 5.000 euro di multa non sono bruscolini. Sono una vena d’oro per le casse comunali, equiparabile ai proventi di una liberalizzazione del nudo per attirare turismo, ma infinitamente meno rischioso dal punto di vista politico.

Ferita nel proprio orgoglio, non vedendosi adorata come si aspetta, non accetta che i propri princìpi – dati per buoni ed ovvi per tutti – non siano condivisi proprio da tutti. Ammettere che altri abbiano opinioni diverse è un rospo difficile da inghiottire, forse più che ammettere d’aver torto. Ma ciò dimostra solo l’immaturità politica di chi, forte dei numeri di una parte pilotata e asservita, non ha ancora ben capito cosa sia democrazia, pur continuando a predicarla ex-cathedra come nuovo catechismo. E fa anche l’offesa, questa parte, si straccia le vesti nel vedere la reazione di chi la pensa diversamente. E non molla per principio, per partito preso. Altrimenti si mostrerebbe nuda – uh, le tette flaccide, che orrore! è questione anche di estetica elementare, di decenza! -, si vedrebbe l’inganno, il pallone gonfiato, la costruzione surrettizia che ha voluto imporre con la forza dei numeri e della legge e col non-rispetto del principio stesso – inflazionato dalle troppe ripetizioni, da finire per esser sospetto – del rispetto delle opinioni diverse.

Che poi tutto questo sia stato preso a prestito dalla «religione di Stato» – formulazione ancora presente nella legge 55 del 1999 – (per mancanza di idee proprie o di originale ispirazione) e vicariandola nella società civile attraverso la politica, le restituisca il favore, è argomento che qui non è il luogo per approfondire.

Sole e fiori per l’uscita al Monte Magnoli


Si avvicina la primavera, le temperature si fanno meno gelide, mentre le foglie dal marrone iniziano ad assumere le tonalità del verde e il terreno si macchia con il giallo delle primule, il viola delle pervinche, viola e bianco delle violette, bianco e giallo delle margheritine. Grazie ad un sole che è riuscito a farsi spazio nella copertura nuvolosa della prima mattina, un’inondazione di suoni, colori e sensazioni ha così accompagnato la nostra terza uscita di VivAlpe 2017 durante la quale, partendo da Villa Carcina, attraverso la Sella dell’Oca siamo saliti al Monte Magnoli per poi ridiscendere seguendo l’opposto crinale, quello di San Rocco.

Undici coloro che si erano registrati, tra questi un nuovo amico che, purtroppo, non ha potuto raggiungerci: un incontro solo rimandato di qualche settimana. I dieci presenti, cinque maschi (Attilio, Angelo, Emanuele, Marco e Vittorio) e cinque femmine (Cristina, Francesca, Luise, Maria e Paola), dai sette ai sessanta quattro anni, seppur disturbati dal passaggio di numerosi ciclisti e anche di un nutrito gruppo di più chiassosi motociclisti, hanno gioiosamente goduto della camminata, del sole e dei fiori, percorrendo l’anello esattamente nelle sei ore previste. Grazie ad una salita fatta un poco più celermente di quanto programmato, è stato possibile prolungare un poco la pausa pranzo, fatta nei pressi della Sella Magnoli anziché della vetta del monte omonimo, vuoi perché in quest’ultima sede s’udiva il fastidioso rumore di motoseghe, vuoi per trovare una collocazione meno esposta al fresco venticello che batteva il crinale sommitale. Qui il temerario Vittorio, stimolato dalla posizione leggermente defilata dall’ipotetico passaggio delle persone, ha sfidato la temperatura non ancora ottimale levandosi tutti i vestiti: la nuda pelle risulta fortemente recettiva, basta un sottile raggio di sole per piacevolmente percepirne il forte calore, soprattutto se anche i genitali ne sono interessati.

Nella discesa ci siamo potuti permettere un’altra lunga sosta al Dosso dei Camosci, bellissimo poggio panoramico popolato da grossi alberi di castagno con ampia visuale sulla bassa Val Trompia, su Marcheno e Lumezzane, su Concesio e la parte alta di Brescia, sui monti del Maniva e la costiera a nord di Lumezzane, sul Monte Palosso e il Monte Maddalena. Qui due di noi (l’inarrestabile Vittorio e l’intraprendente Angelo) non resistono all’invito del sole ora ben caldo anche per la totale assenza di vento e, semplici immagini nude nell’accogliente splendida nuda natura, si fanno immortalare dell’amico Attilio, fotografo sempre alla ricerca di nuovi ritratti per il suo libro in lavorazione o per futuri utilizzi.

Più in basso facciamo la conoscenza con un signore del posto che c’intrattiene mostrandoci le sue interessantissime pietre dalle sembianze di visi umani e di animali, personalmente sono rimasto affascinato da un pezzo di ramo che riproduceva con grande fedeltà la forma di una lepre al pascolo. Anche questa è montagna, anche questo è escursione, anche questa è integrazione con l’ambiente.

Giunti a valle ci apprestiamo al consueto post escursione con il miglior integratore del mondo: la bionda birra. Purtroppo, a parte una gelateria, i bar risultano tutti chiusi (almeno quelli che individuiamo sul nostro percorso) e dobbiamo spostarci di diversi chilometri verso la città per dar seguito al nostro desiderio, esaudito il quale gli ultimi saluti e l’arrivederci alla prossima escursione: per alcuni la cinquanta chilometri dell’Anello Bassissimo del 3V in programma ai primi di aprile, per molti, il ben più corto Anello dell’Eremo di Sant’Emiliano in programma per la fine dello stesso mese.

Grazie carissimi amici, grazie per la vostra presenza, grazie per l’ennesima splendida giornata di montagna.

Il nudo come rinvio a…


I “tempi biblici” in cui si colloca il mito del Paradiso Terrestre risalgono a un periodo un cui non esistevano vacanze, escursioni, campeggi, club, in cui esisteva solo il tempo quotidiano, scandito dal ritorno ciclico delle feste. Allora non esisteva il nudismo e il nudo era manifestazione eccezionale, involontaria ed estrema (profetismo 1Samuele 19, 24, Isaia 20, 2-3; prigionieri 2 Cronache 28, 15; Isaia 20, 4; l’episodio di Malco nell’Orto degli Ulivi, Marco 14, 52). Nel lungo elenco in Levitico 19, 6-19; 20, 11-21 viene usata la parola nudità  per indicare i casi in cui congiungersi sessualmente con una persona sarebbe stato atto incestuoso; in altri luoghi l’espressione scoprire la nudità significava “stuprare”.

La diffusione di cartelli che vietano il nudismo dimostrano l’aumento costante della sua diffusione. A mano è stato aggiunto un “francesismo”.

La norma attuale che vieta la vista del nudo in pubblico e la sua giustificazione (gli “atti indecenti”) al confronto, è recentissima: se si è arrivati ad inserire una norma, vuol dire che esisteva l’esigenza di arginare un comportamento non più eccezionale! La norma deriva probabilmente da due tendenze opposte: da una parte il puritanesimo, la mentalità vittoriana e dall’altra, in tempi più recenti, dall’ipersessualizzazione della vita quotidiana, spacciata per “liberazione” alla Marcuse, Reich, Figli dei fiori. Da una parte i “buoni princìpi”, a buon diritto estensibili a tutta la popolazione (ma buoni per autodefinizione di parte); dall’altra la deriva massmediatica, caotica, arrogante, fracassona e irrispettosa, che sfrutta l’appeal come strumento per attirare l’attenzione e accoppiare desiderio, emozioni, ricordi, comportamenti esemplari, a qualcosa da comperare, o come elemento imprescindibile per il successo di un film, di un libro, di una manifestazione (majorettes). Desideri, emozioni, ricordi, comportamenti sono dunque spiazzati e indirizzati artificiosamente verso qualcosa di innaturale o non scelto da noi. La cosa acquistata diventa il surrogato e forse anche il sostituto (non tanto fantasmatico) dei nostri desideri, emozioni, ricordi, comportamenti autentici e personali.  Se si usa il richiamo al sesso per propagandare un prodotto, qualcosa di sesso vi rimane attaccato e l’oggetto viene usato per giungere al sesso (o nell’illusione di).

In questa deriva, anche la parola nudità perde il su significato autentico di stato naturale. Stavo per dire espressione naturale, ma sarebbe stato appiccicare alla nudità qualcosa che è solo una finalità nostra, un contenuto, un messaggio da far arrivare; mentre si tratta semplicemente di uno stato, il più possibile neutro, senza giudizi, ragioni, incrostazioni, parassitismi, finalità. Nell’usare la nudità per uno scopo, la si sfrutta per quella serie di risposte, consapevoli  o meno, istintuali ed arcane, che proprio l’introduzione del pudore ha cercato di moderare… Ops!… ha cercato di stimolare. Qui sta il busillis e in fin dei conti l’ambiguo stratagemma di vietare la mela per renderla maggiormente desiderabile (è una legge di mercato). Se la nudità diventa un mezzo si snatura, si imbastardisce dell’intenzione cui serve da veicolo.

Il nudo come segno rimanda necessariamente a qualcosa d’altro: probabilmente a quegli atti indecenti che la legge vorrebbe vietare. È appunto questo rimando che mi pare illegittimo, una forzatura, un abuso della nudità, perché viene associata a comportamenti che nulla hanno a che fare con la nudità in sé, e proprio il divieto ha indicato la via per un suo “uso”. Sfruttare la nudità vuol dire far leva sullo stereotipo comune dell’associazione nudità = “buono da mangiare” (la “mela”). In questo contesto culturale la nudità è funzionale agli scopi specifici per cui è stata sacralizzata e l’accesso pubblico ad essa una specie di culto condiviso ma con rigide norme (proprio per evitare l’indecenza, la volgarità, non scendere al di sotto di quel “gusto” propre, di quella pulizia di modi richiesti in società, che a loro volta rimandano a un ordine morale, a un comportamento come-si-deve, predicato in mille modi). La “decenza” ha tracciato un confine fra i comportamenti: da una parte quelli accettabili dall’altra quelli “indecenti”, non ammissibili in società; li ha caricati di moralismo, li ha ufficializzati con leggi e sentenze, assicurandone la durata, usando la legge per rafforzarne l’efficacia, confermandone la conformità con quadro ideale con cui la società vuole presentarsi a se stessa, con l’autoritratto con cui vuole che ogni componente si riconosca. L’autoreferenzialità è un circolo vizioso che impedisce lo sguardo critico, la visione dall’esterno.

Il nudo perde perciò le proprie caratteristiche naturali per assumere le vesti di cui lo si è caricato concettualmente. Per questo recuperare la nudità, nuda di tutti gli orpelli aggiuntivi, equivale liberare la parola e noi stessi di un peso: quelle vesti non sono state scelte da noi, e sono la camicia di forza in cui viene costretto il nostro comportamento e il nostro pensiero, l’ideazione di comportamenti per il nostro benessere (prendere il sole, escursioni, lettura…), ma anche  di lavori casalinghi o in campagna, giardinaggio, hobby, che ben sappiamo riescono meglio se fatti da nudi. Equivale a un atto di giustizia verso la natura: con la nostra pretesa di saperne di più, stiamo costringendo il corpo all’innaturalità, con tutti i pericoli che insorgono quando si superano i segni di confine posti dalla natura. E questo, appunto perché l’innaturalità è generalizzata, non può non avere ripercussioni sull’intera società.

Abituati come siamo, le prime volte potrebbe stupire vedere nell’auto accanto uno che guida nudo, in un giardino una signora che cura le rose, la squadretta di calcio che si allena nell’antistadio, bambini al parco giochi, un vignaiolo che pota le viti, una famigliola che pranza nel patio di casa, podisti, ciclisti, un pittore davanti al suo cavalletto, un pescatore sul lungolago… eppure è solo questione di abitudine. E lo abbiamo imparato nelle nostre escursioni: proprio perché il nudo è facoltativo non v’è differenza, non è la prova di niente, nemmeno deve dimostrare la coerenza con una definizione («sono nudista, perciò…»), né la fedeltà ad un’associazione. Non essendo segno di nulla, non rimandando più a quelle “cosacce indecenti”, perde tutto il suo significato, il suo “effetto”, e la legge non saprà più a che cosa appigliarsi: nudi o vestiti è proprio la stessa cosa, non è il vestito che fa la differenza.

Nel giardino di casa – A

Senza divieti


L’abolizione dell’art. 726 c.p. avrebbe delle analogie con la cacciata dal Paradiso Terrestre: toglierebbe alla maggioranza della popolazione quella “difesa” dagli “atti contro la decenza” esponendola allo spettacolo indecente della nudità. Toglierebbe a molti la sensazione di sicurezza che provano accoccolati nella legge. Toglierebbe ad altri il senso di un’obbedienza imposta (dalla società? dallo Stato? dal Parlamento?).

E se è vero che nella nudità altrui vediamo anche la nostra, si comprende quanto grande possa essere l’imbarazzo e la vergogna di molte persone: non che tutti abbiamo necessariamente qualcosa da nascondere (in fondo la nudità è quanto di più aperto e disarmato ci possa essere, tanto che è simbolo di innocenza – appunto perché sotto stretta sorveglianza), ma semplicemente per abitudine, costume, educazione, etichetta.

L’abolizione dell’articolo non obbligherebbe nessuno a spogliarsi. Esattamente come i referendum sul divorzio e sull’aborto non ha obbligato nessuno né a divorziare né ad abortire; esattamente come l’abolizione del turpiloquio (che era il secondo comma dello stesso articolo) non ha mutato il modo di parlare delle persone; un tempo era punito anche lo sputare per terra, ora – spontaneamente – non lo fa quasi più nessuno.

Rimane una differenza col peccato originale: la rinuncia alla protezione offerta dalla legge non è una negazione, o una rivolta, o un allontanamento, o un disconoscimento di tutta la legge. Le persone “si accorgerebbero di essere nude”, si aprirebbero gli occhi sul proprio corpo, cambierebbero le relazioni, la percezione di sé; senza il divieto sul collo, probabilmente si sentirebbero anche un poco più libere, almeno come sensazione. Senza che nessuno sia corso a strappare loro di forza le vesti di dosso. Altre, più vulnerabili, si sentirebbero esposte alla vergogna (anche senza spogliarsi): non avrebbero vergogna tanto della propria nudità: non approvando, mai si spoglierebbero, quanto piuttosto di quella degli altri (tanto a volte siamo mimetici!), avrebbero vergogna per essi; come quando in inverno ci può cogliere la sensazione di freddo vedendo qualcuno in pantaloncini e maglietta.

Senza l’art. 726 cadrebbe invece ogni vergogna, non vedremmo più pubblicità spinta al limite della volgarità, cosa che oggi fa tanto chic; cesserebbero un sacco di fisime che di solito si associano al nudo; tanti pensieri che si fanno alla vista di qualche centimetro di pelle in più. E se è proprio la visione del nudo reale (e non artistico) che scatena l’eccitabilità, la sua inflazione sgonfierebbe quell’automatismo, oggi inevitabile, di considerare ipso facto il nudo come invito, occasione, seduzione, adescamento, esibizione.

 

Una riprova l’abbiamo proprio nei campi o durante i raduni nudisti: le sessioni fotografiche di Spencer Tunick, le varie NBR, campeggi in Croazia e Sablière sono ben lungi dal trasformarsi in problemi di ordine pubblico o in orge di massa: non c’è nessuno che sbava, le tanto temute erezioni in pubblico non si vedono. A riprova anche che il sesso è sempre anche una questione di mente, può essere ricondotto ad un controllo decente, non è detto che sia quell’irrefrenabile istinto di natura spesso addotto come alibi per giustificare stupri, violenze, atti osceni, scatenati – si dice – da audaci scollature o vertiginose minigonne.

Se le parole integrale e bio usate per classificare alcuni prodotti alimentari richiamano concetti come salute, equilibrio, benessere, semplicità, naturalità e spesso sono scelta radicale e irreversibile; altrettanto si potrebbe dire della nudità: integrale e biologica.

Ripensare il nostro corpo nella sua integrità e naturalità, un’abbronzatura senza segni di slippino o spalline, una riconsiderazione di sé come di essere vivente prima secondo natura e poi sociale aprono una prospettiva di riequilibrio, di ragionamento e comportamento positivi, che col tempo mostreranno i loro benefici anche in ambito sociale. Cioè nella qualità delle relazioni con le altre persone, relazioni non tanto basate su rispetto e tolleranza (che francamente mi sembrano atteggiamenti un tantino artefatti), quanto su indifferenza e naturalezza. Come a dire: «con la nudità sfondi una porta aperta, scopri l’acqua calda», non c’è bisogno di un manuale di istruzioni. È come il lievito liofilizzato: ha perso la sua efficacia, è inattivo, non suscita tutto quello che prima poteva suscitare, sono rimasti solo il sapore e le vitamine. La tranquilla indifferenza dei nudisti di fronte al nudo può essere generalizzata ed estesa a tutta la società. Molto dello stress, dei disordini, disequilibri, eccessi nei rapporti con le altre persone cadrebbero all’istante: cadrebbero pudore, remore moralistiche, ansie immotivate, giudizi di valore e di accettabilità. Tutto diverrebbe normale e quotidiano senza timori, senza vergogne, esattamente come sentiamo indifferente, ovvio e naturale il volto che abbiamo.

Sessismo sociale… #nudièmeglio


Mentre la televisione ne parlava e ne trasmetteva le immagini, parlavo con “mia” (virgolettato per rimuovere dal termine quel sentore possessivo che viene spesso utilizzato per costruire strumentali destrutturazioni dei discorsi) moglie dello sciopero di ieri, quello delle donne, all’improvviso, per quelle strane strade che vengono percorse dalla mente radiale di chi usa abbondantemente le mappe mentali, una folgorazione: quanto è sessista lo sport, perché si perpetua ancora la svilente abitudine di separare la classifica tra maschi e femmine? Sono assolutamente convinto che in assenza di tale ormai obsoleta distinzione si potrebbero osservare risultati strabilianti.

Poi il discorso si è allargato…

Oggi si parla tanto di abolire il sessismo, figure più o meno rilevanti della società, dell’economia, dell’industria, della politica, dei governi manifestano l’appoggio a tale campagna e poi… poi per convenienza socio-politica si supportano atteggiamenti che differenziano ancor più l’uomo dalla donna discriminando quest’ultima (vedi, ad esempio, la, certamente complessa ma non per questo meno sessista, questione del velo imposto alle donne, e solo a loro, da certe religioni ed estremizzato dagli integralismi pseudo religiosi), ma soprattutto poi nulla viene fatto per eliminare quei tanti micro aspetti sessisti presenti nella società, ad esempio bagni e spogliatoi separati in scuole e centri sportivi, che proprio perché micro si insinuano più facilmente nel costume sociale condizionandolo ad una visione sessista.

Il sessismo va rimosso alla radice abituando i nostri ragazzi alla condivisione pacifica degli stessi spazi anche per quanto riguarda quelle situazioni in cui ci si potrebbe trovare parzialmente o totalmente nudi, di più, va proprio incentivata la nudità, sia essa intesa come momento privato che come momento conviviale, vanno del tutto eliminati i vani individuali presenti negli spogliatoi, va incentivato il cambiarsi pubblicamente, vanno rimossi i divieti (comparsi da qualche anno in piscine e palestre) al farsi la doccia nudi, vanno organizzati incontri sociali dove l’abbigliamento sia del tutto facoltativo e magari anche alcuni dove il nudo sia obbligatorio, va ripristinata l’antica abitudine dello sport in nudità.

Il nudo è l’arma più potente contro il sessismo: solo se nudi siamo tutti uguali, solo se nudi impariamo il più profondo reciproco rispetto, solo nella nudità sociale si debellano i vari stereotipi di genere, solo in una società nuda si può trovare quella sicurezza globale che era una delle voci in causa nello sciopero di ieri, solo una società nuda è priva di quegli stimoli che inducono atteggiamenti deviati e in primis la violenza sessuale. Solo in una società nuda!

Vestiti è bello, Nudi è meglio!

#nudièmeglio

Per un 8 marzo che segni un passo decisivo per i diritti delle donne #nudièmeglio


Inutile nascondersi dietro paraventi esili come un sottilissimo filo d’erba, ipocrita farsi scudo con l’imposizione delle quote rosa, sterile giustificarsi rigettando il problema sulle spalle altrui, alla fine la verità è palesemente una e una sola: in nessun paese del mondo, Italia compresa, esiste ancora una vera parità tra maschi e femmine; in nessun paese del mondo, Italia compresa, le donne possono ancora vantare gli stessi diritti degli uomini; in nessun paese del mondo, Italia compresa, le donne possono sentirsi sempre e comunque al sicuro.

Scendere in campo per manifestare contro questa situazione è solo un primo passo, occorre fare di più, occorre fare qualcosa di concreto e questo qualcosa passa anche (e soprattutto) per la normalizzazione del nudo, unica chiave che possa portare alla necessaria rivalutazione del corpo, quel corpo tanto bistrattato e vituperato, quel corpo che diviene lecito solo se utile agli interessi di potere, quel corpo che è mostrabile solo quando corrisponde a canoni estetici artificiosamente definiti, quel corpo che, alla fine, è diventato il terrore di tante persone e per alcune anche la fonte di indicibili sofferenze, finanche della morte.

Normalizzando il nudo si estirpa una delle più potenti armi di ricatto psicologico, si elimina uno dei più tenaci vincoli di potere, una delle forme più incisive e distruttive di denigrazione, si rimuove alla radice il tarlo che impedisce alle donne di sentiersi sempre e comunque sicure, di sentirsi sempre e comunque alla pari dell’uomo, di godere degli stessi diritti e degli stessi poteri. Nudi è meglio in tutti i sensi, ineluttabile, incontestabile, inevitabile… lo dimostra la realtà dei fatti, lo dimostrano le comunità nudiste, lo dimostrano i gruppi di maschi e femmine (adulti, giovani e bambini) che vivono e condividono spazi e tempi nella più tranquilla nudità, lo dimostrano… ineluttabile: #nudièmeglio.

#nudièmeglio uno slogan che deve risuonare da oggi in avanti, uno slogan che deve guidare alla (pacifica) rivoluzione sociale, un mantra che deve insinuarsi nella mente della gente.

#nudièmeglio … #nudièmeglio … #nudièmeglio





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