Eva: un’altra storia (continuazione)


3) Se Eva è già la “moglie” di Adamo [«Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna» Genesi 2, 25], vuol dire che sono già all’interno di un matrimonio di fatto: perché dovrebbero vergognarsi se è il matrimonio che fa cadere la cortina del pudore? La biologia ha il sopravvento sulle prescrizioni morali: obtorto collo, la Legge di Dio (che pur si crede abbia creato il mondo e l’uomo così com’è fatto) deve cedere alla legge naturale: quando è stato introdotto il divario? o piuttosto, chi lo ha introdotto? Mi chiedo se non sia atto blasfemo e superbo voler separare l’unità e l’integrità della natura. Il che mi fa pensare che la nudità – contrariamente alla legge che la vieta, spacciata per norma morale, più o meno dettata da Dio, e per beffa considerata dai più anche per norma naturale –, non sia davvero un atto che va contro l’ordine della Natura. Dobbiamo giudicare indecenti l’orchidea italica o mille altre bizzarrie della Natura?

L’offensiva, oscena, indecente Orchis italica – scandalo della natura

Erotismo e seduzione della Psychotria elata

La legge umana non discute della necessità biologica – basta che non avvenga alla vista del pubblico (ma non ci spiega il perché del divieto: il termine atti indecenti è troppo generico, vago, dipendente dal contesto, dipendente da un giudizio soggettivo, o da chiunque ritenga di essere “offeso” e sporge denuncia). Il motivo della decenza, dell’uso comune, della buona educazione, del rispetto potrebbero valere di per sé, senza dover essere prescritto per legge, come accade per mille altre piccole azioni: abbiamo bisogno dello spauracchio di una multa per non soffiare il fumo in faccia alla gente, per metterci la mano alla bocca quando tossiamo o sbadigliamo, per spegnere il cellulare durante una conferenza…? – quante volte abbiamo dovuto suonare perché un’auto è uscita da uno stop proprio mentre stavamo arrivando?

Il punto nodale è che il “mito” raccontato dalla Genesi sembra dare per scontata l’esistenza di una Legge divina, esistita da sempre, eterna e immutabile, vigente ben prima della legge umana, che ne è conseguenza e derivazione: introduce il pudore a salvaguardia dell’onore e della reputazione personali, dello scandalo… perché siamo uomini e non porci! Appunto: in conseguenza di questo divieto artificioso, fa scandalo persino vedere animali che copulano; quando in una società pastorale o contadina, questo doveva essere normale e consueto, anzi procedura ovvia e necessaria. Per differenziarci dagli animali, ci siamo dati la regola di non copulare in pubblico. Fa scandalo vedere due ragazzi innamorati cotti che si baciano? «Non stanno facendo sesso» mi risponderete. La differenza è appunto questa: quel bacio non è sanzionato perché… non siamo all’oratorio! All’oratorio si era capito che anche il semplice bacio rientrava a suo modo nella sfera sessuale, che preludeva all’attività sessuale, era pericoloso quanto la nudità. Questo e molti alti esempi dimostrano che al giorno d’oggi la sessualità è ridotta – negli atti e nelle parole – alla sua esteriorità, visibilità, genitalità, e sarà questo che d’ora in poi creerà scandalo. Ipocritamente, poi, esteriorità, visibilità, genitalità son sufficienti a far della nudità un peccato, giustificando la riclassificazione col dire che l’occasione fa l’uomo peccatore, creando attorno alla sessualità un cordone sanitario che inizia appunto dalla visibilità degli organi coinvolti, e collegando in vincolo esclusivo e obbligato l’organo alla sua funzione.

Imbattendoci in immagini pornografiche è immediata la constatazione che in quegli atti, di sessualità c’è ben poco, se non appunto la superficiale genitalità e il soddisfacimento orgasmico – con applausi degli astanti.

Offese

Poiché la sessualità si esplica e realizza necessariamente nella società, coinvolgendo almeno un’altra persona, la società si ritiene in diritto di avocarla a sé, di normarla in esclusiva, di inserirla in un quadro contrattuale (matrimonio), lasciando ai singoli la gestione degli aspetti pulsionali, emotivi e relazionali.

La religione va però anche oltre, togliendo ai singoli anche le prerogative personali per le quali il codice civile si era astenuto e offre un modello per i rapporti interpersonali: l’amore di Cristo per la sua sposa, la Chiesa, che essendo la comunità dei fedeli, può essere vista come una società in parallelo con la società civile, con continue simbiosi, condizionamenti reciproci, sconfinamenti, distinguo, desiderio di primeggiare e di imporsi: la posta in gioco è il potere sulle singole persone e sulle loro menti.

Chi è venuto a impormi delle regole nella mia vita privata sa benissimo che la sessualità non si esaurisce nella genitalità e che funziona anche se gli organi sono coperti, anzi di più: l’ha però ridotta al puro atto genitale con l’importante preludio del denudamento come fattore di eccitamento. Il riflesso è talmente condizionato che basta una scollatura, una minigonna per creare eccitazione e reazione genitale meccanica. Al contrario, chi è abituato a vedere altre persone nude non reagisce automaticamente alla vista della nudità. Non perché tale vista sia divenuta abitudinaria e obsoleta, ma perché ha rimosso il nesso immediato e obbligato fra sesso enudità. È adulto e vaccinato, le cose le sa. E ne sa anche altre. Sa di come veniamo condizionati fin dall’infanzia a reagire come ci hanno insegnato, come-si-deve. Con lo spauracchio del peccato, dell’inferno, dell’offesa a Dio…

Moment! Non riesco a seguire esattamente il discorso, talmente è contorto, ma ci provo. Allora, se io sono sul balcone di casa a prendere il sole e lascio che i vicini mi vedano nudo faccio peccato, offendo Dio… non si sa perché; infatti, se nessuno mi vede il peccato non sussiste – perché altrimenti non potrei nemmeno farmi una doccia. Però è vero e incontrovertibile che dopotutto Dio stesso ci ha fatti così. Il vicino, pure, si sente offeso, perché lasciare che gli altri ti vedano il pisello è mancare di rispetto alle loro convinzioni (e al “comune senso del pudore”: è comune buon senso, non serve un trattato di morale per capirlo). Il rispetto però è a senso unico, non è reciproco: non si pensa lontanamente che stanno mancando di rispetto alle mie convinzioni e a me, che in materia morale posso avere opinioni un tantino diverse. Qualcun altro pensa che lo faccia per scopi reconditi molto palesi o che li stia adescando, scandalizzandoli di proposito per scuoterli e far loro cambiare opinione o che abbia una sessualità malata. O molto semplicemente che sia un porco. A questo punto mi offendo pure io! Una bella scazzottata… e poi? Non cambia nulla. Il vicino, forte di avere la legge e il buon senso dalla sua parte chiama i vigili. Io, forte delle mie convinzioni, pago la multa. Pur non avendo fatto nulla.

Dove sta l’offesa? Adesso pago la multa allo stato anche per i peccati contro il buon Dio? Naturalmente i vicini hanno dei bambini! Liberissimi di tirarli su come vogliono! E perché non anche educarli al fatto che tutti siamo diversi, che abbiamo le nostre opinioni e che ci comportiamo di conseguenza? Una volta capito è capito. Se il bambino del vicino mi vede nudo, può solo pensare «Lui la pensa così. Liberissimo. Io al posto suo non lascerei mai che mi vedessero il pisello. E son padronissimo anch’io!» E il caso è chiuso. E perché il mio pisellone lo dovrebbe traumatizzare? Perché si pensa che un bambino pensi al sesso (che non sa neppure cos’è) quando vede una persona nuda? «È immaturo e accelerare la maturazione crea traumi e scompensi che possono portare a delle turbe perenni…» mi sento rispondere. Sicuro! se gli diamo l’imbeccata su come ci aspettiamo che debba reagire (per il suo bene, s’intende!), se gli inventiamo pericoli e danni.

Ci sono migliaia di bambini francesi, tedeschi, olandesi, croati, spagnoli che normalmente passano l’estate nei campeggi nudisti, bombardati fino al vomito da seni, peni e vagine: che adulti vuoi che saranno un domani? E che dire di quei poveri bambini dell’Amazzonia, che crescono in tribù primitive, con adulti senza uno straccio addosso. Un minimo di pudore, diamine!

Un “dono” di consolazione

Dal paradiso terrestre veniamo scacciati con due condanne e un souvenir: guadagnarci il pane col sudore della fronte (sgobba e tasi), partorire nel dolore (se lo vuoi evitare, bella gioia, sai cosa (non) devi fare). Il souvenir sono le pelli che il buon Dio ci regala per non vergognarci. Di chi, se non c’era ancora anima viva?

Il pudore è una punizione del corpo nelle parti con le quali ha peccato, le mette in gattabuia. Un po’ come fa il masochista che si punisce in anticipo per il peccato che sta per commettere e si anticipa la punizione in proporzione al piacere proibito che pensa di ottenere alla fine.

Il pudore è un avvertimento interiorizzato a livello emotivo, una minaccia di castrazione se non ci si comporta a dovere, come tutti gli altri. Questo impecorimento suona come una restrizione imposta all’io individuale: il sesso può essere visto come metafora di un’infinità di cose: gioia di vivere, creazione di una discendenza, impronta (spirituale) che lasciamo, continuazione di un’eredità che riconosciamo in noi, forza d’animo, la spina dorsale del nostro fare e pensare, il riconoscimento della nostra unicità e identità, espressione genuina delle pulsioni del nostro inconscio…  Una delle condizioni per entrare a far parte di un gruppo, della società è l’autolimitazione dell’io (o moralisticamente, dell’ego): tagliarsi la cresta non è metafora di castrazione? Nel gruppo esistono indubbi vantaggi solidaristici che aiutano la sopravvivenza dell’individuo, che ne limitano anche la possibile pericolosità. Sto pensando però anche al significato che può assumere l’espressione amore del prossimo: come sommo comandamento che fortifica i legami del gruppo, che ripaga il singolo col riconoscimento collettivo (medaglie, monumenti, menzioni d’onore, premi) – è per tutti un test di merito.

Il messaggio è preciso e concreto. Le pelli regalate da Dio saranno d’ora in poi la prigione in cui teniamo segregato il demonio che abbiamo in noi. Da piccoli abbiamo sentito infinite volte chiamar diavoletto “il rubinetto della pìppi”.

Peccato, vergogna, beffa

Segregazione, nascondimento, esclusione equivalgono in parallelo a segregazione, nascondimento, esclusione dalla società, alla quale il “povero diavolo” può essere riammesso solo a precise condizioni.

La condivisione sociale totalitaria e senza eccezioni ammesse dimostra che questa credenza religiosa è stata accolta ed estesa a tutta la società, e non è in vigore solo all’interno della comunità dei credenti. La religione diventa nella pratica religione di stato, non ammette eccezioni, è cattolica, tendente cioè a estendersi universalmente a tutta l’umanità, con la presunzione di essere l’unica vera.

Il peccato si mostra nel corpo; una malattia è un castigo di Dio che punisce le parti con cui si è peccato; una infermità diventa ignominiosa.

Dio è il riflesso di come noi lo concepiamo, di come noi ce ne serviamo: non ci sono prove della sua esistenza al di fuori del nostro pensiero, della nostra mente. Ammesso che sia il Creatore e l’inizio di tutte le cose, come entità risulterebbe oggettiva, esterna alla nostra mente, mentre comunemente – senza escludere le concezioni teologiche, metafisiche, trascendenti – si pensa che Dio sia un percorso di ricerca personale per colmare dei vuoti di conoscenza, che risponda a delle domande, a dei bisogni, a delle relazioni dialogiche. Il credente si crea Dio a propria misura, secondo i propri bisogni, per colmare il vuoto che egli stesso si è creato con le proprie domande. Se il nulla dopo la morte mi fa paura, lo riempio di Dio e del suo paradiso. Se ho problemi a relazionarmi con gli altri, vedendovi Cristo ho per lo meno un modello di interazione.

“Non uccidere”

Nell’atto sessuale compiuto all’interno del matrimonio e “nei modi… nel modo prescritto”, cessano improvvisamente i veli che difendono dalla vista del nudo e viene sospeso quel “voto di castità” obbligato e generalizzato (secondo il catechismo cattolico, fuori del matrimonio praticamente tutto è vietato in materia di sesso), quasi che di fronte alla necessità di procreare per la perpetuazione della specie, e visto che il Creatore non vi ha provveduto altrimenti, anche il rigore delle norme divine debba un poco allentarsi: est modus in rebus.

San Tommaso d’Aquino, di nuovo, mi lascia esterrefatto, mi toglie ogni commento. Come si diceva all’inizio la sessualità è ridotta alla mera genitalità, il baluardo di resistenza più evidente. Una sessualità ridotta al puro atto animalesco, egoico-edonistico, banalizzata nella sua essenza, limitata alla sua esteriorità, stravolta, riconcettualizzata dalla morale e trasformata in peccato la dice lunga su tutto:

«Perciò l’emissione dello sperma deve essere così ordinata da poterne seguire la generazione e l’educazione della prole. Da ciò risulta evidente che è contro il bene dell’uomo ogni emissione dello sperma, prodotta in modo da non poterne seguire la generazione. […] Perciò, dopo il peccato di omicidio, col quale si distrugge la natura umana già esistente in atto, occupa il secondo posto questo genere di peccato, col quale viene impedita la generazione della natura umana» (Contra Gentiles, III, c. 122).

#TappaUnica3V tutti i numeri


Come già avevo riferito, negli ultimi allenamenti si è evidenziato un dolore al ginocchio sinistro, dolore che si manifestava solo in discesa e solo sui tratti più scabrosi per poi mantenersi per un giorno o due nella discesa di scale. Presupponendo un sovraccarico, in attesa della visita medica specialistica, pur senza interromperli del tutto, ho comunque ridimensionato gli allenamenti riducendo le uscite e la velocità.

Fatti i primi accertamenti medici (radiografia e visita ortopedica) non si è potuto stabilire le precise cause del problema: apparentemente è tutto a posto, pertanto, in attesa della risonanza magnetica, onde anticipare il recupero totale, sulla base di possibili ipotesi (sovraccarico, giusto come avevo già ipotizzato io stesso) sto facendo una cura antinfiammatoria alla quale se necessario potrebbe seguire una terapia TECAR o/e magnetica.

In attesa di poter riprendere gli allenamenti più intensi, ho fatto, con la miglior precisione possibile (comunque non assoluta: confrontando guide e carte topografiche ho rilevato differenze anche importanti tra le quote, e anche le piattaforme web per la tracciatura dei percorsi sono imprecise), un poco di conti per individuare tutti i numeri di TappaUnica3V… eccoli!

  • Quattro i punti di rifornimento.
  • Cinque, di conseguenza, le tratte di cammino ininterrotto.
  • Tratta 1 – Brescia (Piazza Loggia) / Lodrino (B&B Isdola Verde)
    • 38,681km di lunghezza
    • 2675m D+ (dislivello positivo)
    • 2080m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 161m
    • quota massima 1352m
    • 9 vette principali
    • 11 valichi principali
    • 11,45 ore di cammino effettivo
    • 3,29km/h la velocità di cammino
    • 6 litri di liquidi per l’idratazione
    • 9kg di zaino alla partenza
  • Tratta 2 – Lçodrino / Giogo del Maniva (Albergo Dosso Alto)
    • 27,683km di lunghezza
    • 2279m D+ (dislivello positivo)
    • 1296m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 725m
    • quota massima 2064m
    • 7 vette principali
    • 12 valichi principali
    • 8,35 ore di cammino effettivo
    • 3,23km/h la velocità di cammino
    • 5 litri di liquidi per l’idratazione
    • 8kg di zaino alla partenza
  • Tratta 3 – Maniva / Colle di San Zeno
    • 24,190km di lunghezza
    • 1158m D+ (dislivello positivo)
    • 1492m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 1418m
    • quota massima 2217m
    • 16 vette principali
    • 9 valichi principali
    • 7,10 ore di cammino effettivo
    • 3,38km/h la velocità di cammino
    • 4 litri di liquidi per l’idratazione
    • 7kg di zaino alla partenza
  • Tratta 4 –
    • 21,459km di lunghezza
    • 1169m D+ (dislivello positivo)
    • 1926m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 665m
    • quota massima 1948m
    • 3 vette principali
    • 6 valichi principali
    • 6,40 ore di cammino effettivo
    • 3,22km/h la velocità di cammino
    • 4 litri di liquidi per l’idratazione
    • 7kg di zaino alla partenza
  • Tratta 5 – Zoadello Alto / Brescia (Urago Mella)
    • 23,516km di lunghezza
    • 1008m D+ (dislivello positivo)
    • 1502m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 165m
    • quota massima 1035m
    • 8 vette principali
    • 5 valichi principali
    • 5,50 ore di cammino effettivo
    • 4,03km/h la velocità di cammino
    • 5 litri di liquidi per l’idratazione
    • 8kg di zaino alla partenza
  • Totali
    • 135,529km di lunghezza
    • 8289m D+ (dislivello positivo)
    • 8296m D- (dislivello negativo)
    • quota minima 161m
    • quota massima 2217m
    • 43 vette principali
    • 43 valichi principali
    • 40,00 ore di cammino effettivo
    • 5,00 ore di sosta programmata (ai punti di rifornimento): 1+2+1+1
    • 3,39km/h la velocità media di cammino
    • 24 litri di liquidi per l’idratazione

Uscita di sicurezza


15/04/2017 – Articolo ammesso al concorso “Racconti nella Rete 2017”

Mi è capitato nei giorni scorsi di percorrere la sponda sebina. Giunto ad uno slargo ho pensato di farmi degli autoscatti con lo sfondo del lago e della cerchia dei monti nell’aria nitida e assolata. La litoranea è una vecchia strada ora poco trafficata e calcolavo che nei brevi istanti che mi servivano per un autoscatto non sarebbe passato nessuno. Piazzo il cavalletto mi faccio tre o quattro foto. Poi mi cingo i fianchi con un salviettone.

Proprio in quel momento passa un’auto che decisamente si ferma. Ne scende un giovanotto con una macchina fotografica e mi chiede se può scattarmi delle foto. Gli dico senz’altro di sì (non so che cosa trovi in me di tanto speciale da essere immortalato). Visto il suo interesse, dico «Beh, allora…»  e mi sciolgo il salviettone. Sento l’otturatore che scatta a raffica. Io mi muovo, sto in posa, guardo nell’obiettivo. Quando penso che ne abbia scattate abbastanza, sempre nudo, mi avvicino e gli chiedo perché tutto questo interesse.

«Non si vedono tutti i giorni persone spogliate; e nude poi…»

E aggiunge che mi conosce, che si ricorda quando lo aiutavo nei compiti alle superiori; parla di come ora si senta un po’ rinchiuso nella situazione in cui si trova a vivere, stretto fra la famiglia, il lavoro, il capo, la fidanzata, i soldi, le mille cose che non riesce a capire, i mille doveri… come fossero troppe cose cui badare tutte insieme. Capisco allora quale sia il motivo di tanto interesse: l’uscita di sicurezza che ha intravisto.

Mi chiede perché mi sono spogliato solo per fargli un piacere, ancora prima che ci riconoscessimo.

Parliamo per pochi minuti, con frasi chiare e semplici che vedo fan presa immediata.

Vedo che gli si spalancano gli occhi, gli cresce un entusiasmo, un’attrattiva, come gli si fossero aperti gli occhi su una realtà che nemmeno sospettava potesse esistere. Gli vedo spesso la fotocamera che gli trema nelle mani e non riesce a tener fisso lo sguardo su di me, non so se lo fa per riguardo, per non farmi sentire in imbarazzo, ma non credo. È talmente stordito che spesso le parole gli si inciampano in bocca. Scuote la testa, non perché non capisca, ma perché non riesce a capacitarsi perché non lo abbia capito sinora. Eppure sempre sorride, fra il divertito e il forte imbarazzo, l’emozione travolgente.

«Ma a te non fa proprio niente?»

«No, proprio niente. Capisco che vedere qualcuno nudo in giro sia uno spettacolo molto raro, ma capiterà sempre più spesso. È troppo facile, troppo bello.»

«Va bene. Adesso devo andare. Grazie di tutto, delle foto e delle parole. Ci vediamo senz’altro. Ne ho per un po’».

L’acacia del Ténéré e le betulle della Siberia


Vizi di forma

Il comportamento umano odierno può essere ritenuto come bestemmia e atto di protervia nei confronti della Natura Creatrice – ci vedo dei parallelismi col peccato originale. Mi voglio però subito assolvere perché al contempo so che le abitudini inveterate che ogni giorno ripetiamo per inerzia o per mimesi sociale, non sono frutto di riflessione, di attenzione, di libera e cosciente decisione. Ritengo che le nostre conoscenze e gli atti che ne conseguono non derivino da una concezione o autocoscienza personale, maturate con l’esperienza, con fatti realmente vissuti, con deduzioni nostre, di noi come esseri naturali, ma sono il prodotto di una concezione, mentalità e autocoscienza sociali, civili, politiche (che in vari modi siamo costretti a condividere), che vedono nella distanza dalla natura, dalla selvatichezza, un netto ed opposto guadagno di civiltà, socialità, progresso e cultura, una logica coerente, utile e convincente, un “discorso di metodo” (Cartesio) che l’uomo ha scelto a propria norma di vita: una vita improntata alla razionalità, alla scientificità, alla progettualità. Con un fondamentale “vizio di forma”: che consideriamo la nostra aspirazione a imitare/emulare il Creatore come legittima e “umana”, come del resto riteniamo sia stato legittimo e umano l’esserci creato un Creatore a nostra immagine e somiglianza, proiettato al massimo di tutto. Ma i risultati sono spesso dannosi, e ogni disequilibrio che immettiamo artificialmente nella natura si rivolge prima o poi contro di noi. Perciò ritengo che ciò che normalmente sentiamo nostro geloso patrimonio dell’umanità – l’intelligenza – vada spesso contro l’equilibrio e l’armonia che vige in natura. I “vizi di forma” invalidano la procedura, ma il nostro orgoglio pervicacemente si rifiuta di ammetterlo.

Ad esempio ritengo un danno il fatto che non sappiamo accettarci come la natura ci ha fatto. D’altro canto (dal canto sociale) riscontro una grande difficoltà da parte della società ad accettare come ovvie e indiscutibili le differenze individuali, e che il “bene comune” prevarichi spessissimo sull’individuo… La società non sopporta di buon grado che il proprio giudizio condizionante non venga accolto apertamente, senza riserve, come qualcosa di buono-in-sé, proprio perché viene dalla società ed è maggioritariamente condiviso. Non sopporta che l’individuo abbia dei dubbi, avanzi dei distinguo, controproponga delle condizioni, alzi delle barriere per difendersene e garantire così la propria individualità e originalità. In sostanza: che sappia fare da sé, senza bisogno della società… che preferisca essere un’acacia del Ténéré piuttosto che una betulla della Siberia.

 

L’acacia del Ténéré: unico albero nel raggio di chilometri di deserto

Bosco di betulle

 

Nudità come interfaccia fra l’individuo e la società

La nudità, agìta significativamente alla presenza di altri, ma senza inutili ostentazioni, porta a rifletter profondamente sugli orpelli sociali di cui dobbiamo vestirci per agire in società.

È la prima frattura, ma è sufficiente per comprendere che il muro può incrinarsi e sgretolarsi. Con la nudità, sia privata che condivisa, cominciamo a vederci in modo diverso, non condizionato. L’abbiamo scelto noi, con coraggio e determinazione, mettendo da parte pudore e paure, col freddo sul collo di una mannaia affilata, con l’àschero di un salto nel vuoto.

È qualcosa di genuino, una genuinità nostra e diversa che cominciamo a scoprire, cominciamo a scoprirci diversi da quel che pensavamo di essere quando eravamo riflesso di quel che la società ci rimandava, costruzione di quel che la società efficientista voleva da noi – a cominciar dall’aspetto, da come ci presentiamo in società.

Come fa il singolo, che non è un criminale, ma una persona onesta e normale, a dar credito a una società che non lo rispetta per quello che è? Ad una società che lo vuole plasmare, che lo vuole tosare, valido solo in quanto cespite fiscale per lo stato, che lo vuole inquadrato come fosse un soldato in divisa. Mi annoiano le marce, l’addestramento formale, i dest-riga e battere il passo. Una società che non vuole la mia individualità, che non vuole il mio apporto originale non fa per me: l’accettazione deve essere reciproca. Sì, ho questa alta considerazione di me, è quel che so di me che mi dà questo giusto orgoglio, e all’occasione potrei anche essere molto generoso: non tanto di quello che ho, che so o che so fare, ma semplicemente di quello che sono.

Tutti insieme è una gran cosa, ci sentiamo forti allo stadio, all’Arena di Verona: 50-100 mila persone tutte insieme, riunite per un unico scopo: è galvanizzante, una gran forza, una fiammata… al momento. Come si può accettare di fare la fila per visitare una mostra, sapendo che la poltrona del boss si regge sul numero di biglietti staccati?

Pacifici e nudi

Mi chiedo infatti come mai esiste questa gran differenza fra nudi e vestiti; perché ci sentiamo così diversi, non solo quando possiamo star pacifici e nudi, ma portiamo la diversa mentalità anche nelle relazioni quotidiane, sul lavoro, nel modo di pensare. Ed è un guadagno su tutti i fronti cui non vogliamo più rinunciare: sentiamo e vediamo che ci fa bene. E fa bene anche a tutti. Non sappiamo quanto, e forse nemmeno mai lo scopriremo, ma sicuramente ci migliora.

Ci basta il volto infuocato dopo un’escursione per dirci di quanto bene ci ha fatto lo stare all’aria aperta, il sudare, il far fatica, lo stare semplicemente esposti a quel che la natura ci manda. Al contrario le lampade di un solarium aumentano il rischio di cancro alla pelle.

Perciò non discuto una teologia che mi prescrive come dogma questa definizione di peccato: «il peccato è un’offesa a Dio per il motivo che agiamo contro il nostro stesso bene» (san Tommaso d’Aquino: «Non enim Deus a nobis offenditur nisi ex eo quod contra nostrum bonum agimus» Summa contra gentiles III 122) – semplicemente la lascio dov’è, non fa per me.

Di che cosa si dovrebbe offendere Dio? Semmai del contrario: noi che in società non sopportiamo la vista reciproca di come ci ha fatto e voluto. Il senso di colpa, parente stretto della proclività “naturale” verso il peccato, ci porta ad una disistima di noi stessi, all’accettazione di un “ordine divino” (nei due sensi di “comando” e di “disposizione ordinata”) che ci fan credere sia del tutto uguale a quello naturale. Se fosse tale, “saremmo nudi senza provare vergogna” come nel paradiso terrestre, prima del cosiddetto “peccato”. Perché è stato uno sbaglio? se prima non sospettavamo di nulla; perché quell’inciampo? Era destino? Per aumentare il nostro senso di colpa abbiam quasi costretto Dio (l’offeso) a incarnarsi (per uno spirito il corpo è una prigione) e a sacrificarsi. Altro che Redenzione! mi sa che è stato piuttosto una trovata per un giro di vite! Non varrebbe la pena soffermarsi tanto su questi argomenti, se non fosse che la maggioranza delle persone credenti ne è però assolutamente convinta, e la società in generale è imbevuta di questa mentalità, di questi agganci, di questi anelli della catena che ci lega l’uno all’altro come miserevoli schiavi d’una cava di pietre, come nudi carusi di Floristella.

Nelle zolfare di Sicilia – Gruppo di carusi al sole. Fotografia di Eduardo Ximenes (dall’«Illustrazione Italiana» nr. 43, 28 ottobre 1894, p. 281, fig. 8.

È un punto di vista. Legittimo, plausibile, rispettabile. Ciò che non è legittimo, plausibile, rispettabile è che ci venga imposto come verità. Questa non è una verità che ci libera (per dirla con san Giovanni). Se accettiamo questo punto di vista rinunciamo al nostro, perdiamo qualcosa di noi, qualcosa di molto importante: ci delegittimiamo, il nostro punto di vista è squalificato ai nostri stessi occhi, rinunciamo al rispetto che ci è dovuto, deleghiamo ad altri, come fossimo indegni, ignoranti o incapaci di vivere secondo il nostro punto di vista e ci facessimo convinti che quello di altri – perché universalmente condiviso – sia più valido, più nitido, più perspicace, più tutto.

Dopo questo primo passo di riappropriazione del nostro punto di vista, della nostra coscienza, dopo questo distacco dall’opinione pubblica, seguono in catena delle conseguenze, delle scelte nei nostri atti che fan lievitare la presa di coscienza della nostra identità: unica, individua, autonoma, originale. Non che poi mi chieda: «se sono fatto così, che ci posso fare?» Al contrario: sono così, mi sono costruito così, secondo come la pensavo, perché non sono un robot uguale a mille altri, perché i pensieri mi vengono dalla mia mente e non da un microchip uguale per tutti.

Il mettermi nudo non ha proprio nessun significato: non è una rivolta, non è la presunzione di aver capito chissà che, non è un’esibizione arrogante e prevaricante di una presunta superiorità etica o sapienziale, non è un’imposizione. È soltanto la mia presenza, qui ed ora, per quello che sono, non per quel che presumo di essere, come sono presenti migliaia e milioni di altre persone, di altri individui, ciascuno per sé, ciascuno ricchissimo della propria individualità; che sono uniti in società non per farne parte o come pecore o come pastori, ma per scambiare e condividere. Perché esattamente come considero me unico e perfetto, altrettanto considero gli altri unici e perfetti, altrettanto uomini quanto lo sono io. Non chiusi nella cella di un alveare, ma piuttosto in un continuo brusio di voci che mi circondano, fra cui anche la mia. Non tanto per sentirmi in un coro ad eseguire una musica per armoniosa che sia, ma come un odore di polline di fiori diversi che è quel che è. Che non deve essere un distillato profumo per il gusto di Vogue.

 

Pudore e punti di vista

Il pudore è conseguenza di come vediamo il nostro corpo – o di come ci hanno insegnato a guardarlo. Da come l’abbiamo fatto a fette, suddiviso in parti buone e in parti cattive, in parti rispettabili, decenti e mostrabili e in parti di cui aver vergogna. Dìvide et ìmpera: una volta che si è accettata questa divisione, si è anche accettato che qualcuno abbia potuto metterci le mani addosso senza chiederci nulla – perché così fan tutti. Possiamo stupirci e indignarci fin che vogliamo che questo sia ammesso, anzi sia stato fatto dalla società, senza darci sufficienti spiegazioni. Ma dovremmo stupirci e indignarci ancor di più del fatto che non reagiamo, tenendo a distanza questa longa manus che introducendosi come un’intrusa a dirmi come devo gestire il mio corpo, mi fa poi diventare col mio stesso esempio uno dei tutti, apostolo ed evangelista del suo modo di pensare, che col tempo diventa anche il mio. Da ritrasmettere ad altri.

 

I segreti

Subdolamente esiste un altro motivo per questa suddivisione: più una cosa è mantenuta segreta e più attira i curiosi, i feticisti del disvelamento, del gossip pruriginoso; di chi in nome della trasparenza vorrebbe tutto sapere per avere l’esclusiva della divulgazione – per scoprire alla fine che sono in fondo banalità o segreti di Pulcinella. È come il gusto malsano di sbirciare dalla serratura o dai buchi nelle cabine.

A salvaguardia di questi pseudo segreti sono state approvate leggi, attenuate poi dalla giurisprudenza, steccati moralistici sempre più rigidi, scandali presunti, preoccupazioni eccessive. Il frutto proibito attira sempre: dato un limite, nasce sempre il desiderio di superarlo; di fronte all’impossibile, alle difficoltà, nascono le sfide. Per il desiderio di vincere – anche di provarsi le forze, di superare se stessi – si fanno pazzie, si va oltre la misura, ci si tira il collo. Qualcuno pianta i paletti, qualcuno si diverte a dimostrare che non servono a nulla; qualcun altro sente l’imperativo categorico di doverli superare oppure annullare, ritenendoli assurdi, oppure per dimostrare che lui è libero, che non si lascia mettere i piedi sul collo da nessuno.

 

Sotto assedio

Sotto la cintura il corpo comincia a farsi interessante, comincia ad essere oggetto di stretta vigilanza – e passa la concezione che sia sotto assedio, che non lo sappiamo gestire, che abbia bisogno di una guida, perché la tentazione esiste, è sempre in agguato, e non sempre sappiamo resistervi. Qualcuno ci tiene a questa difesa pubblica, perché la protezione pubblica dà maggior sicurezza, qualcun altro per dimostrare che può infrangere ogni controllo (specie se il corpo è di altri); altri esplorano questo terreno per dimostrare quanto sia immotivato il confine, inconsistenti le ragioni, per invalidare il divieto; vuole bombardare le fortificazioni, spianare gli argini, togliere le barriere, le recinzioni, le trincee.

È un territorio ben difeso. Paure ominose ce ne tengon lontani come fosse maledetto o stregato; un brivido ci assale al solo pensiero di doverci addentrare, e di solito poi si preferisce desistere per timore di un collasso emozionale, talmente è carico di strane energie, di arie ebrianti, di stordimenti che tolgono il fiato. Ne va molto spesso della nostra reputazione, del nostro decoro e rispettabilità. Con quale faccia ci potremo presentare in pubblico, guardare vis’a viso la gente?

Si capisce subito allora che sono check point presidiati dalla società, dai controllori del viver civile. Nessuno con se stesso ha di questi timori o paure. La società ha messi off limits questi distretti. Di che cosa si debba temere rimane un mistero. Ma per l’appunto la curiosità cresce; è l’anello della catena che più è sottoposto a prove di resistenza, facendo credere che sia l’anello più debole e che se cede, tutto poi salti. È la porta di Barbablù. E qual è il vero segreto che non deve essere svelato: il corpo nudo e naturale o la nuda verità sul motivo che ha portato alla demarcazione netta di parti e funzioni del corpo?

La chiave della stanza segreta – altro avvertimento, altra disubbidienza. Una variante del solito mito, d’un archetipo: ubbidire è controllo di sé o riconoscimento di un’autorità? All’individuo la scelta e la responsabilità.

L’esproprio

Se il frutto è proibito, lascia pensare che qualcuno l’abbia assaggiato e ne voglia avere l’esclusiva, il geloso privilegio. Non c’è una legge che mi vieta di cogliere funghi velenosi – lo so da me! I motivi sono espliciti e chiari. Non c’è come tenere nel limbo una spiegazione per far nascere il desiderio di trovarla. E poiché non si trova, poiché un motivo convincente non esiste, intervengono altri strumenti di convincimento (e coercizione) per tenerci alla larga: onore, pudore, vergogna, decenza, buona educazione…

Perché ci è stata espropriata l’esperienza totale del corpo? Perché una parte è seclusa dalla condivisione con altri, se non a determinate e rigide condizioni? Cui prodest?

Non mi basta una conoscenza libresca del corpo, non mi basta una tavola anatomica, un’immagine: voglio la presenza del corpo mio e del corpo degli altri insieme, reale, come fatto normale di vita, nel mio quotidiano: se il mio vicino vuol prendersi il sole nudo sul balcone adiacente, semplicemente lo faccia, a me non fa proprio niente; anzi: preferisco che si senta libero di prendere il sole nudo, piuttosto che si senta obbligato, da me che lo posso vedere, a mettersi un paio di slip: non sono il pubblico in astratto, alla presenza del quale compie atti contrari alla pubblica decenza – non lo voglio essere! Non mi puoi generalizzare così, cara legge, non mi cacci nel mucchio!

Per questo forse è permessa la rappresentazione del corpo, ma non la sua presenza; per questo è permessa la nudità come fatto artistico, ma non come esperienza.

Noi che abbiamo forzato il confine

Se penso a quanto l’esperienza di questi anni con gli amici nudisti ha cambiato la mia presa sulla vita, la mia concretezza vissuta attraverso le percezioni del corpo, quanto ha sensibilizzato, affinato anche le mie emozioni, arrivo alla conclusione che l’aver fatto a pezzi il corpo nella percezione moralistica, l’aver introdotto reazioni pavloviane alla vista del nudo non può appartenere al disegno della natura e dunque lo rimando al mittente, non mi tocca più.

Anche noi che amiamo spogliarci quando possiamo, forziamo questo confine. Lo facciamo per un motivo immediato, per un benessere contingente, senza la pretesa o la finalità di voler dimostrare alcunché o essere d’esempio per altri e fare proseliti: è meglio che ciascuno segua il proprio percorso, perché gli piace, per farsi un regalo; se lo fa per imitarci, perché è un trend, quel che ha acquisito sarà effimero, non sarà un’esperienza personale arricchente, sarà come seguire il branco di turno perché si ha paura del capo.

Non ci va per niente bene il mal-pensiero che sottostà a questo divieto d’essere nudi: la generalizzazione e proiezione di una mentalità e moralità che non sono le nostre, ma che ci sono attribuita senza verifica. E tutto gira attorno al perno del sesso, perché dopo Freud è come il prezzemolo, è una forma-pensiero che – dato il divieto – ha dell’adrenalinico. Come bastasse spogliarci per divenire bestiali, famelici, passionali senza ritegno.

E 2: come non fossimo capaci di gestirci da soli su questo punto e la società opportunamente ci venisse incontro dandoci saggi consigli.

Oppure 3: che la società abbia un proprio disegno, un proprio ordine e reclami un diritto di veto che la vince sulle istanze individuali.

Gli artisti

Emancipare il proprio corpo dai vari guinzagli o bendaggi ha riflessi immediati anche sulla concezione generale della vita individuale, del proprio ruolo nella società, delle relazioni con gli altri.

La società riesce ad imporre persino agli artisti le proprie mode, il proprio gusto e lo fa con un mezzo che sembra neutro, con una bilancia uguale per tutti: il mercato. E con il ricatto della sopravvivenza (ma davvero siamo giunti a questi punti?) riesce a piegare la creatività degli artisti: un manoscritto non verrà accettato da una casa editrice se non avrà tot sfumature di grigio (anche non necessarie); un pittore non venderà, non potrà esporre in una galleria se non attira visitatori; un musicista troppo innovativo o in anticipo sui tempi “non incontra il gusto del pubblico soprattutto dei giovani”.

Se gli artisti, che sono le persone più consapevoli, sono anch’esse soverchiate dai condizionamenti sociali, rasate ad altezza uniforme come un prato all’inglese, loro che sono solitamente persone selvagge e spontanee, qual è la sorte per la gente comune?

Non si può stare chiusi in un recinto, come le anatre domestiche di Saint-Exupéry, a morire di desiderio vedendo le anatre selvatiche in cielo che migrano verso paesi lontani.

Anatre migranti

Santuario di Sant’Emiliano da Gardone Val Trompia (BS)


Itinerario alternativo ai percorsi più frequentati che, fatta eccezione per un breve tratto intermedio e per un più lungo tratto finale, permette di salire al Santuario di Sant’Emiliano immersi in un ambiente ancora relativamente selvatico e solitario, caratterizzato prima da una fitta boscaglia a tratti tappezzata da estese macchie di lamponi e poi, nella parte più alta, da boschi più arieggiati che aprono la vista sul fondo valle e sui monti del suo versante opposto, Guglielmo e Almana in particolare. Il tratto superiore della salita segue una comoda strada sterrata con alcuni panoramici scorci sulla valle di Lumezzane e il Monte Palosso. Il rientro a valle avviene lungo un bel sentiero storico-naturalistico tracciato nel largo vallone che dalla Forcella di Vandeno scende all’abitato di Marcheno. Si termina con una pianeggiante pedo-ciclabile inizialmente immersa nel verde, poi integrata nell’ambiente urbano di Gardone Val Trompia.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: l’ampio parcheggio di via Goffredo Mameli, in sinistra orografica della Val Trompia all’ingresso del centro paese.
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 315m
  • Quota di arrivo: 315m
  • Quota minima: 314m
  • Quota massima: 1121m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 836m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 836m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 14km
  • Tipologia del tracciato: per la maggior parte sentiero.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E3P
  • Tempo di cammino: 5 ore e 30 minuti
  • Segnaletica: paline e segni bianco rossi con numerazione 360 (salita e prima parte della discesa) e 361 (discesa)
  • Rifornimenti alimentari e idrici: negozi e bar di Gardone Val Trompia, rifugio presso il santuario (aperto il sabato e la domenica da marzo a novembre).
  • Rifornimenti idrici naturali: Sorgente del Pos Perlì a metà della salita; sorgente Vandeno a un terzo della discesa; fontanina nel tratto finale.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: alberghi di Brescia e bassa Val Trompia.
  • Fattibilità del nudo (nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): pressoché nulla di giorno e comunque limitata alla prima metà della salita; ampia nella notte.

Profilo altimetrico e mappa

La salita è suddivisa in due parti distinte: la prima con pendenza pressoché costantemente rilevante, la seconda che, eccetto alcuni tratti, spiana parecchio. La discesa è ininterrotta con una continua variabilità delle pendenze per terminare con un lungo tratto pianeggiante.

GPSies - Santuario di Sant’Emiliano da Gardone Val Trompia

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

Costeggiare il complesso commerciale/industriale in direzione sud e, alla fine della strada, scendere la breve rampa che porta ad un piazzale sterrato dove convergono tre strade. Prendere quella centrale che, cementata, ripidamente sale sul versante del monte sovrastante costeggiando il torrente della Val Siltro. Nel mezzo del primo tornante prendere a destra un sentiero che ripido sale nel bosco intasato di rovi e, tagliandone un lungo tratto, riporta sulla strada. Poco a destra, sull’altro lato della strada, riprendere la continuazione del sentiero e tagliare pure il successivo più breve tratto di sterrato (se tali sentieri risultassero impraticabili, seguire fedelmente la strada e al bivio che si incontra proprio dopo l’attraversamento del sentiero anzi detto andare a sinistra), ripresa la strada la si segue a sinistra e, dopo un tornante, con ultimo rettilineo si arriva al suo termine dinnanzi all’ingresso della cascina Rizzinelli. A destra del piccolo piazzale, parallelamente alla strada da cui si è arrivati, un sentiero sale la bassa ripa erbosa sopra la quale si biforca, andare a destra costeggiando a monte il prato della cascina. Poco oltre si perviene ad un bivio, prendere a sinistra per salire con forte pendenza. Ad altro incrocio proseguire dritti, al successivo andare a destra in piano, eseguita una curva a sinistra si riprende a salire in moderata pendenza fino a sbucare, proprio su un suo tornante, su un più largo sentiero che sale da destra, proseguire dritti salendo ripidamente. Il sentiero svolta a sinistra e con un diagonale arriva ad un altro bivio, andare a destra. Si percorre un tratto in lieve pendenza poi la salita torna a farsi più ripida con diverse curve e tornanti, alcuni con gradini in legno. Dopo un lungo diagonale verso sinistra si passa alla base della radura di un capanno di caccia, poco oltre si esce sui prati di una cascina (Casì delle Siùre) ben visibile poco sopra a destra. Con un primo tornante a destra si risale un poco tenendosi accosti al bosco per poi tagliare a sinistra in direzione della cascina.

Dalla cascina si gira a destra alzandosi leggermente e, passando accanto ad una seconda più piccola costruzione poco discosta dalla prima, si prende un sentiero quasi pianeggiante che procede in direzione sudest passando poco sotto un capanno dove si perviene a un bivio. Tenere il sentiero più basso (destra) e, ignorando le diramazioni che a sinistra salgono ai diversi capanni qui presenti, si procede con un lungo mezza costa a sali e scendi. Quando il sentiero riprende a salire con maggiore decisione, in corrispondenza di un tratto fuori dal bosco, lo si abbandona per salire un metro a sinistra e portarsi sul filo di un crinale (cancellino d’ingresso dell’ultimo capanno oltrepassato. Ignorando il sentiero che scende dritto in Val Larga, prendere il sentiero che sale a destra. In breve si perviene ad altro capanno che si passa sulla sinistra andando in leggera discesa ad attraversare una valletta per poi riprendere a salire. Uno strappo ripido porta, dopo un tornante a destra, alla sorgente del Pos Perlì. In mezzacosta si raggiunge un crinale erboso che si oltrepassa procedendo con minore pendenza e rientrando nel bosco.
Con una larga curva a destra si risale nel bosco per poi girare leggermente a sinistra e raggiungere una strada sterrata in località Paer. Andare a sinistra lungo la strada qui pianeggiante ma che presto prende a salire, con una svolta a sinistra si supera una larga e piana sella per procedere, scorrendo sotto altro capanno, in piano sul versante meridionale del Monte Calvario. Un ripido tratto cementato porta sopra la cascina dei Gromi Alti, qui la strada perde pendenza alzandosi dolcemente a casa Pedersini da dove, in leggera discesa e con una larga curva sotto una caratteristica rupe rocciosa (Corna Rossa), arriva a un largo piazzale sul cui lato destro una sbarra la chiude. Si oltrepassa la sbarra e, ignorando il sentiero che scende a destra, si prosegue lungo la strada salendo a un poggio a picco sulla valle. Sempre lungo la strada si sale ancora per poi, in leggera e breve discesa, arrivare al Santuario di Sant’Emiliano, una scala porta al largo piazzale erboso sul fronte della costruzione.

Dal lato destro del piazzale erboso si scende lungo un curvo muretto aggirando sulla destra un baracchino. Con due tornanti si scende verso il bosco per poi entrarci e procedere verso nordest prima in piano poi in discesa man mano più ripida. Ignorando un sentiero che scende a destra e poi un altro che sale a sinistra si perde quota per poi, con una larga curva a destra, puntare a dei prati che si vedono più in basso. Una curva a sinistra riporta verso il filo del crinale poco prima del quale si scende ad una sella (Forcella di Vandeno). Prendendo il sentiero che scavalca a sinistra la sella ci si porta sul versante della Valle di Marcheno che si attraversa in diagonale tenendosi in quota fino a pervenire sul versante opposto dove, parallelamente alla valle, inizia la discesa più diretta. Dopo un diagonale a destra si perviene ad un bivio e si prende il sentiero a sinistra per scendere ripidamente verso il torrente e poi seguirlo in direzione ovest. Giunti ad una strada cementata la si segue a sinistra e in breve si raggiungono le case di Rovedolo di Marcheno. Per strada asfaltata si scende dritti verso un ponte e poco prima di questo si prende a sinistra costeggiando alcuni capannoni, quando l’asfalto finisce si prosegue su sterrata fino a sfociare su altra strada asfaltata (via Rovedolo). La si segue a sinistra fino ad una sua diramazione che attraversa il Mela per portarsi sulla strada principale, qui ci si abbassa a destra per prendere un percorso pedo ciclabile che, sottopassando un ponte, si segue fino alla sua fine. Seguendo ora l’asfalto di via 2 Giugno, che poi diviene via Angelo Grazioli, si perviene alla rotonda d’innanzi al parcheggio.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Gardone Val Trompia – parcheggio 0:00
Casì delle Siùre 1:30
Pos Perlì 0:30
Paer 0:15
Santuario di Sant’Emiliano 0:40
Forcella di Vandeno 0:15
Rovedolo di Marcheno 1:30
Gardone Val Trompia – parcheggio 0:50
TEMPO TOTALE 5:30

#VivAlpe emula #TappaUnica3V con una bella cinquanta chilometri


Sabato 1 aprile, stamattina, al risveglio, le ginocchia m’hanno fatto un bel pesce d’aprile: dolori ovunque, mannaggia, proprio oggi che c’è la partenza della cinquanta chilometri di VivAlpe: l’Anello Bassissimo del 3V. Massaggione con Arnica in gel e poi faccio scorrere il tempo facendo alcuni lavoretti al computer e alcuni mestieri di casa. Con attenzione preparo l’equipaggiamento e allestisco lo zaino, piccolo, per giunta stretto a metà dal variatore di carico, eppure capace di contenere tutto quello che mi serve: eccezionale. Arriva l’ora della partenza, visto che sarò solo Maria mi accompagna a Brescia e mi verrà a riprendere domani.

Le ultime luci del giorno mi accompagnano nella risalita verso la vetta del Monte Maddalena, rumori della città che man mano si fanno più fievoli, una bellissima upupa dalla cresta marrone mi svolazza attorno per alcuni minuti, nel cielo le poche nuvole lasciano intendere un tempo clemente, il caldo man mano lascia il posto alla frescura, poi un fortissimo vento. Freddo, freddo pungente, dinnanzi all’ex rifugio una provvidenziale panchina m’offre comoda base per una prima sosta alimentare, nel mentre la notte velocemente si sovrappone al giorno. Lunga notte, segnata da una piccolissima falce di luna, nuvole sparse a tratti più dense, uno scroscio d’acqua, fruscii nel bosco, sbattiti d’ala improvvisi e altrettanto improvvisi fruscii d’animali in fuga, versi d’uccelli, un fascio di luce che fende l’oscurità illuminando il sentiero e la continua teoria di gialle primule, odori più o meno noti, lontane luci. Salite e discese che si susseguono, un’alternanza di strade e sentieri, per stavolta lento è l’incedere, intercalato da brevi pause contemplative e da lunghe soste alimentari, il caldo e il freddo che si mescolano di continuo, tremori e sudori, sudori e tremori, maglie che si sovrappongono o tornano nello zaino.

Luce del mattino, Villa Carcina, discreto anticipo, riposo ad una panchina, l’acqua d’una fontanina, colazione al bar, l’attesa di eventuali compagni, ripartenza solitaria. Una dura salita, un passo forzato, un tempo dimezzato, eccomi in cresta, eccomi nuovamente sul sentiero 3V.  È praticamente fatta anche se inverò mancano ancora una ventina di chilometri: da qui solo la lunghissima altalenante discesa verso l’arrivo. Ancora fiori, tantissimi fiori, soprattutto primule. Ora lo sguardo spazia lontano, ora s’incontrano persone, i rumori della valle si sono svegliati, il sole prima timidamente poi con maggior decisione squarcia le nuvole e riscalda l’aria. Passo dopo passo scorrono i monti, chilometri che si sommano ai chilometri, metri ai metri, nessuna stanchezza. Magnoli, Sella dell’Oca, Quarone, Passo della Forcella, Santuario della Stella. Forte anticipo sui tempi previsti, lunga sosta per pranzo, goduria del sole sulla pelle, l’incontro gradito con una collega, l’acqua fresca di una fontanella. Di nuovo in cammino, lentissimo cammino, tempo da far scorrere, osservazioni, pensieri, visioni. Penultima vetta, ancora una sosta. Via verso l’arrivo ormai vicino, c’è ancora tempo, sull’ultima discesa una piana radura erbosa offre comodo giaciglio per un’oretta di riposo steso e leggero. Suona il telefono, sono arrivate, stanno venendomi incontro, posso scendere, posso dare fine a questa lunga entusiasmante escursione. Baci, abbracci, informazioni, il beverone di recupero e un gelido crodino (che fantastica moglie), ancora pochi minuti di cammino e poi la macchina, il cambio, ancora qualcosa di fresco da bere.

È finita, anche questa è fatta, fatta nonostante tutto, fatta pur essendo rimasto solo, solo all’inizio, solo a metà, solo nella notte, solo nel giorno, solo. Fatta nonostante il ginocchio dolorante, nonostante la sofferenza nelle discese della seconda parte, un dolore forte, ma anche un dolore circoscritto, circoscritto ai punti scalinati, circoscritto ad una zona specifica del ginocchio, circoscritto e pertanto facilmente gestibile: opportune tecniche conservative mi hanno permesso di mantenere una velocità apprezzabile senza troppo sollecitare la parte dolente.

È finita, anche questa quarta uscita di VivAlpe 2017 si è conclusa, dignitosamente conclusa, conclusa integrandovi un per me importante test in funzione di TappaUnica3V:

  • cinquantaquattro chilometri e tremila duecento metri di dislivello;
  • un totale di circa venti ore (quattordici per il tratto da Brescia a Villa Carcina e sei per il ritorno a Brescia sulla sponda opposta della Val Trompia), delle quali al massimo sedici di cammino;
  • piena soddisfazione del nuovo zaino, scalda un po’ troppo la schiena (cosa comunque apprezzabile con il freddo) facendola sudare in abbondanza, ma è comodo sia nell’uso che nel portamento;
  • adeguatissimo l’abbigliamento selezionato;
  • perfetto il nuovo calcolo della quantità di liquidi;
  • giusto il nuovo rapporto tra acqua pura e acqua integrata (1 a 1);
  • ottimi i nuovi gel e ottimale il loro ritmo di utilizzo;
  • fantastica la mia preparazione fisica di base, andrebbero solo rinforzati i quadricipiti che si fanno facilmente e velocemente dolenti quando forzo il cammino, comunque a una velocità di molto superiore a quella che dovrò tenere nel giro finale;
  • forse troppo soft ma per nulla fastidiose le ginocchiere, indossate per quasi l’intero percorso;
  • grandiose le fasce rotulee, nei precedenti utilizzi non mi avevano invece particolarmente soddisfatto, qui, invece, indossate verso la fine in pochi minuti hanno azzerato tutti i dolori del ginocchio destro e quasi tutti di quello sinistro;
  • resta preoccupante il doloroso problema al ginocchio sinistro che, sebbene si risolva spontaneamente, necessita di tempi di riposo troppo numerosi e troppo lunghi rispetto a quello che potrò permettermi nel giro finale… già prenotate radiografia e visita specialistica.

Alla prossima!

Omnia munda mundis


 

Se è vero che ci comportiamo a seconda delle nostre conoscenze, esperienze e convinzioni, progetti, a seconda della geometria mentale che abbiamo del mondo e delle persone, sapere dell’esistenza del Paradiso Terrestre e di quel che è successo, se ci crediamo e se ci pare anche qualcosa di moralmente buono e giusto (= che la situazione ci possa dare maggiore benessere e rimanga in linea con la fondamentale coerenza con noi stessi), quelle in-formazioni si tradurranno automaticamente in ogni atto della nostra vita quotidiana e daranno ad esso una forma, lo con-formeranno e confermeranno, saranno espressione della nostra autocoscienza. In un certo senso, il mondo delle nostre relazioni è condizionato e gestito da ciò che ne sappiamo, da come le conosciamo, e da come vivendolo lo “muoviamo in avanti”. (Se vi serviva acqua calda, questa è l’ultima che ho scoperto).

Nel Nuovo Testamento troviamo una frase che è diventata anche una massima proverbiale: Omnia munda mundis («Tutto è puro per chi è puro» Tito 1, 15). Potrebbe essere un buon programma di vita, un filtro col quale vedere alcune cose che ci riguardano e che la nostra esperienza ci ha da tempo confermato: una frase come questa lascia intendere una estrema fiducia nei confronti dell’uomo, secondo uno schema concettuale che affida alla coscienza individuale la fondamentale scelta morale. Tuttavia faccio fatica a entrare in questa generalizzazione perché quel mundis definisce uno stato di “purezza” che discende da un progetto morale costruito, piuttosto che dal riconoscimento di una fondamentale e a-morale purezza originaria, genetica (che ho da rimproverare al mio naso, alle orecchie, ai miei piedi…?

Parlando di nudo, piuttosto che purezza (che può richiamare uno schema morale), preferisco la parola indifferenza, neutralità, non-applicabilità, estraneità; non perché ci sentiamo fuori dal consesso sociale, ma perché ritengo ingerenza di parte la presunzione che la società possa dettar legge anche alla biologia. E se proprio fossi portato al bivio di una scelta, piuttosto che trasformare la società in un’arena per gladiatori: “io starei con gli ippopotami”.

Il risultato può essere alla fine il medesimo (per strade diverse, entrambe le posizioni – quella dei “puri” e quella dei “biologici” – sono indifferenti al nudo), ma le ragioni sono molto diverse: in un caso ho una lista di controllo che mi distingue ciò che è puro da ciò che è impuro (e che di conseguenza posso capire se sono a-posto oppure no); dall’altra non metto in campo nessun filtro valutativo, nessun criterio di accettabilità: siamo così per natura, non c’è nulla su cui discutere, nulla che possiamo/dobbiamo scegliere. Possiamo essere pro o contro i terremoti?

Il distinguo morale è strisciato surrettiziamente nella nostra vita, perché osservando bene le parole della Genesi (3, 22) «ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male» dovremmo aver acquisito la capacità “divina” di conoscere il bene e il male. E secondo il principio socratico che associa il bene alla conoscenza, conoscendo il bene sarebbe impossibile poi non farlo (il più pragmatico Ovidio condivide, approva ma osserva che seguiamo poi le cose “deteriori”).

A questo punto torno a chiedermi perché il gesto di Eva sia considerato peccato se è privo di conoscenza e di volontà, di intenzione finalizzata a peccare, se non è da considerare una disubbidienza deliberata e voluta, di una negazione di Dio (quando il peccato non esisteva ancora). Probabilmente sto ragionando con categorie “teologiche” posteriori, aiutato dalla sistematica scolastica o con una logica fin troppo laica.

 

Demonizzazione del nudo

L’espressione di san Paolo può essere intesa anche come controllo della sessualità, l’urgenza e l’imperativo di una signoria sulle passioni e tentazioni, senza per questo cadere nell’artefatto opposto dell’astinenza forzata, scelta per voto o in vista di una qualche remunerazione spirituale, o della cosiddetta “continenza”, ormai troppo alla deriva verso la mistica religiosa (“grado iniziale e imperfetto della virtù della temperanza” dizionario De Mauro).

Invece che controllo mi piace di più la parola misura, in quanto ritengo che l’ipersessualizzazione della vita quotidiana porti a un appetito smodato (senza modo, cioè anche im-modesto, in-decente), dove la sovrapposizione del desiderio egoico ha travolto, stravolto, strangolato, stralciato, straniato anche la componente affettivo-relazionale: qui sì che ci vorrebbe un po’ di modestia, di buone maniere, di decenza, e non prender di mira solo l’esteriorità del vestire. Tant’è che alcuni circoli iper-cattolici hanno inventato persino il termine semi-nudismo per indicare le persone che in spiaggia non disdegnano di mostrarsi col solo costume da bagno. Per motivi di “sicurezza” e prevenzione pensano che già la “semi-nudità” sia da una parte un atto esibizionistico, un atteggiamento di disponibilità, un preliminare di seduzione e dall’altra un’insidia diabolica perché induce chi guarda a peccare, cominciando appunto col peccato degli occhi (e citano un passo evangelico, che può essere però inteso in due modi opposti: «La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso» Matteo 6, 22-23).

Prevenzione. Noto mega-figo latin-lover in azione sulle spiagge italiane, trattenuto provvidenzialmente dal suo angelo custode.

La modestia – tagliasiepi

A proposito di modestia, un altro significato del termine («disposizione d’animo di chi non nutre presunzione») porta a chiedermi se la modestia nel vestire sia anche un chiaro messaggio verso la società: che sto ai patti, che sono a-posto, che non voglio impormi, vantarmi, distinguermi, ostentare, prevaricare, prevalere, esser fuori misura, superbo, supponente, sfrontato, arrogante, tracotante (“lei non sa chi sono io!”) per umiliare, screditare chi la pensa diversamente, porre le distanze, mostrarmi superiore per un ritorno di fama, considerazione, potere, privilegio…

D’altra parte accolgo volentieri l’invito a non fare il modesto, a godere di potermi mostrare per quello che sono, dell’identità che mi son costruito e della stima che mi guadagno ogni giorno: mica me ne faccio una colpa. Ben venga che ci sia una misura, che il buon senso comune sappia vedere al di là degli schemi, delle siepi squadrate, che smascheri l’ipocrisia, che sappia apprezzare il positivo e originale apporto di ognuno.

Che poi, accade fin troppo sovente che una modestia imposta ci vada un po’ di traverso, ci stia un po’ stretta, divenga un po’ falsa, esteriore (appunto!). Non ritengo immodesta una margherita nei capelli, una gonna a fiori che si gonfia perché la ragazza vuole farsi ammirare, contenta di come in quell’istante si sente: son cose belle e pulite, pudiche… dal mio punto di vista, per gli occhi che ho nel guardare. Anche un corpo nudo può essere bello e pulito, persino pudico (i putti di stucco grassottelli e giocondi lo sono senz’altro; e così le migliaia di Bambin Gesù sulle ginocchia della Madonna), dipende dagli occhi con cui lo si guarda, con quale mente con cui lo guardo, dipende da come il pensiero dietro lavora, sobilla, progetta, s’immagina… dalla saliva che inghiotto. Perché si sa: «l’occhio del padrone ingrassa il cavallo».

Putto con la foglia di vite al castello di Aglié.
Quale “mente” può ritenersi offesa, destabilizzata, tentata, scandalizzata dalla nudità?

Ma anche in fatto di modestia qualcuno ha cambiato le carte: per il patrimonio di conoscenze che ha, per come ipotizza la società debba essere, per l’utopia che cerca di costruire, per le norme categoriche che è costretto ad applicare, vedendomi nudo mi attribuisce intenzioni e finalità che non ho, per come s’immagina il processo di causa ed effetto, perché “ben sa” come certe cose vanno poi a finire. Perciò è il primo ad essere immodesto, perché presume di essere migliore, si autovaluta migliore, forte di una fedeltà a un progetto divino, per definizione superiore a quello umano e naturale; di un impegno costante che richiede dedizione e sacrificio e dal quale si aspetta quello stesso guadagno che pensa che io voglia raggiungere con la mia immodestia. Non sono psicologo, ma ho sufficiente esperienza per pensare che le quaresime siano l’eccezione di una regola opposta che vige per il resto dell’anno.

Mi dispiace, ma la penso in altro modo, conosco le cose in modo diverso, non posso che agire in modo diverso: preferisco essere coerente con me stesso (con la natura che è in me, che giorno dopo giorno riscopro), che ossequiare un costume, le opinioni di altri. Liberissimi che abbiano altre mode e opinioni e si comportino di conseguenza. Ma anch’io!

Non si tratta nemmeno dei confini tracciati fra gli uni e gli altri dalla quantità di “libertà” assegnata a ciascuno, forse nemmeno di un diritto, scritto e sancito dall’Onu, ma di un principio ancora più a monte, a monte della stessa società e della necessaria politica che serve per stare insieme. È come chiederci se respirare è un “diritto”. È una condizione che ci deriva dalla natura: non possiamo applicare i nostri criteri alla natura… li vediamo, poi, i disastri che combiniamo. Vedo che la natura non ha bisogno di conoscere il bene o il male per essere viva e vitale; considerandomi innanzitutto una creatura naturale, cerco di seguire la natura per quanto possibile, piegandomi a volte come un bambù alle esigenze sociali per non dovermi anzitempo spezzare.

Test psicologico: Individuare nel gruppo di escursionisti la persona immodesta che vuole a tutti i costi imporsi o distinguersi.

#TappaUnica3V: Invito


Estendo a tutti i lettori e amici del blog l’invito a presenziare la mia partenza o il mio arrivo per questa riedizione del mio appassionante viaggio tra i monti della Val Trompia.

Un viaggio ideato e compiuto con varie motivazioni:

  • dare risalto e visibilità alle splendide tracce del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”;
  • manifestare dissenso verso la dilagante dipendenza escursionistica (e non solo escursionistica) dai mezzi tecnici (già molti sono coloro che non si muovono da casa senza aver prima consultato per più giorni le previsioni meteorologiche, senza poter contare sull’assistenza di un navigatore GPS, senza aver comprato in sovrabbondanza e senza reale necessità costosi materiali tecnici, eccetera);
  • dimostrare che, attraverso l’esperienza e la conoscenza (e la testa), in montagna ci si può andare anche con il minimo del supporto tecnologico;
  • dimostrare che anche un diabetico può permettersi delle “imprese” sportive;
  • invitare a supportare la ricerca sul diabete;
  • evidenziare che se in montagna incontrate una persona nuda potreste compiere un grave errore nel ritenerla sprovveduta, fuori luogo, esibizionista;
  • dissentire con quei sindaci e con tutti coloro che oppongono resistenza alla diffusione del nudo;
  • supportare i Sindaci e tutti coloro che non ostacolano la diffusione del nudo;
  • incitare a manifestare pubblica voce i Sindaci e tutti coloro che supportano, praticano o vivono il nudo;
  • protestare contro la convenzione giuridica che ritiene il nudo opportuno solo in contesti specifici o in ambienti isolati e solitari;
  • ribadire che il nudo è la nostra normale condizione e va pertanto inteso normale in qualsiasi contesto e ambiente.

Grazie già da ora a tutti coloro che saranno presenti alla mia partenza o al mio arrivo, a tutti coloro che mi supporteranno durante il viaggio ed anche a tutti coloro che mi penseranno per un sostegno morale.

Grazie!

Sono Natura


Dalla natura vengo a sapere che sono nato nudo, che anche sotto gli orpelli quotidiani, sempre nudo rimango; che nudo mi disfarò nella tomba, che eventualmente nudo mi presenterò al tribunale di Dio nel giorno del giudizio. Orpelli che mi si sono incarnati addosso, che sono diventati persino pensieri, convinzioni, stati e condizioni, definizioni, dati di fatto, credenze, certezze, assiomi, talvolta ossessioni, su cui ragionare e agire di conseguenza. La controprova è che, mollati i paludamenti tessili e le fisime mentali, ci vediamo semplici e nudi, come pane senza companatico… ma buono lo stesso.

 

Semplici e nudi

Semplici e nudi innanzitutto verso di noi: so benissimo della pancetta che ho, di certe pliche flaccidose della pelle, del grasso che mi ottunde i bei pettorali. Però se è così che son fatto, così mi tengo. Perché, se per primi noi stessi non ci accettiamo, troveremo negli sguardi degli altri un giudizio (presunto) e una conferma del nostro scontento.

Guardandoci dal punto di vista della natura, vediamo la nudità come fatto naturale, come non ci fosse differenza fra la stanza da bagno e fuori, fra casa e fuori. E gli altri son forse Marziani? No! Anche loro sono figli della stessa natura. E perché dunque pensarci indecenti, come se qualcosa di noi fosse inaccettabile, fatta male, quasi innaturale? (persino della natura abbiamo un’idea di come debba essere – secondo noi!) Perché del distinguo che fa la “ragione”, il pensiero dei più che ci dice che cosa è decente e che cosa indecente? Se non è indecente la natura, non sono indecente neanch’io, nemmeno se son sovrappeso. Penso che sono più indecenti i nostri “razionali” pensieri: la lingua batte dove il dente duole.

Ma, una volta spogliati, ci si apre un mondo, ci sorprendiamo del mondo, ci fa meraviglia – anche di noi ci meravigliamo: così non ci siam visti mai! La differenza maggiore la scopriamo dentro di noi, nel mutamento dei pensieri, delle convinzioni, delle valutazioni, che si traducono in comportamenti, atteggiamenti, scelte di vita. Senza acrimonia, senza stracciarci le vesti, senza indignarci, ma semplicemente e risolutamente andiamo da un’altra parte… nel castagneto del Dosso dei Camosci ad esempio, a sentirci finalmente sinceri con noi stessi, a constatare la differenza fra legge “divina” e legge naturale. Ma non dovrebbero essere la stessa legge, visto che proprio Dio ha creato la natura così com’è? Chi ha mischiato le carte? Chi sta bleffando? E crediamo a Pascal: “se  l’asso ce l’ha, abbiam perso; se l’asso non ce l’ha, ci punisce comunque per aver anche solo pensato che stesse bleffando. È meglio scommettere che ce l’abbia e, pazienza, game-over. Ma chi mi ha costretto a quel tavolo di poker? A scommetter la mia vita per un atto di fede, con un patto di fede? Grazie, io non gioco. “Cosa? Non stai al gioco, non vuoi giocarti la vita con Dio? Non può volere la tua rovina: se poi ti ritrovi in mutande, la carità ti verrà in aiuto, la Sua misericordia è infinita. «Non essere incredulo, ma credente, Tommaso!» (Giovanni 20, 27)”.

La natura mi parla per archetipi, non ha parole, non ha tutorials, non mi manda i concetti già bell’e fatti, pronti per l’uso: ha mille altri modi, mille altri fatti, mille nuove esperienze che posso scegliere di fare per provare a conoscermi meglio. Con me, ma anche in confronto con altri. E dopotutto, da qualche parte ci sono anche i sentimenti… e non son poca cosa.

Tutti capiscono il freddo ed il caldo, il giorno e la notte, il disagio e il benessere, la fatica e la gioia… Non posso per tutta una vita cercare di evitar la natura: scegliere il piano e non la salita, l’auto invece dei piedi, il cotto invece del crudo, le primizie di serra perché non so aspettar la stagione, la corsa invece del passo, i sapori “genuini” e “salati” , ricordarmi della crema solare, mettermi gli occhiali da sole… Sembra quasi che stiamo creando un’anti-natura, una creazione parallela che stiamo rifacendo da noi, come se il Creatore non fosse stato bravo abbastanza. Chiaro, noi vogliamo capire, smontiamo e rimontiamo, se qualche pezzo non combacia, annunciamo una nuova invenzione… Ci stiamo costruendo un pianeta tipo Gattaca, asettico e innaturale.

La doccia d’aria fresca

Il nudo stride. Il cane-da-guardia del pudore ci abbaia alle spalle, per farlo tacere non abbiamo che da spogliarci, riconquistarci quel corpo che dovrebbe essere solo nostro, involucro e specchio della nostra anima, la nostra costante k in quanto persone.

Il nudo ride. Il nudo ci fa contenti. Di un’intima gioia di persone comuni, che appunto perché spogliate di tutto, si vedono forti egualmente, non appese a pensieri, a progetti, a valori che danno una parvenza di vita: ci accontentiamo di esser dei burattini?

In casa sto nudo; al mattino mi alzo, mi affaccio al balcone e mi stiracchio levando in alto le mani con le dita incrociate: le prime boccate d’aria mi scandagliano, mi entrano, come mi entran negli occhi i primi bagliori dell’alba; il frescolino mi avvolge la pelle, sembra che l’aria stessa si sia avvicinata e voglia conoscere me – non c’è nessun altro -, darmi il buongiorno; non è ostile, non rabbrividisco, è una doccia d’aria fresca. I balconi a destra e sinistra sono deserti, e se anche una mattiniera vicina uscisse sul poggiolo a sprimacciare i cuscini, vedendomi al naturale così come sono, sorpreso con le dita della marmellata ancor nella bocca, le vedrei un sorrisetto spuntar sulle labbra, contagiata dal lieto, leggero, fresco sorriso che le manda mio corpo libero, tutto, intero dalla testa ai piedi, selvaggio come un Boscimano, naturale come son per me stesso. È naturale esser nudi, più che l’esser vestiti. Lo sanno anche i sassi.

Ma noi siamo sociali: da soli siam brava gente, ma insieme… sembra sparisca buona parte di umanità; insieme siamo più forti, lavoriamo di squadra (gli eserciti son formidabili! non importa del prezzo, se davvero vuoi conquistare qualcosa: prezzo d’amatore). Viribus unitis, unendo le forze è più facile raggiunger lo scopo. Spesse volte questo scopo non l’ho scelto da me, ma qualcuno più forte di me, divenuto forte perché gli ho ceduto la mia forza (volente o nolente). In questo la società mi fa paura, mille volte più della natura. Anche in natura tragedie e disastri sono all’ordine del giorno. Solo la Walt Disney poteva inventarsi un Lion King: solo noi lo vediamo “re della foresta”; in realtà, un leone non va oltre la propria famiglia; una tigre non mangia più del necessario; le api non vendono il proprio miele.

La consapevolezza sociale è molto diversa dalla consapevolezza personale.

Per “rispetto delle differenze” omologhiamo tutti, tutti uguali di fronte alla legge; il multanova scatta per tutti automaticamente… poi con la cassiera mostriamo chi siamo (galloni, occhiolino, “facciamo-a-metà?”…)

La nostra costante

Il nostro k o il nostro (氣), il prana, che è lo stesso che spiritus o anche il “soffio che ci ha dato la vita” (πνεῦμα), la nostra “essenza individuale” (o carattere, psiche, anima, personalità, identità, individualità, forza d’animo, carattere, indole… ma anche volontà, decisione, intenzione, scelta) lo teniamo rigorosamente per noi, è poco socializzabile, se non nella ristretta cerchia di amici. Eppure non c’è nulla di più universale e di fuori dal tempo: questo tratto umano universale che dà il senso allo studio della storia come storia di uomini, di tutti gliuomini, quel quid di umanità che trapassa di generazione in generazione senza disperdersi, senza inquinarsi; quell’idea di uomo che possiamo ammirare negli uomini di oggi come in quelli di ieri. È quell’energia personale e interna di ciascuna persona, che lascia il proprio sigillo nelle cose che fa.

«Il al mattino è fresco» diceva Sun Zu. Eppure è con la nostra maturazione, con l’evoluzione che ci siamo scelti da noi, che ci relazioniamo con gli amici e gli sconosciuti. L’attenzione ai suggerimenti della natura ci fa evolvere nella direzione che noi vogliamo, una direzione vantaggiosa, perché più equilibrata, meno stressante, più sana, più piacevole, più istintiva, ma a suo modo regolata nel variarsi e adeguarsi giorno per giorno.

Dal balcone di casa guardo le torbiere, la campagna, il sole che nasce, i nuvoloni carichi d’acqua. Mi sento a-posto, giusto così. Non sto segnando le crocette fitness su una tabella. Mi distrarrei: sono molte le cose che il corpo percepisce in quell’istante: la mia presenza-esistenza è un vortice di mille pensieri, una dinamo che si sta caricando: mi riconfermo in quello che sono, con questa sensazione di oggi in più, e domani sarà di nuovo lo stesso e diverso. Linfe sconosciute mi circolano in corpo, forse son raggi (l’intero alfabeto greco non basta a elencarli), forse fotoni, forse dell’altro che ancora non sappiamo che esiste, ma che pur ci fa bene.

E allora penso che mi sono ripreso un pezzo di corpo, come se finora mi fosse stato rubato, se è questo corpo, ora tutto intero, che mi ridà tutto questo che sento, e che ben non so dire.

Questo sento mi fa la natura.

La Natura mi sbraga: dov’è l’indecenza?

Di fronte allo spettacolo della natura, dopo ore di marcia e sudore, durante le quali abbiam dialogato, interagito passo dopo passo con la natura, dopo che ad ogni curva qualcosa cambiava, fotogramma dopo fotogramma, arrivati alla cima ci viene spontaneo dire al mondo qualcosa di noi, qualcosa di sincero, di nuovo, di stupendo, qualcosa che scopriamo lì e allora per la prima volta, ci vien automatico dimostrare il nostro apprezzamento, la nostra meraviglia e sorpresa; l’esigenza di non tener nascosta, separata, specialissima, con la scusa che sia privatissima, nessuna parte del nostro corpo, così sensibile a tutto, che tutto questo coi sensi ci ha fatto capire, come fosse l’altra metà di noi stessi; al diavolo le convenzioni e convenienze, dov’è l’indecenza? mi calo le brache (non è atto di resa, e nemmen di protesta o sberleffo), mi par di volare, di esser grande come tutto l’orizzonte che vedo, mi sento in gola la sazietà di un momento di  gloria, la tranquilla normalità di una magnificenza che mi diventa respiro, inalato a pieni polmoni. Non valgono un pensiero gli stupidi pantaloni abbassati alle caviglie: andrei in prigione per un momento come questo. Mi sento gonfio come un tacchino che fa la ruota, fiero come un lupo che va per i fatti suoi, piena la testa di grilli minuscoli e vispi, orgoglioso come un piccolo dio, compreso di un’esperienza che mi sta trasformando, invanito di cose da nulla, ma che pure son rare, grandi e preziose – mie! pieno di vanterie belle, buone e reali; mi sento ricco di niente, perché non saprei dire di che… forse semplicemente di vita. La natura mi dice che ogni momento, normalmente io sarei così, abitando una «casa in cima al mondo» come cantava Pino Donaggio quand’ero ragazzo. Ah, sì che ci vien voglia di crescere, perché all’improvviso si sa come fare, cosa fare, com’è.

Sbragati dalla Natura (Foto di José Gomez, California – da http://www.maktiv.net)

#TappaUnica3V tabella di marcia 2017


Ci eravamo lasciati con un doloroso allenamento: dieci chilometri con il ginocchio sinistro sempre più dolorante. Il giorno dopo il dolore era ancora presente e il successivo le cose erano ulteriormente peggiorate: in discesa dovevo fare le scale un gradino alla volta. Il martedì pomeriggio, all’improvviso, i dolori si attenuano notevolmente fin quasi a scomparire. Felice ma comunque previdente: acquisto lo stesso ginocchiere e fasce rotulee (già che ci sono, visto che anche il destro ogni tanto duole, ne prendo una coppia cadauna) che utilizzo tutta la settimana. Arriva il sabato e, per testare il ginocchio, programmo un breve giro esplorativo: quindici chilometri per mille metri di dislivello. Parto senza ausili ortopedici e, pur forzando parecchio, le cose vanno alla grande tanto che a metà della prima leggera discesa provo ad abbozzare la corsa: per un poco tutto bene poi si ripresentano i primi dolori, mi rimetto al passo e questo basta per farli svanire, bene ma per oggi niente corsa. Per un bel tratto non ho problemi poi con la seconda ripida discesa riecco i dolori, sono leggeri ma per evitarne l’aggravarsi indosso la ginocchiera che mantengo fino alla fine del giro alla quale arrivo senza particolari problemi, se non per il caldo soffocante del primo pomeriggio. Contento del risultato mi avvio sulla strada del ritorno, prima di tornare a casa mi fermo al supermercato per fare la spesa e ne esco con il ginocchio nuovamente dolorante a causa degli sforzi fatti per girare il carrello appesantito da quattro confezioni di acqua. Sebbene questo mi abbia permesso di localizzare esattamente la sede del dolore (punta anteriore sinistra della testa del Perone), inizio ad essere seriamente preoccupato: forse conviene prenotare un controllo specialistico, suggerimenti per un buon ortopedico, meglio se pratico di problematiche sportive, a Brescia o dintorni?

Nel frattempo ho concluso la revisione della tabella di marcia dello scorso anno integrandovi i nuovi tempi di sosta ai cinque rifornimenti che, stavolta, invece d’esservi integrati si aggiungono alle quaranta ore di cammino. I calcoli sono stati rivisti fruendo di uno strumento cartografico on-line (GPSies) che permette un più semplice e accurato (anche se l’impressione è che sia ben lontano dalla precisione) calcolo delle distanze e dei dislivelli, ho anche determinato le velocità più adatte per ogni tratta e sulla base di queste, con una lunga serie di aggiustamenti, definito i tempi di cammino.

Quest’anno effettuerò il giro due settimane prima nella speranza di trovare meno caldo inoltre, al fine di rendere più facile la partecipazione a chi desiderasse seguirmi dal vivo (partenza e arrivo sono stati abbinati a due eventi Mondo Nudo per un accompagnamento e numerosi sono i passaggi da punti raggiungibili in auto o con un breve cammino) e per permettermi un più semplice reperimento dello staff logistico (chi volesse darmi la sua disponibilità è pregato di farmelo sapere il più presto possibile e comunque entro la metà di maggio al fine di darmi tempo per una diversa organizzazione logistica nel caso nessuno o pochi si facessero avanti), ho scelto un fine settimana. Dal punto di vista del percorso rimane la decisione di seguire tutte le varianti alte (qui puoi vedere il percorso completo), mentre, ricalcando quanto fatto nell’inaugurazione del sentiero 3V, la partenza avverrà dalla piazza principale di Brescia (Piazza della Loggia) dove penso di allestire un punto di incontro che possa richiamare l’attenzione.

Detto questo ecco qui di seguito la mia definitiva tabella di marcia; ovviamente l’unico orario certo è quello di partenza, farò di tutto perché lo sia anche quello di arrivo ma non posso prometterlo, mentre gli altri vanno intesi come approssimativi: per diverse ragioni potrei, come successo lo scorso anno, subire dei ritardi oppure in alcuni tratti tentare delle accelerazioni. Anche i tempi di sosta ai rifornimenti sono indicativi: in caso di ritardo potrei ridurli per recuperare, in caso di anticipo potrei aumentarli.

7 luglio
· Partenza – Brescia, Piazza della Loggia ore 20.00
· Brescia, inizio via San Gaetanino ore 20.30
· Ex Rifugio Monte Maddalena ore 22.05
· Chiesa di San Roco a Nave ore 23.30
8 luglio
· Santuario di Conche ore 01.10
· Passo del Cavallo ore 02.40
· Passate Brutte ore 04.55
· Corna di Sonclino ore 05.30
· Punta di Reai ore 06.55
· Lodrino – Agriturismo Isola Verde (sponsor) ore 07.45
.     sosta e rifornimento 1: ripartenza ore 08.45
· Passo della Cavada ore 09.40
· Passo del Termine ore 10.40
· Piani di Vaghezza (parcheggio basso vicino al chiosco bibite) ore 11.25
· Monte Ario ore 12.55
· Passo di Prael ore 13.50
· Corna Blacca ore 14.50
· Passo delle Portole ore 15.25
· Cima del Dosso Alto ore 16.05
· Giogo del Maniva – Albergo Dosso Alto (sponsor) ore 17.20
·     sosta e rifornimento 2: ripartenza ore 19.20
· Monte Dasdana ore 20.35
· Goletto di Cludona ore 21.05
· Monte Crestoso ore 22.00
· Foppa del Mercato ore 22.55
9 luglio
· Monte Muffetto ore 00.20
· Colle di San Zeno – piazzale del Rif. Piardi ore 02.30
·     sosta e rifornimento 3: ripartenza ore 03.30
· Monte Guglielmo ore 05.05
· Croce di Marone ore 06.00
· Punta Almana ore 07.30
· Santa Maria del Giogo (trattoria) ore 09.05
· Zoadello Alto – Vineria Zoadello ore 10.10
·     sosta e rifornimento 4: ripartenza ore 11.10
· Uccellanda della Colmetta ore 13.00
· Monte Magnoli ore 14.00
· Sella del Quarone di Sotto ore 14.30
· Monte Selva (Santuario della Stella) ore 15.15
· Monte Peso ore 15.55
· Monte Picastello ore 16.40
· Arrivo – Urago Mella, inizio via della Piazza da via Interna ore 17.00

La Natura mi svela


Il guard-rail

Nudo non mi so difendere, sono da solo, ho bisogno della società. Della società con le sue leggi. Devo proteggermi innanzitutto da me, dagli eccessi che posson scoppiare all’improvviso, fuori controllo. La società con le sue indicazioni (il portare vestiti, ad esempio) mi aiuta a temprare gli istinti. Fa leva sui sensi di colpa preventivi, sul pudore, sulla vergogna, sulla “responsabilità” (il redde rationem, il registro dei conti, da consegnare alla fin della fiera a san Pietro). La legge mi aiuta a dominarmi, ad avere una misura. Mi impone un suo rito, m’incanala in un flusso, nella massa, nel suo alveo dove tutti più o meno scorriamo, più o meno d’accordo. Lo fa per il mio bene, per evitare che càpiti il peggio: per me e per gli altri. Teme le tentazioni che sono ognidove, spifferi di un’altra realtà, di un anti-mondo che serpeggia, pronto sempre a insinuarsi e colpire appena scopre una falla; a tentare, appena scopre un uzzolo anche solo incipiente; teme per noi gli istinti che ciascuno abbiamo inscritti nella nostra “natura”, in quel “sesso” mai bastantemente addomesticato, ancora troppo naturale e selvaggio – eròta svolazzante, impudico, “maleducato”; non ha mai imparato a parlare, come il bambino-lupo dell’Aveyron -, che ci comanda come tremendo tiranno; al di fuori di ogni regime, di ogni regola, al di fuori di ogni progetto razionale per il nostro futuro.

È compito della legge: lo fa per me e per il bene della società, per l’ordine generale: ogni cosa ordinata è migliore.

La recinzione e il guard-rail
Da: Pinterest
Non sopporto di essere confinato entro questa recinzione [i comandamenti di Dio], io la salto.
Aspetta. Non è una recinzione, è un guard rail.
La citazione dai Proverbi viene così tradotta: «Chi custodisce il precetto custodisce se stesso, chi trascura la propria condotta morirà

La pratica nostra e l’etnologia ci prova l’esatto contrario, che in natura ogni cosa è a misura. Non è la vista del nudo ad esser releaser (“attivatore, scatenatore”) di istinti scomposti, ma è quell’insana aspirazione di un ego arrivista e furbino che per ogni cosa che fa vuole aver la medaglia, un riconoscimento sociale, come avesse superato un ostacolo a vantaggio di tutti, raggiunto una vetta finora inviolata, spostato più in alto l’asticella del salto, portato a termine un’impresa esemplare. Un atleta olimpionico: a lui il merito, la vittoria è di tutti, in eurovisione.

Sull’altro lato

Dichiaro: sono indifeso, è vero, ma non devo difendermi proprio da nulla, nemmeno da me stesso. Pagherò, ma rimarrò quel che sono, fin che posso resistere. Orgogliosamente dico che son grande abbastanza, che so “dominarmi”. Fino a un certo punto, ché oltre sarebbe un tradire me stesso. E allora, la semplice, innocente, casta mia nudità che c’entra con tutti quei paraventi, quei paventati e mai detti pericoli? che c’entra col preconcetto giudizio, con sacrosanto precetto, col bennato consiglio di riconoscere che ho bisogno d’aiuto e difesa, e la legge lì pronta ad aiutare e difendere? E la disobbedienza, se generalizzata sarebbe un disastro sociale, un disordine colossale… Da ogni disordine, si dice però, nasce un nuovo ordine.

Intanto constato: le strettoie delle prescrizioni han fatto nascere una gramigna innaturale, infestante. Mi fido più di Madre Natura che di Padre Diritto. Credo (!) che per natura siam buoni, siamo affettuosi e gentili, ad essa affidati viviamo arrischiati e persino un tantin scapestrati, proprio perché non manchiamo di nulla, perché non temiamo di nulla. Perché siam fatti così, a posto nel mondo, come ogni altro animale. La “civiltà” ci ha imbastardito con la pretesa razionale, positiva e scientifica di saperne di più, di volere di più, di valere di più, di meritare di più. Ci ha sommerso di slogan magniloquenti e imperativi diktàt: fai così – fai cosà! E abbiamo disimparato ad ascoltare la natura dalla quale siamo nati, della quale siam fatti; quella stessa natura che sentiam dentro di noi e ci fa funzionare: respiriamo, cresciamo, proviamo emozioni… viviamo. Ed è la stessa natura che continua anche fuori di me, che vedo viva nel mondo. La natura mi attraversa come un raggio di sole che mi scalda sotto la pelle, come sguardo d’un occhio sollecito che mi scandaglia a veder come sto, come luce che mi contorna le forme di bianco e di ombra; come contrappeso ancorato che mi rende sgravato e leggero; come benessere che mi sprizza dai pori; come freddo che mi entra nelle ossa; come fatica che mi chiede una sosta; in forma d’un’emozione che mi prende, mi scuote, mi spreme, mi sprona… E so che son io, che son filo d’erba, che sono castagno dalla scorza rugosa e son pure lo spazio di luce, smagliante e splendente, che si stende fra me e le nitide cose che mi stanno dintorno. Sono anche pensiero di queste stesse cose che vedo, e penso che anche loro vedono me: videor, ergo sum, “sono presenza, essenza, esistenza, apparenza… dunque sono”. Sospeso, la spina staccata, sconnesso, fuor d’asse, la ragione svapora, perdo equilibrio, lievito per forza maggiore, indulgo nella percezione al presente, smemorato di tutto, ma sveglio, attivo ed attento, galvanizzato d’un’interna buona energia… vivo.

I castagni del Dosso dei Camosci (Monte Magnoli, Villa Carcina), 12 marzo 2017.

«L’immagine non è la cosa, ma la sua conoscibilità (la sua nudità), essa non esprime, né significa la cosa; e, tuttavia, in quanto non è che il donarsi della cosa alla conoscenza, il suo spogliarsi dalle vesti che la ricoprono, la nudità non è altro dalla cosa, è la cosa stessa» [Agamben, Nudità, p. 119]

Nudità e conoscenza

La nudità è totale visibilità, totale presenza, totale persona, perfetta, genuina, integrale; non segno, non rinvio a un diverso significato; prova di nulla, oggetto banale, normale, di nessun senso e valore, non-classificato, nulla top-secret. E vedere il corpo nudo significa percepirne la pura conoscibilità al di là di ogni segreto, prima di ogni ipotesi o idea, prima di ogni verifica di laboratorio: lasciarsi vedere e lasciarsi conoscere dal vero chiude il cerchio della conoscenza fra me e il mondo reale, equivale a conoscere davvero, nella reciprocità dell’andata e ritorno. Proietta all’esterno la consapevolezza di me, mi cala nel reale come grumo di lievito che attende un po’ d’acqua e un raggio di sole per farmi sentire che son buon pane dorato, fragrante, da sciogliersi in bocca, per dar gusto e sostanza a quel che poi vedo, a quel che mi assimilo, a quel che vedo divento, a quel che mi scelgo come cibo per me.

La nudità come percezione, intuizione, acquisizione di conoscenza della Natura operante nel mondo e in noi: il corpo-che-conosce si forma, si modella, parallelamente come corpo-conosciuto. Se poi questa conoscenza (attiva e passiva) corrisponde a bellezza e verità (entrambe come atto di scoprimento, di svelamento: alètheia in greco significa “non-nascosto, verità”) dipende da personale predisposizione, apertura, dialogo attesa, attenzione, incantamento, tentazione. E mi piace anche dire che è una verità nuda, una verità muta, che non ha bisogno di parole per essere espressa, di mente per essere appresa, di megafoni per esser comunicata, di interpretazioni per esser compresa, di riflettori per richiamar l’attenzione, di coturni per mettersi in mostra.  Qualcuno pensa che la nudità sia una verità eccessiva e non necessaria, anzi pericolosa. Può darsi che sia diventata tale proprio a motivo della misura imposta, a motivo del pudore, a misura della perdita dell’onore (= vergogna) e alla quale il costume nei secoli ci ha abituato.

 

Il velo

Per la mia esperienza e percezione non darei ragione a Walter Benjamin, quando dice che «il bello non è né il velo, né ciò che è velato, ma invece l’oggetto nel suo velo». Darei troppa ragione al velo, lo legittimerei, lo sparerei in iperbole come più vero del vero, lo renderei necessario da un punto di vista estetico – per cominciare – e poi è un attimo giungere all’uso del velo per attingere anche all’etico, alla bellezza morale: velo veicolo di un simbolo, come fa il novello marito quando alza il velo e bacia la sposa.

Un velo… ed è subito sposa!

È vero che le cose funzionano anche così, che c’è più peperoncino e attrattiva nel disvelare, che nel vedere apertamente (il vedo-non-vedo). Ma si tratta di un artificio fin troppo umano, vergognosamente umano: erigere una recinzione per poter guardare dal buco: da una parte stuzzica gli appetiti, la passione, dall’altra lo strappare quei veli è smaccata (a volte violenta) dimostrazione di arrogante, prepotente potere.

Lo scopo delle recinzioni: il solito velo, il ritardo, l’attesa per aumentar l’appetito

Dal punto di vista estetico ritengo che sia una bellezza artefatta, un’arte troppo concettuale: l’ostacolo mette in azione l’immaginazione che restaura l’integrità originaria; che stimola il desiderio di superarlo. C’è chi apprezza l’intervento ideativo dell’uomo, il rispecchiarsi narcisistico dell’ego collettivo di una società e di una cultura nei confronti della natura. Ma che cosa manca all’uva di Zeusi se persino i passeri la volevan beccare? (Plinio, Storia naturale XXXV 61-66)

«Si racconta che Parrasio venne a gara con Zeusi; mentre questi presentò dell’uva dipinta così bene che gli uccelli si misero a svolazzare sul quadro, quello espose una tenda dipinta con tanto verismo che Zeusi, pieno d’orgoglio per il giudizio degli uccelli, chiese che, tolta la tenda, finalmente fosse mostrato il quadro; dopo essersi accorto dell’errore, gli concesse la vittoria con nobile modestia: se egli aveva ingannato gli uccelli, Parrasio aveva ingannato lui stesso, un pittore.»

La bellezza naturale è bella e buona, non ha bisogno di velare la propria virtù perché venga meglio apprezzata, scoperta come meraviglia inattesa, ritrovata come fosse perduta da tempo. Non ha bisogno di celarsi, di farsi meno appariscente per un gioco di falsa modestia. O per renderla sacra, accessibile solo coi riti.

La misura della natura

Nudi nella nuda natura, spogliati del segno e del sogno che ci vorrebbe caporali, si riscopre la nostra primigenia natura, in quella definizione di “uomo” che non ha bisogno di parole per essere immediatamente compresa, in quella visione diretta e olografica di sé che si fonde in tutt’uno con l’ambiente naturale; un sé non distinto, non separato, non diverso dal mondo in cui vive; senza bisogno di verbalizzazioni, di rapporti scritti, di indagini, di teorie unificanti, di letteratura, ma piuttosto di un sé vivace di sentimenti, vibrante di emozioni corpose e spontanee che ci fanno sazi e appagati.

Dalla natura temiamo ci vengano solo mali da cui difenderci: il freddo, il vento, il troppo sole, la perdita delle comodità civili e sacrosante. Abbiam perso il senso stesso della nostra natura e della “natura”. Troppo semplici, troppo banali per gente che sa, che conosce le Treccani del mondo. Ci vogliono i riti, le solennità; ci vogliono i significati, gli obiettivi, i metodi, gli strumenti, la coerenza, la formula matematica, la teoria del tutto… Dimenticando che Madre Natura saprebbe fare tutto da sola, altrettanto bene e forse anche meglio.

Inneggio al corpo esposto al sole, esposto al freddo, al vento, alla pioggia, alla fatica, al sudore, a una gioia composta, intima e muta, all’auto-percezione spogliata di veli, turbamenti e timori. È vivo. Senza ripari, senza pretoriani, senza comodità. Perché così è la vita: non si fa servire. Questo il senso, l’anima, la scossa, la scintilla interna che sentiamo viva in noi e che ci fa sentire vivi altrettanto, integri, perfetti, fatti di carne e di sangue…  incantati di quel che vediamo e che siamo.

#TappaUnica3V, mazza che botta!


Lo sappiamo bene, così vanno le cose: te le vai a cercare e non ti succede niente poi, quando meno te lo aspetti, quando tutto è tranquillo ecco la botta, e che botta. Nel buio quasi totale un bel tuffo a pesce, senza possibilità di un seppur blando riparo delle braccia, senza ammortizzazione, giù diretto di muso, giù a sbattere la faccia, sono solo riuscito a indirizzare la caduta sull’erba anziché sul duro, sono solo riuscito a girarmi un poco di fianco per atterrare prima con la spalla, sono solo riuscito a tenere alta la testa fino all’ultimo, fino a quando il contraccolpo me l’ha fatta abbassare e, scivolando sull’erba, farla sbattere contro l’affilato e irregolare bordo del viottolo. Strusccc e poi crac, nitidi i rumori che ho percepito nel sbattere la testa, nitida la sensazione d’essere stato prepotentemente agganciato in fronte da uno spuntoncino, nitido il calore del sangue che si faceva strada nella ferita. Certo date le premesse poteva andare molto peggio, alla fine me la sono cavata con poco: tre piccoli tagli, due in fronte e uno, provocato dagli occhiali, sul naso, e qualche leggera contusione.

Già, così vanno le cose, duri allenamenti, corse per rovinose discese, salti su rocce scoscese senza mai nemmeno rischiare una caduta e poi… poi vado a cadere sul vialetto del giardino di casa. Mannaggia. Non ho ben capito come ma, scendendo da uno scalino, il piede si è storto (e controllando il terreno buche o zolle non ne ho trovate, boh!) e le borse pesanti che avevo sulla spalla sinistra sono partite avanti trascinandomi senza possibilità di reazione nella rovinosa caduta. Altre borse nella mano sinistra me la tenevano occupata, usare solo la destra voleva dire rompersela o rompersi il braccio e così istintivamente, non l’ho usata per attenuare la caduta, mi sono solo girato sul fianco destro per sfruttare l’erba del prato che era da quella parte. Va beh, alla fine mi sono fatto ben poco e gli allenamenti sono andati avanti senza sosta, ah gli allenamenti, è di questo che questi articoli vogliono parlare, e di TappaUnica3V, ma non posso disgiungere il tutto dalla mia vita, TappaUNica3V è ormai parte della mia vita, una parte che si è profondamente integrata con tutto il resto, una parte che mi sta dando nuove emozioni e mi sta facendo scoprire la realtà del trail, del lungo cammino fatto in velocità e continuità, una realtà che, come troppo spesso capita, alcuni contestano con i soliti “non la capisco”, “la montagna è calma, perché correre” e via dicendo, in questa sede voglio solo dire “prima di parlare provateci” un suggerimento logico e saggio che dovrebbe valere per qualsiasi cosa, per il trail come per il nudismo, le due anime di TappaUnica3V.

Torniamo al contesto, torniamo ai miei allenamenti, stavolta voglio evidenziare l’incontro con gli animali. Purtroppo (o per fortuna? Gli animali allo stato brado devono così essere, altrimenti sono animali da zoo) non è facile incontrarli, a volte, come mi è successo con i cinghiali, si percepiscono nella notte (esperienza incredibilmente fantastica… sia il camminare di notte, che il percepire la presenza di qualche grosso animale) senza poterli vedere, altre volte, come pure mi è successo con i cinghiali, si sentono ma ancora non li si vedono, qualche volta si riesce a vederli, si riesce camminando in silenzio, si riesce essendo soli (e ne approfitto per dire “provateci a camminare soli, non abbiatene paura, dev’essere bagaglio di ogni escursionista”), si riesce immergendosi nella natura, diventando natura nella natura. Dopo i cinghiali dello scorso anno, quest’anno ho incontrato scoiattoli, fagiani e qualcosa che ancora non ho definito (vedi foto), non mi sembrano fagiane (coda troppo corta) parrebbero più delle quaglie ma sono troppo grossi, boh, se qualcuno li conosce e me ne dice il nome lo ringrazio a priori. Ehm, risolto (grazie a un momento di calma e a Internet): sono coturnici!

È bello, bellissimo quando sbucando da una curva all’improvviso ti appare davanti un animale anche se piccolo, bello se ti riesce di non farlo scappare, ma ancor più bello se questo, come il fagiano dell’ultima uscita, come deve fare un animale veramente selvatico, si mantiene a debita distanza, ti corre via davanti, corre veloce seguendo il sentiero che anche tu dovrai fare fino a trovare il varco per uscirne e svanire nella vegetazione. Bello, affascinante, altro che incontri pilotati attraverso l’addomesticazione degli animali, come avviene in quelle zone dove guide turistiche e accompagnatori (in particolare subacquei) danno quotidianamente (o quasi) da mangiare agli animali per tenerli a portata di mano! Questa è natura, vera natura, questo è rispetto per gli animali, vero rispetto!


28 febbraioCreste di Vallio Terme

Ventuno chilometri millecentosessantotto metri di dislivello, quattro ore e trentasette minuti.

5 marzo – Leggera passeggiata alla Rocca di Manerba in compagnia di Maria.

7 marzoAnello di Sant’Antonio fatto in cinquantasette minuti.

11 marzoAnello orientale della Val Bertone combinato con la dorsale nord di Caino

Ventotto chilometri e mille cinquecento quarantacinque metri di dislivello, sei ore e ventiquattro minuti. Incontrato uno scoiattolo nero.

18 marzoGiro delle creste di Nave e Caino

Fantastica e lunga escursione che comporta un continuo su e giù per monti con vari sbalzi di quota anche piuttosto rilevanti. Quarantatré chilometri e mezzo con un totale di duemila novecento trentacinque metri di dislivello. Percorsi in dodici ore e diciotto minuti, comprese ventiquattro minuti di sosta, l’unica vera sosta fatta, di più nei primi ventinove chilometri non ho mai avuto bisogno di fermarmi per prendere fiato o rilassare le gambe, solo qualche brevissima sosta tecnica per togliere o mettere capi d’abbigliamento o per scattare qualche foto. Purtroppo al trentaduesimo chilometro è subentrato un dolore al ginocchio sinistro impedendomi il previsto rush finale di corsa… altra botta di cui dovrò tener conto per le prossime uscite i il giro finale: fascette ammortizzanti? ginocchiere? ghiaccio? arnica? altro? Vedremo!

Decenza, concetto variabile


La legge sembra voglia difendere la società dalla vista del nudo (quello quotidiano, non quello artistico o artefatto). E quando parla di “pubblico” non fa eccezioni, come se la vista del nudo fosse indecente per tutti. Non spiega perché; sembra sia un concetto ovvio da capire. Ma se fosse davvero ovvio non ci sarebbe l’articolo del codice a vietarlo. Si suppone che la nudità altrui offenda, si suppone che vada contro i principi morali, vigenti come norma superiore per tutti. Dire «principi morali» è però un’esagerazione, in quanto non mi pare che il nudo sociale sia cosa tanto grave da poter riguardare la morale (e da quando la legge prende a prestito dalla morale le linee guida per la civile convivenza? – da Costantino, almeno). Non mi pare che un affare di indecenza sia così importante da dover invocare i rigori del codice penale. Offesa (peraltro presunta – o pretestuosa)  non è lo stesso che danno.

Nel 1999  è stato abolito il reato di turpiloquio (legge nr. 205 del 25 giugno, art. 18); un’abitudine ancor oggi indecente (se non offensiva) per molti. Nello stesso anno l’art. 57 del decreto legge nr. 55 del 30 dicembre 1999 ha depenalizzato il reato di bestemmia, declassandolo a reato amministrativo («Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 51 euro a 309 euro» art. 724 c.p.)

Un cartello contro la bestemmia

Come mai dunque il nudo, rispetto al quale materialmente sussiste solo una convenzione giuridica, viene ancora sentito e gestito come reato nonostante la depenalizzazione degli articoli 527 e 726 c.p., e la conseguente trasformazione in illecito amministrativa con ammenda cento volte più alta di quella della bestemmia (certamente offensiva)?

Non riesco ancora a spiegarmi le “braghette legali”: chi o che cosa dovrebbero difendere, quale senso civico salvaguardare? E queste “braghette” sono a difesa del pubblico o del singolo obbligato a portarle? Quel singolo che non ne ha capito, nemmeno per sé, il recondito motivo dell’obbligo, o non vuole capirlo, o non lo accetta. Per una banale questione di opinabile “decoro”, senza poter dire né a né ba, un qualsiasi agente mi può multare come stessi facendo sesso alla vista di tutti o guidassi pericolosamente. Sono di testa dura, non capisco le cose al volo: perciò, signori legislatori spiegatevi meglio, potrei anche capire. Spiegatemi anche che cosa intendete per decenza: perché se è un progetto ideale di come voi vorreste vedere la società, allora ogni crimine è un’indecenza, anche la mancanza di educazione è un’indecenza, anche le mille furbate, i mille sgarbi quotidiani che le persone si fanno fra loro sono un’indecenza, anche le mille cose che non funzionano a dovere sono un’indecenza. Tutte certo provocano una reazione, un moto di rabbia, di intolleranza, lo sbotto di un’imprecazione impotente. Ma se ti fai veder nudo, sei una vergogna vivente, allora paghi: 5.000 euro sull’unghia! Risarcisco la società per il turpe spettacolo cui l’ho costretta ad assistere. E tutto può esser risolto a palanche!

Non vedo infatti nella semplice nudità un’offesa evidente, immediata, rilevante, oggettiva, altrimenti non sarebbero ammessi i resort, le spiagge, le piscine, le spa, i club riservati e recintati… I Finlandesi col loro vezzo di fare le saune nudi dovrebbero uscirne tutti ammaccati… Altrimenti non mi spiegherei – se siamo tutti esseri umani, con le stesse vulnerabilità – come mai il nudo è permesso in Francia, in Spagna e Croazia e vietato in Italia. Se la vista del nudo fosse davvero dannoso per i bambini (quando proprio i bambini sono assolutamente indifferenti alla nudità, prima che vengano istruiti ad avere reazioni “da grandi”), non mi spiego come nei campeggi e nei villaggi siano ammesse le famiglie; come mai esistano tanti studi psicologici e pedagogici che evidenziano l’importanza dell’educazione al nudo.

Quel che trovo ingiusto – e mi pare cosa grave, trattandosi di un articolo del codice penale, cioè di uno dei fondamenti della giustizia – è che

1) la legge prenda le parti di un gruppo sociale, ma peggio ancora che assuma a modello esemplare (cioè, da estendere prescrittivamente a tutta la società) il comportamento di quel gruppo sociale. Questa omologazione imposta per legge mi pare sia alquanto antidemocratica, perché fa differenze (che la legge non sia uguale per tutti?), perché va a simpatie, perché favorisce gli “amici” (elettori);

2) la legge che vorrebbe imporre alla (presunta) minoranza il rispetto delle buone maniere, è lei, per prima, ad essere irrispettosa di un costume diverso dal suo, ma pur rispettoso. Come mai lo stesso richiamo al rispetto è a senso unico? Capirei se si trattasse della setta degli Assassini descritta da Marco Polo. Si tratta invece di un gruppo di persone che in materia di decenza ha opinioni, convinzioni e comportamenti semplicemente diversi rispetto ad altri, e non accetta che siano vietati per il solo fatto di essere diversi, perché questa diversità non reca danno a nessuno. Fino a pochi anni fa gli omosessuali erano chiamati eufemisticamente diversi. Ma le cose sono cambiate! Nel Medio Evo i sodomiti erano condannati a morte, nel secolo scorso finivano in prigione, fino a pochi anni fa erano oggetto di disprezzo, di dileggio e commenti pesanti. Ma gli omosessuali, e le donne, e i neri, non hanno smesso di insistere, di resistere, di mostrarsi, di affermare la propria esistenza, i propri diritti in quanto persone. Esser tollerati non bastava, non bastava allargare le sbarre alla gabbia.

La gente oggi è meno propensa di ieri a bersi tutto: vede, riflette, ragiona, capisce, dice le proprie opinioni, si dissocia… e comincia a comportarsi di conseguenza. Col tempo, emergeranno altri comportamenti finora tenuti nascosti, non saranno più così rari, nulla sarà più uno scandalo. Non perché ci sia di peggio (penso agli scandali veri, agli abusi, allo strapotere di certe cupole, conventicole, comitati d’affari) ma perché le persone sono tutte diverse, anche se «la Legge è uguale per tutti». La legge dovrà adeguarsi ai cambiamenti delle persone e non le persone ad esser “guidate” dalla legge.

La presunta offesa alla decenza (nemmeno più al pudore) riguarda solo chi la vede come tale. Non è un dato oggettivo. Se poi offende la maggioranza al potere nel suo desiderio “romano” di estendersi a tutta la Gallia; se questa parte della società mostra un’insofferenza astiosa nel veder prosperare gruppi di resistenza alla Asterix, e pretende che il suo “gusto” sia legge, consiglierei di rileggere l’episodio dantesco di Semiramìs (Inferno canto V, 52-57):

«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

L’episodio conferma che non è mo’ da oggi che la va a ’sto modo. Non per questo deve essere giusto e sacrosanto continuare nel solco di una tradizione che, almeno su questo punto, fa acqua da tutte le parti, un’“alluvione” ormai difficile da arginare.

Se poi la sicumera di una parte della società si sente minacciata dal diverso atteggiamento di un gruppo di strampalati senza-mutande, che hanno opinioni diverse dalle sue; se ha bisogno dello scudo della legge (dell’abuso di potere che le consente di imporre per legge il proprio punto di vista), direi che come minimo dimostra di non esser poi così salda come vorrebbe mostrare di essere.

Lei non sa chi mi credo di essere  [da:http://www.frigolandia.eu/?q=node/187%5D

Ma penso non si tratti semplicemente di questo, quanto piuttosto del dispetto che prova nel vedersi rosicchiare giorno per giorno quel “premio di maggioranza” (sempre presunta) che manda in fumo l’aspirazione tirannica, la percentuale totalitaria, premesse che le consentirebbero di dormire sonni tranquilli. E manda in fumo anche il suo tentativo di colonizzare le zone limitrofe per crearsi una fascia di sicurezza, ma nel frattempo non si accorge delle debolezze interne. E così può accadere che le amministrazioni locali si trovino a gestire la patata bollente del mutamento dei costumi: il modo più semplice e efficace sarà considerarlo questione di ordine pubblico.

Poiché il concetto di decenza rimane indefinito, per non incorrere nei rigori della legge ce ne facciamo uno noi, che prudenzialmente tende ad essere via via più rigido di quel che la legge intendeva. L’azzardo di agire imprudentemente è molto rischioso: 5.000 euro di multa non sono bruscolini. Sono una vena d’oro per le casse comunali, equiparabile ai proventi di una liberalizzazione del nudo per attirare turismo, ma infinitamente meno rischioso dal punto di vista politico.

Ferita nel proprio orgoglio, non vedendosi adorata come si aspetta, non accetta che i propri princìpi – dati per buoni ed ovvi per tutti – non siano condivisi proprio da tutti. Ammettere che altri abbiano opinioni diverse è un rospo difficile da inghiottire, forse più che ammettere d’aver torto. Ma ciò dimostra solo l’immaturità politica di chi, forte dei numeri di una parte pilotata e asservita, non ha ancora ben capito cosa sia democrazia, pur continuando a predicarla ex-cathedra come nuovo catechismo. E fa anche l’offesa, questa parte, si straccia le vesti nel vedere la reazione di chi la pensa diversamente. E non molla per principio, per partito preso. Altrimenti si mostrerebbe nuda – uh, le tette flaccide, che orrore! è questione anche di estetica elementare, di decenza! -, si vedrebbe l’inganno, il pallone gonfiato, la costruzione surrettizia che ha voluto imporre con la forza dei numeri e della legge e col non-rispetto del principio stesso – inflazionato dalle troppe ripetizioni, da finire per esser sospetto – del rispetto delle opinioni diverse.

Che poi tutto questo sia stato preso a prestito dalla «religione di Stato» – formulazione ancora presente nella legge 55 del 1999 – (per mancanza di idee proprie o di originale ispirazione) e vicariandola nella società civile attraverso la politica, le restituisca il favore, è argomento che qui non è il luogo per approfondire.

Sole e fiori per l’uscita al Monte Magnoli


Si avvicina la primavera, le temperature si fanno meno gelide, mentre le foglie dal marrone iniziano ad assumere le tonalità del verde e il terreno si macchia con il giallo delle primule, il viola delle pervinche, viola e bianco delle violette, bianco e giallo delle margheritine. Grazie ad un sole che è riuscito a farsi spazio nella copertura nuvolosa della prima mattina, un’inondazione di suoni, colori e sensazioni ha così accompagnato la nostra terza uscita di VivAlpe 2017 durante la quale, partendo da Villa Carcina, attraverso la Sella dell’Oca siamo saliti al Monte Magnoli per poi ridiscendere seguendo l’opposto crinale, quello di San Rocco.

Undici coloro che si erano registrati, tra questi un nuovo amico che, purtroppo, non ha potuto raggiungerci: un incontro solo rimandato di qualche settimana. I dieci presenti, cinque maschi (Attilio, Angelo, Emanuele, Marco e Vittorio) e cinque femmine (Cristina, Francesca, Luise, Maria e Paola), dai sette ai sessanta quattro anni, seppur disturbati dal passaggio di numerosi ciclisti e anche di un nutrito gruppo di più chiassosi motociclisti, hanno gioiosamente goduto della camminata, del sole e dei fiori, percorrendo l’anello esattamente nelle sei ore previste. Grazie ad una salita fatta un poco più celermente di quanto programmato, è stato possibile prolungare un poco la pausa pranzo, fatta nei pressi della Sella Magnoli anziché della vetta del monte omonimo, vuoi perché in quest’ultima sede s’udiva il fastidioso rumore di motoseghe, vuoi per trovare una collocazione meno esposta al fresco venticello che batteva il crinale sommitale. Qui il temerario Vittorio, stimolato dalla posizione leggermente defilata dall’ipotetico passaggio delle persone, ha sfidato la temperatura non ancora ottimale levandosi tutti i vestiti: la nuda pelle risulta fortemente recettiva, basta un sottile raggio di sole per piacevolmente percepirne il forte calore, soprattutto se anche i genitali ne sono interessati.

Nella discesa ci siamo potuti permettere un’altra lunga sosta al Dosso dei Camosci, bellissimo poggio panoramico popolato da grossi alberi di castagno con ampia visuale sulla bassa Val Trompia, su Marcheno e Lumezzane, su Concesio e la parte alta di Brescia, sui monti del Maniva e la costiera a nord di Lumezzane, sul Monte Palosso e il Monte Maddalena. Qui due di noi (l’inarrestabile Vittorio e l’intraprendente Angelo) non resistono all’invito del sole ora ben caldo anche per la totale assenza di vento e, semplici immagini nude nell’accogliente splendida nuda natura, si fanno immortalare dell’amico Attilio, fotografo sempre alla ricerca di nuovi ritratti per il suo libro in lavorazione o per futuri utilizzi.

Più in basso facciamo la conoscenza con un signore del posto che c’intrattiene mostrandoci le sue interessantissime pietre dalle sembianze di visi umani e di animali, personalmente sono rimasto affascinato da un pezzo di ramo che riproduceva con grande fedeltà la forma di una lepre al pascolo. Anche questa è montagna, anche questo è escursione, anche questa è integrazione con l’ambiente.

Giunti a valle ci apprestiamo al consueto post escursione con il miglior integratore del mondo: la bionda birra. Purtroppo, a parte una gelateria, i bar risultano tutti chiusi (almeno quelli che individuiamo sul nostro percorso) e dobbiamo spostarci di diversi chilometri verso la città per dar seguito al nostro desiderio, esaudito il quale gli ultimi saluti e l’arrivederci alla prossima escursione: per alcuni la cinquanta chilometri dell’Anello Bassissimo del 3V in programma ai primi di aprile, per molti, il ben più corto Anello dell’Eremo di Sant’Emiliano in programma per la fine dello stesso mese.

Grazie carissimi amici, grazie per la vostra presenza, grazie per l’ennesima splendida giornata di montagna.

Il nudo come rinvio a…


I “tempi biblici” in cui si colloca il mito del Paradiso Terrestre risalgono a un periodo un cui non esistevano vacanze, escursioni, campeggi, club, in cui esisteva solo il tempo quotidiano, scandito dal ritorno ciclico delle feste. Allora non esisteva il nudismo e il nudo era manifestazione eccezionale, involontaria ed estrema (profetismo 1Samuele 19, 24, Isaia 20, 2-3; prigionieri 2 Cronache 28, 15; Isaia 20, 4; l’episodio di Malco nell’Orto degli Ulivi, Marco 14, 52). Nel lungo elenco in Levitico 19, 6-19; 20, 11-21 viene usata la parola nudità  per indicare i casi in cui congiungersi sessualmente con una persona sarebbe stato atto incestuoso; in altri luoghi l’espressione scoprire la nudità significava “stuprare”.

La diffusione di cartelli che vietano il nudismo dimostrano l’aumento costante della sua diffusione. A mano è stato aggiunto un “francesismo”.

La norma attuale che vieta la vista del nudo in pubblico e la sua giustificazione (gli “atti indecenti”) al confronto, è recentissima: se si è arrivati ad inserire una norma, vuol dire che esisteva l’esigenza di arginare un comportamento non più eccezionale! La norma deriva probabilmente da due tendenze opposte: da una parte il puritanesimo, la mentalità vittoriana e dall’altra, in tempi più recenti, dall’ipersessualizzazione della vita quotidiana, spacciata per “liberazione” alla Marcuse, Reich, Figli dei fiori. Da una parte i “buoni princìpi”, a buon diritto estensibili a tutta la popolazione (ma buoni per autodefinizione di parte); dall’altra la deriva massmediatica, caotica, arrogante, fracassona e irrispettosa, che sfrutta l’appeal come strumento per attirare l’attenzione e accoppiare desiderio, emozioni, ricordi, comportamenti esemplari, a qualcosa da comperare, o come elemento imprescindibile per il successo di un film, di un libro, di una manifestazione (majorettes). Desideri, emozioni, ricordi, comportamenti sono dunque spiazzati e indirizzati artificiosamente verso qualcosa di innaturale o non scelto da noi. La cosa acquistata diventa il surrogato e forse anche il sostituto (non tanto fantasmatico) dei nostri desideri, emozioni, ricordi, comportamenti autentici e personali.  Se si usa il richiamo al sesso per propagandare un prodotto, qualcosa di sesso vi rimane attaccato e l’oggetto viene usato per giungere al sesso (o nell’illusione di).

In questa deriva, anche la parola nudità perde il su significato autentico di stato naturale. Stavo per dire espressione naturale, ma sarebbe stato appiccicare alla nudità qualcosa che è solo una finalità nostra, un contenuto, un messaggio da far arrivare; mentre si tratta semplicemente di uno stato, il più possibile neutro, senza giudizi, ragioni, incrostazioni, parassitismi, finalità. Nell’usare la nudità per uno scopo, la si sfrutta per quella serie di risposte, consapevoli  o meno, istintuali ed arcane, che proprio l’introduzione del pudore ha cercato di moderare… Ops!… ha cercato di stimolare. Qui sta il busillis e in fin dei conti l’ambiguo stratagemma di vietare la mela per renderla maggiormente desiderabile (è una legge di mercato). Se la nudità diventa un mezzo si snatura, si imbastardisce dell’intenzione cui serve da veicolo.

Il nudo come segno rimanda necessariamente a qualcosa d’altro: probabilmente a quegli atti indecenti che la legge vorrebbe vietare. È appunto questo rimando che mi pare illegittimo, una forzatura, un abuso della nudità, perché viene associata a comportamenti che nulla hanno a che fare con la nudità in sé, e proprio il divieto ha indicato la via per un suo “uso”. Sfruttare la nudità vuol dire far leva sullo stereotipo comune dell’associazione nudità = “buono da mangiare” (la “mela”). In questo contesto culturale la nudità è funzionale agli scopi specifici per cui è stata sacralizzata e l’accesso pubblico ad essa una specie di culto condiviso ma con rigide norme (proprio per evitare l’indecenza, la volgarità, non scendere al di sotto di quel “gusto” propre, di quella pulizia di modi richiesti in società, che a loro volta rimandano a un ordine morale, a un comportamento come-si-deve, predicato in mille modi). La “decenza” ha tracciato un confine fra i comportamenti: da una parte quelli accettabili dall’altra quelli “indecenti”, non ammissibili in società; li ha caricati di moralismo, li ha ufficializzati con leggi e sentenze, assicurandone la durata, usando la legge per rafforzarne l’efficacia, confermandone la conformità con quadro ideale con cui la società vuole presentarsi a se stessa, con l’autoritratto con cui vuole che ogni componente si riconosca. L’autoreferenzialità è un circolo vizioso che impedisce lo sguardo critico, la visione dall’esterno.

Il nudo perde perciò le proprie caratteristiche naturali per assumere le vesti di cui lo si è caricato concettualmente. Per questo recuperare la nudità, nuda di tutti gli orpelli aggiuntivi, equivale liberare la parola e noi stessi di un peso: quelle vesti non sono state scelte da noi, e sono la camicia di forza in cui viene costretto il nostro comportamento e il nostro pensiero, l’ideazione di comportamenti per il nostro benessere (prendere il sole, escursioni, lettura…), ma anche  di lavori casalinghi o in campagna, giardinaggio, hobby, che ben sappiamo riescono meglio se fatti da nudi. Equivale a un atto di giustizia verso la natura: con la nostra pretesa di saperne di più, stiamo costringendo il corpo all’innaturalità, con tutti i pericoli che insorgono quando si superano i segni di confine posti dalla natura. E questo, appunto perché l’innaturalità è generalizzata, non può non avere ripercussioni sull’intera società.

Abituati come siamo, le prime volte potrebbe stupire vedere nell’auto accanto uno che guida nudo, in un giardino una signora che cura le rose, la squadretta di calcio che si allena nell’antistadio, bambini al parco giochi, un vignaiolo che pota le viti, una famigliola che pranza nel patio di casa, podisti, ciclisti, un pittore davanti al suo cavalletto, un pescatore sul lungolago… eppure è solo questione di abitudine. E lo abbiamo imparato nelle nostre escursioni: proprio perché il nudo è facoltativo non v’è differenza, non è la prova di niente, nemmeno deve dimostrare la coerenza con una definizione («sono nudista, perciò…»), né la fedeltà ad un’associazione. Non essendo segno di nulla, non rimandando più a quelle “cosacce indecenti”, perde tutto il suo significato, il suo “effetto”, e la legge non saprà più a che cosa appigliarsi: nudi o vestiti è proprio la stessa cosa, non è il vestito che fa la differenza.

Nel giardino di casa – A

Senza divieti


L’abolizione dell’art. 726 c.p. avrebbe delle analogie con la cacciata dal Paradiso Terrestre: toglierebbe alla maggioranza della popolazione quella “difesa” dagli “atti contro la decenza” esponendola allo spettacolo indecente della nudità. Toglierebbe a molti la sensazione di sicurezza che provano accoccolati nella legge. Toglierebbe ad altri il senso di un’obbedienza imposta (dalla società? dallo Stato? dal Parlamento?).

E se è vero che nella nudità altrui vediamo anche la nostra, si comprende quanto grande possa essere l’imbarazzo e la vergogna di molte persone: non che tutti abbiamo necessariamente qualcosa da nascondere (in fondo la nudità è quanto di più aperto e disarmato ci possa essere, tanto che è simbolo di innocenza – appunto perché sotto stretta sorveglianza), ma semplicemente per abitudine, costume, educazione, etichetta.

L’abolizione dell’articolo non obbligherebbe nessuno a spogliarsi. Esattamente come i referendum sul divorzio e sull’aborto non ha obbligato nessuno né a divorziare né ad abortire; esattamente come l’abolizione del turpiloquio (che era il secondo comma dello stesso articolo) non ha mutato il modo di parlare delle persone; un tempo era punito anche lo sputare per terra, ora – spontaneamente – non lo fa quasi più nessuno.

Rimane una differenza col peccato originale: la rinuncia alla protezione offerta dalla legge non è una negazione, o una rivolta, o un allontanamento, o un disconoscimento di tutta la legge. Le persone “si accorgerebbero di essere nude”, si aprirebbero gli occhi sul proprio corpo, cambierebbero le relazioni, la percezione di sé; senza il divieto sul collo, probabilmente si sentirebbero anche un poco più libere, almeno come sensazione. Senza che nessuno sia corso a strappare loro di forza le vesti di dosso. Altre, più vulnerabili, si sentirebbero esposte alla vergogna (anche senza spogliarsi): non avrebbero vergogna tanto della propria nudità: non approvando, mai si spoglierebbero, quanto piuttosto di quella degli altri (tanto a volte siamo mimetici!), avrebbero vergogna per essi; come quando in inverno ci può cogliere la sensazione di freddo vedendo qualcuno in pantaloncini e maglietta.

Senza l’art. 726 cadrebbe invece ogni vergogna, non vedremmo più pubblicità spinta al limite della volgarità, cosa che oggi fa tanto chic; cesserebbero un sacco di fisime che di solito si associano al nudo; tanti pensieri che si fanno alla vista di qualche centimetro di pelle in più. E se è proprio la visione del nudo reale (e non artistico) che scatena l’eccitabilità, la sua inflazione sgonfierebbe quell’automatismo, oggi inevitabile, di considerare ipso facto il nudo come invito, occasione, seduzione, adescamento, esibizione.

 

Una riprova l’abbiamo proprio nei campi o durante i raduni nudisti: le sessioni fotografiche di Spencer Tunick, le varie NBR, campeggi in Croazia e Sablière sono ben lungi dal trasformarsi in problemi di ordine pubblico o in orge di massa: non c’è nessuno che sbava, le tanto temute erezioni in pubblico non si vedono. A riprova anche che il sesso è sempre anche una questione di mente, può essere ricondotto ad un controllo decente, non è detto che sia quell’irrefrenabile istinto di natura spesso addotto come alibi per giustificare stupri, violenze, atti osceni, scatenati – si dice – da audaci scollature o vertiginose minigonne.

Se le parole integrale e bio usate per classificare alcuni prodotti alimentari richiamano concetti come salute, equilibrio, benessere, semplicità, naturalità e spesso sono scelta radicale e irreversibile; altrettanto si potrebbe dire della nudità: integrale e biologica.

Ripensare il nostro corpo nella sua integrità e naturalità, un’abbronzatura senza segni di slippino o spalline, una riconsiderazione di sé come di essere vivente prima secondo natura e poi sociale aprono una prospettiva di riequilibrio, di ragionamento e comportamento positivi, che col tempo mostreranno i loro benefici anche in ambito sociale. Cioè nella qualità delle relazioni con le altre persone, relazioni non tanto basate su rispetto e tolleranza (che francamente mi sembrano atteggiamenti un tantino artefatti), quanto su indifferenza e naturalezza. Come a dire: «con la nudità sfondi una porta aperta, scopri l’acqua calda», non c’è bisogno di un manuale di istruzioni. È come il lievito liofilizzato: ha perso la sua efficacia, è inattivo, non suscita tutto quello che prima poteva suscitare, sono rimasti solo il sapore e le vitamine. La tranquilla indifferenza dei nudisti di fronte al nudo può essere generalizzata ed estesa a tutta la società. Molto dello stress, dei disordini, disequilibri, eccessi nei rapporti con le altre persone cadrebbero all’istante: cadrebbero pudore, remore moralistiche, ansie immotivate, giudizi di valore e di accettabilità. Tutto diverrebbe normale e quotidiano senza timori, senza vergogne, esattamente come sentiamo indifferente, ovvio e naturale il volto che abbiamo.

Sessismo sociale… #nudièmeglio


Mentre la televisione ne parlava e ne trasmetteva le immagini, parlavo con “mia” (virgolettato per rimuovere dal termine quel sentore possessivo che viene spesso utilizzato per costruire strumentali destrutturazioni dei discorsi) moglie dello sciopero di ieri, quello delle donne, all’improvviso, per quelle strane strade che vengono percorse dalla mente radiale di chi usa abbondantemente le mappe mentali, una folgorazione: quanto è sessista lo sport, perché si perpetua ancora la svilente abitudine di separare la classifica tra maschi e femmine? Sono assolutamente convinto che in assenza di tale ormai obsoleta distinzione si potrebbero osservare risultati strabilianti.

Poi il discorso si è allargato…

Oggi si parla tanto di abolire il sessismo, figure più o meno rilevanti della società, dell’economia, dell’industria, della politica, dei governi manifestano l’appoggio a tale campagna e poi… poi per convenienza socio-politica si supportano atteggiamenti che differenziano ancor più l’uomo dalla donna discriminando quest’ultima (vedi, ad esempio, la, certamente complessa ma non per questo meno sessista, questione del velo imposto alle donne, e solo a loro, da certe religioni ed estremizzato dagli integralismi pseudo religiosi), ma soprattutto poi nulla viene fatto per eliminare quei tanti micro aspetti sessisti presenti nella società, ad esempio bagni e spogliatoi separati in scuole e centri sportivi, che proprio perché micro si insinuano più facilmente nel costume sociale condizionandolo ad una visione sessista.

Il sessismo va rimosso alla radice abituando i nostri ragazzi alla condivisione pacifica degli stessi spazi anche per quanto riguarda quelle situazioni in cui ci si potrebbe trovare parzialmente o totalmente nudi, di più, va proprio incentivata la nudità, sia essa intesa come momento privato che come momento conviviale, vanno del tutto eliminati i vani individuali presenti negli spogliatoi, va incentivato il cambiarsi pubblicamente, vanno rimossi i divieti (comparsi da qualche anno in piscine e palestre) al farsi la doccia nudi, vanno organizzati incontri sociali dove l’abbigliamento sia del tutto facoltativo e magari anche alcuni dove il nudo sia obbligatorio, va ripristinata l’antica abitudine dello sport in nudità.

Il nudo è l’arma più potente contro il sessismo: solo se nudi siamo tutti uguali, solo se nudi impariamo il più profondo reciproco rispetto, solo nella nudità sociale si debellano i vari stereotipi di genere, solo in una società nuda si può trovare quella sicurezza globale che era una delle voci in causa nello sciopero di ieri, solo una società nuda è priva di quegli stimoli che inducono atteggiamenti deviati e in primis la violenza sessuale. Solo in una società nuda!

Vestiti è bello, Nudi è meglio!

#nudièmeglio

Per un 8 marzo che segni un passo decisivo per i diritti delle donne #nudièmeglio


Inutile nascondersi dietro paraventi esili come un sottilissimo filo d’erba, ipocrita farsi scudo con l’imposizione delle quote rosa, sterile giustificarsi rigettando il problema sulle spalle altrui, alla fine la verità è palesemente una e una sola: in nessun paese del mondo, Italia compresa, esiste ancora una vera parità tra maschi e femmine; in nessun paese del mondo, Italia compresa, le donne possono ancora vantare gli stessi diritti degli uomini; in nessun paese del mondo, Italia compresa, le donne possono sentirsi sempre e comunque al sicuro.

Scendere in campo per manifestare contro questa situazione è solo un primo passo, occorre fare di più, occorre fare qualcosa di concreto e questo qualcosa passa anche (e soprattutto) per la normalizzazione del nudo, unica chiave che possa portare alla necessaria rivalutazione del corpo, quel corpo tanto bistrattato e vituperato, quel corpo che diviene lecito solo se utile agli interessi di potere, quel corpo che è mostrabile solo quando corrisponde a canoni estetici artificiosamente definiti, quel corpo che, alla fine, è diventato il terrore di tante persone e per alcune anche la fonte di indicibili sofferenze, finanche della morte.

Normalizzando il nudo si estirpa una delle più potenti armi di ricatto psicologico, si elimina uno dei più tenaci vincoli di potere, una delle forme più incisive e distruttive di denigrazione, si rimuove alla radice il tarlo che impedisce alle donne di sentiersi sempre e comunque sicure, di sentirsi sempre e comunque alla pari dell’uomo, di godere degli stessi diritti e degli stessi poteri. Nudi è meglio in tutti i sensi, ineluttabile, incontestabile, inevitabile… lo dimostra la realtà dei fatti, lo dimostrano le comunità nudiste, lo dimostrano i gruppi di maschi e femmine (adulti, giovani e bambini) che vivono e condividono spazi e tempi nella più tranquilla nudità, lo dimostrano… ineluttabile: #nudièmeglio.

#nudièmeglio uno slogan che deve risuonare da oggi in avanti, uno slogan che deve guidare alla (pacifica) rivoluzione sociale, un mantra che deve insinuarsi nella mente della gente.

#nudièmeglio … #nudièmeglio … #nudièmeglio





Obiezione di coscienza


Gli obbligati alla leva che dichiarino di essere contrari in ogni circostanza all’uso personale delle armi per imprescindibili motivi di coscienza, possono essere ammessi a soddisfare l’obbligo del servizio militare. I motivi di coscienza addotti debbono essere attinenti ad una concezione generale della vita basata su profondi convincimenti religiosi o filosofici o morali professati dal soggetto. (art. 1 della legge 15 dicembre 1972, n. 772, abrogata dall’art. 23, L. 8 luglio 1998, n. 230).

Solo dopo il ’68, dopo le manifestazioni contro la guerra in Viet Nam, dopo le numerose carcerazioni per renitenza alla leva il parlamento italiano approvava, nel dicembre del 1972, la legge che rendeva ammissibile l’obiezione di coscienza.

Quella parola coscienza suona un poco strana in un testo legislativo: salvo errori questa parola è stata usata per la prima volta nel trattato di commercio e di navigazione col Costa Rica del 9 settembre 1933: «Art. 7. I cittadini di ciascuna delle Alte Parti contraenti godranno nel territorio dell’Altra della più completa libertà di coscienza e culto. Potranno costruire e possedere chiese, fondare stabilimenti religiosi, istituzioni di beneficenza, e di educazione, osservando le modalità e condizioni stabilite dalle disposizioni in vigore nel Paese».

Tant’è che il testo della legge del 1972 si premura di specificare che i motivi dell’obiezione debbono richiamarsi a una «concezione generale della vita» ma ancora non basta: tale concezione generale della vita deve basarsi su «profondi convincimenti religiosi o filosofici o morali». Come a dire che i motivi personali non valgono nulla se non sono inquadrati entro una religione, una filosofia, una morale riconosciute e attendibili. Quanto poi all’aggettivo «profondi», vorrei trovare il sondino in grado di misurare questa profondità.

Un escursionista e la censura

Un escursionista e la censura

Libertà di coscienza

Come era inimmaginabile l’obiezione di coscienza al servizio militare prima del 1972, ma poi riconosciuta di diritto, altrettanto si potrebbe personalmente obiettare contro l’art. 726 del codice penale, non condividendo la posizione né la concezione del Legislatore in materia di nudità e cioè che rientri negli “atti contro la decenza”. Perché in fondo non altro che di opinioni si tratta. Obiettando innanzitutto contro la formulazione stessa dell’articolo che lascia intendere che chi ama starsene nudo stia deliberatamente agendo contro la decenza. Un conto sarebbe stato dire semplicemente atti indecenti, in modo neutro. Personalmente non ho nulla contro il comune senso della decenza & decoro, so cos’è e lo rispetto, rispetto le liturgie sociali in cui si manifesta ed è richiesto – ed anch’io mi adeguo per la maggior parte. Ma ne ho anche un altro, più personale. Un’opinione, diciamo. E altrettanto esigo che venga rispettato del pari. Non ho di mira di cambiare la mentalità degli altri, esattamente come non permetto che gli altri cambino la mia in modo violento o impositivo, ma solo ho di mira di avere la possibilità di stare ed agire come più mi piace senza che quel che faccio sia inteso come atteggiamento irrispettoso, un’azione contro la società, qualcosa di coercitivo nei confronti dell’altrui mentalità.

Non sono per le dimostrazioni eclatanti, semplicemente vorrei un po’ di reciprocità nel rispetto che ci è dovuto, esattamente come noi rispettiamo gli altri e le loro convinzioni. Solo così i rapporti sociali sono equilibrati, le differenze smussate e non intese sempre in modo polemico: non ce l’ho con nessuno, solo voglio esser rispettato nelle mie particolarità, originalità di individuo, anche se le azioni che compio possono esser giudicate “stranezze”. Chi tanto, chi poco, ognuno è poi strano a suo modo, mica per questo lo mandiamo a rieducarsi in un lager.

Se il nudo può esser scioccante (e usato strumentalmente per ottenere un effetto – vedi pubblicità, film, sfumature di grigio…), non dipende da me, non è una mia intenzione colpire con l’innovazione mentalità “arretrate”, giudicare la mentalità altrui: ciascuno ha diritto ad avere la propria… ma anch’io! Se voglio prendere il sole nel mio giardino, se esco con amici per un’escursione in montagna solo con zaino e scarponi, non per questo il mio atto deve significare necessariamente protesta, ostentazione di una mentalità squilibrata o millantata per superiore, e tanto meno esibizione di grazie per qualche fine recondito: sto semplicemente prendendo il sole; è solo un’escursione. Se poi qualcuno ci vede dell’altro è un costrutto mentale suo; se lo giudica immorale, non lo è per me. O esiste una morale – una coscienza – uguale per tutti?

Smentendo le presupposizioni, le assunzioni preconcette che l’articolo di legge insinua con la lettera del suo dettato, non trovando nulla di doloso, di irrispettoso, nulla che sia contro la pacifica convivenza civile e il rispetto reciproco, posso serenamente obiettare, ritenendo l’articolo del codice più che mai superato, esso sì irrispettoso delle mie personali convinzioni (avrebbe dovuto tener conto di chi non la pensa come la maggioranza, prima di ergere steccati). Anzi, di più: dopo aver adottato il punto di vista condiviso della maggioranza (di governo e dei votanti), forte di questo appoggio, lo estende impropriamente e prescrittivamente come modello alla totalità della popolazione, ingerendosi in un giudizio di decenza, che è quanto di più personale ci possa essere. Facendo ciò, è la legge che va contro le legittime e personali convinzioni dei cittadini, che va contro l’impegno assunto dalla Repubblica con l’art. 3 della Costituzione.

Escursionista censurato e anonimizzato

Escursionista censurato e anonimizzato

Il costumino

Lo slip è negazione di identità, come la striscia nera sugli occhi per rendere irriconoscibile qualcuno. È segno anche di sottomissione alla legge della decenza in vigore nella società. Anche noi abbiamo il nostro burka, anche da noi c’è una legge teocratica che ce lo impone. Preferisco essere imbarazzato dalla nudità, arrovellarmi a trovarmi un perché, trovare in me, rimescolando i miei schemi mentali, il modo per farla passare oltre confine, affinché affermi il suo pieno diritto di cittadinanza, perché diritto naturale, un diritto nativo, perché voglio che la società civile tolga l’ostracismo, l’esilio, perché la rispetti, la onori, così come si apprezza il nudo in un’opera d’arte o il corpo trionfante degli atleti: che senso diverso avrebbero le Olimpiadi con atleti nudi? Che senso ci farebbero? Esattamente come gustiamo le coreografie dell’opera di Rameau, Les Indes Galantes: con i ballerini nudi, l’armonia dei corpi e dei movimenti è esaltata; la nudità esprime a primo impatto la totalità dell’essere, la completezza e perfezione (così com’è) dell’essere umano. Anche nella sua specifica e integrale individualità, senza che dei pezzi siano sequestrati a scopo preventivo [di che?] dall’autorità (qualunque sia), siano ostentatamente portatori di un segno di una sottomissione, smart card di fidelizzazione a un sistema.

Agnellini marchiati

Agnellini marchiati

Il costumino è come il marchio a fuoco sui vitelli texani, il codice a barre rivettato all’orecchio. Al limite ci potremmo anche geneticamente modificare e rendere liscia quella parte così indecente e genere bambini con l’inseminazione artificiale. Allora sì saremmo decenti, asessuati come le bambole o i manichini, senza il punctum dolens di tante domande e complicazioni. Se permettiamo che altri siano fino a questo punto padroni del nostro corpo, potrebbe capitare.

“Il corpo è mio”, me lo riprendo, lo libero dalla gabbia di vergogna in cui è rinchiuso, non m’importa se è un atto di ribellione: se non ci tengo io, nessun salvatore verrà a liberarmelo. È osceno un cristo nudo al battesimo di Giovanni o sulla croce?

Marchio auricolare su animali da allevamento - variente per umani con nome e cognome

Marchio auricolare su animali da allevamento – variente per umani con nome e cognome

Il Battesimo di Gesù - mosaico del Battistero degli Ariani a Ravenna

Il Battesimo di Gesù – mosaico del Battistero degli Ariani a Ravenna

Ma questi son riti in cui la norma ritualmente viene sospesa, un carnevale, esattamente come non ci vergognavamo alle docce senza tenda in caserma, correre al mare per il bagno di mezzanotte.

Vorrei sparisse la differenza, che la parola nudo non facesse più colpo, che una persona nuda non attirasse più l’attenzione, la curiosità maliziosa (né gli strali della legge – o la biro calcata di un vigile), che perdesse il senso e le connotazioni che ha oggi, che non suscitasse pruriti indecenti… perché penso anche che il costumino quasi sia stato volentieri accettato per evitare l’imbarazzo di una reazione spontanea e sincera del cane a cuccia che rizza le orecchie.

Inconsciamente sentiamo che metterci nudi è una liberazione. Da tante cose, tutte insieme. Non m’importa nemmeno sapere di preciso da che cosa o da chi: non ho più padroni, non m’importa saper come sono diventati tali, con quale diritto (oh, sì, forse perché eran padroni anche del “diritto uguale per tutti”).

 

La percezione del corpo

Il nostro corpo è già martoriato abbastanza: dal lavoro, dalla fatica, dalla postura, dalla sedentarietà, dalle diete… Via via che lo liberiamo, liberiamo anche la mente. Via via che togliamo zavorra dal basto di questo nostro asinello, più ci alleggeriamo anche lo spirito e riusciamo a comprenderlo, a conoscerlo, a rispettarlo, a onorarlo, ad essergli riconoscenti. Ma non ne facciamo un culto di segno diverso, basta che lo liberiamo da cappe, divise, costumi, tatuaggi invisibili. In un corpo armonioso (o così com’è) ci ricordiamo meglio che lì c’è anche una persona, che quel corpo è una persona e non è solo un involucro, una macchina da lavoro; e non carne per qualche macello, per qualche cannone, su qualche canotto alla deriva dall’Africa. È un atto di restituzione di dignità, di completezza, di integrità. E mi pare che per questo fine, val bene che mi rieduchi anche un po’, che lasci da parte impostazioni di pensiero, quei convincimenti “filosofici, religiosi o morali” di cui parla la legge sull’obiezione di coscienza. Voglio che la mia coscienza possa valere di fronte agli altri, esattamente (o anche di più) come sono stato contento di vedere finalmente riconosciute le mie personali convinzioni di fronte agli obblighi di leva.

Ma non ho bisogno di una filosofia, di una religione, di una morale: sono intellettualizzazioni che il corpo non comprende. Emancipiamolo anche da questi avallanti: non ha bisogno di tutori, è maggiorenne, è un frutto perfetto della natura e di nessun altro. Abituato ad esser bistrattato, sfruttato, addestrato, “addomesticato”, costretto a subire, a piegarsi, a inghiottire, a sopportare, sottomesso da minacce e paure, si ribella con la malattia, con l’autodistruzione (alla maniera di “muoia Sansone…”. Manda messaggi di rivolta solo in casi estremi, quando è in pericolo la vita stessa. La sua voce solitamente è sommessa, ma sa quel che vuole, qual è il suo bene, il suo benessere e lo irradia con forza fin oltre i cancelli attoniti e increduli della razionalità. Basta provare una volta a mollarci di dosso le vesti, a scioglier dai fianchi il cilicio degli elastici che ci stringono in vita, che ci sentiamo baciati dal sole, belli e perfetti così come mamma natura ci ha fatti. Se le vesti sono il segno dell’antico peccato, se ancor ce le spacciano per argine all’umana dismisura e malizia, proviamo a sentirci per un attimo casti, così come Dio all’inizio ci ha fatti; saltiamo a piè pari secoli di sensi di colpa, facciamoci convinti – noi per primi – che possiamo essere nudi e puri, sine labe originali, se proprio è il peccato indecente a farci paura. Ascoltiamo la voce del nostro corpo, i fremiti lievi, vivi, il tono compatto dei muscoli, il calore che penetra sotto la pelle, la brezza che ci avvolge e che tempra gli ardori.

 

Michelangelo - Il cristo della Minerva, prima versione

Michelangelo – Il cristo della Minerva, prima versione

Michelangelo - Il Cristo della Minerva - con cencio

Michelangelo – Il Cristo della Minerva – con cencio

Negli occhi di chi guarda

Un corpo senza cenci cardinalizi, un corpo eroico rinascimentale. La nostra coscienza si arricchirà delle ragioni del corpo, naturali, ovvie, inscritte ben prima che se ne abbia nozione e per questo legittime più di quanto ne detti la legge. Per questo ha diritto ad obiettare a ragion veduta, reclamare il dissequestro della propria dignità, integrità e castità.

Il corpo, irreprensibile nella sua integrità; la coscienza, insindacabile, tanto è personale; la percezione di sé che si completa perfetta con la manifestazione della propria indifferente nudità, insieme ci liberano dalle catene concettuali, religiose e morali che vediamo vigili e vigenti nella società.

Bene o male, castimonia o malizia non sono nella nudità in sé, ma negli occhi di chi guarda.

8 punti per l’8 marzo: Non un’ora meno di sciopero!


Molti dei passaggi che portano a questo sciopero, rieditati in formulazione generica (ad esempio violenza in genere, diritti in genere, rispetto per tutti) coinvolgono necessariamente tutte le persone, qualsiasi sia la loro identità sessuale. Alcuni ci vedono inevitabilmente attori in prima linea.

8 punti per l’8 marzo. È questa la piattaforma politica formulata dalle 2000 persone riunite in assemblea nazionale a Bologna il 4 e 5 febbraio, che hanno proseguito il lavoro sul piano femmi…

Sorgente: 8 punti per l’8 marzo: Non un’ora meno di sciopero!

Tutorial verso l’8 Marzo di M^C^O


Mondo Nudo è sempre presente ogni qualvolta ci sia da educare al rispetto e all’uguaglianza sociale. Anche in questo caso scendiamo in prima linea.

Una società civile deve rigettare ogni tentativo di imporre limiti d’azione sulla base di un presunto impedimento di pensiero. L’autodeterminazione, l’eutanasia, l’orientamento sessuale, la condanna del violento, il nudo, l’equità sociale, le famiglie omosessuali e via dicendo mai potranno limitare o negare l’altrui libertà, sia essa di pensiero che d’azione, mentre la loro negazione sempre impedisce la libertà d’azione di qualcuno, talvolta anche quella di pensiero.

L’uso imprevisto del corpo collettivo nello spazio pubblico è sovversivo. Cerchiamo un gesto che racconti l’alleanza radicale tra corpi che eccedono i confini angusti dell’immaginario dominante: vogliamo alzarci le gonne, vogliamo farlo insieme e, insieme, vogliamo ridere con tutta la forza della nostra rabbia.
Scioperiamo il lavoro, la precarietà, il genere, i confini spaziali tracciati da governi che non riconosciamo; ci ribelliamo alla violenza economica, a quella discorsiva, a quella domestica e di strada; ci opponiamo alla sessualità eteronormata e al controllo medico sui nostri corpi; ci alziamo le gonne, infine, per scioperare il ruolo di vittima, così funzionale all’esproprio del nostro piacere.

Ana suromai è il gesto di alzarsi le gonne e mostrare la vulva. Questo gesto ha origine nei culti arcaici della Dea e ricorre come elemento di conflitto in un numero significativo di lotte contro il potere patriarcale e sessuofobico in ogni parte del mondo.
Oggi vogliamo riproporre questo gesto insieme a tutti i corpi favolosi con cui lottiamo ogni giorno. ()

Sorgente: M^C^O

 

#TappaUnica3V 2016, l’album fotografico


Come ogni buon evento merita ecco l’album fotografico di TappaUnica3V 2016, un sentito ringraziamento ai fotografi: Carla Cinelli, Maria Cinelli, Fabio Corradini e Alberto Quaresmini. Clicca sulla locandina sottostante per visualizzarlo.

TappaUnica3V 2016

A luglio per la nuova entusiasmante TappaUnica3V 2017!

locandina-tappaunica3v-600

#TappaUnica3V un poco di stasi ma anche duri test


locandina-tappaunica3v-600Ci eravamo lasciati a fine gennaio con una piccola delusione per un giro non completato come nelle previsioni, anche se più per un errore di percorso che per cedimento fisico. È passato un mese e, visto il passato, ci si aspetterebbe una relazione densa, invece no, invece febbraio è stato un mese povero, una stasi che sta inibendo il potenziamento a cui anelavo. Comunque qualcosa ho fatto e in un paio di occasioni la prova è stata particolarmente dura.

Parto per un breve giro di perlustrazione, devo studiare un tratto di un ben più lungo anello, in parte perché non lo conosco e in altra parte perché vorrei trovare un modo per tagliare tre lunghi tornanti di strada asfaltata. A mattina avanzata parcheggio l’auto in quel di Nave e, di corsa, mi avvio lungo via San Giuseppe, il cielo è bigio, minaccia pioggia ma le previsioni la danno solo per il primo pomeriggio quando dovrei essere già rientrato. Purtroppo così non sarà: dopo mezz’ora dalla partenza la pioggia s’è fatta più importante e dopo un’ora e mezza diviene una cascata. Devo dire che fino a quel punto la cosa mi stava risultando anche gradita: per qualche strana circostanza nei precedenti allenamenti ho sempre imbroccato le giornate di bel tempo ma non è detto che lo stesso mi ricapiti nel giro finale per cui trovarmi qui a camminare e correre sotto la pioggia è pur sempre un importante e utilissimo allenamento. Cosi, dopo una salita a ritmo sostenuto e una velocissima discesa correndo senza sosta lungo sentieri ripidi e scabrosi che a tratti sembravano torrenti, eccomi di nuovo a Nave: non mi resta che chiudere l’anello attraversando il paese per raggiungere l’auto che si trova a due chilometri. “Non mi resta!” Mannaggia, nel tentativo di tagliare un largo giro della strada asfaltata prendo una sterrata che passa per i campi e… investito da un forte vento gelido, sotto lo scroscio continuo delle cascate d’acqua, prima m’infango per bene in una carrareccia, poi mi sembra d’essere finito in un punto cieco da cui non c’è modo d’uscirne senza infilarsi nel mezzo dei campi (scoprirò poi che invece ero a soli cinque metri da una strada asfaltata, sic!) e decido di ritornare sui miei passi per seguire l’originario asfalto attorno alla stazione elettrica. Arrivo all’auto, la giacca da pioggia ha fatto il suo bel dovere e sotto sono più che altro sudato, i pantacollant sono fradici ma non mi danno fastidio e mi stanno comunque tenendo calde le gambe, l’unico problema sono le mani, i guanti bagnati sono pressoché diventati inutili e le dita sono inabili a stringere adeguatamente gli oggetti: solo dopo vari tentativi riesco a staccare la chiave dell’auto dall’apposito gancio nella tasca dello zaino, fatico persino a togliermi la maglia sudata e infilarmene una asciutta, ma alla fine sono pronto a ripartire, orgoglioso di me e della mia attrezzatura (lo zaino nuovo ha tenuto l’acqua alla grande), solo i guanti non hanno superato l’esame.

È passata una settimana dall’allenamento sotto la pioggia, oggi danno bel tempo così, nonostante le recenti nevicate, ho programmato un bel giro: una quarantadue chilometri con duemila e ottocento metri di dislivello con l’intendo di percorrerla nel mio minor tempo possibile, programmate sette ore. Ore sei e cinquantotto, mi metto in cammino, una partenza strategicamente lenta eppure senza nemmeno accorgermene sono in vetta al Monte Sete: forse non sono andato così lento come mi sembrava! Inizia la discesa verso la Val Bertone, per un tratto ancora lungo il bel sentiero di cresta, poi per un esile sentierino con tratti ingombri di radici. Scendo senza foga e, di nuovo, rapidamente mi trovo sul fondo valle, così come in un baleno risalgo l’opposto versante e arrivo alla Cascina di Boatica: oggi ho il fuoco nelle gambe, se vado avanti così il giro lo faccio anche in meno di sette ore. Mai vedersi già all’arrivo, prima perdo un poco di tempo a risalire il tratto generalmente non difficile che porta alla vetta del monte Doppo (oggi neve e ghiaccio lo ricoprono rendendolo particolarmente insidioso, devo salire con moltissima attenzione), poi le gambe spingono male e non riesco a correre sul lungo falsopiano che porta a Conche, infine nel risalire la ripida pala del Monte Conche i quadricipiti cedono e mi trovo in preda ai crampi. Mi reidrato abbondantemente e, indeciso sul da farsi, imbocco la discesa mangiando una barretta. Sono al bivio a sinistra posso scendere a Caino e rientrare all’auto senza grossi problemi, le mie gambe vanno a destra: vogliono provarci, la mente è ovviamente con loro e allora… che sia destra. Mettendo in campo tutte le finezze tecniche, sfrutto la discesa, qui comoda, per tentare di sciogliere i quadricipiti. La velocità è comunque buona e l’assenza di dure salite gioca a mio favore: in poco sono al santuario di Sant’Onofrio. Senza sosta mi getto lungo la sconosciuta discesa verso Nave, dopo un primo facile tratto diviene ripida e rovinata, i quadricipiti si fanno un poco risentire, normalmente un tratto così l’avrei fatto di corsa, oggi devo scendere al passo e con attenzione. Il sentiero torna agevole ma qualcosa mi dice di continuare al passo. Da tempo vedo le case di Nave sotto di me ma sembrano irraggiungibili: “sarò io ad essere particolarmente lento o è proprio la distanza notevole?” Meglio non chiederselo e andare avanti. Giù, giù, sbaglio un bivio e perdo altri quindici minuti intozzando le gambe su una risalita particolarmente ripida. Ecco, ecco, le prime case, sono in fondo, in fondo! Sono passate più di cinque ore dalla partenza, prendo dallo zaino il panino e, senza fermarmi, me lo gusto con enorme soddisfazione, peccato doverlo accompagnare con la dolciastra soluzione di acqua e integratore, un bicchierotto di vino ci sarebbe stato decisamente meglio.

Eccomi sull’altro lato della larga valle di Nave, riprende la salita e le gambe brontolano, non ne vogliono più sapere, bene lievi salitelle, ma per quanto riguarda i più duri strappi no, niente da fare, riesco a procedere, riesco a non fermarmi troppo spesso ma la velocità è bassa, molto bassa, troppo bassa: nonostante abbia rinunciato a salire il Monte San Giuseppe le sei ore sono andate. Stringo i denti, tutto sommato il fisico tiene bene, il fiato c’è e la mente pure, solo le gambe si rifiutano di spingere ma solo in salita: arrivo alla strada di Muratello e decido di evitare anche la dura salita al Monte Salena, così taglio per la sterrata che, con facile mezzacosta, porta direttamente alla Sella di San Vito dove arrivo alle quattordici precise. Che fare? Davanti a me altri mille metri di dislivello e dieci chilometri di montagna, quasi tutti sentieri e a tratti anche piuttosto complicati… che fare? “Maria, sono a San Vito, sono distrutto, vienimi a prendere alla chiesa di San Gallo!” Così finisce questo test, con una chiamata a casa.

Deluso eppur contento, tutto sommato in sette ore ho comunque coperto trentadue chilometri e quasi duemila metri di dislivello arrivo a martedì, le gambe sono ancora leggermente indolenzite ma neanche più di tanto, decido di farmi una corsetta di scarico in Gavardina. Corsetta? Scarico? Vattelapesca, mi faccio ancora i dieci chilometri e li copro in due minuti meno della precedente volta!

Dopo una settimana ancora corsa in Gavardina a provare le scarpe nuove, sempre da trail ma una marca diversa dalle solite e un modello leggero, più adatto alla corsa su strada e sulle brevi distanze: quattro minuti meno del solito, lasciatemi pensare non sia tutto merito delle scarpe nuove.


Ogni settimana da uno a tre allenamenti a secco: equilibrio, propiocettività, squat e stretching.

4 febbraio – Giro esplorativo all’Anello di San Giuseppe con Monte Salena: 20km, 800m, 2h 40’, dei quali quaranta minuti persi in pianura girovagando per campi sotto la pioggia battente.

12 febbraio – Tentativo al Giro delle Creste di Nave e Caino: fatti 32km, 1851m+, 1952m-, 7h 2’.

14 febbraio – Corsa piana in Gavardina: 10,5km, 38m, 1h 7’.

19 febbraio – Gita con gli amici di Mondo Nudo, le Cime di Cariadeghe: 11,46km, 591m, 6h 30’ compresi 30’ di sosta pranzo.

22 febbraio – Corsa piana in Gavardina: 10,5km, 38m, 1h 3’.

26 febbraio – Giretto con la moglie alla Rocca di Manerba: 10,5km, 126m, 3h 20’ comprese due soste (30’).

La scoperta di sé


Adamo & Eva d'oggigiorno

Adamo & Eva d’oggigiorno

Riprendo il discorso sul racconto mitologico retroattivo di Adamo ed Eva: non tutto mi quadra, a cominciare da come viene narrato. Se «ci muoviamo nella realtà in base alla conoscenza che abbiamo di essa» può ben darsi che non abbia le conoscenze sufficienti per comprenderlo secondo la cultura che l’ha prodotto; tuttavia questo testo è fondante nella cultura e mentalità moderna in materia di nudismo, e siccome vige tuttora, mi sento legittimato a commentarlo con i parametri miei e attuali.

Ad esempio in Genesi 2, 25 si dice: «Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna»:

1) la frase è evidentemente un’aggiunta posteriore: rimanda al successivo svolgimento della vicenda, anticipa ciò che accadrà dopo. Dirlo anticipatamente sembra abbia la finalità di richiamare l’attenzione sin dall’inizio sulla nudità e sulla vergogna come fossero gli argomenti centrali o almeno importanti dell’episodio. Anche se mi sembra sproporzionato azzardare che tutto il racconto su Adamo ed Eva sia stato elaborato solo per giustificare il pudore. Ritengo che più in generale esista un parallelismo fra pudore e peccato e che il racconto sia stato usato per illustrare che cosa accade peccando, prendendo come paragone la sensazione di vergogna e di forte imbarazzo (géna direbbero i Piemontesi) che si ha quando qualcuno ci vede nudi.

A controprova, i nudisti non provano né vergogna né imbarazzo nel farsi vedere nudi; e tantomeno vogliono intenzionalmente offendere gli altri o violare ostentatamente la legge. Semplicemente hanno una percezione di sé e del proprio corpo diversa rispetto alla generalità della popolazione: non hanno nulla da difendere dalla vista degli altri, nonostante la norma del codice che ritengono ingiustificata e superata. Non vogliono che i vestiti possano veicolare di per sé un modo di pensare, un distintivo di affiliazione, un quadro morale di appartenenza: la nudità è comunque fuori causa, li pone al di fuori di ogni categorizzazione (come quella stessa di “nudisti”): è qualcosa che attiene più alla biologia che alla sociologia, men che meno alla morale. Dovremmo coprire i fiori del nostro giardino solo perché sono gli organi sessuali delle piante? Non sono oscene certe mutandine per cani?

Mutandine per cani

Mutandine per cani

Se, come fa la legge, portare obbligatoriamente vestiti rientra nel comportamento abituale e tramandato, nei rapporti sociali reciproci, e a motivo della “turbativa” che potrebbe suscitare in chi guarda, se ne vieta la vista e l’esposizione al pubblico, allora vuol dire che la nudità è stata caricata di valori e significati che di per sé non ha. Mi suona male persino la formulazione stessa dell’articolo sugli atti indecenti in luogo pubblico. Invece che rendere prescrittivo l’abbigliamento, prendendo a modello i Comandamenti, vieta i comportamenti ritenuti inidonei, non ammissibili.

E si ritorna al “mito” di Adamo ed Eva, dove viene spiegato il sorgere della vergogna per la nudità. L’unico presente era Dio. Il mito potrebbe limitarsi alla vergogna verso Dio, ma qualcuno generalizza (tirando in ballo la carità) e pensa che ogni peccato contro Dio sia peccato anche contro gli altri. Una botte di ferro.

La spiaggia di Muir a pochi chilometri da San Francisco (Da http://www.naktiv.net/) Il nudo non eccita sessualmente. Invece di imbarazzare, la nudità condivisa crea una distensione nei rapporti reciproci, un senso di maggior sicurezza in se stessi e una coscienza del proprio corpo nella sua unità, completezza, naturalezza, che sono autentici e gratuiti benefici che poi si riportano nella vita quotidiana.

La spiaggia di Muir a pochi chilometri da San Francisco (da http://www.naktiv.net/). Il nudo non eccita sessualmente. Invece di imbarazzare, la nudità condivisa crea una distensione nei rapporti reciproci, un senso di maggior sicurezza in se stessi e una coscienza del proprio corpo nella sua unità, completezza, naturalezza, che sono autentici e gratuiti benefici che poi si riportano nella vita quotidiana.

2) Adamo ed Eva sono talmente simbiotici che soltanto ad un’attenta lettura si rileva che si accorgono della propria nudità solo quando anche Adamo ha mangiato del frutto. Già nel Concilio di Trento Ambrogio Catarino aveva notato che «quantonque Eva mangiasse il pomo prima d’Adamo, però non si conobbe nuda, né incorsa nella pena, ma solo dopo che Adamo ebbe peccato» (Paolo Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino).

Il che mi conferma che essi abbiano compiuto insieme il peccato (ipotizzo: l’atto sessuale), spinti da un desiderio, da un’attrazione (forse non ancora da un sentimento, ma chi può dirlo?) assolutamente naturali e irreprensibili. Scoprire di sé questa “conoscenza” andava oltre il limite posto da Dio, scoprire in sé, da soli, un bonum assolutamente inatteso e irresistibile non era previsto dal piano pensato da Dio, o forse troppo in anticipo. Il malum che ne consegue è interpretabile come pena del contrappasso: fatica e dolori del parto. A questo punto mi ricredo e penso che l’“albero della conoscenza del bene e del male” non vada interpretato in senso morale, ma meno astrattamente come “conoscenza del piacere e del dolore”. Come se la situazione dei progenitori prima del peccato fosse priva di questi opposti, una situazione anestetizzata e apatica, un’ebetudine stagnante, che tutto accoglie e lascia fare, senza il brio di un’intelligenza sveglia ed attenta. La cacciata perciò sembra una punizione fin troppo severa, data l’inconsapevolezza, l’ingenuità, addirittura la fondamentale buona fede dei progenitori, al punto da far sorgere il sospetto che sia nient’altro che mito, un pretesto per giustificare a posteriori un costume vigente.

Con la “conoscenza del piacere e del dolore” Adamo & Eva si tolgono una patina, un velo che impediva loro di vedere gli esseri senzienti che erano, a cominciare dalla presa di coscienza del proprio corpo: è una realtà che scoprono da soli (Dio non li aveva informati delle possibilità che avevano), e di cui sono giustamente orgogliosi, una ricchezza che non sapevano d’avere. La “vergogna” che sarà associata alla nudità rimanderà al primitivo peccato, al “peccato di orgoglio” primigenio che sorpassa ed esclude Dio; che prorompe dalla consapevolezza corporea sganciata da un debito di gratitudine, da un rapporto di sudditanza col Creatore. Un’istanza di autonomia e di onore squisitamente umani (compos sui), che pesando piaceri e dolori, accetta gli uni e gli altri come irrinunciabili componenti della condizione umana, accettata con serena fidanza nelle proprie forze, con l’eroismo e il coraggio che ci inventeremo giorno per giorno e che ci renderanno sempre più consapevoli e contenti di noi.

 

(continua)

Anello Bassissimo del 3V (Val Trompia – BS)


Foto di Carla Cinelli

La stretta traccia d’un esile sentiero risale il crinale del monte, l’uomo la segue fruendo della luce lunare, passo calmo e regolare, a tratti si ferma per osservare: file di montagne chiudono l’orizzonte, profilo seghettato e irregolare delle chiome degli alberi che le ricoprono, le mille sfumature del blu sono disegnate dalla luna che piena risplende nel cielo, lontano un allocco ritmicamente lancia il suo lamentoso grido mentre più da presso i fruscii di piccoli animali che si muovono tutt’attorno, all’improvviso rumori secchi di rami spezzati, l’acre odore di selvatico e un grugnito, un cinghiale fugge nel bosco per fermarsi poco più in basso e riprendere il suo quieto pascolo.

IMG_9514Blu della notte che copre i mille colori ricostruiti dalla mente, pensieri evanescenti, fulgidi ricordi, una nuova linea di monti delinea l’ennesimo orizzonte, salite e discese lasciate alle spalle, chilometri e metri passati sotto i piedi. Debole luce rischiara d’azzurro il nuovo giorno, pungente lama di freddo anticipa il mattino, il primo canto d’invisibili uccelli s’unisce al silente ritmo del passo umano ormai reso facile dal lungo cammino, gambe e mente, mente e gambe, fusione simbolica, fusione reale. Un alito di vento scuote le foglie, il respiro del monte si fonde con quello dell’uomo, respiro profondo, lento e melodico, come opera lirica le ritmiche note si diffondono nell’aere scandendo il mio passo e quello del mondo che mi circonda.

Ricordi, sensazioni, emozioni che solo un lungo cammino ha il tempo e la forza di generare tutti insieme, un cammino che vada ben oltre le dieci o dodici ore ininterrotte che già sono limite estremo dell’usuale escursionismo, che vada ben oltre quei venti chilometri che già sembrano tanti, un cammino che incorpori notte e giorno, che salga e scenda tre, quattro, cinque, dieci volte. Un cammino come quello di questa relazione: un anello che unisce fra loro i due tratti più bassi del sentiero 3V “Silvano Cinelli”, quello iniziale da Brescia a Conche e quello finale da Casa Pernice a Urago Mella.

Il vantaggio dell’anello, rispetto alla percorrenza delle singole tappe, è quello di riportarci esattamente al punto di partenza, risparmiandoci, così, il ritorno con automezzi pubblici o l’ancor più complessa organizzazione di un recupero con autovetture. La bellezza dell’anello è quella di risolvere brillantemente la tediosità del ripetere lo stesso identico percorso in andata e in ritorno. Il mistero dell’anello, in particolare quando piuttosto lungo, è l’incognita del punto di non ritorno, quel punto oltre il quale si può solo andare avanti dato che tornare indietro richiede lo stesso tempo o anche di più. Il dolce peso dell’anello è la necessità di uno studio approfondito non solo del percorso ma di tutte le possibili alternative. Ne ho inventati diversi di anelli ed ora ne sono stato completamente assorbito, ogni mia uscita e ogni mio allenamento prevedono un anello.

Torniamo alla relazione in questione.

I chilometri sono tanti, ma ancor più rilevante e impegnativo è il notevole dislivello, specie se si considera che per la maggior parte viene affrontato nei primi tre quinti del percorso. Preparandosi adeguatamente è comunque un itinerario abbordabile (l’ultimo quarto è praticamente una comoda discesa) e grande sarà la soddisfazione del farlo in unica tratta. Le diverse ore di marcia notturna potrebbero darvi l’opportunità di sentire il verso dell’Allocco o il rumore provocato dai rami spezzati da un cinghiale in fuga. Consigliabile partire la sera per arrivare nel primo pomeriggio del giorno dopo, in tal modo il tratto più faticoso e meno panoramico verrà fatto nella frescura della notte, quando il camminare alla luce della luna piena (esperienza incredibilmente affascinante per la particolarità dei colori che la montagna assume) o della frontale (comunque necessaria visto che buona parte del tracciato è immersa in folti boschi) vi darà automaticamente il giusto ritmo al cammino. I pasti vanno programmati al sacco e devono essere frugali e facilmente digeribili. Al contrario, partendo come consigliato, la colazione si potrà agevolmente fare nei bar di Villa Carcina, dove si potrà eventualmente fare anche il rifornimento di bevande e cibo per il rientro a Brescia.

Nella notte la segnaletica in vernice, riflettendo alla luce delle frontali, risulterà talvolta perfino più visibile che di giorno e vi sarà facile seguire il giusto percorso, resta comunque importante un suo attento studio preliminare sulla cartina e un’adeguata esperienza alla marcia notturna, meglio ancora farsi accompagnare da qualcuno che ben conosca questi sentieri.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale e Occidentale
  • Partenza: parcheggio auto del Parco Polivalente di Urago Mella, via Collebeato in Brescia (BS)
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 163m
  • Quota di arrivo: 163m
  • Quota minima: 157m
  • Quota massima: 1150m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 3180m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 3180m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 54km
  • Tipologia del tracciato: continua alternanza di strade sterrate, mulattiere e sentieri, qualche tratto su cemento, lunghi tratti di asfalto.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E6P
  • Tempo di cammino: 18 ore
  • Segnaletica: paline e segni bianco-rossi lungo tutto il percorso; paline e segni bianco-azzurri del 3V nel primo (Brescia – Conche) e nell’ultimo (Case Pernice – Urago Mella) terzo del percorso.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: alla partenza bar e negozi di Brescia e Urago Mella; durante il percorso bar, ristoranti e trattorie di Nave, Villa Carcina, Stella e Campiani.
  • Rifornimenti idrici naturali (vedi indicazioni anche sulla mappa del tracciato): fontanina ai Medaglioni (leggermente discosta dal percorso), fontanina nei pressi del ristorante Cavrelle in Maddalena; fontanina (da sorgente) alla chiesa di Sant’Antonio lungo la salita da Nave a Conche; fontanina (da sorgente) a Cà della Rovere sempre lungo la salita da Nave a Conche; fontanina a pompa alla santella di Sant’Apollonio tra Conche e Cocca; fontanina ai giardinetti di fronte alla chiesa di Pregno in Villa Carcina; fontanina poco oltre il Santuario della Stella; fontanina tra la Stella e Monte Peso; fontanina alla Poffa dei Campiani; fontanina in via Campiani e in via della Piazza a Urago Mella (quasi alla fine del percorso).
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: strutture ricettive di Brescia e Villa Carcina; con brevissima digressione anche il rifugio al Santuario di Conche.
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): a parte le zone di fondo valle (Brescia e Villa Carcina) dove è ovviamente impossibile piantare tende, è possibile trovare comode collocazioni lungo gran parte del percorso.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): di giorno è sostanzialmente nulla, mentre nella notte è estesa (quattro quinti del percorso).

Profilo altimetrico e mappa

Partenza in piano per attraversare la città, poi lunga salita con ripidi strappi alla quale segue un bel tratto di respiro che porta a una lunga e a tratti sconnessa discesa. Si riprenda la salita che alterna tratti di respiro a ripidi strappi. Di nuovo in discesa, non lunga e comoda. Lunga salita che parte ripida per poi addolcirsi in un lungo tratto con alternanza di salite e discese fino alla lunga discesa che porta a Villa Carcina. Ripida salita a cui segue il lunghissimo tratto finale che, alternando salite e discese, lentamente perde quota riportando comodamente a Brescia.

GPSies - Sentiero 3V Silvano Cinelli - Anello bassissimo

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

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Inizio del 3V

Uscire dal parcheggio e seguire verso sinistra la larga via Collebeato. Alla prima rotatoria (esclusa quella d’innanzi al parcheggio) andare a destra per via del Risorgimento, oltrepassare il ponte sul fiume Mella, attraversare la strada e portarsi alla grande rotatoria di via Guglielmo Oberdan. Andare a destra fino a un semaforo pedonale, portarsi sull’altro lato dello stradone, ritornare brevemente a sinistra per prendere a destra via Luigi Reverberi. In pochi metri si perviene a un grande piazzale, costeggiarlo sulla sinistra e, per una corta strada, raggiungere via Filippo Corridoni. Seguirla a sinistra, una curva a destra immette in un lungo rettilineo alla fine del quale si perviene all’incrocio con via San Bartolomeo. Attraversare quest’ultima strada e imboccare, proprio di fronte, via San Donino che si segue integralmente oltrepassando via Fausto Gamba. Ci si innesta in via Fabio Filzi e, poco dopo, si tiene a sinistra per via Guido Zadei fino al suo termine. Dopo aver attraversato Via Trento in breve si perviene ad altra rotatoria, andare a destra per la seconda strada (via Bartolomeo Gualla) che si segue fino ad oltrepassare la Clinica Città di Brescia e pervenire ad un piccolo piazzale (a sinistra) con parcheggi e giardinetti (Piazzale Camillo Golgi). Attraversare la strada e il piazzale per portarsi su via San Rocchino che si segue verso destra. Appena possibile portarsi sull’altro lato della strada e proseguire fino al suo termine dove s’innesta in Via Filippo Turati. Poco dopo, a sinistra, si entra in una piccola piazzetta che si attraversa per intero andando a imboccare la strada che sale sulla sinistra di via Turati (via San Gaetanino). Alla prima curva svoltare decisamente a sinistra per passare tra le case e, dopo una curva a destra, risalire una breve e larga scalinata pervenendo al primo tornante dell’asfaltata via Panoramica, la principale strada d’accesso motorizzato alla montagna di Brescia, il Monte Maddalena.

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Via San Gaetanino

Invece di seguire l’asfalto di via Panoramica, imboccare la ciottolosa continuazione di via San Gaetanino che ripidamente s’alza a sinistra, prima passando a fianco di alcune palazzine, poi costeggiando un antico muro. Oltrepassato un breve sottopasso si sfiora nuovamente la via Panoramica, ancora la si ignora per proseguire in ripidissima salita sui ciottoli di via San Gaetanino. Dopo una lunga curva a sinistra si giunge a un secondo breve sottopasso, poco dopo la strada curva a destra e perviene alle prime case dei Medaglioni. Si risale tra le case e, al sommo della salita, si svolta a sinistra. In pochi metri si perviene nuovamente su via Panoramica, che da qui assume il nome di Via San Gottardo. La si segue in salita e fatti pochi passi, appena oltrepassata l’ultima casa, una breve sosta è d’obbligo: sulla destra si apre una magnifica visuale sulla Bornata (parte sud orientale della città di Brescia dove un tempo sorgeva la fabbrica della Wührer) e sulla Pianura Padana.

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Panorama dai Medaglioni

Dopo essersi goduti il panorama, si riprende il cammino e, con salita ora decisamente meno impegnativa, si segue fedelmente il nastro asfaltato fruendo, anche se disturbati da piante e cespugli, del marciapiede presente sul lato destro. Si oltrepassa la deviazione che, a sinistra, porta al ristorante Vedetta e, passando sotto il campo di calcio (e parcheggio matrimoni) annesso all’Oratorio della chiesa di San Gottardo, si perviene al capolinea dei pulmini. Tenendosi, come ai pedoni prescrive il Codice della Strada in assenza di marciapiede, sul lato sinistro, si prosegue per la strada asfaltata lasciando sulla sinistra le ultime case. Si oltrepassa una deviazione che scende a destra (continuazione di via San Gottardo) e, sempre lungo la strada asfaltata che ha ora assunto il nome di Via Maddalena, dopo qualche leggera curva si arriva al primo tornante. Si attraversa la strada per portarsi in un piccolo piano piazzale sterrato sul lato destro del tornante, altro punto panoramico che si affaccia sul versante meridionale della Maddalena e sulla Pianura Padana. Sul lato settentrionale del piazzale, al termine destro del muretto che lo delimita, imboccare un ripido e rovinato sentiero. Procedendo pressoché costantemente sulla linea di massima pendenza, con faticoso cammino, tra radi cespugli e ancor più radi alberi, si risale il pendio erboso ignorando, sia a destra che a sinistra, diverse pianeggianti diramazioni. Sottopassato un elettrodotto il sentiero volge deciso a sinistra per proseguire lungamente in pianeggiante mezza costa permettendo, così, un bel recupero di forze. Dopo un ripido ma breve strappo si arriva a un tornante che indirizza all’incirca verso ovest, portando, in pochi passi, ad un altro piccolo piazzale in terra battuta accosto alla strada asfaltata della Maddalena: al di là della strada, il Dosso della Brochella, in direzione opposta, quella da cui si è arrivati, il Dosso Torre Bornata.

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Piazzale del Cavrelle

Tenendo la destra si prosegue lungo il sentiero che, meno ripidamente, sale tenendosi al limite del bosco nel quale poco più avanti entra con decisione con una secca curva a destra. Con linea diretta e limitata pendenza si risale nel bosco fino ad uscire nuovamente sulla strada asfaltata. La si attraversa per imboccare la prosecuzione del sentiero ben visibile sul lato opposto dell’asfalto. Risalendo sempre all’interno del bosco si taglia il lungo tornantone del Buren e, dopo aver costeggiato a sinistra la recinzione dei prati d’un nascosto cascinale, si esce nuovamente sull’asfalto che ancora si attraversa per riprendere immediatamente il sentiero che nel primissimo tratto procede quasi parallelamente alla strada. Giunti a una radura in terra, ignorando il largo sentiero che si diparte sulla destra, si prosegue dritti in leggera salita. Tenendo la traccia principale in direzione est ci si alza gradatamente nel fitto bosco finché un breve tratto molto ripido porta sull’asfalto che, ancora, si attraversa per imboccare sul lato opposto un sentiero con vecchi scalini in legno, ben visibile poco sopra una palazzina con diverse antenne: l’ex stazione a monte della funivia della Maddalena. Superate due rampe di scale si perviene ad un piazzale asfaltato, prendere a destra e, con lieve discesa asfaltata, in breve si arriva nuovamente sulla strada principale nei pressi del ristorante Cavrelle. Passando sulla sinistra del ristorante, si attraversa l’ampio piazzale sterrato mirando al suo lato orientale sinistro dove si prende la strada sterrata che sale alla chiesetta di Santa Maria Maddalena. Oltrepassata sulla sinistra una casa, effettuata una larga curva a destra, quando in alto a destra, seminascosta dalle piante, si intravvede la struttura della chiesetta, sulla sinistra s’individua un sentiero che ripidamente scende nel bosco, lo si segue e in breve si perviene al piazzale del ristorante Grillo.

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Panorama dal Monte Denno

A sinistra e a destra ci sono due strade sterrate, di fronte sulla destra del ristorante c’è la strada, tanto nota agli appassionati di ciclismo per le epiche imprese del Giro d’Italia, di Muratello di Nave, a destra di questa è posto un altare (eretto dal Gruppo Monte Maddalena), lo si oltrepassa sulla destra per prendere un’evidente sentiero che, sul retro dell’altare, risale direttamente nel bosco a fianco di un vasto prato. Saliti un centinaio di metri si attraversa la strada asfaltata per proseguire nel bosco e, slalomando tra le diverse radici che sbucano dal terreno, si arriva a una scala rovinata dal tempo che adduce al piazzale dell’ex rifugio Monte Maddalena, oggi purtroppo abbandonato e in rovina. Andando a sinistra si attraversa per intero il piazzale sterrato del rifugio pervenendo alla strada asfaltata di accesso allo stesso, la si segue in salita a destra oltrepassando una sbarra solitamente aperta, poco dopo sulla sinistra la vista spazia sull’ultimo terzo del 3V, dal Monte Guglielmo a Urago Mella, allungandosi più oltre alla Presolana e, se l’aria è molto limpida, al Monte Rosa. Ignorando la deviazione che a sinistra sale alla base militare, si entra in un denso bosco e si prosegue a lungo su pianeggiante sterrato. Lasciata alla nostra destra una stazione radio militare la strada compie una larga curva a destra per aggirare, con tratto cementato a balcone sulle cave di Botticino, la sommità del Monte Denno, in lontananza è possibile ammirare il Lago di Garda e il Monte Baldo, a destra Rezzato e la Pianura Padana. Quando la strada volge a sinistra ridiventando sterrata, prendere a destra un sentiero che si mantiene accosto al filo del crinale della Costa di Monte Denno, prima in debole salita poi, superato un poggio panoramico (a cui si perviene con breve digressione attraversando il filare di alberi che delimita sulla destra il sentiero), in più ripida discesa. Si passa a destra di una solitaria casa e poco dopo si riprende la strada sterrata seguendola verso destra.

Cascina di San Vito

Cascina di San Vito

Quando la strada sale a destra per terminare contro il cancello della ponte radio della Stazione di Monte Salena, prendere a sinistra un evidente sentiero che si abbassa nel bosco per costeggiare la recinzione di detta stazione radio per poi risalire brevemente. Si prosegue con tratto pianeggiante e quando un sentiero si alza a destra per portarsi a un capanno, imboccare il sentiero che scende dritto. Stando attendi a non farsi ingannare da alcune tracce che si dipartono sulla sinistra, scendere parallelamente al filo del crinale (a un bivio una traccia risale brevemente a destra ma è invero indifferente andare dritti in discesa). Dopo aver perso un poco di quota arriviamo ad un tratto dove il bosco improvvisamente svanisce, fatti alcuni metri una secca curva a sinistra riporta nel fitto della vegetazione. Oltrepassato il breve un muro di arbusti, il sentiero si trasforma in stradina, immediatamente questa curva a destra, segue un tornante a sinistra (in alto a destra è visibile un capanno di caccia) e poi un’ampia curva a destra porta alla Pozza del Sarisì, dove da sinistra arriva una strada sterrata. Andare a destra e, passando sulla destra della recinzione che protegge il buco del Capriolo, dirigersi verso una piccola casa che si costeggia sulla sinistra per poi riprendere a scendere sul filo del crinale. La discesa si fa ripida, segue un tratto dove diverse piccole rocce affiorano dal terreno rendendo il cammino incerto e difficoltoso, al suo termine si perviene ad un incrocio. Andare a destra per passare molto accosti alla Casina di Pino (Roccolo del Monte Salena), scendere alcuni gradini e il successivo scabroso saltello roccioso, poi il sentiero torna bello, volge a est e, in lieve discesa, dopo essere diventato larga stradina in terra battuta, porta alla cascina di San Vito.

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Colle e chiesa di San Vito

Da destra arriva la strada di accesso che sale da San Gallo, la si ignora per andare a sinistra seguendo la sua sterrata continuazione, in breve si scende in direzione del Colle di San Vito e dell’omonima chiesetta. Qualche metro prima di raggiungerla si volta a sinistra per scendere un piccolo praticello con qualche albero di conifera e imboccare l’evidente sentiero della Val Salena. Scendendo direttamente nella valle si perde un poco di quota, poi il sentiero volge a destra spianandosi. Con pendenza assai minore si giunge ad un bivio, dritti si sale alla Casina del Lat (sorgente), andare a sinistra puntando sul fondo della Val Salena, poco dopo si attraversa il torrente portandosi in destra orografica del valloncello, dopo una cinquantina di metri si riattraversa il torrente riportandosi in sinistra orografica. Si sale leggermente di quota per poi riprendere la discesa, si ignora una deviazione a destra che con vari ripidi tornanti scende verso il torrente e si prosegue per un lungo tratto di discesa dove occorre prestare attenzione, specie se bagnato, alle diverse placche rocciose. Persa parecchia quota il sentiero volge a sinistra e, lambendo il lato meridionale della radura prativa sommitale del Monte Frattina, sale lievemente per poi riprendere a scendere. A un trivio andare dritti in discesa e in breve si esce dal bosco pervenendo a una bella e ampia radura erbosa con santellina nel mezzo. Un muro ne cinge il lato occidentale, lo si raggiunge per seguirlo verso destra pervenendo alle prime case di Nave. Andare a destra per via Faldenno, si attraversa via Civelle continuando su via Minera che si segue fino a dove termina contro il muro di cinta dell’ex ferriera Fenotti e Comini di cui al di là del muro si possono vedere i ruderi. Prendere a destra per via Carbonini fino al primo incrocio, volgere a sinistra per via Bologna e in breve si perviene alla chiesa di San Rocco (sulla destra): incrocio con la strada principale di Nave (via Trento).

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Chiesa di Sant’Antonio

Attraversata con molta attenzione la trafficata strada imboccare sul lato opposto via Monte Grappa che si segue fino al suo termine. Volgere a destra per via Dernago e, fatti pochi metri, andare a sinistra per via Montecchio. Quando la strada si restringe, svoltare seccamente a sinistra infilando un vicolo che porta a delle case a schiera, andare a destra per Traversa Seconda via Moia e procedere fino al suo termine dove a sinistra si imbocca una stradina cementata. Salire ripidamente tra due muri, presto la strada diviene sterrata, ignorare a destra un bivio e procedere in direzione nord-nord-ovest. Avanti a noi sulla sinistra si vede lo stretto solco della Val Listrea, alla cui origine, in basso, si scorgono le case della frazione Piezze alle quali ci si avvicina sensibilmente per poi lentamente tendere a destra e, tagliando il versante nord-ovest del Monte Montecca, inoltrarsi nella Valle del Rio Sant’Antonio in direzione del Monte Rozzolo, mentre sulla sinistra, dietro il Monte Rinato, sempre più evidente appare la vetta del Monte Porno. Oltrepassata Cà Ecia (cascina e prati sopra a destra; capanno sotto a sinistra) prima in discesa e poi in piano, con larga curva a sinistra ci si porta verso il centro del valloncello giungendo alla strada che sale da Piezze. Andare a destra e all’imminente bivio prendere la strada di sinistra che sale con un ripido tratto cementato. Alternando sterrato e cemento si sale nel bosco oltrepassando alcuni prati con cascine riprendendo man mano direzione nord-nord-ovest. Un ripidissimo cementato tratto esce dal bosco e conduce alla chiesa di Sant’Antonio di Padova in Seradello dove i bei prati e alcuni tavoli invitano ad una pausa rigenerante; sul retro della chiesetta una fontanella permette anche il rifornimento idrico.

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Il Pater

Dopo essersi adeguatamente riposati prendere la strada che prosegue oltre la chiesa seguendola finché sulla destra appare un ampio dosso erboso con al centro una casa e sulla sinistra in alto s’intravvede Cà della Rovere. Poco più avanti la strada spiana e la si abbandona per imboccare a sinistra il sentiero che si accosta a Cà della Rovere. Oltrepassata la cascina e la relativa caratteristica fontana, il sentiero volge a sinistra e, con un tratto scavato e molto rovinato, inizia a risalire ripidamente il versante orientale del Monte Porno. Guadagnati cento metri di quota inizia un bel piano diagonale a destra, a metà del quale, badando alla testa, si sottopassa il traliccio di un elettrodotto. Ignorata una deviazione che sale a sinistra continuare ancora un poco in piano per poi svoltare a sinistra e riprendere a salire, prima nel bosco poi su terreno aperto dove, ignorando una franosa e faticosa traccia che sale a sinistra lungo la linea di massima pendenza, si segue il più comodo sentiero scavato che, con vari tornanti, risale altri centocinquanta metri per poi riprendere, pianeggiante, il diagonale a mezza costa verso nord-nord-ovest. In breve si arriva al grande roccolo del Pater che si aggira sulla sinistra. Superati alcuni quasi svaniti alti scalini, volgendo a sinistra, ci si allontana un poco dalla baracca del roccolo per prendere sulla destra un sentiero che si alza nel bosco. Fatti alcuni stretti tornanti si supera un breve canalino di terra e pietre per poi, con minore pendenza, svoltare gradatamente verso sinistra e innestarsi nel sentiero che sale alle Conche. Lo si segue a sinistra in discesa, alcuni gradini agevolano il superamento dei tratti più ripidi e rapidamente si perde quota fino a sbucare su un prato. Lo si discende puntando a una strada sterrata che si segue verso destra pervenendo in breve alla piccola santella di Sant’Apollonio che contiene e nasconde una sorgente. Subito dopo a sinistra prendere un sentiero che s’inoltra nel bosco, compie un’ampia curva a destra passando sopra una cascina e poi inizia a scendere. Oltrepassata la santella di San Carlo Borromeo e lo Chalet Laura si perviene ai prati della Cocca. Per ripido cemento si passa a destra di una pozza e si raggiunge una strada asfaltata.

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Passaggio notturno al Dosso Vallero

Andando un paio di metri a destra, proprio in corrispondenza di una strada sterrata che sale a sinistra, si imbocca un poco visibile sentiero che, ritornando per alcuni metri nella direzione di arrivo, sale nell’erba accosto al bosco per raggiungere un ampio prato che risale a destra rientrando nel bosco nei pressi di un casolare. Risalendo lungo la linea di massima pendenza e passando accanto a un grosso faggio si raggiunge la sommità del boschetto pulito dove la traccia volge decisamente a sinistra per tagliare a mezza costa il ripido pendio. Giunti ad una sterrata la si segue verso sinistra per pochi metri, quando inizia a scendere si prende sulla destra un sentiero che sale un poco per poi procedere pianeggiante parallelamente alla strada appena abbandonata. Poco prima del recinto di un campo, un tornante inverte la direzione di marcia e il sentiero inizia a salire con maggiore decisione fino a sfociare, dopo due tornanti, su altro più largo sentiero che si segue a destra per una decina di metri andando a prendere una diramazione a sinistra che sale ripidissima. Poco dopo ci si inserisce in altra traccia che sale da sinistra, la si segue verso destra salendo sempre lungo la massima pendenza per arrivare al filo del crinale poco sopra e a sinistra di un prato con cascina. In piano si attraversa il boschetto per poi volgere leggermente a sinistra e scendere un poco. Dopo un lungo diagonale, a un bivio prendere a sinistra in salita e, senza ulteriori diramazioni, seguire la traccia che, prima nel bosco poi lungo un largo crinale erboso, porta fino alla vetta del Dosso Vallero.

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Vetta del Monte Palosso

Scendendo sul lato opposto si entra in un rado bosco di grossi faggi, lo si discende al centro mirando a una pozza, la si lambisce sulla sinistra per pervenire ad una strada asfaltata che si segue a destra pochi metri costeggiando un piccolo piazzale in sterrato. Al limite destro dello spiazzo si risale la bassa ripa di contorno pervenendo ad un praticello che si attraversa verso sinistra. Prendere nel bosco una traccia che risale e porta alla poco riconoscibile vetta del Monte Predosa. Procedendo in piano e poi in discesa si raggiunge un prato, lo si attraversa al centro per poi tendere a destra verso una piccola costruzione in muratura. Prima di raggiungerla prendere a sinistra una traccia che mira al bosco. Dopo un breve tratto pianeggiante, in discesa si costeggia sulla sinistra un capanno per continuare a scendere direttamente nel bel bosco, ad un evidente bivio andare a destra per largo sterrato, in breve si raggiunge una strada. Invece di seguirla la si attraversa per prendere un sentierino che, accosto alla recinzione di un capanno, ripidissimo scende ad altra strada ben visibile poco sotto. A sinistra lungo la strada, prima in discesa poi in salita, giunti a un bivio, ignorando la strada che con un tornante sale a sinistra, proseguire dritti alcuni metri e al bivio successivo andare a sinistra pervenendo in breve ad altro bivio. Ancora a sinistra in forte salita e al suo termine prendere il sentiero che a destra procede rasentando il garage della casa posta sopra il dosso erboso a destra (Colma Scanfoia). Una breve salita porta a prendere il filo di un crinale erboso, lo si segue a sinistra mirando a un capanno che si oltrepassa andando a imboccare un largo sentiero che, prima dolcemente poi più ripidamente, sale tra alberi e cespugli. Passando sulla sinistra di una bella casetta in legno e ignorando prima una deviazione a sinistra poi un’altra a destra, si sale lungo l’evidentisisma traccia che si fa ancor più ripida e scavata pervenendo ai prati di un capanno (Sarisì). Il sentiero ora procede con minore pendenza, passa accanto a una baracca in lamiera e continua pressoché pianeggiante, sfilando in basso a sinistra di un capanno e, poco oltre, del rifugio Giulio Bodei (in parte diroccato e per la restante parte chiuso, comunque offre un discreto riparo e un tavolo con panchina). Si riprende a salire e, dopo aver passato una deviazione che ripidissima scende a sinistra, si perviene al Pozzone, piccola pozza stagnante tra grossi alberi. Si risale verso sinistra per arrivare in breve al piano terrazzo erboso della Maison des Sons, spartana baracca in legno e lamiera. Andare a destra per un paio di metri a prendere le tracce che, in pochissimi metri, salgono allo spiazzo con tavoli e panche nei pressi della vetta del Monte Palosso, sulla cui vetta.

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L’ingresso del Carpen

Portandosi sul lato opposto dell’ampio piazzale di vetta dove ancora sono collocati i basamenti in cemento di quattro cannoni risalenti alla Prima Guerra Mondiale, oltrepassato un cancellino in legno, si prende una traccia che scende alla destra della Maison des Soins all’altezza della quale si va a destra a prendere il sentiero che nell’erba si dirige verso ovest (Via dei Soldati). Al primo bivio tenere a destra, in ripida discesa si perviene all’ingresso del capanno di Carpen (bellissima siepe lavorata). Andare a destra seguendo il sentiero che ora si è fatto più largo e poi diviene stradina. Ignorare un primo vicino sentierino che scende a sinistra, poco dopo si perviene ad un vero e proprio bivio, prendere a sinistra effettuando un tornante. A un successivo bivio tenere a destra e proseguire lungo la traccia principale fino ad un quadrivio, andare a destra compiendo un secco tornante. Dopo un lungo diagonale la discesa prosegue effettuando una serie di tornanti, si passa a sinistra del Roccolo Sanzogni e si perviene ad altro bivio, andare a sinistra e, tenendo sempre la destra, si scende al capanno della Posta Vecchia, dal quale, procedendo verso sud, si raggiunge l’inizio di una larga strada sterrata (località Söc).

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Prati di Zignone

Andare a destra lungo la sterrata pervenendo sopra i vasti prati di Zignone. Li si discende aggirandoli inizialmente sulla destra, giunti all’altezza del nucleo di case poste al centro di detti prati, ad un bivio andare dritti per una piana strada sterrata. Quando la strada svolta bruscamente a destra portandosi verso una cascina, prendere il sentiero che scende dritto, passando accanto alla chiesetta di Santa Teresa, oltre la quale il sentiero ridiventa stradina. Giunti al cancello che sbarra la strada, uscire per un varco sulla destra e proseguire a sinistra per ripidissimo asfalto. Con costante visione sul percorso che si deve ancora effettuare, si scende verso il fondo della Val Trompia e, costeggiando il Torrente Pregno, seguendo via Pendezza si perviene alla frazione Castello di Villa Carcina. Giunti in fondo alla discesa andare a sinistra raggiungendo Piazza XX Settembre, a destra in breve si raggiunge via Francesco Glisenti nei pressi della statale della Val Trompia (SP345). Attraversando dei giardinetti si prende il sottopassaggio e ci si porta sul lato occidentale della provinciale che si segue verso destra per portarsi alla vicina grande rotatoria. Tenendo la sinistra si raggiunge via Veneto, ci si porta sul suo lato settentrionale e la si segue per tutto il suo tratto rettilineo. Quando curva a sinistra andare a destra costeggiando un largo piazzale poi a sinistra per via Zanardelli che si segue fino al suo termine. Ancora a sinistra lungo via XX Settembre prendendo poco dopo a destra via Roma che porta alla chiesa dei Santi Emilano e Tirso che si aggira sulla destra. A sinistra pochi metri prendendo la prima a destra (via Trentino) che si segue fino al suo termine. A destra per via dei Mille, poi a sinistra per via Trieste. Prendere la prima a destra (via San Rocco) e al suo termine procedere per una scalinata aggirando sulla destra la chiesa di San Rocco al Monte.

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Casa Dosso San Rocco

Sul retro della chiesa si procede a destra per antica mulattiera oggi molto rovinata (sentiero Domenico Cancarini), si passa tra Casa Cornero, a sinistra, e Casa Ronchetti, a destra, poco dopo si tiene ancora a destra per l’antica mulattiera, a destra si lascia Casa Capponi e poi Casa Dosso San Rocco per uscire sulla strada asfaltata che si segue a destra fino al primo tornante poco dopo il quale si prende a sinistra per sentiero oltrepassando Casa Livelli. Giunti ad una stradina in terra nei pressi di una casa in legno, prendere, poco sopra, un altro sentiero che con tratto a mezza costa riporta sulla strada asfaltata. A destra per la strada che ora si segue fedelmente fino al suo termine nei pressi di Casa Büs del Torcol. Appena prima di quest’ultima cascina, o subito dopo, si sale il pendio sulla destra alzandosi sopra la casa, oltrepassato il Büs del Torcol (chiuso con muretto e pesante piastra in ferro) un tornante ci reimmette in direzione ovest. Dopo un lungo diagonale con alcuni ripidi strappi si raggiunge il crinale in destra orografica della Val Trompia. Scendendo a sinistra per erba ci si accosta al muro di cinta di Casa Pernice, ci si abbassa al sottostante piano terrazzato che si taglia verso destra per poi scendere a sinistra alla strada sottostante. Riaccostandosi alla cinta di Casa Pernice andiamo a sinistra tagliando per boschetto una leggera curva della strada che poi seguiamo a sinistra. Davanti alla cancellata d’ingresso della casa si prende a destra nell’erba il sentiero che risale lungo il crinale erboso e, dopo aver oltrepassato un capanno e la successiva casa, perviene alla vetta del Monte Pernice. Si scende in un rado boschetto a cui segue un bel prato che porta sopra un capanno, in ripida discesa passando a sinistra del capanno si perviene ad una strada cementata. A destra in discesa per detta strada, al primo bivio si prende a sinistra per altra strada, giunti all’innesto con via Magnoli, che sale da destra, si prosegue dritti. Poco dopo, quando la pendenza diminuisce sensibilmente e la strada accenna una lunga curva a destra, sulla sinistra imboccare un sentiero che, con pochi metri di salita, porta alla caratteristica sella Magnoli dove, a destra, si riprende il filo del crinale.

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Santuario Madonna della Stella

Con pendenza progressivamente maggiore, nel bosco, oltrepassando ad un certo punto una strada sterrata, si sale alla larga e piana sommità del Monte Magnoli. Costeggiando a destra la cinta di alcune case, si scende sul versante opposto a quello di arrivo. Dopo pochi metri il sentiero s’innesta in una strada cementata che si segue fino alla prima curva secca a destra, qui, sulla sinistra, prendere un sentiero nel bosco che, con forte discesa, riporta sulla strada cementata facendo risparmiare un tornante della stessa. Seguendo a sinistra la strada, sempre su cemento, si perviene alla poco evidente sella dell’Oca, dove la strada cementata abbandona il filo del crinale per scendere a destra della grande tenuta di Villa Tilde. Seguire ancora detta strada fino a incrociare una stradina che, chiusa da una sbarra, scende a destra verso una casa. Per quest’ultima oltrepassiamo la casa e in discesa più leggera perveniamo al bivio della Croce del Barbù. Tenere a destra pervenendo in breve alla grande cascina del Quarone di Sopra. Seguendo lo sterrato, con due tornanti si aggira a destra il grande cascinale e, subito dopo, si prende a sinistra per altro sterrato che sale con buona pendenza. Dopo una secca curva a destra la pendenza cala sensibilmente, si procede a lungo in diagonale e, usciti dal bosco, si arriva alla sella del Quarone: sulla destra la Pozza del Paradiso invita alla sosta. Tenendosi discosti dalla cascina del Quarone di Sotto (visibile sulla destra), si scendono al centro due terrazzi prativi per rientrare nel bosco prendendo un ripido sentiero che scende verso l’ormai intuibile abitato di Gussago. Si attraversa per tre volte una strada sterrata, alla quarta uscita, invece, la si segue a destra. Fatte alcune curve si costeggia il muro di cinta del vasto convento dei Camandoli e si perviene alla sua asfaltata strada di accesso che si segue a destra in discesa. Dopo un lunghissimo tratto di asfalto, proprio nel mezzo del terzo tornante, imboccare a sinistra un sentiero che nel bosco si sposta verso est per poi, con ripidissima ma breve discesa, scavalcare la galleria della tangenziale di Gussago e raggiungere una strada asfaltata. La si segue a sinistra fino al sommo della ripida salita (passo della Forcella) dove sulla destra si prende altra strada che, sempre in ripida salita, porta al Santuario Madonna della Stella di Gussago, al quale si perviene risalendone lo scalone di accesso.

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Urago Mella

Dal patio del santuario procedere verso est a riprendere la strada asfaltata. Superare il piazzale del parcheggio e, nuovamente sul filo di un crinale, scendere tra le case. L’asfalto termina e inizia lo sterrato, lo si segue lungamente. Oltrepassata una lunga esse sinistra-destra con due case sulla destra si perviene ad un bivio, prendere la strada di sinistra e, in ripida salita, seguirla fino a quando sulla sinistra si stacca una pianeggiante sterrata.  Per questa fino a pervenire, dopo un tratto di discesa, ad un prato, lo si risale, compiendo un arco sinistrorso, mantenendosi accostati al bosco che lo limita sulla destra. Oltrepassato il cippo della UOEI si arriva in prossimità del crinale che ridona la visuale sulla città, svoltando a destra lo si segue fedelmente. Con tratti particolarmente ripidi si sale nel bosco, poi la traccia svolta a sinistra e, con due diagonali in moderata pendenza intervallati da un secco tornante, porta alla radura erbosa della vetta del Monte Peso. Attraversata la radura prendere nel bosco la traccia più a sinistra delle tre che procedono pressoché parallele in direzione dei Campiani. Si procede in leggera discesa, poi si fa più accentuata e il sentiero diviene profondamente inciso dal passaggio delle biciclette rendendo il cammino piuttosto complicato. Ignorando i vari toboga che si diramano sulla sinistra si perviene alla cinta di un vigneto, la si segue a sinistra fino al termine della rovinata mulattiera: piccolo parcheggio. Andare a destra lungo la strada asfaltata, al vertice della ripida salita prendere a sinistra oltrepassando la Trattoria Marelli e il Ristorante Carlo Magno. Sempre lungo la strada asfaltata ci si abbassa un poco lungo il crinale per poi risalire fino all’ingresso della Trattoria Merlo. A destra per strada sterrata al Passo delle Crosette. Un paio di metri a sinistra prendere il sentiero che ripidamente risale nel prato e poi nel bosco cespuglioso portando al crinale ovest del Monte Picastello che si segue verso sinistra con pendenza man mano digradante fino a diventare leggera discesa reimmettendosi nella continuazione inerbata della strada attraversata al Passo delle Crosette, qui prendere a destra un sentiero che scende verso la città. Dopo un breve tratto di discesa diretta la traccia volge a sinistra e inizia un lungo diagonale, ad un bivio tenere la sinistra alzandosi leggermente per poi riprendere a scendere prima ancora in diagonale poi più decisamente fino a reimmettersi sulla traccia precedentemente abbandonata. A sinistra in ripida discesa si raggiunge il dosso “Le Quattro Querce”, poco sotto si perviene alla Cascina Poggio Maria e alla sua strada di servizio che si segue fedelmente fino al suo termine. Procedendo lungo la ciottolosa via Campiani si entra in Urago Mella (quartiere di Brescia) e si arriva sulla piana e asfaltata via della Piazza che si segue verso destra arrivando ad una piazzetta. Prendere a destra per via Interna e seguirla fino al suo termine su via Collebeato, dalla parte opposta di quest’ultima strada si raggiunge il parcheggio da dove si è partiti.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Parcheggio parco Polivalente di Urago Mella, Brescia 0:00
Inizio Sentiero 3V 1:10
Capolinea pulmini al San Gottardo 0:45
Piazzale del Cavrelle in Maddalena 0:55
Ex Rifugio Monte Maddalena 0:15
Chiesetta di San Vito 1:00
Chiesa di San Rocco a Nave 0:50
Chiesetta di Sant’Antonio 0:50
Pater 1:00
Bivio Conche-Cocca 0:15
Cocca 0:30
Dosso Vallero 0:40
Monte Predosa 0:15
Colma Scanfoia 0:25
Monte Palosso 0:30
Soc 1:00
Villa Carcina, località Castello 0:30
Villa Carcina, inizio sentiero San Rocco 0:30
Cascina Pernice 1:45
Monte Magnoli 0:30
Quarone di Sopra 0:30
Quarone di Sotto 0:15
Passo della Forcella 1:00
Santuario Madonna della Stella 0:15
Monte Peso 1:00
Monte Picastello 0:45
Parcheggio parco Polivalente di Urago Mella, Brescia 0:40
TEMPO TOTALE 18:00

VivAlpe 2017 e anche la seconda è andata


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Un inaspettato sole ha riscaldato questa seconda uscita del nostro programma escursionistico VivAlpe 2017 dandoci quel quanto di tepore necessario a produrre il desiderio di dare giusta libertà alla pelle, desiderio purtroppo rimasto inascoltata vuoi per un’incostanza della temperatura con un poco di aria fredda che comunque sempre spirava, vuoi per la presenza di molte persone (anche se invero solo su una minima parte del percorso), vuoi per la pervenuta “minaccia” di un’intervento delle forze dell’ordine.

img_0488Tra malanni e infortuni alla fine eravamo comunque in dieci alla partenza, sei dei quali hanno brillantemente completato l’intero anello. Come sempre eccezionale la piccola Luise che sempre più dimostra d’avere nelle gambe e nello spirito le potenzialità di una grande alpinista; intrepida la sua mamma Francesca che si è messa in cammino dopo tanti mesi di forzato fermo; mitico Vittorio che ne ha combinata un’altra delle sue arrivando al ritrovo dopo aver seguito la strada più lunga e tortuosa. Grosso il dispiacere che questi amici, insieme a Marco, ci abbiano dovuto abbandonare a due terzi del percorso, d’altra parte meglio rinunciare che rischiare di mettere a repentaglio le prossime ancor più belle uscite. A loro comunque un grosso ringraziamento per essere stati presenti a questa ennesima giornata di cammino.

Sincero ringraziamento anche agli altri carissimi amici presenti e che con me hanno completato il percorso: Paola, Attilio, Alessandro, Angelo e Pierangelo. Oggi non ci siamo spogliati ma il solo fatto di esserci stati, di aver presenziato a questa uscita, un’uscita con la spada di Damocle, è dimostrazione del loro impegno alla difesa dei diritti del nudo, un nudo semplice e naturale, quel nudo che è stato di norma di ogni essere vivente, quel nudo che solo la mente umana e l’artifizio di certi poteri hanno saputo e potuto deformare in qualcosa di vergognoso.

Grazie!

Vestiti è bello, Nudi è meglio!

Come Madre Natura insegna, ignudo mi sono offerto all’ignudo sole e sono così stato calorosamente accolto tra le sue dorate braccia, assorbendone per intero l’energia e la piacevolezza; ignudo mi sono immerso nell’ignudo mare o lago o torrente e questi m’hanno accolto familiarmente come acqua nelle acque; ignudo mi sono offerto all’ignudo bosco, il quale m’ha amorevolmente ricoperto di frescura e mille fragranze!

Vivere in natura, per la natura, con la natura e… di natura!

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Nudo Elleboro nella nuda Natura

Monte Magnoli, anello di Villa Carcina (BS)


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Brevissima escursione ideale per famiglie con bambini piccoli e adatta alla ripresa dell’attività dopo una lunga pausa o come allenamento di velocità per i trailer, anche perché gran parte del percorso è costituito da strade, sterrate o cementate, risultando così di facile percorrenza e individuazione. L’esposizione a sudest e la bassa quota ne suggeriscono un utilizzo principalmente invernale, sebbene l’estesa copertura boschiva possa concedere un poco di refrigerio anche nei mesi intermedi e, talvolta, anche in piena estate. Essendo quasi sempre immersi nel bosco lo sguardo può spaziare ben poco in compenso c’è l’interessante possibilità di osservare varie specie floreali e d’incontrare qualche esemplare della fauna locale.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Occidentale
  • Partenza: via dei Mille, 22/26 in Villa Carcina (BS)
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 254m
  • Quota di arrivo: 254m
  • Quota minima: 252m
  • Quota massima: 877m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 619m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 619m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 9km
  • Tipologia del tracciato: in massima parte strada sterrata con tratti cementati o asfaltati; nella prima parte della discesa si procede su sentiero a tratti sconnesso e scivoloso.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E2P
  • Tempo di cammino: 3 ore e 50 minuti
  • Segnaletica: paline e segni bianco rossi sull’intero percorso
  • Rifornimenti alimentari e idrici: bar e negozi di Villa Carcina.
  • Rifornimenti idrici naturali: fontanina a poca distanza dalla partenza.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: alberghi di Brescia e parte bassa della Val Trompia.
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): no.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): no di giorno; sì nella notte, salvo un breve tratto iniziale e un più lungo tratto finale.

Profilo altimetrico e mappa

Salita sostanzialmente moderata e, con il dovuto allenamento, interamente corribile. Discesa inizialmente ripida che presto si smorza in un lungo insidioso (traccia stretta e inclinata verso valle, presenza di fango) diagonale a sali e scendi per finire con una lunga e, a tratti, tecnica picchiata, parte su cemento e parte su sentiero.

GPSies - Monte Magnoli - Anello di Villa Carcina

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

Dal parcheggio seguire a ritroso Via dei Mille fino a dove, terminando contro un campo, si biforca: a destra (via dei Mille) e a sinistra (via Lazio). Andare brevemente a destra per imboccare, appena prima di un piccolo parcheggio, una sterrata (via dei Mille) che si dirama sulla sinistra e, poco dopo, effettua un primo tornante a destra iniziando a salire per passare alla destra di una casa. Seguire fedelmente la sterrata ignorando le varie diramazioni della stessa, molte delle quali sono subito sbarrate da un cancello, e, con vari tornanti e moderata pendenza, risaliamo il versante est del Dosso Zoadello. Si passa a sinistra di un piccolo capanno da caccia pervenendo quasi subito al filo di un crinale. Qui la strada si biforca, ignorando la deviazione a destra che scende nella valle e quella a sinistra che sale nel bosco, prendere una stradina inerbata al centro. Al secondo tornante la stradina si trasforma in sentiero (sentiero Rinaldo Dallera) che, con pendenza a tratti più rilevante, con un lungo diagonale aggira la testata della Valle del Caricatore. Altri due tornanti, una larga curva a sinistra e si sbuca su una strada cementata (Sella dell’Oca).

Seguire la strada cementata salendo a destra, poco dopo, quando la strada svolta a sinistra, imboccare un sentiero che, con breve ma ripido strappo, sale a destra della strada tagliando un suo tornante. Ripresa la strada cementata la si segue senza altre deviazioni fino al suo termine (case sulla destra). Proseguendo nella stessa direzione su sterrata che passa a sinistra delle recinzioni delle case, in breve si perviene alla vetta del Monte Magnoli.

IMG_8641Proseguendo sul versante esattamente opposto a quello di arrivo, si scende nel bosco seguendo un ripido sentiero, attraversata una sterrata si riprende la discesa per sentiero fino a pervenire ad uno strettissimo e profondo intaglio: la sella Magnoli. Ignorando la traccia che va a sinistra, si prosegue a destra scendendo ad un cancelletto in legno. Due stretti e vicinissimi tornanti, il primo a destra, portano ad altro bivio, ignorando il sentiero che scende a destra, procedere verso nordest lungo un sentiero (Sentiero Alberto Antonelli) in lieve discesa che presto diviene pianeggiante. Ignorando un paio di diramazioni sulla destra (che scendono ripidamente nel bosco) continuare a lungo sempre verso nord con alternanza di piani, brevi salitelle e altrettanto brevi discese. Oltrepassata una bella radura a castagni (Dosso dei Camosci), si passa sotto la tenuta del Bus del Torcol, per raggiungere in breve una strada sterrata. La si segue verso destra in discesa oltrepassando il Dosso del Lupo (capanno in alto a sinistra della strada) e continuando su ripido cemento fino al primo tornante a destra, dove s’imbocca sulla sinistra uno stretto e piano sentiero (sentiero Domenico Cancarini). Dopo poco il sentiero volge a destra e inizia a scendere ripidamente. Nei pressi d’una casetta in legno si taglia la sua sterrata di accesso e, dopo un breve tratto in diagonale a sinistra, si scende ancora direttamente nel bosco verso il fondo della Val Trompia ora ben visibile.

Ripresa la strada cementata la si segue un poco fino a individuare sulla sinistra il sentiero che, sempre con ripida discesa, taglia il successivo tornante. Pochi passi sul cemento e, nei pressi di una casa (Dosso San Rocco), dove la strada volge a destra, prendere il sentiero che dritto prosegue nella ripida discesa. Passando vicino ad alcune case (Capponi, Cornello, Ronchetti) si rientra nel bosco pervenendo infine alla chiesa di San Rocco al Monte che si aggira a sinistra. Una breve scalinata conduce alla strada asfaltata (via San Rocco) in località San Rocco di Villa Carcina. Andare a sinistra, alla prima biforcazione ancora a sinistra per via Trieste e poco dopo prendere a destra (via dei Mille). Subito a sinistra (via dei Mille) e proseguire dritti fino a incontrare il parcheggio da cui si è partiti.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Villa Carcina, parcheggio 0:00
Dosso Zoadello 1:10
Sella dell’Oca 0:40
Monte Magnoli 0:20
Sella Magnoli 0:10
Buso del Torcol 0:30
Campo Lupo 0:10
San Rocco di Villa Carcina 0:40
Villa Carcina, parcheggio 0:10
TEMPO TOTALE 3:50

Miti e mappe


I have a dream

Come un flash improvviso m’è nato un pensiero: «ci muoviamo nella realtà in base alla conoscenza che abbiamo di essa». Bella scoperta!

La prima pagina del "Piccolo principe": una sagoma informe può essere tutto, finché non sono informato di che cosa sia

La prima pagina del Piccolo principe: una sagoma informe può essere tutto, finché non sono informato di che cosa sia

Finché abbiamo una mappa, un navigatore, tutto va bene. Quando invece questa realtà è quella mentale dei giudizi e pregiudizi, dei vari livelli di coscienza, conoscenza ed esperienza, le cose si fanno più complicate.

Se molte persone accettano il nudo solo in bagno o nella camera da letto, per motivi suoi, finché non conoscerà altre esperienze, penserà che solo lì si possa stare nudi. O che il nudo sia ammesso solo nell’arte, nel cinema, a teatro, nei campi nudisti, in situazioni violente od estreme. Soprattutto sarà difficile convincerle che è falsa l’equazione che parifica la nudità all’attività sessuale. Vivono questo nuovo modo di vedere come un attacco personale alle proprie convinzioni; e a nessuno piace riconoscere di avere torto. Siamo restii a cambiare opinione, perché è con le nostre convinzioni, maturate con l’esperienza, che riusciamo a vivere, a vedere, a capire, a muoverci nella realtà che viviamo.

A parte i compromessi, o i conti che dobbiamo fare con il contesto sociale in cui viviamo.

La maggior parte delle persone la pensa in un certo modo, esistono delle leggi, le minoranze non sono sempre viste in positivo. Le mode cambiano, così come i gusti e le opinioni, le convinzioni. Ogni persona ha una propria velocità.

Scienza e religione ci “aiutano” a capire come va il mondo (o come dovrebbe andare); sono capisaldi collettivi. La critica non è benvista (o non tutti hanno titoli o sono autorizzati a criticare, a modificare la matrice delle teorie e delle leggi scientifiche o le interpretazioni o dogmi teologico-morali). La scienza, a seconda delle sue conoscenze si muove nella realtà in un certo modo, la religione in un altro. A volte si scontrano, a volte si ignorano, a volte vanno d’accordo. Molte persone istruite lavorano nell’un campo o nell’altro, hanno l’autorevolezza conferita da una cattedra in università, dal pulpito in cattedrale, dal numero di articoli e libri che hanno scritto.

Chi ci conosce?

E noi, intendo noi che pratichiamo la nudità? Studiamo, ci informiamo, rimaniamo al corrente di quel che si muove (e per definizione “si muove in avanti”), facciamo esperienze, riflessioni, ci scambiamo idee, progetti, proposte, cogliamo spunti nuovi, proviamo, sempre quasi in sordina, quasi solo fra noi; senza alcuna pretesa di istruire il mondo. Però viviamo bene anche così, nel raggio della nostra azione riusciamo a muoverci con discreta facilità. Gli altri, i non-nudisti, hanno altri pensieri, altre conoscenze e convinzioni e altrettanto bene si muovono sui loro binari. Qual è il problema? Infatti non c’è proprio alcun problema. Ciascuno si muove nella propria vita come meglio crede. Il fatto è che se “gli altri” non sanno, si comporteranno con noi in un certo modo. Se nella loro mappa mentale alla parola “nudità condivisa” corrisponde il vuoto, il deserto, il pregiudizio, l’ignoto, una giungla lussureggiante di complessità, di cupe ombre, di paludi e coccodrilli, di pericoli in agguato, sicuramente non avranno alcuna voglia di avventurarsi da soli. Della nudità hanno altre conoscenze, quelle trasmesse dalle “autorità”, dall’opinione pubblica, alcune proprie, alcune false: dalla loro somma sortirà il loro atteggiamento.

L'immaginazione, non supportata dalla ragione, proietta sull’ignoto le nostre paure

L’immaginazione, non supportata dalla ragione, proietta sull’ignoto le nostre paure

Probabilmente il tema della nudità è solo la punta di un iceberg che emerge come il più appariscente, lasciando sott’acqua il grosso di una massa di piccoli cambiamenti di mentalità che si sono andati maturando negli anni. Probabilmente è stata la somma di questi piccoli cambiamenti che ci ha dato il coraggio di fare il primo passo: al momento non l’abbiamo sentito nemmeno come coraggio, perché ci eravam fatti passabilmente sicuri che il terreno, pur ancora ignoto, non presentava pericoli, perché altri l’avevan già percorso prima di noi e tornavano con un sorriso. E ci ritornavano. Avevano un’altra mappa, altre conoscenze che permettevano loro di muoversi addirittura con agio e soddisfazione, sul piano fisico e psicologico (qualcuno azzarda anche spirituale). Invece di vedere brutture e sconcezze vedevano benefici; invece di illegalità, una libertà personale inviolabile; invece di mal giustificato pudore “che ci faceva tremare la cocca della camicia”, che ci rendeva “tremule foglie dei pioppi”, un’indifferenza leggera, ingenua, allegra e quasi infantile, svincolata da ceppi moralistici e da collari ideologici.

 

Volani concettuali

Indagando le radici della nostra cultura più o meno condivisa e ritrasmessa alle nuove generazioni, troviamo quelle conoscenze che dirigono il nostro comportamento senza esserne del tutto consapevoli, che ci influenzano nel modo di pensare e di agire come fossero degli automatismi, delle abitudini inveterate difficili da superare, soprattutto quando sono protette dal salvagente della maggioranza. Indagare questi “miti”, divenuti negli anni certezze, baluardo, fondamenta, vuol dire riaggiornare all’oggi la loro validità, riconsiderarli dal punto di vista della loro capacità esplicativa ed eziologica, riesaminarli sulla base della loro efficacia e validità pratica come modelli di vita. Potevano essere veri quando sono stati elaborati, possono aver avuto (e senz’altro l’hanno avuta) la loro ragion d’essere: a quel tempo la si vedeva così, e si suppone che oggi non comprendiamo tutto quel che si comprendeva allora e il modo. Nessuna colpa, nessuna obiezione, nessuna saccenteria da senno del poi. Ma calati nella realtà di oggi, risultano inadeguati, stonati, non collimano più, il puzzle non può esser ricomposto, le tessere si sono rovinate col tempo e non restituiscono più l’immagine originaria. Ma è proprio quest’immagine che nel frattempo è mutata: la realtà d’oggi non è quella della Bibbia, di Omero, di Dante, di Manzoni…

Probabilmente stiamo a nostra volta elaborando dei miti, dei racconti esemplari, “veri”, su cui basarci, con cui orientarci. Ci valgono per oggi, non è detto che valgano anche per domani.

«Il nemico è sempre invisibile, quando diviene visibile, smette di essere il nemico»

«Il nemico è sempre invisibile,
quando diviene visibile,
smette di essere il nemico»

 

Dall’esperienza abbiamo tratto diversi insegnamenti: abbiamo cominciato a vedere la nudità non più come protesta contro il sistema; i “tessili” non più come persone un tantino arretrate; l’essere nudi ha smesso di essere prescrizione, ma è divenuto opzionale, perché questa ci è sembrata la via per la sua “normalità”; abbiamo cominciato a dialogare di più, abbiamo integrato la nudità in mille gesti della nostra vita quotidiana: dal mangiar sul terrazzo col sole che s’è messo a scaldare, al portar fuori lo sporco, la pelle lucente ai primi bagliori dell’alba – da nudi l’inverno si sente un po’ meno –, senza più attendere l’occasione organizzata, la vacanza in Croazia. È vero, procediamo a vista: esattamente come sui sentieri in montagna durante le nostre escursioni.

I segni del cambiamento


I sempre più numerosi calendari con atleti, vigili del fuoco, studenti, eccetera che posano in nudità.

Le copertine delle riviste sportive con atleti nudi.

Lo spot della Nike con gli atleti nudi: Nike Naked Running Camp.

La pubblicità del Festival di Sanremo 2017 con la famiglia di alieni nudi.

La pubblicità dell’Ikea con i due anziani che vivono nudi.

Passeggiando nudi Una sigla di Costume e Società (trasmissione di RAI2) con una bagnante nuda.

Lo sfondo della pagina iniziale del gioco The Higher Lower Game con la persona nuda che gioca al computer.

Le mostre d’arte con persone nude in carne ed ossa, come opere ma anche come spettatori.

Il crescendo di spettacoli, in particolare danza ma anche opera lirica e teatro, dove il nudo è parte dominante o unica, talvolta anche con il coinvolgimento del pubblico.

Il successo delle manifestazioni sociali che usano il nudo per rafforzare il loro messaggio.

La nascita di palestre, scuole di yoga, ristoranti, bar dove il nudo è normalità.

Gli esperimenti di nudità al lavoro e le aziende che l’hanno resa condizione definitiva, pur se non obbligatoria (che è la cosa più saggia e opportuna).

Le sempre più numerose ricerche sociologiche e pedagogiche che indicano la positività dell’educazione al nudo e con il nudo o addirittura la necessità di educare i bambini al nudo.

Le sentenze della Cassazione che, prendendo atto del cambiamento nella visione sociale del nudo, lo dichiarano lecito quando praticato in luoghi selvaggi o poco frequentati.

Le sentenze di giudici di ogni ordine e grado che si affiancano a quelle della Cassazione sopra menzionate.

I tanti “non luogo a procedere” per le denunce dei vigili nei confronti di persone nude (in qualche caso anche in zone non propriamente selvagge o poco frequentate).

Eccoli (e non sono tutti) i segni palesi di una società che sta guarendo da una delle sue più inutili e insulse malattie: la paura o la vergogna del nudo! Gli unici riluttanti a prenderne atto, oltre a poche menti più o meno consciamente refrattarie al decondizionamento e ad alcuni oscurantisti a tutto tondo molto bravi ad imbrattare il web con i loro volgari sproloqui, sembrano essere gli amministratori comunali e i politici, non tutti veh, ma pur sempre troppi!

P.S.

Egreci sindaci, spettabili assessori, Mondo Nudo è qui e vi può aiutare nella transizione alla società dei vestiti facoltativi, contattateci.

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La mosca al naso


I protagonisti del fumetto di René Goscinny

I protagonisti del fumetto di René Goscinny

“NO!”

Un no secco, inappellabile, un no preconcetto, dato a priori, senza conoscenza e senza contatto. Un no che fa saltare la mosca al naso.

Tante le escursioni che ormai abbiamo fatto, tante le volte in cui siamo stati nudi, poche quelle in cui siamo dovuti stare sempre vestiti, tante quelle in cui abbiamo incontrato altri escursionisti, rarissimi i gesti di disapprovazione e nulle le lamentele (eccetto un unico caso, nel quale peraltro, a seguito del dialogo che ne è nato, si sono poi trasformate in interesse e accettazione). Abbiamo così maturato un’importante esperienza, un ormai valido supporto statistico che ci permette di fare affermazioni precise e ribattere a chi ci oppone un no.

Ecco, ogni tanto capita, poche volte, ma capita, è capitato.

Capita che Sindaci con la esse maiuscola venendo a sapere del nostro passaggio ci contattino per conoscerci, più spesso capita che, con nostro lieve disappunto, viga il più rigoroso silenzio, sebbene suoni come un “non possiamo sostenervi ma non vogliamo ostacolarvi” è comunque un incerto silenzio, qualche rara volta capita che qualche amministrazione si metta sul piede di guerra.

Capita, capita anche questo.

Le motivazioni sono sempre le stesse, quelle trite e ritrite giustificazioni che abbiamo più volte dimostrato essere fallaci, superate.

nuebam1“Ci sono le famiglie”, beh molte famiglie sono avvezze alla nudità e ormai le evidenze, con la conferma di diversi specifici studi sociali e pedagogici (alcuni esempi: “Experts say nudity in the home is key to promoting positive body image in children“, “Il nudismo è positivo per i bambini”“I bambini, il senso di vergogna e gli abusi”), dimostrano che le famiglie farebbero bene ad educare i propri figli alla nudità.

“È un luogo molto frequentato”, beh, in tale situazione ovviamente non ci spogliamo, ma sarebbe bello essere autorizzati a farlo:  quale migliore opportunità per favorire l’incontro e il dialogo? Quale migliore situazione per sperimentare e valutare? Si ha forse paura che molti ne restino indifferenti o che addirittura ne vengano coinvolti? Si ha forse paura di dover cambiare la propria opinione?

“Non c’è nulla che autorizzi”, beh ma nemmeno nulla che impedisca: la legge non vieta espressamente il nudo e tutte le sentenze (e ancor più significativi i tanti non luoghi a procedere perché “il fatto non sussiste”) dal duemila a oggi sono favorevoli alla nudità quando priva di ostentazione, quando motivata dalla situazione ambientale, quando portata con sana e dignitosa semplicità.

Foto Carla Cinelli

Comprendiamo che lo scranno su cui siedono sia bollente, comprendiamo il desiderio di non bruciarsi il sedere, comprendiamo la difficoltà della situazione, comprendiamo. Comprendiamo e siamo pronti a parlarne, siamo disponibili a trovare le giuste mediazioni. Giuste e mediazioni due parole che molto si discostano dall’imposizione, dal no aprioristico, due parole che esigono apertura, due parole che prevedono sperimentazione, ad esempio prendere dei sentieri e piazzarvi dei cartelli che indichino la possibilità di incontrare persone nude per vedere quanti sono coloro che rinunciano al passaggio e quanti quelli che, al contrario, effettuano comunque la loro escursione, ad esempio organizzare delle serate informative, organizzare delle manifestazioni nella regola dei vestiti facoltativi, noi siamo qui, siamo disposti a parteciparvi, vogliamo farlo, apposta abbiamo ideato la Zona di Contatto, per questo usiamo tutti i canali possibili per rendere pubbliche le nostre escursioni.

In questo mondo malato una delle cose che si sono dimenticate è l’idea di un’amministrazione al servizio del cittadino, un’amministrazione che opera a difesa dei diritti di tutti, un’amministrazione capace di andare oltre i pareri personali dei suoi componenti. Un Sindaco è ben diverso dal padre padrone, un Sindaco è il mediatore, colui che sa trovare in ogni caso il modo per dare a tutte le parti l’opportunità di esprimersi e di agire (vivere) secondo proprio desiderio, un Sindaco è il summo magister, l’educatore che per primo evolve e aiuta gli altri ad evolvere, il primo che comprende per aiutare gli altri a comprendere, il primo che si apre alle novità sociali per condurre gli altri ad analoga apertura, il primo che distingue l’insulso condizionamento dalla valida ragione e insegna a fare altrettanto. Vale per il nudo, ma vale anche per tantissime altre cose, tutti ne siamo coinvolti e tutti dovremmo intervenire a contrastare ogni aprioristica chiusura, a difendere il civile diritto alla libera azione.

Sindaco, sindaco, si…ndaco, si… Sindaco inizia con il sì

SÌ!

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