Archivio mensile:agosto 2016

L’ennesima foglia di fico


Il nudismo mi ha spogliato di una divisa. Senza saperlo, per il solo fatto d’esser vestito, già ero un soldato, combattevo per una causa. Una causa non mia.
Consapevoli o meno, confermiamo ogni giorno un costume sociale, il costume che vige vivendo in società. Passivamente, lo ritrasmettiamo, perché ad altri valga d’esempio: così fan tutti. Impecoriti come siamo, non tutti abbiamo i mezzi, la forza, la lucidità, la determinazione di andar contro un costume sociale apertamente. Esistono coalizioni, contratti, compromessi, costrizioni, doveri, impegni, impedimenti, impegolamenti, responsabilità: mille abiti che ci portiamo addosso, mille foglie di carciofo senza le quali non potremmo vivere in società. Uno può perdere il lavoro, la stima dei colleghi, farsi la vita difficile, pagare di persona. E tutto quel che ha imparato da nudista, tutto quel che è diventato, tutto il rinnovamento personale (di mentalità, di comportamento, di giudizio, di visione del mondo), tutto il progresso umano, personale, di pensiero che lo ha trasformato hanno una battuta d’arresto, delle limitazioni, dei colli di bottiglia, sempre più angusti e insopportabili, perché risultano sempre più assurdi, se non addirittura contrari alla nuova filosofia, al nuovo stile di vita, al nuovo pensiero organico che ha rimescolato le carte, ha ristrutturato i punti di vista, ha fatto cambiare il carattere, e ha cambiato persino il significato delle parole “maturità” , “essere uomo” e “essere adulto”: alla domanda Chi sono? Non abbiamo una risposta immediata, prestampata: nome e cognome non bastano più – non siamo all’anagrafe!
E ha cambiato anche il senso di responsabilità che abbiamo verso di noi. Ha fatto vacillare i pilastri della lealtà che dobbiamo a noi stessi, per rinsaldarli altrove più fermi. Ha scosso le basi su cui pensavamo di essere solidamente piantati per darci nuovi equilibri, e camminare dove non abbiam mai osato.
Ora che sono nudo, con un nuovo temperamento, tutto è molto più chiaro, i giochi trasparenti, le mene evidenti, i ricatti palesi. Posso solo cercar di evitarli, di non farmi prendere di nuovo dall’ingranaggio. Io sono cambiato. E si deve vedere. E deve stupire, scalfire, attecchire.

E se una collega ti dice, tanto per vedere l’effetto che fa:
– Non sapevo che eri nudista, che vai nelle spiagge dove tutti girano nudi…  Proprio tu che mi sembravi un tipo così a posto!…
– È bellissimo… Ma non solo spiagge: col mio gruppo facciano escursioni in montagna, passeggiate in campagna. Ormai ci sono abituato, non potrei farne a meno. Non torno più indietro.
– Ecco: ma allora è un vizio!
– Macché, è la cosa più normale che ci sia. La più naturale. Non solo durante le ferie, non solo la domenica.
– Ma… voglio dire: lo fate per sentirvi più mandrilloni? Fate delle orge?, non so…
– Nulla di tutto questo! Non è più il nudo ad eccitarci, o meglio non ci eccita più al modo di prima. Non è che vedendoci tra noi pensiamo al sesso: sesso e nudismo son due cose diverse: ogni cosa a suo tempo. Anzi, capisci anche meglio che cosa deve essere il sesso: che non è soltanto una questione meccanica azione-reazione, stimolo-risposta, come fossimo topolini di Skinner o cani di Pavlov. Prendi una via diversa, ti si apre una via diversa e lo fai anche in modo diverso, con più consapevolezza, con più attenzione, con più rispetto, con più apertura, più meraviglia, più presenza… presenza di corpo, di testa, di tutto… capisci di più che cos’è il voler bene. Entrambi più presenti, non distratti da altro.
– Non ho capito tanto, ma se lo dici vuol dire che lo hai provato.
– È stata una bella sorpresa! Certe cose non si riesce proprio a inventarle. Càpitano, e rimani sbalordito e contento.
– Per cui, nudo o vestito per te è indifferente?
– Abbastanza!
– Voglio dire: non senti vergogna, imbarazzo, non sei bloccato? Brrr… Non voglio pensarci!
– Ecco, questa è stata una bella conquista: non aver più vergogna. Diventa una cosa naturale, né bella né brutta. Senza nessuna morale di mezzo. Non ci fai più caso ed è finita lì. Non voglio appellarmi alla Natura o al Buon Dio e dire che il nudo è la misura naturale o divina dell’essere umano. Sta in piedi anche da sé. Ci si arriva anche da soli.
– Scusa, ma a me tremano le ginocchia solo a pensarci.
– Comincia con le piccole cose: a casa, per esempio. Prova a dormire senza vestiti… a stirare, cucinare, guardare la tele…
– Tza! E poi lo senti mio marito! … E i bambini?
– Non voglio convincerti a tutti i costi.
– No, questo no! Ti conosco, non diresti una cosa per un’altra. E poi, se hai provato… Ma, è che c’è tutto il resto… la società… Non è così semplice.
– È vero, non è così semplice: il sentiero ce lo dobbiamo trovare un po’ da noi.
– Allora dici che ti ha cambiato?
– Tantissimo. E come ti ho detto, non torno più indietro. Mi sento bene, a posto, saldo, nuovo… equilibrato… Ah!… sembra una pubblicità.
– Si, in effetti mi stai anche incantando. Se è tutto vero quello che dici. Va be’, vedremo.

Parlare senza pudori, senza paura di farci del male. Le persone che ci sono vicine, con le quali viviamo fianco a fianco ogni giorno è giusto che ci conoscano per quello che siamo, aperti e diretti, senza ostentazioni, nascondimenti, allusioni e mezze parole, ma anche senza falsi pudori…

O c’è sempre di mezzo la classica foglia di fico? L’abbiamo solo spostata: ora la teniamo davanti alla bocca?

L'ennesima foglia di fico: le reticenze, i pudori, le "prudenze" nelparlare

L’ennesima foglia di fico: le reticenze, i pudori, le “prudenze” nel parlare

Terremoti, media e opinionisti


IMG_0951Nuovo rilevante terremoto e solite trite e ritrite reazioni: un movimento mediatico notevole dove oltre alla necessaria e giusta informazione troviamo gli ormai vecchi discorsi sulla prevedibilità dei terremoti, sulla necessità di mettere in sicurezza il paese, eccetera. Ovviamente vuoi che non si creino fazioni opposte! Quelli che invocano la necessità di sviluppare sistemi di previsione dei terremoti e quelli che ribattono, più o meno seccatamente, più o meno sgarbatamente, che i terremoti non si possono prevedere; quelli che manifestano la necessità di ricostruire il paese secondo quelle misura antisismiche che la legge ha recentemente imposto come obbligo alle nuove costruzioni e quelli che rispondono, più o meno seccatamente, più o meno sgarbatamente, che in Italia non è possibile mettere in sicurezza gli edifici, che costa troppo, che, che, che.

Orbene, pur avendo le mie idee in merito, qui non mi interessa dibattere su chi abbia ragione e chi no, mi interessa piuttosto parlare dell’attitudine, non solo italiana ma in Italia forse più diffusa che altrove, di creare fazioni che più o meno accanitamente si mettono in contrapposizione tra loro e non parlo, ovviamente, di scienziati, ma di persone più o meno comuni, persone, giornalisti, opinionisti che spesso manco hanno una minima conoscenza di base dell’argomento in questione ma, come avviene spesso in tanti altri campi (politica, religione, atteggiamenti sociali, nudismo, alimentazione, medicina tradizionale vs alternativa, tumori, vaccini, eccetera), si sperticano comunque per avvalorare la veridicità della loro opinione (invero quella di altri da loro semplicemente condivisa) con articoli su riviste e blog, con interventi e commenti sui social network, con discussioni sui forum o nei luoghi di ritrovo. Articoli, commenti, discussioni che talvolta partono anche molto bene, iniziano con accurato esame delle cose, ma poi finiscono male, con insulti e offese all’altrui pensiero, anzi, che è peggio, direttamente a coloro che la pensano diversamente.

Ecco è qui che mi salta la mosca al naso, è qui che mi infastidisco e sento forte il bisogno di scrivere: è mai possibile che tutti (o quasi tutti) si dimentichino degli insegnamenti che la storia ci ha dato modo di ricevere? C’era un tempo in cui si dichiaravano eretici coloro che affermavano la rotondità della Terra o la possibilità di volare o quella di superare la velocità del suono o di andare nello spazio, o, o, o, insomma molte delle cose che facciamo oggi erano considerate un tempo impossibili, molte delle conoscenze oggi ritenute verità erano un tempo definite stupide o utopiche o antiscientifiche, molte delle attuali procedure medico scientifiche agli albori della loro vita furono condannate e rigettate.

Allora, perché affrontarsi ogni volta, più o meno seccatamente, più o meno sgarbatamente, in contrapposizioni assolute? Partiamo piuttosto dal presupposto che nulla è impossibile, tutto può diventare realtà, è solo questione di volontà, di ricerca, di pazienza e di tempo, basta volerlo e… ai posteri l’ardua sentenza, noi dobbiamo volerlo e operare affinché quello che serve anche se appare ad oggi utopico, impossibile, incredibile, si veda di renderlo reale, possibile, fattibile.

P.S.

Permettetemi, comunque, un breve accenno alle mie opinioni sulle due principali questioni sopra evidenziate: prevedibilità dei terremoti e messa in sicurezza degli edifici.

Prevedibilità

Affermare la totale e ineluttabile imprevedibilità dei terremoti è solo un modo per liberarsi da un peso morale e/o dall’onere di impegnarsi in studi più accurati in merito e/o per evitarsi rogne con i colleghi o i superiori.

Semplificando, due sono le principali cause di terremoto: i crolli delle grotte sotterranee e i movimenti delle zolle continentali. Ben vero che nel primo caso la prevedibilità è, senza una visione diretta e un monitoraggio costante di dette cavità, praticamente impossibile, ma i movimenti delle zolle (e anche quelli orogenetici) sono ben rilevabili dagli attuali sismografi e, magari non con una precisione millimetrica (e nemmeno metrica) ma attraverso l’intensificarsi della frequenza e dell’intensità delle rilevazioni si può certo sospettare l’imminenza di un terremoto in una data zona. Per ora direi che ci si potrebbe accontentare… per ora!

Messa in sicurezza

Anche qui trattasi solo di uno scaricabarile, invero è assolutamente fattibile: si rade a zero tutto e si ricostruisce. Edifici storici? Belle Arti? Premesso che spesso sono le strutture vecchie ma non storiche a crollare, che vadano al diavolo: è inammissibile che si faccia perdere la vita a migliaia di persone per mantenere in vita fatiscenti strutture architettoniche, facciamo dei rilievi e stampiamo dei modelli tridimensionali da mettere nei musei, oggi la tecnologia esiste ed è anche relativamente economica. Costa troppo? Bella, bellissima questa, a quanto pare la vita delle persone è meno importante dei soldi e comunque, quanto costano le ricostruzioni?

In conclusione

Volere è potere, magari per la singola persona si interpone il problema tempo (una vita potrebbe essere troppo breve per realizzare certi progetti) ma per la società tale questione non esiste: le successive generazioni possono portare avanti i progetti ideati dalle precedenti!

The Tempest Returns


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Ecco come si crea il successo, c’è molto da imparare da queste donne e io lo sto facendo, spero anche altri, soprattutto tra i nudisti (e naturisti) italiani sempre troppo restii a manifestarsi, sempre troppo pronti a soccombere, sempre troppo soggetti al pensiero debole.


This past May, we put on an all-female, fully nude production of Shakespeare’s final play, The Tempest, outdoors in Central Park. It was a huge success, attracting not only an audience of hun…

Sorgente: The Tempest Returns

Il “pubblico”


Definizioni

Il codice Zanardelli (1889) diceva:

338. Chiunque, fuori dei casi indicati negli articoli precedenti, offende il pudore o il buon costume, con atti commessi in luogo pubblico o esposto al pubblico, è punito con la reclusione da tre a trenta mesi.

 Il codice Rocco (in vigore dal 1930) ha introdotto l’ulteriore specificazione «luogo aperto al pubblico», ma soprattutto sposta l’“offesa” dall’astratto delle parole pudore e buon costume al concreto degli atti (contrari alla pubblica decenza) e a un pubblico, cioè persone, aggiungendo alla difesa del pudore e del buon costume da parte dello Stato (chiunque… è soggetto alla sanzione), questo stesso pubblico “offeso” ad essere in prima persona attivo nella difesa del proprio pudore e del buon costume.

Art. 726 cp. [aggiornato secondo il D.Lgs 15 gennaio 2016, nr. 8; G.U. 17 (22 gennaio 2016)]

Chiunque, in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 10.000.

I commentatori spiegano:

Luogo pubblico è quello continuamente libero, di diritto o di fatto, a tutti o a un numero indeterminato di persone.

Luogo aperto al pubblico è il luogo al quale il pubblico può accedere soltanto in certi momenti, ovvero adempiendo alle condizioni poste da chi esercita un diritto su di esso ad es.  luoghi ove si tengono spettacoli o intrattenimenti pubblici, come i cinema, i teatri, le discoteche). Non vanno considerati, invece, aperti al pubblico i circoli privati, ove sono somministrate bevande alcooliche ai soli soci.

Un luogo è esposto al pubblico, cioè situato in modo che un numero indeterminato di persone possa percepire, in ogni caso o a determinate condizioni, ciò che in esso si trova o si fa, come può accadere per il balcone o la terrazza di un appartamento privato.

Un fatto in luogo pubblico o aperto al pubblico è sempre flagrante, cioè «è sufficiente che sia rilevato de visu in luogo pubblico o aperto al pubblico anche da privati cittadini» (Ronco e Romano, Codice penale commentato Torino, Utet giuridica, 2012, p. 688)

La ratio legis

La disposizione in esame trova la propria ratio nell’esigenza di garantire il rispetto delle regole civili, sottese alla società organizzata. [Constato che, come all’epoca di Antigone, oltre alle leggi scritte esistono anche delle regole civili, sottese alla società organizzata]

Per pubblica decenza si tratta, secondo la giurisprudenza, di un insieme di regole etico-sociali, che tutelano la società dai comportamenti disapprovevoli in senso generale, non dunque solo quelli definibili osceni. [Ho capito! Si tratta di regole etico-sociali…, quelle apprese col latte materno, che di solito si danno per scontate, che appaiono ovvie, che tutti imparano, condividono e ritrasmettono inconsapevolmente.]

L’analisi grammaticale

Con gli strumenti dell’analisi grammaticale (ne ho riempito quaderni quando frequentavo le medie) si vede che nell’espressione luogo pubblico pubblico è aggettivo; in luogo aperto al pubblico / esposto al pubblico pubblico è nome e attraverso la preposizione al dipende sintatticamente da aperto /esposto.

La differenza non è da poco. Nel primo caso pubblico ritaglia fra tutti i luoghi possibili, e definibili quel luogo che appartiene a tutti e a nessuno, usufruibile indistintamente, senza condizioni o limitazioni (salvo quelle specificatamente indicate dalla legge). Negli altri due casi l’attenzione viene portata sul sostantivo pubblico, viene richiamata la presenza passiva della gente, della società, delle altre persone, di “chiunque” …: nel primo caso con luogo pubblico si sottintende anche la garanzia che venga mantenuto tale, senza usi indebiti o appropriazioni (ad esempio, l’usucapione non si applica alle proprietà pubbliche). Negli altri casi la legge sembra premunirsi e difendere “il pubblico”, cioè i possibili spettatori, gli astanti, chiunque sia presente anche in altre situazioni. Persino nelle situazioni accidentali e involontarie, come quando “chiunque” alzando per caso lo sguardo vedesse dietro le finestre una persona al bagno.

 Tre cose:

  • La legge di fronte ad un possibile reato prende le difese del pubblico e implicitamente invita il possibile “reo” a stare attento, ad evitare di esporsi o di commettere indecenze
  • Presuppone che questo pubblico possa essere “offeso” da un determinato comportamento
  • Contrappone chiunque al pubblico. Il pubblico è nella legge, il chiunque è fuori legge.

Quest’ultima contrapposizione è degna di nota. È proprio la legge che traccia un confine, che delinea una forma di pensiero, che si immagina lo svolgimento di un fatto, per poi trarne conclusioni che sembrano coerenti. La legge assume che il singolo col suo comportamento definito “indecente”, automaticamente offende il resto della società. E siccome è in minoranza numerica, siccome non ha la legge che lo difende, è squalificato dalla stessa definizione del reato.

Un’altra cosa che non riesco a capire è come mai un pubblico possibile e passivo, che vede la famigerata indecenza, venga rivitalizzato, gli venga risvegliata un’attenzione, sollecitata una reazione, gli venga suggerito che sta di fronte a un’indecenza (anche se – per sua ignoranza – non la percepisce come tale) – e implicitamente lo spinge a sporgere denuncia, come si trattasse di un danno collettivo. Probabilmente il singolo in questione non percepirebbe quella situazione nemmeno come indecenza; ma la legge (nei commenti giurisprudenziali e nelle sentenze) fonda il reato proprio sulla supposta percezione dell’indecenza, dando per scontato e indiscutibile che le cose stiano effettivamente così. Se le cose stessero effettivamente così, non ci sarebbe bisogno di dirlo e ribadirlo con reiterate sentenze della Cassazione. La legge dunque persegue e delinea un modello di rapporti sociali con discriminanti che avendo il suffragio della maggioranza, passano per ovvie e scontate. Ma di cui la legge non dovrebbe occuparsi. In quali altri casi la legge si occupa della possibile “percezione” di qualcosa nella generalità delle persone? Per quali altri reati la legge mette a fondamento della definizione del reato proprio la “percezione” soggettiva estesa e generalizzata al resto della società?

La posizione dell’aggettivo

Tornando all’analisi grammaticale del testo dell’articolo, analizzo l’espressione “pubblica decenza”. Mi interessa la posizione dell’aggettivo: è prima del nome. Di solito non facciamo molto caso alla posizione dell’aggettivo, se è posto prima o dopo il nome. Ma la differenza non è da poco, ed è magistralmente usata da chi vuol far passare la propria idea. Esiste un postulato che dice che il valore informativo aumenta dall’inizio alla fine della frase. Se confrontiamo:

pubblica decenza

decenza pubblica

In entrambi i casi l’attenzione è richiamata sull’ultima parola: decenza e pubblica. Nel primo caso l’intenzione comunicativa sarà focalizzata su decenza, nel secondo caso su pubblica, cioè quella che  ha a che fare coi luoghi pubblici e con persone definite “pubblico”: l’aver scelto pubblica si contrappone con tutti gli aggettivi che sarebbe stato possibile intercambiare in quella stessa posizione.

La posizione dell’aggettivo prima del nome mette in moto una selezione fra i significati dell’aggettivo e addirittura ne produce altri: inconsapevolmente vengono veicolati e poi vengono intesi, i significati metaforici, traslati, astratti, ideali, generali di quell’aggettivo. A riprova, la posizione dell’aggettivo non è liberamente intercambiabile, perché entra in campo un significato diverso che può essere inadeguato o contraddire la realtà: possiamo dire povera bestia, ma bestia povera è difficile concettualizzare che cosa sia. Alto magistrato è una cosa, un magistrato alto è un’altra. Quando dico un bel discorso trasmetto come indubitabile la mia valutazione, richiamo quasi una categoria ideale: “questo si chiama un bel discorso!”. Quando dico un discorso bello, ho scelto bello fra altre alternative possibili, quasi si nota che sto cercando le parole più adatte per quel caso particolare, concreto;  il tono è semplicemente descrittivo e non richiamo alcun modello ideale.

Di solito la posizione dell’aggettivo davanti al nome crea con esso un concetto unico (alta corte vs. camera bassa; bassa manovalanza vs. pelle chiara, buon viso vs. viso buono; somma decenza vs. decenza teatrale (Gozzi)), mentre l’aggettivo posto dopo il nome è messo a confronto con i concorrenti non scelti e viene semantizzata quella scelta  e il rigetto delle altre.

Soffermandoci ad analizzare la differenza di significato dell’aggettivo in pubblica decenza contrapposto a luogo pubblico si nota che il primo non può essere concettualmente suddiviso nei suoi componenti, altrimenti cambia anche il concetto complessivo, mentre il secondo può essere l’inizio di un elenco di luoghi particolari. Confrontando pubblica decenza e decenza esteriore appare evidente il passaggio dall’astratto al concreto: il primo allude a un principio; il secondo giunge quasi a significare pulizia.

Il concetto di “pubblica decenza” è stato introdotto nella legislazione italiana dal codice Rocco. E da qui si è imposto con tutta l’autorevolezza (o coercizione) del regime che aveva alle spalle e riaffermato probabilmente anche da qualche spunto della filosofia gentiliana.

Il Grande dizionario della lingua italiana (il Battaglia), alla voce moralità, suggerisce come sinonimi pubblica decenza, buon costume. Ritroviamo pubblica decenza come sinonimo di nettezza. In questo caso richiama un concetto del diritto canonico (impedimentum publicae honestatis – già nelle Decretali IV, 2, 4 di papa Gregorio IX) che ci avvicina al possibile significato retrostante dell’aggettivo pubblico. La publica honestas disegna un progetto di società auspicabile, secondo principi morali. Non è escluso che analoghi principi sussistano anche dietro il concetto di pubblica decenza. L’astrazione ha portato a confondere, intercambiare liberamente decenza igienica (vedi la definizione di luogo di decenza) con decenza sociale e decenza morale. Oppure ha generalizzato a livello astratto, ideale, morale un concetto che originariamente si riferiva alla realtà effettuale.

Indecenza per indecenza

Qualche giorno fa, alle olimpiadi, gli allenatori mongoli, come forma di protesta contro un giudizio arbitrale, si sono spogliati in pubblico. Che incivili! Che primitivi! In realtà penso che abbiano mostrato pubblicamente con un gesto “indecente” e umiliante, l’indecenza, l’ingiustizia e l’umiliazione della decisione arbitrale. Indecenza per indecenza.

La protesta degli allenatori mongoli

 

Traversata da Cima Laione al Passo della Monoccola (Breno – BS)


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Il Monte Listino dal sentiero numero 1

Bellissima escursione adamellina lungo un tratto del fronte della Grande Guerra. Purtroppo il traverso in quota da Cima Laione a Cima Listino, seppure possibile, risulta fortemente sconsigliabile (eccessive difficoltà tecniche per la cresta vera e propria, complicato e poco interessante tenersi sui pendii sotto la stessa) per cui non è possibile proporre un anello vero e proprio ma solo due piccoli anelli uniti tra loro da un tratto comune per l’andata e il ritorno.

I vari e differenziati resti dei manufatti di guerra (mulattiere, sentieri, scalinate, villaggi, casermette, ricoveri, trincee, postazioni di tiro) consentono un’immersione della storia, utile, prima di effettuare questa escursione, leggersi almeno un libro sulla guerra in Adamello.

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L’Adamello da Cima Laione

Dal punto di vista paesaggistico i panorami dalle due vette e dalla linea di cresta sono ampi e a tutto tondo: man mano s’individuano, in alcuni casi mantenendone a lungo la visione, la Pianura Padana, il Monte Frerone, la Cima delle Terre Fredde, la Cima Galliner, il Monte Rosa, la Concarena, buona parte della Val Camonica, alcune cime del Bernina, l’Adamello, il Re di Castello, il Carè Alto, l’intera Val di Leno, alcune delle più alte vette delle Dolomiti, il Corno del Gelo, il Monte Blumone, lo Scoglio di Laione, il Cornone di Blumone, la Cresta di Laione, la Valle di Cadino (che si risale per intero nella prima parte del percorso).

Molto interessante anche l’aspetto ambientale che, a parte il classico miscuglio di varie essenze floreali, vede l’attraversamento di diversi habitat di medio alta montagna e la possibilità d’incontrare esemplari di fauna quali le immancabili marmotte e il più timoroso camoscio.

La lunghezza del percorso può essere in parte attenuata pernottando al rifugio Tita Secchi oppure, se si è al massimo in tre persone, alla Capanna Mattia, posta praticamente a metà del giro. Alla malga di Cadino della Banca, nei pressi della quale si parcheggia l’auto, è possibile acquistare ottimi formaggi di malga.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Alpi Retiche Meridionali – Gruppo dell’Adamello
  • Partenza: Malga Cadino della Banca (Breno – BS), parcheggi in prossimità della malga.
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 1811m
  • Quota di arrivo: stessa della partenza
  • Quota minima: 1811m
  • Quota massima: 2757m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 1516m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 1516m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 25,22km
  • Tipologia del tracciato: principalmente mulattiere e sentieri, classici e militari, due brevi tratti di terreno libero e uno di strada sterrata.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): EE5El – l’unico tratto esposto, non evitabile, è di tre metri ed è collocato lungo la discesa dal Monte Listino, il sentiero è comunque abbastanza largo (all’incirca un metro), piano e regolare, agevolando il passaggio anche a chi soffre di vertigini.
  • Tempo di cammino: 13 ore e mezza (escludendo i tempi per la visita ai vari manufatti che in alcuni casi si discostano un poco dal sentiero).
  • Segnaletica: tabelle e segni in vernice bianco-rossi per buona parte del percorso (segnavia 419 tratto iniziale / finale; segnavia 1 “Alta via dell’Adamello” tratto centrale), ai quali si sovrappongono quelli bianco-gialli del sentiero “Monsignor G. Antonioli” (per un breve tratto, prima della salita a Cima Laione, rappresenta l’unica segnalazione disponibile); evidente sentiero militare nella salita a Cima Listino e nella successiva discesa al Passo della Monoccola; meno evidente sentiero militare che a tratti svanisce e ometti nella salita a Cima Laione; ometti e tracce di passaggio nella discesa da Cima Laione; evanescenti tracce di passaggio nella discesa dal Passo della Monoccola.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: a secondo da dove si sale negozi a Bagolino e Val Dorizzo o a Breno; in ogni caso il rifugio Tita Secchi al Lago della Vacca.
  • Rifornimenti idrici naturali: nessuno affidabile.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: rifugio Tita Secchi al Lago della Vacca; capanna Mattia al Passo della Monoccola (bivacco con 3 posti letto).
  • Fattibilità diurna del nudo (nella speranza che la normalizzazione sociale della nudità faccia presto diventare questa un’indicazione superflua): in linea di massima alta da quando si abbandona il sentiero per il Passo di Blumone per salire a Cima Laione a quando si rientra sul sentiero numero 1; nuovamente alta da quando si abbandona il numero 1 per salire al Monte Listino a quando lo si riprende dopo il Passo della Monoccola, con la sola criticità del passaggio da Capanna Mattia; media sul tratto di raccordo tra le due cime (sentiero numero 1 dalla cresta sud di Cima Laione alla cresta est del Monte Listino); nulla nella parte restante del percorso.

Profilo altimetrico e mappa

Salita continua anche se con vari tratti di respiro fino alla vetta di Cima Laione a cui segue una discesa con tratti di sconnessa ganda. Comode la risalita a Cima Listino e la successiva lunga discesa fino al Passo della Monoccola, da qui una breve e molto tecnica discesa prima su ripido pendio erboso e poi tra erbe e placche rocciose. Lunga risalita al Passo del Blumone che alterna tratti pianeggianti a brevi e ripidi strappi in salita, con momenti di respiro ed altri di meno rilassante equilibrio sui massi delle frequenti piccole gande. Ora, dopo un primo complesso (estesa ganda con massi piccoli e mobili) traverso, è tutta discesa (in parte tecnica e in parte di respiro) fino al Lago della Vacca; breve anche se ripida risalita al Passo della Vacca e poi comoda discesa.

GPSies - Monte Listino – Traversata Laione-Passo Monoccola

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

Dal parcheggio si segue in salita la strada asfaltata per poche decine di metri fino a incontrare sulla sinistra la strada sterrata che si inoltra nella conca della valle di Cadino. Seguendo detta strada, in lieve ma costante salita, si costeggia alla base il Monte Colombine per portarsi verso l’evidente ammasso calcareo della Corna Bianca alla cui base termina la strada e inizia il sentiero. Superato un tratto di finissima sabbia il sentiero si fa larga mulattiera recentemente sistemata e lastricata per renderne più agevole la percorrenza. Aggirando alti sulla destra il laghetto Moie si perviene ad una sella erbosa da dove si scende brevemente entrando in una verdissima conca erbosa cosparsa di mughi e fiori di varie specie. Attraversata, in diagonale da sinistra verso destra, la piccola conca si riprende a salire per portarsi alla conca dell’ormai svanito lago Nero che si aggira sulla destra alzandosi leggermente sotto le pendici occidentali delle Creste di Laione. Ignorando la deviazione a destra del vecchio sentiero (soprannominato dell’Emme per via della sua caratteristica forma che appare alla visione dalla sponda opposta) si prosegue, sempre in lieve salita, portandosi con ampio giro sull’opposto versante della conca dove, dopo un tornante a destra, s’incrocia la mulattiera che arriva dalla Bazena e che si segue verso destra pervenendo in breve al Passo della Vacca (2361m). Continuando a sinistra per la lastricata mulattiera aggiriamo dei dossi di erba e rocce e ci portiamo in vista del Lago della Vacca verso il quale scendiamo per poi tagliare a mezza costa verso destra e scendere al ponticello (ca. 2340m) che permette di attraversare il torrente Laione che si origina dalla diga del lago. Risalendo alcuni gradini sottostanti l’edificio dei guardiani della diga ci portiamo alla sua sommità e da qui possiamo salire a destra per raggiungere il vicinissimo rifugio Tita Secchi (2367m) oppure aggirare a sinistra il dosso roccioso e, per lastricato sentiero, procedere direttamente verso i pendii che adducono al Passo del Blumone.

Ruderi dell'ex rifugio del Blumone

Ruderi dell’ex rifugio del Blumone

Alzandoci gradualmente sopra il Lago della Vacca ci accostiamo alle pareti occidentali del Cornone di Blumone per seguirle parallelamente procedendo in direzione nord all’interno di un’immensa ganda. Dopo una decina di minuti iniziano i tornanti che ci fanno guadagnare quota accostandoci maggiormente alle pareti del detto monte. Alla nostra sinistra, nel mezzo del campo di ganda, si alza uno sperone roccioso, quando siamo all’altezza della sua sommità troviamo a sinistra l’inizio di un piccolo sentiero militare (tabella del sentiero Antionioli) che imbocchiamo e seguiamo portandoci sull’opposto versante della conca dove risaliamo con alcune svolte tra erbe, piccoli laghetti e placche rocciose mirando all’evidente crinale che scende a ovest dell’altrettanto evidente Cima Laione, sopra di noi a destra. Dopo l’ennesima svolta, mentre procediamo in direzione est perveniamo ai ruderi dell’ex rifugio già sede del comando di zona durante la Grande Guerra. Dopo l’opportuna visita a detti ruderi risaliamo la scalinata che lo affianca a est e riprendiamo il cammino in direzione ovest fino ad arrivare in vista dei ruderi di altra casermetta. Qui il sentiero segnato scende leggermente, noi, invece, prendiamo la traccia che porta ai ruderi che, ovviamente, andiamo a visitare. Ritorniamo sui nostri passi e, poco prima di ritornare sul sentiero Antonioli da poco abbandonato, prendiamo a sinistra un’evidente traccia di sentiero militare che sale in direzione della Cima Laione. A tratti tale sentiero scompare ma con l’aiuto di alcuni ometti velocemente ci avviciniamo al triangolo della cuspide sommitale, prima tenendoci alquanto discosti dal filo del crinale, poi risalendo ad esso (dove troviamo una breve trincea profondamente scavata nella roccia) e da qui tagliando a destra per raggiungere il crinale sud di Cima Laione per il quale, con alcuni tornanti su ripido terreno erboso, velocemente perveniamo alla vetta (2763m).

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Segni della Grande Guerra sotto Cima Laione

Manufatti della Grande Guerra salendo al Monte Listino

Manufatti della Grande Guerra salendo al Monte Listino

Ridiscendiamo per il sentiero di salita fino a quando questo si dirige seccamente verso ovest, qui lo abbandoniamo e per tracce (ometti) scendiamo seguendo senza via obbligata il largo crestone sud che ci porta verso il Cornone di Blumone. Continuiamo a scendere per il costone fino a incrociare una traccia che scende nella conca alla nostra sinistra (sentiero n° 1 “Alta Via dell’Adamello” con, alla data di redazione della presente relazione, tabella segnaletica e numerosissime segnalazioni in vernice, a prova di nebbia; ), per questa traccia, che nei tratti di ganda svanisce e ci si deve affidare solo ai segni in vernice (senza necessariamente seguirli fedelmente: ogni tanto portano a seguire un percorso non ottimale) perdiamo diversi metri di quota per poi iniziare un lungo traverso che, tenendosi nel pianoro a sinistra dello Scoglio di Laione, più o meno a metà distanza dalle pareti della Cima di Mare che ci sovrastano alla nostra sinistra, ci porta in direzione della cresta est dell’ora ben visibile Monte Listino alla quale perveniamo con breve risalita. Proprio appena prima del filo di cresta incrociamo la mulattiera militare che sale dal Passo del Termine (ben visibile sotto di noi a destra) e prosegue verso Cima Listino (alla nostra sinistra), la seguiamo verso sinistra abbassandoci, sul lato meridionale, sensibilmente rispetto al filo di cresta verso il quale dopo poco risaliamo con alcuni secchi tornanti tra resti della guerra (baracche con, al loro interno, tabelloni descrittivi a cura dal Parco dell’Adamello). Un ultimo diagonale verso ovest ci porta alla vetta dove troviamo i ruderi di una grossa baracca (2749m).

In vetta al Monte Listino

In vetta al Monte Listino

Inizio discesa dal Monte Listino

Inizio discesa dal Monte Listino

Sul lato occidentale della baracca prendiamo il sentiero che, attraversato un piano praticello, scende lungo il crinale settentrionale tenendosi sul suo lato est. Persa sensibilmente quota un piano e comodo sentiero ci riporta verso la cresta con attraversamento di un breve ed esposto tratto sul filo per poi pervenire ad altra meno problematica insellatura dove a destra è collocato un ricovero di sentinella e a sinistra una scalinata scende a una piazzola erbosa esposta su un ripido canalone che scende in Valle del Listino. Proseguiamo per il sentiero principale e perveniamo ad un ponte in legno che permette di superare agevolmente uno stretto ed espostissimo intaglio di cresta. Si procede ancora sul lato occidentale della cresta finché l’evidente traccia del sentiero militare ci porta a scavalcarla (Passo del Listino, 2635m) per scendere un poco sul lato occidentale e pervenire alla località Tresenda dove sotto di noi osserviamo i resti di un villaggio militare mentre a destra, a filo cresta, parte un camminamento incavato nel terreno che scende ad una larga radura erbosa dalla quale si domina l’intera Val di Leno, una lunga trincea chiude il lato a valle della radura. Ritornati sulla cresta andiamo a destra scendendo una ripida scalinata. Ad un bivio ancora a destra fino a una grotta ricovero dove la mulattiera termina e prosegue uno stretto ed esposto sentierino che ignoriamo ritornando invece sui nostri passi. Giunti al bivio sotto la scalinata prendiamo a destra scendendo ai ruderi di un villaggio militare (targhetta su un masso). Continuando a scendere verso sinistra arriviamo ai resti di una baracca, li aggiriamo a sinistra, scendiamo ancora un poco e poi riprendiamo a camminare in direzione nord. Costeggiando i salti rocciosi di cresta la bella traccia ci porta con alcuni sali e scendi ad altro villaggio militare dove, in alto a destra, vediamo la Capanna Mattia alla quale perveniamo per un comodo sentiero.

Villaggio militare in località Tresenda

Villaggio militare in località Tresenda

Capanna Mattia

Capanna Mattia

Dalla Capanna possiamo ritornare sul sentiero principale sia in modo diretto (sconsigliabile per tratto esposto con cordina metallica lenta e alla vista poco affidabile) sia ripercorrendo a ritroso il sentiero seguito in salita. Proseguendo verso nord in breve siamo al Passo della Monoccola (2594m) dove un profondo intaglio (probabilmente artificiale) nel filo di cresta permette di portarsi agevolmente sul lato orientale della cresta dove troviamo una nuova trincea che scende verso sinistra chiusa poco dopo da uno sbarramento. La seguiamo verso sinistra tenendoci sopra il suo muro a valle per poi scendere nella trincea appena passata la sua interruzione interna. Seguendo la parte terminale della trincea puntiamo ad una grotta ricovero e poco prima della stessa voltiamo a destra per scendere direttamente nel mezzo del ripido e scivoloso pendio erboso. Quando il pendio perde un poco di inclinazione conviene tagliare diagonalmente a destra per raggiungere e attraversare una stretta ganda per raggiungere un altro pendio erboso dove troviamo delle tracce di passaggio un poco più evidenti. Seguendo tali tracce con alcune svolte scendiamo ancora un poco per erba portandoci al limite superiore di una più estesa ganda (che è poi la continuazione di quella attraversata poco prima) nella quale individuiamo un esile sentiero che con un paio di tornanti si abbassa in direzione di più comode placche rocciose alternate a erbe. Senza via obbligata, scegliendoci il percorso che riteniamo più opportuno, ci abbassiamo nella conca fino ad incrociare la traccia del sentiero n° 1 (2330m ca; eventualmente si può tenere una direzione in diagonale verso destra in modo da spostarsi già nella direzione di ritorno, risparmiandosi un poco di strada). Seguendo a destra tale sentiero lungamente procediamo alternando tratti piani ad altri di ripida salita, erba e ganda, pervenendo alla cresta orientale del Monte Listino dove ci reimmettiamo nel percorso già fatto che seguiamo fino al costone meridionale di Cima Laione, dove procediamo ancora lungo il numero 1 per scendere al Passo di Blumone (quando le segnalazioni in vernice scendono un poco a sinistra sul lato della Val del Caffaro portando a seguire un tortuoso e talvolta poco camminabile percorso tra erbe e massi, stando a destra è possibile procedere per placche rocciose con un percorso meno tortuoso e più camminabile, godendosi, tra l’altro, anche un bel panorama).

Il ponte sospeso e il Passo del Listino dal sentiero numero 1

Il ponte sospeso e il Passo del Listino dal sentiero numero 1

Dal passo (2633m) prendiamo la ganda sotto la cresta nord del Cornone del Blumone e, tagliando a mezza costa in lieve salita, ci dirigiamo verso sud fino a ritrovare la più evidente e comoda traccia della vecchia mulattiera di guerra. Seguendola fedelmente ci riportiamo sul percorso di salita che seguiamo fino ad oltrepassare il ponte sotto la diga del Lago della Vacca. Qui invece di spostarci a destra sopra il lago, risaliamo dritti lungo le placche rocciose (sentierini e tracce di passaggio) finché, giunti al sommo del dosso da dove possiamo ben vedere il Passo delle Vacca e il relativo famoso masso che lo identifica, con discesa obliqua verso destra andiamo a recuperare la mulattiera principale e il percorso di salita per il quale rientriamo all’auto.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto di quella che è da considerarsi l’andatura ottimale per un escursionismo agevole e, nel contempo, sicuro, vedi spiegazioni dettagliate. In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Malga Cadino della Banca 0:00
Rifugio Tita Secchi al lago della Vacca 2:00
Ruderi vecchio rifugio 1:00
Cima Laione 0:40
Sentiero numero 1 0:30
Cresta est del Listino 1:30
Monte Listino 1:00
Passo Listino 0:20
Passo della Monoccola 1:10
Sentiero numero 1 0:20
Passo del Blumone 2:30
Rifugio Tita Secchi al lago della Vacca 1:00
Malga Cadino della Banca 1:30
TEMPO TOTALE 13:30
Nel blu elettrico della notte la luna tramonta dietro il Monte Frerone, in primo piano il Lago della Vacca

Nel blu elettrico della notte la luna tramonta dietro il Monte Frerone, in primo piano il Lago della Vacca

Anche


ora3Anche, anche se, anche tu, anche loro, anche! Escludendo quasi categoricamente l’anche io e l’anche noi, trattasi di classico gioco lessicale finalizzato a rivoltare i giochi in tavola e spostare l’attenzione del discorso su altri obiettivi o altre persone, ovvero a giustificare sé stessi a fronte di un’osservazione inglobandovi altre persone se non addirittura la stessa persona che ha formulato l’osservazione. Spesso tale gioco diventa infinito portando a un crescendo di rimostranze e reciproche accuse in un vortice insulso e inutile. Comprensibile nei bambini, ancora incapaci di lavorare criticamente un’osservazione, molto meno nei ragazzi in età scolare, per nulla negli adulti.

“Mangia la verdura che ti fa bene.” “Anche papà non la mangia!”

“Stai giocando invece di lavorare.” “Anche loro lo fanno!”

“Ehi, in classe non si usa il cellulare.” “Lo sta usando anche lui!”

“Perché gridi?” “Anche tu lo fai a volte!”

“Non mi dai mai ascolto.” “Anche tu!”

“Non si parcheggia in seconda fila.” “Ma lo fanno tutti!”

“Lei è passato con il rosso.” “Anche loro!”

“Tanti evadono le tasse quindi lo faccio anch’io!”

“Alcuni vostri parlamentari sono stati inquisiti” “Anche a voi!”

“Avete gestito le cose in modo furbesco.” “Anche voi l’avete fatto!”

Non esiste, non esiste il mal comune mezzo gaudio, è solo una di quelle tante abitudini, di quei tanti proverbi creati ad arte per manipolare le persone e permettere ai poteri di restare tali.

In altri casi l’anche serve per tentare una coercizione.

“Noi crediamo in Dio, dovete crederci anche voi!”

“Noi riteniamo che le donne debbano essere al servizio degli uomini, dovete ritenerlo anche voi!”

“Noi abbiamo stabilito che mangiare carne è dannoso, dovete crederlo anche voi!”

“Vegano è secondo noi l’alimentazione giusta, anche voi dovete diventare vegani!”

“Loro sono vestiti, dovete starci anche voi!”

Con l’anche e le altre similari formule dialettiche, spesso, nello sforzo di dimostrare la validità del proprio pensiero, si finisce col dimostrare solo la propria ignoranza e/o presunzione.

“Il nudismo è innaturale: anche i popoli che ancora vivono allo stato primitivo coprono i genitali” (frase letta recentemente proprio così come l’ho scritta e che ha ispirato questo articolo). Sbagliato, decisamente sbagliato: in tali popoli (ammesso e non concesso che ancora ce ne siano), così come nei popoli primitivi, i genitali vengono coperti esclusivamente per proteggerli dal contatto con oggetti abrasivi o pungenti (rocce, rami, spine, eccetera), in tutte le altre situazioni di vita non vengono coperti, solo a seguito del contatto con i “civilizzatori” l’abbigliamento diviene uno standard sociale, anche se il nudo spesso rimane comunque qualcosa di normale e solo la coercizione lo impedisce.

L’anche non è una risposta, l’anche inibisce ogni possibile autoanalisi, l’anche impedisce la crescita personale, l’anche ostacola l’evoluzione sociale. Ogni qual volta ci sentiamo più o meno costretti ad utilizzare l’anche fermiamoci prima un attimo e pensiamoci: al 99% stiamo giustificandoci, stiamo eludendo il discorso, o stiamo mettendo noi al di sopra degli altri!

Esercitiamoci, invece, a girarlo evolutivamente e positivamente verso di noi:

“Se lui riporta i suoi rifiuti a casa posso farlo anche io!”

“Se lui è onesto posso esserlo anch’io!”

“Se loro rispettano il limite di velocità posso farlo anche io!”

“Se loro stanno nudi posso starci anche io!”

Prima dell’alba


Al chiaro di luna, bagno il mio orto sul retro. Son nudo. C’è caldo, si sta bene anche nudi… anzi, meglio! Ogni cosa vien meglio se fatta da nudi, mi ritorna la massima che mi sono coniato con l’esperienza, prima che fossi nudista professo.

Ed ora, la vicina a sinistra ha lasciato fuori lo stendi a finir d’asciugare, che è ferragosto! La vicina di destra ha acceso l’applique del balcone, come dovesse d’un tratto tornare: l’eterna sigaretta da godersi con calma… E io che mi bagno il mio minuscolo orto: quattro piante di pomodori, rosmarino, basilico, timo, origano, menta, zenzero, salvia e l’esotica stevia, col gradito sapor che ha nelle foglie, che a lungo rimane a dolciarmi gola, gengive e saliva.

Bagnando il mio orticello col buio

Bagnando il mio orticello col buio

No, nessuno mi vede. Ma tutto è perfetto egualmente. La rosa dell’acqua che piove sul nero groviglio di piante, nemmeno il rosso dei pomodorini pugliesi distinguo, e le foglie che al buio son tutte nere, come Hegel insegna. E io che nemmeno avverto che sono in azzardo e mi godo al contrario di occupare tutto lo spazio/tempo che l’esposizione col chiaro mi avrebbe negato. Catacombali, carbonari… s’inizia sempre da zero, dalla clandestinità, in posti deserti, lontani dalla società, dalla “città”, la cui aria ormai non rende più liberi, come nel Medioevo (ed è tutto dire!).

Mangiando una fetta d’anguria una notte d’estate

Mangiando una fetta d’anguria una notte d’estate

Non rubo gli spazi che occupo: l’anguria sul tardi al chiaro del giallo lampione; la puntata audace a recuperare il coltello confitto in una fetta d’anguria a forma di barca vichinga… mangiata dianzi; la doccia furtiva con la canna dell’acqua, guardingo a chi passa davanti al cancello (nel caso: pakistani abbottonati sino ai polsini che lasciano i lor volantini. Rispetto? Fin dove? Rispetto è diritto maggiore degli altri e dovuto? Il loro che prevale sul mio? – e il mio è così fragile e debole se così facilmente soccombe? O siamo noi che troppo facilmente abdichiamo? Mi dovrei consolare col dirmi che son bravo ammodino, che son tollerante, politicamente corretto – un’altra morale che rientra dalla finestra? –  non sopporto più che io stesso permetta che mi si rosicchi così la carne nel vivo). Attento al vicino di fronte, a sinistra, il più arretrato di tutti, che griderebbe allo scandalo additandomi a dito, mi fulminerebbe addosso improperi e anatemi, gridando come un ossesso per l’intera contrada.

Eppure al mattino – il sole sorgerà fra pochi minuti – le mani incrociate dietro la nuca, mi respiro un’aria che sa del fresco che è anche oggi il mondo reale. La solita vista: la siepe d’alloro, la strada, le ante ancor chiuse dell’altro vicino di fronte (quello di destra), che forse proprio adesso aprirà, e così mi vedrà – ma da tempo lo sa –, e vorrebbe, lo sento, stare anche lui sul balcone, spoglio di tutto, a veder come gira altrimenti, a impor che si è: liberi e nudi. Alza la mano ed accenna un saluto; glielo ricambio, che siamo ormai complici, se ben nessun motto sul fatto ci siamo mai detti. Siam solo contenti di vederci e sentirci ciascuno più liberi, prima che suoni l’Ave Maria (il carillon che distilla È l’ora che pia…)

Vestito di sole al tramonto

Vestito di sole al tramonto

Un tempo nostro, che non ci siamo venduto, né noi ci sentiamo venduti. Prima dell’alba, prima che il giorno cominci e ci triti nelle convenzioni che ci imbudellan come salami. Respiriamo aria fine, che sa di libertà, di assertività, che ci nutre di altri pensieri, che ci dà tempra al corpo e alla mente. A pieni polmoni. Ben sappiam d’esser nudi. E ne siamo, per un attimo che dura anche ora, persino contenti e orgogliosi.

La sfida. Raccontino d’agosto


Sono in giro per viottoli di campagna, di quelli un po’ fuori mano, per capezzagne erbose attorno ai vigneti. È qui che ogni tanto vengo per i miei giretti. Qui posso spogliarmi, e per dieci/venti minuti mi godo il sole, l’arietta, il verde, il piacere di starmene scalzo e nudo senza troppe preoccupazioni. Sto per finire il mio solito giro e ritornare sulla stradina sterrata. Mi rimetto zoccoli e pantaloncini. Appena in tempo. Da lontano vedo che sta arrivando una persona con un cane. Man mano si avvicina, vedo che è un signore di una certa età, oltre i settanta, cammina con un bastone, ma la schiena è ancora eretta, il passo è lento, ma sicuro. Giunti vicini, vedo che ha il volto di un contadino, di quelli un po’ all’antica, gran lavoratori, di quelli che si sentono strani farsi vedere a passeggio con un cane al guinzaglio. Non lo conosco, non so perché m’è venuto di pensare che fosse un contadino rude e di antico stampo. Solo per la fisionomia!

Osservo il cane, e come per fare un complimento, do la buona sera al padrone con un accenno di sorriso.

Il signore mi squadra con indifferenza, quasi fossi un intruso e poi, di scatto mi chiede:

– G’à-l nigót de metìs-sö, òsti? – mi chiede, indicando con la punta del bastone la maglietta che tengo in una mano.

– Se l’è fös per mé, me caarés-fò a’ i braghì.

– Adès, po’.  Al pröes, se l’è bu. Ah! ’L me piasarés dibù vidìl biót-biotènt! – mi dice in tono ironico e con un’aria supponente di sfida.

– Non ha nulla da mettersi? accidenti! – mi chiede, indicando con la punta del bastone la maglietta che tengo in una mano

–  Se fosse per me, mi toglierei anche i calzoncini.

–  Non esageriamo! Provi, se ne è capace! Mi piacerebbe davvero vederla nudo-nato – mi dice in tono ironico e con un’aria supponente di sfida.

 

Non gli lascio nemmeno il tempo della sorpresa. Con un gesto rapido mi sfilo i pantaloncini:

– Ecco fatto.

– Té te sé mìa töt a pòst! Cóme che s’ dis: ciòc indàt e töt nüt!

– Gh’è-l vergót che ’a mìa, a le ’ólte?

– An pó de chèl che ghe ’öl! ’Ndóma, sacramento! che i cavèi i è bianc anche i sò.

– Ma a mé, ’l me n’ fa pròpe negóta, biót o ’istìt.

– Ma se i la ’edés vargǘ?

– L’è bé apunto chèl che dighe: che ’l me ’n fa pròpe negót. Lü ’l ma ’èt, o no?

– Che mónt de bàle! Naróm a finì ’n dóe de chèl pas ché?

–   Ecco fatto.

–  Non sei tutto a posto! Come si dice: ubriaco fradicio e completamente nudo.

–  C’è qualcosa che non va?

–  Un po’ di quel che ci vuole. Andiano! Che i capelli li ha bianchi anche lei!

– A me non fa proprio nulla esser nudo o vestito.

–  Ma se la vedesse qualcuno?

– È proprio quel che sto dicendo. Non me ne fa propri nulla. Lei mi sta vedendo, no?

–       Che mondo alla rovescia! Dove andremo a finire di questo passo?

 

Scuote la testa sconsolato e anche un po’ risentito. Calcia un sasso, che per caso colpisce il suo cane: – Cài! – che si volge interrogativo a vedere che cosa succede.

Proseguo la mia strada e prima di una curva mi rimetto i pantaloncini.

Mi giro come d’istinto e con mia sorpresa vedo il signore che col bastone alzato mi fa segno di fermarmi. Lo aspetto.

Quando arriva, mi chiede, incuriosito, con la voce che un poco gli trema:

– Al me scùlte ’n pó. El chi chèl spertù che ’l te ’nsìgna chi laur ché?

– Nigǘ. I ó capìcc de per mé.

– Bèi laùr afàt afàt…

– Al gh’è negóta de mal!

– Cóme ’l gh’è negóta de mal? E töt chèl che i t’à ’nsegnàt ’nfìna adès? Só mìa, i tò genitùr, la dutrìna…

Fin che pöde, fo chèl che me par. Se fó del mal a nigǘ.

– No, no, per chèl, al ghe fa pròpe del mal a nigǘ. Ma gà-l mìa respèt. Só mia mé…

– E de chè? ’L gh’è negót de malìscia.

– A no! ’L vède a’ mé. Issé, a prim impianto, ’l me parìa de sé. E ghe dìghe la sincéra ’erità, gó ’üt anche ’n pó póra.

– ’Nvéce só apéna giü che pàssa.

– E ’l me dìghe ’n pó: che fa-l pròpe nigót-nigót?

– No, nigót afàt-afàt!

– Mé sarés mìa bu de fal. ’N cönt l’è èser ’n del bagn, ön cönt èser nüt defò, ’n campagna, ’n dó’ che ’i óter i pödarès vidìt.

– Al pöl apéna che pröà!

– Te saré mìa màt!? Ó mai pröàt. Sarés mìa che dì. Me la sentirés mìa. E lü, cóma gà-l fat la prima ’ólta?

– Al me tremàa l’oradèl de la camìsa…

–  Mi dica un po’. Chi è quel sapientone che le ha insegnato queste cose?

– Nessuno. Le ho capite da me.

– Proprio gran belle cose!

– Non c’è nulla di male.

– Come Non c’è nulla di male? E tutto quello che ti hanno insegnato fino adesso i tuoi genitori, il catechismo?…

– Fin che posso, faccio quel che mi pare. Se non faccio del male a nessuno.

– No, no. In quanto a questo non fa  male a nessuno. Ma, non ha vergogna? Non lo so…

– E di che? Lo faccio senza malizia.

– A no! Lo vedo anch’io. Così, d’acchito, mi sembrava di sì. E le dico la sincera verità, ho avuto anche un po’ timore.

– Invece sono soltanto uno che passa.

– Mi dica un po’: non le fa davvero nulla di nulla?

– Proprio nulla di nulla.

– Io non sarei capace di farlo. Un conto è essere in bagno, un conto all’aperto, in campagna, dove altri potrebbero vederti.

– Può sol che provare!

– Sei matto per caso? Non ho mai prova­to. Non saprei che dire. Non me la sen­tirei. E lei, come ha fatto la prima volta?

– Mi tremava la cocca della camicia.

 

E non posso trattenere un risolino. Anche l’anziano signore si mette a ridere per l’imbroglio delle parole.

– Bè, al me scǘse, neh, se gó fat an pó trop tante domande.

– De negóta. Al pröes öna ’ólta.

– L’è mìa tat belfà.

– Quan che l’è de per sé, ’na ’ólta che l’è ’n del ciós, dré a le ’icc, che negǘ i la ’èt.

– ’N del vidì lü, adès al me par ac a mé de pudì fal. ’N vederà. Arés mai piö cridit de rüà a setant’agn passàcc e ’mbociàm ’n de ’n laùr compàgn. Pröeró… Lü, vègne-l sèmper ché?

Sé, ma sèmper prèst la matìna, issé ’ncontre nigǘ.

– ’Ède-l, mò, che ’l gà póra anche lü! ’N pó de ’ergògna… Ghe par?

– Örés mai che la buna zét, te sé-t neh … ’n s’è bèl e capicc.

– L’è pròpe issé. La buna zét. L’è töt lé ’l busìllis.

– Perché ’l me domanda quan che ’ègne ché?

– Issè. Magàre öna quac vólta che ’n se ’ncóntra, pröe anche mé.

Se ’nna ’ólta ’n se ’ncóntra, ’n pöl fal.

– Va bé. Te salüde-sö. ’L me parìa… ’ndiferènt… ’Nvéce, s’ pöderés ac a pröà öna ’ólta.

Almeno una volta nella vita, come che i dis.

– L’è pròpe issé. Ariidìs.

– Ariidìs. E bùna istàt.

– Be’, mi scusi, se le ho fatto un po’ troppe domande.

– Di nulla. Provi una volta.

– Non è facile.

– Quando è da solo, nel campo, quando sta curando la vite e nessuno la vede.

– Vedendo lei, pare anche a me che potrei farlo. Vedremo. Non avrei mai creduto di arrivare a settant’anni passati e imbattermi in una situazione come questa. Proverò… Lei viene sempre qui?

– Sì, ma sempre di mattino presto, così non incontro nessuno.

– Vede dunque che ha paura anche lei? Un po’ di vergogna… Non le sembra?

– Non vorrei mai che brava gente, sai… Ci siamo capiti.

– È propri così. La brava gente. È tutta lì la questione.

– Perché mi chiede quando vengo qui?

– Così. Magari una volta che ci incontriamo, provo anch’io.

– Se una volta ci incontriamo, possiamo farlo.

– Va bene. La saluto. Mi sembrava una cosa del tutto diversa… Invece, si potrebbe anche provare una volta.

Almeno una volta nella vita, come si dice.

– È proprio così. Arrivederci.

– Arrivederci. E buona estate.

#TappaUnica3V un conto rimasto in sospeso


Ruga, ruga molto e profondamente, ruga l’aver rinunciato a parte delle varianti per esperti, ma soprattutto rugano quei venti chilometri non percorsi. Tanta preparazione, tanto studio, tanto cammino, tanta fatica e tanto sudore non sono stati sufficienti, qualcosa è comunque mancato, qualcosa è andato storto, qualche imprevisto (il caldo torrido ancor prima dell’orario indicato dalle previsioni meteo e un’inattesa fredda ventosa notte di dense nuvole basse) di troppo. Ruga!

Ma ho imparato tante cose, anche durante il giro finale ho potuto verificare e reinquadrare scelte fatte e decisioni prese, apprendimenti che mi rendono ancor più voglioso di rimettermi in cammino per una nuova TappaUnica3V, per un viaggio che mi ha invaso la mente e che prepotentemente si ripropone attraverso i miei sogni e i miei pensieri. Immagini che si ripercuotono notte e giorno, suoni e sensazioni che rivivo ogni secondo, emozioni che sento ancora vivissime in me.

Ruga, ruga, e allora…

Allora eccolo qui il nuovo bellissimo viaggio, la nuova TappaUnica3V 2017, simile a quella di quest’anno, solo con qualche piccola modifica.

  1. Dando più spazio ai rifornimenti e mettendo in conto qualche imprevisto, le ore passano da quaranta a quarantotto.
  2. Quarantotto è solo un limite massimo: quaranta ore rimane comunque l’obiettivo che intendo perseguire.
  3. Invece di due giorni infrasettimanali saranno due del fine settimana onde facilitare la formazione di uno staff logistico più numeroso.
  4. L’arrivo a Brescia è posticipato alle 20 come orario limite, pertanto la partenza viene anticipata alle 20 della sera (del venerdì). Alle 20.30 sarà in ogni caso realizzata una semplice festa di arrivo con aperitivo e brindisi.
  5. Il periodo di svolgimento è stato leggermente anticipato ai primi di luglio, nella speranza di trovare giornate meno torride e notti meno umide.
  6. Partenza da Piazza Loggia.
  7. Per il primo (da Piazza Loggia alla vetta della Maddalena) e l’ultimo (dal Santuario della Stella a Urago Mella) tratto si organizzerà un gruppo di accompagnamento a libera partecipazione.
  8. Ci saranno anche delle modifiche nell’equipaggiamento, soprattutto zaino, e nell’alimentazione, ma di questo parlerò in altre occasioni.

TappaUnica3V 2017 la logica continuazione di un grandioso viaggio.

P.S.

Nella locandina di quest’anno noterete una sensibile riduzione di chilometraggio e dislivello, l’ho fatto per allinearmi a quanto riportato da altri eventi similari (trail) e ho preso per buone le indicazioni date da GPSies.

Le ricette del “Cuoco Nudo”: uova strapazzate con formaggio e zenzero


Ingredienti (per quattro persone)

12 uova, 120g di formaggio saporito a pasta morbida di breve stagionatura, 20g di zenzero fresco, 100g di burro, olio extravergine di oliva, sale.

Preparazione

In una scodella rompere le uova, stracciarle per bene e aggiungervi il formaggio tagliato a piccoli pezzetti, lo zenzero grossolanamente tritato e sale, mescolare per amalgamare bene il tutto.

In un largo tegame far sciogliere il burro bagnato con un filo d’olio dopo di che aggiungere il composto di uova, formaggio e zenzero. Mescolando con decisione mantenere stracciate le uova e portarle a cottura. IL formaggio non deve fondere completamente ma solo ammorbidirsi e amalgamarsi leggermente alle uova.

Impiattare e accompagnare con dell’insalata fresca tagliata a sottili striscioline insieme a dei cetrioli sottilmente affettati.

Il nudo e la scuola


Sebbene l’educazione della famiglia resti cardinale rispetto ad ogni altro ambiente educativo, la scuola, intesa come ambiente di vita, apporta un influsso che, per certi ambiti, può totalmente distruggere quanto fatto in casa. I ragazzi e ancor più gli adolescenti hanno l’estremo bisogno di integrarsi nei vari strati sociali in cui vivono e la famiglia è un ambito privato anziché sociale. Ecco che ragazzi a casa molto tranquilli una volta a scuola si scatenano, ragazzi che a casa sono educati a scuola diventano maleducati, ragazzi che cresciuti secondo date regole ad un certo punto le rifiutano e si comportano esattamente all’opposto. I ragazzi devono integrarsi tra loro e, purtroppo, uno dei mezzi più semplici e rapidi per ottenere ciò è quello di mettersi in mostra, fare i bulli, manifestare rivolta contro le regole, ripudiare l’educazione ricevuta.

educazione nudistaCosa c’entra questo con la nudità e il nudismo? C’entra, c’entra! C’entra perché il nudismo attiva una serie di positivi meccanismi che potrebbero riequilibrare quelli visti innanzi, lo stare nudi in società porta a superare alcuni condizionamenti che sono alla base di tali malsani atteggiamenti.

Tanto per cominciare, visto che la scuola non può e non deve opporsi all’educazione famigliare, visto che è preoccupazione ormai comune quella di rispettare le varie ideologie, verrebbe così rispettato il diritto dei ragazzi nati e cresciuti in una famiglia nudista, sempre più numerosi e oggi quasi gli unici a essere discriminati, di non vedersi alterati nel loro stile di vita (la figlia di amici un giorno non voleva andare a scuola e si è scoperto che il motivo era perché la maestra, essendoci una festina con piscinetta, aveva richiesto alle bambine il costumino intero o i due pezzi e lei, abituata a fare le vacanze in nudità, aveva un solo pezzo).

Poi…

  • C’era un tempo in cui la nudità era un segno di rispetto verso coloro che, vivendo in stato di povertà, non potevano permettersi un costume e/o il cambio di vestiti, così in certe situazioni tutti nudi o, quantomeno, nudi coloro che non potevano fare diversamente, e questo avveniva anche in alcune scuole, ad esempio quando le lezioni si spostavano in piscina.
  • In diverse università anglosassoni, ma non solo, la nudità è prassi accettata in occasione momenti goliardici o attività sportive e nessuno se ne esce scandalizzato o viene molestato.
  • Nella nudità generale vengono ad essere annullate quasi tutte le differenze sociali, facilitando notevolmente l’integrazione… altro che i grembiulini.
  • La nudità comporta necessariamente una maggiore attenzione all’igiene personale e, da docente, posso assicurare che ce ne sarebbe un grande bisogno.
  • L’essere nudi insieme, ovviamente senza separazioni di genere, determina il superamento della visione oggettivata dell’altr* e il relativo comportamento sessista.
  • Vedersi nudi e vedere il nudo migliora inevitabilmente il rapporto con sé stessi e il proprio corpo, eliminando o quantomeno attenuando le problematiche della visione di sé.
  • Si annullerebbero, ovviamente, anche tutti quegli atteggiamenti di scherno verso lo stato fisco dei compagni: si vedono magari meglio ma si vedono anche i propri e li vedono anche gli altri.
  • Il contatto fisico tra nuda pelle trasmette messaggi fortissimi e lega tantissimo le persone.
  • La conseguente riduzione dello spazio vitale migliora sensibilmente le possibilità comunicative, di conseguenza l’integrazione.
  • Bambin* e ragazz* abituati alla nudità sono meno sensibili alle moine dei pedofili e, pertanto, più difficilmente preda degli stessi.

Nudi a scuola si starebbe meglio, si crescerebbe meglio, la società crescerebbe meglio e il futuro sarebbe per certi versi più ottimistico.

Nudi a scuola, si potrebbe iniziare con il proporre dei brevi momenti di allontanamento dalle vesti (ad esempio dopo l’attività in palestra suggerire, spiegandone le importanti ragioni medico salutistiche, di fare la doccia nudi) e poi pian piano incrementare il tempo nella nudità consentendola (la non obbligatorietà dev’essere base fondante del processo, altrimenti il tutto diverrebbe un’altra regola da osteggiare e violare) nell’ambito di quelle attività che più di altre possono trarre vantaggi rilevanti dalla nudità: ginnastica, piscina (dove c’è), giochi con l’acqua, giochi ove i vestiti potrebbero sporcarsi o danneggiarsi e via dicendo.

Nudi a scuola, cosa costa provarci? Paura di riuscirci? Paura di dover rivedere le proprie preconcette innaturali adulte posizioni sulla nudità?

Troppo rispetto


Ogni tanto mi viene in mente un “esperimento nudista” e la tentazione di realizzarlo è talmente forte da essere irresistibile, diventa una fissazione, un kick e mi tormenta finché, prendendo il coraggio a quattro mani, diviene un fatto compiuto. E incancellabile. E l’esecuzione del progetto poi avviene in tutta tranquillità e normalità, senza quasi batticuore, talmente l’ho provato e riprovato con l’immaginazione. Ricordo quattro o cinque anni fa quando mi facevo i primi autoscatti nella campagna solitaria o sulle colline vicine, la foto all’alba del 1° gennaio di ogni anno sul balcone, le 8 passate, coi primi raggi del sole che mi riscaldavano un po’, e poi i giri in Torbiera, all’imbrunire, le docce con la gomma dell’acqua dell’orto, e i pranzi, le letture sul balcone…

Ma ieri me ne sono inventata una nuova: ritirare la posta presentandomi nudo. Il portalettere passa verso le 10,30, preannunciato dal ronzio del motorino. Ci si conosce da anni e siamo entrati in confidenza. Già altre volte, interrompendo la lettura al suo arrivo, mi infilavo i calzoncini e mi presentavo al cancellino a torso nudo. Ieri sentendolo arrivare, l’ho atteso. E dopo avergli detto che ero nudista gli ho chiesto se potevo filmarmi mentre mi consegnava la posta. Allargò le braccia imbarazzato, senza sapere che pesci pigliare, preso in contropiede dalla stranezza della richiesta. Mi tolgo i calzoncini, faccio partire la ripresa e vado a ritirare la posta: un pacco (senz’altro un libro) e una busta. Vedo il portalettere che cerca di evitare di guardarmi. Certo, non devo essere un Adone! Mi viene spontaneo dirgli: «Guarda che non mi fa niente se mi vedi». Ma lo shock è tale per cui, consegnatami la posta, non vede l’ora di proseguire il suo giro.

L'irresistibile tentazione di ritirare nudo la posta!

L’irresistibile tentazione di ritirare nudo la posta!

Mi ha fatto impressione quel suo distoglier lo sguardo dalla mia nudità. Nel frattempo era arrivato il camioncino azzurro del netturbino, ma nella fretta, credo non si sia accorto di nulla. Rivedendo il filmatino ho pensato che il postino tenesse il capo voltato per non esser ripreso. Ma poi un’altra ipotesi si è affacciata: che fosse un gesto di rispetto, di carità cristiana, di compassione – come si fa certe volte con un parente in ospedale. Ma non facciamo così anche quando vediamo una donna che allatta?

Sarei tentato di scrivere: «Conclusione: la nudità è ancor lungi dall’essere un fatto normale». Ma non è vero. Soprattutto quel retorico e drastico lungi non mi piace per niente. A chi tocca cercar di far breccia, rosicchiare la mentalità corrente con comportamenti innocui e individuali, senza intenzione né di offendere, né d’esser teatrali, se non a noi? Sono convinto che il desiderio di potersi mettere nudi sul proprio balcone, nel proprio giardino non sia una così grande indecenza e sia un desiderio che molti reprimono.

Alcuni vicini hanno delle piscinette per i bambini. Mi danno un senso di tortura quei costumini, quei reggisenini (persin la parola è assurda) per bambine di quattro anni, che mi viene da chiedermi quale sia per quei piccoli il danno maggiore:1) Crescere con una parte del corpo sequestrata gelosamente alla vista altrui, come altrimenti si perdesse un tesoro, si tradisse un segreto; 2) attirare l’attenzione verso parti del corpo proprio perché vietate alla vista senza che ne venga spiegato il motivo (se almen lo si sa).

Ma ritorno a pensare al mio postino che distoglie lo sguardo per troppo rispetto, come i figli di Noè che ricoprono il padre nudo e ubriaco camminando all’indietro. C’è qualcosa che stride, di eccessivo.

Avrei infine una domanda… una serie di domande per Dio Onnipotente ed Eterno – sempre che mi risponda (ma è rimasto muto anche per l’Olocausto che riguardava il suo popolo prediletto, figuriamoci per una bagatella come questa!).

  • Perché ci hai creato un corpo (o parti del corpo) di cui vergognarci con gli altri?
  • E perché, Dio del perdono, continui a ricordarci che un tempo, molto tempo fa, ti abbiamo disubbidito? Perché non l’hai evitato?
  • E perché, allora, ci hai dato il libero arbitrio e poi se scegliamo qualcosa che a Te non va, ce lo rinfacci e ci tormenti coi sensi di colpa?

Mi sa che son domande che non avranno risposta. Nell’attesa faccio di testa mia, senza pormi altre domande, se son tanto stupide da non meritare risposta.

E con il postino, rotto il ghiaccio una volta, le cose torneranno normali, ma nel caso non eviterà più di guardarmi, distogliendo lo sguardo con atto commiserante e pietoso.

#TappaUnica3V diventa un servizio


Atto Primo

IMG_8573Durante i miei ripetuti passaggi sul sentiero 3V ho potuto constatare lo stato di abbandono di una, seppur piccola, parte del percorso e degli accessi laterali allo stesso. Altri tratti sono in uno stato di migliore conservazione ma pur sempre sotto il livello minimo considerabile come accettabile per un itinerario dove chi transita, visto l’impegno fisico e psichico che sta affrontando, deve potersi permettere di non pensare all’individuazione del percorso e deve evitarsi litigate con rovi, cespugli di vario genere, erbe alte, buchi nascosti. Da primo ideatore del percorso, da figlio di chi presa la mia idea si diede molto da fare per farla diventare primo progetto e poi realtà, in memoria di mio padre che morì sul sentiero in occasione del suo giro inaugurale sono ovviamente infastidito dall’aver rilevato quanto sopra detto e, pertanto, pur riconoscendo ai vari gruppi l’importante lavoro ad oggi svolto e che continueranno a svolgere, d’altra parte conoscendo anche le tante difficoltà a cui essi vanno incontro per assolvere a tale incombenza, senza nulla togliere a loro ma piuttosto aggiungendo un’altra opportunità per il sentiero, ho deciso di occuparmene in prima persona.

Atto Secondo

IMG_8258Mentre percorrevo gli ultimi chilometri del mio TappaUnica3V sono stato improvvisamente mentalmente sommerso da un’idea: questa mia esperienza e tutte le conoscenze che dalla stessa ho ricavato devono avere un seguito “perpetuo” e, pertanto, vanno messe a disposizione di chiunque voglia percorrere il sentiero 3V, con qualsiasi formula (svago, esperienza personale, competizione) e in qualsiasi tempo (molte tappe, poche tappe, tappa unica; comoda o avventurosa; per svago o agonistica).

Atto Terzo

IMG_9469Prendere la decisione di cui all’atto secondo, fonderla con quella del primo atto e volgere il tutto in forma professionale onde poter superare le difficoltà anzidette (con riferimento al primo atto): costi (non guadagnandoci nulla alla fine gli interventi vengono fatti solo in quelle poche occasioni che si riesce ad ottenere dei finanziamenti o dalle poche associazioni realmente numerose e/o finanziariamente robuste), reperimento del personale (facendolo in forma volontaria e gratuita le persone sono poco motivate a togliere giornate alle loro escursioni), efficacia del lavoro, specie di quello inerente la segnalazione troppo spesso effettuata con metodi empirici e da persone prive di adeguata formazione (la segnaletica può a volte costare la vita o comunque mettere in seria difficoltà le persone, pertanto deve essere sempre fatta con tutti i sacri crismi, cosa che, come detto, ho personalmente appurato ad oggi mancare).

Conclusione

Locandina TappaUnica3V_600Ancora non so come esattamente si formulerà la cosa dal punto di vista giuridico-fiscale, ma posso dire con assoluta certezza che TappaUnica3V informalmente è già diventato un servizio, che per comodità per ora possiamo chiamare agenzia (che è poi la formulazione giuridico-fiscale più probabile), e al più presto possibile lo diventerà anche formalmente.

Di cosa si occuperà l’agenzia TappaUnica3V?

Sommariamente dovreste averlo già compreso ma voglio essere più dettagliato.

Primo Obiettivo

Manutenere il sentiero 3V e gli accessi laterali degli anelli parziali (per ora bassissimo, basso, medio, alto, altissimo) al fine di consentirne una percorrenza tranquilla e pulita, pur mantenendo il sentiero in una condizione di naturalezza: gli eventuali lavori di segnalazione e pulizia saranno attuati al minimo indispensabile senza snaturare l’ambiente e il sentiero, anzi, mantenendo inalterate le caratteristiche ambientali e le difficoltà tecniche.

Secondo Obiettivo

Occuparsi dell’organizzazione logistica per conto di chi, a piedi, voglia fare completamente o parzialmente il sentiero 3V: vuoi fare il giro o una parte del giro, TappaUnica3V ti mette informa a dovere sul percorso, ti formula la tabella di viaggio, ti predispone i punti d’appoggio o i campi intermedi, ti, se lo desideri, trova l’accompagnatore professionista, ti assiste in tutti quegli altri elementi insieme concordati (rifornimenti alimentari, rifornimenti idrici, esplorazioni preliminari, eccetera); vuoi organizzare una manifestazione o una competizione sul tracciato del sentiero 3V ma non lo conosci, TappaUnica3V lo farà per te o insieme a te.

Terzo Obiettivo

Valorizzare il sentiero 3V: TappaUnica3V si attiverà per fare ampia pubblicità al percorso e farlo conoscere al maggior numero possibile di persone, sia in forma indiretta (post sui social network, articoli, eccetera) che diretta (organizzazione di escursioni sul percorso).

TappaUnica3V, viaggia serenamente sul sentiero 3V “Silvano Cinelli”!

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Leggi la storia completa di TappaUnica3V e seguine la prosecuzione!

Con il capo coperto


IMG_2005Sabato scorso, facendo una breve escursione, sono passato nel piazzale limitrofo a un santuario e ho visto due cartelli che mi hanno indotto alcuni ragionamenti.

Partiamo dai cartelli.

Il primo, posto davanti alla chiesa, erano dei segnali di divieto: “no pantaloncini” e “no magliette senza maniche”. Il secondo, posto poco più avanti all’inizio di un viale alberato, era una scritta: “questo è un luogo sacro vi si deve accedere con un abbigliamento adeguato”.

Passiamo alle considerazioni, le metto in ordine di rilevanza crescente.

Ovvia, ma che sotto sotto è una verità, battuta di spirito che verrebbe in risposta al primo cartello: nudo non avrei né pantaloncini né maglietta senza maniche indi sarei pienamente conforme all’imposizione ehehehe.

Io non credo in Dio e nemmeno nelle religioni indi per me quello è un luogo che non ha nulla di sacro pertanto cosa dovrei io rispettare (ammesso e non concesso, come più avanti dimostro, che la nudità, parziale o totale che sia, sia una mancanza di rispetto)?

Si certo è un luogo privato e nei luoghi privati vigono le regole che i relativi proprietari vogliono imporre, nulla da obiettare, se non ché e ancora definibile privato un luogo che è materialmente e volontariamente aperto a tutti e chiunque può accedervi senza dover superare barriera alcuna, formale o informale che sia? Va beh, la do buona per l’interno della Chiesa (anche se… vedasi più avanti), ma per l’area esterna no, l’area esterna è da considerarsi luogo pubblico e come tale lasciato alla libera fruizione in ragione del mio modo di vedere le cose, ovviamente a patto di non provocare danni materiali a cose o persone.

Se io (lecitamente) dichiarassi il mio giardino luogo sacro e pertanto, secondo mio modo di vedere e dato il mio stile di vita, imponessi la nudità a chiunque vi passasse è certo che molti, primi fra tutti preti e simili, si rifiuterebbero di adeguarvisi, perché il mio volere, per altro applicato in un contesto perfettamente privato, deve valere meno del loro?

Dare alla pelle un significato peccaminoso è una forzatura antica ormai superata e obsoleta anche per i precetti cattolici, tant’è che molti sono i luoghi di culto dove vengono ammessi senza problemi pantaloncini e magliette senza maniche, esistono persino luoghi di culto ove è ammessa la nudità, anzi è regola.

Benvenuto Cellini, Crocefisso, El Escorial, Spagna

Benvenuto Cellini, Crocefisso, El Escorial, Spagna

Sono da limitare e punire i peccatori non le cose che eventualmente li stimolano a peccare, altrimenti dovremmo proibire di entrare in chiesa con i tacchi alti, con il viso truccato, dovremmo proibire di far vedere il cibo o il bere, il denaro, e ogni altra cosa che potrebbe scatenare azioni peccaminose.

(Dal punto di vista dei credenti) Dio ci ha creati nudi, in tutte le chiese ci sono dipinti in cui la nudità (foss’anche solo quella degli angioletti) è ampiamente presente, nella storia della Chiesa moltissimi sono gli episodi di nudità, la stessa Chiesa ha considerato la nudità come atto di sottomissione a Dio o ai suoi rappresentanti in terra (Papi, Vescovi, eccetera) dichiarando sacro anche il corpo umano e sacra la sua nudità, perché allora castigarla?

Si criticano altre religioni perché impongono alle donne di coprirsi il viso o anche solo il capo, quale sarebbe la differenza con l’imporre di coprirsi le braccia e le gambe?

Dal punto di vista di tutti, credenti e non credenti… Perchè mai ciò che di più semplice e naturale esiste al mondo, il nostro corpo, deve risultare in qualche modo offensivo o poco dignitoso?

189266_441382849262214_810844538_nPer finire, mi sorge il sospetto che il parroco di quel santuario sia piuttosto facile all’eccitazione sessuale e pertanto voglia evitarsi tentazioni!

Forse è proprio questa la vera verità, verità che vale per ogni altra situazione in cui qualcuno vada vietando, inibendo, criticando o anche solo sconsigliando certi modi di abbigliarsi e la nudità: corrotti da una visione sesso centrica, incapaci di vedere e comprendere la vera natura dell’essere umano e delle sue esigenza riproduttive, sono incapaci di autocontrollarsi e pertanto risolvono il problema proibendo ciò che A LORO provoca eccitazione. Si, si, sono assai convinto che le cose stiano proprio così!

Una piccola mia libertà


Intimi segreti

Con tremore leggero arriviamo a spogliarci, a confrontarci con gli altri su una linea azzardata. Col segreto desiderio che altri ci vedano e che poi faccian l’eguale. Ci vien dall’infanzia questa strana pulsione – forse fin da quando ci è stata vietata – fin da quando, tremandoci i polsi, abbiam voluto giocare ai dottori e mostrarci fra compagni il pisello. Una specie di senso di sfida a un divieto che non si capiva, non vedendone chiaro il motivo né il danno palese. Abbiamo imparato gradi di intimità, ad esser gelosissimi di qualche cosa che, ci dicono, è solo nostra, nel nostro recesso più intimo, un’anima intatta e preziosa. Un’intimità da cedere con parsimonia e solo a determinate persone, in determinate occasioni, a determinate condizioni.

Identità e trasgressione

È così che è nata e ci siam coltivati la nostra individualità? L’inviolabilità del nostro onore, della nostra dignità di persona, del nostro essere unici, diversi e distinti dagli altri? E perché questa distinzione dagli altri? Questo farci credere che dobbiamo avere un segreto, un’identità segreta, da Superman, come un asso nella manica da mettere in tavola alla buona occasione e pigliare la posta.

E così siam cresciuti con la voglia di scoprire a nostra volta le carte degli altri, per vincere, anche barando. Vincer che cosa? Nessuno, pare, sa bene come stanno le cose, e proseguiamo a tentoni, prendendoci schiaffi che lascian sulle guance le dita, arrossendo come gamberi per aver troppo osato, avendo tradito un tratto inconfessato di noi: la voglia di dominio sugli altri e nel contempo la mancanza di dominio di sé. È forse così che nasce e prende corpo quel modo innaturale di aver a che fare col sesso (e con l’altra persona): conquista, tracotanza, preda, intento, scopo, tornaconto… romanticismo?

 

Una stella cadente

Cos’è che ogni mattino mi fa bere nudo il mio caffè sulla soglia di casa? Non certo la voglia di sesso, ma piuttosto veder nei volti occhieggianti dalle finestre rimpetto, che la linea degli sguardi è schietta e diretta, s’è distesa, disciolta di un nodo; e dallo sguardo qualcosa di nuovo può risalire alla mente. Nulla m’han mai detto i vicini. Mi piace credere (non ho smentite, e non mi vengono in soccorso altri pensieri) che il vedermi così disarmato sia una piccola stella cadente che frantuma nella mente ostili pensieri, fossilizzati da sempre, ed ora quegli stessi vicini, che di giorno conosco sì e no, son certo si sentono un tantino più liberi, vedendo che anche questo è possibile, che qualcuno senza vergogna lo fa – e perché dunque non loro?; più leggeri di un fardello che si sentivan quasi costretti a portare.
Ai vicini il vedermi, dopo l’iniziale sorpresa, lo sbigottimento, il caos di pensieri in rinfusa, e il continuare a vedermi ogni giorno come cosa normale e senza che la cosa abbia anche altro senso, poco a poco gli calma i pensieri, ammorbidisce reazioni immediate, istintive e ferve la novità di un mutato pensiero, e l’opinione comincia a cambiare: la cosa è normale e possibile – il mondo può girar bene anche così, anzi…

Nelle nostre escursioni

Quell’impulso leggero che si attiva in azione, che mi fa star sulla soglia quei pochi minuti è anche una piccola quotidiana vittoria. Non giudico il mondo, non lo voglio combattere: lo faccio per me, seguendo un intuito che al momento mi detta il meglio da fare, il meglio per me innanzitutto, per rinfrescarmi la pelle, per destarmi la mente, per vedermi pari pari con la rugiada, la brezza e il primo sole che sorge e mi porge su un raggio il buongiorno e tutto il corpo m’indora; anche meglio si vede che tutto son nudo e che tanto mi piace questo momento al mattino.
Ed avviene altrettanto quando nelle nostre escursioni c’imbattiamo con altri: come strani, come addosso pesanti mi paiono quei vestiti di tela a coprire un’indecenza inventata, a nascondere – perdita secca – la gloria di un corpo vivente e perfetto, all’aria sbocciato. Perché, in aggiunta alla legge, sono leggi non scritte la decenza, il decoro, la reputazione?
Quel tremito lieve che allora mi sento è la voglia che cambi, che non esista più la vergogna, ma il saper che siamo egualmente noi stessi anche inermi, senza gli artigli di occhi rapaci a rubare impuniti intimità fatte sconce ed oscene, frutto raro e per pochi, e sesso feroce, come di furto, o da furbi.

Un piccolo gesto

Ecco s’è fatta ora d’alzarmi, prepararmi il caffè e bermelo tranquillo e sereno, appagato di questa mia piccola libertà che mi sono inventata e che ogni giorno mi prendo: un piccolo gesto innocuo e pacifico… personale. Piccola libertà personale che pur so contagiosa che ogni giorno mi rinnova quel tremito lieve, quel lieve timore. Dican pure i vicini di me, perché poi, aperta la porta, col chiaro del giorno, ancor più mi rinfranco in quel che sono e che faccio: questo è normale per me, la mia piccola libertà quotidiana.

#TappaUnica3V sensazioni ed emozioni


Locandina TappaUnica3V_600

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Nero, solo nero, tutto nero, anzi no, nel nero qualche macchia di bianco, tenui bagliori eppur sufficienti per un deciso cammino. In basso le luci della città sono solo dei piccoli puntini di vari colori, i rumori ormai dalla distanza resi silenzio, al di sopra il monte che, bluastro di luna, si alza verso il cielo sereno. Gli ultimi metri d’asfalto e poi sono fronde, tante fronde, una fitta copertura di alberi, un bosco tenebroso eppur confidente, un amico sincero con cui colloquiare attenuando la fatica della dura salita. Da poco sono partito, più in basso, nel piccolo piazzale, sul muro d’un’antica casa, la targa che segna il punto d’inizio, l’inizio d’un lungo sentiero, la guardo e ricordo, ricordo mio padre che a questo percorso dedicò tutto sé stesso, ricordo quegli anni lontani, mi vedo trafelato correre a casa, mia moglie sul terrazzo, io che grido “è morto! Mio papà è morto”. Con questo scena negli occhi, con questo ricordo nell’animo, mi giro e abbraccio mia madre, un lungo abbraccio che sposta la mente a quello che sto per fare. Colpi di flash, mia sorella, erede del babbo nel lavoro, immortala nella scheda elettronica questi momenti, momenti di tensione, momenti di preoccupazione, ma anche momenti di forza e di gioia.

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Foto di Carla Cinelli

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Foto di Carla Cinelli

È giunta l’ora, le mie gambe iniziano a spingere, avanzo certo e deciso sull’asfalto della prima salita, si va, il sentiero 3V inizia a scorrere sotto i miei piedi: il lungo cammino è iniziato. Mia moglie mi segue con lo sguardo, l’amico Vittorio applaude contento, mia mamma agita la mano in segno di saluto, mia sorella mi corre a fianco e scatta a ripresa altre fotografie, alcune auto passano sulla strada più in basso, i bastioni del Castello osservano imperterriti. Pochi passi e tutto svanisce, sono solo, io e la strada, io e il mio viaggio, io e, purtroppo, i dolori a costole, muscoli dorsali e stomaco che da qualche giorno mi stanno facendo impazzire. Svuota la mente, tanta è la strada, devi dimenticare tutto, soprattutto i dolori. Cammina, cammina, domani è lontano ed anche vicino, cammina!

Finito è l’asfalto, il bosco m’attende, le vesti nello zaino, la frontale in testa, avanti. Il fascio di luce, regolato al minimo, penetra nelle tenebre e rischiara il sentiero quel tanto che basta per un cammino sicuro. Silenzio, profondo silenzio, persino il mio cuore batte in silenzio, persino i miei passi non fanno rumore. Silenzio, rumoroso silenzio, il rumore di mille piccoli insetti che s’aggirano nell’erba, il fievole fruscio delle foglie mosse dal mio passaggio, il profumo del bosco di notte. Folata di selvatico, improvviso il forte odore di selvatico inonda le mie nari, intenso, penetrante, un cinghiale è nei paraggi, o sono più d’uno, o qui si sono fermati e già se ne sono andati. Non pensare, avanti, avanti, cammina!

Tutt’uno col monte, tutt’uno con la notte, un’unica essenza, nudo come si conviene ad un elemento della natura, nudo nel corpo, nudo nello spirito, nessuna barriera, nessuna difesa, ma difesa non serve per un’unica essenza. Sono un monte, sono un albero, sono un grosso cinghiale, sono un piccolo leprotto, sono tutto quello che mi circonda e quello che mi circonda è me, fusi insieme, indistinguibili, un unico fiato, un unico respiro, un unico palpito vitale, un’unica essenza. Bello, bellissimo, si, si, cammino!

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Foto di Carla Cinelli

Tre altre folate di selvatico più tardi il cielo inizia a schiarirsi e con esso il bosco, i ricordi della partenza sono ormai ricordi lontani, ancor più lontani i miraggi d’arrivo, senza proiettarmi avanti penso al presente, sono andato troppo veloce, il fresco della notte, sconfiggendo la mia mente, ha fatto mulinare le mie gambe più di quanto n’avessi sentore, rallenta, concentrati, concentrati, rallenta!

Altra salita, altra montagna, e giù, ripidamente giù per portarsi alla base della terza salita. Nessun dolore, nessuna fatica, volo, letteralmente volo, lieve sospiro che sfiora il terreno. Crac, qualcosa si rompe, da poco ho iniziato la risalita, muscoli che s’induriscono, no, no, è troppo presto, non posso avere crampi così presto, rallenta, rallenta, controlla il passo, concentrati, visualizza il rilassamento, fai sciogliere quei groppi alle gambe e… cammina, cammina!

La mente comanda, le gambe non sento, girano e mi basta, girano e vado avanti, cammino. Il sole che s’alza, sfera infuocata nel cielo sereno, caldo, tanto caldo, nudo non sudo ma il respiro s’è fatto pesante. Camino di roccia, lo supero di slancio, ancora roccette, gigli rossi nell’erba, affanno, il caldo m’uccide, ma ecco la vetta, una panchina per breve riposo, discesa, capanni, ancora salita, più dolce, respiro, ma il caldo m’opprime. Fame, sull’ennesima vetta mi siedo e mangio qualcosa. Che panorama, in fondo, lontano, molto lontano, microscopico puntino nell’immensità del paesaggio s’intuisce da dove sono partito. Il tempo che scorre, il vantaggio bruciato, sono in ritardo, leggero ritardo. Via, via, su questa discesa bisogna recuperare, ma il caldo m’opprime, le gambe molli e il tempo scorre, ritardo che aumenta, mannaggia!

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Foto di Alberto Quaresmini

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Foto di Carla Cinelli

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Foto di Fabio Corradini

Giù, su, giù, su e ancora giù, ora giù, giù, fino al paese. Caldo opprimente, caldo ottenebrante, ombra, ombra, mi serve l’ombra. Rifornimento, piacevole conoscenza la titolare della struttura, foto di rito, una stanza ci ha dato, riposo, riposo, gambe in alto, recupero di sali, idratazione, fatica, affanno, cotto dal caldo riposo nell’ombra. Il tempo scorre, devo partire, di nuovo sotto il sole, nel caldo cocente, salita, dura salita, meglio non fare quella diretta, le gambe risparmio, il fiato conservo e salgo, su, su, ancora su, fino all’apice di quest’altra salita. Ora nel bosco un poco di frescura, il passo riprende il suo slancio normale, breve salita d’un fiato passata, in morbida erba inizio discesa. Giù, giù, e sono alla strada, un cane mi guarda, violento azzanna la gonna (NdR: il pareo che utilizzo nei tratti abitati). Che ti piglia carissimo compare, già certo, nudo mi vuoi, nudo come te, nudo come il monte, nudo come la natura e c’hai ragione, c’hai, purtroppo non posso, la sotto qualcosa coperto deve stare, lo pretende convenzione sociale, assurda, insulsa, ma dai più osservata ad essa mi devo conformare. Vedremo in futuro, speriamo che cambi, per ora così devo stare mio caro cane. Ciao, ciao, devo andare, il cammino m’attende e sono in ritardo, forte ritardo, cammina!

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Foto di Carla Cinelli

Il sole cala e un poco rinfresca, quel tanto che basta per darmi vigore, veloce risalgo la nuova salita e lesto raggiungo la nuova vetta. Con essa purtroppo forti dolori, lame brucianti trafiggono il torace, respira, respira, trova qualcosa che porti conforto ma.. cammina, cammina! Ci siamo, ci siamo, incontro mia mamma qui giunta con mia sorella per farmi le foto, aiuto, sollievo, spalmatemi la schiena con l’arnica forte, non voglio fermarmi, al diavolo il ritardo, fino in fondo devo andare. Massaggi di mamma, conforto importante, il passo riprendo con rinnovato slancio. Lieve salita e poi più ripida, blocco, blocco totale, le gambe non girano, un peso allo stomaco. Dai, dai, duro tenere, e duro cammino seppur tanto fermandomi. Sofferenza, dieci passi, fermata, sofferenza, dieci passi, fermata, il nipote dall’alto mi guarda, preoccupato un poco discende venendomi incontro, lo zaino mi chiede ma imbroglio sarebbe, avanti, avanti, con le sole mie forze, in vetta giungiamo e ci riprendiamo.

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Foto di Fabio Corradini

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Foto di Fabio Corradini

S’avvicina, lentamente s’avvicina la vetta agognata, due passi e ci sono, lo zaino mi levo e in terra mi accascio, sofferenza, lo stomaco inchiodato, tempo non c’è per capirne il motivo, solo domande senza risposta, solo il pensiero a come recuperare. Respiro, profondo respiro, un poco s’allenta il peso allo stomaco, pronto io sono a riprender la via, saluto il nipote e solo riparto. Discesa ripida e complessa, dieci volte attento io devo stare. Passata, passata, e sono in Pezzeda, là dove mio padre s’è fatto l’ultima cena, addormentato nel sonno, nel sonno rimasto. Nell’ultimo tratto il blocco è passato, lo stomaco aperto mi sento rinato, un attimo di pausa per completare il frugale spuntino, un’altra barretta, un sorso di acqua, rilasso i muscoli, reintegro i sali e riparto.

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Foto di Carla Cinelli

Foto di Carla Cinelli

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Foto di Carla Cinelli

Che bello un altro mi sento, come fossi da poco partito, con prudenza il passo allungo, un’altra salita è superata. Discesa, veloce avanzo, molto veloce, è bello godere del sole che cala, in fondo alla valle s’accendono le luci, la mia invece ancora non prendo, il tempo scorre, ritardo da recuperare, vai, vai, questa strada non finisce mai. Giù, su, giù e ancora su, l’ultimo strappo me lo mangio, sotto gli scatti di Carla, Un piccolo gruppo m’accoglie premuroso, accudito e coccolato come un bimbo viziato. Un poco di strada in simpatica compagnia, le luci d’albergo (NdR: il Dosso Alto di Rosa ed Ettore) si fanno vicine, nel patio m’attendono diverse persone, applausi mi danno una forte emozione, non sono nessuno, non sono un noto campione, eppure applaudono con tanto calore. La Rosa, sua figlia, i collaboratori, cinque motociclisti di passaggio, tutti splendidamente meravigliosi. Rifornimento, rifocillazione, reidratazione, gli utili massaggi del cognato, le chiacchiere che distolgono la mente, l’inaspettato apprezzatissimo arrivo di un collega, ancora un poco di rilassamento e via, si riparte, sono solo a metà strada. Nel buio profondo, guidato dal cerchio di luce della mia frontale, velocemente procedo e in breve sono alla rampa erbosa che porta al Dasdanino avvolta in dense nuvole basse e sferzata dal vento. Perdo la traccia e procedo a intuito perdendo un altro poco di tempo, concentrato manco m’avvedo che l’erba bagnata m’infradicia le scarpe. Più salgo e meno si vede, più salgo e più la forza del vento si fa rilevante, gli ultimi metri li faccio a memoria finché sbatto nella strada asfaltata. Un’auto m’attende, mia sorella e mio cognato vi si sono appisolati, come d’accordo li sveglio, mi fanno due foto poi il freddo li risbatte nell’auto, convinto da loro ci entro anch’io ed è fatta, non più scaldato dallo sforzo del cammino impossibile uscire nel freddo atroce, m’appisolo e al risveglio è tutto un altro ambiente.

Foto di Carla Cinelli

Foto di Carla Cinelli

Con un ritardo ormai pesantissimo la marcia riprendo, la luna m’illumina il cammino, posso spegnere la frontale godendomi la gioia del cammino fatato. Via, via, via, forse posso recuperare qualcosa, forse anche un paio di ore, tutto è ancora in gioco, dai che ce la faccio, ormai le gambe hanno memorizzato il cammino, si muovono di moto spontaneo, non sento fatica, non sento dolori, un piacevole intenso calore s’è impadronito del mio corpo e della mia mente, rilassamento totale, nessun pensiero, sto solo godendomi al massimo questo momento, questa fantastica notte, la vista della luna piena che pian piano cala dietro gli oscuri monti che mi sbarrano la strada. Passo dopo passo nella luce del giorno che prende il sopravvento sul buio della notte oltrepasso i vari dossi, lascio alle mie spalle il passo delle Sette Crocette e dolcemente scendo verso la piana sottostante il Monte Crestoso. Che bel posto, sarebbe bello fermarcisi per qualche giorno, ma devo andare, sarà per altra occasione, promesso.

Foto di Fabio Corradini

Foto di Fabio Corradini

Il sentiero si fa scabroso e le ginocchia si fanno sentire, primi piccoli dolori, troppo presto, mannaggia, troppo presto. Avanti, avanti, non darci pensiero, non farti distrare. Giù, su, dolori scomparsi, giù, su, giù, su, giù, su, l’interminabile sequela di dossi della costiera di Monte Campione, di nuovo fitta nebbia e freddo vento, di nuovo attenzione a non perdere il giusto percorso, altro che recuperare, qui a mala pena riesco a tenere i tempi prefissati. Non pensarci, vai avanti, sarà quel che sarà. Finalmente Colma di Marucolo,

Foto di Carla Cinelli

Foto di Carla Cinelli

si scende, ripide e brutte discese alternate a brevi dolci risalite, ecco il Colle di San Zeno ed ecco i dolori alle ginocchia, più forti, più costanti, più insidiosi, proprio ora che il mio corpo stava andando alla grande. Mannaggia!

Rifugio Almici, rifornimento, ingelatata di arnica alle ginocchia, un attimo di pausa, pulisco i piedi dalla terra che vi si è attaccata, cambio le calze bagnate e poi via, si punta alla vetta del Guglielmo. Su, su, su, veloce, velocissimo, arrivo in

Foto Carla Cinelli

Foto Carla Cinelli

cresta e senza sosta mi getto nella discesa sul versante opposto, una discesa ripida e con tratti piuttosto insidiosi, alla sua base devo fermarmi per riposare le ginocchia, ancora arnica. Poi via, più veloce possibile verso la Forcella di Sale, qui giunto imbocco la variante che evita l’Almana, ripidissima strada cementata, subito le ginocchia riprendono a far male, di più, ora è una vera e propria tortura, devo necessariamente pensare a questo, a camminare nel modo che dia un poco di sollievo. Fine discesa, si sale e le ginocchia ora producono fitte anche nella salita, brutto segno, molto brutto. Croce di Pezzolo, su di slancio al Rodondone, qui altra fortissima emozione: un amico del blog ha piazzato due cartelloni che mi incitano, bello, bellissimo, ci voleva, vista la situazione ci voleva proprio. Grazie mio ignoto sostenitore!

Foto Carla Cinelli

Foto Carla Cinelli

Vai, vai, camminando con circospezione, quasi fossi sulle uova, comunque velocemente supero un lungo tratto di sentiero che mi preoccupava assai, sempre patito durante gli allenamenti oggi, invece, lo passo con meno patemi, probabilmente perché oggi so che più di così non posso andare. Caposs, breve salita e poi giù, giù, giù, con le ginocchia sempre più doloranti discesa fino a Zoadello dove è piazzato l’ultimo rifornimento. S’è fatto tardi, molto tardi, ormai a Brescia posso arrivarci solo da mezzanotte in avanti ed ho paura, paura di potermi fare male sulle ultime discese, discese da fare nella notte con le ginocchia che non reggono più il peso del cammino. Dolore si aggiunge a dolore, devo fermarmi, devo qui interrompere. Peccato! Beh, interrompere, non del tutto, l’ultima discesa, l’ingresso a Brescia lo voglio assolutamente fare sulle mie gambe.

Colleghi, amici, parenti, familiari, calore, calore, calore, applausi, emozione, l’ultimo mezzo chilometro è un’immersione in tutto questo, piacevole immersione, mi godo a fondo le sensazioni, mi compiaccio della gioia che vedo negli occhi di mia sorella, forse ancor più affaticata e stanca di me, un me tutto sommato già rinfrancato e riposato proprio grazie a tutto questo calore. Bello, stupendo, ne è valsa proprio la pena, sono pronto a rifarlo, alla prossima verrà perfetto!

Foto di Alberto Quaresmini

Foto di Alberto Quaresmini

Foto di Alberto Quaresmini

Foto di Alberto Quaresmini

Spumantino, l’ho fatto portare apposta, anche se ho mancato il successo completo, anche se gli ultimi venti chilometri li ho fatti gran parte in auto, anche se tecnicamente non sarebbe una vittoria, il brindisi non può mancare, stappo la bottiglia e verso da bere a tutti. Grazie, grazie siete stupendi, stupendi.

STUPENDI!

Leggi la storia completa di TappaUnica3V e seguine la prosecuzione!

Foto di Carla Cinelli

Foto di Carla Cinelli

Foto di Carla Cinelli

Foto di Carla Cinelli

Foto di Carla Cinelli

Foto di Carla Cinelli

Le ricette del “Cuoco Nudo”: pennette ai semplici sapori


Ingredienti (per quattro persone)

400g di penne rigate piccole, sale grosso, acqua, 20 pomodorini ovali (Piccadilly, Pakino Ovale o simili) ben maturi, timo, origano, semi di Chia

Preparazione

Mettete al fuoco l’acqua per la cottura della pasta e in attesa che prenda il bollore mondate e tagliate a pezzetti i pomodori. Quando l’acqua bolle aggiungete il sale grosso e lasciatelo sciogliere, a questo punto immergetevi le penne e lasciatele cuocere a fiamma medio bassa.

Quando manca un minuto alla giusta (al dente) cottura della pasta, prelevate e mettete da parte un mestolino di acqua di cottura della pasta, indi scolatela e rimettetela nella pentola di cottura, bagnatela con pochissima acqua di cottura, aggiungete un filo d’olio e i pomodorini tagliati a pezzi, mescolando per bene facendo colorire di rosso la pasta, unite timo e origano in abbondanza, poi impiattate versandoci sopra i semi di Chia (non danno sapore ma colore).

Decorate a piacere e accompagnate con del vino rosso fermo, a temperatura ambiente.

Nudo col maglione


IMG_9514Sto salendo verso la vetta di un’alta montagna, ad un certo punto il cielo inizia a farsi grigio e il vento gira di direzione preannunciando l’arrivo di una bufera. La temperatura cala sensibilmente, dobbiamo fermaci per indossare i caldi giubbotti.

In abito leggero cammino per la città in una calda sera d’estate, alla vita ho legato un maglioncino qualora le previste piogge arrivino prima del mio rientro a casa.

Oggi lavori di riassetto del giardino, pantaloncini e maglietta sono d’obbligo seppure la giornata sia freschina. Passano le ore e la sera incalza, nonostante i lavori continuino incessanti, inizio a sentire un poco di freddo, mi fermo un attimo e m’infilo la giacca della tuta che avevo lasciato appesa all’altalena.

Vacanza al mare, ennesima giornata in spiaggia, oggi però il tempo fa le bizze per cui ci siamo portati appresso dei maglioncini da poter infilare nel momento che dovessimo iniziare a sentir freddo.

Quattro situazioni differenti, quattro situazioni dove il freddo più o meno intenso domina la scena, quattro situazioni in cui i protagonisti sono costretti a indossare qualcosa per coprirsi e in tutti e quattro i casi viene aggiunta copertura alla sola parte alta del corpo. Ovvio, naturale, spontaneo, chiunque possiede nel suo bagaglio esperienziale siffatta informazione: se viene freddo innanzitutto aumenti la copertura del busto, dal collo alla vita, e solo in seguito potresti forse sentire il bisogno di coprire maggiormente anche la restante parte del corpo.

Cambiamo scenario.

IMG_2091Un uomo prende il sole sulla spiaggia, è nudo, ma nessuno pare dargli attenzione: qui la nudità è regola. Ecco che dal mare si alza una leggera brezza, tutti s’infilano una maglia, compreso l’uomo nudo e… Ribrezzo, orrore: “sei un esibizionista”, “che senso ha coprirsi sopra e non sotto?”, “fai schifo”, “ma copriti!”

Discussione su un forum nudista, si parla di una foto che qualcuno ha pubblicato da poco, una foto in cui si vede una persona che passeggia per la campagna, indossa la giacca di una tuta e il resto è nudo. I commenti? Per la maggiore sono commenti di disprezzo: “non ha senso”, “se hai freddo ti copri tutto, non solo la parte alta”, “esibizionista”, eccetera.

Due situazioni similari alle precedenti quattro, due situazioni in cui il fresco domina la scena, due situazioni in cui, però, secondo alcuni, comunque troppi specie in ambito nudista, non è più valido l’atteggiamento comune e naturale visto nei quattro esempi iniziali. Se sei vestito è lecito aumentare la sola copertura della parte superiore, se sei nudo no, se sei nudo devi illogicamente coprirti completamente. Perché? Perché mai da nudi ci si dovrebbe comportare in modo differente, meno naturale, meno spontaneo di quanto si farebbe da vestiti? Boh!

Anello altissimo del 3V (Collio VT – BS)


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La prima metà dell’anello: Collio VT in primo piano, a destra i boschi nei quali si sale alla Pezzeda, poi in sequenza il Monte Pezzolina, la Corna Blacca, Cima Caldoline, il Dosso Alto e il Giogo del Maniva

Da me definito e realizzato come allenamento a TappaUnica3V, è un itinerario ad anello che rappresenta un primo ideale avvicinamento al mondo delle grandi escursioni, quelle che superano le dodici ore di cammino e i duemila metri di dislivello, e dei trail. Ovviamente può anche essere spezzato in due comode tappe grazie alla presenza di strutture della ricettività turistica proprio a metà percorso e alla facilità con cui poter trovare collocazioni ideali per un bivacco con o senza tenda.

Altra prerogativa del percorso è quella di ricalcare per lungo tratto le tracce del sentiero 3V “Silvano Cinelli” nella sua parte più in quota superando molte delle principali cime della Val Trompia, è così possibile una sua interessante seppur parziale percorrenza come preparazione a quella completa. Combinandolo agli altri anelli parziali del 3V che ho definito (nove, compreso questo) e che andrò man mano a descrivere, rappresenta la pratica soluzione per chi non disponga degli otto giorni necessari alla percorrenza dell’intero 3V.

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Dalla vetta del Dosso Alto verso il Lago di Garda

Trattandosi di un percorso che in gran parte segue il filo di cresta a quote superiori al limite dei boschi, ampi sono i panorami osservabili nei quali è quasi costantemente compreso tutto il percorso ancora da fare e tutto quello già fatto. Per lo stesso motivo non esiste possibilità di trovare rifornimento d’acqua, in caso di sole l’insolazione è costante e forte, in caso di pioggia è impossibile trovare riparo. Nel tratto che va dalla Corna Blacca alle Sette Crocette anche in piena estate è possibile trovare forte e freddo vento nonché nuvole basse che impediscano quasi completamente la visione.

N.B.
Il percorso segue la versione alta del 3V ed è pertanto a tratti particolarmente complesso, è comunque possibile renderlo più accessibile utilizzando la versione intermedia o la versione bassa per le quali si rimanda alle relazioni inerenti i tratti 5 e 6 del sentiero 3V.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia – Alta Val Trompia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: Collio Val Trompia (BS), grande parcheggio a sud della Strada Provinciale delle Tre Valli, 150 metri dopo la strettoia della chiesa.
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 845m
  • Quota di arrivo: stessa della partenza.
  • Quota minima: 839m
  • Quota massima: 2217m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con QMapShack): 2830m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con QMapShack): 2830m
  • Lunghezza (calcolata con QMapShack): 30km
  • Tipologia del tracciato: in buona parte su stradine sterrate e sentieri, lunghi tratti su terreno vergine, un tratto con facili passaggi di arrampicata.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): EE5Ef
  • Tempo di cammino: 17 ore e 30 minuti
  • Segnaletica: Tabelle e segni in vernice bianco-rossi nei tratti inziale (segnavia 349) e finale (segnavia 343, poi brevemente 337, infine, dopo un tratto non segnato, di nuovo 343), bianco-azzurri (segnavia 3V) nel più rilevante tratto centrale
  • Rifornimenti alimentari: negozi di Collio, ristoranti al Giogo del Maniva.
  • Rifornimenti idrici naturali: una presa al Passo di Pezzeda Mattina.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: Capanna Tita Secchi al Passo delle Portole (sempre aperta ma non presidiata); Albergo-ristorante Dosso Alto al Giogo del Maniva; Hotel Locanda Bonardi poco più in alto; bivacco Grazzini nei pressi (30 minuti) del Goletto di Cludona.
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): ampie e comode lungo gran parte del percorso.

Profilo altimetrico e mappa

Si parte con un primo importante, seppure discretamente tranquillo, balzo per poi riposarsi un attimo in un lungo trasferimento in falsopiano. Segue una breve discesa e un successivo lungo diagonale al termine del quale una ripida rampa porta ad un altro diagonale quasi pianeggiante con alcuni brevi sali scendi fino allo strappo che porta alla prima sommità del giro. Ad una ripida e tecnica discesa segue un bel tratto di falsopiano, interrotto quasi alla fine da un breve ma ripido strappo. Ripida salita con alcuni brevi tratti di respiro e poi discesa molto tecnica: ripidissima pala erbosa, cresta rocciosa con qualche passaggio in facile arrampicata (primo grado), breve risalita e infine un ripido prato. Lungo tratto pianeggiante e poi, con dolcezza, si risale un poco a riprendere salite più ripide.  Segue una lunga cresta con dolci salite e discese, al contrario, più ripide. Al termine della cresta, dopo il superamento di alcuni rotondeggianti panettoni, ecco la lunga e a tratti complessa discesa finale che, alternando tratti ripidi al altri pianeggianti, riporta al fondo valle.

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Relazione tecnica

N.B.
Il percorso qui relazionato segue la versione alta del 3V, è comunque possibile variarlo utilizzando la versione intermedia o la versione bassa per le quali si rimanda alle relazioni inerenti i tratti 5 e 6 del sentiero 3V.

Dal parcheggio prendere la strada provinciale in direzione del centro di Collio, fatti una settantina di metri scendere a destra per una strada che porta verso il fiume Mella. Poco prima di arrivarci la strada svolta a destra portando a un ponte che permette il passaggio sull’altra sponda. Ignorando i due sentieri che subito salgono nel bosco, andare a destra in piano e dopo cinquanta metri, a fianco del Minigolf, prendere a sinistra una ripida strada cementata che sale nel bosco.

Ignorando un sentiero che si dirama a destra sul primo tornante, proseguire per la strada che subito esegue un’altro tornante. Continuare in ripidissima salita con percorso all’incirca lineare in direzione sudovest, ignorare una deviazione a sinistra che torna indietro, poco più avanti si arriva a un altro bivio, andare a sinistra invertendo la direzione di cammino. Ignorare la stradina che, a sinistra, entra nei prati della ben visibile cascina Moneda (sopra la quale passa la seggiovia della Pezzeda) e salire alla loro destra arrivando ad altro bivio. Andare a destra, passare sulla sinistra di una casa per poi alzarsi nel bosco con alcuni tornanti. Altro bivio, andare a destra, poco dopo, invece, prendere a sinistra arrivando alle case di Pantaghino. Oltrepassate le prime due prendere a destra, si oltrepassa l’innesto da sinistra della strada che sale dalla Busana e, ignorando ogni sentiero che diparte a destra o a sinistra, si perviene a un trivio: a destra un largo sentiero utilizzato come pista di discesa in bicicletta, a sinistra una larga sterrata che scende leggermente, al centro altra strada che sale. Prendere quest’ultima pervenendo, dopo vari tornanti, al Roccolo Cero. Sempre lungo la strada si esce dal bosco per risalire brevemente attraverso il pascolo di Pezzeda Mattina di Sotto, ad un bivio andare a sinistra, ancora alcuni tornanti e si perviene ad uno slargo sottostante un abbeveratoio dove ci si innesta sul sentiero 3V. Ignorando la strada che va a destra, prendere a sinistra in salita per arrivare al vicino Passo Pezzeda Mattina.

Ignorando la prosecuzione della strada e i tre sentieri, uno a destra e due a sinistra, che da questa dipartono (uno dei quali è la Strada dei Soldati seguita dalla versione bassa del 3V), immettersi nel prato a est del passo (sinistra rispetto alla direzione di arrivo) e attraversarlo mirando alla pala erbosa sovrastante. Passando tra la conifera a sinistra e un isolato gruppetto di alberi a destra si perviene all’ultimo ripidissimo tratto che si risale preferibilmente sulla destra. Giunti alla sua sommità ci si trova sul lungo ed erboso crinale occidentale del Monte Pezzolina, scegliendo di volta in volta il percorso più logico (anche in ragione delle eventuali tracce presenti), risalire tale crinale fino alla vetta. Sempre lungo il filo di cresta, ora stretto ed evidente, scendere sul lato opposto passando appena a sinistra del primo tratto di roccette e a destra del secondo. Raggiunta una selletta risalire i pochi metri che portano alla sommità del successivo risalto, scendere a una seconda piccola sella, in pochi passi salire al secondo dosso e, ignorando eventuali tracce che tagliano a mezza costa nel pendio erboso, proseguire lungo il filo del crinale arrivando sopra il Passo di Prael. Mantenendosi sulla sinistra, quasi al filo dei mughi, scendere il ripido pendio erboso pervenendo direttamente al passo.

Prendere il sentiero che sale lungo il filo del crinale sul lato orientale del passo, poco dopo aggirare a sinistra una caratteristica corna rocciosa (Pic del Scalpulì) e il successivo dosso erboso. Ritornati in cresta la si abbandona subito per scendere sul versante opposto fino ad arrivare poco sopra un piccolo dosso erboso con mughi, a destra del quale, dopo un canale erboso, è ben visibile una guglia rocciosa. Qui la traccia volge decisamente a sinistra per tagliare i ripidi prati, prima procede pianeggiante poi si alza puntando ad un crinale caratterizzato, sulla destra, dalla presenza di alcune pareti rocciose. Sempre a mezzacosta, attraversare alla sua sommità un canale erboso alla sinistra del quale, abbastanza in basso rispetto al sentiero, collocati su un verde poggio erboso, sono visibili i ruderi dalla Cascina Sacù, che fu sede del comando della Brigata Partigiana Perlasca. Oltrepassare un altro crinale secondario e, con lungo mezzacosta attraverso il pendio che scende ai detti ruderi, sottopassando le numerose rupi rocciose che si fanno ma mano più alte e massicce, ci si avvicina al corpo principale della Corna Blacca. Passando alla base di una parete rocciosa, oltrepassare l’alveo di un tetro e stretto valloncello e, subito dopo, riprendere a salire. Ignorando una diramazione a destra, con strette curve e qualche tornante, alternando tratti ripidi ad altri di breve respiro, salire tra i mughi raggiungendo un piccolo poggio dove i mughi lasciano un poco di spazio all’erba. Volgendo a sinistra, seguire l’evidente traccia che taglia a mezza costa un ripido pendio erboso per portarsi alla base di una parete rocciosa, qui una comoda cengia permette di costeggiarne per intero la base e, con una breve salita, porta sul filo di un crinale. Scendere leggermente sul versante opposto per poi risalire ad altro crinale. Ancora un tratto a mezza costa passando sopra un canale e poi risalire al crinale spartiacque abbandonato poco dopo il Passo di Prael: la vista cade su San Colombano per poi risalire lungo i dolci pascoli che portano alla linea di monti che collegano il Passo del Dasdana al Goletto di Cludona. Passando a sinistra di uno spuntone roccioso, scendere sul versante triumplino finché la tracia riprende in piano per tagliare sotto una serie di guglie rocciose. In salita, superando alcune facili roccette appoggiate poste sul fondo di un canalone, si perviene all’ennesimo crinale.

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Le due cime della Corna Blacca

Prendere a destra la traccia che sale attraversando la fascia di mughi, un diagonale a sinistra porta alla base di alcune rocce rotte che si risalgono zigzagando (il primo diagonale va a sinistra) per seguirne, camminando, i punti più facili (si può anche salire direttamente, tendosi preferibilmente a sinistra: passaggi di primo grado). Raggiunta la cresta sommitale seguirla a sinistra, un breve pendio ghiaioso adduce alla vetta occidentale della Corna Blacca (madonnina e segnale trigonometrico). Seguire il piano crinale in direzione della ben visibile vetta orientale, come inizia a scendere abbassarsi a sinistra nei mughi. Poco dopo, ripreso il filo della cresta, la traccia torna a farsi piana, a sinistra nei mughi si stacca un sentiero (3V originale), ignorarlo e proseguire lungo il crinale, superare sulla sinistra una piccola guglia rocciosa e, ripreso il filo, in pochi minuti raggiungere la vetta orientale (croce e libro di vetta). Ritornare qualche metro sui propri passi per prendere a destra una traccia che, in lieve pendenza, scende nel pendio erboso tagliandolo obliquamente verso ovest. Con ultimo tratto più diretto e ripido si perviene al più largo sentiero originale del 3V precedentemente ignorato che si segue verso destra. Giunti al centro della larga pala che caratterizza il versante settentrionale della Corna Blacca, volgere a sinistra per discenderla direttamente con vari tornanti. Quando gli sfasciumi terminano portarsi a destra entrando nei mughi, più sotto la traccia torna a sinistra, discende un facile (primo grado) e basso (circa sei metri) caminetto roccioso, taglia un canalone ghiaioso portandosi nei mughi a sinistra dello stesso, scende una bassa (quattro metri) paretina rocciosa, taglia a destra per ritornare verso il canalone ghiaioso, raggiuntone il bordo gira a sinistra per abbassarsi tra i mughi e poi tornare a destra passando vicino a due guglie appoggiate fra loro a formare una caratteristica finestra. Da qui il sentiero scende a sinistra, supera un canalino alla base di una piccola guglia rocciosa, poi ancora a destra tra i mughi, un tratto in più sostenuta discesa e poi a sinistra e in pochi metri esce su un piccolo ripiano (Goletto del Larice) dove da sinistra arriva il sentiero della versione intermedia del 3V e a destra un grosso masso domina la prosecuzione della traccia.

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La Corna Blacca dal Dosso Alto

Prendere la traccia in direzione nord risalendo brevemente tra i mughi per poi traversare nell’erba in direzione di un piccolo intaglio di cresta al quale si perviene con pochi ripidissimi metri di salita. Abbassarsi leggermente sul versante opposto e procedere verso destra passando sotto la cima Ovest dei Monti di Paio. Ripreso il filo di cresta scendere lungo lo stesso fino a un bivio: prendendo a sinistra la discesa è un poco più comoda, a destra è più corta, in ogni caso la traccia è insidiosa, vuoi per il fango che è quasi sempre presente, vuoi per i tanti spuntoni che, in modo disordinato, escono dal terreno. Un tratto in mezzacosta termina, dopo una breve risalita, in un prato, scendere a sinistra sul margine del pascolo, entrare nel bosco sottostante per giungere in pochi metri sul largo sentiero della versione bassa (Strada dei Soldati).

Proseguire in piano a destra lungo la larga Strada dei Soldati, alcune curve contornano il profilo della montagna composta da una sequenza di vallette e crinali secondari e portano ad una larga radura erbosa sottostante una parete rocciosa: il Passo di Paio. Tenendosi a destra del ripido prato tagliarlo in piano, una breve discesa porta a costeggiare una caratteristica tettoia rocciosa e, subito dopo, ad attraversare uno stretto canalone roccioso. Risalire sul lato opposto del canale per poi proseguire, con salite e discese, lungamente attraverso gli erbosi pendii meridionali del Corno Barzò andando a prendere lo stretto canale posto tra delle rupi rocciose , a sinistra, e le pareti di Cima Caldoline a destra. Percorrerlo, prima in piano poi con ripida salita su sfasciumi, superata la strettoia terminale si esce al piano in corrispondenza del Passo delle Portole.

Tenendosi a sinistra, su larga e comoda mulattiera pianeggiante, attraversare un ampio e rigoglioso mugheto, passando sopra la verde conca di Malga Dosso Alto, e raggiungere l’omonimo passo (strada asfaltata) dove le tre versioni tornano a seguire percorsi indipendenti.

Sul lato opposto della strada immettersi sul pascolo per risalirlo obliquando leggermente a destra in direzione del limite orientale della soprastante fascia di mughi. Giunti al suo bordo inferiore seguirlo verso destra e, poco dopo, prendere la traccia che entra nei mughi, li attraversa e, con qualche svolta, risale il pendio in direzione del crinale sulla sinistra. Poco sotto il filo di detto crinale piegare a destra per risalire un breve canalino erboso e pervenire a una piccola pianeggiante radura erbosa cinta a sinistra da un basso muro di pietre accatastate. Avanzare qualche metro, subito dopo una fascia di pietre incassate nel terreno volgere a destra, salire un poco sulla linea di massima pendenza per poi, dove l’inclinazione del terreno aumenta sensibilmente, obliquare a sinistra e raggiungere il crinale soprastante. A sinistra salire nell’ampio pascolo con linea leggermente divergente a destra rispetto al filo del crinale, poco sotto delle roccette piegare a destra tagliando a mezza costa il pendio di un dosso erboso. In vista di una larga sella erbosa sul filo di cresta, volgere a sinistra e raggiungerla, percorrerla brevemente verso destra, poi un altro diagonale nell’erba porta a destra per salire ad altro crinale. Andare a sinistra, poco dopo obliquare a destra per risalire, con alcuni stretti tornanti, un ripido tratto. Ancora in obliquo a destra passando tra i due ingressi di una grotta, poco dopo scendere un basso risalto per superare una specie di trincea, e, tra alte erbe (anche molte ortiche), risalire la pala sommitale mirando all’ormai vicina e ben visibile vetta del Dosso Alto.

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Alba sul Dosso Alto un’emozionante esperienza dei lunghi percorsi e dei trail

Seguire la cresta sommitale passando a monte dei ruderi di una casermetta della Grande Guerra. Poco dopo si perviene a una piccola sella, ignorare le indicazioni e le tracce che scendono subito a sinistra e che portano su un ripido pendio molto esposto, proseguire, invece, ancora lungo il crinale alzandosi sul lato opposto, dopo qualche metro la cresta spiana, passare alla sua sinistra e discendere il pendio mirando alla base delle roccette visibili sulla destra. Scendere un canalino di erba, terra e sfasciumi e pervenire al qui poco percepibile filo della cresta nord (identificato poco a valle da altre roccette), obliquare a destra ancora qualche metro portandosi sul pendio sopra il canalone est, con molta attenzione scenderlo direttamente fino alla base di un pilastrino roccioso, delicatamente obliquare a sinistra per portarsi sopra il canalone nord-ovest. Scendere alle rocce che ricoprono un tratto piano della cresta nord, abbassarsi sulla sinistra scendendo in un canalino, al suo interno superare un breve esposto passaggio in arrampicata (primo grado) e, subito sotto, traversare a destra seguendo una stretta e franosa cengia. Recuperato il filo di cresta, seguirlo superandone il primo spuntone a destra e il secondo a sinistra, pervenendo al punto dove la cresta riprende a precipitare verso valle. Andare a destra entrando nei mughi, subito ritornare a sinistra per prendere e discendere le rocce rotte del filo di cresta. Aggirare a destra nell’erba alcuni saltini verticali abbassandosi fino alla sommità di una parete che verticalmente cala a sinistra. Spostarsi un poco a destra e scendere in arrampicata un esposto saltino verticale (tre metri di secondo grado). Per erbe e rocce rotte scendere lungo il crinale arrivando alla sommità di una placca rocciosa, si può scendere a destra sfruttando una sottile fessura con alcuni piccoli buchi (che però poco dopo finiscono e l’ultimo metro va disceso alla bene meglio o con un salto), oppure (in apparenza più difficile ma alla fine più semplice) spostarsi tre metri a sinistra per scendere a destra il diedro tra le rocce poste dopo la placca e un grosso masso che le sovrasta. Andare a sinistra lungo una cengetta terrosa, discendere ancora qualche roccia rotta, aggirare a destra un breve saltino verticale scendendo in un caminetto creato da grosso spuntone e si perviene alla sommità dell’ultimo salto verticale della cresta. Abbandonando il filo di cresta scendere a sinistra seguendo un ripido ma facile canalino di erba frammista a sassi che conduce all’ampio pendio erboso del tratto mediano del canalone nord-ovest. Scendere direttamente obliquando leggermente a destra in direzione di una specie di ampio e piano terrazzo erboso, al quale si perviene con due stretti tornanti. Dal terrazzo procedere in diagonale a destra per risalire fin quasi ad una selletta sul filo di cresta. Vokgere nettamente a sinistra per scendere ripidamente alcuni metri, andare a destra e raggiungere a una selletta con grosso masso (Forcella Battaini).

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Discesa dal Dosso Alto per la cresta NNO
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Percorrendo la cresta NNO del Dosso Alto

Dalla forcella, tenendosi sul filo di cresta, proseguire verso nord risalendo un dosso, scendere sul versante opposto superando un breve e facile saltino roccioso, ancora un piano diagonale poco sotto il filo e si perviene ad altra selletta. Qui abbandonare definitivamente la cresta per abbassarsi alla sua destra seguendo una traccia che, con vari tornanti, tra alte erbe e macchie di lamponi, scende il ripido pendio. Quando poco sotto si fa ben visibile il muretto di una postazione di sentinella della Grande Guerra, ancora due tornanti e si perviene al piano sentiero militare recentemente (2020) restaurato dagli Alpini di zona. Seguirlo verso sinistra risalendo alcuni gradini poi, passando accanto a diverse grotte e galleria di guerra, procedere a lungo con vista panoramica sui pascoli, costellati di malghe e cascine, che dal Maniva scendono verso Bagolino. Passato un profondo pozzo, d’origine e utilizzo sconosciuti, una breve risalita porta a riscavalcare la cresta nord-nord-ovest del Dosso Alto, una breve discesa conduce a una piana radura erbosa, dominata sulla destra da un dossetto con baracca sospesa. Prendere a sinistra una larga stradina ricoperta d’erba che quasi subito effettua un tornante a destra per poi proseguire in leggera discesa e raggiungere la sterrata del Baremone, dove da sinistra arriva la versione bassa. Seguendo la sterrata in poche decine di metri si perviene all’ampio piazzale del Giogo del Maniva.

Dal grande piazzale del Giogo del Maniva costeggiare a sud l’edifico dell’Hotel Dosso Alto per prendere, dopo pochi metri, una strada sterrata che subito sale ripidamente passando tra una casa, sulla sinistra, e, sulla destra, un crinale erboso con ripida scarpata inizialmente di terra e roccia. Dopo una sessantina di metri sulla destra si stacca uno stretto sentiero scalinato che sale al filo del detto crinale e segna l’ennesimo punto di separazione tra le versioni del 3V.

Risalire il sentiero scalinato, raggiunto il crinale volgere a sinistra e seguire, al suo interno, una trincea. Al termine del solco passare a destra di un bunker, proseguire lungo il filo oltrepassando e ignorando una stradina che sale da sinistra. Raggiunto un largo tratto spianato (da sinistra perviene altra stradina, mentre a destra si entra nella pista da sci) attraversarlo, risalire la ripa franosa sulla sinistra e continuare lungo il crinale, inizialmente reso molto sottile dagli sbancamenti fatti per la pista da sci, poi più largo ed erboso. Ignorare una traccia che si allontana sulla sinistra, in coincidenza ignorare anche il solco che a destra porta sulla vicina pista da sci, continuare, invece, per il crinale che diviene un largo e ripidissimo pendio con alte e scivolose zolle di erba isiga mista a rododendri. Facendo debita attenzione a un profondo buco (grotta o ricovero militare?) nascosto dall’erba alta e posizionato dove una specie di trincea taglia il crinale, risalire per intero il pendio, arrivati alla sua sommità proseguire lungo il crinale ora pressoché pianeggiante, poco dopo seguendo una stradina inerbata raggiungere l’ampia sommità del Monte Maniva. Percorrerla passando a sinistra della stazione di arrivo della seggiovia, scendere sul lato opposto obliquando a destra per prendere e seguire una pista. Raggiunta una selletta percorsa da una sterrata, continuare sul filo del crinale che, dopo poco, diviene largo e impercettibile. Proseguire per la stradina, quando si divide in due abbandonarla per incamminarsi nell’erba tra le due diramazioni della strada. Risalire il pendio lungo la linea di massima pendenza, quando la pendenza aumenta obliquare a sinistra per raggiungere una pista da sci e seguirla fino alla sommità del pendio. Proseguire lungo il crinale puntando al largo passaggio tra due alte sponde di terra, lo si percorre pervenendo a un ampio piazzale sterrato, attraversarlo per intero puntando al centro del suo bordo settentrionale. Ancora per erba si raggiunge una larga strada sterrata da seguire fino alla vicina strada asfaltata di Crocedomini.

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Giogo del Maniva sullo sfondo Dasdana e Colombine

Tenendosi sull’erba a destra, si costeggia l’asfalto fino alla prima lunga curva a sinistra, proprio nel mezzo della curva, sulla destra diparte una strada sterrata, seguirla e, dopo breve tratto, abbandonarla per proseguire a destra su una traccia molto rovinata che sale nel pendio sulla sua linea di massima pendenza. Procedere lungo la traccia, divenuta erbosa, attraversando quattro volte la sterrata, al quinto attraversamento, ignorando la larga ed evidente prosecuzione diretta (eventualmente utile in caso di forte nebbia e poca o nulla conoscenza del percorso: allunga leggermente il cammino ma porta al ben più evidente tracciato di una pista da sci, da seguire verso destra), andare a destra lungo la sterrata fino alla prima vicina doppia curva. Nel mezzo della esse abbandonare la sterrata per prendere a sinistra una debole traccia nell’erba, salire obliquando leggermente a destra, giunti alla base di un erto pendio, piegare a destra per risalirlo sulla linea di massima pendenza. Quando il pendio perde inclinazione facendosi quasi pianeggiante, conviene obliquare a sinistra raggiungendo la pista da sci che si segue a destra fino alla sommità del Dasdanino (ben individuabile già da lontano per la presenza della stazione a monte di una seggiovia). Andare a sinistra per attraversare il largo piazzale e prendere una larga strada sterrata, scendere al vicino Passo Dasdana e, con breve ripida salita, raggiungere la strada del Crocedomini dove questa, con secca curva a sinistra, si porta sul versante orientale del Monte Dasdana.

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Monte Dasdana e prime due Colombine

Attraversare la strada e scavalcare il basso muretto che la delimita, prendere la traccia che sale il pendio erboso procedendo in direzione di una fascia di grosse pietre montonate. Poco sotto di questa la traccia gira seccamente a sinistra per poi risalire alle rocce nel suo punto dove presentano un evidente varco. Procedendo da sinistra verso destra scavalcare la fascia di pietre giungendo alla base di una placchetta rocciosa, senza particolari difficoltà superarla direttamente nel centro pervenendo ad una crestina erbosa, seguirla verso sinistra raggiungendo la sua confluenza con altra cresta parallela ricoperta di grosse pietre. In salita seguire il filo del crinale fin dove spiana, procedere ora poco sotto a sinistra del filo per raggiungere il piazzale erboso dov’era, nella Grande Guerra, collocata una postazione d’artiglieria. Attraversare il piazzale obliquando leggermente a destra in direzione dell’evidente rampa erbosa che risale il muretto di cinta posto a nord, superarla e procedere in direzione del crinale per seguirlo in salita. Quando il crinale spiana, poco sopra a destra si nota la Grotta (?) di Cima Dasdana, abbassarsi leggermente a sinistra per aggirare una saltino roccioso, poi nuovamente lungo il filo fino alla vetta del monte Dasdana.

Andare a sinistra in discesa lungo il largo crinale ovest, dopo una cinquantina di metri obliquare a destra per scendere nell’evidente trincea sottostante (se la si vuole osservare meglio, è anche possibile scenderci direttamente dalla vetta) che si segue a sinistra giungendo a una forcella. Qui la trincea prosegue a destra portandosi sul versante che scende sui Laghi di Ravenola, risalirne, invece, il lato occidentale per proseguire lungo il crinale passando poco sotto e a destra della vetta della Prima Colombina. Sempre lungo il crinale scendere a una sella, la traccia ora si tiene a sinistra del filo di cresta per salire nell’erba. Svoltando a sinistra raggiungere la sommità di un piccolo ma largo spuntone roccioso, qui il sentiero piega nettamente a destra per riprendere il crinale e seguirlo fino alla vetta della Seconda Colombina. Passando accanto a un traliccio dell’alta tensione, scendere sul lato opposto pervenendo a una larga sella dove si incontra una mulattiera di guerra che sale da sinistra. Per questa proseguire a mezza costa a sinistra del crinale, un tornante riporta verso il filo ma, prima di raggiungerlo, un altro tornante porta la traccia ad allontanarsene nuovamente. In pochi metri si perviene sul crinale sudovest del Monte Colombine, seguirlo a destra per raggiungere la vicinissima vetta, punto più alto di tutto il 3V (2217 metri).

Ritornare sui propri passi e, dove la mulattiera scende a sinistra, proseguire lungo il crinale mirando a un gruppo di rocce rosse. Contornarle sulla sinistra (è anche possibile scavalcarle direttamente) e riprendere subito il crinale. Poco dopo si perviene a una caratteristica zona formata da grandi lastroni rocciosi con profonde spaccature, attraversarla direttamente (preferibile tenersi al suo limite destro) e poi, a sinistra, raggiungere e superare uno stretto passaggio tra due grossi massi. Piegare a destra nel pendio erboso, un tornante riporta a destra, scendere un canalino roccioso e, subito sotto, ritornare verso destra, Con varie curve e tornanti, seguendo un’evidente traccia scavata, discendere la larghissima pala di erba, terra e sassi. Risalire, sfiorandola sulla destra, alla cima della Terza Colombina, scendere leggermente e, con tratto piano, passare poco sotto la sommità della Corna Rotonda. Una leggera risalita porta a sfiorare a destra la vetta della Quarta Colombina, scendere nell’erba prima obliquando a sinistra e poi, seguendo l’andamento non lineare del largo crinale, a destra in direzione dell’ampia e ora evidente sella del Goletto di Cludona (riconoscibile per la strada sterrata che gli passa a sinistra e prosegue oltre). Raggiunto il Goletto oltrepassarlo per prendere la larga sterrata che sale lungo il filo dell’ampio crinale, quando si biforca ignorare la diramazione piana a destra e proseguire dritti in salita su fondo ora molto più sassoso e irregolare. Quando la strada scende a sinistra, continuare dritti su tracce nell’erba portandosi alla sommità del dosso. La cresta piega decisamente a sinistra compiendo quasi un tornante, seguirla e proseguire fedelmente lungo la stessa superando due altri piccoli dossi, dalla vetta del secondo una franosa discesa porta all’ampio erboso valico del Passo delle Sette Crocette, sul lato destro del quale ben evidente si nota l’altarino di sassi con le sette croci.

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Le Sette Crocette
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La vista verso le malghe Mesole e Mesorzo

Dal passo procedere in direzione sudovest seguendo un evidente sentiero.  Ignorare la traccia segnalata che, poco dopo, si tiene a sinistra per scendere alle malge Mesole (dirocata) e Mesorzo. Con un lungo e comodo mezzacosta attraversare i pendii erbosi sottostanti il Monte Singla, una breve risalita porta a uno stretto e caratteristico intaglio tra il pendio del monte e un piccolo spuntone roccioso. Scendere sul lato opposto per poi riprendere a mezza costa e puntare alle rocce del poco evidente Dosso della Croce. Poco prima di queste si perviene al filo del crinale, abbassarsi un poco sulla destra per aggirare alcuni spuntoni rocciosi e riprendere il filo del crinale dove questo diviene un largo e arrotondato costone erboso a cavallo tra la conca di Memmo (Collio V.T.)  e quella di Graticelle (Bovegno).

Seguendo l’evidente traccia che segue il filo del costone procedere verso sud per l’intero tratto pressoché pianeggiante, giunti al cambio di pendenza (grosso ometto) il costone si biforca, seguire, senza via obbligata nell’erba del pascolo, il ramo di sinistra. Godendosi la piacevole sensazione del camminare sull’erba morbida e senza il patema di dover seguire un percorso ben preciso, abbassarsi a tratti ripidamente a tratti più dolcemente fino a incrociare un largo sentiero segnalato: a seconda del punto in cui lo intersechiamo potremmo doverlo seguire un poco verso destra (se nella discesa ci siamo tenuti troppo a sinistra), verso sinistra (se siamo scesi troppo a destra) oppure potremmo poterlo ignorare per prendere subito una traccia non segnalata che procede in discesa lungo il filo del costone erboso; nel dubbio procedere dritti in discesa mirando al verde evidente costone del Dosso Canali.

Raggiunto il Dosso Canali proseguire in discesa lungo il larghissimo crinale: la traccia è evanescente ma la direzione da seguire è ben evidente. Giunti ad una sella erbosa tra due dossi, prendere un’erbosa larga stradina che aggira a destra il dosso a valle e porta ad altra sella a sinistra della quale si nota una larga pozza d’abbeverata. Risalire il crinale opposto per poi seguirlo fedelmente passando sopra e a destra della malga Canali. Poco oltre si riprende a scendere con decisione.

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Lungo la discesa dopo malga Canali

Ripresa la traccia segnalata, seguirla abbandonando il filo del crinale per abbassarsi sul suo versante destro. Dopo alcuni tornanti la traccia prende decisamente a sinistra per scendere un bel prato con radi alberi puntando ad un capanno da caccia. Giunti al suo confine, andare a sinistra e, in pochi metri, raggiungere una strada sterrata. Seguirla a destra finchè sulla sinistra diparte un’altra sterrata subito chiusa da una sbarra. Seguire quest’ultima, giunti all’ingresso della Cascina Mariet imboccare sulla destra uno stretto sentiero che con alcuni tornanti scende nel bosco. Uscendo nel bosco la traccia sembra morire in un prato, tenersi a sinistra per passare sopra la prima cascina (è comunque possibile scendere ad essa e passarci davanti), scendere alla strada di servizio e seguirla fedelmente fino a sbucare su una strada cementata. Attraversarla per prendere altra strada cementata che attraversa una radura erbosa (Plagna) e poi scende ripidamente nel bosco. Un tornante a sinistra porta verso due case, scendere verso la più bassa e poco prima di raggiungerla a destra prendere la larga traccia erbosa che attraversa un prato e rientra nel bosco sul lato opposto. La stradina ora torna a farsi pulita e ben evidente, uscendo dal bosco, però, svanisce, ignorare la larga e scavata traccia che scende a destra, salire invece la sua sponda orientale per portarsi nel prato e discenderlo obliquamente in direzione della casa sottostante (località Letes), poco sopra la quale si interseca una evidente traccia che conduce alla strada di accesso. Seguirla a sinistra per scendere, su ripido cemento, alle prima case di Collio. Attraversare la strada asfaltata per scendere una scalinata che porta su via Federico Bagozzi, seguirla a destra in discesa pervenendo in breve a Piazza Giuseppe Zanardelli, attraversare la piazza per prendere via Emilio Ballardini che porta alla strada provinciale della Val Trompia. Seguirla a sinistra e in breve si perviene al parcheggio di partenza.

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto di quella che è da considerarsi l’andatura ottimale per un escursionismo agevole e, nel contempo, sicuro, vedi spiegazioni dettagliate. In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggioTempo del tratto (ore:min)
Collio parcheggio00:00
Località Pantaghino01:00
Roccolo Cero01:00
Passo Pezzeda Mattina00:30
Passo di Prael00:45
Corna Blacca01:30
Passo delle Portole01:30
Dosso Alto01:00
Giogo del Maniva – Albergo Ristorante Dosso Alto01:30
Passo Dasdana02:00
Monte Colombine01:00
Goletto di Cludona00:45
Passo delle Sette Crocette01:15
Dosso Croce00:30
Dosso Canali01:15
Mariet00:45
Letes00:45
Collio parcheggio00:30
TEMPO TOTALE17:30
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Sulla cresta NNO del Dosso Alto

Vedi (e segui) la pagina del sentiero per altre informazioni.

Le ricette del “Cuoco Nudo”: spaghetti uno, due, tre


Ingredienti (per quattro persone)

480g di spaghetti grossi, 50g di sale grosso, 3l di acqua, 10 mandorle, 6g di zenzero, 20 pomodorini ovali (Piccadilly, Pakino Ovale o simili) ben maturi.

Preparazione

Mettete al fuoco l’acqua per la cottura degli spaghetti e in attesa che prenda il bollore sgusciate e tritate finemente le mandorle, tritate grossolanamente lo zenzero, mondate e tagliate a pezzetti i pomodori, indi mescolate i tre composti fra di loro provocando lo schiacciamento delle fette di pomodoro e la dispersione del relativo succo. Quando l’acqua bolle aggiungete il sale grosso e lasciatelo sciogliere, a questo punto immergetevi gli spaghetti e lasciateli cuocere a fiamma medio bassa.

Quando manca un minuto alla giusta (al dente) cottura della pasta, prelevate e mettete da parte un mestolino di acqua di cottura della pasta, indi scolatela. In un largo tegame versate l’olio e scaldatelo leggermente, versate la pasta e, mescolando in continuazione, lasciatela insaporire, aggiungetevi il composto di pomodori, zenzero e mandorle. Mescolate per bene facendo colorire di rosso la pasta, bagnate con l’acqua di cottura tenuta da parte e lasciate al fuoco ancora per circa un minuto poi impiattate.

Decorate a piacere e accompagnate con del vino rosato mosso bel fresco.

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