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#VivAlpe 2019, gustando antichi sapori


Castel Bertino, seconda vetta del Monte Guglielmo (archivio Emanuele CinellI)

Il Monte Guglielmo è di sicuro una delle montagne più frequentate delle Prealpi Bresciane, quasi tutti a Brescia la conoscono, anche perché dalla città è ben visibile, se ne individua persino la chiesetta monumento eretta sulla cime dal Castel Bertino. Ne consegue che i sentieri che lo risalgono sono alquanto battuti, non tutti però e così anche qui è possibile compiere delle escursioni in piena solitudine, gustandosi il piacere di camminare immersi in una natura rigogliosa e invadente, di ascoltare l’insolito rumore del silenzio, di odorare il dolce profumo dei ciclamini che popolano il bosco, d’imprimere nella mente i mille colori che inondano i pascoli, di potersi liberare dai vincoli che impongono la copertura del corpo, di sentire il sole e l’aria che liberamente inondano la pelle. La Valle della Lana è uno di questi percorsi ed è stata la traccia di questa nostra escursione.

Sabato sette settembre, di prima mattina in quattro ci ritroviamo al piccolo parcheggio di Inzino Gorga, la presenza dei mezzi di trasporto d’una fiera, che non sapevamo esserci, ci complica un poco il posizionamento delle nostre vetture. In ogni caso in perfetto orario ci mettiamo in cammino.

Superato velocemente il gelido tratto di strada asfaltata, eccoci all’inizio del sentiero, un poco di sole ci riscalda ma quasi subito si rientra nell’ombra degli alberi dove la presenza del torrente contribuisce a rallentare il riscaldamento dell’aria. Proseguiamo ammirando le varie cascatelle e le diverse pozze, poi il sentiero, con breve ma ripida balza scalinata, si alza sopra una profonda forra rocciosa, Con questo primo sforzo le nostre membra raggiungono la temperatura del confort e l’abbigliamento, ormai inutile, finisce stipato negli zaini.

Una delle cascatelle della Val d’Inzino (archivio Emanuele CinellI)

Eccoci al bivio per la Val della Lana: dal calmo cammino pressoché pianeggiante ci si trova improvvisamente catapultati in una ripida salita. Con la complicità del passo impostato da Stefan, qualcuno inizia a lamentare l’indurimento muscolare alle gambe, allora, con uno slancio corsaiolo, recupero la testa della fila e imposto un passo più tranquillo. Alcuni tratti pianeggianti, seppur brevi, consentono di recuperare fiato ed energia e riusciamo a proseguire senza l’esigenza di rilevanti soste.

Passando attraverso l’immancabile macchia di pungenti ortiche, oltrepassiamo i ruderi di Malga Lana e procediamo nel bel bosco costellato di varie specie di funghi. Con piacere ne indico il nome volgare e scientifico ai miei compagni, aggiungendovi annotazioni in merito alla qualità gastronomica, all’interesse alimentare e alla tossicità. La salita si è fatta meno ripida permettendoci di procedere abbastanza speditamente e, nonostante le diverse piante cadute che come forche caudine c’impongono una faticosa ginnastica, quasi senza accorgercene siamo alla strada che collega la Croce di Marone alla vicina malga Colonno Vecchio. Dieci minuti di sosta sono dovuti, vuoi per l’accogliente invito formulato dalla verdissima radura prativa contornata da rovi che ancora mettono a disposizione alcuni dei loro saporiti frutti, vuoi per rilassare le gambe prima d’immettersi sulla successiva salita che so essere nuovamente impegnativa.

Da Colonno Vecchio verso la Corna Tiragna (archivio Emanuele CinellI)

Ci alziamo all’interno di una splendida faggeta, la traccia, sempre ben visibile, sale quasi costantemente sulla linea della massima pendenza e così si guadagna velocemente quota: in poche decine di minuti, accolti dall’abbaiare di una decina di cani, siamo a Cascina Costarica, inaspettatamente ancora abitata dal pastore. Salutiamo cani e persone e riprendiamo il cammino immettendoci sul ripidissimo pascolo che si alza sotto le pareti rocciose della Corna Tirana. Seguendo le varie tracce di pascolo, con innumerevoli zig-zag guadagniamo quota raggiungendo il lungo diagonale che, senza particolari difficoltà tecniche, permette di raggiungere il crinale sovrastante le dette pareti rocciose. La stagione ha ormai spento la fioritura che in questo tratto e spesso notevole e straordinaria, ma possiamo comunque ammaliarci di un paesaggio altrettanto splendido, in particolare i miei compagni rimangono estasiati d’innanzi alla sorpresa che presenta l’arrivo sul crinale: l’improvvisa apparizione della grande distesa azzurra del lago d’Iseo che si distende ai piedi del verde cupo dei boschi, sopra i quali il verde dei pascoli si fa più chiaro a creare un fantastico quadro a mille tinte e mille contrasti.

Cascina Costarica e la salita che segue (archivio Emanuele CinellI)

Un forte vento freddo percorre il crinale, le basse nuvole scorrono velocemente coprendo e scoprendo qual che resta del nostro cammino verso la vetta. Tra giochi di luce aggiriamo i verdi rilievi sommitali, dopo una curva appare il monumento del Redentore, ancora pochi minuti e lo raggiungiamo. Le nuvole vogliono graziarci e, contrariamente a quanto spesso qui avviene a cavallo del mezzogiorni, si alzano a liberare completamente il panorama. Entriamo nel locale sotto la chiesetta per poterci rifocillare al riapro dal vento e dalla pioggia che, debole ma insistente, ha iniziato a scendere.

Panorama dalla vetta di Castel Bertino (archivio Emanuele CinellI)

Soddisfatte le esigenze dello stomaco e indossati gli indumenti da pioggia ci rimettiamo in cammino. Vorrei portarmi via quanto qualche maleducato ha lasciato sul tavolino presente nel detto locale: una bottiglia di plastica; un piatto, bicchiere e alcune posate sempre di plastica; vari resti di cibo. Purtroppo non ho con me e non è reperibile un sacchetto ove mettere tali rifiuti, per altro indosso la zaino da corsa, troppo piccolo per ospitarli. Sapendo che in zona sono presenti gli alpini per organizzare la grande manifestazione che qui ci sarà il giorno seguente, me ne vado un po’ meno dispiaciuto dal non poter effettuare le dovuta pulizia del locale (ci penseranno di certo loro), ma pur sempre amareggiato per il comportamento di certe persone.

Poco sotto la vetta la pioggia, come immaginavo, finisce e lascia man mano spazio al sole e al suo calore. Mantelle e giacche da pioggia ritornano negli zaini, purtroppo non accompagnate dai pantaloncini che, nonostante la temperatura rifattasi decisamente confortevole, per ora dobbiamo mantenere indossati data l’alta frequentazione del tratto che stiamo percorrendo. Un’oretta dopo, però, eccoci alla Croce di Marone e pochi minuti dopo infiliamo la Valle d’Inzino. Qui il percorso si fa nuovamente solitario e possiamo ridare libertà all’intera pelle, che immediatamente ci ringrazia.

La discesa per qualcuno s’è fatta critica: le gambe dure e dolenti gli provocano fitte ad ogni passo, specie quando si presentano, e si presentano spesso, saltini rocciosi o radichiosi da discendere. Con passo conseguentemente rallentato, discendiamo la valle, oltrepassiamo il tratto servito dalla cordina metallica, ammiriamo la cascata limitrofa a tale passaggio, apprezziamo il ritorno del rigoglioso e gaudente torrente, sorseggiamo l’acqua di una sorgente, liberiamo il sentiero da alcuni rami caduti, incrociamo due pescatori ed eccoci all’inizio della serie di guadi che preannunciano l’avvicinarsi alla fine del percorso, che raggiungiamo in una mezz’ora di cammino.

Videoclip dell’escursione (prodotto da Daniele)

#VivAlpe 2019 due nuovi amici e una spettacolare escursione


A causa di sconcertanti e sconfortanti avvenimenti (vedi “Lezioni di moralità”, “Gentilezza letale” e “Dagli all’untore”) avevo dovuto rimuovere dal programma la prevista uscita in quella splendida e solitaria valle di Braone che tanto mi e ci aveva colpito già al nostro primo incontro e nella quale, di conseguenza, siamo ritornati ogni anno per quattro anni con brevi escursioni e anche lunghi soggiorni. L’alternativa individuata, grazie anche a una precedente visita interrotta a metà per via della copertura nevosa che ancora ne copriva la parte più alta, è stata una valle che, per quota e collocazione territoriale, della val Braone ricalca in parte le caratteristiche: la val Retorti.

Più corta e priva di strutture ricettive, come la prima anche questa è una valle secondaria che, staccandosi da un solco più ampio, solitaria risale a monte incuneandosi tra alti dirupi in parte boschivi e in parte rocciosi, per terminare in una interessante, seppur poco rilevante, vetta al cui fianco sinistro orografico un piccolo valico la mette in comunicazione con altro solco vallivo e, attraverso questo, con una zona ben più frequentata. Come la prima anche questa è solcata da un rumoroso torrente e percorsa da un unico vero sentiero che, prima in un ombroso bosco, poi per soleggiato terreno aperto caratterizzato da grandi placche rocciose spezzate da linee d’erba arricchite di fiori e rododendri, seguendone i punti di debolezza risale tre ripide balze tra loro separate da pianeggianti conche.

Alla fine posso dire che, personalmente, sono assolutamente contento della scelta fatta, una scelta che ci ha permesso di effettuare un’uscita con tutte le caratteristiche necessarie a una classica escursione di montagna: dislivello superiore agli ottocento metri, lunghezza inferiore ai dodici chilometri, sentiero evidente e pulito. Dalle opinioni raccolte sono in grado di riportare che pure gli altri presenti sono rimasti soddisfatti, qualcuno ha faticato non poco per arrivare alla meta, anzi, distrutto voleva fermarsi poco sotto e solo a seguito della mia insistenza si è deciso a salire quegli ultimi fatidici venti metri di dislivello e cento di distanza. Anche questo è parte della gioia e della formazione di un escursionista: il saper andare oltre, il saper tenere duro, il saper riconoscere e superare i momenti di crisi, l’essere cosciente che sono sempre possibili e che è altrettanto sempre possibile affrontarli e vincerli, l’apprezzare la sensazione di profondo rilassamento che segue alla contrazione muscolare, di rinascita corporale che segue alla debolezza fisica, il sapere che il recupero non necessita di lunghe pause bensì richiede pochi minuti, imparare a conoscere realmente il proprio fisico e i suoi segnali, saper distinguere l’affaticamento dal trauma, saper superare la paura di non farcela.

Molti dei soliti amici sono in ferie, siamo comunque in otto: io, Maria, Stefan, Marco, Francesca, Luise, Daniele e Michel. Alla partenza la temperatura fa sentire qualche morso di freddo, ma ben presto, sotto l’effetto del cammino, la sensazione si attenua per poi passare sul lato opposto non appena il sole riesce a raggiungerci inducendoci a riporre tutte le vesti negli zaini. I due nuovi amici (Daniele e Michel), sebbene in contesti diversi, hanno già sperimentato la nudità e immediatamente si associano al resto del gruppo. Ripreso il cammino, tranquilli saliamo lungo il sentiero che, con vari tornanti, alternando tratti ripidi ad altri meno, sale nella fitta e pulita conifera. Incrociamo un escursionista che scende: superato il primo momento di comprensibile sorpresa ci passa accanto indifferente alla nostra nudità. Ci avviciniamo alla sommità del secondo salto della valle, qualcuno inizia a sentire la fatica, qualcuno ha impostato discorsi troppo profondi e impegnativi per accompagnare il cammino montano, le fermate si sono così moltiplicate prolungandosi assai più del necessario. Nonostante tutto perveniamo alla piana intermedia dove concedo al gruppo una breve sosta, vuoi per recuperare fiato e gamba, vuoi per spalmarsi la crema solare che, da qui in avanti, diviene assolutamente indispensabile, vuoi per permettere ad un gruppo di persone che sta salendo dietro di noi di superarci, ma questi si fermano pure loro e resteranno dietro di noi fino al lago Retorti.

Il lago, eccoci finalmente a questo fantomatico lago, invero una piccola pozza di discioglimento che riempie il fondo di una conca sottostante la ganda che porta alla piccola piramide sommitale del Monte Bruffione. Per noi rappresenta la meta e, mentre l’altro gruppo ci oltrepassa mirando alla vetta, ci sistemiamo nei suoi pressi per la nostra usuale lunga sosta pranzo. La passiamo mangiando e chiacchierando, godendo in piena tranquillità del sole e del panorama, disturbati solo da un grosso nuvolone che va a coprire il sole lasciando emergere la temperatura di quella brezza che fino a ora aveva solo compensato la forte insolazione.

Rientrati a valle percorrendo lo stesso percorso fatto in salita, come sempre, prima di lasciarci, ci raccogliamo attorno al tavolo di un bar per una fugace merenda e poi… ciao alla prossima.

#VivAlpe 2019, quarta uscita tra sole e pioggia


Soffi di vento ci sferzano il corpo mentre ci avviamo sull’odierno cammino, tanto forti da rendere difficile l’incedere, tanto gelidi da penetrare gli indumenti e provocare intensi brividi, tanto persistenti da far rimpiangere il letto da poco abbandonato. Eppure proseguiamo, ben presto usciremo dall’incavo della valle e prenderemo a salirne un versante trovandoci così fuori dal centro del flusso ventoso, poco dopo entreremo in un bosco dove le fitte fronde ci faranno da barriera.

Un muflone, totalmente indifferente al vento, ci osserva con strana attenzione, attorno a lui decine di daini pascolano serenamente, due maschi dai palchi imponenti vigilano sulla mandria. I prati della Mitria, antica chiesa, morbidamente accolgono i nostri passi e ci accompagnano al bosco. Inizia la salita, una lunga salita costante e ripida, opportuno affrontarla con passo tranquillo e leggero.

Calice rosaceo appare tra il verde del fogliame, gialli fili di sole ne costellano il centro innalzandosi verso l’azzurro del cielo, più lontano ne appaiono altri due, radiose peonie che ammaliano lo sguardo e colorano la mente. Piccole macchie dorate e altre violacee di poco sovrastano gli alti fili d’erba, tavolozza d’un silente pittore.

Nello sforzo della salita i nostri corpi si sono scaldati e chiedono refrigerio, svaniscono le vesti e subito s’intona un percettibile inno di ringraziamento. Nudi nella nuda natura riprendiamo a salire, sotto di noi il rumore della valle si è fatto leggero, sopra di noi s’intravvede il passaggio netto tra l’ombra del monte e il chiaro del sole. Pochi metri ancora e un debole ma piacevole calore ci avvolge.

Vecchia strada sterrata rende il cammino più agevole e ci permette di prendere il fiato necessario all’ultima salita. Lindo capanno da caccia e lo sguardo s’allunga un attimo verso i monti del versante opposto sui quali posso individuare i vari sentieri che ho percorso. Sant’Onofrio, Monte Porno, Monte Conche, Monte Palosso, tanti ricordi, tanto divertimento, tanti fiori, tanta natura. Di nuovo nel bosco, di nuovo sentiero, di nuovo secca salita, di nuovo fiato pesante e gambe dure.

All’improvviso il pendio s’interrompe, siamo alla panoramica cima del Monte Dragoncello, punto sommitale del percorso odierno. Un bel praticello invita alla sosta, alti cespugli proteggono dalle fredde folate d’aria, rade nuvole lasciano spazio ai raggi del sole, gradevole calore ricopre la pelle, si decide per una lunga sosta. Pranziamo lasciandoci cullare dal silenzio del monte, arrivano tre ragazzi, cordiali saluti, loro riprendono a ritroso il cammino, noi riprendiamo il bagno di sole. Pochi minuti e notiamo grosse nuvole temporalesche che stanno addensandosi a nord della nostra posizione, meglio rivestirsi e iniziare la lunga discesa.

Ritroviamo i tre ragazzi che si sono fermati su un dosso erboso per mangiare, avremmo voluto fermarci a chiacchierare ma le nuvole sono ormai prossime e sempre più nere per cui proseguiamo. Pochi minuti ed ecco che piccole gocce iniziano a cadere, indumenti da pioggia escono dagli zaini, giusto in tempo: la pioggia si fa insistente e l’accompagna una soffice bianca grandine. Il bosco protegge la nostra discesa mentre tuoni, lampi e fulmini vengono a farci compagnia. Usciamo dal bosco, Angelo è ancora in pantaloncini corti così approfittiamo di un capanno con ampia tettoia per una sua più comoda vestizione e per attendere il passaggio di una nuova scarica di grandine.

Cascina di San Vito

Ben protetti negli indumenti da pioggia possiamo procedere con quella calma e quella attenzione che fango e viscide rocce richiedono. Un lungo traverso ci conduce all’ampia sella del Colle di San Vito, dalla quale senza sosta imbocchiamo il sentiero che discende la splendida Val Salena e ci porta a Nave. Sostiamo all’agriturismo Dragoncello dove invero erano convinti che, visto il tempo, non saremmo arrivati, invece eccoci qui per una buona merenda a base di salumi e gnocco fritto (anche se loro pensavano ci saremmo fermati per un più sostanzioso pranzo ed avevano tenuto a disposizione per noi un rosso braciere e relativo fuochista; boh, noi s’era con loro parlato solo di merenda!), anteprima di quello che sarà la cena del 18 maggio, nostro prossimo evento che da semplice escursione si è evoluto in una più complessa festa di primavera, confidando e sperando nel supporto dei nostri amici al fine di poter arrivare ad essere quantomeno una decina di persone e poter fare buona impressione sulla gestione di tale struttura.

Grazie Angelo per la splendida giornata e la tua sempre piacevole compagnia.

VivAlpe 2019, tre per tre in ravanage


Sabato 13 aprile 2019, nemmeno il maltempo può fermare le uscite di VivAlpe 2019: proprio all’ultimo momento, quando ormai stavo già meditando di cambiare meta ed effettuare una 25 km di allenamento, ecco che mi arriva una mail da una recentissima iscritta nella lista degli Amici di Mondo Nudo che vorrebbe partecipare, insieme al suo compagni, alla prevista escursione: in men che non si dica le confermo la cosa e ci accordiamo sul punto di ritrovo… si ritorna ai propositi prefissati.

Eccoci al parcheggio di Forno d’Ono, io, Daniela e Vincenzo, ben coperti e ben motivati ci incamminiamo sotto una leggera pioggerella in direzione della nostra lontana e invisibile meta: la variante alta del 3V, nel tratto che transita sotto le rocce sommitali della Corna Blacca. Nonostante la presenza di rovi che ostacolano il passaggio, grazie anche alla mia cesoia da giardinaggio (abitudine che dovrebbero avere tutti gli escursionisti: la manutenzione dei sentieri è compito ingrato al quale tutti devono sentirsi coinvolti, troppo comodo dare sempre tutto per scontato, ivi compreso che i sentieri siano sempre belli puliti), superiamo agevolmente il primo salto della valle, con pochissimi metri di respiro segue il secondo ora fuori dal bosco ma in un ripido canalone a tratti facilmente percorribile, grazie alla pietre di media dimensione, a tratti meno trattandosi di più fine e instabile graniglia.

Eccoci alla base del terzo salto della valle, qui il canalone si fa ancor più ripido e instabile, salire diviene assai più faticoso ma saliamo, sbuffando e ansimando saliamo costantemente. Sopra di noi si erge il fantastico e immenso versante meridionale della Corna Blacca, purtroppo oggi completamente nascosto alla nostra vista dalle basse nuvole. Finalmente il sentiero esce dal canalone per infilarsi in un bel bosco di faggi e in breve siamo alla Cascina del Pian dei Canali, luogo ameno che invita alla sosta e alla meditazione, infatti qui incontriamo un solitario escursionista che ci racconta essere appunto qui salito per dare sostanza all’anima.

Dopo un breve riposo riprendiamo il cammino verso l’alto, breve tratto di salita e poi un ben celato traverso, in leggera discesa, ci riporta sul fondo del canalone precedentemente abbandonato. Qui la pendenza è decisamente minore del tratto basso e la vegetazione abbondate (in prevalenza mughi) consolida il terreno permettendoci una progressione veloce e agevole. Non c’è molto tempo per rilassarsi, presto si riprende a salire e ora inizia il tratto a me ancora sconosciuto. All’inizio traccia e segnaletica sono abbastanza evidenti e non ho dubbi sulla strada da seguire. Sorpresa, un leggero nevischio ghiacciato appare a piccole macchie tra l’erba, non è ancora preoccupante e, a naso, il dislivello che ancora dobbiamo coprire non dovrebbe essere tale da portarci in neve alta. Le classiche ultime parole famose: poco a poco mentre saliamo la neve si fa più presente e la salita diviene più perigliosa, si scivola parecchio sul fondo di erba infradiciata e la segnaletica si è fatta molto rada. Con qualche titubanza, visto che i miei compagni sono ancora in forze e non palesano cedimento, procedo ancora verso l’alto, ma la neve ora arriva a coprire per intero il pendio, difficile individuare traccia e segnaletica, solo procedendo a zig zag riesco ogni tanto a trovare qualche segno tranquillizzante.

Alzo lo sguardo e nel fitto delle nuvole intravvedo delle pareti rocciose: “vuoi vedere che siamo arrivati al 3V?” Un ripido e scivolosissimo pendio mi separa dalla loro base, faccio fermare i compagni, mi alzo velocemente in direzione delle pareti ma… niente, solo una vaga sensazione di sentiero con qualche strano segno verde. Provo a seguirlo e mi ritrovo all’interno di un canalino, si sale agevolmente ma alla sua fine ancora del 3V non trovo traccia, alla mia destra vedo un ripido canale che non conosco, mentre a sinistra si esce su un pendio completamente ricoperto di neve e vari scarichi di piccole slavine. Niente da fare, siamo al capolinea, già da solo avrei forti dubbi sull’opportunità di procedere, figuriamo avendo al seguito altre persone. Velocemente ritorno dai mie compagni di viaggio e li avviso che dobbiamo rientrare per la via di salita.

Il primo tratto di discesa si svolge su di un terreno erboso privo di zolle e, pertanto, ci vede esprimerci in qualche lungo scivolone, non ci sono particolari pericoli, comunque preferisco tenere sotto controllo la situazione ponendomi a valle dei mie compagni e facendo da freno a Vincenzo che sta faticando parecchio a stare in piedi. Con calma perveniamo alla base di questo malo tratto, ora il terreno si fa più lavorato e possiamo scendere con minore tensione. Il mio occhio allenato ritrova facilmente le deboli tracce che abbiamo lasciato in salita e in poco tempo siamo all’erba pulita. Nel frattempo si è messo a piovere con una certa insistenza, ma non ci badiamo più di tanto: senza sosta proseguiamo fino a ritornare alla Cascina del Pian dei Canali. L’altro escursionista è già ripartito, ci accomodiamo,, ci cambiamo le maglie bagnate, indossiamo una giacca asciutta e mangiamo qualcosa fruendo delle comode panche. Per corroborarci un attimo e prepararci al rientro a valle, con debita moderazione, giusto solo un sorsetto, approfittiamo della ricca dotazione di alcolici.

Ripartenza. Per alleggerire la discesa non scendo dal canalone di ghiaia ma seguo un bel sentiero che, seppur allungando il percorso, agevolmente ci porta ala strada sterrata che unisce Ono Degno al Passo di Pezzeda Mattina. La seguiamo fino a prendere l’altra sterrata che porta in località Cogne, dove un bel sentierino ci porta al fondo valle. Attraversiamo il torrente su un ponte estremamente scivoloso e Vincenzo si esibisce il un bel scivolone con sonora chiappetttata che gli rintrona nella budella: gli ci vuole qualche minuto per rimettersi in piedi. Ancora giù per il sentiero che costeggia il torrente per sfociare dopo poco nella rovinatissima sterrata che porta alla Cascata dell’Acqua Bianca. Sosta fotografica e poi via per rientrare agevolmente e senza ulteriori esercizi ginnici alla macchina.

Che dire, nonostante tutto, nonostante la pioggia, nonostante la neve, nonostante il freddo, nonostante il non aver potuto completare l’anello previsto, nonostante il ravanage, ecco nonostante tutto questo e altro è stata una magnifica giornata, ho conosciuto due nuovi simpaticissimi amici, lei ha dimostrato d’essere veramente a suo agio in montagna, ambedue sono ben allenati e si è salito e disceso abbastanza velocemente: mi sono proprio divertito.

Grazie Daniela, grazie Vincenzo, la vostra compagnia è stata veramente piacevole, spero di rivedervi quanto prima.

Analogamente spero di vedere presto altri nuovi amici di Mondo Nudo, altri nuovi appassionati di escursionismo, altre nuove persone interessate al camminare in nudità, altre nuove persone che vogliano perseguire l’inclusione con la montagna, unico modalità per poterne realmente apprezzare tutte le qualità e riceverne tutti i benefici.

Guarda le prossime interessanti uscite di VivAlpe 2019.

18 maggio c’è un’occasione tre in uno: escursione, merenda e cena.

A presto!

#TappaUnica3V e gli stupidi errori


Che volete che vi dica, a volte si prendono decisioni all’apparenza intelligenti ma che poi si rivelano (forse) solo stupide: per tre volte ho utilizzato un certo modello di scarpa, sempre quello nella logica del “non si cambia all’ultimo ciò che hai ben provato prima”, una scarpa con cui ho fatto senza problemi tantissimi chilometri, tantissimi metri di dislivello, tante ore di cammino e di corsa, poi, nella considerazione che l’ultima volta (a giugno di quest’anno) fin dai primi chilometri ho dovuto sopportare una metatarsalgia e, arrivato a metà percorso, avevo positivamente cambiato scarpe, ecco che decido di utilizzare queste ultime in questo quarto tentativo: “tutto sommato le ho senza problemi utilizzate per fare giri fino a sessanta chilometri”.

Certo del successo, alle ore ventidue e cinquantotto di venerdì 10 agosto mi sono incamminato per la quarta volta lungo il tracciato del sentiero 3V, questa volta non ho assistenti e tempi da rispettare, fatto salvo l’essere in vetta al Dosso Alto prima di buio per evitarne la solitaria discesa in notturna della cresta rocciosa esposta e con due tratti insidiosi, motivo per il quale mi sono comunque fatto una tabella di marcia indicativa, ricalcolata distribuendoci dentro le tre ore in precedenza dedicate alle soste di rifornimento quindi con dei tempi in apparenza più laschi. C’è comunque il presupposto di prendermela comoda, di fermarmi anche a riposare un poco, una decina di minuti, anche una mezz’ora, un’ora persino, quando ne avessi sentito il bisogno: obiettivo portare assolutamente a compimento il giro. Dati i problemi che mi hanno fermato in precedenza ho con me tutto quanto possa aiutarmi a contrastarli: cuscinetto rotuleo per quei dolori in zona meniscale che mi hanno fermato la prima volta, cerotti analgesici per i dolori muscolari che mi hanno torturato nel secondo tentativo o per eventuali dolori diffusi alle ginocchia che ho patito negli allenamenti dell’ultimo anno, pastiglie analgesiche per il dolore alla scapola che mi ha fermato a giugno di quest’anno. Ho anche un nuovo zaino, uno zaino dalla portabilità eccezionale, che non mi preme sui lombi, che è bello stabile, che è più leggero, insomma: stavolta non c’è niente che mi possa fermare!

Invece… invece domenica sera al Maniva ecco le vesciche nella più brutta posizione per chi deve camminare: sotto ai piedi. Mannaggia, è una vita che non mi vengono, manco più mi ricordo quand’è stata l’ultima occasione e così proprio non le avevo prese in considerazione, e così non ci sono preparato, sono privo di ogni arma efficiente per compensarle e poter procedere comunque, dovrei solo sopportarle, soffrire per i settanta chilometri del ritorno verso Brescia, e si, è cosa che potrei anche fare, è cosa fatta in passato (non per così tanti chilometri e ore) ma… ma ultimamente la voglia di soffrire si è spenta, già dagli allenamenti dei primi di giugno mi ero accorto di questa cosa, e così eccomi nuovamente a decidere lo stop, uno stop doloroso, uno stop sul quale contino a rimuginare per ore, uno stop che diviene ancor più pesante quando, la mattina di domenica, m’invento d’utilizzare i cerotti antidolorifici come cerotti antivescica e scopro che quasi non sento dolore. Sono ancora al Maniva, ieri sera nessuno poteva salire a prendermi e tra i presenti in zona non ho trovato modo di rientrare a Brescia, per cui ho preso una camera qui all’albergo Dosso Alto i cui proprietari si sono dimostrati ancora una volta molto sensibili e disponibili, mia moglie arriverà nel pieno pomeriggio e sto meditando sul come passare questo tempo, quasi quasi mi viene l’idea di rimettermi in cammino lungo il 3V, ci ragiono sopra a lungo, cammino nervosamente lungo il patio dell’albergo, ascolto i miei piedi e scorro mentalmente il tracciato, si potrei anche farcela, già ma se poi non ce la faccio? Il primo punto comodo da raggiungere in auto, un punto che mia moglie sia in grado di raggiungere è ad almeno quindici ore di cammino, no, no, troppe, potrei non farcela, la discesa a valle nei punti precedenti è quasi sempre lunga e complessa, dovrei in ogni caso camminare almeno dieci ore. Mentre sono immerso in questi pensieri ecco che mi vedo comparire davanti una collega di scuola casualmente qui salita con il marito a prendere un poco di fresco, il problema immediatamente si chiude e risolve: mi portano loro a Brescia.

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Il Giogo del Maniva

Ora sono a casa a leccarmi le ferite create dall’ennesima sconfitta, ottenebrato dalla ricerca dei suoi perché, del come mai mi siano venute queste vesciche, decisamente convinto d’aver fatto degli stupidi errori, alcuni veniali, ma almeno uno capitale e imperdonabile: il cambio di scarpe. Ottime le variazioni necessariamente fatte all’idratazione e al supporto energetico. Decisamente troppo stretta la tabella di marcia relativa alla parte percorsa. Va bene perdersi nei pensieri, quando sei solo è inevitabile farlo, ma male non badare al percorso finendo col compiere un madornale errore (dopo le Conche o infilato il sentiero che scende a Lumezzane) e, ancora peggio, coll’accorgersene molto dopo pur notando segni palesi dell’errore fatto (“ma che ci fa questa panchina?”, “ma come mai questa forma a toboga?”, “ma perché la discesa è così lunga?”, “che ci fanno le luci di Lumezzane così alte e vicine?” ed solo a questo punto “uhm, è da un po’ che non noto i segni del 3V, ho sbagliato”), errore che mi costa tredici minuti ma soprattutto una bella tirata di gambe. Buono lasciar fare alle gambe ma, specie se girano alla grande, senza dimenticarsi della strategia. Male farsi prendere dal desiderio di recuperare l’errore fatto per riprendere il vantaggio acquisito nelle prime due salite, prima o poi la paghi: alla durissima e complessa salita di Punta Camoghera infatti iniziano le contratture ai quadricipiti. Vero che non ci sono i rifornimenti assistiti, ma comunque li devo fare e farli in autonomia fruendo delle fontanelle e dei bar si dimostra più dispendioso: tempi comunque da computare a parte invece di integrare nel cammino. Va bene dare credito a quanto scritto dai produttori, e relativi testimonial, delle solette ortopediche ma non accontentarsi di qualche verifica su percorsi ben più corti di quello da affrontare: sostituire la soletta originale di una scarpa, presumibilmente creata su misura per la stessa, può essere un errore madornale (la forma non si adatta perfettamente a quella della scarpa, ti trovi punti vuoti che creano sensazioni fastidiose e ti modificano il modo di camminare, minore efficienza del passo, sovraccarichi difformi o, quantomeno, diversi da quelli che il tuo corpo è abituato a supportare, sfregamento del piede in zona priva di callo, probabili vesciche). Certamente utile la crema antifrizione, forse, però, meglio applicarla solo al momento della partenza, non a ripetizione nei giorni precedenti pensando di aumentarne l’efficacia (mi sa che così facendo ho invece ammorbidito troppo la pelle dei piedi facilitando l’insorgere delle vesciche). Forse le cose sarebbero andate allo stesso modo, ma almeno non avrei avuto questi dilemmi in mente, dopo tante esperienze e tanto studio dovevo solo lasciare tutto inalterato e limitarmi a camminare, niente tabelle nuove, niente scarpe diverse, niente di niente, invece mi sono lasciato prendere dalla mia smania di perfezionismo e sono stato adeguatamente punito.

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A questo punto non so se riproverò ancora la TappaUnica3V, di sicuro mi rimetterò in cammino sul sentiero 3V “Silvano Cinelli” (ho già concordato con un amico di farlo in tre tappe la prossima estate, ma ho anche intenzione di proporlo agli amici di Mondo Nudo nella classica percorrenza in sette giorni), di certo continuerò con il lungo cammino che fino a settanta chilometri riesco a concludere con soddisfazione e divertimento, probabilmente proverò ad allungare il mio limite sui novanta forse cento chilometri, poi si vedrà. Certo il tarlo, che già rode in mente, continuerà a fare il suo lavoro e il desiderio di rendere compiuta l’incompiuta mi perseguiterà, ma nel contempo la motivazione iniziale andrà ulteriormente scemando, l’età salirà, diverrà sempre più difficile mantenere la necessaria prestanza fisica e calerà la sopportazione mentale della fatica e della sofferenza, vedremo!

P.S.

Sono a disposizione di chiunque voglia percorrere, parzialmente o per intero, in tappa unica o in più tappe, questo sentiero: informazioni, calcolo dei tempi di percorrenza, definizione del materiale, prenotazione dei punti tappa, reperimento di un accompagnatore qualificato, cartine e mappe, tracce GPS, relazioni, perlustrazioni.

 

“Il mio 3V” di Luca Regonaschi -presentazione


Dopo la serie di racconti pubblicata su questo stesso blog, Luca arriva alle stampe raccontando tutti i dettagli del suo viaggio sulle tracce del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”:

“Il mio 3V – Il sentiero delle tre valli secondo me”
di Luca Regonaschi
Serra Tarantola Editore

Venerdì 27 luglio presso la Sala Consiliare di Isorella (BS), Piazza Roma 4, con la partecipazione del Comune di Isorella e della Sezione di Bozzolo del Calub Alpino Italiano ci sarà la presentazione ufficiale. A seguire un piccolo rinfresco.

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#TappaUnica3V Emanuele perchè corri?


 

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Foto di Carla Cinelli

La domanda mi è stata recentemente posta da un’amica che, purtroppo (per lei), mi segue solo attraverso le non sempre precise parole del marito. Sostanzialmente l’ho già velocemente spiegato in passato, andrò anche a motivarlo nell’ambito di un manuale che sto scrivendo e che sto man mano pubblicando con articoli su questo blog (Camminare in montagna), ma, visto che per questo ci vorrà ancora del tempo e che sostanzialmente le risposte tornano sicuramente comode  qualsiasi escursionista (sostanzialmente migliorando la prestazione diminuiamo la fatica e, pertanto, aumentiamo il godimento delle nostre uscite) alle esigenze di qualsiasi escursionista, voglio sinteticamente (senza supportarle con particolari spiegazioni fisiologiche e mediche) anticiparle.

Vero, non faccio gare di corsa in montagna, abbandonata l’arrampicata la mia attività è prettamente escursionistica, anche TappaUnica3V è un progetto escursionistico e l’escursionismo usualmente non prevede la corsa. D’altra parte, come chi mi segue dovrebbe ormai ben sapere, mi sono trovato a mio agio sulle lunghissime distanze (trenta, cinquanta, settanta, cento e più chilometri) e queste sono diventate parte importante della mia attività, TappaUnica3V è solo una di queste, ad oggi la più impegnativa ma non l’unica. Non solo lunghissime distanze, ma anche grandi dislivelli: tremila, cinquemila, novemila metri. Si ma…. ma questi sono dati comunissimi, dati che appartengono a tanti percorsi, a questi percorsi che vengono effettuati a tappe, quei percorsi che oggi, con mio notevole disappunto, insensatamente invasati di anglofonia, si preferisce chiamare trekking, e allora? Allora la differenza è che io mi sono invaghito della modalità trail e tutti questi miei lunghissimi cammini cerco di farli nel minor tempo che mi è possibile, ovvero li faccio in unica tappa, con un limitato tempo totale di percorrenza e dando pochissimo spazio al riposo, escludendo così la possibilità di dormire, quantomeno di farsi una vera dormita rigenerante e TappaUnica3V è, per ora, la mia espressione massima di questa metodica di cammino. Date le specifiche è chiaro che l’impegno richiesto a mente e corpo è notevole, un impegno che trascende le usuali richieste escursionistiche, un impegno che, specie per TappaUnica3V, può essere emulato solo con altri progetti similari, cosa ovviamente alquanto complessa, sarebbe come se un maratoneta si preparasse alla gara facendo, a breve distante tra loro, diverse altre maratone. La soluzione più consona e praticabile è quella di sfruttare percorsi più corti percorrendoli fuori dalla mia “zona di confort”, zona che, specie su tali distanze, già prevede un cammino piuttosto spedito quindi non mi resta che correrli, quantomeno correrne una parte più o meno rilevante a seconda della lunghezza, del dislivello e della conformazione. “Si, ma così facendo cosa ottieni di preciso? Non è che ti affatichi e basta?” Certo che ti affatichi ma, seguendo un opportuno protocollo che preveda gli adeguati intervalli di recupero e scarico, ti alleni e, per la precisione, ottieni i seguenti benefici:

  • l’organismo si adatta alle maggiori richieste energetiche attivando una serie di modifiche organiche alcune delle quali, essendo reiterate nel tempo a brevi scadenze, diventano stabili determinando la capacità di supportare sforzi man mano maggiori;
  • aumentano le fibre rosse (la corsa che principalmente utilizzo è una corsa aerobica, relativamente blanda e portata per lunghi tempi) , quindi la resistenza dei muscoli;
  • si alza la sopportazione al lattato e quindi si riduce la sensazione di fatica a fine escursione (ma anche nel corso della stessa);
  • migliora la capacità ventilatoria e. di conseguenza, l’afflusso di ossigeno al sangue;
  • aumenta la capillarizzazione quindi la quantità di sangue che arriva ai muscoli;
  • il sistema energetico impara ad utilizzare i grassi piuttosto che i carboidrati, questo permette all’organismo di lavorare più a lungo (i grassi a parità di peso producono più energia dei carboidrati, di grassi ne abbiamo a disposizione decisamente di più, i carboidrati non possiamo immagazzinare più di tanto, ad esempio se ingeriamo troppi zuccheri l’organismo produce insulina per bruciarli immediatamente, per giunta finendo col bruciarne più di quelli immessi);
  • si riduce il peso e ogni chilogrammo in meno comporta una sensibile diminuzione dello sforzo necessario a sollevare (salita)  o abbassare (discesa) il corpo, con minore fatica generale e minore sollecitazione per ginocchia, caviglie, anche, vertebre;
  • cambia positivamente (è utile non solo allo sport ma anche alla vita quotidiana e alla salubrità in genere) l’indice di massa corporea (BMI), ossia il rapporto tra massa magra e massa grassa (aumenta la prima e diminuisce la seconda);
  • aumenta la massa muscolare più interessata dal movimento della corsa (quadricipiti, polpacci, addominali, dorsali) che, guarda caso, è sostanzialmente la stessa interessata dal cammino (addominali e dorsali sono stressati dal cammino, specie se con lo zaino, ma non ne vengono potenziati);
  • la nostra percezione della fatica (e del dolore) si abbassa mettendoci in grado di spingere di più e/o di resistere più a lungo;
  • possiamo imparare a conoscere e riconoscere le reazioni del nostro organismo in situazioni di intenso stress fisico (e saperle pertanto gestire);
  • riusciamo a individuare e differenziare tra loro i dolori benigni (esempio la risposta costruttiva muscolare) da quelli maligni (esempio i traumi);
  • incrementiamo la nostra velocità di progressione e di conseguenza la nostra tranquillità psicologica a fronte di escursioni man mano più lunghe;
  • miglioriamo notevolmente la nostra sicurezza (sappiamo che in caso di bisogno, ad esempio per andare a chiamare soccorso o per evitare il sopraggiungere del maltempo, possiamo tranquillamente metterci a correre);
  • possiamo fare in poche ore percorsi che ne richiederebbero diverse, in giornata percorsi che normalmente richiederebbero due o più giorni (sarà cosa secondaria, ma vi assicuro che procura parecchia soddisfazione dandoci la motivazione a proseguire nei faticosi e dolorosi, ma come visto indispensabili, allenamenti).

Ecco perchè da due anni ho iniziato ad allenarmi metodicamente inserendo non solo la ginnastica ma anche la corsa: i benefici ottenuti superano alla lunga la fatica fatta e, avendo notevolmente allargato la mia “zona di confort”, posso dedicarmi con molta più tranquillità e soddisfazione all’escursionismo.

Alla fine, però, queste sono le motivazioni per cui ho iniziato e continuo a correre come allenamento, facendolo però è scattato qualcos’altro, man mano che il correre diventava più naturale ho scoperto che ti dona nuove esperienze, che ti permette di percepire aspetti della montagna che sono invisibili camminando, che ti avvolge, ti pervade, ti immerge in un turbinoso vortice emozionale e finisce che non puoi più fare a meno di correre. magari lo alterni al cammino, magari dai ancora più spazio al cammino che alla corsa, ma non smetti più di correre, corri ogni volta che puoi, corri non più solo per allenarti al cammino ma corri per correre.

G’avet comprì? 🙂

P.S.

Marito dell’amica, falle leggere il blog invece di limitarti a raccontarglielo, ehhehe!

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Foto di Carla Cinelli

 

#TappaUnica3V 2018, bene ma non abbastanza: nuovo insuccesso!


Sponsor

Preziosissimi e che ringrazio enormemente per quanto mi hanno dato in tutte e tre le edizioni di TappaUnica3V.

  • Maniva S.p.A. di Bagolino che mi ha fornito tutta l’acqua (Acqua Minerale Alcalina Maniva pH8) necessaria al giro finale, per me e i per i miei assistenti.
  • Albergo Dosso Alto al Giogo del Maniva che si è reso disponibile come base vita (nel gergo dei trail un punto di rifornimento più rilevante dove ci si ferma più a lungo, si mangia qualcosa e, talvolta, si dorme un poco) e mi ha offerto cibo e bevande, per me e i per i miei assistenti.
  • Gialdini Sport di Brescia che mi ha prestato il localizzatore GPS (Spot Gen 3) con il quale è stato possibile seguirmi via web.

Sceneggiatore, regista e attore protagonista

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Emanuele, ovvero lo scrivente, sessant’anni di pratica della montagna, quaranta di alpinismo, trenta di insegnamento alpinistico prima come istruttore sezionale del Club Alpino Italiano poi, sempre nell’ambito del CAI, come Istruttore Regionale infine come Istruttore Nazionale, collaboratore della Scuola Regionale Lombarda e della Scuola Nazionale, direttore di corsi e scuole del CAI, circa trecento scalate (roccia, ghiaccio e cascate), apritore di varie vie d’arrampicata su roccia nel comprensorio dell’Adamello, scalatore in solitaria. Cessata l’attività alpinistica per ragioni di forza maggiore (ginocchia malandate e vertigini parossistiche), continua con quella escursionistica e nel 2015, al fine di onorare i trentacinque anni di vita del sentiero 3V e il padre Silvano morto durante il giro inaugurale di detto percorso, progetta TappaUnica3V e, anche a seguito del fallimento dei primi due tentativi, vi si dedica profondamente per i tre anni a seguire. Nei primi anni del duemila entra in contatto con alcune realtà del nudismo, in particolare il forum de iNudisti di cui diventa presto un moderatore e un amministratore, finalmente riesce, nell’ambito di alcuni eventi sulle spiagge italiane, a liberarsi dal fardello di un abbigliamento da sempre sentito come ingombrante e sostanzialmente in certi contesti inutile. IMG_20180425_102246Dopo qualche anno porta questa naturale libertà anche nell’attività in montagna, dà vita al blog “Mondo Nudo” tramite il quale, tra le altre cose, s’impegna a dare pubblica visibilità all’escursionismo a nudo e, con discreto successo, invita i lettori a seguirlo su questa strada: TappaUnica3V, oltre a quanto già detto, vuole anche essere un modo per dimostrare come la montagna possa essere praticata anche senza la barriera delle vesti, una barriera che isola dall’ambiente negando all’escursionista il piacere sottile e invadente dell’inclusione nella montagna, gli impedisce di vivere la montagna nel più completo senso della parola, ovvero d’essere natura nella natura, monte nel monte, animale pari a tutti gli animali, leggero e indifeso ma consapevole e ricettivo. Nudi è normale, nudi è meglio è il suo più recente e attuale mantra, un mantra che si è tradotto in due hashtags di Twitter (#nudiènormale e #nudièmeglio) e che definisce al meglio il suo pensiero, la sua scelta, una delle sue più rilevanti campagne sociali.

Attori non protagonisti

Per semplificare la loro citazione nel contesto della relazione, elenco e descrivo qui le persone che mi hanno gratuitamente assistito in questo mio fantastico viaggio. Un sentitissimo ringraziamento anche a loro.

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  • Maria, mia moglie, presente alla partenza, ha supportato con abnegazione le mie numerosissime assenze da casa per gli allenamenti e sopportato le relative preoccupazioni (in particolare la paura per i miei sempre più frequenti incontri con i cinghiali).
  • Fabio, mio nipote, doveva farmi, come già fatto nel 2017, da assistente principale e fotografo ufficiale poi, per forzate cause, si è commutato in assistente secondario presenziano alla partenza e accompagnandomi nel tratto superiore del percorso.
  • Alberto, compagno di una collega di lavoro, alla fine diventato l’assistente primario mettendo a disposizione l’auto e facendosi carico di presenziare a tutti i punti di rifornimento.
  • Matteo e Manuela, i titolari, insieme alla mamma Rosa e alle sorelle Miriam e Nada, dell’Albergo Dosso Alto (e collegata Pizzeria Cielo Alto posta a pochi metri dall’albergo), mi hanno dato cordialissima accoglienza presso la loro struttura; Manuela, ottimo chef, mi ha cucinato una stupenda pasta al pomodoro.

Scenografo

La montagna, in particolare la montagna del bresciano sulla quale mi sono allenato e sulla quale ho percorso migliaia di chilometri in un crescendo di fatica e di dolore ma anche di emozioni indelebili.

Scenografia

Idealmente il progetto TappaUnica3V si sviluppa sull’intero Sentiero 3V “Silvano Cinelli”, una lunga cavalcata che, partendo dal lato est di Brescia e rientrandovi su quello ovest, percorre quasi fedelmente lo spartiacque tra la Val Trompia e le limitrofe Val Sabbia, nel tratto di andata, e Val Camonica, nel tratto di ritorno. Un alternanza di strade, stradine, mulattiere e sentieri che, nella sua conformazione base (definita bassa), non presenta particolari difficoltà tecniche, invece presenti in quasi tutte le varianti alte, varianti che, insieme ad altre identificate da Emanuele per avvicinarsi il più possibile all’idea di un percorso interamente in cresta, definiscono il percorso ideale di TappaUnica3V. Una lunghezza complessiva superiore ai centotrenta chilometri e un dislivello prossimo ai novemila metri sia in positivo che in negativo che prevedevo di percorrere in quaranta ore, comprese tre ore di soste, per una velocità media di tre virgola cinquantacinque chilometri all’ora (tre virgola tre considerando anche le soste).

Quanto sopra rappresenta la scenografia prevista, quella realmente percorsa è sensibilmente ridimensionata e modificata: evitate buona parte delle varianti alte il percorso si è così assestato su circa ottantadue chilometri (che probabilmente sono anche più di novanta vista l’impossibilità dei tracciatori di tener conto di tutte le svolte e della differenza tra distanza piana e distanza reale sul pendio inclinato), conditi da almeno (qui i tracciatori sono ancor più imprecisi visto che in montagna un errore di posizione di pochi metri può corrispondere a una differenza anche sostanziosa in quota) cinquemila trecento metri di dislivello positivo e tremila ottocento di dislivello negativo. Il tempo effettivo di cammino è stato di ventisei ore e dodici minuti, a questo si devono aggiungere otto ore e cinquantasei minuti di soste, per un impegno totale di trentacinque ore e nove minuti e una velocità media di tre virgola tredici chilometri all’ora (due virgola trentaquattro considerando le soste).

Film

22 giugno 2018, è arrivato il fatidico giorno: oggi si parte per tentare nuovamente il lungo solitario nudo cammino di TappaUnica3V. Negli ultimi quindici giorni ne sono successe di tutte, sembra proprio che una qualche forza oscura voglia ostacolare i miei propositi: dopo che nemmeno gli allenamenti più duri li avevano provocati, ora persino pochi chilometri fatti al cammino lento su piano asfalto mi generano dolori alle ginocchia, accompagnati da (novità assoluta) una sensibile tensione dolorosa sull’esterno dell’estremità prossimale del perone; quel tempo atmosferico che mi ha graziato per tutto l’inverno e tutta la primavera, adesso si è sfogato in piogge quotidiane con un considerevole calo della temperatura che, se così si è fatta di giorno più consona al cammino, di notte è diventata fastidiosa; chi mi deve assistere si trova improvvisamente senza auto e senza patente; l’auto di riserva è in panne e non è sicuro se riusciranno a sistemarla per tempo; Maria si prende una bronchite e in corrispondenza di questo anch’io una mattina mi sveglio con il mal di gola, fortunatamente passato in un paio d’ore; tre giorni prima della partenza mi si presenta un problema intestinale, lieve ma pur sempre inidoneo all’impegno che devo affrontare. Va beh, nonostante tutto questo e nonostante le involontarie gufate di parenti, amici e conoscenti, nonostante il fastidio provocato da chi si produce in reiterate inutili raccomandazioni (“cavolo, sessant’anni d’esperienza di montagna mi avranno pur insegnato qualcosa, o no? Per altro devo poi solo camminare!”), nonostante non mi sia stato possibile avere un’ultima settimana di assoluta tranquillità e spensieratezza, nonostante tutto questo e altro eccomi qui al punto di partenza, eccomi qui con la mente ormai proiettata solo sul mio viaggio, con il corpo allo stesso tempo rilassato e teso, idratato e alimentato come si deve, pronto!

Mancano venti minuti all’orario di partenza, vorrei almeno ora starmene tranquillo a fare un poco di riscaldamento muscolare e invece… invece i pochi presenti, in particolare Maria, mi stressano: sono stanchi di aspettare e mi chiedono di partire subito. Lascio perdere il riscaldamento, tanto è previsto un lungo tratto di cammino lentissimo, accendo lo Spot, tolgo la pur leggerissima canotta da corsa, baci e abbracci e, con quasi dodici minuti di anticipo, m’avvio sulla prima salitella di via San Gaetanino, allontanandomi dalle preoccupazioni e dallo stress: “3V ora sei mio e io ora sono tuo!”

Restando costantemente concentrato sul passo onde mantenerlo basso, quasi senza rendermene conto eccomi ai Medaglioni da dove non posso esimermi dal dare uno sguardo verso il basso per ammirare il panorama che da qui si estende sul lato est della città, la Bornata, spingendosi lungamente sulla Pianura Padana. Riprendo il mio lento cammino, un bel tratto di asfalto e poi sentiero, già da tempo i pantaloncini, anche se sono un leggero modello da corsa con morbidissima mutandina integrata, hanno iniziato a darmi fastidio ma il condizionamento mentale e uno stato sociale in tal senso illiberale e ottuso me lo impediscono: “è ancora giorno e questo è un sentiero abbastanza frequentato potrei incontrare altre persone”. Passo dopo passo, eccomi al piazzale del Cavrelle, al volo m’invento una brevissima variante: invece di aggirarlo, risalgo il tondeggiante dosso dove sorge la chiesa di Maria Maddalena: “interessante, anche se sono pochi metri è sicuramente più interessante del giro standard, la devo inserire nel tracciato del 3V alto!” Sul lato opposto del dosso recupero il percorso originale, nel frattempo incalza la sera e nel bosco la visibilità inizia a farsi debole, mettendo alla prova i tanti esercizi propriocettivi fatti attendo ancora qualche decina di minuti e poi, oltrepassata la zona dei ristoranti e delle scampagnate, mi fermo un attimo per predisporre la frontale e includermi nella natura: “ahhhh, finalmente libero, finalmente a pieno respiro, finalmente senza barriere”.

Quasi, purtroppo ci sono pur sempre le scarpe e lo ziano, nudo come un verme riprendo il cammino, man mano al mio fianco scorrono via le varie postazioni di antenne, insieme ad esse si involano alle mie spalle il Monte Denno, l’omonima Costa, il Monte Salena. Le gambe girano benissimo, i summenzionati dolori sono svaniti e il fiato? “ Uauhh, sono proprio in forma, le fatiche fatte sono servite a qualcosa!” Procedo in costante sforzo aerobico, respirando, cosa per me eccezionale, solo dal naso e data la mezza luna che, già alta, illumina il paesaggio, ogni tanto mi concedo qualche sguardo attorno. Finita la prima salita eccomi all’inizio della prima discesa, una discesa insidiosa, ripida e disturbata dal profondo solco che percorre il centro del sentiero o da tratti di roccette sconnesse, una discesa che, sebbene ad un certo punto si attivi una leggera metatarsalgia (“e te pareva!”), supero agevolmente arrivando nei pressi di Nave con un discreto anticipo per cui mi fermo in un praticello ad ammirare le stelle. “Bon, è ora di ripartire”, prelevo i pantaloncini dallo zaino per posizionarli a portata di mano visto che fra poco dovrò obbligatoriamente indossarli e giù verso il paese. La luce dei lampioni sostituisce il fascio della mia frontale, dal terrazzo verandato di una casa mi giungono le voci e i rumori di un numeroso convivio, alcuni gatti mi osservano preoccupati scansandosi al mio passaggio, un’auto m’abbaglia e quasi mi costringe a saltare nel fossato che costeggia la stretta strada, l’ultima curva ed ecco il rettilineo che porta alla chiesa di San Rocco dove, per un ultimo saluto prima della lunga faticosa notte che mi attende, trovo Maria e Fabio, senza fermarmi li saluto e procedo oltre. Seconda salita, quella salita che, lo scorso anno, mi ha distrutto le gambe, controllo con la massima attenzione il mio incedere: passo corto per lavorare il meno possibile coi quadricipiti femorali, busto ben eretto per non comprimere il diaframma e poter respirare al meglio, ventilazione calma e profonda per un ottimale scambio gassoso, ritmo costante ma basso per la minima esigenza energetica. Cemento dopo cemento, sasso dopo sasso, gli strappi si spostano dal davanti all’indietro, illuminata dalla frontale appare la Santella della “Salve Regina”, ora la pendenza cala e posso accelerare un poco. Cà Ecia, un cane abbaia insistentemente in alto alla mia destra, non lo fanno, invece, quelli che di solito sono presenti nel capanno poco più avanti in basso a sinistra, “mi sa che oggi non li hanno lasciati qui”. Breve discesa, e poi di nuovo salita, ripidissima salita in buona parte cementata, boschetti e prati che ormai conosco bene si alternano scoprendo e nascondendo quella parte di luna che spunta dal dietro della Maddalena. Una mente stranamente silenziosa accompagna l’incedere, m’avvicino alla chiesetta di Sant’Antonio e improvvisamente un forte rumore irrompe nel mio cervello ormai abituato al profondo silenzio della notte montana: musica a palla! “Che è? C’è forse una festa di giovani in quella cascina?” No, la cascina è stranamente deserta, la musica proviene proprio dalla chiesetta. Ancora qualche passo ed ecco che appare un bianco grande tendone, sotto ad esso due lunghe file di tavoli e panche, due sole persone sedute, mi osservano passare: “saranno gli organizzatori di una prossima festa che si godono il riposo dopo la fatica dell’allestimento”. Il frastuono mi accompagna mentre aggiro la costruzione e mi allontano verso il monte, qualcuno da dietro grida a ripetizione un nome, forse attendeva un’altra persona e pensa sia io, alla fine capisce e smette i richiami. Passo dopo passo finalmente rientro nel silenzio e posso, grazie al buio della notte che cela i segni dell’urbanizzazione, reimmergermi nella natura sognandola selvaggia, nudo e solo nella nuda e scura natura: il massimo!

Prima serie di tornanti, altro punto critico che più volte mi ha dato filo da torcere, lo supero indenne e lestamente m’avvio sul lungo traverso del traliccio. Seconda serie di tornanti, passo più leggero dato che qui mai ho avuto problemi, stranamente non s’ode il solito lamentoso verso dell’allocco che dimora da queste parti, solo lo strisciare di qualche lucertola spezza l’immenso piacevole silenzio, mentre davanti a me, nel fascio di luce della frontale, man mano vanno a cadere neri insetti e grigi ragnetti. Eccomi al Pater, senza sosta passo oltre, un breve tratto all’aperto permette di guardare lontano: migliaia di luci costellano la pianura, altri puntini luminosi appaiono qua e là sui monti, la scura sagoma della chiesetta di Sant’Onofrio nitida si erge dal crinale dirimpetto a quello in cui mi trovo. Altri metri scorrono sotto i piedi, terra, erba e sassi si alternano a rendermi giocoso il cammino, esco dal bosco per immettermi nella conca prativa di Conche, alla mia destra il Santuario domina il luogo, davanti la più minuta costruzione della foresteria nasconde il gruppo di tavoli e panche a fianco dei quali prosegue il sentiero. Aggiro lo spigolo della piccola casa e vengo avvolto da una gelida folata di vento, velocemente infilo una maglia e mi sposto alla ricerca di un luogo riparato dove indossare anche il gilet antivento. Percorro il lungo crinale che porta verso il Monte Doppo, tratti sopravento con le luci di Lumezzane a fare da sfondo e le fredde folate a farmi compagnia, accaldati tratti sottovento da dove si scorgono lontane le luci di Caino, infine la breve ma ripida salita nella stupenda faggeta che conduce al piccolo simpatico Eremo di San Giorgio. Ho un discreto vantaggio sulla tabella di marcia per cui ne approfitto per coprirmi meglio: prima di tutto sopra la canotta infilo due maglie a maniche lunghe, poi tolgo i pantaloncini (che m’ero rimesso arrivando al cospetto del Santaurio di Conche) e infilo i caldi leggins da trail, infine al posto del gilet indosso l’ancora intonsa giacca da pioggia rispondente alle più recenti normative per la corsa in montagna: “altro che nudo cammino, qui si prospetta un viaggio molto, molto vestito, sic!”

Ancora qualche minuto per allungare lo sguardo sulla bluastra superficie del Lago di Garda che s’intravvede in lontananza e poi di nuovo in cammino. Breve discesa, sconquassata salita, l’insidiosa diagonale sulle scoscese pendici erbose Monte Doppo ed ecco la lunga ripidissima discesa che porta al Passo del Cavallo. L’erba è bagnata, segno di un recente piovasco (“ottimo, non facciamoci mancare proprio nulla!”), nel giro di pochi minuti scarpe e calze sono letteralmente fradicie, ma fa parte del gioco e, indifferente, proseguo nel mio cammino. Senza sosta oltrepasso la strada che collega Lumezzane a Odolo e inizio la lunga e costante risalita verso il Roccolo di Cipriano, altro critico tratto dove il primo anno iniziò la sofferenza. Stavolta salgo senza problemi, né di fiato (ne ho da vendere) né muscolari, passo il roccolo, traverso il versante meridionale del Dosso Giallo, pervengo alla sella di Pasadina e, seguendo una elegante seppure ripidissima variante tra alte erbe e piccole guglie calcaree, invece di aggirarla risalgo direttamente la Punta Camoghera: le nubi hanno mascherato il cielo e la luna e, sebbene spezzata dalle luci del fondovalle, l’oscurità si è fatta pressoché totale, per individuare l’esile traccia devo impostare la frontale alla sua massima luminosità. Eccomi in vetta, una breve sosta per far rilassare il muscolo Vasto Mediale che quest’ultima salita, affrontata ad un ritmo decisamente superiore al programmato (lo scoprirò solo tornato a casa: sebbene alla fine abbia deciso di mantenere al polso l’orologio, ho con me una tabella con soli pochi punti), ha messo a dura prova e riparto. Al cospetto delle luci di Lumezzane che brillano quasi a picco sotto di me, con circospezione supero l’esile cresta, un tratto di più agevole sentiero nel bosco e pervengo alla larga sella de La Brocca. Il solito cane mi saluta forse disturbando chi dorme nel baitello (“aho, ma questo qui proprio ci vive, è sempre qui!”), velocemente scorro via e m’infilo nella selva erbosa che, ancor più del solito, ingombra il sentiero della variante alta del 3V. Un bel problema questo dell’erba alta e per giunta bagnata quindi piegata verso il basso: nasconde completamente il terreno e, in combinazione con le varie radici e i tanti sassi tutti oggi assai scivolosi, mi costringe a un passo più lento. In ogni caso procedo e vado a superare l’ormai conosciutissimo camino de La Streta, dieci metri d’arrampicata facile ma verticale e non banale. Lottando con le alte erbe e i cespugli, mi slancio verso l’ormai prossima sommità del Dossone di Facqua. Brevissima sosta per guardarmi attorno e per stringere i lacci delle scarpe un poco allentatisi, poi via sulla tecnica discesa, sorpresaaaaa: quadricipiti femorali irrigiditi, devo scendere con una cautela maggiore del previsto, ovvero con velocità minore.

Passate Brutte, pochi metri e sono sulla comoda e larga strada che costeggia una buona parte della lunga cresta di Lumezzane, visto che è anche iniziato il crepuscolo posso mettere via la frontale. Agevolmente nell’ordine metto in carniere la Passata del Cucinì, le Poffe de Uciù, il Casello, il Campo del Gallo e la Corna di Sonclino, poi, senza sosta, mi avvio sulla lunga discesa verso Lodrino. Discesa!!! Ehm, una finta discesa, più che altro un continuo su e giù per dossi erbosi che mette a dura prova non solo il fisico ma anche la mente, ma gli allenamenti fatti mi hanno ben temprato e, nonostante alcuni crampi al vasto mediale sinistro, supero con disinvoltura il tratto. La temuta salita della Punta Ortosei manco la vedo, qualche problema me lo creano i cespugli che ingombrano la traversata di cresta verso la Punta di Reai, non scioltissima ma comunque meno problematica la discesa da quest’ultima cima durante la quale incontro un simpatico pastore che cerca le sue pecore, mi chiede da dove arrivo e appare poco impressionato dalla mia risposta (“Brescia”), probabilmente non ha inteso che me la sono fatta tutta a piedi. Campo Castello e arrivo al primo rifornimento con un buon anticipo sorprendendo Alberto ancora seduto in macchina intento a seguire la mia progressione su Internet dove, invero, risulto ancora piuttosto lontano. Nel vedermi arrivare l’amico prontamente esce dalla vettura, mi saluta, prende un paio di sedie dal bagagliaio predisponendole nel piccolo piazzale affinché possa comodamente riposarmi e provvedere al ripristino della dotazione di liquidi (l’acqua nella camelbag e la borraccia con soluzione iposodica) e di solidi (barrette, gel e polpa di frutta). Il tempo scorre facilitato da piacevoli chiacchiere, comunque, invece di aspettare l’orario programmato, decido di approfittare del vantaggio per gestire con comodo i successivi chilometri: mi preoccupa la durissima salita diretta al Passo della Cavada.

Supero la frazione di Resolvino, imbocco la salita attraverso le case di Lodrino, un’auto si ferma al mio fianco, un finestrino si abbassa: “è questa la strada per il sentiero?” “Si è questa” prontamente rispondo, “vuole un passaggio?”, “no grazie”. L’auto riparte e io riprendo il mio cammino, un piccolo dubbio mi esplode nella testa “ma a quale sentiero si riferiva?” va beh, ormai è andata e comunque sono quasi certo che parlava del mio stesso sentiero. Pochi minuti ancora e sono alla Trattoria Genzianella nel cui parcheggio ritrovo la persona che mi ha chiesto informazioni, gli spiego il perché non avessi accettato il suo passaggio e comprendo che avevo intuito giusto: vuole anche lui salire al Passo della Cavada. Lo anticipo di poco sulla scalinata che porta al Parco degli Alpini, ma subito mi passa avanti visto che io mi fermo per spogliarmi il più possibile: ormai il sole è alto e il caldo fa sentire i suoi malefici effetti. Poco più sopra lo riprendo per non più rivederlo: lui salirà per il percorso più comodo, io per quello più faticoso ma anche più veloce. Contrariamente ai miei timori agevolmente arrivo al passo, ho addirittura raddoppiato il vantaggio che, dopo l’allungamento della sosta di rifornimento, ancora mi restava: “ottimo, sono proprio in gran forma, nonostante i tanti chilometri e metri me la sto godendo alla grande”. Il lungo traverso per aggirare il versante occidentale del Monte Palo mi permette di alleggerire la pressione sulle gambe e prepararle per la successiva discesa, una discesa non ripida ma con tratti in diagonale che sollecitano malamente le caviglie. Con piccolissimi tentennamenti è superata anche questa, eccomi al Passo del Termine ed eccomi nuovamente in salita, l’ennesima salita, inizialmente leggera poi impegnativa. Il liscio sterrato rende agevole il cammino e, nonostante sul breve sentierino finale ci sia un tratto ingombro di rovi, in poco tempo sono ai Piani di Vaghezza. Nuovamente comodo sterrato, per giunta pressoché pianeggiante, per il quale attraverso i bucolici prati costellati di cascine e arrivo al parcheggio sommitale, ora una discesa su asfalto velocemente mi porta al parcheggio basso nei pressi del chiosco Lebalo. “Aia, dove sono Alberto e Fabio?” Non era qui previsto un punto di rifornimento ma Fabio aveva espresso il desiderio di accompagnarmi nel tratto che segue e così avevamo programmato un nostro incontro, invece non c’è nessuno. Non ho con me l’orario di passaggio e mi fido di quello indicato da mio nipote (mezzogiorno), così, visto che manca quasi un’ora, usando dei cartelli segnaletici come riparo dal freddo vento, rimetto gli abiti pesanti e mi siedo in attesa del loro arrivo. Il tempo passa e di loro non c’è segno, li contatto e con una serie di messaggi riesco a capire che Fabio non solo ha sballato l’orario del mio passaggio (le undici e ventotto minuti) ma arriverà in ritardo anche rispetto a quello da lui indicato. Potrei dirottare mio nipote e rimettermi in cammino da solo ma, fidandomi delle sue precedenti indicazioni orarie, mi dispiace, ci teneva tanto, e così… “mettiamoci comodi e approfittiamone per riscaldarci con un bel tè caldo” e mando loro il messaggio “vi aspetto al bar”. La ragazza del chiosco mi riconosce, mi ero qui fermato durante uno degli allenamenti di tre anni fa e ne avevamo già parlato, così gli spiego che allora avevo fallito, anche se di poco, e ora sto riprovandoci. Alberto e Fabio arrivano, li vedo dalla finestra del bar, “ma che fanno?”, invece di fermarsi infilano la strada che sale, ma subito si avvedono dell’errore e tornano indietro. Mi raggiungono e, mente Fabio si organizza per il cammino (“non poteva arrivare già vestito da montagna!”), m’informo sulla tabella di marcia completa che è in loro dotazione andando così a scoprire che non solo ho perso tutto il vantaggio che avevo accumulato, ma ho addirittura accumulato un ritardo di quarantatré minuti: “viaggio distrutto!” Non posso salvare la capra, vediamo di salvare almeno i cavoli: “eviteremo la salita alla Corna Blacca e al Dosso Alto”.

Assieme al nipote riprendo il cammino, passo ben cadenzato per affrontare la non dura ma comunque nemmeno leggera salita delle Scale dell’Ario e, senza sosta, siamo ai verdi pascoli del Pian del Bene dove ci concedo un minuto di respiro. Allontanando un paio di mucche che ostacolano il passaggio, raggiungiamo e risaliamo il ripidissimo versante meridionale del Monte Campello ed eccoci sulla cresta che unisce questa secondaria montagna a quella più evidente del Monte Ario, alla cui sommità perveniamo in breve tempo. Lungo la cresta possiamo ammirare tantissimi gigli rossi (che io ho invero oggi già piacevolmente osservato nel tratto tra la Corna di Sonclino e Lodrino), in buona parte ormai prossimi a sfiorire, ma in parte ancora freschi e per giunta proprio rossi non aranciati come al solito. Il tempo incalza, dalla vetta imbocchiamo subito la ripida discesa sul versante opposto e, attraversata una fantastica macchia di maggiociondoli, oltrepassiamo il Goletto di Campo. Lasciando perdere la variante che avrei voluto fare (scavalcamento del Dosso Falcone) prendiamo il lungo diagonale che porta al Passo del Falcone, qui ignoro anche l’altra mia variante (Monte Pezzeda) e senza esitazione scendo al Rifugio Blachì 2 per poi risalire al Passo di Pezzeda Mattina dove m’incammino sulla Strada dei Soldati. Sempre spettacolare questo lungo traverso, un’apparente diagonale invero in costante e sensibile salita, che taglia ripidi prati costellati da bianche rupi calcaree, sullo sfondo le case di Ono Degno e la valle che scende a Vestone. Segni di scavo e livellamenti hanno alterato completamente tutto il tratto fino al Passo di Prael, incrociamo una persona che manovra un drone, è qui arrivata con una bicicletta da montagna a pedalata assistita, fare due più due è immediato: “in zona stanno da tempo puntando sul downhill ciclistico, al passo del Maniva noleggiano le bici a pedalata assistita, vuoi vedere che questi lavori sono per consentire il passaggio delle biciclette!” Il sentiero ci riporta sul lato valtrumpino del crinale, finisce il tratto lavorato (invero poi scopriamo che a tratti riprende) e il percorso si fa in discesa per poi risalire leggermente nella lunga traversata sotto le contorte pareti calcaree della Corna Blacca. Si avvicina la base vita del Maniva, istintivamente allungo il passo e Fabio inizia a restare un poco indietro, rallento per mantenermelo vicino. Anche il Passo di Paio è superato, alti sul largo vallone che scende verso Vaiale e Lavenone, attraversiamo i ripidi pendii erbosi che sottostanno il Corno Barzò e la Cima Caldoline. Eccoci al breve ripido strappo franoso che adduce al Passo delle Portole, recuperiamo sul piano sentiero che porta al vicino Passo del Dosso Alto dove troviamo Alberto, insieme al quale prendiamo la strada asfaltata che ci porta al Giogo del Maniva. Seguito dai due compagni, entro nel bar dell’albergo Dosso Alto, subito salutato da Matteo che mi stava aspettando e mi offre collocazione in veranda dove potrei stare isolato e tranquillo, ma mi sento bene, molto bene e, in previsione della tanta solitudine che andrò poi ad affrontare, preferisco stare nella sala principale per altro oggi non particolarmente affollata. Ci sistemiamo al tavolo e nel giro di pochi minuti Manuela mi porta la pasta che avevo richiesto, che vado ad accompagnare con una bella birra media. Alberto e Fabio si limitano a bere del succo di frutta.

Grazie ai tagli fatti nell’ultimo tratto posso prolungo di parecchio la mia sosta e ne approfitto per asciugare i piedi, cambiare le calze e anche le scarpe. Non so cosa sia successo, ma quest’anno le mie scarpe preferite, appositamente acquistate per il giro dello scorso anno molto prematuramente interrotto e poi gelosamente custodite per l’occasione, non solo mi hanno quasi subito attivato una metatarsalgia (passata in secondo piano nella concentrazione del cammino ma ora nuovamente evidente), ma sui tanti diagonali erbosi hanno dolorosamente sollecitato i malleoli e, più in generale, le ho percepite più rigide e strette del solito. Si avvicina l’ora della ripartenza, visto il freddo e il vento che qui mi hanno accolto mi copro con tutto quello che ho a disposizione: canotta, maglia a mezze maniche, maglia a maniche lunghe, maglia pesante del secondo strato (proditoriamente messa nella borsa di assistenza), gilet antivento, giacca da pioggia, copripantaloni impermeabili, guanti, berretto invernale a cupola, cappellino leggero (per evitare che il cappuccio della giacca da pioggia mi scenda sugli occhi, lo fa meno di tanti altri ma comunque in modo a me fastidioso: preferisco avere la visuale bella libera in tutte le direzioni, anche verso l’alto). Così bardato saluto tutti e mi rimetto in cammino.

Come recita la legge di Murphy le cose avvengono quando non lo devono fare e così fatti pochi passi mi rendo conto che il vento va calando, “ok, qui sono in posizione protetta, ma più avanti torno allo scoperto, meglio non perdere tempo a spogliarmi” così mi limito ad aprire la cerniera della giacca e a togliere il cupolotto e il cappuccio della giacca. Mantenendomi alto sulla strada asfaltata, oltrepasso l’Hotel Bonardi (“inutile scenderci visto che non mi ci devo fermare, tanto non cambia poi molto e così è più logico”), poi seguo, come da percorso standard, il sentierino che evita il tornante del Pozzone, lo sguardo si alza ad osservare la rotonda cima del Dasdanino: “ammazza quanto appare lontana e alta, non me la ricordavo così”. Senza pensarci troppo procedo oltre e in breve arrivo alla base delle Calve degli Zocchi, un largo pendio erboso che, con pendenza progressivamente crescente, conduce alla detta sommità dove arrivo avvolto dalle nuvole che, senza ostacolare la visuale, rendono il paesaggio un poco surreale e fantasmagorico: nel tratto finale della salita avvisto, un centinaio di metri sulla mia destra, una grossa e nera ombra dalla forma di un grosso cinghiale, osservo con attenzione e mi sembra di notare del movimento, ma non ne ho la certezza, riprendo a salire tenendo d’occhio, più per curiosità che per altro, la grossa sagoma, poco più sopra diventano tre, due nere e una marrone, le osservo per alcune decine di secondi, percepisco lievi movimenti: “boh, potrebbero essere oscillazioni della nuvolaglia, non mi risulta che qui siano presenti”. Raggiungo il vicino Passo del Dasdana e, osservato con curiosità da una coppia in moto ferma in una piazzola di sosta, mi immetto immediatamente sul sentierino che porta verso la vetta dell’omonimo monte, sotto di me da un lato l’occhio azzurro del Laghetto Dasdana, dall’altro i ruderi della Caserma del Pian delle Baste nei pressi dei quali sono parcheggiati due furgoni, delle persone mi sembrano affollare la limitrofa area picnic… “qualcuno, nonostante il forte e freddo vento, si è attardato, uhm, forse sono dei pastori, vedo numerosi punti bianchi nei prati intorno, potrebbero essere pecore”. Fermandomi ogni tanto per guardarmi attorno e gustarmi il tramonto, supero la barriera di grossi massi, risalgo la successiva crestina che porta alla piattaforma di artiglieria, percorro la crestina finale e, sul fare della sera, raggiungo la vetta. Inizia la lunga cresta che riporta verso Brescia, al vento si aggiungono le nuvole basse che mi avvolgono in un gelido ed umido abbraccio, richiudo la giacca, rimetto il cupolotto invernale e rialzo il cappuccio, fra poco inizierà a far buio approfitto della fermata per prelevare e sistemare la frontale. Dando con la coda dell’occhio uno sguardo alla sempre bellissima conca dei laghi di Ravenola, scendo ai muretti a secco delle vecchie trincee e mi slancio sulla traversata delle Colombine. Salite e discese si alternano, la luce della frontale si ferma poco avanti creando nella nebbia un invalicabile muro bianco, i quadricipiti femorali danno segni di affaticamento e le ginocchia iniziano a brontolare, sulle discese più rovinate sono costretto a procedere con maggiore attenzione e minore velocità del previsto, una velocità che qui doveva invece iniziare a crescere: percepisco con chiarezza che sto accumulando ritardo. Rinuncio ai pochi metri che portano alla vetta del Monte Colombine per immettermi direttamente sul percorso di discesa verso il Goletto di Cludona. Con attenzione supero il primo tratto molto ripido e rovinato, poi cerco un recupero sul successivo lungo tratto di leggera discesa nell’erba. Cammino e cammino ma il goletto non arriva, sembra molto più lontano del solito, la nebbia si è fatta ancora più fitta, all’improvviso, un paio di metri avanti a me, appare una massa biancastra informe ma nitidissima, silenziosa passa velocissima alla mia sinistra, vicinissima, quasi a sfiorarmi, e ne noto le scie come di una cometa o di un cencio strappato, poi svanisce alle mie spalle. Il tutto dura pochi secondi, non ho avuto il tempo di fare o pensare alcunché, di certo non poteva essere una delle capre che qui di solito si trovano a pascolare, probabilmente una folata di vento ha fatto oscillare le alte e filamentose erbe giallastre che, confondendosi nella fitta nebbia, hanno generato l’immagine metafisica. Qualunque cosa sia stata, anche un semplice inganno della mia mente, la scena è stata intrigante e mi si è impressa nella memoria in modo profondo, così come altra di poco precedente in cui qualcosa di nero, sempre senza provocare rumore, si è alzato da terra per saltare nella mia direzione e poi volare via sfiorandomi ad altezza ginocchia. Misteri della notte nebbiosa e solitaria?

Finalmente sono al Goletto di Cludona, qualcosa d’impercettibile mi suggerisce che potrei dovermi fermare per un bivacco, meglio evitare le creste dove non avrei modo di riparami dal vento, decido di proseguire per la variante bassa anche se il tratto fino alle Sette Crocette proprio non lo conosco e il seguito l’ho fatto una volta sola, tre anni fa, in occasione del primo tentativo di TappaUnica3V. Manca una tabella del 3V ma c’è quella del CAI che indica con certezza la direzione da seguire. Dice venti minuti al passo, memorizzo l’orario corrente e calcolo quello di arrivo per avere un riferimento che mi tornerà utile per individuare quell’ampio valico, cosa tutt’altro che scontata in queste condizioni. A passo corsaiolo, senza mai fermarmi, seguo il nuovo percorso, la segnaletica scarseggia, specie quella del 3V (su tutto questo tratto individuo tre soli segni), ma il sentiero è netto e preciso, un solo bivio mi crea un attimo d’indecisione, subito risolta visto che mi è evidente che non devo né scendere né salire ma procedere in piano. Alla mia destra evidente la sagoma del crinale percorso dalla variante alta e che ben conosco, appare molto più in alto e non noto evidenti abbassamenti, la cosa mi preoccupa un poco “vuoi vedere che questo percorso si abbassa parecchio rispetto al valico e ti costringe ad una faticosa risalita!” Oltrepasso ripidi canali e sottopasso pareti rocciose di cui ignoravo l’esistenza, un tratto appare essere scavato nelle rocce stesse, ma la notte maschera l’esposizione. Avanti e ancora avanti, senza sosta e senza cedimenti, una fitta dolorosa ogni tanto si fa sentire sulla schiena ma gli dò poco credito, l’orario calcolato sulla base dei venti minuti della tabella è ormai decisamente passato e del passo non c’è traccia, ma ecco, finalmente vedo il crinale abbassarsi, all’improvviso scompare, attorno a me una piana distesa erbosa “devo essere al passo, riconosco questo posto”. Mi sposto diagonalmente alla mia destra, un cartello si materializza nella nebbia, più a sinistra in lontananza due tabelle segnaletiche che ben conosco, ancora qualche passo abbassandomi a destra ed ecco la traccia della variante alta, poi si materializza anche l’inconfondibile sagoma dell’altare: il muretto a secco con le sette crocette, un tempo di legno, ora metalliche. Il dolore alla schiena, forse la scapola destra, mi sta martoriando nello spirito, levo lo zaino e mi concedo una sosta sedendomi sul lato sottovento del muretto, mi appisolo per un paio di minuti, poi la mente, concentrata sul viaggio, mi ridesta dal mio torpore inducendomi a riprendere il cammino. Pochi minuti e sono al punto dove il 3V nuovamente si divide in due, chiaro il percorso che porta verso il Monte Crestoso, invisibile, invece, l’altro sentiero, ricordo più o meno la direzione ma nella nebbia non trovo né la traccia né la segnaletica. Qualche minuto girolando attorno ad un punto fisso, valuto le varie tracce che si notano a terra e scelgo quella che ritengo essere giusta, pochi passi e la traccia si fa più evidente, poi un segno bianco azzurro mi conferma d’aver scelto correttamente. Avanti a tutta, su e giù lungo il versante nordorientale del Monte Crestoso, un lungo traverso fino a che, dopo una breve salita, nuovamente tutto svanisce nel nulla, la traccia e la segnaletica: ho due segni appena dietro di me, ma nessuno in avanti, in qualsiasi direzione, il terreno di terra e pietre pare essere calpestato ovunque. Applico nuovamente la tecnica circonduttoria per individuare e verificare ogni possibilità, ancora decido bene e incappo nella segnaletica dopo qualche decina di metri (ma perché i bivi dei sentieri sono spesso mal segnalati? perché non si pensa che qualcuno potrebbe passare di notte e magari nella nebbia?).

Accelerando, per quanto le condizioni lo permettano, proseguo il cammino verso la Piana di Rosellino che ormai percepisco sotto di me, il sentiero volge bruscamente a destra e si porta sull’altro lato della conca in cui mi trovo, la frontale si riflette sulle tabelle che segnano il Passo del Crestoso. Per un attimo mi viene il frizzo di portarmi al bivacco Marino Bassi sotto la Colma di San Glisente dove potrei tranquillamente trovare riparo per attendere la mattina nella speranza che il dolore alla scapola svanisca completamente, ma cambio subito idea e proseguo lungo il 3V. Circumnavigando tra erbe, acquitrini e lisci placconi rocciosi m’addentro sul fondo della invitante piana di Rosellino, ad un certo punto la frontale inizia a lampeggiare, “mannaggia si sta esaurendo la carica e non ho dietro scorta!”. Ricordo che c’è un buon margine di tempo prima che si spenga del tutto, ma non ricordo quanto, la luna a tratti appare ma le nuvole ne attenuano notevolmente la luce, possibile ma sconsigliabile procedere a frontale spenta. “Ma cacchio, come mai si è già esaurita? Dovrebbe reggere undici ore alla massima intensità e io ne ho fatte… oops, undici! Già ma non tutte alla massima intensità, vuoi vedere che sono undici a minima intensità! Va beh, inutile discriminare, ormai è andata così, devo arrangiarmi alla meglio” (a casa ho poi riscoperto, e ben memorizzato, che dura da quattro a trenta ore). Attraverso per intero la piana iniziando a meditare su un probabile bivacco d’emergenza, verso la fine, nei pressi di un torrentello, una larga placca pianeggiante sembra adatta e mi ci sistemo “è da poco passata la mezzanotte, mancano tre ore al crepuscolo, qui non tira vento e la temperatura sembra confortevole, posso resistere; ma posso anche sperare in un colpo di vento che apra il cielo e mi permetta di mettermi in camino alla luce della luna”. Mando un messaggio sul gruppo WathsApp che avevo creato per TappaUnica3V in moda da avvisare della situazione, altri più dettagliati li mando a mia moglie che non è nel gruppo, ad Alberto chiedo di venirmi a prendere al Plan di Monte Campione dove è ormai deciso interromperò il mio cammino, ovviamente non mi aspetto risposte e invece quasi subito rispondono mia sorella e mia moglie. Passano una ventina di minuti, le nuvole non danno segno di voler lasciare spazio alla luna, il rumore del torrente particolarmente fastidioso, l’umidità si fa sentire e anche il vento si è rimesso in movimento, “a circa mezz’ora di cammino c’è la Malga di Rosellino, è meglio tentare di raggiugerla onde avere un riparo migliore”. Detto fatto, riprendo lo zaino e mi metto in marcia, la discesa verso la malga è molto impegnativa, il sentiero è costellato da una miriade di massi rotti, manco ci fosse stato un terremoto, devo procedere con molta cautela, tre volte rischio di cadere rovinosamente perchè nel passare in bilico su delle sottili lame la frontale si mette a lampeggiare. Alla fine ecco l’ombra della malga, vedo anche delle luci, forse ci sono i pastori. Con difficoltà individuo il giusto tracciato dove scende un tratto franato e percorso dall’acqua, poi lascio perdere la segnaletica e punto direttamente alla malga che lestamente raggiungo. Sorpresa, non c’è nessuno, “chissà che luci avevo visto!” Il catenaccio che chiude la porta non è munito di lucchetto, “belloooo, posso anche entrare!” Come non detto: la porta sembra inchiodata, impossibile aprirla. Giro i tre lati della malga (tralascio quello posteriore da cui sono arrivato), non vedo altre porte, allora mi sistemo sui gradini dell’ingresso che appare la zona più riparata e comoda, comunque qualche folata arriva lo stesso per cui mi rannicchio tra gli stipiti. Avviso casa e immediatamente arriva la chiamata di mia moglie: non è particolarmente preoccupata (mi conosce bene e in passato ne ho passate di ben più critiche), ma comunque desiderosa di sentire la mia voce e capire il mio effettivo stato fisico e mentale. Io sono assolutamente tranquillo e mi appisolo seduto sul gradino con la testa appoggiata alle ginocchia. Mi risveglio dopo un’oretta, brividi di freddo mi fanno tremare come un filo d’erba al vento, mi alzo e cerco di riscaldarmi effettuando alcuni esercizi ginnici, nel mentre… “aho, che scemo, nello zaino ho il telo termico”. Prendo il telo, a fatica (“ma come cavolo lo piegano”) lo apro e me lo avvolgo attorno riprendendo posizione sul gradino, fatico un poco a far si che il telo non si sollevi per effetto del vento ma alla fine sono ben protetto e nel giro di pochi minuti inizio a sentire un comodo tepore, certo non si può parlare di caldo, ma comunque sto bene e mi appisolo nuovamente, anzi proprio mi addormento.

Quattro del mattino, le nuvole sono scese nella piana e l’umidità fa sentire i suoi effetti, apro gli occhi, è ancora buio pesto, altro che crepuscolo, potrei certo sfruttare gli ultimi istanti di carica della frontale, ma non posso sapere quando mi lascerà al buio e poco sotto il sentiero entra nel bosco, ho più volte camminato al buio senza torcia, anche sotto i boschi, ma le insistenti preoccupazioni di mia moglie sull’incontro coi cinghiali, nonostante sia evenienza a cui sono ormai abituato, mi condizionano convincendomi a non mettermi in cammino: mi risistemo il telo e, godendomi in totale tranquillità il momento, mi pongo in attesa della luce. Verso le cinque c’è abbastanza chiarore, ripongo alla bene meglio, ehm, alla peggio (mi limito a cacciarlo a forza dentro una delle tasche elastiche dello zaino) il telo, mi bevo due bei bicchieroni di tè caldo che proditoriamente m’ero fatto mettere nel termos all’uopo predisposto nella borsa dell’assistenza (le previsioni meteo, almeno quelle che utilizzo io, dettagliate ora per ora, possono talvolta non essere perfette ma, se lette bene, sempre danno utili e corrette informazioni, per l’occasione davano una notte molto fredda: quando, la mattina e diversi metri più in basso, arriveranno a prendermi il termometro dell’auto segnerà sette gradi, con buona approssimazione posso dire che nella notte la temperatura è scesa ad almeno cinque gradi, forse anche tre), qualche movimento per rimettere in attività i muscoli e via, verso quella che ormai è diventata la meta finale. Subito mi accorgo che sto benissimo, affronto la discesa, non banale, quasi correndo, non ho dolori di nessun genere: “cavolo, se non avessi ormai accordo per il recupero al Plan tirerei dritto verso Brescia, ma Alberto deve farsi un bel giro per arrivare qui e non me la sento di rimandarlo indietro, lasciamo perdere”. Velocissimo continuo la discesa e altrettanto veloce affronto le risalite nel diagonale verso Malga Rosello di Sopra, poco prima di questa mi fermo per togliermi gli abiti pesanti ormai inutili e nel riporre il tutto mi avvedo che ho perso la frontale. “Mannaggia, visto quello che costa di certo non la lascio in giro, tanto più che di sicuro mi è caduta di testa quando, poco fa, ho levato il cappuccio della giacca”. Quel “poco fa” si dimostra un poco meno poco e devo camminare dieci minuti abbondanti prima di ritrovarla, comunque recuperata: “bon, anche questa è fatta, giusto non farsi mancare nulla”. Ritorno velocemente a Malga Rosello di Sopra e senza sosta imbocco la sterrata che mi porterà a Plan di Monte Campione. Alternando tratti di dolce salita ad altri decisamente più ripidi man mano mi avvicino alla Stanga del Bassinale, stretto valico che adduce alla conca del Plan. Il passo è sostenutissimo ed ecco che, sebbene molto più lieve, si rifà sentire il dolore alla scapola, dovrei esserne scontento e invece: “oh, ecco, meno male, almeno mi fermo per qualcosa!” Mi arriva un messaggio da Alberto che mi avvisa d’essere fermo al parcheggio, gli spiego da dove mi vedrà arrivare e, non volendolo far aspettare troppo, spingo al massimo la salita che mi porta al Bassinale poi mi lancio di corsa lungo la pista da sci che scende al Plan: “mazza, dopo novanta chilometri e trentacinque ora di attività sono ancora in grado di correre e di farlo su di un terreno non propriamente banale, che belloooo, giusta ricompensa e ottimo viatico per i successivi impegni”. Eccomi al Plan di Monte Campione ma… “dove cavolo è Alberto? Si sarà fermato al parcheggio basso”. Mi avvio lungo la strada asfaltata e nel contempo messaggio con Alberto per capire dove si trova: si è fermato al Laghetto, ovvero a parecchia distanza da qui. Gli spiego cosa deve fare per raggiugermi e continuo il cammino sulla strada. Una quindicina di minuti ed eccolo che arriva. “è finita, ora è proprio finita, che peccato essermi nuovamente arreso, specie perché stavolta era l’ultima.”

Ehm, sarà proprio l’ultima? Tu che dici?

Mumble, mumble!

 

#TappaUnica3V, ultimi giorni!


Mancano quattro giorni alla partenza, sono carichissimo, purtroppo le previsioni che prima davano bel tempo pian piano sono cambiate e ora danno pioggia pressoché continua e temperature basse, speriamo che la perturbazione ritardi un paio di giorni: certo qualche millimetro di pioggia non mi preoccupa, anzi, potrebbe anche farmi piacere nella calura attuale, ma ne sono previsti venti e anche se spalmati nella giornata iniziano ad essere troppi per i tratti di simil arrampicata (Dossone di Facqua, Dosso Alto, Corni del Diavolo, Almana) a cui non vorrei rinunciare.

A parte questo sono sereno, la preparazione fatta è stata notevole, la mia conoscenza del percorso e della montagna in genere è rilevante, ho sulle spalle un bagaglio tecnico di tutto rilievo, per cui mi dedico con calma e tranquillità alle ultime operazioni: ritiro dell’acqua e dello SPOT, controllo del materiale, sistemazione di piccoli dettagli quali la regolazione degli spallacci dello zaino, pulizia delle borracce e… rifinitura del piano di marcia, anzi quest’ultima cosa è stata già finita e, ricordandovi che si tratta di pure indicazioni di massima visto che quest’anno procederò, almeno per il tratto Brescia – Maniva, a sensazione, lasciando nello zaino persino l’orologio, eccola.

 

Dettaglio 2018 Distanza km Vel km/h Tempo assegn. Orario pass. Totali  tra riforn.
Brescia, inizio via San Gaetanino 0,00 0,00 00:00 20:00
Ex Rifugio Monte Maddalena 5,06 2,89 01:45 21:45
Stazione di Monte Salena 2,03 4,06 00:30 22:15
Colle di San Vito 1,81 5,43 00:20 22:35
Chiesa San Rocco a Nave 3,13 4,70 00:40 23:15
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 23:20
Santuario di Conche 5,60 2,80 02:00 01:20
Eremo di San Giorgio 1,97 2,96 00:40 02:00
Passo del Cavallo 2,51 3,77 00:40 02:40
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 02:45
Punta Camoghera 3,21 2,03 01:35 04:20
La Brocca 0,45 2,70 00:10 04:30
Dossone di Facqua 0,82 1,23 00:40 05:10
Passate Brutte 0,78 2,34 00:20 05:30
Corna di Sonclino 2,71 4,07 00:40 06:10
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 06:15
Passata di Vallazzo 2,35 3,53 00:40 06:55
Punta Ortosei 0,77 1,85 00:25 07:20
Punta di Reai 0,72 2,88 00:15 07:35
Cocca di Lodrino 2,47 3,71 00:40 08:15
Rifornimento – ripartenza     p 00:15 p 08:30 12:15
Passo della Cavada 3,32 2,66 01:15 09:45
Roccolo Morandi 0,99 2,97 00:20 10:05
Passo del Termine 2,67 4,58 00:35 10:40
Piani di Vaghezza 1,32 2,64 00:30 11:10
Vetta Vaghezza 0,48 2,88 00:10 11:20
Chiosco Vaghezza 0,76 5,70 00:08 11:28
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 11:33
Monte Ario 3,48 2,09 01:40 13:13
Goletto Campo di Nasso 0,60 7,20 00:05 13:18
Dosso Falcone 0,53 2,65 00:12 13:30
Passo Falcone 0,26 3,12 00:05 13:35
Monte Pezzeda 0,60 1,80 00:20 13:55
Passo di Pezzeda Mattina 1,02 6,12 00:10 14:05
Monte Pezzolina 0,74 1,78 00:25 14:30
Passo di Prael 0,30 2,25 00:08 14:38
Incrocio 3V basso 1,26 5,04 00:15 16:23
Passo delle Portole 1,62 4,42 00:22 16:45
Passo del Dosso Alto 0,72 5,40 00:08 16:53
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 16:58
Dosso Alto 1,26 2,16 00:35 17:33
Forcella inizio discesa pratone 0,40 1,26 00:19 17:52
Gioco del Maniva – Albergo Dosso Alto 1,58 5,27 00:18 18:10
Sosta e rifornimento – ripartenza     p 01:30 p 19:40 9:40
Monte Dasdana 4,61 3,64 01:16 20:56
Monte Colombine 1,45 4,35 00:20 21:16
Goletto di Cludona 1,15 6,90 00:10 21:26
Passo delle Sette Crocette 1,94 4,31 00:27 21:53
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 21:58
Monte Crestoso 1,17 3,19 00:22 22:20
Foppa del Mercato 2,85 2,85 01:00 23:20
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 23:25
Corni del Diavolo 0,47 1,13 00:25 23:50
Cima Torricella 0,85 3,40 00:15 00:05
Sella base Muffetto 1,15 6,90 00:10 00:15
Monte Muffetto 0,82 1,97 00:25 00:40
Goletto del Baccinale 1,00 7,50 00:08 00:48
Colma di Marucolo 3,92 3,14 01:15 02:03
Colle di San Zeno 3,83 8,51 00:27 02:30
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 02:35
Malga Gale 2,50 3,95 00:38 03:13  
Monte Guglielmo (Monumento) 1,67 2,51 00:40 03:53
Croce di Marone 4,13 9,91 00:25 04:18
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 04:23
Forcella di Sale 2,00 5,45 00:22 04:45
Punta Cabrera 0,58 1,51 00:23 05:08
Punta Almana 0,87 2,61 00:20 05:28
Croce di Pezzolo 1,65 6,60 00:15 05:43
Monte Rodondone 1,65 3,67 00:27 06:10
Santa Maria del Giogo (parcheggio trattoria) 1,34 6,18 00:13 06:23
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 06:28
Caposs 2,56 6,98 00:22 06:50
Rifornimento – ripartenza p 00:15 p 07:05 11:10
Pozza di Punte dell’Ort 0,43 3,69 00:07 07:12
Zoadello Alto – Vineria Zoadello 1,36 8,16 00:10 07:22
Pianello 0,79 5,93 00:08 07:30  
Strada del Faeto 0,39 3,90 00:06 07:36  
San Giovanni di Polaveno 1,49 8,94 00:10 07:46  
Uccellanda della Colmetta 3,51 4,21 00:50 08:36
Monte Magnoli 3,58 4,77 00:45 09:21
Quarone di Sopra (sotto cascina) 1,67 8,35 00:12 09:33
Quarone di Sotto (Pozza del Paradiso) 0,88 4,40 00:12 09:45
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 09:50
Via Forcella 3,43 8,23 00:25 10:15
Monte Selva (Santuario della Stella) 0,89 2,67 00:20 10:35
Roccolo Selva 1,22 4,88 00:15 10:50
Monte Peso 1,18 3,54 00:20 11:10
Margine o Pausa recupero – ripartenza     p 00:05 p 11:15
Via Campiani (parcheggio) 0,95 5,70 00:10 11:25
Passo delle Crosette 1,42 5,68 00:15 11:40
Monte Picastello 0,30 3,60 00:05 11:45
Brescia – Urago Mella (piazzetta) 1,56 6,24 00:15 12:00
  131,39 3,55 37:00 3:00 4:55
  Tot. km Vel. media Tot. ore cammino Tot. ore sosta

Alla prossima!

#TappaUnica3V, un mese alla partenza


 

IMG_20180425_102246

In questi ultimi tre mesi ho scritto molto poco e quasi esclusivamente pensieri concisi per l’omonima rubrica, non è che non avessi cose da scrivere e avrei anche avuto tempo per scriverle, ma ho preferito (e dovuto) dedicare questo tempo agli allenamenti per TappaUnica3V: è il terzo tentativo e, visto che l’età non vuole interrompere la sua crescita, dev’essere assolutamente vincente.

Ora manca poco più di un mese alla partenza per cui, approfittando dell’allentamento degli allenamenti a questo punto dedicati al mantenimento e al recupero, è doveroso soffermarmi un attimo sulla produzione di una nuova relazione. Dato il tempo passato dall’ultimo report le cose da scrivere sono tante, gioie e dolori, fatiche e premi, freddo e caldo, i colori passati dall’uniforme grigiore dell’inverno alle variegate calde tinte primaverili, la progressiva riduzione dell’abbigliamento fino alla recente sua apprezzatissima totale eliminazione. Una sequenza incredibile di emozioni, rese ancor più intense dall’averle vissute nella rapida successione data dalla corsa, una dietro l’altra, anzi, una dentro l’altra: senza il tempo di metabolizzarsi e sedimentarsi sono andate a sovrapporsi, mescolarsi, integrarsi, rafforzarsi, immortalandosi nella mente e nell’animo in modo tanto forte e profondo da potersi facilmente rievocare in ogni momento, di più, tanto da autoevocarsi nella veglia e nel sonno.

Un persistente stato di godimento emotivo mi ha e mi sta rendendo ogni giorno più forte e motivato, le sconfitte, che non sono mancate, ne sono state tradotte in insegnamenti utili, la fatica ne è stata trasformata in un soffio di vento che scorre leggero tra le fibre muscolari, i dolori ne sono stati velocemente affievoliti. Con il mio passato sportivo e in particolare con quello alpinistico pensavo di aver già provato gli sforzi più duri e le soddisfazioni più grandi, invece ho riscoperto che non c’è mai limite al limite, che anche a sessant’anni suonati è ancora possibile reinventarsi sportivamente e andare oltre, tornare ai vecchi fasti per superarli anche di molto. Bello, magnifico, un sogno reale, una realtà da sogno, manca solo l’epilogo migliore: completare l’anello del 3V secondo programma, ovvero seguendone tutte le varianti alte (ivi comprese alcune che mi sono inventato io stesso al fine di mantenersi il più possibile sul filo di cresta), restando nelle quarantotto ore massime soste comprese (il tempo programmato è di quaranta ore soste comprese) e, ciliegina sulla torta, indossando il più a lungo possibile la sola nuda normalità del corpo (l’ideale sarebbe sempre, ma troppi sono i centri abitati da attraversare e le strutture turistiche da toccare per poterlo sperare).

Tornando al presente, anzi, al recente passato, ecco il riepilogo sintetico degli ultimi tre mesi di allenamento (le tracce GPX dei percorsi indicati si possono scaricare dalla mia pagina su GPSies); con queste uscite nei primi quattro mesi e mezzo del 2018 ho registrato quasi quattrocento chilometri per ottantadue ore e mezza di cammino e corsa ai quali si aggiungono i quattrocento cinquanta chilometri e le ottantuno ore fatti negli ultimi cinque mesi del 2017. Tenendo conto che ho usato le app GPS solo per un settanta percento delle attività svolte direi che come allenamento TappaUnica3V 2018 ho, fino ad ora, messo nelle gambe un totale di mille duecento chilometri per duecento ore.

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Fase di potenziamento intensivo

Lavori ripetuti e programmati con intensità sempre molto alta, spingendo ogni tanto fino al limite; obiettivo quello di stimolare la massima crescita muscolare, articolare e fisiologica.

Tutte le mattine mezz’ora di ginnastica con esercizi di articolabilità e allungamento, dalle dita dei piedi al collo.

Quasi tutte le sere, prima di cena, mezz’ora di ginnastica con esercizi di forza, dalle caviglie alle braccia, con particolare attenzione per quadricipiti e core. A seguire quarantacinque minuti di propriocettività sulla tavola oscillante: quindici minuti su due gambe a occhi aperti, un minuto su due gambe a occhi chiusi, un minuto per ogni singola gamba a occhi aperti, un minuto su due gambe a occhi aperti, quindici minuti su due gambe a occhi aperti.

14 febbraio – Dieci chilometri in piano su strada asfaltata percorsi camminando come defaticamento dal lungo del giorno prima (i sessanta del sentiero del Carso Bresciano, vedi relazione).

19, 21 e 22 febbraio – Ancora sulla scalinata del parco di Bacco a Rezzato, nove ripetizioni (tre per tre con dieci secondi di intervallo attivo tra una serie e l’altra) per un totale di circa duemila scalini.

23 febbraio – Periplo lungo del Monte Fieno (Rezzato – BS): 9,1km, 472m D+ e D-, ore 1:18:43, velocità media di 6,93km/h.

26 e 28 febbraio più 2 marzo – Scalinata del parco di Bacco a Rezzato, nove ripetizioni (tre per tre con dieci secondi di intervallo attivo tra una serie e l’altra) per un totale di circa duemila scalini.

3 marzo – Anello sud della Maddalena a Brescia: 12,8km, 1011m D+ e D-, ore 2:15, velocità media 5,7km/h.

6 e 9 marzo – Scalinata del parco di Bacco a Rezzato, nove ripetizioni (tre per tre con dieci secondi di intervallo attivo tra una serie e l’altra) per un totale di circa duemila scalini.

7 marzo – Dopo la sopradetta scalinata aggiunto l’anello standard del Monte Fieno: 6,2km, 258m D+ e D-.

10 marzo – Esplorazione alla Cresta di Cariadeghe salendo dal Colle di Sant’Eusebio (Vallio Terme – BS): 9,973km, 75m D+ e D-, ore 2:19:27, velocità media 4,29km/h.

18 marzo – Anello del Selvaplana (Sopraponte di Gavardo – BS): 12,1km, 939m D+ e 943 D-, ore 2:23:50, velocità media 4,86km/h.

25 marzo – Dorsale nord di Caino (BS), invero partito per effettuare le creste di Caino e Nave (40km) ma andato in crisi coi quadricipiti dopo soli undici chilometri ho rinunciato a proseguire rientrando all’auto per un percorso alternativo più corto e semplice: 22,73km, 1825m D+ e D-, ore 5:48:46, velocità media 3,91km/h.

26 marzo – Defaticamento in Valle di Ome: 4,893km, 179m D+ e D-, ore 0:50:02, velocità media 5,87km/h camminando a passo veloce.

29 marzo – Esplorazione Cresta di Vallio da Cariadeghe: 8,57km, 624,6m D+ e D-, ore 2:27:18, velocità media 3,5km/h.

31 marzo –Corsa in Gavardina a Prevalle: 4,895km, 34m D+ e D-, ore 0:36:51, velocità media 7,97km/h.

1 aprile – Festa di Pasqua in famiglia presso gli Alpini di Rezzato che, fruendo del sentiero 530 (Carso Bresciano), raggiungo a piedi partendo da casa (Prevalle): 24,052km, 1450m D+ e 1343m D-, ore 5:22:40, velocità media 4,47km/h. Nel pomeriggio, sempre per il sentiero 530 e sempre a piedi, ritorno fino a Nuvolera: 7,14km, 350m D+ e 465m D-, ore un’ora e dieci minuti circa.

2 aprile – Camminata di defaticamento su piano asfalto con la moglie: 3,241km, 24m D+ e D-, ore 1:03:59, velocità media 3,04km/h.

6 aprile – Crinale est della Val Bertone: 17,559km, 781m D+ e D-, ore 3:52:23, velocità media 4,53km7h.

8 aprile – Esplorazione sentieri in sponda destra orografica della Val Bertone con Amici di Mondo Nudo: 7,18km, 766m D+ e D-, ore 3:20:42, velocità media 2,1km/h.

9 aprile – Sentiero dei funghi a Ome: 11,48km, 802m D+ e D-, ore 2:00:11, velocità media 5,66km/h.

11 aprile – Anello della Val Fredda a Brescia: 9,9km, 558m D+ e D-, ore 1:35:14, velocità media 6,13km/h.

15 aprile – Esplorazione sentieri in sponda sinistra orografica della Val Bertone: 16,7km, 1210,7m D+ e D-, ore 2:50:50, velocità media 5,9km/h.

18 aprile – Anello della Val Fredda a Brescia esplorando due piste da DH che possono rappresentare una variante di salita (invero risultate impraticabili per il pericolo di scontrarsi con ciclisti in discesa: molto strette e con parecchie curve strette e cieche, impossibilità di spostarsi e procedere al di fuori della traccia): 10,967km, 752m D+ e D-, ore 2:23:21, velocità media 4,59km/h.

1-018

Verifica del potenziamento

Secondo lunghissimo di montagna condotto alla massima velocità possibile al fine di verificare il livello muscolare, fisiologico e articolare raggiunto e poter così definire con precisione il programma di allenamento a seguire.

21 e 22 aprile – Lunghissimo, partito per fare gli ottanta chilometri dell’Anello Basso del 3V (Brescia – Gardone V.T. – Brescia) ho incontrato problemi di equilibrio e spinta (in seguito ho scoperto che nelle scarpe c’erano finite ambedue le solette e questo provocava innanzitutto notevole perdita di energia e poi un fastidiosissimo scivolamento laterale della soletta superiore su quella inferiore) che mi hanno fatto faticare più del dovuto rallentandomi sensibilmente e costringendomi, una volta arrivato a Gardone Val Trompia, a rientrare per la ciclabile di fondo valle anziché per la cresta in destra orografica della Val Trompia. Registrata solo la parte di andata da Brescia all’eremo di Sant’Emiliano: 33,4km, 2887m D+ e 1746m D-, ore 10:33:35, velocità media 3,16km/h. Percorso totale: km 60,2, 3100m D+ e D-, ore 17:37:00, velocità media 3.32km/h.

Recupero intermedio

In vista e in preparazione della successiva verifica finale un poco di riposo e una escursione esplorativa portata a bassa velocità.

25 aprile – Esplorazione lato est Val Bertone: 8,63km, 1162m D+ e D-, ore 2:24:58, velocità media 3,6km/h.

Test finalizzante

Obiettivo: fare 130km in otto giorni consecutivi nel minor tempo possibile onde mettere nelle gambe il chilometraggio del 3V e sollecitare al massimo i muscoli e le articolazioni.

27 aprile – Sentiero dei Funghi a Ome: 11,48km, 802m D+ e D-, ore 1:56:13, velocità media 5,92km/h.

28 aprile – Anello del Budellone a Prevalle: 8,22km, 361m D+ e D-, ore 1:36:24, velocità media 5,11km/h.

29 aprile – Anello stretto versante est Val Bertone con la moglie: 6,44km, 450m D+ e D-, ca 2 ore.

30 aprile – Crinale est della Val Bertone (Caino – BS) con variante iniziale (salita diretta al Monte Pino): 12,64km, 781m D+ e D-, ore 2:27:24, velocità media 5,14km/h.

1 maggio – Anello largo del Tre Cornelli a Vallio Terme: 13,59km, 922m D+ e D-, ore 2:20:09 velocità media 5,82km/h; nel pomeriggio 5km piani su asfalto al cammino con la moglie in ore 1:30.

2 maggio – Anello sentieri 1, giro alto e 2 in Maddalena a Brescia: 9,039km, 801m D+ e D-, ore 2:00:33, velocità media 4,5km/h.

3 maggio – Dintorni Prevalle camminando velocemente: 12,625km, 103m D+ e D-, ore 1:51:34, velocità media 6,79km/h.

4 maggio – Ancora Prevalle ma Gavardina tentando i 10 di corsa, bloccato dopo tre ho proseguito alternando corsa e cammino: 10,863km, m93 D+ e D-, ore 1:21:48, velocità media 7,97km/h.

Totali:  89,894km, 4054m, ore 17:04:05, velocità media 5,294km/h (ma togliendo le uscite lente fatte con la moglie sale a 5,9km/h).

Il totale chilometrico è rimasto lontano dall’obiettivo ma la velocità media è stata nettamente superiore a quella che dovrò tenere nel giro finale e le strutture (articolari e muscolari) hanno retto bene (solo alla fine qualche lieve dolore alle ginocchia) per cui… buono anche così.

Recupero e mantenimento

Da qui fino alla partenza del giro finale basta corsa, solo cammino con velocità e chilometraggio man mano digradante; duplice obiettivo: far riposare le strutture onde risolverne i dolori insorti e mantenere il livello prestazionale raggiunto.

Quasi ogni giorno, e anche più volte al giorno, automassaggi con pallina e rulli (grazie ai quali ho subito scoperto piccole e nascoste contratture che si stanno ora lentamente rilasciando).

6 maggio – Escursione con gli Amici di Mondo Nudo all’Anello di Boatica in Caino: 9,7km, 580m D+ e D-.

Dal 7 al 12 maggio – settimana di recupero senza uscite in ambiente o corse su strada, solo esercizi ginnici.

13 maggio – Camminata con la moglie alla Rocca di Manerba: 7,82km, 194m D+ e D-, ore 2 ore e mezza.

14 maggio – Anello del Dragoncello da Caino: 10,1km, 910m D+ e D-, ore 2:18:35, velocità media 4,4km/h.

17 maggio – Anello lungo sul versante est della Val Bertone con salita al monte Sete: 6,31km, 531m D+ e D-, ore 1:33:03, velocità media 4,07km/h.

 

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#TappaUnica3V sensazioni ed emozioni di una sessanta chilometri tirata


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(Foto di archivio; durante questa uscita, per ovvi motivi, non ne ho fatte)


Uscita di allenamento sui monti di Gavardo, sovrapposti a quelli che ben conosco trovo dei nuovi segni in vernice con l’indicazione 530, li trovo qua e là, in un’apparente 530confusione che mi incuriosisce per cui, arrivato a casa, faccio una ricerca su Internet ma non trovo nulla. Passa qualche settimana, nuovi allenamenti sui monti di casa, non solo Gavardo, ma anche Serle e Vallio Terme, incappo nuovamente nei segni cinquencentotrenta, stavolta trovo anche la sigla SCB. Nuova ricerca su Internet e, grazie alla detta sigla, finalmente trovo un sito che ne parla, quello dell’Associazione Naturalmente di Rezzato: SCB sta per “Sentiero del Carso Bresciano”, un anello escursionistico sulle SCBmontagne tra Rezzato e Vallio Terme ideato da detta associazione e da poco terminato di pulire e tracciare. “Sessantasei chilometri, uhm, quasi la metà del 3V, interessante, può essere un valido test per TappaUnica3V, ne ho programmati due per la primavera, ma ce ne sta bene un altro ora”. Detto e fatto: individuo la data migliore (carnevale) e, in quattro uscite, faccio la debita esplorazione. Mettendo insieme le tracce il dislivello risulta di quasi tremila metri, un terzo del 3V “ottimo!”, mentre i chilometri scendono a cinquantotto “va beh, vanno bene lo stesso”. Di sessanta ne ho già fatti alcuni e dovrei essere mentalmente pronto all’impegno che mi aspetta, stavolta, però, la situazione è diversa, stavolta le intenzioni sono più aggressive, stavolta dev’essere un test fisico fondamentale ai fini della mia TappaUnica3V 2018, un test che mi possa dare risposte forti e inequivocabili: “voglio coprire la distanza nel minor tempo che mi è possibile”.

Ore quattro, suona la sveglia, mi alzo e, ancora nudo (si, si, dormo nudo: è scientificamente provato che è il modo più salutare di dormire), metto al fuoco la cuccuma per il mio solito infuso di zenzero e limone. Nell’attesa che l’acqua giunga a bollore, restando nudo (già ha poco senso l’uso del vestiario di per sé stesso, figuriamoci quando si deve fare un’attività fisica, qual è la ginnastica; per altro la nudità permette di meglio vedere e sentire la posizione di ogni parte del corpo, di IMG_0618meglio percepire la tensione di ogni muscolo, efficientando, così, il lavoro svolto), faccio i miei soliti esercizi di flessibilità e allungamento per ridare mobilità ad un corpo irrigidito dal lungo tempo passato disteso nel letto. L’acqua bolle, la verso nella tazza e, intanto che prende sapore, completo gli esercizi. Bevo il mio infuso accompagnandolo con un lungo biscotto ricoperto da un velo di marmellata di arance amare. Yogurt? “No, è di soia ma comunque oggi non lo prendo: mancano pochi minuti al cammino e, anche come esperimento, preferisco tenere lo stomaco il più leggero possibile”. È ora di vestirsi: per prevenire irritazioni spalmo sullo scroto e sui capezzoli la crema antisfregamento, per potenziare e prolungare l’effetto della ginnastica applico sulle gambe la crema riscaldante, infine, con attenzione, indosso l’abbigliamento tecnico da corsa. Prima la maglia a maniche lunghe sopra alla quale infilo, quale rinforzo termico, la maglia senza maniche; si, sopra, perché date le temperature previste è evidente che quella a maniche lunghe dovrò tenerla sempre addosso mentre questa senza maniche la leverò nell’arrivare al previsto sole e avendola sopra potrò farlo più facilmente e velocemente, senza esporre il torso nudo all’aria fredda. Ora le calze asimmetriche “oggi vale la pena usare quelle più belle, quelle che userò nel giro finale”, i leggins invernali da trail con le sei comode tasche, la maglia esterna “meglio quella più pesante!”, l’eccezionale e leggerissimo gilet antivento, le nuovissime scarpe da trail. Lo zaino è già pronto, come mia abitudine l’ho preparato ancora ieri sera, devo solo prelevare dal frigorifero il sacchettino con i dadini di bresaola, insieme alle mandorle già in tasca sono un altro esperimento, e riporlo in una delle tasche sulla cintura ventrale. Ore quattro e trenta, saluto mia moglie, prendo lo zaino e la borsa con il ricambio da lasciare in auto, salgo in macchina e m’avvio al punto di partenza.

IMG_9680Ore quattro e quarantacinque, parcheggio l’auto nel piccolo piazzale davanti al convento Francescano di San Pietro in Colle sopra Rezzato, la chiudo con cura, fisso le chiavi al moschettone che ho appositamente predisposto all’interno dello zaino, indosso quest’ultimo, sistemo per bene i larghi e avvolgenti spallacci, allaccio i due cinghioli di stabilizzazione posti sul torace e, alle quattro e cinquantasette, m’avvio con decisione lungo il piazzale in direzione del viottolo che dà inizio al lungo cammino. Fatti pochi metri, esco dalle luci del convento ed entro nel buio del sentiero: “argh, non ho indossato la frontale!”. Velocemente, senza nemmeno fermarmi, sgancio i cinghioli dello zaino, sfilo un solo spallaccio, prendo la frontale che avevo proditoriamente collocato in una delle tasche a rete sull’esterno dello zaino e la sistemo sulla testa. “Bon, ora sono a posto, andiamo!”

La tattica che ho programmato prevede una partenza tranquilla per poi andare in progressione ma sempre camminando, solo nella parte di ritorno, se avrò gambe, mi metterò a correre. Dopo qualche centinaio di metri, però, le mie gambe già spingono con decisione, mi sento benissimo e così le lascio andare: “tutto sommato sanno ben loro quello che devono fare e così posso ancor più mettermi alla prova, vediamo fin dove arrivo”. Nonostante il forte acquazzone di ieri pomeriggio trovo solo qualche pozzanghera e pochi tratti di fango, persino le pietre sono asciutte: “ottimo!” Sul IMG-20170711-WA0006cellulare ho attivato due app GPS, una per il tracciamento live che permetterà a mia moglie di seguirmi in tempo reale attraverso Internet, l’altra mi darà apposite indicazioni vocali sulla velocità di cammino permettendomi di memorizzarle a livello sensoriale: nel giro finale di TappaUnica3V dovrò fare affidamento solo ed esclusivamente sulle mie sensazioni, le dotazioni tecniche saranno ridotte a quel minimo necessario alla mia sopravvivenza e, soprattutto, a dare tranquillità ai familiari. Con due app al lavoro rischio di esaurire la batteria prima dell’arrivo pertanto mi sono dotato, ennesimo esperimento, di una piccola e leggera batteria esterna (power bank).

“Cinque virgola sette chilometri all’ora”, la voce elettronica, impudicamente, seppure sommessamente, rompe il silenzio della notte per darmi le poche informazioni che ho programmato. Bivio Vianello, m’infilo nello stretto sentiero che scende verso la cava di marmo, conosco molto bene questi sentieri e così procedo senza nemmeno guardare i segni di vernice. “Mmh, c’è qualcosa che non mi quadra, ho la cava alla mia sinistra quando doveva essere a destra! Va beh, ormai vado di qua, tanto porta allo stesso punto”. Eccomi alla strada sterrata che unisce la Valle di Virle a Botticino, ancora pochi passi e ritrovo la segnaletica del cinquecentotre. Ehm, la segnaletica, un segno perché poi non ne vedo altri: “che strano ne ricordo diversi, o non risplendono alla luce della frontale o sono io a non vederli? Va beh, avanti che non posso perdermi in ciance”. All’improvviso appare, illuminato dalla mia frontale, un nitido sentierino. “mmm, mi sembrava che fosse più lungo il tratto di sterrata e poi ricordo un piccolo cartello segnaletico che qui non vedo”, per alcuni secondi provo a illuminare la strada ma non vedo segni: “non posso perdere altro tempo, andiamo di qui!” Infilo questo sentiero, sembra proprio lui, pure questo risale il ripidissimo argine della strada (“ma non era meno ripido?”), pure questo è stato creato tagliando di fresco la boscaglia, pure questo poco dopo s’infila tra una barriera di rovi (“ma mancano quelli pendenti a cui ero rimasto attaccato, si vede che li hanno tagliati!”), però… però arriva una ripida discesa che non doveva esserci (“ahi, ahi, mi sa che ho sbagliato”) e poi un lungo diagonale con tortuose curve attorno a piccoli alberi: “ok, ho sbagliato, ormai è sicuro; questa parte di monte la conosco poco, però la direzione è quella giusta, sopra a destra ci sono grosse cave e sotto di queste la loro strada di collegamento taglia per intero questo versante del monte, gioco forza la traccia che sto seguendo o finisce su tale strada o sull’altro sentiero, quello giusto.  Avanti!”. Con un percorso tra l’altro più bello di quello originale (meno strada sterrata, un lungo diagonale con continui stimolanti su e giù, diverse curve arrotondate che danno dinamismo al cammino) arrivo alla strada delle cave e, poco dopo, sono ad un trivio, devo orientarmi un attimo: evidente che non devo prendere alla mia destra, tornerei indietro, osservo le luci di Molvinella e intuisco che devo tenere la più bassa delle due sterrate che vanno verso sinistra. Pochi passi ed ecco che dal bosco alla mia sinistra sbuca il percorso segnalato, un altro segno poco più avanti sulla strada che ormai, anche se l’ho fatta una volta sola, ben riconosco. Discendo con decisione e velocemente, case di Molvinella: senza esitazione imbocco l’asfaltata salita per la Trattoria Eva.

La pendenza si fa rilevante, m’impongo di controllare il passo che, sulla rincorsa della discesa, stava proseguendo ad un ritmo troppo sostenuto. Alcuni cani abbiano al mio passaggio: “state zitti che la gente dorme!” All’altezza della trattoria la pendenza cala e l’asfalto lascia spazio allo sterrato, uno sterrato liscio e duro, sono all’incirca quarantacinque minuti che cammino così ne approfitto per assumere, secondo gli insegnamenti di un atleta del trial mondiale letti recentemente in un articolo specialistico, la prima barretta energetica. Fatico a scartarla, mi distraggo un attimo e… oops: il netto bordo di una buca, le caviglie eccessivamente rilasciate, la mente altrove impegnata, improvvisamente il lato esterno del piede sinistro cede letteralmente torcendo la relativa caviglia. Le scarpe ben fascianti e reattive, l’allenamento, i riflessi prontissimi risolvono brillantemente la situazione: sposto immediatamente il peso sull’altra gamba e rimbalzo via evitando che la caviglia storta subisca un carico eccessivo e si infortuni. “Meglio restare un attimo più concentrati” mi dico e, senza nemmeno fermarmi, procedo oltre. Riprende la salita ripida, il cellulare sentenzia “cinque virgola cinque chilometri all’ora”: “uauh!”. Ecco la croce in pietra che dà il nome al Crociale, luogo posto sul crinale sud del Monte Fratta poco sotto la grande cava delle Paine, abbandono la sterrata per prendere un sentierino che, in lieve salita, porta al rifugio del Gruppo Difesa Ambiente Naturale, davanti al quale mi stringo l’allacciatura delle scarpe IMG_0860che un poco si è lasciata andare. Mi incammino sul lungo diagonale che porta al crinale opposto, quello sud ovest, alla mia sinistra le luci e i rumori di Botticino, Caionvico e Sant’Eufemia accompagnano il mio cammino. Il terreno si è fatto a tratti più complesso, tonde e lisce pietre scivolose si susseguono alternandosi a piccoli insidiosi spuntoni, anche di giorni questo tratto richiede attenzione, figuriamoci di notte. Inclino la frontale, nel fascio di luce vedo scorrere il terreno: erba, pietre, terra, pietre, terra, erba, erba, terra… brina: “eeeeh, brina?” Macchie di bianchi cristalli gelati all’improvviso appaiono sotto i mei piedi: “ma che sono questi cristalli bianchi? Troppo morbidi per essere brina, è… è… è neveeeee! Va beh, poca roba, non mi creerà problemi”. Man mano che salgo la coltre bianca si fa sempre più estesa: “aho, non è solo una spolveratina, è una nevicata vera e propria”. Un bel candido bianco mantello risplende alla luce della frontale, circa dieci centimetri di neve ricoprono il terreno che mi circonda, mi sono trovato altre volte di notte con la neve, ma è la prima volta che mi ci trovo da solo: “splendido! Magico! Incantevole!” intense piacevolissime sensazioni pervadono la mia mente, il mio animo, il mio intero essere.

Raggiungo e imbocco la strada sterrata che percorre il costone sud ovest del Monte Fratta, dopo un tratto ripidissimo la pendenza scema leggermente, ancora pochi metri e m’infilo nel bosco: un bel sentierino sale alla vetta del Fratta. Tracce di animali mi guidano con estrema precisione sul tracciato: “ma guarda te, l’avevo già notata altre volte questa cosa: anche gli animali del bosco conoscono e seguono i sentieri dell’uomo?” Immerso in queste osservazioni, cercando di capire di quali animali siano le tracce che mi anticipano, veloce continuo nella mia salita. La poca neve è comunque sufficiente a piegare i rami più sottili e, per non infradiciarmi, sono ogni tanto costretto alle forche caudine eppure… “cinque virgola quattro chilometri all’ora” sentenzia la simpatica vocina elettrica del mio cellulare, “mai, camminando, sono andato così veloce in salita, ottimo, vuoi vedere che riesco a chiudere in dieci ore!” Vetta del Fratta, piccolo dosso erboso ricoperto dal bosco, senza sosta passo sul versante opposto per indovinare nella neve la prosecuzione del sentiero che, stretto e contorto, s’insinua come un serpente fra gli alberi del bosco formando molte secche curve (divertentissimo questo tratto, specie quando lo discendi di corsa). Ancora impronte di animali segnano con incredibile precisione il percorso. “Quattro virgola zero chilometri all’ora”, “che succede? Sono in discesa e vado più piano?” L’app sul cellulare per ben due volte mi segnala la stessa cosa, pare essersi incantata “Boh, non c’è tempo per fare controlli”. Finisce il sentiero e inizia la sterrata che, con varie svolte e alcuni incroci, mi porta all’area pic-nic Le Acqua in quel di Serle Castello. La notte pian piano sta lasciando il passo al giorno, ancora non vedo bene ma il fondo chiaro della strada qualcosa lascia intuire, “approfittiamone per allenare la propriocettività”: spengo la frontale e mi godo l’avanzare del crepuscolo.

Castello di Serle, strada asfaltata, ormai la luce del giorno rende tutto più chiaro e facile, un’invisibile placca di ghiaccio e mi esibisco in un proditorio esercizio di equilibrio: “ocio Ema, ad oggi esiste una sola suola che si aggrappa al ghiaccio e non è sotto le tue scarpe”. Una ripidissima breve salita ed eccomi al campo sportivo, un sentierino profondamente scavato a formare un morbido toboga sale alla strada dell’altopiano di Cariadeghe. Qualcuno ieri s’è divertito con il fuoristrada, la neve è sconvolta dai segni dei copertoni e le crestine formate dai tasselli delle gomme nella notte si sono gelate, camminandoci IMG_8940sopra cedono rendendo faticoso l’incedere e poi scricchiolano in modo estremamente fastidioso, meglio tenersi il più possibile ai lati della strada dove la neve è ancora fresca e intonsa. Valpiana, la strada inverte la sua pendenza e concede un tratto di bel respiro. “Sei e tre chilometri all’ora”, “ehi, che bella media! Le dieci ore si fanno papabili.” Dopo un tratto di piano e qualche discesina, una ripida breve salita porta al piazzale sotto la punta di San Bartolomeo, risalgo la stradina della via crucis, la copertura nevosa è di quindici centimetri perfettamente intonsi, nemmeno tracce di animali l’hanno rovinata, niente, solo una liscia candida vellutata soffice superficie bianca. Analoga situazione nella successiva discesa lungo il sentiero che porta al parcheggio degli alpini in quel di Cariadeghe, un tratto sconvolto da numerosissime pietre oggi, però, la soffice coltre nevosa attenua piacevolmente gli atterraggi.

IMG_8498Aggiro la casa degli alpini di Serle scavalcando il dossetto di Belfiore, raggiungo la conca detta delle Marende (merende), attraverso l’asfalto di via Casinetto e, con una larga stradina, m’inoltro nel bosco. Eccomi alla rete metallica che cinge la polveriera di Serle, breve fermata per inviare il secondo messaggio a casa: “confine polveriera Serle tutto bene energia da vendere”. Un largo e divertente giro nella boscaglia alternata a radure erbose, con l’intermezzo di una simpatica pozza, ed eccomi al Laghetto Pantano dove riprendo a camminare su liscia sterrata. In breve sono sul crinale che dà sulla valle di Vallio Terme, discendo un poco poi una secca curva a destra e riprende la salita. Svolta a sinistra, passo accanto a un grande capanno da caccia, piegandomi sulle gambe sottopasso una sbarra, ancora qualche metro di stradina e poi giù, giù a capofitto verso Vallio Terme: la prima parte della discesa è veramente un tuffo verso il basso, un ripidissimo pendio da scendere, con grande attenzione, sulla linea di massima pendenza. Recentemente è stato tagliato il bosco e, come spesso purtroppo accade, la legna di risulta è stata abbandonata ovunque, ivi compreso il sentiero, rendendo non solo complesso il cammino, ma anche estremamente pericoloso, specie ora che la neve nasconde la cedevole ramaglia e rende assai scivolosi i legni. Alla base del pendio, seguendo le segnalazioni, la volta scorsa m’ero trovato a litigare molto pericolosamente con ammassi di rami accatastati in grande quantità e alcuni grossi tronchi, oggi le cose sono complicate dalla neve e così individuo un percorso che mi eviti tale ammasso. Data la copertura nevosa e la segnaletica carente (o sparita a causa del taglio) ho qualche difficoltà a ritrovare la traccia del sentiero, ma alla fine ci sono: “ok, ora posso rilassarmi”. Senza altri problemi velocemente scendo verso il fondo valle, dopo un tratto ripido e scivoloso, raggiungo il sentiero che dal Monte Tre Cornelli porta al Colle di Sant’Eusebio, lo seguo verso sinistra e, poco dopo, un lungo comodo tratto a mezza costa mi permette di assumere la seconda barretta energetica.

Oltrepassata una sorgente, ad un bivio abbandono il cinquecentoventi e scendo diretto verso Vallio Terme, ancora qualche tratto scabroso poi velocemente sono alla strada sterrata che mi conduce alla strada asfaltata che da Vallio sale al Colle di Sant’Eusebio. IMG_2074Tagliandone due tornanti la seguo in discesa per brevissimo tratto e, subito a valle della trattoria Miravalle, imbocco via Fornasetti: alle mie spalle il sole inizia a fare capolino e ne sento sulla schiena l’impronta riscaldante, tolgo il gilet antivento e la maglia senza maniche, risistemo l’allacciatura delle scarpe, invio messaggino a casa e poi via, verso il profondo solco vallivo del Fosso della Madonna. Una recentissima modifica al tracciato evita la ripidissima risalita a Piazze, anche se comunque porta a altrettanto ripida, ma ben più breve, salita lungo una sterrata. Uno stretto sentierino s’infila nel ripido pendio cespuglioso del Dosso dei Morti e, con largo giro, porta verso il fondo del valloncello. Erba brinata, le scarpe, dopo aver retto ore di neve, qui lasciano passare l’acqua, ma le nuove scarpe, grazie anche alle eccezionali calze che indosso, fanno comunque il loro lavoro: non solo non sento i piedi freddi ma, uscito dall’erba, nel giro di una decina di minuti scarpe, calze e piedi sono perfettamente asciutti… “è proprio vero, con le scarpe basse il goretex alla fine è più uno svantaggio che un vantaggio”.

IMG_9084Santuario della Madonna de Manghèr (o, secondo alcuni, del Malgher, la contesa sul nome appare tutt’oggi accesa), riprende la salita che, prima con largo giro, poi in modo più diretto e deciso, mi porta poco sotto la sommità della Rocca di Bernacco. L’ultimo ripidissimo tratto, che la volta precedente mi aveva costretto a diverse fermate, pur con lo stesso ritmo lo supero quasi d’un sol colpo: “grandioso, gli allenamenti sulla scalinata del IMG_9080Parco di Bacco seppur iniziati da poco hanno già dato buoni frutti, li continuerò”. Aggirato il crinale ovest della rocca mi appare un panorama stupendo: dietro i monti innevati per effetto del debole sole azzurrognola risplende la piatta superficie del Lago di Garda. Non posso esimermi dal dedicare alla scena alcuni secondi, sarebbe da fare una foto ma non posso consumare la batteria del cellulare, lascio invadere la mente dalla visione e, col cellulare, mi limito a inviare un ben più utile messaggio a casa. Lestamente mi rimetto in cammino: “la strada è ancora lunga, molto lunga”. Con un comodo piano traversone raggiunto il lato opposto della rocca, una discesa conduce all’arrotondato stupendo crinale est oggi totalmente innevato alla fine del quale ecco il mitico inconfondibile secolare “Castagno del Barcol”. IMG_0511Stavolta non mi faccio ingannare dai segni che vanno in salita e mi butto subito in discesa lungo l’asfalto che abbandono dopo poco per prendere una sterrata molto rovinata, ripidamente e faticosamente risalgo il fitto bosco: “cinque virgola sei chilometri all’ora” il cellulare regolarissimo scandisce il mio cammino, mi rendo conto che anche quando mi sento bloccato invero la velocità è pur sempre sostenuta, “ottimo!” Fine salita, questa salita ovviamente, imbocco la discesa che mi deve riportare a Vallio Terme, una discesa per ora comoda e cementata che sfrutto per anticipare i primi sentori di fame mangiando qualche dadino di bresaola e qualche mandorla. Termina il cemento, uno sterrato sconvolto si abbassa con due lunghi diagonali e un tornante, poi si trasforma in sentiero dove diversi sono i tratti alquanto tecnici: sassi mobili accatastati gli uni sugli altri, lisce placche di roccia, secche curve, salti rocciosi, stretti passaggi incassati, un ripidissimo scivolo sempre bagnato, un alto argine di terra e pietre nel cui mezzo la traccia compie una strettissima doppia curva che impone equilibrio e dinamicità.

Di nuovo sterrato, piano e uniforme per un bel respiro, poi per asfalto scendo alle Terme di Vallio, altro messaggio a casa e levo dalle scarpe alcuni sassolini che da chilometri mi porto fastidiosamente appresso. Come ho ormai compreso essere la tattica migliore, approfitto del tratto facile per assumere un altro prodotto energetico, stavolta un gel liquido bio a base di aloe e altri prodotti naturali. Passano pochi secondi e… “mannaggia, mi brucia lo stomaco! Ricordo, mi è già successo almeno un paio di volte dopo l’assunzione di questo gel, dovrò verificare per bene, in ogni caso meglio eviralo per il giro finale di TappaUnica3V”. Attraverso il paese e prendo la sterrata ciclabile che, in lieve discesa, raggiunge Fostaga, nuovamente salita. “Dai Ema, questo è l’ultimo preoccupante ostacolo, una volta in cima è fatta”, sulla spinta di questo incitamento mentale, con l’aiuto di un gel energetico, affronto il primo tratto, particolarmente ripido, IMG_9073con troppa foga e sul successivo diagonale falsamente piano mi trovo in sofferenza, devo fermarmi spesso, pochi secondi ma comunque sufficienti a rendere meno efficiente il passo: “due virgola tre chilometri all’ora”, “mannaggia la velocità è crollata!” Tengo duro, cerco di sfruttare al meglio i brevi piani per recuperare energia, mi concentro sulla respirazione, “dai, dai, non cedere, dai che poi si respira per un lungo tratto, dai!” “Tre virgola quattro chilometri all’ora” “siii, vaiii!” “Quattro virgola cinque chilometri all’ora”, “Grande Ema, ecco il ponticello, manca poco, ce l’hai fatta!” L’ultimo strappo estremamente ripido lo IMG_9072supero molto più agevolmente di quanto mi aspettassi e in un baleno sono ai Casini di San Filippo, piccola cascina abbarbicata su un terrazzo erboso in mezzo a un vasto castagneto, un luogo che ogni volta mi lascia sensazioni incredibili, un luogo che ogni volta m’invita al riposo e alla meditazione. Metà strada è ormai alle spalle ma i chilometri sono ancora tanti e, sebbene brevi, ci sono ancora diverse salite, l’inflessibile orologio indica che ormai le dieci ore di percorrenza sono svanite: “beh, dai, in effetti per le dieci è ancora troppo presto, i precedenti sessanta li ho fatti in ventisei, se chiudo in undici è di certo un buon risultato”. Affronto con oculata determinazione la salita che porta al Piazzale Sovino, controllo il passo sulla successiva lunga moderata discesa e approfitto della liscia strada per mangiare ancora un poco di dadini di bresaola e alcune mandorle. Il cielo si è annuvolato, le ombre si sono allungate sul bosco, inizio a sentire freddo, molto freddo, sarebbe opportuno rimettermi anche la seconda maglia o utilizzare addirittura il vecchio pile da montagna che mi sono tirato appresso quale supporto di emergenza, ma “fra poco si perde quota e la temperatura risalirà, inutile perdere tempo” e così non faccio né l’una né l’altra delle cose, mi limito a rimettere cappellino e guanti, a immaginarmi un bel fiascotto di vino da cui far scivolare il corroborante liquido verso il mio gargarozzo. IMG_2344Oltrepasso l’area pic-nic di Tesio, percorro velocemente il lungo tratto di asfalto che dolcemente scende ad una altrettanto lunga e piana mulattiera, un avanti e indietro alquanto illogico visto che si potrebbe scendere più direttamente per un ben più corto e divertente sentiero nel bosco, ma tant’è, “questo è il tracciato e questo si deve fare, stop!”. Perdendo quota le mani si sgelano e, forse anche con la complicità del vino virtuale, pian piano passa anche la sensazione di freddo, mi riapproprio del mio corpo e più dinamicamente procedo sulla rovinata vecchia strada che alternando tratti ripidi a tratti dolci scende al bucolico gruppo di case di Marzatica.

Due cani m’accolgono festosamente, ehm, festosamente, magari non proprio visto che uno dei due tenta di mordermi un polpaccio, non ci riesce e, in cambio, evita per un soffio una involontaria tallonata sul mento. Lungo, lunghissimo il successivo diagonale verso Pospesio, condito con qualche breve ma ripida salitella, ne approfitto per assumere un paio di gustosissimi caramelloni gommosi, non saranno molto energetici ma sono una vera manna per il palato reso secco e sgradevole dalle tante ore di cammino. Una liscia sterrata riporta verso l’alto, quasi un’arrampicata vista la notevole pendenza, devo cadenzare con attenzione il passo. Abbandono anche questa strada, un bel traverso su cotica erbosa, lieve discesa e poi una scabrosa antica mulattiera con ripida salita mi porta poco sotto l’abitato di Sarzena che raggiungo per un sentierino solo in parte ripulito dalla cortina di rovi che lo costeggia. Di nuovo su asfalto, di nuovo in discesa, “cinque virgola nove chilometri all’ora” puntuale l’incitazione dell’app sul cellulare alla quale poco dopo seguono due significativi segnali d’allarme: “ecco, sto esaurendo la carica”. Mi fermo, collego la batteria esterna e riprendo il cammino, ma poco dopo di nuovo i due deludenti segnali, mi fermo nuovamente e controllo: “mannaggia, la carica è scesa ancora, vuoi vedere che il power bank è scarso? Uhm, forse non regge due app, chiudiamone una”. Ovviamente chiudo quella meno importante e, per altro, più pretenziosa, ovvero quella che mi scandisce il cammino. Riparto, il percorso prosegue prima lungo la strada asfaltata poi per sentieri ne taglia alcuni tornanti. Rispondo ad un messaggio di mia madre che, classicamente, giunge nel momento meno opportuno costringendomi ad una fermata indesiderata anche perchè nel mezzo di una discesa che IMG_20180127_121636sto sfruttando per recuperare un poco di tempo. Ripreso il cammino velocemente scendo, poco sopra Paitone oltrepasso il Santuario della Beata Vergine e la chiesetta di San Rocco, ancora pochi minuti e sono alla bella sorgente Rudone di Paitone. Messaggio a casa e noto che la carica è salita, “ottimo”, per precauzione segnalo comunque che ho il telefono in esaurimento e potrei non essere in grado di comunicare, così come potrebbe interrompersi il live del tracciamento.

Su piano asfalto oltrepasso l’abitato di Paitone e m’infilo in quello di Nuvolento, al limite settentrionale di questo, dove il monte scema nel piano, una stretta stradina fra vecchie e nuove case mi porta al sentiero che, infilandosi in una specie di canale di scolo, si alza all’acquedotto lungo la strada per Serle. Da qui una bella stradina ormai inerbata si alza tra santelle e resti di panchine (forse un’antica via crucis), finché un segno inequivocabile induce ad abbandonarla per salire nell’erba fino a raggiungere altra vecchia sterrata ormai quasi ridigerita dal monte. Una breve discesa, un lungo traverso per sentierino e, superata una piccola cava, forse una delle tante prove di cava che esistono in questa zona, ripiombo verso valle arrivando a Nuvolera proprio in coincidenza della Fonte Sole. Ancora un poco di piano asfalto, poi di nuovo per sentiero salendo dolcemente al parco degli Alpini. La salita riprende con maggior decisione e il percorso si fa più faticoso per via di diverse roccette e di tratti particolarmente ripidi. “Aho, non finisce più? In esplorazione mi era sembrata assai più breve”. L’esclamazione mi attraversa la mente più volte, segno di un cedimento psicologico. Dai e dai sono al sommo e inizio, seppure con l’intermezzo di una ripida salita che proprio non ricordavo, a scendere verso la valle di Nuvolera. La raggiungo in prossimità delle prime case di questo paese, nei pressi della trattoria “Conca dei Marmi” imbocco il sentiero che risale il versante orientale del Monte Cavallo. Il primo tratto è molto ripido e fangoso, la fatica torna a farsi sentire, comunque salgo piuttosto velocemente “dai, dai il ripido è breve, al vicino tronante la salita si spiana e puoi respirare”. Vicino? Ancora una volta la memoria m’inganna: ci vuole un tempo che mi sembra eterno prima di arrivarci. “Eccolo, eccolo” con soddisfazione sono al tornante e, senza fermarmi, mi avvio sul lungo traverso che porta al versante meridionale del monte Cavallo, un’esplosione alle mie spalle mi fa trasalire: hanno fatto saltare una mina di cava. Gustando le ultime caramelle gommose con rinnovato vigore percorro il traverso e la successiva discesa verso un’altra chiesetta di San Rocco. Poco sopra a questa riprende la salita, una lunga e a tratti ripida salita IMG_1337verso il famoso Sercol di Nuvolera, caratteristica conformazione rocciosa che, vista dall’alto, sembra un cerchio perfetto (cosa che ha fatto ipotizzare ad un luogo di culto o a qualche misteriosa struttura astro energetica), ripetutamente la mente si lamenta “cacchio, non finisce più, mi sembrava molto più corta”. L’affaticamento fisico e mentali combinati rimettono in evidenza i bruciori di stomaco che avevo dimenticato: “proviamo se anche per IMG_1311questi va bene la fettina di zenzero fresco”, la prelevo da una tasca sullo spallaccio dello zaino scoprendo che ho perso le altre due (“mmh, è di sicuro successo quando ho prelevato la bustina di gel, dovrò studiare una collocazione diversa”), la mangio e in effetti il dolore si attenua sensibilmente “ottimo!” Il mio percorso non raggiunge il Sercol ma, arrivato alla cascina Cutra, devia a sinistra e, seguendo una comoda interminabile sterrata, taglia tutto il versante settentrionale del Monte Camprelle per poi scendere tra le cave di Castagna Torta e raggiungere la Valle di Virle, che velocemente discendo verso l’ultima risalita, “l’ULTIMA!”

IMG_2085Eccola, prima facile e comoda, poi più movimentata, è il sentiero della Lepre, dove le pietre che ne sconvolgono in fondo sono in buona parte segnate dai pattini degli slittoni usati, tanto tempo addietro, per trasportare a valle i blocchi di marmo necessari alla costruzione delle case di Rezzato. Anche questa mi sembra più lunga del solito ma anche questa giunge alla fine. Approfitto di un tratto pianeggiante per bere il secondo e ultimo gel liquido, sorpresa: mi sistema lo stomaco che da alcuni chilometri aveva ripreso a bruciare. Più rilassato percorro la ripida discesa che mi porta alla casa degli alpini di Rezzato, due giovani uomini, imbacuccati a più non posso stanno giocando a carte su uno dei tavolini IMG_2084posti d’innanzi alla vuota struttura “boh, contenti loro!” Io continuo per la mia strada e velocemente percorro il sentiero che scende verso la cascina “La Casella”. Non mi porto subito al parcheggio, seguendo la segnaletica del cinquencentotrenta aggiro a est la sommità del colle San Pietro per poi salire al parcheggio con l’ultimo ripidissimo tratto di via San Francesco d’Assisi: “la classica ciliegina sulla torta”. Ore diciassette e quaranta, dodici ore e quaranta minuti dopo la partenza tolgo lo zaino e lo sistemo sul muretto che cinge il parcheggio, recupero le chiavi dell’auto e l’apro, tolgo le maglie umide di sudore e condensa, ne indosso una asciutta, aggiungo una giacca pesante, accendo l’auto per mettere in carica il telefono, mando un messaggio a casa e a mia mamma “Arrivato, tutto bene”, faccio qualche esercizio di allungamento per defaticare i muscoli, seduto sul muretto con tutta calma mi mangio una barretta proteica per aiutare la ristrutturazione delle fibre danneggiate, l’accompagno con l’acqua rimasta in una delle due borracce. Cambio le scarpe e poi via verso casa dove completo la ristrutturazione articolare e muscolare ingerendo un beverone di carboidrati e amminoacidi, eseguendo qualche altro esercizio di allungamento e massaggiandomi le gambe con una bella spalmata di gel-olio (è un gel che come lo spalmi si trasforma in olio per massaggi) all’arnica. Chiudo il pomeriggio disteso sul divano analizzando i dati del tracciatore e rivivendo mentalmente tutte le fasi salienti del giro: rivedo l’allontanarsi delle luci di Botticino, la IMG_9097magica notte bianca sul Monte Fratta, il fascino del crepuscolo, la candida e intonsa neve di Cariadeghe, l’improvvisa apparizione della gemma luminosa del Lago di Garda, i paesi dell’ultimo tratto; rivivo la straordinaria sensazione di energia che mi ha accompagnato dalla partenza alla Rocca di Bernacco, l’amaro affanno insorto salendo verso i Casini di San Filippo, il gran freddo di Tesio, il piacevole avvicinarsi alla pianura della parte finale, le insidie mentali del continuo su e giù diventato più lungo di quanto sperimentato nelle esplorazioni, il fastidio per l’inarrivabile fine del traversone sotto il Monte Camprelle, il senso di sollievo nell’affacciarsi alla Valle di Virle, la spinta in avanti dell’ultima discesa, la gioia dell’arrivo. Bello, bellissimo, sono soddisfatto, molto soddisfatto, un gran bel giro, un grandioso risultato, ho retto fisicamente e mentalmente, ho mantenuto una velocità alta e costante per i primi due terzi poi un lieve calo che, purtroppo, posso quantificare solo in via indiretta a causa dell’anticipato spegnimento del cellulare. Pronto a ripetermi, pronto per il prossimo sessanta che mi vedrà impegnato sui monti della bassa val Trompia e proprio lungo il tracciato del 3V, un secondo fondamentale test su quella parte del tracciato che nel tentativo di TappaUnica3V 2017 mi ha imposto un’anticipata interruzione del cammino, un forzato e doloroso ritiro.

È giunta la sera, ceno con una bella pastasciutta per completare la dose di carboidrati necessaria ad un ottimale recupero energetico, un poco di verdura per le vitamine, un pezzo di formaggio per le proteine, una decina di noci per completare l’assunzione di amminoacidi essenziali importanti per la ricostruzione muscolare, poi, felice e incredulo per l’assenza di dolori, vado a dormire, sarà un sonno lungo e ristoratore?


#TappaUnica3V nuovi protocolli, importanti conferme


IMG-20170712-WA0034Nell’ultima relazione (Farsi male con e per niente) avevo anticipato l’intenzione di modificare sensibilmente il protocollo di allenamento, vuoi per una serie di piccoli infortuni che stavano susseguendosi gli uni agli altri, vuoi per l’approssimarsi del giro finale e, pertanto, la necessità di meglio focalizzarsi sulle più specifiche esigenze: il potenziamento dei quadricipiti femorali, un riequilibrio fisico generale e i test sulla lunga distanza.

Per il primo aspetto al posto della corsa su asfalto ho inserito le scale, individuando una scalinata perfetta (per chi fosse della zona, quella del Parco di Bacco a Rezzato): due sezioni, la prima molto ripida con cento dieci scalini alti mezza spanna e stretti che fanno lavorare per bene polpacci e quadricipiti, la seconda con all’incirca altrettanti scalini ma bassi e lunghi che costringono ad allungare per bene le gambe. Ci faccio tre serie da tre ripetizioni cadauna, alla prima seduta parto di corsa, ma non riesco a completare le serie e pertanto decido di passare al cammino, rapido ovviamente, con il quale alla data odierna ho fatto cinque sedute complete.

Per il secondo aspetto ho aggiunto altri esercizi alla mia ginnastica quotidiana, che ora mette in movimento l’intero corpo, alternando tra un giorno di potenziamento muscolare e uno di flessibilità e allungamento, salvo alcuni esercizi specifici che ripeto ogni giorno: articolabilità del piede e della caviglia (ho scoperto che il sinistro è molto rigido), allungamento del piriforme e dell’ileo tibiale, propriocettività (tavola oscillante per quindici minuti su due piedi a occhi aperti, più un minuto a occhi chiusi e uno per gamba su un solo piede).

Per il terzo aspetto ho programmato tre uscite di sessanta/settanta chilometri, la prima a febbraio da farsi a tutta (dove per tutta intendo la massima velocità che sentirò di poter portare senza mettere a rischio il completamento del percorso), la seconda ad aprile da farsi non proprio a tutta ma quasi (poi si vedrà al momento) e la terza ai primi di giugno da farsi a velocità del giro finale.

Bene, la prima di queste uscite l’ho già fatta, precisamente fatta il 13 febbraio (quindi pochi giorni fa, alla data in cui sto scrivendo questa relazione) percorrendo per intero il Sentiero del Carso Bresciano, anticipandola, a brevissima distanza (due giorni), con una media lunghezza corsaiola (ventuno chilometri con milletrecento quattro metri di dislivello coperti in tre ore e cinquantadue minuti). Che ne è uscito? Beh, io sono contentissimo e penso di poter affermare che i nuovi protocolli di allenamento hanno subito dato frutti importanti:

  • cinquantotto chilometri con tremila metri di dislivello coperti in dodici ore e quaranta minuti (ne avevo previste da dodici a sedici);
  • non sono mai andato in debito di ossigeno, nemmeno sulle salite più impegnative (e due lo erano in molto particolarmente intenso);
  • energia rimasta costante per due terzi del percorso, poi lieve calo (qui avevo programmato di fare piani e discese di corsa ma non me la sono sentita e ho preferito andare ancora al passo);
  • tenuta psicologica perfetta, solo tra il chilometro quarantaquattro e il chilometro cinquantadue ho dovuto lavorare sulla mente (la parte finale vedeva continue risalite che nelle esplorazioni m’erano sembrate brevi e invece ora apparivano ben più lunghe e impegnative);
  • nessun dolore, ne muscolare ne articolare, ne durante la camminata ne dopo ne nei giorni a seguire, solo, a partire dalla sera, indurimento delle ginocchia restando seduto a lungo, ma svanito completamente in due giorni.

IMG_20180215_102511A completamento delle informazioni date, aggiungo che per queste due ultime uscite con grande soddisfazione ho utilizzato un nuovo paio di scarpe: Kalenji Kiprun Trail MT. Comunque il giro finale verrà effettuato ancora con le Ultra Raptor GTX de La Sportiva, più pesanti ma più protettive delle Kiprun e di cui ne sto appositamente tenendo da parte un paio quasi intonso (che userò solo per l’ultimo lungo a velocità giro finale). Le Kiprun copriranno il delicato e importante ruolo della riserva.

Ah, nei sessanta chilometri ho anche testato vecchi e nuovi apporti energetico alimentari:

  • riduzione dell’acqua con integratore (che resta sempre l’ottimo HydraFit della NamedSport) e aumento dell’acqua pura (ovviamente Acqua Maniva PH8 naturale) per rispettare il massimo di tre borraccine giorno dell’HydraFit (per l’occasione ne ho usata una sola contro due di acqua pura);
  • caramelle PowerGel Shots della PowerBar all’arancio, non molto energetiche ma dal sapore decisamente gradevole che aiuta a ripulire ogni tanto la bocca e, a differenza degli altri gel, dà gratificazione al palato e alla mente;
  • barretta Energy della Equilibria, che fornisce una bella carica di energia attivata nel medio tempo e disponibile a lungo;
  • gel Enervitene Sport Hone Hand gusto Cola della Enervit, molto pratico da assumere anche se la bustina vuota tende a sporcare (impossibile svuotarla perfettamente), fornisce un’immediata carica di energia;
  • gel vegano BioEnergy al Lime della AloeXPro, che però non pare dare grande energia e, che è peggio, sembra provocarmi bruciori di stomaco;
  • gellino (gel liquido) Enervitene Sport gusto arancia della Enervit, che fornisce anch’essa una bella carica di energia di pronto utilizzo pur restando disponibile abbastanza a lungo, inoltre mi ha rimesso a posto lo stomaco in preda ai bruciori (peccato averci pensato solo sul finire, ovvero dopo molti chilometri dalla loro insorgenza, ma non mi aspettavo questo effetto);
  • dadini di bresaola, che ho trovato utili (in particolare evitano l’insorgere della fame) anche se stimolano la voglia di un bel bicchiere di vino e lasciano in bocca una sensazione di pastosità;
  • mandorle sgusciate e pelate, che mi hanno lasciato perplesso, in particolare per la produzione di polvere che si attacca alla gola e provoca conati di tosse (la prossima volta provo quelle non pelate);
  • pezzettini di zenzero fresco, che già conoscevo come ottimi per risolvere le difficoltà digestive, qui sono risultati utili anche per attenuare (ma non eliminare) i bruciori di stomaco.

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#TappaUnica3V farsi male con e per niente


Proprio per niente magari no visto che il mio obiettivo tutto sommato, vuoi per motivazioni personali, vuoi per i suoi contenuti sociali, non è irrilevante, di sicuro con niente visto che ho solo fatto quello che già stavo facendo da tempo: correre. Ma partiamo dall’inizio.

Come ho già scritto quest’anno ho adottato un processo di preparazione decisamente più complesso di quelli adottati in precedenza: non mi limito a camminare e macinare chilometri, ma faccio anche tanta ginnastica e… corro, corro, corro, sia nelle uscite in ambiente che su strada. Il tutto, ovviamente, sebbene non abbia un personal trainer, è fatto con opportuna dovizia: mi sono divorato pagine e pagine di documenti e articoli in materia di allenamento sportivo e corsa, ricavandone tutti i possibili suggerimenti, tutte le più specifiche indicazioni e anche qualche bella, semplice e chiara tabella (chissà mai perché si fa fatica a trovarle e quando le trovi per lo più sono estremamente complesse e, magari, anche poco chiare; comprendo che non sia facile fare tabelle adatte a tutti, comprendo che l’argomento sia delicato, comprendo anche che chi lavora nel campo voglia garantirsi il mantenimento delle possibilità di lavoro, ma alla fine è proprio facendosi conoscere attraverso la pubblicazione di materiale chiaro e fruibile che ci si fa buona pubblicità, fitness insegna). Una delle tabelle trovate riguarda proprio chi vuole iniziare a correre e promette di portarlo senza danni a correre i dieci chilometri (in pano e su asfalto) in un’ora, esattamente quello che volevo e così l’ho adottata e la stavo seguendo meticolosamente con ottimi risultati, sia nel senso della progressione atletica, sia in quello dell’assenza di infortuni e dolori. Stavo? Si stavo, perché ad un certo punto, proprio quando, essendo arrivato agli ultimi livelli della tabella, le uscite su strada diventavano più lunghe e pesanti, gli impegni di lavoro e personali hanno interrotto gli allenamenti e sono riuscito a portarli avanti solo a intermittenza: invece di quattro sedute settimanali, ne potevo fare una sola, massimo due distanziate fra loro.

Stanno arrivando le vacanze di Natale, non dovendo più andare a scuola, nonostante avrò comunque tante cose da fare, riuscirò a trovare il tempo per uscire a correre ogni giorno. Mercoledì 20 ripeto, dopo una settimana di pausa (dalla corsa su strada, perché gli allenamenti in montagna del fine settimana continuano con costanza), il livello otto che prevede cinque minuti di cammino, trentacinque di corsa, cinque di cammino e altri quindici di corsa. È un livello che, sebbene non in continuità, ho già corso varie volte e lo mantengo senza problemi, con una velocità che varia da otto a quasi undici chilometri all’ora (mi scuso con i veri corridori, ma io non mi ci trovo a usare i minuti a chilometro) per una media finale più vicina ai nove che agli otto chilometri all’ora: “ottimo, alla prossima uscita passo al livello nove”. Così faccio, il 23 imposto l’app sul cellulare in modo che mi dia la tempistica per il livello nove: cinque minuti di cammino, quarantacinque di corsa, cinque di cammino e altri quindici di corsa. Avendo recentemente trovato un articolo che suggerisce, per non farsi male, una frequenza minima del passo di centottanta passi al minuto, ho scaricato un pedometro (ricerca impegnativa visto che nessuno da direttamente la frequenza e pochi appaiono chiari e di facile gestione) e avvio anche questo. Partenza, come sempre mi concentro sulla postura, ovvero sul sentirmi leggermente sbilanciato in avanti al fine di lavorare più sull’avampiede (cosa questa suggerita da tutti gli articoli sulla corsa), oggi esasperandola un poco, e sulla respirazione (ho adottato il metodo asimmetrico, inspirazione più lunga dell’espirazione e quest’ultima che inizia ogni volta in coincidenza con l’appoggio di un piede diverso, suggerito da un grande campione della corsa, metodo che dovrebbe ridurre l’incidenza degli infortuni, di certo ha il vantaggio di migliorare la respirazione stessa), stavolta aggiungo anche l’attenzione alla frequenza del passo che aumento sensibilmente al valore che ad un calcolo empirico (conto a mente i secondi facendo attenzione agli appoggi e verifico che sono sicuramente tre per ogni secondo) sembra essere vicina a quella cercata. Completo la seduta con grande soddisfazione: nessun dolore, ottime sensazioni e… velocità più alta del solito, sia nella punta massima arrivata a quasi dodici chilometri all’ora, sia nella media che sale a nove e trenta. Purtroppo il pedometro segna zero e non posso calcolare e verificare la frequenza del passo, do per scontato che le mie valutazioni empiriche fossero corrette.

Giorno successivo, ho installato un altro pedometro e riparto per una nuova uscita del livello nove. Mantengo la stessa frequenza del giorno precedente e la stessa inclinazione avanti del corpo. Dopo una quindicina di minuti in cui tutto gira al meglio, ecco che le gambe iniziano a farsi dure, beh, mi dico, sarà un poco di stanchezza dovuta al ritmo sostenuto di ieri, rallento proprio di poco e procedo. Qualche minuto e le gambe riprendono a girare come si deve, il ritmo torna ad alzarsi. Altri quindici minuti ed ecco che appare una sensazione di tensione alla base del tendine di Achille del piede destro, è proprio leggera e la ignoro. Anche questo fastidio poco dopo svanisce, in compenso ne appare uno decisamente più intenso alla parte superiore esterna della gamba destra, è un dolore che già conosco e so svanire velocemente per cui procedo oltre senza apportare particolari variazioni alla mia corsa. Anche stavolta svanisce ma ci mette più tempo del solito, molto di più, comunque svanisce. Arrivo al punto di inversione e prendo la via del ritorno. Mi avvicino al termine della fase corsaiola e… zacchete, una fitta sotto il tallone, secca ma non forte, percepibile ma non a tal punto da provocarmi alterazioni nel passo, rimane solo un leggero fastidio ad ogni appoggio, rallento un poco e procedo. Nella fase di cammino il fastidio sotto il tallone scompare e posso concludere la seduta senza ulteriori problemi. Dai, tutto sommato non è andata male ho corso quasi allo stesso ritmo di ieri. Le ultime parole famose! Rientrato in casa mi spoglio e mi dedico allo stretching che sempre segue queste mie sedute di allenamento: allungamento dei muscoli posteriori della gamba, poi passo a quelli del polpaccio e… rizacchette, di nuovo il dolore al tendine d’Achille, allento la tensione leggermente poi rispingo avanti, il dolore si attenua spostandosi lateralmente verso e sotto il malleolo, come se avessi preso una storta, ma non ne ho prese, boh! Con una preoccupazione crescente visto che il dolore non solo non scompare ma si estende a buona parte del piede esterno, concludo lo stretching e faccio la doccia, per tutta la giornata dovrò fare i conti con il dolore, non fortissimo, anzi, per quelli che sono i miei parametri, potrei dire leggero, comunque dolore e pertanto, anche perché riprende pure sotto il tallone, la preoccupazione permane e cresce.

La sera applico sulla zona dolorante e l’intera gamba destra adeguate pomate a base d’arnica e specifiche per il recupero, la notte mi sveglio con fitte alle ginocchia (cacchio c’entrano con le caviglie?) che però si calmano in pochi minuti e posso riprendere il sonno, la mattina le ginocchia appaiono a posto e pure la caviglia sembra in sistemazione, comunque oggi niente corsa, solo applicazione delle pomate all’arnica, ginnastica e lavoro con pallina e tavola oscillante. Nel frattempo ragiono sulla situazione: rammento di essermi storto la caviglia destra in occasione di uno degli ultimi allenamenti in montagna, ma non avevo avuto dolore ne immediato ne a seguire, forse aveva comunque lasciato dei segni che si sono ora risvegliati; forse l’essermi inclinato avanti più del solito ha messo in tensione i legamenti della caviglia che, seppure allenati, sono di certo induriti dall’età; forse la frequenza del passo era troppo alta e l’aumento degli urti tra tallone e suolo ha portato alle recrudescenza di un mio vecchio problema al tallone destro che, sollecitato dal dover stare a lungo in piedi, ogni tanto mi duole; forse a seguito del dolore al tallone ho inavvertitamente messo in tensione il piede e adottato una rullata molto diversa dal mio solito; forse le scarpe che ho adottato per la corsa su strada sono poco ammortizzate in relazione al mio peso.

Natale, oggi le circostanze mi creano una giornata parzialmente solitaria, nel primo pomeriggio devo essere a Brescia in ospedale per fare compagnia ad un parente ricoverato per cui ne approfitto per testarmi e testare i tempi sulla prima salita del sentiero 3V: da Brescia alla Maddalena. Dati i problemi riscontrati nei giorni precedenti ho programmato di procedere solo camminando e così faccio per tutta la salita, salita che riesco comunque a fare in tempo record: un’ora e tre minuti, ben venticinque minuti in meno della mia precedente salita più veloce. Procedendo lungo il crinale sommitale il vento gelido che scende dalla Val Trompia mi tormenta, comunque procedo e arrivo alla Costa di Monte Denno dove, nel breve passaggio sul lato San Gallo, trovo una temperatura assolutamente gradevole e approfitto di un praticello al sole per decretare la sosta; “dopotutto è Natale”. Distendo sull’erba la giacca, mi spoglio completamente, seduto mangio un paio di mandarini e qualche pezzetto di panettone, bevo mezza soluzione di aminoacidi e poi mi distendo al sole, godendomi la solitudine, la nudità e il tepore che la nuda belle riesce a recepire a pieno.

Un’oretta dopo è ora di ripartire, mi rivesto, sistemo lo zaino e via verso la discesa. I primi metri sono in salita e le gambe legnose per la lunga sosta spingono male, ma giunto in cresta inizia una lieve discesa che le scioglie e velocemente arrivo all’ex rifugio Maddalena. Inizia la discesa, ripida e tormentata da alte radici, la caviglia e il tallone mi preoccupano e, invece, tacciono completamente; le sensazioni si fanno buone inducendomi a provare qualche passo di corsa: “grandioso, posso correre!” Allora via, felicemente di corsa fino al Grillo. Alternando corsa e cammino risalgo un poco fino alla vecchia stazione a monte della funivia, qui parte il sentiero che, costantemente ripido, scende alla Margherita. Con un residuo di titubanza riprendo la corsa, la traccia è scavata dal passaggio delle biciclette dei discesisti e questo incrementa le sollecitazioni sul piede, ma tutto continua a funzionare al meglio e anche quando il sentiero diventa una vera e propria pista da Down Hill posso continuare a correre seppure mantenendomi entro limiti di prudenza. Senza interrompere la corsa, nemmeno quando il terreno si fa fangoso ed estremamente scivoloso, arrivo alla sterrata della Margherita che, alternando cammino e corsa, mi riporta al Gottardo da dove, per asfalto, scendo in cauta leggera corsa fino ai Medaglioni. Imbocco la vecchissima mulattiera di accesso a questa località: una lunga scalinata che porta alla base del monte, dove pervengo senza problemi e con grande soddisfazione per la veloce ripresa.

Prudenzialmente non esco a correre per altri tre giorni limitandomi alle pomate e alla ginnastica (che intensifico nelle sue parti dedicate alla protezione delle articolazioni), poi riprovo il duro asfalto e il pesante livello nove della mia tabella di allenamento. Mantengo un ritmo sensibilmente più basso, quegli otto chilometri all’ora che mi hanno sempre permesso di correre senza problemi, riduco la frequenza del passo ai livelli soliti, evito di estremizzare l’inclinazione in avanti del corpo pur concentrandomi su un appoggio di avampiede che, d’altronde, mi risulta spontaneo e tutto va alla grande: nessun dolore, gambe perfette, sensazioni stupende: “bene, per colpa della foga e dell’entusiasmo mi sono fatto stupidamente male, ma poi ho saputo gestirmi al meglio e recuperare in tempi ridotti, mettiamo nel paiolo anche questo insegnamento e, con maggiore attenzione, procediamo verso la meta finale”.

La zona dolente

Ora sono appena tornato da un’altra uscita del livello nove e ho dovuto subito mettere in atto i nuovi propositi: dopo una decina di minuti di corsa il tallone ha dato fastidio ma, curando la morbidezza dell’appoggio, il tutto si è risolto alla svelta e il fastidio non è più ricomparso; le fitte alle ginocchia si sono si fatte sentire nei primi venti minuti ma è questione per me ormai abituale e finché resta nei soliti limiti non mi preoccupo; purtroppo non solo si è rifatto vivo il problema alla gamba, ma stavolta ha prodotto anche delle fitte, non forti ma comunque oltre quello che si può considerare fastidio e, pertanto, per ben tre volte (quasi alla fine del secondo intervallo, a metà e poco prima della fine del quarto) sono passato anzitempo dalla corsa al cammino, anche se solo per una trentina di secondi. Non posso riprodurre in alcun modo queste fitte, al tocco la zona non produce dolore e nemmeno con lo stretching, solo in assenza di altri pensieri avverto un lieve costante fastidio, come di tensione e gonfiore (ambedue però assenti), quasi avessi preso una botta (che non ho preso), “boh, devo preoccuparmi?” Si, sono preoccupato!

 

A questo punto, checché ne dicano quelli del sito Albanesi.it (“chiunque può correre i dieci chilometri in un’ora”), rifacendomi a quanto letto altrove (“esiste un limite fisiologico, legato all’età e alla storia articolare e muscolare, oltre il quale non è possibile andare senza infortunarsi: a sessant’anni non è possibile correre come e quanto a venti”), rammentando i miei diversi infortuni alle ginocchia (i cui dolori m’avevano, una quindicina d’anni addietro, indotto ad abbandonare la montagna) e ripensando all’esito degli esami radiologici eseguiti la scorsa primavera al ginocchio destro (radiografia: “Note gonartrosiche diffuse. Presenza di una formazione esostosica sul profilo posteriore… e di un’altra immagine esofittica… laterale” – risonanza magnetica: “… si riconoscono due formazioni esostosiche… Modesta componente versamento sinoviale… Il menisco mediale, lievemente assottigliato in sede centrale, presenta sfumata iperintensità… in relazione ad evoluto quadro di meniscosi…. Modesto edema in corrispondenza della borsa della zampa d’oca… Alcune pliche ispessite ed ipertrofiche… in relazione a fenomeni sinovitici) ipotizzo d’aver raggiunto, e forse superato, il mio attuale limite fisiologico e, per non mettere a rischio il giro finale di TappaUnica3V, intanto mi impongo qualche altro giorno di pausa dalla corsa su strada (che appare essere l’unica a crearmi problemi), poi, rinviando a data da destinarsi l’obiettivo dei dieci chilometri in un’ora, ripartirò dal livello sette (che nemmeno ripetendolo più giorni consecutivi mi aveva creato problemi) per procedere, se necessario, alternando ad ogni uscita un giorno di sola ginnastica: tutto sommato le prestazioni a cui sono arrivato sono nettamente migliori di quelle che avessi mai raggiunto (anche se devo dire che mai mi sono allenato in modo specifico e metodico) e posso ritenerle più che sufficienti per TappaUnica3V, devo solo lavorare sui quadricipiti (per i quali la corsa in piano non serve a niente mentre servono le scalinate, e ne ho individuate due bellissime) e sul mantenimento della forma.

Già, come leggevo recentemente in un articolo sulla corsa, pur facendo distinzione tra cosa è adattamento e cosa è patologia, mai correre sul dolore: ci vuole poco, molto poco, praticamente niente a farsi del male e poi recuperare, ammesso di riuscirci a pieno, può essere problematico!

“Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte terza


Continua da “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte seconda

Tutte le foto sono dello stesso Luca, scattate durante questo cammino.


Il Sentiero delle Tre Valli Bresciane secondo me

GIORNO 4: La battaglia di Croce di Marone

Il cellulare trilla alle 7.30, ho dormito benissimo. Mezzora per sistemare lo zaino e preparasi. Colazione abbondante e da leccarsi i baffi. Si sta proprio bene al Cimosco. Ne abbiamo di cose da raccontarci io, Nicola e i rifugisti. Così vengono le 9, bisogna partire per forza. Ma oggi, l’avevo già deciso, non camminerò quanto ieri, anche perché un po’ di stanchezza la avverto. Oggi proverò a rifiatare, così domani avrò le forze per arrivare sino a Urago Mella. O almeno per provarci. Perciò accompagno Nicola per un breve tratto: il mio amico sta ripercorrendo all’indietro l’itinerario che io ho compiuto ieri. Si fermerà al rifugio Rosello e poi girerà i tacchi per tornare a casa. Fotocamera in mano, Nicola immortala alcune marmotte e qualche uccellino che lui riesce a classificare scientificamente, mentre per me sono tutti uguali: hanno le ali, sono volatili. Nicola mi spiega pure che esiste la marmotta-sentinella: è lei che, con alcuni fischi, avvisa il resto della ciurma del passaggio di un potenziale pericolo (gli animali, uomini compresi). La sentinella che incontriamo fra le pietraie di Plan di Montecampione, però, dev’essere una fotomodella. Rimane in posa e si lascia colpire dall’obbiettivo di Nicola, stupito ed ovviamente contento. Un’altra marmotta se ne sta lì, a due passi da noi, e scruta verso l’alto la propria compagna che dovrebbe dare l’allarme. Invece niente, finché siamo noi a muoverci rumorosamente ed a far scappare nelle loro tane le nostre amiche. Starei qui per ore, ma devo salutare Nicola, non prima di avergli chiesto il numero di cellulare. To be continued: un ragazzo così, appassionato e simpatico, mica me lo posso far scappare. Ne combineremo delle belle. Inverto la rotta e punto il passo del Muffetto per iniziare la mia tappa odierna. Vagabondo un po’ per i prati di Plan di Montecampione, poi finalmente imbocco il 3V.

Sono le 10. A quest’ora, ieri avevo già camminato per 240 minuti, oggi sto partendo, ma va benissimo così. Sul sentiero (un continuo su e giù fra gli impianti sciistici) incontro due podisti che si testano come trail runner, ma fanno abbastanza fatica perché sono già saliti da Montecampione correndo sulla strada asfaltata. Il 3V è ben segnalato: le tracce biancazzurre colorano anche i paletti che delimitano la stradina, meglio di così… Supero il Dosso Rotondo (qui c’è un rifugio), scendo e poi risalgo subito per scollinare Monte Campione (1827 metri). Poco dopo inizia la lunga discesa verso il Colle di San Zeno: qui c’è il rifugio Piardi, sono le 11.30 e proseguo sempre dritto verso il monte Guglielmo. Il monumento al Redentore si scorge benissimo in vetta alla montagna che sovrasta la Val Trompia e il lago d’Iseo. Quella è la mia meta, non posso proprio sbagliare strada anche perché le indicazioni non mancano mai (cartelli e segnavia sempre presenti). Il sole splende come al solito, perciò indosso solamente i pantaloncini da corsa ed il cappello. Nient’altro. Una piacevole abitudine di queste giornate così afose. Ho messo la crema solare e preferisco non portare la canottiera: finirei per bagnarla col sudore e peggiorare le cose. A petto nudo si sta proprio bene. La pensa come me un signore sulla settantina, a spasso con qualche amico. S’è tolto la maglietta pure lui e la tiene in mano. Quando lo incontro, mi sorride e mi dice: “È molto dannoso girare senza niente indosso!”. Ci mettiamo a ridere ed io ho la battuta pronta, che non riesco a trattenere: “Eh sì, soprattutto per gli anziani…”. Altre risate fragorose. Amo i nonni e le nonne, la loro semplice simpatia e la facilità con la quale stabiliscono contatti pure con chi non conoscono.

Percorro un tratto di strada sterrata, che poi si stringe e torna a salire verticalmente. Bivio. Mi fermo e leggo bene le indicazioni, come sempre. Ci sono due vie per salire sul Gölem: a destra, quella più lunga e facile che si inerpica a zig-zag; poi c’è quella diretta, sulla quale mi aveva rassicurato il rifugista del Cimosco (“È tosta ma non pericolosa”). Scelgo quest’ultima, affronto con molta calma un caminetto, appoggio talvolta le mani per sentirmi più sicuro, chiamo un paio di time-out ed arrivo sulla cresta che guarda verso il Sebino. Il Redentore è avvolto dalle nuvole, ma lo vedo là in fondo a sinistra. Cinque minuti e sono ai 1950 metri del Guglielmo. Un bellissimo traguardo intermedio. Ma non sono uno che fa tante pause. Mi asciugo, metto la felpa, faccio merenda e scatto due foto. Certo, da qui si vede tutto, nonostante il cielo non sia poi così limpido. Eppure non è uno dei miei panorami preferiti, il lago mi pare troppo lontano. Domani mi avvicinerò e sarà uno spettacolo. Ora, invece, è il momento della picchiata. Prima per i tornanti della strada sterrata che porta al Rifugio Almici e oltre. Poi devio a destra lungo il muretto che delimita il recinto di una malga e scendo sul sentiero che in verticale raggiunge i rifugi Malpensata e Croce di Marone. Mi fermo ai 1.170 metri del secondo, sono le 14.30, ma per oggi è abbastanza. Qui, in mezzo ad un prato scosceso, c’è una piccola croce di legno e, sul bordo della strada sterrata, un monumento posizionato accanto al divieto di transito (le auto possono arrivare sin qui e non oltre). “Riuniti su queste balze i volontari della libertà morirono combattendo la prima battaglia in terra bresciana contro i nazifascisti. Guglielmo – Croce di Marone, 9 novembre 1943”. E poi ancora, nella parte inferiore del monumento: “Nel 40° anniversario le comunità del Sebino e della Valtrompia e le associazioni partigiane posero a ricordo e monito. Croce di Marone, 6 novembre 1983”. Non conosco questa storia, indagherò.

In un primo momento non sono convintissimo della mia scelta, ma ci metto poco ad essere certo che ho proprio fatto bene a pernottare qui. I tavoli all’esterno del rifugio sono pieni di turisti, entro e vengo accompagnato subito in camera. “Potreste farmi qualcosa da mangiare?” chiedo. “Certo che sì, fra dieci minuti troverai un piatto di pasta” mi risponde la signora dietro il bancone. Salgo in camera (tre letti a castello), apro lo zaino per far prendere un po’ d’aria ai vestiti, mi cambio, passo dal bagno e poi torno giù. La pasta al ragù è perfetta, tre fette di formaggio completano l’opera (una è di bagoss!). Ozio per qualche minuto poi faccio due passi. Il cellulare non prende, ma i rifugisti hanno la soluzione a qualsiasi problema. Come faccio ad avvisare i miei famigliari? Mi prestano il loro telefono. Non so cosa fare? Mi prestano dei libri, proprio quelli che cercavo. Sorrido grazie alle poesie in dialetto scritte dagli artisti di Marone. Poi inizio a “studiare” il libro che mi spiega il perché di quel monumento (“La storia siamo noi. Ricordi di maronesi dalla Campagna di Russia alla Deportazione. A cura di Cati Cristini e Roberto Predali. 2014, Fdp editori).

Non sono un esperto, ma la curiosità mi spinge a ricostruire questa vicenda. Perché, ne sono convinto, conoscendo questo fatto potrò assaporare meglio il mio cammino. Ogni montagna ci racconta una storia. In vetta, spesso, ci sono croci in memoria di o monumenti per non dimenticare un amico scomparso. I sentieri portano i nomi di chi li ha creati e curati, passano per i ruderi che furono caserme. Oppure siamo noi stessi che leghiamo un monte ad una emozione, ad un ricordo. Anche per questo amo le montagne, perché mi parlano e mantengono in vita persone care ed episodi sepolti.

La storia della battaglia di Croce di Marone inizia l’8 settembre del 1943, quando viene dichiarato l’armistizio, una specie di resa italiana di fronte alle forze anglo-americane. La seconda guerra mondiale dovrebbe essere così finita per i nostri bisnonni. Civili e soldati, gioiscono tutti. Ma i tedeschi cominciano ad uccidere, schiavizzare e deportare i nostri militari, considerati dei traditori perché non vogliono aderire alla neonata Repubblica sociale di Salò (guidata dal duce). Pochi giorni dopo, alcuni ex soldati bresciani ed ex prigionieri alleati (anche stranieri: slavi, africani, americani…) scappano sulle pendici del Guglielmo per sfuggire ai nazifascisti. Alcuni si rifugiano qui, a Croce di Marone. Questi 160 (circa) partigiani fanno sabotaggi o colpi di mano. Alcuni assaltano la Beretta, per esempio, e si impossessano di armi e munizioni. Questi eventi preoccupano i fascisti di Brescia che organizzano un rastrellamento. Alla base del successo fascista in questa battaglia, sembra esserci un complotto allestito con un buon numero di partigiani che abbandonano i compagni di Croce di Marone al loro destino. Così, il 9 novembre del 1943, i nazisti salgono verso questa isolata località ed attaccano i partigiani con forze aeree e terrestri. Le pendici del Guglielmo, all’epoca, erano spelacchiate: gli alberi erano pochi, perché la legna serviva per scaldarsi e far da mangiare. I partigiani, quindi, individuavano e poi annientavano facilmente i nemici. Ma stavolta la mitragliera da 20 millimetri, impugnata da un partigiano che aveva partecipato alla Grande guerra, non può nulla contro l’avanzata tedesca. I nazifascisti abbattono la Resistenza, uccidono otto ribelli (fra i quali quattro stranieri), ne catturano molti altri e danno fuoco alle cascine di questa zona al confine fra i comuni di Zone, Marone, Sale Marasino e Gardone Valtrompia. Anche il “mio” rifugio, che all’epoca era un deposito, va in fumo. Alcuni partigiani, però, riescono a scamparla ed a scappare, chi a casa, chi sulle montagne della Valcamonica. Ho senz’altro tralasciato dettagli importanti e, forse, commesso qualche errore nella ricostruzione storica. Ma la sostanza non cambia: qui i nazifascisti sconfissero un gruppo della Resistenza italiana.

Il pomeriggio è volato, certi libri riescono proprio a sedurmi. È il momento della doccia (calda e comoda), dello stretching e di un po’ di crema dopo-sole. E della cena, of course. Il profumo della carne alle braci mi fa venire l’acquolina. I casoncelli sono fantastici, poi il rifugista, Walter, mi porta sei costine che spariscono alla svelta. Quattro turisti sono seduti al tavolo di fianco al mio: si stupiscono della mia fame, troppa – a loro dire – se rapportata al fisico snello che mamma e papà m’hanno regalato. Allora spiego loro il motivo del mio appetito; vogliono sapere i dettagli del 3V e va a finire che rimangono ancora più sorpresi. Rimontano in sella (moto, ovviamente) e strombazzano via. Peccato, c’era ancora la torta: una bella fetta di crostata.

Approfitto dell’ultimo sole per fare due passi e vedere come prosegue il sentiero. Domani la mia giornata inizierà presto, ma Walter ci tiene a svegliarsi insieme a me per prepararmi la colazione. Stanotte non c’è nessun altro al rifugio Croce di Marone, così mi fermo a parlare con lui mentre aspetto che si faccia l’ora di andare a letto. “Un rifugista deve saper fare tutto, mille lavori in uno. Taglialegna, idraulico, cuoco…”: mi piace ascoltare Walter, la sua passione per questo mestiere mi affascina. In futuro, chissà. Poi Walter aggiunge alcuni particolari sulla vicenda della battaglia tra partigiani e fascisti. Sono le memorie tramandategli dagli anziani. La vita al fronte, l’opportunismo di alcuni partigiani, il tradimento di parte di essi, i nemici che così riescono ad avere la meglio sulla Resistenza. Mi parla anche del Sentiero Italia, un lunghissimo itinerario che percorre tutta la nostra penisola e pure Sicilia e Sardegna. È il suo sogno e lo condivide con me, sono un privilegiato. Quante storie ho ascoltato in questo breve cammino, quante mani ho stretto, quanti occhi ho guardato, quanti sorrisi, esperienze, consigli, domande e risposte. Ora il mio mondo è appena meno piccolo, sono felicissimo così. Ma per essere davvero soddisfatto, ormai è quasi una priorità, voglio arrivare al traguardo. E poi chiamare Walter e ringraziarlo del calore che ho ricevuto dalla sua famiglia.

Malghesi al lavoro proprio dove il 3V abbandona la stradina sterrata, che scende dal Monte Guglielmo, per imboccare uno stretto sentiero in discesa verso Croce di Marone

GIORNO 5: Il rientro

Anche stanotte ho dormito talmente bene da anticipare la sveglia di qualche minuto, come spesso mi capita quando devo andare in montagna. Chissà perché, invece, non succede mai quando devo andare a lavorare… Mi sento in forma, non ho dolori particolari. Solamente la parte superiore delle dita dei piedi, vicino alle unghie, è un po’ provata dalle ore di cammino. Perciò inumidisco le calze prima di indossarle e trovo così un discreto sollievo. Faccio colazione, saluto Walter con un “arrivederci” perché tornerò senz’altro a trovarlo, e poi parto verso le 6.30.

Una stradina sterrata e poi un sentiero che taglia nel bosco mi conducono alla Forcella di Sale, dove ci sono una santella ed un incrocio intricatissimo, ma molto ben segnalato (ci sono pure le indicazioni per il tracciato della Proai Gölem, ma questa è un’altra storia). Anche in questo caso, tengo fede all’idea di seguire l’itinerario “normale” (o intermedio) del 3V e lascio sulla mia destra le varianti alta e bassa. La prossima meta sarà Punta Almana. Anche la variante alta arriva su questa cima, percorrendo però alcuni tratti esposti ed attrezzati con corde metalliche. La variante bassa, invece, non passa dalla Punta Almana. Io prendo quindi la strada sterrata e pianeggiante che gira a sinistra, la cammino per qualche minuto e poi incontro altre indicazioni. Il 3V si addentra nel bosco sulla destra seguendo un tratto privato del sentiero intitolato a Filippo Benedetti. Poi inizia la salita vera e propria, impegnativa ma breve, perciò in poco tempo sono in vetta. Dalla croce di Punta Almana (1350 metri) la vista è fantastica: guardo il lago d’Iseo ed il sole mi scotta già le spalle. La discesa mi mette alla prova: è ripida e scivolosa, quindi la affronto con calma ed applaudo i camminatori che si stanno arrampicando senza paura. Questo tratto è veramente affascinante. Un continuo su e giù sulla cresta della catena montuosa che separa la Valtrompia dai paesi affacciati sul Sebino. Non mi annoio mai, anzi, mi sto proprio godendo il mio ultimo giorno sul 3V. Incontro le splendide casupole Folcione e Spiedo, poi arrivo sul monte Rodondone e dai suoi 1143 metri ammiro un altro panorama sensazionale. Una dolce discesa mi porta fino al Santuario di santa Maria del Giogo, preceduto da un bar-ristorante. Qui un cane mi lecca il ginocchio, proprio dove mi ero fatto male. Finalmente un po’ di disinfettante, naturale per giunta! La chiesetta è aperta ed una preghiera la dico sempre volentieri. Lì fuori ci sono un’ampia spianata con un’area pic-nic (tavoli e sedie) e, sull’altro lato, alcuni edifici gestiti dagli alpini. Le Penne nere, in particolare, custodiscono il bivacco con una cucina e 18 posti letto (“Non è un albergo” precisano). Il bivacco rimane chiuso, bisogna contattarli per prenotarlo e farsi consegnare le chiavi. Ma oggi c’è pieno di gente, alpini e non solo, perché ricorre la festa degli artiglieri di Sulzano. Alcune Penne nere perciò stanno preparando le tavole, altre spadellano il pranzo ed altre ancora mi illustrano come funziona il loro bivacco. Tornerò, promesso. Anche perché c’è una strada asfaltata che, salendo da Sulzano, arriva proprio qui, appena sotto i mille metri di quota. Quindi il santuario è facilmente raggiungibile ed io consiglio a tutti di venire ad ammirare questo eccezionale panorama che offre l’ennesimo punto di vista diverso sul lago d’Iseo.

Il 3V prosegue in leggera discesa ed attraversa alcune case, poi spunta di nuovo in cresta per regalarmi l’ultimo sguardo sul Sebino, fantastico anche da sud. Poco dopo, l’itinerario biancazzurro sbocca su una strada asfaltata: tengo la destra e centro metri dopo ritorno sullo sterrato seguendo le indicazioni per Punta dell’orto (il sentiero inizia sul fianco sinistro di una casa). La mulattiera diventa poi una stradina asfaltata, ma il 3V la abbandona presto per scendere a sinistra. I segnavia biancazzurri, ormai dei compagni di viaggio e non più dei semplici riferimenti, continuano ad accompagnarmi fino all’ampia strada asfaltata che in duecento metri mi porta a Zoadello (650 metri).

Attraverso la piazza e riprendo il sentiero verso San Giovanni di Polaveno, mentre il count-down entra nel vivo ed iniziano i preparativi, nonché i pensieri, per il rientro a casa. Un bivio mi mette in confusione, ma ci sono i cartelli e la direzione è quella, confermata da due giovanotti che pedalano avanti e indietro davanti a casa aspettando il pranzo. In effetti anche io avverto un certo languorino, del resto l’orario è quello: quasi mezzogiorno. Perciò, entrando a San Giovanni, decido che per il momento può bastare. Fermo il Garmin e mi tolgo lo zaino di fianco ad un bar. Seduti sui tavolini all’esterno del locale, tre signori sulla cinquantina disquisiscono del più e del meno, mentre io mi asciugo il sudore ed indosso una t-shirt. Purtroppo questo bar ha finito le scorte alimentari, così la compagnia dell’aperitivo trova un bell’argomento per cui dibattere: dove trovo qualcosa da mangiare? Il confronto produce un risultato incredibile. Cento metri più avanti c’è un negozio di alimentari, perciò “ciao e grazie mille!”. C’è un solo problema: il mio portafoglio contiene solamente cinque euro e un bancomat, ma in questa bottega si può pagare in contanti e in nessun altro modo. La soluzione la trova subito la negoziante. 5 € corrispondono ad un lauto spuntino. Due pani imbottiti ed una banana. “Ma cosa ci fai in giro? Ti piace la montagna? Anche a mia figlia! E così sei di Isorella? Allora forse conosci… Davvero è il tuo dentista? Ma pensa te, è mio amico!”. Questa felicissima signora mi prende in simpatia e così, mentre affetta pancetta e mortadella, facciamo amicizia. Sono il suo ultimo cliente, perciò chiude la porta del negozio uscendo insieme a me, poi salta in macchina con il marito. Chiedo loro un’ultima cosa: “C’è per caso una fontanella d’acqua potabile?”. Poi li saluto e ringrazio, stupendomi per quest’ennesimo incontro. C’è un’afa allucinante e devo riempire la camel bag. Una fontanella me l’hanno indicata, ma è rotta. Ora mangio, poi ci penserò. Intanto accendo il cellulare e leggo con molto piacere il messaggio di un amico. Stasera si fa festa. C’è in programma una grigliata fra amici, quelli di sempre. I compagni di classe, dei primi allenamenti di atletica leggera, di feste, di bevute, di avventure. Insomma, una serata con gli amici di Isorella, che non avrà gente a spasso per le montagne, ma una montagna di bella gente sì. Voglio esserci, quindi devo muovermi! Altrimenti niente birra e costine. Ma le buone notizie non finiscono qua. Sono seduto sulla panchina di un ristorante chiuso, di fronte alla bottega che mi ha salvato la vita. Si ferma davanti a me una macchina ed il braccio dell’uomo al volante mi porge una bottiglia d’acqua. È fresca, è un regalo, ma soprattutto è un pensiero fantastico. La negoziante e suo marito si sono ricordati che quella fontanella non funzionava da tempo, così hanno deciso di rimediare in prima persona. Un grazie, in questi casi, non basta, però è l’unica cosa che ho. Ora, a dirla tutta, ho anche una camel bag piena d’acqua fredda. Il cammino verso il traguardo e la grigliata può cominciare. Evviva i dentisti! E poi dicono che sono cari e fanno male. Il mio, invece, ha fatto si che stringessi quest’amicizia dissetante.

Riprendo il cammino ed entro subito in un rinfrescante sottobosco che, tra sentiero e strada sterrata in leggera salita, mi accompagna fino a Vesalla, un piccolo paesino sperduto senza un’anima umana né animale in giro. Costeggio ancora qualche casa ed attraverso un prato, poi un cancello mi sbarra la strada. Lo spingo, è aperto, quindi avanti di buona lena. La prossima meta è il Pizzo Cornacchia, l’ultima montagna vera e propria, per la quale ho conservato una scorta di energie da consumare senza badare a spese. Voglio divertirmi e ci riesco meglio quando accelero, quando i battiti aumentano e le gambe frullano. Duecento metri di dislivello all’insù e sono arrivato. Dall’alto dei 1000 metri del Pizzo Cornacchia mi sembra di vedere in lontananza Brescia. Una lunga picchiata, con qualche saliscendi, e sarò laggiù. Un passo alla volta, però. Così saluto l’imponente cascina Pernice ed imparo la storia dei partigiani Mario Bernardelli e Giuseppe Zatti, ai quali è dedicato un sentiero (entrambi furono fucilati qui, dove ora c’è la casa della Sella dell’Oca). Poi supero Quarone (di Sopra e di Sotto) e trovo il cartello che indica l’ultima destinazione ed il tempo mancante: Urago Mella, 2 ore 40’. Sono le 15.20, quindi arriverò per 18, giusto in tempo per tornare a casa, lavarmi ed andare a cena con gli amici. Perfetto. Il 3V continua a scendere poco alla volta, mentre la temperatura aumenta fino a diventare insopportabile. Il picco lo raggiungo proprio adesso (36 gradi secondo il mio Garmin), mentre cammino sulla strada asfaltata dell’ex convento dei Camaldoli. E non è tutto, perché inizio a sentire il rumore sibilante delle automobili. È un segnale inconfondibile che decreta la fine della mia lunga escursione. Ancora un tratto di sentiero, poi è di nuovo asfalto verso il passo della Forcella e il Santuario della Madonna della Stella (poco sotto i 400 metri di altitudine). È il momento dell’ultima sosta: l’ultima mela, l’ultima barretta e l’ultimo grazie sospirato all’interno di una chiesa. Mi prendo una decina di minuti per visitare il santuario, poi riparto. Lì c’è una fontanella d’acqua: bevo, riempio la camel bag e via.

Stradina sterrata ed è subito bivio. A destra comincia addirittura una variante bassa che evita la breve ascesa al monte Peso e porta direttamente in località Campiani. Io prendo la sinistra ed inizio la salita camminando su un bel sentierino che presto si biforca confondendomi le idee. In effetti quest’ultimo tratto del 3V avrebbe bisogno di una rinfrescata con le pitture bianca e azzurra. Non per fare un piacere a me, che ritrovo presto i segnavia (presenti ma un po’ sbiaditi) e la direzione corretta. Ma per farsi conoscere ai bresciani, per rendersi più attraente ed invogliare, chissà, sempre più persone a percorrerlo, tutto o solo in parte. Sarebbe fantastico posizionare almeno da queste parti e sul Maddalena, dove il Tre Valli parte e finisce, dei cartelloni che ne spieghino l’origine, il tragitto, le tappe, i punti d’appoggio e quelli panoramici. Mi chiedo se io stesso possa fare qualcosa per il 3V, di modo che sia conosciuto da più persone possibili. Perché lo ritengo un sentiero ideale per gli escursionisti che vogliono passare una settimana a spasso per le montagne, senza correre rischi e trovando sulla propria strada diversi rifugi e bivacchi. Un bresciano che ha la mia stessa passione non può non conoscerlo, non può non sognare di percorrerlo. Anzi, tutti i bresciani dovrebbero almeno sapere dell’esistenza di un sentiero che congiunge le tre valli della nostra provincia. È un’eredità che i nostri nonni ci hanno lasciato, fa parte del nostro patrimonio culturale e turistico.

Mentre rifletto su questo argomento, sbuco in un prato: tengo il sentiero che sale sulla destra e fotografo il cippo della sezione di Brescia dell’UOEI (unione operaia escursionisti italiani). Ancora due passi e raggiungo la croce del monte Peso (480 metri), sostenuta da un enorme basamento in pietra. Il 3V scende sul sentiero e poi sulla strada che conduce ai Campiani. Mi disseto alla fontanella e continuo a camminare sulla lingua d’asfalto verso l’imbocco del sentiero per il monte Picastello (380 metri). L’ultima salita e l’ultimo panorama, prima della breve e facile picchiata verso Urago Mella. Che emozione, ce l’ho fatta! Un bel traguardo, niente di incredibile, ma un viaggio che mi ha arricchito.

In fondo a via Campiani, all’incrocio con via della Piazza, ci sono mio fratello Simone e mio cugino Matteo ad attendermi. Sono da poco suonate le 18 e tutto va bene. Mi fanno una foto accanto al cartellone che segnala l’inizio del 3V (o la sua fine, nel mio caso), mi danno da bere ed ascoltano i miei racconti euforici. Continuo a parlare, a ridere, a descrivere quegli episodi divertenti che rimarranno sempre con me. Non c’è malinconia, ma una grande soddisfazione. Sono felicissimo di essere arrivato fino in fondo, senza problemi fisici: ammetto di averlo ritenuto possibile sin dall’inizio. Quando sto bene e, soprattutto, sono di buon umore come in questi giorni, camminare per le montagne è la cosa più bella che possa capitarmi. Non mi annoia né mi affatica. Mi sento me stesso, mi diverto. Mi sento libero. Ma non ho particolari meriti. Beneficio del fisico che mi è stato donato dai miei genitori e soprattutto della passione che mi hanno tramandato loro ed i nonni. Io ci metto un po’ di impegno, però devo ringraziare tutte le persone che ho incontrato in queste cinque giornate così piene. Sono grato proprio a tutti. A chi mi ha consigliato prima di partire, a chi mi ha ospitato, ai rifugisti, ai compagni di cammino, compresi quelli che ho incrociato per un saluto durato un secondo. Tutti i loro sorrisi e la loro compagnia sono stati l’ingrediente segreto che mi ha sospinto sin qui. Mi hanno tranquillizzato e tifato. Alto e magro come sono, con quello zaino ingombrante sulle spalle e la risata sempre pronta, ho attirato le simpatie di tutti. O almeno mi piace pensarla in questo modo.

In macchina, mentre torniamo a casa, mando un messaggio a Emanuele Cinelli e a Nicola, l’amico delle marmotte. Poi chiamo Walter del rifugio Croce di Marone, come promesso: “Sono arrivato e sto bene, grazie!”. A casa tutto è come prima, ma io sono un po’ cambiato. Ho ancora addosso, come se fosse un vestito, quell’adrenalina che mi investe quando vado in montagna. Svuoto lo zaino, faccio stretching e una bella doccia. Poi salto in bici e raggiungo i miei amici. Dicono che la birra sia un ottimo integratore: confermo. Meglio ancora se bevuta in ottima compagnia. La grigliata è pronta, questa serata è proprio quello che ci voleva per prolungare la mia euforia. Sono partito per curiosità, perché non farlo era fuori discussione, per toccare con i miei piedi quei sentieri guardati sulle mappe, per riempirmi gli occhi di nuovi panorami, anche per conoscere i miei limiti e vedere per quanto avrei resistito. Ho trovato tutto questo e anche di più: amici, storie, autostima, che poi si sono rivelati la parte migliore del mio 3V. Una sorpresa, non inaspettata perché conoscevo già le potenzialità della montagna, ma comunque molto piacevole. E adesso? Posso sempre rifarlo, magari al contrario (da Urago ai piedi della Maddalena) e provando ad inserire qualche variante alta oppure cercando di camminare il più “in cresta” possibile (lo stesso Cinelli sta disegnando un 3V di questo tipo). L’alternativa più affascinante sarebbe questa: seguire i segnavia biancazzurri in compagnia di un bel gruppo di persone, non per forza amiche. Perché è proprio accattivante andare in montagna da solo, ma vuoi mettere che divertimento passeggiare insieme a qualche altro sognatore?

IL MIO EQUIPAGGIAMENTO

Ho portato con me l’essenziale e mi è andata bene, anche perché il meteo è sempre stato dalla mia parte. Lo zaino, con una capacità da 40 litri, pesava 9 chilogrammi, più o meno. Ho scelto questo, che possedevo già, perché è dotato di tre “ingredienti” a mio parere fondamentali: la tasca interna per ospitare la sacca idrica (camel bag), il copri-zaino impermeabile e la tasca anteriore (dove tenevo la fotocamera e le indicazioni sul sentiero). Ecco cosa conteneva (o cosa portavo indosso):

  • Scarpe da corsa in montagna
  • Bastoncini da trekking
  • Polsino
  • Orologio con Gps ed il suo carica-batteria
  • Cellulare (sul quale avevo caricato le mappe e le indicazioni dettagliate del percorso),
  • macchina fotografica e carica-batterie
  • Gli appunti sul sentiero 3V che mi ero preparato
  • Carte da briscola, un libricino ed un taccuino con penna e matita
  • Sacco a pelo e tappetino (in caso di imprevisti avrei potuto fermarmi a dormire nei
  • bivacchi, invece non ce n’è stato bisogno)
  • Lampada frontale
  • Tre fasce (una per la testa e due per il collo, delle quali una pesante e una leggera)
  • Guanti
  • Manicotti (scalda-braccia)
  • Crema solare
  • Poncho impermeabile
  • Un paio di pantaloni aderenti (da corsa)
  • Una maglia aderente a maniche lunghe (da corsa)
  • Due t-shirt (una leggera ed una pesante)
  • Tre paia di calze: due da running ed un paio più pesante che indossavo nei rifugi al posto
  • delle ciabatte che non ci stavano nello zaino (a questo proposito, i gestori del rifugio
  • Cimosco mi hanno illuminato, prestandomi un paio di leggerissime ciabatte pieghevoli da
  • campeggio che comprerò per le prossime escursioni)
  • Un cappello
  • La canottiera da corsa della mia società sportiva, il Gruppo Sport Avis Isorella
  • Una salvietta
  • Una felpa
  • Un paio di boxer (sì, solo uno, tanto li indossavo solo nei rifugi)
  • Tre pantaloncini corti (un paio leggero da running che ho sempre indossato mentre
  • camminavo, uno pesante ed uno da calcetto)
  • Due pacchetti di fazzoletti di carta
  • Spazzolino da denti
  • Coltellino
  • Fischietto
  • Alcuni medicinali (compreso un olio per massaggi)
  • Qualche riserva alimentare: 3 mele, 3 panini, 4 barrette, alcune fette di pane al miele
  • La camel bag da 2 litri ed una borraccia da 1,5 litri

UN PO’ DI NUMERI

Il mio 3V è stato per prima cosa un cammino abbastanza lungo alla scoperta di me stesso, delle montagne bresciane e delle persone che le abitano, per lavoro, passione, perché lì ci vivono o per tutti e tre i motivi. Però, ogni volta che stringevo i lacci delle scarpe per iniziare una nuova tappa, facevo anche partire il Gps del mio Garmin per rilevare la mia traccia, la distanza, il dislivello e il tempo di percorrenza. In tre giorni (uno sì, uno no) ho fatto due tappe, una al mattino e l’altra al pomeriggio dopo essermi fermato a pranzo. Questi sono i numeri del mio 3V secondo il software Garmin BaseCamp.

Giorno ——– Tratto Lunghezza (km) D+ (m) D- (m) Tempo di cammino (h:mm)
1 mattina Brescia – Santuario di Conche 19,1 1568 706 5:00
pomeriggio Santuario di Conche – Corna del Sonclino 16,1 1125 901 5:00
2 mattina Corna del Sonclino – Vaghezza 19,2 1210 1361 5:30
3 mattina Vaghezza – Passo del Maniva 18,6 1195 719 4:30
pomeriggio Passo del Maniva – Plan di Montecampione 22,5 920 782 5:00
4 mattina Plan di Montecampione – Croce di Marone 21,6 1004 1613 4:30
5 mattina Croce di Marone – San Giovanni di Polaveno 17,7 829 1317 5:00
pomeriggio San Giovanni di Polaveno – Urago Mella 21,9 1008 1393 5:00
Totali 156,7 8859 8792 39:30

Usando invece Garmin Connect i dati cambiano leggermente. 147,4 i chilometri totali, 8831 i metri di dislivello in salita e 8797 quelli in discesa.

 


Fine!

Grazie a Luca per il suo interessantissimo racconto e per aver così contribuito al mio lavoro di diffusione della conoscenza sul Sentiero 3V “Silvano Cinelli”, un percorso lungo, faticoso, appagante, ovvero decisamente meritevole di attenzione.

Grazie!

“Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte seconda


Continua da “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte prima

Tutte le foto sono dello stesso Luca, scattate durante questo cammino.


Il Sentiero delle Tre Valli Bresciane secondo me

GIORNO 2: In viaggio di nozze

“Luca, desèdèt! Dai che il caffè diventa freddo”. Vengo svegliato così verso le 6.30, insieme al dindon delle campane legate al collo delle asinelle. Faccio colazione e sistemo lo zaino. Il mio salvatore sta tagliando le patate per lo spiedo. Allora gli chiedo la sua ricetta, perché pure a me piace prepararlo e so che esistono molte varianti. Lui le patate ce le mette sempre e non usa il burro né l’olio. Ci fa sciogliere sopra il lardo all’inizio della cottura e poi basta. Così viene meno unto, più digeribile. Ricetta antica alla lumezzanese. Mi passa per la testa l’idea di fermarmi, aiutarlo con lo spiedo, assaggiarlo e partire nel pomeriggio. Ma sono qui per un altro motivo, perciò lo saluto a malincuore. Sono felice di avergli offerto l’unica cosa che ho: un po’ di compagnia. Non ha voluto altro. Do ancora una carezza a Luna e parto.

Sono consapevole di aver vissuto una prima giornata dispendiosa e pure fortunata, perciò ho due convinzioni: oggi non riuscirò a camminare quanto ieri; la sorte potrebbe non essere sempre dalla mia parte. Ieri il sentiero è sempre stato ben segnalato, pulito, all’ombra. Oggi sarà più soleggiato (e fa un gran caldo: temperatura massima di 29°) e, nella prima parte, immerso in un fitto bosco che mi fa perdere la traccia in un paio di occasioni. Scollinata la Corna del Sonclino e dopo le confortanti indicazioni che si trovano alla Passata Vallazzo, il 3V scorre stretto e ondulato fra Punta Ortosei e Punta Reai. La segnaletica biancazzurra sembra sparire, in realtà è solamente un poco sbiadita, quindi affronto questo tratto con pazienza. Poi inizia la discesa verso Lodrino ed io comincio a sognare una bella merenda. Così, giunto in paese, trovo aperto il bar accanto al distributore di benzina (mi discosto dal 3V di cento metri, seguendo la strada asfaltata di via Kennedy anziché salire subito verso via De Gasperi). Un toast ben farcito, una brioche, un succo ed una lemonsoda: in effetti è proprio come se avessi fatto carburante. Lì accanto c’è una fontanella d’acqua potabile, riempio la camel bag e mi riporto sul sentiero per salire un’altra volta. L’asfalto del paese dura poco, il tempo di condurmi alla pineta dove c’è il rifugio degli alpini e poi è di nuovo sentiero.

La salita verso il Passo Cavada, per me, è interminabile. Questo è il momento più duro del mio 3V. Lo zaino pesa e le spalle mi fanno male. Il sole mi brucia. Pazienza. Self control. Sono qui per divertirmi. Mi fermo all’ombra, tolgo lo zaino e riposo cinque minuti. Grazie alla camel bag posso bere spesso, sia lodato l’inventore della sacca idrica! Il Passo Cavada mi rincuora: qui ci sono ottime indicazioni ed il sentiero diventa meno impegnativo addentrandosi in un fresco bosco. Inoltre raggiungo due camminatori e la fatica scompare come per miracolo e come spesso accade quando si fanno due chiacchiere in ottima compagnia. Le nostre strade, però, si dividono presto. Loro si fermano al roccolo poco più avanti. Ad attenderli ci sono il pranzo (il piatto principale sembra essere la polenta) ed un bel gruppo di amici che mi danno indicazioni su come proseguire e mi consigliano di tirare dritto fino al Passo Maniva. Il roccolo dev’essere stato ristrutturato in tempi recenti: ora c’è un’abitazione imponente che spunta in una radura. Da qui posso vedere i prati di Vaghezza, mia prossima tappa. Inizia la discesa, prima abbastanza tecnica su sentiero, poi rilassante su un’ampia stradina sterrata. È qui che mi deconcentro e scivolo quasi da fermo. Non mi faccio male, ma mi sbuccio il ginocchio come un bambino. Che vergogna, ma fa parte del gioco e, appunto, è bello sentirsi piccoli, quando nessuno si stupiva vedendomi sanguinante e conoscendo le mie scarse qualità da ciclista o da calciatore.

Arrivo al Passo Termine, che incrocia la strada provinciale, e decido di non fermarmi per lo spuntino. Manca poco a Vaghezza: è solo mezzogiorno, ma oggi mi fermerò là. Riprendo quindi a salire su una mulattiera abbastanza comoda che poi diventa sentiero. Trovo il modo di perdere la traccia, ma torno subito sui miei passi e rivedo i benedetti segni biancazzurri. Sbuco di nuovo sulla strada e resto estasiato nel vedere la località Vaghezza. Un brulicare di persone di ogni età mi ricorda che oggi è Ferragosto. Merito anche io un po’ di riposo. Ci sono case, malghe, ranch, rifugi e la gente va e viene. Molti, però, sono rintanati al fresco dei ristoranti. È l’una, il sole è a picco. Il Rifugio degli Elfi è stracolmo, i titolari e tutto il personale sono indaffarati per accontentare ogni esigenza. Anche la mia. Mi basta sapere che un posto per me stanotte c’è, poi lascio subito il trambusto e cerco un po’ di silenzio all’ombra di un albero. Mi cambio, mangio qualcosa e mi fermo nella chiesetta. Ringrazio Dio e tutti i miei angeli custodi: mi sto proprio divertendo, sono fortunato!

Un paio di ore dopo, rientro nel rifugio e vengo accompagnato nella camera. Ci sono cinque letti a castello e due singoli. Uno è mio. La doccia e gli esercizi di allungamento muscolare mi ritemprano. Poi è il momento di riprogrammare le prossime tappe. Controllo i percorsi, le altimetrie, le previsioni meteo. Chiamo i rifugi che si trovano lungo il 3V per sapere la loro disponibilità. Giusto per andare un po’ meno a caso, per sapere dove trovare da mangiare, un letto per la notte o un bivacco aperto. Viene presto ora di cena: la pizza è squisita, la crema catalana una sorpresa piacevolissima. Esco a sfogliare qualche libro. Arrivano due ciclisti, giovani, sulla trentina come me, uomo e donna. Le loro bici hanno borse da viaggio. Vengono da lontano, penso. Mi salutano subito, sono francesi. Più che altro, sono euforici. La titolare del rifugio ci fa sapere che dormiremo insieme ed io, in un battibaleno, mi faccio due nuovi amici. Pier e Gaëlle sorseggiano un boccale di birra e mi invitano al loro tavolo. Lui parla bene l’italiano, l’ha studiato all’università di Pisa se ricordo bene. Il suo migliore amico era bresciano, mi fa nome e cognome, ma come posso conoscerlo?! Lei l’italiano non lo sa, quindi passiamo all’inglese. Il mio è scadente, però mi fa un gran piacere parlarlo, vorrei farlo più spesso. Racconto di me e chiedo di loro. Sono di Lione e sono in viaggio di nozze. Sorridono e mi mostrano gli anelli del matrimonio. Sono proprio felici. Il loro itinerario a pedali? Lione, Liguria, lago di Como, Bergamo, lago d’Iseo, ora qui a Vaghezza che è una frazione di Marmentino e domani verso il lago d’Idro. Sono provati dalla salita, ora mangiano una pizza. Sono proprio contento di averli conosciuti. Salgo in camera ed unisco i due singoli per loro, poi scendo e li aiuto a trasportare le loro borse. Preparo già lo zaino perché domani partirò presto. Oggi ho riposato, sento di aver recuperato. Peccato perdersi la colazione in compagnia dei francesi. Mi hanno “rubato” il letto singolo, ma erano proprio simpatici. E poi io, per mantenere in vita la rivalità tra italiani e transalpini, ho fatto da terzo incomodo per tutta la notte. I loro bisbigli con quell’accento così dolce mi hanno cullato. Mi sono addormentato subito ed ho dormito come un ghiro. Vive la France!

GIORNO 3: Nuove amicizie

La sveglia del cellulare mi butta giù dal letto alle 5.20. Esco subito dalla camera per non disturbare i miei amici francesi, mi vesto e mi lavo la faccia. Siccome sono troppo in anticipo sull’orario di colazione, i gestori del rifugio degli Elfi mi hanno preparato qualche panino. Ne bastavano due. Ne trovo quattro, molto imbottiti. Gentilissimi loro, affamato io. Due spariscono mentre albeggia, gli altri li conservo per la giornata. Non rivedrò mai più Pier e Gaëlle, così belli nel loro amore a pedali. Prendo un foglio dal mio taccuino. Scrivo “Bon voyage! Merci beaucoup!” ed assicuro questo biglietto al portapacchi della loro bici. Sono le 6 ed è ora di partire.

Ma la solitudine dura poco. Così come il tratto pianeggiante. Mulattiera e poi sentiero in salita, in direzione di Pian del Bene, a quota 1515 metri. Con due camminatori di Lumezzane, oggi alla ricerca di funghi. Che bel regalo! La loro compagnia azzera ogni eventuale fatica, anche perché oggi sto proprio bene. L’ora di salita vola come se fossi ad un concerto rock. Ma qui la musica la suonano Pietro e Mauro, un bel duetto. Pietro ha molti soprannomi o evidentemente Mauro non è abituato a chiamarlo con il suo nome. “Dai Tite, sei forte!” lo rincuora. E poi: “Forza Peter che siamo arrivati”. Il motivo di tutti questi incoraggiamenti è presto detto. Pietro ha avuto un piccolo infarto quattro mesi fa. Intervento chirurgico, bypass al cuore e una lenta ripresa. E pensare che Pietro era uno che andava spesso e volentieri in montagna. Adesso l’allenamento è quello che è, ma va su che è un piacere. Ha qualche timore, questo sì. Scacciare le paure è il passo più difficile per sentirsi guarito definitivamente. Ne so qualcosa pure io. Mauro è un ottimo compagno: lo incita, lo punge, lo rassicura. È premuroso anche nei miei confronti e, come mi è già capitato tante volte, ricevo pure da lui indicazioni precise ed un plauso (anche per il mio dialetto che condisce la chiacchierata). Arriviamo a Pian del Bene e ci salutiamo. Loro si fermano a cercar funghi, io proseguo verso il monte Ario.

Ci sarebbe la variante bassa che evita questa breve ascesa, ma non ci penso neanche (qui ci sono indicazioni molto precise). La cima dell’Ario è lì, ben visibile. Mentre salgo sul sentiero che taglia il prato, ripenso a Pietro e al suo coraggio. Anch’io voglio affibbiarli un soprannome: Pietro il Grande. In cima ai 1755 metri del monte Ario c’è una croce di ferro ed il sentiero, ben segnalato, continua in discesa verso l’Alpe di Pezzeda. Qui, sul muro del rifugio Blachì 2, c’è una lapide in ricordo di Silvano Cinelli. Il suo sentiero continua ora su una stradina sterrata e punta verso il Maniva. Il problema è che a me queste stradine ingannano, forse perché un po’ mi annoiano e mi lascio trasportare. Spesso mi chiedono (e, più raramente, mi chiedo) come faccia a camminare da solo per qualche ora: “Ma non ti stufi?”. No, ci sono tante cose da fare (controllare il sentiero, scattare qualche foto, bere e mangiare, pianificare a spanne la giornata, godersi la montagna). Per non parlare delle cose a cui posso pensare, perché questi momenti di equilibrio perfetto sono ideali per riflettere, fare bilanci e progetti. A volte questa meditazione prende il sopravvento e va a finire che sbaglio strada, come in questo caso. Seguo la strada che scende verso Collio, ammiro un gruppetto di cavalli, mi spavento di fronte ad un maiale selvatico che scambio per un cinghiale. E subito dopo mi imbatto in una baita. Ci sono tre uomini in piedi sul balcone. Sembra quasi che stessero aspettando me, perciò chiedo loro ragguagli sul 3V (“Torna indietro che hai sbagliato!”) e sul cinghiale (“Era un maiale, limù! Ce n’è un altro qui intorno”). Io che non ho mai avuto un cane né un gatto e che vivo nel centro di un piccolo paese, sto imparando a conoscere gli animali, ad apprezzarne la silenziosa compagnia. Perciò, felice di questo breve errore di percorso (ho allungato la tappa di una trentina di minuti), risalgo per la stradina e trovo il tornante “incriminato”: ci sono una specie di vasca ricolma d’acqua ed i cartelli che mi indirizzano di nuovo sul 3V.

Il sentiero prosegue pianeggiante, con qualche breve su e giù. Arrivo al Passo di Prael e tiro dritto, lasciando la variante alta per la Corna Blacca sulla destra. La farò due settimane dopo, con meno chilometri sulle gambe, uno zaino più leggero e senza i bastoncini. Questa variante è “riservata” agli esperti, quindi prima di farla ho chiesto delucidazioni ad Emanuele Cinelli, uno che il 3V lo fa ad occhi chiusi. Emanuele mi ha rassicurato ed aveva ragione: il sentiero è a tratti ripido, impegnativo, ma mai dissestato o pericoloso. Bisogna fare molta attenzione, io l’ho affrontato con calma prendendomi un pomeriggio tranquillo. In qualche occasione, sia in salita che in discesa, ho appoggiato le mani alle rocce o agli alberi per avere un equilibrio migliore, però non ho mai corso rischi. Questa è sempre la mia priorità. Perciò, durante il 3V, ho evitato questa “cresta” proseguendo verso il Passo delle Portole. Ai piedi di Cima Caldoline c’è un piccolo altare per le funzioni religiose (come quella cui avevo partecipato nel 2005, proprio qui con la mia famiglia), una lapide in memoria di Tita Secchi ed un bivacco intitolato allo stesso partigiano bresciano. La capanna, che contiene dei tavoli, un lavandino ed un piccolo angolo cottura, non è in ottime condizioni: per il tempo che passa ed anche per qualche incomprensibile gesto di vandalismo. Il gruppo alpinistico Amici di Cima Caldoline ha organizzato una raccolta fondi e presto inizierà dei lavori di ristrutturazione. Continuo a camminare fino ai vicini passi del Dosso Alto e del Maniva. Al primo, imbocco verso sinistra la stretta strada asfaltata del Baremone (senza fare la variante alta che porta in vetta al Dosso Alto: impegnativa ma fattibile la salita, la discesa richiede una buona esperienza alpinistica). In venti minuti sono ai 1650 metri del passo Maniva: l’orario (10.30) è quello giusto per una bella merenda al ristorante Dosso Alto. Fetta di torta, bombolone e pinta di radler (che, per chi non lo sapesse, è la bevanda ufficiale della montagna: un mix di birra e lemonsoda). Il tempo non è dei migliori, non fa freddo, ma quei nuvoloni promettono acqua. Perciò mi fermo poco più di un’ora e riparto per la prossima tappa. Prima, però, avverto il rifugio Cimosco di Plan di Montecampione (“Arriverò per le 17, tenetemi un posto”) e do un’altra occhiata a Bagolino. Questo panorama mi emoziona sempre, perché lì è nata mia nonna e la mia passione per la montagna. È strano pensare che sono arrivato qui sul Maniva a piedi, partendo da Brescia. Mi suonava più normale quando, qualche anno fa, ero passato da queste strade in bici prendendo il via da Isorella. Questi pensieri mi fanno star bene, sono felice!

Forse fin troppo contento. Fatto sta che per un attimo, dopo l’albergo Bonardi, quando la mulattiera biancazzurra sbuca sulla strada, perdo la traccia. Mi basta poco per ritrovarla. Torno indietro, camminando sulla strada verso il Bonardi, ed incontro il segnavia del 3V che sale verso il Passo Dasdana, riconoscibile per la presenza della baita degli impianti sciistici. Il merito è anche di una coppia al volante di una Panda 4X4 vecchia maniera. Le persone che guidano queste Fiat sono una garanzia di esperienza in montagna ed infatti non sbagliano a mostrarmi il sentiero che risale il pendio del Dasdana. In alternativa, dopo il Bonardi si può rimanere sulla strada, fare un tornante verso sinistra, uno verso destra ed un altro verso sinistra per poi trovare sulla destra l’imbocco del Tre valli. In ogni caso, raggiunta la baita dell’impianto sciistico del Dasdana, proseguo sulla stradina sterrata che mi porta di nuovo ad incrociare la strada asfaltata. Qui ci sono indicazioni chiare: lascio sulla mia destra l’impegnativa variante alta per il monte Colombine e scendo a sinistra lungo la strada. Al primo tornante, giro a destra ed è di nuovo strada sterrata, abbastanza ampia ed in discesa. Tutti ingredienti che, insieme ai nuvoloni, mi mettono voglia di correre. Perciò allungo il passo quel tanto che basta per sentire un po’ d’aria che mi spettina ed il cuore che pulsa forte. Bella storia! La sensazione più intensa che possa provare in montagna è questa! Meglio di un panorama, di una cima raggiunta: per me è questa la libertà. E poi ci sono gli incontri, le amicizie, tante in questa lunghissima giornata.

Raggiungo un escursionista e mi fermo con il fiatone. “Come va?”. È l’inizio di una chiacchierata lunga almeno un’ora. Il tempo si ferma, quello meteorologico lo dimentico. Non posso aver paura né fretta accanto a Sergio. 52 anni, di Collio, capelli e barba corti, grigi e ben tenuti. Innamorato della montagna, anche lui cammina spesso da solo. Senza paura e con la massima attenzione. Sergio è minuto di statura, tant’è che il suo zaino pare ancora più enorme di quanto sia in realtà. Un passo dei suoi equivale a due dei miei, che sono alto un metro e novanta: “Ma giochi a basket?!”. Uso molto il dialetto dialogando con lui e Sergio mi dice che il mio accento gli ricorda vagamente quello di Bagolino. Può essere, del resto gli zii e i cugini bagossi lo parlano spesso ed io li ascolto molto volentieri. Anche Sergio, che sento sempre più come un amico di vecchia data, ha alcuni parenti a Bagolino, che lui chiama “Bagolandia”, perché il borgo del carnevale storico, quello dei maschér e dei balarì, è sinonimo di divertimento ed allegria. Sergio ha percorso il sentiero che arriva da Collio, è diretto al bivacco Bassi dove passerà la notte, domani tornerà indietro quel tanto che basta per raggiungere il bivacco Grazzini ed il giorno successivo scenderà a Bagolandia. Incontriamo quattro bagossi in allenamento: vestiti leggeri e passo svelto. Sergio li saluta e ci scambia due parole, anche io ne riconosco uno. Sì, dev’essere proprio lui, Luca, l’atleta con il quale ho corso l’ultimo tratto della Bagolino Alpin Run. Sono passate tre settimane dalla gara di corsa in montagna di Bagolino e mi ricordo bene di lui. Il motivo è molto semplice. Ho sentito tantissimi incitamenti stando al suo fianco: un “Forza Luca!” dietro l’altro. Non erano per me, ovvio che fossero per lui che correva in casa. Perciò, quando lo incontro prima di raggiungere il passo delle Sette crocette, gli racconto quest’episodio e ci facciamo due risate. Arrivato al passo, inizia a sgocciolare. Metto il copri zaino e tiro dritto. Dopo il passo del Crestoso (appena sopra i duemila metri), saluto Sergio a malincuore. I nostri sentieri si separano: lui è quasi arrivato al Bassi, io ho ancora due ore abbondanti di cammino. Il sentiero è in discesa ed attraversa una valle tagliata da un torrentello.

Dev’essere la Val Rosellino con una malga omonima, adibita a bivacco e circondata dal nulla. Incontro vacche, cavalli, capre ed un gruppo di persone dirette al Bassi, alle quali raccomando di salutarmi Sergio. Attraverso il torrentello appena sotto una piccola e splendida cascata e continuo sul sentiero in leggera discesa. Arrivo al Rifugio Rosello, entro e vengo attratto dal tepore del camino acceso, ma preferisco uscire subito e continuare a camminare. Del resto il cielo è sempre più minaccioso. Due gocce diventano presto un temporale, perciò cerco riparo e trovo una stalla. Per fortuna la tettoia di quest’edificio mi permette di non entrare nella “casa” delle vacche, ora assenti, ma di sostare al suo fianco senza bagnarmi. Sono le 16. Quanto durerà la pioggia, ora così battente? In montagna non si può mai sapere quando smetterà, perciò mi metto comodo, mi copro e mangio un panino. Faccio il segno della croce e ringrazio Gesù per quanto mi sta regalando, poi chiedo ai miei angeli custodi di proteggermi ancora. Sto iniziando a pensare che posso farcela, il mio corpo si sta abituando alla grande ed il mal di spalle di ieri sembra un lontano ricordo. Ho superato la metà del 3V, penso al traguardo, ma devo rimanere concentrato.

La pioggia rallenta, allora mi scopro e riparto verso le 16.30, quando il temporale è ormai cessato. Ancora due passi in salita su un’ampia stradina sterrata e poi mi appare Plan di Montecampione, illuminato da un tiepido sole. È una bella sensazione, sono alla fine della tappa odierna. Mi stupisco nel vedere il villaggio di questo paese, una fila di case tutte uguali addossate una all’altra, e mi butto in discesa seguendo il 3V. Raggiungo un turista: chiamiamolo così perché è in vacanza a Montecampione ed ora sta facendo una passeggiata col suo cane, Balù, ed anche perché non ci presentiamo, tanto ci saremmo rivisti la sera al rifugio Cimosco per una birra e per continuare un discorso molto interessante. Questo turista, un uomo sui 45 anni in vacanza con la famiglia, abita a Milano, ma da piccolo trascorreva le sue vacanze a Remedello, a due passi dal mio paese, Isorella. L’ultimo quarto d’ora della mia tappa lo passo con lui ed i suoi ricordi nostalgici che mi riportano agli anni ’80, quando la Bassa bresciana era ancora un’area agricola e pacifica. Terreni da coltivare, bestiame, più trattori che macchine. Racconti simili a quelli dei miei genitori, dei nonni. Lunghi giri in bicicletta, una mano agli zii contadini, un paese piccolo in cui tutti conoscono tutti. Ora anche Isorella e Remedello sono urbanizzati ed industrializzati, posso immaginare Milano. Naturale che lui e la sua famiglia cerchino un po’ di tranquillità almeno in vacanza. “Ecco, tu devi andare a destra, io invece proseguo a sinistra” mi spiega. Sono arrivato e lo saluto, peccato che poi la sera non si presenti al rifugio. Entro al Cimosco, sono le 17 in punto come avevo lasciato detto. La puntualità prima di tutto.

I tre gestori del rifugio, due signori ed una ragazza, mi accolgono col sorriso. “Quella è la camera, lì c’è la doccia”. Mi lavo, faccio stretching e poi mi sdraio un attimo. Siamo a 1800 metri, però c’è il wi-fi: due messaggi a casa, a parenti ed amici, una foto su instagram. Poi arriva Nicola, una grande amicizia che il 3V mi ha regalato. Nicola ha 24 anni e le idee chiare. Si è appena licenziato perché il lavoro d’ufficio non fa per lui. È biotecnologo, sogna un posto migliore, da ricercatore possibilmente. Ci penserà fra qualche giorno. Adesso è sulle orme del sentiero biancazzurro. Ne ha percorso un tratto, domani ne camminerà un altro. Per vedere com’è, farsi un’idea, fotografare marmotte e volatili, anche per allenarsi. Poi, spero presto, toccherà pure a lui provarci. Ha il manuale del 3V, un’ottima conoscenza dei punti-chiave da raggiungere; gli manca qualche ora di cammino nelle gambe e poi ce la farà. Parliamo di questo, ci scambiamo consigli e punti di vista. La cena è una perla del rifugista. Squisito il risotto al bagoss. Poi giochiamo a carte. Briscola, scopa, rubamazzetto. Vince sempre Nicola. Del resto, conveniamo, io ho avuto una giornata molto fortunata, lui decisamente meno (alcune indicazioni sbagliate gli hanno allungato il cammino di qualche ora). Ora la sorte sta rimettendo in equilibrio le cose! Non ho proprio voglia di andare a letto stasera, l’adrenalina di una giornata così positiva mi tiene sveglio. Altre chiacchiere, stavolta con i rifugisti che ci spiegano il sentiero per domani. Parliamo anche del più e del meno, la compagnia è ottima. Poi buonanotte, ma domattina la sveglia suonerà tardi.

L’inconfondibile passo delle Sette Crocette

 


Prosegue in “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte terza

“Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte prima


Ricevo e ben volentieri pubblico (dividendolo in tre puntate) il lungo racconto dell’amico Luca relativo al suo recente viaggio lungo le tracce del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Una cinque giorni intensa da rivivere e condividere attraverso questo racconto ricco di particolari, coinvolgente e… istruttivo!

Tutte le foto sono dello stesso Luca, scattate durante questo cammino.


Il Sentiero delle Tre Valli Bresciane secondo me

INTRODUZIONE

Non ricordo quando ho sentito parlare per la prima volta del Sentiero delle Tre Valli bresciane, la val Sabbia, la val Camonica e la val Trompia, ma, completandolo da Brescia a Urago Mella, ho toccato alcune località che ho frequentato spesso, anche da bambino. Il pensiero corre subito a quella giornata trascorsa al Passo del Maniva con la mia famig

lia: mio fratello, i genitori e pure i nonni materni. Era il 2005, avevo 16 anni, dal Maniva avevamo camminato sino al Passo delle Portole, sotto cima Caldoline, poi ci eravamo fermati per la Messa e per un pranzo al sacco alla capanna Tita Secchi. Uno dei ricordi più belli della mia vita. Quindi il momento più emozionante del mio 3V è stato proprio questo: ritornare in quel luogo così rievocativo e poi guardare giù, dal Maniva verso Bagolino, il paese di mia nonna, di molti parenti e dove ho trascorso diverse settimane in vacanza sin da piccolo.

Due anni fa, nel 2015, ho iniziato a frequentare sempre più spesso il monte Maddalena ed a partecipare a qualche “gara” di corsa in montagna (fra virgolette, perché per me sono delle gite in compagnia), così ho scoperto i segnavia biancazzurri sul colle di Brescia, sulla Punta Almana, sul colle di San Zeno, sul Pizzo Cornacchia, sui Campiani e sul monte Picastello. Ancora non bastava per decidermi ad intraprendere questo lungo sentiero, mancava qualcosa, che è arrivato quest’estate grazie a Emanuele Cinelli, figlio di uno dei creatori del 3V, Silvano. Il sentiero, infatti, è stato intitolato proprio a alla sua memoria. Anche Emanuele ha contribuito alla nascita dell’itinerario che attraversa le montagne della nostra provincia ed ancora lo mantiene in vita aggiornando il suo sito con tante informazioni utili (Mondo Nudo – Sezione 3V) e con alcune iniziative. Proprio da una di queste è nata la mia voglia di 3V.

Quest’estate Emanuele ha provato a completare il sentiero biancazzurro con una tappa unica. Il mio amico Giovanni, compaesano e guida di molte escursioni, me l’ha fatto notare e quando lui, così esperto, mi parla di montagna fa presto a trasmettermi la sua grande passione. Qualche giorno dopo stavo già scrivendo ad Emanuele per avere più informazioni possibili. Cinelli, gentile e disponibile, si è rivelato una vera miniera di consigli e con le sue indicazioni mi ha accompagnato sino al termine del cammino. Nel frattempo ho letto le informazioni del percorso sul sito del Cai di Brescia per farmi un’idea di cosa mi attendeva. Come facevo a scuola, ho preso appunti: ho preparato dei riassunti da portare con me, per consultarli qualora avessi avuto dei dubbi. Ho anche guardato le mappe, l’altimetria ed ho steso un programma di massima. Ho deciso subito che avrei provato a seguire il sentiero originale, senza varianti basse né alte (“riservate” agli esperti, quindi non a me). Ho camminato da solo: sono abituato a non avere compagnia in montagna e la cosa non mi pesa, anzi. Sapevo di non passare da punti particolarmente difficili, esposti o isolati; ma, al contrario, da percorsi battuti da molti camminatori, specie nella settimana di Ferragosto. Questo ha tranquillizzato sia me, sia la mia famiglia. Anche perché non avevo nessuna fretta e nemmeno nessuna ossessione di arrivare al traguardo. Due notti di fila nei rifugi o nei bivacchi sarebbero già state per me una prima volta, una novità assoluta e quindi una conquista già sufficiente per rendermi felice e pronto a tornare a casa senza rimpianti. Mi bastava provarci, affrontare un giorno per volta e godermela.

Ho atteso il giorno giusto per partire, mi sono “allenato” un po’, anche se per me uscire a correre o andare in montagna è solamente un divertimento. Quando ho sentito di essere pronto, domenica 13 agosto 2017, ho fatto lo zaino e all’alba del giorno seguente sono partito. Ho portato con me il sacco a pelo, il tappetino e qualche scorta alimentare, perché sul percorso ci sono molti bivacchi e volevo essere pronto a passare una notte anche lì se la stanchezza o il maltempo mi avessero fermato prima di arrivare in uno dei tanti comodi rifugi presenti sul 3V.

 

GIORNO 1: L’inesperienza

Lunedì 14 agosto mi sono svegliato quando la mia Isorella, nella Bassa bresciana, era ancora al buio. Ho fatto una colazione abbondante ed ho chiesto alla mamma di accompagnarmi a Brescia. In auto, ho lasciato che fosse la radio a scegliere qualche canzone per me. Ho fatto bene, a metà strada è partita “Self control” di Raf. Bellissima canzone, un invito a mantenere sempre l’autocontrollo.

Ho iniziato a camminare alle 6.30 da via san Gaetanino, dove un cartellone indica la partenza del 3V. La prima salita, verso il monte Maddalena, è stata la più difficile, non perché fosse ripida o tecnica, ma poiché mi ha colto alla sprovvista sotto molti punti di vista: lo zaino pesante, che raramente ho portato e per questo mi causava mal di schiena; il passo molto più lento del solito, obbligatorio vista la lunghezza del sentiero; la fretta di mettersi alle spalle i chilometri; forse anche un po’ di pensieri, come “ora che sono finalmente partito, cosa troverò?”. Tutte queste preoccupazioni se ne sono andate poco per volta, mentre mi allontanavo dal conosciuto Maddalena per iniziare a camminare su sentieri per me nuovi. La presenza costante dei segnavia biancazzurri mi ha subito rassicurato: la prima parte fra le case costruite sulle pendici della montagna bresciana, poi sulla strada, passando accanto a San Gottardo, infine il sentiero che mi ha portato in cima al Maddalena, fino al vecchio rifugio ormai abbandonato. Poi la stradina pianeggiante in “cresta”, prima della discesa verso il Colle di san Vito. Qui le chiare indicazioni mi hanno spedito giù verso Nave, dove sono rimasto stupito di trovare così tante tracce biancazzurre anche fra le vie del paese. Prima di iniziare la salita verso il Santuario della Madonna di Conche, mi sono fermato per mangiare un panino.

Le pendenze e l’ampia mulattiera sono abbastanza agevoli sino alla chiesetta di Sant’Antonio, poi il 3V prosegue con un sentiero meno ombreggiato. La salita mi piace, mi sento bene, trovo il mio ritmo, faccio qualche fotografia e appena prima del mezzogiorno sono al santuario. Chiedo ai gestori del rifugio di aggiungere un posto a tavola e mi preparo per il pranzo. Mi riservano uno spazio libero con tanto di nome e cognome: sul primo ci siamo, sul secondo un po’ meno e divento Luca Rigamonti… questa storpiatura non l’avevo mai sentita! Sono seduto accanto ad una compagnia di signori sulla cinquantina: diventiamo ben presto amici ed uno di loro, che ha fatto il 3V, mi dà diversi consigli. Parliamo di montagna mentre mangiamo la pasta al ragù e le scaloppine, che io infilo dentro due panini. Arrivano i pomodori ed un signore chiede qualche spicchio di cipolla, poi fa assaggiare anche a me questa accoppiata che è il suo piatto di verdura preferito. Ci sono anche la torta ed il caffè, poi ci viene offerto lo spumante da un cliente che festeggia i cinquant’anni. Pensa te che fortuna, proprio oggi! Sono già le 14: due ore sono volate grazie a questa ottima compagnia. Il gestore del rifugio mi regala la cartolina del santuario, sua figlia ci aggiunge il timbro del 3V. Sono pronto per ripartire, visito la chiesetta, guardo il panorama e poi via. Vorrei arrivare a Lodrino e cercare un posto dove dormire, ma la strada è lunga. Troppo.

Poco oltre questo santuario c’è l’Eremo di san Giorgio, in ristrutturazione. Due esperte signore stanno “rinfrescando” i dipinti al suo interno e mi invitano a ritornare più avanti. Proseguo ed inizio la discesa verso il passo del Cavallo che è addirittura segnata con delle balise arancioni (cioè dei nastri), reduci probabilmente da una gara di corsa in montagna. Non posso proprio perdermi. Poi si ricomincia a salire. Fa caldo, ma il sentiero è all’ombra. Passo accanto al recinto di un asinello e mi scatto un selfie con lui. Allungo di dieci minuti il sentiero per salire sul monte Prealba, dove campeggia una croce bianca: qui faccio merenda con una mela che mi sono portato da casa. La mela è il mio frutto preferito quando faccio sport. È dolce ed energetica, nello zaino non si sciupa ed è pure rinfrescante.

Riparto e poco dopo attraverso un bosco maestoso. Gli alberi sono imponenti e mi fanno sentire piccolissimo. Nonostante il sole, qui si sta al fresco. È tutto bellissimo, anche la baita delle Passate Brutte, circondata da un roccolo immenso. Qui abitano Luigi ed i suoi due cani. Lui, binocolo in mano, scruta le catene montuose. Il cielo, limpido, è ideale per il suo hobby. I cani cercano qualche carezza. Allora mi fermo. “Vuoi dell’acqua?”. Una bottiglietta di acqua frizzante era proprio quel che ci voleva. Luigi non vuole nulla, perché, dice, “è giusto così, lo faccio sempre”. “Vedi, quelli là in fondo sono i radar che sovrastano il Maniva, dove devi arrivare tu”. La distanza mi mette paura, ma non dimentico il mio motto: un giorno per volta, passo dopo passo. I cani mi rincorrono mentre riparto e mi accorgo che sono già passate le 18. L’entusiasmo del primo giorno non mi aveva più fatto guardare l’orologio e a Lodrino di posti a dormire non ce ne sono più, del resto, mi fanno notare, domani è Ferragosto. Non me lo ricordavo più. Il tempo s’è annullato quando sono partito, penso solamente a camminare e riposare, bere e mangiare, a nient’altro che non sia collegato con le mie sensazioni attuali: il sentiero mi ha catturato. Però non so dove dormire ed anche altre tappe intermedie, quelle che avevo programmato, si rivelano errate: ai rifugi dell’Alpe di Pezzeda non si può pernottare ed il bivacco della Chiesa di Santa Maria del Giogo apre solo per chi lo richiede in tempo. Il panico dura qualche secondo. Ho il sacco a pelo e posso dormire ovunque. Sono a 1300 metri, ma non fa freddo ed ho portato degli abiti pesanti. Però, avviandomi verso la Corna del Sonclino, dove c’è una croce ed inizia il saliscendi verso Lodrino, chiedo lo stesso ad un signore se fra quelle numerose case ci sia un bivacco, una specie di rifugio. “Vieni pure a dormire da me, sono solo e ne ho di letti!”. L’ospitalità non si rifiuta mai, così trovo accoglienza nella sua casupola, fra il cane, due asinelle, le oche e le galline. Sono felice, al settimo cielo. È venuta a galla la mia inesperienza, però non mi sono perso. Il 3V è segnato davvero alla perfezione in questo tratto iniziale. Perciò concludo la mia prima giornata al caldo del camino: ascolto le storie di chi mi ospita, guardiamo un film western, accarezzo il suo cane, Luna, e mi stupisco di come la gente di montagna posso essere schiva e al contempo offrire la propria casa ad un camminatore qualsiasi.


Prosegue in “Il mio 3V” di Luca Regonaschi – Parte seconda

Sorprese e premi per l’uscita VivAlpe del 24 settembre 2017


Tutte le foto sono di Attilio Solzi, cordialissimo e gentilissimo come sempre. Grazieeee!


Partiti dalle rispettive dimore con il freddo e la pioggia battente, in tre ci troviamo, dopo un viaggio in auto costantemente dominato da Giove Pluvio, al parcheggino dei Prati Magri. Quando ci mettiamo in cammino ancora piove sebbene con minor impeto e il cielo bigio non da segni di miglioramento. Passano dieci minuti e dietro la dorsale del monte appare un piccolo sprazzo di sereno, la pioggia lascia il posto a un debole sole, togliamo le coperture da pioggia e procediamo più leggeri. Altri quindici minuti e il sereno si è allargato, ormai siamo sui verdi, ehm, gialli, no marroni, no giallo-marroni, insomma sui pascoli dalle mille tonalità dell’autunno che ci accompagneranno fino alla vetta del Dosso Rotondo (essendo solo in tre decidiamo l’allungamento del percorso previsto).

L’erba riscaldata dal sole diffonde un bel tepore, una dopo l’altra nel giro di pochi minuti le mie vesti lasciano il corpo e finiscono nello zaino, tutte. Paola e Attilio, ancora indissolubilmente legati all’abito, restano in pantaloni e maglia: come faranno, li vedo palesemente oppressi dal calore e si lamentano del sudore che sgorga dai loro pori inumidendo le vesti e rendendole inutili alla difesa dalle qui presenti folate d’aria fresca, quelle folate che io, nudo e asciutto, avverto soltanto come piacevoli soffi dell’amico Eolo.

Saliamo veloci e in poco siamo alla vetta, poco sotto di noi un comodo rifugio ma la giornata invita a pranzare qui, all’aria aperta, seduti nell’erba, baciati dal sole. Dopo mangiato, re-indossato io pantaloncini e maglietta, scendiamo al vicino rifugio per un corroborante digestivo e facciamo la conoscenza con la simpatia della famiglia che lo gestisce. Riprendiamo la via della discesa, identica alla salita, io posso rimettermi a nudo. Il sole è stato ricoperto da una estesa coltre di nuvole, una luce diffusa mette in risalto i vari crinali che si estendono da qui al Monte Baldo, Attilio trova la sua ideale scenografia fotografica e, come già fatto in salita, usandomi come modello scatta a ripetizione decine di foto, mi coinvolge anche per un paio di filmati. Così, tra chiacchiere, fotografie e ammirazione dei panorami, quasi senza accorgercene arriviamo al bosco e poco dopo siamo al punto di partenza, contenti per la splendida giornata in montagna.

Come sovente accade, la natura premia gli intraprendenti!

Ritorno al Prandini


A seguito di una revisione di vari articoli del blog, in particolare questi sulla Val Braone, ho rilevato passaggi scritti in una forma che ha dato adito a fraintendimenti per cui ho provveduto a riscrivere questi passaggi meglio esprimendo cosa si voleva invero intendere.

Tutte le foto sono di Marco M.

Ogni volta è una scoperta, ogni volta ci sono nuove emozioni, ogni volta si rinnova la magia di questa valle, una valle non propriamente sperduta eppure selvaggia e solitaria. Quest’anno mancano il rosa dei rododendri e il bianco degli eriofori pertanto le tinte risultano meno variegate, in gran parte sono le varie tonalità del verde e del marrone date dalle erbe di pascolo, dalle torbiere, dagli ontaneti e dai lariceti, punteggiate qua e là da qualche macchia violacea delle Campanule di Scheuchzer. Eppure il fascino è sempre lo stesso, non di meno, solo diverso: l’estensione degli ampi spazi dove nulla appare muoversi, il dispiegarsi delle più o meno estese placconate rocciose che riflettono la luce del sole, l’innalzarsi prepotente di pareti e cime che dall’alto silenti guardiani vigilano sull’intrepido viandante.

In quattro ci troviamo in quel di Braone dove lasciamo una delle due vetture. Andiamo a ritirare le chiavi del rifugio dal sempre cordialissimo Piero e poi ci avviamo verso l’inizio del cammino. A Ceto imbocchiamo la stretta e tortuosa strada della Val Paghera, alla prima curva sbuca fuori un grosso fuoristrada che, ignorando la mia segnalazione sonora, se ne esce tutto baldanzoso: brusca frenata di ambedue e si evita di poco un bel frontale. Con un’ardita manovra, usufruendo di un piccolo slargo riesco a far passare l’altra vettura e poi mi rimetto in marcia. Qualche tornante, uno stretto passaggio tra un nucleo di case, un lungo diagonale a picco sul fondo della Val Palobbia, passiamo il ponte provvisorio (che ormai si può dire definitivo) che ha preso il posto dell’antico ponte romano portato via dalla forza dell’acqua qualche anno addietro. La strada ora riprende a salire con continui tornanti dirigendosi verso la Val Paghera al cui imbocco le Case Faet preavvisano dell’imminente arrivo al piccolo parcheggio.

Ore venti e trenta, ci mettiamo in cammino. Superiamo la breve ma ripidissima salita asfaltata che conduce alle Case di Scalassone, magnifico agglomerato di cascine immerse in verdi e riposanti prati che spezzano la continuità dell’ampio bosco, e imbocchiamo la comoda e ben segnalata mulattiera che porta al rifugio Prandini. Data l’ora tarda, che fa immaginare un improbabile incontro con altre persone, e la temperatura, ventotto gradi centigradi, ci mettiamo subito in libertà: da qui in avanti non incontreremo altre abitazioni e il passaggio nei dintorni della malga Foppe di Sotto avverrà nel buio della notte, così come l’arrivo al rifugio, all’interno del quale sappiamo esserci nessuno. Rinfrancati dalla nudità, prima fruendo delle ultime luci del giorno, poi dell’illuminazione artificiale delle nostre frontali, risaliamo i tanti tornanti della bella mulattiera. Ancora nel bosco, senza infastidirci, un leggero scroscio di pioggia ci fa breve compagnia, poi scompare lasciando il posto ad alcuni lontani brontolii di tuono. Torna la quiete, agli ultimi tornanti le luci della valle improvvisamente compaiono ai nostri occhi, poco oltre imbocchiamo a destra il sentiero che ci porta alla verdissima piana delle Foppe di Sotto: concedo ai compagni dieci minuti di sosta, poi di nuovo in cammino. Passando alla parte superiore della piana il silenzio si fa totale e invito i miei compagni ad ascoltarlo per alcuni secondi. Eccoci all’altezza della malga, non si vede e non si sente segno di vita, passiamo oltre, risaliamo il canalino che porta al ripiano sopra la malga, qualche decina di grosse gemme bianco giallastre risplendono a mezz’aria nel buio della notte: gli occhi degli asini che qui stanno passando la notte.

Inizia la parte più ripida del percorso, prima due lisce placche rocciose da risalire direttamente, poi una sequenza di pianetti erbosi e ripidi canalini di terra e roccia, il cui superamento è facilitato da rudimentali gradinamenti. I lampi, che nel frattempo avevano ripreso a schiarire il cielo, si fanno più vicini, ma l’assenza dei tuoni e del vento ci rassicurano e proseguiamo senza foga nella nostra marcia. Eccoci in vista del dosso che affianca il rifugio, se fosse giorno potremmo vedere la bandiera che lo sovrasta, siamo arrivati! Nell’uscire dall’ultima dorsale che ci copriva dalla valle veniamo travolti da un caldo vento temporalesco, percepisco che entro pochi minuti si scatenerà l’inferno e sollecito i compagni ad accelerare il passo. Marco e Maria rispondono prontamente, Cristina arranca e l’aspetto, sotto le prime gocce d’acqua arriviamo al rifugio, apro la porta, entriamo e… la pioggia si fa di colpo notevolmente intensa: scampata proprio per un pelo. Ammiriamo i pregevoli lavori di ammodernamento fatti all’interno del locale cucina (è stato rifatto anche il tetto ma questo lo potremo ammirare solo la mattina), ci sistemiamo, ci facciamo una tisana e poi, cullati dall’intenso rumore della pioggia, tutti a nanna.

Sabato mattina, alle sei sono fuori a guardare il cielo, alternanza di nuvole e sprazzi di sereno fanno sperare quantomeno in una discreta giornata. Più tardi, mentre facciamo colazione, il sole illumina i dintorni del rifugio e riscalda l’aria tutto sommato già gradevole: contrariamente al solito possiamo evitare di vestirci. Preparati gli zaini ci mettiamo in cammino per l’odierna escursione, uno dei giri che ho personalmente individuato: il periplo della valle. Scegliendo il percorso migliore, tra gli ontani e la torbiera risaliamo il pendio che porta alla base delle lisce placche che fanno da basamento al coster di sinistra (orografica), qui giunti imbocchiamo l’erboso canalone che s’innalza verso il Monte Stabio. Quando la ganda se ne impadronisce usciamo alla sua sinistra per procedere per comode lingue erbose zigzagando tra le placche: innumerevoli gli scorci visivi che si aprono ai nostri occhi, sia verso la valle che verso il monte, sia sulle vicine verdi Somale di Braone che sulla retrostante verticale pala del Pizzo Badile, sulla Cima di Terre Fredde e il Cornone di Blumone, sulla Concarena e oltre, troppo lungo elencare tutte le cime che man mano appaiono ai nostri occhi, molte delle quali evocano in me lontani piacevoli ricordi di escursioni e arrampicate.

Lentamente, troppo lentamente ci approssimiamo alla Porta di Stabio dove arriviamo con un poco di ritardo sui tempi stabiliti, eppure con un buon anticipo sull’orario prefissato essendo partiti un’ora prima del previsto. Il cielo si è fatto totalmente grigio, la nuvolaglia, lungi dal minacciare pioggia, copre il sole proteggendoci dai suoi raggi infuocati e rendendoci confortevole il cammino. Seguendo brevemente il sentiero segnalato scendiamo al sottostante anfiteatro roccioso dove alcuni laghetti piovani cupamente risplendono alla tenue luce filtrata dalle nuvole. Quando il sentiero segnato riprende a scendere verso il fondo della valle, lo abbandoniamo per tagliare nell’erbe in direzione del Passo del Frerone. Passato un costolone erboso, sotto il quale abbiamo sostato per il pranzo, scendiamo nell’ampia e impressionante conca di frana (bellissimo esempi della forza che la natura può esprimere) sottostante la sconvolta bianca parete del Frerone e la risaliamo sul versante opposto. Visto l’orario (abbiamo accumulato altro ritardo) e avendo deciso di non proseguire verso la mulattiera di Cima Gallinera (il terreno è complesso e il percorso che ho già fatto non è proponibile ai miei compagni, trovarne uno nuovo comporterebbe a loro un eccessivo dispendio di energie), decido di non salire fino al passo ma di scendere a prendere l’ormai vicino sentiero segnato che riporta sul fondo della Val Braone, con il quale rientriamo più facilmente e tranquillamente al rifugio.

Nel tardo pomeriggio arrivano due pastori, qui saliti per arieggiare i locali della malga presumo in previsione di un loro imminente risalita da quella di sotto (dove la notte ci aveva nascosto i segni di vita), non sapendo se sono al corrente del nostro stile di vita ci rivestiamo, vestito dialogo a lungo con loro, parliamo del temporale della notte, della solitudine di questa valle, mi spiegano come mai ancora non sono saliti, mi fanno notare l’erba giallastra non adatta al bestiame, ha sofferto per la siccità e la grandine; parliamo degli animali che popolano la zona, i caprioli che hanno incontrato poso sotto (come mai io non li ho ancora visti?), il gallo forcello che canta sul dosso soprastante, l’aquila che dimora nel Listino e che ogni tanto viene a far visita al loro gregge di pecore per prelevare un agnellino. Ci salutiamo, loro chiudono la malga e ridiscendono a valle, io torno dai miei compagni. Stiamo attendendo l’arrivo di Riccardo, ancora non ha dato segni, mi porto sul dosso soprastante per scrutare verso valle, qualcosa di nero si muove poco sotto, forse è lui, scendo per andargli incontro, invece nulla, probabilmente erano i pastori che stavano scendendo. Attendo un poco, scendo ancora, e ancora, altra attesa, nulla, allora risalgo e ne approfitto per un breve allenamento: parto di corsa, la mantengo finché ci riesco poi procedo al passo più spedito che mi riesce di mettere in atto. Quando arrivo al rifugio è quasi ora di cena, mentre prepariamo il necessario ecco che, ormai inatteso, arriva Riccardo: saluti, baci e abbracci, è bello rivederlo tra noi, è bello sapere che è salito in un tempo di tutto rispetto, è bello poter sperare in una sua futura maggiore partecipazione. La giornata si chiude con un’ottima spaghettata al pesto genovese, accompagnata da speck dell’Alto Adige e altre leccornie che ognuno di noi ha portato a monte per condividerle, ivi compreso un ottimo vino procurato dalla sempre carinissima Cristina.

Domenica mattina, dopo una notte che ha alternato pioggia e stelle il cielo si presenta sereno, la temperatura è leggermente più bassa di ieri ed è necessario indossare almeno una maglia leggera, ben presto, però, il sole provvede a rialzarla. Colazione, accurata pulizia del rifugio, preparazione degli zaini, si chiude tutto e via per il rientro a valle, un rientro gradevolmente nudo: nonostante la giornata domenicale solo un uomo e una donna (presumibilmente parenti del pastore visto che salivano senza zaini e che sono ridiscesi poco dopo) incrociano il nostro cammino, prima mentre, parzialmente ricoperti, transitiamo nei pressi della malga e mezz’ora dopo alla fine della piana mentre, nuovamente nudi, stiamo scattandoci la rituale foto di gruppo prima di abbandonare questa magnifica valle. Ripreso il cammino scendiamo seguendo la variante del sentiero delle Cascate, purtroppo la poca acqua le rende meno appariscenti, ma comunque pur sempre interessanti, specie la più bassa alla quale si arriva con una breve digressione dal sentiero principale. Eccoci nuovamente alle Case di Scalassone che attraversiamo dopo esserci rivestiti, la ripida discesa asfaltata e il parcheggino con l’auto: il cammino è finito e con esso è purtroppo finita la nostra escursione.

Con continui intoppi e tante manovre di disimpegno per il traffico oggi intenso discendiamo la strada che porta a Ceto, ci portiamo a Braone, salutiamo Marco che deve rientrare a casa, consegniamo chiavi e soldi  e ci portiamo ad una vicina pizzeria per regalarci un ottimo piatto di casoncelli al burro, dissetandoci con la meritata fresca birra. Rifocillati ci mettiamo in viaggio per il ritorno a casa: anche questo ennesimo ritorno al Rifugio Prandini è giunto al suo epilogo, come sempre ci rimangono negli occhi e nelle mente le stupende immagini dalla Val Braone, ricordi indelebili che nemmeno le foto riescono ad eguagliare, spero abbiano comunque potuto darvene una seppur minima parvenza.

P.S.

Come sempre ringrazio gli amici che mi hanno accompagnato in questa ennesima esperienza di montagna, ringrazio anche l’amico Piero per la professionalità con cui gestisce il rifugio, la Commissione Rifugi di Braone e tutti gli Alpini di Braone per la cura con cui mantengono questo splendido rifugio. Rinnovo i ringraziamenti al Sindaco e a tutta la Giunta Comunale di Braone per il supporto che danno alla loro valle, a chi la cura e a chi la visita, nonché a tutti coloro che, spero piacevolmente, hanno avuto modo di incontraci, ma, tutto sommato, anche a tutti i cittadini di Braone che ancora non ci hanno conosciuto di persona, a quelli che sappiamo mai aver mosso lamentele per la nostra presenza ma anche a quelli che, al contrario, si sono opposti e che vorremmo proprio poter incontrare per dimostrare anche a loro l’onesta e la salubrità della nostra scelta, l’imminente festa del rifugio potrebbe essere l’occasione propizia: io ci sarò di certo e con me forse anche alcuni amici.

Grazie!

#TappaUnica3V ci si riprova!


Sono sempre stato contrario al concetto del “la cima ad ogni costo”, l’ho sempre ritenuto oltre che pericoloso anche altamente diseducativo: le persone devono sapere quando è bene fermarsi, devono saper modificare i loro programmi e, alla fine, devono saper trovare la soddisfazione anche nell’assenza della vetta, vetta fisica, nel senso di sommità di un monte, ma anche virtuale, ovvero nel senso del traguardo prefissato, dell’obiettivo  che ci si era preposti.

Così nel caso di TappaUnica3V la cima era il completamento del giro secondo i parametri che mi ero imposto: solitaria, varianti alte, quaranta ore di cammino effettivo, quarantotto ore continue al massimo. Lo scorso anno ero quasi a Brescia ma avevo dovuto rinunciare a tutte le varianti alte, quest’anno ho dovuto rinunciare anche a quelle poche che avevo fatto lo scorso anno e nonostante questo mi sono bloccato a meno di un terzo del giro.

Sconfitto, quindi, e questo ci sta, è parte stessa di ogni avventura, quell’avventura ben diversa da quanto viene oggi comunemente venduto (simulazione del rischio: esposizione a situazioni potenzialmente pericolose e paurose ma dove tutto è minuziosamente sotto controllo e il buon risultato è assicurato a priori), quell’avventura che può anche essere totalmente esente da rischi e spaventi, ma è necessariamente composta da imprevisti e da un esito incerto. Così era per TappaUnica3V dove salvo pochi brevi tratti tutto appariva tranquillo, una semplice camminata, ma nel contempo nulla poteva garantire che potessi arrivare a chiudere il giro, molte le incognite, oggettive (condizioni meteorologiche) e soggettive (cedimento fisico o psicologico, infortunio, malore), per cui, nonostante l’attenta preparazione atletica e la preliminare esplorazione del tracciato, l’utilizzo del termine di avventura, utilizzato in particolare da Tony Gialdini al fine di consolarmi per il mancato successo, appare più che appropriato.

Io preferisco continuare a parlare di viaggio, un lungo e bellissimo viaggio che mi ha portato a riesplorare (perché dopo sessant’anni di montagna e quaranta di alpinismo anche ad alto livello già le conoscevo più che bene) le mie capacità fisiche ed emotive espandendole oltre i limiti mai raggiunti, ma soprattutto mi ha condotto alla conoscenza di un vasto territorio (l’intera Val Trompia e tratti delle valli laterali che scendono verso la Val Sabbia e la Val Camonica) e di tanti sentieri che mai avevo percorso. Ecco perché ho parlato di sconfitta e contemporaneamente di vittoria, ecco perché non posso accontentarmi di quanto ho fatto: può un tale viaggio restare incompleto? No di certo e infatti nel momento stesso in cui, su al Maniva, decidevo di fermarmi, in quello stesso momento, nonostante per parte della notte e per tutta la mattina avessi continuato a ripetermi “ma chi me lo fa fare?”, maturavo l’idea di riprovarci e quando gli amici mi hanno sollecitato a farlo ho subito risposto affermativamente.

L’esperienza comunque insegna e devo ammettere che se voglio riprovarci devo cambiare qualcosa e così sarà, non voglio modificare gli obiettivi che ritengo da me perfettamente raggiungibili, ma certo posso modificare le modalità attraverso le quali perseguirli:

  • per il prossimo (o prossimi) tentativo (perché di tentativo devo pur sempre parlare) non fisserò una data precisa ma solo un periodo (e sarà tra la seconda metà di agosto 2017 e la prima metà di luglio 2018), anche se uno sicuramente lo effettuerò ancora a settembre/ottobre di quest’anno;
  • la partenza avverrà nel momento in cui tutte le condizioni (temperatura, meteorologiche, ambientali e mie personali) si combineranno nella situazione migliore;
  • non definirò una tabella di marcia ma camminerò secondo il ritmo consigliatomi dal mio corpo e dalla mia mente, solo nella parte di ritorno (dal Maniva a Brescia) imposterò il ritmo di marcia secondo le necessità per l’arrivo entro i termini stabiliti (40 ore di cammino effettivo e 48 ore continuative di intervallo massimo tra la partenza e l’arrivo).

Oltre a questo potrei mettere in campo altre modifiche logistiche:

  • data l’indecisione della partenza potrebbero non esserci punti di rifornimento strutturali (ovvero allestiti preliminarmente all’interno di strutture della ricezione turistica), ma solo punti dove qualcuno si farà trovare con i ricambi di acqua ed energia (oltre all’indispensabile ricambio d’emergenza: scarpe e abbigliamento, ovvero quei materiali potenzialmente danneggiabili in una marcia così intensa);
  • potrei aumentare i punti di rifornimento (fino a un massimo di otto: dieci sono i punti dove il sentiero 3V incrocia la strada asfaltata, alcuni, però, molto vicini tra loro);
  • potendo, a seguito delle variazioni suddette, diminuire il quantitativo di liquidi e prodotti energetici da portare appresso, Il peso dello zaino potrebbe tornare al livello del 2016 (quattro o cinque chili al massimo).

In ragione delle facilitazioni di cui sopra potrei, per ribilanciare la difficoltà e l’imprevedibilità del giro, allora mettere in atto anche un’altra modifica:

  • da marcia di regolarità cambiare in velocità, ovvero completare il giro nel minor tempo che sia in grado di produrre.

Insieme allo staff 2017 si era ventilata anche l’ipotesi di un’altra variazione:

  • potrei, rinunciando al discorso della solitaria (tra allenamenti e tentativi ho ben dimostrato che per me non è di certo un problema marciare in montagna di giorno e di notte da solo e), attuare un accompagnamento a staffetta, ovvero almeno due persone che mi assistono (l’assistenza è pur sempre indispensabile, anche se invero ho fatto in totale autonomia percorsi fino a settanta chilometri) e, rifornimento per rifornimento, si alternano tra auto e cammino al mio fianco;

pensandoci bene ho deciso che questo non la attuerò. Mi gusterebbe molto farla in compagnia di qualcuno, condividere con altri le emozioni del lungo cammino, dei panorami, dei tramonti e delle albe, della natura, però:

  • intanto ci sarebbe il problema di trovare persone adeguatamente allenate, persone che possano mantenere il mio passo qualunque esso sia e su qualsiasi terreno e pendio (ce ne sono tante visto che non sono quello che comunemente viene definito “un mostro”, ma non è detto volgiano o possano essere della partita);
  • e poi oltre che pensare a me stesso dovrei (in ragione anche e soprattutto delle disposizioni giuridiche e legislative che, oggi, in caso d’incidente con prognosi superiore ai sessanta giorni sempre pongono il più esperto in una critica condizione di responsabilità, con conseguenti rogne legali) pensare anche a chi mi accompagna (sarebbe valido anche il discorso al contrario, ma essendo io un Istruttore Nazionale di Alpinismo, sebbene non più operativo, sono pochi i casi in cui potrei essere ritenuto il meno esperto) e questo renderebbe il tutto troppo complesso.

È per altro certo che, una volta chiuso il giro in tappa unica, andrò ad effettuarlo a tappe (sette) in compagnia di mia moglie e degli amici più vicini.

Sicuramente rimarranno invariati:

  • il percorso (anche se forse inserirò alcune mie brevi varianti che lo rendono ancora più fedele alla linea spartiacque);
  • la partenza del venerdì sera (dal punto effettivo d’inizio del 3V: sommità di via Turati);
  • l’arrivo della domenica pomeriggio (a Urago Mella);
  • il sistema di tracciatura in tempo reale (probabilmente, se i test del tracciamento live saranno positivi, cambiando strumentazione: l’app di GPSies che si appoggia alle mappe dettagliate di OpenStreetMap consentendo di avere un’idea ben precisa della mia posizione).
  • i materiali (zaino, scarpe e abbigliamento);
  • i liquidi (Acqua Maniva PH8);
  • gli integratori (HydraFit della NamedSport);
  • buona parte dei prodotti alimentari (gel e barrette della Enervit, barrette della NamedSport, fettine di zenzero fresco, albicocche secche, cubetti di Grana Padano, cubettini di speck, ai quali probabilmente aggiungerò della frutta secca).

Ecco, ora è ufficiale, seguitemi costantemente attraverso la specifica pagina dell’evento, quando deciderò di rimettermi in cammino lo comunicherò con almeno due giorni di preavviso, se possibile anche qualcosa di più (cinque o addirittura sette/dieci).

E se qualcuno volesse mettersi in nota per entrare nel gruppo di assistenza non deve far altro che comunicarmelo (se non avete i miei contatti diretti potete usare il modulo di contatto del blog): più saranno numerosi i componenti dello staff meno ognuno di essi dovrà lavorare e più tranquillo sarà per me decidere il giusto momento per partire: nella quantità sarà più facile avere il numero di assistenti necessario anche con un minimo preavviso.

Ciao e grazie a tutti per l’appoggio diretto o indiretto, fisico o morale, in presenza o in remoto.

#TappaUnica3V cosa non è andato nel verso giusto?


Sconfitto ma vittorioso, dicevo, sconfitto perché alla fine il giro non l’ho portato a termine, di più, ne ho fatto solo un quarto, vittorioso perché il dolore è stato grande e ci ho comunque convissuto per tanti chilometri, trentatré per la precisione, vittorioso perché ho nuovamente goduto della magica solitudine notturna, perché ad un certo punto mi chiedevo “ma chi me lo fa fare” eppure andavo avanti, eppure sapevo ancora guardarmi attorno e apprezzare i panorami, il verde dei prati, i colori dei boschi, il cielo azzurro, l’alba che è arrivata a illuminare il mio cammino. Vittorioso anche perché nel dolore il rapporto con la montagna è stato ancora più profondo, da lei ho estratto le forze per procedere, da lei ho catturato il coraggio per tentare l’estremo, da lei ho ricevuto tante sensazioni belle e positive, sensazioni che mi hanno presto indotto a dire “ci riproviamo”. Vittorioso perché ogni esperienza insegna a chi vuole imparare e io voglio imparare.

Cosa non è andato? Boh, impossibile individuarlo con precisione, almeno per me, molte sono le ipotesi, diversi i dubbi, alla fine la ragione più probabile è la sussistenza di diverse concause.

In ordine di rilevanza e, a mio parere, probabilità (ovviamente molte considerazioni sono riferite in specifico ai primi dodici chilometri, quelli che hanno preceduto l’insorgenza dei primi dolori).

Sovraccarico muscolare?

Nelle ultime uscite avevo rilevato che spingendo in salita ripida, specie in presenza di gradoni, i quadricipiti facevano subito male, poi però passava, mi bastava rallentare per qualche minuto. Ho pensato che, visto il ritmo lento programmato per il giro, bastasse un poco di riposo a risolvere il tutto: a quanto pare non è bastato! Non mi spiego, comunque, perché siano stati ingestibili e questo porta ai punti successivi.

Eccessivo carico psicologico?

Me l’ha suggerita un’amica laureata ISEF: “Magari hai caricato di aspettative l’evento (troppo), semplicemente perchè ci tieni un sacco, e il corpo ti ha fatto lo scherzo!”

Ci sta, ci sta tutto e alla grande, il problema al ginocchio mi aveva decisamente messo in apprensione, fino all’ultimo sembrava potermi inchiodare e questo mi ha portato ad una carica emotiva enorme espressa con l’idea di voler forzare al limite: “a costo di arrivare disteso quest’anno il giro lo devo completare”.

Ecco, vista la mia malsana idea il fisico potrebbe di certo aver deciso un’autodifesa mettendo in campo l’unica arma che, senza danneggiarlo più di tanto, poteva con certezza fermarmi: dei fortissimi dolori al muscolo che più di tutti mi serviva, il Femorale Retto!

Stanchezza generale?

Qui il suggerimento arriva da mia moglie: “nelle settimane precedenti alla partenza, a qualsiasi ora del giorno ti addormentavi molto facilmente, non potevi farcela”.

In effetti anch’io avevo notato questa cosa e volevo metterci riparo dormendo bene e a lungo la notte (perché i sonnellini fatti di giorno, sulla poltrona a poco servono, anzi) però:

  • nella settimana antecedente la partenza a causa del caldo torrido la notte dormivo molto poco;
  • il giorno prima, per un reiterativo impegno di lavoro che mi tiene alzato fino a tardi, ho dormito ancora meno;
  • pensavo di dormire la giornata della partenza e invece anche lì niente.

Alla fine, sebbene, forse per un’induzione psicologica dovuta alla mia determinazione, non mi sentissi per niente assonnato, potrebbe ben essere che, come detto per la causa precedente, il mio corpo abbia messo in atto un meccanismo di autodifesa.

Colpo di calore?

Mi è stata indicata come una possibile causa da un amico medico e pertanto la pongo in alto nell’elenco.

Tutto sommato è più probabile che il colpo di calore l’abbia subito l’anno scorso, mi ritrovo nei sintomi (che ora mi spiego), e l’avevo superato brillantemente, sebbene accumulando un poco di ritardo. Quest’anno sono partito di sera e di conseguenza i primi dodici chilometri li ho fatti con una temperatura più elevata del precedente tentativo, potrebbe starci un leggero colpo di calore, ma, ripeto, non mi ci trovo nella sintomatologia, in particolare mancavano lo stato di debolezza, la nausea, la sete intensa e il disorientamento: io stavo benissimo, il mio fisico supportava alla grande quello che stavo facendo, solo i quadricipiti ad un certo punto hanno iniziato a dare seri problemi, molto specifici però: il Vasto Mediale ha dato solo qualche crampo subito risoltosi spontaneamente; il Vasto Laterale forse (ma forse no, non ricordo più bene, il che vuol dire che sono eventualmente stati molto leggeri e secondari) qualche lieve dolore presto scomparso; il Femorale Retto (l’artefice della rinuncia) forti e costanti dolori ma non crampi.

Non so, certo lui è medico e io no, però ha fatto una valutazione a distanza sulla base di quello che ho scritto, ci sta anche che abbia male inteso. Per altro le temperature sopportate quest’anno erano comunque nettamente inferiori a quelle che ho affrontato l’anno scorso (nel tratto da Lodrino al Monte Ario), se sono passato allora, perché non quest’anno?

Zaino troppo pesante?

Volevo che ci fosse nello zaino quello che dovrebbe esserci per una percorrenza a tappe senza assistenza, rispetto allo scorso anno come attrezzatura c’era solo qualcosa in più (pantaloni anti pioggia, ginocchiera e tubetto di arnica gel) per all’incirca un chilo di peso, di per se molto poco. Un incremento sensibile era dato dai liquidi disponibili: raddoppiati per evitare la sete patita lo scorso anno nel primo tratto.

Alla fine lo zaino pesava all’incirca otto chilogrammi, forse nove: quattro di liquidi, mezzo di zaino, mezzo di barrette, il resto di abbigliamento e accessori vari. Quando l’ho sollevato dal tavolo subito mi sono detto “mannaggia quanto pesa”. Ma:

  • otto chili sono il peso dell’attrezzatura per un’arrampicata di media difficoltà, sempre portata senza particolari problemi (anche se sono più di dieci anni che non arrampico più);
  • otto chili sono ben meno del peso che due anni fa, al fine di rifornire il rifugio Prandini in vista di un lungo soggiorno con gli amici di Mondo Nudo, ho portato, senza problemi, per ben due giorni consecutivi.

Boh, questo fine settimana devo andare in un rifugio (non custodito) per due giorni e tre notti, avrò modo di verificare.

Spostamento respiratorio?

Si ci può stare, molto!

L’avevo già notato in passato ma poi non ci avevo più badato: quando sono al limite prestazionale smetto di respirare basso (diaframma e sterno, ovvero parte più larga dei polmoni) e inizio a respirare solo alto (petto e spalle, ovvero parte più stretta dei polmoni). Una siffatta respirazione riduce alquanto il volume ventilato e può certamente causare un affaticamento dei muscoli, magari anche solo di quelli maggiormente impegnati.

Durante i primi trenta chilometri del giro finale non ci sono mai stato attento, posso dire che quasi sicuramente nei primi dieci non ci sono caduto, ma, visto che sulla salita al Passo della Cavada mi sono accorto di averlo fatto, potrei esserci caduto nei successivi due che hanno portato al problema e poi rimastoci fino alle Conche inibendo il recupero.

Resta il fatto che in tutti gli allenamenti, dove ero spesso al limite se non oltre, solo una volta ho dovuto interrompere l’uscita (modificandone il percorso per un rientro all’auto più semplice).

Troppo abbigliamento?

Per la maggior parte del tempo sono stato nudo, però la prima salita, quella più rilevante, l’ho fatta con i pantaloncini indossati, sono leggeri, sono piccoli però ho più volte sperimentato quanto questo possa, specie in situazione di gran caldo e afa, ridurre la mia prestazione fisica, certo è sempre stato un calo generale, mai un calo relativo a un solo specifico distretto muscolare!

Stato fisico inadeguato?

La domenica prima della partenza è apparso uno strano dolore all’inguine, ho dato la colpa alla punta d’ernia che ho da anni. Qualche giorno dopo toccando il fascio muscolare che parte dall’inguine ho percepito lo stesso dolore e allora ho pensato ad uno stiramento. Il giorno della partenza tale dolore era svanito e non l’ho percepito per tutto il percorso fatto.

Tre o quattro giorni prima la partenza ho iniziato ad avvertire delle vertigini ogni qual volta muovevo bruscamente la testa, è un problema di cui soffro da anni, mi capita ogni qual volta il mio fisico si indebolisce, il giorno della partenza, però, mi sentivo in gran forma.

Errori nella preparazione?

Visto che mi preparo in totale autonomia è ben possibile che qualche errore l’abbia commesso, d’altra parte nei tanti mesi di allenamento ho sottoposto il mio corpo a stress anche ben maggiori e solo una volta, nelle prime uscite sulla lunga distanza, sono incappato in analogo problema.

Quest’anno negli allenamenti e test sono sempre andato molto bene, anche nella trenta chilometri fatta a metà giugno avevo mantenuto ritmi molto alti dimezzando, finché non è subentrato il dolore al ginocchio (problematica diversa che nel giro finale non si è presentata), tutti i tempi delle tabelle standard.

Errori alimentari nel periodo antecedente la partenza?

Anche qui mi regolo da solo senza fruire di un dietologo per cui potrei benissimo aver commesso qualche errore.

Di sicuro ho fatto un pasto esagerato tre giorni prima della partenza: per un errore di valutazione, mi ero mangiato quasi due etti di pasta asciutta (condita con verdure e olio) e due grosse carote tritate, nelle ore successive un poco di peso sullo stomaco l’avevo avvertito, ma avevo anche velocemente risolto con qualche pezzetto di zenzero fresco.

Errori idrici nel periodo antecedente la partenza?

Su consiglio dell’osteopata avevo iniziato a bere tre litri di acqua al giorno, dopo tre giorni, visto che urinavo indiscutibilmente troppo, li avevo calati a due mantenendo tale valore fino alla partenza.

Forse, visto che in quel periodo sono stato anche piuttosto sedentario, erano ancora troppi e sono finito col diluire la concentrazione di sali nelle cellule e nel sangue determinando un cattivo funzionamento del mio organismo. Ma allora perché solo dolori al muscolo Femorale retto? Perché non dolori a tutti i muscoli? Perché non la debilitazione generale?

Disturbato dal lavoro?

Sebbene avessi fatto di tutto per avere almeno dieci giorni di tranquillità prima della partenza e un’altra settimana dopo l’arrivo, alla fine mi sono trovato a lavorare fino all’ultimo, fino alla tarda sera precedente il via e avevo lavoro già il giorno dopo lo stop. Questo potrebbe avermi posto in uno stato di inavvertito stress psicologico e, di riflesso, fisico.

Tabelle di marcia troppo stretta?

L’ho controllata e ricontrollata più volte ed era sensibilmente più larga di quella dello scorso anno, certo può essere che uno stato fisico solo in apparenza ottimale possa averle fatte diventare strette e, in effetti, dopo la salita alla Maddalena la sensazione che avevo avuto era stata proprio quella di dover correre per rispettarla.

Scarpe troppo nuove?

Nuove ma assolutamente identiche alle precedenti (tra le quali quelle che mi hanno accompagnato lo scorso anno), nuove ma già usate per una cinquantina di chilometri, forse troppo pochi: nell’ultimo vero allenamento, l’Anello Altissimo del 3V, avevo notato la rigidità delle suole delle nuove scarpe, una rigidità che rendeva precario l’equilibrio e mi imponeva un passo più controllato. Man mano che marciavo, però, l’impressione s’era affievolita fino a scomparire del tutto e, comunque, la cosa non mi aveva provocato problemi ai muscoli delle gambe. Durante il giro finale tale impressione non l’ho mai percepita, ma l’ho di nuovo rilevata nei due test recentemente fatti: forse dovevo davvero far fare più chilometri a queste scarpe.

Inadeguato riscaldamento?

Ho il brutto vizio d’iniziare ogni attività fisica senza praticare un adeguato riscaldamento (ed è questo che mi ha forse causato il problema del ginocchio), ma in questa occasione prima della salita ho camminato quindici minuti in piano assieme a mia moglie e mio nipote. Per altro nelle mie escursioni di allenamento sono sempre partito subito a tutta e mai ho avuto problemi del genere.

Idratazione sbagliata?

Ho bevuto ogni quindici minuti e mai ho sentito il bisogno di farlo.

Un calcolo a posteriori ha però rilevato che nei primi dodici chilometri ho in effetti ho bevuto troppo poco, ma pur sempre lo stesso dello scorso anno e il doppio del mio solito.

Pochi sali minerali?

Pensavo proprio di no: ho bevuto, come consigliato da diversi articoli sulla preparazione ad una competizione, mezzo litro di soluzione prima della partenza e poi un sorso ogni tanto. Ma forse si:

  • contrariamente a quanto consigliato da diversi articoli sulla corsa ho utilizzato acqua oligominerale (povera di sali minerali);
  • forse quel sorso era troppo breve: nei primi dodici chilometri ho bevuto solo 200ml di soluzione integrata e meno di mezzo litro di acqua pura.

C’è da dire che ho comunque bevuto più di quanto faccia di solito (e questo magari porta al punto successivo: troppi sali minerali?) ed ho utilizzato i prodotti positivamente testati da due anni, anche in condizioni similari.

Troppi sali minerali?

Questo di sicuro no nei primi dodici chilometri del giro finale, però forse si in altri momenti creando una situazione di eccesso a priori (prima voce che segue) o inibendo la possibilità di recupero (le altre tre voci):

  • nei tre giorni precedenti la partenza ho assunto da mezzo litro a un litro di soluzione al giorno;
  • durante il giro finale alla comparsa dei primi dolori ho aumentato la dose arrivando ad aver assunto tre borracce (un litro e mezzo) nell’arrivo a Lodrino (circa trentacinque chilometri dalla partenza);
  • nella sosta a Lodrino ho assunto una borraccia di soluzione integrata (mezzo litro);
  • non avevo notato che sulla confezione dell’integratore da me utilizzato è indicata una dose massima giornaliera (tre dosi, ovvero tre borracce).
  • Eccesso di prodotti energetici?

Carenza di energie?

Direi proprio di no: mi sono sempre sentito in forze e ho assunto regolarmente ogni ora un integratore energetico, questo porta ad un altro dubbio…

Eccesso di prodotti energetici?

Ecco, questo è un dubbio molto forte, già lo scorso anno avevo imputato a questo i problemi (prima muscolare, poi energetico, infine di stomaco) avuti nella prima parte del giro.

Al fine di ridurre il carico energetico, quest’anno ho testato e adottato una caramella gommosa a bassa carica energetica e che, stando alle indicazioni, si può assumere in numero rilevante (diciotto al giorno). Ne ho assunta una all’ora alternandola con delle barrette realmente energetiche, al momento dei primi problemi avevo quindi assunto tre caramelle e una barretta, direi troppo poco per essere eccessivo, ma forse mi sbaglio.

C’è anche da dire che l’imbeccata di un amico medico, indicata tra le prime voci, mi fa pensare che il problema dello scorso anno sia stato un leggero colpo di calore e la cosa può togliere credibilità a questa ipotesi.

Velocità troppo bassa?

Quando sei abituato a marciare molto velocemente farlo a un ritmo assai più blando spesso induce un affaticamento maggiore, ma mai l’avevo notato tanto anticipato e tanto rilevante.

Partenza troppo veloce?

Come detto sono partito molto lento.

Deconcentrazione?

Pensando di avere una tabella di cammino molto larga nella prima ora e mezza me la sono presa molto comoda, forse questo può aver indotto una deconcentrazione ma come può questo portare a un problema come quello che ho avuto?

Conseguenza della manipolazione osteopatica?

Quindici giorni prima della partenza ho casualmente conosciuto un osteopata che mi ha studiato e manipolato. L’effetto delle manipolazioni osteopatiche è quello di modificare l’equilibrio delle nostre catene strutturali e questo porta a tutta una serie di variazioni: posturali, nella camminata, eccetera. Quindici giorni sono pochi affinché i muscoli possano adattarsi alla nuova situazione e riprendere a lavorare nel modo più opportuno, però può una sola manipolazione arrivare a provocare i problemi che ho incontrato? Non credo, anche perché tra la manipolazione e la partenza avevo fatto un test (non lunghissimo ma comunque serio visto che ho risalito a tutta e poi disceso di corsa un prato estremamente ripido) senza rilevare segni premonitori in tal senso.

Morbo di Lyme?

Trovata su Internet facendo una ricerca con la chiave “dolori ai quadricipiti”.

La inserisco perché quest’anno le zecche, notoriamente possibile veicolo di infezione per questa malattia, sembravano avercela con me: negli ultimi due mesi di allenamenti me ne sono trovate addosso ben tre (una alla volta). Due certe, una poteva essere qualcos’altro (era infilata completamente sotto pelle, tant’è che l’ho estratta come fosse una spina, solo una volta che era sulla mano mi sono accorto che camminava e guardandola da vicino assomigliava ad una zecca, ma le zecche non s’infilano completamente sotto pelle).

Ritengo di poterla escludere visto che mancano le altre sintomatologie e che le ho staccate entro poche ore dal loro impianto (posso dirlo con certezza perché mi controllo sempre con attenzione, più volte durante l’uscita e più volte dopo la stessa, prima della doccia, dopo la doccia, nelle ventiquattr’ore successive): l’infezione necessita di almeno otto ore, secondo alcuni dodici o addirittura ventiquatttro, per essere trasmessa.

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