Archivio mensile:maggio 2017

La nudità e il suo uso come simbolo


Le definizioni di simbolo date dai dizionari sembrano essere troppo ristrette o troppo imprecise rispetto a come la parola viene usata e alla varietà della dinamica semantica originata dai comportamenti concreti. Soprattutto viene omesso nelle definizioni il fatto che un simbolo è “operatore/moltiplicatore semantico”. Se pensiamo al simbolo della croce, ad esempio, abbiamo chiara l’idea di come partendo da un episodio circoscritto (la crocifissione di Gesù Cristo) si sia avviato un processo di metaforizzazione (trasferimento di significati) che ha dato origine a numerosi sinonimi, si sia continuamente scritto su questo argomento, infinitamente commentato, variamente interpretato; come sia un concetto inesauribilmente vivo e produttivo, aperto a un continuo aggiornamento, fino alle accezioni d’uso personale.

Una mezza medaglia usata come contrassegno di riconoscimento di un neonato esposto

Nell’antichità greco-romana, simbolo era una metà di qualcosa strappato o spezzato che, ricongiunta con l’altra, garantiva il riconoscimento e l’autenticità di un messaggio o l’identità di una persona. Come la mezza moneta o medaglia appesa al collo dei neonati portati alle ruote dei conventi.

Per i Romani i symbola erano le quote con le quali ciascuno dei commensali contribuiva in parti uguali alle spese per un banchetto comune, “alla romana” appunto.

L’unicità del contrassegno ha esteso il suo uso, e poi il significato, fino a valere come chiave, combinazione di cassaforte, clausola di testamento, parola d’ordine, password che permetta l’accesso a qualcosa destinato unicamente al suo possessore.

Fotogrammi dal film Pan. Viaggio sull’isola che non c’è (2015) di Joe Wright

Carl Gustav Jung dà questa definizione che ci serve – esattamente come un grimaldello logico –, per sviluppare il tema di base:

«I simboli raffigurano in forma visibile un pensiero non pensato coscientemente, ma presente solo in forma potenziale, vale a dire non evidente, nell’inconscio, e che si chiarisce soltanto nel processo del suo farsi conscio».

Ed è proprio ciò che accade quando singolarmente o come società siamo confrontati con il nudo e la nudità.

Le arti figurative, soprattutto, hanno cercato di cogliere e di esprimere le varie sfaccettature dei punti di vista. E il lavoro “ermeneutico” – cioè di riflessione, estrazione e attribuzione di significato – si è trasferito anche nella vita quotidiana e continua anche nella vita pratica di ciascuno.

Significati della nudità

Un breve elenco dei simboli legati alla nudità potrà bastare per iniziare. Sorprende constatare che, grosso modo, i significati “negativi” sono quelli oggettivi (l’impressione che dà la nudità passiva; ad es.: naufraghi), mentre i significati “positivi” sono quelli attribuiti, e dove più esplicitamente si vede la nudità usata come simbolo, cioè usata per trasmettere un significato o più significati (l’impressione che intenzionalmente viene associata alla nudità; ad es. putti, eroi)

Si noterà che spesso i termini sono antitetici:

semplicità
povertà
essenzialità
austerità
dignità
sicurezza di sé
volgarità
scandalo
erotismo
castità
umiliazione
sottomissione
eroismo
vergogna
innocenza
libertà
schiavitù
provocazione
ribellione
individualismo
ostentazione
alterità
alternativa
sincerità
pulizia
pazzia
solitudine
dolore
felicità
bellezza
salute
malattia
vigore
giovinezza
idealità
identità…

Con l’uso tutti questi significati costruiti sull’analogia coi fatti di vita o con la traduzione figurale/artistica si sono aggiunti al significato base, a volte trasferendosi, trasformandosi in esso. Vedi la Cappella Sistina: gli Ignudi di Michelangelo sono icone che rimandano alla vaghezza del tempo mitico/eroico, non hanno altra funzione che di riportarci a un tempo e a una condizione umana astratta, ancora indifferenziata e idilliaca, (sono tutti maschi), prima che fosse necessario un drappo a coprir le pudenda.

La nudità simbolo del peccato

Ma la metafora più potente e ancora produttiva, l’accostamento immediato, il rimando che la nostra cultura suggerisce come prevalente è quella che unisce nudità a peccato. E il peccato per antonomasia è quello originale, a motivo del quale i progenitori “si accorsero di essere nudi”. Questo “accorgersi” significa guardare con occhi diversi, con la coscienza che sa distinguere il bene dal male. E la nudità da allora in poi significherà il ricordo del peccato (vestigium delicti commissi), la presa di coscienza del male nell’uomo e nel mondo, la debolezza verso la tentazione, la proclività al peccato (e in particolare a quello che si commette con gli organi che ancor oggi inducono rossore e vergogna) e l’attenzione preventiva verso le situazioni che lo possono indurre e la loro completa esclusione e cancellazione; significherà l’accoglimento di un discrimine morale che distingue ciò che è bene da ciò che è male, l’elaborazione di un codice e di una censura, di un elenco di trasgressioni e prescrizioni, di una lista dei delitti e delle pene.

La fine del simbolo

Quando un simbolo non è più produttivo di nuovi significati rimane comunque presente nella cultura e nel modo di pensare di una società con la propria storia, i propri contenuti, le proprie connotazioni. Un esempio di questa dinamica sono tutti i capi di abbigliamento: sembra che la moda usi i parametri dell’estetica per attribuire significati diversi all’uso di forme, colori, lavorazioni, a seconda di come mostrano/nascondono parti del corpo. Mostrare l’ombelico non è più di moda, forse lo è di più mostrare una spalla con un vestito alla Tarzan o pantaloni col cavallo basso così che si veda l’elastico dei boxer firmati (mica quegli stracci comperati al mercato!) – la marca, appunto, cioè il contrassegno equivale al distintivo di un’affiliazione o appartenenza di classe cioè distintiva, di rango.

Quando, in una fase successiva, si arriva alla completa indifferenza di fronte a un qualsiasi simbolo, denudandolo di ogni significato aggiunto, quel simbolo diventa muto, esce dalla sfera simbolica e comunicativa, non interagisce più col pensiero, non viene più socializzato, utilizzato come veicolo di significati. Ad esempio, il fumare non è più uno status symbol, e sempre meno compare nei film e nella pubblicità.

Così potrebbe accadere anche per l’essere nudi. Che significato ha l’essere nudi in casa? Lo ha solo per il singolo. Quell’“essere nudi” acquista significato appena varca la soglia di casa, appena può trovare un “destinatario”, appena è messo nelle condizioni di comunicarsi, di circolare. Il costume, la tradizione, la “decenza” vigenti in una società intervengono allora fra il singolo-nudo e il singolo-che-vede, e difende quest’ultimo dall’indecenza, dalla tentazione, dal turbamento. Non importa se tali deterrenti siano stati introdotti innaturalmente, pretestuosamente o in ossequio a poteri più forti (e non troppo democratici): veri o falsi che siano, hanno tuttora il loro vigore; intervengono e incasellano il fatto, stabiliscono una graduatoria di gravità; insinuano il dubbio che qualcosa di pericoloso sia stato ben mimetizzato dalle menti astute e maliarde degli “sporcaccioni” e che il fine ultimo del mostrarsi nudo risieda in generiche e malcelate intenzioni: malsane, corruttrici, pericolose, delittuose.

Eppure, come molte cose hanno cessato di fare notizia, di destar meraviglia (come il re Faruk a Roma o il Marziano di Flaiano), anche la nudità pubblica potrebbe cessare di essere una “novità” che fa notizia. Certo che a quel punto, perdendo molto del suo significato (non del tutto chiaro persino a noi stessi), si potrebbe tornare indietro, e rimetterci i vestiti, perché lo star nudi non ha più senso, non ha più le caratteristiche del simbolo. E, senza forse, col nostro stile di vita stiamo lavorando affinché alla nudità come comportamento non sia associato più alcun significato, divenga muta, indifferente.

Rimarrebbe comunque l’aspetto ecologico-salutistico.

Dunque con la nudità trasmettiamo passivamente un qualche significato, che lo vogliamo oppure no; a seconda di questo significato scatta la reazione conseguente; ma non sappiamo quale sia questo significato; non sappiamo l’effetto che la nostra nudità farà sul “ pubblico”.

Può anche darsi che in quella determinata persona non faccia proprio nessun effetto.

Biglietto d’ingresso

Un’immagine carica di simboli: la nudità, le braccia allargate verso l’alto, i pantaloncini in mano levati come un trofeo, l’ambientazione, la fuga dei filari, il sorriso soddisfatto appena accennato, la luce vespertina che addolcisce le ombre, l’indifferenza di Drago…

Il desiderio di metterci nudi parte sì dal benessere fisico. Ma intuiamo che ci sia anche altro. E di importante. È a questo livello – molto personale – che la nudità ci funziona da simbolo, nel senso che continua a creare, a mostrarci nuove idee, nuove intuizioni, nuovi punti di vista. La nostra personale privata nudità ci parla di un’altra parte di noi. Nel metterci nudi partiamo in esplorazione. Non abbiamo indicazioni, non abbiamo traguardi, non ci sono mappe. Quel che siamo noi, nel nostro intimo, non è scritto nei libri. Nonostante siamo tutti umani. Ma i modi, i colori, i particolari, le rifiniture sono uniche e irripetibili.

Il gesto stesso di spogliarmi – proprio per quel che mi è “costato” arrivare sin lì, per quanto il desiderio nel frattempo mi ha cambiato – funziona da biglietto d’ingresso in me stesso. Il corpo senza più carature, pezzature, censure è simbolo di questa apertura. Parafrasando un versetto della Genesi posso dire: «Ho visto il mio corpo nudo e non ho avuto paura, non mi sono nascosto. Anzi!». Mi sono guardato per quanto mi consentono gli occhi dal capo, ed ho visto che questo corpo son io – contento di tenermi per quello che sono. Ho pensato il mio corpo senza peccato e di colpo qualcosa d’immane è crollato.

 

Indifferenza

Uno può pensare che tutto provenga dallo sdoganamento del sesso, che finalmente, liberando alla vista degli altri quella parte protetta da privacy, così delicata e sensibile, abbia smosso tutte le remore, i legacci, e che l’outing sia in realtà guidato freudianamente dal sesso. Non ho le competenze per poter rispondere. Vedo la cosa da un altro punto di vista. Il mettere alla luce anche le parti più private di me ha neutralizzato la loro eccezionalità, ha indifferenziato ogni zona del corpo, tanto la faccia, quanto le gambe, la schiena, la pancia, l’addome e il piccetto. Nella testa, anche quel che si fa col piccetto non è più una bischerata, non fa più eccezione, non è da prendere con le dovute maniere, con dei riti come fosse qualcosa di sacro. Non ho sentito scoppiarmi la testa al suono di trombe per la gran novità, ma dentro di me un muro è crollato, come sono crollate le mura di Gerico. Dopo esser crollato mi sono accorto che era un muro di altri, un muro che altri avevan costruito nella mia mente!

Il mio corpo nudo, l’esser giunto a indifferenziarlo – la volontà di indifferenziarlo e di tradurre questa decisione in un fatto compiuto, irreversibile – è la mia carta d’identità, la mia metà della moneta, la chiave per entrare nel mio “calderone”, sono io che accendo un fuoco, che lo faccio sobbollire portando a galla bolle sulfuree di un magma vitale e assolutamente individuale che mi fa crescer ventose da geco con le quali sto saldo alla vita, al mio tempo, al mio fare, a chi sono io. Un ventaglio di tante cose mi passan davanti una via l’altra in cascata. Sono ammirato, sono lieve, il corpo mi è lieve, il respiro mi tonifica il busto dalle pelvi al torace, lo riempie di forza e freschezza, di ossigeno ed elio… di helios, che per i Greci era il sole.

Ho dei pantaloncini blu, mi osservo quando me li sfilo dai piedi, prima l’uno e poi l’altro, me li tengo con la maglietta nel pugno: rimaner nudo è come entrare, varcare una soglia. Le viti sono le stesse, ma ora pare mi parlino, il cielo è azzurro, ma lo sembra di più, la luce è come un’altra materia, di tipo diverso, aspettassi un momento, sentirei scattare quantisticamente qualcosa, potrei passare attraverso il verde dei tralci, tra atomo e atomo, dal rado che siamo, espansi che siamo. Nella mente mi passa una brezza di fitti pensieri, nessuno si ferma; mi sembra di andare con essi, di vedere più nitido. Come un agrimensore che dopo un sopralluogo si fa nella mente un quadro più preciso del campo.

La notte di #VivAlpe 2017


Tra disattenzioni, malanni, impegni di lavoro e altre occupazioni non meglio definite alla fine siamo rimasti solo in due, ma l’escursione in notturna è stata comunque fatta e, penso, con soddisfazione anche da parte di chi mi ha accompagnato.

Nel pieno della notte io e Angelo ci siamo incamminati dal parcheggio appena fuori il paese. Quasi subito un grosso ratto esce da un campo incolto e si blocca in mezzo alla strada davanti a noi, resta immobile per qualche decina di secondi poi si gira su se stesso e ritorna da dov’era venuto. Riprendiamo il cammino anche noi, con calma risaliamo il ripido asfalto e arriviamo all’isolato e solitario parcheggio del Pian delle Castagne. Ancora qualche minuto su strada sterrata ed eccoci al Santuario della Madonna delle Fontane, ultimo segno del centro abitato che ci siamo lasciati alle spalle.

Inizia il sentiero e si entra nel bosco, la luce delle frontali ci precede lungo il cammino illuminando i numerosi neri insetti che sfruttano la notte per uscire dalle loro tane. Ogni tanto anche il capo di qualche fiore si mostra a noi dando una nota di colore al nero costante del bosco notturno. L’amico è un poco preoccupato dalla possibilità di incontrare dei cinghiali, io ormai ci sono abituato alla notte e… ai cinghiali, lo tranquillizzo e procediamo senz’intoppo.

La salita non è ripida ma le mie gambe allenate dal tanto allenamento che sto facendo per TappaUnica3V hanno preso un passo troppo sostenuto e sento che il respiro del mio compagno di cammino va facendosi troppo irregolare e veloce, rallento al limite del mio equilibrio e pian piano le cose migliorano. Tra le fronde degli alberi s’intravvede un poco di cielo, stiamo per arrivare in cresta. Pochi minuti ed eccoci sul crinale, la vista si apre e possiamo individuare tutte le montagne che ci circondano, in basso le luci di Nave e di Caino, più lontano, dietro la sella di San Vito, quelle di Rezzato, più a destra quelle di Brescia.

Dopo una breve doverosa sosta contemplativa ripartiamo, oltrepassando alcuni capanni di caccia ci alziamo verso la meta che già s’intravvede alla nostra sinistra. Volevo arrivarci per una variante che evita una ripida e scabrosa discesa, al bivio, non conoscendola, sbaglio e seguo la segnaletica. Me ne accorgo poco dopo dato che stiamo procedendo su terreno assai ripido anziché a mezza costa, ormai è fatta e proseguiamo per la strada presa, superiamo la ripida discesa e con l’ultima salitella eccoci, con circa trenta minuti di anticipo sulla tabella di marcia, all’Eremo di San Giorgio.

Tolti gli zaini ci godiamo la notte e il panorama, in lontananza le luce di Bardolino e Garda illuminano impercettibilmente la superficie del lago di Garda, lago invero invisibile ma che  io posso facilmente individuare conoscendo benissimo questo paesaggio. La luna si libera delle nuvole e mostra orgogliosa il suo sorridente viso. Ho qui previsto una lunga sosta pertanto mi rivesto e consiglio all’amico di fare altrettanto, se il calore del cammino ci ha consentito di stare a nudo, stando fermi la temperatura diventa meno confortevole. Dopo esserci reidratati, ci accomodiamo su di una panchina, mangiamo qualcosa, ci scambiamo due chiacchiere per poi abbandonarci ad un leggero dormiveglia. I rumori della valle giungono quassù come se fossero a due passi: il brusio delle auto che salgono verso il Colle di Sant’Eusebio o da questo discendono verso Caino, il rombo di una moto, il ritmico tum tum cardiaco di una discoteca, persino la voce nitida di una donna.

Ore una della notte, il lago s’è coperto d’una fitta foschia, il freddo s’è fatto più intenso, è ora di ripartire. Vestiti percorriamo il tratto di crinale che porta verso Conche, una fredda brezza lo percorre e i nostri corpi stentano a riprendere calore. Arriviamo al bivio con il sentiero che scende verso Caino e che dobbiamo prendere, siamo da poco rientrati nel bosco, protetti dalla brezza possiamo indossare la veste della natura,  recuperare lo stato di piena simbiosi con l’ambiente che ci circonda e reimmergerci nelle sensazioni che solo la nuda pelle può donarci.

Rieccoci alla base, alle prime case del paese, all’auto. Sono le tre del mattino, in rispettoso silenzio riponiamo gli zaini nel baule della vettura, cambiamo le scarpe e, arricchiti da questa nuova esperienza, ritemprati da queste poche ore di piena natura, ci avviamo verso le nostre case.

Grazie Angelo, alla prossima!

Desideri


Mi è capitato di vedere persone che distolgono lo sguardo da me nudo, quasi come atto pietoso, quasi a volermi evitare l’imbarazzo che dovrei provare, come fosse un caso accidentale cui non badare. Può darsi che sia una questione di abitudine: persone nude in giro sono una rarità. La maggior parte ridacchia sentendo la parola nudista, non riesce ad andare oltre la nuda parola, non sa nulla di questo territorio, può solo appellarsi ai sentito dire. Ma quel sorrisino è significativo, vuol dire che la sola parola è stata sufficiente per richiamare qualcosa, per smuovere qualcosa, ha destato una certa vitalità; la parola ha fatto breccia, ha risvegliato un’emozione, ha avuto un effetto di rievocazione, di provocazione che non lascia indifferenti.

Ognuno poi fa da sé i calcoli di quanto alla fine voglia esser felice, e su questo percorso arriva un momento in cui parte individuale e parte sociale si differenziano talmente da essere quasi l’uno in conflitto con l’altro. Ci vuole una buona dose di autostima per dar credito sin in fine più alle proprie pulsioni, ai desideri senza parole che ci nascono dentro, che ci spingono al fare, all’andare, a seguire il sentiero della nostra evoluzione che si mostra percorribile e reale passo per passo, piuttosto che agli applausi, alle conferme gratificanti che ci vengono dalla società (anche solo da un gruppo di amici), ai progetti di altri, per quanto ci vengan pagati.

Finché riusciamo a portare la livrea della nostra immagine pubblica tutto sembra andar bene e quel che riversiamo nella società, nei rapporti con gli altri ci ritorna e corrobora tonda la nostra autostima. Da un certo punto di vista è la società che ci plasma e il vestito che siamo abituati e obbligati a portare ci si incarna addosso e fa parte non solo della nostra immagine, della nostra foto sulla carta d’identità, ma diviene anche la percezione stessa che abbiamo di noi, per quanto esterna, per quanto la sappiamo ancora distinguere da quell’altra più genuina, più vera, più solida e reale che abbiamo di noi in privato, perché è questa che ci rende contenti di noi, più di tutte le approvazioni che ci posson venire da fuori.

Quando infatti preferiamo un percorso personale sia di maturazione che di appagamento – e la società e il nostro Io precedente sembra ci faccian da freno – l’autostima ti approva e te la senti aumentare, dai passi che compiamo ci ritorna una conferma che ci fa contenti e soddisfatti, nonostante tutta l’incertezza. Come se camminare in bilico, alla cieca su una palude ci restituisca il ricordo di una memoria ancestrale, di quando l’uomo non sapeva nulla del mondo e cominciava a conoscerlo. E a conoscersi. Ad avere fiducia in se stesso e anche nel mondo circostante. E le nuove esperienze, azzardate, ma ricche di conoscenza, davano maggior sicurezza che non quella offerta dalle abitudini condivise con altri, dalla tradizione del gruppo sociale.

Non è un fatto di ego, ma piuttosto di un Io che vede, e poi sa, e poi vuole, che sa dove andare, libero di andarci, di provare – e sa che su quel sentiero sarà da solo, ma non importa. Questa tensione, chiamiamolo pure desiderio, ci rafforza la convinzione che siamo sulla strada giusta, seppur sul fragile guscio della nostra piccola barca in mezzo all’oceano. E questo anticipo della meta che ci prefiguriamo comincia da subito a cambiarci, a modellarci. Abbiamo tanto desiderato una cosa, – non che ci mancasse alcunché, non che fosse un bisogno; ben non sapevamo che cosa, ma disposti a rubarla alle stelle – che quando riusciamo a ottenerla, ci sembra d’improvviso quasi già vecchia, conosciuta, scontata. Che strano! allora anche il cielo sembra deludere, la soddisfazione pare non commisurata agli sforzi. Perché il mutamento nella consapevolezza è cominciato fin dal primo passo, fin da quando ci siam dati una mossa, liberandoci da remore e intralci: fin d’allora ci siam sentiti felici. Non è il grido di vittoria degli atleti sul podio, la commozione corale di aver raggiunto un obiettivo oltre ogni speranza, la certezza di aver come alleato il destino. È qualcosa di diverso: è la sensazione compatta, pacifica, piena, di esser quel che vogliamo, passettino per passettino, seguendo il sentiero che intuiamo giusto per noi, o anche la sorpresa di scoprirci in una nuova versione di noi stessi, comunque vera, incredibilmente oltre quel che noi stessi avevamo intenzione di modificare o raggiungere, seguendo i dettami che una vocina ci suggeriva.

È quel che mi succede quando esco in campagna vestito solo di pantaloncini e maglietta, nel caso che… Nel caso che al vigneto mi possa spogliare e camminare lungo le capezzagne che girano intorno o tralungo i filari.

Domenica pomeriggio passeggiando nel vigneto

L’ho fatto mille volte, so cosa mi succede, e mi piace talmente sentire la rete dei nervi che vibrano per la tensione sotto la pelle del petto, il calore che s’accende nelle giunture, il coppino che freme contratto come avesse paura, il paguro-bradipo che fa finta di niente ma sa d’esser la chiave del gioco: come rubata, quell’aria aperta, mi dice la pelle che sente quel soffio, quei raggi di sole che arrivan sin lì – quasi un rimprovero: «perché così rari, che fan così bene? Che ho fatto di male per tenermi in prigione, per negarmi il diritto di godere dell’aria e del sole, della vista del mondo, della vita del mondo, a me, che apposta son fatto per dare la vita? Da che cosa mi devi proteggere. Chi devi protegger da me, dalla sola mia vista?»

Quando sento che il corpo mi parla così, m’incanto a starlo ascoltare. E sto meglio, perché lui sta meglio, perché è finito il castigo, perché m’accorgo che un desiderio m’è nato, e andiamo che un desiderio ci aspetta, non lo possiamo bellamente ignorare: non grande, ma alla nostra portata; non pesabile, ma sempre riempie a giusta misura. Quasi nemmen parla a parole, eppure è chiarissimo. Vedo che mi pulisce la mente da mille pensieri, da slogan, da segnali di divieto, da allerte guardinghe. Mi fa scapestrato, ebbro di un salto, incosciente, esilarante, esaltato… tranquillamente felice, una sottotraccia soffice come una nuvola, una piccola beatitudine, come una droga gentile per ogni nervo diffusa. Invece che tutto-pensieri, sono tutto-sensazioni e io stesso sono l’azione che faccio, che creo, che vivo, che mi sento per entro vibrare; invece del brusio di mille voci che si rincorrono in testa, c’è il silenzio meridiano della vampa luminosa del sole sui pampini in succhio… e su me, che cammino in mezzo ai filari. Sento sulla pelle il calore, sento qual è la differenza, la forza che cresce.

So d’esser nudo, maglietta e pantaloncini in capo a una mano; e sono contento. Non perché sono insolito, non perché la faccio in barba alla gente e agli agenti. Sono contento di me, di esser quello che sono, bastantissimo di quello che sono, di questo momento intanto che dura – son senza orologio, i numeri li ho lasciati sulla strada sterrata. Mi sono già perso, ho perso anche il tempo, a spanne so dove sono; un quintale di leggerezza la mia presenza, la carne dei muscoli, la pelle che dà forma al mio corpo, sembra solo che senta, percepisca, mille antenne, mille pori a succhiar-dentro pollini e odori. Io – e prova a dirne di più! – che occupo una nicchia nell’aria. A capofitto mi tuffo dentro un frattale che cresce e s’allarga, mi fa passare, ci navigo dentro mano a mano s’avvicina e  via via s’ingrandisce. Sono tutt’occhi: i colori, le forme mi avvolgono. Non sto pensando, non sto parlando. Son desto come non mai.

Un battito di ciglia e sembra finita una piccola trance, di nuovo mi rivedo qui dove sono, coi piccoli grappoli nati pur mo’, e i miei passi nell’erba, e gli alberi grandi di verde di contro all’azzurro. Il sole m’accieca ed è troppo: mi basta come m’arriva su me a dorarmi la pelle, quel tanto che vedo le cose, che mi scalda quel tanto la pelle, quel tanto che m’ama. Quel tanto che m’amo.

Ci penso alla gente che sarebbe potuta sbucare da dietro una curva, punto gli occhi vigili, tesi a veder nel caso qualcuno arrivasse davvero. E ancor non so cosa fare, lì sul momento, se capitasse, e un po’ mi distraggo a chiedermi se per caso ancor tema che capiti  simile eventualità. Non so, mi rispondo. Infatti non è come star nudo per casa, la possibilità di incrociare qualcuno, alle cinque del pomeriggio di una domenica di maggio, esiste e in quell’attimo mille cose posson tutte insieme cambiare, precipitare in un attimo. Non vado solo per far quattro passi, per prendere il sole mentre cammino, nemmen per l’adrenalina del rischio, ma proprio per triangolare un incontro: perché non mi piace che quel che vivo sia tutto e solo destino. Qualcosa anch’io voglio far accadere, e fra le tante anche questo: far quell’incontro. E fin d’adesso son pronto, e prima o poi accadrà.

Ancor qualche passo e ritorno alla strada. Quasi automatico mi rimetto i pantaloncini, la maglietta ancor no. È una boiata, lo so. Non son coerente. Ma poco m’importa, non è questo che importa. È dove son stato, il viaggio che ho fatto…

Saranno stati i veleni che han dato alle viti?

Violazione di domicilio


La vergogna che dovremmo provare mostrandoci nudi non mi è ancora andata giù: libri, film, teatro fano già abbastanza nel suscitarmi emozioni come una rana che scatta quando prende la scossa. Almeno per quel che riguarda il mio corpo, a la mé cà, so mé ’l padrù (“a casa mia, il padrone sono io”).

Primo: perché ci è stata imposta, ma non so esattamente da chi.

Secondo: perché nessuno me ne ha mai chiaramente e convincentemente spiegato il motivo.

Terzo perché, in mancanza di motivi, ci viene risposto che “così fan tutti”. Ma io anche altro capisco – distortamente, senz’altro, attribuendo male intenzioni e estraendo il costume dal contesto sociale e dalle finalità –: come dire che se non sei pecora, se non stai nei ranghi, non puoi far parte della società e fuori della società t’arrangi, sei un barbone, e nudo nelle nostre strade non ti vogliamo vedere, “va’ coi porci!”

La parola porci mi rimanda ai tabu alimentari e alle motivazioni che li giustificherebbero. Da qui alla purezza, alla verginità, al privilegio tutto maschile della “prima volta”, della “prima notte”, come un prodotto da supermercato sigillato nella sua confezione, il passo è breve. Molti schemi mentali – per un motivo o per l’altro – sono estensibili a diversi campi della nostra quotidianità.

D’altra parte penso anche che se un’illogicità simile viene mantenuta e perpetuata ci siano degli argomenti ovvi che la giustificano o dei pugni forti che la impongono, una longa manus anonima, senza volto, segreta, che ci ha rubato, anzi espiantato qualcosa di noi, qualcosa di naturale – e con questo ci ha chirurgicamente asportato di una porzione importante

– di autoconsapevolezza (drogandola di vaghe illusioni),
– di autostima (facendoci credere di essere qualcuno perché parte di una massa clonata),
– di armonica percezione della consistenza materiale del corpo in cui come anime siamo – un corpo vivo!

E come non accetterei mai che mi espiantassero un organo senza consenso, perché è un furto bello e buono, e finché campo, come ho diritto all’aria, così ho diritto di avere il corpo che la natura mi ha dato (non sono così generoso da regalarlo da vivo) perché, accidenti, mi serve! Come non accetterei che qualcuno venisse a dirmi quante volte devo farmi la barba o devo fare l’amore, così non accetto vincoli al libero uso del corpo che ho.

Se poi questa limitazione riguarda non tanto l’uso, ma la visibilità pubblica, allora qualcosa mi va in tilt nella logica, forse ho saltato un passaggio, non mi va d’accettarlo e inconsciamente non riesco a vederlo. E poi m’invento spiegazioni stiracchiate, vado per illazioni: ad esempio che esista uno scopo recondito, un ordine di pensiero che usa la pressione, il controllo sul corpo per imporre un ordine ideologico che, ripeto, ancora mi risulta anonimo, senza volto, segreto, ma che avverto cerca di inquadrarmi, di farmi prigioniero, o soldato, o schiavo, che cerca di costringermi a lavorare per una causa comune, che io son di mente troppo piccola per riuscire a capire. Ma è così che la penso, e lo vedo, è ben più di una mera supposizione.

Un ordine che vien spacciato ed imposto come cosa ovvia, che anche i bambini riescono a capire! – A suon di ceffoni, di senso di vergogna, di senso di colpa, di disgusto, dileggio, dispregio, disdegno, castighi, sanzioni, rifiuti, sputi, negazione di diritti, esecrazioni, svalutazioni, umiliazioni…

Riuscire a tenere la testa fuori da questa melma che la società ci ha buttato addosso diviene un imperativo, impervio fin che si vuole, ma necessario se vogliamo mantenere la nostra dignità di persone umane: secondo natura prima che secondo società. Non ho bisogno di decreti e regolamenti, di convenzioni e rituali per vivere secondo natura, per respirare, muovermi, mangiare; non devo timbrare un cartellino quando mi alzo e inizio la mia giornata. Che poi, d’un tratto, quel che fino a ieri sembrava – a me stesso per primo – impossibile, ecco che il caso me lo offre appuntino lungo la strada della mia cocciutaggine; e quel che fino a ieri poteva sembrare aleatoria possibilità, con capriole mortali salta ogni steccato e si concretizza come necessità, reazione obbligata, legge di fisica, risultante delle mie azioni.

Ma già esser giunti a districarsi nel groviglio dei piccoli fili che ci tengon legati come Gulliver è già un bel passo di acquisita chiarezza. Alcune cose non si accettano più, si comincia a pensare esattamente il contrario. Oppure a riempire la pattumiera con le incrostazioni e le abitudini che sopravvivono solo perché le abbiamo (anche inconsapevolmente) accettate e ritrasmesse.

Ne ho piene le tasche. Io trancio, io dico basta, fin qui e non più oltre, nada más!

E già solo al pensarlo mi sento più forte, più ganzo, più soddisfatto di me, in gran gallòria perché sto pensando con la mia testa. E questo mi basta, e quanto! E il resto può anche stare dov’è, non c’è bisogno che sprechi forza a contestarlo, a discuterlo, a smentirlo. Acqua passata non macina più. Distruggerlo non mi cambia la vita: l’ho già cambiata, ed è questo che conta. Gli altri continuino pure come han sempre fatto. Io vado a pescare. Chiaro che verrò giudicato come un evaso, una pecorella smarrita da riportare all’ovile. Ma chi ci vuole stare in un ovile che non ammette eccezioni, quando la natura facendoci tutti diversi ci ha fatto praticamente tutti un’eccezione? Una bella lezione da indurci ad accettarci l’un l’altro così come siamo: belli brutti, grassi e magri, bianchi-gialli-neri e rossi, bresciani e bergamaschi…

La mia vita l’ho già cambiata, dicevo. Non tanto perché d’improvviso mi senta libero di godermi il sole sul balcone di casa, ma di più perché riesco a vedermi chi sono, mi affermo deciso come persona, come individuo, come corpo.

Il corpo, a saperlo ascoltare, ci indica la direzione del nostro benessere, ci suggerisce un’idea di noi che viene dal nostro interno, non l’immagine che ci rimanda uno specchio, non ciò che sentiamo dire di noi, non il modello che ci vien imposto d’imitare. Questo corpo non è a disposizione, non ci vo alle parate, non sto sull’attenti.

Già sopporta come un mite asinello il modo con cui lo trattiamo; lo comandiamo a bacchetta, lo teniamo a stecchetto. Ha mille risorse che non conosciamo – ed è meglio – per ritornare sano, in forze, pronto di nuovo a obbedirci. Di fronte a questa meraviglia che ci è data come individui e come persone non posso che ricompormi, tolgo un po’ del primato che vuol aver la ragione, cancello un po’ dei “doveri” che ho verso la società. Ma dall’altra parte gli “do ragione”, lo lascio libero perché solo se libero farà il suo “dovere”, ubbidiente a leggi eterne non scritte: sa ben quel che vuole e so che lo vuole solo a mio vantaggio. Perciò lo difendo dai mille parassiti esterni, da chi gli vuol mettere una cavezza. E da me per primo. E lo vedo pure inviolabile perché depositario di diritti che son di natura, che non han bisogno d’esser spiegati o capiti – davvero li capisce anche un bambino –, più eterni del marmo in cui sono scolpite le leggi che noi c’inventiamo e a pallino cambiamo.

Se poi la società ha dei turbamenti di coscienza, solo perché m’adocchia il batocchio, non sono io a dovermi farmi carico di evitarli… per il cosiddetto rispetto, per la convenzione, per i famosi “paletti”.

Steccati – recinzioni – schermi =
Curiosità – tentazioni – sfide

Se da una parte non ho una recinzione di legno al confine e perciò non posso impedire al mio vicino di “violarmi il domicilio” anche sol con lo sguardo quando mi vede nudo nell’orto che bagno i miei cavoli, perché gli occhi ce l’ha e quasi gli leggo in pensiero che vorrebbe che assecondassi, per rispetto, le sue attese, e per l’auto-rispetto che devo a me stesso e proprio al mio corpo (m’insinua), per sottrarlo alla balìa dello sguardo degli altri (che non sai mai che cosa ci vedono, cosa pensano, la reazione che ciò può suscitare); altrettanto non posso evitare  d’essere ai suoi occhi indecente, perché anch’io son fatto a mio modo, anzi “son proprio come tutti son fatti”. E non può impormi per soprammercato il suo schema mentale e costringermi a mettermi attorno ai fianchi un bianco straccetto solo perché il mio fronzolo pendulo lo potrebbe turbare. E di che?

Mi verrebbe da dire: «Se hai dei problemi, fatti curare!» Ma sono pure il primo a pensare che son solo opinioni e pensieri, legittimi punti di vista, giudizi dei singoli, i suoi come i miei, e non son malattie. Non mi vedo malato se mi piace star nudo. Né vedo negli abiti e nelle nostre abitudini degli schermi a difesa reciproca: non sospetto degli altri a tal punto.

Il nudo è solo uno stato, non è messaggero di nulla, non cercar l’intenzione recondita, non è un bacchio lanciato nella chioma del noce. Non è da interpretare, da sincronizzare, non un valore preciso sull’asse delle combinazioni, all’incrocio delle coincidenze perfette: è semplice e neutro come una foglia di fico ancor sulla pianta, un azzurro fior di begonia, un cane che abbaia ai piccioni, l’orizzonte aprico che vedo, un’auto fra le mille che passano.

Ma se qualcosa pur passa coi fotoni che vanno a miliardi, non ci posso far nulla: è natura anche questa, un quantum bizzarro che non conosce barriere o distanze e stabilisce fra il tutto quel che è ancora un mistero, un legame, un parallelo, uno specchio, un impiglio, un entanglement.

Entanglement quantistico

Una vocina maligna gli suggerisce, appunto in quel mentre una parolina all’orecchio, e vedo che pensa che non son quell’innocentino “perdibraghe” che fingo di essere, ma son birichino e lo faccio apposta a turbarlo, a cambiargli opinione, che lo voglio portar dalla mia, sotto il naso esibendogli le parti più sconce del corpo, non ammesse nel consesso sociale. E doppiamente, perché in più sembra che faccia lo gnorri e l’ipocrita, non mostrando in palese quale sia la vera intenzione. E dunque mi confermo ai suoi occhi e giudizio quel che la fama diffonde: che se non mi frena il pudore, allora son fuori: son fuori di testa, fuori dalla società.

Mi fai responsabile di quel che t’arrovelli ’nt’a capa? Sei tu che vedi indecente persino il cazzo d’un cane e gli metti il golfino perché altrimenti quella vista ti turba, ricordandoti forse delle tacche sulla cintura che non ti tornano in somma. Ti rispetto fin che vuoi. Ma non puoi pretendere che ti segua nelle tue paranoie. Io ne ho altre, e se permetti, prima seguo le mie. Che mme frega?

La colpa è senz’altro del cane! Di Diogene il Cane, che aveva una botte per casa, che nudo andava in cerca dell’uomo, che chiese al Grande Alessandro di scostarsi dal sole: ché anche un grande fa ombra quando il sole ci basta.

Moneta in argento da 10 euro – emessa in Grecia nell’aprile 2017, raffigurante Diogene di Sinope con la botte o giara in cui abitava e il cane

Vestiti è bello, #nudièmeglio altre analisi delle recenti obiezioni


Ritenevo sostanzialmente inutile riaffrontare certi discorsi già più volte fatti e, pertanto, nel mio ultimo articolo (“Rispetto e turbamento”) alcune questioni le avevo solo abbozzate e altre nemmeno avviate, in questi giorni però sono incappato in alcuni atti sociali che m’hanno indotto a ricredermi e allora eccomi ancora qui.

Quanto segue fa ancora riferimento alla già citata (nel mio ultimo articolo di cui sopra) discussione su un forum di camperisti, ma anche e soprattutto a quella sul forum di Spirito Trail, un sito che tratta di corsa in montagna e che ha lanciato una campagna alla quale ho aderito sia a livello personale che come blog: “Io non getto i mei rifiuti”. Qualche giorno addietro ho notato diversi accessi al blog che arrivavano dal forum di tale sito e ho così scoperto il tema “Minimalismo spinto”, in questo ad un certo punto qualcuno mi tirava in ballo. Andando a spulciare il tema nel primo post trovo la segnalazione di un articolo del Gazzettino:

Corre nudo tra i sentieri delle colline: caccia al runner esibizionista

SANTORSO – Con la primavera la natura esplode in fauna e flora, con i boschi a riempirsi di colori e vita animale, ma anche di un marciatore naturista tra le colline di Santorso e Schio. I residenti nelle contrade Trentin, Pierella, Gorlini e Piane negli ultimi giorni hanno visto un solitario runner esibizionista, che corre indossando solo le scarpe. Una decina i passaggi tra i sentieri dell’uomo, che hanno portato a diverse segnalazioni alle forze dell’ordine.

L’identikit è preciso: tarchiato e calvo, scappa se viene chiamato da chi lo vede. Per il momento non avrebbe importunato le persone incrociate nelle sue corse tra i boschi. Resta da stabilire se il naturista soffra di disturbi psichici o sia un esibizionista consapevole. Nel primo caso rischierebbe un trattamento sanitario obbligatorio, nel secondo una sanzione amministrativa da 5 mila a 30 mila euro.

Lo scritto fa pensare a un giornalista improvvisato o/e di parte tipo quelli di certi media pseudo politici,  se così non fosse è ancora peggio visto che rivela scarsa propensione allo studio e molta alla disinformazione, nonché alla (lecita) formulazione di opinioni personali purtroppo meno lecitamente vendute come realtà assolute (fortunatamente non tutti i giornalisti sono così e, grazie anche al lavoro di Mondo Nudo, del suo staff e dei suoi amici, crescono quelli che ci chiamano per ottenere informazioni precise e obiettive).

  • A un certo punto il giornalista parla di naturista, questo dimostra che ha ben presente l’esistenza del naturismo e ne conosce le regole, perché le ha volutamente ignorate nel contesto di tutto il suo articoletto?
  • Nudo, alias esibizionista – Premesso che tipicamente e altrettanto stereotipamente gli esibizionisti indossano un bell’impermeabile e che, meno stereotipamente, si ritrovano più che altro tra di loro dandosi appuntamento in piazzali urbani (facilmente reperibili sui motori di ricerca) o in appositi locali (i noti e, senza opposizione alcuna, sempre più diffusi club privè), possiamo dire che è un esibizionista alquanto stupido: va ad esibirsi dove ben pochi lo possono vedere! Semplice considerazione che evidentemente alcuni, troppo agganciati ai loro preconcetti e poco propensi a mettersi in discussione, non sono in grado di formulare o, più o meno opportunisticamente, non la vogliono formulare (cosa che invece un giornalista attento e serio dovrebbe fare).
  • Corre nudo indi soffre di disturbi psichici – Forse il giornalista è all’oscuro di un fatto semplice e facile da verificare: la nudità da decine di anni è stata tolta dal vangelo delle turbe psichiatriche, mentre continua a figurarvi la paura del nudo, proprio e altrui!
  • Scappa se viene chiamato – Intanto è da verificare se scappi o, come appare più ovvio, solo continui nella sua corsa, ma diamo per buona la prima, e che cosa dovrebbe invece fare? Vista l’aggressività con cui tali episodi vengono spesso commentati sui social è magari spaventato o quantomeno preoccupato di cosa potrebbe succedergli se si fermasse.
  • Per il momento non avrebbe importunato le persone incrociate – Guarda te, ma che bravo! Perché mai uno che corre nudo dovrebbe importunare le persone che incontra? Quante sono le notizia di persone nude che hanno aggredito qualcuno? Di solito succede il contrario! La verità è che ogni giorno i telegiornali riportano notizie di aggressioni e sempre si tratta di persone vestite, ora non posso e non voglio affermare che la nudità sia garanzia di non pericolosità, ma di per certo non è nemmeno un segnale di pericolo, anzi, se proprio la volgiamo dire tutta è ben più innocua (e indifesa) la persona nuda visto che, salvo non se le sia messe nell’ano (o nella vagina se donna), è certamente priva di armi o altri strumenti atti ad offendere. Ah, il pene! Suvvia, volgiamo proprio essere così sprovveduti?
  • Trattamento sanitario obbligatorio – Come già detto il nudo non è necessariamente una malattia psichica, specie se si tratta di una persona che corre nuda lungo più o meno poco frequentati sentieri di collina o montagna; il trattamento sanitario potrebbe più facilmente essere necessario a coloro che si agitano per tale visione, di certo per coloro che si offendono e chiamano le forze dell’ordine, le quali hanno cose ben più importanti e serie da fare che correre dietro a uno che si allena nella sana e semplice nudità.
  • Sanzione amministrativa – Anche qui il giornalista, escludendo che voglia appositamente alterare la realtà, dà l’impressione d’essere poco informato: stando alle sentenze, di ogni ordine e grado, comprese quelle della Cassazione, emesse dal 2000 a oggi, l’essere nudi in pubblico non ricade necessariamente nella fattispecie del reato di offesa al pubblico pudore, di sicuro ne è escluso quando la nudità è portata in ambienti isolati o poco frequentati come potrebbero essere i sentieri di collina e montagna.
  • Pensare che sia semplicemente una persona che corre no eh?

Veniamo ai commenti dei forumisti che, invero, sono piacevolmente e significativamente più ilari che ostativi (ricordo che si tratta di un sito di corridori, ambiente che ho trovato particolarmente aperto e disponibile al tema del nudo, al contrario, sic!, di quello escursionistico, stranamente ancora piuttosto refrattario, e ricordo che si tratta di tema sul minimalismo, pratica sportiva in crescita che prevede il ricorso a un equipaggiamento ridotto ai minimi termini), ma visto che identificano le classiche obiezioni ne approfitto.

Ma aveva le scarpe! Che delusione.

Spesso chi vuole negare le qualità del vivere nudi, facendo ovviamente fatica a trovare motivazioni serie e inopinabili (di fatto inesistenti!), si attacca alle piccole cose come questa delle scarpe. Che vuol dire se ha le scarpe? Che forse un barefooter o un minimalista dovrebbe forzatamente mettersi nudo per ritenersi barefooter o minimalista? Che per forza un automobilista deve mettersi una tuta da corridore per ritenersi automobilista? Che forse un bagnate dev’essere costantemente bagnato per ritenersi tale? Quanti sono coloro che camminerebbero o, peggio, correrebbero sui sentieri di montagna a piedi scalzi? Nemmeno la maggior parte dei runner minimalisti lo fa ma utilizza calzature fivefinger (a cinque dita, in pratica dei guanti per i piedi, comunque provvisti di una seppur sottile suola). Personalmente ogni tanto lo faccio, ogni tanto levo anche le scarpe e mi godo la sensazione dei piedi nudi sul terreno (che effettivamente esalta ancor di più la bella sensazione di libertà e immersione nella natura), ma ci vogliono le condizioni adatte (un bel prato, lisce placche rocciose, eccetera) che, almeno nelle zone che frequento io, sono rarissime e poi lo si può fare per qualche decina di minuti, al limite anche un’ora o due, non di certo per le sei, dieci, dodici ore che sono il tempo tipico di un’escursione in montagna, di certo non per le venti, trenta, quaranta ore che arrivano ad essere i miei tempi di cammino.

Lo invidio perché io, che corro spessissimo a dorso nudo, non avrei il coraggio di mostrare le mie vergogne e soprattutto non resisterei più di 30 secondi allo sballonzolamento …evvai di varicocele

  • Beh, dal fatto che le chiami “le mie vergogne” già si evince molto, detto questo mi chiedo come si possa essere sicuri di non poterlo fare senza prima provarci?
  • Sballonzolamento, a meno che non c’abbia il pene lungo fino alle ginocchia dubito molto che se ne renderebbe conto. Ancora: perché fare affermazioni senza esperienza diretta?
  • Varicocele, invero le cause di questa problematica sono ancora sconosciute, esistono due teorie e nessuna di queste fa riferimento al correre nudi, mentre secondo alcuni pareri (ovviamente e tipicamente non riportati dalle classiche fonti condizionate da una società che raramente prende in considerazione la nudità come stato preventivo delle malattie) il varicocele potrebbe essere facilitato dalle mutante (che di sicuro provocano irritazioni di vario genere, muffe e micosi), vero è che alcuni (ma non tutti) i corridori utilizzano pantaloncini con integrata una mutandina leggera e confortevole, ma di certo l’esposizione all’aria e la libertà totale sono alla lunga più salutari. Eventuali problemi dovuti allo sfregamento dello scroto contro le cosce si possono prevenire applicando piccole quantità di olio antisfregamento, ben noto ai corridori; analogamente problemi dovuti allo sballonzolamento, invero pressoché nullo, dello scroto si possono risolvere con semplici laccetti (come quelli che usavano i cacciatori delle tribù primigenie) o con gli anelli inventati per migliorare le prestazioni sessuali; personalmente con l’esperienza diretta ho compreso che basta abituarsi (cosa che, essendo molto naturale, mi è nata spontanea in pochissimo tempo) a camminare e correre (e qui è ancora più naturale e spontaneo, specie correndo sui terreni sconnessi di montagna) tenendo le gambe leggermente più larghe di quanto ci siamo abituati a fare in conseguenza della limitazione imposta dai pantaloni.

Conclusa l’analisi dell’articolo della Gazzetta e dei relativi commenti, riprendo ora un altro punto spesso messo in gioco per contestare l’escursionismo in nudità e che ho trovato fortemente ribadito anche nelle ultime obiezioni: il contatto tra la schiena sudata e lo zaino.

Alpinisticamente sono nato e cresciuto ai tempi in cui si usavano pantaloni alla zuava e camicioni di lana, camicioni che, metodicamente, finivano nello zaino poco dopo l’essersi messi in cammino. A quei tempi nessuno faceva caso a chi camminava a torso nudo (che erano poi la maggioranza) e nessuno si manifestava schifato per il sudore che dalla schiena passava allo schienalino dello zaino (così come nessuno si schifava di tante altre cose che oggi provocano fastidio ai più, vedi l’antico e socializzante rito del bere a canna dalla stessa borraccia o bottiglia). Ho continuato a camminare a torso nudo anche dopo che, con l’avvento di tessuti più tecnici, le persone a farlo erano diventate man mano sempre di meno e mai nessuno mi ha avanzato obiezioni di alcun genere. Ora che lo faccio da nudo ecco che salta fuori questa cosa del torso nudo, ma quale differenza c’è, nell’ambito di tale questione, tra l’essere totalmente nudi o solo a torso nudo? Evidente, l’unica differenza è che, volendo ad ogni costo avanzare obiezione al nudo, nell’impossibilità di trovare argomentazioni incontrovertibili si ricorre a motivazioni banali e del tutto opinabili, ma che, oggi, a causa di un rapporto con il proprio corpo e le sue emissioni fortemente alterato, hanno, almeno in certi ambienti, una forte presa sociale, ma è un loro problema non mio: voi fate come volete, mica vi obbligo a camminare nudi (tra gli amici che mi accompagnano in alcune delle mie escursioni ce ne sono alcuni che non si spogliano), io faccio come voglio, che vi cambia a voi? Per altro, se proprio proprio, durante il cammino con zaino c’è pur sempre la possibilità di mantenere indossata una piccola canotta, pur dovendosi evidenziare che i coloranti presenti nelle maglie (molto meno nello schienalino dello zaino), in particolar modo pare in quelle tecniche, per effetto del caldo e del sudore rilasciano sostanze tossiche.

Per chiudere, al fine di prevenire una possibile obiezione all’ultimo discorso, aggiungo un’altra considerazione più tecnica: negli ultimi due anni ho sperimentato le più evolute maglie da corsa, sia economiche che costose, nessuna ha evitato la produzione di sudore, anzi, mentre a nudo proprio non sudo o lo faccio in minima parte (e ho sperimentato che l’effetto è dato dall’avere nudi i genitali più che le altre parti del corpo, d’altronde proprio nei genitali, vista la loro necessità di mantenere una temperatura costante e precisa, sono collocati la maggior parte dei nostri sensori del calore). Utile e necessario anche evidenziare che tale sudore evapora solo in minima parte (e solo per quelle parti della maglia che non sono a contatto con lo zaino), per il resto una parte inevitabilmente passa allo schienalino dello zaino, un’altra resta sulla maglia, indi il nostro torso rimane comunque a contatto con il nostro sudore, lo stesso identico sudore, che differenza c’è se me lo tengo addosso per via della maglia o per via dello zaino? Ritorniamo al discorso di cui sopra: nessuna se non la volontà di voler a tutti i costi trovare un’obiezione, anche a costo d’apparire ridicoli, illogici, innaturali, complessati.

Vestiti è bello, nudi è meglio… #nudièmeglio usa questo hashtag per diffondere la cultura, la bellezza e la salubrità del nudo!

La mia vicina…


La mia vicina è gentile, non mi denuncerà.

“Tanto va la gatta al lardo…”

6:10 di venerdì scorso. Mi sveglio, esco sul balcone della camera per una boccata d’aria, per vedere com’è la giornata; mi stiracchio. Il cielo è nuvoloso, l’aria fresca, ma non pungente, di una limpidezza che permette di vedere perfetti dettagli sino all’orizzonte.

Scendo in cucina e preparo la mia tisana mattutina. Nel frattempo, apro la porta-finestra che dà sul balcone al pianoterra. Mentre giro l’omino blocca-persiana che fissa l’antone, scorgo la mia vicina di tre balconi più in là, che stende il bucato. Al vederci, ci salutiamo nello stesso istante, con un gesto automatico della mano. Rientro e mi ripasso nella mente la scena. Mi rivedo mentre saluto e la vicina che pure alza la mano: ma io sono nudo, come al solito, come ogni mattina da qualche anno; mai che qualcuno m’abbia visto.

Noto che i riflessi condizionati sono stati più tempestivi del pensiero: che prima ho salutato e solo dopo mi son ricordato d’essere nudo. Nemmeno il minimo tentativo di coprirmi alla meglio.

Abitiamo in queste case a schiera acquistate in cooperativa da oltre vent’anni. Va be’ sono un tipo originale… ogni giorno mi scoprono una stranezza. «E fa bene!» mi giunge per telepatia il pensiero della vicina. Un brivido le scorre lungo la schiena come se ad essere nuda fosse stata lei. Forse si chiede: «quando potrò anch’io? quando vorrò? quando proverò ad uscire nuda sul balcone a stendere i panni?… In un giorno di vacanza, forse, di domenica, quando non ci sono i ragazzi in cucina a far colazione, lo zaino di scuola pronto in corridoio. Oppure quando dormono ancora…»

La mia vicina mi ha anche sorriso, come fa di solito, quando sono vestito. Non ha fatto differenze. Nudo o vestito, per l’attimo di un saluto non faceva proprio differenza. Non mi toglierà il saluto perché mi ha visto indecente sul balcone. Forse già qualcosa sospettava, forse mi ha visto altre volte, senza che me ne fossi accorto. Ho solo il dato di oggi: ed è che è stato tutto normale. Sarà stato anche un fatto improvviso che non ha lasciato il tempo a nessuno di riflettere… – tanto meglio! – la reazione immediata non è stata d’allarme o sorpresa, è stata semplicemente sincera. Mi ha risposto al saluto, ci siam salutati come facciamo da sempre.

Da domani so che posso uscire nudo e tranquillo sul balcone a fissare l’antone. La vicina mi sorriderà un poco di più. Forse anch’io rimarrò qualche istante in più, respirerò l’aria del mattino, mi stiracchierò due volte. Anche sul balcone da basso. Non come ho fatto sinora, quasi che dovessi rubare questi attimi, guardingo che nessuno vedesse.

La gente nel complesso ha buon senso, se ti conosce non ti denuncia. È avanti d’un passo rispetto alla legge. Forse anche due.

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