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Come statue perfette (by Simone Belloni Pasquinelli)


statua-personaNudi alla meta! Come le statue perfette non vorremmo mai essere nei nostri panni. Ci piace così, supplire al nulla. Ma addosso.

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Film, rime e spettatori


(Via i concorrenti tra mancanze operose fiori di rose)

Il Film strascica i veli e mascotte misurate all’occorrenza, vicino al vento delle celebrità tutti ci sentiamo più nauseati e contenti. Come naufraghi alla deriva esigiamo disciplina dalla pellicola, assorta ed anch’essa assai celebre. Si condivide con generosità un pranzo di Natale, e la Pasqua sta per arrivare per gli spettatori assorti e poco nutriti. Si vede di tutto nei caroselli cittadini, rionali, rurali, e la malinconia rimane la solita tristezza da accompagnare…

Al cinema, meraviglia di ogni meraviglia, dicono tutti, dicono tutti ma nessuno lancia il sasso contro questa spettrale realtà; è meglio dunque barattarla e ancor meglio privarla, ferirla, custodirla. C’è la censura che fa paura: via i concorrenti tra mancanze operose e fiori di rose.  Lo spettatore è contento mentre tira vento si fa dileggio il libricino nel cassetto che osserva attentamente, con tanta enfasi ma poche armi, le cose del mondo. Tondo.

“La marina sarà la vostra avventura!”  canta l’attore che conta il tempo su scala di grandi ore e lo spettatore applaude, applaude fino allo sfinimento anche se manca il commento e non rimane mai scontento per il suo vivere al cinema. Questa è l’introduzione: poche cose da portare sul maglione di lana fredda: ora comincia l’attore con la sua fama. Adesso inizia la proiezione tra scintille, fuochi pirotecnici ma mancano i tecnici!

C’è subito una bambina ed un vecchio disarmato d’amore ma conquistato e soddisfatto. Sembra una sceneggiatura triste e scontata ma… è la realtà che la accomoda! Così è il copione basta stropicciare e fare allegria a quel maglione per scrivere un film: basta.

Quante parole vanno avanti! Parole, parole e uomini. La trama trema e prende il tram… Tra mezz’ora sarò da te, amore, panoramica della realtà secondo il realismo più assoluto e assai dovuto. “Allarga i denti!”, stringendo le parole di quell’attore che commuove donne e bimbi. Ah è arrivato il finale, lento, forte, intenso esce dal mento del commento ed invade i nostri cuori. Si parla di un arresto immediato come esito, non scontato.  L’attore, non rimane che da parlare di lui: si muove e ride, parla e piagnucola… tra le metafore della vita non lasciarmi più in salita, Tra i ricordi dell’attore cancellerò quello di aver preso (perso) parte ad una rappresentazione.

Eeeeh, vita! Tutto gira, che festa: voglio solo una candelina sulla mia siesta.

Buona la prima, urlano dalla platea che finge per l’ennesima volta di sentirsi sala. In galleria liquidano le voci spettrali tra buio e ombre, alludendo ad un silenzio vivo del suo stesso assentire al niente. Qualche comico muore… e non dal ridere, altri recitano le solite parti facendo le veci di tutta la vita altrui. L’unica meta assoluta!

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Come fosse come


(La rovina del mondo è approfittare di mille occasioni d’oro!)

Le nascoste virtù fanno riferimento alle incomprensibili visioni mattutine o serali quando, come squali, i nostri pensieri fanno irruzione nelle viscere del presente, della memoria e dell’avvenire; intanto non resta che sentire i loro dolci passi che, come crema, rendono edulcorato l’esistere, parola blasfema ed impervia che rimane solo e giusto quando non si può che insistere per “pendere” qualcosa che ci appartiene.

Non di banda musicale per fermare i suonatori. Come se la luna incantasse ed il sole facesse vedere: questo aggiungo ai miei sogni. Osservo e mi dilungo inutilmente e non raccolgo nulla: insomma sempre la stessa solfa. Ma le vele portano doni ed il vento fa da riscontro ai sentimenti dell’uomo, così persi, così selvaggi da sembrare ridicoli. Non è la solita partita quella che si gioca in casa nostra: pochi se ne sono accorti, alcuni addirittura se ne sono andati cercando nei mari altro che sentire! … Altro che passioni!

Vanno e vengono le famosissime melodie come, se non fermarsi in questi mari, fosse solo appartarsi nei luoghi più vari. Che dire di Lei! La rovina del mondo è approfittare di mille occasioni d’oro! La piena consapevolezza e la malinconia conducono a strade disperate dove è impossibile ritrovarsi come se nulla fosse mai accaduto. E’ meglio forse provare? Non è meglio navigare “sotto” le stelle che in loro compagnia? Che cose tristi che dicono … E pensare che avevo fatto già tutti i miei calcoli.

Continuo un estenuante cammino all’insegna della sicura vittoria o della reale sconfitta. Basta! Quello che voglio è un mondo dove correre e saltare, far piangere e far dormire! Corrono anche le macchine, le persone, ma tutto resta fermo come olio su una fetta di pane: mi accorgo che è inutile dilungarsi in analisi della contemporaneità e delle maschere: la vita è circoscritta sempre da due idiomi: dura e bella.

E’ vietato andare avanti, è vietato rovinarsi se non davanti a chi, sempre come mare, da senso a tutti i moti dell’animo. Chiedo aiuto a chi ci sta a pensare e perdono chi mi sa perdonare; per ora, visto che non cambia niente! Acconsente, posso dirlo, e si ritrova chi lavora per mestiere come se fosse perdere anni ed anni. Sì! Gli anni diventano inutilmente pochi e tanti utilmente come concorrenti affamati. La vittoria è vicina, bellissima, truce, imperdibile.

Affezionati come siamo, non impugniamo né rose, né spine di questo tempo. Siamo i soliti conservatori dell’esigenza timida, sfruttata e riciclata, trasformata in un’orda di minuti-secondi selvaggi, tesi allo sbranamento, alla antropofagia, alla misantropia. Ridiamo e saremo felici o piangeremo e saremo tristi?

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Tra le righe


Soliloqui di Uno che diede voci all’Attaccapanni

È dove tutto sta! Come una confessione che ti rivolta come un calzino, del quale appare la cucitura interna recondita e niente più. Tra le righe è un sorriso che propone un sacco di smorfie sopra e sotto, i desideri nascosti da piccole pieghe insignificanti a tutte le capinere. Eppure è la parte più stimolante di tutto l’apparato labiale.

È un rogito tra me ed il medesimo, ed ognuno è venuto a patti leali ed inalterabili che il tempo voglia.

È fermare proprio il tempo e ridurlo a qualcosa di veramente costruttivo per una mezz’oretta.

È dargli l’ora d’aria, che rispolvera il sentimento, o meglio, l’impalpabile emozione a colpi di refoli improvvisi.

È la parte ludica che mi sta a pennello e come calzamaglia tende a slabbrarsi e ricompattarsi.

È l’elasticità.

Io (e forse noi) non ho che temporalità. Il tempo mi lascia momenti e pure fugacemente, e qui li si ricostruiscono nelle loro pseudo forme atrofiche, galvanizzando il meglio della loro stiticità, staticità.

È il ringraziamento, il giorno Americano e come si sa, siamo tutti Americani!

Parentesi antecedente! Dicevo tra le righe come… come… ecco! Come!

C’è qualcosa di nuovo nelle nuvole, c’è l’inganno prima del cielo che ne gioca una parte convenzionale, specie nell’universo.

C’è il digiuno di pioggia, c’è una pioggia che è indugiante. Ma sta. Con gli occhi versi al basso pronta a sorprendere tutta la razionalità dell’intraprendente intuito umano.

Insomma sono io al meglio. Ma di me ho un limite, e questo si chiama parola. Parola afona come proprietà e parola circoscritta nelle intenzioni più prolisse. Per quanto ci si possa sforzare sarà labile intuizione. Provare ad esprimersi a idiomi è dilettantesco. È rubarsi la stima di poter veramente avere le idee chiare. Ma quale chiarezza vogliamo. Siamo umani al limite, limitati, limitiamo e comunicheremo con limite. Mi sembra che tutto sia appropriato, ed in questo la selvaggia natura (ossia la vera), ci fece onore e ci destituì.

Ci vogliamo ricredere credendo il meglio, e nel sogno di una realtà attiva, proviamo ad essere franchi, sinceri, ancora schietti, crollando inevitabilmente su ogni tipo di impalcatura etimologica. Qui tutto viene distrutto perché ci sia creazione (anche altrove comunque). Qui si inizia a prendersi in giro per trovarsi al solito posto, ma consapevoli. Stranamente siamo nel serio e ci si sente spaesati, poco prensili all’intuizione che sta tutt’attorno, aleggia e troneggia impavida pronta a sottrarsi al martirio per cui è nata.

Ne ha subite troppe di frustrazioni ed angherie. E si rivolta qui, placida ed insolente nel suo fallace “chi mi ama mi esegua!”.

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – La vita inizia ma dalle serrature


(A noi, al massimo, la vita ci sfiora…)

Cos’è la vita? Come conduciamo una vita? Quante volte ci siamo posti questo quesito! Io nel mio vaniloquio traggo conclusioni, le, le traccio sicure, impavide alle mie eterne riluttanze, recalcitrante in molto ma non in tutto. Ecco scrivo, come dire, per dovere di cronaca. La mia. Noi non viviamo alcuna vita in realtà. A noi al massimo la vita ci sfiora, ci annusa repentina, ci brama di odori e ci sfugge di sapori. Abbiamo una vita metallica ed io la vedo. Eccola questa affascinante serratura lucente. Ecco tutto il suo meccanismo da chiavistello, da chiave, adattabilità a tutto il metallo formato.

Questo pronunciarsi in fonie da mandata, come un ruotare continuo ed un perpetuo scatto. Lo scatto è il funzionamento della vita. Siamo tutti delle chiavi ma solo una è quella giusta, solo una ha la proprietà, la padronanza, il mestiere della riuscita. Le altre si provano a levigare maldestre, ad impertugiarsi noncuranti del prolasso da sforzo, ad adattarsi con quella smorfia da sorriso che sembra perfino azzeccato, un po’ piegato, sbieco. Ma niente non c’è TAC! E’ tutto un eterno ed incompiuto rimando. Ed allora ecco che entra in gioco la speranza, quella signora che si presenta sempre e solamente quando c’è solo puzza di bruciato, quando il ” troppo tardi” è quasi un “appena prima” e soprattutto quando la morte ti concede di giocarti l’ultima carta. Ma niente TAC! ma solo i soliti rumorini da grimaldello da inceppo, da meccanismo non lubrificato.

Cara la mia vita io ti ho comprata nuova. Ti ho fatto il servizio migliore. Ti ho spadroneggiato riuscendo ad apparirti il cardine esemplare. Ti ho comprato, installato, studiato, ti ho reso pan per focaccia e tutto l’unto di quest’ultima l’ho usato per entrare meglio in tutti i tuoi buchi (uno che io ne veda). Mi appari perfino meno meccanica tanto è la sicurezza con la quale mi penetro il tè. Non temo i tuoi rivetti, i tuoi rostri, i tuoi solchi, non pavento alcunché. Ti vivo simbiotico. Sono il perno per il TAC! ormai non più sincopato, sono la soluzione al problema dello scatto, sono la ragione della riuscita. E ne sono convinto perché ti amo mia serratura. Perché è da lì che si inizia la vita, perché è da te che la faccio finita. Ora mi inserisco stai pronta… era un po’ che non sentivi la cacofonia è? Godiamocela!

Forza! Con tale, sincero affetto… TAC! TAC! TAC! TAC! … sfacciatamente! (quasi quarantanove).

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Un gran po’ di noia


(… ritrovato con le sembianze sembianti di sempre.)

La parola alla notte è la concessione del diurno. Si è agitati il giorno sapendo quello che potrebbe accadere la notte. La conseguenza di ciò che vivremo come se quell’intraprendente, viziato ed onnipresente oscuro cosmo, maneggi l’inconscio giornaliero. Ci si rilassa (non più di tanto), si aliena il resto e si cerca di vivere un poi migliore.

La ricerca dell’esasperazione esacerbata dalle cronache (in questo inizio 2015, biliari), in un moto universale, o il più famoso (?) moto perpetuo. Con la notte arriva tutto il ciò. Tutto è monocromatico. Dal fuori all’interno e così via. Una rivincita di un chissà ché per un chissà cosa. Un gran po’ di noia insomma, pensandoci.

Ma non voglio riflettere più di tanto stamani, ho altro per la testa volgare, devo concedere il racconto interattivo e specificamente a colpi di panlogismo. Come un gretto ostensore… Non so per quale ragione ma arrivò la tramontana, con quell’aria sofisticata da momento, con quella sua pungente fama di ghiaccio, con il suo etereo savoir faire bighellone e prepotente. E ghiacciò.

Iniziò sterminando i raccolti effimeri, fragili di una composizione al vento. Li scaldò a tal punto che bruciarono dentro. Col trucco, insomma. E sempre col trucco si cercò vendetta a colpi di Euro. Ma qualcuno assopito sognò l’accidente e forse ci mise una pezza. Forse più di una per asciugare tutta la bava del, e la lacrima di. La solita gran po’ di noia alla fine.

Continuò la tramontana dalle vesti vichinghe, dall’odore di terre nordiche, dalla presupponenza Odiniaca, alla ricerca delle spoglie leggiadre di ciò che poteva rimanere. Forse cercò pure me nel sonno, ma non trovò granché, io mi coprii bene, mentre più vicino, chissà dove, qualche sans papier moriva della sua grazia ricevuta. L’unica figura pre-femminile che gli si concedeva, col suo alito se lo portava via… così cita Simone nella cronaca odierna. Il suo corpo fu ritrovato con le sembianze sembianti di sempre, ma purtroppo (recitò il suo amico) col trucco. Di stucco. Ed io lo sapevo e mi coprii. Avvertii nel primo pomeriggio che qualcosa girava nell’antiorario. Ho percezioni sul collo. Si smuovono i miei, le mie cervicali e m’avvertono di allarme, e spero che la notte li addormenti senza dover in correre farmaci o succedanei.

Notte-terapia i dolori se li porta via. Ipso facto pare che la cosa funzioni. Ma è solo un pratico rimando… Come sei bugiarda (e non voglio dire a chi). Sei più operosa di quanto vorresti concedere. Sei abile, disinibita, impudica, palese in un trasformismo in cui molti si concedono ancora ed ancora con un disinibito e freddo volgar leggero in emifonia.

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Ai margini delle cose


(Ah! quanto vorrei tornare lì appresso e scivolarti intorno …)

Oggi ti scrivo sai? E ti scrivo perché un affetto non lo si prova ma lo s’indossa direttamente. Non c’è ragione a prescindere, ma sento tutto un gorgoglio, uno smottamento, un tellurico e tutto quel che frana diventa scrittura. Ti dirò cose meravigliose, ti dirò cose ingorde, ti annuncerò l’arrivo della tempesta e te la scatenerò quando più te l’aspetti. Sei bellissima, specie ai lati. Hai due orecchie perfette, conchiglie dal suono marino e dal sapore salmastro, anfore piene di schiume, tesori, pesciolini e Bernardi che lavorano alacremente su tutti quei bordi perimetrali che, levigati, formano le scodelle della tua fisionomia bordeggiante. Ah quanto vorrei tornare lì appresso e scivolarti intorno, costeggiando lubrico e muscolare, inumidendoti come una salvietta dalla cartilagine su, al soffice lobo giù. Costeggerei con l’avorio, come piace a te, serrando dolcemente qua fino a là, in una presa, in una dolce pressa allo sconquasso, fino alla fiamma che di ciò si alimenterà.

Non è tutto: amo i tuoi talloni, li reputo magici, insonni cuscini da stringere, ai quali appellarsi nelle notti uggiose ed inviolabili, quelle forme così rotondeggianti, un inno alla precisione, alla geometria più sfrenata che avverrà tra noi, un guardarli senza predicare, senza quell’ingordigia che sbrana anche il momento, creando, di un pasto da stuzzicare, un pasto mortale e trangugiatamente invissuto. I tuoi talloni per me, solo per me. Ma ci pensi che dono? Ma ci pensi quanto sia inutile la bocca, la lingua (se non per parlare, anzi, neanche), tutte le cose da dire e ridire negli anni (dette e stra-dette o stradette… che poi portano sempre lì)? Fammeli osservare amore, fa si che i miei occhi non continuino oltre, diciamo verso uno squallido polpaccio. Fa si che te li possa abbronzare con le capinere calde e radiose, impazzite: ora mi carico come batteria ed energizzo su di te.

Amo le tue narici e due sono perfino troppe che non vedo altri pertugi. Cosa vuoi che m’importi dell’interno, lo scoprirò (se dovrò) pian piano. Ora voglio sfiorare quei baratri di maestrale ad uscire, voglio sentirle sul mio collo sboffare di tutto il loro mugolìo, di tutta la loro arieggiante verità connaturata, di tutta l’esplosione d’intimità animale: siamo allo zoo e tu sei fiera, o no? Ma chi è che te le ha donate così … come dire … ecco, non si può dire (e qui, per un attimo eterno, si ritorna al limite che ha al parola).

A te non dirò altro, a te non dirò di più, a te non obbietterò che lo sterno, il tuo inguine, la tua bocca (se non a parole, sopporto solo le tue), a te il disgusto di essere coercitivi al banale. Diciamocelo chiaro una volta per tutte, in modo che sia confutabile rileggendo: amo le tue sopracciglia, le ciglia, le gote, il gomito l’omero, il radio, la palpebra eccetera, ma più di tutto amo quel che scrivo e per questo vengo con questa Mia che sei Tu.

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Discorseggiando


(capita ai bambini ricchi di saggia incredulità)

Oggi vorrei essere un albero e non l’albero (che non è la stessa cosa). Vorrei far finta di essere assente nella presenza di una corteccia suprema che scaglia ogni analogia che forma attraverso il fatto di essere, mai come adesso, secolare. Vorrei che il fulmine mi centrasse e sconquassasse tutto quel che sono fuori, mandando le mille schegge nei dintorni del mondo odierno. Eccomi albero a sparpagliarle come parole sul tutto (appena colpito, basta chiedere), come petali a cadere dolcemente profumando, come proiettili ad infilare la propria ogiva qua e là deformandosi a vista o no.

Vorrei essere l’albero dai pochi rami secchi e scricchiolare con o senza intemperie. Mi farei udire per quello che sono, meravigliando sul momento le sue strane fonie (capita ai bambini ricchi di saggia incredulità) ed allo stesso tempo creando le facezie infinite delle proprie possibilità. Insomma parlerei al vento, solleticato d’esso, standomene con il petto proteso in balìa di ciò che mi pare e desiderando di non poter chiedere di meglio. Avrei la mia forma e non darei nell’occhio evitando ogni appartenenza e creando, a poco a poco, i cerchi della mia mappa che, come anelli, diventano cose speciali da infilarsi nelle dita a piacimento, oppure giochi di fumo che appesantiscono l’aria diventando sinistramente e tossico-logicamente parte d’essa. Non so, ecco sarei a piacimento. Il mio, sia chiaro.

Non conoscerei punti di vista ed avrei idea di tutto nella maniera più spiccia, ossia quella delle radici ben salde e conficcate sotto e movibili ovunque. Smuoverei il terreno senza ostacoli e mi nutrirei della pioggia soffrendo solo nella siccità unica alleata. Avrei le braccia sempre protese al cielo cercando un contatto celeste o un richiamo all’infinito che proverebbe il fatto della mia innocenza sulla terra. Ci sono posti al mondo dai quali non c’è via di fuga (ne sanno molto i girasoli) ma io darei l’idea di poterne fare a meno con tutti i fronzoli del mio atteggiamento statico. Sarei uguale a nessuno e simile a tutti. Sarei l’albero in questione (la testa è questione di alberi che dir si voglia o possa!) e tutti farebbero, di quest’ultima, l’unico discorso a vista su tutto quello che mi manca in una stagione o tutto quello che potrei concedere nell’altra. Mi farei i fatti miei ed a proposito di stagioni in corso, darei le parole all’unico Vivaldi che ne fischiettò un’opera intensa. Poi mi fermerei un attimo guardando perplesso altrove e vedendo, nel bailamme, tante cose più statiche di me nonostante le apparenze. Allora riderei e comincerei a scrivere i soliti anelli dandogli forme ancora più rotonde, cercando così di dissimulare qualcosa che non quadra.

P.S. Sen-ti-men-ta-li-tà: senti che sinusoidale!

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Vividi soliloqui in un piacere ermeneutico


Posologia: (da prendere per bocca! … Sfogliando: che ti tocca!!)

Buon giorno tristezza! Sei te stessa ma senza certezza? Che ti va di dire se per dire devi condire un alquanto ridire?

* Ci sono giorni in cui non dormo e penso a te… L’egoismo non fa per me, fa per tre!

* Ho visto mani afferrare visi impercettibili di piacere… ma che mi dici? Fammi vedere? Ah, sì, hai una rima sul sedere!!

* Lei m’amò, tu l’amasti, io no, i servi non decidono!

* Tu sei l’unica cosa al mondo! Quanto è piccolo!

* Vorrei stare con te tutta la vita! Vorrei riempirti di bacini! La mia lingua all’unisono con la tua… insomma anatomia in primis, tu conti poco!

* Amor che a nullo ho amato, Cristo se son stato fortunato!

* Non vorrei farne una questione di lingua, vorrei piuttosto che lei mi finga!

* Caro, Cara… facciamo saldi di gioia noi due.

* Essere o non essere: questo è il teorema!

* Lunedice andò da Martedire a sentire se Mercoledillo avesse saputo da Giovedico se era vero che Venerdetto avesse detto a Sabatace che Domenica era chiosa!

* Sprizzava allegorie da tutti i pori.

* Per tutti gli errori c’è un prezzo da pagare, per l’esattezza quanto dovrei dare?

* Dare botte da urbi et orbi e preci in faccia!

* Queste righe propedeutiche attive, spaziano confini immaginari entro i quali limiti vive la parola stessa, che più è di sé e meno è agibile. Insomma un soliloquio è attendibile?

* La differenza tra cultura e coltura è solo questione fonica!

* Ma il conte Hugo di che si cibò? Oibò!

* Caro Conte ti scrivo: ora che scientificamente hanno riesumato le tue memorie, divorati le ingiurie e non farlo con delicatezza, ti scrivo con destrezza!

* La matematica non è un’opinione, l’opinione ce l’hanno in pochi, meglio pochi ma buoni: opinioni come tuoni!

* Scrivo in rima in men che non si dica, ma soprattutto scrivo con le dita!

* Un piacere in men che non si dica non è scritto con le dita!

* Chi di dita riferisce, di dita sfiorisce!

* Amore mio se non ci fossi tu… ci sarebbe un altro tu per tu!

* Fare l’amore, fare l’amore… non mi vengono tranquille parole, rischio la prole!

* Non c’è bisogno di avere fretta nelle cose, viviamo solo di prose! o pose?

* Scrivere è un po’ come il cane che si morde la coda, gira chi ti rigira ti vedi sempre il culo, magari poi lo mostri alla gente… deretano non mente!

* Scrivo per diletto, odio la lettura, recito per calura o positura?

* Ti sposo, lo giuro! Sono il mio abiuro?

* Io sono il cinema, tutto il resto è “Vietato Fumare”… non dalla galleria ma dal plateale.

* Ai posteri l’ardua sentenza ed ai rimanenti l’ultima scemenza.

* Che tempo fa oggi? dici guardando attorno, sapendo che fa un tempo ogni giorno! Togli il medico di torno!

* L’incertezza è qualcosa che ti piglia, la certezza è qualcosa che ti sveglia, la pochezza nel parapiglia!

* In men che non si dica… Ma è già finita?

* Quando il bello deve ancora venire è il tempo restante a lenire!

* Se ne vanno sempre i migliori e per chi resta son dolori (senti che odori)!

* L’ultima riga è dedicata a chi legge: dimentica tutto o fai parte del gregge!

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Copiosamente t’amo


(Sembra un paradosso, ma è minimale l’amore copioso)

T’amo gallina mia. E t’amo perché mi fai le uova fresche tutti i giorni. Tutta frescura. Canti perché far le uova è doloroso ed impegnativo, e le tue evoluzioni, i tuoi gorgheggi sono pura sopraffazione alle mie orecchie. Questi miei padiglioni sono prensili ai tuoi inviti, ai tuoi umili precetti, alle tue inenarrabili calure, perché io copiosamente t’amo di sangue. Nel vaniloquio di quel che non ti voglio dire ma vorrei, o nell’essenza di ciò che qui mormoro, in questo rimbrotto, in questa afasia, cerco e trovo lo sdilinquimento dell’amoreggiar.

Te lo servo freddo, come quegli antipasti primaverili che sembrano dare refrigerio accompagnati da un frizzantino secco, che mesce acquolina e gola. E ti piovo dentro, pasto. E tu sei fuori di me, quasi per me. Sei materia fuori, sei maneggevole, intesa intera, ma ti farei a pezzetti per farti parte mia a spizzichi e bocconi. Cos’è l’amore? Pasto, trangugio, opulenza, pancia, è essere obesi al dunque che siamo. Arrivarci è un attimo. Arrivare oltre le calze al dunque e distinguerci uno alla volta assieme. E’ fame!

Abbiamo bisogno del sopravvento in una cospirazione alterna. Volere di più è pretendere il minimo. Un cuore oligarchico. Sembra un paradosso, ma è minimale l’amore copioso. E’ anche da soli. Anzi, è soprattutto soli. Difatti siamo in solitudine l’altrui. Quando lo hai lo desideri, quando se ne va lo ami. Ami la mancanza.

Con comunicazione, quasi essa sia il tramite tra il dire ed il fare, in cui quest’ultimo è impossibilitato. Ecco! Quando sei là ti farei, quando ci sei sei fatta! Ma non chiedo troppo, sono permissivo e mi prendo la briga di… Gallina mia, le tue piume. Gallina, quelle piume nelle mie imbottiture, pizzichevoli nel naso come prolungamento, prolungamento. Sotto sta lo stupore di una bocca inebetita che si conta i denti perché sono ossa visibili all’amore, allo spolpamento della materia linguistica. Sono l’accidenti dei pretendenti, dove il morso sta. E’ incisivo, di buona lena lavora. Accenno, in dolce pressa. Vuoi di più? Vuoi oltremodo?

Vuoi il brodo di un vizio proselito? Allora cerca più vicino, qui la distanza non ha più forma se non le altre. E le altre sono i vizi. Mi ritocca guardarti, capire le ragioni del troppo facile, del “è così”, del “non potrebbe essere diversamente” e si ricade nella cronaca divorati dal banale, nell’utopistica forma della ragion propria, dove l’esclusiva è forviante. La sensazione… ma ne ho già parlato. Sai cos’è l’amore? E’ ciò che non ti viene in mente perché c’è solo dell’altro, quindi è “non osare spostarmi Gallina!”

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Ode ad Orfeo


(Sapevi forse del mio poetar dal vero?)

Qual mondo svegliasti con le tue odi? Qual parer rivisse nei tuoi leggiadri e sapienti detti? Come per mano portasti in giro eluse parole a fiorir del vento, cosicché possano essere cantate nello spirar leggero della tua anima lontana. Obliasti l’amore rincontrato, l’antico sapore del beffeggiar greve di tal parola. La obliasti saputa. Le concedesti il rinnegato piacer di viver sola e nella leggiadria di un volgar apparire. Tu, Orfeo, tu mi chiedesti mille perché nascosti, e tu sapevi vita, morir e miraculia. Sapevi forse di me qualcosa? Sapevi forse del mio poetar dal vero? Non lo affermasti, di più incitasti lo spirito a ritornar alla natività desueta di chi per lui perì iracondo. Di colui che visse cento volte tal peccato e ne infamò per altre cento con la tua morte.

Io ti urlo Orfeo, ma urlo il tuo peccato non tal nomigna. E tu lo avesti sulla croce della vita che ti finì dodici anni orsono, arrivandoti pedestre, scalza e tardiva come natura maligna. Questa è quella che cantasti in odi tanto sublimi e ricordasti al poetame dell’Untore, quanto potea mancar a loro che privi furono di qualsiasi lode. Inforcasti parole morte, con la vivacità del ripristino vitale. Sodalizzasti e creasti l’antropofaga fedeltà carnale, sconquassando all’infinito modo il tuo citar blasfemo ed il peregrinar fu dolce nel tuo mare. Il mare degli ulivi salmastri, delle ciocche d’aglio e delle ginestre palesi gialle, ove l’andar di mulattiere cocea li sassi al sol. Tu fosti vita nell’infanzia rubata, tu raccogliesti forze ostili in Careneide, ove confessasti in meglio quel che ti credesti. Tu ebbi il coraggio umano d’esser debole con beltà e non fosti che consapevole di tal virtù… “sia il debole uomo quanto meno lo sia umana sapienza”…

Urlo Orfeo, urlo parole stanche come fossero rinnegate e mie. Urlo che di mancanza sono e mi dolea l’altrui sparita vita tanto quanto gioì la mia. E l’inconsapevole incombea altrove, nell’effimero destino di colui che sa e muove. Colui che fu, che è, e che rimarrà l’eterno. Colui che chiese ed ottenne il tuo viso luminoso ad irradiar lassù. Nei confini finiti ove si raccolgono nembi di spirito ed il riviver pare eterno. Vibrerà qualcosa sulla lingua che parea inferma. Brillerà qualcosa che l’apparir rese etereo per sempre. Ma brillerà! Credimi Orfeo, credimi quaggiù ove potea il mio piede più che l’anima che volge altrove. Credimi, mai mentirei. Mi muoia per sempre la maledizione della parola che non ti dissi se non quando ormai fosti, mi muoia per sempre il sorriso schivo che donai alla tua persona e muoian per sempre i fiori che colsi nel tuo giardino, nella vita di quella pagina rimasta.

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Come tra i granelli


(Loro mi sorridono, come perline che vivono l’ilarità col riflesso della luce del sole…)

Giorni d’agosto e per l’esattezza sono trentuno. Pillole d’immenso tra le dune di miei ed altri piedi smossi in profondità. Uno scavo da sovrappeso rispetto al passaggio sul molle. Sembra che l’impronta lasciata sia più voluta dai granelli di sabbia che dallo stesso piede.

Loro sono così, si spostano nell’incredibile umiltà che ti vogliono vendere ed in quella sapiente ed arzigogolata fantasia che li possiede ti rendono la faccia e non il viso. Feticisti, adorano l’orma come segnale di passaggio, un prevaricamento della terra solo loro, in cui gli è permesso tutto perfino di essere proprietari a miliardi e nello stesso momento pure gli unici.

Io ci ho camminato sulle sabbie. In questi giorni e pure nei precedenti, negli annali scorsi e mai mi ero posto il problema dell’intrusione. Oggi mi sono svegliato così e così scrivo il mio pensiero. Come tra i granelli mi muovo e come tra essi, scegliendo dove poggiare, smuovo i soliti e pure quelli più distanti, come un elastico che, pur tirandone una sola parte, ne stiri tutta l’anima. Incredibile! Loro mi sorridono, come perline che vivono l’ilarità col riflesso della luce del sole che, giorno dopo giorno, ora dopo ora, li arrostisce, creandogli quelle sfumature colorite di crema, nocciola a tratti becco d’oca variegato al fiordilatte e gelaterie infinite. Mi fermo in un punto tra loro ed il mare che continua a piangere ed a mormorare quanta inquietudine lo attraversi onda dopo onda e mi genufletto perché ho qualcosa da dire. Da scrivere. Perché anche lì, non mi smentisco e divento intimo così, come per dire (dicendo e facendo) con l’indice puntato… “Ho vissuto più di una vita in te e con te. Ti ringrazio di essere anche oggi il mio foglio che più spesso mi mancherà.

E’ tempo di vacanze tutti partono e tutti ritornano appresso a te, non ti vogliono dimenticare perché una bella donna che ti ha fatto soffrire ti ha fatto pure vivere e non si dimentica mai. Quanta terra bagnata sei, lì alla riva del tuo sorriso terso. Quanta voglia di cancellare le impronte di gabbiano, le orme da refrigerio, i segni del destino chessò… di un tronco alla deriva, di una bottiglia maldestra che torna e ritorna, quasi conoscesse la fida strada da cui era arrivata, magari attenta ad essere raccolta e riportata al largo per poi tornare ancora ed ancora, per sempre, come per sempre tu sarai tale, pieno della vita che non t’appartiene ma mai così vissuta.

Noi ci danniamo, soprattutto io, credendoti arrivabile che d’estate, ma tu, clessidra mia infinita, tu mi ricordi quanto io sia la parte infinitesimale del granello che ti dà sembianza, forma e prospetto adulativo…”

Per sempre… shhhhhh… shhhhh!!! Io rosa nello strepitoso mutismo dei miei petali.

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Un abito foresto


(… se ci fu nascita, comunque non ci fu ragione di vita …)

Datemi (anzi mi prendo) un panno altrui, un abito che non mi calzi a pennello se non per fato, un abito che non m’appartenga, insomma un abito foresto. Oggi vorrei essere l’altrui me stesso e vivere di remore estive, esautorando sia l’una che l’altra persona da ogni impiccio post-moralista. Voglio vivere una giornata estiva come oggi in maniera reciproca con la mia scrittura, essendo quello là ma appartenendo a sto qua. Mi calzo deciso e sfrontato, sfrenando un’inibizione molto consona e, pur non trovando l’agio rosso, quasi purpureo, provo a dare una smossa decisa a questi due personaggi in uno.

Viva chi lascia vivere e così fu… in tutto si ebbe la sensazione dell’indecisione costante, ma poco a poco il sogno prese il sopravvento e lo stanziale si lasciò andare repentino. Ci parve di vivere rilassati al punto che le mani cominciarono a menare una faccia attonita per creare uno stato di appartenenza assai più reale, quasi non esistesse che lì. Il tribolìo scomparve, anzi sicuramente mai nacque, se ci fu nascita, comunque non ci fu ragione di vita e così via. I piaceri dell’acqua genuina cominciarono a sentirsi su tutto il corpo che non biasimava il piacere che viveva, anzi la simbiosi decisa fu la goccia che fece traboccare il vaso. E quest’ultimo non solo traboccò ma addirittura si ruppe in mille cocci dandosi la forma più sparpagliata di una fragile passione decisa.

Corpi in collisione erotica-eroica, con bramosie tipiche di chi decide il possesso come l’ultima cosa, come l’attimo fuggente, ossia tutto e subito sennò può non ricapitare. Un mangiarsi muscolare, uno scivolìo nei gorghi dell’abisso voluttuoso, in modo che il sogno abbia un’idea d’appartenenza terrena, consolidativa, una cosa da prendere il giorno dopo e da raccontare attraverso visioni contemporanee di immagini fatue ma propositive. I due, tre corpi (più due che tre, forse) largheggiavano occhiate riassuntive di parole spicce, quasi volgari se per volgari si intendono cose assai piacevoli (tutti sappiamo che il volgare ed il piacere è una questione di metodo, di tempo) e se per cose assai piacevoli si intendono le nostre lì, al punto giusto (il famoso punto G…ossia Giusto) nel dolce angolo sognatore non dei miei panni ma dei tuoi-miei o viceversa, il non capire questo mescolìo, questa mescita, l’amalgamo e…

Viva chi lascia vivere dicevo, e così fu nell’attimo stesso in cui tornai alla realtà che mi propinò le solite, quotidiane ed affini poesie da strapazzo, come un incubo reale, forse.

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Il Mondo nel nostro mondo


(La nostra palla di vetro sì, così greve, così grave, onerosa, perfino faticosa che due coglioni appesantiti arrossiscono al suo cospetto)

E non sarà mica vero che le cose stanno come stanno! Non è il caso, e non è neppure il coso. Son tutti svirgolamenti, cose su cose, accatastamenti, lezioni per imparare, lezioni per migliorare la parte peggiore di noi. Le cose non staranno mai come dovrebbero stare, sono animazioni penitenti e quindi, girovaganti sfiorano i perimetri della giustezza, dell’ovvio, della semplicità umanica (proprio umanica), ma s’imballano, s’impennano e travalicano. Si spostano repentine, senza riluttanza, con la decisione in fronte, abile manipolatrice dei condizionamenti ambiziosi, astratti e lodevoli. Movenze libere le cose che stanno, allungano artigliose frange e legano il posto a piacimento. Basta che sia solo sosta. Non ci deve essere fermata che sia.

Libertà come parola chiave, l’unica al posto giusto, nell’ubicazione consona che prevale nell’armonia del circondario. Le cose insomma, queste anime al travaglio, queste strade nel dissesto di un’organizzazione umana. Il rifiuto di non vivere che solo il momento, di cogliere l’attimo e di rivoltarlo come un calzino. Provate a metterle alla prova, provate ad essere ancor più circensi! Fate che le medesime possano essere sempre alla vostra portata, lì nel posto giusto al momento giusto, caramellate, edulcorate o come vi pare e vi pare e vi pare. La pietanza è pronta insomma. Vi riuscirà assai improbo, o pena uno sconvolgimento totale di ciò che ci hanno imparato a chiamare vita. La nostra palla di vetro sì, così greve, così grave, onerosa, perfino faticosa che due coglioni appesantiti arrossiscono al suo cospetto.

Parliamo di libertà quando noi siamo i primi a schiavizzare ad essere schiavi. Parliamo a vanvera e questo non ci è permesso fino quando la cosa non viene scritta. Allora scritto a vanvera va bene perché la scrittura implica una rilettura. Dicevamo schiavi, martiri, di che? Vogliamo risapere di che? Dei suoni per dire, e per non dire, di tutto quello che ci passa per sta bussola chiamata testa (ho perso la bussola, anzi l’orientamento, o il tempo?) compiendo un tragitto voluto.

Noi non siamo uomini siamo il suono degli uomini chessò, ominidi, umani? (Repetita iuvant: l’uomo quando imita la bestia allora assomiglia all’uomo). Noi siamo il loro succedaneo travaglio, ossia il nostro mondo nel mondo, come uno specchio che traspare l’appannata figura di come le cose dovrebbero crescere ed essere e in realtà non sono, vivendo un limite dove pure la guerra non ci fa più paura perché accade sempre più in là del nostro punto di vista assai più distante e devastante.

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Non fissiamoci!


(…mani continuative che slabbrano fuori con le spine delle dita aperte…)

Se monologando io…

La solita vita, indecisa, mi trattiene tra le sue mani mentre il sole fuori applaude contenuti pieni. Raggi perpendicolari rosicano piaceri alla pelle, un velo di madore apre la breccia tra il dubbio di un giorno estivo, e la certezza di un tempo a spiovere. Cos’è che c’incatena veramente a tutte queste facce uguali?

Il volto, il desio, l’uomo, l’ondivago, il lieto fine in cui la permanenza sta due misure oltre il consentito. Siamo maglioni cuciti a maglia larga, braccia a tre quarti, mani continuative che slabbrano fuori con le spine delle dita aperte, protese, mai retrattili, mai indugianti. Acuminate e passionali, come tutti gli aghi che ci hanno cucito addosso queste forme imperfette usciamo dal maglione con le nostre spigolature delle teste quadrate dei famosi porcospini già citati di tutti gli angoli dei gomiti.

Stiamo sulle punte, viviamo sulle punte e siamo convinti che il nostro mondo non sia rotondo. Gli altri hanno tutto il mondo che gli pare ma noi viviamo imperterriti nel nostro, fragile e leggero, fatto di gocce di cristallo verso l’alto, ossia sottosopra, rivoltato e rivoltante come non mai. Le nostre maglie invece sono sincere come mai e lasciano a me il tempo di trovare le sole “cose” di cui siamo fieri: accade così che percorriamo l’amore come una missione da destinare, da portare a termine tra le pieghe delle mani.

I maglioni sono rivoltati e aspetto l’avvenire come dolce trovare che non aspetta, ma va, avanti inesorabilmente… Sembra tutto logico e compunto ma tra un punto e una virgola quante tenerezze! A proposito mi dimentico di qualcosa che mi appartiene, sono gocce serene senza sale; con portamento le commento, quel che esplode tra le costole di una mamma.

Pervengo a una scelta difficile il tutto o il niente perché, sempre ottimista incontro la divisa della realtà: fosse quello che mi opprime non starei a fantasticare mondi possibili mentre l’impossibile mi ha sempre entusiasmato, chissà perché. Veloce, veloce mi appartengo, mi dissuado, mi dissolvo e, quando mi volto, continuo a trovare escrementi impossibili. La luce è solo una parodia della vita mia, la maglia quella che manca per chiudere il braccialetto. Spesso con le stelle abbiamo di fronte piccole luci, ma non fissiamoci.

Riflettiamo gli splendori e tutti i pani saranno al vino, tutte le cose saranno comuni come ogni proverbio rivolto, risvolto e raccolto tra le maglie di un tempo maglione. La luce della luna è lenzuolo. Dalla finestra aperta il mondo è parodico e qualcuno ulula alle stelle le sue stalle. Imitando l’animale l’uomo è veramente uomo.

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Non mi dire


(il tempo sta sempre là (lo vedi?), sulla montagna)

Non mi dire che mi hai chiamato? Non me lo dire, per piacere! Non voglio sentire sempre di queste storie, sbattute, rivoltate, levigate dal solito maglio che squilla schizzando sulle scintille dell’incandescente discorso. Non voglio la prosopopea infinita, che si chiama astrusa in tal senso perché muove il corpo, senza capo né coda, nel tentativo di parere perfino sinuosa.

Non mi dire che mi hai pensato? Mi allaccio ai sentimenti di colpo, fingendo di essere scorsoio del mio cappio, ma in più languida realtà, sono il vuoto dello stesso che dichiara palesemente guerra all’aria residua, chiudendosi ora adagio, ora di colpo.

La stramazza l’aria?, Magari! Invece il cappio gioca spesso, misurandosi con la costrizione per cui è nato, e altrettanto spesso, si centellina, si presta a dovere, si risparmia regalandoti secondi infinitamente tanto preziosi quanto tenacemente, sentitamente, torbidamente unici. Eppure lo sai che sono gli ultimi, da lì a poco sono un’unità preziosa, ma mai come in quel momento vorresti volassero altrove, in un luogo dove con te possono fermare il tempo che rotola inclemente.

Come sono le condizioni? Citando, direi, atmosferiche, comunque e sempre meteorologiche. Il tempo dicevo, sta sempre là (lo vedi?) sulla montagna, vicino al baratro, lungo il precipizio, oppure sta sul divano, lungo le passamanerie, nel ciglio imbottito, sul filo dell’angolo, sempre inerme e beatamente dondolante pronto a cadere, sprofondando la sotto e creando tutte le sensazioni del sottosopra. Vive in bilico e, come Damocle accetta il verdetto, o come Godot si fa aspettare. Ma tu non reagisci e non t’incazzi perché lo sai benissimo che non te la puoi prendere con il tempo, perché nessuno mai come te ora ha bisogno di lui.

Quando si ha bisogno di tempo si cade sempre nell’esistenziale pensar breve. Tutto è refrattario e cincischia intorno. La memoria decidua non sovviene, scalza, s’impenna diventa sogno e pare sempre mancare di chissà che. Lei disconosce il senso (la memoria) della vita, la vive di rimembranze, di accaduto, di dejà-vu e, smarritasi di sé (ma per te) ti costringe alla sensazione di afflitto, stordito di “Ohimè!”, di stupori  vaporosi, indimenticati.

Ti dicevo, non mi dire appunto (mi hai cinto il cor) e, come hai potuto leggere non l’ho fatto a caso (anche se pare che ormai il fato sia l’unica via di fuga) ma aprendo, con mosse liberatorie, entrambe le mani e poggiandole alle orecchie del mio corpo. Noi siamo sempre una via di fuga penitente, che sbuccia le ginocchia per nascondere il maldestro tentativo di aprirsi un varco altrove, in un punto di riferimento troppo alto che impone le sue forme lontane ancora più evidentemente alla tua genuflessione. Siamo anelli nelle mani, abbiamo da anni un significato scritto sotto che tutti immaginano e nessuno conosce meglio di noi, sempre più spampanati là contro la retorica di un abbraccio scorsoio e col sapone.

Simone Belloni Pasquinelli

Divagando – Amore nell’amore con amore sopra


Avviamo una serie di interventi a cavallo fra prosa e poesia, possiamo definirli prosa poetica o, se preferite, poesie in prosa. Sono di un mia carissimo e misterioso amico, una persona speciale, storico attento e raffinato delle competizioni di pesca in apnea, che ora scopro anche anima sensibile e scrittore sopraffino.


DIVAGANDO

“Per me la poesia non esiste. Esiste semmai un interlocutore che la giudica in tal senso.”
Simone Belloni Pasquinelli


Amore nell’amore con amore sopra

(… una riverenza spasmodica che sapeva d’infinita arsura)

Il troppo non stroppia, anzi scricchiola pesante! Fu così che l’amore ci fece paura per sempre.

L’amore col suo modo di fare pervicace ed intraprendente, sinonimo di lotta perenne sui cuori sommati e caduti, fragili come non mai, sulle rovine di un pensiero che brulica e fomenta. Fu così che capimmo d’essere lontani da tutto, con a fronte un paesaggio fatto di miraggi insormontabili che ci proponevano i monti dei dubbi, o le oasi del piacere effimero. Tutti vi potevano bere, tutti potevano pensare con la bocca protesa atta ad una riverenza spasmodica che sapeva d’infinita arsura. L’acqua, come la finzione dell’essere bagnata, si crede potabile in tutte le situazioni ma soprattutto in quelle che ne risaltano la sua scarsità.

Ecco l’amore che piomba. Arriva nello stomaco e sale, a manciate, perfino buttato troppo in una pasta che, che, che scondisce nel rallegrarsi di avere un gusto eccessivo.

Ecco l’amore sdolcinato. Quello della carie, quello che solo un dentista (neanche troppo affermato) conosce e tenta di curare col tentennamento di una Curette o di un Trapano, il quale arriva  a martellarti sul cuore del dente ma nel cuore stesso. Si sente laggiù che rimbomba, che scalpita e trasmette… ma non è lì.

Ecco l’amore e la sua ubiquità. Amore come parola di Dio, amore come solo quello. L’amore sta per caso, nella stessa maniera in cui spesso capita presentandosi. Sta lì ma è là. Lo si vede ma lo si cerca altrove come con coscienza. Dunque è vederlo ma cercarlo altrove, quindi è sentirlo ma ascoltarlo più in là, è stringerlo ma tenerlo distante. E’ sostanza ma non appartenenza.

C’è finzione e c’è teatro, ossia attori che recitano una parte che è la realizzazione della stessa opera magari, spesso, mai esistita. Allora si creano le somme (non si tirano assolutamente). Ci si rimpingua d’amore e ci se ne mette un po’ dappertutto creando un sortilegio lepido che non ci sveli la realtà delle cose, ossia: amore nell’amore con amore sopra. Se non stesse bene sopra lo si può mettere pure a lato o in qualsiasi posizione si voglia per la nostra certezza.

L’amore non corrisponde mai. Tiene banco e si presta, ma non cede perché non è figlio di niente (forse un po’ di prostituta perché si fa sfruttare… ma credo di no!) e non deve rendere conto per ciò che non è. Sta al gioco come ogni conchiglia che accetta d’essere casa del paguro che la sceglie, prima d’essere di nuovo conchiglia e di nuovo casa per il successivo.

Qualcuno (io stesso, per dire) potrebbe obbiettare sulla reciprocità e il corrisposto e creerebbe un’ulteriore senso di libertà, ossia farebbe il gioco della somma che due più due fa quattro fingendo di non saper che in amore invece si divide tutto!

Simone Belloni Pasquinelli

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