Archivio mensile:aprile 2013

A come… Alpinismo!


Eccovi un altro mio vecchio articolo sull’Alpinismo. Un passo verso la fine andrebbe parzialmente rivisto, ma preferisco lasciarlo così come l’avevo scritto allora: 1988.


A come… Alpinismo

Colle del Gigante (Monte Bianco), anno 1978, il naturalista ginevrino Horace-Bénédict de Saussure scrive: <<Queste cime hanno voluto cercare di lasciare in noi un senso di rimpianto, abbiamo avuto una sera semplicemente stupenda: tutte le vette che ci circondano e la neve che le separa erano colorate delle più belle sfumature del rosa e del porpora, l’orizzonte verso l’Italia era limitato da una enorme cintura rossa dalla quale la luna piena è sorta con la maestà di una regina. L’anima si eleva, l’orizzonte dello spirito sembra allargarsi, e, in mezzo a questo maestoso silenzio, sembra di sentire la voce della Natura, di diventare i confidenti dei suoi più riposti segreti>>.

I motivi che inducono l’illustre professore a salire sull’alpe sono, come lui stesso afferma, esclusivamente scientifici, tuttavia non gli è possibile restare indifferente d’innanzi a simili paesaggi e le sue parole sfuggono alla ristrettezza del linguaggio scientifico per allargarsi in quello letterario. Di conseguenza le sue relazioni, pubblicate in gran parte dell’Europa, non possono passare inosservate, tanto più che, leggendole, ci si sente coinvolti e sembra di provare le stesse intense emozioni in esse descritte.

Oltre alla conoscenza delle Alpi, si diffonde anche la passione per la montagna, anche se per molti anni ancora l’unica motivazione che possa giustificare un’ascensione d’alta montagna è quella scientifica: <<Per chi non è spinto da motivi scientifici è pura follia affrontare le sofferenze e i pericoli di un’ascensione ben al di sopra della linea del gelo eterno>> (H. D. Inglis, 1833). Nel frattempo, però, avviene un importante mutamento ideologico: decade la fede assoluta nella ragione, incrinata dal suo stesso estremismo materialistico, e subentra l’esaltazione del sentimento.

La decadenza del razionalismo e la diffusione dell’ideale romantico portano ad un cambiamento del modo di concepire l’andar per monti e, grazie anche al superamento di molti preconcetti avvenuto a seguito dell’attività svolta dagli Illuministi, si diffonde un diverso atteggiamento mentale: <<Il silenzio di questi luoghi dove nulla vive, dove non può arrivare il chiasso del mondo abitato, contribuisce a rendere le meditazioni più profonde, a dar loro quella tinta cupa, quel carattere sublime che esse acquistano quando l’anima plana sull’abisso del tempo>> (R. de Carbonnieres). È la nascita d’una nuova e ben individuata attività.

Molto probabilmente è a questo punto che viene coniata la parola Alpinismo, la cui formazione avviene partendo dalla parola alpino, dal latino Alpinus  “della montagna, che si riferisce alla montagna”, e aggiungendovi il suffisso –ismo, indicante un movimento, un’ideologia, un atteggiamento o una disposizione dell’animo.

Al momento la nuova disciplina è praticata quasi esclusivamente da scienziati e filosofi, ossia dai principali artefici del Romanticismo. Pertanto l’Alpinismo viene inevitabilmente concepito come particolare disposizione dell’animo volta alla ricerca dell’intimo colloquio con la natura alpina, con la montagna. Presto, però, la pratica alpinistica acquista una discreta notorietà e, pur restando nell’ambito di un ristretto ceto sociale, si diffonde anche al di fuori del contesto culturale, acquistando un significato meno idealistico: svago, divertimento, interessante e… snobistica attività.

A seguito del nuovo atteggiamento la montagna non è più “il fine” ma soltanto un mezzo che consente il raggiungimento del massimo piacere personale. L’alpinismo, di conseguenza, inizia a differenziarsi in più livelli tecnico-concettuali: c’è che si accontenta di girovagare per valli e convalli, chi sale fino ai ghiacciai, e chi si spinge fin sulle più alte vette; c’è chi si limita a ripercorrere quanto da altri già fatto e chi, invece, si dedica esclusivamente all’esplorazione di nuove zone e ala salita dei monti ancora inviolati.

Presto tutte le principali cime delle Alpi sono raggiunte, mentre il numero degli alpinisti è in continuo aumento. La ricerca di nuove mete conduce alla considerazione delle cime minori, delle creste secondarie, delle pareti, nel cui superamento s’incontrano pericoli e si sopportano sacrifici sempre più gravosi e numerosi. In poco tempo si forma e si diffonde l’idea della “lotta con l’alpe”: <<Trasferite la vostra febbre nelle Alpi, voi che avete lo spirito ammalato; salite, torturate le vostre membra, lottate fra le vette, gustate il pericolo, il sudore, trovate il riposo; imparate a scoprire senza amarezza che la fatica feroce è una presa di contatto con la più splendida delle visioni e che il riposo è la più bella delle ricompense. Volete sapere che cosa significa sperare e avere tutte le speranze a portata di mano? Affrontate le rocce là dove il pendio è tale che ogni passo dimostri quello che siete e quello che potete diventare>> (G. Meredith); <<Io credetti e credo la lotta coll’Alpi utile come il lavoro, nobile come un arte, bella come una fede>> (G. Rey).

Da questo momento l’alpinismo è e dev’essere conquista, pertanto la sua esemplificazione pratica è data solo è soltanto dalla scalata: <<Il vero alpinista è l’uomo che tenta nuove ascensioni>> (A. F. Mummery).

L’uso, per universale diffusione, e l’abuso, per ovvi interessi personali e commerciali, del tropo[1] “alpinismo uguale arrampicata”, fanno si che anche dopo la decadenza dell’idea di “lotta con l’alpe” e, quindi, dell’alpinismo di conquista, esso (il tropo) si possa mantenere invariato, perpetuandosi fino ai nostri giorni. Oggi, però, s’arrampica per ogni dove: sui sassi d’una cava, sulle scogliere marine, sui muri delle case, su strutture artificiali appositamente create. L’arrampicata non è più soltanto sport alpino, ma può anche essere fine a sé stessa (l’arrampicata per l’arrampicata), indipendente in luogo come in forma (con la stessa visione si può arrampicare anche sulle montagne), l’una, quindi, non è più sinonimo dell’altro, indissolubilmente legato alla montagna: nasce l’esigenza di rivedere il concetto di Alpinismo.

Ancora non si è sopravvenuti a una soluzione univoca e convivono, più o meno pacificamente, diverse opinioni. È però possibile individuare una corrente di pensiero che, seppur ancora debole, potrebbe risultare risolutiva: quella filosofica. Infatti se le limitazioni oggettive (tipo di attività, livello delle difficoltà, parametri morfologici o altimetrici, eccetera) sono tutte decisamente opinabili, il carattere soggettivo (rapporto mentale) è, al contrario, inopinabile: se l’ente alpinismo è diveniente e mutevole, l’idea Alpinismo è immutabile ed eterna.

Ecco quindi che l’Alpinismo non può essere inteso come un determinato modo di “andare in montagna”, ma dev’essere inteso come un particolare modo di “pensare” la montagna: l’Alpinismo è e dev’essere passione, rispetto e comunione con la montagna; l’Alpinismo è… vivere con la Montagna, per la Montagna, dentro la Montagna; ogni altra specificazione appare superflua.

<<Un uomo può amare la scalata ed infischiarsene dei paesaggi di montagna; può essere appassionato per le bellezze della natura ed odiare la scalata; ma può anche provare in egual misura entrambi i sentimenti. Si può senz’altro presumere che coloro i quali più si sentono attirati dalle montagne, e con maggior costanza tornano ai loro splendori, sono proprio quelli che in gran misura fruiscono di queste due fonti di godimento e possono abbinare la fantasia e la gioia d’uno sport magnifico, con l’indefinibile diletto che deriva dall’incanto delle forme, dalle tonalità, dal colore delle imponenti catene montuose>> (A. F. Mummery).

P.S.

Chi è l’alpinista? Alpinista è colui che intende l’Alpinismo come spazio, non come dimensione.


[1] Termine tecnico della retorica indicante un trasferimento semantico, un’estensione del significato di una parola.

Poesie di gioventù: I love you, you love me.


I love you,
Io amo te,
questa è la prima verità,
questa è la mia gioia,
la mia e la tua felicità.

You love me,
tu ami me,
questa è la seconda verità,
questa è la tua gioia,
La mia e la tua felicità.

I love you, you love me,
il nostro felice amore,
il nostro gioioso vivere insieme,
questo è quello che abbiamo,
questo è quello che vogliamo
continuare ad avere.

Amore, io dico a te;
amore, tu dici a me,
ci comunichiamo quello che sentiamo,
insieme felici momenti passiamo.

I love you,
you love me.

Emanuele Cinelli, 26 marzo 1974

Cani al guinzaglio


Una legge impone che i cani vadan tenuti al guinzaglio. Giusto! E le leggi vanno osservate.

Quand’ero ragazzo vedevo per strada molti cani senza guinzaglio: ci si conosceva. Il più delle volte si passava indifferenti l’un l’altro, ognuno per i propri affari. Raramente si sentiva che avessero morso qualcuno. Non più di ora. Ma allora, perché della legge? Ce n’era davvero bisogno?

Penso che la legge sia dovuta a un cambio di mentalità: si sente oggi un maggior bisogno di prevenzione (e protezione – chiamata anche subdolamente sicurezza).

Non la penso così: per prima cosa  mi sembra prevenzione eccessiva, un fasciarsi la testa senza comprovato motivo… e dunque ci sento odor di pretesto, di alibi per nasconder dell’altro. In secondo luogo, proprio la legge ha creato, fatto reale, o ingrandito una paura che prima non c’era o non era nella misura con cui ora la si spaccia per vera: la paura generalizzata per i cani: «Stai lontano da quella ringhiera, è un cane cattivo, ti morde!»

Con le paure immotivate si cresce in malafede, nel sospetto, nel pregiudizio, nel non-rispetto, sempre sulla difensiva, pronti a reagire, non si impara a convivere a relazionarsi, a trovare un modo di convivenza; e ci si fa l’abitudine, diventa un atteggiamento ritenuto normale, diventa pian piano una norma. E d’altro canto, non si impara a difendersi, quando davvero bisogna.

Così è anche l’atteggiamento verso la nudità: definita per legge come “oscena”, offensiva della decenza, è facile si alzino da soli scudi e steccati, recinzioni, ghetti di pensiero e reali, guinzagli. Come se il corpo nudo fosse di per sé sinonimo di minaccia, di intenzioni malevole, un contagio immorale, un’offesa diretta, una mancanza di rispetto. Come se noi nudisti fossimo per definizioni pronti e propensi allo stupro, all’aggressione sessuale, alla violenza, agli ultimi oltraggi.

Al contrario, da nudi abbiamo imparato un maggiore rispetto per le persone; non ci importa di avere o vedere flaccide pliche di pelle attorno alla pancia, seni cascanti o altri vari “inestetismi” normalmente celati. Ci siamo dati una regolata: “un posto per ogni cosa, ogni cosa al suo posto”. Disvestiti degli abiti di stoffa, sono svaniti anche molti pregiudizi, forme-pensiero, schematismi concettuali, abiti mentali, tradizioni, abitudini. E le abitudini, fortunatamente, si posson cambiare. E anche le leggi.

Abito, abitare, abitudine hanno una medesima origine: derivano dal verbo avere (habere in latino): un avere talmente radicato e quasi connaturato da mutarci anche nell’essere, un tratto esteriore che dice agli altri di noi, un costume sociale, un guinzaglio che ci allacciamo da soli per poter camminare tranquilli per strada. E quasi quasi ne siamo persino contenti, e crediamo che sia forse più giusto così e giungiamo persino a sospettare di noi: non si sa mai, colti da un raptus potremmo morder qualcuno…

FB page: closed for… censored


fb_censored1Per la terza volta la pagina Mondo Nudo si vede censurare qualcosa da Facebook per una violazione delle regole che invero non c’è stata.

Cuoco Nudo

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La prima volta non si è capito bene cosa fosse stato censurato, probabilmente la foto del cuoco nudo pubblicata qui a lato, e se così fosse ammettiamo che qualcosa c’era che non fosse nelle regole, ma ci voleva comunque la lente d’ingrandimento per notarlo.

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Bananta da Facebook 8-O.

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La seconda volta una foto (visibile qui a sinistra) dove la nudità può ben essere solo apparente: nulla può impedire di pensare che ci sia un costume a coprire le parti che Facebook considera non pubblicabili, di fatto nascoste dalle foglie.

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Questa terza e ultima volta il blocco è stato provocato da una semplice frase scitta a presentazione di un articolo, trovato su un sito nudista venezuelano, che riportava le positive opinioni di alcuni giovani nudisti venezuelani: “Ecco cosa pensano i giovani venezuelani del nudismo…. bellissimo!”. Proprio non si riesce a comprendere cosa qui possa aver provocato la censura, forse la combinazione del termine “giovani” con il termine “nudisti”? Bah, semplicemente paradossale!

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Se c’è dietro un software di controllo automatico del materiale postato, cosa improbabile perchè questo avrebbe agito nel momento stesso della pubblicazione e non dopo un giorno (primo e terzo caso) o dopo diversi mesi (secondo caso), trattasi di un software decisamente bacato.

Se invece c’è dietro una segnalazione o  intervento manuale operato da qualche moderatore è chiaro che si tratti di qualche mente fortemente malata o di qualcuno che vuole volutamente danneggiare il nostro blog.

In ogni caso è da ribadire l’errore di fondo del sistema Facebook, un sistema al quale Mondo Nudo non vuole più apportare pubblicità gratuita, pertanto ogni collegamento a Facebook è stato rimosso da questo blog. Non è, altresì, nostra intenzione lasciare i nostri materiali in mano a chi non si preoccupa di verificare con accuratezza le cose, non segnala con chiarezza quali siano le eventuali regole violate, censura materiale che non viola nessuna regola e non da modo alle persone di interfacciarsi con il sistema per evitare rimozioni inopportune e sbagliate, di conseguenza la pagina Facebook di Mondo Nudo verrà quanto prima svuotata, lasciandovi solo l’immagine che apre questa nota.

Ero moderatore e amministratore di siti e forum ancor prima che Facebook diventasse una semplice idea nella mente di qualcuno, ho fatto il moderatore per tanti anni, e mai, dico mai, ho visto o attuato o supportato simili politiche amministrative. Mi sento insultato da queste azioni censorie senza senso e totalmente ingiustificate!

Liberi tutti di fare quello che vogliono, Mondo Nudo no: Mondo Nudo è il blog che mette a nudo il mondo, frase che non si rifersice solo ed esclusivamente al tentativo e alla speranza di diffondere il nudismo, ma anche alla ricerca delle “magagne” sociali per metterle in evidenza e dare un piccolo contributo alla loro soluzione; Mondo Nudo, quindi, non può sottomettersi e allearsi a sistemi bacati, assurdi e iniqui.

Vacanze sul Garda


Leggi anche “Una giornata in spiaggia” e confronta!

PisenzeFinalmente sono giunte le agognate ferie estive, purtroppo anche quest’anno non potremo andare al mare. Per nostra fortuna l’abitare vicino al lago ci concede una valida e semplice alternativa rendendoci il tutto meno pesante, l’unico svantaggio è che dovremo forzatamente adeguarci alla spiaggia e ai bagni in costume: sul Garda il nudismo non è più tollerato, anzi in molti comuni si rischia anche la denuncia.

È così che, per tutto il periodo delle ferie, quasi ogni giorno scendiamo a lago. Una volta in quel di Padenghe, l’altra in quel di Manerba, un’altra a Moniga, poi a Desenzano, Gargnano, Toscolano, Malcesine, Garda, Torri, Lazise, Pacengo e via dicendo, insomma: mai lo stesso luogo, mai la stessa spiaggia, mai la stessa gente, eppure… eppure sempre le stesse imbarazzanti scene.

Seduto sulla rena, con la schiena appoggiata al muretto di cinta di una villetta, guardo incantato una famigliola di anatre. La madre sta insegnando ai piccoli a nuotare, uno a uno li ha fatti scendere in acqua e ora li sta guidando verso il largo, badando a che nessuno di loro resti indietro o perda la giusta direzione. Vicino a me un gruppo di ragazzi sta ascoltando la musica emessa da un lettore MP3: il suono è altissimo e si spande lontano lungo la spiaggia, in molti, me compreso, abbiamo chiesto ai ragazzi di abbassare il volume, ma ogni volta la stessa identica risposta: “ma che vuoi, se non ti garba allontanati”.

La giornata non è delle migliori: il temporale notturno ha reso turbolente le acque del lago, ma la temperatura ancora invita a mettersi in costume. Un gruppo di giovani ragazze si è accomodato in un praticello, stanno chiacchierando del più e del meno quando due signore passano loro davanti. Sono due signore di mezza età, i segni del tempo segnano i loro corpi, una è palesemente sovrappeso e una pancia prominente deborda dalle mutandine del costume da bagno. Due belle signore che, sicure di se stesse, camminano serene. “Ma dai! Come si fa? Che schifo!” Il commento si alza impertinente dal gruppo delle ragazze. “Ma non si vergogna a girare in costume? Dovrebbero vietare lo stare in costume a certe persone” “Ma perché non si ricopre quella ciccia informe!”

Versi di gabbiani che si rincorrono tra cielo e acqua, fruscio delle foglie smosse dal vento, sciabordio delle onde che si riversano ritmicamente sul bagnasciuga, grida gioiose di bimbi che giocano sulla spiaggia, leggerissimo il rumore di un foglio girato da una signora che sta leggendo un libro, lo stridio di una vecchia sdraio semi arrugginita che viene aperta. Sono ore che me ne sto qui, all’ombra di un bellissimo albero, osservando e ascoltando i mille rumori che riempiono l’aere mescolandosi in un’armoniosa melodia, in molti sono oggi presenti in spiaggia, intorno a me diverse persone, coppie, famiglie, gruppi di amici. Una famiglia con due bambini che giocano tranquilli è seduta a pochi metri dalla mia posizione, davanti a noi, a pochissima distanza, due giovani amanti, sdraiati l’uno sull’altro , si baciano e si accarezzano, talvolta con enfasi, talvolta con qualche gesto sfrontato, talvolta arrivando a toccarsi dove in pubblico sarebbe meglio non fare, ma alla fine sono due giovani ragazzi che si vogliono bene e, nonostante alcuni sguardi di disapprovazione, nessuno li richiama, nessuno li invita a contenersi, nemmeno i genitori dei due bimbi che giocano a pochi metri. Arriva una signora, dai lineamenti direi una tedesca, trova un posticino dove potersi fermare, deposita le proprie cose, distende l’asciugamano, si toglie i pantaloncini, poi la maglietta restando in costume, si siede e, con mossa rapida si leva il reggiseno, mai l’avesse fatto, la madre dei due bimbi, quella madre che non si risentiva dei giochi amorosi di due ragazzi, urlando come un’ossessa s’alza e minacciosa si incammina verso questa signora: “ma siamo pazzi, ma dove crede di essere, non vede che ci sono dei bimbi, si rimetta subito il reggiseno, sporcacciona”.

RomanticaAltra giornata, altra spiaggia, ancora cielo sereno, lago piatto e azzurro, un caldo smorzato da una leggera brezza. Oggi sono sceso molto presto, volevo godermi le prime ora del mattino, quando la spiaggia è ancora deserta.  Iniziano ad arrivare altre persone, un gruppo di giovani si piazza alla mia destra poco più avanti. Arriva una bella ragazza, alta, slanciata, capelli lunghi lasciati sciolti sulle spalle, pantaloncini e maglietta attillatissimi, sotto il rilievo netto del costume, si capisce che indossa un costume dalle dimensioni particolarmente ridotte. “Mazza che f…” si sente arrivare dal gruppo di ragazzi alla mia destra, mi giro verso di loro e noto che sono tutti quanti attoniti, lo sguardo fisso sulla ragazza, gli occhi dilatati riflettono chiaramente i loro pensieri: la stanno spogliando con gli occhi. “Dai bella, togliti quei vestiti e facci vedere come sei” “Si si, fatti vedere” “Ehi, se vuoi qui c’è qualcosa di duro”.

Cala il sole dietro le spalle, sulla spiaggia si allungano le ombre della sera, la temperatura improvvisamente si fa meno confortevole e le tante persone presenti iniziano a prepararsi per andarsene via. Tra queste una ragazza, che era da poco uscita dall’acqua, prima di rivestirsi deve cambiarsi il costume. Non ci sono camerini e non c’è modo di trovare un posto riparato, allora si ricorre al buon sistema dell’asciugamano: prepara le mutandine vicino a se, si arrotola l’asciugamano intono alla vita, lo fissa infilandone i bordi nella piega superiore, con movimenti lenti ed equilibrio precario inizia a sfilarsi le mutandine. Rispettoso per la privacy della ragazza mi giro per non vederla e… tutto intorno s’è fatto il silenzio, decine di visi si sono girati, decine di occhi osservano la scena, occhi sgranati di persone che maliziosamente sperano che l’asciugamano si sfili lasciando la ragazza nuda alla loro pubblica visione.

Capita, capita spesso sulle spiagge tessili che le persone notino, guardino, commentino, anche con malizia, maleducazione e perfino malvagità, il fisico degli altri piuttosto che la bellezza della natura. Da vestiti quello che risalta non è la personalità, ma il suo contenitore: il corpo!

Peccato!

P.S. Il Garda è preso solo come spunto per il discorso, invero le stesse scene si notano anche in ogni altra località turistica italiana, ad eccezione di quelle poche spiagge nudiste oggi esistenti in Italia.

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Una giornata in spiaggia


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Una giornata in spiaggiaEra una bellissima ragazza, i lineamenti mediterranei, due occhi luminosi, un viso espressivo. Seduti in riva al lago abbiamo chiacchierato a lungo, anzi, per meglio dire, lei ha chiacchierato perché io ho pronunciato solo poche frasi. Ero incantato dal suo parlare forbito, dal suo modo di sottolineare le parole con l’espressione del viso e dello sguardo.

Mi parlava del suo paese d’origine, un piccolo paesello fatto di vecchie case che davano a pico sul mare, case dai tanti vivaci colori, colori che sapevano rendere allegre anche le giornate uggiose.

Il giallo dei limoni, il blu del mare profondo, l’azzurro del cielo sereno, il verde dei boschi, il rosso dei vini, il marrone dei visi bruciati dal sole e dall’aria del mare, il rosa delicato dei bimbi che nudi giocavano sulla spiaggia.

Che bello che era giocare in totale libertà: l’aria non trovava ostacoli, il corpo non aveva impedimenti, tuffarsi nel mare senza un costume che impudentemente scivolava via, asciugarsi sulla rena senza il fastidio di un tessuto bagnato sulla pelle, il calore del minimo raggio di sole bastava a riscaldarsi dall’acqua fredda del bagno marino. La gioia di quei ricordi le si leggeva chiara sul viso, le labbra socchiuse in un lieve sorriso che, stirando le guance, dava origine a due simpatiche fossette; gli occhi spalancati con il nero intenso delle pupille che risplendeva nell’azzurro dell’iride; i lunghi capelli neri che, come una magica cornice, contornavano il profilo del viso, sui di essi il riflesso del sole che da dietro rimbalzava sulle chiare acque del lago.

Difficile è stato terminare quella bella chiacchierata, difficile è stato finire quell’indimenticabile giornata, difficile è stato lasciare quella ragazza per tornare alla mia casa, difficile, soprattutto, è stato rimettersi i distintivi del conformismo sociale: i nostri vestiti. Già, tutto il tempo di quella giornata, di quella stupenda chiacchierata l’abbiamo passato nudi, eppure di lei ricordo solo il magnifico viso, lo sguardo incantevole, le forti espressioni; ricordo il suo meraviglioso racconto fatto dei ricordi d’infanzia. Non ricordo, invece, le altre parti del corpo, non ricordo, nello specifico, come fossero i suoi seni, il suo pube, i suoi glutei, non le ricordo queste parti perché non ci ho badato, non mi interessavano.

Capita, capita spesso nel mondo nudista di non notare, di non vedere, di non ricordare il corpo degli altri: da nudi quello che conta non è il corpo ma quello che nello stesso c’è dentro: la personalità!

Sono passati alcuni anni dal quel giorno e oggi, sul Garda, nonostante sia principalmente frequentato da un turismo che viene da paesi dove la nudità non solo è possibile ma fa parte della quotidianità del popolo intero, ecco nonostante questo oggi sul Garda non è più possibile vivere esperienze così profondamente coinvolgenti, non è più possibile soffermarsi a godere liberamente del sole, dell’aria e dell’acqua, non è più possibile starsene nudi a chiacchierare, nuotare, correre, prendere il sole, vivere la giornata a contatto completo con la natura, la natura dell’uomo e la natura dell’ambiente che lo circonda.

Peccato!

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Nudisti e non nudisti: è guerra?


IMG_0836Recentemente, in ambiti non nudisti, sono stati effettuati dei sondaggi sul nudismo e, a fronte di molti che approvavano incondizionatamente la pratica nudista, si leggevano pure diversi commenti in cui l’accettazione della pratica veniva condizionata all’isolamento della stessa in apposite zone riservate e isolate.

Anche nelle recentissime proposte legislative per lo sviluppo del naturismo la tendenza è sempre quella di separare nettamente chi pratica il nudismo da chi non lo pratica.

Questa tendenza, però, oltre non tener conto che, in realtà, la maggioranza degli italiani ha manifestato non solo la disponibilità a condividere lo stesso spazio con chi pratica il nudismo, ma anche l’intenzionalità a farsi nudista qualora si dovesse chiarire la posizione legislativa in relazione al nudo pubblico, rendendolo legale non solo formalmente (di fatto la legge italiana non vieta la nudità, ne privata ne pubblica) ma anche palesemente (al momento il parere è ancora demandato ai singoli giudici e, sebbene dal 2000 a oggi tutti abbiano dato ragione al nudista, visto che in Italia le sentenze non fanno legge, permane l’incertezza, quindi il timore di finire nei guai), non tiene nemmeno conto di un problema materiale: lo spazio disponibile.

Qualche anno or sono, parlando di nudismo, un amico non nudista mi disse: “ti rendi conto che già ci vengono tolte molte spiagge per farci lidi commerciali, figurati se possiamo lasciarvi dello spazio per farci spiagge dedicate solo a voi!”

Poco dopo il presidente di un’associazione naturista, parlando dei problemi di assenza di spiagge nudiste sul lago di Garda, in pratica diede ragione al mio amico di cui sopra: “sul Garda le spiagge sono molto esigue, non possiamo chiedere che in questo poco spazio ce ne venga riservata una fetta a noi.”

L’insieme delle cose fa pensare che ci sia un timore importante tra chi non è nudista, quello che i nudisti vogliano imporre alla società l’obbligo della nudità, che i nudisti abbiano dichiarato guerra ai vestiti.

Allora: “nudisti e non nudisti: è guerra?”

Diciamo subito che no, non è guerra, almeno non per quanto riguarda i nudisti: da parte loro non c’è di sicuro una battaglia contro la società e la consuetudine tessile, tant’è che molti sono i nudisti che amano anche abbigliarsi per bene, quello che i nudisti chiedono non è l’obbligo della nudità, ma solo l’obbligo di rispettare il diritto alla nudità.

IMG_3781Bello sarebbe un mondo dove non ci fosse bisogno dei termini nudista e tessile, sono due termini senza senso: il corpo umano è dignitoso nella sua interezza, non ci sono parti dello stesso che si possano dichiarare innaturali, non ci sono parti dello stesso che debbano mettere in imbarazzo, nulla del corpo può di suo offendere.

Al mondo i luoghi, tutti i luoghi, senza distinzioni, dovrebbero essere solo luoghi, non luoghi nudisti o luoghi tessili: no spiagge nudiste, no spiagge tessili; no campeggi nudisti, no campeggi tessili; no sentieri nudisti, no sentieri tessili; solo spiagge, campeggi, sentieri; solo posti dove ognuno è libero di abbigliarsi come vuole, ivi compreso lo stare nudi che, a tutti gli effetti, è un modo di abbigliarsi, il modo più semplice, naturale, ecologico, economico e salutare.

Insomma, non ci dev’essere guerra tra nudismo e non nudismo, i nudisti accampano solo un’ovvia pretesa di rispetto, quel rispetto che sempre viene invocato a difesa di chi nudista non è, ma mai a difesa di chi nudista è: tutto qui!

Ecco, nessuna guerra del mondo nudista al mondo tessile, quello che i nudisti cercano e chiedono è solo la pacifica e rispettosa convivenza, la tranquilla e possibile condivisione degli spazi, tutto qui.

Tutto qui!

P.S.
L’idea che separare il nudismo dal non nudismo sia un’inevitabile esigenza per la sicurezza di entrambi è solo una mistificazione addotta da una parte per giustificare la propria idiosincrasia verso il corpo nudo (nudofobia, che, ricordiamolo, è un documentato e certificato disturbo mentale), dall’altra per accaparrarsi rilevanti indotti economici. In realtà, come mi faceva ben notare un amico tessile (non quello già menzionato), è proprio l’isolamento a favorire la comparsa e l’azione di esibizionisti e guardoni: “vedi Emanuele, se voi invece di cercare spazio in luoghi reconditi, di nascondervi e isolarvi, di erigere barriere, vi posizionaste vicino ai luoghi abitati, dinnanzi ad alberghi, a fianco delle spiagge tessili, in posti, insomma, dove tutti possano ben vedere quello che succede, è ceto che avreste meno visite indesiderate, certi personaggi si guarderebbero bene dal fare quello che attualmente fanno, così come già succede sulle spiagge tessili dove esibizionisti e guardoni sono da sempre pur presenti, solo che si mettono meno in evidenza, sono più contenuti nei loro atteggiamenti, devono agire con molta più attenzione”.

Lo svincolo


Svincoli, corsie d’ingresso, corsie d’uscita, questi i termini ricorrenti usati per indicare quelle strutture stradali che servono a inserirsi o a uscire da un’autostrada o da una tangenziale. Tale terminologia si rispecchia in una errata interpretazione e in un errato utilizzo di tali strutture, delle quali la stragrande maggioranza degli automobilisti al lato pratico dimostra di ignorarne totalmente le vera funzione.

Il loro vero nome, infatti, un nome che meglio ne chiarisce la funzione e la dinamica d’uso, è corsia d’accelerazione e corsia di rallentamento.

La prima serve, a chi si deve inserire nella colonna di traffico, per permettergli di aumentare la propria velocità di marcia approssimandola a quella della colonna, potendosi così inserire senza costringere detta colonna a rallentare: ci si immette nella corsia portandosi il prima possibile al limite sinistro della stessa, contemporanemante ci si allina alla corsia di marcia principale in modo da poter vedere nello specchietto retrovisore esterno sinistro se o quando c’è lo spazio adatto al nostro inserimento in corsia e, se necessario, ci si ferma all’inizio della corsia di accelerazione.

La seconda serve per permettere a chi esce dalla linea di traffico principale di spostarsi dallo stesso prima di rallentare evitando così, ancora una volta, di provocare il rallentamento della colonna che segue.

Invece cosa si vede quotidianamente?

La stragrande maggioranza degli automobilisti procede lentamente sulla corsia d’ingresso e finisce spesso col doversi fermare alla fine della stessa, azzerandosi lo spazio di accelerazione. Questo comporta che il loro ingresso nella corsia di traffico principale avviene a bassa o nulla velocità, provocando inevitabilmente il rallentamento, se non la brusca frenata, della colonna, a volte anche con la conseguenza di provocare tamponamenti.

Analogamente, moltissimi automobilisti invece di spostarsi sulla corsia di rallentamento non appena questa inizia, procedono la loro marcia sulla corsia di traffico principale, su questa rallentano e ne escono solo in prossimità dello svincolo vero e proprio, ovvero quasi ala fine della corsia di rallentamento. Le conseguenze sono pari a quelle dell’errato utilizzo della corsia di accelerazione: rallentamenti inutili della colonna di traffico principale, frenate brusche, tamponamenti.

Ma che ci vuole a capire queste semplici cose? Una volta le spiegavano alle scuole di guida, oggi non le spiegano più? O, peggio, spiegano proprio a fare come viene fatto?

Logica, coerenza e reciprocità


Talvolta, per non dire spesso, si ascoltano ragionamenti, semplici o complessi che siano, che trascendono la logica più semplice ed evidente, che mancano della necessaria reciprocità e coerenza verso le situazioni messe a confronto.

Non ho mai sentito nessuno dichiarare che siccome le banche e le gioiellerie attirano i ladri, allora bisogna proibire l’apertura di banche e di gioiellerie. Eppure ho sentito spesso affermare che siccome il nudismo attira i pervertiti allora bisogna proibire il nudismo.

Non ho mai sentito nessuno dichiarare che siccome le auto possono essere utilizzate per commettere i crimini allora bisogna smettere di produrre le auto. Eppure ho sentito spesso affermare che siccome il nudismo può essere usato per commettere atti osceni in luogo pubblico, allora bisogna proibire il nudismo.

Non ha mai sentito nessuno dichiarare che siccome attorno ai cortili delle scuole o ai parchi giochi dei giardini pubblici è facile trovare i pedofili, allora tutti gli adulti che si trovano attorno o dentro tali strutture sono dei pedofili. Eppure ho sentito spesso affermare che, siccome attorno alle spiagge nudiste capita di trovarci presunti pedofili e guardoni, allora i nudisti sono pedofili ed esibizionisti.

Molti sono coloro che, quantomeno nelle loro fantasie sessuali, ammettono e gradiscono il fare sesso con persone diverse del proprio compagno o dalla propria compagna. Eppure questi stessi affermano che è immorale mettersi nudi davanti ad altri che non siano il proprio compagno o la propria compagna, alcuni ritengono immorale già il solo mettersi nudi anche per chi, singolo o singola, non ha compagna o compagno.

Nessuno si scandalizza se nelle città ci sono, con tanto di cartelloni pubblicitari sparsi per le vie delle stesse, locali di spogliarello, sexy shop e locali dove le persone si trovano per fare esibizionismo e scambismo sessuali. Eppure molti sono coloro che si scandalizzano, richiedendone la chiusura, se si viene a sapere che in un certo luogo, anche recondito e difficile da raggiungere, si pratica il nudismo.

Se in uno spogliatoio sportivo alcune persone stanno facendo la doccia, quasi tutte sono completamente nude e una calza le mutande, nessuno va a dire a quest’una di togliersi le mutande. Eppure se nella stessa situazione ci sono più persone con le mutande e una senza, a quest’ultima viene sicuramente detto di mettersi le mutande.

Moltissimi sono i fumatori che, pur essendo scientificamente provato il danno provocato dal fumo anche sugli altri che assistono, quando si accendono una sigaretta o un sigaro non si preoccupano del luogo in cui si trovano e delle persone che li circondano e pochi i non fumatori che se ne lamentano. Eppure molti ritengono che il nudismo, di cui è scientificamente provata la salubrità ed è evidente che sugli osservatori non provoca danni materiali ma al massimo imbarazzo, si debba praticare solo in luoghi ad esso specificatamente deputati e, se non sono luoghi recintati e mascherati, solo se attorno non ci sono altre persone.

Nessuno si preoccupa di specificare con l’aggettivo tessile una spiaggia su cui si può stare solo con il costume indossato. Eppure tutti specificano con l’aggettivo nudista una spiaggia dove si può stare senza costume.

Non ho mai sentito nessuno affermare che in una spiaggia nudista ci si sta solo da nudi. Eppure molti affermano che su una spiaggia non nudista ci si sta solo vestiti.

Nessuno si fa problemi a camminare lungo una spiaggia nudista tenendo indosso il costume. Eppure si fanno problemi se un nudista, camminando lungo la spiaggia, esce di qualche metro dall’area nudista.

Nessuno dà in escandescenza se a qualcuno mentre si cambia il costume dietro un asciugamano quest’ultimo casualmente cade lasciando la persona nuda esposta alla pubblica visione. Eppure se nelle stesse identiche situazioni qualcuno velocemente si cambia il costume senza nascondersi dietro l’asciugamano immediatamente scattano le proteste.

Benedetta logica!

Dove è la coerenza in tali affermazioni? Dove la reciprocità del pensiero e del trattamento?

Benedetta logica!

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