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Sentiero 3V il documentario del giro inaugurale


Ieri vi ho raccontato, col mio stesso vissuto, come è nato questo straordinario percorso (se non l’hai ancora letto, leggilo: Il sentiero 3V “Silvano Cinelli”), oggi condivido questo straordinario emozionante documento storico: il filmato prodotto subito dopo il giro inaugurale, realizzato con le riprese fatte durante lo stesso.


Vedi (e segui) la pagina del sentiero per altre informazioni.

#QuindiciDiciotto, visita al museo della Guerra Bianca di Temù


Foto di Mara Fracella

Foto di Mara Fracella

Dopo una lunga attesa è arrivata la prima uscita del programma QuindiciDiciotto: la visita al Museo della Guerra Bianca di Temù. Nonostante una intensa e lunga campagna pubblicitaria a Temù ci troviamo solo in dodici, undici adulti e una bambina, comunque un bel gruppo con persone che arrivano da diverse località del nord-est italiano: due dal lago Maggiore, quattro dal bresciano, tre da Bolzano, uno da Padova e uno, nuovo amico degli eventi di Mondo Nudo, da Trieste, si, si, dalla lontana Trieste.

Alle dieci in punto siamo all’ingresso del museo e ci riceve, con ampio sorriso, una simpatica signora: “benvenuti, stavamo giusto guardando il vostro sito, non eravamo riusciti a farlo prima, che sorpresa, curiosa cosa, ci siamo fatti anche delle risate!” Ci presentiamo, si unisce al gruppo anche la persona che era seduta al computer e che sarà la nostra guida nella visita, la signora ci sommerge di domande, il suo lieve turbamento iniziale lascia immediatamente posto a una interessata curiosità, parliamo affabilmente del nostro camminare nudi, dello stile “vestiti facoltativi” che, nel limite del possibile, è regola di ogni evento di Mondo Nudo, della nostra conseguente richiesta, avanzata già da tempo, al primo contatto per posta elettronica, di poter stare nudi anche durante la visita al museo e che, sostanzialmente, pareva e parrebbe essere accolta e fattibile.

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Foto di Mara Fracella

Arriva il Direttore del Museo e la simpatica signora gli spiega (uhm, mi sembrava d’essere stato già chiaro nelle mail) la questione del nudo, non ha ancora finito di parlare che l’altro immediatamente esordisce con un “no, assolutamente no, qui nudi non ci entrate, non mi pare atteggiamento consono al contesto del museo, al suo intento culturale”. Senza voler contestare il suo diritto a negarci il nudo, a fronte di una negazione assoluta e non motivata (“il perché decidetelo voi”), cerchiamo comunque d’impostare un dialogo se non altro per motivare i nostri perché, purtroppo è stata eretta una barriera insormontabile, l’unico avvicinamento rilevabile sta nel concederci il diritto di andarcene senza dover pagare nulla visto che sono stati loro a comprendere male le mie richieste (“pensavamo a dei costumi”). “Siamo qui per visitare il museo e non per poter stare nudi”, purtroppo mi lascio scappare l’occasione per evidenziare che noi nudi ci viviamo (concetto fondamentale per far comprendere perché si cerca di poterlo fare ogni qual volta se ne presenti la pur minima possibilità, ad esempio in tutte quelle occasioni in cui, come oggi, una struttura viene aperta apposta per noi, specie se, come in questa occasione, a pagamento), “di certo restiamo”.

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Foto di Mara Fracella

Inizia la visita, si parte con un lungo, forse troppo lungo visto che siamo in piedi e desiderosi di vedere i vari reperti, seppur interessante preambolo della guida. Finalmente s’inizia la visita vera e propria e la guida inizia ad illustrarci il forno campale per il pane. Segue l’illustrazione della baracca, superbo esempio di geniale architettura militare, al cui interno fanno bella mostra di sé vari oggetti tra i quali due brandine da ufficiale e due stufe, una grande in muratura e un’altra più piccola in metallo. Passiamo alle armi, un cannone, un mortaio e diversi proietti, dai più piccoli ai più grandi, da quelli più semplici ai più complessi e micidiali shrapnel. Al piano superiore si possono ammirare gli abiti delle sentinelle, sia austriache che italiane, le slitte, i ricoveri dei cani, le foto delle mute di cani all’opera sul ghiacciaio, varie suppellettili e oggetti di vita quotidiana, una stazione di funicolare, i reticolati e le postazioni dei fucilieri. A chiudere il percorso una nera stanza con una tomba, alcune foto e dei versi che parlano della miseria della guerra, che ne rievocano l’assurdità, che invitano a meditare e scorrono nel cuore come fredde lame di coltello, nella mente come assordanti reiterativi suoni, sulla pelle come gelida aria del monte.

Trenta minuti di filmato sui luoghi della guerra in Adamello e la visita vede il suo epilogo; tremanti, vuoi per le immagini viste, vuoi per il freddo glaciale delle stanze museali (“l’abbiano fatto apposta per farci rimanere in ogni caso vestiti?”) salutiamo la guida e la signora (il direttore se n’è andato da tempo, senza salutarci) e lesti usciamo verso il sole che risplende. Restiamo sulla piazza il tempo necessario a riportare le nostre membra a temperatura vivibile, poi ci appressiamo ala pizzeria che si trova d’innanzi al museo. Restiamo a tavola a lungo, chiacchieriamo di varie cose, soprattutto di nudo e della speranza di vederlo finalmente riconosciuto per quello che è: uno status di normalità!

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Foto di Mara Fracella

Si sono fatte le quattro del pomeriggio, è ora di mettersi in marcia per il lungo rientro a casa, negli occhi persistono le immagini dei reperti e delle foto della Grande Guerra sul fronte Adamellino, nella mente i pensieri evocati da tali immagini e dalle parole di coloro che tale guerra l’hanno vissuta in prima linea, nel cuore l’intenzione di adoperarsi affinché il mondo possa vivere in pace, obiettivo per il quale lo stile di vita nudista, l’accettazione del nudo, il rispetto dell’altrui desiderio di nudità che nessun danno apporta a chi la vede e la subisce, sono senza dubbio passaggi fondamentali. Come ha ben dimostrato la giornata odierna ancora lunga è la strada da fare, ancora molti gli scogli da superare, ma non demordiamo, continueremo a lavorare e… ci arriveremo, all’una, la normale nudità, come all’altra cosa, la pace mondiale… ci ar…ri…ve…re…mo!

Fate anche voi la vostra parte, partecipate alle nostre uscite, nudi o vestiti non importa, ben volentieri accogliamo tra le nostre fila anche i titubanti e perfino i reticenti. Venite!

La prossima uscita: Giro delle Colombine.

Il programma completo.

Foto di Mara Fracella

Foto di Mara Fracella

Quando le donne desideravano (far sesso) più degli uomini


Spesso diamo per scontati alcuni concetti, determinati atteggiamenti, certi modi di vedere le cose e ci giustifichiamo con affermazioni che tirano il ballo la cultura. Beh, ecco un interessantissimo articolo che dimostra palesemente quanto tutto ciò sia (sempre) sbagliato, (sempre) determinato da un’ignoranza (o comoda dimenticanza) della storia, di quella vera.

Al di là del Buco

12233016_10153779119284525_1012673705_nQuesto è un pezzo di Alyssa Goldstein pubblicato su alternet.org. Pezzo originale QUI e traduzione di Lisa. Buona lettura!

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Quando le donne desideravano più degli uomini

E come si è rovesciato questo stereotipo.

Nel 1600 un uomo di nome James Mattock fu espulso dalla Prima Chiesa di Boston [si tratta di una chiesa puritana]. Il suo crimine? Non si era espresso in modo osceno o irriverente in riferimento al Sabbath né aveva fatto qualunque altra cosa potremmo pensare fosse disapprovata dai Puritani [riguardo a “Sabbath”, pare che i puritani usassero questo termine per imitare gli antichi israeliti]. Piuttosto, James Mattock si rifiutava di avere rapporti sessuali con sua moglie da due anni. Sebbene la comunità di Mattock vedesse chiaramente come impropria la sua auto-deprivazione, è plausibile che quando decise di espellerlo tenesse soprattutto in conto la sofferenza di sua moglie. I Puritani credevano infatti che…

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La storia NON insegna!


emamSi dice che la storia insegni all’uomo e l’aiuti a non ripetere gli stessi errori eppure dobbiamo notare diverse incongruenze.

Così come per anni venne derisa l’idea di un pianeta Terra rotondo, ancora oggi c’è chi continua ad accanirsi per contrastare e negare tutto ciò che a lui risulta inconcepibile.

Così come per anni vennero ripudiati coloro che affermavano la non centralità della Terra rispetto all’universo, ancora oggi vengono immancabilmente accusati di millanteria coloro che propongono idee e concetti che esulano, vanno oltre le convenzioni (credenze) del momento.

Così come ci fu un tempo in cui bastava poco per scatenare la caccia ai demoni e alle streghe, ancora oggi poco ci vuole per far nascere paure e fobie.

Ci vollero dodici anni per capire l’importanza antibatterica della penicillina, eppure ancora oggi c’è chi è pronto a rigettare le nuove proposte se non se ne dimostra la validità in pochi mesi.

Vennero considerati pazzi coloro che credevano nelle macchine atte a volare, eppure ancora oggi si assegna molto facilmente l’epiteto di ciarlatani a chi propone qualcosa di poco convenzionale.

L’utilizzo e la diffusione del treno o dell’automobile vennero a lungo inutilmente osteggiati, eppure ancora oggi c’è chi pensa di potersi opporre ad ogni innovazione.

Sconfessati dai fatti furono coloro che, a più riprese, improvvidamente sostennero l’inconsistenza delle voci sulle cospirazioni politiche, militari, religiose e sociali, eppure ancora oggi ci sono coloro che sostengono l’inesistenza delle lobbies, delle corporazioni di potere, delle azione di condizionamento sulle scelte governative ed economiche.

Gli eventi raccontano che le guerre hanno sempre portato più che altro distruzione e dolore, eppure ancora oggi molti sono coloro che sono pronti a scendere sul campo di battaglia.

Molti e lampanti gli esempi di come da sempre i sistemi e i poteri abbiano circuito e sobillato le masse, eppure si definiscono complottisti coloro che osano smascherare e denunciare le mistificazioni.

Infiniti gli esempi di come da sempre ogni sistema, ogni potere, ogni predicatore, ogni guru  abbia tirato l’acqua al proprio mulino, eppure molti, troppi, sono coloro che ancora danno credito e ragione solo e indistintamente ad una singola voce, a una singola fonte, a una singola corporazione.

Accertati sono gli imbrogli fatti dai sistemi e dai poteri, eppure ancora oggi tanti sono coloro che ragionano e si comportano come se sistemi e poteri siano immacolati e puri.

È forse da ritenersi che l’uomo piuttosto che imparare preferisce ostinatamente reiterare nei suoi stessi errori? Appare forse che l’uomo tenda a scegliere la strada più comoda e tranquillizzante (non mettersi in discussione e vivere di certezze) piuttosto che quella più difficile ma anche più redditizia (mettersi sempre in discussione e vivere di dubbi)? Uhm, forse dobbiamo proprio pensare che l’uomo, certi uomini, la maggioranza degli uomini, non vuole / non vogliono imparare dalla storia!

Rarissimamente esiste una solo, unica, insindacabile verità, il più delle volte la verità è composta da diverse sfaccettature che, alla fine, formano diverse verità, ognuna legata a un modo diverso di vedere le cose, ognuna generata dal diverso punto di partenza e dai diversi sistemi di sviluppo dell’analisi. Rifiutare le novità solo perché scombussolano il nostro vivere, il nostro credo, le nostre convinzioni è atto cieco e stupido, l’uomo saggio accetta ogni nuova fonte di discussione, mette in dubbio ogni propria convinzione, evolve continuamente nel pensiero e nell’azione, mette ognuno nella migliore condizione per esprimere la propria verità e per agire secondo essa.

 

 

 

Storia e filosofia dell’Alpinismo: Evoluzione socio-culturale dell’alpinismo


Un altro dei miei vecchi lavori in ambito alpinistico, purtroppo rimasto incompiuto (la parte finale è solo impostata nei temi rilevanti)!


Chiave di lettura

Lo zainoTre possono essere gli obiettivi d’una analisi storica: la conoscenza dei fatti, la comprensione degli avvenimenti o ambedue.

Tralasciando l’ultima possibilità, che può intendersi come la somma delle altre due, ci è possibile riconoscere due diversi atteggiamenti di studio: il nozionismo e l’analisi.

Il nozionismo contempla, nella sua forma più esasperata, la sola memorizzazione d’un elenco di date, nomi e avvenimenti, alla quale si aggiunge, nelle forme meno esasperate, l’attenzione per la concatenazione formale dei singoli fatti; sempre, comunque, vengono completamente ignorate le diverse implicazioni sociali, culturali ed economiche: si osserva l’alpinista ignorando l’uomo.

L’analisi, al contrario, trascura la singolarità dei fatti per occuparsi in modo più ampio e approfondito delle genericità delle correnti ideologico-culturali, evidenziando, nel nostro specifico caso, il rapporto esistente fra evoluzione dell’alpinismo ed evoluzione dell’uomo.

Risulta evidente la complessità e l’impegno d’un lavoro di tipo analitico, ma la coinvolgente dinamicità dello studio, nonché la sua utilità pratica compensano ampiamente la fatica e la dedizione profuse molto più di quanto la semplicità e sinteticità del nozionismo possano compensarne l’accademismo e la noia.

Strutturazione dell’analisi

Non possiamo addentrarci in un lavoro analitico senza una precisa idea strutturale, senza, cioè, aver individuato la catena degli eventi fondamentali ai quali far riferimento, catena che possiamo così schematizzare:

  • 1° periodo  dall’apparizione dell’uomo al XVIII secolo – nascita ed evoluzione del rapporto uomo-montagna;
  • 2° periodo  XVIII secolo e prima metà del XIX – formazione ed evoluzione delle motivazioni socio-culturali che portarono alla nascita dell’alpinismo;
  • 3° periodo  seconda metà del XIX secolo – nascita dell’alpinismo;
  • 4° periodo  XX secolo – evoluzione tecnico concettuale dell’alpinismo.

Nascita ed evoluzione del rapporto tra l’uomo e la montagna

Preistoria

Sfruttamento per esigenze di sopravvivenza

Vari ritrovamenti archeologici dimostrano che già nella preistoria l’uomo s’inoltrò fra le montagne, costruendovi villaggi e dedicandosi allo sfruttamento delle risorse naturali. Ancora non è stato possibile stabilire con assoluta certezza (e, forse, mai si potrà farlo) quale fosse il rapporto che intercorreva tra i nostri lontani progenitori e la montagna, possiamo soltanto intuirlo sulla base di quanto si è potuto rilevare nelle popolazioni indigene che, negli ultimi secoli, ancora vivevano allo stato primitivo, osservazioni che ci autorizzano a pensare ad un rapporto fortemente condizionato dalla paura, una sorta di timorosa venerazione, se non addirittura una vera e propria adorazione idolatria: la montagna come un dio possente e misericordioso da temere, rispettare e servire in cambio dei suoi favori e in pena dei suoi furori.

D’altra parte, come poteva diversamente apparire all’uomo della preistoria questo misterioso mondo popolato da belve feroci, ma che allo stesso tempo gli offriva incomparabili doni quali le grotte dove rifugiarsi o la selvaggina con cui nutrirsi?

Idolatria

Così, per migliaia e migliaia di anni, la montagna non solo condiziona, ma determina il regime di vita delle popolazioni che abitano nelle sue non necessariamente immediate vicinanze.

Con l’affievolirsi dei fenomeni di assestamento geologico, il dio montagna sembra placarsi e perdere parte della sua potenza, l’uomo, presumibilmente, ne approfitta per incrementare la propria attività di sfruttamento delle risorse naturali, acquistando man mano la posizione del padrone, del dominatore. A questo punto non è più pensabile che l’uomo possa essere sottomesso ad una figura totalmente dissimile dalla propria e, abbandonate le forme di venerazione idolatria, crea uno o più dei a propria somiglianza, dando origine al deismo.

Paganesimo

Sacralità (dimora degli dei)

0461Con l’avvento delle religioni deistiche si assiste ad un primo sostanziale mutamento nel rapporto tra l’uomo e la montagna, non più o non solo salita per ottemperare alle necessità di sopravvivenza, ma anche per esigenze meno impellenti, quali la costruzione dei templi o la celebrazione di riti religiosi, ad esempio le orge in onore del dio Dionisio che le Baccanti tenevano sulla cima del Parnaso, monte della Grecia sovrastante l’antica città di Delfo.

Certamente è ancora presto per parlare di alpinismo, ma è comunque un primo passo verso il tipo di rapporto che ne è alla base: la montagna non è più un dio ma soltanto un oggetto temporale che, per la sua posizione dominante e vicina al cielo, può anche, ma non necessariamente, assumere il ruolo di altare e, talvolta, di dimorategli dei (vedi l’Olimpo, dove, secondo gli antichi Greci, viveva Zeus).

Lotte imperiali

Militarizzazione

Parallelamente alla dimensione religiosa, il succedersi di violente guerre d’espansione imperiale porta la diffondersi di un utilizzo militare delle montagne, vuoi per proteggersi dagli assalti degli eserciti nemici, che per aggirare le linee di difesa dell’avversario, ma anche come luogo d’osservazione; l’esempio forse più grandioso è dato dall’impresa di Annibale che, nel 218 A.C. fece attraversare al suo esercito, comprendente anche un discreto numero di elefanti, l’arco alpino.

Il tutto contribuisce, chiaramente, ad un ulteriore avvicinamento dell’uomo alla montagna, ma siamo ancora nel campo di un rapporto forzato e la montagna è solo un mezzo e non il fine.

Cristianesimo

Misticismo (Altare)

Durante il periodo di massima espansione dell’impero romano, la pax romana consente una libera circolazione nell’intero areale mediterraneo e, conseguentemente, vi è una trasfusione di religioni dall’oriente all’occidente, fra le quali si trova anche il Cristianesimo.

Inizialmente il culto di Cristo viene osteggiato dalla classe romana dominante, che vede nelle regole evangeliche un tarlo per i poteri e i vantaggi acquisiti; anche la gente comune, la plebe, non apprezza anzi teme questa ideologia ed emargina i suoi cultori, come possiamo ben capire leggendo i commenti di Tacito sulle persecuzioni ordinate da Nerone.

Nel frattempo la necessità di una fede mistica che non si limiti a dare dei concetti ma dia una ragione alla vita e alla morte e la profonda impressione suscitata nei pagani dalla tranquillità con cui i Cristiani affrontano ogni genere di supplizio, portano ad un lento ma continuo diffondersi di questo nuovo culto.

Presto anche la più tenace resistenza dei ricchi e dei potenti s’incrina e nel 313 d.C. con l’Editto di Milano, Costantino concede ai Cristiani la piena libertà di culto.

Con questa data inizia una nuova era, non solo per la storia socio-culturale dell’Europa, ma anche per il rapporto uomo-montagna, che con il diffondersi del Cristianesimo trova nuovi spunti per modificarsi.

Medioevo (1000 – 1700)

Demonizzazione

Purtroppo, la Chiesa Cattolica nei secoli a seguire, acquisita una posizione dominante, si dimostra più interessata al mantenimento e al potenziamento del proprio potere temporale che alla professione della verità, e per perseguire tali obiettivi inventa e diffonde parabole intimidatorie che esasperando le figure demoniache creano nell’animo della gente un profondo timore dell’ignoto, del sovrannaturale, di tutto ciò che la ragione umana non riesce a comprendere e spiegare.

Di fatti incomprensibili la montagna ne è ricca ed è così che il timore si combina con la fantasia creando dicerie tutt’altro che accattivanti: demoni, streghe, serpenti e draghi sono tra i principali interpreti di tali racconti e il risultato è facilmente intuibile, specie dopo che il Concilio Ecumenico di Trento esilia fra i monti demoni e streghe del paese.

Motivazioni socio-culturali che determinano la nascita dell’alpinismo

Illuminismo (seconda metà del 1700)

Conoscenza scientifica

Le legende alpine continuano per molto tempo a spaventare la gente, tenendola a rispettosa distanza dalla montagna, ma col nascere dell’ideale illuministico diventano fonte d’interesse e, contrariamente a prima, contribuiscono ad alimentare il movimento di studio ed esplorazione dell’alpe.

Infatti l’Illuminismo si prefiggeva di portare la luce della ragione nelle tenebre del passato e, rifiutando a priori ogni fattore mistico, riteneva di poter spiegare qualsiasi avvenimento che i sensi umani possono percepire.

Ecco che questi draghi sputafuoco, questi enormi serpenti, questi demoni diventano un argomento di studio, insieme a tutti gli altri aspetti della natura alpina e non.

Presa di contatto

Fra gli scienziati interessati all’alta montagna c’è un professore di filosofia e scienze naturali, il ginevrino Horace Benedict de Saussure, attratto in particolar modo dal Monte Bianco, già ritenuto la più alta cima delle Alpi. In questa scelta è probabile che entri in gioco anche un fattore puramente emotivo, il fascino suscitato da una montagna tanto alta e imponente, ma lo scopo principale del De Saussure è quello di portarsi il più in alto possibile per eseguire una serie di esperimenti sulla rarefazione dell’ossigeno, sulla temperatura dell’aria eccetera. A tal fine, però, si deve trovare un adeguato itinerario di salita, pertanto nel 1760 offre un premio in denaro a colui o a coloro che per primi tracceranno la via alla vetta del Monte Bianco. Ne scaturisce una competizione tra i montanari di Chamonix che, a più riprese, tentano l’ascensione, superando ostacoli davvero considerevoli per l’equipaggiamento e la conoscenza di cui dispongono; l’8 agosto 1786 alle ore 18, dopo un bivacco a quota 2329, Jacques Balmat e Cristofe Paccard raggiungono la vetta del Monte Bianco.

Annullamento delle leggende e superamento delle paure

Portamento dello zainoTecnicamente nasce l’alpinismo ma ne manca ancora il concetto morale, l’unica giustificazione per i rischi corsi sono i soldi o l’interesse scientifico: quando Paccard e Balmat raggiungono la vetta del Monte Bianco i giornali riportano la notizia che un uomo è riuscito a portare un barometro sulla cima del Monte Bianco; in seguito il De Saussure stesso scrive <<il mio scopo era soltanto quello di raggiungere il punto più elevato; era necessario soprattutto condurre a termine lassù quelle osservazioni e quelle esperienze che, sole, avrebbero giustificato il viaggio>>.

Tali salite, peraltro, portano all’annullamento delle leggende e al superamento delle paure nei confronti della montagna, come conseguenza si moltiplicano le persone coinvolte in questo nuovo tipo di attività, vuoi in qualità di guide che in qualità di scienziati.

Parallelamente è opportuno rilevare che il fascino della montagna non lascia indifferenti questi primi suoi esploratori, lo stesso De Saussure, durante un bivacco al Colle del Gigante, scrive: <<Queste cime hanno voluto cercare di lasciare in noi un senso di rimpianto; abbiamo avuto una sera semplicemente stupenda: tutte le vette che ci circondano e la neve che le separa erano colorate delle più belle sfumature del rosa e del porpora, l’orizzonte verso l’Italia era limitato da una enorme cintura rossa dalla quale la luna piena è sorta con la maestà di una regina. Queste nevi e queste rocce, che danno un riflesso insostenibile alla luce del sole, rappresentano uno spettacolo stupefacente e delizioso al dolce chiarore della luna. Che meraviglioso contrasto fra le rocce scure e di forma precisa ed ardita ed il candore lucido della neve! L’anima si eleva, l’orizzonte dello spirito sembra allargarsi, e, in mezzo a questo maestoso silenzio, sembra di sentire la voce della Natura, di diventare i confidenti dei suoi riposti segreti>>.

Preromanticismo

Rifiuto e abbandono del razionalismo estremo

Sull’orma del De Saussure, che scrive la Relation Abregee, altri scrivono sulla montagna: nasce la letteratura alpina ed uno dei suoi principali interpreti è Ramond de Carbonnieres, avvocato e scrittore.

Romanticismo (prima metà del 1800)

Ricerca dell’intimo colloquio con la natura

Con l’inizio del XIX secolo si diffonde in Europa una nuova corrente ideologica, il Romanticismo; la riscoperta del sentimento, l’esaltazione dell’intimo colloquio con la natura portano a guardare la montagna sotto il solo aspetto emotivo, dimenticando a valle gli strumenti della scienza.

Nascono a questo punto anche il concetto alpinistico e lo sport dell’alpinismo, una forma di svago in cui la montagna non è un mezzo ma un fine.

Diffusione della pratica alpinistica

Durante il periodo romantico la montagna entra nei temi di molti poeti e scrittori, le cui toccanti descrizioni penetrano nell’animo della gente diffondendo l’interesse per il nuovo sport, sebbene via sia ancora chi non condivide tale visione della montagna: infatti ancora nel 1833 l’Inglis osserva <<per chi non è spinto da motivi scientifici, è pura follia affrontare le sofferenze e i pericoli di un’ascensione ben al di sopra della linea del gelo eterno>>

Modificazioni del concetto alpinistico ed evoluzione dell’alpinismo

Novità snob

Esplorazione delle montagne

Primi segni di evoluzione tecnologica

Nel 1869 Paul Grohmann sostituisce gli scarponi chiodati con le pedule.

Differenziazione dei livelli tecnico-concettuali

Ricerca di nuove mete (fine 1800)

Lotta con l’Alpe (inizio 1900)

Meredith: <<trasferite la vostra febbre nelle Alpi, voi che avete lo spirito ammalato; salite, torturate le vostre membra, lottate tra le vette, gustate il pericolo, il sudore, trovate il riposo… Volete sapere che cosa significa sperare e avere tutte le speranze a portata di mano? Affrontate le rocce là dove il pendio è tale che ogni passo dimostri quello che siete e quello che potete diventare.>>.

Guido Rey: <<Io credetti e credo la lotta coll’Alpi utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede>>.

Alpinismo = conquista

Alpinismo = arrampicata

Mummery: <<il vero alpinista è l’uomo che tenta nuove ascensioni.>>

1905 Guido Rey: <<Incominciavo a provare dei formicolii alle spalle; gli è che toccava ai muscoli superiori il lavoro più faticoso; in simili salite non sono le gambe che sospingono la persona ma le braccia che la traggono in alto; le ginocchia hanno l’ufficio di pontelli che tengono il corpo discosto dalla rupe, mentre i piedi, inutile peso, ciondolano nel vuoto. Ma è una tecnica indescrivibile che muta ad ogni istante come suggerisce l’istinto. Nei cataletti si va su più per contatti e per aderenze che per trazione o per spinte; nella strettoia delle pareti il corpo si contorce e ondeggia, si rigonfia o si fa sottile, scatta o striscia come quello di un serpe; ma sul muro nudo e liscio, ove non sono più che brevi fasce e rare sporgenze, si procede radente il pendio, a passetti misurati, ponendo con cautela un piede davanti all’altro, tastando, accarezzando la rupe, avvicinandole il volto come se si volesse baciarla, mentre si è tentati di morsicarla coi denti; e si cerca di equilibrare la persona con lenti moti, con spostamenti lievissimi, ma per lo più ci si contenta di una stabilità molto relativa.>>

1910 Guido Rey: <<Piaz mi ammoniva come un novizio che non era buona scuola lo affidarsi alle mani, si sale con gli occhi, diceva; cerchi con calma, e troverà ovunque ove appoggiare il piede>>.

Nel 1900 gli arrampicatori usano pedule con tomaia in pelle o in tela e la suola in feltro pressato.

Grivel costruisce i primi ramponi a 10 punte.

Nel 1909 il tedesco Fiechtl inventa il chiodo forgiato.

Nel 1912 Dulfer introduce l’uso del moschettone.

Nel 1924 viene utilizzato il primo chiodo da ghiaccio.

Nel 1929 i fratelli Grivel realizzano i ramponi a 12 punte.

Contrasti ideologici

Mummery al Dente del Gigante: <<Assolutamente inaccessibile con mezzi leali>>

1912, Regole di Preuss: <<1 – Non bisogna soltanto essere all’altezza delle difficoltà che si affrontano, ma nettamente superiori ad esse; 2 – le difficoltà che un alpinista può superare in discesa, senza l’uso della corda e con tranquillità d’animo, devono costituire il limite massimo delle difficoltà che affronterà in salita; 3 – l’uso dei mezzi artificiali è giustificato solo in caso di pericolo; 4 – il principio della sicurezza prevale, non però l’assicurazione forzatamente ottenuta con mezzi artificiali, in condizioni d’evidente pericolo, ma quella sicurezza preventiva che ogni alpinista deve basare sull’esatta valutazione delle proprie forze; 5 – il chiodo da roccia è una riserva per casi di necessità e non deve costituire il fondamento di una tecnica speciale.

Piaz: <<Secondo me il voler elevare a principio sovrano la soluzione di ogni problema, escludendo nel modo più assoluto l’impiego dei mezzi tecnici, dal puntoi di vista umano è barbaramente assurdo e ritengo che si tale per tutti coloro che nell’arrampicata non scorgono solo un’attività sportiva diretta arbitrariamente da norme inamovibili che tarpano le ali ad ogni individualità ed abbassano l’individuo alla parte di una macchina meschina, con l’obbligo di comportarsi come la recluta al comando di un caporale. Sfidare la morte per la purezza dello stile! Ciò francamente mi sembra più mostruoso che enorme. Non mi pare di enunciare una grande scoperta dicendo che il condurre a termine una scalata con la massima riduzione del pericolo sia un principio più saggio e soprattutto più umano.>>.

L’estetismo (1950 – 1960)

Ricerca della linea a goccia d’acqua

Espansione della progressione artificiale

Il purismo (1975)

Influssi anglosassoni e americani

Il nuovo mattino

Il rispetto (1990)

Ecologia

Nuove dimensioni dell’Alpinismo


A come… Alpinismo!


Eccovi un altro mio vecchio articolo sull’Alpinismo. Un passo verso la fine andrebbe parzialmente rivisto, ma preferisco lasciarlo così come l’avevo scritto allora: 1988.


A come… Alpinismo

Colle del Gigante (Monte Bianco), anno 1978, il naturalista ginevrino Horace-Bénédict de Saussure scrive: <<Queste cime hanno voluto cercare di lasciare in noi un senso di rimpianto, abbiamo avuto una sera semplicemente stupenda: tutte le vette che ci circondano e la neve che le separa erano colorate delle più belle sfumature del rosa e del porpora, l’orizzonte verso l’Italia era limitato da una enorme cintura rossa dalla quale la luna piena è sorta con la maestà di una regina. L’anima si eleva, l’orizzonte dello spirito sembra allargarsi, e, in mezzo a questo maestoso silenzio, sembra di sentire la voce della Natura, di diventare i confidenti dei suoi più riposti segreti>>.

I motivi che inducono l’illustre professore a salire sull’alpe sono, come lui stesso afferma, esclusivamente scientifici, tuttavia non gli è possibile restare indifferente d’innanzi a simili paesaggi e le sue parole sfuggono alla ristrettezza del linguaggio scientifico per allargarsi in quello letterario. Di conseguenza le sue relazioni, pubblicate in gran parte dell’Europa, non possono passare inosservate, tanto più che, leggendole, ci si sente coinvolti e sembra di provare le stesse intense emozioni in esse descritte.

Oltre alla conoscenza delle Alpi, si diffonde anche la passione per la montagna, anche se per molti anni ancora l’unica motivazione che possa giustificare un’ascensione d’alta montagna è quella scientifica: <<Per chi non è spinto da motivi scientifici è pura follia affrontare le sofferenze e i pericoli di un’ascensione ben al di sopra della linea del gelo eterno>> (H. D. Inglis, 1833). Nel frattempo, però, avviene un importante mutamento ideologico: decade la fede assoluta nella ragione, incrinata dal suo stesso estremismo materialistico, e subentra l’esaltazione del sentimento.

La decadenza del razionalismo e la diffusione dell’ideale romantico portano ad un cambiamento del modo di concepire l’andar per monti e, grazie anche al superamento di molti preconcetti avvenuto a seguito dell’attività svolta dagli Illuministi, si diffonde un diverso atteggiamento mentale: <<Il silenzio di questi luoghi dove nulla vive, dove non può arrivare il chiasso del mondo abitato, contribuisce a rendere le meditazioni più profonde, a dar loro quella tinta cupa, quel carattere sublime che esse acquistano quando l’anima plana sull’abisso del tempo>> (R. de Carbonnieres). È la nascita d’una nuova e ben individuata attività.

Molto probabilmente è a questo punto che viene coniata la parola Alpinismo, la cui formazione avviene partendo dalla parola alpino, dal latino Alpinus  “della montagna, che si riferisce alla montagna”, e aggiungendovi il suffisso –ismo, indicante un movimento, un’ideologia, un atteggiamento o una disposizione dell’animo.

Al momento la nuova disciplina è praticata quasi esclusivamente da scienziati e filosofi, ossia dai principali artefici del Romanticismo. Pertanto l’Alpinismo viene inevitabilmente concepito come particolare disposizione dell’animo volta alla ricerca dell’intimo colloquio con la natura alpina, con la montagna. Presto, però, la pratica alpinistica acquista una discreta notorietà e, pur restando nell’ambito di un ristretto ceto sociale, si diffonde anche al di fuori del contesto culturale, acquistando un significato meno idealistico: svago, divertimento, interessante e… snobistica attività.

A seguito del nuovo atteggiamento la montagna non è più “il fine” ma soltanto un mezzo che consente il raggiungimento del massimo piacere personale. L’alpinismo, di conseguenza, inizia a differenziarsi in più livelli tecnico-concettuali: c’è che si accontenta di girovagare per valli e convalli, chi sale fino ai ghiacciai, e chi si spinge fin sulle più alte vette; c’è chi si limita a ripercorrere quanto da altri già fatto e chi, invece, si dedica esclusivamente all’esplorazione di nuove zone e ala salita dei monti ancora inviolati.

Presto tutte le principali cime delle Alpi sono raggiunte, mentre il numero degli alpinisti è in continuo aumento. La ricerca di nuove mete conduce alla considerazione delle cime minori, delle creste secondarie, delle pareti, nel cui superamento s’incontrano pericoli e si sopportano sacrifici sempre più gravosi e numerosi. In poco tempo si forma e si diffonde l’idea della “lotta con l’alpe”: <<Trasferite la vostra febbre nelle Alpi, voi che avete lo spirito ammalato; salite, torturate le vostre membra, lottate fra le vette, gustate il pericolo, il sudore, trovate il riposo; imparate a scoprire senza amarezza che la fatica feroce è una presa di contatto con la più splendida delle visioni e che il riposo è la più bella delle ricompense. Volete sapere che cosa significa sperare e avere tutte le speranze a portata di mano? Affrontate le rocce là dove il pendio è tale che ogni passo dimostri quello che siete e quello che potete diventare>> (G. Meredith); <<Io credetti e credo la lotta coll’Alpi utile come il lavoro, nobile come un arte, bella come una fede>> (G. Rey).

Da questo momento l’alpinismo è e dev’essere conquista, pertanto la sua esemplificazione pratica è data solo è soltanto dalla scalata: <<Il vero alpinista è l’uomo che tenta nuove ascensioni>> (A. F. Mummery).

L’uso, per universale diffusione, e l’abuso, per ovvi interessi personali e commerciali, del tropo[1] “alpinismo uguale arrampicata”, fanno si che anche dopo la decadenza dell’idea di “lotta con l’alpe” e, quindi, dell’alpinismo di conquista, esso (il tropo) si possa mantenere invariato, perpetuandosi fino ai nostri giorni. Oggi, però, s’arrampica per ogni dove: sui sassi d’una cava, sulle scogliere marine, sui muri delle case, su strutture artificiali appositamente create. L’arrampicata non è più soltanto sport alpino, ma può anche essere fine a sé stessa (l’arrampicata per l’arrampicata), indipendente in luogo come in forma (con la stessa visione si può arrampicare anche sulle montagne), l’una, quindi, non è più sinonimo dell’altro, indissolubilmente legato alla montagna: nasce l’esigenza di rivedere il concetto di Alpinismo.

Ancora non si è sopravvenuti a una soluzione univoca e convivono, più o meno pacificamente, diverse opinioni. È però possibile individuare una corrente di pensiero che, seppur ancora debole, potrebbe risultare risolutiva: quella filosofica. Infatti se le limitazioni oggettive (tipo di attività, livello delle difficoltà, parametri morfologici o altimetrici, eccetera) sono tutte decisamente opinabili, il carattere soggettivo (rapporto mentale) è, al contrario, inopinabile: se l’ente alpinismo è diveniente e mutevole, l’idea Alpinismo è immutabile ed eterna.

Ecco quindi che l’Alpinismo non può essere inteso come un determinato modo di “andare in montagna”, ma dev’essere inteso come un particolare modo di “pensare” la montagna: l’Alpinismo è e dev’essere passione, rispetto e comunione con la montagna; l’Alpinismo è… vivere con la Montagna, per la Montagna, dentro la Montagna; ogni altra specificazione appare superflua.

<<Un uomo può amare la scalata ed infischiarsene dei paesaggi di montagna; può essere appassionato per le bellezze della natura ed odiare la scalata; ma può anche provare in egual misura entrambi i sentimenti. Si può senz’altro presumere che coloro i quali più si sentono attirati dalle montagne, e con maggior costanza tornano ai loro splendori, sono proprio quelli che in gran misura fruiscono di queste due fonti di godimento e possono abbinare la fantasia e la gioia d’uno sport magnifico, con l’indefinibile diletto che deriva dall’incanto delle forme, dalle tonalità, dal colore delle imponenti catene montuose>> (A. F. Mummery).

P.S.

Chi è l’alpinista? Alpinista è colui che intende l’Alpinismo come spazio, non come dimensione.


[1] Termine tecnico della retorica indicante un trasferimento semantico, un’estensione del significato di una parola.

2013… a big project for me!


Hello 2013, you brought me a big, big idea: writing a history of nudism (and naturism) in the world!

It is a big project and I need of many documents from any world states, but it is a work very hard and difficult. So I ask to my followers, readers and contacts to send me everything is usefull: link, documents, bibliography, articles, etcetera.

I mentioning in my final work all those who help me.

Thanks!


Salve 2013, mi hai portato una grande, grande idea: scrivere la storia mondiale del nudismo (e naturismo)!

E’ un grande progetto a mi servirà molta documentazione da ogni stato del mondo, è chiaramente un lavoro duro e difficile. Così chiedo a tutti coloro che mi seguono, mi leggono e che sono in contatto con me di inviarmi qualsiasi cosa ritengano possa tornarmi utile: link, docuemnti, biblografia, articoli, ecceetra.

Menzionerò nel mio lavoro finale tutti coloro che mi avranno aiutato.

Grazie!

Naturismo? Troppe regole!


Recentemente mi è capitato di leggere articoli che contenevano affermazioni che mi hanno lasciato decisamente allibito:

  • “non è naturista colui che pratica il nudismo da solo”
  • “non è naturista colui che sta nudo solo in casa”
  • “non sono naturisti coloro che praticano esclusivamente tra uomini”
  • “non è naturismo se non c’è la presenza di famiglie”
  • “non sono naturiste quelle strutture che escludono a priori la presenza dei bambini”
  • “nudisti e naturisti devono astenersi da qualsiasi minima espressione di affettuosità per non dare luogo a sospetti di attività a sfondo sessuale”
  • “chi sostiene la necessità per naturisti e nudisti di comportarsi, in relazione all’affettività, in modo similare a quello che avviene nella società tessile o è un giovane in preda agli attacchi ormonali o è un vecchio decrepito in cerca di prestazioni sessuali”
  • e altre amenità similari.

Naturismo e nudismo si propongono come attività liberatorie, come movimenti di libertà, come espressioni di un qualcosa di diverso dalla società tradizionale, dalla società tessile, da una società in cui le regole imperano, e poi andiamo a imporre tutte queste regole? Dove finisce la libertà? Non ci si rende conto che così facendo ci si macchia degli stessi identici errori che si rimproverano alla società tessile?

Queste affermazioni, e le regole che ne derivano, dimostrano l’incapacità di adeguarsi all’evoluzione dei tempi, evidenziano la volontà del controllo, la tendenza a dare credito solo a quanto piace e fa comodo, danno netta e chiara dimostrazione di quanto ci si faccia dominare dal senso unico.

Esistono delle definizioni enciclopediche, a queste dobbiamo rifarci: nudismo è stare nudi punto, naturismo è amare la natura punto, tutto il resto  serve solo a limitare ulteriormente la libertà delle persone, danneggiando i movimenti stessi del nudismo e del naturismo.

Smettiamola con queste regole, smettiamola con queste assurdità, impariamo a ragionare a doppio senso, impariamo ad evolvere. Non è vero, come ho letto negli stessi articoli, che queste regole sono irrevocabili e vanno rispettate solo perché nascono con i movimenti nudista e naturista. Intanto perché non esiste nulla di irrevocabile, perfino leggi e Costituzioni vengono periodicamente modificate, poi perché quelli erano anni in cui imperavano ideologie quali il razzismo, il maschilismo, l’omofobia, ideologie che oggi sono fortemente contrastate e talvolta anche illegali. Integrare e integrarsi questo è il mantra da seguire: allargando la definizione delle cose non se ne disconosce l’origine, ma a questa vi si aggiungono, in rispetto dell’evoluzione naturale delle cose e della natura, altri significati e altri utilizzi.

Analogamente mi ha lasciato allibito l’affermazione che la parola nudismo sarebbe caduta di moda, ma da dove nasce questa affermazione?  Chi se l’è inventata questa cosa? La parola nudismo non è uscita di moda, innanzitutto perché non è mai stata una moda, poi perché la parola nudismo non solo è ancora ben presente in qualsiasi dizionario ma anche perché la si trova usata moltissimo da tanti articolisti e blogger. La parola nudismo alcuni nudisti hanno smesso di usarla, sostituendola con quella di naturismo, solo per coprire le loro insulse e inutili paure, per mascherare la loro vergogna verso quello che facevano: solo chi ha vergogna di essere nudo non usa la parola nudismo.

Si deve altresì precisare che, come ho più volte ribadito  (“Nudismo e naturismo: sinonimo o contrari?”, “Nudismo e naturismo: la grammatica!”), la parola nudismo non è un’alternativa alla parola naturismo, bensì è un qualcosa di diverso: il nudismo si manifesta ove la nudità sia il fine e non un mezzo, mentre nel naturismo la nudità è solo un mezzo per addivenire ad un fine che, per inciso, con la nudità poco o nulla ha a che fare. Ecco che, per sua manifesta natura, il nudismo male si presta all’imposizione di regole limitatorie: quando stai nudo per il piacere di starci allora sei nudista e stai facendo nudismo, stop!

Il nudismo è aperto a tutti, giovani e meno giovani, uomini e donne, adulti e bambini, eterosessuali, omosessuali e bisessuali, senza distinzione di razza e di religione, senza attenzione al luogo di pratica o alla tipologia del gruppo in cui si pratica, tanti, pochi o singoli che si sia.

Ecco perché nel nudismo si può vedere la speranza di una futura evoluzione sociale, si può vedere il solo futuro per l’associazionismo naturista, ed ecco perché la parola nudismo va assolutamente rivalutata e usata, altro che andare in giro a dire che è una parola fuori moda.

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