Il rispetto e la vergogna


Un cacciatore sta lavorando al suo capanno, non mi ero accorto della sua presenza. Sto facendo una passeggiata col cane fra i filari del vigneto talmente familiare che lo chiamo “mio” e giro nudo come fossi a casa mia. In dialetto mi chiede, con un certo tono di rimprovero: «Ma non ha vergogna?» Senza stare a pensare, mi sento che rispondo: «È troppo bello!» E proseguo con un saluto della mano. Il cacciatore scuote la testa e prosegue nel suo lavoro.

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Nascondendoci confermiamo noi stessi la legittimità del divieto (anche se divieto esplicito non c’è), anzi di più: siamo i primi a prevenirlo e ad applicarlo. Sia che durante le nostre escursioni ci rivestiamo di fretta alla vista di altri (ma pian piano incominciamo a non farlo più), sia che ci ritiriamo in campeggi cintati (esattamente come chiudiamo la porta quando ci facciamo una doccia).

Per prima cosa dovremmo mostrare indifferenza alla nostra nudità: dovremmo imparare a non giudicarla, a non far nostra l’opinione che pensiamo comune. Anzi, dovrebbe trasparire dal nostro atteggiamento, dalle nostre espressioni il benessere che stiamo provando, l’assoluta tranquillità della cosa. Una cosa che riguarda unicamente chi la pratica, senza che abbia altri scopi se non il benessere personale, senza lanci d’amo su altri per proselitismo, denuncia, ostentazione… “esibizione”. «Si sta troppo bene!» Questo, che convince noi, potrebbe eventualmente convincere o allettare anche altri vedendoci. Non stiamo vendendo tessere di un club. Ognuno che ci vede decida per sé. Che il nostro essere nudi possa esser d’esempio per altri è al di là delle nostre intenzioni: la ricezione dell’eventuale messaggio (o il suo rifiuto) dipende dalla singola persona, da come la pensa, dalle sue convinzioni, preferenze ed esperienze.

Se ci mostriamo nudi e spensierati, nudi e naturali, nudi e semplici, nudi perché così ci piace, perché si sta troppo bene, nudi perché è un “abito” che riteniamo assolutamente normale sicuramente avremo più chances di essere accettati (se questo ancora ci preoccupa) ed esser seguiti (nuove conoscenze ci fanno senz’altro piacere). La nostra allegria, la nostra franchezza, la nostra socialità è il nostro miglior biglietto da visita. Lasciamo a ciascuno le deduzioni che vuol trarre, le interpretazioni che vuol attribuire, le decisioni che vorrà prendere, i cambiamenti di mentalità, di prospettiva, di abitudini che vorrà accettare per sé. Noi siamo noi, e siamo così. Con nulla da nascondere, né nuove mode da diffondere, verità da evangelizzare. Non siamo apostoli di un nuovo trend comportamentale. Non poniamo nemmeno la questione di essere accettati o meno: su questo non si discute. Dobbiamo partire dando per scontato che ci siamo anche noi. Come ci sono i ciclisti, i camper, gli autotreni, gli autisti della domenica, i pazzi che fanno sorpassi azzardati, gli imbecilli, i maleducati, i prepotenti. Ciascuno è quello che è e non si pone nemmeno la questione di essere altro, perché non si percepisce come noi lo vediamo. Imbecilli, maleducati e prepotenti lo sono secondo un nostro giudizio, non sono categorie oggettive.

E perciò, se come nudisti creiamo imbarazzo dipende dalla sensibilità soggettiva (generalizzata a “morale” fin che si vuole – ma non è un dato oggettivo); sicuramente non lo facciamo con l’intenzione di esser riprovati, non siamo così masochisti da godere dell’attirarci gli strali del disprezzo degli altri. Nel metterci nudi, la nostra intenzione si limita alla nostra persona, non vogliamo colpire, smuovere, giudicare, cambiare l’opinione degli altri. Rispettiamo l’atteggiamento degli altri, non possiamo che accettare, registrare, sismografare la risposta negli altri, rispettare le loro convinzioni e abitudini. Ma al contempo e di riflesso dobbiamo esigere di esser rispettati dagli altri noi pure: per quel che siamo, per quel che vogliamo. Il messaggio di un rispetto di sé che esige eguale rispetto dagli altri. Se per primi ci sentiamo vulnerabili all’influenza degli altri, noi stessi apriremo la breccia, daremo appiglio, giustificazione, incoraggiamento all’atteggiamento non-rispettoso nei nostri confronti.

Noi la pensiamo così. Siamo in un paese libero e democratico. Il nostro atteggiamento/comportamento non danneggia nessuno, non è vietato dalle leggi. Perciò: come noi non vogliamo cambiare il punto di vista degli altri, così non cambieremo il nostro, non ci lasceremo intimorire da quel che pensiamo gli altri pensan di noi.

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Ma ritorno all’episodio del cacciatore e alla sua domanda: Quel “rispetto” che nei nostri dialetti significa “vergogna” (gh’à-l mia respèt?), cioè quell’atteggiamento interiorizzato di pressione e repressione morale, si mantiene e perpetua con la nostra stretta osservanza, quasi si trattasse di un voto che involontariamente ci è stato estorto. Se lasciamo fare, sarà portato a un eccesso totalizzante, come si desse per scontato che per il fatto stesso di appartenere a una società è quasi come fossimo iscritti totalitariamente a un partito… al partito unico.

A proposito: lo scrittore tedesco-orientale Erwin Strittmatter (nella DDR del 1955; nei Diari, 26 giugno) a proposito del dogmatismo di molti quadri del partito comunista usa una parola che ancor oggi può far riflettere: Parteikatholiken, “cattolici di partito” (ma compare già nei diari di Thomas Mann e in un articolo dello Spiegel, nr. 50 dell’11 dicembre 1948). Cattolico in origine significava “universale, che abbraccia tutto, totalizzante”.

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 27 aprile 2015 su Atteggiamenti sociali, Motivazioni del nudismo. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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